Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Faccia di bronzo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Faccia di bronzo. Mostra tutti i post

17/09/2026

Macklemore fuori dal tour di Ed Sheeran per la solidarietà con la Palestina

Macklemore, famoso rapper statunitense, è stato ufficialmente estromesso dalle date statunitensi del The Loop Tour di Ed Sheeran. A decretare il bando del rapper sono state le pressioni congiunte di organizzazioni filo-israeliane e dei proprietari dei grandi stadi americani, culminate nella minaccia di bloccare l’intera tournée da centinaia di migliaia di spettatori.

La rottura ha avuto origine durante i concerti del 4 e 5 settembre al MetLife Stadium nel New Jersey. Invitato ad aprire gli show di Sheeran in dieci tappe negli Stati Uniti, Macklemore ha trasformato il proprio set in una piattaforma di denuncia contro il genocidio dei palestinesi.

L’Israeli-American Council (IAC) ha lanciato quasi istantaneamente una raccolta firme per chiederne la cacciata immediata. Anche figure di spicco del pop come la cantante Pink e l’artista britannico Boy George hanno criticato Macklemore. Il miliardario Robert Kraft, proprietario dei New England Patriots e dello stadio Gillette Stadium di Foxborough, in Massachusetts, dove il tour avrebbe dovuto fare tappa a fine settembre, ha bandito ufficialmente il rapper dalla propria struttura, accusandolo persino di antisemitismo.

Secondo quanto denunciato da Macklemore, Kraft avrebbe fatto fronte comune con i gestori delle altre grandi arene in cui sarebbe andato a cantare, ponendo un aut-aut perentorio: se Macklemore rimane in cartellone, i concerti non si terranno. A confermare la rimozione è stato il Messina Touring Group, la società promotrice degli spettacoli americani di Ed Sheeran.

Macklemore ha deciso di pubblicare un lungo messaggio su Instagram, dove ripercorre gli eventi e le difficili conversazioni con l’amico Sheeran. Ci è sembrato utile tradurlo e pubblicarlo qui sotto, innanzitutto perché il rapper, evidentemente lontano dalle manie di grandezza di altri colleghi, ha voluto ridimensionare la portata del proprio caso personale, rifiutando ogni vittimismo.

E poi, perché con le sue parole Macklemore ha mostrato come la musica di oggi sia un’industria dove gli spazi di espressione sono rigidamente controllati, richiamando la necessità di una rottura culturale significativa. Il primo passo è quello di decidere da che parte stare, mentre l’amico Sheeran ha sempre fatto della sua “neutralità” un punto fermo della sua figura pubblica. Ovviamente, solo quando questo conveniva…

“Non esiste una posizione neutrale tra l’oppressore e l’oppresso – ha scritto sui social – Quando una parte ha le bombe e un sostegno finanziario e militare sconfinato da parte dell’America, rifiutarsi di prendere posizione non ti colloca nel mezzo”. O se sei nel mezzo, detto con Lenin, sei la barricata da scavalcare.

*****

Non so bene da dove cominciare. Quindi parlerò con il cuore e dirò la verità. Ed Sheeran e il suo team hanno preso la decisione di rimuovermi dal The Loop Tour. Ma prima di addentrarmi nella questione, voglio dire una cosa che dovrebbe essere ovvia. In questo momento penso che sia importante: io non sono una vittima.

Ed Sheeran non è una vittima. Pink non è una vittima. Abbiamo carriere, denaro, opportunità, sicurezza e un pubblico in tutto il mondo. Qualunque siano le conseguenze che ciascuno di noi deve affrontare per ciò che dice, noi possiamo tornare a casa dalle nostre famiglie.

Le vittime sono il popolo palestinese. Gli uomini, le donne e i bambini che sono stati uccisi, affamati, sfollati e costretti a vivere attraverso una violenza inimmaginabile. Più di 20.000 bambini sono stati uccisi solo a Gaza. Ci sono persone che vengono uccise oggi, e persone che verranno uccise domani. Voglio assicurarmi che, nel raccontare questa storia, non perdiamo di vista questo.

Ed è un mio amico. Lo conosco da 13 anni. Abbiamo condiviso notti fino a tardi, sessioni in studio e palcoscenici. Ha una magia contagiosa che ho imparato ad amare. Lo considero un fratello. Ed è per questo che la scorsa settimana abbiamo avuto conversazioni difficili. Quel tipo di discorsi radicati nell’affetto e nel rispetto reciproco che però finiscono comunque in un punto di disaccordo fondamentale.

Nulla di ciò che scrivo qui è dettato dal rancore o dal desiderio di infangare la sua persona. Ma, come ho detto a Ed più volte al telefono, la nostra amicizia non può cancellare la mia responsabilità di dire la verità su ciò che è successo. Lunedì scorso, nel bel mezzo dell’attenzione mediatica attorno a Pink e a ciò che avevo detto al MetLife, Ed mi ha detto che Robert Kraft lo ha chiamato. Questo mese avevamo in programma di esibirci al Gillette Stadium, di proprietà del Kraft Group.

Ed mi ha riferito che Kraft ha dichiarato che non mi sarebbe stato permesso di esibirmi nel suo stadio. Ed mi ha anche detto che Kraft aveva mobilitato alcuni degli altri proprietari di stadi e che, collettivamente, gli avevano dato un ultimatum: se Macklemore rimane nel tour, non ti sarà permesso di suonare nelle nostre strutture.

Ed si è trovato in una posizione davvero difficile. Lo sapeva. La sua solita posizione apolitica veniva messa in discussione come mai prima d’ora. Mi ha detto che le parole “Free Palestine” e l’immagine della bandiera palestinese ferivano molte delle persone con cui aveva parlato.

Gli ho risposto che se quelle parole risultavano più offensive di decine di migliaia di bambini palestinesi uccisi da Israele, allora c’era una divergenza fondamentale tra la posizione di quelle persone e la mia. Ma lui non è riuscito a superare la sua facciata pubblica del “Io non prendo posizione”.

E capisco perché le persone non lo facciano. Prendere una posizione può costare caro. Soldi, contratti con i brand, sponsorizzazioni, festival, esibizioni private, relazioni e opportunità. Ho perso tutte queste cose. Ma non esiste una posizione neutrale tra l’oppressore e l’oppresso. Quando una parte ha le bombe e un sostegno finanziario e militare sconfinato da parte dell’America, rifiutarsi di prendere posizione non ti colloca nel mezzo.

Ciò che ho detto al MetLife lo vado dicendo sui palchi di tutto il mondo da quasi tre anni. Perché allora è un problema adesso? Perché ora sto condividendo il palco con uno degli artisti più grandi del mondo, in alcuni dei più grandi stadi d’America. A un certo livello di visibilità, dire “Free Palestine” diventa un rischio troppo alto.

Se avessi continuato a fare i concerti, dicendo “Free Palestine“, con Ed che implicitamente lo appoggiava, con il pubblico che si faceva sentire e mostrava un innegabile sostegno per la liberazione palestinese, quale artista si sarebbe fatto avanti dopo? Il palcoscenico diventa resistenza. Forse è per questo che questa volta è diventato così importante ridurmi al silenzio.

E uno dei modi più efficaci per imporre quel silenzio è stato strumentalizzare l’accusa di antisemitismo. L’antisemitismo esiste davvero. Ed è esattamente per questo che il termine ha un peso troppo grande per essere usato come scudo contro le critiche allo Stato di Israele. Quando criticare Israele, opporsi al sionismo o dire “Free Palestine” viene confuso con l’odio verso gli ebrei, non si protegge il popolo ebraico. Si protegge Israele dalle proprie responsabilità.

Spero che questa non sia la fine del mio rapporto con Ed. Tredici anni di amicizia non spariscono a causa di un disaccordo doloroso. Spero che entrambi continueremo ad ascoltare, a documentarci su ciò che sta accadendo in Palestina e a fare i conti con ciò che la neutralità significa in un momento come questo. La mia porta sarà sempre aperta per portare avanti quella conversazione.

Quando mio fratello Omar stava inserendo i sottotitoli al video che ho pubblicato dal MetLife, l’ho ringraziato. Mi ha detto che c’è una frase in arabo: لا شكر على واجب “La shukra ala wajeb”: “Non si ringrazia per un dovere”. Mi è rimasto impresso. Perché è questo ciò che è diventato, per me e per milioni di altre persone nel mondo. Un dovere. Non qualcosa che merita elogi o gratitudine. Non un atto di coraggio. Semplicemente umano.

Chi sta vincendo sul web, chi viene cancellato, chi suona negli stadi e chi no: tutto questo diventa infinitamente piccolo rispetto a ciò di cui siamo effettivamente testimoni a Gaza e in Cisgiordania. Un intero popolo che viene sfollato, affamato e ucciso mentre il mondo dibatte su quali parole ci sia concesso usare per descriverlo, su come quelle parole ci facciano sentire e se il nostro disagio valga più delle persone che stanno subendo un genocidio.

Non avevo bisogno di 10 concerti con Ed. Ne avevo bisogno di 2. Due occasioni per stare davanti a 90.000 persone e pronunciare le parole che, in qualche modo, sono diventate troppo pericolose da dire. “Free Palestine“. Ma se quelle parole mi sono costate il palco, riportando al contempo la discussione sulla Palestina, allora questo è stato il tour di maggior successo a cui io abbia mai preso parte.

Fonte

07/01/2026

Contrordine! Il “cartello di Maduro” non esiste, dice l’accusa amerikana

Non c’è limite al ridicolo, non c’è limite al pericolo. Quando una gang di mafiosi arriva al vertice di una superpotenza può accadere di tutto. E troverà sempre un sacco di complici vermiformi pronti ad assecondarla.

Il mondo in questi giorni si è fermato a guardare quel che avveniva tra Venezuela e New York, con l’amministrazione Trump che ha scatenato un attacco informatico-spionistico-militare a Caracas per catturare il legittimo presidente del paese sudamericano, teatro di una rivoluzione bolivariana e antimperialista che faceva e fa soffrire gli Usa sia sotto l’aspetto politico che su quello delle risorse petrolifere.

L’accusa ufficiale, nel contorto linguaggio giustificazionista dell’attacco, bisognoso comunque di una parvenza di “legalità” (anche se la “giurisdizione” è decisamente arbitraria), era che Maduro in realtà stava a capo di una organizzazione di narcotrafficanti chiamata “Cartel de lo Soles”.

Non c’è bisogno che diciamo un’altra volta noi – citando centinaia di esperti e autorità antidroga internazionali – che quel “cartello” non esiste. Lo scrive nero su bianco, da ieri pomeriggio, il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti. Ossia il braccio giuridico di Trump che sostiene il ruolo dell’“accusa” nel processo-farsa contro Maduro.

Per quanto ridicolo possa apparire, questo “organo di giustizia”, ai suoi massimi livelli, ha deciso di rivedere il capo d’accusa ammettendo – implicitamente, certo, per non darsi una martellata da solo – che il “Cartello dei Soli” non è una vera organizzazione criminale. Ma una via di mezzo tra un “patronato” (come il Caf per fare la dichiarazione dei redditi?) e “un sistema clientelare”.

L’alternativa era ammettere che non è proprio mai esistito. Ma così anche l’ultimo straccio di giustificazione “finto-legale” veniva a cadere. E la liberazione di Maduro diventava quasi obbligatoria...

Scrive, comprensibilmente infuriato ma anche divertito Telesur – media bolivariano senza se e senza ma – che “La nuova versione dell’accusa – presentata al Tribunale Federale del Distretto Sud di New York – menziona il ‘Cartello de los Soles’ solo due volte, contro le 32 citazioni dell’accusa originale del 2020. La nuova versione smonta l’eufemismo che lo aveva reso titolo obbligatorio nei grandi media internazionali, i quali si erano avvalsi di presunte ‘fughe di informazioni’ provenienti da fonti legate ai servizi di intelligence statunitensi, in particolare DEA e CIA, veicolate attraverso giornalisti come Emili Blasco, corrispondente del quotidiano spagnolo ABC negli Stati Uniti, e che alimentarono i titoli di agenzie e multimedia internazionali”.

Media internazionali costretti ora a rivedere – ma solo in parte, sia chiaro – la propria “narrativa” sul rapimento del Presidente venezuelano. Anche perché il Dipartimento Usa mantiene l’accusa di narcotraffico, nonostante sia sparita “l’organizzazione” che doveva gestirlo. In pratica, ci dice il Dipartimento, è come se la droga viaggiasse per conto proprio – anche se il Venezuela non ne produce né la veicola, anzi... – e poi i profitti arrivassero per vie misteriose al povero Maduro che, a tempo perso, faceva il Presidente. Pardon, “il dittatore”...

Il New York Times, giusnto in possesso della nuova versione dell’accusa (qui di fianco il passaggio decisivo), non poteva non pubblicarlo. E quindi anche i peggiori media europei si son sentiti in dovere di riprenderlo. Prudentemente. È riuscito comunque a far peggio di tutti il monarca dei “fact check”, Enrico Mentana, evidentemente in imbarazzo su “come gestire la notizia”, che ha scelto di ignorarla completamente, continuando a straparlare secondo il vecchio copione.

Sta di fatto che la nuova formula d’accusa, invece di descrivere il “Cartel de los Soles” come un’organizzazione gerarchica dedita al narcotraffico, definisce il presunto fenomeno come una “cultura della corruzione” (in Italia non resterebbe un solo politico in libertà...) composta da alti funzionari civili e militari venezuelani che “proteggono e promuovono il traffico di droga”. Una definizione lontana da quella di un “cartello del narcotraffico” con la quale Donald Trump ha giustificato un dispiegamento militare senza precedenti nel Mar dei Caraibi, trasformato poi in un blocco alle esportazioni di petrolio venezuelano.

Ma soprattutto una formula che ora rende difficile continuare a sostenere l’accusa originaria e i suoi corollari... 

La correzione assume rilevanza persino “processuale” – siamo nella farsa più penosa, lo sappiamo – perché, nel febbraio 2025, il Dipartimento del Tesoro e successivamente il Dipartimento di Stato designarono il “Cartel de lo Soles” addirittura come “Organizzazione Terroristica Straniera”. Ma nei rapporti tecnici della stessa Amministrazione per il Controllo delle Droghe (DEA), dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (UNODC) e dell’Unione Europea, nessuno menziona il gruppo nelle proprie valutazioni annuali sul traffico di droga.

Quei poveracci della DEA (l’equivalente antidroga della CIA), nella loro ‘Valutazione Nazionale della Minaccia delle Droghe 2025’, dettagliano con precisione le rotte del narcotraffico nelle Americhe, ma purtroppo non includevano il Venezuela come “paese di transito principale”, né menzionavano il “Cartello dei Soli” in alcuna sezione. Lo stesso vale per i rapporti dell’ONU e dell’Osservatorio Europeo sulle Droghe.

In definitiva: se solo qualche mese fa le agenzie Usa – e non solo loro – non consideravano affatto il Venezuela come “paese di transito” (neanche “di produzione”), e tanto meno Maduro come “narcoterrorista”, su quale base Trump ha deciso di attaccare? Il petrolio, certo, ma lo ha ammesso solo dopo... 

Nonostante ciò, in questi giorni, i funzionari statunitensi, incluso il segretario di Stato Marco Rubio, hanno insistito pubblicamente nel trattare il “Cartello dei Soli” come una vera organizzazione. In un’intervista del 5 gennaio a Meet the Press, Rubio aveva affermato che “il suo leader, il leader di quel cartello, si trova ora sotto custodia statunitense”, riferendosi a Maduro.

Sulla carriera di Marco Rubio, però, ci sia consentito ricordare quanto scritto soltanto ieri.

Il processo-farsa rischia così di diventare un boomerang per Trump direttamente a casa sua. La “riscrittura” dell’accusa non mancherà di diventare un argomento potente nelle mani dell’avvocato che ha assunto la difesa di Maduro – Barry J. Pollack, noto fra l’altro per aver ottenuto la liberazione di Julian Assange – e che si trova di fronte il giudice federale Alvin K. Hellerstein, 92 anni.

Un giudice che ha guadagnato notorietà per la sua indipendenza giudiziaria, anche di fronte a governi potenti, tanto da emettere negli ultimi anni sentenze contrarie a decisioni dell’amministrazione Trump, come nei casi legati a Stormy Daniels e alla Legge sui Nemici Stranieri (e le espulsioni di massa dei migrati irregolari).

Il processo a Maduro è una farsa, ma – anche scontando la certezza che Trump se ne fregherà completamente della “sentenza”, se non dovesse piacergli – di sicuro diventerà un plot hollywoodiano degno di Chaplin.

Fonte

17/12/2025

L’imbroglione


Vi ricordate quando Salvini chiedeva e prendeva i voti degli operai opponendosi fieramente alla Legge Fornero?

Oggi il governo Meloni ha definitivamente confermato quella legge iniqua e feroce, anzi l’ha peggiorata. Ancora mesi in più di lavoro e ci si avvicina ai 70 anni, mentre il pagamento della pensione viene ancora più ritardato.

Totalmente fregati coloro che avevano riscattato la laurea, che lavoreranno quasi tre anni in più. E poi ai giovani neoassunti viene rapinato il TFR, la liquidazione, a favore dei fondi pensioni delle compagnie di assicurazione. Infine nessun vero adeguamento all’inflazione delle pensioni, che continueranno a svalutarsi e a impoverirsi.

Un bel regalo alla finanza e alle banche da parte di Giorgia Meloni, che per questo può vantare il calo dello spread, perché taglia la spesa sociale, aumenta quella per le armi e obbedisce a tutti i banchieri e ai guerrafondai occidentali.

Un governo di imbroglioni, finti sovranisti e veri servi di Draghi, Ursula von der Leyen, loro padroni in comproprietà con Trump. Ma tra tutti gli imbrogli e gli imbroglioni il più ridicolo è Salvini; e più di lui fa pena chi ancora sta con lui.

Fonte

14/12/2025

“La Repubblica” saudita

di Vincenzo Morvillo

A Repubblica e La Stampa i giornalisti protestano e sono in sciopero perché il gruppo Gedi, di proprietà degli Elkann, ha deciso di vendere le testate di famiglia all’armatore miliardario greco Kyriakou, maggior azionista della holding Antenna, di cui una quota del 30% sarebbe in mano al principe saudita, Mohammed bin Salman Al Sa’ud.

I lavoratori dei due fogli che, ricordiamolo, sono principalmente giornalisti: ovvero, quando hanno la fortuna di avere un contratto regolare o addirittura “personalizzato”, dei “privilegiati” che svolgono una professione intellettuale. Vendono cioè pensieri e parole.

Sarebbe a dire quegli attrezzi che servono a comunicare idee che dovrebbero in teoria quantomeno corrispondere allo statuto di verità e alla deontologia. Non patate e cipolle, che è un mestiere dignitosissimo ma attiene ad altro. Ma sono comunque lavoratori, dicevamo, che contestano la perdita di un fondamentale asset culturale nazionale.

Invocano addirittura l’intervento del governo (governo di quella destra contro cui urlano e si scagliano dalle stesse pagine di quei giornali) dichiarando di temere per il mantenimento del proprio lavoro e per la loro indipendenza e autonomia.

«Salvaguardia dell’identità politico-culturale di un giornale come Repubblica». E ancora: «In ballo non c’è un semplice marchio, ma la sopravvivenza stessa di un pensiero critico».

Queste le roboanti e concettose frasi che si possono leggere nel comunicato stampa elaborato, licenziato e diffuso dall’assemblea dei giornalisti e dei lavoratori di Repubblica.

Tutto giusto, verrebbe da dire, se però i giornali – e i giornalisti in questione – non fossero Repubblica e La Stampa. Due edizioni annoverate tra la stampa “di sinistra” (boom!) che negli ultimi quindici anni hanno oltraggiato l’idea stessa del giornalismo libero. Infangato la categoria filosofica del rispetto dei fatti e della verità. Fatto a pezzi l’etica professionale. Umiliato il ruolo del giornalista, riducendolo ad un servo della proprietà e ad un passacarte di veline e documenti.

Veline e documenti prodotti da quei comitati di affari afferenti al complesso militare-industriale cui hanno risposto, specie negli ultimi quindici anni, troppe volte “signorsì, signore“. Di buon grado e con la reattività di un soldato al fronte.

Con l’unica differenza che loro, il fronte, lo vedono da uno schermo del Pc e seduti su comode poltrone ergonomiche. Mentre il proletariato ucraino e russo muore per soddisfare le velleità di potenza di quei deliranti oligarchi ai cui ordini direttori, capiservizio e corrispondenti si genuflettono.

Per non dire della stomachevole, vergognosa e criminale propaganda filo israeliana che trabocca da quei fogli, al punto da delineare addirittura una tangibile – quasi perseguibile penalmente – “complicità in genocidio“.

E non bastano certo le sempre rare Mannocchi, Jebreal, Foa o i Grossman ad attutire l’ignominia propagandistica che ha soffocato l’informazione di regime italiana.

Informazione di regime e irreggimentata che ha le sue più solide radici proprio in quei quotidiani figurativamente “di sinistra”, che hanno polverizzato la sinistra finanche nelle parole e nell’imagginario. Anche grazie ai servizievoli contributi offerti da intellettuali di terza fila che hanno trovato spazio, cittadinanza e valsente all’interno delle loro pagine.

E allora, alla fine, mi vengono da fare giusto un paio di considerazioni e domande che vorrei rivolgere a coloro che dovrei considerare “colleghi” ma che viceversa vedo come dei camerieri del potere.

Egregi amici, quando mai Repubblica e La Stampa – negli ultimi anni, ma non solo – hanno rappresentato un “baluardo del pensiero critico“? Fatevelo dire francamente: una simile affermazione suona alquanto incoerente, grottesca soprattutto nell’evocare la tutela di un “asset culturale” e di un “presidio di democrazia”.

Avete avallato tutte le politiche anti-popolari degli ultimi quarant’anni. Avete sostenuto il neoliberismo e la supremazia del mercato e del profitto purché sia. Avete difeso tutte le porcate dei proprietari – la famiglia Agnelli-Elkann – sul piano economico: dalle delocalizzazioni ai disinvestimenti produttivi, fino all’abbandono del contratto nazionale dei metalmeccanici (sotto Marchionne). Avete taciuto sull’assenza di una progettualità industriale e plaudito alla richiesta di denaro pubblico utilizzato per distribuire dividendi agli azionisti.

Non avete battuto un colpo di fronte allo sfruttamento dei vostri stessi giovani colleghi e collaboratori, iper sfruttati e sottopagati. Non vi siete fatti scrupoli a soffiare sul fuoco della guerra e del genocidio, inventando di tutto senza remore (“i russi vanno all’assalto con le pale del 1800” resterà negli annali...).

Avete plaudito al Nobel della Pace assegnato alla criminale Corina Machado, dedicandole un’intervista tanto servizievole quanto scandalosa.

Avete giustificato la repressione del dissenso e gli ignobili “decori urbani”. Avete seguito traiettorie culturali classiste ed elitarie. La critica letteraria, teatrale, cinematografica e d’arte… l’avete ridotta a spot pubblicitario. La proprietà privata l’avete celebrata come diritto inalienabile, inviolabile e pre-politico. Avete benedetto le privatizzazioni e lo smantellamento del welfare state…

E ora che il vostro proprietario e padrone, godendo del suo “pieno diritto”, decide di vendere – per far soldi o eliminare le perdite – invocate il “bene comune”, l'”intervento dello Stato”, la “salvaguardia politico-culturale” e addirittura il “pensiero critico”?

Non vi sembra grottesco e in definitiva alquanto ipocrita? In fondo sapete come si dice, no? “È il Capitalismo, bellezza!” Quello che tanto vi è piaciuto finora.

Ma dimenticavo. Il doppio standard è il vostro vero credo. Il vostro dogma esistenziale e professionale.

Purtroppo però stavolta la vedo dura. “Il mercato” ha le sue regole e il governo non ha alcuna voglia di intervenire in vostro aiuto. Anzi gongola.

Ma d’altronde, diciamoci la verità una volta tanto. Dopo il sionista Molinari, Mohammed bin Salman Al Sa’ud sarà quasi una ventata di aria fresca. Ma anche di democrazia. Cui, ne siamo abbastanza certi, vi adeguerete con la solita elasticità…

Il sarcasmo purtroppo ve lo siete meritato sul campo. A buon rendere...

Fonte

30/11/2025

Giornalisti, vil razza dannata

Premessa breve, ma necessaria. Siamo un giornale, alcuni di noi hanno lavorato per decenni in altri media, frequentando redazioni, l’alto e il basso della società, palazzi del potere, bar dove cronisti e “fonti riservate” si incontrano quotidianamente.

Conosciamo il mestiere e i suoi format, sappiamo riconoscere quando viene messa la sordina, ignorata una notizia o una tendenza (è la cosa più semplice: “non ne parliamo”), invertire “aggressore e aggredito” (una carica di polizia immotivata contro ragazzi a mani nude può in un attimo diventare “scontri”), e via elencando.

Insomma, siamo giornalisti pure noi, ma di quelli che hanno messo le proprie “competenze” dentro un progetto collettivo di ricostruzione della soggettività antagonista e indipendente dal “sistema dominante” (per dirla in breve).

E che sanno riconoscere i “colleghi” che obbediscono al comando della proprietà, rappresentata istituzionalmente dal direttore e dai capiredattori.

In questi giorni l’esibizione di servilismo professionale si è dovuta applicare a due compiti piuttosto abituali: silenziare preventivamente uno sciopero generale seguito da una manifestazione nazionale (più altre locali) e trovare qualcosa che aiuti a “coprire”, magari mettendo in pessima luce – direttamente o indirettamente – le aree politico-sindacali-associative che davano corpo alle mobilitazioni.

Sembra passato un secolo da quando – meno di due mesi fa – un mesto Enrico Mentana, su La7, era costretto ad ammettere pubblicamente che le straordinarie giornate del 22 settembre, 3 e 4 ottobre – un milione e più di persone in piazza – erano “un successo di USB e Potere al Popolo”.

Successo sgradito, certo, ma successo. Si era insomma manifestato un nuovo soggetto politico e sindacale, non riconducibile alle formazioni ammesse al “campionato di serie A”, ma con una forza di mobilitazione decisamente superiore.

Giornalisticamente, davanti all’apparizione di una novità sgradita ma forte, si può reagire in due modi (tralasciamo le infinite varianti possibili): cercare di “recuperare” la devianza indipendente oppure tentare di ricacciarla sotto la soglia della visibilità.

Nel primo caso avremmo avuto un buon numero di interviste agli sconosciuti leader delle due formazioni, tese a “capire cosa bolliva nella pentola della società” ma al tempo stesso “normalizzare” quel sobbollire. Nel secondo caso, quello che si è verificato fino ad oggi.

Dal 5 ottobre in poi USB e Potere al Popolo non sono quasi state più nominate, se non in occasione delle elezioni regionali in Toscana e in Campania, ma in quest’ultimo caso solo per ghignare sul risultato insufficiente ad eleggere un consigliere.

Lo sciopero generale del 28 è stato nominato, mentre era in corso, solo per dar conto ai soliti “problemi nei trasporti”, ma senza neanche dire chiaramente chi lo aveva proclamato. Al massimo si accennava ai “sindacati di base”, oppure ai “Cobas” (chi, come noi, conosce e frequenta il sindacalismo “minore”, sa che quella sigla è copiata-declinata in svariate sotto-sigle, neanche tutte aderenti alla mobilitazione). Anche le poche foto pubblicate ex post erano selezionate in modo da evitare di far apparire la sigla “USB”.

Straordinaria coincidenza, oppure un ordine di scuderia che ha attraversato le redazioni mainstream. La seconda, come sempre, è la risposta vera... 

La riprova ieri, in piazza. Una massa di fotografi attirati dagli “ospiti internazionali” – Greta Thunberg e Francesca Albanese in primo luogo – e diversi giornalisti.

I primi, come al solito si sono gettati sulle “prede” con un furore degno di un plotone al fronte, al punto da costringere Greta a rifugiarsi sul camion dell’amplificazione per non essere travolta; e far reagire bruscamente anche qualche addetto alla sua protezione.

I secondi hanno approcciato i sindacalisti ponendo come prima e unica domanda “che pensate dell’attacco a La Stampa, a Torino?”. Lo sciopero generale contro la manovra del governo Meloni, contro le politiche di riarmo europee, la solidarietà con la Palestina, la denuncia della criminalizzazione del dissenso... Che gliene frega ai “colleghi”?

L’unica cosa era “prendere” una frase pro o contro se stessi, totalmente identificati con la testata nota familiarmente agli operai torinesi come La Büsiarda (del resto è di proprietà della famiglia Agnelli, come ora anche Repubblica).

Inevitabile ricevere a quel punto un molto educato “vaffa”.

Ma era l’atteggiamento comportamentale dei “colleghi” a dare la misura della distanza tra una redazione “importante” ed il mondo popolare. Si muovevano come se questi “altri” fossero materia che doveva mettersi a loro disposizione, “popoli primitivi” da colonizzare, “inferiori” da descrivere secondo l’uzzo, obbligati a rispondere non sulle ragioni di quel che stavano facendo ma su quel che interessava al caporedattore... 

Come se il tesserino da “professionista” avesse lo stesso potere disciplinante di quello dell’Fbi. E come se gli schemi mentali fossero gli stessi. Come se considerassero quella fiumana di gente in piazza come “nemici” da combattere e disperdere, esercitando il compito limitato di “narratori tendenziosi e squalificanti”. Quello che poi facilita o giustifica conseguenze più “muscolari”... 

Sarà l’aria di guerra, sarà che la struttura centrale del potere capitalistico è cambiata parecchio (i primi sette uomini più ricchi del pianeta sono tutti – anche – “magnati dei media”: Musk, Zuckerberg, Bezos, Ellison, ecc.), ma l’informazione mainstream sembra aver incorporato ormai il codice della “guerra ibrida”: non esistono i fatti e l’oggettività, ma solo quel che serve o contrasta il gruppo di potere per il momento dominante.

Non stupisce che quando, come a Torino, qualcuno si comporta con loro nello stesso modo – peraltro senza torcere un capello a nessuno; come teorizzava persino Marco Pannella, “la non violenza si esercita tra gli uomini, non necessariamente sulle cose” – scatti il riflesso pavloviano che fa sciorinare in serie rigida “la difesa della libertà di stampa” e tutti i suoi corollari.

Che erano e sono sacrosanti, quando la funzione della stampa è “fare il cane da guardia della democrazia svelando le magagne del potere”. Purtroppo è diventata il “fare il cane da guardia del potere contro la democrazia e i popoli”. E allora non puoi invocare le stesse guarentigie, che ti servono ora solo per esercitare la tua violenza – retorica, certo, ma non meno devastante – pretendendo l’immunità.

Se incontri un sindacalista o un dirigente politico consapevole della fase e dei rapporti di forza, puoi prenderti al massimo un “vaffa” o un sorriso ironico. Se ti capita qualcuno solo indignato e incazzato può disordinarti la scrivania.

Spiacevole, certo, ma sempre meno tragico del massacro di 280 colleghi – senza virgolette – a Gaza, per mano dei cecchini “democratici” dell’IDF.

P.S. Volete una prova? Oggi né il Corriere della Sera nè Repubblica danno alcuna notizia della manifestazione di ieri, né dello sciopero generale del 28. Ma dedicano entrambi una pagina alla “frase shock di Albanese”. Se questa è “informazione libera”, possiamo immaginare il resto... 

Fonte

08/08/2025

I colpi in canna si sparano ad agosto: raggiungeranno l’obiettivo?

In un intervista concessa ad una radio a larga diffusione ed ascolto come RTL 102,5, e riportata sulle pagine del Corriere della Sera, il sempre in sella sindaco di Milano, Beppe Sala dichiara, così come ha fatto il 21 luglio scorso, durante la seduta del Consiglio comunale, non solo di rimanere al suo posto, ma di rivendicare il suo operato (testuali parole) definendo la trasformazione di Milano opera sua così come dei suoi predecessori degli ultimi 20anni.

Naturalmente scansa le responsabilità, allorquando la sua firma sulle nomine del Marinoni di turno, ora agli arresti domiciliari, è incontestabile, ma declina ogni addebito sulla scelta riversandola sui collaboratori tecnici.

Dopodiché, tra un plauso alla Meloni che lo ha pubblicamente difeso, passa all’offensiva, alludendo alla metafora calcistica che la miglior difesa è per l’appunto, l’attacco. E quale migliore occasione se non quella di trovare soluzioni per le famiglie che avevano acquistato appartamenti degli stabili sotto sequestro o sotto inchiesta?

Naturalmente pressa Prefettura (dicasi: Governo in carica) e Pretura. Infine rivendica, fino alla morte (il riferimento alla sua personale dignità è sottolineato come se quanto accaduto finora abbia offeso la sua persona – sic! –) il diritto a vendere lo stadio di San Siro.

Conclude, con la chiamata alla politica, a sostenerlo.

Politica nazionale, che nelle spoglie di una sua ex componente della giunta del suo primo mandato, Cristina Tajani (ora senatrice PD), e che in realtà sarebbe nient’altro che una foglia di fico, ha avanzato una proposta di legge, per addivenire ad una sorta di sovrattassa per ricchi per i grandi centri urbani, quali, guarda caso, Milano.

Il tutto con il parere favorevole nonché l’appoggio del capogruppo PD in regione Lombardia, Pierfrancesco Majorino.

Fonte

21/07/2025

Trump, Epstein e il Deep State

di Chris Hedges

Il rifiuto da parte dell’amministrazione Trump di rendere pubblici i documenti e i video raccolti durante le indagini sulle attività del pedofilo Jeffrey Epstein dovrebbe mettere fine all’idea assurda, abbracciata dai sostenitori di Trump e dai liberali creduloni, che Trump smantellerà il Deep State.

Trump fa parte, e da tempo, della ripugnante cricca di politici – democratici e repubblicani – miliardari e celebrità che guardano a noi, e spesso a ragazze e ragazzi minorenni, come merce da sfruttare per profitto o piacere.

L’elenco di coloro che gravitavano nell’orbita di Epstein è un vero e proprio Who’s Who dei ricchi e famosi. Tra questi figurano non solo Trump, ma anche Bill Clinton, che avrebbe fatto un viaggio in Thailandia con Epstein, il principe Andrea, Bill Gates, il miliardario degli hedge fund Glenn Dubin, l’ex governatore del New Mexico Bill Richardson, l’ex segretario al Tesoro ed ex presidente dell’Università di Harvard Larry Summers, lo psicologo cognitivo e autore Stephen Pinker, Alan Dershowitz, il miliardario e amministratore delegato di Victoria’s Secret Leslie Wexner, l’ex banchiere di Barclays Jes Staley, l’ex primo ministro israeliano Ehud Barak, il mago David Copperfield, l’attore Kevin Spacey, l’ex direttore della CIA Bill Burns, il magnate immobiliare Mort Zuckerman, l’ex senatore del Maine George Mitchell e il produttore hollywoodiano caduto in disgrazia Harvey Weinstein, che si divertiva nei perpetui baccanali di Epstein.

Tra questi figurano anche studi legali e avvocati di alto livello, procuratori federali e statali, investigatori privati, assistenti personali, addetti stampa, domestici e autisti. Tra questi figurano anche numerosi procacciatori e protettori, tra cui la fidanzata di Epstein e figlia di Robert Maxwell, Ghislaine Maxwell.

Tra questi figurano anche i media e i politici che hanno spietatamente screditato e messo a tacere le vittime, e hanno usato la forza contro chiunque, compresi alcuni giornalisti coraggiosi, cercasse di smascherare i crimini di Epstein e la sua cerchia di complici.

Molte cose rimangono nascoste. Ma alcune cose le sappiamo. Epstein ha installato telecamere nascoste nelle sue lussuose residenze e sulla sua isola privata dei Caraibi, Little St. James, per riprendere i suoi amici potenti mentre si dedicavano a giochi sessuali e abusi su ragazze e ragazzi adolescenti e minorenni.

Le registrazioni erano oro colato per il ricatto. Facevano parte di un’operazione di intelligence per conto del Mossad israeliano? Oppure sono state utilizzate per garantire a Epstein una fonte costante di investitori che gli hanno versato milioni di dollari per evitare di essere smascherati? O sono state utilizzate per entrambi gli scopi?

Epstein trasportava ragazze minorenni tra New York e Palm Beach sul suo jet privato, il Lolita Express, che secondo quanto riferito era attrezzato con un letto per il sesso di gruppo. La sua cerchia di amici famosi, tra cui Clinton e Trump, risulta aver viaggiato numerose volte sul jet secondo i registri di volo resi pubblici, anche se molti altri registri di volo sono scomparsi.

I video di Epstein sono conservati nei caveau dell’FBI, insieme a prove dettagliate che svelerebbero le inclinazioni sessuali e l’insensibilità dei potenti. Dubito che esista una lista di clienti, come sostiene il procuratore generale Pam Bondi. Non esiste nemmeno un unico fascicolo su Epstein. Il materiale investigativo raccolto su Epstein riempie molte, molte scatole, che seppellirebbero la scrivania della Bondi e probabilmente, se raccolte in una stanza, occuperebbero la maggior parte dello spazio nel suo ufficio.

Epstein si è suicidato, come sostiene il rapporto ufficiale dell’autopsia, impiccandosi nella sua cella il 10 agosto 2019 al Metropolitan Correctional Center di New York City? O è stato assassinato?

Poiché le telecamere che registravano l’attività nella sua cella quella notte non funzionavano, non lo sappiamo. Michael Baden, un patologo forense assunto dal fratello di Epstein, che ha ricoperto il ruolo di medico legale capo della città di New York ed era presente all’autopsia, ha affermato di ritenere che l’autopsia di Epstein suggerisca un omicidio.

Il caso Epstein è importante perché smonta la finzione di profonde divisioni tra i Democratici, che non avevano più interesse di Trump a rendere pubblici i documenti su Epstein, e i Repubblicani. Appartengono allo stesso club. Svela come i tribunali e le forze dell’ordine complottino per proteggere personaggi potenti che commettono crimini. Mette a nudo la depravazione della nostra classe dirigente esibizionista, che non deve rendere conto a nessuno, libera di violare, saccheggiare, depredare e predare i deboli e i vulnerabili.

È la squallida storia dei nostri padroni oligarchici, coloro che non provano vergogna o senso di colpa, che si chiamino Donald Trump o Joe Biden.

Questa classe di parassiti al potere è stata parodiata nel romanzo satirico del I secolo “Satyricon” di Gaio Petronio Arbitro, scritto durante i regni di Caligola, Claudio e Nerone. Come nel Satyricon, la cerchia di Epstein era dominata da pseudo-intellettuali, buffoni pretenziosi, truffatori, artisti della truffa, piccoli criminali, ricchi insaziabili e sessualmente depravati. Epstein e la sua cerchia ristretta si dedicavano abitualmente a perversioni sessuali di proporzioni petroniane, come documenta nel suo libro “Perversion of Justice: The Jeffrey Epstein Story” la giornalista investigativa del Miami Herald Julie Brown, la cui tenace attività giornalistica è stata in gran parte responsabile della riapertura dell’indagine federale su Epstein e Maxwell.

Come scrive Brown, nel 2016 una donna anonima, che utilizzava lo pseudonimo di “Kate Johnson”, ha presentato una denuncia civile presso un tribunale federale della California sostenendo di essere stata violentata da Trump ed Epstein quando aveva tredici anni, per un periodo di quattro mesi, dal giugno al settembre 1994.

“Ho supplicato Trump a gran voce di smetterla”, ha dichiarato nella causa legale in cui ha denunciato lo stupro. “Trump ha risposto alle mie suppliche colpendo violentemente il mio viso con il palmo della mano e urlando che poteva fare tutto ciò che voleva”.

Brown continua:
Johnson ha affermato che Epstein l’ha invitata a una serie di “feste sessuali con minorenni” nella sua villa di New York, dove ha incontrato Trump. Attirata dalle promesse di denaro e opportunità di lavoro come modella, Johnson ha dichiarato di essere stata costretta ad avere rapporti sessuali con Trump diverse volte, inclusa una volta con un’altra ragazza di dodici anni, che lei ha chiamato “Marie Doe”.

Trump ha chiesto sesso orale, secondo la denuncia, e in seguito ha “spinto via entrambe le minorenni rimproverandole con rabbia per la ‘scarsa’ qualità della prestazione sessuale”, secondo la denuncia, presentata il 26 aprile presso la Corte Distrettuale degli Stati Uniti nella California centrale.

In seguito, quando Epstein ha saputo che Trump aveva violato la verginità di Johnson, avrebbe “cercato di colpirla alla testa con i pugni chiusi”, arrabbiato per non essere stato lui a prenderle la verginità. Johnson ha affermato che entrambi gli uomini hanno minacciato di fare del male a lei e alla sua famiglia se avesse rivelato ciò che era successo.
La citazione rivela che Trump non ha partecipato alle orge di Epstein, ma che gli piaceva guardare, spesso mentre la tredicenne “Kate Johnson” gli praticava una masturbazione.

Sembra che Trump sia riuscito a insabbiare la causa comprando il suo silenzio. Da allora lei è scomparsa.

Nel 2008, Alex Acosta, che all’epoca era il procuratore degli Stati Uniti per il distretto meridionale della Florida, ha negoziato un patteggiamento per Epstein. L’accordo garantiva l’immunità da tutte le accuse penali federali a Epstein, a quattro complici nominati e a qualsiasi “potenziale complice” non nominato.

L’accordo ha chiuso l’indagine dell’FBI volta ad accertare se ci fossero altre vittime e altre figure potenti che avevano preso parte ai crimini sessuali di Epstein. Ha interrotto le indagini e sigillato l’atto di accusa. Trump, in quello che molti considerano un atto di gratitudine, ha nominato Acosta Segretario del Lavoro durante il suo primo mandato.

Trump ha contemplato la possibilità di graziare Ghislaine Maxwell dopo il suo arresto nel luglio 2020, temendo che potesse rivelare i dettagli della sua amicizia decennale con Epstein, secondo il biografo di Trump Michael Wolff. Nel luglio 2022, Maxwell è stata condannata a 20 anni di carcere.

“La relazione più stretta di Jeffrey Epstein nella vita era con Donald Trump... questi due erano inseparabili da ben 15 anni. Facevano tutto insieme”, ha detto Wolff alla conduttrice Joanna Coles nel podcast The Daily Beast. “E questo andava dal condividere, corteggiare donne, andare a caccia di donne, condividere almeno una ragazza per almeno un anno in questo tipo di relazione da ricconi con gli aerei dell’altro, fino a Epstein che consigliava Trump su come evadere le tasse”.

Le anomalie legali, tra cui la scomparsa di enormi quantità di prove incriminanti per Epstein, hanno permesso a quest’ultimo di evitare le accuse federali di traffico sessuale nel 2007, quando i suoi avvocati hanno negoziato un accordo segreto con Acosta. È stato in grado di dichiararsi colpevole di accuse statali minori di adescamento di minori a fini di prostituzione.

Gli uomini di spicco accusati di aver partecipato al carnevale di pedofilia di Epstein, tra cui l’avvocato di Epstein, Dershowitz, minacciano ferocemente chiunque cerchi di smascherarli. Dershowitz, ad esempio, sostiene che un’indagine che si è rifiutato di rendere pubblica, condotta dall’ex direttore dell’FBI Louis Freeh, dimostra che non ha mai avuto rapporti sessuali con la vittima di Epstein, Virginia Giuffre, che a 17 anni è stata venduta al principe Andrea.

Giuffre, una delle poche vittime ad aver denunciato pubblicamente i suoi aguzzini, ha raccontato di essere stata “passata di mano in mano come un vassoio di frutta” tra gli amici di Epstein e Maxwell, fino all’età di 19 anni, quando è riuscita a fuggire. Si è “suicidata” nell’aprile 2025. Dershowitz ha inviato ripetute minacce alla Brown e ai suoi redattori del Miami Herald.

La Brown continua:
[Dershowitz] continuava a fare riferimento a informazioni contenute in documenti secretati. Ha accusato il giornale di non riportare i “fatti” che, secondo lui, erano contenuti in quei documenti secretati. La verità è che, ho cercato di spiegare, i giornali non possono scrivere di cose solo perché Alan Dershowitz dice che esistono. Abbiamo bisogno di vederle. Dobbiamo verificarle. Poi, poiché ho detto “mostrami il materiale”, mi ha pubblicamente accusato di aver commesso un reato chiedendogli di produrre documenti che erano sotto sigillo del tribunale.

Questo è il modo di operare di Dershowitz.

Ciò che mi disturba di più di Dershowitz è il modo in cui i media, con poche eccezioni, non riescono a metterlo in discussione in modo critico. I giornalisti hanno verificato i fatti su Donald Trump e altri membri della sua amministrazione quasi ogni giorno, eppure, per la maggior parte, i media sembrano dare a Dershowitz carta bianca sulla vicenda Epstein.

Nel 2015, quando le accuse di Giuffre sono state rese pubbliche per la prima volta, Dershowitz è apparso in tutti i programmi televisivi immaginabili giurando, tra le altre cose, che i registri di volo di Epstein lo avrebbero scagionato. “Come fai a saperlo?”, gli è stato chiesto.

Ha risposto che non era mai stato sull’aereo di Epstein durante il periodo in cui Virginia aveva una relazione con Epstein.

Ma se i media avessero verificato, avrebbero potuto scoprire che, secondo i registri, in quel periodo era effettivamente un passeggero dell’aereo.

Poi ha testimoniato, in una deposizione giurata, di non aver mai fatto viaggi in aereo senza sua moglie. Ma era elencato su quei manifesti di viaggio come passeggero in diversi viaggi senza sua moglie. Durante almeno un viaggio, era sull’aereo con una modella di nome Tatiana.
Epstein ha donato denaro all’Università di Harvard ed è stato nominato ricercatore esterno temporaneo presso il Dipartimento di Psicologia dell’ateneo, nonostante non avesse alcuna qualifica accademica in questo campo. Gli furono forniti una chiave magnetica e un codice di accesso, oltre a un ufficio nell’edificio che ospitava il Programma di Dinamica Evolutiva di Harvard.

Nei suoi comunicati stampa si definiva “il filantropo della scienza Jeffrey Epstein”, “l’attivista dell’istruzione Jeffrey Epstein”, “l’evoluzionista Jeffrey Epstein”, “il mecenate della scienza Jeffrey Epstein” e “il ribelle finanziere Jeffrey Epstein”.

Epstein, replicando le pretese e la vacuità dei personaggi parodiati nel capitolo “La cena di Trimalcione” del Satyricon, organizzava elaborate cene per i suoi amici miliardari, tra cui Elon Musk, Salar Kamangar e Jeff Bezos. Ideava bizzarri progetti di ingegneria sociale, tra cui un piano per disseminare la specie umana con il proprio DNA creando un complesso per bambini nel suo vasto ranch nel New Mexico.

“Epstein era anche ossessionato dalla crionica, la filosofia transumanista i cui seguaci credono che le persone possano essere replicate o riportate in vita dopo essere state congelate”, scrive Brown. “Epstein avrebbe detto ad alcuni membri della sua cerchia scientifica che voleva inseminare delle donne con il suo sperma affinché dessero alla luce i suoi bambini e che voleva che la sua testa e il suo pene fossero congelati”.

La storia di Epstein è una finestra sulla bancarotta morale, l’edonismo e l’avidità della classe dirigente. Questo va oltre le divisioni politiche. È il denominatore comune tra i politici democratici, come Bill Clinton, i filantropi, come Bill Gates, la classe dei miliardari e Trump. Sono tutti predatori e truffatori. Non sfruttano solo le ragazze e le donne, ma tutti noi.

Fonte

17/07/2025

Il capitalismo italiano, piccino e sordido

di Alessandro Volpi

I legali di John Elkann, sottoposto ad un procedimento giudiziario dalla Procura di Torino per truffa ed evasione fiscale, avrebbero fatto richiesta per il loro assistito di assegnazione ai lavori di pubblica utilità per chiudere la sua vicenda penale. Unitamente a questa misura, Elkann avrebbe accettato di pagare 175 milioni di euro al Fisco italiano per sanare le pendenze aperte in relazione alla successione della nonna Marella Agnelli.

In realtà questa brutta vicenda è solo un pezzo di quella che sembra essere stata una delle caratteristiche della “strategia imprenditoriale” del gruppo Agnelli/Elkann e individuabile nella ricerca minuziosa di formule per ridurre al minimo il carico fiscale da versare allo Stato italiano.

Nel febbraio del 2022, infatti Exor e la ex accomandita Giovanni Agnelli hanno pagato quasi 1 miliardo di euro all’Agenzia delle entrate per chiudere il pesante contenzioso derivato dal trasferimento della sede fiscale in Olanda.

È interessante notare, in merito a ciò, che proprio il trasferimento estero per disporre di un maggior agio in materia di fisco è costato molto caro ad Exor, a dimostrazione di quanto per la società di John Elkann la ricerca di strutture fiscali agevolate giustificasse persino la possibilità di grandi contenziosi.

Del resto le indagini nei confronti del gruppo Agnelli/Elkann hanno radici lontane. Dai Panama Papers è emersa, infatti, una filiera di società fiduciarie, tutte con sede rigorosamente in paradisi fiscali, costruite dall’avvocato Gianni Agnelli e destinate a rendere meno visibili risorse finanziarie e ad evitare il pagamento delle imposte di successione.

Di particolare rilievo è stata la gestione dei due trust creati alle Bahamas, Providenza Settlement e Providenza Settlement 2; il secondo costituito il 29 luglio 2004, in contemporanea con il fondo Bundeena alle Isole Vergini, che indicava come beneficiaria la sigla MCA, ovvero Marella Caracciolo Agnelli, e secondi beneficiari GE, JE e LE, cioè i tre fratelli Elkann.

In tale ottica non è da trascurare proprio la dura lite interna alla famiglia tra i tre figli Elkann e la madre Margherita Agnelli, in relazione alla reale residenza di Marella Agnelli, la cui collocazione in Svizzera aveva lo scopo di azzerare appunto l’imposta di successione e di tagliare fuori dalla eredità la stessa Margherita Agnelli.

Queste note consentono una duplice considerazione.

La prima, a cui si è già fatto cenno, è riconducibile all’evidente peso storicamente assegnato dal gruppo Agnelli/Elkann alla spasmodica ricerca di strutture e sedi societarie dove non pagare imposte; una ricerca che sembra finalizzata a generare su quel versante i profitti necessari a pagare i dividendi in primo luogo proprio agli stessi azionisti di maggioranza.

Riduzione del carico fiscale, profitti e dividendi rappresentano la filiera privilegiata di un’imprenditoria che pare aver abbandonato, da tempo, la ricerca dell’innovazione e il miglioramento della qualità delle produzioni.

La seconda considerazione riguarda l’incredibile vicenda della richiesta legale di “affidamento ai servizi sociali” da parte di John Elkann, un imprenditore che ha beneficiato a lungo di aiuti di Stato.

Può essere utile ricordare che ormai i dipendenti di Stellantis nel nostro paese sono circa 70 mila, in continua, velocissima diminuzione; di questi, quasi 10 mila sono interessati da qualche forma di ammortizzatore sociale, per i quali lo Stato italiano ha impiegato in meno di tre anni quasi 1 miliardo di euro, senza alcuna significativa reazione da parte della società.

Dunque per riassumere, Stellantis ha sede fiscale in Olanda, il quartiere generale a Detroit, ha beneficiato di un oltre un miliardo e mezzo di euro di sussidi per incentivi all’acquisto e vari altri benefit. Pensare che queste importanti risorse pubbliche siano finite ad una società guidata da un presidente che, per ragioni fiscali, ha fatto richiesta di affidamento ai servizi sociali [come un tossicodipendente qualsiasi, ndr] provoca davvero una profonda rabbia.

Fonte

08/07/2025

La pulizia etnica come business: il clan di Blair per il “ricollocamento” dei gazawi

Una lunga inchiesta apparsa sul Financial Times il 4 luglio, a firma di Stephen Foley, ha rivelato che la Boston Consulting Group (BCG), società di consulenza statunitense, ha lavorato alla modellazione finanziaria per la ricostruzione postbellica di Gaza, commissionata da sostenitori israeliani, con uno scenario che prevedeva il “ricollocamento volontario” dei palestinesi dall’enclave.

La BCG è già stata coinvolta in quello che non può più nemmeno essere definito uno scandalo, ma una pratica tra le tante del genocidio che viene portato avanti da Israele: quello dell’utilizzo dei centri di distribuzione per gli aiuti della Gaza Humanitarian Foundation (GHF) come campi in cui ‘mietere vittime‘ ammassate alla ricerca di un po’ di cibo.

La BCG ha negato di aver avuto parte nella costruzione di questa Organizzazione Non Governativa pensata e istituita tra USA e stato sionista, dicendo che aveva inizialmente dato solo del “supporto pro bono”, e che due soci senior dello studio non hanno dato informazioni complete sul contenuto del progetto. Per questo, sono stati in pratica obbligati a dimettersi, mentre sono cominciate indagini interne.

Tuttavia, alcune fonti interne che hanno parlato col Financial Times hanno dichiarato che la società di consulenza è stata coinvolta molto più di quanto sia disposta a riconoscere: avrebbe ricevuto 4 milioni di dollari nell’arco di 7 mesi, tra ottobre e fine maggio, e ben 12 suoi dipendenti avrebbero lavorato al progetto, in fase di continua evoluzione, chiamato ‘Aurora’.

In sostanza, dietro tale nome si trova il piano di trasformare Gaza in quella riviera turistica che Trump aveva già accennato mesi fa, e la BCG si sarebbe occupata di programmare le attività finanziarie collegate, compreso il pagamento di “pacchetti di ricollocazione” per ben 500 mila persone, del valore di 9 mila dollari (circa 5 miliardi di dollari in totale), per invogliare i gazawi a lasciare la propria terra.

Nel modello preparato si prevedeva che l’altro milione e mezzo di abitanti della Striscia difficilmente avrebbe scelto di tornare, senza però dire che ciò non deriva da una decisione libera e individuale, ma dal fatto che Gaza è stata ridotta a un cumulo di macerie dal terrorismo sionista, mentre l’apartheid non si è e non si sarebbe mai fermata, nemmeno in futuro.

Questa operazione di pulizia etnica veniva mostrata come conveniente anche dal punto di vista economico: il trasferimento dei palestinesi fuori dalla Striscia costerebbe 23 mila dollari in meno a persona, rispetto al fornire a ogni abitante di Gaza il supporto necessario nel corso della ricostruzione delle loro case e delle infrastrutture essenziali rase al suolo da Tel Aviv.

Anche se è vero che, mossi dal montare delle critiche verso l’attività della GHF, nella BCG hanno cominciato a muoversi dubbi anche sul senso del progetto Aurora, fino a tagliare i ponti con quel programma, è evidente che, dopo due anni di massacri continui e dichiarazioni anche piuttosto esplicite, non sarebbe dovuto servire molto sforzo a capire che la società si stava rendendo complice di pulizia etnica.

Sicuramente, anche Tony Blair lo sapeva bene, quando il think tank da lui istituito – il Tony Blair Institute (TBI), appunto – ha partecipato a una presentazione di una serie di diapositive intitolata The Great Trust, un progetto promosso da imprenditori israeliani per rendere Gaza un polo di attrazione di investimenti, con schemi commerciali basati su zone economiche speciali e isole artificiali come quelle di Dubai.

Va precisato che il Tony Blair Institute non ha redatto né dato approvazione alla presentazione citata, ma solo che due suoi membri hanno partecipato alle discussioni e alle chiamate per lo sviluppo del progetto. Bisogna però anche dire che, come per il BCG, decine di migliaia di morti rendevano abbastanza chiaro la finalità genocida di questo sforzo imprenditoriale.

Del resto, Blair è colui che è stato accusato di aver fatto distruggere documenti importanti che delineavano come illegale l’intervento in Iraq nel 2003, e non è dunque nuovo alla partecipazione a crimini contro l’umanità. Come allora, questi sono giustificati in virtù dell’utilità che gli viene attribuita nel sostenere la lotta dell’Occidente contro il mondo multipolare.

In un documento interno del TBI, intitolato Gaza Economic Blueprint, viene delineata anche la costruzione di un porto in acque profonde che fungerebbe da snodo centrale del corridoio commerciale che dovrebbe unire l’India con l’Europa, la famosa ‘Via del Cotone’ pensata per competere con quella cinese della Seta.

Al TBI è andata a lavorare dalla fine del 2023 anche Sanna Marin, l’ex prima ministra finlandese che ha rappresentato per qualche mese un esempio per il centrosinistra europeo, perché donna e... guerrafondaia. Dopo aver portato il suo paese nella NATO, millantando che la Russia è un pericolo esistenziale, si è poi dedicata all’organizzazione di Tony Blair, senza mai spendere una parola sul genocidio dei palestinesi.

Queste sono le porte girevoli della politica del nostro continente, che unita sostiene la pulizia etnica in Palestina mentre dimostra di essere sempre meno capace a governare un mondo sempre più complesso, e a esprimere valori in grado di raccogliere consenso tra masse di persone ormai consapevoli dei crimini sionisti.

Fonte

12/05/2025

Il vero degrado è lavorare una vita e rimanere poveri

La professoressa Elsa Fornero è andata in pensione a 70 anni (i docenti universitari ed i magistrati hanno un regime speciale) con 3.500 euro al mese. Ora prende circa 6.500 euro per ogni ospitata televisiva per dirci, ogni volta, che non ci sono soldi per le pensioni e che bisognerà andarci sempre più tardi.

Intanto bisognerebbe che qualcuno spiegasse alla professoressa che il bilancio INPS ha chiuso gli ultimi tre esercizi in attivo. Ma la nostra se ne guarda bene dal ricordarlo, presa com’è dal loop del “non ci sono soldi – non ci sono soldi”.

In ogni caso, le variabili da considerare per valutare la tenuta presente e futura dei conti dell’INPS – prima fra tutte la sempre invocata e mai attuata separazione dell’assistenza dalla previdenza – sono molte e non hanno molto a che fare con il saldo negativo di nascite e decessi.

Comunque vada, ed al netto delle chiacchiere di Salvini, in base al meccanismo dell’agganciamento all’indice della speranza di vita previsto dalla norma ancora in vigore e che porta ancora il suo nome, fra qualche anno l’età pensionabile potrebbe superare i 70 anni. E, grazie al calcolo “contributivo” ed al lavoro precario ed intermittente, le pensioni saranno talmente da fame che, anche andati in pensione a 70 anni, sempre più pensionati continueranno a lavorare in nero ed a fare lavori pericolosi tipo salire su impalcature senza sistemi di protezione ed imbracatura per rimediare quel che consentirà loro di arrivare a fine mese.

In Francia hanno fatto mesi di sciopero perché non volevano andare in pensione a 64 anni anziché 62. Ma ci vanno con il calcolo retributivo, l’unico che garantisce un livello di vita minimamente dignitoso.

E in Italia? Qui i sindacati complici della distruzione del nostra sistema pensionistico si sono tuffati, esattamente 30 anni fa, nei fondi pensione “chiusi”, ovvero, con i sindacalisti di Cgil, Cisl e Uil infilati illo tempore dentro i consigli di amministrazione dei fondi pensione (in palese conflitto di interesse). Altro che Francia...

Da allora tirano la volata alle assicurazioni private che vorrebbero rendere obbligatoria la devoluzione automatica del TFR (Trattamento di Fine Rapporto) direttamente ai fondi pensione e puntano sulla trasformazione del sistema pensionistico attuale in un ente erogatore di elargizioni caritatevoli nei confronti dei poveri assoluti.

A rapinare il TFR dei lavoratori ci ha provato anche la plurilaureata della domenica e ministra del lavoro, Elvira Calderone, con un emendamento in legge di bilancio senza, però, riuscirci. Una torta, quella dei TFR, che vale svariate decine di miliardi di euro su cui i grandi gruppi finanziari e speculativi non vedono l’ora di mettere le mani.

Intanto il grande filosofo che si rifà direttamente a quelli greci antichi, Umberto Galimberti, in una recente intervista ha dichiarato che già a sessant’anni l’uomo potrebbe tranquillamente lasciare questo mondo. Si, magari sotto una pressa, oppure liquefatto in un deposito di idrocarburi.

Visto che, in base al sistema previdenziale attuale, a 60 anni siamo ancora nel bel mezzo della nostra vita lavorativa, quale morte più saggia ed in linea con gli insegnamenti dei grandi filosofi greci se non quella di prendersi uno schioppone definitivo sul posto di lavoro? Del povero lavoratore in infinita attesa di una pensione, si scriverà nei necrologi “onore a lei/lui, è morto lavorando per l’azienda XY a cui è rimasto sempre devoto ed a cui ha dedicato i migliori anni della sua vita... ed anche i peggiori”.

Fonte

18/03/2025

Fornero, l'impresentabile

di Giorgio Cremaschi

Elsa Fornero ha inflitto tante ferite a lavoratori e pensionati, ricordate le sue lacrime in diretta tv?

Ora la professoressa afferma che tutte e tutti dobbiamo accogliere le ferite del riarmo e poi magari anche quelle della guerra.

Chissà se, quando ha scritto questo orrore sul giornale di padron Elkann, le è cascata ancora una lacrimuccia. O se invece il suo liberismo bellicista è diventato così sfrontato, da non aver più bisogno di ipocrisia.

In ogni caso si conferma che Elsa Fornero è una che indica sempre la via: una volta visto dove sta lei, è certo che si debba andare dalla parte opposta.

Il fatto che chi ha portato l’età della pensione fino alla soglia dei settant’anni ora voglia più spesa militare nel nome dell’Europa, è un aiuto per convincere anche gli incerti a dire no.

Peccato che Michele Serra non abbia chiamato sul suo palco guerrafondaio anche la professoressa. Il suo elogio delle ferite del riarmo sarebbe stato benissimo tra l’eurorazzismo di Roberto Vecchioni e l’euromilitarismo di Filippo Scurati e avrebbe reso ancora più impresentabile lo spettacolo dal titolo: “lo vuole l’Europa”.

Fonte

19/02/2025

Se gli euro-atlantici sono costretti a diventare “anti-americani”…

Tra le molte sorprese di queste prime settimane delle “nuova America” c’è sicuramente il fatto che molti “euro-atlantici tutti di un pezzo” si vanno rapidamente trasformando in anti-americani senza se e senza ma.

Come innamorati traditi – o servitori in odore di licenziamento – si profondono in manifestazioni di astio totale così come prima si prostravano in salamelecchi imbarazzanti, sordi ad ogni constatazione negativa, pur impossibile da negare.

Lasciamo perdere gli ideologi duri e puri, che non offrono informazioni serie oggi così come non le fornivano ieri, quando l’America aveva sempre ragione ed era “il tempio della democrazia”.

Prendiamo invece in considerazione gli “esperti”, in primo luogo gli economisti o anche soltanto i giornalisti economici. Ad esempio Federico Fubini, editorialista e vicedirettore del Corriere della Sera.

Tutti ne ricordiamo i pensosi pezzi in cui pretendeva di insegnare al lettore non specialista che gli Stati Uniti avevano non solo un’economia fantastica, un sistema finanziario di prim’ordine, un’etica degli investimenti invidiabile, una generosità nei confronti del mondo che sfiorava la santità, ecc., ma anche che tanta perfezione – tranne qualche spiacevole scivolone temporaneo (la bolla della new economy all’alba del millennio, la crisi dei subprime e il fallimento di Lehman Brothers subito dopo, ecc.) – era praticamente immortale. A prova di bomba.

Improvvisamente, ieri mattina, ci ha rivelato che la realtà vera è l’opposto.

In estrema sintesi:

– gli Stati Uniti hanno “un debito pubblico enorme”, il 120,7% del Pil; che però significa quasi il 33% del Pil mondiale;

– hanno un deficit annuale medio del 6,3% del Pil (nella UE si rischiano procedure di infrazione pesantissime quando si supera il 3%), il che implica quasi 2.000 miliardi di nuove emissioni di titoli del Tesoro ogni anno, ovvero quasi il 2% del Pil mondiale da convogliare verso Washington;

– a questo nuovo debito annuale si devono però sommare altri 1.000 miliardi di dollari di debito delle agenzie semi-pubbliche e per tagli alle tasse fatti senza copertura, il che porta a 3.000 la cifra da reperire ogni anno;

– gli USA devono finanziare questo nuovo debito e coprire il rifinanziamento dei titoli in scadenza senza però fare aumentare i rendimenti (gli interessi da pagare), altrimenti rischiano un aumento esponenziale del “servizio del debito” e quindi del monte debiti stesso (è quello che è accaduto all’Italia dal 1981, quando – con il debito pubblico al 60%! – Andreatta decise che la Banca d’Italia non doveva più partecipare alle aste dei titoli del Tesoro);

– nessuna banca centrale del pianeta sarebbe più disposta a comprare altri Treasury, visto che già ne sono piene fino all’orlo (800 miliardi la Cina, 1.100 il Giappone, cifre simili per l’Arabia Saudita, le petromonarchie del Golfo, ecc.).

Nell’insieme, come abbiamo scritto più volte, da decenni gli Stati Uniti campano alle spalle del mondo, pagando con perline colorate chiamate “dollari” qualsiasi merce o servizio importano.

Il giochino è diventato insostenibile e il mondo da anni sta facendo di tutto per farlo capire ai diversi occupanti della Casa Bianca nonché al direttivo della Federal Reserve (la banca centrale Usa). I cinesi, per esempio, lasciando scadere i titoli (incassando quindi il capitale prestato e gli interessi maturati) senza sottoscrivere nuove emissioni o riducendo di molto la quota rispetto a quelle scadute.

Più in generale, la nascita dei BRICS+ e il successo clamoroso che va riscuotendo questa alleanza puramente economico-commerciale (sono già diventati undici paesi, tra cui Arabia Saudita e Iran, e altre decine hanno presentato domanda di adesione) sta preparando il terreno per un mondo in cui la maggioranza delle popolazioni farà a meno del dollaro e del sistema di pagamenti Swift, altrettanto controllato dagli Usa.

A quel punto il patatrac statunitense sarà questione di tempo. Ma non molto perché, se nessuno “presta” più all’America la quantità crescente di denaro necessaria per andare avanti as usual, il ciclo di quell’economia “perfetta” ha le ore contate.

Le amministrazioni “democratiche”, come sappiamo, hanno provato a risolvere questo problema “strutturale” prorogando oltre misura una politica di “espansione dell’egemonia” sul mondo, fisicamente rappresentata – in Europa – dall’allargamento a Est della Nato e dalla dissoluzione militare, o tramite “primavere arabe”, dei regimi mediorientali “non allineati”.

Ma anche questa strategia ha raggiunto il limite operativo. La Russia, invadendo l’Ucraina, ha messo il suo stop invalicabile (possiede un arsenale nucleare equivalente a quello Usa). L’“asse della resistenza” in Medio Oriente ha provato a fare altrettanto, a prezzi più alti e forse meno fortuna (da quelle parti l’atomica ce l’ha – illegalmente – solo Israele), ma seminando egualmente di ostacoli il percorso.

Dunque l’America ha partorito il “trumpismo” per risolvere il problema strutturale di cui solo ora parla anche Fubini lamentando che prima fosse “discusso di rado” (soprattutto grazie a quelli come lui...).

E come pensa di risolverlo? Con un ricatto alla texana, con qualche somiglianza alle “proposte che non si possono rifiutare”, in stile Padrino.

– far accettare titoli con durata anche di un secolo – 100 anni! – con rendimenti bassi come quelli attuali (poco più di zero, come differenziale rispetto all’inflazione);

– dazi punitivi su alleati e non per convincerli a finanziare ancora il debito Usa;

– minaccia di ritirare “l’ombrello protettivo” dell’esercito Usa;

– imporre l’uso delle stablecoin statunitensi (criptomonete private, ma garantite da depositi in dollari) come mezzi di pagamento digitale alternativi a tutte le altre monete nazionali mondiali (anche digitali), in modo da convogliare presso conti Usa denaro attualmente depositato altrove, soprattutto in Europa (causa sanzioni e minacce, infatti, molti paesi anche importanti non hanno un interscambio monetario “libero” con l’area del dollaro).

Cosa significa, complessivamente, questo insieme di azioni? In primo luogo “spostare il rischio (del debito degli Stati Uniti, ndr) dal contribuente americano ai contribuenti stranieri”, come teorizzato apertamente da Stephen Miran, nuovo presidente del Consiglio degli advisor economici della Casa Bianca.

Ovvero, sintetizza il “pentito” Fubini, “far pagare a noi una quota del debito americano”.

Non che sia una novità, come meccanismo. Di nuovo c’è la dimensione colossale dell’operazione monetario-finanziaria, quindi la portata catastrofica di una appropriazione di valore (di plusvalore, potremmo dire in altro linguaggio) destinata a prolungare un “privilegio esorbitante” che non riguarda neanche più l’intero popolo statunitense, ma una ristretta pattuglia di poche migliaia di miliardari “tecno” o squali di Wall Street che pretende – essendo al potere – di pagare ancora meno tasse.

Ma la quantità diventa qualità, notoriamente. La dimensione colossale della sottrazione di ricchezza dal resto del mondo – dalla parte del mondo che può essere raggiunta, quindi soprattutto dalla vigliacchissima Europa degli ultimi 30 anni – si traduce necessariamente in “sottrazione della sovranità monetaria”.

Che a quanto pare è l’unica vera “sovranità” che gli “antisovranisti” di ieri sono ora disposti a difendere. Si vede che dipende da quanto è gonfio il portafoglio che hanno in tasca...

Ah… per concludere. Il Fubini non parla affatto di quel che stanno intanto facendo, all’interno degli Stati Uniti, per tagliare la spesa pubblica secondo lo stile Musk-Milei (“afuera!”). Si va dal licenziamento in tronco di decine di migliaia di impiegati pubblici alla progettata cancellazione del dipartimento dell’istruzione (che implica la privatizzazione totale del sistema scolastico), fino all’harakiri della chiusura di agenzie come UsAid, protagoniste – tramite la scusa ufficiale degli “aiuti” – di tutte le “rivoluzioni colorate” (da diecimila a trecento addetti, praticamente un azzeramento).

Buona lettura.

*****

Trump e il complotto contro l’Europa: le due strategie per dare l’assalto all’euro (e nascondere le fragilità Usa)

Federico Fubini – Corriere della Sera

L’America di Donald Trump ha un tallone d’Achille. È sotto gli occhi di tutti, eppure viene discusso di rado. È la ragione di fondo che spinge il presidente a cercare di intimidire gli altri Paesi – alleati o no – con minacce e misure sui dazi. È anche la ragione che lo spinge ad accelerare sulle monete digitali, non solo e non tanto le criptovalute ma soprattutto gli stablecoin (le “valute” digitali private sostenute da depositi, per lo più in dollari, di valore equivalente).

Le due strategie insieme convergono in un assalto all’Europa e all’euro e contribuiscono a spiegare molte delle mosse dell’amministrazione americana.

Lo so che suona come fantapolitica, ma non dovete credere a me: è tutto negli ordini esecutivi e nelle dichiarazioni ufficiali dell’amministrazione americana delle ultime settimane.

Oggi cercherò dunque di unire i puntini per mostrare una tendenza di fondo: la sua stessa vulnerabilità sta spingendo Trump verso un attacco alla sovranità europea. Alcuni dei principali responsabili di politica economica nell’area euro per fortuna ne sono consapevoli. La speranza è che il sistema politico europeo reagisca, perché ne ha gli strumenti: a cominciare dal progetto dell’euro digitale. Vediamo perché.

Qual è il tallone d’Achille di Trump? Esso è prodotto dall’enorme e crescente deficit pubblico, che obbliga gli Stati Uniti a trovare ogni anno compratori di titoli del Tesoro per almeno duemila miliardi dollari in più – rispetto all’anno precedente – sperando di non dover aumentare gli interessi offerti per attrarre investimenti.

Se Trump fallisse in questa missione, se non riuscisse a contenere il peso del debito pubblico e ad assicurarne il finanziamento senza problemi, allora sarebbe destinato a fallire anche nella sua promessa più importante agli elettori: confermare nel 2026 i tagli alle tasse per le imprese già varati nel suo primo mandato (dal 35% al 21%) e di rafforzarli fino al 15%.

Qui entriamo in gioco noi europei, in due modi. In primo luogo, perché agitare la minaccia di dazi punitivi per Trump e la sua squadra è un sistema volto a obbligare altri Paesi a comprare e detenere più titoli di Stato americani; in questo modo gli Stati Uniti potrebbero finanziare il loro crescente deficit pubblico, tenendo sotto controllo i tassi d’interesse sul debito.

In sostanza, Trump sta cercando di mettere l’Europa davanti a una brutale alternativa: comprare più debito americano man mano che viene emesso – e comprarlo malgrado rendimenti contenuti – oppure rischiare di perdere l’accesso al mercato dei consumatori americani e a quel che resta dell’ombrello di sicurezza del Pentagono.

In secondo luogo, noi europei siamo chiamati in causa perché gli “stablecoin” emessi in America potrebbero diventare mezzi di pagamento alternativi all’euro in Italia e negli altri Paesi dell’area; già solo attuare il progetto di soppiantare in parte l’euro in Europa con degli “stablecoin” americani – in sostanza, con dollari digitali – aiuterebbe non di poco sempre allo stesso scopo: finanziare i vasti e crescenti squilibri finanziari del governo degli Stati Uniti.

Fin qui, non lo nego, suona tutto come teoria del complotto. Starete pensando che io sia leggermente paranoico. Può darsi. Ma da ora in poi parlerò dei dati, delle dichiarazioni e dei documenti ufficiali che – in modo diretto – danno sostanza alla mia interpretazione.

Il problema di Trump è che il deficit federale americano è tale da creare un fabbisogno di dimensioni eccessive non solo per gli Stati Uniti, ma per il mondo.

Secondo i dati della Federal Reserve di St Louis, il disavanzo del governo nel 2024 è al 6,3% del prodotto lordo e il debito al 120,7%. Entrambi cresceranno nei prossimi anni, anche più rapidamente se Trump confermerà e rafforzerà i tagli fiscali in scadenza dal 2026. Ma questi numeri in sé a priori non sono insostenibili; il Giappone ha gestito per decenni deficit simili e un debito pubblico più alto di quello americano.

Ciò che rende l’America speciale sono le sue dimensioni: con un prodotto lordo di oltre 29 mila miliardi di dollari nel 2024, pesa per il 27% di un Pil della Terra da circa 109 mila miliardi.

Ora, il fabbisogno di finanziamento del deficit e dunque i titoli in più che ogni anno il Tesoro di Washington deve piazzare a investitori pubblici e privati, sono una somma molto vasta per il mondo: come si vede dai dati ufficiali, 1.958 miliardi di dollari solo nel 2024, pari all’1,8% del Pil mondiale. E quelle sono solo le nuove emissioni nette, che si sommano ai 40 mila miliardi di dollari di debito – poco meno di metà del Pil del mondo, grafico sopra – già presenti nei portafogli di privati, fondi, banche e banche centrali del pianeta e da rinnovare in parte ogni anno (il dato qui include il debito di agenzie garantite dal governo come Fannie Mae e Freddie Mac).

Quei duemila miliardi l’anno in più che il Tesoro americano deve attrarre da nuovi investitori ogni anno, si sommano al nuovo debito delle agenzie semi-pubbliche e ai piani di tagli alle tasse destinati a costare altre centinaia di miliardi l’anno.

In sostanza, il governo americano deve rastrellare ogni anno quasi tremila miliardi di dollari in più dal mercato mondiale e dalle banche centrali degli altri Paesi. E deve farlo agli attuali rendimenti. Se quelli salissero, i tassi sul debito pubblico e privato in America diventerebbero pesanti; il Paese rischierebbe una grave recessione, con conseguenze potenzialmente deleterie per il dollaro, per il suo status di grande moneta di riserva del mondo e per un mercato azionario di Wall Street già oggi molto fragile e squilibrato.

Ma tremila miliardi di nuovi titoli pubblici e semi-pubblici di Washington da piazzare in più ogni anno non sono uno scherzo. Sono quasi pari alla crescita economica netta del mondo in un anno, che è intorno al 3%: come dire che quasi tutti i nuovi flussi di risparmio di quasi tutti i Paesi del pianeta dovrebbero essere reclutati e andare – ogni anno – a finanziare il maxi-deficit americano. Così, Trump sarebbe libero di tagliare ancora di più le tasse alle multinazionali del suo Paese e agli americani facoltosi.

Com’è noto gli uomini più ricchi al mondo – Elon Musk, Mark Zuckerberg di Meta-Facebook, Jeff Bezos di Amazon – praticamente già oggi non pagano tasse sui redditi personali e anche le loro aziende ne pagano relativamente poche. Anzi, Trump sta già ingiungendo ai Paesi europei di rinunciare agli accordi internazionali in sede Ocse che aumentano un po’ il prelievo sui gruppi americani del Big Tech.

Ma è credibile che la Cina continui a finanziare il nuovo e crescente deficit pubblico del suo grande rivale – Pechino detiene titoli Usa già per quasi 800 miliardi – in modo da permettergli di continuare a vivere sopra ai propri mezzi e intanto di rafforzare anche la propria difesa?

È credibile che lo faccia il Giappone – detiene già almeno 1.100 miliardi di debito Usa – quando ha ben altre priorità interne? È plausibile che lo faccia l’area euro, rischiando di subire i costi di una probabile svalutazione futura del dollaro proprio a causa degli squilibri americani?

Nessuna delle grandi banche centrali del pianeta in questa fase vorrà incrementare di molto la propria esposizione netta verso il debito degli Stati Uniti. Non spontaneamente, per lo meno. Di qui la strategia di Trump e dei suoi di farglielo fare con la coercizione.

Come faccio a dirlo? Perché lo dicono loro. Lo scrive il nuovo presidente del Council of Economic Advisors della Casa Bianca, Stephen Miran. Miran, ricorda Federico Rampini, è uno degli uomini più vicini al presidente e più influenti nella strategia dei dazi.

Dottorato a Harvard, una carriera da grande investitore a Hudson Bay Capital, vicino al segretario al Tesoro Scott Bessent, Miran ha pubblicato un lungo documento di strategia per la nuova amministrazione dopo il trionfo di Trump in novembre. Lì si pone il problema di conciliare tre obiettivi complicati da tenere insieme:

– trovare i finanziatori per quasi cinquemila miliardi di dollari di nuovo debito in più (da tagli alle tasse) nei prossimi dieci anni, oltre ai duemila in più all’anno già previsti; svalutare il dollaro in modo che l’America riesca a vendere più merci al resto del mondo, comprandone meno da esso;

– mantenere contenuti i rendimenti sul debito e dunque tassi d’interesse di mercato americani, preservando lo status del dollaro quale moneta di riserva dominante del mondo.

Dov’è la contraddizione? Gli investitori esteri accetterebbero di comprare debito americano in dollari a rischio di svalutazione, finanziando il nuovo enorme deficit federale, solo a rendimenti (tassi) più alti.

Miran la risolve proponendo di minacciare gli altri Paesi: “È più facile immaginare che dopo una serie di dazi punitivi, partner commerciali come l’Europa e la Cina diventino più aperti a qualche tipo di accordo monetario in cambio di una riduzione dei dazi stessi”.

E ancora: “Ogni accordo dovrebbe incorporare un’intesa sulle scadenze”, cioè gli altri governi e banche centrali dovrebbero impegnarsi a comprare titoli americani a lungo termine più instabili e rischiosi – Miran propone titoli a scadenza di un secolo, a tassi contenuti – per poter evitare guerre commerciali da parte di Trump e il ritiro della tutela di difesa americana.

Miran parla di “zone di sicurezza e i Paesi al loro interno le devono finanziare comprando titoli del Tesoro americano (…) titoli a scadenza fra un secolo (…): se non scambi titoli a breve con titoli a lunga scadenza, i dazi ti terranno fuori”.

Miran spiega l’insistenza sull’obbligo fatto all’Europa o alla Cina di comprare titoli Usa a lungo termine, “spostando il rischio (del debito degli Stati Uniti, ndr) dal contribuente americano ai contribuenti stranieri”, con l’intenzione di tenere bassi i tassi di mercato in America. E aggiunge: “Come possono gli Stati Uniti far sì che i loro partner accettino un tale accordo? Primo, c’è il bastone dei dazi. Secondo, c’è la carota dell’ombrello di difesa e il rischio di perderlo”.

Se questo non è il disegno di un ricatto, non so come altrimenti definirlo.

L’obiettivo è una parziale confisca delle riserve dell’Europa, in modo da far pagare a noi una quota del debito americano tramite una svalutazione del dollaro e tramite rendimenti insufficienti sui titoli del Tesoro Usa.

Miran si spinge a proporre di usare dei poteri speciali della Casa Bianca per tagliare la cedola sui bond americani ai danni delle banche centrali estere che non accettino di rivalutare la loro moneta sul biglietto verde. Di fatto, un default punitivo. Sulla base di queste idee, Miran è diventato il capo del Council of Economic Advisors di Trump.

Ma non è tutto, perché anche le mosse di Trump sugli stablecoin sono volte a coprire il tallone d’Achille dell’America. Il 23 gennaio il presidente ha firmato un ordine esecutivo che prevede: “Promuovere e proteggere la sovranità del dollaro americano, anche con azioni volte a promuovere lo sviluppo e la crescita di legali e legittimi stablecoin basati sul dollaro in tutto il mondo (worldwide)”. I lavori per assicurare la relativa legislazione entro cento giorno sono già partiti al Congresso.

Di che si tratta? Uno stablecoin basato sul dollaro è un mezzo di pagamento digitale – utilizzabile tramite una app sullo smartphone – al quale corrispondono depositi in dollari gestiti dall’emittente della “moneta”.

In teoria, i depositi devono consentire all’utilizzatore di cambiare i suoi stablecoin in dollari presso la piattaforma a un tasso (appunto) stabile. All’aumentare dell’uso degli stablecoin, corrisponde un aumento dei depositi in dollari da parte della piattaforma emittente e questi depositi vengono investiti dall’emittente quasi tutti in titoli del Tesoro americano.

Dunque, aumentare l’uso di questo tipo di bitcoin “in tutto il mondo” (inclusa la zona euro) significa aumentare i depositi in dollari a scapito dei depositi in altre valute (incluso l’euro). Questi depositi, come detto, vanno a finanziare il debito americano. Ha dichiarato il 4 febbraio lo “special advisor” dell’amministrazione Trump per le cripto, David Sacks: “Gli stablecoin hanno il potenziale di assicurare che il dominio internazionale del dollaro americano aumenti e di creare potenzialmente migliaia di miliardi di dollari di domanda per i titoli di Stato americani”.

Esempi di stablecoin basate sul dollaro sono Tether, che capitalizza 142 miliardi di dollari ed è gestita da Giancarlo Devasini (l’uomo che ha appena comprato una quota della Juventus); o Circle (56 miliardi). Già oggi detengono tanto debito Usa quanto alcune fra le principali banche centrali del mondo, come si vede sopra.

Come funziona? Questa “moneta” digitale potrebbe offrire a un ristorante o a qualcuno che affitta su AirB&B commissioni più basse rispetto a Mastercard o a Amex. Potrebbe fare accordi con reti di noleggio auto per promettere sconti se si paga con un certo stablecoin. Così alcuni – magari dapprima i turisti – inizierebbero a usarlo in Europa al posto dell’euro in Italia, Francia o Germania, spostando depositi dall’euro al dollaro e finanziando dunque il debito americano.

Ci sono anche conflitti d’interessi, certo. Howard Lutnick, segretario al Commercio di Trump, controlla la grande piattaforma di valute digitali Cantor Fitzgerald e ha il 5% di Tether. Elon Musk, cinque giorni dopo l’ordine esecutivo sugli stablecoin, ha annunciato un accordo con Visa per permettere pagamenti digitali tramite il suo social media X (ex Twitter).

La sostanza resta: questa è una sfida allo status di moneta di riserva dell’euro portata in casa nostra, per coprire il finanziamento degli squilibri americani.

L’Europa può rispondere solo accelerando il lancio di un proprio mezzo di pagamento elettronico senza costi, l’euro digitale: le norme per farlo sono ferme nell’europarlamento da quasi due anni, ma ora il tempo stringe.

Resto convinto che il disegno di Trump di coercizione economica sul resto del mondo difficilmente possa funzionare. Sembra un presagio di declino americano, non d’impero.

L’esito più probabile è una svalutazione non pilotata del dollaro, un aumento degli interessi sul debito degli Stati Uniti e una coercizione sulla Federal Reserve perché lo monetizzi. Ma non per questo noi europei dobbiamo restare a guardare, mentre qualcuno cerca di sfilarci la nostra sovranità monetaria da sotto il naso.

Fonte

16/02/2025

Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della BCE

In una pubblicità di qualche anno fa Tonino Guerra esclamava “Gianni, l’ottimismo è il profumo della vita!” E pare che la BCE si sia ispirata fortemente a questo mood, a giudicare dal secondo ‘riquadro’ del bollettino economico n.1 del 2025 “Aumento dei redditi reali: vero o presunto? Il ruolo che le percezioni delle famiglie svolgono nei consumi”.

La tesi di ben 4 illustri economisti della BCE è che i redditi non si sono ridotti come pensiamo. In Italia si guadagna meno che nel 1990, l’unico paese UE dove i salari reali sono scesi, ma no, i redditi non si sono ridotti. Crisi che si susseguono dal 2007, inflazione, disoccupazione, tassi di interesse alle stelle, precarietà, ma no, non abbiamo capito niente, i redditi non si sono ridotti come crediamo. Perché per la BCE è solo una errata convinzione delle persone. È perché siamo pessimisti.

“Negli ultimi anni i consumi privati sono aumentati a un ritmo più lento rispetto al reddito disponibile reale. Secondo i dati di contabilità nazionale, il reddito reale delle famiglie è aumentato del 3,8 per cento tra il secondo trimestre del 2022 e il secondo trimestre del 2024. I consumi privati in termini reali non hanno tuttavia seguito la stessa tendenza, crescendo solo dell’1,2 per cento nello stesso periodo. (...) una possibile spiegazione del rallentamento della crescita dei consumi è che la recente impennata dell’inflazione abbia segnato le convinzioni delle persone, inducendo le famiglie a percepire il proprio reddito reale come inferiore a quello effettivo”.

Tralasciando il discutibile raffronto su base trimestrale (e poi perchè proprio il secondo?), per la BCE l’inflazione ha segnato le “convinzioni” delle persone rispetto al proprio reddito, portandole a ridurre la spesa per i consumi. Come se il reddito disponibile fosse qualcosa di cui potersi convincere.

Il bollettino prosegue riportando che anche dall’indagine CES – Consumer Expectations Survey – di settembre 2024 emerge che le persone “hanno una percezione molto più pessimistica di quanto suggerirebbe il reddito reale effettivo, sebbene tale percezione sia migliorata dal 2023. Ciò suggerisce che la recente impennata dell’inflazione abbia avuto un impatto negativo sulle percezioni delle famiglie”.

Chi l’avrebbe mai detto eh? E qui ci sono due questioni. La prima è che, se anche fosse vero (e non lo è) che i redditi non si sono ridotti come si pensa, evidentemente le persone stanno riducendo i propri consumi perché le aspettative per il futuro, tra tagli alla spesa sociale e instabilità economica e politica, non sono proprio ottimistiche. Oltre al fatto che 20 anni di crisi variegate hanno eroso i risparmi delle famiglie e i tassi di interesse e le politiche del credito restrittive rendono impossibile o quasi richiedere un finanziamento.

La seconda questione è che ovviamente nella media dei redditi considerata ci sono redditi alti e redditi bassi, oltre che diverse composizioni dei redditi. E, come noto, le crisi non colpiscono tutti allo stesso modo (alcuni ci si arricchiscono anche) ma impattano in misura maggiore i redditi e i consumi delle persone a basso reddito. Persone che invece per la BCE sono solo molto pessimiste.

“Il pessimismo riguardo ai redditi reali è più diffuso tra le famiglie a basso reddito. (…) Ciò riflette probabilmente le differenze nella composizione del loro reddito (da lavoro piuttosto che finanziario), nel loro paniere di consumi o nel livello di alfabetizzazione finanziaria”. In pratica, le famiglie a basso reddito – quelle che vivono del proprio lavoro (se lo hanno) e non di rendita – sono troppo pessimiste, ma anche ignoranti dal punto di vista finanziario, cosa che pare impedisca loro di leggere correttamente l’estratto conto a fine mese.

E, in merito alla riduzione nei consumi, la BCE riporta che la “differenza è visibile in tutte le categorie di consumo, ma è maggiore per i servizi rispetto ai beni di prima necessità e a quelli durevoli”, il che suggerisce che chi ha un reddito basso è costretto a rinunciare al superfluo, mentre per evidenti motivi deve salvaguardare il consumo di beni di prima necessità. Fattore che non fa che confermare che una riduzione dei redditi per le famiglie a basso reddito c’è, eccome.

Ci sono quindi due ipotesi. La prima è che alla BCE stanno a corto di economisti decenti o anche solo di persone dotate di buonsenso. La seconda è che la BCE è costretta, come tutto il resto dell’establishment, a usare qualsiasi mezzo per convincere dal punto di vista ideologico che il modello di società in cui viviamo, tutto sommato, funziona.

In entrambi i casi, c’è poco da essere ottimisti.

Fonte

13/12/2024

Rutte: “passare a una mentalità di guerra”… attraverso l’economia di guerra

Ieri il segretario generale della NATO Mark Rutte ha partecipato a Bruxelles a un evento promosso da Carnegie Europe, uno di quei think tank le cui iniziative diventano spesso piattaforme per la presentazione di indirizzi programmatici da parte di politici di punta. Così è stato anche per l’ex capo di governo olandese.

Il dibattito, organizzato insieme alla Divisione di diplomazia pubblica della NATO, aveva come tema le sfide che dovrà affrontare l’alleanza euroatlantica nel prossimo futuro, e sulle priorità strategiche che i suoi membri dovranno perseguire per trovarsi preparati. Il messaggio è stato molto netto: “dobbiamo passare a una mentalità di guerra”.

Con questa formula il segretario dell’alleanza militare ha reso chiaro che “bisogna” passare a un modello sociale ed economico in cui la preminenza ce l’hanno le questioni di politica estera. In sostanza, accelerare sulla strada di un’economia di guerra, le cui risorse vanno prese dalle spese sociali.

La giustificazione offerta – non potendo dire che nella crisi l’unica risposta che il capitale trova è quella di armarsi e mandare a morire la gente per conquistare nuovi mercati al profitto – è quella della “sicurezza” da una “minaccia esterna”. Il riarmo come deterrenza a scoraggiare i “nemici” dal disturbare il “giardino” trasformato in fortezza.

“Per prevenire la guerra, la NATO deve spendere di più”, è il messaggio di Rutte. Qualcuno dovrebbe aprirgli un libro di storia, sul primo ventennio del secolo scorso, e spiegargli che l’effetto è il “paradosso della sicurezza”: una corsa agli armamenti dei vari attori in gioco, in un circolo vizioso che, già all’epoca, portò alla carneficina della Prima guerra mondiale.

Le formule paradossali sono continuate. “Non siamo in guerra, ma non siamo nemmeno in pace”, ha detto sempre il politico olandese, affermando che quello per cui lavora la filiera euroatlantica è quello che accadrà fra qualche anno, quando i “nemici dell’Occidente”, a suo avviso, si sentiranno abbastanza pronti da colpirlo direttamente.

“L’industria della difesa della Russia sta producendo un numero enorme di carri armati, veicoli blindati e munizioni. Ciò che la Russia manca di qualità, compensa in quantità con l’aiuto di Cina, Iran e Corea del Nord”, ha affermato Rutte, delineando il solito “asse del male” ormai diventato oggetto della propaganda guerrafondaia occidentale.

“Tutto questo”, ha concluso, “punta in una direzione chiara: la Russia si prepara al confronto a lungo termine”. Il sottinteso è che anche il blocco euroatlantico deve fare lo stesso, facendo la stessa cosa di Mosca, ovvero spendere e produrre molto più in ambito bellico, sviluppando nuove tecnologie per il settore.

Insomma, per farla breve, l’obiettivo del 2% del PIL per la spesa militare non basta più e “nei prossimi mesi dovremmo accordarci su quale sarà la nuova soglia”. Non si tratterà solo di spendere di più, ma anche in maniera più coordinata per far fronte a un’industria della difesa europea “troppo piccola, troppo frammentata e troppo lenta”.

I soldi, ovviamente, saranno presi dalle spese sociali, considerate pressoché inutili. “I paesi europei”, sottolinea Rutte, “destinano facilmente fino a un quarto delle loro entrate a pensioni, sanità e sistemi di sicurezza sociale. Ci serve solo una piccola frazione di quel denaro per rafforzare molto le nostre difese e servire al meglio il nostro popolo”.

Quel che ha continuato a dire sul tema ha dell’incredibile: “in Europa siamo il 10% della popolazione mondiale e spendiamo il 50% di tutta la spesa mondiale per la sicurezza sociale. Quindi, in questo senso, abbiamo un certo margine di manovra”. Come per il libro di storia poco sopra, qualcuno dovrebbe ricordargli che, secondo l’Eurostat, il 20% della popolazione europea vive sotto la soglia di povertà.

Ma non c’è mai limite al peggio. Il segretario della NATO ha detto che da parte delle banche, dei fondi di pensione, dei semplici cittadini è persino “inaccettabile rifiutarsi di investire nella difesa”. Appunto, l’idea è creare un nuovo sistema integrato, un nuovo patto sociale, fondato non sull’occupazione e la garanzia del reddito, ma sul complesso militare-industriale.

E, ciliegina sulla torta, un po’ di anticomunismo per cementare ideologicamente lo sforzo: “abbiamo alzato la spesa militare, ma spendiamo meno che nella Guerra Fredda. Allora gli europei spendevano più del 3%. Con quella mentalità abbiamo vinto”. E poi hanno distrutto lo stato sociale e, oramai, anche la produzione industriale di un intero continente.

Fonte