È arrivata la sentenza di primo grado del processo “Angeli e Demoni”, che riguardava presunti illeciti compiuti a danno di bambini da assistenti sociali, psicoterapeuti e amministratori locali di un paesino dell’Emilia Romagna. Caso mediatico e politico, oltre che giudiziario, che infiammò il dibattito qualche anno fa.
“Parlateci di Bibbiano”: come non ricordare questa frase, divenuta slogan, che veniva ripetuta come un mantra per stigmatizzare la bruttissima vicenda – per come si stava delineando – di Bibbiano, paesino in provincia di Reggio Emilia catapultato, tra il 2018 ed il 2019, alla ribalta del dibattito pubblico, mediatico e politico.
Un’inchiesta, partita da una serie di segnalazioni da parte dei servizi sociali, mise alla luce una serie di presunti illeciti commessi da parte di assistenti sociali e psicoterapeuti, con l’avallo di amministratori locali, a danno di famiglie a cui sarebbero stati sottratti i figli, perché vittime di altrettanto presunti abusi, per poi essere affidati ad altri nuclei familiari, in alcuni casi vicini e contigui (amici o parenti) a chi decideva sugli allontanamenti.
Le accuse di abuso sessuale nascevano, in alcuni casi, da dichiarazioni degli stessi bambini “fuorviati” dagli assistenti sociali e dagli psicoterapeuti coinvolti che avrebbero manipolato i minori inducendo in loro tali drammatiche convinzioni.
Terribile. Tutto terribile, se vero. Ma andava, appunto, verificato: dall’inchiesta e da tre gradi di processo, come si usa fare all’interno del sistema giudiziario italiano. Invece, come spesso – anzi quasi sempre – avviene, la vicenda divenne strumento di propaganda politica in maniera abnorme: gli amministratori locali di Bibbiano erano del PD, al governo c’erano il Movimento 5 Stelle e la Lega (ma sarebbe durato poco), Fratelli d’Italia era all’opposizione del governo giallo verde ma anche pronta a scagliarsi contro i Dem o chiunque altro per ottenere consensi. In più, all’orizzonte di breve termine c’erano le elezioni regionali in Emilia Romagna, con la leghista Bergonzoni (poi sconfitta) che provava a scalzare dal governo della regione Stefano Bonaccini ed il PD.
E dunque, in breve il partito guidato allora da Nicola Zingaretti divenne, nel discorso dei suoi oppositori, il partito dei sottrattori di bambini. Lo disse chiaramente Luigi Di Maio, allora alla guida del M5S: «Io col partito di Bibbiano non voglio averci nulla a che fare. Col partito che in Emilia toglieva i bambini alle famiglie con l’elettroshock per venderseli non voglio avere nulla a che fare». Fu dunque per lui uno sforzo terribile accordarsi, qualche mese dopo, proprio col PD per dare vita al governo ‘giallorosso’, nato in seguito al maldestro tentativo di Matteo Salvini di fare il colpaccio e diventare premier e terminato con la Lega all’opposizione insieme a Forza Italia e a Giorgia Meloni.
Anche lui, Matteo Salvini, partecipò all’attacco a testa bassa contro ‘il partito di Bibbiano’, addirittura portando una bambina ‘sottratta alla famiglia’ sul palco di un comizio elettorale: peccato che la minorenne in questione fosse lombarda, e nulla c’entrasse con Bibbiano. Ovviamente anche Fratelli d’Italia provò ad ottenere il massimo – elettoralmente parlando – dalla vicenda, spingendo forte sul ‘Parlateci di Bibbiano’ per mesi.
La vicenda – come spesso accade in casi del genere – perse con il tempo forza, sostituita da altre storie e questioni. Arrivò la pandemia, poi il governo Draghi (con Lega e M5S serenamente in maggioranza assieme al PD), la guerra, poi le elezioni, il governo di destra della Meloni, e chissà se un poco di quel successo elettorale nacque anche dalla potente operazione mediatica costruita sui presunti fatti di Bibbiano.
L’opinione pubblica, con il tempo, si scordò di quella storia: a differenza, immaginiamo, di chi era imputato nel processo. Ah, il processo: come dicevamo, è arrivata la sentenza di primo grado, che ha assolto undici imputati su quattordici, condannandone solo tre per reati che nulla c’entravano con i capi d’imputazione principale, relativi al presunto sistema di affidamenti illeciti.
Ovviamente il PD è immediatamente partito alla carica, chiedendo le scuse formali in particolare ai tre leader dell’epoca che tanto insistettero su quella storia: Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Scuse che ovviamente non arriveranno mai. Anzi, da Fratelli d’Italia è arrivata una specie di supercazzola che più o meno suona così: “La sentenza non cancella un sistema indegno. Continueremo a chiedere conto alla sinistra”. Di cosa, non si capisce bene: a meno che la sentenza di secondo grado ribalti questa, al momento pare che a Bibbiano – rispetto a vicende di affidamenti illeciti e presunte manipolazioni di minori – non sia accaduto praticamente nulla.
Ma qualcosa va detto, come qualcosa doveva dire il PD: rappresentazione utile a quei pochi che, in questo paese, ancora si aspettano che la politica renda contro di quel che dicono, ed in caso di palesi e madornali errori, li riconoscano e si scusino.
Ma non funziona così, è chiaro. E non solo per la politica. Vale quel che si dice nel momento in cui lo si dice, già due giorni dopo non conta più. Altrimenti – tanto per fare un esempio – qualcuno avrebbe chiesto con forza conto al nostro ministro degli Esteri delle avventate dichiarazioni sull’attacco di Israele all’Iran: “Non ci sono segnali di un attacco imminente”, aveva detto neanche 24 ore prima che le bombe israeliane iniziassero ad esplodere. Il fatto che un Ministro degli Esteri faccia una simile figura, e confermi una così smaccata distanza dalla realtà di quel che succede nelle materie di sua competenza, sarebbe grave, in un luogo ed in un tempo normale. Ma non oggi, non in Italia.
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13/07/2025
24/04/2023
La Ue vuole nominare Di Maio inviato speciale nel Golfo. Non è uno scherzo
L’Unione Europea va incontro ad un altro “fiasco” sul piano della politica estera. Dovendo nominare un inviato speciale per le relazioni con i paesi del Golfo persico, l’Alto rappresentante Ue, Josep Borrell, ha fatto sapere nella lettera inviata agli Stati membri che “Dopo un’attenta valutazione, considero Luigi Di Maio il candidato più adatto all’incarico di inviato Ue per il Golfo”.
Nella lettera inviata ai Ventisette stati membri della Ue, l’Alto rappresentante sottolinea che “gli ampi contatti” di Di Maio “con i Paesi del Golfo gli permetteranno di impegnarsi con gli attori rilevanti al livello appropriato“. Borrell, propone la nomina dell’ex ministro degli Esteri come rappresentante speciale “per un periodo iniziale di 21 mesi, dal primo giugno 2023 fino al 28 febbraio del 2025“.
La lettera di Borrell ha dato inizio alla fase di selezione dei candidati successiva a quella meramente tecnica, e questa ha visto l’ex ministro degli Esteri Di Maio superare i candidati concorrenti.
E qui delle due l’una: o gli altri candidati erano delle schiappe inguardabili oppure la Ue ha deciso che le relazioni con i paesi del Golfo, in fase di “sganciamento” dall’egemonia Usa, vanno verso il disastro e quindi è inutile impegnare personale di alto livello per cercare di raddrizzare la situazione.
La ratifica della nomina di Di Maio va vidimata dai 27 Stati membri. Le stesse fonti rimarcano che la decisione di nominare l’inviato Ue in regioni extra-Ue spetta in via esclusiva all’Alto rappresentante della politica estera e di sicurezza europea Borrell.
L’indicazione di Di Maio è la conferma che le classi dirigenti dei governi occidentali ormai non dispongono più di personale politico adeguato, ma solo di mezze figure e yes men. Quando nei mesi scorsi era circolato il nome di Di Maio molti avevano pensato ad una scherzo o ad una notizia di Lercio.it.
A quanto pare contro la nomina di Di Maio a inviato speciale della Ue per il Golfo ha protestato, purtroppo, solo la Lega. Più diplomaticamente il ministro degli Esteri Tajani ha affermato che “È una scelta legittima di Borrell, nelle sue facoltà di alto rappresentante Ue. Di Maio fu indicato da Draghi e non è il candidato del governo italiano“.
Le prestazioni di Di Maio come ministro degli Esteri vanno decisamente inserite nel registro dei disastri. Voci interne dalla Farnesina lo ricordano come assolutamente privo di idee proprie, ma almeno attento lettore dei “riassunti” preparati dagli staff prima di ogni incontro internazionale. Il che non impedì, comunque, alcuna clamorose gaffe come il chiamare col nome proprio (Jinping) il presidente cinese Xi.
La sua nomina a inviato speciale della Ue pare essere solo un premio per il servilismo aggressivo verso la Nato prima e durante la guerra in Ucraina.
Fonte
Nella lettera inviata ai Ventisette stati membri della Ue, l’Alto rappresentante sottolinea che “gli ampi contatti” di Di Maio “con i Paesi del Golfo gli permetteranno di impegnarsi con gli attori rilevanti al livello appropriato“. Borrell, propone la nomina dell’ex ministro degli Esteri come rappresentante speciale “per un periodo iniziale di 21 mesi, dal primo giugno 2023 fino al 28 febbraio del 2025“.
La lettera di Borrell ha dato inizio alla fase di selezione dei candidati successiva a quella meramente tecnica, e questa ha visto l’ex ministro degli Esteri Di Maio superare i candidati concorrenti.
E qui delle due l’una: o gli altri candidati erano delle schiappe inguardabili oppure la Ue ha deciso che le relazioni con i paesi del Golfo, in fase di “sganciamento” dall’egemonia Usa, vanno verso il disastro e quindi è inutile impegnare personale di alto livello per cercare di raddrizzare la situazione.
La ratifica della nomina di Di Maio va vidimata dai 27 Stati membri. Le stesse fonti rimarcano che la decisione di nominare l’inviato Ue in regioni extra-Ue spetta in via esclusiva all’Alto rappresentante della politica estera e di sicurezza europea Borrell.
L’indicazione di Di Maio è la conferma che le classi dirigenti dei governi occidentali ormai non dispongono più di personale politico adeguato, ma solo di mezze figure e yes men. Quando nei mesi scorsi era circolato il nome di Di Maio molti avevano pensato ad una scherzo o ad una notizia di Lercio.it.
A quanto pare contro la nomina di Di Maio a inviato speciale della Ue per il Golfo ha protestato, purtroppo, solo la Lega. Più diplomaticamente il ministro degli Esteri Tajani ha affermato che “È una scelta legittima di Borrell, nelle sue facoltà di alto rappresentante Ue. Di Maio fu indicato da Draghi e non è il candidato del governo italiano“.
Le prestazioni di Di Maio come ministro degli Esteri vanno decisamente inserite nel registro dei disastri. Voci interne dalla Farnesina lo ricordano come assolutamente privo di idee proprie, ma almeno attento lettore dei “riassunti” preparati dagli staff prima di ogni incontro internazionale. Il che non impedì, comunque, alcuna clamorose gaffe come il chiamare col nome proprio (Jinping) il presidente cinese Xi.
La sua nomina a inviato speciale della Ue pare essere solo un premio per il servilismo aggressivo verso la Nato prima e durante la guerra in Ucraina.
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09/08/2022
La doppia morale guerrafondaia degli euroatlantici
Una nota organizzazione “filo Putin”, Amnesty International, ha duramente condannato Zelensky, perché usa i civili (ucraini) come scudi umani in guerra.
Draghi Letta e Meloni hanno ignorato questo fatto gravissimo, continuano a inviare armi in Ucraina e a fare i soldatini della NATO, blaterando di “democrazia” e “libertà”.
E a proposito di distinzione tra aggredito ed aggressore, il governo Draghi – tramite Di Maio – si è schierato brutalmente contro l’aggredito a Gaza e sfacciatamente a favore dell’aggressore israeliano. In questo caso i bambini uccisi sarebbero un “danno giustificabile”.
Questa è la sostanza della sporca politica dei due pesi e due misure, che fa odiare i governi dell’Occidente dalla grande maggioranza dell’umanità e che da noi è la bandiera di coloro che si definiscono “euroatlantici”. E che sono tutti i principali capi partito, da Conte a Letta a Meloni, ai loro alleati e cespugli.
È così sfacciatamente unita, questa casta euroatlantica, che nelle élites NATO si comincia ad ipotizzare un governo Draghi bis, con vicepresidenti Letta e Meloni. Chissà, se la guerra lo impone...
Ecco il primo vero spartiacque della politica italiana: da un lato gli euroatlantici con la loro doppia morale guerrafondaia. Dall’altro chi con orgoglio e senso di liberazione dice: per fortuna io non sono euroatlantico.
Grazie a Yana Ehm che ci ha fatto sapere questa vergogna della Farnesina.
Fonte
Draghi Letta e Meloni hanno ignorato questo fatto gravissimo, continuano a inviare armi in Ucraina e a fare i soldatini della NATO, blaterando di “democrazia” e “libertà”.
E a proposito di distinzione tra aggredito ed aggressore, il governo Draghi – tramite Di Maio – si è schierato brutalmente contro l’aggredito a Gaza e sfacciatamente a favore dell’aggressore israeliano. In questo caso i bambini uccisi sarebbero un “danno giustificabile”.
Questa è la sostanza della sporca politica dei due pesi e due misure, che fa odiare i governi dell’Occidente dalla grande maggioranza dell’umanità e che da noi è la bandiera di coloro che si definiscono “euroatlantici”. E che sono tutti i principali capi partito, da Conte a Letta a Meloni, ai loro alleati e cespugli.
È così sfacciatamente unita, questa casta euroatlantica, che nelle élites NATO si comincia ad ipotizzare un governo Draghi bis, con vicepresidenti Letta e Meloni. Chissà, se la guerra lo impone...
Ecco il primo vero spartiacque della politica italiana: da un lato gli euroatlantici con la loro doppia morale guerrafondaia. Dall’altro chi con orgoglio e senso di liberazione dice: per fortuna io non sono euroatlantico.
Grazie a Yana Ehm che ci ha fatto sapere questa vergogna della Farnesina.
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23/06/2022
Showdown a 5 Stelle
La scissione della corrente di Luigi di Maio dal Movimento 5 Stelle segna una tappa importante nella storia del cartello elettorale fondato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio. Certo, molti sostengono che si tratti, più che di una tappa, di un capolinea caratterizzato dallo showdown, dalla resa dei conti tra l’attuale leader del movimento, ed ex presidente del consiglio, Giuseppe Conte e il ministro degli esteri, Luigi Di Maio.
Su quest’ultimo aspetto bisogna andarci cauti, i cartelli elettorali non hanno un fine vita preciso basta ricordare che, dopo le dimissioni di Umberto Bossi, la Lega toccò i minimi storici per poi, qualche anno dopo, arrivare oltre il 35 per cento alle europee. C’è un piano di fluttuazione per i cartelli elettorali, si pensi al PD arrivato oltre il 40 per cento per poi dimezzarsi in poco tempo, del quale bisogna sempre tenere conto in una situazione sociale in continua mutazione che esprime il voto secondo criteri di opinione molto volatili. Sicuramente oggi è difficile scommettere sul Movimento 5 Stelle, o sulla forma che magari assumerà in futuro, visto che da anni è in dinamica centrifuga e, al momento, non si vede un gruppo dirigente in grado di sostituire quello storico che, nel frattempo, ha imboccato mille direzioni.
Ma il punto più importante, al momento, è sottolineare come la resa dei conti nel Movimento 5 Stelle non sia tanto uno scontro tra cordate attorno a un leader ma soprattutto l’espressione della crisi di un modello cartello elettorale, il catch-all-party, il partito che prende voti da destra e da sinistra, accelerata dalla velocità con quale i pentastellati si sono trasformati da elemento antisistemico in elemento sistemico.
E qui basta ricordare che appena cinque anni fa l’attuale ministro degli esteri, oggi draghiano, dichiarava che, una volta al governo, il Movimento 5 Stelle avrebbe promosso un referendum sulla permanenza o meno dell’Italia nell’euro. La velocità con la quale non solo Di Maio ma anche, da posizioni differenti, altri esponenti pentastellati hanno cambiato posizione suggerisce qualche riflessione. Il primo aspetto che balza agli occhi è che, di fronte alla prova del governo e quindi di una alta complessità sociale, il cartello elettorale a 5 stelle non solo non fosse efficacemente strutturato ma soprattutto fosse espressione di aspirazioni e interessi troppo differenti. Per fare un esempio: il Movimento 5 Stelle, alle elezioni del 2018, è stato sia il cartello elettorale più votato dagli operai che dai piccoli imprenditori. Si tratta di due mondi difficilmente conciliabili, meno che mai senza una linea politica innovativa chiara, e infatti il crollo di consenso in entrambi i settori è stato verticale. È venuto così meno lo slogan principale sul quale è stato costruito il cartello elettorale pentastellato: essere né di destra né di sinistra che significa, appunto, conciliare interessi differenti e sul piano pragmatico, quello delle cose da fare. E, francamente, quando si prendono voti da una parte consistente della società che vuole più stato, o comunque maggiore protezione sociale, e da un’altra che vuole più mercato, o comunque liberalizzazioni nei servizi, diventa molto difficile trovare il bandolo della matassa del governo e del consenso. Soprattutto quando il governo è subordinato, come accade da diversi lustri, alla governance politica e monetaria delle istituzioni europee e impone scadenze, politiche e allocazione delle risorse.
La resa dei conti nel Movimento 5 Stelle lascia tutti questi, e altri, problemi sul campo e pone qualche interrogativo sul futuro degli elementi che si sono scissi. La corrente Di Maio sta diventando il primo, in ordine di tempo, partito draghiano del paese. Vista la crisi sociale, e la scarsa capacità di governarla da parte di Draghi, c’è da chiedersi quale peso elettorale possa avere il nuovo soggetto. Il futuro del Movimento 5 Stelle guidato da Giuseppe Conte, invece, è tutto da capire e, se materialmente possibile, reinventare. Con una scissione tra due elementi che non sembrano avere immediata presa nell’elettorato, il Movimento 5 Stelle, se continua questa situazione, lascia scoperto un enorme spazio di rappresentanza praticamente alla vigilia della campagna elettorale delle politiche 2023. Un aspetto non da poco per un paese nel quale la sovrapposizione di più crisi (oggi economica, energetica, idrica e persino di modello sociale) è ormai diventata norma e non più stato di eccezione.
Fonte
Su quest’ultimo aspetto bisogna andarci cauti, i cartelli elettorali non hanno un fine vita preciso basta ricordare che, dopo le dimissioni di Umberto Bossi, la Lega toccò i minimi storici per poi, qualche anno dopo, arrivare oltre il 35 per cento alle europee. C’è un piano di fluttuazione per i cartelli elettorali, si pensi al PD arrivato oltre il 40 per cento per poi dimezzarsi in poco tempo, del quale bisogna sempre tenere conto in una situazione sociale in continua mutazione che esprime il voto secondo criteri di opinione molto volatili. Sicuramente oggi è difficile scommettere sul Movimento 5 Stelle, o sulla forma che magari assumerà in futuro, visto che da anni è in dinamica centrifuga e, al momento, non si vede un gruppo dirigente in grado di sostituire quello storico che, nel frattempo, ha imboccato mille direzioni.
Ma il punto più importante, al momento, è sottolineare come la resa dei conti nel Movimento 5 Stelle non sia tanto uno scontro tra cordate attorno a un leader ma soprattutto l’espressione della crisi di un modello cartello elettorale, il catch-all-party, il partito che prende voti da destra e da sinistra, accelerata dalla velocità con quale i pentastellati si sono trasformati da elemento antisistemico in elemento sistemico.
E qui basta ricordare che appena cinque anni fa l’attuale ministro degli esteri, oggi draghiano, dichiarava che, una volta al governo, il Movimento 5 Stelle avrebbe promosso un referendum sulla permanenza o meno dell’Italia nell’euro. La velocità con la quale non solo Di Maio ma anche, da posizioni differenti, altri esponenti pentastellati hanno cambiato posizione suggerisce qualche riflessione. Il primo aspetto che balza agli occhi è che, di fronte alla prova del governo e quindi di una alta complessità sociale, il cartello elettorale a 5 stelle non solo non fosse efficacemente strutturato ma soprattutto fosse espressione di aspirazioni e interessi troppo differenti. Per fare un esempio: il Movimento 5 Stelle, alle elezioni del 2018, è stato sia il cartello elettorale più votato dagli operai che dai piccoli imprenditori. Si tratta di due mondi difficilmente conciliabili, meno che mai senza una linea politica innovativa chiara, e infatti il crollo di consenso in entrambi i settori è stato verticale. È venuto così meno lo slogan principale sul quale è stato costruito il cartello elettorale pentastellato: essere né di destra né di sinistra che significa, appunto, conciliare interessi differenti e sul piano pragmatico, quello delle cose da fare. E, francamente, quando si prendono voti da una parte consistente della società che vuole più stato, o comunque maggiore protezione sociale, e da un’altra che vuole più mercato, o comunque liberalizzazioni nei servizi, diventa molto difficile trovare il bandolo della matassa del governo e del consenso. Soprattutto quando il governo è subordinato, come accade da diversi lustri, alla governance politica e monetaria delle istituzioni europee e impone scadenze, politiche e allocazione delle risorse.
La resa dei conti nel Movimento 5 Stelle lascia tutti questi, e altri, problemi sul campo e pone qualche interrogativo sul futuro degli elementi che si sono scissi. La corrente Di Maio sta diventando il primo, in ordine di tempo, partito draghiano del paese. Vista la crisi sociale, e la scarsa capacità di governarla da parte di Draghi, c’è da chiedersi quale peso elettorale possa avere il nuovo soggetto. Il futuro del Movimento 5 Stelle guidato da Giuseppe Conte, invece, è tutto da capire e, se materialmente possibile, reinventare. Con una scissione tra due elementi che non sembrano avere immediata presa nell’elettorato, il Movimento 5 Stelle, se continua questa situazione, lascia scoperto un enorme spazio di rappresentanza praticamente alla vigilia della campagna elettorale delle politiche 2023. Un aspetto non da poco per un paese nel quale la sovrapposizione di più crisi (oggi economica, energetica, idrica e persino di modello sociale) è ormai diventata norma e non più stato di eccezione.
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Rottamare la classe politica, “missione compiuta!”
Diciamo la verità. La scissione dei Cinque Stelle, con la fuoriuscita di Di Maio e altri 60 parlamentari, non ci ha sorpreso minimamente. I tempi della decisione, ovviamente, non potevamo saperli prima, ma la dinamica politica che ha prodotto la triturazione del “populismo grillino” era visibile da anni.
Bastava guardare senza il paraocchi dell’ideologia e inquadrare i tormenti della “classe politica” italiana all’interno dei processi europei, invece che come un fatto “tutto nazionale”.
Le elezioni politiche del marzo 2018 avevano fatto registrare il trionfo del “populismo”, quel confuso insieme di pulsioni sociali prive di progetto che trovava momentanea rappresentanza nei Cinque Stelle e nella Lega “nazionale” di Salvini.
Un trionfo che l’establishment “centrista e europeista” aveva provato immediatamente ad azzerare – non riuscendoci – con l’incarico esplorativo dato a Carlo Cottarelli. L’inguardabile “contratto” giallo-verde, che formalmente garantiva una maggioranza nel rispetto della democrazia parlamentare, rinviava di un anno il redde rationem.
L’estate del Papeete erodeva il pilastro leghista e consegnava così i grillini al “lavorìo” del pensiero unico, tra “condizionalità” indiscutibili e goffi tentativi di presentare la propria azioni in continuità con le premesse.
Frollati ben bene dalla compagnia del Pd, si arrivava poi al commissariamento della politica italiana, consegnando le chiavi di Palazzo Chigi all’ex presidente della Bce.
Nemmeno per un attimo è stato possibile interpretare il governo Draghi come una espressione autonoma della sbrindellata “borghesia italiana”. Ovvero come un “prodotto nazionale”, frutto di un equilibrio trovato anche in Parlamento.
A quanti non l’hanno ancora capito, ha provveduto lo stesso Mario Draghi a chiarirlo ieri, quando ha voluto spiegare perché proprio non poteva accettare di subordinare le sue scelte sull’invio delle armi in Ucraina al voto dell’aula, né ora né in futuro: «Impossibile: vorrebbe dire che il governo è commissariato dal Parlamento».
Diciamolo seriamente: questo è la logica da amministratore delegato di un’azienda (è stato in effetti anche vicepresidente di Goldman Sachs...). Ma in una democrazia parlamentare è un’affermazione golpista.
Se il baricentro del potere politico si sposta dal Parlamento (sintesi e rappresentanza della volontà popolare) all’Esecutivo, allora è quest’ultimo a commissariare il Parlamento. Ossia l’intera vita politica di un paese.
Perché la tripartizione dei poteri in un ordinamento liberale ha proprio questo tratto immodificabile: il governo è subordinato al Parlamento e agisce solo avendone la fiducia su ogni atto rilevante.
E non si conosce, a memoria umana, nessun atto più rilevante come quello della partecipazione o meno ad una guerra.
Guerra che non era ancora all’orizzonte quando Draghi – il 2 febbraio dell’anno scorso – ha ricevuto l’incarico di formare un governo. Ma già eravamo comunque in una “situazione di eccezione” – addirittura formalizzata con lo stato di emergenza – stretti tra la necessità di affrontare una pandemia che aveva fatto oltre 100mila morti e quella di affidare il Recovery Fund (ora concretizzato in PNRR) a mani più “consapevoli”.
Sulla pandemia, come sappiamo, si è lasciato correre il virus e “a chi tocca tocca, pazienza“.
Già allora era invece esplicito il ruolo che il governo Draghi assumeva rispetto alla “classe politica” italiana: “Il compito di Draghi è dunque almeno duplice: realizzare il ‘piano di riforme’ e creare un primo credibile nucleo della ‘classe politica’ che dovrà, dal 2023 in poi, gestire il nuovo ordine in questo Paese”.
Per fare questo “nucleo” – obbligatoriamente “centrista, europeista e atlantista”, visto il tipo di vincoli esterni posti dall’Unione Europea e dunque dalla borghesia multinazionale – bisognava sciogliere nell’acido quella “vecchia”, a partire dai due “ufo” partoriti dal malessere della piccola e media borghesia nazionale.
Di Maio & co. stanno collaborando attivamente a questo processo. Niente di più, niente di meno. Ma è inutile affannarsi – come fanno i media mainstream – dietro le dichiarazioni a pioggia, gli interessi individuali inconfessabili, le dietrologie fantasiose.
C’è semplicemente un piccolo blocco di parlamentari per caso, giunti al limite temporale della loro esperienza, privi da sempre di una visione realistica del mondo e dei poteri che lo abitano, privi perciò di un progetto politico che andasse oltre “onestà e legalità”, senza legami solidi con interessi sociali organizzati e riconoscibili.
Parlamentari che ora sperano di essere riciclati da poteri che hanno imparato a conoscere. E che sono al di là delle loro capacità. Tutti insieme appassionatamente, con gli altri cocci di Renzi, Calenda, Casini, e via assommando frantumi.
L’aspetto quasi paradossale è che sono stati proprio loro tra i protagonisti di una riforma costituzionale che ha ristretto la rappresentanza politica – solo 400 deputati e 200 senatori – facendo un favore immenso ai “centralizzatori” che non hanno mai tollerato l’idea che “il governo sia commissariato dal Parlamento”.
Ovvero a quelli che non sopportano la normale democrazia liberale... Insomma, il Parlamento è stato davvero aperto “come una scatoletta di tonno”. Ma da Draghi e dal capitale europeo, non certo dai grillini.
Se vogliamo trovare delle similitudini in Europa, quella in corso da cinque anni in Italia è una versione pasticciata della macronie, ossia del tentativo di far convergere “al centro” – europeista e liberista, of course – tutta la dialettica politica, centralizzandola nelle mani di alcuni “affidatari” e “tagliando le estreme” (destra e sinistra).
Proprio la Francia ci dice però che questo processo-progetto incontra resistenze popolari, equamente ripartite tra ignobili (la destra di Marine Le Pen) e classicamente di sinistra (La France Insoumise, cuore e motore della coalizione Nupes, giunta a un passo dal guadagnare la maggioranza).
Perché, per quanto possano essere seppellite dalla “narrazione” mediatica h24, le politiche concrete che quel potere “centrista” attua sono tutte univocamente dirette a peggiorare le condizioni di vita della popolazione, a cominciare dai livelli salariali, da pensioni, scuola, sanità, casa, ecc.
Politiche da “economia di guerra”, ma che sono in atto da ben prima che la guerra vera e propria bussasse alle porte di una Unione Europea tutta concentrata sul come far arricchire di più i settori imprenditoriali più ricchi e “internazionalizzati”.
Proprio la Francia, in conclusione, ci indica una possibile via d’uscita dalla morsa del potere. Certo, non è una strada che preveda la possibilità di restarsene in casa a bestemmiare su una tastiera...
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Bastava guardare senza il paraocchi dell’ideologia e inquadrare i tormenti della “classe politica” italiana all’interno dei processi europei, invece che come un fatto “tutto nazionale”.
Le elezioni politiche del marzo 2018 avevano fatto registrare il trionfo del “populismo”, quel confuso insieme di pulsioni sociali prive di progetto che trovava momentanea rappresentanza nei Cinque Stelle e nella Lega “nazionale” di Salvini.
Un trionfo che l’establishment “centrista e europeista” aveva provato immediatamente ad azzerare – non riuscendoci – con l’incarico esplorativo dato a Carlo Cottarelli. L’inguardabile “contratto” giallo-verde, che formalmente garantiva una maggioranza nel rispetto della democrazia parlamentare, rinviava di un anno il redde rationem.
L’estate del Papeete erodeva il pilastro leghista e consegnava così i grillini al “lavorìo” del pensiero unico, tra “condizionalità” indiscutibili e goffi tentativi di presentare la propria azioni in continuità con le premesse.
Frollati ben bene dalla compagnia del Pd, si arrivava poi al commissariamento della politica italiana, consegnando le chiavi di Palazzo Chigi all’ex presidente della Bce.
Nemmeno per un attimo è stato possibile interpretare il governo Draghi come una espressione autonoma della sbrindellata “borghesia italiana”. Ovvero come un “prodotto nazionale”, frutto di un equilibrio trovato anche in Parlamento.
A quanti non l’hanno ancora capito, ha provveduto lo stesso Mario Draghi a chiarirlo ieri, quando ha voluto spiegare perché proprio non poteva accettare di subordinare le sue scelte sull’invio delle armi in Ucraina al voto dell’aula, né ora né in futuro: «Impossibile: vorrebbe dire che il governo è commissariato dal Parlamento».
Diciamolo seriamente: questo è la logica da amministratore delegato di un’azienda (è stato in effetti anche vicepresidente di Goldman Sachs...). Ma in una democrazia parlamentare è un’affermazione golpista.
Se il baricentro del potere politico si sposta dal Parlamento (sintesi e rappresentanza della volontà popolare) all’Esecutivo, allora è quest’ultimo a commissariare il Parlamento. Ossia l’intera vita politica di un paese.
Perché la tripartizione dei poteri in un ordinamento liberale ha proprio questo tratto immodificabile: il governo è subordinato al Parlamento e agisce solo avendone la fiducia su ogni atto rilevante.
E non si conosce, a memoria umana, nessun atto più rilevante come quello della partecipazione o meno ad una guerra.
Guerra che non era ancora all’orizzonte quando Draghi – il 2 febbraio dell’anno scorso – ha ricevuto l’incarico di formare un governo. Ma già eravamo comunque in una “situazione di eccezione” – addirittura formalizzata con lo stato di emergenza – stretti tra la necessità di affrontare una pandemia che aveva fatto oltre 100mila morti e quella di affidare il Recovery Fund (ora concretizzato in PNRR) a mani più “consapevoli”.
Sulla pandemia, come sappiamo, si è lasciato correre il virus e “a chi tocca tocca, pazienza“.
Già allora era invece esplicito il ruolo che il governo Draghi assumeva rispetto alla “classe politica” italiana: “Il compito di Draghi è dunque almeno duplice: realizzare il ‘piano di riforme’ e creare un primo credibile nucleo della ‘classe politica’ che dovrà, dal 2023 in poi, gestire il nuovo ordine in questo Paese”.
Per fare questo “nucleo” – obbligatoriamente “centrista, europeista e atlantista”, visto il tipo di vincoli esterni posti dall’Unione Europea e dunque dalla borghesia multinazionale – bisognava sciogliere nell’acido quella “vecchia”, a partire dai due “ufo” partoriti dal malessere della piccola e media borghesia nazionale.
Di Maio & co. stanno collaborando attivamente a questo processo. Niente di più, niente di meno. Ma è inutile affannarsi – come fanno i media mainstream – dietro le dichiarazioni a pioggia, gli interessi individuali inconfessabili, le dietrologie fantasiose.
C’è semplicemente un piccolo blocco di parlamentari per caso, giunti al limite temporale della loro esperienza, privi da sempre di una visione realistica del mondo e dei poteri che lo abitano, privi perciò di un progetto politico che andasse oltre “onestà e legalità”, senza legami solidi con interessi sociali organizzati e riconoscibili.
Parlamentari che ora sperano di essere riciclati da poteri che hanno imparato a conoscere. E che sono al di là delle loro capacità. Tutti insieme appassionatamente, con gli altri cocci di Renzi, Calenda, Casini, e via assommando frantumi.
L’aspetto quasi paradossale è che sono stati proprio loro tra i protagonisti di una riforma costituzionale che ha ristretto la rappresentanza politica – solo 400 deputati e 200 senatori – facendo un favore immenso ai “centralizzatori” che non hanno mai tollerato l’idea che “il governo sia commissariato dal Parlamento”.
Ovvero a quelli che non sopportano la normale democrazia liberale... Insomma, il Parlamento è stato davvero aperto “come una scatoletta di tonno”. Ma da Draghi e dal capitale europeo, non certo dai grillini.
Se vogliamo trovare delle similitudini in Europa, quella in corso da cinque anni in Italia è una versione pasticciata della macronie, ossia del tentativo di far convergere “al centro” – europeista e liberista, of course – tutta la dialettica politica, centralizzandola nelle mani di alcuni “affidatari” e “tagliando le estreme” (destra e sinistra).
Proprio la Francia ci dice però che questo processo-progetto incontra resistenze popolari, equamente ripartite tra ignobili (la destra di Marine Le Pen) e classicamente di sinistra (La France Insoumise, cuore e motore della coalizione Nupes, giunta a un passo dal guadagnare la maggioranza).
Perché, per quanto possano essere seppellite dalla “narrazione” mediatica h24, le politiche concrete che quel potere “centrista” attua sono tutte univocamente dirette a peggiorare le condizioni di vita della popolazione, a cominciare dai livelli salariali, da pensioni, scuola, sanità, casa, ecc.
Politiche da “economia di guerra”, ma che sono in atto da ben prima che la guerra vera e propria bussasse alle porte di una Unione Europea tutta concentrata sul come far arricchire di più i settori imprenditoriali più ricchi e “internazionalizzati”.
Proprio la Francia, in conclusione, ci indica una possibile via d’uscita dalla morsa del potere. Certo, non è una strada che preveda la possibilità di restarsene in casa a bestemmiare su una tastiera...
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22/06/2022
La fine dei cinque stelle
Di Maio ha guidato la scissione del M5S, accusandolo di non essere sufficientemente euroatlantico. Conte ed i suoi hanno sdegnosamente respinto le parole di Di Maio, affermando che sono euroatlantici come lui.
Nel frattempo tutti hanno votato per Draghi, che manderà armi come e più di prima, senza altre rotture di scatole parlamentari. Quelli che chiedevano lo stop all’invio lo hanno rivotato.
Intanto Grillo scriveva proclami che sembravano la caricatura dei discorsi del santone della montagna.
Il M5S ha raccolto una grande speranza di cambiamento popolare e l’ha buttata nel cesso, promuovendo una classe politica trasformista, opportunista e legata a filo doppio a quel potere che proclamava di rovesciare.
Hanno fatto danno alla democrazia, perché tante persone che hanno creduto in loro, ora saranno ancora più convinte che in realtà non si possa fare niente.
Dopo il PD, che ha usurpato il campo della sinistra impiantandovi NATO e Confindustria, il M5S ha devastato quello del cambiamento, insediandovi il più sfacciato attaccamento alle poltrone di governo.
Oggi più che mai è necessaria un’alternativa a questo sistema sempre più ingiusto e guerrafondaio, la fine dei cinque stelle sarà un piccolo aiuto a capire cosa non fare, cosa non diventare.
Fonte
Nel frattempo tutti hanno votato per Draghi, che manderà armi come e più di prima, senza altre rotture di scatole parlamentari. Quelli che chiedevano lo stop all’invio lo hanno rivotato.
Intanto Grillo scriveva proclami che sembravano la caricatura dei discorsi del santone della montagna.
Il M5S ha raccolto una grande speranza di cambiamento popolare e l’ha buttata nel cesso, promuovendo una classe politica trasformista, opportunista e legata a filo doppio a quel potere che proclamava di rovesciare.
Hanno fatto danno alla democrazia, perché tante persone che hanno creduto in loro, ora saranno ancora più convinte che in realtà non si possa fare niente.
Dopo il PD, che ha usurpato il campo della sinistra impiantandovi NATO e Confindustria, il M5S ha devastato quello del cambiamento, insediandovi il più sfacciato attaccamento alle poltrone di governo.
Oggi più che mai è necessaria un’alternativa a questo sistema sempre più ingiusto e guerrafondaio, la fine dei cinque stelle sarà un piccolo aiuto a capire cosa non fare, cosa non diventare.
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20/03/2022
La Russia bastona il governo italiano. La reazione è da “Vispa Teresa”
Il direttore del dipartimento europeo del ministero degli Esteri russo, Alexei Paramonov, in una intervista all’agenzia Ria Novosti, ha avuto parole dure contro il governo italiano accusandolo di “aver dimenticato trattati, accordi e la natura speciale dei nostri legami” sull’onda dell'”isteria anti-russa”. Dito puntato soprattutto sul ministro della Difesa italiano Guerini accusato di avere chiesto aiuto alla Russia nei giorni drammatici della crisi pandemica e di esser diventato poi un “falco anti russo”.
L’alto funzionario di Mosca ha ricordato gli aiuti forniti dalla Russia all’Italia nei giorni dell’emergenza pandemica e minaccia un cambio di atteggiamento sul fronte delle forniture di gas se l’Italia dovesse continuare ad appoggiare le sanzioni decise dall’occidente dopo l’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca.
E poi ha aggiunto che “Le sanzioni non sono una nostra scelta. Non vorremmo che la logica del ministro dell’Economia francese Bruno Le Maire, che ha dichiarato la “una guerra totale finanziaria ed economica” alla Russia, trovasse seguaci in Italia e provocasse una serie di conseguenze irreversibili”. Infine ha evocato l’avvertimento più temuto: “l’Italia dipende dalla Russia per il 40% del suo fabbisogno di gas, ma le cose potrebbero cambiare nel caso in cui il nostro Paese confermasse la sua linea dura”.
Nel pomeriggio, la Farnesina ha replicato definendo quelle di Paramonov “dichiarazioni minacciose”. A questa si è aggiunto lo stesso Draghi che ha espresso “piena solidarietà” al ministro Guerini definendo “inaccettabili” le parole che arrivano da Mosca. “Esprimo piena solidarietà al Ministro della Difesa vittima di attacchi da parte del Governo russo – dice Draghi – il paragone tra l’invasione dell’Ucraina e la crisi pandemica in Italia è particolarmente odioso e inaccettabile. Guerini e le forze armate sono in prima linea per difendere la sicurezza e la libertà degli italiani. A loro va il più sentito ringraziamento del Governo e mio personale”.
Fin qui un prevedibile botta e risposta, anche se viene da precisare a Draghi perchè mai le forze armate italiane dovrebbero andare in guerra lontano dai confini e già sono disseminate in Africa e Medio Oriente. Ma al di là delle cronache, visto che il governo Draghi ci sta trascinando in guerra e nella recessione economica, la questione merita qualche considerazione in più.
1) In primo luogo dobbiamo chiederci – ma anche risponderci – se ormai siamo finiti in mano al governo della “Vispa Teresa”.
2) Come potevano pensare Draghi, Di Maio, Guerini che le scelte di emettere le sanzioni e inviare armi contro la Russia sul fronte della guerra in Ucraina sarebbero rimaste senza conseguenze?
3) Se il governo italiano ha un minimo di buonsenso, cosa aspetta a “destinare ad altre funzioni” o mettere la museruola al ministro degli Esteri Di Maio che sembra confondere la politica estera con il bar dello sport? Possibile che nessuno abbia spiegato a Di Maio che il suo ministero, in casi come questi, è uno dei più delicati e che l’uso ponderato delle parole e del linguaggio è decisivo nella diplomazia e nelle relazioni internazionali?
4) Se un governo adotta sanzioni contro un altro governo, invia armi per combatterlo e i suoi ministri ne insultano sguaiatamente il presidente, perché mai sorprendersi se quello comincia a iscriverti tra i paesi “ostili” e non più tra gli “interlocutori”?
Infine, ma questa non è più una domanda, l’Italia nel XXI Secolo è già riuscita a dilapidare il suo patrimonio di credibilità e interlocuzione con il mondo arabo/mediterraneo accumulato nei quaranta anni precedenti (e con risultati importanti).
Oggi l’Italia viene percepita in un mondo fino a ieri ben disposto né più né meno che come una qualsiasi altra arrogante – ma più debole – potenza occidentale. Motivo per cui non è riuscita ad avere alcun ruolo neanche nella Libia che ha contribuito a destabilizzare con il tradimento del Trattato di amicizia e i bombardamenti nel 2011. Spedire soldati in giro in decine di missioni militari in Africa e Medio Oriente, non sta facendo affatto recuperare credibilità, al contrario.
Con una politica estera di totale allineamento all’Unione Europea e alla Nato, l’Italia non riesce neanche a comprendere che il mondo è cambiato, che il mondo è assai più vasto di Europa e Stati Uniti e che gli spazi di autonomia diplomatica giocati in passato si sono paurosamente assottigliati.
Invertendo questa tendenza all’insipienza e alla subalternità, si potrebbero ricostruire molte interlocuzioni nel mondo, e soprattutto se si guarda ad un mondo più vasto ma inevitabilmente diverso da quello occidentale.
Ma in tal caso il primo atto dovuto da fare è quello di rimuovere il ministro Di Maio da un ruolo così rilevante e sostituirlo anche con l’ultimo impiegato della Farnesina con dieci anni di servizio. Avrebbe maggiore senso di responsabilità e del proprio ruolo.
Fonte
L’alto funzionario di Mosca ha ricordato gli aiuti forniti dalla Russia all’Italia nei giorni dell’emergenza pandemica e minaccia un cambio di atteggiamento sul fronte delle forniture di gas se l’Italia dovesse continuare ad appoggiare le sanzioni decise dall’occidente dopo l’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca.
E poi ha aggiunto che “Le sanzioni non sono una nostra scelta. Non vorremmo che la logica del ministro dell’Economia francese Bruno Le Maire, che ha dichiarato la “una guerra totale finanziaria ed economica” alla Russia, trovasse seguaci in Italia e provocasse una serie di conseguenze irreversibili”. Infine ha evocato l’avvertimento più temuto: “l’Italia dipende dalla Russia per il 40% del suo fabbisogno di gas, ma le cose potrebbero cambiare nel caso in cui il nostro Paese confermasse la sua linea dura”.
Nel pomeriggio, la Farnesina ha replicato definendo quelle di Paramonov “dichiarazioni minacciose”. A questa si è aggiunto lo stesso Draghi che ha espresso “piena solidarietà” al ministro Guerini definendo “inaccettabili” le parole che arrivano da Mosca. “Esprimo piena solidarietà al Ministro della Difesa vittima di attacchi da parte del Governo russo – dice Draghi – il paragone tra l’invasione dell’Ucraina e la crisi pandemica in Italia è particolarmente odioso e inaccettabile. Guerini e le forze armate sono in prima linea per difendere la sicurezza e la libertà degli italiani. A loro va il più sentito ringraziamento del Governo e mio personale”.
Fin qui un prevedibile botta e risposta, anche se viene da precisare a Draghi perchè mai le forze armate italiane dovrebbero andare in guerra lontano dai confini e già sono disseminate in Africa e Medio Oriente. Ma al di là delle cronache, visto che il governo Draghi ci sta trascinando in guerra e nella recessione economica, la questione merita qualche considerazione in più.
1) In primo luogo dobbiamo chiederci – ma anche risponderci – se ormai siamo finiti in mano al governo della “Vispa Teresa”.
2) Come potevano pensare Draghi, Di Maio, Guerini che le scelte di emettere le sanzioni e inviare armi contro la Russia sul fronte della guerra in Ucraina sarebbero rimaste senza conseguenze?
3) Se il governo italiano ha un minimo di buonsenso, cosa aspetta a “destinare ad altre funzioni” o mettere la museruola al ministro degli Esteri Di Maio che sembra confondere la politica estera con il bar dello sport? Possibile che nessuno abbia spiegato a Di Maio che il suo ministero, in casi come questi, è uno dei più delicati e che l’uso ponderato delle parole e del linguaggio è decisivo nella diplomazia e nelle relazioni internazionali?
4) Se un governo adotta sanzioni contro un altro governo, invia armi per combatterlo e i suoi ministri ne insultano sguaiatamente il presidente, perché mai sorprendersi se quello comincia a iscriverti tra i paesi “ostili” e non più tra gli “interlocutori”?
Infine, ma questa non è più una domanda, l’Italia nel XXI Secolo è già riuscita a dilapidare il suo patrimonio di credibilità e interlocuzione con il mondo arabo/mediterraneo accumulato nei quaranta anni precedenti (e con risultati importanti).
Oggi l’Italia viene percepita in un mondo fino a ieri ben disposto né più né meno che come una qualsiasi altra arrogante – ma più debole – potenza occidentale. Motivo per cui non è riuscita ad avere alcun ruolo neanche nella Libia che ha contribuito a destabilizzare con il tradimento del Trattato di amicizia e i bombardamenti nel 2011. Spedire soldati in giro in decine di missioni militari in Africa e Medio Oriente, non sta facendo affatto recuperare credibilità, al contrario.
Con una politica estera di totale allineamento all’Unione Europea e alla Nato, l’Italia non riesce neanche a comprendere che il mondo è cambiato, che il mondo è assai più vasto di Europa e Stati Uniti e che gli spazi di autonomia diplomatica giocati in passato si sono paurosamente assottigliati.
Invertendo questa tendenza all’insipienza e alla subalternità, si potrebbero ricostruire molte interlocuzioni nel mondo, e soprattutto se si guarda ad un mondo più vasto ma inevitabilmente diverso da quello occidentale.
Ma in tal caso il primo atto dovuto da fare è quello di rimuovere il ministro Di Maio da un ruolo così rilevante e sostituirlo anche con l’ultimo impiegato della Farnesina con dieci anni di servizio. Avrebbe maggiore senso di responsabilità e del proprio ruolo.
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01/04/2021
Di Maio precisa: “Non abbiamo votato contro Cuba”. L’indignazione ha prodotto risultati
Sulle polemiche di questi giorni in Italia relative alle sanzioni verso Cuba, è dovuto intervenire il ministro degli Esteri Luigi Di Maio. “L’ultima volta che alle Nazioni Unite si è votato sul rinnovo delle sanzioni per Cuba è stato nel 2019 e l’Italia vota per la rimozione di queste sanzioni”, ha detto Di Maio nel corso del suo intervento davanti alle commissioni esteri di Camera e Senato.
Nei giorni scorsi, alcuni sostengono addirittura a causa di un articolo sul nostro giornale diventato virale, è dilagata nel nostro paese una vera e propria ondata di indignazione contro la posizione sostenuta dalla rappresentanza italiana al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite a Ginevra.
“Nelle ultime settimane – ha precisato Di Maio – si è votato per una risoluzione presentata dai paesi non allineati che chiedeva di abolire lo strumento delle sanzioni come strumento in sé, non per Cuba, per tutto il mondo, di non accettare più lo strumento sanzionatorio come uno degli strumenti a disposizione delle reazioni dei singoli stati o delle organizzazioni sovranazionali”.
Da quanto si è potuto leggere, la risoluzione presentata da Cina, Palestina e Azerbaijan al Consiglio delle Nazioni per i Diritti Umani: “esorta vivamente tutti gli Stati ad astenersi dall’imporre misure coercitive unilaterali, sollecita inoltre la rimozione di tali misure, in quanto contrarie alla Carta e alle norme e principi che regolano le relazioni pacifiche tra gli Stati a tutti i livelli, e ricorda che tali misure impediscono la piena realizzazione dello sviluppo economico e sociale delle nazioni influendo anche sulla piena realizzazione dei diritti umani”.
Su questo Di Maio ha affermato: “Credo che siamo tutti d’accordo che si tratta di una generalizzazione che non si può accettare. Possiamo dunque chiarire che l’Italia non ha votato a favore delle sanzioni per Cuba e che siamo molto grati a Cuba come a tanti altri paesi per il supporto che ci hanno dato un anno fa in questo periodo”.
Una precisazione interessante quella del ministro degli Esteri Di Maio. A questo punto appare doveroso segnalare alcuni aspetti importanti.
1) La risoluzione contro l’uso delle sanzioni unilaterali presentata al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite da Cina, Palestina e Azerbaijan fa un discorso generale sull’uso punitivo e discriminatorio di questo strumento. I principali paesi sottoposti a sanzioni sono Siria, Iran ma anche Cuba e Venezuela. Dunque non un singolo target ma comunque paesi che gli Usa da tempo hanno inserito in una sorta di “black list” e contro cui si accaniscono con le sanzioni. Anzi con la pretesa di internazionalizzare anche le sanzioni unilaterali, minacciando così anche i paesi che non adottano le sanzioni contro quelli sulla “black list” di essere sanzionati a loro volta dagli Stati Uniti. Insomma è vero che viene sollevato il problema in termini “generalizzati” ma dentro una situazione in cui ci sono sempre e solo alcuni paesi ad essere sottoposti a sanzioni da parte degli Usa e dei suoi alleati.
2) L’ondata di indignazione che si è sollevata in Italia alla notizia che il governo italiano aveva votato contro la risoluzione che chiede sospensione delle sanzioni unilaterali verso alcuni paesi – tra cui Cuba – è stata talmente forte che il governo è stato costretto a rispondere e a precisare. È però anche un indicatore formidabile della simpatia, del rispetto e della solidarietà di cui Cuba gode nel nostro paese, sentimenti che l’intervento di solidarietà delle brigate mediche cubani nella prima fase della pandemia ha indubbiamente esteso e rafforzato.
Infine il Ministro Di Maio ha dovuto riconoscere la gratitudine a Cuba per la solidarietà portata all’Italia nei momenti peggiori della pandemia di Covid e ricordare che nel 2019 l’Italia ha votato contro il blocco Usa verso Cuba.
Augurandoci che la pezza non sia peggiore del buco, vogliamo augurarci che tali precisazioni indichino un atteggiamento che verrà mantenuto anche nel 2021, nonostante l’ubriacatura di subordinazione agli Usa che sembra pervadere gli ambiti decisionali nel nostro paese. E che soprattutto non consenta più al governo italiano di procedere con leggerezza e subalternità ad una scelta estrema come le sanzioni verso altri paesi e popoli.
Perché dunque continuare a mantenere sanzioni contro paesi che non hanno fatto nulla di male al nostro e che, al contrario, avrebbero bisogno di sostegno per far fronte alle emergenze sociali ed umanitarie (guerre, embarghi, pandemia, occupazioni) alle quale spesso si aggiungono vendicativamente anche le sanzioni, solo perchè non sono subalterni ai diktat degli Stati Uniti? La posta in gioco non riguarda solo un paese che merita il rispetto del mondo come Cuba, ma anche altri paesi ed altri popoli.
Fonte
Nei giorni scorsi, alcuni sostengono addirittura a causa di un articolo sul nostro giornale diventato virale, è dilagata nel nostro paese una vera e propria ondata di indignazione contro la posizione sostenuta dalla rappresentanza italiana al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite a Ginevra.
“Nelle ultime settimane – ha precisato Di Maio – si è votato per una risoluzione presentata dai paesi non allineati che chiedeva di abolire lo strumento delle sanzioni come strumento in sé, non per Cuba, per tutto il mondo, di non accettare più lo strumento sanzionatorio come uno degli strumenti a disposizione delle reazioni dei singoli stati o delle organizzazioni sovranazionali”.
Da quanto si è potuto leggere, la risoluzione presentata da Cina, Palestina e Azerbaijan al Consiglio delle Nazioni per i Diritti Umani: “esorta vivamente tutti gli Stati ad astenersi dall’imporre misure coercitive unilaterali, sollecita inoltre la rimozione di tali misure, in quanto contrarie alla Carta e alle norme e principi che regolano le relazioni pacifiche tra gli Stati a tutti i livelli, e ricorda che tali misure impediscono la piena realizzazione dello sviluppo economico e sociale delle nazioni influendo anche sulla piena realizzazione dei diritti umani”.
Su questo Di Maio ha affermato: “Credo che siamo tutti d’accordo che si tratta di una generalizzazione che non si può accettare. Possiamo dunque chiarire che l’Italia non ha votato a favore delle sanzioni per Cuba e che siamo molto grati a Cuba come a tanti altri paesi per il supporto che ci hanno dato un anno fa in questo periodo”.
Una precisazione interessante quella del ministro degli Esteri Di Maio. A questo punto appare doveroso segnalare alcuni aspetti importanti.
1) La risoluzione contro l’uso delle sanzioni unilaterali presentata al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite da Cina, Palestina e Azerbaijan fa un discorso generale sull’uso punitivo e discriminatorio di questo strumento. I principali paesi sottoposti a sanzioni sono Siria, Iran ma anche Cuba e Venezuela. Dunque non un singolo target ma comunque paesi che gli Usa da tempo hanno inserito in una sorta di “black list” e contro cui si accaniscono con le sanzioni. Anzi con la pretesa di internazionalizzare anche le sanzioni unilaterali, minacciando così anche i paesi che non adottano le sanzioni contro quelli sulla “black list” di essere sanzionati a loro volta dagli Stati Uniti. Insomma è vero che viene sollevato il problema in termini “generalizzati” ma dentro una situazione in cui ci sono sempre e solo alcuni paesi ad essere sottoposti a sanzioni da parte degli Usa e dei suoi alleati.
2) L’ondata di indignazione che si è sollevata in Italia alla notizia che il governo italiano aveva votato contro la risoluzione che chiede sospensione delle sanzioni unilaterali verso alcuni paesi – tra cui Cuba – è stata talmente forte che il governo è stato costretto a rispondere e a precisare. È però anche un indicatore formidabile della simpatia, del rispetto e della solidarietà di cui Cuba gode nel nostro paese, sentimenti che l’intervento di solidarietà delle brigate mediche cubani nella prima fase della pandemia ha indubbiamente esteso e rafforzato.
Infine il Ministro Di Maio ha dovuto riconoscere la gratitudine a Cuba per la solidarietà portata all’Italia nei momenti peggiori della pandemia di Covid e ricordare che nel 2019 l’Italia ha votato contro il blocco Usa verso Cuba.
Augurandoci che la pezza non sia peggiore del buco, vogliamo augurarci che tali precisazioni indichino un atteggiamento che verrà mantenuto anche nel 2021, nonostante l’ubriacatura di subordinazione agli Usa che sembra pervadere gli ambiti decisionali nel nostro paese. E che soprattutto non consenta più al governo italiano di procedere con leggerezza e subalternità ad una scelta estrema come le sanzioni verso altri paesi e popoli.
Perché dunque continuare a mantenere sanzioni contro paesi che non hanno fatto nulla di male al nostro e che, al contrario, avrebbero bisogno di sostegno per far fronte alle emergenze sociali ed umanitarie (guerre, embarghi, pandemia, occupazioni) alle quale spesso si aggiungono vendicativamente anche le sanzioni, solo perchè non sono subalterni ai diktat degli Stati Uniti? La posta in gioco non riguarda solo un paese che merita il rispetto del mondo come Cuba, ma anche altri paesi ed altri popoli.
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25/03/2021
Vertice Nato. Sancite le “guerre possibili in tempo di pace”
Guerre in tempo di pace. Sembra un ossimoro, ma in realtà è la nuova dottrina che si va imponendo nelle relazioni internazionali viste dagli imperialismi occidentali. La dottrina ruota intorno al concetto di “Guerre Ibride”, cioè combattute con strumenti non solo militari.
L’obiettivo è quello di danneggiare le infrastrutture e la vita economica e civile del nemico “con ogni mezzo necessario” (dalle incursioni informatiche a qualche missile convenzionale, dalle campagne mediatiche agli omicidi mirati). In pratica si tratta di rendere possibili le guerre e i loro obiettivi anche senza il ricorso ad armi nucleari, che renderebbero i conflitti un gioco a somma a zero per tutti i soggetti coinvolti.
Uno scenario decisamente inquietante ma che ci dà la cifra della fase storica in cui siamo entrati.
I ministri degli Esteri della Nato riuniti a Bruxelles, cercando di ritrovare l’intesa interrotta dall’era Trump, hanno adottato una dichiarazione congiunta, nella quale ribadiscono che la partnership transatlantica rimane la “pietra angolare della difesa collettiva”, centrale per la coesione politica e un “pilastro essenziale” dell’ordine internazionale.
“La Nato è il fondamento della nostra difesa collettiva: insieme riaffermiamo il nostro solenne impegno nei confronti del Trattato di Washington, compreso che un attacco contro un Alleato sarà considerato un attacco contro tutti noi, come sancito dall’articolo 5″, è scritto – significativamente – al primo punto della dichiarazione congiunta.
“In risposta a un ambiente di sicurezza più pericoloso e imprevedibile, stiamo rafforzando considerevolmente le capacità di deterrenza e difesa, posizione e resilienza della Nato, sostenute da sette anni consecutivi di crescenti spese per la difesa, forze più capaci e pronte, dispiegamenti significativi in missioni e operazioni e impegno più profondo con i partner”.
Trova così conferma quanto abbiamo scritto nei giorni scorsi sia sull’aumento delle spese militari nei paesi membri della Nato, sia di come anche in Italia le spese militari siano aumentate di 1,6 miliardi di euro rispetto all’anno precedente. L’austerità, in questo campo, non esiste...
La soddisfazione degli Stati Uniti per l’allineamento dei paesi alleati all’aumento delle spese militari in ambito Nato (richiesta avanzata da tempo dalle amministrazioni Usa e usata come una clava da Trump, ndr), emerge dal passaggio successivo della risoluzione:
“Stiamo compiendo buoni progressi verso una più equa ripartizione degli oneri transatlantici; accogliamo con favore gli sforzi compiuti da tutti gli alleati in Europa e Nord America che contribuiscono alla nostra indivisibile sicurezza. Dobbiamo fare e faremo di più”, è scritto nel documento approvato, indicando poi che “la Nato continuerà ad adattarsi”.
“Dobbiamo affrontare minacce crescenti e concorrenza sistemica. Le azioni aggressive della Russia costituiscono una minaccia per la sicurezza euro-atlantica; il terrorismo in tutte le sue forme e manifestazioni rimane una minaccia persistente per tutti noi”.
Sulla cosiddetta cybersicurezza, invece si entra direttamente nel campo di quelle che ormai vengono definite “Guerre Ibride”, una definizione molto elastica che ormai modula le possibili guerre su un ventaglio amplissimo di opzioni.
Come sottolineato da un recente studio IAI per il Parlamento italiano, uno dei problemi principali della difesa cibernetica è “la difficoltà nel distinguere una situazione di pace da una di crisi o di conflitto, data la capacità dell’attaccante di nascondere la paternità degli attacchi condotti – o addirittura l’evento stesso. Una caratteristica purtroppo sempre più diffusa in un quadro strategico internazionale che vede una sorta di permanente ‘guerra in tempo di pace’”.
La newsletter Affari Internazionali segnala come nel 2020, di fronte a questa situazione, che ha visto anche il moltiplicarsi di attacchi cibernetici durante la prima ondata di Covid-19, il Consiglio Nord Atlantico abbia riaffermato che i Paesi membri sono determinati a usare non solo capacità cyber ma anche aeree, marittime o terrestri per dissuadere un attacco cibernetico, difendersi da esso e contrastarlo, considerando quindi tutti i domini operativi in modo integrato ai fini della deterrenza e difesa.
Vergognoso, ma non certo sorprendente, quanto dichiarato dal ministro degli Esteri Di Maio, al termine del vertice Nato di Bruxelles, il quale ha ribadito la “piena convinzione dell’Italia nei valori atlantici”. “In questo momento particolare per l’Italia e per l’Europa”, secondo Di Maio, “lavorare a quelle che sono le ‘nuove minacce’ che arrivano dall’esterno è fondamentale”.
Il ministro degli Esteri Di Maio ha spiegato che il progetto Nato 2030 è stato al centro dei lavori del vertice di Bruxelles al fine di far “evolvere una serie di strumenti per affrontare nuove minacce come quelle legate alla cybersicurezza, ma anche al cambiamento climatico”.
Ma su quest’ultimo è bene sbarazzare i campo delle illusioni, non si tratta certo di una accresciuta sensibilità ecologica. Per Di Maio e per la Nato, infatti, “Lo scioglimento dei ghiacciai sta provocando uno stravolgimento degli assetti geostrategici, evidenziando che la creazione di nuove rotte può mettere a rischio la sicurezza della Nato”.
Il rendere nuovamente possibili e compatibili le “guerre in tempo di pace”, è forse il segnale più inquietante che ci restituisce questa fase della crisi di civilizzazione del capitalismo. La classe dirigente italiana ha la piena responsabilità di portare il paese dentro questo scenario.
Ed a questa responsabilità dovremo inchiodarla cercando in ogni modo di portare il nostro ed altri paesi fuori dalle gabbie dei vincoli internazionali. Prima possibile.
Fonte
L’obiettivo è quello di danneggiare le infrastrutture e la vita economica e civile del nemico “con ogni mezzo necessario” (dalle incursioni informatiche a qualche missile convenzionale, dalle campagne mediatiche agli omicidi mirati). In pratica si tratta di rendere possibili le guerre e i loro obiettivi anche senza il ricorso ad armi nucleari, che renderebbero i conflitti un gioco a somma a zero per tutti i soggetti coinvolti.
Uno scenario decisamente inquietante ma che ci dà la cifra della fase storica in cui siamo entrati.
I ministri degli Esteri della Nato riuniti a Bruxelles, cercando di ritrovare l’intesa interrotta dall’era Trump, hanno adottato una dichiarazione congiunta, nella quale ribadiscono che la partnership transatlantica rimane la “pietra angolare della difesa collettiva”, centrale per la coesione politica e un “pilastro essenziale” dell’ordine internazionale.
“La Nato è il fondamento della nostra difesa collettiva: insieme riaffermiamo il nostro solenne impegno nei confronti del Trattato di Washington, compreso che un attacco contro un Alleato sarà considerato un attacco contro tutti noi, come sancito dall’articolo 5″, è scritto – significativamente – al primo punto della dichiarazione congiunta.
“In risposta a un ambiente di sicurezza più pericoloso e imprevedibile, stiamo rafforzando considerevolmente le capacità di deterrenza e difesa, posizione e resilienza della Nato, sostenute da sette anni consecutivi di crescenti spese per la difesa, forze più capaci e pronte, dispiegamenti significativi in missioni e operazioni e impegno più profondo con i partner”.
Trova così conferma quanto abbiamo scritto nei giorni scorsi sia sull’aumento delle spese militari nei paesi membri della Nato, sia di come anche in Italia le spese militari siano aumentate di 1,6 miliardi di euro rispetto all’anno precedente. L’austerità, in questo campo, non esiste...
La soddisfazione degli Stati Uniti per l’allineamento dei paesi alleati all’aumento delle spese militari in ambito Nato (richiesta avanzata da tempo dalle amministrazioni Usa e usata come una clava da Trump, ndr), emerge dal passaggio successivo della risoluzione:
“Stiamo compiendo buoni progressi verso una più equa ripartizione degli oneri transatlantici; accogliamo con favore gli sforzi compiuti da tutti gli alleati in Europa e Nord America che contribuiscono alla nostra indivisibile sicurezza. Dobbiamo fare e faremo di più”, è scritto nel documento approvato, indicando poi che “la Nato continuerà ad adattarsi”.
“Dobbiamo affrontare minacce crescenti e concorrenza sistemica. Le azioni aggressive della Russia costituiscono una minaccia per la sicurezza euro-atlantica; il terrorismo in tutte le sue forme e manifestazioni rimane una minaccia persistente per tutti noi”.
Sulla cosiddetta cybersicurezza, invece si entra direttamente nel campo di quelle che ormai vengono definite “Guerre Ibride”, una definizione molto elastica che ormai modula le possibili guerre su un ventaglio amplissimo di opzioni.
Come sottolineato da un recente studio IAI per il Parlamento italiano, uno dei problemi principali della difesa cibernetica è “la difficoltà nel distinguere una situazione di pace da una di crisi o di conflitto, data la capacità dell’attaccante di nascondere la paternità degli attacchi condotti – o addirittura l’evento stesso. Una caratteristica purtroppo sempre più diffusa in un quadro strategico internazionale che vede una sorta di permanente ‘guerra in tempo di pace’”.
La newsletter Affari Internazionali segnala come nel 2020, di fronte a questa situazione, che ha visto anche il moltiplicarsi di attacchi cibernetici durante la prima ondata di Covid-19, il Consiglio Nord Atlantico abbia riaffermato che i Paesi membri sono determinati a usare non solo capacità cyber ma anche aeree, marittime o terrestri per dissuadere un attacco cibernetico, difendersi da esso e contrastarlo, considerando quindi tutti i domini operativi in modo integrato ai fini della deterrenza e difesa.
Vergognoso, ma non certo sorprendente, quanto dichiarato dal ministro degli Esteri Di Maio, al termine del vertice Nato di Bruxelles, il quale ha ribadito la “piena convinzione dell’Italia nei valori atlantici”. “In questo momento particolare per l’Italia e per l’Europa”, secondo Di Maio, “lavorare a quelle che sono le ‘nuove minacce’ che arrivano dall’esterno è fondamentale”.
Il ministro degli Esteri Di Maio ha spiegato che il progetto Nato 2030 è stato al centro dei lavori del vertice di Bruxelles al fine di far “evolvere una serie di strumenti per affrontare nuove minacce come quelle legate alla cybersicurezza, ma anche al cambiamento climatico”.
Ma su quest’ultimo è bene sbarazzare i campo delle illusioni, non si tratta certo di una accresciuta sensibilità ecologica. Per Di Maio e per la Nato, infatti, “Lo scioglimento dei ghiacciai sta provocando uno stravolgimento degli assetti geostrategici, evidenziando che la creazione di nuove rotte può mettere a rischio la sicurezza della Nato”.
Il rendere nuovamente possibili e compatibili le “guerre in tempo di pace”, è forse il segnale più inquietante che ci restituisce questa fase della crisi di civilizzazione del capitalismo. La classe dirigente italiana ha la piena responsabilità di portare il paese dentro questo scenario.
Ed a questa responsabilità dovremo inchiodarla cercando in ogni modo di portare il nostro ed altri paesi fuori dalle gabbie dei vincoli internazionali. Prima possibile.
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24/01/2021
M5S - La crisi di governo e la drammatica assenza di qualsiasi strategia o visione
In contemporanea alla crisi di governo si consuma la crisi sempre più manifesta del partito che in Parlamento detiene la maggioranza relativa. Il Movimento 5 Stelle. Un partito che ormai pare aver smarrito la bussola e quindi procede a tentoni.
Il presunto “compattamento” dei big del Movimento 5 Stelle ha avuto durata breve.
D’altronde, gli scenari che si prospettano per la soluzione della crisi di governo lasciano spazio a poche alternative, tutte devastanti per l’immagine mediatica e le dinamiche interne del 5 Stelle.
Ricordiamo che dopo aver rinviato gli Stati Generali e l’elezione del nuovo capo politico (a seguito delle dimissioni di Luigi Di Maio), dopo mesi di “scontri” social tra la cosiddetta “area purista” di Di Battista e quella “governista a tutti i costi” di Beppe Grillo (che ricordò il giorno della marmotta in risposta alla sua legittima richiesta di un’assemblea costituente per definire l’identità del Movimento), ad oggi non hanno né un capo politico né un organo collegiale.
Una parte di discussione degli Stati Generali si è svolta, con la gestione di avventura urbana (pianificatrice di conflitti sulle grandi opere), ma non ha portato, ad oggi, ad una modifica dello statuto, alla pubblicazione dei voti ottenuti dai delegati a partecipare anche a nome personale (tra cui Di Battista), alla presentazione delle spese sostenute (quanto è stata pagata avventura urbana nel momento in cui Davide Casaleggio denunciava il mancato introito mensile pattuito con i parlamentari?).
Ma, soprattutto, il Movimento 5 Stelle non ha espresso una leadership riconosciuta.
Perché questa premessa? Perché la vacatio di una leadership ha portato molti parlamentari e iscritti ad adottare Conte come leader da seguire, benché non sia mai stato iscritto.
I parlamentari 5 Stelle, plausibilmente, perché sanno che ad una prossima legislatura non rientreranno in parlamento senza rendersi stampella di un partito di Conte.
Gli attivisti e gli iscritti, gli elettori, perché non sanno più a quale santo votarsi, privati drammaticamente di un’identità sociale e politica riconosciuta, di una visione e di poche ma ferree certezze.
Dopo un vergognoso spettacolino di scilipotiana memoria, da far sembrare Cirino Pomicino e De Mita grandi statisti, la situazione è sempre più stagnante.
Viene meno la possibilità di possibili ulteriori aperture al centro dopo la vicenda che coinvolge Cesa. Sempre più problematico il rapporto con Mastella, la cui moglie manifesta una “convinta perplessità” sulla riforma della prescrizione di Bonafede.
Nessuna apertura al ritorno di Italia Viva, fino a ieri.
Fino a ieri, infatti, erano sovrapponibili i post di Di Maio e l’intervista a Di Battista sul “Mai più con Renzi”.
Oggi però Di Battista ribadisce che l’appoggio di Renzi ai Benetton contro la revoca di Autostrade è motivo in più per affermare il “No” a Renzi (d’altronde solo lui è andato a Rignano sull’Arno col bambino piccolo e il suo camper, lui ha dato il via alla campagna referendaria “io dico no”).
Ma rispunta Giorgio Trizzino. Proprio e sempre lui: l’autore dell’appello ad un governo di unità nazionale allargato a tutti, pubblicato da Beppe Grillo.
In un flash sul governo, Trizzino dichiara: “Se ci sono condizioni, riaprire dialogo con i renziani”.
Chiarisce forse meglio Crippa, con un comunicato dell’ultima ora, dove afferma che non ci sono chiusure ai parlamentari di Italia Viva, ma solo a Renzi. Tentativo un po’ maldestro di isolare Renzi e accogliere a braccia aperte i renziani senza Renzi, per salvare capre e cavoli.
Insomma, come dicevamo, si naviga a vista per sopravvivere. Nessun progetto strategico o a lungo termine. Vivacchiare per non morire.
p.s. Dopo appelli social di vari parlamentari, tra cui Pino Cabras che ha pubblicato un post molto ironico, il comunicato del Movimento 5 stelle sull’inizio dell’assemblea degli iscritti per procedere a votazioni a partire da martedì 26 gennaio: si dovrà modificare lo statuto ed eleggere un organo collegiale di 5 membri. Vi terremo aggiornati sulle dinamiche che questo periodo di totale svolta del maggiore partito italiano scatenerà.
Fonte
Il presunto “compattamento” dei big del Movimento 5 Stelle ha avuto durata breve.
D’altronde, gli scenari che si prospettano per la soluzione della crisi di governo lasciano spazio a poche alternative, tutte devastanti per l’immagine mediatica e le dinamiche interne del 5 Stelle.
Ricordiamo che dopo aver rinviato gli Stati Generali e l’elezione del nuovo capo politico (a seguito delle dimissioni di Luigi Di Maio), dopo mesi di “scontri” social tra la cosiddetta “area purista” di Di Battista e quella “governista a tutti i costi” di Beppe Grillo (che ricordò il giorno della marmotta in risposta alla sua legittima richiesta di un’assemblea costituente per definire l’identità del Movimento), ad oggi non hanno né un capo politico né un organo collegiale.
Una parte di discussione degli Stati Generali si è svolta, con la gestione di avventura urbana (pianificatrice di conflitti sulle grandi opere), ma non ha portato, ad oggi, ad una modifica dello statuto, alla pubblicazione dei voti ottenuti dai delegati a partecipare anche a nome personale (tra cui Di Battista), alla presentazione delle spese sostenute (quanto è stata pagata avventura urbana nel momento in cui Davide Casaleggio denunciava il mancato introito mensile pattuito con i parlamentari?).
Ma, soprattutto, il Movimento 5 Stelle non ha espresso una leadership riconosciuta.
Perché questa premessa? Perché la vacatio di una leadership ha portato molti parlamentari e iscritti ad adottare Conte come leader da seguire, benché non sia mai stato iscritto.
I parlamentari 5 Stelle, plausibilmente, perché sanno che ad una prossima legislatura non rientreranno in parlamento senza rendersi stampella di un partito di Conte.
Gli attivisti e gli iscritti, gli elettori, perché non sanno più a quale santo votarsi, privati drammaticamente di un’identità sociale e politica riconosciuta, di una visione e di poche ma ferree certezze.
Dopo un vergognoso spettacolino di scilipotiana memoria, da far sembrare Cirino Pomicino e De Mita grandi statisti, la situazione è sempre più stagnante.
Viene meno la possibilità di possibili ulteriori aperture al centro dopo la vicenda che coinvolge Cesa. Sempre più problematico il rapporto con Mastella, la cui moglie manifesta una “convinta perplessità” sulla riforma della prescrizione di Bonafede.
Nessuna apertura al ritorno di Italia Viva, fino a ieri.
Fino a ieri, infatti, erano sovrapponibili i post di Di Maio e l’intervista a Di Battista sul “Mai più con Renzi”.
Oggi però Di Battista ribadisce che l’appoggio di Renzi ai Benetton contro la revoca di Autostrade è motivo in più per affermare il “No” a Renzi (d’altronde solo lui è andato a Rignano sull’Arno col bambino piccolo e il suo camper, lui ha dato il via alla campagna referendaria “io dico no”).
Ma rispunta Giorgio Trizzino. Proprio e sempre lui: l’autore dell’appello ad un governo di unità nazionale allargato a tutti, pubblicato da Beppe Grillo.
In un flash sul governo, Trizzino dichiara: “Se ci sono condizioni, riaprire dialogo con i renziani”.
Chiarisce forse meglio Crippa, con un comunicato dell’ultima ora, dove afferma che non ci sono chiusure ai parlamentari di Italia Viva, ma solo a Renzi. Tentativo un po’ maldestro di isolare Renzi e accogliere a braccia aperte i renziani senza Renzi, per salvare capre e cavoli.
Insomma, come dicevamo, si naviga a vista per sopravvivere. Nessun progetto strategico o a lungo termine. Vivacchiare per non morire.
p.s. Dopo appelli social di vari parlamentari, tra cui Pino Cabras che ha pubblicato un post molto ironico, il comunicato del Movimento 5 stelle sull’inizio dell’assemblea degli iscritti per procedere a votazioni a partire da martedì 26 gennaio: si dovrà modificare lo statuto ed eleggere un organo collegiale di 5 membri. Vi terremo aggiornati sulle dinamiche che questo periodo di totale svolta del maggiore partito italiano scatenerà.
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16/12/2020
L’uomo senza qualità che divenne ministro di tutto
“E poiché possedere delle qualità presuppone una certa soddisfazione di constatarle reali, è lecito prevedere come a uno cui manchi il senso della realtà anche nei confronti di se stesso, possa un bel giorno capitare di scoprire in sé l’uomo senza qualità.” L’uomo senza qualità (Der Mann ohne Eigenschaften,1943), Robert Musil
Luigi Di Maio, nel corso di una nota trasmissione sportiva in onda su Rai2, intervistato sulla recente morte del calciatore Paolo Rossi ha detto “Paolo Rossi è il simbolo di un anno magico, il 1982, perché con la vittoria dell’Italia ai mondiali, il ‘paese unito’ si lasciò dietro gli anni di piombo”.
Dunque, un pezzo importantissimo della storia di questo paese, tanto complesso quanto fondamentale per capire cosa eravamo e cosa siamo diventati, liquidato con una tale banalità da far rimpiangere i vecchi ministri democristiani che, a memoria, si guardavano bene dall’ostentare un livello di sciatteria così abissale.
Certo, da uno scappato di casa, sempre in lite con i congiuntivi, che t’aspetti?
Da uno che, non molto tempo fa, disse che “Renzi era come Pinochet, il dittatore del Venuezuela”, che t’aspetti?
Da uno (sempre lui) che da “ministro dello sviluppo economico” (ahinoi), in visita ufficiale in Cina, chiamò “Ping” il presidente cinese Xi Jinping che t’aspetti?
Che t’aspetti, da uno che, in piena crisi diplomatica con la Francia, per fare un po’ il ruffianetto, mandò una lettera (scritta certamente a quattro mani con l’altra aquila, Vito Crimi) a Le Monde, in cui confidava di “nutrire ammirazione per il popolo francese” perché lo considera «un punto di riferimento per la sua tradizione democratica millenaria»?
Ma, insomma! Che t’aspetti?
Che t’aspetti da uno che, volendo definire il suo movimento, disse, una volta, testualmente, in diretta televisiva da Vespa, che “è post-ideologico, porta con sé tante idee che erano state i cavalli di battaglia dei partiti di destra e di sinistra, valori che sono dentro ognuno di noi. Quelli di Berlinguer, Almirante e della DC“.
Che t’aspetti davvero da uno cosi? Che lo facciano pure ministro degli esteri?
Ah, mo’ tu mi vuoi dire che questo è già ministro degli esteri?
Ma dai, non mi prendere in giro... dai. Ah... lo è? Ecchecazz...
Buio.
Fonte
Luigi Di Maio, nel corso di una nota trasmissione sportiva in onda su Rai2, intervistato sulla recente morte del calciatore Paolo Rossi ha detto “Paolo Rossi è il simbolo di un anno magico, il 1982, perché con la vittoria dell’Italia ai mondiali, il ‘paese unito’ si lasciò dietro gli anni di piombo”.
Dunque, un pezzo importantissimo della storia di questo paese, tanto complesso quanto fondamentale per capire cosa eravamo e cosa siamo diventati, liquidato con una tale banalità da far rimpiangere i vecchi ministri democristiani che, a memoria, si guardavano bene dall’ostentare un livello di sciatteria così abissale.
Certo, da uno scappato di casa, sempre in lite con i congiuntivi, che t’aspetti?
Da uno che, non molto tempo fa, disse che “Renzi era come Pinochet, il dittatore del Venuezuela”, che t’aspetti?
Da uno (sempre lui) che da “ministro dello sviluppo economico” (ahinoi), in visita ufficiale in Cina, chiamò “Ping” il presidente cinese Xi Jinping che t’aspetti?
Che t’aspetti, da uno che, in piena crisi diplomatica con la Francia, per fare un po’ il ruffianetto, mandò una lettera (scritta certamente a quattro mani con l’altra aquila, Vito Crimi) a Le Monde, in cui confidava di “nutrire ammirazione per il popolo francese” perché lo considera «un punto di riferimento per la sua tradizione democratica millenaria»?
Ma, insomma! Che t’aspetti?
Che t’aspetti da uno che, volendo definire il suo movimento, disse, una volta, testualmente, in diretta televisiva da Vespa, che “è post-ideologico, porta con sé tante idee che erano state i cavalli di battaglia dei partiti di destra e di sinistra, valori che sono dentro ognuno di noi. Quelli di Berlinguer, Almirante e della DC“.
Che t’aspetti davvero da uno cosi? Che lo facciano pure ministro degli esteri?
Ah, mo’ tu mi vuoi dire che questo è già ministro degli esteri?
Ma dai, non mi prendere in giro... dai. Ah... lo è? Ecchecazz...
Buio.
Fonte
14/12/2020
02/09/2020
Di Maio in Libia, ministro degli Esteri o rappresentante aziendale?
Se ci si volesse interrogare su quali sono i risultati di trenta anni di depoliticizzazione della società, in ossequio al mantra neoliberista (o ordoliberista, nella versione tedesca) secondo cui la politica deve arretrare nell’organizzazione della società in favore del mercato, si potrebbero fare molti esempi.
In termini di classe, si potrebbe partire dall’arretramento del movimento dei lavoratori al decadimento della qualità dell’istruzione, dalla privatizzazione della ricerca all’aumento delle diseguaglianze.
La classe politica invece ha dato vita a una sequela di personaggi improbabili travestiti da statisti ed incapaci di una visione generale del paese, avventurieri in cerca del vento buono e pronti a strambare a ogni cambio di direzione.
Le dichiarazioni rilasciate dall’attuale ministro degli Esteri Luigi Di Maio al termine dell’incontro in Libia col premier del governo di Tripoli Fayez al Serraj ne costituiscono l’ultimo esempio.
«Vogliamo che le imprese italiane vengano qui da noi per sostenere lo sviluppo e la crescita della Libia, per noi è un attore importante, uno snodo cruciale per costruire un nuovo modello con scambi commerciale fiorenti e opportunità di crescita», ha detto l’inquilino della Farnesina.
Ora, per un ministro degli Esteri, già parlare di “una Libia” nella situazione odierna del territorio libico è un’allucinazione, una rappresentazione che non trova riscontro nella realtà.
Il paese è infatti diviso almeno in tre aeree d’influenza: la Tripolitania del Governo di accordo nazionale (Gna, sotto la guida di al Serraj), la Cirenaica dell’arretrante generale Haftar e sempre più sotto l’ombra lunga egiziana, e l’inquieto Fezzan, ricucito dall’Esercito nazionale libico (Lna, quello di Haftar) nella promessa della cacciata dello Gna ma in fibrillazione per il fallimento dell’Lna.
Dall’omicidio di Gheddafi nel lontano 2011 in poi, il territorio libico è insanguinato dallo stop and go di un conflitto civile ripreso il 4 aprile del 2019 e vicino al cessate il fuoco “reale” (nel 2020 ne sono stati annunciati almeno tre) nelle ultime settimane.
La guerra per procura combattuta al di là del Mediterraneo rappresenta in nuce la contesa geopolitica in ballo in tutta la regione Medio Oriente-Nord Africa, tra gli interessi dei Fratelli musulmani (Turchia, Qatar, milizie jihadiste), delle monarchie del Golfo e dei vecchi e nuovi alleati (da Israele all’Egitto, passando per la Russia), e degli imperialismi “occidentali” (dagli Stati Uniti alla Francia).
In gioco, come sempre, il controllo delle risorse strategiche (gas e petrolio), on e offshore, delle rotte commerciali (nel Mediterraneo passa circa il 15% mondiale delle merci provenienti dalla Cina, tramite Suez) e della mobilità dei flussi migratori, sia dal Medio Oriente sia dall’Africa sub-sahariana.
In questi giorni, la possibilità del “cessate il fuoco” ha inoltre messo in moto lotte intestine ai vari schieramenti in campo, con la sospensione, avvenuta la settimana scorsa del ministro dell’Interno del governo di Tripoli, Fathi Bashaga, boss di Misurata e guida della resistenza tripolitana nell’ultimo anno contro Haftar.
È in questo scorcio che bisogna inserire e valutare le dichiarazioni dell’ex Capo politico dei 5 Stelle al momento Ministro degli Esteri.
La Libia è un paese sostanzialmente ancora in guerra, conteso da mezzo mondo, alle prese con l’espansione del Covid senza nessuna possibilità di intervento sanitario efficace e con la produzione di petrolio in stallo per l’occupazione haftarina dei pozzi più importanti. Inoltre nella scorsa primavera il governo italiano vendeva elicotteri da combattimento al vicino golpista egiziano al-Sisi sponsor di una delle due fazioni della guerra civile libica.
Ebbene, in questo quadro, il monito di difesa verso degli interessi delle aziende italiane in loco – si legga, Eni per l’estrazione di gas e petrolio e Impregilo per l’eventuale costruzione della litorale mediterranea – e la possibilità di investimento e occupazione, suonano irrimediabilmente come l’avventura di uno sprovveduto in un mondo che non comprende.
Che poi l’Italia sia in grado di “fare diplomazia” oltre i rappresentati usciti dalle urne elettorali è la storia recente che lo insegna: dai non-attacchi dell’Isis sul nostro territorio alla liberazione di Silvia Romano, ma si potrebbe andare indietro fino alla guerra in Jugoslavia ecc.
Rispetto al decadimento della classe politica nostrana, Di Maio non rappresenta un’eccezione quanto piuttosto il fedele prodotto della stagione neoliberista e subalterna dell’ultimo trentennio.
E bisogna dire che il ragazzo di Pomigliano d’Arco “non si aiuta”, essendo impegnato contemporaneamente nella lotta interna per la ripresa delle redini del Movimento, che passa tutta dalle alleanze (o meno) e dai risultati delle successive regionali e comunali, oltre che dal referendum sul taglio dei parlamentari.
L’occupazione da parte dell’Lna del giacimento petrolifero di Al Sahara, il più importante del paese; la discesa in campo dello spagnolo Joseph Borrell, alto rappresentante della politica estera e di sicurezza dell’Ue, per tentare di normalizzare la situazione (la spagnola Repsol ha una quota della compagnia esautorata dal controllo del giacimento); l’arrivo di nuovi mercenari sudanesi, russi e siriani; la lotta tra la fazione greca-egizia e turco-tripolina per il controllo del Mediterraneo. Insomma tutto tranne che una situazione tranquilla che possa facilitare e invogliare gli investimenti.
Ma questo scenario è tutto sullo sfondo per il ministro degli Esteri Di Maio, l’importante infatti è salvaguardare gli interessi delle nostre imprese. Che sarebbero poi gli “interessi generali”. Non dice forse così l’ideologia neoliberista?
Ma allora Di Maio era in Libia come ministro degli Esteri o come rappresentante aziendale?
Fonte
In termini di classe, si potrebbe partire dall’arretramento del movimento dei lavoratori al decadimento della qualità dell’istruzione, dalla privatizzazione della ricerca all’aumento delle diseguaglianze.
La classe politica invece ha dato vita a una sequela di personaggi improbabili travestiti da statisti ed incapaci di una visione generale del paese, avventurieri in cerca del vento buono e pronti a strambare a ogni cambio di direzione.
Le dichiarazioni rilasciate dall’attuale ministro degli Esteri Luigi Di Maio al termine dell’incontro in Libia col premier del governo di Tripoli Fayez al Serraj ne costituiscono l’ultimo esempio.
«Vogliamo che le imprese italiane vengano qui da noi per sostenere lo sviluppo e la crescita della Libia, per noi è un attore importante, uno snodo cruciale per costruire un nuovo modello con scambi commerciale fiorenti e opportunità di crescita», ha detto l’inquilino della Farnesina.
Ora, per un ministro degli Esteri, già parlare di “una Libia” nella situazione odierna del territorio libico è un’allucinazione, una rappresentazione che non trova riscontro nella realtà.
Il paese è infatti diviso almeno in tre aeree d’influenza: la Tripolitania del Governo di accordo nazionale (Gna, sotto la guida di al Serraj), la Cirenaica dell’arretrante generale Haftar e sempre più sotto l’ombra lunga egiziana, e l’inquieto Fezzan, ricucito dall’Esercito nazionale libico (Lna, quello di Haftar) nella promessa della cacciata dello Gna ma in fibrillazione per il fallimento dell’Lna.
Dall’omicidio di Gheddafi nel lontano 2011 in poi, il territorio libico è insanguinato dallo stop and go di un conflitto civile ripreso il 4 aprile del 2019 e vicino al cessate il fuoco “reale” (nel 2020 ne sono stati annunciati almeno tre) nelle ultime settimane.
La guerra per procura combattuta al di là del Mediterraneo rappresenta in nuce la contesa geopolitica in ballo in tutta la regione Medio Oriente-Nord Africa, tra gli interessi dei Fratelli musulmani (Turchia, Qatar, milizie jihadiste), delle monarchie del Golfo e dei vecchi e nuovi alleati (da Israele all’Egitto, passando per la Russia), e degli imperialismi “occidentali” (dagli Stati Uniti alla Francia).
In gioco, come sempre, il controllo delle risorse strategiche (gas e petrolio), on e offshore, delle rotte commerciali (nel Mediterraneo passa circa il 15% mondiale delle merci provenienti dalla Cina, tramite Suez) e della mobilità dei flussi migratori, sia dal Medio Oriente sia dall’Africa sub-sahariana.
In questi giorni, la possibilità del “cessate il fuoco” ha inoltre messo in moto lotte intestine ai vari schieramenti in campo, con la sospensione, avvenuta la settimana scorsa del ministro dell’Interno del governo di Tripoli, Fathi Bashaga, boss di Misurata e guida della resistenza tripolitana nell’ultimo anno contro Haftar.
È in questo scorcio che bisogna inserire e valutare le dichiarazioni dell’ex Capo politico dei 5 Stelle al momento Ministro degli Esteri.
La Libia è un paese sostanzialmente ancora in guerra, conteso da mezzo mondo, alle prese con l’espansione del Covid senza nessuna possibilità di intervento sanitario efficace e con la produzione di petrolio in stallo per l’occupazione haftarina dei pozzi più importanti. Inoltre nella scorsa primavera il governo italiano vendeva elicotteri da combattimento al vicino golpista egiziano al-Sisi sponsor di una delle due fazioni della guerra civile libica.
Ebbene, in questo quadro, il monito di difesa verso degli interessi delle aziende italiane in loco – si legga, Eni per l’estrazione di gas e petrolio e Impregilo per l’eventuale costruzione della litorale mediterranea – e la possibilità di investimento e occupazione, suonano irrimediabilmente come l’avventura di uno sprovveduto in un mondo che non comprende.
Che poi l’Italia sia in grado di “fare diplomazia” oltre i rappresentati usciti dalle urne elettorali è la storia recente che lo insegna: dai non-attacchi dell’Isis sul nostro territorio alla liberazione di Silvia Romano, ma si potrebbe andare indietro fino alla guerra in Jugoslavia ecc.
Rispetto al decadimento della classe politica nostrana, Di Maio non rappresenta un’eccezione quanto piuttosto il fedele prodotto della stagione neoliberista e subalterna dell’ultimo trentennio.
E bisogna dire che il ragazzo di Pomigliano d’Arco “non si aiuta”, essendo impegnato contemporaneamente nella lotta interna per la ripresa delle redini del Movimento, che passa tutta dalle alleanze (o meno) e dai risultati delle successive regionali e comunali, oltre che dal referendum sul taglio dei parlamentari.
L’occupazione da parte dell’Lna del giacimento petrolifero di Al Sahara, il più importante del paese; la discesa in campo dello spagnolo Joseph Borrell, alto rappresentante della politica estera e di sicurezza dell’Ue, per tentare di normalizzare la situazione (la spagnola Repsol ha una quota della compagnia esautorata dal controllo del giacimento); l’arrivo di nuovi mercenari sudanesi, russi e siriani; la lotta tra la fazione greca-egizia e turco-tripolina per il controllo del Mediterraneo. Insomma tutto tranne che una situazione tranquilla che possa facilitare e invogliare gli investimenti.
Ma questo scenario è tutto sullo sfondo per il ministro degli Esteri Di Maio, l’importante infatti è salvaguardare gli interessi delle nostre imprese. Che sarebbero poi gli “interessi generali”. Non dice forse così l’ideologia neoliberista?
Ma allora Di Maio era in Libia come ministro degli Esteri o come rappresentante aziendale?
Fonte
20/07/2020
Di Maio ed i moderati...
Il Corriere della Sera del 15 luglio scorso riferisce di una intenzione di Di Maio di dar vita ad un partito dei moderati. Che cosa significa? Ragioniamoci su.
Cadaveri e papere
di Alessandra Daniele
“Per bloccare la revoca della concessione autostradale ai Benetton dovrebbero passare sul mio cadavere” aveva promesso solennemente Luigi Di Maio nell’agosto 2018, mentre i social si concentravano sulle papere di Toninelli.
La concessione non è stata revocata.
Lo Stato ha promesso di ricomprarsela a rate dai Benetton, mentre i magliari si godono il rialzo in Borsa del titolo Atlantia.
Non sul cadavere metaforico di Luigi Di Maio, ma sui cadaveri reali delle 43 vittime del Ponte Morandi.
Perché, ormai è ovvio, non c’è promessa che il Movimento 5 Stelle non sia disposto a rimangiarsi e tradire, pur di restare al governo insieme a quel PD che lo stesso Di Maio definiva “il partito di Bibbiano”, e col quale giurava di non voler avere “niente a che fare”.
Diamo da sette anni – giustamente – del cazzaro a Renzi e Salvini, ma non ci sono peggiori cazzari dei cinquestelle. Dietro la cortina fumogena dei loro birignao finto ingenui e delle stucchevoli gaffe da neofita, si annidano livelli di cinismo, opportunismo, trasformismo e doppiezza degni della peggiore Democrazia Cristiana. Tradimenti reciproci compresi.
Di Maio già lavora a un governissimo con Mario Draghi premier e l’ex socio Salvini, che usava il tricolore per “pulirsi il culo”, e adesso per coerenza se lo mette in faccia, come mascherina.
Intanto Giuseppe Conte, “l’avvocato degli italiani” si prepara a vendere cara la poltrona, prorogando lo stato d’emergenza per poterli rimettere tutti agli arresti domiciliari.
Gli elettori del Movimento 5 Stelle dovrebbero organizzare una class action, e denunciare Grillo e Casaleggio per truffa aggravata. E dovrebbero farlo al più presto possibile. Prima della prossima porcata, e della prossima tragedia della quale il Movimento si renderà complice.
“Ogni menzogna che diciamo, contraiamo un debito con la verità. Presto o tardi quel debito va pagato”.
Valery Legasov, Chernobyl
Fonte
“Per bloccare la revoca della concessione autostradale ai Benetton dovrebbero passare sul mio cadavere” aveva promesso solennemente Luigi Di Maio nell’agosto 2018, mentre i social si concentravano sulle papere di Toninelli.
La concessione non è stata revocata.
Lo Stato ha promesso di ricomprarsela a rate dai Benetton, mentre i magliari si godono il rialzo in Borsa del titolo Atlantia.
Non sul cadavere metaforico di Luigi Di Maio, ma sui cadaveri reali delle 43 vittime del Ponte Morandi.
Perché, ormai è ovvio, non c’è promessa che il Movimento 5 Stelle non sia disposto a rimangiarsi e tradire, pur di restare al governo insieme a quel PD che lo stesso Di Maio definiva “il partito di Bibbiano”, e col quale giurava di non voler avere “niente a che fare”.
Diamo da sette anni – giustamente – del cazzaro a Renzi e Salvini, ma non ci sono peggiori cazzari dei cinquestelle. Dietro la cortina fumogena dei loro birignao finto ingenui e delle stucchevoli gaffe da neofita, si annidano livelli di cinismo, opportunismo, trasformismo e doppiezza degni della peggiore Democrazia Cristiana. Tradimenti reciproci compresi.
Di Maio già lavora a un governissimo con Mario Draghi premier e l’ex socio Salvini, che usava il tricolore per “pulirsi il culo”, e adesso per coerenza se lo mette in faccia, come mascherina.
Intanto Giuseppe Conte, “l’avvocato degli italiani” si prepara a vendere cara la poltrona, prorogando lo stato d’emergenza per poterli rimettere tutti agli arresti domiciliari.
Gli elettori del Movimento 5 Stelle dovrebbero organizzare una class action, e denunciare Grillo e Casaleggio per truffa aggravata. E dovrebbero farlo al più presto possibile. Prima della prossima porcata, e della prossima tragedia della quale il Movimento si renderà complice.
“Ogni menzogna che diciamo, contraiamo un debito con la verità. Presto o tardi quel debito va pagato”.
Valery Legasov, Chernobyl
Fonte
09/02/2020
Cazzarovirus
di Alessandra Daniele
Da Twitter
Roberto Burioni
Il #Coronavirus è più pericoloso della SARS perché è un patogeno finora sconosciuto.
Matteo Salvini
Respingere alle frontiere tutti gli stranieri sconosciuti. Ammettere soltanto gli stranieri famosi, con almeno un milione di followers su Instagram e un’ospitata dalla D’Urso.
#NasiChiusi
Matteo Renzi
Abbiamo fatto nascere questo governo col Movimento 5 Stelle per fermare Salvini. Ma non svendiamo i nostri valori. Li mettiamo all’asta al miglior offerente.
#Serenovirus
Roberto Burioni
Il #Coronavirus è più pericoloso della SARS perché viene trasmesso anche da pazienti che non hanno alcun sintomo.
Matteo Salvini
Respingere alle frontiere tutti gli stranieri che non hanno alcun sintomo. Impedire ai bambini cinesi di tornare a scuola. Confinarli a #Bibbiano. Il contagio è stato trasmesso all’uomo dai pipistrelli: piazzare crocifissi in tutti i porti e gli aeroporti.
#StopVampiri
Luigi Di Maio
Abbiamo fatto nascere questo governo col PD per fermare Salvini. Ma non svendiamo i nostri valori. Li abbiamo esauriti tutti. Ricordiamo però all’amico @Ping che le nostre arance italiane contengono molta vitamina C, che rafforza le difese immunitarie.
#ViaDellaSeta
Roberto Burioni
Il #Coronavirus è più pericoloso della SARS perché all’epoca non c’era Twitter.
Matteo Salvini
Guardate questo video di un nigeriano che respira in luogo pubblico!!! E il governo non fa niente!!! Elezioni subito, o MORIREMO TUTTI!!!
#MortiChiusi
Giuseppe Conte
No al panico. Per evitare il contagio da #Coronavirus basta indossare una maschera, e lavarsi le mani di tutto. Cioè fare esattamente come me.
#IWillSurvive
Fonte
Da Twitter
Roberto Burioni
Il #Coronavirus è più pericoloso della SARS perché è un patogeno finora sconosciuto.
Matteo Salvini
Respingere alle frontiere tutti gli stranieri sconosciuti. Ammettere soltanto gli stranieri famosi, con almeno un milione di followers su Instagram e un’ospitata dalla D’Urso.
#NasiChiusi
Matteo Renzi
Abbiamo fatto nascere questo governo col Movimento 5 Stelle per fermare Salvini. Ma non svendiamo i nostri valori. Li mettiamo all’asta al miglior offerente.
#Serenovirus
Roberto Burioni
Il #Coronavirus è più pericoloso della SARS perché viene trasmesso anche da pazienti che non hanno alcun sintomo.
Matteo Salvini
Respingere alle frontiere tutti gli stranieri che non hanno alcun sintomo. Impedire ai bambini cinesi di tornare a scuola. Confinarli a #Bibbiano. Il contagio è stato trasmesso all’uomo dai pipistrelli: piazzare crocifissi in tutti i porti e gli aeroporti.
#StopVampiri
Luigi Di Maio
Abbiamo fatto nascere questo governo col PD per fermare Salvini. Ma non svendiamo i nostri valori. Li abbiamo esauriti tutti. Ricordiamo però all’amico @Ping che le nostre arance italiane contengono molta vitamina C, che rafforza le difese immunitarie.
#ViaDellaSeta
Roberto Burioni
Il #Coronavirus è più pericoloso della SARS perché all’epoca non c’era Twitter.
Matteo Salvini
Guardate questo video di un nigeriano che respira in luogo pubblico!!! E il governo non fa niente!!! Elezioni subito, o MORIREMO TUTTI!!!
#MortiChiusi
Giuseppe Conte
No al panico. Per evitare il contagio da #Coronavirus basta indossare una maschera, e lavarsi le mani di tutto. Cioè fare esattamente come me.
#IWillSurvive
Fonte
23/01/2020
Fine di “un’era” molto breve, Cinque Stelle al big bang
Luigi Di Maio annuncia le sue formali dimissioni da capo politico dei 5 stelle e, dice lui stesso, “è la fine di un’epoca”.
Al di là dell’auto-sopravvalutazione individuale, sempre presente in questi casi, la sua rinuncia alla guida solitaria di ciò che resta del Movimento Cinque Stelle certifica una crisi che si trascinava dal momento stesso in cui il “capo politico” – definizione resa obbligatoria dalla legge elettorale in vigore, parto delle “menti sottili” di Renzi e Rosato – aveva deciso di fare un governo insieme alla Lega, nel giugno 2018. Data da allora, infatti, la corsa verso il baratro nei sondaggi e soprattutto nei risultati elettorali.
Visto che non ci interessano più di tanto i gossip politici (“si dimette, ma per tornare”, “ora si va alla leadership collettiva”, “Di Battista si scalda in panchina” e via dicendo), preferiamo concentrare l’attenzione sulla fine di una stagione e di una cultura politica che ha avuto un forte successo pur essendo palesemente inconsistente.
È questo il piano su cui, ci sembra, si può provare a capire quali strade seguire in futuro per costruire effettivamente un’alternativa politica al tempo stesso radicale ed efficace.
Malessere sociale e rappresentanza politica
Da quasi 30 anni – da quando si è introdotta la “logica del maggioritario” nelle leggi elettorali, in curiosa coincidenza con l’entrata in vigore dei trattati di Maastricht e dei “vincoli” lì indicati – il malessere sociale è andato crescendo. Non per ragioni politico-elettorali, ma per il ben più evidente impoverimento progressivo dei lavoratori dipendenti (e anche di quelli autonomi “di fascia bassa”), causato da politiche economiche e di mercato del lavoro sempre più a favore delle imprese: precarietà contrattuale (“pacchetto Treu” e “legge 30”), salari da fame per i “lavoretti precari” diventati regola legale, blocco degli aumenti salariali, blocco del turnover nella pubblica amministrazione (e introduzione del precariato anche lì), esternalizzazioni e delocalizzazioni, svendita del patrimonio industriale e immobiliare pubblico, aumento della disoccupazione e dei workin poor, aumento esponenziale dell’età pensionabile e regole più micragnose per il calcolo dell’assegno...
Si potrebbe andare avanti all’infinito, fino alla legge Fornero e al Jobs Act (abolizione dell’art. 18), ma l’andazzo è fin troppo noto per ricordarlo tutto. L’intreccio inestricabile tra peggioramento delle condizioni di vita e disinteresse per queste della “politica” ha alimentato il sacrosanto odio popolare per “i privilegiati”. Che poi questi siano stati ridotti ai soli “politici” è un capolavoro di depistaggio messo in campo dai media mainstream (dove è vietato invece criticare le aziende e chi le dirige-possiede...), a partire dal fortunato libretto “La casta“. Del resto, questa classe politica è fatta di servi di bassa lega, dunque è perfino giusto che vengano sacrificati dal Potere vero per allontanare da sé l’odio popolare.
Questo malessere, nel mondo politico bipolare disegnato dalle leggi elettorali maggioritarie, non ha a lungo trovato una rappresentanza politica reale. I cosiddetti centrodestra e centrosinistra si sono alternati per oltre venti anni senza che nessun bisogno emergente da quel malessere potesse trovare ascolto.
Anzi...
Due schieramenti perfettamente uguali sul piano della “decisione politica” – anche al di là della volontà dei singoli, anche quando nella maggioranza c’era perfino Rifondazione Comunista o, sul fronte opposto, gli eredi diretti del Movimento Sociale (Fini, Meloni, Storace, Gasparri, ecc.) – perché entrambi felicemente prigionieri dei vincoli e delle “prescrizioni” elaborate a Bruxelles e Francoforte. Resta un po’ di spazio solo per i dettagli, le bandierine e pezzetti sempre più piccoli di clientela. E su quelli la concorrenza è ferocissima.
Quando si è presentata, dietro il vettore mediatico e comunicativo di Beppe Grillo, un’“alternativa” che faceva propria, in modo piacione e confusissimo, l’esigenza di mandare a casa l’establishment (“vaffa” alla “Kasta”), improvvisamente si è rotta la gabbia bipolare e quella rappresentanza politica, per quanto vaga, è arrivata in breve tempo a raccogliere un terzo dei consensi elettorali.
Le poche cose che sembravano chiare non lo erano ovviamente affatto: “un movimento né di destra né di sinistra”, “onestà e legalità”, “uno vale uno”, “democrazia diretta fondata sulla Rete”, “nessun leader e nessun capo”, ecc.
Tutti slogan, in senso stretto, che ognuno poteva riempire con la propria immaginazione, senza che corrispondessero ad alcunché di somigliante a un programma politico nero su bianco. Ossia a un disegno chiaro, possibilmente organico, di modello sociale che fosse corrispondente ai bisogni reali della popolazione e anche realizzabile nei tempi brevi di una stagione di governo.
La prova del governo
Già le faticose esperienze dei primi sindaci eletti dai Cinque Stelle (Pizzarotti a Parma, per esempio) facevano vedere che tra quegli slogan e la realtà, tra il dire e il fare, c’era qualche oceano di mezzo. Ma le loro difficoltà potevano facilmente esse scusate con gli ostacoli frapposti dai governi centrali (che controllano comunque le erogazioni finanziarie) o dalle competenze regionali “concorrenti”; oppure con il “tradimento” del singolo eletto nei confronti del mandato ricevuto.
È stato solo quando il M5S è arrivato al governo nazionale che l’inconsistenza della sua “cultura politica” si è sfracellata contro la durezza dei fatti.
Accettare di fare un governo con la Lega, popolata di vecchi marpioni del sottobosco politico-affaristico e teatralizzata da un attore di serie B, ma straordinariamente “montato” dal sistema mediatico (oltre che, ironia della Storia, proprio dalle potenzialità manipolatorie della Rete), si è rivelato fin da subito un suicidio. Politico e “ideale”.
Il successivo salto di maggioranza, dalla Lega al Pd, sebbene obbligato proprio dall’ex alleato folgorato dai mojito al Papeete, ha finito di demolire quel che restava della credibilità di un impianto “teorico”: se puoi stare al governo con chiunque, non hai alcuna vera “alternativa” da portare avanti. Sei un democristiano di centro, che te ne renda conto o no.
Le esigenze della “tattica politica”, altrimenti dette del “realismo” (il discorso di dimissioni di Di Maio ne è stato pieno), prendono il sopravvento e cancellano ben presto quasi tutto l’immaginario che aveva sostenuto l’ascesa del movimento. Le poche “vittorie” sono bandierine lacere che interessano ben poco il grande pubblico: “l’abolizione dei vitalizi” è a forte rischio di incostituzionalità, “l’abolizione della prescrizione” idem, “il taglio dei parlamentari” fa diminuire la rappresentatività del Parlamento senza ridurre granché “i costi della politica” (si sarebbe risparmiato molto di più dimezzando, o più, gli stipendi dei parlamentari, senza toccare la Costituzione).
Persino il simbolo glorioso del “reddito di cittadinanza a 780 euro” è sbiadito in un assegno medio di meno di 500 per un platea ridotta e identificata con criteri discutibilissimi e praticamente inefficaci.
Lo spettro della “legalità”
Lo slogan “onestà, onestà” era stato la colonna sonora dell’ascesa dei Cinque Stelle. Al di là della difficoltà, incontrata da molti neoletti in quelle liste, a far corrispondere vizi privati e pubblica virtù, c’è una voragine culturale abissale sotto quello slogan. È l’idea – mai pienamente esplicitata – che questo sistema in cui viviamo funzionerebbe benissimo se tutti fossero “onesti” e “rispettassero la legge”.
Ma se tutti “rispettano la legge” non cambia mai nulla, nel sistema in cui viviamo. Se la Storia fosse andata avanti con popolazioni che “rispettavano le leggi” staremmo ancora a pitturare la volta delle caverne con le dita sporche... Anche nelle tribù primitive, infatti, c’era una “legge”. Era la volontà del capobranco, ma era una “legge”; pericolosissimo non rispettarla...
“Rispettando la legge” non ci sarebbe stata la Rivoluzione Francese, né quella inglese o americana (non parliamo poi di quella russa o sovietica o cubana, ecc).
Peggio: gli aguzzini sterminatori dei lager nazisti erano a loro modo dei perfetti “rispettosi della legge”. “Abbiamo obbedito agli ordini”, si sono difesi prima di finire giustamente davanti al plotone di esecuzione.
La legge è infatti “la regola che c’è” in un determinato momento, in un certo luogo o Paese. È la cristallizzazione in “regole valide per tutti” di un rapporto di forza. E cambia solo se cambiano i rapporti di forza, e nel senso (la direzione storica, l’orientamento ideale, ecc.) deciso dai rapporti di forza. La legge, insomma, cambia solo se viene ad un certo punto violata.
La giustizia è un’altra cosa, come si sa. E infatti il mondo cambia e va avanti non rispettando le leggi ingiuste. Chi obbedisce loro senza farsi domande sulla loro corrispondenza a una più alta idea di “giustizia” è un conservatore, non un “uomo del cambiamento”.
Lo si è visto con i Cinque Stelle in due governi che dovevano essere diversi, ma sono stati eguali nella sostanza (neanche i “decreti sicurezza” di Salvini sono stati minimamente toccati!).
Democrazia diretta, uno vale uno, la centralità della rete
Qui forse si è verificato il più grande scarto tra premesse, promesse e realtà. Per un “errore di programmazione” che è appunto la voragine sotto i piedi di una cultura politica inventata, fuori dalla Storia.
Si diceva: “‘uno vale uno’, nessuno è il capo nessuno è il leader. Nessuna organizzazione piramidale, nessuna governance nè, tantomeno, l’organizzazione simile a quelle dei partiti tradizionali. La democrazia diretta, è il motto, vince su tutto. La rete ha sempre l’ultima parola.”
Un’idea irrealizzabile nella pratica. Affascinante, in astratto, ma irrealizzabile. Perlomeno all’alba del terzo Millennio, in pieno regime capitalistico, sebbene nella sua più lunga crisi da quando esiste.
In questo mondo la politica è la continuazione della guerra con altri mezzi. Che significa? La politica è lotta, conflitto continuo anche se senza armi (e neanche sempre...). Ogni mossa comporta una contromossa degli avversari, e viceversa. Le decisioni, piccole o grandi che siano, vanno prese in tempo reale. Altrimenti, come in un match di pugilato, prendi un pugno in piena faccia mentre stai lì a chiedere consiglio ai tuoi amici a bordo ring...
È quindi inevitabile, necessario, in definitiva giusto – in questo mondo – che una forza politica abbia un comando centrale, che possieda la capacità di concentrare l’informazione, la conoscenza collettiva, studi e capisca gli avversari, e possa dunque prendere decisioni giuste ed efficaci in tempo utile.
E la democrazia interna? La democrazia è un metodo. Serve a selezionare i delegati che dovranno rispettare un mandato di medio periodo (qualche mese, qualche anno). Serve a decidere quale mandato conferire (quale “linea politica” vincola il rapporto tra deleganti e delegati), a revocare il mandato in caso di incapacità o non volontà di rispettarlo.
I Cinque Stelle non potevano semplicemente fare quel che promettevano. Ma invece di prendere atto, e ufficializzare questo indispensabile “cambio di prospettiva culturale”, il gotha pentastellato ha per anni tenuto in vita “l’ideologia” facendo nella pratica l’opposto. Di qui i “malumori” sempre crescenti, con le motivazioni più diverse (in politica, sono sempre in tanti quelli che aspirano ai vertici e ne criticano i passaggi). Peraltro giustificati da una concentrazione di poteri senza precedenti neanche negli odiati “partiti” (capo politico, vicepremier, ministro degli esteri – prima del lavoro ed anche dello sviluppo – tesoriere, capodelegazione al governo, ecc.), in aperta contraddizione con “l’ideale”.
Stessa sorta per la “democrazia in Rete”. Sembra sempre l’uovo di Colombo: “confrontiamoci tutti e vediamo cosa ne esce fuori”. In genere non ne esce nulla. Un po’ perché, nella vita reale, le persone lavorano, amano, fanno decine di cose indispensabili e ben pochi hanno la possibilità (o la sfortuna) di stare ore al giorno davanti al pc, a scorrere migliaia di “opinioni” diverse in merito allo stesso argomento. Un po’ perché il meccanismo di determinazione della decisione, se preso alla lettera, seleziona la “decisione meno divisiva” tra i dialoganti; e non è affatto detto che sia anche quella più efficace (e comunque arriverebbe fuori tempo utile...).
Ma soprattutto perché il conflitto politico reale ammette solo un certo numero di soluzioni possibili, non qualsiasi corbelleria possa venire in mente. Il conflitto politico agisce insomma come un rasoio di Occam. Non c’è spazio per le parole in libertà (Mao diceva: “chi non fa inchiesta non ha diritto di parola“).
Anche in questo caso, la pratica effettiva della “piattaforma Rousseau” è stata un molto più prosaico sottoporre domande su cui chiedere il voto degli iscritti. Ma non serve un genio dell’informatica – o della democrazia – per capire che il manico sta in mano di chi formula le domande e, soprattutto, di chi controlla la “piattaforma”.
In definitiva, ne esce a pezzi anche l’ideologia dell’”uno vale uno”.
Sia chiaro: ognuno di noi “pesa” quanto qualsiasi altro, sia al momento del voto, sia nel diritto ad esigere pienamente i diritti (sia civili che sociali). Ma nessuno/a di noi è fortunatamente uguale a un altro/a per quanto riguarda capacità, cognizione di causa, competenze, interessi, dirittura morale, disponibilità, spirito militante, ecc.
Ne consegue che, nella formulazione di proposte politiche, ci sia una grande variabilità di valore o efficacia tra le infinite idee individuali possibili. Come da sempre accade, nel dibattito interno a una determinata comunità umana, “l’opinione collettiva” si forma cercando di selezionare le migliori dal punto di vista collettivo. Ossia quelle che funzionano. Su ogni decisione, in democrazia, si forma una maggioranza e una o più minoranze; ma ogni decisione, in democrazia, diventa vincolante per tutti i membri di una determinata comunità. Altrimenti la “discussione” impedisce qualsiasi decisione e fa perdere la battaglia.
Invece di negare questa basilare differenza tra capacità anche individuali, per creare una democrazia effettiva, sarebbe meglio concentrarsi su metodi e regole per evitare che gli opinion maker emergenti, ma temporanei, all’interno della comunità diventino “padroni” eterni dei destini della comunità stessa.
Abbandonando nella discarica delle idee balzane l’immagine di una “comunità umana piatta”, senza spessore, dunque senza poeti, musicisti, scienziati, campioni sportivi, ecc. E persino statisti.
Sembra paradossale che siano dei comunisti a dover ricordare la banalità della differenza reale tra gli esseri umani che comunque – e giustamente – pretendono l’uguaglianza nel poter vivere una vita degna di questo nome.
Ma, se ci pensate un attimo, vedete che la finzione dell’uguaglianza tra gli umani è proprio ciò che domina nel capitalismo. Il “consumatore” (quanto a informazione sulla natura della merce, il modo in cui è stata prodotta, gli elementi che la compongono, ecc.) viene fintamente supposto come “pari” al produttore, che ha invece tutte le informazioni e dunque il potere di imporre uno scambio truffaldino. Il lavoratore è dipinto – solo dipinto – come perfettamente consapevole di tutte le conseguenze del “contratto” che lo vincola a un padrone (pardon: a un “imprenditore”), che gli può così assegnare un salario da fame. Il “cittadino elettore”, per chiudere il cerchio, è dipinto nel momento del voto come “perfettamente” alla pari con il politico di professione, che può così rispondere agli ordini di chi ha il potere economico facendo finta di “servire il popolo”.
In definitiva, insomma: si possono superare le differenze che vengono ammesse e riconosciute, non quelle che vengono negate e nascoste. Che infatti riemergono sempre.
Né di destra, né di sinistra
È forse l’elemento più assurdo e ambiguo della “cultura grillina”, ma è stato il passepartout che hanno usato poi tutti i partiti che hanno provato a cavalcare il malessere sociale. “Facciamo quel che serve ai cittadini” (o “agli italiani”), è la frase più ripetuta negli assolo dei parlamentari davanti al condiscendente microfono Rai o Mediaset... Come se una legge, un decreto, una misura qualsiasi potessero davvero avere lo stesso effetto su qualsiasi tipologia sociale.
Ma se metti la flat tax al 15%, regali un’elemosina a chi guadagna poco e milioni a chi è già ricco. Se vieti le manifestazioni fai un favore agli imprenditori, e imbavagli i lavoratori (già ci pensano CgilCislUil, per maggiore sicurezza...). Eccetera.
È però verissimo che quella che oggi si autoproclama “sinistra” (il ventaglio di forze che va da Renzi a Leu, e spesso anche oltre) non ha nulla a che fare con cultura e valori storici del movimento operaio, a partire dalla difesa sul mercato del lavoro fino all’accoglienza dei migranti.
E quindi quel mantra grillino (ma comune a tutti i gruppi neofascisti che cercano di non farsi subito riconoscere come tali, restando così lasciati ai margini del gioco politico) ha avuto successo proprio perché questo “centrosinistra” è materialmente indistinguibile (citofoni a parte...) dal “centrodestra”.
Tant’è vero che i Cinque Stelle hanno fattivamente governato con entrambi.
Fino a chiudere un’era... La propria.
È tempo di aprirne un’altra, senza portarsi dietro nulla di quella subcultura politica.
Fonte
Al di là dell’auto-sopravvalutazione individuale, sempre presente in questi casi, la sua rinuncia alla guida solitaria di ciò che resta del Movimento Cinque Stelle certifica una crisi che si trascinava dal momento stesso in cui il “capo politico” – definizione resa obbligatoria dalla legge elettorale in vigore, parto delle “menti sottili” di Renzi e Rosato – aveva deciso di fare un governo insieme alla Lega, nel giugno 2018. Data da allora, infatti, la corsa verso il baratro nei sondaggi e soprattutto nei risultati elettorali.
Visto che non ci interessano più di tanto i gossip politici (“si dimette, ma per tornare”, “ora si va alla leadership collettiva”, “Di Battista si scalda in panchina” e via dicendo), preferiamo concentrare l’attenzione sulla fine di una stagione e di una cultura politica che ha avuto un forte successo pur essendo palesemente inconsistente.
È questo il piano su cui, ci sembra, si può provare a capire quali strade seguire in futuro per costruire effettivamente un’alternativa politica al tempo stesso radicale ed efficace.
Malessere sociale e rappresentanza politica
Da quasi 30 anni – da quando si è introdotta la “logica del maggioritario” nelle leggi elettorali, in curiosa coincidenza con l’entrata in vigore dei trattati di Maastricht e dei “vincoli” lì indicati – il malessere sociale è andato crescendo. Non per ragioni politico-elettorali, ma per il ben più evidente impoverimento progressivo dei lavoratori dipendenti (e anche di quelli autonomi “di fascia bassa”), causato da politiche economiche e di mercato del lavoro sempre più a favore delle imprese: precarietà contrattuale (“pacchetto Treu” e “legge 30”), salari da fame per i “lavoretti precari” diventati regola legale, blocco degli aumenti salariali, blocco del turnover nella pubblica amministrazione (e introduzione del precariato anche lì), esternalizzazioni e delocalizzazioni, svendita del patrimonio industriale e immobiliare pubblico, aumento della disoccupazione e dei workin poor, aumento esponenziale dell’età pensionabile e regole più micragnose per il calcolo dell’assegno...
Si potrebbe andare avanti all’infinito, fino alla legge Fornero e al Jobs Act (abolizione dell’art. 18), ma l’andazzo è fin troppo noto per ricordarlo tutto. L’intreccio inestricabile tra peggioramento delle condizioni di vita e disinteresse per queste della “politica” ha alimentato il sacrosanto odio popolare per “i privilegiati”. Che poi questi siano stati ridotti ai soli “politici” è un capolavoro di depistaggio messo in campo dai media mainstream (dove è vietato invece criticare le aziende e chi le dirige-possiede...), a partire dal fortunato libretto “La casta“. Del resto, questa classe politica è fatta di servi di bassa lega, dunque è perfino giusto che vengano sacrificati dal Potere vero per allontanare da sé l’odio popolare.
Questo malessere, nel mondo politico bipolare disegnato dalle leggi elettorali maggioritarie, non ha a lungo trovato una rappresentanza politica reale. I cosiddetti centrodestra e centrosinistra si sono alternati per oltre venti anni senza che nessun bisogno emergente da quel malessere potesse trovare ascolto.
Anzi...
Due schieramenti perfettamente uguali sul piano della “decisione politica” – anche al di là della volontà dei singoli, anche quando nella maggioranza c’era perfino Rifondazione Comunista o, sul fronte opposto, gli eredi diretti del Movimento Sociale (Fini, Meloni, Storace, Gasparri, ecc.) – perché entrambi felicemente prigionieri dei vincoli e delle “prescrizioni” elaborate a Bruxelles e Francoforte. Resta un po’ di spazio solo per i dettagli, le bandierine e pezzetti sempre più piccoli di clientela. E su quelli la concorrenza è ferocissima.
Quando si è presentata, dietro il vettore mediatico e comunicativo di Beppe Grillo, un’“alternativa” che faceva propria, in modo piacione e confusissimo, l’esigenza di mandare a casa l’establishment (“vaffa” alla “Kasta”), improvvisamente si è rotta la gabbia bipolare e quella rappresentanza politica, per quanto vaga, è arrivata in breve tempo a raccogliere un terzo dei consensi elettorali.
Le poche cose che sembravano chiare non lo erano ovviamente affatto: “un movimento né di destra né di sinistra”, “onestà e legalità”, “uno vale uno”, “democrazia diretta fondata sulla Rete”, “nessun leader e nessun capo”, ecc.
Tutti slogan, in senso stretto, che ognuno poteva riempire con la propria immaginazione, senza che corrispondessero ad alcunché di somigliante a un programma politico nero su bianco. Ossia a un disegno chiaro, possibilmente organico, di modello sociale che fosse corrispondente ai bisogni reali della popolazione e anche realizzabile nei tempi brevi di una stagione di governo.
La prova del governo
Già le faticose esperienze dei primi sindaci eletti dai Cinque Stelle (Pizzarotti a Parma, per esempio) facevano vedere che tra quegli slogan e la realtà, tra il dire e il fare, c’era qualche oceano di mezzo. Ma le loro difficoltà potevano facilmente esse scusate con gli ostacoli frapposti dai governi centrali (che controllano comunque le erogazioni finanziarie) o dalle competenze regionali “concorrenti”; oppure con il “tradimento” del singolo eletto nei confronti del mandato ricevuto.
È stato solo quando il M5S è arrivato al governo nazionale che l’inconsistenza della sua “cultura politica” si è sfracellata contro la durezza dei fatti.
Accettare di fare un governo con la Lega, popolata di vecchi marpioni del sottobosco politico-affaristico e teatralizzata da un attore di serie B, ma straordinariamente “montato” dal sistema mediatico (oltre che, ironia della Storia, proprio dalle potenzialità manipolatorie della Rete), si è rivelato fin da subito un suicidio. Politico e “ideale”.
Il successivo salto di maggioranza, dalla Lega al Pd, sebbene obbligato proprio dall’ex alleato folgorato dai mojito al Papeete, ha finito di demolire quel che restava della credibilità di un impianto “teorico”: se puoi stare al governo con chiunque, non hai alcuna vera “alternativa” da portare avanti. Sei un democristiano di centro, che te ne renda conto o no.
Le esigenze della “tattica politica”, altrimenti dette del “realismo” (il discorso di dimissioni di Di Maio ne è stato pieno), prendono il sopravvento e cancellano ben presto quasi tutto l’immaginario che aveva sostenuto l’ascesa del movimento. Le poche “vittorie” sono bandierine lacere che interessano ben poco il grande pubblico: “l’abolizione dei vitalizi” è a forte rischio di incostituzionalità, “l’abolizione della prescrizione” idem, “il taglio dei parlamentari” fa diminuire la rappresentatività del Parlamento senza ridurre granché “i costi della politica” (si sarebbe risparmiato molto di più dimezzando, o più, gli stipendi dei parlamentari, senza toccare la Costituzione).
Persino il simbolo glorioso del “reddito di cittadinanza a 780 euro” è sbiadito in un assegno medio di meno di 500 per un platea ridotta e identificata con criteri discutibilissimi e praticamente inefficaci.
Lo spettro della “legalità”
Lo slogan “onestà, onestà” era stato la colonna sonora dell’ascesa dei Cinque Stelle. Al di là della difficoltà, incontrata da molti neoletti in quelle liste, a far corrispondere vizi privati e pubblica virtù, c’è una voragine culturale abissale sotto quello slogan. È l’idea – mai pienamente esplicitata – che questo sistema in cui viviamo funzionerebbe benissimo se tutti fossero “onesti” e “rispettassero la legge”.
Ma se tutti “rispettano la legge” non cambia mai nulla, nel sistema in cui viviamo. Se la Storia fosse andata avanti con popolazioni che “rispettavano le leggi” staremmo ancora a pitturare la volta delle caverne con le dita sporche... Anche nelle tribù primitive, infatti, c’era una “legge”. Era la volontà del capobranco, ma era una “legge”; pericolosissimo non rispettarla...
“Rispettando la legge” non ci sarebbe stata la Rivoluzione Francese, né quella inglese o americana (non parliamo poi di quella russa o sovietica o cubana, ecc).
Peggio: gli aguzzini sterminatori dei lager nazisti erano a loro modo dei perfetti “rispettosi della legge”. “Abbiamo obbedito agli ordini”, si sono difesi prima di finire giustamente davanti al plotone di esecuzione.
La legge è infatti “la regola che c’è” in un determinato momento, in un certo luogo o Paese. È la cristallizzazione in “regole valide per tutti” di un rapporto di forza. E cambia solo se cambiano i rapporti di forza, e nel senso (la direzione storica, l’orientamento ideale, ecc.) deciso dai rapporti di forza. La legge, insomma, cambia solo se viene ad un certo punto violata.
La giustizia è un’altra cosa, come si sa. E infatti il mondo cambia e va avanti non rispettando le leggi ingiuste. Chi obbedisce loro senza farsi domande sulla loro corrispondenza a una più alta idea di “giustizia” è un conservatore, non un “uomo del cambiamento”.
Lo si è visto con i Cinque Stelle in due governi che dovevano essere diversi, ma sono stati eguali nella sostanza (neanche i “decreti sicurezza” di Salvini sono stati minimamente toccati!).
Democrazia diretta, uno vale uno, la centralità della rete
Qui forse si è verificato il più grande scarto tra premesse, promesse e realtà. Per un “errore di programmazione” che è appunto la voragine sotto i piedi di una cultura politica inventata, fuori dalla Storia.
Si diceva: “‘uno vale uno’, nessuno è il capo nessuno è il leader. Nessuna organizzazione piramidale, nessuna governance nè, tantomeno, l’organizzazione simile a quelle dei partiti tradizionali. La democrazia diretta, è il motto, vince su tutto. La rete ha sempre l’ultima parola.”
Un’idea irrealizzabile nella pratica. Affascinante, in astratto, ma irrealizzabile. Perlomeno all’alba del terzo Millennio, in pieno regime capitalistico, sebbene nella sua più lunga crisi da quando esiste.
In questo mondo la politica è la continuazione della guerra con altri mezzi. Che significa? La politica è lotta, conflitto continuo anche se senza armi (e neanche sempre...). Ogni mossa comporta una contromossa degli avversari, e viceversa. Le decisioni, piccole o grandi che siano, vanno prese in tempo reale. Altrimenti, come in un match di pugilato, prendi un pugno in piena faccia mentre stai lì a chiedere consiglio ai tuoi amici a bordo ring...
È quindi inevitabile, necessario, in definitiva giusto – in questo mondo – che una forza politica abbia un comando centrale, che possieda la capacità di concentrare l’informazione, la conoscenza collettiva, studi e capisca gli avversari, e possa dunque prendere decisioni giuste ed efficaci in tempo utile.
E la democrazia interna? La democrazia è un metodo. Serve a selezionare i delegati che dovranno rispettare un mandato di medio periodo (qualche mese, qualche anno). Serve a decidere quale mandato conferire (quale “linea politica” vincola il rapporto tra deleganti e delegati), a revocare il mandato in caso di incapacità o non volontà di rispettarlo.
I Cinque Stelle non potevano semplicemente fare quel che promettevano. Ma invece di prendere atto, e ufficializzare questo indispensabile “cambio di prospettiva culturale”, il gotha pentastellato ha per anni tenuto in vita “l’ideologia” facendo nella pratica l’opposto. Di qui i “malumori” sempre crescenti, con le motivazioni più diverse (in politica, sono sempre in tanti quelli che aspirano ai vertici e ne criticano i passaggi). Peraltro giustificati da una concentrazione di poteri senza precedenti neanche negli odiati “partiti” (capo politico, vicepremier, ministro degli esteri – prima del lavoro ed anche dello sviluppo – tesoriere, capodelegazione al governo, ecc.), in aperta contraddizione con “l’ideale”.
Stessa sorta per la “democrazia in Rete”. Sembra sempre l’uovo di Colombo: “confrontiamoci tutti e vediamo cosa ne esce fuori”. In genere non ne esce nulla. Un po’ perché, nella vita reale, le persone lavorano, amano, fanno decine di cose indispensabili e ben pochi hanno la possibilità (o la sfortuna) di stare ore al giorno davanti al pc, a scorrere migliaia di “opinioni” diverse in merito allo stesso argomento. Un po’ perché il meccanismo di determinazione della decisione, se preso alla lettera, seleziona la “decisione meno divisiva” tra i dialoganti; e non è affatto detto che sia anche quella più efficace (e comunque arriverebbe fuori tempo utile...).
Ma soprattutto perché il conflitto politico reale ammette solo un certo numero di soluzioni possibili, non qualsiasi corbelleria possa venire in mente. Il conflitto politico agisce insomma come un rasoio di Occam. Non c’è spazio per le parole in libertà (Mao diceva: “chi non fa inchiesta non ha diritto di parola“).
Anche in questo caso, la pratica effettiva della “piattaforma Rousseau” è stata un molto più prosaico sottoporre domande su cui chiedere il voto degli iscritti. Ma non serve un genio dell’informatica – o della democrazia – per capire che il manico sta in mano di chi formula le domande e, soprattutto, di chi controlla la “piattaforma”.
In definitiva, ne esce a pezzi anche l’ideologia dell’”uno vale uno”.
Sia chiaro: ognuno di noi “pesa” quanto qualsiasi altro, sia al momento del voto, sia nel diritto ad esigere pienamente i diritti (sia civili che sociali). Ma nessuno/a di noi è fortunatamente uguale a un altro/a per quanto riguarda capacità, cognizione di causa, competenze, interessi, dirittura morale, disponibilità, spirito militante, ecc.
Ne consegue che, nella formulazione di proposte politiche, ci sia una grande variabilità di valore o efficacia tra le infinite idee individuali possibili. Come da sempre accade, nel dibattito interno a una determinata comunità umana, “l’opinione collettiva” si forma cercando di selezionare le migliori dal punto di vista collettivo. Ossia quelle che funzionano. Su ogni decisione, in democrazia, si forma una maggioranza e una o più minoranze; ma ogni decisione, in democrazia, diventa vincolante per tutti i membri di una determinata comunità. Altrimenti la “discussione” impedisce qualsiasi decisione e fa perdere la battaglia.
Invece di negare questa basilare differenza tra capacità anche individuali, per creare una democrazia effettiva, sarebbe meglio concentrarsi su metodi e regole per evitare che gli opinion maker emergenti, ma temporanei, all’interno della comunità diventino “padroni” eterni dei destini della comunità stessa.
Abbandonando nella discarica delle idee balzane l’immagine di una “comunità umana piatta”, senza spessore, dunque senza poeti, musicisti, scienziati, campioni sportivi, ecc. E persino statisti.
Sembra paradossale che siano dei comunisti a dover ricordare la banalità della differenza reale tra gli esseri umani che comunque – e giustamente – pretendono l’uguaglianza nel poter vivere una vita degna di questo nome.
Ma, se ci pensate un attimo, vedete che la finzione dell’uguaglianza tra gli umani è proprio ciò che domina nel capitalismo. Il “consumatore” (quanto a informazione sulla natura della merce, il modo in cui è stata prodotta, gli elementi che la compongono, ecc.) viene fintamente supposto come “pari” al produttore, che ha invece tutte le informazioni e dunque il potere di imporre uno scambio truffaldino. Il lavoratore è dipinto – solo dipinto – come perfettamente consapevole di tutte le conseguenze del “contratto” che lo vincola a un padrone (pardon: a un “imprenditore”), che gli può così assegnare un salario da fame. Il “cittadino elettore”, per chiudere il cerchio, è dipinto nel momento del voto come “perfettamente” alla pari con il politico di professione, che può così rispondere agli ordini di chi ha il potere economico facendo finta di “servire il popolo”.
In definitiva, insomma: si possono superare le differenze che vengono ammesse e riconosciute, non quelle che vengono negate e nascoste. Che infatti riemergono sempre.
Né di destra, né di sinistra
È forse l’elemento più assurdo e ambiguo della “cultura grillina”, ma è stato il passepartout che hanno usato poi tutti i partiti che hanno provato a cavalcare il malessere sociale. “Facciamo quel che serve ai cittadini” (o “agli italiani”), è la frase più ripetuta negli assolo dei parlamentari davanti al condiscendente microfono Rai o Mediaset... Come se una legge, un decreto, una misura qualsiasi potessero davvero avere lo stesso effetto su qualsiasi tipologia sociale.
Ma se metti la flat tax al 15%, regali un’elemosina a chi guadagna poco e milioni a chi è già ricco. Se vieti le manifestazioni fai un favore agli imprenditori, e imbavagli i lavoratori (già ci pensano CgilCislUil, per maggiore sicurezza...). Eccetera.
È però verissimo che quella che oggi si autoproclama “sinistra” (il ventaglio di forze che va da Renzi a Leu, e spesso anche oltre) non ha nulla a che fare con cultura e valori storici del movimento operaio, a partire dalla difesa sul mercato del lavoro fino all’accoglienza dei migranti.
E quindi quel mantra grillino (ma comune a tutti i gruppi neofascisti che cercano di non farsi subito riconoscere come tali, restando così lasciati ai margini del gioco politico) ha avuto successo proprio perché questo “centrosinistra” è materialmente indistinguibile (citofoni a parte...) dal “centrodestra”.
Tant’è vero che i Cinque Stelle hanno fattivamente governato con entrambi.
Fino a chiudere un’era... La propria.
È tempo di aprirne un’altra, senza portarsi dietro nulla di quella subcultura politica.
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La tinozza di Renzi, Di Maio e Salvini
Così tramonta un altro dei leader che improvvisamente conquistano la scena politica ed il successo.
Era toccato a Renzi, e sembra un secolo fa, ma son passati solo sei anni. Aveva raggiunto il 42% dei voti alle europee del 2014. Alle politiche del 2018 Di Maio era diventato il capo politico dei Cinquestelle con il 33%. Ora anche lui si dimette, con rabbia verso i nemici interni, mentre il suo movimento è in sfacelo.
Tocca a Salvini ora il grande successo ed il suo partito è il primo nel paese. Quanto durerà? Non molto e non solo perché è un maleducato che non ha nemmeno imparato che non si suonano i campanelli per dar fastidio nelle case. Ma perché anche Salvini come i suoi predecessori è emerso nella gran tinozza della politica italiana.
Questa tinozza è in mano alle élite e al potere economico dominante, che tengono fuori di essa tutti quei temi sociali politici e culturali che possano davvero mettere in discussione il sistema. Dalla scandalosa accumulazione di ricchezza in poche mani, alle guerre sempre più vicine, alla devastazione ambientale. Questi temi di fondo vengono ridotti ad istanze morali e separati da qualsiasi agire politico radicale.
Il principio di fondo è che o si è realisti, cioè si accetta il sistema con tutte le sue inevitabili schifezze, o non si entra in politica. Se accetti questa discriminante, allora puoi entrare nella grande tinozza della competizione politica e lì a seconda dei momenti, milioni di persone si spostano in una marea liquida alla ricerca di chi dia loro speranza che cambi qualcosa. Oppure li difenda dal rischio che qualcosa cambi.
È la società cosiddetta post ideologica, dove da un lato formalmente esistono ancora destra e sinistra, ma solo se non si parla di economia, ricchezza, lavoro.
Quando invece si toccano quei temi materiali destra e sinistra scompaiono e tutti coloro che fan politica nella tinozza adottano il buonsenso capitalista: nulla contro l’impresa e il mercato.
Pensiamo allo scontro epocale sulle elezioni regionali in Emilia Romagna. I due principali candidati sono divisi su Bella Ciao, ma poi su tutto il resto hanno lo stesso identico programma: imprese, privatizzazioni, grandi opere, sicurezza poliziesca e sgomberi. Tra loro il confronto è: tu non hai fatto questo, non è vero l’ho fatto e lo farò meglio di te.
Dal momento però che la crisi sociale sconvolge sempre più persone, dentro la tinozza politica questi sconvolgimenti producono onde emotive e cambiamenti improvvisi, che dopo un po’ si scopre non han cambiato un bel nulla. Allora i leader affondano insieme alle speranze che hanno suscitato.
Fuori di metafora, viviamo in un sistema politico truccato, in una falsa democrazia costruita per escludere il cambiamento vero attraverso un continuo cambiamento finto. E i leader si consumano in questo moto continuo dentro la stessa melma.
Solo la tenacia di una lotta quotidiana contro il sistema può riportare nella politica ciò che la politica ha escluso: l’abbattimento del dominio sulla vita delle persone da parte del mercato e degli affari.
PS. Volete riconoscere il leader finto di un finto cambiamento? Fate un piccolo test. Se quando parla di lavoro aggiunge subito impresa e imprenditori è di quelli.
Fonte
Era toccato a Renzi, e sembra un secolo fa, ma son passati solo sei anni. Aveva raggiunto il 42% dei voti alle europee del 2014. Alle politiche del 2018 Di Maio era diventato il capo politico dei Cinquestelle con il 33%. Ora anche lui si dimette, con rabbia verso i nemici interni, mentre il suo movimento è in sfacelo.
Tocca a Salvini ora il grande successo ed il suo partito è il primo nel paese. Quanto durerà? Non molto e non solo perché è un maleducato che non ha nemmeno imparato che non si suonano i campanelli per dar fastidio nelle case. Ma perché anche Salvini come i suoi predecessori è emerso nella gran tinozza della politica italiana.
Questa tinozza è in mano alle élite e al potere economico dominante, che tengono fuori di essa tutti quei temi sociali politici e culturali che possano davvero mettere in discussione il sistema. Dalla scandalosa accumulazione di ricchezza in poche mani, alle guerre sempre più vicine, alla devastazione ambientale. Questi temi di fondo vengono ridotti ad istanze morali e separati da qualsiasi agire politico radicale.
Il principio di fondo è che o si è realisti, cioè si accetta il sistema con tutte le sue inevitabili schifezze, o non si entra in politica. Se accetti questa discriminante, allora puoi entrare nella grande tinozza della competizione politica e lì a seconda dei momenti, milioni di persone si spostano in una marea liquida alla ricerca di chi dia loro speranza che cambi qualcosa. Oppure li difenda dal rischio che qualcosa cambi.
È la società cosiddetta post ideologica, dove da un lato formalmente esistono ancora destra e sinistra, ma solo se non si parla di economia, ricchezza, lavoro.
Quando invece si toccano quei temi materiali destra e sinistra scompaiono e tutti coloro che fan politica nella tinozza adottano il buonsenso capitalista: nulla contro l’impresa e il mercato.
Pensiamo allo scontro epocale sulle elezioni regionali in Emilia Romagna. I due principali candidati sono divisi su Bella Ciao, ma poi su tutto il resto hanno lo stesso identico programma: imprese, privatizzazioni, grandi opere, sicurezza poliziesca e sgomberi. Tra loro il confronto è: tu non hai fatto questo, non è vero l’ho fatto e lo farò meglio di te.
Dal momento però che la crisi sociale sconvolge sempre più persone, dentro la tinozza politica questi sconvolgimenti producono onde emotive e cambiamenti improvvisi, che dopo un po’ si scopre non han cambiato un bel nulla. Allora i leader affondano insieme alle speranze che hanno suscitato.
Fuori di metafora, viviamo in un sistema politico truccato, in una falsa democrazia costruita per escludere il cambiamento vero attraverso un continuo cambiamento finto. E i leader si consumano in questo moto continuo dentro la stessa melma.
Solo la tenacia di una lotta quotidiana contro il sistema può riportare nella politica ciò che la politica ha escluso: l’abbattimento del dominio sulla vita delle persone da parte del mercato e degli affari.
PS. Volete riconoscere il leader finto di un finto cambiamento? Fate un piccolo test. Se quando parla di lavoro aggiunge subito impresa e imprenditori è di quelli.
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13/01/2020
Libia - La tregua, per ora, regge. Di Maio evoca i “caschi blu” europei
In Libia la tregua appare fragile ma al momento regge. Anche il capo del governo di Tripoli, Fayez al Serraj, ha infatti accettato il cessate il fuoco proposto da Turchia e Russia al quale hanno aderito anche le forze del generale Haftar.
Non mancano le accuse reciproche di violazione della tregua. E già il governo di Serraj denuncia violazioni “a Salaheddin e Wadi Rabie pochi minuti dopo la sua entrata in vigore”. Mentre anche alcuni media vicini ad Haftar segnalano violazioni al cessate il fuoco entrato in vigore dalla mezzanotte in Libia: “Le milizie che fanno capo al governo di accordo nazionale libico hanno violato la tregua su più di un fronte con ogni tipo di armi, compresa l’artiglieria”, ha affermato Al-Mabrouk Al-Gazawi dell’Esercito nazionale libico al sito informativo libico Al Marsad, assicurando tuttavia il rispetto dell’ordine del cessate il fuoco.
Sabato il premier del governo di Tripoli è stato in visita a Roma ricucendo lo strappo consumatosi alcuni giorni fa con l’incontro previsto con Conte ma poi saltato. Fayez al Sarraj, durante la conferenza stampa tenuta a Palazzo Chigi dopo il colloquio con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ha detto di “accogliere con piacere l’iniziativa di Russia e Turchia che punta a un cessate il fuoco, come siamo sempre disponibili ad accogliere qualsiasi iniziativa che possa andare in questa direzione, a condizione che ci sia un ritiro da parte di chi attacca, che non sembra disponibile a questo perché ha un altro modus operandi”.
E lo stesso Serraj ieri è giunto a Istanbul, dove ha incontrato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, uno dei suoi massimi sostenitori.
Anche il ministro degli esteri italiano Di Maio ha lanciato un ponte in Turchia colloquiando al telefono il suo omologo turco Melvut Cavusoglu. E lo stesso Di Maio in una intervista a La Stampa ha ventilato l’ipotesi di caschi blu “europei” da schierare in Libia come “l’unico modo per fermare le interferenze esterne, il massacro di civili innocenti e per dare all’Ue una sola voce”.
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Non mancano le accuse reciproche di violazione della tregua. E già il governo di Serraj denuncia violazioni “a Salaheddin e Wadi Rabie pochi minuti dopo la sua entrata in vigore”. Mentre anche alcuni media vicini ad Haftar segnalano violazioni al cessate il fuoco entrato in vigore dalla mezzanotte in Libia: “Le milizie che fanno capo al governo di accordo nazionale libico hanno violato la tregua su più di un fronte con ogni tipo di armi, compresa l’artiglieria”, ha affermato Al-Mabrouk Al-Gazawi dell’Esercito nazionale libico al sito informativo libico Al Marsad, assicurando tuttavia il rispetto dell’ordine del cessate il fuoco.
Sabato il premier del governo di Tripoli è stato in visita a Roma ricucendo lo strappo consumatosi alcuni giorni fa con l’incontro previsto con Conte ma poi saltato. Fayez al Sarraj, durante la conferenza stampa tenuta a Palazzo Chigi dopo il colloquio con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ha detto di “accogliere con piacere l’iniziativa di Russia e Turchia che punta a un cessate il fuoco, come siamo sempre disponibili ad accogliere qualsiasi iniziativa che possa andare in questa direzione, a condizione che ci sia un ritiro da parte di chi attacca, che non sembra disponibile a questo perché ha un altro modus operandi”.
E lo stesso Serraj ieri è giunto a Istanbul, dove ha incontrato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, uno dei suoi massimi sostenitori.
Anche il ministro degli esteri italiano Di Maio ha lanciato un ponte in Turchia colloquiando al telefono il suo omologo turco Melvut Cavusoglu. E lo stesso Di Maio in una intervista a La Stampa ha ventilato l’ipotesi di caschi blu “europei” da schierare in Libia come “l’unico modo per fermare le interferenze esterne, il massacro di civili innocenti e per dare all’Ue una sola voce”.
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11/01/2020
Libia - Incertezze sul cessate il fuoco.
Il generale Haftar ha fatto sapere, per ora, che non gli interessa la proposta di cessate il fuoco in Libia avanzata da Russia e Turchia e poi dalla Commissione europea. “Ringraziamo la Russia per il suo sostegno ma non possiamo smettere di combattere il terrorismo”. Del resto Haftar sta vincendo sul campo, sia nei sobborghi della capitale Tripoli, sia avvicinandosi a Misurata. Un cessate il fuoco adesso congelerebbe i vantaggi militari acquisiti.
Al contrario il governo di accordo nazionale libico (Gna), ossia il governo di Tripoli in evidente affanno “accoglie con favore qualsiasi appello alla ripresa del processo politico e ad allontanare lo spettro della guerra, in conformità con l’Accordo politico libico e il sostegno alla Conferenza di Berlino patrocinata dalle Nazioni Unite”.
La nota del governo di Serraj è stata rilasciata dopo l’incontro avvenuto ad Istanbul tra il presidente russo Putin e quello turco Erdogan nel quale i due hanno proposto tra le altre cose “un cessate il fuoco in Libia a partire dalla mezzanotte di domenica prossima”.
Per l’Italia invece ci sono ancora rogne. Dopo il brusco inciampo diplomatico con Serraj, che ha fatto saltare l’incontro a Roma con Conte a causa del contestuale incontro con Haftar, in Italia si registra solo una telefonata tra il ministro degli Esteri Di Maio e quello tedesco Heiko Maas (magari affinché quest’ultimo faccia sentire il suo peso sulla Francia che continua a giocare in proprio, ndr). “Restiamo compatti, l’Ue deve restare compatta sulla Libia e serve quanto prima una data sulla conferenza di Berlino”, ha detto il titolare della Farnesina.
Ma si profila un altro segnale della caduta di qualità delle relazioni tra l’Italia e il governo di Tripoli, il quale probabilmente ha annusato un cambiamento di sponda da parte italiana.
Il ministro dell’Interno del governo libico, Fathi Bashagha, ieri è stato a Roma e poi ci dovrebbe ritornare lunedì in visita ufficiale. Come mai questo andirivieni? Il fatto è che il ministro libico venerdì (ieri per chi legge) era effettivamente a Roma, ma solo per un incontro “con una delegazione Usa”. Poi ritornerà in Italia lunedì 13 per un incontro ufficiale con il governo italiano. A parziale compensazione di queste ambiguità, Di Maio nel vertice del 9 gennaio a Il Cairo con Egitto, Francia, Cipro, Grecia, non ha firmato una risoluzione sulla Libia piuttosto bendisposta verso Haftar.
Il ministro degli Esteri Di Maio mercoledì prossimo alle 16 dovrà riferire alla Camera con una informativa urgente sugli sviluppi della situazione in Iran, Iraq e in Libia. Francamente non vorremmo essere nei suoi panni.
Fonte
Al contrario il governo di accordo nazionale libico (Gna), ossia il governo di Tripoli in evidente affanno “accoglie con favore qualsiasi appello alla ripresa del processo politico e ad allontanare lo spettro della guerra, in conformità con l’Accordo politico libico e il sostegno alla Conferenza di Berlino patrocinata dalle Nazioni Unite”.
La nota del governo di Serraj è stata rilasciata dopo l’incontro avvenuto ad Istanbul tra il presidente russo Putin e quello turco Erdogan nel quale i due hanno proposto tra le altre cose “un cessate il fuoco in Libia a partire dalla mezzanotte di domenica prossima”.
Per l’Italia invece ci sono ancora rogne. Dopo il brusco inciampo diplomatico con Serraj, che ha fatto saltare l’incontro a Roma con Conte a causa del contestuale incontro con Haftar, in Italia si registra solo una telefonata tra il ministro degli Esteri Di Maio e quello tedesco Heiko Maas (magari affinché quest’ultimo faccia sentire il suo peso sulla Francia che continua a giocare in proprio, ndr). “Restiamo compatti, l’Ue deve restare compatta sulla Libia e serve quanto prima una data sulla conferenza di Berlino”, ha detto il titolare della Farnesina.
Ma si profila un altro segnale della caduta di qualità delle relazioni tra l’Italia e il governo di Tripoli, il quale probabilmente ha annusato un cambiamento di sponda da parte italiana.
Il ministro dell’Interno del governo libico, Fathi Bashagha, ieri è stato a Roma e poi ci dovrebbe ritornare lunedì in visita ufficiale. Come mai questo andirivieni? Il fatto è che il ministro libico venerdì (ieri per chi legge) era effettivamente a Roma, ma solo per un incontro “con una delegazione Usa”. Poi ritornerà in Italia lunedì 13 per un incontro ufficiale con il governo italiano. A parziale compensazione di queste ambiguità, Di Maio nel vertice del 9 gennaio a Il Cairo con Egitto, Francia, Cipro, Grecia, non ha firmato una risoluzione sulla Libia piuttosto bendisposta verso Haftar.
Il ministro degli Esteri Di Maio mercoledì prossimo alle 16 dovrà riferire alla Camera con una informativa urgente sugli sviluppi della situazione in Iran, Iraq e in Libia. Francamente non vorremmo essere nei suoi panni.
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