Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
23/07/2024
A bando la gestione dell’idroelettrico italiano, è una clausola del PNRR
Come sempre, è la UE l’origine di ogni indirizzo preso a Palazzo Chigi, perché le decisioni ormai vengono prese a Bruxelles. In passato, lì si era deciso che la gestione degli impianti idroelettrici andava messa a bando, affidandola a terzi.
Nel 2021 questo obbligo è stato fatto decadere. Ma nel nostro paese c’era quello che era definito il “governo dei migliori”, e questi hanno pensato che la cosa migliore fosse mantenere il provvedimento così com’era.
Anzi, per mostrarsi al solito più realisti del re, Draghi decise di inserire questa misura tra le clausole per ricevere il PNRR. In pratica, per ottenere i soldi (a prestito, per lo più) della UE, bisognava per forza privarsi del controllo su queste infrastrutture strategiche.
Stiamo parlando di 4.646 centrali, quasi tutte sull’arco alpino. Esse producono il 20% dell’energia totale del paese e rappresentano il 40% delle rinnovabili, e sono perciò un asset fondamentale anche rispetto alla programmazione della lotta al cambiamento climatico.
E la questione ha importanti ripercussioni anche rispetto alla gestione del territorio e al contrasto al dissesto idrogeologico. Infatti, dighe e invasi sono elementi dirimenti anche rispetto al pericolo alluvioni, che più di una volta hanno colpito l’Italia negli ultimi mesi.
L’inconsistenza del governo Meloni già palesatasi con queste tragedie lo sta portando oggi a continuare sulla strada tracciata da Draghi. Con questi bandi anche gli operatori esteri potranno entrare nel settore: altro che sovranisti!
Non avendo approvato il decreto Energia bis, non è stato possibile nemmeno riassegnare gli impianti ai concessionari uscenti. Ad oggi, inoltre, servirebbero investimenti per almeno 15 miliardi di euro totali, che nell’incertezza attuale nessun privato si vuole assumere.
Basterebbe un po’ di manutenzione e sostituzione di alcuni macchinari, e si potrebbero guadagnare 4,4 terawattora all’anno. Ciò si tradurrebbe anche in un risparmio di 2 milioni di tonnellate di anidride carbonica e nella creazione di 2mila posti di lavoro per completare i lavori.
Un piano di sviluppo che necessiterebbe di uno Stato guidato da una classe dirigente con un minimo di cultura di programmazione, che riesca a vedere oltre la scadenza elettorale. E che non sia legata mani e piedi ai vincoli europei.
Ma a Palazzo Chigi al massimo riusciranno a pensare a come garantire la rendita su questi beni della collettività. Questa è la cifra reale del governo Meloni.
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18/07/2024
La tragica situazione dell’informazione italiana, secondo un rapporto UE
Questo studio è infine stato pubblicato, ed effettivamente il contenuto è tutto fuorché qualcosa che mette in buona luce il governo italiano. E dovrebbe mettere in allarme anche l’opinione pubblica dell’intero Paese.
Il rapporto dal titolo Monitoraggio del pluralismo dell’informazione nell’era digitale redatto dal Centre for media pluralism and media freedom, è arrivato in Vigilanza RAI, dove il rischio per la libertà di informazione è calcolato al 71%.
Nel testo si legge che “la maggioranza ha esplicitamente rivendicato una maggiore influenza sulla RAI e una sorta di diritto ad avere una televisione pubblica allineata con i vincitori delle elezioni”. Nulla a che vedere, dunque, con la dialettica democratica.
Viene denunciata “una vera e propria operazione di occupazione e spartizione, soprattutto da parte del principale partito di governo”, ovvero Fratelli d’Italia, con il risultato che “il pluralismo dell’informazione è fortemente peggiorato”.
Ma il rapporto non riguarda solo l’informazione in senso stretto. In esso si fa riferimento anche alla diffamazione, che ha portato più volte la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) a condannare il nostro paese rispetto al ruolo assunto da questa disciplina penale.
Dagli organi UE è stato fatto notare pure che la riforma Cartabia “ha imposto ai cronisti giudiziari restrizioni relative alla raccolta di informazioni” e che “si può quindi ritenere che il decreto sia uno strumento il cui scopo è proprio quello di limitare la comunicazione di informazioni alla comunità”.
Anche il cosiddetto Bavaglio Costa – ovvero il divieto di pubblicazione integrale o per estratto del testo dell’ordinanza di custodia cautelare fino alla conclusione delle indagini preliminari o dell’udienza preliminare – è citato come un pericolo. Un’altra limitazione al diritto all’informazione.
Nel rapporto viene messo in risalto il problema del conflitto di interessi nei media privati. E non si parla solo di Mediaset, ma anche del gruppo Gedi, del Sole 24 Ore e di Mario Sechi, passato alla direzione di Libero poche settimane dopo essere stato capo ufficio stampa di Giorgia Meloni.
Nel documento si mette poi in guardia dal fatto che la valutazione presentata potrebbe peggiorare se il deputato leghista Antonio Angelucci, proprietario di numerosi quotidiani attraverso la holding Tosinvest, acquisisse l’agenzia di stampa AGI. Le trattative sono in corso.
Tra le raccomandazioni consigliate nel rapporto troviamo la modifica della legislazione riguardante gli organi apicali della RAI e l’adozione di misure per una maggiore trasparenza. Si inviata anche ad “approvare una riforma organica della legislazione penale in materia di diffamazione”.
Infine, viene chiesto anche di “evitare restrizioni ingiustificate all’accesso alle informazioni dei giornalisti”. Se questo è il consiglio da dare al governo di una delle maggiori potenze occidentali, si può capire come sia poco più che propaganda il vanto di essere un paese democratico.
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29/11/2023
Fine del “mercato tutelato”, le multinazionali ringraziano
5 milioni di famiglie, su un totale di 9,5 milioni, si sono fin qui potute avvalere di tariffe controllate dall’Autorità per l’energia, beneficiando di un “bonus energia” (in pratica uno sconto valido per i redditi Isee fino a 15.000 euro).
Questo sconto scomparirà a fine anno, per quanto riguarda il gas e da aprile relativamente alla corrente elettrica.
Rimarranno “sotto tutela” 4,5 milioni di famiglie classificate come “disagiate” che beneficiano della legge 104, del bonus sociale, o i cui membri risultano essere over 65 (con determinati livelli di reddito, ovviamente).
Si tratta di una delle “condizionalità” poste dalla Commissione Europea per approvare l’erogazione della quarta rata del PNRR (i fondi europei in prestito), e dunque l’accettazione di questo taglio di spesa risale al governo “Conte 2”, che aveva contrattato con la UE 209 miliardi del fondo post-pandemia.
E che era stato poi confermato dal governo Draghi (con dentro anche la Lega e lo stesso ministro dell’economia, il leghista varesino Giorgetti).
In pratica l’intero arco parlamentare aveva chinato la testa alla richiesta delle multinazionali dell’energia, per il tramite della UE, e l’allora piccola pattuglia di Fratelli d’Italia s’era fatta bella votando contro.
Ora che stanno al governo, naturalmente, sono appecoronati a quei poteri esattamente come i governi precedenti, senza alcuna apprezzabile differenza (si sta già parlando di portare l’età pensionabile oltre i 71 anni, altro che “cancellazione della legge Fornero”...).
E quindi consigliamo a tutti i lettori di considerare “teatro” tutte le dichiarazioni di queste ultime ore (PD e M5S che si fingono scandalizzati, leghisti in forte imbarazzo, “meloniani” strafottenti che ricordano a tutti che quel provvedimento era stato deciso da loro).
Basta infatti la più semplice delle constatazioni: la cancellazione del “mercato protetto” poteva benissimo essere evitata “compensando” i relativi costi con la rinuncia a qualche spesa decisamente inutile (che so: quelle per il fantasmatico “ponte sullo Stretto”, o altre).
Specie chi, come la Meloni e i suoi, aveva addirittura “votato contro” quando era all’opposizione, avrebbe potuto dare un esempio di coerenza a buon mercato e senza troppi sforzi di fantasia.
Non l’hanno fatto perché obbediscono esattamente agli stessi interessi che orientano le scelte dell’intero arco parlamentare attuale, nessuno escluso.
Non è un destino, essere servi delle multinazionali e delle innumerevoli aziende che oggi si stano già contendendo “clienti” costretti a subire i prossimi aumenti senza nemmeno poter fiatare.
È una scelta. Da servi.
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17/06/2023
Alitalia – ITA, il tribunale di Roma scardina il segreto voluto da UE e governi italiani
USB esprime oggi grande soddisfazione ma non può fare a meno di sottolineare con rabbia come non sia stata ascoltata nella sua dura critica alla nascita di ITA, basata su un progetto industriale enormemente limitato che, invece di essere un volano dopo la ripresa economica e post pandemica, provoca oggi l’attesa messianica dell’ingresso di Luftansa, un ingresso senza garanzie di sviluppo e chiaramente già scritto nei piani di Bruxelles quando la UE decretò la condanna a morte di Alitalia. Tutto già scritto e tutto denunciato fin dal primo momento da USB, con assemblee, manifestazioni e convegni fin sotto le finestre del Parlamento e del governo.
ITA avrebbe dovuto dare lavoro a tutta una platea di dipendenti dei vettori, dopo il commissariamento di Alitalia, le crisi del 2020 e le chiusure di AirItaly, di Blue Panorama ed altre. Invece la discontinuità si è trasformata in assunzioni privilegiate senza oggettività e proprio in questi giorni assistiamo alle stabilizzazioni di CTD provenienti da altri bacini e da compagnie low cost mentre migliaia sono ancora i lavoratori a casa pagati dallo Stato.
Sono più di 1.100 le cause pendenti per chiedere la reintegra nel posto di lavoro e a queste potrebbero adesso seguirne altre da parte dei 3500 dipendenti che non hanno avviato i ricorsi e che oggi sono ancora in Cigs (saltuariamente pagata) a zero ore, scesi in piazza questa mattina con USB a Roma per reclamare reddito e lavoro. La stima dei costi in caso di ulteriori vittorie dei ricorrenti è di parecchie decine di milioni di euro, tali da mettere in discussione la svendita a Lufthansa.
Grave quindi è stata l’imprudenza della politica tutta: dei ministri dell’Economia Franco (governo Draghi) e poi di Giorgetti con l’attuale governo Meloni, che hanno forzato in ogni modo il passaggio di discontinuità negando le leggi italiane; del management di Ita Alfredo Altavilla, responsabile di spaventose discriminazioni nelle assunzioni, in un percorso condiviso dal sindacato confederale e di categoria nell’accettazione di contratti al ribasso e oggi del salario d’ingresso. Si tratta di modalità che neppure oggi sono state corretto dall’attuale management cioè dal presidente Turicchi e dall'AD Lazzerini.
Ora le conseguenze potrebbero essere anche politiche, oltre che economiche. Soprattutto, ci deve essere una severa valutazione dell’operato degli attori che con disinvoltura hanno distrutto un’azienda e messo migliaia di famiglie in enorme difficoltà. Calpestando oltretutto le leggi della Repubblica Italiana, con l’ostinata segretezza imposta al contratto che ha sancito la trasformazione di Alitalia in ITA, un segreto di pulcinella, scardinato oggi per la prima volta dal giudice del lavoro del Tribunale di Roma.
USB Lavoro Privato
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07/05/2023
“Due referendum per battere le scelte scellerate e immorali sull’invio di armi”
L’Italia viene trascinata sempre più pesantemente nella guerra in Ucraina. Il voto in Parlamento e le scelte degli ultimi due governi hanno coscientemente coinvolto il paese in una escalation bellica. Come spiega questo avventurismo bellicista delle classi dirigenti?
La spiegazione è semplice. A causa del mutato rapporto fra potere privato e pubblico nell’ambito occidentale, con soggetti privati transnazionali enormemente più forti delle istituzioni pubbliche, i politici sono stati privati di qualunque reale autonomia. Devono sottostare a regole etero-imposte a pena di sparire completamente dalla scena. In Italia e oggi in generale in Europa occidentale, il costituzionalismo liberale non è più capace di difendere l’ autonomia del giuridico e del politico rispetto all’economico.
Quindi i politici eseguono, per opportunismo o paura, spartiti scritti da chi controllando informazione e denaro ne determina le possibilità di successo. Si tratta di spartiti scritti dai grandi poteri finanziari dell’asse Wall Street-City di Londra che rispondono al Partito Democratico Statunitense e che al momento paiono onnipotenti. Questi interessi si traducono in complessi azionari che guadagnano cifre immense dalla guerra e dall’emergenza sulla pelle dei popoli Ucraini, Russi ed Europei. L’interesse economico spinge ad una guerra duratura.
In Italia poi ci sono 100 basi Statunitensi, ci sono ordigni nucleari che non controlliamo, decine di migliaia di soldati americani e neppure più ormai da anni un ambasciatore in Via Veneto perchè tanto non serve! Siamo un protettorato e i nostri politici hanno interiorizzato, quasi all’unisono, questa vile sudditanza.
Nonostante una invasiva informazione massmediatica, praticamente al servizio della causa guerrafondaia, la maggioranza della popolazione continua ad essere contraria alla guerra. Come si spiega questa autonomia e questa impermeabilità dell’opinione pubblica a tale campagna di propaganda?
Il potere riteneva di applicare i risultati della sperimentazione sociale operata in pandemia tramite terrorismo pubblico, anche sulla questione della guerra. Il terrore ha funzionato meno perchè in pandemia, si è lavorato sull’istinto animale di conservazione immediata di se stessi. La gente per terrore si è lasciata iniettare qualsiasi cosa e oggi vediamo le conseguenze.
Al contrario la guerra non è sentita come un rischio immediato e quindi la reazione è stata diversa. Non dico che sia stata dimostrata grande nobiltà neppure stavolta, ma forse si può lavorare per rendere politico questo dissenso maggioritario. Per questo stiamo tentando la via del referendum, per rendere istituzionalmente rilevante questo dissenso che, se resta generico, non produce alcun beneficio ed è anzi figlio della stessa logica del “mi faccio i fatti miei” che prevale nel cittadino ridotto artatamente a bruto consumatore edonista. Vedremo se la gente farà lo sforzo di documentarsi e firmare su www.generazionifuture.org. Se non si raggiungono le firme è evidente che la strategia della rana bollita funziona!
Gettare sabbia nel meccanismo della guerra è un dovere ma è tutt’altro che semplice. Lei è tra i promotori dei referendum contro l’invio di armi italiane in guerra. Ritenete che questa iniziativa può avere la forza di bloccare questo piano inclinato?
Il referendum è la sola via concreta disponibile e infatti stanno facendo di tutto per non farcelo fare. Non ci danno spazi TV, molti comuni estorcono soldi e danno le autorizzazioni ai banchetti in ritardo, la piattaforma pubblica per la raccolta online non è stata approntata e quindi chi firma online deve pagare una piccola somma ma è il principio che conta, già giuristi e intellettuali di regime avanzano tesi giudicate infondate per dare argomenti alla Corte Costituzionale per evitare il voto... È una partita difficilissima ma è il solo strumento per un popolo che voglia decidere in autonomia e coerenza con la propria Costituzione, senza farsi tradire in silenzio dai politici guerrafondai (e purtroppo anche dalle istituzioni di garanzia che oscenamente tacciono da anni).
Alcuni detrattori del referendum sostengono che la scelta di inviare armi all’Ucraina è conseguenza dell’adesione dell’Italia alla Nato, quindi a quei trattati internazionali per i quali è escluso il ricorso al referendum. Come pensate di superare questo ostacolo?
Ha risposto benissimo Pasquale de Sena maestro del diritto internazionale sul Fatto Quotidiano. L’ Art 75 pur interpretato estensivamente dalla Corte Costituzionale richiede almeno un obbligo produttivo di conseguenze giuridiche qualora non adempiuto e tale obbligo non c’è. Ci sono paesi NATO come la Turchia che non mandano armi e anche paesi UE come Ungheria e Austria che non lo fanno senza alcuna conseguenza giuridica. Si possono aiutare i popoli vittimizzati in molti altri modi quando si ripudia davvero la guerra. Draghi, Meloni e i guerrafondai del PD hanno scelto politicamente di inviare armi non esiste alcun obbligo. E noi, politicamente possiamo batterli abrogandone tramite referendum le scelte scellerate e immorali.
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29/03/2023
Francia - La Cassazione chiude alla vendetta sugli esuli italiani
Le estradizioni erano state richieste dal governo italiano nel 2021: riguardavano Giorgio Pietrostefani, tra i fondatori del movimento Lotta Continua; gli ex brigatisti Giovanni Alimonti, Roberta Cappelli, Marina Petrella, Sergio Tornaghi, Maurizio Di Marzio ed Enzo Calvitti; l’ex militante di Autonomia Operaia Raffaele Ventura; Luigi Bergamin dei Proletari Armati per il Comunismo e Narciso Manenti dei Nuclei armati per il Contropotere Territoriale.
Hanno tra i 62 e i 79 anni e vivono in Francia da almeno venticinque anni.
“È un immenso sollievo, sono veramente molto emozionata. Questa decisione della Corte di Cassazione rappresenta la vittoria del diritto a cui ho sempre creduto contro gli smarrimenti politici“. Ad affermarlo all’Adnkronos è Irene Terrel, l’avvocata francese di sette dei dieci ex militanti italiani fermati in Francia nell’ambito della cosiddetta operazione ‘Ombre rosse’ del 2021 commentando la decisione della Corte di Cassazione che respinge la richiesta di estradizione degli esuli politici italiani rifigiati in Francia.
“Questa decisione definitiva – sottolinea Terrel – si basa sul merito e sul fondo. Riconosce che il procedimento in contumacia come previsto in Italia viola l’articolo 6 e dall’altro perché viene violato l’articolo 8 sul diritto alla vita privata e famigliare, i principi fondamentali previsti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo come aveva affermato la Corte di Appello di Parigi. E’ la consacrazione giudiziaria del diritto di asilo e chiude un capitolo lungo 40 anni“, conclude Terrel.
“Cosa dovevano fare? Portare in Italia una persona di 75 anni per rieducarla? Una persona che da 50 anni vive in Francia e che conduce una vita del tutto diversa”, commenta l’avvocato Giovanni Ceola, legale italiano di Luigi Bergamin, uno dei dieci ex militante delle Pac per i quali la Cassazione francese ha confermato il rifiuto all’estradizione.
“Valuto positivamente questa decisione – ha aggiunto il legale, parlando con l’ANSA – ce l’aspettavamo, è un esito scontato. Lo stesso procuratore generale aveva chiesto il rigetto di un ricorso che era stato fatto solo perché chiesto dal presidente della Repubblica francese”. Quello di oggi, ha concluso, “è un verdetto che si basa sui principi della Corte europea”.
Alla base della decisione dei giudici francesi il fatto che molti degli arrestati erano stati giudicati in Italia in loro assenza, e non avrebbero avuto la possibilità di difendersi in un nuovo processo poiché la legge italiana non offre questa garanzia. Poi il tribunale ricordava ai colleghi italiani che i rifugiati vivevano in Francia da ormai 25-40 anni.
Questo significava una vita nuova familiare, sociale e lavorativa rompendo qualsiasi legame con l’Italia e la vecchia vita. Dunque per i giudici francesi la loro estradizione avrebbe provocato un danno sproporzionato al loro diritto a una vita privata e famigliare. Tutte motivazioni già espresse nel giugno 2022 e che la Corte di cassazione considera oggi sufficienti e respinge quindi il ricorso.
Fin qui la cronaca, riassunta da Osservatorio Repressione. Due considerazioni politiche vanno però a questo punto fatte.
Questa sentenza è un cazzotto in faccia a chi due anni fa ha voluto a tutti i costi “una retata nelle Rsa” (data l’età degli estradandi) pur di procurarsi una facile passerella televisiva in cui mostrare la propria ridicola “fermezza”. In primo luogo, dunque, a Mario Draghi e Marta Cartabia, protagonisti – non solitari – di questo naufragio giuridico. Nonché a Macron, che aveva azzardato un’inversione di rotta rispetto agli ultimi 40 anni.
Ma lo è anche per l’intera magistratura italiana, ormai da decenni formata sui binari dell'”emergenza” e quindi complessivamente priva di qualsiasi “sensibilità giuridica”, o attenzione alla sostenibilità logica delle norme in un quadro di “Stato di diritto”.
La “legge”, nell’interpretazione italiota del termine, coincide ormai di fatto con “la volontà del governante di turno”, in un delirio continuo di “strette” approntate ad hoc per dare lustro momentaneo ai ministri in carica, ma che poi restano a corrodere come un cancro ciò che resta dell’antica “civiltà giuridica” italiana.
Si possono fare decine di esempi, ma quello più chiaro riguarda Alfredo Cospito, rinchiuso in regime di 41bis – su decisione ancora una volta di Cartabia e del governo Draghi (Pd protagonista, insomma) – perché una Procura ha pensato bene di contestargli la “strage politica contro la personalità dello Stato” per un episodio (una bomba esplosa nella notte, vicino Cuneo, senza neanche un ferito e danni trascurabili) che in qualsiasi codice penale europeo viene trattato alla stregua di un reato minore.
Si segnala che la “strage politica”, che prevede come unica pena l’ergastolo “ostativo” (su cui peraltro pende un giudizio di incostituzionalità, visto che la pena dovrebbe mirare al “recupero del condannato”), non era mai stata contestata, neanche per Piazza Fontana, la Stazione di Bologna o le stragi di mafia. Che certo ebbero qualche “rilievo politico” più consistente dell’innocuo “petardone” di Fossano…
Va sottolineato inoltre che per l’unico “reato di sangue” per cui è stato condannato – il ferimento di un dirigente dell’Ansaldo Nucleare – Cospito ha già scontato per intero la pena. E probabilmente proprio la coincidenza temporale con il suo caso ha contribuito a convincere la Cassazione francese che i colleghi italiani siano ormai fuori dalla logica e dalla pratica giuridica, persi negli astratti furori della vendetta desiderata da politici senza altra qualità.
Del resto, la critica – francese ed europea – al modo italico di “fare le leggi” risale per l’appunto ad oltre 40 anni fa. Ricordiamo infatti che i combattenti della lotta armata espatriati in Francia vennero accolti proprio per due “consuetudini” dei giudici italiani che risultavano abnormi rispetto ai codici d’Oltralpe.
Il primo era il “concorso morale”, escamotage sbrigativo con cui qualsiasi azione armata poteva essere contestata a qualsiasi membro di una certa organizzazione, anche se non era presente o addirittura ne ignorava la preparazione. Con questo trucchetto da azzeccagarbugli in questo paese sono state condannate anche venti o trenta persone per qualcosa compiuto da quattro o cinque…
Il secondo, più formale, riguarda le condanne emesse in contumacia, ovvero al termine di processi in cui l’imputato non era presente (perché ancora non arrestato). E non sembra davvero un cavillo la considerazione per cui un imputato assente “si difende” decisamente peggio di uno presente...
In più possiamo aggiungere proprio la considerazione sulla “funzione della pena”. In ogni Costituzione democratica, e dunque anche nel codice penale nonché in quello carcerario, una condanna punta a “recuperare socialmente il reo”, chiunque esso sia (e non mancano certo alla magistratura gli strumenti per valutare questo processo nel corso di tutto il periodo di detenzione...).
Un “recupero” che nel caso degli esuli da 40 anni in Francia è ampiamente dimostrato dai fatti e che dunque rende “socialmente inutile” il rinchiuderli in carcere in attesa della morte.
Stando così le cose, la Cassazione francese ha semplicemente confermato la differenza fondamentale tra uno Stato di diritto e “la vendetta del governo”, considerando dunque l’attuale “cultura giuridica” italiana semplicemente irricevibile in un contesto civile.
E non stiamo certo parlando di uno stato “tenero” con gli oppositori politici. basta guardare come agisce la polizia nelle strade francesi, in questi giorni. Ma se c’è una possibilità di essere peggiori di tutti, non manca mai un governo italiano capace di cogliere l’occasione...
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04/11/2022
Precarietà e austerità uccidono la ricerca
Negli ultimi mesi del Governo Draghi (30 giugno 2022) è stata approvata la riforma del preruolo universitario che va a modificare, con il D.L. 36/2022, la legge 240/2010 (la famigerata riforma Gelmini). La riforma del preruolo prevede l’abolizione dei principali contratti con cui attualmente le università assumono il personale docente e di ricerca, ossia l’assegno di ricerca, il ricercatore a tempo determinato di tipo A (RTD-A) di durata triennale, e il ricercatore a tempo determinato di tipo B (RTD-B), anch’esso di durata triennale ma con passaggio (quasi) automatico a professore associato. Con la riforma, queste tre figure sono state sostituite da due tipologie di contratti: il contratto di ricerca, di durata biennale e rinnovabile per altri due che va a sostituire gli assegni di ricerca, mentre il ricercatore tenure track (RTT), di durata massima di sei anni e con un passaggio (quasi) automatico a professore associato, andrà a sostituire gli RTD-A e gli RTD-B.
Il nuovo contratto di ricerca costerà, all’Università, 38mila euro all’anno contro i 24mila che erano necessari prima della riforma, dunque circa 80mila euro per attivare un contratto di durata biennale. Ci saranno più diritti e un salario più alto per i nuovi contrattisti di ricerca; infatti, si prevede che lo stipendio netto passerà da 1400 euro a circa 1600 euro. Fin qui, tutte buone notizie per i dottori di ricerca che vogliono intraprendere la carriera universitaria. Tuttavia, nella legge è stata aggiunta una postilla secondo cui “La spesa complessiva per l’attribuzione dei contratti di cui al presente articolo non può essere superiore alla spesa media sostenuta nell’ultimo triennio per l’erogazione degli assegni di ricerca, come risultante dai bilanci approvati”. Questo crea senza ombra di dubbio un effetto di espulsione dei giovani ricercatori e ricercatrici dalle università: si tratta, in altri termini, di un tentativo di abbattere il precariato ammazzando i precari. A parità di risorse, un aumento dello stipendio dei lavoratori della ricerca porterà alla diminuzione del numero di contrattisti di ricerca. Tuttavia, con una nota dell’8 luglio 2022, Maria Cristina Messa, la ex ministra dell’università e della ricerca, ha specificato che la spesa media sostenuta dell’ultimo triennio non riguarda quelle risorse provenienti da progetti finanziati, in tutto o in parte, da soggetti esterni. Quindi, se da una parte la riforma non aumenta il canale di finanziamento ordinario della ricerca imponendo la tagliola della spesa storica nel triennio precedente, dall’altra lascia l’opportunità di accedere a fondi esterni/straordinari (pubblici e privati) per finanziare la ricerca.
Un primo punto di riflessione riguarda i fondi privati, per i quali vale sempre il solito ragionamento: le imprese investiranno nell’università solo in quei settori che possono portare loro un ritorno economico. In sostanza, basta fare ricerca in storia, filosofia, lettere, e dottrine politiche, ma investiamo su dipartimenti che aiutano le imprese a fare i profitti. Il PNRR, nella ‘Missione 4: Istruzione e ricerca’, è chiaro su questo punto e delinea il futuro della ricerca in Italia: legare mani e piedi la ricerca universitaria ai fabbisogni di innovazione delle imprese.
Un secondo punto dirimente riguarda i fondi pubblici di natura straordinaria o ascrivibili a finanziamenti esterni della ricerca. Nei prossimi tre/quattro anni l’effetto di riduzione del numero di contrattisti di ricerca non sarà visibile perché, tramite il PNRR e altri fondi messi a bilancio dal governo nel 2021, arriveranno diversi finanziamenti alla ricerca per i periodi 2022-2026. Questi fondi, di natura straordinaria e temporanea, arriveranno tramite diverse linee di finanziamento del PNRR per un totale di 6,91 miliardi. I principali programmi saranno: i) Fondo per il Programma Nazionale Ricerca (PNR) e progetti di Ricerca di Rilevante Interesse Nazionale (PRIN) (1,8 miliardi); ii) Finanziamento di progetti presentati da giovani ricercatori (600 milioni); iii) Partenariati allargati estesi a Università, centri di ricerca, imprese e finanziamento progetti di ricerca di base (1,61 miliardi); iv) Potenziamento strutture di ricerca e creazione di “campioni nazionali di R&S” su alcune Key Enabling Technologies (1,6 miliardi); v) Creazione e rafforzamento di “ecosistemi dell’innovazione per la sostenibilità”, costruendo “leader territoriali di R&S” (1,3 miliardi). A questi, vanno aggiunti 600 milioni per l’introduzione di dottorati innovativi che rispondono ai fabbisogni di innovazione delle imprese e promuovono l’assunzione dei ricercatori dalle imprese. La natura e la logica di questi fondi, oltre all’entità e al carattere temporaneo degli stessi, aprono le porte a ulteriori considerazioni.
Innanzitutto, come è possibile vedere dai pilastri del PNRR, molte di queste risorse andranno a finanziare la ricerca pubblica per creare figure professionali e sviluppare ricerche utili al settore privato. Inoltre, il meccanismo con cui si accede a questi bandi favorirà le università di per sé più grandi e dotate di strutture interamente dedicate ad intercettare finanziamenti e risorse di questo genere. Le università già ricche (specialmente collocate nel nord Italia) ne risultano e ne risulteranno ulteriormente avvantaggiate e senza che ciò dipenda dalla qualità specifica della ricerca. Mentre un parziale argine alla divergenza tra atenei del Sud e atenei del Nord può derivare dalla clausola, spesso presente in questi bandi, di allocare il 40% delle risorse nelle università meridionali, è invece plausibile ritenere che la disparità tra atenei grandi e piccoli (e quindi a cascata tra gli studenti) non verrà limitata, perché le università più in grado di attrarre fondi sono anche le più grandi. Vi è inoltre una seconda questione legata alla natura “non ordinaria” di questi finanziamenti. I fondi di ricerca finanziati quasi esclusivamente dal PNRR, in assenza di un piano di investimento ordinario e di lungo periodo nel sistema universitario, finiranno per doparlo, creando una massa di giovani ricercatori e ricercatrici precarie che vedranno, nel giro di qualche anno, sfumare le possibilità di continuare a lavorare nel mondo della ricerca. Di fatto queste risorse finanzieranno esclusivamente contratti a termine e precari, ossia contrattisti di ricerca e RTD-A (in deroga per i prossimi tre anni alla riforma del preruolo).
E tra tre/quattro anni cosa succederà? Molto probabilmente, se non aumenteranno i fondi ordinari (FFO), tutti questi giovani saranno espulsi dall’università. Appare dunque necessario prepararsi ad una battaglia che parta sin da ora ma guardi all’obiettivo di medio-lungo periodo per adeguare i fondi ordinari tramite cui verranno assunti i nuovi ricercatori RTT e professori associati e ordinari nel 2026, proprio quando i fondi straordinari del PNRR termineranno. A tal proposito è utile ricordare che il governo Draghi, con il Decreto Ministeriale n. 445 del 06-05-2022, ha predisposto dei piani straordinari di reclutamento del personale universitario per il 2023-2026. Sebbene di natura straordinaria, il piano aumenta i fondi ordinari (FFO) di 740 milioni di euro e alloca per le assunzioni di ricercatori, professori associati e ordinari, 300 milioni per 2022-2023, 340 milioni per il 2024, 50 milioni per il 2025 e altri 50 milioni per il 2026. Come possiamo vedere dalle previsioni di spesa, i soldi destinati alle assunzioni permanenti decrescono proprio nel 2025 e 2026 in concomitanza della fine del PNRR. Dunque, questi fondi ordinari non saranno mai sufficienti ad assumere con contratti stabili tutti i precari e le precarie che verranno assunti facendo ricorso ai fondi per la ricerca del PNRR. Tutto ciò avviene proprio in un contesto in cui l’università italiana viaggia costantemente sottorganico e scarica proprio sulle giovani leve, ricercatori precari e docenti a contratto, l’onere di mandare avanti il sistema. I dati riportati in Tabella 1 ci danno una chiara indicazione: l’Italia è uno tra i paesi europei che oramai da un decennio sperimenta il più alto numero di studenti per docenti o, detto in altri termini, l’Italia presenta il più basso numero di docenti per studenti. Il dato italiano è sempre peggiore della media europea e dei paesi OECD, mostrando così il chiaro sottofinanziamento strutturale del sistema universitario italiano.
Che fare, quindi? La lotta va concentrata, sin da ora, sul richiedere un aumento cospicuo dei fondi ordinari all’università. La logica fasulla dell’eccellenza, dei fondi straordinari e di tutto il circo collegato, che obbliga il/la giovane ricercatore/ricercatrice a passare il suo tempo a procacciarsi i fondi per sopravvivere e non a fare ricerca, va respinta senza remore. Delegare a ogni singola università, a ogni singolo dipartimento, a ogni singolo ricercatore l’onere di procurarsi i finanziamenti per tenere in piedi un sistema dignitoso di istruzione e ricerca pubblico è nient’altro che il contraltare delle politiche di austerità che ci schiacciano da decenni. Il nemico è quindi da ricercare, come al solito, i vincoli di bilancio, una gabbia in cui sguazzano benissimo sia il governo Draghi sia il governo Meloni.Per discutere gli aspetti della riforma e catalizzare le istanze di giovani ricercatori e ricercatrici o aspiranti tali, l’appuntamento è per oggi pomeriggio alle 14 presso la facoltà di Ingegneria dell’Università La Sapienza di Roma (sede di San Pietro in Vincoli, via Eudossiana, 18, Roma), Aula 38 – Carlo Mazzetti (ingresso diretto da via delle Sette Sale 11a).
22/10/2022
Desecretati documenti sulle stragi di Stato, ma non tutti e non su tutte
Sorge il dubbio che, tenendo conto del personale politico oggi al governo e alle guida delle istituzioni, la decisione di desecretare questi documenti potrebbe rivelarsi una polpetta avvelenata sulla strada del nuovo esecutivo, anche perchè chiama in causa il più recente neofascismo del secondo dopoguerra e non il fascismo del ventennio.
Secondo quanto anticipato da Milano Finanza e ripreso dall’Agi, si tratta di documenti di straordinaria rilevanza che svelano alcuni dei segreti degli ultimi cinquant’anni di vita del Paese sulla strage di Ustica (1980), delle stragi dell’Italicus (1974) della stazione di Bologna (1980), di piazza della Loggia a Brescia (1974) e di piazza Fontana a Milano (1969).
Restano invece secretate altri cruciali nella storia del paese: il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro per mano delle Brigate Rosse e le stragi mafiose contro i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Già ad agosto 2021 il governo Draghi aveva declassificato alcuni documenti sulla loggia P2 e sull’organizzazione paramilitare segreta Gladio. La direttiva firmata allora da Draghi “dispone la declassifica e il versamento anticipato all’Archivio centrale dello Stato della documentazione concernente l’Organizzazione Gladio e la Loggia massonica P2”.
A marzo 2022 il Senato aveva iniziato ad aprire i suoi archivi riservati divulgando 130mila pagine di documenti classificati acquisiti nel corso degli anni dalla Commissione parlamentare d’inchiesta su terrorismo e stragi. Negli anni varie direttive sono state firmate da tre presidenti del Consiglio – Romano Prodi, Matteo Renzi e, da ultimo, Mario Draghi nell’agosto scorso – per dare impulso all’opera di desecretazione degli atti su alcune delle pagine più nere della storia della Repubblica. Ma con scarsi effetti concreti: farraginosità procedurali, mancanza di volontà e burocrazia hanno reso il processo di consultazione e acquisizione pubblica molto difficile.
Nella relazione il Comitato sottolinea “talune criticità nella generale operazione di desecretazione” perché “nel recente passato le amministrazioni hanno avuto talora scarso controllo della propria documentazione, soprattutto di quella non più in uso, e tale circostanza ha causato in alcuni casi dispersioni o perdita di fonti rilevanti per la ricerca storica”. Ancora troppi gli “omissis”.
“C’è poi il tema delle parti ancora coperte. Come più volte segnalato dalle associazioni dei familiari delle vittime delle stragi, ora è necessaria da parte delle amministrazioni, su impulso del Comitato, un’operazione di revisione degli omissis posti in eccesso rispetto alla nuova regolamentazione su documenti già versati in passato all’Archivio (soprattutto in attuazione della direttiva del 2014). Anche in questo caso, non appare accettabile il versamento, avvenuto in passato, di documenti nella sostanza non leggibili perché coperti da omissis che sono andati ben oltre lo stretto necessario”.
C’è da augurarsi che se qualche ricercatore o storico intenderà mettere il naso nei documenti desecretati sulle stragi di Stato non faccia la fine del ricercatore Paolo Persichetti, al quale la magistratura ha sequestrato l’archivio pur non avendo potuto rilevare alcun reato.
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20/10/2022
L’Ucraina “ringrazia” l’Italia per i nuovi aiuti militari. Ma gli italiani restano contrari
Secondo il ministro della Difesa ucraino, Oleksiy Reznikov, questo pacchetto aiuterà l’Ucraina ad “aumentare significativamente la sua capacità di difesa contro l’aggressione russa”.“Siamo molto grati al governo della Repubblica italiana e al ministro della Difesa Lorenzo Guerini per aver fornito un nuovo pacchetto di aiuti militari”, ha affermato il ministro ucraino.
Secondo Reznikov, questo pacchetto aiuterà l’Ucraina ad “aumentare significativamente la sua capacità di difesa contro l’aggressione russa”.
Sul tipo di armamenti che l’Italia ha inviato all’Ucraina pesa il segreto imposto dal governo. Dobbiamo quindi fare affidamento su notizie da altre fonti come il giornale statunitense Politico, il quale a luglio ha intervistato il Primo ministro olandese, Mark Rutte, e questo si è lasciato sfuggire qualcosa.
Alla domanda se l’Italia avrebbe inviato anche gli obici Panzerhaubitze 2000 di fabbricazione tedesca, che ha nelle sue scorte, Rutte ha risposto che “dobbiamo ancora vedere” se saranno i Panzerhaubitze, ma ha aggiunto che “loro [gli italiani ] hanno affermato che oltre a ciò che stanno facendo i Paesi Bassi e la Germania, forniranno materiale simile”.
Come noto il ministero della Difesa italiano ha rifiutato di commentare una potenziale consegna di obici, affermando che “in Italia, l’elenco del materiale per l’Ucraina è classificato”.
Secondo il Center for European Political Analysis, finora, si ritiene che l’Italia abbia fornito all’Ucraina 150 milioni di euro di mitragliatrici pesanti, armi portatili anticarro e antiaeree, munizioni e dispositivi di protezione, che sono stati inviati in due tranches. Il nuovo pacchetto promesso dal governo italiano all’inizio di maggio è stato consegnato e più recentemente è stato consegnato un quarto pacchetto di aiuti militari. Come notoa il decreto Ucraina non prevede sedute o discussioni in Parlamento sugli ulteriori invii di armi all’Ucraina dopo quello iniziale. Sebbene l’elenco ufficiale sia classificato, secondo il sito specializzato Decode39, queste nuove tranches di armamenti includono un numero non divulgato di obici FH-70 da 155 mm trainati, missili antiaerei portatili “Stinger” e, possibilmente, uno stock di veicoli corazzati multiruolo “Lince”.
Il governo uscente (Draghi) e quello entrante (Meloni) continuano dunque a coinvolgere pesantemente l’Italia in una guerra che la maggiorazione della popolazione continua a contrastare apertamente e convintamente.
Anche a ottobre l’Ipsos ha rilevato come solo un italiano su quattro ritiene che si debba continuare con l’invio di armi a Kiev, mentre poco meno di un terzo spingerebbe l’Ucraina a fare concessioni territoriali per porre fine al conflitto. La metà degli italiani non prende le parti né della Russia né dell’Ucraina e il supporto a Kiev è in calo. Se è minima la parte di italiani che rivela di parteggiare per la Russia (7%), esiste la percezione che siano oltre due volte tanto quelli che stanno con Mosca (19%). In crescita chi ha posizioni «equidistanti» e sotto quota 50% il sostegno all’Ucraina.
Ma anche un recentissimo sondaggio pubblicato da istituti di “ispirazione atlantica” come l’Istituto Affari Internazionali insieme al Laps, rilevano che il 57% degli italiani si dichiara contrario all’invio di armi all’Ucraina da parte del governo italiano e che appena il 58% degli italiani pensa che Putin sia il principale responsabile del conflitto. Il 68% della popolazione concorda con l’affermazione secondo cui “Siamo in guerra anche noi perché mandiamo le armi in Ucraina”; la percentuale si assesta al 65% quando agli intervistati viene precisato che questa affermazione è di Silvio Berlusconi, a testimonianza di quanto si tratti di una posizione comunque ampiamente maggioritaria. Indicativo che soltanto nell’elettorato del centrosinistra (60%) e del terzo polo (72%) i favorevoli al sostegno militare sono la maggioranza.
Meglio che il PD e i seguaci di Calenda e Renzi si tengano ben lontani dalle manifestazioni per la pace. All’ipocrisia e all’opportunismo c’è un limite.
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18/10/2022
Malati cronici? “Che muoiano il prima possibile…”
Solo un governo lurido e truffatore, in più, riesce a prendere una decisione del genere mentre sta facendo gli scatoloni per uscire da Palazzo Chigi e lasciare il posto a chi ha ampiamente assicurato che andrà in “continuità” con la stessa “agenda”.
Senza dire niente a nessuno, nottetempo, con un tratto di pena che taglia le cure ai “malati cronici non autosufficienti”. Ossia ai più deboli tra gli ultimi, decretandone un’aspettativa di vita assai più limitata.
In gergo penale si chiamerebbe “omicidio multiplo”, con l’aggravante di essere perpetrato su larghissima scala (siamo mediamente una popolazione piuttosto anziana...). E le armi del potere sono in genere più letali di quelle da fuoco, anche se vengono usate con i guanti bianchi e non lasciano traccia di cordite alla prova del guanto di paraffina.
Maria Grazia Breda, della Fondazione Promozione Sociale, ha scoperchiato la fogna con un’intervista al Fatto Quotidiano. “Non ci aspettavamo questo colpo di mano all’ultimo consiglio dei ministri... far passare sotto la porta un provvedimento di tal portata!“
“Questa legge non dà nessuna risposta al 96% dei malati non autosufficienti e non la dà nemmeno agli altri, il 4% di anziani malati che risponde ai parametri Isee necessari per avere assistenza, perché il testo fa continuo riferimento alla disponibilità e ai limiti delle risorse economiche che non bastano.
Non c’è nessuna presa in carico del malato cronico non autosufficiente da parte del Servizio sanitario e salvo per le prestazioni sanitarie e socio-sanitarie già previste e la stragrande maggioranza delle famiglie che li cura a casa resta allo sbando: devono aggiustarsi da sole, improvvisarsi infermieri e oss...”.
Il tutto è compreso nel cosiddetto del “Ddl Anziani”, approvato nel corso dell’ultima seduta del governo Draghi. Volendo, si può cogliere anche una macabra ironia del titolare un decreto stragista come se fosse un “aiuto”...
“C’è tanta propaganda nel presentare il provvedimento – spiega Maria Grazia Breda – ma la sostanza è una tragedia per le famiglie: diritti non ce ne sono, le famiglie continueranno ad essere in balia di se stesse. Novità non ce ne sono, a parte il rischio che venga intaccato l’assegno di accompagnamento.
Invece c’è un taglio discriminatorio, perché adesso tutti i cittadini hanno pari diritti sanitari, mentre nel Ddl si ipotizza l’istituzione a parte di un Servizio di assistenza solo per gli anziani malati cronici. Quindi una sorta di ghettizzazione per chi non viene considerato più produttivo, con la creazione di un serbatoio dove si scaricano le persone ritenute inutili, per le quali le risorse saranno sempre meno”.
La motivazione ufficiale è come sempre la necessità di ridurre la spesa pubblica, destinando ai malati cronici quel che avanza del bilancio pubblico. Ma solo se avanza...
Per una classe dirigente che si sciacqua ogni giorno la bocca con i “diritti umani”, con “l’Europa che è un giardino mentre fuori c’è la jungla”, sembra così scomparire il primo diritto umano: quello alla vita. Una prova concreta si era avuta già con le prime fasi della pandemia, poi confermate ancora oggi: la vita di centinaia di migliaia di persone vale molto meno di una virgola di Pil e di profitto per le imprese.
“È un disegno che è partito da analisi e documenti del consiglio Superiore di sanità. L’obiettivo è scaricare dalla sanità tutti coloro che non guariscono e che creano la necessità di cure di lunga durata e quindi investimenti – ricostruisce Breda –. Hanno iniziato negli anni 2000 a ledere il diritto di cure senza limiti temporali che è invece previsto dalla legge 833 del 1978, con la previsione di termini oltre i quali il malato cronico deve pagare il 50% delle cure.
Siccome non è bastato, le Regioni hanno iniziato a inventare delle commissioni per valutare non tanto la tua malattia e la tua necessità di cure, quanto l’entità del patrimonio che ti permetterebbe di curarti da solo, per negarti il contributo della sanità. Così si sono impoverite e continueranno a impoverirsi le famiglie e le generazioni future”.
In particolare il ceto medio, o medio basso come lo definisce Breda, i cui risparmi fanno gola alle compagnie di assicurazione che non a caso sono tra i sostenitori del provvedimento.
“Lo scopo è dimenticarsi di questo ambito: sarà l’ambito in cui se ci sono soldi bene, se non ci sono pazienza. Il socio-assistenziale, dove è collocato il disegno di legge delega per la non autosufficienza, non è come in sanità: si accede in base all’Isee e quando finiscono i soldi, finisce il diritto. Sempre meno sanità pubblica per spingere i cittadini a comperare polizze assicurative.
Ma, come è riportato nella nostra tessera sanitaria, la legge 833/1978 è già la nostra assicurazione, pagata con il versamento delle tasse, per avere le prestazioni a cui abbiamo diritto anche quando siamo inguaribili, ma sempre curabili”.
Anche la presidentessa di Diana Onlus, Donatella Oliosi non risparmia le critiche: “Il diritto alla salute non può essere vincolato alla programmazione di bilancio, deve essere il contrario”.
Non è un caso, quindi, che nel provvedimento “la persona malata non autosufficiente non venga presentata per quello che è, cioè un malato cronico: vengono usati vari modi per indicare il destinatario del provvedimento, ma non viene mai usata la parola malato ed è fatto con malizia, perché riconoscere che si tratta di malati vorrebbe dire che la garanzia delle cure di queste persone sono i livelli essenziali di assistenza. Cure che non vengono erogate a lungo termine, ma erogate solo in base alle risorse”.
“Lo scopo è quello di normalizzare un comportamento che viola la normativa: mentre adesso è possibile ricorrere in giudizio per vedere tutelati i diritti del malato non autosufficiente, con questa normativa non lo sarà più. E sia i disabili che i malati non autosufficiente saranno fuori”.
Le associazioni e famiglie dei malati sono pronte a dar battaglia, ma è completamente assente qualsiasi sponda politica in Parlamento. Ricordiamo infatti che tutti i partiti hanno appoggiato il governo Draghi (i Cinque Stelle ne sono usciti a pochi mesi dalle elezioni, e i fascisti di FdI hanno già garantito – come dicevamo – la “continuità” in materia di rispetto dei vincoli di bilancio europei).
Come ricorda giustamente Il Fatto, “che in pentola non bollisse molto di buono era chiaro fin dalle premesse. Non solo per le previsioni delle missioni 5 e 6 del PNRR in tema ‘confusione’ tra livelli essenziali di assistenza e livelli essenziali di prestazioni sociali, ma anche nel fatto che all’interno della Commissione interministeriale per le politiche in favore della popolazione anziana costituita dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri a inizio anno al fine di assicurare un supporto tecnico scientifico al capo del governo, non erano stati previsti interventi dei rappresentanti di famiglie e malati.
C’era però un comitato tecnico-scientifico che ha incluso anche un rappresentante della lobby dei banchieri (Abi) e degli assicuratori (Ania).”
Non si tratta però di un “progetto di sterminio” partorito negli ultimi mesi. Come alcuni dei nostri lettori forse ricorderanno, l’ordine “dovete morire prima” era stato dato parecchi anni fa. Ora lo stanno facendo con gelida “efficienza” tecnocratica, con “cuore da banchiere”...
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17/10/2022
Speranza di vita o statistica del pollo?
L’esempio classico che fu portato fu quello della “statistica del pollo”, dove due persone mangiano due polli, ma mentre uno rimane a digiuno, l’altro si sazia con entrambi i polli; la statistica aritmetica banale afferma che, mediamente, ognuno aveva mangiato un pollo.
Questo dilemma dei numeri statistici mi si è parato davanti quando finalmente, a inizio ottobre, sono state rese note le statistiche relativamente alla “speranza di vita” per l’anno 2021.
Per chi non avesse letto i miei articoli precedenti su Contropiano (“Quello che non è stato detto sulla speranza di vita”, del 27 ottobre 2021 e “Quello che è la speranza di vita nel 2022”, del 8 maggio 2022) torno nuovamente sull’argomento.
In Italia, nel 2021, a fronte di 62 mila morti ufficiali per Covid-19 e di 709 mila morti totali (ricordo che nel 2019 erano stati circa 650 mila), la speranza di vita (SdV) risulta aumentata nuovamente, anche se di poco.
La SdV per gli uomini è passata da 79,8 del 2020 a 80,1 nel 2021 (+ 0,3 anni) mentre per le donne è passata da 84,5 (2020) a 84,7 (2021) per avere come SdV nel 2021, mediamente, 82,4 anni da 82,1 anni del 2020.
Tutti felici, perciò, passata la bufera del Covid-19 si torna ad invecchiare soddisfatti sempre più a lungo e quindi aveva fatto bene il governo Draghi a ribadire che la legge Fornero non si cambia nell’innalzamento dell’età per andare in pensione, che progressivamente e per legge si sposta nel tempo da 67 anni di età a 70 e oltre, nonostante il brusco calo di SdV del 2020.
Eppure questi dati dovrebbero essere in peggioramento, visto che l’epidemia perdura nonostante il governo, avendo fatto anche da inizio 2022 altri 40mila morti. Solo che i morti di Covid-19 sono stati resi ininfluenti perché la sanità pubblica sarebbe migliorata nettamente, abbassando nettamente le morti per altra ragione.
Non mi sembra che la sanità sia migliorata, mentre le liste di attesa per le visite specialistiche rimangono scandalosamente lunghe e, al contrario, perdura l’epidemia.
Per capire queste statistiche della SdV è necessario indagare in altre direzioni.
Come si calcola allora la SdV?
Dal libro di Nora Federici “Lezioni di Demografia” (ed. Elia, terza edizione, senza data, acquistato nel 1975), viene enunciato:
“La vita media (o speranza di vita) non è altro che la media aritmetica degli anni vissuti da ciascuno degli individui che costituiscono le generazioni considerate nelle tavole (numero di vivi secondo i vari anni, ndr), ossia l’età media aritmetica dei morti derivanti da tale generazione. Essa si può ottenere, pertanto, come media ponderata degli anni vissuti dai morti nelle singole età, i cui pesi sono costituiti appunto dai successivi contingenti dei morti”.
La SdV è quindi la somma del rapporto dei vivi rispetto ai morti nati nello stesso anno, moltiplicato e sommato per quanti sono in numero nei rispettivi anni di nascita, dall’anno in corso sino all’anno dell’ultimo sopravvissuto, e perciò tanto più sono i sopravvissuti in età avanzata e tanto più alta è l’eta di SdV a cui si tende ad arrivare e superare.
In Italia la SdV è influenzata anche dalla sempre più bassa natalità, che sposta verso l’alto la media ponderale della SdV.
Così per gli ultimi anni in Italia:
– 2017 con 464 mila nati
– 2018 con 439.747 nati
– 2019 con 420.084 nati
– 2020 con 404.892 nati
– 2021 con 399.431 nati
Quindi in Italia era in corso una netta decrescita della natalità, ma nel 2021, complice essere stati costretti in casa, tale denatalità si è fortemente rallentata rispetto agli anni precedenti al 2020, quindi la decrescita per scarsa natalità è scarsamente influente sulla SdV per il 2021 rispetto all’anno precedente.
Il mistero perciò perdura e si deve perciò indagare in altra direzione.
Per influire sulla SdV bisogna allora guardare cosa è successo nelle generazioni di mezzo sotto l’età media del 2020 (82,1 anni), dato che i numerosi anziani morti non possono essere rimpiazzati e tantomeno immigrare dall’estero, al massimo sono le generazioni sotto la media e sopravvissute che avanzano di un anno a modificare in alto la SdV.
Potrebbero perciò influire sulla SdV la registrazione all’anagrafe gli immigrati come residenti, ma tale presenza è praticamente costante negli ultimi cinque anni, oscillando intorno ai 5,1 milioni di individui, un altro dato non influente.
Sulla SdV potrebbero influire gli italiani giovani emigrati per lavoro all’estero, ma di questo dato non ho numeri statistici per il 2021, numeri interessanti da indagare, perché nel 2020, tra partenze e rientri, furono circa 65 mila gli italiani che si trasferirono fuori dall’Italia specialmente per lavoro.
Un dato prodotto sulla SdV per la bergamasca, area dove la falcidia di anziani fu notevole per l’ottimo lavoro prodotto dalla giunta lombarda retta da Fontana, desta particolare stupore.
Rispetto al 2020, dove per la SdV nella bergamasca le morti per Covid-19 produssero una caduta di oltre 4 anni, nel 2021 tale dato è salito addirittura di 3,6 anni.
Escluso che parte di questi morti siano resuscitati, il dato in se è indice di una manipolazione, che come insegnava Giulio Andreotti “a pensar male si fa peccato, ma ci si avvicina alla verità”.
Ecco, il mio fondato sospetto, tranne sia smentito da analisi statistiche più centrate delle mie, è che il premier Draghi abbia indotto (consigliato, non sia mai!) ad un uso più cauto dei numeri sulla SdV: la legge pensionistica Fornero non va messa in discussione!
Qui pertanto mi rivolgo a chi queste statistiche le ha prodotte, oppure al collettivo Coniare Rivolta, perché mi spieghino come una mortalità, che perdura elevata specialmente tra gli anziani, abbia fatto aumentare la Speranza di Vita.
In attesa, un saluto comunista a tutti.
Fonte
08/10/2022
Un Governo Draghi è per sempre
A leggere i principali quotidiani nelle settimane che hanno condotto al voto del 25 settembre, c’era un imminente pericolo fascismo alle porte, che avrebbe messo a repentaglio fondamenta democratiche, l’ancoraggio italiano alle istituzioni europee e sovranazionali che regolano la vita del nostro Paese e la sua appartenenza al blocco delle democrazie liberali. La Repubblica, in particolare, si era specializzata in un filone di letteratura tutto suo, espungendo completamente la politica – quali sono le priorità di ciascuna coalizione, in cosa i programmi differiscono, quanto e cosa spendere, dove prendere i soldi e così via – dalla campagna elettorale e sostituendola con spauracchi e simulacri.
Le elezioni passano e restituiscono il risultato che tutti prevedevano e come per magia gli stessi giornali e le stesse penne, a partire ovviamente da Repubblica, che ci mettevano in guardia, dall’allarme democratico iniziano un (neanche poi così) lento riposizionamento. Ed ecco tutto un fiorire di profili di Giorgia Meloni descritta come lungimirante e pacata statista, da contrapporre alle velleità irresponsabili dei suoi compagni di coalizione.
Come spiegare questa apparente giravolta? Per cercare una risposta non bisogna scavare neanche molto. Le avvisaglie, d’altronde, erano già davanti agli occhi di chiunque le avesse volute cogliere, a partire da un’eloquente intervista, rilasciata a Il Foglio il primo di agosto, di Giovanbattista Fazzolari, responsabile del programma di Fratelli d’Italia. Il senatore meloniano delineava già a chiare lettere l’agenda di politica economica del nascituro governo: “un governo di destra non può avere alcun interesse a destare il minimo sospetto rispetto a un tema cruciale: adempiere alle condizionalità europee, che fanno parte del ciclo ordinario della programmazione pluriennale di bilancio. Nessuno può essere così suicidario da impostare un bilancio pluriennale che mini alla sostenibilità del debito pubblico”. Lo avevamo scritto nei giorni immediatamente successivi alla crisi di Governo: nessun salto nel buio era all’orizzonte, ma semplicemente l’esecutivo Draghi che passava la mano al pilota automatico che Draghi stesso, da presidente della BCE, aveva passato anni a perfezionare ed affinare.
Due episodi ulteriori, però, fanno luce in maniera definitiva su quali saranno le priorità del prossimo Governo: da un lato, la surreale polemica con cui la Meloni stessa e Draghi fanno a gara a chi è stato e sarà più solerte nel rispettare tutti i paletti messi dal PNRR. La prima, mostra fastidio per un’agenda che non fila abbastanza rapidamente per colpa del governo uscente, troppo lento nel tenere il passo con le 528 condizioni che l’Italia si è impegnata a rispettare da qui al 2026; mentre Draghi, dal canto suo, rassicura che la tavola è apparecchiata per continuare senza scossoni a fare i compiti a casa per tutta la legislatura. Già, avete capito bene: la Meloni sta accusando Draghi di eccessiva lentezza nel fare quello che ci chiede l’Europa! Il tutto condito con l’intenzione della Meloni, sbandierata ai quattro venti sotto il manto rassicurante della competenza e del saper fare, di affidare i ministeri sensibili e deputati all’attuazione del PNRR a ‘tecnici’ al di sopra di ogni sospetto.
Ancora più eloquente è la concordia che regna tra la Meloni e l’esecutivo uscente e in particolare, sul tema dell’emergenza ‘caro-bollette’, tra la leader di Fratelli d’Italia, Draghi ed il suo Ministro per la Transizione Ecologica Cingolani. A fronte di istituzioni europee sostanzialmente immobili e inermi (nessun provvedimento è atteso dal Consiglio Europeo di Praga di questi giorni, né da quello di Bruxelles del 20 ottobre), la strategia del Governo entrante e di quello uscente appaiono identiche: in attesa di un intervento salvifico a livello europeo, provare a rispondere con mini-misure tampone a una tempesta che richiede centinaia di miliardi di euro. Fu così che il partito che ha stravinto le elezioni posizionandosi all’opposizione del Governo Draghi propone di superare la crisi attuale con “un decreto, va detto, in assoluta continuità con gli ultimi tre dell’esecutivo Draghi”, con “molte misure sovrapponibili (…) e non potrebbe essere altrimenti, visto anche il clima di assoluta cooperazione in questo momento di transizione tra governo uscente ed entrante”. Peccato che il Governo entrante abbia vinto le elezioni politiche grazie al malcontento sollevato dalle politiche del Governo uscente.
In tale maniera, il futuro Governo di centro-destra dichiara già, a scanso di equivoci, di accettare le regole del gioco: chi ha lo spazio fiscale, cioè la possibilità di spendere senza violare i parametri imposti alle finanze pubbliche dalle istituzioni europee, si salva, come fatto dalla Germania. Chi non ha spazio fiscale accetta serenamente di subordinare il benessere (e con esso la possibilità di pagare le bollette e non dover rinunciare al riscaldamento durante l’inverno) della maggioranza della popolazione al rispetto dei vincoli che soffocano i Paesi della periferia europea da trent’anni.
Il significato politico della posizione espressa da Fazzolari è la migliore rappresentazione del Governo Meloni che sarà. Siccome “dovremo intervenire sul caro-bollette” ma allo stesso tempo – di fatto – non possiamo, né vogliamo “destare il minimo sospetto rispetto a un tema cruciale: adempiere alle condizionalità europee”, beh, allora è chiaro cosa ci aspetta: ci verrà detto, come da trent’anni a questa parte, che non ci sono le risorse per fare alcunché a sostegno dei lavoratori, dei disoccupati e delle fasce della popolazione più deboli. Chi reclama oggi una maggiore attenzione per la spesa sociale, pensioni e Reddito di cittadinanza in primis, è avvertito...
Ecco, quindi, che l’apparente mistero con cui abbiamo iniziato questo pezzo si dipana: la continuità tra il Governo Meloni e il Governo Draghi è tutto ciò di cui hanno bisogno i commentatori politici nostrani, e i loro padroni, per poter dormire sonni tranquilli. Lo spauracchio del fascismo era un’arma retorica utile alla dialettica interna alla classe dominante: è stato utile a garantire un ordinato passaggio di consegne tra il Governo Draghi I, presieduto da Mario Draghi, ed il Governo Draghi II, presieduto da Giorgia Meloni. Una volta garantita questa continuità, il problema fascismo magicamente svanisce dai radar della stampa mainstream. Per noi, invece, gli eredi del Movimento Sociale Italiano sono pericolosi anche e soprattutto perché garanti della perfetta continuità tra inflazione, guerra e austerità con Draghi e inflazione, guerra e austerità con Meloni.
05/10/2022
L’Italia è coinvolta nella guerra, fino al collo. Tiriamola fuori
Ma i due erano e sono sostanzialmente d’accordo sulla linea guerrafondaia da seguire in Ucraina. L’obbedienza ai diktat della Nato non viene messa in discussione dai tecnocrati nè dalla destra nè dal Pd.
Il governo, come noto, è stato autorizzato proprio dalla stragrande maggioranza di Camera e Senato, nella scorsa primavera, a inviare armi in Ucraina senza dover necessariamente passare da un voto per ogni nuovo decreto, almeno fino alla fine di quest’anno.
La decisione italiana di inviare altre armi in Ucraina si è beccata un ironico tweet dell’ambasciata russa a Roma, pubblicato poche ore dopo l’audizione del ministro Guerini al Copasir e che somiglia molto ad una risposta di Mosca al decreto: “Le forniture di armi all’Ucraina non aiutano a risolvere il problema del caro-bollette”, si legge nel tweet.
I membri del Copasir, oltre ad audire il ministro Guerini, hanno espresso parere favorevole all’unanimità a due schemi di decreto relativi all’impiego di forze speciali della Difesa all’estero e al contrasto in ambito cibernetico (una novità del decreto Aiuti bis), oltre a uno schema di regolamento relativo alle operazioni sotto copertura. L’emendamento contenuto nel decreto “Aiuti bis” prevede che l’Aise (i servizi segreti per le operazioni all’estero, ndr) possa “impiegare proprio personale” al fine di “attività di ricerca informativa e operazioni all’estero”. Il tutto deve essere previsto da un regolamento per disciplinare “il procedimento di autorizzazione all’impiego, del presidente del Consiglio dei ministri o dell’Autorità delegata, ove istituita, nonché le relative modalità, condizioni e procedure, anche con riferimento alla specialità dei profili economici attinenti all’impiego del personale”.
Occorre inoltre rammentare che contingenti militari italiani sono già stati inviati in Lettonia, Romania, Bulgaria e Ungheria. In quest’ultima ci sono 260 militari della brigata alpina “Taurinense” nel quadro della missione Enhanced Vigilance Activity della Nato. In Bulgaria ci sono i soldati dell’82 reggimento fanteria “Torino”. In Romania sono stati inviati 3.400 soldati italiani e raddoppiato il numero degli aerei Eurofighter. In Lettonia c’è già da tempo un contingente militare italiano.
Insomma sul piano militare l’Italia è già coinvolta in questa guerra fino al collo, con il consenso del Parlamento ma non della popolazione, che al 60% si dice contraria all’invio di armi e alla partecipazione alla guerra in Ucraina.
Sta crescendo dal basso l’esigenza e la spinta che questa confermata contrarietà popolare al coinvolgimento italiano nella guerra cominci a palesarsi con la forza dovuta. Le disinibite evocazioni sul possibile ricorso ad armi nucleari gettano sulla realtà una ipoteca inquietante ma ormai credibile. L’ipotesi di una prima, grande manifestazione nazionale di opposizione contro la guerra che la declini pubblicamente e massicciamente è ormai all’ordine del giorno, serve solo un atto di coraggio. E in piazza per la pace e contro la guerra... chi c’è c’è!
Fonte
28/09/2022
Bollette di gas e luce più alte. Corsa contro il tempo per il nuovo governo
Anche per intercettare in modo immediato le eventuali iniziative nazionali ed europee di contenimento dei prezzi, l’Arera ha deciso di non utilizzare più come riferimento le quotazioni a termine del mercato all’ingrosso, ma la media dei prezzi effettivi del mercato all’ingrosso PSV italiano, aumentando al contempo la frequenza di aggiornamento del prezzo che diventa mensile, non più trimestrale.
Il nuovo metodo, legato alla situazione di emergenza, sarà in vigore fino al termine della tutela gas, ad oggi previsto a gennaio 2023, termine che l’Autorità ha chiesto più volte venga allineato a quello del fine tutela elettrico, previsto per gennaio 2024.
“Prezzi troppo elevati, una guerra in corso ed un chiaro uso del gas come leva geopolitica ci chiamano ad interventi straordinari, per cercare di garantire la difesa del consumatore e la sicurezza della fornitura – afferma il presidente dell’Arera, Stefano Besseghini – Il ricorso ad un meccanismo più dinamico di formazione del prezzo permetterà di non trasferire al consumatore i costi di copertura del rischio e di trasferirgli invece, immediatamente, i vantaggi derivanti da eventuali decisioni, come il tetto al prezzo del gas, che si dovessero assumere a livello europeo”.
“L’intervento adottato, pur non potendo agire strutturalmente sugli eccezionali livelli dei prezzi di mercato, mira a rendere più sicure le forniture ai consumatori” – scrive l’Arera – “Le perduranti tensioni geopolitiche, infatti, hanno acuito le incertezze sulla disponibilità di gas dalla Russia, aumentando le criticità per i venditori nel reperire sui mercati all’ingrosso il gas necessario a soddisfare i propri clienti, anche domestici, per il prossimo anno termico che parte dal 1° ottobre”.
Dovrebbe tenersi sempre domani il Consiglio dei ministri per dare il via libera a un nuovo decreto teso a fronteggiare l’emergenza dei rincari sull’energia. L’esecutivo uscente è a caccia di circa dieci miliardi ma non è detto che si arrivi alla cifra prestabilita.
Si tratta di fondi che serviranno soprattutto per prorogare alcune scadenze, in particolare a beneficio delle imprese. Si va, per esempio, verso la proroga del credito di imposta sulle bollette delle imprese energivore ma anche sulla cassa integrazione per due mesi.
“Senza interventi del governo – ha dichiarato il presidente di Nomisma Energia, Davide Tabarelli – l’incremento della bollette della luce sarebbe addirittura del 100%”.
Il prezzo dell’elettricità toccherà un nuovo massimo di 66,6 centesimi per Kwh. Per quanto riguarda il gas, alla luce del nuovo metodo di calcolo, l’aggiornamento ci sarà a inizio novembre. In ogni caso, Nomisma stima un rialzo del gas del 70%.
Il nuovo esecutivo uscito dalle elezioni di domenica secondo la Cgia di Mestre “ha già una ipoteca da 40 miliardi di euro e sarà quasi impossibile mantenere, almeno nei primi 100 giorni, le promesse elettorali annunciate in questi ultimi due mesi; come, ad esempio, la drastica riduzione delle tasse, la riforma delle pensioni, il taglio del cuneo fiscale”.
Senza contare, afferma la Cgia, che “se il nuovo inquilino di Palazzo Chigi vorrà intervenire con ulteriori provvedimenti per mitigare il caro energia saranno necessari altri 35 miliardi di euro per ridurre di almeno la metà i rincari che si sono abbattuti quest’anno su famiglie e imprese”.
Il governo uscente deve presentare la Nota di aggiornamento al documento di economia e finanza (Nadef), mentre spetterà al nuovo esecutivo redigere entro il 15 ottobre il Documento programmatico di bilancio (Dpb) ed entro il 20 ottobre il disegno di legge di bilancio. Scadenze, queste ultime due, che quasi certamente non potranno essere rispettate, visto che la prima seduta delle nuove Camere è stata fissata il 13 ottobre. Anche approvare in tempo la finanziaria 2023 non sarà facile: per legge il voto definitivo deve avvenire entro il 31 dicembre, altrimenti scatta l’esercizio provvisorio.
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22/09/2022
Ansaldo Energia, lavoratori in assemblea e poi in corteo
“Chiederemo al Prefetto di uscire con un documento in cui si impegna con il governo a risolvere la situazione” spiega Federico Grondona, RSU FIOM. E alla domanda se le elezioni e i tempi tecnici per formare il nuovo governo non possono causare un rallentamento della vertenza risponde: “Ci risulta che in Italia un governo al momento ci sia, così come esiste Cassa Depositi e Prestiti ed entrambi devono fare delle scelte in tempi brevi”.
Il nodo secondo sindacati e lavoratori sta oltre che nella ricapitalizzazione, nello sblocco di alcune commesse per la riconversione a gas di altrettante centrali a carbone. A breve il prefetto Renato Franceschelli riceverà una delegazione di lavoratori.
Via Roma è chiusa al momento.
Grondona ha definito la situazione “disastrosa sia dal punto di vista finanziario sia soprattutto dei carichi di lavoro”. Il problema, spiega Grondona, è che “l’azienda non riesce a prendere il lavoro e sarà un bagno di sangue senza commesse per il 2023. Il governo deve intervenire, non pagheremo noi il conto”.
Per l’RSU “il management si deve svegliare e andare a prendere commesse in giro per il mondo”. L’evoluzione, in caso contrario, sarà inevitabilmente la cassa integrazione: “Non credo che ci tengano lì a giocare a carte. Andremo dal prefetto a dire che il governo deve intervenire in tempi molto brevi, ossia ricapitalizzare e sbloccare quelle commesse con Enel o con Terna che sono state bloccate per politica energetica. La situazione è molto brutta anche per il contesto internazionale, ma noi lotteremo sino alla fine”.
“Non permetteremo che siano i lavoratori l’agnello sacrificale di scelte politiche e di strategie aziendali sbagliate” ha scritto in una nota l’RSU dopo l’incontro di ieri in Confindustria.
Il primo vero incontro “franco”, così l’ha definito la FIOM genovese, ha fatto emergere numeri sconfortanti: zero commesse e 200 mila ore di scarico di lavoro previste che potranno quindi coinvolgere fino a un terzo dei lavoratori dello stabilimento. “Si tratta di numeri pesanti − ha commentato il segretario della FIOM genovese Stefano Bonazzi − e sono quelli previsti fino a marzo. Poi, se non arriveranno commesse, saranno destinati a peggiorare”.
Le scelte di cui ha parlato l’RSU sono una combinazione letale. Ansaldo Energia, lo ha confermato il management, aveva già firmato con Enel tre importanti commesse: le centrali a carbone di Brindisi, Civitavecchia e La Casella da riconvertire a gas. Commesse “poi fermate dal governo per scelte di politica energetica a cui bisogna aggiungere le commesse firmate (linea generatori) per il mercato russo poi stoppate dal governo per le sanzioni” sottolinea a sua volta l’RSU.
Nessuna novità neppure sulla ricapitalizzazione da parte di Cassa Depositi e Prestiti. Per questo è intenzione di sindacati e RSU chiedere al governo “in quanto azionista di impegnarsi in scelte di politica industriale che facciano ripartire il mercato di Ansaldo Energia” spiega ancora il segretario della Fiom.
Sono questi i temi che vengono affrontati questa mattina. Al corteo si sono unite rappresentanze di lavoratori delle altre aziende industriali genovesi. In tutto in piazza ci sono circa mille lavoratori.
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15/09/2022
Tempi duri di sacrifici, ma non per tutti
Riassumo gli eventi dell’altroieri, e dico anche dove mi aspettavo e dove non mi aspettavo certi comportamenti da miasma fognario.
1) Forza Italia presenta un emendamento per fare saltare il tetto dei 240 mila euro annui allo stipendio dei vertici delle forze armate e di quelle di polizia. Perché 20.000 euro al mese son troppo pochi. Qui, me lo aspettavo: un partito fondato da un ladro multimilionario e composto da figuri simili, anche se di minor cabotaggio.
2) L’emendamento viene preso in carico dal Ministero dell’Economia che lo riformula estendendo la possibilità della deroga anche agli stipendi degli alti dirigenti dei Ministeri e trovando pure le coperture economiche per poter realizzare le deroghe. Quindi il Governo, invece di dire “NUN CE PROVATE, state per scadere fra 15 giorni, il grosso favore ai vostri CLIENTES dell’elevata mafia e massoneria dovevate farlo prima, casomai!”, accetta entusiasti il colpo di mano, e addirittura lo estende anche a un altro giro di prostitute di alto bordo ben più numeroso e perciò in grado, dopo il 25 di ricambiare il regalone: chiunque vada al governo, quelli restano inamovibili nei Ministeri, una magnifica assicurazione sulla vita far loro favori in extremis.
3) L’emendamento così riformulato passa al vaglio della competente commissione del Senato che lo **approva** col voto favorevole del PD, di Forza Italia (OVVIO) e dell’UDC (OVVIO).
VOTO-FAVOREVOLE-DEL-PD
4) Passa anche perché Lega (e qui mi stupisco in positivo), Fratelli d’Italia (non parlo di fascisti e coi fascisti, da sempre) e M5Stelle si astengono.
IL MOVIMENTO 5STELLE SI ASTIENE
Nel frattempo, nel mirino reddito di cittadinanza, poi il decreto per risparmiare il gas per la guerra, poi bollette stellari come sapete, eccetera, eccetera, eccetera.
P.s. È stato poi approvato un emendamento che cancella questa vergogna. Ma resta pur sempre un segnale di quale sia l’atteggiamento della classe dirigente a proposito di “redistribuzione” della ricchezza e dei sacrifici.
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14/09/2022
Militari e dirigenti del sistema non vogliono limiti per le loro retribuzioni
Il provvedimento è quello che ha stanziato 17 miliardi di aiuti a sostegno delle imprese e delle famiglie contro il caro bollette. Che cosa c’entri l’eliminazione del limite ai superstipendi dei dirigenti dello Stato è un mistero ma anche l’ennesima vergogna che conferma come “i ricchi” godano sempre di un trattamento e di corsie privilegiate e intoccabili, sia sul piano delle retribuzioni sia su quello pensionistico.
Si dice che la cosa sia stata accolta con “disappunto” da Palazzo Chigi. Viene fatto notare dalla Presidenza del Consiglio, che si tratta di un emendamento parlamentare inserito in un provvedimento Aiuti che “nulla ha a che vedere” con il tema del tetto. Fatto sta che quell’emendamento c’è ed è stato approvato con la fiducia votata da tutti i partiti ai quali, come spesso accade, sfuggono sempre i dettagli. I diretti interessati – e beneficiati – ci diranno magari che tutto è avvenuto “a loro insaputa”.
Andando a vedere emerge però che l’emendamento approvato prevede che al Capo della polizia, al Direttore generale della Pubblica Sicurezza, al Comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, al Comandante generale della Guardia di Finanza, al Capo del Dap, così come agli altri Capi di Stato Maggiore, nonché ai Capi dipartimento della presidenza del Consiglio e al Segretario generale della Presidenza del Consiglio, e ai Capi Dipartimento e ai Segretari generali dei ministeri, è consentito – in deroga al tetto di 240mila euro previsto per i manager pubblici (pari alla retribuzione del primo presidente della Corte di Cassazione) – un “trattamento economico accessorio per ciascuno, di importo determinato nel limite massimo delle disponibilità del fondo” deliberato con decreto del presidente del Consiglio su proposta del ministro dell’Economia.
In pratica si tratta di tutte figure relative agli apparati coercitivi e militari, più i dirigenti degli apparati esecutivi. Sono quelli che riempiono le sale e le sedie in tutte le occasioni e le cerimonie ufficiali al Quirinale o in altre sedi istituzionali. In pratica è il “nucleo duro” dello Stato ad aver ritenuto che per esso non possono esserci limiti o tetti alle proprie retribuzioni. In tempi di guerra e di economia di guerra come questi si tratta dunque di assicurarsi la fedeltà degli apparati alle scelte della politica.
Curiosamente poche settimane fa anche i sindaci, gli assessori e i consiglieri comunali si sono visti aumentare considerevolmente le loro retribuzioni. Le voci di proteste sono state flebili, anzi flebilissime, nonostante l’emergenza sociale che si è abbattuta sul paese.
Una conferma in più che gli stolti che in questi anni hanno denunciato “la casta” hanno abbaiato alla luna, tagliando ad esempio il numero dei parlamentari invece di tenere d’occhio la “trama” tessuta tra gli apparati decisivi dello Stato e i prenditori privati. Quando poi la “casta vera” ha menato le sue zampate li vedi aggirarsi in preda allo smarrimento.
Per questo occorre una rottura e una alternativa di sistema, il resto è diventato ben presto fuffa.
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