Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
19/05/2026
Guerra all'Iran - Bombe ferme, trattativa in corso
Tornato da Pechino praticamente a mani vuote, senza aver ottenuto né in guerra né in diplomazia quella “vittoria” da sbandierare per uscire dall’angolo in cui si è chiuso con le sue mani, aveva di nuovo messo in piedi il format – a metà strada tra il mafioso e il western – “non c’è nulla da trattare, solo prendere o lasciare, altrimenti vi annientiamo”.
L’obbiettivo era esplicitamente Teheran, che prima, però, aveva infilato la proposta spiazzante sull’uranio arricchito in suo possesso, dichiarandosi disponibile a consegnarlo – sì – ma alla Russia, non agli Stati Uniti. E poi, davanti all’ukaze finale di Trump, aveva incaricato il presidente laico Massoud Pezeshkian di rispondere “trattare non significa arrendersi”.
A quel punto in tutto il mondo ci si metteva ad ascoltare il ticchettio dell’orologio in attesa dell’“inevitabile” nuovo attacco israelo-statunitense contro l’Iran. Anche i “mercati”, naturalmente, si erano disposti al peggio, con futures in calo su qualsiasi indice.
Poi nella serata di ieri (ora italiana) la retromarcia: “Ho dato ordine di sospendere l’attacco all’Iran perché ‘sono ora in corso seri negoziati’ che porteranno ad un accordo che risulterà pienamente accettabile per gli Stati Uniti d’America, così come per tutti i Paesi del Medio Oriente e oltre”.
Cosa era cambiato? Che i Paesi arabi del Golfo, i più penalizzati – dopo l’Iran – da una guerra che li aveva coinvolti direttamente bloccandone sia il commercio di petrolio e gas, sia la prospettive di diversificazione del business (il turismo a Dubai è ora azzerato), si erano finalmente fatti avanti per rompere lo schema “guerra o resa”.
L’Emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani, il Principe Ereditario dell’Arabia Saudita, Mohammed bin Salman Al Saud, e il Presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed Al Nahyan (il più anti-Teheran del mazzo) hanno chiesto agli Usa di fermarsi e sedersi al tavolo della mediazione, gestita ancora dal Pakistan. Sul piatto c’era infatti una possibile soluzione per evitare che l’Iran possa avere la bomba atomica e contemporaneamente evitare di consegnare al nemico il proprio programma nucleare.
Che qualcosa di importante stesse accadendo negli equilibri del Golfo Persico era apparso chiaro quando era stato reso noto che il Pakistan, in base all’accordo di reciproca difesa tra Islamabad e Riyadh, ha disposto l’invio di un contingente militare di circa 8.000 uomini e velivoli da combattimento in Arabia Saudita.
La mossa rivela certamente che Ryad è preoccupata per l’evolvere della situazione nel Golfo, dovendo scontare una grande ricchezza finanziaria derivante dal petrolio ma anche una forza militare piuttosto inefficiente (nonostante le grandi spese in armamenti, soprattutto statunitensi), tanto da perdere sostanzialmente la guerra durata quasi 10 anni contro gli Houthi.
L’accordo con il Pakistan, soprattutto, prevede una certa copertura anche nucleare. E nell’area l’unico paese dotato di atomiche è Israele, non l’Iran. D’altro canto se Islamabad è credibile come mediatore anche agli occhi di Teheran – i ministri degli esteri si sono incontrati più volte nelle scorse settimane – vuol dire che non risulta sdraiata su posizioni ostili o apertamente nemiche.
Anzi, riferiscono le agenzie locali, durante un incontro con il ministro pakistano Mohsin Naqvi, che si era recato in Iran per consultazioni, le due parti hanno discusso della cooperazione bilaterale tra Iran e Pakistan, anche nei settori della sicurezza e dell’economia. Hanno inoltre scambiato opinioni sugli ultimi sviluppi in materia di sicurezza regionale e sugli sforzi in corso volti a porre fine alla guerra di aggressione imposta dagli Stati Uniti e dal regime sionista all’Iran.
Dunque l’invio di soldati e aerei in Arabia Saudita ha quanto meno un significato di rafforzamento delle difese di Ryad in senso “onnilaterale”, e non pregiudizialmente o esclusivamente anti-iraniano.
Qualunque sia l’interpretazione, in ogni caso, il Pakistan ha assunto un peso specifico superiore nelle dinamiche del Golfo Persico. E gioca per sé, non “conto terzi”, vantando peraltro un ottimo e consolidato rapporto con Pechino.
Il che complica i calcoli di tutti gli altri protagonisti, statunitensi e israeliani in primis.
Dunque la richiesta di Qatar, Arabia ed Emirati di fermare un nuovo ciclo di bombardamenti – riassunta dai media nella formula “bisogna dare una possibilità ai negoziati perché se si colpisce l’Iran, tutti pagheremo il prezzo per questo” – non poteva essere ignorata con un’alzata di spalle.
Ovvia pure la postura muscolare con cui lo stop è stato annunciato: “Siamo pronti ad un assalto completo, su larga scala dell’Iran, con un attimo di preavviso, nel caso in cui non venga raggiunto un Accordo accettabile”. Ma di fatto, per ora, risuonano soltanto le parole, non le bombe.
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16/04/2026
Sánchez a Pechino chiede alla Cina di diventare il paciere mondiale
Sánchez era alla sua quarta visita di Stato in Cina in quattro anni. Un segnale chiaro sull’importanza che il Dragone riveste per l’economia di Madrid, ma in generale per tutte quelle dell’Unione Europea. Il viaggio del cancelliere Merz nel gigante asiatico di un paio di mesi fa è un’altra cartina tornasole dell’imprescindibilità di questo rapporto: il politico tedesco aveva dichiarato che separare l’economia del suo paese da quella cinese “sarebbe un errore” (vista anche al dipendenza sulle terre rare).
Dalla Tsinghua University, dove si è formato lo stesso Xi Jinping, Sánchez ha mandato un messaggio chiarissimo a Pechino, non privo del solito spirito di superiorità occidentale, e tuttavia onesto su chi sono i grandi attori in campo. “Abbiamo bisogno che la Cina si apra – ha detto il leader spagnolo – affinché l’Europa non debba chiudersi in se stessa”.
Ma a fare la guerra commerciale al Dragone è stata la UE, e difatti anche stavolta Sánchez torna a casa con 19 nuovi accordi bilaterali. C’è il tema dei 42 miliardi di deficit commerciale della Spagna con la Cina nel solo 2025, parte di un più grande deficit che preoccupa l’intera UE.
Sul riequilibrio della bilancia commerciale Pechino si è sempre detta pronto a lavorare, sempre che ci sia correttezza nella controparte. E l’intesa su investimenti ad alta qualità dovrebbe garantire che i capitali cinesi in Spagna portino con sé trasferimenti di tecnologia, contratti per fornitori locali e nuovi posti di lavoro.
Non è, comunque, la questione economica che ha tenuto banco nell’incontro del primo ministro spagnolo con Xi Jinping. “Per la prima volta nella storia contemporanea, il progresso sta germogliando simultaneamente in molte parti del mondo”, ha detto Sánchez. “Questa multipolarità non è un’ipotesi o un desiderio; è la nuova realtà in cui vive il mondo”.
Il politico di Madrid lo dice chiaro e tondo: siamo in una fase multipolare. E aggiunge pure che, in questo multipolarismo, la Cina è l’attore dirimente. “La Cina fa molto, e lo apprezziamo, ma può fare di più chiedendo il rispetto del diritto internazionale e la fine dei conflitti”, ha detto Sánchez.
Anche se va notato il solito atteggiamento occidentale di chi insegna agli altri a promuovere quello che gli europei ignorano a seconda delle convenienze, in questa occasione la frase ha assunto più i tratti di una supplica che di uno strumento di pressione. Il primo ministro spagnolo ha affermato che “è molto difficile incontrare altri interlocutori che possano sbrogliare questa situazione provocata in Iran e nello Stretto di Hormuz più della Cina”.
È un riconoscimento significativo, ovvero il fatto che, di fronte all’aggressione statunitense e israeliana, l’unico paese che ha il “capitale” (non solo economico, ma anche diplomatico) per porsi come mediatore di pace sia il Dragone. Davanti a studenti e docenti della Tsinghua, Sánchez aveva parlato di questo “potere” anche in relazione ai conflitti in Libano, in Palestina e in Ucraina.
Si tratta di una mano tesa (e bisognosa) da parte di Madrid, in un certo senso portavoce informale della UE (che non a caso ha mandato il suo capo di governo più “progressista” e che ha ingaggiato un significativo braccio di ferro con Donald Trump), affinché Pechino sia disposta a ragionare su come rilanciare un multilateralismo che ponga dei freni agli USA, innanzitutto al “bastone” che stanno usando innanzitutto con i propri “alleati/vassalli”.
Secondo Sánchez la Cina può svolgere un ruolo fondamentale nella lotta alle disuguaglianze e al cambiamento climatico, nonché sui principali dossier riguardanti l’architettura di sicurezza e cooperazione internazionale, “soprattutto ora che gli Stati Uniti hanno deciso di ritirarsi da molti di questi fronti”, ha detto senza peli sulla lingua.
“È negli interessi di Spagna e Europa che il sistema multipolare venga rispettato”, ha detto il politico spagnolo. “Non abbiamo nessun problema a stare dal lato giusto della storia”, e Xi Jinping ha rimarcato che Madrid (non tutta l’Europa) è davvero dalla parte giusta della storia, chiedendo a Sánchez di “difendere insieme un autentico multilateralismo e salvaguardare la pace e lo sviluppo nel mondo”.
Riguardo alle Nazioni Unite nello specifico, il primo ministro spagnolo ha detto che “l’Occidente deve rinunciare ad alcune delle sue quote di rappresentanza”, e bisogna fare in modo che si rafforzi l’Assemblea Generale e il Consiglio di Sicurezza sia più rappresentativo e più democratico. Temi su cui la Cina, pur tutelando i suoi interessi, non si è mai detta indisponibile a discutere.
La visita di Sánchez rappresenta, una volta tanto, una dimostrazione da parte dei politici europei di avere bene in mente il proprio posto nel mondo, e quello che ha Pechino. La strumentalità, tuttavia, è evidente, e la Cina non ci casca. Bisognerà vedere fino a dove una possibile intesa potrebbe arrivare, sapendo che la UE non sarà mai disposta a rinunciare al proprio ruolo privilegiato negli affari mondiali.
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15/04/2026
Ritorno a Islamabad
Ieri sera, infatti, il puttaniere pedofilo insediato alla Casa Bianca ha rilasciato a Fox News l’atteso messaggio ottimistico: “la guerra è vicina alla fine” e “i colloqui con l’Iran riprenderanno entro un paio di giorni in Pakistan”. Per mantenere la suspence e non sembrare troppo arrendevole ha deciso di non prorogare la sospensione delle sanzioni per il petrolio iraniano già caricato su nave.
Le borse asiatiche, però, hanno capito il gioco e si sono mosse pochissimo. La credibilità della leadership Usa dev’essere veramente ridotta al minimo...
Sul terreno, o meglio in acqua, tutto resta abbastanza calmo. Gli Usa rivendicano di aver fermato sei navi che provavano a transitare per lo Stretto di Hormuz, ma cinque ci sono riuscite senza problemi. Il “doppio blocco” – sia iraniano sulle navi di paesi ostili, sia statunitense sulle altre – presenta insomma smagliature, probabilmente contrattate, in attesa degli sviluppi diplomatici.
A Washington arrivano solo messaggi “pacifisti”, del resto. L’Arabia Saudita starebbe facendo pressione, secondo molti media economici, per farla finita temendo che – in risposta alla mossa di Trump – l’Iran possa interrompere altre rotte.
Le sue esportazioni di petrolio sono appena tornate al livello prebellico (circa sette milioni di barili al giorno), facendo passare il suo greggio, prevalentemente destinato all’Asia, nel deserto in direzione Mar Rosso. Ma se gli Houthi dessero seguito alla minaccia di chiudere lo stretto di Bab al-Mandeb si ritornerebbe alla situazione di partenza.
Per il resto, è un bagno di sangue nei rapporti internazionali. Una valanga di alleati e di servi è stata obbligata a criticare gli Usa per l’imbarazzante attacco al Papa, cosa che persino Hitler aveva evitato di fare, ai tempi, seguendo i consigli di quell’anima nera di Goebbels, preoccupato che i cattolici tedeschi potessero prenderla male.
Al contrario, Pechino sembra diventata la nuova sede di una Onu informale ma decisamente più efficace. Stanno correndo da Xi Jinping non solo i paesi arabi del Golfo, alla ricerca di una “superpotenza responsabile” che li aiuti a ritornare ad una certa normalità, ma anche vietnamiti, ovviamente i russi (il ministro degli esteri Lavrov) e persino europei (lo spagnolo Sanchez, ma prima era arrivato anche Macron). E la lista si allunga...
Del resto tutti sanno che l’iniziativa intrapresa dal Pakistan e stata fortemente caldeggiata da Pechino che, davanti al rischio di una escalation senza ritorno della guerra all’Iran, è scesa in campo con un proprio “piano” in quattro punti che sarà difficile ignorare, anche se appare come la presentazione di “principi generali”, più che di un dispositivo articolato.
In estrema sintesi, come riferisce il corrispondente de il manifesto, si tratta delle regole fondamentali violate sistematicamente da Usa e Israele negli ultimi decenni.
“Primo: attenersi alla coesistenza pacifica, perché i «vicini non possono essere spostati».È la cornice minima per gestire le relazioni internazionali, ma anche l’opposto di quanto fatto negli ultimi decenni dall’imperialismo euro-atlantico e dall’appendice sionista.
Secondo: rispettare sovranità nazionale e integrità territoriale, «così come la sicurezza di personale, strutture e istituzioni di tutti i paesi».
Terzo: adesione alla carta Onu, perché «non si può applicare il diritto internazionale solo quando conviene e abbandonarlo quando non conviene».
Quarto: coordinare sviluppo e sicurezza, perché «la sicurezza è la premessa dello sviluppo e lo sviluppo è la garanzia della sicurezza»”.
Difficile insomma che l’ombra di questo “piano” – e dei suoi autori – non aleggi sul nuovo appuntamento ad Islamabad. La stessa delegazione statunitense, peraltro guidata dal vicepresidente J.D. Vance, ha dovuto spiegare che la “differenza inconciliabile” con l’Iran sul programma nucleare si riduceva in fondo a una questione risolvibilissima: gli Usa chiedono una moratoria di venti anni sull’arricchimento dell’uranio, mentre Teheran contro propone uno stop di cinque anni.
Non sarebbe complicato trovare la via di mezzo, visto che i controlli e le garanzie sarebbero in ogni caso le stesse (con l’intervento dell’Aiea, come peraltro avveniva fin quando Trump, nel 2018, non disdettò l’accordo siglato da Obama e dai paesi europei).
Se il contenzioso tra Usa e Iran fosse davvero tutto qui, andare avanti con la guerra diventa ingiustificabile.
Il problema resta sempre Israele, che dopo aver visto in questa fase l’occasione per emergere come il padrone crudele del Medio Oriente, tramite la possibilità di azzerare l’asse della Resistenza, fondamentalmente sciita, non vuole rinunciare all’obbiettivo.
Ma chi troppo vuole rischia di stringere ben poco. Il tentativo di assorbire mezzo Libano sembra ormai alla portata – i colloqui sotto controllo Usa sono iniziati ieri – ma sullo sfondo è ormai emerso il secondo “antagonista strategico”, ovvero la Turchia. Che è anche membro importante della Nato (il secondo esercito, per dimensione, dopo quello Usa).
È chiaro insomma che o si disinnesca ora la bomba che Trump e Netanyahu (mezza America e tutta Israele) hanno piazzato nell’area più “sensibile” del Pianeta, oppure la corsa verso il baratro nucleare diventa velocissima.
Questo e non altro significa l’intervento degli “adulti”, ossia le “potenze responsabili” – Pechino, ma anche la Russia – nella possibile soluzione dell’aggressione all’Iran.
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13/03/2026
Cuba - Díaz-Canel apre al dialogo, ma senza piegarsi
In un mondo segnato da tensioni geopolitiche e da un crescente ritorno alla logica della forza, la decisione del presidente cubano Miguel Díaz-Canel (assunta in sintonia con il predecessore Raul Castro, protagonista accanto al fratello Fidel e a Che Guevara, della Rivoluzione che dà oltre 60 anni gli USA tentano di cancellare) di annunciare l’avvio di nuove conversazioni con gli Stati Uniti rappresenta un gesto politico di grande maturità e responsabilità storica.
Non un passo di debolezza, ma l’ennesima dimostrazione della solidità di una rivoluzione che da oltre sessant’anni difende la propria sovranità senza rinunciare al dialogo.
Il capo di Stato cubano ha comunicato che funzionari dell’isola hanno recentemente avviato contatti con rappresentanti del governo statunitense, con l’obiettivo di affrontare le divergenze bilaterali attraverso la via diplomatica. L’annuncio è avvenuto nella sede del Comitato Centrale del Partido Comunista de Cuba, davanti ai membri del Buró Politico, del Segretariato del Comitato Centrale e del Consiglio dei Ministri.
Nella sua conferenza stampa Díaz-Canel ha spiegato con chiarezza la linea dell’Avana: le conversazioni sono orientate a individuare e discutere i problemi che segnano le relazioni tra i due Paesi, nella prospettiva di creare spazi di comprensione e cooperazione. Non si tratta di illusioni diplomatiche, ma di un tentativo realistico di affrontare le contraddizioni che persistono tra Cuba e gli Stati Uniti.
Ciò che colpisce è il contesto politico in cui questa iniziativa prende forma. Cuba rimane sottoposta a un embargo economico che dura da oltre sessant’anni e che continua a pesare sulla vita quotidiana del popolo cubano. Nonostante questo assedio, la leadership dell’isola sceglie ancora una volta la strada del dialogo, dimostrando che la fermezza rivoluzionaria non è incompatibile con la ricerca della pace.
Il presidente cubano ha sottolineato che questi contatti si inseriscono nella linea storica della rivoluzione, guidata dal generale d’esercito Raúl Castro e sostenuta collegialmente dalle principali istituzioni del Partito, dello Stato e del Governo. È un elemento fondamentale: le decisioni che riguardano il futuro del Paese non sono frutto di improvvisazioni personali, ma di un processo collettivo che riflette la tradizione politica della rivoluzione cubana.
Questo metodo politico rappresenta una delle principali differenze tra Cuba e molte altre realtà del panorama internazionale. Mentre in molte capitali occidentali le scelte di politica estera oscillano secondo i cicli elettorali o le pressioni dei gruppi economici, a Cuba le decisioni strategiche maturano attraverso un confronto istituzionale che coinvolge le principali strutture del potere politico.
Il merito di Díaz-Canel è proprio quello di aver saputo continuare questa tradizione in una fase storica complessa. Succedere a leader della statura di Fidel Castro e di Raúl Castro non era una sfida semplice. Eppure il presidente cubano ha dimostrato di saper guidare il Paese mantenendo saldi i principi fondamentali della rivoluzione: indipendenza nazionale, dignità politica e difesa della giustizia sociale.
Aprire un dialogo con gli Stati Uniti non significa dimenticare la storia né ignorare le responsabilità di Washington. Significa, piuttosto, affermare che Cuba non teme il confronto e che la rivoluzione è abbastanza forte da sedersi al tavolo negoziale senza rinunciare alla propria identità.
La scelta di Díaz-Canel appare quindi come un atto di fiducia nella capacità del popolo cubano di continuare a costruire il proprio futuro con dignità. Non è un gesto di resa, ma l’espressione di una politica che unisce fermezza e realismo.
Se queste conversazioni riusciranno davvero a creare nuovi spazi di cooperazione, lo dirà il tempo. Ma già oggi emerge una verità politica importante: Cuba continua a difendere la propria sovranità senza chiudersi al dialogo.
Ed è proprio questa combinazione di dignità e apertura che dà valore alla leadership di Miguel Díaz-Canel. In un’epoca in cui la diplomazia sembra spesso sostituita dalla forza, la scelta di parlare invece di colpire rappresenta un segnale di civiltà politica. Un segnale che merita rispetto.
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08/02/2026
Primo round di dialogo tra USA e Iran, ma Washington prepara la guerra
Dialoghi, dunque, resi ancora più complessi da questo meccanismo, con delegazioni che vedono una presenza “strana” per il quadro di scambi diplomatici di questo tipo. Nella delegazione statunitense, infatti, c’è Steve Witkoff e il genero Jared Kushner, ma anche il generale Brad Cooper, comandante delle forze USA in Medio Oriente.
È un messaggio molto chiaro: una nuova iniziativa militare è sul tavolo come strumento di “risoluzione” dei punti di frizione. Anche se non bisogna dimenticare che la guerra dei 12 giorni ha fatto impiegare una gran quantità di materiale bellico che richiede tempo per essere sostituito, e gli alleati regionali statunitensi sopporterebbero male un’escalation, promessa dai vertici di Teheran nel caso di attacco.
Ma l’opzione rimane, anche se il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha definito l’incontro “un buon inizio” per cercare una qualche intesa, non sappiamo bene su quali nodi. Tutto ciò che si sa è che dalle trattative sarebbero stati esclusi sia il programma missilistico iraniano sia la questione dei legami tra Teheran e altri attori regionali, quali Hezbollah, Houthi, e così via.
Rimane, ovviamente, la questione centrale del nucleare, su cui l’Iran si era già detto disponibile a trattare prima di essere colpito dal duo Israele-USA la scorsa estate. Ma senza rinunciare al diritto di sviluppare il proprio nucleare civile, e dunque di avere uranio arricchito. Il come rimane in discussione, ma è difficile pensare che Teheran rinunci a una certa autonomia di approvvigionamento su questo lato.
Araghchi ha affermato ad Al Jazeera: “il livello di arricchimento dell’uranio dipende dalle nostre esigenze. L’uranio arricchito non lascerà il territorio iraniano”. Stando a quel che riporta il New York Times, sul tavolo delle trattative sarebbe stato consigliato da paesi vicini all’Iran di portare un limite del 3%.
Secondo la CNN, la delegazione iraniana avrebbe presentato una proposta a quella statunitense. Il fatto che i delegati siano tornati ciascuno nel proprio paese significa che c’è qualcosa da riferire, e ricevere un nuovo mandato prima di continuare le trattative. Ma andare oltre questa consapevolezza significherebbe speculare sul nulla.
Trump, ad ogni modo, non rinuncia alla propria strategia di “massima pressione” sull’Iran: in pratica in concomitanza con i colloqui in Oman, il presidente statunitense ha firmato un ordine esecutivo che permette di imporre dazi fino al 25% del valore delle merci importate da paesi che commerciano con la Repubblica Islamica, e in particolare acquistano il suo petrolio. Poco dopo, Washington ha inoltre varato sanzioni contro 15 entità collegate alla cosiddetta “flotta ombra” iraniana.
Non a caso, Araghchi ha detto che sono “pronti a ogni scenario”. Se fosse quello bellico, bisogna aspettarsi una nuova conflagrazione del Vicino Oriente per le mire imperialistiche statunitensi, che si appoggiano sull’espansionismo israeliano.
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26/11/2025
Guerra in Ucraina - Kiev si arrende alla trattativa, la UE ancora no
La notizia-bomba è che la junta ucraina ha accettato il “piano Trump” per contrattare la pace con la Russia. C’è solo un piccolo problema: nessuno – tranne ovviamente i protagonisti diretti – sa cosa c’è scritto.
L’unico dettaglio certo riguarda il numero di punti da cui sarebbe composto: 19 invece dei 28 originali. Ma non serve un principe della diplomazia per sapere che il diavolo si nasconde nei dettagli, i quali – per porre fine a una guerra e garantire credibilmente una pace di una qualche durata – sono decisivi.
Nel caso del conflitto ucraino le questioni principali riguardano le cosiddette “garanzie di sicurezza” per Kiev (che le identifica nell’adesione alla Nato e alla UE), il riconoscimento o meno dei territori perduti in questi dodici anni (prima con la dichiarazione di indipendenza del Donbass, poi con l’intervento diretto russo), le dimensioni dell’esercito e la tipologia degli armamenti, i costi (e i profitti) della ricostruzione.
Questioni su cui, da sempre, il punto di vista russo è diametralmente opposto (anche Mosca vuole “garanzie di sicurezza credibili”, visto che la promessa verbale di non far avanzare la Nato ad Est è stata spudoratamente inevasa).
Trump ha prima sussurrato ai cronisti che “la Russia sta facendo concessioni all’Ucraina”, poi ha spiegato che “la loro più grande concessione è che smettono di combattere e non prendono più terra”. Cosa importante, certo, ma che non riguarda il contenzioso complessivo.
Paradossalmente, però, bisogna ricordare che se il “piano” stavolta non è (ancora) arrivato ai media significa che è davvero “sostanzialmente accettato” da Zelenskij & co, anche se “c’è ancora molto da lavorare”. La versione a “28 punti”, considerata “sbilanciata a favore dei russi” o addirittura “scritta a Mosca”, era stata immediatamente fatta filtrare, come si fa quando la si vuol far saltare.
Dunque a Kiev stanno prendendo atto che conviene far buon viso a cattivo gioco – la guerra va malissimo, gli Usa si vogliono sfilare il più presto possibile, “l’Europa” non può garantire niente di serio – e rassegnarsi a un negoziato a perdere. Col pugnale dietro la schiena, la bava alla bocca, il sogno di attentati sanguinosi da programmare in futuro, certo, ma intanto ti siedi e metti la firma sotto una sconfitta, tirando il possibile sulla sua dimensione.
C’è qualcosa che può andare ancora storto? Tutto.
In primo luogo perché il vertice ucraino è in pieno scandalo corruzione, con ministri licenziati, Zelenskij e Yermak primi indiziati, una popolazione giustamente scoraggiata e stanca, truppe sull’orlo della disfatta e non proprio col morale alto (“perché continuare a combattere e morire se tanto dobbiamo accettare di aver perso?”, dicono persino i soldati intervistati dai media occidentali). Ma la componente più dichiaratamente nazista – Pravij Sektor, la galassia “Azov”, ecc. – mostra la faccia feroce e “velatamente” minaccia anche il presidente-attore.
In secondo luogo perché i negoziatori statunitensi – Rubio, Witkoff, Kushner, ecc. – applicano criteri da “uomini d’affari”, con nessuna attenzione “alla Storia”. Il che, per metter fine ad una guerra di queste dimensioni, è quanto meno una scorciatoia che crea sul medio periodo più problemi di quanti ne risolva a breve termine.
In terzoluogo perché “gli europei”, tagliati fuori dalla trattativa “core”, si lambiccano il cervello su come mandare tutto a ramengo. È noto che l’Unione Europea in quanto tale – la Commissione guidata da Ursula von der Leyen – non è stata ammessa a nessun colloquio decisivo, né a Ginevra domenica, né ad Abu Dhabi ieri. Addirittura il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, ha rifiutato di incontrare la sua “omologa” continentale – la svalvolata estone Kaja Kallas – per manifesta incapacità di intendere le regole base della diplomazia (parlare il meno possibile e in modo formalmente impeccabile, attenersi ai fatti, non esplicitare i propri secondi fini, mostrare almeno ipocrita rispetto per la controparte, ecc.).
Invece dell’“Europa” si sono mossi i “tres tenores” di Londra, Parigi e Berlino. Dopo aver elaborato un loro “piano” che contraddiceva punto per punto quello statunitense, e dopo averlo dovuto buttare nel cesso (non quelli d’oro dei vertici di Kiev), si sono messi di buzzo buono a disegnare un possibile invio di proprie truppe di terra.
Con poca fortuna, però. Ed anche poca convinzione.
Il portavoce del britannico Starmer ha detto martedì ai giornalisti che il Regno Unito era “ancora disposto a schierare truppe a terra” per assicurare la pace. Macron, invece, pur sottolineando che la forza sarebbe stata “lontana dalla prima linea”, ha prospettato una presenza “in posizioni di ripiego a Kiev o Odessa. Avremo una forza di rassicurazione aerea, che non sarà di stanza in Ucraina, ma possibilmente nei paesi vicini... guidando operazioni collegate all’aeronautica ucraina per proteggere il suo spazio aereo”.
La Germania si è mostrata ancora più restia. Il ministro degli Esteri Johann Wadephul ha indicato una brigata tedesca già presente in Lituania, affermando che “siamo più coinvolti nell’intera regione di quasi qualsiasi altro membro della NATO” e questo è “sufficiente”.
A mettere il sigillo del fallimento è arrivato poi il giudizio di un vero esperto – John Foreman, ex addetto militare britannico in Russia – il quale, interpellato da POLITICO, ha sminuito il significato del possibile contributo militare europeo nel suo insieme. “Non sarà mai in grado di fornire garanzie di sicurezza credibili. Solo gli Stati Uniti, forse con alleati chiave, possono farlo, poiché nessuno vuole combattere i russi se la pace dovesse naufragare”.
In quarto luogo bisogna fare i conti con gli obiettivi di Mosca. Il ministro degli Esteri Lavrov ha mostrato parecchio fastidio per il polverone mediatico che l’Occidente ha sparso sulla trattativa, spiegando che sebbene la Russia “apprezzi la posizione degli Stati Uniti, che stanno prendendo l’iniziativa per risolvere il conflitto ucraino”, il suo paese “opera in modo professionale, senza far trapelare informazioni prima che vengano raggiunti accordi formali”.
Con infine un paletto piuttosto consistente: “se lo spirito e la lettera di Anchorage verranno cancellati dagli accordi chiave che abbiamo documentato, allora, naturalmente, la situazione sarà fondamentalmente diversa. Ma fino a ora nessuno ci ha comunicato nulla”.
Stiamo insomma nel pieno di una vera e difficilissima trattativa di pace, perché il principale ostacolo – la pretesa ucraina di tornare alla situazione del 2015, prima del colpo di stato con Majdan, e quindi di riprendere la Crimea, il Donbass, ecc. – è stato ora rimosso. Quantità e qualità delle “perdite” sono adesso l’oggetto del contrattare.
P.S. Qualcuno suoni la sveglia nelle redazioni italiche, che ancora fingono di non aver capito cosa sta succedendo. O di volere confusamente che la guerra continui per non dover cambiare “narrazione” e coprirsi di vergogna...
Fonte
25/06/2025
Israele e Iran salvano la faccia, Trump vince (e anche Putin)
Gli ultimi sviluppi del conflitto sembrano indicare che abbia trovato ampie conferme l’ipotesi formulata da Analisi Difesa di “un’ammuina” statunitense tesa a salvare la faccia a Benjamin Netanyahu offrendo una via d’uscita a Israele ormai a corto di armi antimissile.
USA e Israele hanno annunciato la “missione compiuta” dicendosi certi della totale distruzione del programma nucleare iraniano nonostante non vi siano certezze circa i danni inflitti ai bunker sotterranei, alcuni dei quali peraltro non noti, e nonostante non vi sia traccia di oltre 400 chili di uranio arricchito.
Richard Nephew, ex funzionario statunitense esperto di Iran, ha detto al Financial Times che nessuno sa dove siano finiti i 408 chili di uranio arricchito al 60 per cento. Gli Stati Uniti e Israele non hanno la capacità per riuscire a individuarlo a breve. L’intervento militare americano ha al più ritardato di qualche mese il programma atomico di Teheran.
Mohammad Eslami, capo dell’Organizzazione per l’energia atomica dell’Iran, ha dichiarato che Teheran sta “valutando la possibilità di riparare e rilanciare le parti danneggiate dell’industria nucleare. Abbiamo pianificato in modo che non ci fossero interruzioni nel processo produttivo”, ha aggiunto.
L’impianto nucleare iraniano di Fordow “ha subito solo danni parziali a seguito dell’attacco statunitense di domenica sera e la situazione nell’area è tornata alla normalità” ha riferito ieri l’agenzia di stampa ufficiale iraniana Tasnim citando le autorità locali.
Ieri il portavoce della Commissione affari esteri del Majles, il parlamento iraniano, Abbas Golru all’agenzia di stampa ISNA, ha riferito che dopo l’attacco statunitense e gli attacchi israeliani contro i siti del programma nucleare iraniano, Teheran sta valutando l’uscita dal Trattato di Non Proliferazione nucleare (TNP), togliendo la base legale per le ispezioni dei tecnici dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA).
“L’azione del regime sionista e degli Stati Uniti ha violato in modo palese il diritto internazionale, in particolare il Trattato di non proliferazione nucleare”, ha detto Golru. “Non c’è più alcuna necessità che l’Aiea esprima giudizi sul programma nucleare iraniano”, ha continuato Golru. “Il Parlamento – ha detto ancora – sta esaminando la questione dell’uscita dal TNP”.
Il direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica Rafael Mariano Grossi ha detto di aver comunicato all’Iran che “qualsiasi trasferimento di materiale nucleare da una struttura protetta a un’altra deve essere comunicata all’Aiea”.
Uranio arricchito e altro materiale sono stati sgomberati insieme al personale prima dei raid americani, a conferma che Washington ha mantenuto canali di comunicazione aperti con l’Iran e di certo con la Russia.
Mosca ha ammesso che Putin e Trump avevano parlato al telefono della guerra tra Iran e Israele ma il portavoce del Cremlino, Dimitri Peskov, ha smentito che il presidente americano avesse comunicato quando avrebbe attaccato i siti nucleari.
Salvare la faccia
Appare in ogni caso evidente la regia russo-americana per gestire la fine del conflitto e forse avviare una fase di negoziati di pace che potrebbe vedre Mosca e Washington tornare a cooperare in modo ufficiale. Un pessimo segnale per l’Ucraina e l’Europa, fattasi scavalcare ancora una volta da un conflitto in cui, come quello in Ucraina, ha tutto da rimetterci, ma dove non ha capito nulla e quindi non tocca palla.
Come avevamo previsto, dopo i raid americani anche l’Iran doveva “salvare la faccia”. Ieri ha lanciato missili balistici verso la base qatarina di al-Udeid utilizzata dall’USAF che vi ha posto il comando aereo del Central Command.
Il Qatar ha affermato di aver intercettato tutti i missili iraniani (probabilmente utilizzando il sistema antimissile statunitense THAAD), tranne uno, caduto nella base aerea senza causare vittime, secondo il generale Shayeq bin Misfir Al Hajri, vice capo di stato maggiore interforze del Qatar.
Intorno alle 19:30 ora locale, sette missili sono stati lanciati dall’Iran verso la base aerea e tutti sono stati abbattuti in mare prima di entrare nel territorio del Qatar. “Subito dopo, la base è stata attaccata da 12 missili, 11 dei quali sono stati abbattuti sul territorio del Paese, e un missile è caduto nella base aerea di Al Udeid”, ha dichiarato Al Hajri, come riporta la CNN. “Non ci sono state perdite lì. Tutti i missili lanciati, grazie a Dio, sono stati abbattuti dai nostri sistemi, tranne uno, che come ho detto è caduto nella base aerea di Al Udeid”.
Le Guardie della rivoluzione in Iran hanno dichiarato invece che sei missili hanno colpito la base statunitense in Qatar.
Trump ha ringraziato l’emiro al-Thani “per tutto ciò che ha fatto per la pace nella regione” in un nuovo post su Truth. “Riguardo all’attacco di oggi alla base americana in Qatar, sono lieto di annunciare che, oltre a non aver ucciso o ferito alcun americano, e cosa molto importante, non ci sono stati nemmeno qatarioti uccisi o feriti”, ha aggiunto.
Ma l’aspetto che conferma come alla “ammuina” statunitense abbia risposto la “sceneggiata iraniana” emerge dalle dichiarazioni di Trump che dopo gli attacchi missilistici iraniani ha reso noto che non era prevista nessuna risposta o altri interventi militari contro l’Iran dopo il fallito attacco ad al-Udeid.
Base che del resto era stata in gran parte evacuata da aerei e personale in previsione dell’attacco. Il New York Times ha riferito subito, citando fonti ben informate, che l’Iran aveva avvisato in anticipo le autorità del Qatar per minimizzare il rischio di vittime e dimostrando che l’azione aveva un carattere simbolico e calcolato che non voleva innescare ulteriori rappresaglie.
Trump infatti ha persino ringraziato il governo iraniano. “Voglio ringraziare l’Iran per averci avvisato tempestivamente, il che ha permesso di non perdere vite umane e di non ferire nessuno. Forse l’Iran può ora procedere verso la pace e l’armonia nella regione e incoraggerò con entusiasmo Israele a fare lo stesso” ha scritto ieri su Truth.
In poche ore del resto si è giunti al cessate il fuoco e già domenica sera da Israele erano giunte offerte all’Iran di cessare le ostilità dopo i raid statunitensi sui centri nucleari.
Trump ha annunciato che Israele e Iran hanno concordato un cessate il fuoco “completo e totale”, che porterà alla fine della guerra. La dichiarazione è stata diffusa con un messaggio sul social Truth. Il cessate il fuoco, secondo Trump, dovrebbe durare inizialmente 12 ore. Il presidente ha detto che si tratta della fine della “guerra dei 12 giorni” e si è complimentato con Iran e Israele per la scelta fatta. “Questa – ha aggiunto su Truth – è una guerra che sarebbe potuta durare anni e distruggere l’intero Medio Oriente, ma così non è stato e mai lo sarà”.
Il bombardamento dei siti nucleari iraniani non è sostenuto dalla maggioranza degli americani secondo un sondaggio commissionato da CNN. Il 56 per cento degli americani è contrario e solo il 44 per cento favorevole. I democratici sono largamente contrari ai raid, per l’88 per cento, mentre la maggioranza dei repubblicani, l’82 per cento, li sostengono.
Il 58 per cento degli americani sostiene che i raid renderanno l’Iran ancora più una minaccia per gli Stati Uniti e solo il 27 per cento ritiene che la decisione di Trump possa contribuire a contenere la minaccia. Il 39 per cento degli americani è convinto che gli Stati Uniti non abbiano fatto uno sforzo diplomatico sufficiente prima di usare la forza, il 32 la pensa all'opposto.
Tutti vincitori?
A Mosca il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha affermato che “non sono stati forniti documenti che dimostrino che l’Iran intendesse attaccare Israele” aggiungendo sul cessate il fuoco che “è ancora presto per trarre conclusioni, ma noi sosteniamo la pace. Tentare di assassinare militari e scienziati nella regione è un atto pericoloso che potrebbe portare a importanti cambiamenti e conseguenze in Medio Oriente”.
Se Israele ha dichiarato vittoria per lo smantellamento (rivendicato ma non confermato) del programma nucleare iraniano, il Consiglio Supremo per la Sicurezza nazionale dell’Iran, nel confermare che è stato raggiunto un cessate il fuoco con Israele, lo ha definito una sconfitta per lo Stato ebraico.
Le Forze armate iraniane hanno fornito una “risposta umiliante ed esemplare alla crudeltà del nemico”, si legge nella nota aggiungendo che tale risposta è culminata nell’attacco alla base statunitense in Qatar di ieri sera e negli attacchi missilistici all’alba su Israele. Il Consiglio ha affermato che Teheran ha risposto agli attacchi sul suo territorio in modo proporzionato e tempestivo e “ha costretto il nemico a pentirsi e ad accettare la sconfitta e la cessazione unilaterale della sua aggressione. Le forze armate della Repubblica islamica dell’Iran, senza alcuna fiducia nelle parole del nemico e con le dita sul grilletto, sono pronte a fornire una risposta decisa e deterrente a qualsiasi atto di violazione da parte del nemico”, avverte il Consiglio Supremo
Prospettive di pace
Entrambi i contendenti rivendicano un qualche successo e minacciano di tornare a far parlare le armi ma se il cessate il fuoco regge e si consolida anche i negoziati per una pace duratura potranno prendere il via.
Israele è indebolito e Netanyahu ha il fiato corto, quindi meno opzioni per sottrarsi ai diktat di Trump. Anche l’Iran ha subito danni, uccisioni di leader e batoste con la distruzione di una parte del suo apparato militare. Un contesto che rende Teheran più accondiscendente con Mosca come confermano gli incontri di ieri in Russia tra i due ministri degli Esteri e il colloquio telefonico tra i due ministri della Difesa.
Del resto la Russia è il migliore negoziatore per Israele e lran. Ha sempre avuto buoni rapporti con lo Stato ebraico (dove molti abitanti sono di origine russa o ex sovietica) ed è un alleato dell’Iran. Mosca è “padrina” del programma nucleare civile iraniano a cui ha fornito tecnici e la centrale atomica di Busher: per questo ha piena consapevolezza dei piani atomici di Teheran e potrebbe offrire assicurazioni a Israele che l’Iran non si doterà di un arsenale nucleare autonomo, offrendo al tempo stesso garanzie militari all’Iran e ponendolo sotto la protezione del suo ombrello nucleare in caso di attacco di Israele, che è già da decenni una potenza nucleare.
È presto per fare previsioni ma simili garanzie favorirebbero la distensione e un processo di pace oltre a dare domani piena sostanza al riavvicinamento tra Washington e Mosca.
Per ora la cosa più importante era uscire dall’impasse e per l’Amministrazione Trump evitare di cadere nella trappola di Netanyahu, che puntava a coinvolgere gli USA nella guerra che Israele combatte ormai su sei fronti senza ombra di vittoria ma soffrendo un progressivo logoramento militare ed economico.
Che Trump punti a un accordo di pace lo indica oggi anche il rimprovero a Israele per un raid aereo effettuato quando la tregua era già in vigore. Israele ha “sganciato” missili subito dopo aver accettato l’accordo. “Non sono felice con Israele, forse è stato lanciato per errore, ma non sono felice” ha detto il presidente americano parlando a un gruppo di giornalisti prima di partire per partecipare al vertice Nato all’Aja.
Che la tregua non sia casuale ma rientri in un programma predisposto per chiudere il conflitto mediorientale sembrerebbe indicarlo anche la notizia giunta in tarda mattinata dal Qatar, dove il premier e ministro degli Esteri, Mohammad bin Abdulrahman al-Thani, ha auspicato di riprendere i negoziati tra Israele e Hamas per un cessate il fuoco a Gaza entro due giorni.
“L’aggressione israeliana contro l’Iran ha interrotto gli sforzi per raggiungere un cessate il fuoco a Gaza, ma speriamo che Israele non usi il cessate il fuoco con l’Iran per intensificare il bombardamento di Gaza”, ha concluso.
Il 13 giugno, dopo l’attacco all’Iran, il comando delle IDF aveva definito “fronte secondario” quello della Striscia di Gaza.
Le ultime schermaglie prima della tregua
I Guardiani della rivoluzione islamica hanno affermato oggi che l’ultimo attacco contro Israele è stato lanciato pochi minuti prima dell’entrata in vigore del cessate in fuoco in risposta ai raid israeliani.
I pasdaran hanno fatto sapere di aver lanciato “14 missili” contro “i centri militari e di supporto del regime sionista nei territori occupati”. I Guardiani della rivoluzione hanno aggiunto che continueranno a “monitorare i movimenti del nemico con occhi aperti e vigili”.
Ieri l’Iran aveva rivendicato di aver distrutto dall’inizio del conflitto oltre 130 droni israeliani. Lo ha riferito l’agenzia di stampa ISNA, citando il Quartier generale della difesa aerea iraniana. La contraerea “dall’inizio delle aggressioni del regime sionista fino alle ore 7 di questa mattina, con vigilanza e massima prontezza, ha intercettato oltre 130 droni suicidi da ricognizione e da combattimento – tra cui vari modelli Hermes, Heron e i droni suicidi Harop – riuscendo ad abbatterli e distruggerli in tutto il Paese”.
Dall’inizio dell’attacco israeliano a ieri erano “circa 500” le persone morte in Iran e i feriti oltre 3.000, come ha riferito la tv di Stato iraniana. La stima è stata aggiornato poi a 974 morti e circa 3.500 feriti secondo Human Rights Activists News Agency (Hrana), organizzazione non governativa indipendente iraniana che si occupa di diritti umani. L’ong denuncia al contempo 705 arresti sul fronte interno in questi giorni, sullo sfondo della stretta delle autorità di Teheran contro i sospetti di spionaggio o collaborazionismo. Il governo ha certificato nel pomeriggio di oggi 610 morti e 4.700 feriti.
Le forze armate iraniane avrebbero abbattuto ieri un altro caccia F-35 israeliano nei pressi della città di Tabriz nella parte nord-occidentale del Paese. Lo ha riportato l’agenzia Tasnim citando il dipartimento per le relazioni pubbliche del Corpo delle Guardie della Rivoluzione.
Ieri l’Iran ha lanciato almeno 15 missili balistici e decine di droni verso Israele in diverse salve nell’arco di 40 minuti. Colpite anche due centrali elettriche. La compagnia elettrica israeliana (IEX) ha reso noto che a seguito del lancio di droni iraniani verso Israele che hanno colpito anche una infrastruttura strategica nel sud del paese, si sono verificate interruzioni nella fornitura di elettricità a un certo numero di comunità nell’area.
Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha confermato ieri che le IDF hanno colpito una serie di “obiettivi senza precedenti” nella capitale iraniana Teheran. Una nota ha riferito che sono stati attaccati “il quartier generale del corpo paramilitare dei Basi, la prigione di Evin per prigionieri politici e oppositori del regime, l’orologio ‘Distruzione di Israele’ in piazza Palestina, il quartier generale della sicurezza interna delle Guardie rivoluzionarie (i pasdaran), il quartier generale dell’ideologia e altri obiettivi del regime”.
Secondo quanto riferito dal quotidiano Times of Israel, l’attacco all’ingresso del carcere, noto per il gran numero di prigionieri politici e dissidenti, non ha causato vittime e aveva lo scopo di consentire ai detenuti di scappare. L’orologio menzionato da Katz è stato eretto nel cuore di Teheran nel 2017 e segna un ipotetico conto alla rovescia alla “fine di Israele”, prevista dalla Repubblica islamica entro il 2040.
Le IDF hanno attaccato ieri 6 aeroporti nell’Iran occidentale, orientale e centrale, distruggendo 15 aerei ed elicotteri come parte del loro “sforzo per approfondire la superiorità aerea nei cieli iraniani”. Gli attacchi hanno danneggiato piste di decollo, bunker sotterranei, un aereo da rifornimento e velivoli F-14, F-5 e un elicottero da attacco AH-1, ha affermato un comunicato.
Fonte
19/06/2025
L’Europa incontra l’Iran sul nucleare in un tardivo round diplomatico
L’obiettivo del vertice è quello di portare la Repubblica islamica a garantire che i suoi piani nucleari prevedono unicamente un uso civile dell’uranio arricchito, senza che si arrivi allo sviluppo dell’atomica. Il ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul, qualche giorno fa ha detto che “non è mai troppo tardi per sedersi al tavolo dei negoziati”.
Bisogna dire che una tale affermazione sembra rivolta più a se stessi che all’Iran. Infatti, gli alti rappresentanti di Teheran stavano già trattando da mesi con Washington per rivitalizzare una cornice di intesa internazionale sul nucleare, dopo che lo stesso Trump aveva abbandonato unilateralmente l’accordo del 2015.
Di quel piano congiunto noto come JCPOA erano parte anche Londra, Berlino e Parigi, ma sono sostanzialmente rimasti a guardare il suo franare. E anche nelle ultime settimane hanno dimostrato di aver ben poca voce in capitolo su tali dossier diplomatici, nonostante il loro affannoso tentativo di imporsi come elemento di peso nello scenario internazionale.
Secondo una fonte tedesca sentita da Reuters, l’incontro in programma a Ginevra è stato coordinato dai paesi europei con gli Stati Uniti, i quali è evidente che in questo momento sono troppo compromessi per tastare il terreno degli umori nel governo iraniano. Secondo il Wall Street Journal, Trump avrebbe già approvato privatamente i piani d’attacco all’Iran, ma sta aspettando le prossime decisioni di Teheran.
L’aggressione di Netanyahu all’Iran ha lo scopo di costringere la Casa Bianca a intervenire in un’ennesima e complessa guerra regionale in Medio Oriente, prospettiva che non attira i piani alti di Washington. Basti pensare che gli USA hanno già dovuto spostare la portaerei Nimitz verso il Golfo Persico dal Mar Cinese Meridionale ove era stanziata a guardia del Dragone.
Il New York Times ha riportato questo mercoledì che, stando alle informazioni fornite da un alto ufficiale iraniano, il ministro Araghchi sarebbe disponibile a un incontro con l’inviato statunitense per il Medio Oriente Steve Witkoff o persino col vicepresidente J.D. Vance per discutere di un cessate il fuoco con Israele.
I colloqui di Ginevra sembrano quindi pensati come momento interlocutorio rispetto a possibili soluzioni dell’escalation voluta da Israele. In cui, ovviamente, la UE e Londra starebbero agendo per conto degli USA. Il valore sembra essere dunque più diplomatico che tecnico, anche se sono previsti, a margine dell’incontro, confronti tra tecnici.
Affinché tale vertice abbia un qualche valore, è necessario però fare i conti con il vero motore della crisi, ovvero Israele. Il nodo centrale della vicenda non è infatti il programma nucleare di Teheran, che aveva già dato il proprio consenso a farlo rimanere entro gli scopi civili, ma le mire sioniste a livello regionale.
Israele non ha parlato solo del programma nucleare iraniano, ma anche di un regime change. La spirale bellica in cui si è imbarcata Tel Aviv serve a ridefinire gli equilibri regionali, convinta da due anni di genocidio impunito, e persino sostenuto dall’Occidente collettivo, che ogni sua azione resterà senza conseguenze e che alla fine riuscirà a convincere all’azione i suoi alleati storici.
Prima dei colloqui col rappresentante di Teheran, quelli europei si confronteranno tra di loro, probabilmente per evitare scostamenti sulla posizione da tenere. Pericolo concreto, date le posizioni emerse negli ultimi giorni, tra cui le affermazioni del cancelliere Merz, che ha detto chiaramente che “Israele sta facendo il lavoro sporco per noi”.
Oggi, a Bruxelles, una riunione tra ambasciatori UE dovrebbe palesare le divergenze riguardo al ‘diritto alla difesa’ evocato da Israele, ovvero il diritto al terrorismo di stato in tutto il Medio Oriente. In una dichiarazione rilasciata sabato scorso, 15 paesi volevano inserire tale dicitura, ma la mancanza di unanimità ha bloccato questa opzione.
Su X, però, von der Leyen ha ribadito il “diritto di Israele a difendersi”, suscitando i malumori di vari diplomatici europei, stando a quel che riporta Euronews. I timori europei sono legati anche alla possibile crisi migratoria che potrebbe derivare dal proseguo delle operazioni israeliane.
Un passaggio importante rispetto all’atteggiamento che terrà nel prossimo futuro la UE si terrà lunedì prossimo, quando approderà al tavolo dei ministri degli Esteri UE il trattato di associazione tra Bruxelles e Tel Aviv. Difficile immaginare che si arrivi a rotture e sanzioni, e ciò darebbe conferma alle sensazioni israeliane.
L’ipoteca sull’incancrenirsi della “terza guerra mondiale a pezzi” è ancora una volta una responsabilità che si trova completamente nel campo occidentale.
Fonte
03/06/2025
Diplomazia e forza militare secondo la Russia
Soprattutto quando dalle cancellerie europee tracima ogni giorno una melma maleodoronte costruita intorno a frasi che vorrebbero essere intelligenti, ma rivelano solo cecità strategica. Tipo “raggiungere la pace attraverso la forza”.
Qui la traduzione di un contributo di un noto analista russo, peraltro non troppo entusiasta dell'“operazione militare speciale”.
Buona lettura.
La storia sembra del tutto pacifica. Ho incontrato un amico che conosco da parecchio tempo. Ci siamo incontrati per caso. Le nostre mogli ci hanno trascinato in una festa cittadina, la “Notte dei musei”. Abbiamo assistito al concerto, ma poiché fumare in mezzo alla folla è in un certo senso indecente, gli uomini sono andati al parco più vicino per “avvelenarsi” in mezzo agli stessi “suicidi” senza la supervisione e i rimproveri delle donne.
Due combattenti dell’Operazione militare speciale (Svo) si sono seduti accanto a noi. Entrambi hanno ferite alle gambe. Uno con l’apparecchio di Elizarov, entrambi con le stampelle. Entrambi indossano l’uniforme e hanno delle onorificenze. Hanno parlato dei negoziati in Turchia. Più precisamente, se la guerra finirà oppure no. E la conversazione si è rivelata piuttosto difficile.
Da un lato entrambi volevano che la guerra finisse, dall’altro volevano vincere affinché tutto non fosse vano. Questa è un’opinione davvero paradossale. Una parola tira l’altra e anche noi ci uniamo a questa conversazione. All’inizio come “arbitri”, “ragazzi, ditemi se ho ragione o no”, e poi semplicemente come partecipanti alla discussione sull’argomento.
Ma in realtà abbiamo litigato molto e siamo stati d’accordo su un solo fatto. La vittoria dei nostri nonni e bisnonni. Lì abbiamo “messo fine” al conflitto, “fermato” la guerra e così via. Oggi non abbiamo vinto, come nel 1945. Quindi, abbiamo davvero capito questi combattenti. Vogliono avere anche loro un “Reichstag” al 9 maggio.
Senza vittoria non c’è pace, senza vittoria c’è solo una tregua temporanea
Infatti, la storia dimostra che la guerra può concludersi solo con la vittoria di una delle parti. Dopo la vittoria ci saranno delle trattative, ci saranno delle decisioni sulla struttura del paese sconfitto, ci saranno tante cose. Ma questa sarà l’attuazione di quei princìpi per i quali i soldati hanno dato la vita in battaglia.
Ogni surrogato è un’illusione. Compresa una vittoria surrogata. Ci vorrà solo poco tempo, dal punto di vista storico, e il nemico sarà pronto a combattere di nuovo. Si leccherà le ferite e combatterà di nuovo.
La cosa principale nella vittoria non è la distruzione dell’esercito, la distruzione delle infrastrutture militari, ecc. Questa è proprio la cosa più semplice. La cosa più importante per ottenere la vittoria è distruggere il pensiero di poter essere sconfitti.
Da questo punto di vista, gli statunitensi hanno davvero vinto la Seconda guerra mondiale. Noi, dopo aver reso i vinti uguali a noi, i vincitori, abbiamo consegnato la vittoria agli scienziati, ai diplomatici e ai politici perché la discutessero. Questi tuttavia ci hanno rinunciato per potersi stupire oggi, reagendo alle menzogne sulla Seconda guerra mondiale. Solo la nostra prospettiva non interessa a nessuno. Questa è tutta “propaganda del Cremlino”, dicono.
Le conseguenze che tutto ciò ha avuto oggi si possono vedere molto chiaramente nell’esempio dell’Europa, un tempo sconfitta. La terza generazione dei vinti considera già i propri antenati come dei “vincitori”, che non hanno avuto nulla a che fare con la sconfitta (o liberazione, come preferite). E non lo nascondono.
Non abbiamo più liberato Auschwitz, non abbiamo consegnato 600 mila soldati per la liberazione della Polonia, ecc. E in generale, una guerra seria in Europa è iniziata solo nel 1944. E prima di allora, la Seconda guerra mondiale era scoppiata nelle isole del Pacifico e nel Nord Africa. Quali battaglie si sono svolte a Mosca, a Stalingrado, che assedio a Leningrado? Nulla, ma la battaglia di El Alamein nell’autunno del 1942! Che lotta!
Anche noi spesso abbiamo perso nella Svo. Chiedete a un europeo perché l’esercito russo ha abbandonato la regione di Kiev. Sentirete la risposta giusta in cui crede l’Europa. “Le coraggiose Forze Armate ucraine hanno sconfitto gli sfacciati russi”. Questo è il prezzo di tutte queste concessioni, tregue, negoziati senza vittoria militare. Per togliere la vittoria al soldato che ha rischiato la vita, che ha perso i compagni per il Paese.
Torniamo alla nostra conversazione sulla panchina del parco. Si è scoperto che tutti dicevano la stessa cosa, ma con parole diverse, a volte senza ascoltarsi a vicenda. “Il comandante in capo e lo Stato Maggiore stanno facendo la cosa giusta non interrompendo la missione di combattimento! Ed è giusto che non restiamo solo nelle nostre regioni, ma ci spostiamo più lontano. E il fatto che ai fascisti ucraini vada staccata la testa è corretto...”
Non so se questi due soldati feriti esprimessero l’opinione di tutti o solo di una parte dei partecipanti a questa guerra. E non so nemmeno i loro nomi. Ma a giudicare dai premi, i ragazzi sono tutt’altro che nuovi arrivati. Ma noi siamo con loro. La pensiamo allo stesso modo. Un soldato deve avere la propria vittoria. Un’altra domanda è: ci inganneranno di nuovo?
La Russia non ha più intenzione di credere alla parola dei politici occidentali
Sulla base di alcuni eventi che potrebbero essere passati inosservati a molti lettori nel mezzo del boom informativo che ha circondato i negoziati di Istanbul, esprimerò la mia opinione in modo diretto, senza giri di parole. Credo che il comandante in capo e lo Stato Maggiore abbiano deciso di proseguire le operazioni di combattimento fino a una vera vittoria militare. Prima della capitolazione di Kiev.
Inoltre, non posso nemmeno affermare categoricamente che siamo pronti per un’altra opzione, più complessa e sanguinosa. Mi riferisco alla guerra con gli “amici di Zelensky”. Sono certo che questa opzione sia accettabile. Questa idea si adatta perfettamente alle parole di Vladimir Medinsky, che risultano inaspettate anche per noi: “abbiamo combattuto con la Svezia per 21 anni, se necessario, siamo pronti a combattere per un anno, due, tre”.
Ma tutte queste sono solo parole. C’è un evento molto più significativo su cui ho attirato l’attenzione. Mi riferisco alla nomina dell’eroe della Russia, comandante dell’8ª Armata del Distretto militare meridionale, colonnello generale Andrei Mordvichev, a comandante delle Forze di terra delle Forze armate della Federazione Russa.
Il generale, che vanta una vasta esperienza di combattimento, è attivamente impegnato nella Svo dal 2022. Ma, cosa più importante, Mordvichev è un generale “offensivo”. Mariupol e Ugledar sono le sue vittorie.
Vi ricordate di Azovstal? Non invano in Ucraina si vantavano dell’inaccessibilità di quel sito. In teoria, l’esercito russo non avrebbe potuto conquistare una zona così fortificata. Il generale Mordvichev non aveva superiorità di forze e risorse. Ma il generale distribuì saggiamente le riserve e alla fine le costrinse alla capitolazione. Ebbene, non è questa la realizzazione del testamento di Suvorov, combattere non con i numeri, ma con l’abilità?
Da un punto di vista militare, perché il comando ha promosso un generale praticamente invisibile nei media, che non parla di politica e non è un sostenitore della guerra, “un falco”?
In primo luogo, un’offensiva generale porta sempre all’attivazione del turnover ai vertici del fronte. Ricordiamo i classici. Suvorov, Kutuzov, Zhukov. La comparsa di questi generali al fronte preannunciava un’imminente offensiva. Oppure l’intensificazione delle operazioni militari con l’obiettivo, come ha affermato Mordvichev stesso, di indebolire il nemico.
In secondo luogo, un generale con una tale reputazione, se necessario, potrebbe benissimo dare l’ordine di sospendere le operazioni di combattimento. Allo stesso tempo, questo non verrà percepito dall’esercito come un tradimento. Mordvichev è uno dei nostri, un guerriero di trincea, non tradirà, né si svenderà.
In terzo luogo, tenendo conto del pensiero strategico del nostro Comando, la nomina di un generale combattente a tale incarico sembra l’inizio di una riforma del comando dell’esercito ai vertici. Il colonnello generale è semplicemente la prima rondine.
Bene, e quarto. Con invidiabile regolarità la stampa discute la questione del capo di Stato Maggiore delle Forze armate della Federazione Russa. Alcuni criticano Gerasimov, altri parlano della necessità di una nuova corrente. Per me è tutto più semplice. Le “risorse motorie” di una persona non sono illimitate. A proposito, a settembre il Capo di Stato Maggiore festeggerà il suo prossimo anniversario: 70 anni!
Nel complesso, il quadro per l’Occidente è piuttosto triste. La tesi che fino a poco tempo fa era lo slogan della Nato – “Pace attraverso la forza” – ha iniziato a concretizzarsi. Ma non in Occidente o negli Stati Uniti, bensì in Russia!
Il presidente Putin sottolinea in ogni modo la sua disponibilità a negoziare, ma allo stesso tempo sta rafforzando l’esercito, dimostrando di essere pronto per una lunga guerra. Le condizioni da noi proposte non cambiano, indipendentemente dal metodo di attuazione. Ma proprio l’offensiva è una variante della pace attraverso la forza.
Purtroppo, il ritmo di avanzamento che stiamo attualmente dimostrando consente all’Occidente di sperare nella debolezza delle Forze Armate russe, nella stanchezza del nostro esercito, ecc. Capisco perfettamente che il desiderio del presidente è di risolvere il problema pacificamente ed evitare perdite umane. Ma quando il potenziale diplomatico sarà esaurito, dovremo ancora combattere... questo è un assioma.
Conclusioni
Il fatto è che tutti i partecipanti e gli “alleati dei partecipanti” sono stanchi della guerra. È vero anche il fatto che i presidenti di Russia e Stati Uniti siano diventati più attivi. È anche vero che Trump e Putin faranno solo ciò che migliorerà la situazione nei loro Paesi. Il fatto che l’Europa sia completamente confusa e ostaggio della propria stupidità non è nemmeno in discussione.
In queste circostanze, è necessario intervenire. Parlare non porterà da nessuna parte. Il “turista di Kiev” è nel panico, punta a battere il record di visite a quanti più paesi possibili con l’obiettivo di trovare almeno qualcuno che gli dia qualcosa. Gli europei stanno freneticamente acquistando rottami militari in altri paesi per aiutare le Forze armate ucraine.
Ma essere attivi non significa avere fretta. Devi svolgere il lavoro con calma. A ciascuno il suo posto. Ricordate il detto “dove c’è fretta, c’è risata” (equivalente russo di “la gatta frettolosa fece i gattini ciechi”, ndt)? Si tratta di quello che dovremmo fare.
Fonte
29/05/2025
Pechino sostiene Gaza ma è prudente con Israele
Pechino ha ribadito attraverso il suo ministero degli esteri il pieno sostegno ai palestinesi di Gaza e riaffermato l’appartenenza della Striscia al territorio della Palestina.
Allo stesso tempo la Cina evita di andare allo scontro frontale con Israele per interessi economici e strategici. Ce lo spiega nella sua corrispondenza da Shanghai l’analista e giornalista Michelangelo Cocco, collaboratore di Pagine Esteri.
Collegamento al podcast.
Fonte
21/05/2025
La solidarietà cinese con la Palestina e i “guerrieri del dente di leone”
Questo lungo articolo di Zhang Sheng – un ricercatore del Centro di Studi Asiatici dell’Università Koç di Istanbul, il quale, tra l’altro, si occupa dell’evoluzione e degli sviluppi delle relazioni Cina-Medio Oriente, della storia delle campagne di solidarietà della Cina con i movimenti di liberazione anticoloniali nei paesi in via di sviluppo e della diplomazia cinese dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese ai giorni nostri – mette in chiaro intanto la lunga storia del rapporto tra i due popoli e le rispettive rappresentanze politiche.
Buona lettura.
La frontiera della lotta antimperialista internazionale: la percezione in Cina della lotta palestinese tra il 1955 e il 1976
La Cina è probabilmente uno dei pochi Stati che ha cambiato radicalmente la sua posizione diplomatica sul “conflitto israelo-palestinese” tra gli anni ’50 e ’70. In soli 20 anni, la politica estera ufficiale della Repubblica Popolare Cinese è cambiata drasticamente: dall'essere ul punto di stabilire relazioni diplomatiche con Israele nel 1950, alla negazione di qualsiasi legittimità allo Stato israeliano negli anni ’60 e ’70.
Come questo articolo cerca di dimostrare, l’era maoista, in particolare dal 1955 al 1976, ha gettato le basi per il sostegno diplomatico cinese al movimento di liberazione palestinese, e questa eredità rimane uno dei principali fattori che orientano la posizione ufficiale della Cina sulla Palestina oggi.
Dal 1950 al 1976, durante l’era di Mao, la Cina approfondì gradualmente la sua comprensione della questione palestinese e alla fine concluse che la lotta palestinese era un movimento di liberazione nazionale anticoloniale e antimperialista.
Da un punto di vista diplomatico, la Repubblica Popolare Cinese in quel periodo non solo dimostrò la propria solidarietà con la lotta armata palestinese fornendo supporto diplomatico, finanziamenti e persino addestramento militare, ma istituì anche vari programmi di scambio culturale tra diplomatici e intellettuali palestinesi e cinesi. Per quanto riguarda la sua politica interna, la Cina in quel periodo lanciò anche un’ampia campagna di propaganda e istruzione, volta a rafforzare la solidarietà pro-palestinese nel popolo cinese.
Fortemente influenzata dall’Unione Sovietica, la neonata Repubblica Popolare Cinese considerava Israele uno stato postcoloniale guidato da un governo nazional-borghese “di sinistra” ed era quindi disposta a riconoscere Israele.
Il 9 gennaio 1950, il ministro degli Esteri israeliano inviò una lettera al premier cinese Zhou Enlai riconoscendo la Repubblica Popolare Cinese, rendendo Israele “il primo governo in Medio Oriente a riconoscere la Repubblica Popolare Cinese”. Invece, la Lega Araba, nell’agosto del 1950, decise di non riconoscere la Repubblica Popolare Cinese, rafforzando ulteriormente la posizione favorevole della Cina nei confronti di Israele.
Questa effimera possibilità di riconoscimento reciproco, tuttavia, svanì rapidamente quando la Cina fu coinvolta nella guerra di Corea nell’ottobre del 1950. Per non irritare gli Stati Uniti, il governo israeliano rimandò il piano di stabilire relazioni formali con la Cina [...] mettendo fine alla precedente fantasia in cui la Cina vedeva Israele come un paese di sinistra, e anche Pechino dovette riconsiderare la questione del riconoscimento reciproco.
Nel 1955 si tenne a Bandung la prima conferenza afro-asiatica. Lì, la Cina ha avuto l’opportunità di coltivare legami con i leader arabi, mentre Israele è stato escluso dalla conferenza a causa della veemente opposizione degli Stati arabi e dell’Indonesia, un paese a maggioranza musulmana con una storica amicizia con la Palestina.
Inizialmente Zhou Enlai propose di includere Israele nella conferenza degli Stati postcoloniali, ma dopo un lungo colloquio con il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser e il rappresentante della delegazione siriana e futuro presidente dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP), Ahmad Shuqiry, concluse che sostenere la lotta antimperialista del popolo arabo era una priorità per la Cina.
Sebbene negli anni ’50 la Repubblica Popolare Cinese avesse ridotto i contatti diplomatici con Israele, non considerò il paese del tutto illegittimo. [...] Continuava a ritenere che fosse uno Stato legittimo potenzialmente in grado di evitare di cadere completamente nel blocco occidentale. Anche i rapporti tra il Partito Comunista Cinese e il CPI [ndt: Partito Comunista Israeliano] in quel periodo dimostrano che la Repubblica Popolare Cinese non mantenne una posizione antisionista.
Ma la guerra del 1956 cambiò radicalmente la percezione che la Cina aveva di Israele. Dal 1956 in poi, la Cina cominciò a considerare Israele sempre più come un “cagnolino” dell’imperialismo occidentale che minacciava la liberazione del Terzo mondo e il movimento socialista internazionale. [...]
Dopo la crisi di Suez del 1956, la politica estera cinese divenne unilateralmente filo-araba. La Cina abbandonò il suo appoggio al piano di spartizione nel suo discorso diplomatico, criticò apertamente Israele per aver invaso gli Stati arabi e ha espressamente sostenuto il diritto del popolo palestinese alla lotta armata.
Con la rottura delle relazioni tra Cina e Unione Sovietica, la politica estera cinese divenne ancora più radicale di quella dell’Unione Sovietica. All’incontro Internazionale dei Partiti Comunisti e Operai tenutosi a Mosca nel 1957, il presidente cinese Mao Zedong si oppose espressamente all’idea di Krusciov di una “coesistenza pacifica” con il blocco capitalista e sostenne la lotta armata contro gli Stati capitalisti. [...]
Secondo la Repubblica Popolare Cinese, il conflitto regionale tra arabi e israeliani era diventato uno scenario in cui il blocco socialista e il Terzo Mondo si univano per combattere l’imperialismo occidentale. Mentre i leader cinesi erano più preoccupati alle questioni dell’Asia Orientale, come la guerra del Vietnam e il conflitto dello Stretto di Taiwan, la terra della Palestina era considerata una “frontiera” remota che frenava l’imperialismo occidentale.
Mao Zedong disse anche:
“L’imperialismo teme la Cina e gli arabi. Israele e Formosa [Taiwan] sono le basi dell’imperialismo in Asia. Voi siete la porta d’ingresso e noi siamo la porta sul retro. Hanno creato Israele per voi e Formosa per noi. L’Occidente non ci ama; dobbiamo comprendere questo fatto. La battaglia araba contro l’Occidente è la battaglia contro Israele”.Nel 1966, quando ebbe inizio la Rivoluzione Culturale cinese, la fazione radicale del governo cinese cominciò ad acquisire maggiore controllo sulla diplomazia. Così, la posizione di Pechino nei confronti di Israele è entrata nella sua fase più radicale, quella in cui la Cina ha messo in discussione la legittimità fondamentale dello Stato israeliano. [...]
La teoria maoista della “guerra popolare” guidò l’entusiastico sostegno della Cina alla guerriglia in tutto il mondo, compresa la Palestina. Le forze di guerriglia palestinesi divennero il modello ideale della “guerra popolare”. [...]
Dopo il famoso discorso di Mao del 20 maggio 1970, gli slogan cinesi a sostegno del popolo palestinese divennero estremamente combattivi, incoraggiando la lotta armata e la distruzione dello Stato sionista. [...] Dal 1965 fino alla fine della Rivoluzione Culturale nel 1976, la narrazione ufficiale della Repubblica Popolare Cinese sulla storia della Palestina si è evoluta verso una posizione completamente antisionista.
Il forte sentimento filo-arabo della Repubblica Popolare Cinese è riscontrabile anche nella sua posizione durante la Guerra del 1973. Il 23 ottobre, davanti al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ha affermato che “è giusto che i popoli di Egitto, Siria e Palestina utilizzino tutte le misure che desiderano per riconquistare i propri territori occupati, mentre qualsiasi piccola provocazione da parte di Israele è un comportamento criminale”.
Negli anni ’60 e ’70, lo Stato cinese organizzava frequentemente manifestazioni di massa davanti alle ambasciate di Palestina, Repubblica Araba Unita (Egitto) e Siria a Pechino per esprimere la propria solidarietà. [...] [Inoltre] educava le masse cinesi e incoraggiava la classe operaia a informarsi e a scrivere sulle questioni palestinesi.
Negli anni ’60 e ’70, mentre numerosi combattenti per la libertà dell’OLP venivano addestrati nelle accademie militari cinesi, molti diplomatici e intellettuali palestinesi studiavano o lavoravano come insegnanti di arabo o traduttori nelle università cinesi e venivano spesso invitati in Cina per vari eventi. Le opere di Ghassan Kanafani furono tradotte e ampiamente diffuse in Cina. [...] È interessante notare che negli anni ’70 in Cina la lotta armata palestinese era addirittura un genere letterario per bambini.
Tra il passato rivoluzionario e il presente incentrato sul commercio: la politica estera della Cina nei confronti della Palestina dagli anni ’80 a oggi
Dopo la morte di Mao nel 1976, la Rivoluzione Culturale giunse al termine. Deng Xiaoping, in qualità di leader dei riformisti, impiegò due anni per consolidare il suo potere all’interno del partito. [...] Il sostegno alle rivoluzioni mondiali smise di far parte dell’agenda della diplomazia ufficiale cinese. La Cina iniziò a riconsiderare la possibilità di stabilire relazioni diplomatiche con altri membri del blocco capitalista, tra cui Israele.
Il nuovo clima internazionale di quell’epoca ebbe un impatto significativo anche sui cinesi. Nel 1977, il presidente egiziano Anwar Sadat pronunciò il suo discorso alla Knesset israeliana e il miglioramento delle relazioni tra Egitto e Israele portò i cinesi a credere che l’insolubile “conflitto arabo-israeliano” potesse terminare. La Cina cominciò a considerare che l’esistenza dello Stato israeliano non era intrinsecamente antitetica a quella di uno Stato palestinese.
Nel settembre 1988, il ministro degli Esteri cinese, Qian Qichen, annunciò una “proposta in cinque punti” del suo paese sulle questioni del Medio Oriente, che comprendeva la promozione del dialogo, il ritiro di Israele da tutti i territori arabi occupati in cambio di garanzie di sicurezza e, cosa più importante, la promozione del riconoscimento reciproco tra lo Stato di Palestina e lo Stato di Israele.
Nel 1985 Israele riaprì il suo consolato generale a Hong Kong, chiuso da oltre 10 anni, e iniziò a vendere i suoi prodotti ad alta tecnologia, in particolare equipaggiamenti e tecnologie militari, alla Cina continentale tramite Hong Kong. Israele era diventato uno dei pochi canali attraverso cui la Cina avrebbe potuto acquisire tecnologie militari avanzate e aggirare così il blocco occidentale. La relazione rimase importante per Pechino fino al 2001, quando Israele annullò unilateralmente l’accordo commerciale con la Cina dietro la pressione degli Stati Uniti.
Nel gennaio 1992 la Cina ristabilì le relazioni diplomatiche con Israele. […] Di conseguenza, la Cina accolse con favore gli Accordi di Oslo nel 1993. Ma anche se alla fine si era impegnata per la cosiddetta soluzione dei due Stati, la Cina non ha mai vacillato nel suo sostegno alla Palestina, almeno nel suo discorso diplomatico.
Il 20 novembre 1988, dopo che Yasser Arafat aveva dichiarato cinque giorni prima la nascita dello Stato palestinese, la Cina annunciò ufficialmente il riconoscimento dello Stato di Palestina. Nel dicembre 1995, la Cina istituì ufficialmente la propria ambasciata dell’Autorità Palestinese a Gaza, per poi trasferirla a Ramallah nel maggio 2004.
Dal 2013, il governo di Xi Jinping ha rinnovato il suo interesse politico per il Medio Oriente, compresa la questione palestinese, con l’intento di promuovere il prestigio internazionale della Cina come potenza mondiale. [...] Nel luglio 2017, Xi ha annunciato la sua “proposta in quattro punti” per il “conflitto”.
Per promuovere la “proposta in quattro punti” di Xi, nel dicembre 2017 Pechino ha organizzato il Simposio della Pace Palestina-Israele, a cui hanno partecipato personalità di spicco come Ahmed Majdalani, segretario generale del Fronte di Lotta Popolare Palestinese, e il parlamentare Yehiel “Hilik” Bar, vicepresidente della Knesset israeliana. [...]
Nel maggio 2021, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha ribadito l’interesse della Cina a invitare rappresentanti palestinesi e israeliani al dialogo a Pechino. “Non ci sarà vera pace nel mondo se il Medio Oriente non sarà stabile”. Oggi le parole di Wang sono diventate la norma nel discorso diplomatico cinese sulla Palestina.
Tra il 2015 e il 2020, Cina e Israele hanno vissuto un breve periodo di crescita degli scambi commerciali e degli investimenti. Mentre le relazioni tra Stati Uniti e Israele si inasprivano a causa dell’aggressione israeliana nella Cisgiordania occupata e della sua opposizione all’accordo sul nucleare iraniano, il governo Netanyahu tentò di flirtare con la Cina. Gli scambi commerciali tra Cina e Israele sono più che raddoppiati tra il 2013 e il 2022 e sono cresciuti rapidamente dal 2017, anno in cui Netanyahu ha visitato la Cina e ha firmato il “Partenariato innovativo globale”.
Tuttavia, a seguito della guerra a Gaza e della crisi del Mar Rosso, il commercio sino-israeliano nel 2023 è diminuito di circa l’8% rispetto al 2022, e nel 2024 è diminuito di circa l’1,5% rispetto al 2023. [...] Il più grande investimento della Cina in Israele in questo periodo era stato il porto della baia di Haifa. Nel 2015, la Shanghai International Port Group (SIPG), società statale cinese, ha firmato un accordo con Israele che le concedeva i diritti di gestione del porto per 25 anni, a partire dal 2021; tale accordo è tuttora giuridicamente valido.
La solidarietà politica con la Palestina e i legami economici con Israele creano una contraddizione nella politica estera cinese, e Pechino si è semplicemente dichiarata amica di entrambe le parti, cercando di presentarsi come un potenziale mediatore. [...] Tuttavia, negli ultimi anni, l’immagine della Cina come “amica della Palestina e di Israele” è diventata sempre meno sostenibile. [...]
Dall’inizio degli anni 2000 fino al 2023, Israele ha intensificato la sua aggressione e oppressione contro il popolo palestinese. Tra gli eventi più importanti si annoverano la seconda Intifada del 2000; l’invasione israeliana del Libano dal 2006 in poi; le guerre di Israele contro Gaza nel 2008-2009, 2012, 2014 e 2021; la Grande Marcia del Ritorno nel 2018-2019; la repressione israeliana delle proteste palestinesi nel 2021; e la guerra genocida di Gaza del 2023. In tutte queste occasioni, la Cina ha rilasciato dichiarazioni diplomatiche criticando le azioni di Israele, ma nessuna delle atrocità commesse da Israele ha avuto ripercussioni sul commercio sino-israeliano. [...]
Dopo il genocidio israeliano a Gaza, questa contraddizione nella politica estera cinese si è aggravata a un livello senza precedenti, poiché Israele ha minacciato di danneggiare gli investimenti cinesi se Pechino avesse mantenuto il suo sostegno diplomatico alla Palestina.
Il conflitto diplomatico, propaganda israeliana e la costruzione organica dell’opinione pubblica cinese: come la Cina reagisce al genocidio a Gaza
Gli eventi del 7 ottobre 2023, e in particolare il successivo bombardamento israeliano di Gaza, hanno distrutto irreversibilmente ogni possibilità di continuare come se nulla fosse accaduto. [...] Il governo israeliano ha chiesto alla Cina di condannare l’Operazione Diluvio di Al-Aqsa e di catalogare Hamas come organizzazione terroristica.
Come prevedibile, Pechino ha respinto questa richiesta. Il governo cinese non accetta la narrazione occidentale-israeliana che presenta il 7 ottobre come l’inizio della storia. [...] Non esiste documento che spieghi meglio la posizione ufficiale della Repubblica Popolare Cinese sul diritto dei palestinesi a resistere, anche attraverso la lotta armata, della dichiarazione di Ma Xinmin, Direttore Generale del Dipartimento dei Trattati e del Diritto del Ministero degli Affari Esteri ed ex ambasciatore cinese in Sudan, resa davanti alla Corte Internazionale di Giustizia (CIG) il 22 febbraio 2024. Durante l’udienza pubblica all’Aia, Ma ha dichiarato categoricamente:
“Il conflitto palestinese-israeliano ha origine dalla lunga occupazione israeliana dei territori palestinesi e dalla storica oppressione che Israele ha inflitto al popolo palestinese. La resistenza del popolo palestinese contro l’oppressione israeliana e la sua lotta per completare la creazione di uno Stato indipendente nei territori occupati sono, in sostanza, azioni giuste volte a ripristinare i loro legittimi diritti”.La Cina sollecita ripetutamente Israele a dichiarare un cessate il fuoco immediato, anche già a partire dall’ottobre 2023. Inoltre, la Cina continua a votare a favore della Palestina sia nel Consiglio di Sicurezza che nell’Assemblea Generale dell’ONU. La Repubblica Popolare Cinese ha dimostrato al mondo di non aver abbandonato la sua tradizione diplomatica anticoloniale e la sua solidarietà con la Palestina, forgiata negli anni ’60 e ’70 da Mao e Zhou.
Sebbene attualmente non mostri alcuna determinazione a intraprendere ulteriori sforzi, come l’adesione ufficiale al movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), e non abbia ancora utilizzato direttamente il termine “genocidio” per definire i crimini israeliani a Gaza nei documenti diplomatici ufficiali, la Cina ha dimostrato al mondo che almeno non è disposta a rimanere in silenzio.
Inoltre, la Cina rimane impegnata nel suo ruolo di facilitatore di dialoghi. Ha cercato di facilitare il dialogo tra le varie fazioni palestinesi. Il 23 luglio 2024, 14 fazioni politiche palestinesi, guidate da rappresentanti di Fatah e Hamas, hanno firmato, alla presenza del Ministro degli Esteri cinese Wang Yi, la dichiarazione congiunta nota come “Dichiarazione di Pechino per porre fine alla divisione e per rafforzare l’unità nazionale palestinese”.
Il documento afferma che tutte le fazioni coopereranno alla “formazione di un Governo provvisorio di riconciliazione nazionale incentrato sulla ricostruzione di Gaza dopo il conflitto”.
Come prevedibile, il sostegno diplomatico della Cina ai palestinesi l’ha trascinata in un conflitto diplomatico con Israele. Israele ha anche preso di mira il porto della baia di Haifa, di proprietà cinese, per esercitare pressione sulla Cina. Dall’ottobre 2023, la società cinese che gestisce il porto ha drasticamente ridotto il suo volume di scambi a causa dei rischi per la sicurezza derivanti dalla guerra e nel gennaio 2024, in seguito alla crisi del Mar Rosso, ha cessato completamente le operazioni.
Immediatamente il media israeliano Ynet l’ha presentata come “la prima e unica azienda a interrompere i suoi legami commerciali con i porti israeliani”. [Ma] ad oggi, il governo israeliano non ha ufficialmente annullato il trattato di 25 anni firmato con la Cina per il porto di Haifa.
Oltre a diffondere disinformazione e criticare apertamente il governo cinese, l’ambasciata israeliana a Pechino ha attivamente promosso informazioni filo-israeliane. Ad esempio, Israele ha utilizzato il tipico argomento del “femminismo coloniale” per presentarsi come l’unico Stato “civilizzato” e favorevole alle donne nella regione.
In occasione della Giornata internazionale della Donna del 2024, ad esempio, il consolato israeliano a Shanghai ha organizzato un webinar che collegava i diritti delle donne con l’attacco del 7 ottobre.
Dopo aver esaminato questa campagna di propaganda su larga scala promossa dall’ambasciata israeliana in Cina a partire dall’ottobre 2023, sorge spontanea la domanda: questa narrazione ha conquistato la maggioranza dei giovani cinesi? La risposta è un sonoro “no”. Dal 7 ottobre, gli internauti cinesi hanno sostenuto in modo schiacciante la lotta palestinese con tutti i mezzi, compresa la lotta armata.
Con un linguaggio piuttosto poetico, molti giovani cybernauti cinesi si riferiscono alle forze palestinesi paracadutatesi durante l’Operazione Diluvio di Al-Aqsa come “guerrieri del dente di leone” per due motivi: in primo luogo, i paracadute sospesi in aria assomigliano ai semi volanti del dente di leone; in secondo luogo, i semi del dente di leone possono crescere ovunque cadano, quindi la vitalità di questa pianta è simile alla resistenza del popolo palestinese.
Su Bilibil, il sito web di condivisione video più popolare tra i giovani cinesi, ci sono molti video che commemorano i “guerrieri del dente di leone”. Nell’ultimo anno, gli internauti cinesi hanno mostrato un grande interesse nell’approfondire la conoscenza della Palestina.
Su Douyin (il TikTok cinese) ci sono numerose immagini di Gaza e diversi creatori di contenuti sul web si dedicano alla produzione di video che educano il pubblico sulla storia della lotta palestinese o riportano gli ultimi sviluppi della guerra. Ci sono persone specializzate nella diffusione, sul web cinese, di video pubblicati dalle forze di resistenza palestinese e le analizzano per il pubblico. Dopo la morte di Yahya Sinwar, alcuni hanno persino tradotto volontariamente il suo romanzo “La spina e il garofano” in cinese, come omaggio.
Innumerevoli cittadini cinesi hanno contattato l’ambasciata palestinese a Pechino tramite Weibo [ndt: il Twitter cinese] con l’intenzione di fare donazioni alla popolazione palestinese. In netto contrasto, la pagina dell’ambasciata israeliana ha ricevuto un’infinità di commenti critici che hanno stroncato gli sforzi propagandistici del governo [israeliano].
È da notare che, mentre il Dipartimento di Stato USA proibisce di paragonare le politiche di Israele a quelle della Germania nazista, considerandolo una forma di “antisemitismo”, il popolo cinese, in quanto principale vittima del fascismo giapponese durante la Seconda Guerra Mondiale, non può fare a meno di paragonare il genocidio di Gaza ai massacri di civili cinesi perpetrati dai giapponesi. In effetti, il trauma storico della Cina in quanto nazione invasa è proprio ciò che genera una naturale affinità con il popolo palestinese. [...]
Il 24 ottobre 2023, l’ambasciata tedesca a Pechino ha rilasciato una dichiarazione molto sgarbata, definendo letteralmente “idioti ignoranti o miserabili spudorati” tutti i cinesi che paragonano Israele alla Germania nazista. Tuttavia, le ambasciate israeliana, tedesca e statunitense in Cina hanno scoperto presto, con loro grande disappunto, che le sezioni commenti dei loro account Weibo erano inondate di critiche furiose da parte degli internauti cinesi.
Ancora oggi, questi utenti continuano a paragonare i crimini di guerra israeliani a Gaza ai crimini contro l’umanità commessi dalla Germania nazista e dal Giappone fascista negli anni ’30 e ’40 del '900.
Dall’inerzia storica alla solidarietà organica: il dibattito su Gaza come speranza per la futura solidarietà sino-palestinese
Come per altri aspetti, l’attuale Governo cinese non desidera scegliere tra il suo passato maoista e l’eredità post-maoista e cerca di ignorare la disgiunzione tra i due approcci, mettendo da parte le differenze ed evidenziando i punti in comune. Di conseguenza, le reazioni della Cina al genocidio in corso a Gaza sono spesso ambigue.
Da un lato, lo Stato cinese condanna inequivocabilmente Israele in tutti i forum internazionali e, a differenza dell’Occidente, afferma chiaramente di sostenere il popolo palestinese nell’uso di tutti i mezzi disponibili, inclusa la lotta armata, contro l’occupazione israeliana. [...]
Tuttavia, è anche un dato di fatto che il sostegno della Cina alla Palestina sembra essere guidato maggiormente dall’inerzia storica dell’era maoista. [..] Lo Stato cinese è rimasto distante e indifferente alle nuove tendenze globali, come il movimento BDS.
A causa della sua scarsa comprensione della situazione sul campo e della sua riluttanza a mettere a repentaglio gli scambi commerciali con Israele, il Governo cinese non è disposto ad accettare il doloroso fatto che la soluzione dei due Stati sia sempre più impraticabile e che l’obiettivo della Cina di diventare un amico comune sia della Palestina che di Israele non si adatta più alla realtà in cui la popolazione palestinese si trova ad affrontare minacce esistenziali. [...]
La Cina sostiene ufficialmente la causa del Sudafrica contro il genocidio israeliano presso la Corte Internazionale di Giustizia, ma non ha utilizzato direttamente questo concetto nei propri documenti diplomatici.
Inoltre, è probabile che anche il secondo mandato di Donald Trump ostacoli i progressi sostanziali della Cina nel suo sostegno alla Palestina, al di là delle dichiarazioni diplomatiche e della sua offerta di fungere da sede di dialogo. [...] Infatti, la forte posizione filo-israeliana di Trump potrebbe scoraggiare la Cina dall’adottare energiche misure commerciali contro Israele. [...]
La Cina garantirà di non essere coinvolta nelle lotte armate palestinesi o libanesi, né in alcuna campagna di boicottaggio economico contro Israele, per non aggravare ulteriormente i suoi già instabili rapporti con gli Stati Uniti.
Ciò nonostante, si può ancora mantenere un cauto ottimismo sul futuro del ruolo della Cina nel movimento di solidarietà palestinese. La Cina si rifiuta di condannare l’Operazione Diluvio di Al-Aqsa, e le controversie con Israele alle Nazioni Unite hanno infranto il precedente idillio tra i due Paesi.
Nell’ambito socioculturale, la guerra a Gaza ha portato la gioventù cinese, sempre più anti-occidentale, a riconnettersi con l’eredità rivoluzionaria dell’era di Mao. A lungo termine, con l’aumento delle posizioni di rilievo dei giovani nel governo e nella società cinese, vi è grande speranza che la Cina (ri)abbracci le sue tradizioni anticoloniali degli anni ’60 e ’70 e svolga un ruolo più attivo nel movimento internazionale di solidarietà con la Palestina.
Vorrei concludere questo articolo con una citazione di Zhang Chengzhi, un leggendario scrittore cinese musulmano di etnia Hui che coniò il termine “Guardia Rossa” durante la sua attiva partecipazione alla Rivoluzione Culturale:
“I progetti persistenti che cercano di delegittimare le rivoluzioni sono destinati a essere vani, perché il dominio, l’oppressione, la disuguaglianza, l’ingiustizia e l’intrinseca natura umana volta alla ricerca della verità incoraggeranno le persone a riconsiderare, rispettare e infine abbracciare nuovamente le rivoluzioni” (Zhang 2009).Fonte
12/04/2025
Israele si presenta all’incontro sul genocidio in Ruanda ma gli Stati africani lo cacciano
L’ambasciatore israeliano in Etiopia, Avraham Neguise, è stato allontanato da un incontro dell’Unione africana dedicato al genocidio ruandese. La sua espulsione, avvenuta nelle stanze che onorano la memoria di ha dedicato la sua vita alla ribellione al dominio, ha accentuato il clima di tensione, riflettendo il malcontento di molte delegazioni africane, che hanno interpretato la sua presenza come una provocazione inopportuna.
La notizia, confermata da fonti dell’Ua, rappresenta una frattura diplomatica dalle pesanti ricadute. L’atmosfera durante l’episodio, descritta dai diplomatici presenti come “tesa e quasi irreale”, ha imposto l’immediata sospensione dei lavori finché l’ambasciatore Neguise non è stato scortato fuori dalla sala.
Non è passato inosservato il disappunto espresso dagli stessi vertici dell’Ua, che hanno avviato un’indagine per accertare come sia stato possibile estendere l’invito e, soprattutto, per comprendere i canali che ancora garantiscono a Israele spazi di accesso in contesti dove ormai prevalgono le voci che ne chiedono l’esclusione.
La carica simbolica dell’episodio è innegabile, poiché una conferenza dedicata al genocidio ruandese del 1994, un massacro in cui, in soli cento giorni, circa 800.000 persone, in maggioranza Tutsi, furono brutalmente uccise da estremisti Hutu, è stata interrotta dalla presenza del rappresentante di uno Stato accusato da molti in Africa di perpetrare crimini classificati come genocidio contro i civili palestinesi.
Le contestazioni a Israele
In Ruanda, prima del genocidio, la popolazione era composta principalmente da Hutu, la maggioranza, e Tutsi, una minoranza con una storia di potere. Le tensioni, aggravate da politiche coloniali e post-indipendenza, culminarono con l’abbattimento dell’aereo del presidente Habyarimana, scatenando l’orrore.
Le Interahamwe, milizie estremiste Hutu il cui nome significa “coloro che attaccano insieme”, composte da civili radicalizzati armati, furono protagoniste delle uccisioni di Tutsi e Hutu moderati. La tardiva e insufficiente risposta internazionale è stata ampiamente criticata. Questo genocidio rappresenta un trauma indelebile nella coscienza continentale.
L’interruzione di una sua commemorazione per la presenza del rappresentante di uno Stato accusato di analoghi crimini acquista una risonanza drammatica, nella quale la memoria di uno dei più gravi genocidi del XX secolo sembra aver rifiutato la coesistenza con chi è percepito come parte di un’altra tragedia in corso, evocando spettri di violenza e impunità.
Per Israele, episodi di simile contestazione non sono una novità. Già nel febbraio 2023, una delegazione israeliana fu allontanata durante la cerimonia inaugurale del vertice annuale dell’Unione africana. In quell’occasione, Tel Aviv attribuì la responsabilità dell’accaduto a Sudafrica e Algeria, denunciando un’azione di sabotaggio diplomatico.
La memoria diplomatica è duratura, e la frattura esistente tra Israele e una parte significativa del continente africano affonda le proprie radici in decenni di tensioni, pressioni e dinamiche di alleanze complesse.
Nel 2021, dopo un intenso lobbying diplomatico, Israele ottenne lo status di osservatore presso l’Ua, un traguardo celebrato a Tel Aviv come fondamentale vittoria strategica.
Ma questa parentesi di distensione ebbe vita breve. Appena un anno dopo, di fronte alla crescente opposizione degli Stati membri, l’Unione Africana revocò bruscamente il privilegio. Al centro del contendere rimane, ineludibile, la questione palestinese.
Per il continente africano, la causa palestinese non è semplicemente una disputa geopolitica tra Stati, è diventata una questione identitaria, un riflesso delle lotte anticoloniali che si proietta nelle cancellerie di Kinshasa, nei dibattiti di Dakar e nei palazzi governativi di Algeri.
I parametri dell’Unione africana
Numerosi leader africani percepiscono la persistente occupazione dei territori palestinesi e le operazioni militari a Gaza come una contraddizione insanabile con i principi cardine dell’Unione africana, quali l’autodeterminazione, la dignità e la resistenza all’oppressione. La posizione africana supera la logica dei semplici allineamenti politici, radicandosi profondamente nella storia del continente e nelle sue aspirazioni future.
Anche Hamas ha espresso un giudizio netto, definendo l’espulsione di Neguise “una posizione audace” e sottolineando come essa attesti i valori storici dell’Ua e la sua coerenza nel sostegno alla causa palestinese.
Il movimento ha dichiarato che è oltraggioso che uno Stato che commette un genocidio a Gaza possa avere accesso a un incontro sul genocidio, formulando parole dure e taglienti che denotano una chiara richiesta di cessare la concessione a Israele di piattaforme internazionali per quella che definisce una strategia di insabbiamento.
L’Unione africana, sorta nel 2002 come evoluzione dell’Organizzazione dell’Unità Africana, mantiene un carattere fortemente selettivo nel suo assetto istituzionale. L’accesso allo status di osservatore per Stati extracontinentali rimane vincolato a parametri rigorosi, tra i quali spicca, caso emblematico, quello della Palestina, riconosciuta come osservatore già dal 1973 e tuttora sostenuta da un consenso trasversale.
La continuità di questo sostegno rievoca non solo le battaglie contro l’apartheid, ma soprattutto la consapevolezza che il potere, per essere legittimo, deve radicarsi in un’etica condivisa.
In tutto ciò, una sfumatura di ambiguità avvolge il concetto stesso di memoria e giustizia. L’evento dedicato al Ruanda, concepito come momento di riflessione collettiva sulle conseguenze dell’indifferenza e della complicità internazionale, ha finito per assumere i tratti di uno spazio di contesa politica. Eppure, in fondo, nessuna deriva semantica, ma l’evoluzione inevitabile di una memoria che, anziché ripiegarsi sul cerimoniale, si fa gesto concreto.
La diplomazia oscilla pericolosamente sul filo della crisi, stretta tra le crude logiche geopolitiche e l’indomita forza degli ideali. In questa coltre di interessi contraddittori, tra omissioni colpevoli e indifferenza verso la tragedia di Gaza, esiste una questione fondamentale che riguarda sia la legittimità di chi parla sia l’urgenza di chi ha disperato bisogno di ascolto.
Fonte
