Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
14/12/2025
“La Repubblica” saudita
A Repubblica e La Stampa i giornalisti protestano e sono in sciopero perché il gruppo Gedi, di proprietà degli Elkann, ha deciso di vendere le testate di famiglia all’armatore miliardario greco Kyriakou, maggior azionista della holding Antenna, di cui una quota del 30% sarebbe in mano al principe saudita, Mohammed bin Salman Al Sa’ud.
I lavoratori dei due fogli che, ricordiamolo, sono principalmente giornalisti: ovvero, quando hanno la fortuna di avere un contratto regolare o addirittura “personalizzato”, dei “privilegiati” che svolgono una professione intellettuale. Vendono cioè pensieri e parole.
Sarebbe a dire quegli attrezzi che servono a comunicare idee che dovrebbero in teoria quantomeno corrispondere allo statuto di verità e alla deontologia. Non patate e cipolle, che è un mestiere dignitosissimo ma attiene ad altro. Ma sono comunque lavoratori, dicevamo, che contestano la perdita di un fondamentale asset culturale nazionale.
Invocano addirittura l’intervento del governo (governo di quella destra contro cui urlano e si scagliano dalle stesse pagine di quei giornali) dichiarando di temere per il mantenimento del proprio lavoro e per la loro indipendenza e autonomia.
«Salvaguardia dell’identità politico-culturale di un giornale come Repubblica». E ancora: «In ballo non c’è un semplice marchio, ma la sopravvivenza stessa di un pensiero critico».
Queste le roboanti e concettose frasi che si possono leggere nel comunicato stampa elaborato, licenziato e diffuso dall’assemblea dei giornalisti e dei lavoratori di Repubblica.
Tutto giusto, verrebbe da dire, se però i giornali – e i giornalisti in questione – non fossero Repubblica e La Stampa. Due edizioni annoverate tra la stampa “di sinistra” (boom!) che negli ultimi quindici anni hanno oltraggiato l’idea stessa del giornalismo libero. Infangato la categoria filosofica del rispetto dei fatti e della verità. Fatto a pezzi l’etica professionale. Umiliato il ruolo del giornalista, riducendolo ad un servo della proprietà e ad un passacarte di veline e documenti.
Veline e documenti prodotti da quei comitati di affari afferenti al complesso militare-industriale cui hanno risposto, specie negli ultimi quindici anni, troppe volte “signorsì, signore“. Di buon grado e con la reattività di un soldato al fronte.
Con l’unica differenza che loro, il fronte, lo vedono da uno schermo del Pc e seduti su comode poltrone ergonomiche. Mentre il proletariato ucraino e russo muore per soddisfare le velleità di potenza di quei deliranti oligarchi ai cui ordini direttori, capiservizio e corrispondenti si genuflettono.
Per non dire della stomachevole, vergognosa e criminale propaganda filo israeliana che trabocca da quei fogli, al punto da delineare addirittura una tangibile – quasi perseguibile penalmente – “complicità in genocidio“.
E non bastano certo le sempre rare Mannocchi, Jebreal, Foa o i Grossman ad attutire l’ignominia propagandistica che ha soffocato l’informazione di regime italiana.
Informazione di regime e irreggimentata che ha le sue più solide radici proprio in quei quotidiani figurativamente “di sinistra”, che hanno polverizzato la sinistra finanche nelle parole e nell’imagginario. Anche grazie ai servizievoli contributi offerti da intellettuali di terza fila che hanno trovato spazio, cittadinanza e valsente all’interno delle loro pagine.
E allora, alla fine, mi vengono da fare giusto un paio di considerazioni e domande che vorrei rivolgere a coloro che dovrei considerare “colleghi” ma che viceversa vedo come dei camerieri del potere.
Egregi amici, quando mai Repubblica e La Stampa – negli ultimi anni, ma non solo – hanno rappresentato un “baluardo del pensiero critico“? Fatevelo dire francamente: una simile affermazione suona alquanto incoerente, grottesca soprattutto nell’evocare la tutela di un “asset culturale” e di un “presidio di democrazia”.
Avete avallato tutte le politiche anti-popolari degli ultimi quarant’anni. Avete sostenuto il neoliberismo e la supremazia del mercato e del profitto purché sia. Avete difeso tutte le porcate dei proprietari – la famiglia Agnelli-Elkann – sul piano economico: dalle delocalizzazioni ai disinvestimenti produttivi, fino all’abbandono del contratto nazionale dei metalmeccanici (sotto Marchionne). Avete taciuto sull’assenza di una progettualità industriale e plaudito alla richiesta di denaro pubblico utilizzato per distribuire dividendi agli azionisti.
Non avete battuto un colpo di fronte allo sfruttamento dei vostri stessi giovani colleghi e collaboratori, iper sfruttati e sottopagati. Non vi siete fatti scrupoli a soffiare sul fuoco della guerra e del genocidio, inventando di tutto senza remore (“i russi vanno all’assalto con le pale del 1800” resterà negli annali...).
Avete plaudito al Nobel della Pace assegnato alla criminale Corina Machado, dedicandole un’intervista tanto servizievole quanto scandalosa.
Avete giustificato la repressione del dissenso e gli ignobili “decori urbani”. Avete seguito traiettorie culturali classiste ed elitarie. La critica letteraria, teatrale, cinematografica e d’arte… l’avete ridotta a spot pubblicitario. La proprietà privata l’avete celebrata come diritto inalienabile, inviolabile e pre-politico. Avete benedetto le privatizzazioni e lo smantellamento del welfare state…
E ora che il vostro proprietario e padrone, godendo del suo “pieno diritto”, decide di vendere – per far soldi o eliminare le perdite – invocate il “bene comune”, l'”intervento dello Stato”, la “salvaguardia politico-culturale” e addirittura il “pensiero critico”?
Non vi sembra grottesco e in definitiva alquanto ipocrita? In fondo sapete come si dice, no? “È il Capitalismo, bellezza!” Quello che tanto vi è piaciuto finora.
Ma dimenticavo. Il doppio standard è il vostro vero credo. Il vostro dogma esistenziale e professionale.
Purtroppo però stavolta la vedo dura. “Il mercato” ha le sue regole e il governo non ha alcuna voglia di intervenire in vostro aiuto. Anzi gongola.
Ma d’altronde, diciamoci la verità una volta tanto. Dopo il sionista Molinari, Mohammed bin Salman Al Sa’ud sarà quasi una ventata di aria fresca. Ma anche di democrazia. Cui, ne siamo abbastanza certi, vi adeguerete con la solita elasticità…
Il sarcasmo purtroppo ve lo siete meritato sul campo. A buon rendere...
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24/11/2025
Dialogo Usa-Iran attraverso l’erede saudita?
Dello stesso tenore l’intesa sulla sicurezza strategica siglata nell’occasione e condita da Trump con la solita retorica roboante. Nel caso specifico si trattava di rassicurare l’alleato dopo il proditorio attacco di Israele al Qatar, che ha spaventato tutti i Paesi del Medio oriente. Insomma, un atto dovuto. Se poi tutti questi accordi distoglieranno Riad dall’orbita Brics è altra cosa, ma non è materia di discussione in questo momento. In realtà, l’importanza della visita risiede in altro. Anzitutto nell’esaltazione che ne ha fatto Trump, che di fatto sminuisce, relativamente ovvio, l’importanza di Israele per gli Stati Uniti.
Un dato segnalato anche dalla vendita degli F-35 a Riad, che da tempo li richiedeva scontrandosi con i veti di Israele che vuole rimanere il sovrano incontrastato dei cieli mediorientali.
Israele conta ma non comanda ancora
Stavolta il veto non ha funzionato e Tel Aviv non ha nascosto la propria frustrazione. Non è tanto la vendita in sé ad aver disturbato gli analisti israeliani, i quali hanno rassicurato sul fatto che la loro superiorità aerea non è in discussione (ma un vulnus in tal senso c’è, eccome), quanto il fatto che Trump abbia ignorato il loro niet. Non solo, Trump ha evitato di esercitare pressioni sull’ospite riguardo gli Accordi di Abramo, rispettandone la posizione che vede Riad perseverare nel suo diniego finché non sarà stabilito un percorso chiaro e irrevocabile verso la creazione di uno Stato palestinese. E anche su questo punto, le sollecitazioni di Tel Aviv sono andate a vuoto.
Sorpresa politica
Ma l’aspetto forse più importante della visita, a livello geopolitico, la segnala Middle east eye: «Ciò che ha reso il viaggio ancora più degno di nota è stato un messaggio scritto che il presidente iraniano Massoud Pezeshkian ha inviato al leader saudita il giorno prima della sua partenza». (Iranian press review: Mohammed bin Salman seen as possible bridge between US and Iran). «Sebbene il portavoce del governo iraniano abbia minimizzato il messaggio, definendolo semplicemente una nota di ringraziamento all’Arabia Saudita per l’assistenza fornita ai pellegrini iraniani durante l’Hajj, i media vicini al governo hanno suggerito che avesse un significato più profondo».
Bin Salman mediatore sul nucleare iraniano?
«Questi organi di stampa hanno ipotizzato che Mohammed bin Salman potrebbe fungere da nuovo mediatore nei colloqui tra Teheran e Washington, il che potrebbe spiegare perché Pezeshkian abbia inviato il messaggio. Mercoledì, molti giornali [iraniani] che sostengono Pezeshkian hanno pubblicato la notizia in prima pagina, mentre i giornali più intransigenti non ne hanno parlato affatto». Non è un caso che, proprio mentre Mohamed bin Salman si faceva latore di un messaggio tanto distensivo, i Paesi europei garanti dell’accordo sul nucleare iraniano e la delegazione Usa presso l’Agenzia atomica (Aiea) – che risponde ai neocon – abbiano inviato un nuovo ultimatum a Teheran perché consenta immediatamente le ispezioni dell’Aiea ai suoi siti nucleari.
Ispezioni Aiea valide per tutti (Trump compreso?)
Un ultimatum che segue la denuncia degli stessi Paesi all’Onu riguardo l’asserita l’inadempienza di Teheran agli accordi medesimi, stipulati durante la presidenza Obama, denuncia accompagnata dalla richiesta di reintrodurre le sanzioni che l’intesa aveva rimesso. Ovviamente l’Iran ha reagito stizzita a un’imposizione tanto tranchant, dichiarando concluse le intese raggiunte al Cairo lo scorso settembre, quando Teheran aveva acconsentito alla ripresa delle ispezioni alle sue infrastrutture atomiche, sospese dopo l’improvvido attacco israeliano del giugno scorso contro l’Iran a causa del ruolo avuto dagli ispettori dell’Aiea nell’occasione (secondo Teheran avevano svelato a Israele non solo i dettagli dei siti, ma anche gli scienziati che vi lavoravano, molti dei quali sono stati assassinati nel corso dell’attacco).
Finestra per accenni di dialogo
Insomma, mentre a Washington si apriva una finestra per riaprire un dialogo tra Stati Uniti e Iran, i Paesi europei, in obbedienza ai desiderata di Tel Aviv, avviavano le manovre di sabotaggio. Se tutto ciò riecheggia quanto sta avvenendo per la guerra ucraina, con la Ue attiva a sabotare il negoziato Usa-Russia, non è certo un caso. Infine, altro aspetto importante della visita, il fatto che bin Salman abbia perorato l’intervento di Trump nella tragica guerra sudanese, che vede contrapposte le forze del governo di Khartum ai ribelli della Forze di supporto rapido.
In cambio gli Usa sul Sudan
Un conflitto sfociato in genocidio, che vede i duellanti sostenuti da opposti Paesi, mediorientali e non, e che ha conosciuto di recente gli orrori di El Fasher, con le Forze di supporto rapido scatenate contro i civili, giustiziati a migliaia dopo aver preso la città a seguito di un assedio durato 18 mesi. Trump ha dato la sua disponibilità a mediare ed è probabile che il suo ingresso in campo in una guerra tanto dimenticata quanto catastrofica possa portare frutti. Almeno si spera.
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Trump vende gli F-35 all’Arabia Saudita, Israele vuole un “risarcimento”
Gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita, in occasione della visita del primo ministro e principe ereditario Mohammed bin Salman alla Casa Bianca, hanno firmato una serie di accordi “storici” su minerali critici, nucleare civile e, soprattutto, sulla vendita di armamenti a Riad, tra cui i caccia F-35. L’accordo sui minerali critici mira a rafforzare la cooperazione bilaterale nel settore e ad “allineare” le rispettive strategie nazionali per diversificare le catene di approvvigionamento.
La dichiarazione congiunta sull’energia nucleare civile invece prevede che gli Stati Uniti e le loro aziende diventino “i partner privilegiati del Regno nella cooperazione nucleare civile”.
Soprattutto, Trump ha approvato un “importante pacchetto” per la vendita di armamenti all’Arabia Saudita, che include future consegne di caccia F-35. Riad acquisterà inoltre quasi 300 carri armati statunitensi per “rafforzare le sue capacità di difesa”.
Infine Bin Salman, dopo un incontro con Trump, ha aumentato da 600 a mille i miliardi che la petromonarchia intende investire negli Stati Uniti.
La discussione è poi virata sull’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, assassinato da agenti sauditi nel 2018 presso il consolato del Regno a Istanbul. Trump ha affermato che Bin Salman «non sapeva nulla» dell’omicidio, aggiungendo che Khashoggi era «un personaggio molto controverso, che a molti non piaceva: non c’è bisogno di imbarazzare il nostro ospite».
Solo pochi progressi sembrerebbero invece esserci stati sul fronte dell’ingresso di Riad negli Accordi di Abramo, anche se Trump ha dichiarato di aver ricevuto un “riscontro positivo” dall’Arabia Saudita sulla possibile adesione dopo la ripresa del negoziato, sospeso dopo il 7 ottobre del 2023.
Durante la conferenza stampa con i giornalisti al termine dell’incontro di martedì, Trump ha elogiato Bin Salman definendolo «orgoglioso del lavoro svolto dal principe ereditario saudita sui diritti umani e su tutto il resto».
Israele, che pure dovrebbe beneficiare dell’auspicata – da Trump – normalizzazione con l’Arabia Saudita, teme la vendita di una cinquantina di caccia F35 a Riad, che a quel punto diventerebbe l’unica potenza del Medio Oriente – oltre a Tel Aviv – a possedere caccia stealth di quinta generazione di fabbricazione americana.
La mossa di Trump, infatti, supera la politica del “Qualitative Military Edge”, che da vari decenni impegna Washington a garantire allo stato ebraico il primato tecnologico in tutta la regione. In nome di questa politica, nel 2021, la lobby filoisraeliana fece saltare la vendita di alcune decine di F35 agli Emirati Arabi Uniti, che avevano appena aderito proprio agli Accordi di Abramo. Ma la vendita da 23 miliardi di dollari, spinta dal genero di Trump Jared Kushner, venne bloccata a causa delle proteste di Benjamin Netanyahu e di una parte consistente del Congresso di Washington, per poi essere cancellata subito dopo l'insediamento di Joe Biden.
Nel caso della annunciata transazione con Riad stavolta è soprattutto l’aviazione militare israeliana a chiedere uno stop in nome della necessità di Israele di mantenere la superiorità aerea nella regione mentre il leader del Likud ha trasformato la sua contrarietà, espressa nei mesi scorsi, in un “consenso critico”, a patto però che l’adesione di Riad agli Accordi di Abramo sia certa.
Un ulteriore ostacolo è però rappresentato da un rapporto del Pentagono, pubblicato dal New York Times, in cui i militari di Washington sottolineano la stretta vicinanza di Riad alla Cina e quindi il pericolo che Pechino possa venire in possesso di segreti militari. Nel 2022 l’Arabia Saudita ha siglato un accordo con Huawei per lo sviluppo della propria rete 5G; inoltre Riad, come del resto Dubai, prendono periodicamente parte ad esercitazioni militari congiunte con le truppe di Pechino, che a sua volta assiste i paesi del Golfo nello sviluppo delle rispettive industrie per la Difesa.
Trump afferma che l’Arabia Saudita è “un grande alleato” di Washington, e del resto Bin Salman nei giorni scorsi ha sottolineato che il suo paese è il più fedele “alleato extra-Nato” degli Stati Uniti. Ma la realtà, avvisano gli analisti, è che Bin Salman si muove con estrema spregiudicatezza per rafforzare il ruolo e la potenza del suo paese siglando accordi sia con gli Stati Uniti sia con la Cina e la Russia.
Da questo punto di vista molte preoccupazioni ha generato in Israele la firma di un accordo di alleanza militare tra Arabia Saudita e Pakistan che prevede l’assistenza militare reciproca in caso di attacco ad uno dei due contraenti, considerando che Islamabad è una potenza nucleare.
Fonte
18/02/2025
Da Gaza all’Ucraina tutte le strade portano a Riad
Le condizioni principali del negoziato sull’Ucraina sembrano già delineate in anticipo: la Russia non discuterà alcuna concessione territoriale o scambio di territori con Kursk e la smilitarizzazione dell’Ucraina è ancora sul tavolo. Il che sembra sottintendere che il vero scopo di queste negoziazioni non sia quello di decidere o concludere qualcosa, ma di iniziare molto gradualmente a scongelare le relazioni tra Russia e Stati Uniti, come primo passo di una “normalizzazione”. Stando alle dichiarazioni del portavoce del Cremlino, Lavrov e Ushakov sono volati a Riad per discutere del ripristino di relazioni amichevoli e reciprocamente vantaggiose tra USA e Russia e non dell’Ucraina con la sua ormai superata lista dei desideri.
Ma la foto del vertice tra USA e Russia a Riad dimostra che il giovane principe saudita si sta rivelando così – e da tempo – il crocevia delle trattative su un anello di conflitti che si estende dall’Ucraina a Gaza. “L‘Arabia Saudita è emersa come un comodo mediatore per l’amministrazione Trump, un riflesso della rapidità con cui la politica estera degli Stati Uniti si è orientata nell’Europa orientale” commenta il Middle East Eye.
Occorre rammentare che l‘Arabia Saudita ha ricevuto il presidente russo Putin in visita nel 2023, quando l’amministrazione Biden stava facendo pressioni sui suoi partner per isolare la Russia a livello internazionale. Ora, con Trump in carica e gli alleati europei della Nato messi da parte, Riad sembra essere il terreno neutrale preferito dal Cremlino e da Washington per iniziare a discutere la fine della guerra in Ucraina, colloqui storici che secondo molti analisti potrebbero riscrivere l’architettura della sicurezza dell’Europa.
Ma se sul negoziato sull’Ucraina l’Arabia Saudita sembra essere ospitale, defilata e allineata, su altri teatri di crisi il principe ereditario Mohammed bin Salman appare un soggetto attivo e ufficialmente in contrasto con l’amministrazione Trump.
Il segretario di Stato USA Rubio è arrivato in Arabia Saudita come tappa del più ampio viaggio in Medio Oriente in cui il primo passaggio è stato Israele. Netanyahu si è aggrappato al controverso piano di Trump per “prendere il controllo” di Gaza e sfollare con la forza i suoi abitanti palestinesi. “Dopo la guerra a Gaza, non ci sarà né Hamas né l’Autorità Palestinese. Sono impegnato nel piano del presidente degli Stati Uniti Trump per la creazione di una Gaza diversa”, ha dichiarato Netanyahu lunedì fianco a fianco a Rubio. Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha annunciato la creazione di un organismo per facilitare l'“emigrazione volontaria” dei palestinesi da Gaza via terra, mare e aria.
Ma l‘Arabia Saudita finora si è opposta con forza a questi piani. Riad ha ribadito i suoi prerequisiti per normalizzare le relazioni con Israele, riaffermando che un tale passo sarebbe avvenuto solo dopo la creazione di uno Stato palestinese. A tale scopo ha dato vita a quella che definisce “un’alleanza globale” a sostegno della soluzione dei due stati e intende ospitare un vertice di cinque paesi arabi coinvolti tra cui Egitto e Giordania, oltre a se stessa, il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti.
L’Arabia Saudita ospiterà giovedì prossimo il vertice arabo per discutere le proposte per Gaza dopo la guerra. Le posizioni al momento non sono però omogenee. L’altra petromonarchia del Golfo “amica-nemica” dell’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, si è detta già disponibile alla proposta statunitense su Gaza. L’ambasciatore degli Emirati Arabi Uniti negli Stati Uniti ha detto di non vedere “alcuna alternativa” al piano di Trump. La provocazione di Netanyahu in cui invitava i palestinesi a stabilirsi in “un paese del Golfo” – l’Arabia Saudita, ndr – è stata invece accolta con una risposta furiosa dai media sauditi.
Molti analisti stanno ancora cercando di decifrare quanta parte della retorica del principe ereditario sia per uso interno o per una posizione negoziale nei confronti degli Stati Uniti. Il principe ereditario ha detto pubblicamente che Israele ha commesso un genocidio a Gaza. “In un potenziale accenno alle tensioni tra Stati Uniti e Arabia Saudita, i comunicati stampa di entrambi i paesi sono stati insolitamente brevi. Il Dipartimento di Stato non ha menzionato il ruolo di mediatore dell’Arabia Saudita con la Russia per l’incontro di oggi a Riad né ha menzionato il popolo palestinese” sottolinea Middle East Eye.
Ci sono poi diversi dossier aperti su cui Arabia Saudita e Stati Uniti divergono. Sebbene Riad abbia sostenuto nel 2018 la decisione dell’amministrazione Trump di abbandonare l’accordo nucleare con l’Iran, nel 2022 l’Arabia Saudita ha deciso di normalizzare i legami con la Repubblica islamica iraniana attraverso la diplomazia e i buoni uffici della Cina. Anche se Riad sta cercando di indebolire l’influenza iraniana sia in Siria che in Libano, c’è la decisione dell’Arabia Saudita di sedare il conflitto nello Yemen e di continuare a impedire agli Stati Uniti di lanciare attacchi contro gli Houthi dalle basi aeree USA presenti nel paese, un punto particolarmente dolente nella relazione bilaterale tra Riad e Washington. Ad agosto del 2023 l’Arabia Saudita, con una mossa decisamente a sorpresa, ha poi deciso di aderire ai BRICS. Riad ha infine ignorato l’appello di Trump del mese scorso a pompare più petrolio e a farne scendere il prezzo.
Nonostante Trump gli USA dovranno abituarsi all’idea che molte cose stanno cambiando, anche nei quadranti nei quali erano soliti trovare interlocutori acquiescenti.
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03/12/2024
Via da Israele, avanti verso l’Iran: che cosa cerca l’Arabia Saudita di Bin Salman
Il principe ereditario saudita, non più tardi di due settimane fa, ha pubblicamente condannato l’offensiva di Israele a Gaza, definendola un genocidio, chiedendo la creazione urgente di uno Stato palestinese. Una scelta condivisibile, umanamente e politicamente, se Bin Salman non fosse ciò che è.
Inutile, in queste sede, ribadire il curriculum del sovrano de facto dell’Arabia Saudita: ciò che conta è cercare di comprendere perché questa condanna e perché proprio ora. Riad, infatti, non lascia mai nulla al caso.
L’Arabia Saudita ha profuso sforzi diplomatici significativi per porre fine al conflitto che ha contagiato l’intera regione. Il ministro degli Esteri saudita, il principe Faisal bin Farhan, il mese scorso ha dichiarato che i colloqui di normalizzazione con Israele sarebbero stati “fuori discussione” finché non fossero stati ripristinati i diritti dei palestinesi e non fosse stata raggiunta una soluzione a due Stati.
Dichiarazioni che hanno anticipato di qualche settimana l’annuncio del Qatar del 9 novembre di voler porre fine al suo ruolo di mediatore tra Hamas e Israele.
Agli inizi di novembre, in occasione del vertice di Riad, inoltre, Bin Salman aveva invitato Israele a rispettare la sovranità dell’Iran e ad astenersi dall’attaccare il suolo iraniano, intensificando nel contempo le critiche nei confronti di Tel Aviv. Un atteggiamento così sfrontatamente filo-Teheran da non lasciare più alcun residuo di quel tentativo di normalizzazione con Israele auspicato fino a poco prima del 7 ottobre 2023.
Ma che non deve sorprendere: Riad si è al contempo mossa per ricucire i rapporti con l’Iran dopo un accordo di riavvicinamento del marzo 2023 mediato da Pechino.
I rapporti ripristinati hanno ridisegnato il panorama diplomatico con cui Donald Trump dovrà fare i conti quando tornerà in carica l’anno prossimo, in un ambiente regionale molto diverso rispetto all’ultima volta che era stato in carica. Ripristinare gli Accordi di Abramo non è roba da bacchetta magica, né per The Donald tantomeno per suo genero Jared Kushner, qualora decidesse di ripescarlo dal cilindro.
Un recente monito da parte di Riad a Israele, esortandolo a non intraprendere operazioni militari contro l’Iran, segna una svolta significativa rispetto alla linea adottata in primavera. Ad aprile, infatti, l’Arabia Saudita aveva autorizzato l’impiego del proprio spazio aereo per contrastare una massiccia offensiva di droni e missili lanciati da Teheran verso il territorio israeliano.
La situazione si complica ulteriormente a causa del sostegno iraniano a gruppi come Hamas ed Hezbollah, entrambi precedentemente inseriti nella lista dei gruppi “terroristici” stilata dalle autorità saudite. Hezbollah, nello specifico, è da mesi al centro delle operazioni di contrasto da parte di Israele, dopo un’escalation di attacchi missilistici provenienti dal Libano.
Un segnale inequivocabile del mutamento di strategia saudita si è registrato lo scorso ottobre, quando Riad ha deciso di revocare la licenza all’emittente televisiva MBC. La mossa è giunta in seguito alla definizione di Yahya Sinwar, leader di Hamas ucciso in un attacco, come un “terrorista” da parte dell’emittente stessa.
L’Arabia Saudita e l’Iran hanno ribadito il loro impegno per tutte le disposizioni dell’Accordo di Pechino e i loro continui sforzi per consolidare relazioni amichevoli e di buon vicinato tra i due Paesi. Hanno accolto con favore il ruolo positivo continuo della Cina e hanno sostenuto che il supporto e il follow-up della Cina all’attuazione dell’Accordo sono di grande importanza.
Il secondo incontro del China-Saudi Arabia-Iran Trilateral Joint Committee dello scorso 19 novembre non solo ha cercato di consolidare i progressi compiuti nel miglioramento delle relazioni tra Iran e Arabia Saudita, ma mira anche a garantire che i legami tra le due nazioni possano evitare conflitti in Medio Oriente.
L’Iran e l’Arabia Saudita appaiono ora fortemente intenzionate a continuare il loro cauto percorso di riavvicinamento. La visita del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi alla capitale saudita Riad all’inizio di ottobre indica che le relazioni si stanno sviluppando ulteriormente. Ha anche incontrato il principe bin Salman, il che è un segnale fondamentale.
Tuttavia, l’attuale riavvicinamento tra Iran e Arabia Saudita presenti diversi vantaggi dal punto di vista di quest’ultima. Dopo che l’Iran ha attaccato gli impianti petroliferi sauditi nel 2019, Riad si è resa conto che non poteva fare affidamento completamente sugli Stati Uniti e avrebbe dovuto risolvere i problemi con il suo vicino iraniano.
Ma non solo: Riad ambisce a porre fine in modo definitivo al conflitto in Yemen, e a questo proposito, spera che l’Iran possa esercitare la sua influenza sugli Houthi una volta per tutte.
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09/06/2023
La distanza tra Usa e Arabia Saudita resta ampia
Una conversazione “aperta e sincera”. Così un funzionario del Dipartimento di stato ha descritto il colloquio avuto questa mattina dal Segretario di stato Blinken con il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman (noto anche come MbS). Eppure il clima cordiale non è servito a rivitalizzare i legami logori tra i due paesi – stretti alleati per decenni – a causa di disaccordi sempre più profondi un po’ su tutto, dalla politica verso l’Iran alle questioni di sicurezza regionale, dai rapporti dei sauditi con Russia e Cina al prezzo del petrolio. Senza dimenticare che Riyadh non intende normalizzazione le relazioni con Israele, come chiede l’Amministrazione Biden, senza soddisfare prima le sue condizioni, a partire dall’appoggio Usa al suo programma atomico ad uso civile che non piace allo Stato ebraico.
“Hanno discusso del potenziale per la normalizzazione delle relazioni con Israele e hanno concordato di proseguire il dialogo sulla questione”, ha detto il funzionario statunitense, senza fornire ulteriori dettagli.
L’Arabia Saudita, ha dato la sua benedizione nel 2020 alla decisione degli Emirati e del Bahrain di stabilire le relazioni con Israele sotto l’Amministrazione Trump. Ma Riyadh poi non si è unita agli Accordi di Abramo affermando che deve essere realizzato prima l’obiettivo di uno Stato palestinese indipendente. E ad aprile si è riconciliata, almeno formalmente, con l’Iran, rivale regionale e arcinemico di Israele. Per questo prima di partire per il Medio Oriente Blinken ha detto che gli Stati Uniti hanno “un vero interesse” per la normalizzazione dei legami tra sauditi e israeliani, ma ha messo in guardia sui tempi. “Non ci illudiamo che questo possa essere fatto rapidamente o facilmente”, ha avvertito.
In ogni caso la monarchia saudita, sotto la guida dell’erede al trono MbS – spregiudicato in politica estera ma noto anche per la sua brutalità nei confronti di rivali, dissidenti e oppositori politici – non ha alcuna intenzione di invertire la rotta. Al contrario prosegue la politica “multilaterale” che l’ha portata a stringere i rapporti con Russia e Cina contro i desideri di Washington. L’altro giorno ha accolto con calore il presidente venezuelano Nicolas Maduro e il mese scorso aveva fatto altrettanto con il siriano Bashar Assad, entrambi “nemici” degli Stati Uniti. Senza dimenticare che l’Iran ieri ha riaperto la sua ambasciata nella capitale saudita.
Un segnale conciliante, ma solo a metà, la monarchia saudita l’ha indirizzato agli alleati Usa, spingendo l’Opec e una decina di Paesi produttori partner (l’Opec+), a prorogare al 2024 i tagli alla produzione di petrolio stabiliti nei mesi scorsi. Il ministro dell’energia saudita, Abdelaziz bin Salman, ha spiegato che la proroga dei tagli è stata decisa «con l’intento di aiutare a migliorare la stabilità dei mercati e di evitarne la volatilità». Allo stesso tempo, per sostenere il prezzo del greggio, Riyadh ha annunciato la riduzione unilaterale a partire da luglio di un milione di barili della quantità di petrolio che esporta.
La libertà di movimento dei Saud non è in linea con ciò che Washington sta cercando di realizzare in Medio Oriente incoraggiando l’istituzione di un sistema di sicurezza regionale con un accordo di cooperazione per la difesa aerea. Questa è la logica alla base dell’iniziativa israeliana del marzo 2022 di istituire il Forum del Negev – che comprende Israele, Usa, Bahrain, Egitto, Marocco ed Emirati – che di fatto è un accordo politico-militare contro l’Iran. Il Forum ha tenuto diversi incontri ma non ci sono progressi. Il fatto che l’Arabia Saudita non ne sia un membro rende impalpabile l’iniziativa e questa condizione non cambierà fino a quando Riyadh non accetterà di normalizzazione i rapporti con Israele.
In questo contesto l’Arabia Saudita – come riportato sia dal Wall Street Journal che dal New York Times – vuole dagli Stati Uniti il sostegno ad un suo programma nucleare, garanzie di sicurezza e accesso senza restrizioni all’acquisto delle armi Usa più sofisticate. In poche parole, vuole godere presso gli Usa di uno status simile a quello di Israele. Perché, pensano a Riyadh, la normalizzazione con Tel Aviv nelle condizioni attuali perpetuerebbe solo il potere, di fatto assoluto, dello Stato ebraico nella regione.
Fonte
15/07/2022
Accordo Usa-Israele contro l’Iran
Il presidente americano Joe Biden e il premier israeliano Yair Lapid hanno firmato ieri questo “nuovo patto di sicurezza” che impone a Washington di usare tutto il suo potere per evitare che Teheran acquisisca l’arma atomica.
Inevitabilmente il presidente iraniano, Ebrahim Raisi, ha dovuto reagire minacciando una “risposta dura e spiacevole” a “qualsiasi errore” commesso da Washington o dai suoi alleati nella regione.
La questione del nucleare iraniano è un tema su cui negli anni passati i due Paesi alleati hanno avuto opinioni diverse e spesso contrastanti. Specie quando, sotto la presidenza Obama, fu raggiunto insieme ad alcuni partner europei un accordo con l’Iran che consentiva la ricerca sul “nucleare civile”, in cambio di controlli stringenti per impedire l’evoluzione di quello militare.
La differenza, come noto, è nel livello di arricchimento dell’uranio, molto più alto in quello per usi militari.
Questo accordo è stato poi stracciato da Donald Trump, che ha così esaudito le richieste dell’ex primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che ha immediatamente dato il via ad una serie di omicidi mirati contro scienziati iraniani, minacciando spesso il bombardamento dei centri di ricerca.
Ora questo nuovo patto si configura come una pistola puntata contro Teheran, con Tel Aviv che “finalmente” dispone della possibilità di sparare a proprio piacimento il primo colpo sicura di poter contare sulla “protezione” di Washington.
Alla faccia dell’”autodeterminazione dei popoli”, principio evidentemente che vale solo per gli alleati fedeli...
Oltretutto il premier israeliano Lapid è dimissionario, e tra meno di quattro mesi dovrà affrontare il giudizio delle urne e ha il fiato sul collo del leader dell’opposizione Benjamin Netanyahu, noto falco sul tema, che ha posto nuovamente l’accento sulla necessità di presentare una “minaccia militare credibile” per costringere la repubblica islamica ad accettare un nuovo accordo sul nucleare.
“L’unica cosa che fermerà l’Iran è sapere che se continua a sviluppare il suo programma nucleare, il mondo libero userà la forza“, ha affermato. Una linea di pensiero che ha trovato Biden in parziale disaccordo: “Continuo a credere che la diplomazia sia il modo migliore“, ha affermato, ribadendo tuttavia “l’inviolabile impegno degli Usa nei confronti della sicurezza di Israele. Ci assicureremo che possa difendersi da solo“.
Insomma: un invito a non accelerare i tempi, ma non un “divieto” ad usare unilateralmente la forza. Ricordiamo anche che Israele è l’unica potenza nucleare al mondo ad essere “clandestina”, nel senso che non ammette di avere armi nucleari e quindi non sottoscrive nessun trattato internazionale sul tema, in barba a tutte le risoluzioni delle Nazioni Unite.
Sul tema è tornato anche Netanyahu, che ha visto Biden per un colloquio di venti minuti, inserito nel programma per evitare di dare l’impressione di una preferenza Usa in vista delle elezioni di novembre. Dopo l’incontro, il leader del Likud ha sostenuto che il capo della Casa Bianca si sia detto d’accordo sulla necessità di avere un’opzione militare credibile contro l’Iran. “In ogni caso, questo è quello che farò se e quando tornerò premier“, ha aggiunto Bibi, mandando un messaggio chiaro all’elettorato in vista del voto di novembre.
Biden visiterà l’Augusta Victoria Hospital a Gerusalemme Est e poi si recherà a Betlemme per incontrare il presidente palestinese Abu Mazen, ma su questo versante non sono attesi grandi annunci, oltre a misure per fornire l’accesso alla rete Internet 4G nei Territori palestinesi e lo stanziamento di un sostanzioso pacchetto di aiuti per la rete di ospedali nella parte orientale della città che i palestinesi rivendicano come futura capitale del proprio Stato.
Tuttavia, in merito al processo di pace in stallo, non si prevedono all’orizzonte annunci o pressioni sulle parti: Biden ha già detto più volte che non intende rivedere il riconoscimento di Gerusalemme come capitale d’Israele, annunciato nel 2017 dal predecessore Donald Trump; quanto alla riapertura del consolato americano in città, destinato ai palestinesi, ne ha espressione l’intenzione ma finora non ha agito.
Nei rapporti non idilliaci con i palestinesi pesa anche la recente posizione americana sull’uccisione della giornalista di al-Jazeera, Shireen Abu Akleh a Jenin. Ramallah sperava in una chiara posizione di condanna di Washington verso l’alleato israeliano mentre il dipartimento di Stato ha concluso che probabilmente la reporter è stata uccisa dai soldati, ma non intenzionalmente: una formula pilatesca che ha scontentato entrambe le parti.
Non solo, le parole pronunciate dal presidente americano al suo arrivo ieri in Israele, con il suo accenno al “sostegno alla soluzione dei due Stati” di cui però non vede una concretizzazione “in un futuro prossimo”, hanno irritato l’Anp tanto che fonti hanno già fatto sapere che non ci sarà una nota congiunta domani ma dichiarazioni separate.
Sull’argomento Biden è tornato nella conferenza stampa con Lapid, ribadendo l’appoggio alla “soluzione dei due Stati per due popoli, entrambi i quali hanno radici profonde e antiche con questa terra, per vivere fianco a fianco in pace e sicurezza”. Questa è “una garanzia per uno Stato d’Israele forte e democratico, con una maggioranza ebraica”, è stato il laconico commento del premier israeliano, chiudendo il discorso.
Dopo la tappa palestinese, l’Air Force One partirà per un volo storico alla volta di Gedda, in Arabia Saudita, dove si appuntano le attenzioni e gli interessi sia degli Usa che di Israele. Oltre alla sicurezza energetica e alla richiesta americana di un aumento della produzione petrolifera, si guarda alla possibile apertura di un percorso di normalizzazione dei rapporti tra Israele e Arabia Saudita, formalmente privi di relazioni diplomatiche ma legati dalla comune opposizione all’Iran.
Secondo fonti diplomatiche, domani verrà annunciato il raggiungimento di un’intesa per il trasferimento della sovranità su due isole strategiche nel Mar Rosso, Tritan e Sanifar, dal Cairo a Riad, con l’accordo di Israele. Tra le misure rientrerà anche il via libera saudita all’uso da parte dello Stato ebraico del proprio spazio aereo per la tratta verso India e Cina e il lancio di voli diretti per i pellegrini musulmani.
Nella tappa saudita, tra i punti delicati nell’agenda di Biden, c’è l’incontro con il principe ereditario Mohamed bin Salman, sul quale da settimane si sono scatenate le polemiche: pur non essendo un bilaterale, il faccia a faccia segna un controverso cambio nella linea politica del presidente che in campagna elettorale aveva condannato duramente l’omicidio del reporter dissidente saudita Jamal Kashoggi, per il quale l’intelligence americana ha indicato MbS come la ‘mente’.
Dopo il durissimo editoriale del Washington Post, convinto che il viaggio di Biden “eroda l’autorità morale” degli Usa, oggi la fidanzata di Khashoggi, Hatice Cengiz, è tornata ad attaccare il capo della Casa Bianca condannando “l’enorme marcia indietro, è straziante e deludente. E Biden perderà la sua autorità morale mettendo petrolio e convenienza al di sopra di principi e valori“.
Fonte: Agenzia Agi
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26/06/2022
Erdogan-MBS, ritorno alla normalità
Il sequestro e la brutale uccisione del giornalista dissidente saudita nel consolato di Riyadh a Istanbul nel 2018 aveva portato al culmine lo scontro tra Erdogan e MBS. Le prove del coinvolgimento del giovane principe nell’assassinio erano state fornite dai servizi di sicurezza e dal governo della Turchia, mentre in questo paese era stato aperto un procedimento legale per risolvere il caso. Lo stesso Erdogan aveva chiamato in causa MBS, utilizzando spesso parole durissime per denunciare le responsabilità di quest’ultimo, alla luce anche delle conclusioni simili presentate dalla CIA e da un rapporto delle Nazioni Unite.
Il sospetto che il regime saudita fosse implicato, assieme almeno agli Stati Uniti, nel fallito golpe ai danni di Erdogan nell’estate del 2016 aveva a sua volta influito sul peggioramento dei rapporti tra i due paesi. In precedenza, Turchia e Arabia Saudita si erano trovate su posizioni opposte riguardo l’emergere dei Fratelli Musulmani come principale forza politica negli sconvolgimenti registrati in molti paesi arabi all’inizio del secondo decennio di questo secolo. Le due potenze regionali avevano appoggiato forze diverse ad esempio in Libia e in Egitto, così come l’approccio alla crisi siriana di Ankara e Riyadh ha seguito progressivamente strade differenti.
È fuori discussione che i fattori economici e finanziari abbiano avuto un peso importante nel disgelo tra i due paesi. Erdogan ha visto crollare la sua popolarità e quella del suo partito come conseguenza delle difficoltà economiche della Turchia, simboleggiate dal crollo della Lira turca. Erdogan ha così cercato un salvagente tra i regimi del Golfo Persico, con un occhio alle elezioni parlamentari e presidenziali del 2023 che, secondo i sondaggi, minacciano di mettere fine al suo lunghissimo dominio e a quello del suo partito (AKP; Partito della Giustizia e dello Sviluppo). Le basi definitive per la distensione con Riyadh erano state gettate a inizio anno con la chiusura dell’indagine in Turchia sull’assassinio di Khashoggi e la consegna a un tribunale saudita di tutto il fascicolo relativo al caso. Ad aprile, poi, Erdogan si era recato in visita in Arabia Saudita per la prima volta dal 2017.
Non è un caso che il comunicato congiunto seguito all’arrivo di MBS ad Ankara mercoledì, dopo le visite in Egitto e Giordania, e al colloquio con Erdogan abbia toccato in gran parte il tema della cooperazione economica. Il governo turco è impaziente di sbloccare gli investimenti sauditi, sulla scia dell’accordo sottoscritto a gennaio con gli Emirati Arabi Uniti per un fondo da dieci miliardi di dollari e per il raddoppio degli scambi commerciali. I leader di Turchia e Arabia avrebbero anche raggiunto un’intesa sull’allentamento delle barriere doganali, superando definitivamente l’embargo di fatto delle importazioni di prodotti turchi deciso da Riyadh dopo l’esplosione del caso Khashoggi. Nel 2021, secondo i dati ufficiali turchi, le esportazioni verso l’Arabia hanno avuto un valore appena superiore ai 200 milioni di dollari, contro i 3,2 miliardi del 2019.
Ci sono diversi elementi da tenere in considerazione per comprendere il cambio di rotta di Erdogan, oltre a quello di natura economica. In primo luogo, il riavvicinamento a Riyadh deve essere collegato al riassestamento complessivo della politica estera turca degli anni scorsi che stava producendo per questo paese un isolamento sempre più marcato. A dare l’impulso al cambiamento può essere stata, tra l’altro, la diversificazione strategica promossa da MBS per il regno wahhabita, concretizzatasi in un atteggiamento meno rigido, o decisamente collaborativo, nei confronti di paesi al centro di conflitti e tensioni, come Siria e, soprattutto, Israele.
Un isolamento che per Ankara rischiava seriamente di aggravarsi anche in conseguenza dei più recenti sviluppi sul fronte energetico, con il formarsi cioè di un asse tra le monarchie del Golfo, Israele, Egitto, Grecia e Cipro, considerato una seria minaccia per la Turchia, che rischia di vedersi esclusa dalle nuove rotte del gas in fase di progettazione nel Mediterraneo orientale. A riprova di ciò, è possibile citare anche la parallela riconciliazione con Israele dopo anni di gelo. Non è un caso, a questo proposito, che, in concomitanza con la visita di Mohammad bin Salman, il ministro degli Esteri israeliano, Yair Lapid, si sia recato giovedì anch’egli ad Ankara.
Dietro a questi movimenti c’è con ogni probabilità in parte il governo americano e i colloqui incrociati di questi giorni potrebbero in qualche modo preparare il terreno alla visita di Biden in Medio Oriente, programmata per la metà di luglio. Un altro intreccio è quello che riguarda l’Iran. Le relazioni tra Ankara e Teheran sono in fase calante, soprattutto per quanto riguarda la Siria, dove Erdogan vorrebbe a breve lanciare una nuova offensiva militare contro le milizie curde. La questione curda è poi un ulteriore punto di scontro con gli Stati Uniti, assieme alla partnership tra Ankara e Mosca, visto che le forze curde siriane rappresentano da tempo il punto di riferimento della presenza militare illegale americana sul territorio del paese in guerra dal 2011.
In definitiva, le mosse di Erdogan sembrano indicare una volontà di tornare a giocare le proprie carte sul tavolo del fronte filo-americano, con l’obiettivo di recuperare il terreno perduto in ambito economico e della sicurezza per via delle tensioni che hanno caratterizzato questi ultimi anni. Il ristabilimento dei rapporti con l’Arabia Saudita va visto in questa prospettiva, così da evitare il rischio del consolidarsi di un blocco guidato da Riyadh e Tel Aviv nella regione mediorientale che potrebbe appunto escludere la Turchia.
Nonostante l’apparenza, le scelte di politica estera di Erdogan continuano a sfuggire a una classificazione netta. Fermo restando l’interesse economico immediato, che risponde in primo luogo a esigenze elettorali, l’orientamento strategico turco resterà quasi certamente improntato al multilateralismo e all’indipendenza.
Basti ricordare in questo senso la posizione tutto sommato equilibrata tenuta fin qui nei confronti del conflitto russo-ucraino e l’opposizione all’ingresso di Finlandia e Svezia nella NATO. Ciò che resta da verificare è ad ogni modo la capacità di Erdogan, a un anno esatto dal voto più delicato della sua carriera politica, di conservare in modo vantaggioso l’indipendenza strategica della Turchia in un clima internazionale sempre più infuocato.
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15/06/2022
Rinascimento saudita per tutti!
Il presidente americano sarà in Medio Oriente dal 13 al 16 luglio, con tappe in Israele e in Arabia Saudita (due fari di democrazia e diritti umani), dove incontrerà il principe della Corona Mohammed bin Salman.
Uno spietato tiranno che bombarda da sette anni lo Yemen in una guerra che ha fatto oltre 380mila vittime, 4 milioni di sfollati interni e causato la più grave crisi umanitaria in atto nel mondo. Uno spietato tiranno che opera da sempre una feroce repressione contro tutti i dissidenti e gli attivisti per i diritti umani.
Joe Biden in campagna elettorale, da candidato, aveva giurato che avrebbe fatto dell’Arabia Saudita uno stato “paria”, un reietto della comunità internazionale. E subito dopo l’ingresso alla Casa Bianca aveva rincarato la dose autorizzando, nel febbraio del 2021, la pubblicazione del rapporto dell’intelligence americana in cui si accusa Mohammed bin Salman di aver ordinato l’operazione che ha portato alla uccisione, con successivo smembramento e scomparsa del cadavere, del giornalista Jamal Khashoggi nei locali del Consolato saudita di Istanbul.
Da quel momento Biden aveva cessato i rapporti diretti con il monarca saudita. Ha cambiato idea.
Gli europei non devono acquistare il gas dai russi, ma quello (costosissimo) degli USA che, invece, comprano sempre quello che gli pare e da chi gli pare. Sono fatti così, gli amerikani.
112 giorni di pura retorica guerrafondaia e di manfrine su “aggressori ed aggrediti”, “dittatori” , “democrature versus vere democrazie”, liste di proscrizione, trasmessa/e a reti unificate, non avranno – vedrete – nemmeno un minuto di contrappunto sulla virata di Biden che volerà, in luglio, a Ryad, alla corte del principe saudita Bin Salman, come un Renzi qualsiasi.
Fonte
19/04/2021
Iran e Arabia Saudita. Colloqui riservati, un problema per Biden
Secondo le indiscrezioni i colloqui sarebbero stati incentrati sugli attacchi dei ribelli Houthi dello Yemen contro gli impianti petroliferi sauditi. A guidare la delegazione saudita vi sarebbe stato il capo dell’intelligence, Khalid bin al Humaidan.
A mediare tra le due parti sarebbe stato il premier iracheno Mustafa al Kadhimi, che recentemente si è recato in visita a Riad ed “è molto desideroso di svolgere personalmente un ruolo nel trasformare l’Iraq in un ponte tra queste potenze antagoniste nella regione”, ha detto un ufficiale iracheno citato dal Financial Times. Al Kadhimi ha buone relazioni anche con l’Iran.
Fonti saudite di alto livello negano che le discussioni abbiano avuto luogo, mentre i governi di Baghdad e Teheran non hanno commentato la notizia, riferisce l’agenzia Novanews.
Le relazioni tra Iran e Arabia Saudita (il primo culla degli sciiti, la seconda custode dei sunniti) sono tesissime sin dalla Rivoluzione Islamica del 1979. Sul piano formale le relazioni diplomatiche tra Riad e Teheran si sono interrotte dopo che nel gennaio del 2016 l’ambasciata dell’Arabia Saudita in Iran era stata assaltata e incendiata da manifestanti, in seguito all’esecuzione del religioso sciita Nimr al Nimr.
I colloqui tra Iran e Arabia Saudita avrebbero subìto un’accelerazione perché gli Usa hanno lasciato trapelare di voler rientrare nell’accordo nucleare iraniano e perchè gli attacchi dei ribelli Houthi si sono fatti precisi e pressanti. Secondo le fonti citate dal Financial Times, un ulteriore incontro dovrebbe svolgersi la prossima settimana.
Dicevamo che la notizia è interessante sia perché dimostra il fallimento della guerra genocida scatenata dall’Arabia Saudita in Yemen contro i ribelli Houthi sostenuti dal’Iran, ma ancora di più perché rivela come nella gerarchia di comando saudita – oggi in mano al principe Bin Salman – si ha la percezione di non essere molto graditi alla nuova amministrazione di Biden.
La sortita a sorpresa del neopresidente statunitense per mettere fine alla guerra in Yemen e il rapporto dell’intelligence Usa contro il principe Bin Salman come mandante del brutale assassinio del giornalista Kashoggi nel consolato saudita in Turchia, sono stati segnali che hanno inquietato non poco l’attuale leadership della principale petromonarchia del Golfo.
La ripresa dei colloqui con l’Iran potrebbe essere la pietra al collo che trascina sul fondo l’attuale principe Bin Salman, poco gradito proprio agli Usa ma a questo punto sono anche un serio problema per Biden.
Fonte
04/03/2021
Biden e l’enigma saudita
La decisione di declassificare il rapporto su Khashoggi, tenuto segreto da Trump, si è accompagnata all’imposizione di sanzioni nei confronti di alcune personalità del regno coinvolte nella vicenda e, più in generale, facenti parte di uno speciale team, alle dirette dipendenze del principe MBS, con l’incarico di perseguire i dissidenti sauditi riparati all’estero. La Casa Bianca ha poi avvisato che una nuova dichiarazione sul caso Khashoggi sarebbe stata emessa lunedì, ma ha allo stesso tempo escluso ulteriori iniziative di un qualche rilievo oltre a quelle già adottate nel fine settimana. La promessa fatta da Biden circa la possibilità di “cambiamenti sostanziali” nell’approccio USA all’Arabia Saudita è rimasta quindi prevedibilmente disattesa.
La retorica della nuova amministrazione americana è stata in ogni caso piuttosto accesa, tanto da far pensare a un messaggio inequivocabile rivolto a Riyadh circa l’insofferenza per il comportamento degli alleati sauditi. Che il fermento stia andando in scena anche lontano dai riflettori è stato confermato dalla portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, che in un’intervista a FoxNews ha rivelato che “dietro le quinte sono in corso molteplici conversazioni diplomatiche”.
Se è facilmente scartabile l’ipotesi di un qualche interesse genuino di Biden per la sorte di Khashoggi o per i metodi raccapriccianti attuati dal regime di Riyadh contro i propri oppositori, la domanda fondamentale da porre riguarda i veri motivi della mossa decisa a Washington per mettere sotto pressione i vertici sauditi. L’insistenza sulla necessità di “ricalibrare” i rapporti bilaterali riassume forse le intenzioni americane, ma la sostanza resta tutta da definire.
Settimana scorsa era circolata la notizia del proposito del presidente USA di dialogare solo con il sovrano saudita, Salman, lasciando intendere la possibile emarginazione di MBS. A livello teorico, una presa di posizione di questo genere avrebbe implicazioni non indifferenti. Tuttavia, la percorribilità dell’opzione avanzata dalla Casa Bianca è quanto meno dubbia. L’85enne re saudita è già oggi in condizioni di salute estremamente precarie e, oltre ad avere egli stesso molti problemi a sostenere impegni politici e diplomatici, ha da tempo delegato buona parte di poteri e responsabilità al figlio Mohammed bin Salman.
Il portafoglio gestito da quest’ultimo è cioè talmente ampio da rendere problematico l’impegno americano di bypassarlo e discutere esclusivamente con il sovrano. Sempre le condizioni di re Salman rendono anche molto probabile un avvicendamento a favore di MBS sul trono in tempi brevi, con la conseguente definitiva impraticabilità del proposito di Biden. Tutto ciò a meno di clamorosi sviluppi, come lo stravolgimento della linea di successione al trono, forse desiderata da una parte dell’apparato di potere USA. Quando MBS venne scelto come principe ereditario dal padre nel 2017, in molti a Washington accolsero la notizia con irritazione, soprattutto negli ambienti dell’intelligence, dove il cavallo preferito era il principe Mohammed bin Nayef, ex ministro degli Interni e considerato molto vicino alla CIA.
Questa ipotesi non è comunque di facile attuazione, visto il consolidamento del potere da parte di MBS in questi anni, né è detto che rappresenti l’obiettivo dell’amministrazione Biden, nonostante le preferenze di Langley. Resta il fatto che le stanze reali a Riyadh sono pervase da un certo nervosismo fin dalla sconfitta elettorale di Trump, con il quale i leader sauditi avevano goduto di un trattamento decisamente privilegiato.
In risposta ai segnali lanciati da Biden ancora in campagna elettorale, Riyadh ha fatto recentemente alcuni passi per creare le condizioni di un dialogo più disteso con l’amministrazione americana entrante. Anche se nessuna di queste iniziative ha cambiato significativamente la natura delle politiche regionali saudite, tantomeno quelle domestiche, è apparso evidente il tentativo di mostrare una qualche flessibilità a Washington. I leader sauditi hanno così ad esempio attenuato la ferma opposizione al ritorno degli USA nell’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA), mentre si sono detti disponibili a studiare una soluzione diplomatica al conflitto nello Yemen e si sono mossi per risolvere la crisi con il Qatar. Sul fronte interno, invece, qualche timidissima misura è stata implementata per creare un sistema giudiziario civile da affiancare alla legge islamica.
È probabile però che da Riyadh ci si aspettasse un passo indietro di Biden sulla pubblicazione del rapporto relativo alla morte di Khashoggi. Infatti, una volta apparso chiaro che la Casa Bianca intendeva comunque procedere in questa direzione, sono iniziati a circolare commenti dai toni non esattamente concilianti sui media controllati dal regime. Il messaggio generale è difficile da equivocare, avendo quasi sempre a che fare con l’ipotesi di una diversificazione della politica estera saudita in caso di irrigidimento di Washington.
L’avvertimento recapitato al governo americano va al cuore del dilemma in cui si trova l’amministrazione Biden. Gli stenografi della casa regnante hanno infatti ricordato i rapporti coltivati in questi anni da Riyadh e, in particolare, da Mohammed bin Salman con Russia e Cina in vari ambiti, da quello delle forniture militari a quello energetico. Relazioni e partnership che minacciano di essere approfondite a discapito degli Stati Uniti se dovesse persistere l’ostilità evidenziata, per il momento solo a livello retorico, in questa fase iniziale del mandato di Biden.
Il presidente democratico è dunque costretto a muoversi con prudenza. Da un lato, la freddezza nei confronti di MBS è dovuta principalmente alla sua intraprendenza nell’implementazione di una politica estera relativamente indipendente e, dall’altro, all’oggettivo ostacolo rappresentato da Riyadh ad alcuni obiettivi della nuova amministrazione in Medio Oriente, dal rientro nel JCPOA alla conclusione della guerra nello Yemen fino alla proiezione di un’immagine di potenza rispettosa dei diritti civili e democratici. Allo stesso tempo, l’Arabia Saudita resta un cardine della politica mediorientale di Washington e gli intrecci strategici, militari e petroliferi sono ormai consolidati.
Le frecce all’arco di Biden restano quindi limitate e non sembrano essere in molti a credere in un atteggiamento inflessibile del presidente o a una rottura con Riyadh. Emblematico, a questo proposito, è quanto accaduto una settimana fa dopo che la Casa Bianca aveva annunciato la sospensione alle vendite più “rilevanti” di armi al regime del Golfo, ufficialmente a causa dei ripetuti massacri avvenuti nel campo di battaglia dello Yemen. Pochi giorni più tardi, il colosso dell’industria bellica USA, Lockheed Martin, aveva siglato un accordo con le forze armate del regno per la creazione di una joint venture destinata a sviluppare le capacità produttive e difensive saudite.
Fonte
02/03/2021
Le petromonarchie difendono il principe saudita accusato dell’omicidio Kashoggi
Il rapporto “non è altro che un parere senza prove conclusive“, ha dichiarato Nayef Falah al Hajraf, segretario generale del Consiglio di Cooperazione del Golfo, l’ente regionale che riunisce le sei petromonarchie dell’area.
Prima della pubblicazione del rapporto, Biden aveva telefonato al principe Bin Salman per sondare il terreno e non inasprire le relazioni con l’attuale uomo forte del regno Saudita. Dopo la pubblicazione del documento, Washington ha annunciato sanzioni e restrizioni ai visti per 76 funzionari sauditi, ma tra questi non c’è il principe ereditario.
Secondo la ben informata agenzia Nova ci sono un paio di eventi che mostrano la cifra di un vero e proprio cambio di passo delle alleanze e dei rapporti regionali di fronte alla politica manifestata da Biden.
La prima è una conversazione telefonica tra due “vicini-coltelli” come l’emiro del Qatar, Tamin bin Hamad al Thani, e il principe ereditario saudita Bin Salman, finito sotto accusa per la brutale esecuzione di Kashoggi.
Come noto, le relazioni tra Qatar (sostenitore del network dei Fratelli Musulmani) e Arabia Saudita (ostile alla Fratellanza) sono state tesissime e ostili per anni, fino a giungere alla messa sotto embargo del Qatar da parte delle altre petromonarchie del Golfo. La telefonata è stata praticamente il primo colloquio diretto tra le due monarchie dall’embargo contro Doha da parte di Arabia Saudita, Bahrein, Emirati ed Egitto avviato nel giugno 2017 e terminato lo scorso 5 gennaio.
Il secondo evento significativo è l’avvio di trattative tra Israele, Arabia Saudita, Emirati e Bahrein per costruire un patto militare contro l’Iran, una sorta di “Nato” del Medio Oriente.
Occorre ricordare che il Qatar, insieme alla Turchia, erano stati tra i più decisi accusatori sul ruolo del principe ereditario saudita nell’omicidio del giornalista Kashoggi legato al network dei Fratelli Musulmani.
L’amministrazione Trump aveva operato per rimuovere l’embargo delle petromonarchie guidato da Riad e Abu Dhabi fino a raggiungere un accordo con Doha per porre fine all’embargo diplomatico ed economico che per oltre tre anni ha diviso i paesi del Golfo.
Il leader del Qatar, nella telefonata con Bin Salman ha ribadito l’importanza del rispetto della sovranità dell’Arabia Saudita e della sua stabilità, considerata “parte integrante” della sicurezza sia del Qatar che del Consiglio di Cooperazione del Golfo.
Infine, sulla geometria delle alleanze regionali pesa anche la volontà fin qui dichiarata da Washington di rientrare nell’accordo sul nucleare iraniano e ad avviare una sorta di dialogo con Teheran. Una scelta che sta fortemente preoccupando sia gli alleati storici che i nuovi un tempo rivali.
Infatti anche Israele, che formalmente non ancora ha rapporti ufficiali con l’Arabia Saudita, teme l’indebolimento della monarchia saudita e le sue conseguenze per la propria stabilità.
Secondo la BBC, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman non era la scelta preferita da Washington per diventare il prossimo re. Per quel ruolo gli Usa vedevano meglio il principe Mohammed bin Nayef, anche lui in fila per il trono saudita fino a quando Bin Salman non lo ha rimosso nel 2017. Bin Nayef, come è noto, è ora agli arresti, accusato di corruzione e complotto contro il principe ereditario, cosa che la sua famiglia nega.
Secondo Aaron David Miller e Richard Sokolsky, analisti per conto dell'autorevole rivista Politico, Biden non è interessato a modificare radicalmente le relazioni con Arabia Saudita e Israele. Ma “sta cercando di riequilibrare le misure con le leadership israeliana e saudita, ripristinare il rispetto israeliano e saudita per gli interessi statunitensi assenti durante gli anni di Trump e segnalare a Netanyahu e Bin Salman – che ora si stanno chiedendo dove si trovano tra le priorità di Biden – che non sono più al centro del mondo americano e dovrebbero riflettere molto attentamente prima di intraprendere azioni che possano minare gli interessi degli Stati Uniti”.
“Non siamo ancora arrivati a un Medio Oriente postamericano” – scrive Pierre Haski su France Inter/Internazionale – “ma trasformando la vicenda Khashoggi in una vicenda in cui al centro c’è il principe, Biden ha prodotto un’onda d’urto dalle conseguenze incalcolabili. È un piano audace e rischioso”.
Israele, con l’Accordo di Abramo, fortemente voluto da Trump e Netanyahu, è riuscita a normalizzare le relazioni con Emirati, Bahrein e altri Paesi arabi, tra cui Marocco e Sudan, ed avrebbe avviato trattative per stabilire un’alleanza per la sicurezza regionale a cui parteciperebbe anche l’Arabia Saudita.
L’indiscrezione è stata pubblicata dall’emittente israeliana i24 news lo scorso 25 febbraio, cioè il giorno prima dalla diffusione del rapporto dell’intelligence Usa contro Mohammed bin Salman, e in occasione della importante fiera militare International Defence Exhibition (Idex) di Abu Dhabi, che ha visto per la prima volta la partecipazione dello Stato di Israele.
Ma che la situazione nell’area si sia sempre a rischio escalation lo dimostra quanto avvenuto alla fine della scorsa settimana, quando la nave cargo Helios Ray, di proprietà della società di Tel Aviv Ray Shipping, che navigava nel Golfo di Oman ha subito un’esplosione tra giovedì e venerdì mattina.
L’esplosione ha causato due falle del diametro di circa 1,5 metri sopra la linea di galleggiamento su entrambi i lati dello scafo. Non vi sono feriti, ma la nave è dovuta approdare a Dubai poiché non era in condizioni di proseguire la navigazione.
Fonte
28/02/2021
Il principe saudita Bin Salman mandante dell’omicidio Kashoggi. Ci sono domande?
Il principe saudita Mohammed bin Salman, il giovane uomo forte della petromonarchia e principe ereditario dell’Arabia Saudita, diede il via libera all’operazione che portò nel 2018 al brutale assassinio del giornalista Jamal Khashoggi a Instanbul.
È questa la conclusione, scritta nero su bianco, contenuta nel rapporto dell’Ufficio del Direttore Nazionale dell’Intelligence americana, che coordina le agenzie dei servizi segreti statunitensi.
Questo rapporto era pronto da tempo ma finora era rimasto segreto per opportunità politiche nell’alleanza tra Usa e Arabia Saudita. In realtà alcune delle sue conclusioni erano già state fatte filtrare all’esterno – pare – proprio da parte della Cia.
Le quattro pagine del rapporto dell’intelligence Usa rese pubbliche omettono molte informazioni, rimaste comunque top secret. Ma il rapporto giunge alla conclusione che inchioda le responsabilità del principe saudita Bin Salman per il suo noto e fortissimo controllo proprio degli apparati di sicurezza responsabili del delitto.
Risultano infatti coinvolti nell’operazione anche uno stretto consigliere del principe e i membri della sua squadra personale di sicurezza. Secondo il rapporto l’indicazione di Bin Sallman ai suoi uomini era quella della cattura o dell’uccisione del dissidente.
“Valutiamo che il principe ereditario Mohammed bin Salman approvò una operazione a Istanbul, in Turchia, per catturare o uccidere il giornalista saudita Jamal Khashoggi”, si legge nel rapporto reso pubblico da Avril Haines, direttore nazionale dell’intelligence dell’amministrazione Biden.
Il documento afferma inoltre che il leader saudita non si è limitato a prendere di mira Khashoggi: “Ha sostenuto il ricorso a misure violente per zittire dissidenti all’estero, compreso Khashoggi”.
La decisione di rendere pubblico il rapporto che inchioda il principe Bin Salman come mandante dell’omicidio Kashoggi, va interpretata con attenzione.
Com’è noto, storicamente Washington affianca e sostiene l’alleato saudita, sia per i comuni interessi nel mercato petrolifero, sia per le ingenti forniture di armi e protezione strategica che gli Usa assicurano da sempre a Riad.
Inoltre Washington punta molto sull’Arabia Saudita in funzione anti-Iran e per il lavoro sporco che spesso i sauditi hanno fatto per conto degli Usa in giro per il mondo (Afghanistan, Bosnia, Kosovo, Cecenia, Siria).
Questo tipo di relazioni erano diventate ancora più strette durante l’amministrazione Trump che aveva innalzato l’Arabia Saudita a leader regionale e del mondo islamico e decisivo alleato statunitense. Anche Trump, come Obama, aveva sostenuto le operazioni militari saudite nello Yemen in chiave anti-iraniana.
Biden sembra, per ora, introdurre una diversa variante. Ha cominciato con lo stop al sostegno alla guerra saudita nello Yemen ed ora mette sulla graticola l’attuale uomo forte e capo di fatto del regime saudita, ossia un giovane principe rampante. Anche se, occorre dire, non lo ha ancora messo nella “lista nera” delle persone sanzionabili. In compenso ci sono qualche decina di funzionari sauditi.
Il parziale sganciamento da parte degli Usa sta forse proprio in questa caratteristica. A Washington preferiscono da sempre che un paese come l’Arabia Saudita sia nelle mani di persone mediocri e manipolabili e non di giovani ambiziosi.
In fondo, il contesto in cui sono maturati gli attentati dell’11 settembre, era proprio questo. Le aspirazioni frustrate dei giovani rampanti della classe dirigente di quella petromonarchia, avevano minato le basi di una alleanza fondata sulla totale subalternità.
P.S.: Sulla vicenda stiamo ancora aspettando qualche parola chiara di qualcuno che in Italia è abituato a straparlare e lo ha fatto anche nel salotto del principe Bin Salman: Matteo Renzi.
Fonte
29/08/2020
Arabia Saudita - bin Salman frena la normalizzazione con Israele
Inebriato dall’accordo di normalizzazione tra Israele ed Emirati, Donald Trump qualche giorno fa ha detto di aspettarsi che anche l’Arabia Saudita stabilisca al più presto rapporti con lo Stato ebraico. Un auspicio fondato su elementi concreti. La Casa Bianca ha lavorato per mesi a un exploit diplomatico in Medio Oriente per poterlo sfruttare nella campagna per le presidenziali. E inoltre Riyadh è stata, da quando Trump è presidente, la capitale che più di ogni altra nel Golfo ha stretto dietro le quinte i rapporti con Israele. Lo spregiudicato, a dir poco, principe ereditario Mohammed bin Salman (Mbs) non ha esitato ad addossare ai palestinesi sotto occupazione militare israeliana la responsabilità del mancato accordo con Tel Aviv. Eppure, giunti al dunque, l’Arabia Saudita ha applaudito senza entusiasmo alla normalizzazione tra Israele ed Emirati e ha invocato la creazione di uno Stato palestinese.
Gli analisti ragionano sui motivi di questa frenata e della inedita fiammata panarabista che avvolge i palazzi della dinastia Saud. Qualcosa si è incrinato. Lo indica anche lo scoop che avrebbe messo a segno l’autorevole portale d’informazione Middle East Eye. Mohammed bin Salman, scriveva ieri Mee, ha annullato una visita a Washington la prossima settimana che prevedeva il suo incontro con il primo ministro israeliano Netanyahu. Un faccia a faccia fissato per il 31 agosto finalizzato non a un annuncio di normalizzazione tra Arabia Saudita e Israele bensì ad una stretta di mano tra Mbs e Netanyahu davanti alle telecamere di tutto il mondo, simile a quella che si diedero nel 1978 il presidente egiziano Sadat e il primo ministro israeliano Begin a Camp David. Ne avrebbe tratto giovamento l’accordo tra Emirati e Israele. E l’erede al trono saudita sarebbe apparso come un «pacificatore» e non lo spietato mandante dell’assassinio del giornalista dissidente Jamal Khashoggi e il brutale repressore degli oppositori e delle ambizioni di cugini e zii che non ha esitato a rinchiudere per settimane nella prigione di lusso del Ritz-Carlton Hotel. Quando sembrava tutto fatto, scrive Mee, Mbs si è tirato indietro temendo che la notizia fosse trapelata e che la sua presenza nella capitale Usa si sarebbe trasformata in un “incubo”. Per l’Amministrazione è stata una doccia gelata, che fa il paio con la cautela che altre monarchie del Golfo manifestano nei confronti della normalizzazione con Israele. Si erano fatto i nomi di Bahrain, Oman e Sudan pronti ad aprire le braccia a Netanyahu, ma gli annunci ancora non arrivano.
La brusca frenata all’ultima curva pare sia frutto della diversità di opinioni emerse nell’establishment reale saudita nei confronti del piano Trump, del progetto di annessione a Israele di porzioni di Cisgiordania palestinese e sull’opportunità di avviare in questa fase relazioni piene con Israele, solo per favorire la campagna elettorale di Trump. Anche a Riyadh leggono i sondaggi e al momento il Democratico Joe Biden ha le carte in regola per buttare il presidente in carica fuori dalla Casa Bianca. Al rampollo reale saudita perciò è stato suggerito di far uso di prudenza e di non mostrarsi troppo compiacente con Trump, forse destinato ad uscire di scena tra qualche mese. Riyadh inoltre ha capito che lo stop al piano di annessione di Israele sbandierato dagli Emirati per giustificare l’intesa con Netanyahu, in realtà è solo sospeso e il premier israeliano coglierà l’occasione propizia per rilanciarlo.
Conta anche l’orgoglio ferito dei sauditi che non hanno gradito di essere stati lasciati all’oscuro (o quasi) delle intenzioni degli Emirati e della mediazione Usa. Venerdì su Asharq Al-Awsat, il principe Turki al-Faisal ha spiegato che Riyadh non è stata informata in anticipo dell’accordo. «Gli Emirati ci hanno sorpreso accettando un accordo con Stati Uniti e Israele», ha scritto escludendo poi una normalizzazione delle relazioni con Israele prima della creazione di uno Stato palestinese con Gerusalemme come capitale. E i media sauditi, da anni compiacenti con Israele, in questa occasione parlano di «normalizzazione in cambio di nulla» e che l’unico vincitore è Benyamin Netanyahu.
Fonte
28/05/2020
“Mai sprecare una crisi”: la finanza saudita come arma di distruzione di massa
Per avere un’idea di questa escalation basti pensare che il fondo di investimento sovrano di maggior valore si aggira all’incirca su 1000 miliardi di dollari statunitensi!
Come riporta l’inchiesta del Financial Times che abbiamo qui tradotto: “dopo essere diventato presidente del PIF – due mesi dopo che suo padre, il re Salman, è salito al trono nel gennaio 2015 – il principe Mohammed ha designato il fondo come il veicolo per guidare il suo piano di riforme economiche Vision 2030. Il giovane reale ha nominato persone molto vicino a lui nel consiglio di amministrazione ed è ora la forza dominante nell’economia. Ora impiega più di 700 persone e quest’anno vuole aumentare la sua esposizione internazionale al 25% delle sue attività gestite”.
Nel 2015 ne viene affidata la “direzione” a Yasir al-Rumayyan, ex Ceo della banca d’investimento saudita Saudi Foreign Sea Capital – che diverrà poi anche una figura chiave nella compagnia petrolifera saudita Aramco. Ma i suoi ruoli non si esauriscono qui.
“Rumayyan” scrivono Andrew England e Arrash Massoudi, “che alcuni analisti considerano uno degli ‘yes man’ del principe ereditario e la cui influenza è aumentata vertiginosamente con il PIF, presiede anche l’Aramco saudita, e siede in vari consigli tra cui SoftBank e Uber ed è destinato a diventare presidente del Newcastle United”.
Vision di Softbank si occupa di finanziare le imprese tecnologiche prima che vengano quotate; di Uber non pensiamo ci sia molto da dire...
L’acquisto della squadra della Premier League è uno dei passi nel business dello sport, turismo ed intrattenimento in cui il regno saudita aveva investito massicciamente come riporta estesamente tra l’altro il New York Times. Lo stesso al-Rumayyan è uno degli alfieri dell’entrata nell’Arabia Saudita nel circuito internazionale golfistico...
Performance sportive a parte, il “portfolio” di questo fondo si è arricchito in questo periodo pandemico, ed è destinato a crescere con la seguente filosofia di base: si compra a poco, perché le aziende sotto-valutate hanno disperato bisogno di capitale, se ne determinano le strategie acquisendo ruoli dirigenziali, si guadagnerà poi soprattutto se questi investimenti non sono fatti solo una logica “short-term”, avvengono in settori strategici, e pongono le basi per la diversificazione economica saudita.
Va da sé che tale strategia aumenta il potere politico saudita nei confronti di quegli Stati che vedono “salvare” importanti pezzi della propria economia – Boeing, Carnival, Disney, riferendosi in parte e solo agli Stati Uniti – e quindi che saranno più proni ad allinearsi agli interessi sauditi in politica estera: Iran, Yemen, Africa orientale per esempio.
Nel David Rubenstein Show di Bloomberg, Rumayvan cita un dialogo sulle scelte da effettuare rispetto agli investimenti, in periodo pre-pandemico: intelligenza artificiale, robotica, internet delle cose... cioè il futuro come affrma esplicitamente.
E l’apertura di una nelle città finanziarie “mondiali”, a cominciare da New York, è un altro passo in avanti di questa diplomazia finanziaria che galleggia nel petrolio, ma anche in Asia: Cina, Honk Kong e Singapore sono tra le opzioni che il Fondo sta vagliando.
L’economia saudita dipende ancora fortemente dal petrolio e dalle oscillazioni del suo prezzo, basti considerare che nel primo quarto di quest’anno la Aramco ha perso un quarto dei ricavi rispetto allo scorso anno: 51,4 miliardi di dollari contro i 63,2 dello scorso anno, e gli scenari non sono rosei per il futuro anche se la nuova “guerra del petrolio” sembra per ora in parte accantonata.
Per affrontare la crisi economica sono state previste misure che andranno ad impattare i sudditi meno garantiti del Regno, in un ridisegno complessivo del welfare del paese, mentre si procede con una politica finanziaria aggressiva all’estero sullo sfondo di una lotta di potere assai feroce, che stride con l’immagine di “apertura” e “riformista” che vorrebbe diffondere di sé il Regno.
Se i progetti più ambiziosi di “Vision 2030” – i Giga projects – sono stati “posticipati”, la finanza saudita è una specie di “arma di distruzione di massa” economica e di allineamento politico in mano al Regno, come dice un esperto del settore: “Gli investitori vogliono che qualcuno porti soldi. Se questa gente porta i contanti quando nessun altro lo fa, allora questa gente è fantastica”.
Se si vuole capire qualcosa del funzionamento di questo mondo, basta seguire una semplice regola: follow the money, ed anche i peggior satrapi diventeranno liberali dotati di un certo appeal, la “sovranità economica” andrà a farsi benedire, così come l’indipendenza politica e la serietà giornalistica dei grandi gruppi editoriali, già di per sé piuttosto scarsa.
Dentro lo scenario mutevole che si è aperto, la crisi è una opportunità di ridefinizione dei rapporti di forza a livello mondiale e di inasprimento dei rapporti sociali che stanno alla base di questo sistema. Se non ne prendiamo velocemente coscienza, tutto sarà molto peggio di prima e questo ne è un esempio lampante.
“Il PIF ha inoltre investito in circa 20 società blue-chip statunitensi ed europee, come BP, Royal Dutch Shell, Total, Boeing, Citigroup, Disney e Facebook, acquisendo quote più piccole, del valore di circa $ 7,7 miliardi nei primi tre mesi dell’anno. E questi sono solo gli investimenti resi pubblici”.
Quelli resi pubblici... perché “l’opacità” è una delle principali caratteristiche attorno al “Trono di Spade”.
Buona lettura
“Voi non vorreste sprecare una crisi. Quindi noi stiamo sicuramente esaminando tutte le opportunità.”
Questo è stato il messaggio di Yasir al-Rumayyan, governatore del fondo sovrano dell’Arabia Saudita, mentre oltre 2.000 banchieri e dirigenti erano connessi ad una conferenza virtuale in aprile. E non erano frasi fatte.
Il fondo di investimento pubblico (PİF) da 325 miliardi di dollari non ha mai nascosto le sue ambizioni da quando è finito sotto la guida del principe ereditario Mohammed Bin Salman cinque anni fa: si vanta di voler diventare l'”investitore di maggiore impatto” nel mondo e il più grande fondo sovrano.
Mentre la pandemia di coronavirus scatena una carneficina economica in tutto il mondo, il PIF ha accelerato per diventare il veicolo di investimento sovrano più attivo pubblicamente alla ricerca sfacciata di affari in mezzo al panico.
Tre giorni dopo la conferenza, una comunicazione dell’autorità di regolamentazione finanziaria americana ha rivelato che il fondo aveva effettuato una delle sue maggiori scommesse su una società colpita dalla crisi globale. Si è accaparrato una quota pari al 5,7 per cento delle azioni, del valore di circa $ 500 milioni, della Live Nation, una società di intrattenimento con sede negli Stati Uniti.
Tre settimane prima, quando l’industria navale stava affondando, si era fiondato sulla preda per costruire quella che oggi è una partecipazione del 7,3 per cento in Carnival, diventando il secondo azionista del più grande operatore di crociere al mondo.
Il PIF ha inoltre investito in circa 20 società blue-chip statunitensi ed europee, come BP, Royal Dutch Shell, Total, Boeing, Citigroup, Disney e Facebook, acquisendo quote più piccole del valore di circa $ 7,7 miliardi nei primi tre mesi dell’anno. E questi sono solo gli investimenti resi pubblici.
Dall’altra parte, ha guidato un gruppo di investitori che ha accettato di acquistare il Newcastle United, la squadra di calcio inglese, per £ 300 milioni. “Sono molto coinvolti con gli investitori. Vedono molte opportunità, un forte bisogno di capitale che darà loro accesso alle società quotate”, afferma un banchiere sr. con sede a Londra. “Affari affrettati o perfettamente in tempo? Non lo sapremo per altri tre anni”.
PIF afferma che “sta identificando le opportunità di investimento in società solide con prospettive forti, a lungo termine, che prevediamo saranno leader del settore quando l’attività economica globale inizierà ad avvicinarsi ai livelli pre-pandemia”.
Ma questa raffica di attività ha portato a un maggiore controllo su un neofita del mondo degli investimenti globali, che è in prima linea nei piani audaci del principe Mohammed di modernizzare l’Arabia Saudita e ridurre la dipendenza del regno dal petrolio. PIF è stata fonte di controversie per diversi anni. Il suo rapporto con il principe ereditario ha significato essere sottoposti ad inchiesta anche per l’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi da parte di agenti sauditi nel 2018. Il PIF è entrato in crisi con una serie di investimenti diversificati.
I critici temono che sia diventato lo strumento personale del principe Mohammed, uno stato all’interno dello stato che minaccia di saturare il settore privato in casa – dove sta perseguendo progetti da miliardi di dollari che rischiano di diventare cattedrali nel deserto – anche se fa enormi scommesse all’estero. I suoi sostenitori ritengono che il suo ruolo sia vitale per l’incubazione e lo sviluppo di nuove industrie per stimolare la diversificazione dell’economia.
Ora che sta scialacquando denaro nei mercati esteri, in un momento in cui Riyadh è alle prese con la sua peggiore crisi economica degli ultimi decenni, ci sono domande da porsi sulle sue attività. È un’opportunità o strategia? Perché investire nelle compagnie petrolifere quando il suo mandato è diversificare l’economia? Non dovrebbe dare la priorità al sostegno dell’economia domestica in difficoltà?
“C’è una discrepanza tra la terribile situazione fiscale nazionale e i continui investimenti esteri del fondo”, afferma John Sfakianakis, un esperto del Golfo all’università di Cambridge. “E questo complica la ripresa economica a causa del fatto che le fonti di finanziamento sono finite”.
Colpito da una combinazione di coronavirus e crollo dei prezzi del greggio, Riyadh sta tagliando la spesa pubblica, aumentando il debito e imponendo misure di austerità dolorose, inclusa la triplicazione dell’IVA al 15%. Sebbene il principale esportatore di petrolio al mondo abbia riserve estere di $ 470 miliardi, deve preservare la maggior parte di quei fondi per evitare speculazioni sul differenziale fra dollaro e il riyal.
Anche altri fondi di investimento del Golfo, tra cui Mubadala di Abu Dhabi e l’Autorità per gli investimenti in Qatar, stanno anche cercando attività in difficoltà a un prezzo ridotto, come hanno fatto durante la crisi finanziaria del 2008-09. Ma sia Abu Dhabi, capitale degli Emirati Arabi Uniti, sia il Qatar hanno popolazioni più piccole, registri più lunghi di investimenti attivi e sono più ricchi in termini pro capite.
“Il grande uomo [il Principe Mohammed] deve fare attenzione a ciò che spende. L’opinione pubblica starà a guardare “, afferma un banchiere sr. con base nel Golfo che aggiunge che i cittadini sauditi non apprezzeranno “i salari dei calciatori milionari pagati dall’IVA sui generi alimentari“.
Tuttavia, Rumayyan, uno dei più stretti confidenti del principe Mohammed e capo del PIF dal 2015, ritiene che questo sia il momento per il fondo di espandere il suo portafoglio mentre si sforza di aumentare le sue risorse fino a 2 mila miliardi di dollari entro il 2030.
“Se si guarda a diversi settori, come le compagnie aeree, il petrolio e il gas, l’intrattenimento, sono tutti in crisi per il blocco dell’economia”, ha dichiarato Rumayyan alla conferenza di aprile. “Quindi pensiamo che una volta che l’economia si aprirà vedremo molti ritorni.”
Alcuni banchieri ed economisti sostengono che è possibile ritenere buoni gli investimenti in Carnival e Live Nation, poiché entrambi si adattano all’obiettivo del principe Mohammed di sviluppare intrattenimento e turismo. I fondi sovrani nella regione, in particolare Mubadala, hanno precedentemente acquistato partecipazioni in società in parte per utilizzare la loro leva finanziaria per attirare progetti e joint venture sui rispettivi mercati nazionali.
Un analista saudita vicino alla corte reale afferma che PIF in precedenza aveva cercato ma ha fatto fatica a trovare una compagnia di navi da crociera per il Mar Rosso, dove il fondo prevede di sviluppare un progetto turistico di alto livello e Neom, una città futuristica da $ 500 miliardi. In seguito, ha preso in considerazione la costituzione di una propria società, ma ha deciso di non farlo dopo che ci si è resi conto del costo.
“Quando il prezzo di Carnival è crollato, la sensazione è che lo stessero acquistando con un fortissimo sconto, se saranno in grado di usare bene la Carnival, i prezzi saliranno, e alla fine anche il mercato si adeguerà”, dice l’analista. “Sulle compagnie petrolifere, fra gli operatori c’è la sensazione che il prezzo non rimarrà dove si trova e che si tratta di società sottovalutate, quindi si tratta di un investimento tattico a breve termine”.
Altri la vedono come una scommessa su un futuro incerto. “Carnival è al completo [per il 2021], ma se le navi Carnival possono imbarcare passeggeri solo per il 30% della capacità o non avremo ancora un vaccino significativo nei prossimi 12 mesi, non riesco a immaginare una ripresa nel settore “dice un dirigente vicino al governo saudita.
Cinque anni fa, pochi al di fuori del regno erano a conoscenza del PIF. Istituito nel 1971 per finanziare progetti nazionali e fungere da “custode” delle partecipazioni del governo nelle società, tra cui Sabic, il gruppo petrolchimico e Saudi Telecom, PIF contava circa 40 dipendenti ed era in gran parte inattivo.
Dopo essere diventato presidente del PIF – due mesi dopo che suo padre, il re Salman, è salito al trono nel gennaio 2015 – il principe Mohammed ha designato il fondo come il veicolo per guidare il suo piano di riforme economiche Vision 2030. Il giovane reale ha nominato delle persone molto vicino a lui nel consiglio di amministrazione ed è ora la forza dominante nell’economia. Il fondo impiega più di 700 persone e quest’anno vuole aumentare la sua esposizione internazionale al 25% delle sue attività gestite.
“Non è una decisione di Yasir, è il principe ereditario che pesca sul fondo”, afferma un investitore che ha lavorato a stretto contatto con il PIF. “Finirà in lacrime come tutto ciò che hanno toccato”, alludendo agli scarsi risultati di alcuni dei suoi investimenti precedenti, come i 400 milioni di dollari che ha scommesso su Magic Leap.
PIF ha fatto la sua prima uscita significativa all’estero nell’estate del 2016 quando ha investito $ 3,5 miliardi in Uber con una valutazione di $ 62,5 miliardi, il suo più grande investimento singolo in una società privata. Pochi mesi dopo, ha accettato di diventare il principale investitore del fondo Vision di SoftBank da $ 100 miliardi, impegnando $ 45 miliardi nel più grande fondo privato del suo genere mai creato.
Uber è entrato in borsa lo scorso anno, ma le sue azioni sono quotate al di sotto del prezzo di offerta iniziale con una valutazione inferiore al livello dell’investimento saudita. Il fondo Vision, che investe principalmente in aziende tecnologiche prima che vengano quotate, la scorsa settimana ha riferito di aver perso $ 17,7 miliardi alla fine di marzo in un anno fiscale. Il fondo ha svalutato il valore di 47 delle sue 88 partecipazioni, inclusi WeWork e Uber.
PIF ha anche promesso di corrispondere fino a $ 20 miliardi di fondi raccolti e gestiti da Blackstone per investire in progetti infrastrutturali. Quel fondo ha raggiunto la dimensione di $ 14 miliardi e alla fine di marzo aveva un tasso di rendimento interno del -18%, secondo i documenti di Blackstone.
Quando gli è stato chiesto di quegli investimenti in un’intervista al David Rubenstein Show di marzo, Rumayyan ha dichiarato che l’accordo con Uber è arrivato dopo aver usato la “fantastica app” della compagnia.
Per il fondo Vision si è alluso al forte rapporto tra il Principe Mohammed e Masayoshi Son, fondatore di SoftBank.
“Ricordo di essermi messo un paio di volte, seduto con il principe ereditario, tentando di stabilire una strategia: in cosa esattamente avremmo voluto investire, ovviamente è il futuro... intelligenza artificiale, robotica“, ha dichiarato Rumayyan. “Quando ho incontrato Masa Son per la prima volta parlava esattamente delle stesse cose... quindi la stessa lunghezza d’onda è ciò che ci ha spinto ad avere questa mega partnership con SoftBank.”
Un ex dipendente senior del PIF afferma che c’era una “accordo tacito” secondo cui il signor Son sarebbe stato un “raccoglitore di fondi” per i mega-progetti del PIF, in particolare Neom, lo sviluppo principale del principe Mohammed. L’idea, dice, era di utilizzare l’investimento del fondo Vision per attirare la tecnologia nel regno.
PIF afferma di essere un investitore a lungo termine “paziente” e le sue decisioni sono “guidate e riviste” da cinque comitati di livello dirigenziale incentrati su investimenti, rischio e liquidità, nonché sulla rappresentanza del fondo nelle società che possiede. Alla fine del 2019, il suo rendimento totale per gli azionisti era circa il doppio del tasso target del 4-5 per cento all’anno – un punto di riferimento stabilito nel 2016, afferma.
Si prevede che PIF aumenterà le sue risorse fino a $ 400 miliardi entro la fine del 2020 e prevede di aprire un ufficio a New York quest’anno, seguito da altri a Londra e in Asia.
A livello nazionale, afferma di aver creato 87.000 posti di lavoro negli ultimi quattro anni e di aver creato 20 nuove aziende. Dice che ha una liquidità “ampia”, ma rimangono le domande su come intende finanziare i suoi piani grandiosi, che includono lo sviluppo di tre progetti giganti tra cui Neom.
Nell’ottobre 2018, il principe ereditario ha dichiarato che il PIF avrebbe ricevuto $ 100 miliardi da un’offerta pubblica iniziale fino al 5% della Saudi Aramco, la compagnia petrolifera statale. Ma quel listino è stato infine ridotto all’1,7 per cento, raccogliendo $ 29 miliardi. Prima dell’IPO, la corte reale ha ordinato ad Aramco di acquistare la partecipazione di PIF in Sabic in un affare da 69 miliardi di dollari che avrebbe dovuto essere completato nella prima metà del 2020. Ma i termini di tale transazione sono ora in fase di revisione, secondo le persone che hanno familiarità con la questione, dopo il crollo delle azioni di Sabic.
Altre fonti di finanziamento includono i trasferimenti di liquidità dal governo – che potrebbero diventare più difficili a causa del disavanzo di deficit di Riyad, in dividendi e prestiti. PIF ha preso in prestito $ 21 miliardi di prestiti bancari sindacati dal 2018. La scorsa settimana è stato costretto a negare che stava cercando un prestito di margine di $ 10 miliardi supportato da alcuni dei suoi investimenti del Fondo Vision.
“Il finanziamento è una sfida”, afferma un analista del Golfo. “Hanno ricevuto troppi compiti e sono stati distribuiti sparutamente perché non hanno il know how, la forza lavoro”.
Tra quelli sparsi c’è Rumayyan, che alcuni analisti considerano uno degli “yes man” del principe ereditario e la cui influenza è aumentata vertiginosamente con il PIF. Presiede anche l’Aramco saudita, e siede in vari consigli tra cui SoftBank e Uber ed è destinato a diventare presidente del Newcastle United.
Ma, afferma un ex dipendente del PIF, uno dei numerosi dipendenti internazionali che hanno lasciato il fondo l’anno scorso, molti fra coloro che hanno lasciato l’istituzione credono che sarebbe meglio avere una “gestione più solida”.
“L’esperienza che le persone hanno al livello apicale è molto limitata”, afferma. “Il processo decisionale è tutto nelle mani dei sauditi e gli espatriati sono coinvolti solo per presentare una parvenza di responsabilità e analisi”.
L’esecutivo vicino al governo afferma che la “competenza” c’è. Le banche stanno aiutando e “hanno partnership con società di private equity e società di gestione patrimoniale”. Ma aggiunge: “La domanda è il processo decisionale. Quando l’idea viene dal basso passa attraverso la giusta governance. Quando viene dall’alto, penso che a volte potrebbe saltare [il processo] “.
Per ora, il PIF rimane un veicolo di riferimento per i banchieri che si affrettano a cercare accordi mentre le aziende affamate di denaro cercano di raccogliere capitali.
“Gli investitori vogliono che qualcuno porti soldi. Se questa gente porta i contanti quando nessun altro lo fa, allora questa gente è fantastica”, afferma un banchiere internazionale. “Poi hai gli altri effetti, il lato PR delle cose, che hai visto con Newcastle. Inizierà ogni sorta di inchiesta, critiche e controlli, ma gli accordi saranno conclusi”.
L’articolo originale del “Financial Times” - “Never waste a crisis”: inside Suadi Arabia’s Shopping spree
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