Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Dignità. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Dignità. Mostra tutti i post

23/09/2026

ONU - Parla Trump e la delegazione di Cuba se va dall’aula

All’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, mentre Donald Trump definiva Cuba “uno Stato fallito” e ne annunciava la presunta fine, la delegazione cubana si è alzata ed è uscita dall’aula in segno di protesta.

Non è stato un dettaglio protocollare. È stato un atto di dignità nazionale. Di fronte all’arroganza della più grande potenza mondiale, Cuba ha scelto di non assistere in silenzio alla propria umiliazione. Ha ricordato al mondo che la sovranità non è una merce negoziabile e che un popolo può essere colpito da un blocco economico durissimo, ma non per questo rinunciare al rispetto di sé.

Quando Trump ha pronunciato parole offensive contro la Rivoluzione e contro l’intera nazione cubana, L’Avana ha risposto nel modo più semplice e più forte: alzandosi e uscendo. Quel gesto resterà come una delle immagini simboliche di questa Assemblea dell’ONU, perché afferma che esiste un limite oltre il quale la dignità vale più della diplomazia.

Ma accanto a quella scena se n’è consumata un’altra, ben più dolorosa per chi crede nell’internazionalismo latinoamericano.

La delegazione del Venezuela non si è alzata. È rimasta seduta mentre Cuba veniva insultata. È rimasta nell’aula ad ascoltare chi attaccava il Paese che più di ogni altro ha sostenuto la nascita e la sopravvivenza della Rivoluzione Bolivariana. È rimasta seduta anche quando Trump ha rivendicato con arroganza il blitz che ha portato all’arresto del presidente venezuelano Maduro.

Questo non è un dettaglio. È un fatto politico grave. Per decenni Cuba ha dato al Venezuela ciò che aveva di più prezioso: migliaia di medici, insegnanti, tecnici, ricercatori e una solidarietà concreta che ha contribuito a costruire le missioni sociali volute da Fidel Castro e Hugo Chávez. Persino il sangue dei suoi figli è stato versato in nome di un progetto comune di emancipazione dell’America Latina.

Per questo il mancato gesto di solidarietà rappresenta una ferita profonda. È tempo di parlare con chiarezza. Troppi ambienti della cosiddetta sinistra continuano a giustificare qualsiasi scelta del governo venezuelano, trasformando la solidarietà in un esercizio di obbedienza acritica.

Di grande rilievo è stato invece l’intervento del presidente brasiliano Lula, che dall’Assemblea Generale ha riportato la questione cubana al centro del diritto internazionale: “Il blocco degli Stati Uniti contro Cuba è un orrore che deve finire”. Parole che ricordano come la vera emergenza non sia la propaganda contro l’isola, ma una misura coercitiva che continua a colpire milioni di cittadini cubani e che isola soprattutto Washington, non L’Avana.

Ancora più netto il richiamo dell’intellettuale cubano Abel Prieto, figura storica della Rivoluzione, che ha letto l’uscita della delegazione cubana come un dovere morale prima ancora che diplomatico: “La dignità di un popolo non si negozia e non si baratta con alcun vantaggio economico”. È un monito rivolto a tutta l’America Latina: senza memoria, senza solidarietà e senza sovranità, ogni progetto di emancipazione è destinato a dissolversi.

Le parole di Lula e Abel Prieto convergono nello stesso principio: la solidarietà tra i popoli non può essere selettiva. Quando Cuba viene aggredita, non è soltanto un Paese a essere colpito, ma l’idea stessa che l’America Latina possa costruire un futuro indipendente dalle imposizioni dell’imperialismo. Ed è per questo che il gesto di Cuba all’ONU assume oggi un valore politico e morale che va ben oltre le mura del Palazzo di Vetro.

Oggi difendere Cuba significa difendere la sovranità dei popoli, opporsi senza esitazioni al blocco statunitense e riconoscere la straordinaria coerenza di una nazione che, pur colpita da decenni di aggressioni economiche, continua a non piegare la testa.

La storia ricorderà le parole offensive di Trump. Ma ricorderà soprattutto chi si è alzato in piedi e chi, invece, è rimasto seduto.

Fonte

31/08/2026

Cuba, la guerra che non fa rumore: blackout, sanzioni e resistenza quotidiana

C’è una guerra che si riconosce dai bombardamenti, dalle colonne di profughi, dalle città distrutte. E poi ce n’è un’altra, più silenziosa, che può entrare nelle case attraverso un frigorifero spento, una pompa dell’acqua che non funziona, un autobus che non arriva, un ospedale dove le medicine diventano difficile da reperire o un distributore costretto a razionare il carburante.

È questa la Cuba che Luciano Vasapollo, economista e docente universitario, racconta – in un’ intervista a Alfonso Bruno, pubblicata da Mediafighter – dopo il suo più recente viaggio nell’isola, come membro di una delegazione della Rete dei Comunisti.

Un racconto segnato dalla sua lunga vicinanza alla Rivoluzione cubana, ma che pone al centro una questione che supera le appartenenze ideologiche: che cosa accade a una popolazione quando la crisi economica, le difficoltà interne e la pressione internazionale si sommano fino a incidere sui beni essenziali della vita quotidiana?

Si può parlare di genocidio, stante il fatto che una catena infinita di morti è il risultato pratico dell’attuale politica che vuole strangolare Cuba, finalizzata alla caduta dell’attuale governo rivoluzionario.

“Ho visitato un Paese in guerra”, racconta Vasapollo. “Non una guerra convenzionale, naturalmente, ma una guerra economica, finanziaria, commerciale ed energetica. Siamo abituati a pensare alla guerra soltanto quando vediamo le bombe. Ma quando manca il combustibile si fermano i trasporti, la produzione, una parte dei servizi sanitari. Quando viene meno l’elettricità, si interrompe la distribuzione dell’acqua, si deteriorano gli alimenti, diventano più difficili le cure. La guerra può anche non fare rumore e tuttavia entrare nelle case”.

La situazione energetica cubana ha effettivamente raggiunto nel 2026 livelli di particolare gravità. Il 3 agosto la rete elettrica nazionale è collassata, provocando un blackout generalizzato e aggravando una crisi che aveva già prodotto ripetute interruzioni nella fornitura di corrente.

Reuters ha descritto una rete caratterizzata da infrastrutture obsolete, carenza di combustibile e sottoinvestimenti, mentre il governo cubano attribuisce una parte decisiva delle difficoltà alla pressione esercitata dalle sanzioni statunitensi.

La questione non riguarda dunque soltanto l’energia. Il 23 aprile 2026 gli esperti delle Nazioni Unite titolari di procedure speciali hanno inviato una comunicazione agli Stati Uniti esprimendo preoccupazione per gli effetti che il blocco dei combustibili imposto con un ordine esecutivo del 29 gennaio avrebbe potuto avere sui diritti all’alimentazione, alla salute, all’istruzione, all’acqua e ai servizi igienico-sanitari. Il documento dell’OHCHR indica come potenziali persone interessate circa dieci milioni di cubani.

È uno degli elementi che rendono particolarmente complesso il dibattito sull’isola. La crisi cubana non può essere spiegata attraverso una sola causa. Da una parte vi sono le conseguenze delle sanzioni e delle restrizioni statunitensi, dall’altra problemi strutturali interni: una rete energetica invecchiata, difficoltà produttive, carenze di investimenti, inefficienze burocratiche e una profonda crisi economica che dura ormai da anni.

Lo stesso Vasapollo, pur contestando radicalmente la politica statunitense, riconosce che Cuba non può attribuire ogni propria difficoltà esclusivamente all’esterno. “Cuba può e deve essere criticata”, afferma. “Nessuno Stato è perfetto e nessuna esperienza storica può essere considerata immune dagli errori. Ci sono problemi di efficienza, problemi burocratici, scelte economiche che possono essere messe in discussione. Il governo cubano deve correggere ciò che non funziona e deve offrire soprattutto ai giovani nuove possibilità di lavoro, formazione e vita. Ma una cosa è criticare una politica economica e un’altra è utilizzare una pressione economica esterna per rendere più difficile il funzionamento dell’intero Paese”.

È una distinzione decisiva per comprendere il dibattito attuale. Washington sostiene che le proprie misure siano dirette contro il governo cubano e che l’obiettivo sia favorire cambiamenti economici e politici. L’Avana sostiene invece che le sanzioni producano effetti sproporzionati sulla popolazione e sull’intero sistema economico. La realtà quotidiana, intanto, è fatta di scarsità.

“Quando manca il combustibile non si ferma soltanto l’automobile”, spiega Vasapollo. “Si fermano gli autobus, diventa difficile raggiungere il lavoro, diventa più complicato trasportare gli alimenti, mantenere operative le strutture sanitarie, muovere le merci. E quando manca l’elettricità non si spegne soltanto una lampadina. Se non funzionano le pompe, manca anche l’acqua. Se gli ospedali devono lavorare con una disponibilità energetica insufficiente, una difficoltà tecnica può trasformarsi in un problema umano”.

Proprio la dimensione sanitaria è una delle più delicate. L’elettricità è indispensabile per apparecchiature, refrigerazione, sale operatorie, laboratori e distribuzione dei medicinali. In un sistema già sottoposto a forti restrizioni, ogni interruzione può moltiplicare gli effetti della crisi.

“Ecco perché dico che l’economia non è soltanto un grafico”, insiste Vasapollo. “Dietro una sanzione, dietro una restrizione commerciale, dietro una difficoltà finanziaria ci sono persone concrete. Ci sono bambini, anziani, malati. Ci sono famiglie che devono decidere come utilizzare l’acqua che hanno a disposizione. Ci sono lavoratori che non riescono a raggiungere il proprio posto di lavoro. Ci sono ospedali che hanno bisogno di energia e medicinali. Non possiamo discutere di geopolitica dimenticando i corpi delle persone”.

Uno degli elementi più controversi emersi nelle ultime settimane riguarda le merci destinate all’isola. Il governo cubano ha denunciato a fine luglio la presenza di oltre 7.000 container bloccati in porti internazionali, sostenendo che contengano alimenti, medicinali, materiali per il settore energetico e risorse per la rete idrica.

La cifra proviene dalle autorità cubane e non è stata verificata indipendentemente nella sua interezza, ma la denuncia si inserisce in un quadro più ampio di difficoltà logistiche e finanziarie.

“Bisogna essere prudenti nel presentare questi numeri”, osserva Vasapollo. “Sono dati forniti dalle autorità cubane e devono essere indicati come tali. Ma il problema che descrivono è reale: le sanzioni non producono effetti soltanto sull’azienda direttamente colpita. Possono coinvolgere banche, assicurazioni, compagnie di navigazione, operatori commerciali. Un’impresa può decidere di non lavorare con Cuba non perché quella specifica merce sia necessariamente vietata, ma perché teme conseguenze finanziarie o sanzionatorie”.

Il fenomeno è particolarmente evidente nel settore energetico. Nel marzo scorso gli Stati Uniti hanno autorizzato alcune operazioni relative al petrolio russo, ma il quadro delle esenzioni e delle restrizioni nei confronti di Cuba è rimasto complesso. Parallelamente, Washington ha consentito esportazioni limitate di carburante verso imprese private cubane, mentre la pressione sul settore energetico statale è rimasta molto forte.

La stessa Russia ha cercato di intervenire. Ad aprile Mosca ha confermato il proprio sostegno a Cuba e ha ricordato la consegna di circa 700 mila barili di greggio attraverso la petroliera “Anatoly Kolodkin”, destinati a dare sollievo al sistema energetico cubano. Ma un singolo carico non può risolvere una crisi strutturale.

“Una petroliera può aiutare, può dare respiro, ma non risolve il problema di un’intera economia”, osserva Vasapollo. “Cuba ha bisogno di una strategia energetica strutturale, di investimenti, di infrastrutture moderne, di diversificazione delle fonti. Ha bisogno di sviluppare le energie rinnovabili e soprattutto il fotovoltaico. Non si può pensare che la soluzione sia semplicemente aspettare il prossimo carico di petrolio”.

E qui emerge un altro aspetto del viaggio raccontato dall’economista: la capacità di adattamento della società cubana. “Ho visto una grande capacità di solidarietà”, racconta. “Una famiglia che ha un po’ d’acqua la divide con quella vicina. Chi riesce a cucinare prepara qualcosa in più. Chi dispone di un’automobile cerca di accompagnare altre persone. Durante i blackout la gente scende in strada, si incontra, parla. Ho visto una comunità che cerca continuamente soluzioni”.

Una solidarietà che Vasapollo definisce “resistenza creativa”, ma sulla quale pone immediatamente un limite: “Non dobbiamo romanticizzare la sofferenza. È bello vedere che le persone si aiutano, ma non è bello che siano costrette a farlo perché manca un bene essenziale. Un popolo ha diritto all’acqua, all’elettricità, ai trasporti e alle medicine. La solidarietà non può diventare il sostituto permanente dei servizi pubblici”.

È proprio sul concetto di “guerra economica” che si concentra la parte più politica del suo ragionamento. Vasapollo arriva a utilizzare anche la parola “genocidio”, una definizione che deve però essere distinta dalla qualificazione giuridica del genocidio nel diritto internazionale. 

“Capisco che sia una parola enorme”, riconosce. “E sono disposto a discutere sul piano giuridico. Non sto dicendo che Cuba sia teatro di una guerra convenzionale o che la situazione sia identica a quella di un genocidio riconosciuto dai tribunali internazionali. Sto dicendo che bisogna interrogarsi sulle conseguenze di politiche che colpiscono beni essenziali e che producono sofferenza sulla popolazione”.

Il punto, dunque, è distinguere tra una valutazione politica e una definizione giuridica. Gli esperti ONU hanno espresso preoccupazione per le conseguenze delle misure statunitensi sui diritti umani, ma ciò non equivale a una qualificazione giuridica della situazione cubana come genocidio.

Anche l’Assemblea generale delle Nazioni Unite continua, intanto, a chiedere la fine dell’embargo economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti. Nell’ultima votazione del 29 ottobre 2025, la risoluzione è stata approvata con 165 voti favorevoli, 7 contrari e 12 astensioni.

Il dato testimonia l’ampiezza del dissenso internazionale nei confronti della politica dell’embargo, ma non chiude il dibattito sulle responsabilità interne cubane. La crisi dell’isola resta il risultato di fattori intrecciati: il peso delle sanzioni e dell’isolamento finanziario, le difficoltà energetiche, la fragilità produttiva, gli errori di politica economica e le conseguenze di anni di crisi. È proprio questa complessità che dovrebbe impedire sia la demonizzazione sia la santificazione.

Vasapollo non nasconde la propria vicinanza alla Rivoluzione cubana. Ma sostiene che la solidarietà con Cuba non debba necessariamente coincidere con un’adesione acritica al governo dell’Avana. “Si può criticare il sistema cubano e contemporaneamente essere contrari al blocco”, afferma.

“Si può essere cattolici, liberali, socialisti, conservatori e avere opinioni differenti sul socialismo cubano, ma incontrarsi su un principio fondamentale: non si colpisce una popolazione per ottenere un cambiamento politico. Se un bambino ha bisogno di un medicinale, non gli si domanda quale sistema economico preferisca sua madre. Se una famiglia non ha acqua, non le si chiede se voti per il Partito comunista. Prima viene la persona”.

Questa affermazione apre anche un capitolo delicato: quello dei diritti politici e religiosi a Cuba. La storia dei rapporti tra Rivoluzione e Chiesa cattolica è stata lunga e contraddittoria. Nei primi anni Sessanta vi furono espulsioni di sacerdoti, nazionalizzazioni delle scuole religiose e un forte irrigidimento nei rapporti con le confessioni. Ma sarebbe altrettanto fuorviante descrivere la situazione del 2026 come se fosse rimasta congelata a quella stagione.

Il dialogo con la Chiesa si è progressivamente riaperto. Nel 1985 Fidel Castro affrontò per 23 ore con il domenicano brasiliano Frei Betto il rapporto tra marxismo, cristianesimo e Rivoluzione, in conversazioni poi raccolte nel volume “Fidel y la religión”. La svolta ebbe poi una forte dimensione internazionale con la visita di Giovanni Paolo II a Cuba nel gennaio 1998. Il Papa incontrò le autorità e la comunità cattolica e insistette sulla necessità che la Chiesa potesse vivere e operare nella società cubana.

La formula con la quale quella visita è rimasta impressa nella memoria collettiva sintetizzava una prospettiva che andava oltre la contrapposizione ideologica: “Che Cuba si apra al mondo e che il mondo si apra a Cuba”. È una frase che conserva ancora oggi una sorprendente attualità.

Perché Cuba ha bisogno di aprirsi, di modernizzare la propria economia, di affrontare le proprie inefficienze, di offrire prospettive ai giovani e di continuare a confrontarsi sul terreno dei diritti e delle libertà. Ma anche il mondo ha bisogno di aprirsi a Cuba, evitando che l’isola venga ridotta a un simbolo della Guerra fredda o a un semplice campo di battaglia nella contrapposizione tra Washington e i suoi avversari.

“Non voglio consegnare l’immagine di una Cuba paradisiaca”, precisa Vasapollo. “Non sarebbe seria. Ci sono problemi enormi. Ci sono persone che vogliono partire, giovani che cercano opportunità altrove, cittadini che criticano il governo e che desiderano cambiamenti. Tutto questo esiste. Ma esiste anche una società che conserva forme importanti di solidarietà e di comunità. E soprattutto esiste un popolo che non può essere trasformato in uno strumento di pressione geopolitica”.

È probabilmente questo il punto più significativo del suo racconto. Non si tratta di stabilire se Cuba sia un modello perfetto o un fallimento storico. Si tratta di capire se sia moralmente accettabile utilizzare la sofferenza economica di una popolazione come leva per ottenere un mutamento politico.

La domanda riguarda anche l’Occidente. Perché la discussione sulle sanzioni non dovrebbe essere separata dalla discussione sui loro effetti. Se una politica estera produce conseguenze su acqua, salute, alimentazione, istruzione ed energia, la responsabilità di chi la decide non può fermarsi davanti alla porta dell’ufficio dove quella politica viene firmata. Il paradosso è che una misura economica appare astratta finché non arriva all’ultimo anello della catena.

“Una sanzione scritta in un ufficio a migliaia di chilometri di distanza può trasformarsi in un’ambulanza che non parte, in una pompa che non porta acqua al quinto piano, in un frigorifero spento o in un’apparecchiatura ospedaliera che ha bisogno di corrente”, osserva Vasapollo.

“Possiamo discutere all’infinito su chi abbia ragione nella storia. Ma quando la politica internazionale comincia a passare attraverso il corpo dei più deboli, la domanda non è più soltanto da che parte stare. La domanda è fino a che punto siamo disposti a spingerci per costringere un popolo a scegliere la parte che piace a noi”.

La Cuba del 2026 appare così sospesa tra emergenza e trasformazione. La crisi energetica costringe il Paese a cercare nuovi fornitori, a sperimentare nuove forme di approvvigionamento e a guardare alle energie rinnovabili. La scuola deve affrontare una grave carenza di insegnanti e materiali, mentre i blackout continuano a condizionare la vita quotidiana. Non è una fotografia di stabilità. Ma neppure può essere ridotta a quella di un Paese semplicemente “messo in ginocchio” da un solo fattore.

“Non dobbiamo scegliere tra difendere Cuba e criticare Cuba”, conclude Vasapollo. “Possiamo fare entrambe le cose. Possiamo chiedere più diritti, più efficienza, più partecipazione e più opportunità per i giovani e contemporaneamente chiedere la fine delle politiche che colpiscono la popolazione. Possiamo sostenere il diritto di Cuba alla propria sovranità senza trasformare il governo cubano in un oggetto di culto. La solidarietà non è una canonizzazione politica”.

È una distinzione importante anche per un giornalismo che voglia sottrarsi alla propaganda. Cuba non è un paradiso. Non è neppure soltanto una dittatura caricaturale raccontata attraverso categorie ferme alla Guerra fredda. È un Paese reale, con una storia rivoluzionaria, un sistema politico specifico, risultati sociali riconosciuti, limiti e contraddizioni, una crisi economica profonda e una popolazione che oggi paga il prezzo di una combinazione di problemi interni e pressioni esterne.

E forse la domanda più urgente non è stabilire chi abbia l’ultima parola sulla Rivoluzione. È capire se, nel mondo contemporaneo, sia ancora possibile perseguire obiettivi politici senza trasformare l’acqua, l’energia, il cibo e le medicine in strumenti di contesa. Perché una guerra che non fa rumore può essere comunque una guerra. E quando entra nelle case, la prima responsabilità della politica dovrebbe essere quella di farla uscire.

Fonte

20/04/2026

Intervista a Miguel Díaz-Canel

“Non ci piace la guerra, promuoviamo la solidarietà e la cooperazione tra i popoli, ma siamo pronti a difendere questa pace”.

In un contesto di massima tensione diplomatica e crisi energetica, il leader cubano offre in questa intervista una risposta netta alle recenti minacce provenienti da Washington. Rispondendo alle domande, Díaz-Canel analizza la sovranità dell’isola, la possibilità di un conflitto armato e la complessa situazione sociale che attraversa il popolo cubano sotto il peso del blocco.

Presidente Díaz Canel, benvenuto a Meet the Press.

Molte grazie, grazie a voi per l’opportunità e grazie per essere a Cuba.

Grazie per averci invitato nel vostro bel paese, è un onore.

Per noi è un piacere che siate qui.

Grazie, moltissime grazie. Io vorrei cominciare con il presidente Trump. Egli ha detto di avere piani per prendere Cuba in qualche modo. Ha detto: “Credo di poter fare quello che voglio con Cuba”. Lei prende sul serio le minacce di Trump?


Io credo che negli ultimi giorni siano state dette molte cose non solo dal Presidente, ma anche da altri funzionari del Governo degli Stati Uniti, che denotano realmente un linguaggio e una retorica aggressiva verso Cuba.
Bisogna conoscere la storia del nostro paese. Il nostro è un paese che nella sua identità ha molto radicati i valori della sovranità e dell’indipendenza. Per 150 anni Cuba ha lottato, prima per liberarsi dalla colonia e poi dalla neocolonia. E con la Rivoluzione Cubana, con il suo trionfo nel gennaio del 1959, sono state cancellate tutta una serie di dipendenze, si è cancellato l’assoggettamento, la subordinazione a una potenza straniera, e questo ha portato tutta una serie di conseguenze per il paese a beneficio delle quali il popolo cubano non è disposto a rinunciare.
C’è uno dei generali più brillanti delle nostre guerre di indipendenza, Antonio Maceo, che disse: “Chi tenti di impossessarsi di Cuba raccoglierà solo la polvere del suo suolo intriso di sangue, se non perisce nella lotta”.
Noi siamo un paese di pace. Noi non promuoviamo la guerra, non ci piace la guerra, favoriamo la solidarietà, la cooperazione tra i popoli, ma siamo disposti a difendere quella pace che vogliamo; pertanto, non ci lasciamo intimidire, e non vogliamo che ci colga né la sorpresa né la sconfitta.
Questa è una delle interpretazioni che si possono dare a questa minaccia e su quale sia la posizione di Cuba. L’altra interpretazione che si può dare è quando parlano del fatto che Cuba cadrà da sola, e cercano di metterci un’etichetta di Stato fallito o di paese che sta per collassare, il che è smentito dalla realtà: come può un paese come questo aver sopportato in 67 anni ogni tipo di pressione, di aggressione e, persino, per più di sessant’anni, il blocco più prolungato della storia, che è un blocco criminale, genocida?
Ci sarebbe molto da parlare su questi temi, ma vi dico che il popolo cubano, la Rivoluzione Cubana, è disposta a difendersi.

Passiamo alla prossima domanda. Il presidente Trump vuole prendere Cuba come ha fatto con il presidente Maduro in Venezuela, come ha fatto in Iran dove ha ucciso il Leader Supremo. Lei pensa che potrebbe essere arrestato o assassinato dal Governo degli Stati Uniti?

È una domanda molto interessante. A me non piace mai che si facciano parallelismi tra Cuba e altre nazioni, perché noi abbiamo una storia propria, ci muoviamo in una circostanza propria, ed è anche ignorare un po’ la nostra storia, la forza della nostra unità e la forza delle nostre istituzioni.
Noi che assumiamo responsabilità all’interno della Rivoluzione abbiamo un impegno con la Rivoluzione e, soprattutto, con il nostro eroico popolo. E in quel senso di responsabilità è inclusa la convinzione che siamo disposti a dare la vita per la Rivoluzione, per la causa che difendiamo.
Pertanto, per me questa non è una preoccupazione. Se arrivasse il momento, non credo ci sia giustificazione affinché gli Stati Uniti provochino un’aggressione a Cuba o affinché gli Stati Uniti trattino di dare un colpo chirurgico o il sequestro di un presidente a Cuba. Se si producesse, c’è combattimento, c’è lotta. Ci difenderemo, e se ci tocca morire, moriremo, perché come dice il nostro Inno Nazionale: “Morire per la Patria è vivere”.
Ma qui si confonde qualcosa, ed è che si personalizza sempre la direzione della Rivoluzione Cubana con una persona. In un momento si personificò con il Comandante in Capo, in un altro momento con il Generale d’Esercito, ora cercano di personificarla con me; il punto è che noi abbiamo una direzione collettiva nella quale c’è un’unità, una coesione, un’unità ideologica anche, e c’è una disciplina rivoluzionaria.
Pertanto, eliminare una persona all’interno della struttura di direzione della Rivoluzione non risolve nessun problema, al contrario, ci sono centinaia di persone che sono in condizioni di occupare quella responsabilità e di decidere in maniera collettiva. E siamo preparati ad affrontare qualunque tipo di situazione.

Quello che lei dice ha molta forza, ma ha timore per se stesso, per la sua famiglia? È preparato, come lei dice, a fare l’ultimo sacrificio se fosse attaccato?

Non ho timore, sono disposto a dare la vita per la Rivoluzione. Ovviamente, non mi piacerebbe che questa fosse l’attitudine del Governo degli Stati Uniti. Non credo che il popolo nordamericano, che è un popolo sensibile, permetterebbe o vedrebbe bene che il proprio paese, il proprio Governo invada una piccola isola che non riporta nessuna preoccupazione in materia di sicurezza nazionale per il Governo degli Stati Uniti; un’isola che vuole pace, un’isola che vuole dialogare, un’isola dove il suo popolo vuole avere una relazione diretta con il popolo nordamericano.
E poi, quale sarebbe la giustificazione per fare questo? Ma, inoltre, un’aggressione a Cuba avrebbe costi per entrambi i paesi in perdite di vite umane inutilmente, che possono essere evitate; avrebbe costi materiali; influenzerebbe la sicurezza e la stabilità degli Stati Uniti, di Cuba e della regione.
Io credo che bisogna vedere le cose con molta responsabilità quando si prende la decisione su un fatto di quella portata. E, soprattutto, quando prima di prendere quella decisione, che è totalmente illogica e irrazionale, c’è una logica che è più giusta, che è quella di dialogare, di discutere, di dibattere e di trattare di arrivare ad accordi che ci allontanino dall’affrontamento militare.

Cuba si sta preparando attivamente di fronte alla possibilità di un attacco da parte degli Stati Uniti?

Guarda, come ho sempre espresso in altri incontri, in altre interviste, anche quando parliamo al popolo cubano, è evidente che c’è una minaccia, è nella retorica del Governo degli Stati Uniti. Cuba non ha fatto nulla che offenda gli Stati Uniti. Cuba non ha proposto in nessun momento di aggredire gli Stati Uniti, né di intromettersi negli affari interni degli Stati Uniti. Tuttavia, costantemente si sta dicendo che Cuba è la prossima, che si aggredirà Cuba, che ci sono uscite per Cuba, che prenderanno Cuba.
Pertanto, questo, dalla posizione di responsabilità nella direzione del paese, è un allerta e dobbiamo responsabilmente proteggere il nostro popolo, proteggere il nostro progetto, proteggere il nostro paese.
Allora, sì, ci prepariamo per la difesa. Ora, qual è il concetto della nostra preparazione per la difesa? Noi abbiamo una dottrina militare che è totalmente difensiva, non è aggressiva, non implica un pericolo per nessuno; è semplicemente una dottrina che si conosce come “Guerra di Tutto il Popolo”, che è stata costruita collettivamente con l’esperienza della nostra storia, e si è finiti di concepire, si è finiti di strutturare precisamente in una tappa molto dura della nostra storia dove eravamo molto minacciati anche dal Governo degli Stati Uniti.
E si basa sulla partecipazione popolare: ogni cubana e ogni cubano ha una missione, ha un proposito, ha un obiettivo da difendere, ha un luogo e una posizione da occupare nella difesa. E si fa sulla base della partecipazione popolare, della partecipazione volontaria e, naturalmente, comprende la preparazione per la difesa di tutti gli scaglioni e di tutti gli anelli che conformano la nostra difesa territoriale; ma è una concezione totalmente difensiva e non aggressiva.
E, inoltre, partiamo anche da un fatto: che preparandoci per difenderci è la maniera migliore per evitare la guerra ed è la maniera migliore per preservare la pace.
Ti dirò di più, io credo che quello che merita tanto il popolo nordamericano quanto il popolo cubano, nella loro relazione, non è un’aggressione né è un linguaggio di guerra. Quello che meritano il popolo nordamericano e il popolo cubano è la pace, una pace che ci permetta di avere un ambiente di fiducia, di cooperazione, di collaborazione, anche di solidarietà e, naturalmente, di intesa.

Pensa che l’esercito cubano possa aver successo in un confronto contro gli Stati Uniti, se questo si producesse?

Quando parliamo di difesa di Cuba, parliamo delle nostre gloriose Forze Armate Rivoluzionarie, ma anche del nostro popolo, che è strutturato in differenti anelli di quella difesa territoriale. Sì, avremmo successo, sì, possiamo avere successo. Non c’è nemico che non possa essere sconfitto.

Ma contro gli Stati Uniti, la potenza maggiore del mondo?

Gli Stati Uniti hanno una loro concezione del fare la guerra. Il nostro concetto di difesa territoriale si basa su una guerra irregolare, asimmetrica, dove potrebbero avere successi in un determinato momento; ma si renderebbe loro insostenibile invadere e occupare il suolo cubano, perché c’è una decisione, e quella decisione, quella convinzione la rimando nuovamente alla frase di Maceo: “raccoglierà solo la polvere del suo suolo intriso di sangue, se non perisce nella lotta”.
E non è una consegna, non è uno slogan. Se ora esci in strada e commenti o mostri la prima parte di quella frase a un bambino, a un anziano, a un cubano, a un giovane, te la completerà immediatamente, perché così ci siamo formati, e questo è nei nostri sentimenti. Ti ripeto che non è quello che desideriamo. Non desideriamo una guerra, non desideriamo un confronto. Avrebbe un costo molto alto per tutti.

Bene, le chiedo su questo momento straordinario. Gli Stati Uniti hanno sospeso le forniture di combustibile a Cuba; ma la Russia le ha riprese. Lei pensa che i russi abbiano ottenuto il permesso per aiutare Cuba? Come ha funzionato questo?

Io credo che mai un fatto così comune, come può essere il commercio tra due paesi, fosse stato così seguito dai mezzi di stampa e dalla popolazione, in differenti confini del mondo, come l’arrivo della nave russa con combustibile, che è venuta con un concetto di aiuto umanitario. Ossia, non è stata una relazione commerciale.
Io credo che Cuba abbia il diritto, come qualunque paese, di importare petrolio. E tutti i paesi hanno il diritto di esportare petrolio a Cuba. Pertanto, è molto ingiusto questo blocco energetico che inasprisce ancora di più il blocco degli Stati Uniti verso Cuba. Ossia, aver dichiarato il blocco energetico a Cuba dimostra ancora una volta che c’è tutta un’aggressione multidimensionale da parte del Governo degli Stati Uniti a Cuba.
Con una guerra economica che è durata 67 anni, con un blocco che è durato più di 60 anni, con un blocco che nell’anno 2019 con la prima amministrazione Trump si inasprì, che fu mantenuto dall’amministrazione Biden anche in condizioni di COVID-19, e che ora, nuovamente, ha un’espressione di massima pressione che provoca danni devastanti nella popolazione cubana col blocco energetico.
La Federazione Russa ha potuto inviare quella nave in un concetto di aiuto umanitario. Gli Stati Uniti hanno persistito nel mantenere il blocco energetico, pertanto, noi non abbiamo la sicurezza di quando possa entrare un’altra nave carica di petrolio a Cuba, anche se a noi corrisponde il diritto di poterlo ottenere. E questa nave che è arrivata neppure deve sollevare false aspettative, sebbene sia un aiuto importante in un momento come questo, che riconosciamo, ma copre solo la terza parte della domanda di combustibile di un mese a Cuba. Ossia, neppure ora possiamo credere che questo abbia già salvato la situazione.
È un greggio che ora dobbiamo raffinare, che dobbiamo distribuire per tutto il paese, che dedicheremo in parte importante a sfruttare una capacità di generazione elettrica di più di 1.200 megawatt che è stata inutilizzata per quattro mesi e potrebbe darci una migliore situazione nella fornitura di energia, e anche per appoggiare alcune attività dell’economia.

Per quanto tempo potrete sopravvivere fino al prossimo carico di petrolio dalla Russia?

È una domanda sommamente interessante e bisogna rispondere in un momento molto difficile. Nessun paese al mondo può sviluppare un’economia che avanza, prospera, senza combustibile. Per questo dico che c’è un elemento di perversione, di cattiveria, quando una potenza che gioca un ruolo aggressivo sottomette a una situazione come questa una piccola nazione che viene costantemente aggredita.
Ma noi non siamo rimasti con le braccia incrociate. A cosa abbiamo puntato? Abbiamo tutta una Strategia e un Programma di rivitalizzazione del tema energetico nel paese: primo, passare dalla dipendenza delle importazioni al greggio nazionale.
A Cuba abbiamo giacimenti di petrolio, non bastano per coprire tutte le necessità; ma noi possiamo e di fatto stiamo incrementando la produzione di petrolio, stiamo esplorando più giacimenti; siamo aperti per l’investimento straniero a Cuba in perforazione ed esplorazione di pozzi di petrolio. Sarebbe un’opportunità per anche imprenditori nordamericani se potessero partecipare a Cuba in investimenti nel tema energetico.
Quello che succede è che il blocco è l’elemento che lo impedisce, ma Cuba riceverebbe imprese nordamericane che volessero partecipare nel business energetico in Cuba, senza nessun tipo di pregiudizio. Quella è una linea.
D’altra parte, abbiamo fatto ricorso alla scienza e all’innovazione. I nostri scienziati hanno trovato tecnologie, hanno sviluppato tecnologie affinché quel greggio cubano, che è molto pesante perché ha un alto contenuto di zolfo, possa essere raffinato.
Pertanto, se aumentiamo la produzione, potremmo avere una determinata disponibilità, che non coprirebbe tutta la nostra domande; ma una determinata disponibilità, che non abbiamo oggi, di prodotti che uscirebbero dalla raffinazione del greggio cubano.
E d’altra parte, abbiamo sviluppato tutta una strategia di transizione energetica con l’uso più intensivo delle fonti rinnovabili di energia e, naturalmente, anche con una strategia di efficienza energetica. Tutto questo combinato ci porterà o ci sta portando a una situazione distinta. È ancora complessa, richiede tempo, ma potremo resistere.
 
Ma che si può dire sulla forza del regime cubano in questi momenti che ha bisogno dell’appoggio della Russia per sopravvivere?

Noi abbiamo bisogno, innanzitutto, del nostro popolo e delle nostre capacità. Io credo che la prima cosa che bisogna evidenziare è la creatività con cui il nostro popolo ha affrontato le avversità che gli impone il blocco, il blocco inasprito, e ora il blocco energetico.
Io descrivo sempre l’attitudine del nostro popolo, del quale mi sento totalmente orgoglioso, perché costantemente sta dando lezioni di resistenza, una resistenza creativa. Il popolo cubano non resiste tenendo botta, sopportando in maniera umiliata. Al contrario, resiste e cresce, è capace di innovare, è capace di creare, e con questo può sorpassare l’avversità.
Pertanto, è il popolo, e la nostra forza è nel nostro popolo e nell’unità che abbiamo con quel popolo.
Ora, per noi, benvenuto sia l’aiuto della Russia, l’aiuto della Cina, l’aiuto del Vietnam, l’aiuto del Messico, l’aiuto di altri paesi. Gli Stati Uniti potrebbe avere anche loro un’altra visione verso Cuba che non sia quella del confronto, l’aggressione e il blocco, e potrebbe aiutare Cuba. Cosa pregiudica che Cuba si sviluppi?

Il presidente Trump dice che Cuba è un paese sull'orlo del collasso.

È molto curioso, perché nelle relazioni tra Cuba e Stati Uniti, soprattutto in momenti di tensione, si ricorre molto alle costruzioni mediatiche, alle costruzioni rappresentative di stereotipi, e persino, per l’opinione pubblica mondiale, quasi vengono impongono determinate visioni. E in questo caso c’è quella del collasso.
Io chiederei, quale paese al mondo sarebbe capace, come ha fatto Cuba, come ha fatto il popolo cubano, di sopportare 67 anni di aggressione mantenuta, sostenuta, della potenza più poderosa del mondo, con più di 60 anni di blocco, con gli ultimi sei o sette anni con blocco inasprito, e ora con blocco energetico, senza collassare?
Noi non siamo collassati, noi manteniamo un paese organizzato, un paese con armonia. In 67 anni di Rivoluzione abbiamo conquistato molti traguardi nel sociale; a volte siamo criticati sotto l’aspetto economico, ma abbiamo dovuto affrontare un’economia di guerra, e in mezzo a quella economia di guerra la nostra economia è stata capace di sopportare e avanzare in progetti sociali.
Noi abbiamo più di 32 progetti sociali per assistere vulnerabilità, disuguaglianze. Sessantasette anni di Rivoluzione hanno permesso che il paese non collassasse, e non collasserà!
Il paese ha sviluppato conquiste. Noi abbiamo un sistema universale di salute, che arriva gratuita per tutta la popolazione. Abbiamo un sistema di educazione, dall’insegnamento generale fino all’insegnamento universitario, che include tutti ed è anch’esso gratuito. Abbiamo traguardi nella cultura e nello sport, siamo uno dei paesi con la migliore proporzione di medaglie olimpiche per abitante. Abbiamo sviluppato le risorse umane, e abbiamo un potenziale anche di forza lavoro qualificata, di scienziati. Abbiamo sviluppato la scienza e l’innovazione. Si conoscono gli avanzamenti della biotecnologia e dell’industria biofarmaceutica cubana. Abbiamo ottenuto equità, giustizia, uguaglianza.
Abbiamo una società dove si respira tranquillità, una società sicura; una società che non ammette la corruzione, il narcotrafico, il crimine organizzato; una società che è capace di offrire solidarietà ad altri popoli a partire dalle sue potenzialità.
E questo non lo si può vedere come un collasso. Cercano di imporci la matrice del collasso quando per una politica aggressiva, per una politica genocida di blocco, ci portano a vivere una situazione complessa. Noi stiamo vivendo una situazione complessa, il nostro popolo vive cose molto dure tutti i giorni, che sono nell’ambito del nazionale, ma lo possiamo portare all’ambito del familiare. Ma non è collassato il nostro paese.

Nessuno metterebbe in discussione il fatto che il blocco o l’embargo abbiano avuto impatto, ma discutiamo qualcosa sulla situazione qui a Cuba. Il popolo di Cuba sta soffrendo, c’è scarsità di energia, di alimenti. Ha lei qualche responsabilità per la sofferenza che sperimenta il popolo in questi momenti? Come Presidente, lei non si sente responsabile di ciò?

Vediamo, il popolo cubano sta soffrendo. E quella sofferenza, come ti dicevo, lo possiamo vedere in due ambiti: nell’ambito del nazionale e nell’ambito del familiare, perché tutto è nella quotidianità. Ora, qual è la causa fondamentale di quel sofferenza? Sono stati gli errori che possa aver commesso io, o, come ti dico, una direzione collettiva?

O il Governo?

O il Governo. Oppure quella sofferenza si deve innanzitutto alla politica di blocco inasprita, mantenuta e sostenuta dagli Stati Uniti? Io credo che la risposta la può dare il popolo, la maggioranza del nostro popolo è sottoposto a quella politica di ostilità permanente del Governo degli Stati Uniti.
Guarda, a livello nazionale: siamo un paese che dopo l’anno 2019, quando ci inasprirono il blocco, quando l’amministrazione del Governo degli Stati Uniti applicò 240 misure che inasprirono quel blocco e inoltre ci incluse in una lista spuria, dove accusano Cuba di essere un paese che “appoggia il terrorismo”, ci sono state tagliate tutte le fonti di finanziamento esterno.
Noi non riceviamo crediti da nessuna banca. C’è una persecuzione finanziaria ed energetica. A chiunque venga a fare un’operazione commerciale, finanziaria, bancaria con Cuba applicano misure coercitive, applicano pressioni. Lo stesso fanno con le compagnie di navigazione, lo fanno con le agenzie petrolifere.
Hanno fatto pressione e preso misure per tagliare il turismo a Cuba. Per esempio, un cittadino europeo dispone di un visto che si chiama visto ESTA per visitare gli Stati Uniti; se quel cittadino europeo viene in visita a Cuba come turista, gli Stati Uniti automaticamente gli ritirano il visto ESTA. Ossia, sono tutto un gruppo di situazioni che non si applicano a nessun paese al mondo.
A noi manca finanziamento per acquisire alimenti; per acquisire input per le nostre principali produzioni e servizi; per avere i medicinali di cui abbiamo bisogno; per le riparazioni che abbiamo bisogno di fare al nostro sistema elettrico nazionale e alla nostra base industriale. Ora, come si sta riflettendo questo nel nostro popolo.
E ciò nonostante il popolo di Cuba dice che può incolpare gli Stati Uniti sul perché durante gli ultimi dieci anni l’economia è andata in declino. Ci sono migliaia di persone che hanno abbandonato il paese.
Ti dicevo allora, questo nella vita familiare oggi, come si traduce? C’è scarsità di alimenti, c’è scarsità di medicinali; le mattine diventano mattine faticose perché, quando tu passi 20 ore senza energia elettrica prodotto di un blocco, non dell’incapacità di un governo, a quell’ora devi fare i doveri di casa.
 
Ma questo è stato prima del blocco, la gente soffriva anche prima del blocco.

No, no, no, ti spiegherò. Lì c’è una confusione di approccio, lì c’è una confusione di approccio! Noi già vivevamo sotto le condizioni di blocco, ma questo si inasprisce e ottiene una qualità distinta nel secondo semestre dell’anno 2019, con queste 240 misure e con l’inclusione di Cuba in una lista di paesi che si sospetta appoggino “il terrorismo”.
Pertanto, tutto si inasprì. E qui c’è l’effetto del blocco preesistente a cui si cumula l’effetto del suo inasprimento, più l’effetto dell'attuale blocco energetico.
Te lo dico responsabilmente, non è colpa del Governo cubano. Non è colpa del Governo cubano! Ha anche creato malessere, perché vivere gli ultimi 10 anni che hanno vissuto sotto quelle condizioni, che sono estreme in comparazione con un altro momento... 
Il popolo cubano ha frustrazioni, il popolo cubano ha fastidi, il popolo cubano soffre situazioni molto complesse; ma la maggioranza del popolo cubano non addossa quella colpa al Governo. Ci sono state anche molte manipolazioni nelle reti mediatiche, si cerca di ignorare gli effetti che ha avuto quel blocco in tutti questi anni.
E ti commenterò con esempi concreti, perché tu veda la brutalità di quel blocco e quello che ha implicato nel popolo cubano, e, tuttavia, quale è stata la risposta di quel Governo che vorrebbero condannare come colpevole. E mi riferisco ai momenti del COVID-19.
Durante la pandemia, quando la COVID-19 entrò nel nostro paese, già all’inizio ci rendemmo subito conto che non avremmo avuto accesso al mercato dei vaccini nel mondo, che era dominato dalle grandi transnazionali, e, pertanto, con le restrizioni economiche che già vivevamo a seguito dell'inasprimento del blocco, non avevamo il denaro necessario per acquisire quei vaccini. Pertanto, per noi era negata l’acquisizione di vaccini.
Abbiamo dovuto ricorrere alla scienza cubana. Questo Governo “condannato” da alcuni ha dedicato tutti i suoi sforzi a proteggere la vita delle cubane e dei cubani. Abbiamo fatto appello ai nostri scienziati e i nostri scienziati in poco tempo sono stati capaci di sviluppare vaccini cubani che ci permisero di avere uno dei livelli di miglior effetto nel confronto alla COVID19.
I nostri indicatori di confronto alla COVID19, in efficienza, sono migliori di quelli degli Stati Uniti, che è una potenza che non è bloccata da nessuno. Dopo abbiamo avuto una crisi per una rottura nell’impianto di produzione di ossigeno medicale. Il Governo degli Stati Uniti in quel momento negò che le imprese potessero venderci ossigeno, il che è una cosa totalmente criminale. Ma con la solidarietà internazionale e anche con tutta un’operazione organizzativa siamo riusciti a superare quel momento.
E quando abbiamo dovuto aumentare le sale di terapia intensiva, il Governo degli Stati Uniti proibì che si vendessero ventilatori polmonari a Cuba. Abbiamo fatto ricorso a giovani scienziati e quegli scienziati hanno sviluppato i ventilatori polmonari.
Ora, tu sai che per fare un ventilatore polmonare si ha bisogno di pezzi e componenti nordamericani. Il blocco impedisce che un’attrezzatura con più di un 10% di componenti nordamericani possa essere venduta a Cuba. Allora, c’è stato bisogno di uscire in differenti paesi a comprare un pezzettino, a comprare un conduttore, a comprare un servomotore per ottenere quelle cose. Quegli ostacoli non li hanno imposti a nessun altro al mondo.
Il blocco è molto aggressivo, è davvero genocida. E allora è ingiusto, è ingiusto incolpare un Governo che tutto quello che ha è una vocazione per il suo popolo, per consegnarsi al suo popolo, per cercare giustizia sociale, per trovare soluzioni, e in situazioni complesse le andiamo trovando, non incolparlo di quei mali.
Io credo che il Governo degli Stati Uniti debba rivedere quanto è stato crudele verso Cuba e verso il popolo cubano. E che non venga a presentarsi come salvatore della situazione cubana; non ha quel diritto, né ha la statura morale per farlo!

Ma abbiamo visto con i nostri occhi quello che il popolo cubano sta sperimentando, ci sono persone che stanno soffrendo nelle strade dell’Avana, la capitale. Non è ora che Cuba si assuma la responsabilità, che si guardi allo specchio e cambi il proprio sistema economico in favore delle persone che stanno soffrendo?

Noi facciamo sempre analisi molto autocritiche delle nostre realtà e costantemente stiamo lavorando per trasformare, per rivoluzionare quello che facciamo, cercando di perfezionarlo. Ma questo non ha a che vedere con il sistema politico. Il nostro sistema politico non abbraccia l’impossibilità di avanzare. Ti ripeto che il responsabile è il blocco che ha esercitato il Governo degli Stati Uniti.
Quello stesso popolo che oggi soffre quelle situazioni e che, per una parte importante, comprende chi è il vero colpevole. È il popolo che ha approvato, in vari esercizi di consultazione popolare e di referendum, il sistema politico che noi difendiamo. Il nostro sistema politico è in funzione delle persone, è in funzione della giustizia sociale, è in funzione del fatto che tutti avanziamo.
E sembra che dia fastidio ad altri nel mondo per quello che potrebbe rappresentare, perché è un sistema per noi, non è un sistema che vogliamo imporre a nessuno, e allora lo bloccano in quella maniera; perché, guarda, non solo stiamo parlando di un blocco, stiamo parlando di un blocco che è inusuale, è stato il più prolungato nella storia dell’umanità, il più severo.
Un blocco che, inoltre, non è solo contro il popolo cubano, è anche contro il popolo nordamericano. E, inoltre, si è internazionalizzato. Gli imprenditori nordamericani non possono investire a Cuba. Perché? I cittadini nordamericani non possono visitare liberamente Cuba, perché? I cittadini di altri paesi, gli imprenditori di altri paesi sono sottomessi anche a sanzioni.

Ma voi potete commerciare con altri paesi...

Noi possiamo commerciare, ma con molte limitazioni, davvero molte limitazioni! Perché le leggi del blocco si sono internazionalizzate da quando si applica il Titolo III della Legge Helms-Burton. Bisogna cercare molto, bisogna documentarsi molto, perché la narrativa che c’è nei media e le narrative che ci sono nelle reti sociali stanno promuovendo l’odio e confondendo le persone, ma non sono realistiche.
Credo che su questo dobbiamo avere anche uno sguardo critico. E noi continuiamo ad avere disposizione nel nostro Governo insieme al nostro popolo per trasformarlo e per avanzare, persino per superare queste situazioni.

Cina e Vietnam hanno abbracciato il sistema unipartitico e hanno fatto cambiamenti. Perché Cuba non potrebbe fare lo stesso?

Cina e Vietnam sono paesi che costruiscono il socialismo, come Cuba. Bisogna dire che ho studiato molto le riforme di Cina e Vietnam e le abbiamo prese come riferimento per Cuba. In un certo momento si ebbero le conseguenze di misure coercitive, sanzioni da parte degli Stati Uniti, e rimasero bloccati; blocchi che durarono meno tempo, approssimativamente un decennio.
Quando uscirono da quei blocchi ebbero però tutta la possibilità di sviluppare le loro capacità di costruzione socialista. Applicarono un gruppo di riforme e con quelle riforme hanno dimostrato che il socialismo, con un unico partito a capo, è vitale e riesce a dimostrare importanti sviluppi economici, sociali, tecnologici.
Oggi la Cina è una potenza importante nel mondo. Noi abbiamo uno scambio permanente, siamo paesi fratelli, i nostri partiti hanno una relazione interpartitica profonda, e scambiamo costantemente informazioni sui nostri processi.
Quello che succede però è che Cuba ha anche le sue peculiarità. Cuba è uno stato insulare, Cuba è un paese a 90 miglia dagli Stati Uniti. Cuba è stata un paese aggredito al quale non hanno tolto il blocco, per più di sessant’anni, come ti dicevo; pertanto, noi non abbiamo potuto costruire quello che abbiamo sognato né quello che avremmo voluto essere.
Abbiamo molte cose pendenti perché il blocco le ha impedite, ma ci sono persone che non lo capiscano. Quando uno studia i momenti di riforma in cui Cina e Vietnam hanno potuto svilupparsi di più, vede che sono partiti da una situazione meno favorevole in materia di infrastruttura, in materia di sviluppo, di quelli che forse abbia Cuba nell’attualità.
Allora bisognerebbe dire al Governo nordamericano: toglimi il blocco e vediamo come va! Venite a vedere se Cuba, con tutte quelle potenzialità che ha, anche se bloccata è stata capace di ottenere traguardi, perché siamo stati capaci persino di dare solidarietà pur essendo sotto blocco.
Perché gli Stati Uniti devono spendere milioni? Se siamo così incapaci, se siamo così sciocchi come ci vogliono vedere, se siamo così chiusi, se siamo così poco innovatori, perché allora si sono impegnati durante tanti anni a spendere milioni – milioni di dollari dei contribuenti, ossia, il popolo nordamericano – per piani sovversivi, per blocchi, per schiacciare la Rivoluzione Cubana?
Perché non ci lasciano cadere da soli, se è quello che loro credono succederà? O forse non sarebbero disposti ad apprezzare che Cuba senza blocco sarebbe capace di avere livelli di sviluppo economico e sociale di ampio impatto e dimostrare che altre soluzioni sono possibili nel mondo?

Parliamo del futuro. Ci sono state conversazioni tra Cuba e gli Stati Uniti. Lei crede sia fattibile arrivare a un accordo con il presidente Trump, con gli Stati Uniti?

Io credo che possiamo avere un approccio che parte da quello che è possibile e da quello che è difficile. Credo che il dialogo e gli accordi con il Governo degli Stati Uniti siano possibili, ma sono difficili.
La possibilità dove sta? Cuba, in tutti gli anni della Rivoluzione, ha sempre avuto la disponibilità ad avere una relazione civilizzata come vicini con gli Stati Uniti, che ci permetta in tutto un gruppo di settori di avere cooperazione, scambi, relazioni normali. E quello che abbiamo sempre chiesto è che quella relazione bisogna costruirla da una posizione di rispetto, di uguaglianza, senza imporre, senza condizionare; perché condizionare non porta al dialogo, imporre non porta alla negoziazione.
Perché ci sia una conversazione, perché ci sia un dialogo, perché si possa arrivare a un accordo negoziato, deve esserci capacità di dialogare e di ascoltare da entrambe le parti, deve esserci rispetto, onestà e deve esserci riconoscimento reciproco. Pertanto, ci sono tutte le condizioni e tutte le possibilità, se entrambe le parti siamo d’accordo, di avere quel dialogo.
Quali sono le cose che rendono difficile quel dialogo? In primo luogo, in questi 67 anni, la politica degli Stati Uniti verso Cuba è stata totalmente ostile. Gli Stati Uniti hanno sempre assunto, come potenza, una posizione agguerrita e Cuba ha dovuto assumere la posizione, come piccola isola, di aggredita.
In vari momenti – e questo è un altro dei precedenti che facilita possa esserci un dialogo – si sono avuti accordi, un dialogo con differenti amministrazioni degli Stati Uniti e si è arrivati a impegni. Cuba ha sempre adempiuto i suoi impegni. Gli Stati Uniti invece ne hanno lasciati inadempiuti molti.
Gli Stati Uniti, per esempio, anche di questi tempi, sono stati in trattativa con altri paesi ma in mezzo a quelle conversazioni li hanno aggrediti. Tutto questo crea molta diffidenza. E sappiamo che negli Stati Uniti ci sono forze che, costantemente, ogni volta che vedono un momento in cui ci sono possibilità di dialogare, cercano di boicottare quel negoziato.
Ma, insisto, confido nel fatto che possiamo conversare con rispetto, con onestà; nel fatto che possiamo trovare, per la via del dialogo, soluzione alle nostre differenze bilaterali; nel fatto che possiamo trovare aree di cooperazione nelle quali si possono sviluppare progetti.
Ci sono molti temi sui quali possiamo lavorare, dal narcotraffico al terrorismo, sulle questioni migratorie, sulla lotta al crimine transnazionale. Possiamo progredire in negoziati, possiamo avere investimenti e affari di imprenditori nordamericani dentro Cuba.
Esiste una comunità cubana residente negli Stati Uniti alla quale dobbiamo anche facilitare le attività tanto negli Stati Uniti quanto nel nostro paese; il popolo nordamericano che potrebbe visitare Cuba. Possiamo avere scambio culturale, sportivo, sanitario.
Tutto questo ci permetterebbe allora di costruire spazi di intesa, che ci allontanino dalla contrapposizione, che garantiscano la pace e la sicurezza non solo di Cuba e degli Stati Uniti, ma anche dell’area dell’America Latina e dei Caraibi. Quello è il futuro cui noi aspiriamo, avere una relazione di buoni vicini, una relazione civilizzata, indipendentemente dalle nostre differenze ideologiche. Io credo che sarebbe un’opportunità, è quello che meritano i nostri popoli. Ti racconterò un aneddoto.

Mi dicono che ci scade il tempo.

È un peccato, un vero peccato!

Per favore, ci lasci finire con le domande.

È un peccato che ci scada il tempo, perché abbiamo molto di cui parlare. Pertanto, ti propongo che in un altro momento possiamo riprendere. Intanto, ti racconterò due aneddoti.

Va bene. Abbiamo molte più domande. Volevo darle il tempo e darle la risposta perché la ascoltino il popolo cubano e quello degli Stati Uniti.

Sono d’accordo.

Va bene.

Due aneddoti che danno l’idea di quanto entrambi i popoli potrebbero guadagnare se arrivassimo ad accordi e realizzazioni comuni, a spazi che lo permettano. Un ente cubano di scienza, tecnologia e biotecnologia farmaceutica da anni porta avanti un test clinico inseme ad un prestigioso ente di ricerca sul cancro negli Stati Uniti. Un test clinico su un vaccino cubano contro il cancro polmonare. E sono già quasi dieci anni che dura questo test clinico. E bisogna dire che i risultati di questo test clinico sono sommamente incoraggianti.
Tanto la parte nordamericana quanto la parte cubana hanno una grande fiducia nel successo di questo test e in quello che potrebbe rappresentare per la salute negli Stati Uniti e a Cuba. Di recente, tutte le settimane ho avuto incontri con scienziati cubani perché cerchiamo di affrontare con la scienza e l’innovazione la soluzione ai problemi del paese, e mi hanno presentato i risultati che sta avendo anche un test clinico su un medicinale cubano, molto innovativo, per combattere l’Alzheimer.
In quel test c’è una collaborazione con una clinica del Colorado, negli Stati Uniti, da dove vengono pazienti nordamericani per ricevere il trattamento a Cuba, dopo tornano negli Stati Uniti e continuano lì il trattamento. Bisogna vedere in che termini il Direttore di quella clinica in Colorado parla di come i suoi pazienti sono migliorati e hanno avuto risultati superiori a qualunque altro medicinale.
Allora, non si può privare con una politica di blocco – che risponde ad interessi di minoranze, di una élite – il rapporto che potrebbero avere i nostri due popoli.
Questo è quello che io esorto, che ci sia comprensione, che ci sia sensibilità, che vediamo le opportunità nei nostri rapporti. Non incoraggiamo la contrapposizione, la guerra e l’aggressione.

Vorrei continuare a parlare sul futuro dei negoziati. Lei ha fiducia nel fatto che il presidente Trump possa arrivare ad un accordo?

Beh, noi se siamo entrati in un dialogo è perché aspiriamo a che si possa arrivare a un accordo. Arrivare a un accordo dipende dalla disposizione delle due parti a trovare le aree di collaborazione e cooperazione; a costruire spazi di intesa, ad affrontare il problema con sensibilità, con responsabilità e anche con molta serietà.

Signor Presidente, lei si sta confrontando direttamente con il segretario di Stato, Marco Rubio? Ha lei fiducia in lui?

Noi ci confrontiamo e ci confronteremo, sempre che gli Usa siano disposti, con il rappresentante del Governo degli Stati Uniti. I processi di confronto sono processi complessi. Sono processi dove prima si stabiliscono i canali di dialogo; dopo bisogna costruire agende che permettano di dibattere e conciliare interessi comuni.

Ma lei ha parlato con il segretario Rubio?

No, io non ho parlato con il segretario Rubio, non lo conosco ancora. Dopo aver costruito agende e dibattuto, se c’è disposizione, si può arrivare agli accordi. Ma questi sono processi che bisogna condurre con molta sensibilità, con molta responsabilità, con molta onestà e discrezione, per non creare false aspettative, perché non si manipoli l’informazione, perché non si manipolino i propositi. Pertanto, preferisco non dare dettagli su questi temi.

Parliamo di alcune delle domande chiave degli Stati Uniti: il riconoscimento della stampa libera, la liberazione dei prigionieri politici, la celebrazione di elezioni giuste.

In questi momenti nessuno ci ha fatto domande su quei punti, e noi abbiamo stabilito che l’ordine interno, l’ordine costituzionale cubano, il rispetto al nostro sistema politico sono temi che non vengono negoziati né sottoposti a discussione con gli Stati Uniti. E credo, Kristen, che bisogna superare tutto universo di concetti fasulli riguardo a Cuba, sulla democrazia, i diritti umani, se siamo tirannia o dittatura oppure no, sulla libertà di espressione, l’esistenza di sindacati.
Questioni sui quali c’è molta manipolazione e molti pregiudizi che io credo dobbiamo superare, e porterebbe via ora molto tempo. Ma noi abbiamo tutti gli argomenti per dimostrare quanto e come siamo democratici, come è il sistema delle elezioni a Cuba, che è un sistema che viene dalla base; su come esercitiamo il potere insieme al popolo, come siamo difensori dei diritti umani, come non siamo una dittatura.
Dovrei spiegarlo in molto più tempo e ti chiedo in un altro momento di riprendere a parlare di queste cose. Ma c’è molto pregiudizio che bisogna oltrepassare e che bisogna eliminare.

Due domande in più. Ci sono più di 1.200 prigionieri politici in Cuba. Maykel Osorbo, per esempio, è prigioniero e ha vinto due Grammy latini.

Questo è un altro dei temi sui quali ci sono quei pregiudizi. Si parla di prigionieri politici a Cuba. Qui, come tu stessa dicevi, il popolo vive una situazione difficile; non tutta la popolazione è a favore della Rivoluzione, ci sono persone che non accolgono la Rivoluzione, e che tutti i giorni manifestano in differenti forme contro la Rivoluzione e non sono prigioniere.
Quell’immagine che hanno creato, secondo cui chiunque parli contro la Rivoluzione noi lo mettiamo in prigione ed è un prigioniero politico, è una menzogna, una calunnia, fatta per screditare, per collocarci fuori dal mondo, per demonizzare e “assassinare” la reputazione della Rivoluzione Cubana.
Ora, cosa accade? A Cuba, per esempio, si creano manifestazioni, soprattutto quando ci sono blackout lunghi, quando ci sono problemi di fornitura. La gente, quando manifesta, cosa fa? Vanno dalle istituzioni del nostro Governo, alle istituzioni dello Stato, e lì condividono i problemi con dirigenti che li attendono, spiegano loro perché ci sono quei problemi, provano a risolverli o si danno argomenti per capire. Quello è un esercizio totalmente democratico e nessuno finisce prigioniero per questo.
Molte altre volte, invece, si promuove la confusione e si stimolano persone che hanno una determinata avversione o un determinato scontento perché commettano atti vandalici o che alterano il nostro ordine costituzionale, o che alterano anche l’ordine interno, o aggrediscono la tranquillità cittadina. Persino, a volte, finanziate da organizzazioni terroristiche, tramite programmi di agenzie del Governo nordamericano che stimolano la sovversione contro Cuba; a volte istruiti, persino direttamente dall’Ambasciata degli Stati Uniti in Cuba.
E quelle persone, allora, non sono prigioniere perché hanno manifestato. Sono prigioniere, come lo sarebbero in qualunque luogo del mondo che imponga il rispetto della propria Costituzione e i propri processi legali, per atti vandalici e azioni che sono condannabili in qualunque luogo del mondo. Non ci sono prigionieri politici a Cuba, te lo assicuro.

Devo mettere fine all’intervista. Devo farle questa ultima domanda. Sarebbe lei disposto a dimettersi pur di salvare Cuba, il popolo di Cuba?

Tu che sei una giornalista importante, riconosciuta, hai fatto questa domanda a qualche altro presidente nel mondo?

Se glielo chiedessero gli Stati Uniti, perché è una delle condizioni che sta imponendo gli Stati Uniti...

Ti ripeto, tu avresti fatto questa domanda a un altro presidente nel mondo? L’hai fatta a un altro presidente? Lo potresti domandare a Trump?

Io faccio domande molto difficili al presidente Trump...

È una domanda tua o è una domanda del Dipartimento di Stato o del Governo degli Stati Uniti?

La mia domanda è a lei, perché è una delle cose che abbiamo sentito dal Governo degli Stati Uniti. Se glielo chiedessero.

Per la tua sincerità assumerò che la poni precisamente per questo.
Primo: a Cuba le persone che sono alla guida e nelle responsabilità di Governo non le sceglie il Governo degli Stati Uniti, né le ha mandate il Governo degli Stati Uniti. Noi siamo uno Stato sovrano, libero. Noi abbiamo autodeterminazione, noi abbiamo indipendenza e non ci sottomettiamo a nessun disegno del Governo degli Stati Uniti.
D’altra parte, non arriviamo a diventare dirigenti cubani perché rappresentiamo un’élite di potere. Potresti vedere le mie origini, dove sono nato, nel seno di quale famiglia sono nato, quello che ho fatto nella vita. È il popolo quello che ci sceglie, sebbene ci sia una matrice che cerca di ignorarlo.
Qualunque di noi, per occupare un posto di responsabilità, deve essere scelto nella base, in un distretto elettorale, da migliaia di cubani, e dopo i rappresentanti così eletti nell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare scelgono le persone per le cariche in una votazione indiretta, come avviene in altri paesi del mondo!
Noi abbiamo un sistema anche di elezioni che è totalmente basato sulla partecipazione popolare. Pertanto, quando noi assumiamo una responsabilità, non lo facciamo né per ambizione personale, né per ambizione corporativa, né persino per una posizione di partito, perché il nostro Partito non è elettorale.
Lo facciamo per un mandato del popolo, e nel concetto dei rivoluzionari non c’è l’arrendersi. Se il popolo cubano ritiene che sono incapace, che non sono alla sua altezza, che non lo rappresento, quello deve decidere se io debba essere nella direzione, occupare la carica di Presidente oppure no.
Inoltre, si ricordi che non possono focalizzare la direzione del paese, la direzione della Rivoluzione e la continuità della Rivoluzione in una sola persona. Qui c’è una direzione collegiale ed è una direzione collegiale che ha un ampio vincolo con il popolo.
Ma non sono gli Stati Uniti quelli che ci possono imporre né ci possono chiedere un cambiamento. Il Governo degli Stati Uniti, che ha portato quella politica ostile contro Cuba, non ha il diritto morale di esigere nulla da Cuba. Non ha diritto, persino, di dire che “loro sono preoccupati” per la situazione del popolo cubano o che il Governo cubano è quello che ha portato Cuba a questa situazione, quando sono proprio loro ad avere hanno tutta la responsabilità della situazione.
Io credo che la cosa più importante sia che assumano una posizione critica, una posizione sincera, vedendo quanto è costato quello che hanno fatto politicamente contro il popolo di Cuba in sofferenza e limitazioni. Quanto hanno privato il popolo nordamericano di una relazione normale con Cuba. E si dispongano, come abbiamo chiesto e sollecitato, a dialogare, a dibattere su qualunque tema, senza pretendere di condizionare, senza esigere cambiamenti del nostro sistema, così come noi non esigeremmo cambiamenti del sistema nordamericano sul quale abbiamo un’infinità di dubbi e un’infinità di critiche.
Ci concentriamo su quello che ci può unire, su quello che ci può facilitare spazi di intesa, e ancora una volta, ripeto, per evitare la contrapposizione e avere un futuro di benefici, di relazione, di amicizia e anche di solidarietà per entrambi i popoli.

Presidente Díaz Canel, grazie.

Molte grazie a te, per averci dato questa opportunità di parlare per il popolo nordamericano. E siete permanentemente invitati, voi, per poter parlare su altri temi e con più ampiezza.

Grazie.

Grazie a voi.

Speriamo che possiamo avere più interviste per continuare la discussione.

Così sarà.

È un onore.

Grazie a te.

Fonte

13/03/2026

Cuba - Díaz-Canel apre al dialogo, ma senza piegarsi

di Luciano Vasapollo

In un mondo segnato da tensioni geopolitiche e da un crescente ritorno alla logica della forza, la decisione del presidente cubano Miguel Díaz-Canel (assunta in sintonia con il predecessore Raul Castro, protagonista accanto al fratello Fidel e a Che Guevara, della Rivoluzione che dà oltre 60 anni gli USA tentano di cancellare) di annunciare l’avvio di nuove conversazioni con gli Stati Uniti rappresenta un gesto politico di grande maturità e responsabilità storica.

Non un passo di debolezza, ma l’ennesima dimostrazione della solidità di una rivoluzione che da oltre sessant’anni difende la propria sovranità senza rinunciare al dialogo.

Il capo di Stato cubano ha comunicato che funzionari dell’isola hanno recentemente avviato contatti con rappresentanti del governo statunitense, con l’obiettivo di affrontare le divergenze bilaterali attraverso la via diplomatica. L’annuncio è avvenuto nella sede del Comitato Centrale del Partido Comunista de Cuba, davanti ai membri del Buró Politico, del Segretariato del Comitato Centrale e del Consiglio dei Ministri.

Nella sua conferenza stampa Díaz-Canel ha spiegato con chiarezza la linea dell’Avana: le conversazioni sono orientate a individuare e discutere i problemi che segnano le relazioni tra i due Paesi, nella prospettiva di creare spazi di comprensione e cooperazione. Non si tratta di illusioni diplomatiche, ma di un tentativo realistico di affrontare le contraddizioni che persistono tra Cuba e gli Stati Uniti.

Ciò che colpisce è il contesto politico in cui questa iniziativa prende forma. Cuba rimane sottoposta a un embargo economico che dura da oltre sessant’anni e che continua a pesare sulla vita quotidiana del popolo cubano. Nonostante questo assedio, la leadership dell’isola sceglie ancora una volta la strada del dialogo, dimostrando che la fermezza rivoluzionaria non è incompatibile con la ricerca della pace.

Il presidente cubano ha sottolineato che questi contatti si inseriscono nella linea storica della rivoluzione, guidata dal generale d’esercito Raúl Castro e sostenuta collegialmente dalle principali istituzioni del Partito, dello Stato e del Governo. È un elemento fondamentale: le decisioni che riguardano il futuro del Paese non sono frutto di improvvisazioni personali, ma di un processo collettivo che riflette la tradizione politica della rivoluzione cubana.

Questo metodo politico rappresenta una delle principali differenze tra Cuba e molte altre realtà del panorama internazionale. Mentre in molte capitali occidentali le scelte di politica estera oscillano secondo i cicli elettorali o le pressioni dei gruppi economici, a Cuba le decisioni strategiche maturano attraverso un confronto istituzionale che coinvolge le principali strutture del potere politico.

Il merito di Díaz-Canel è proprio quello di aver saputo continuare questa tradizione in una fase storica complessa. Succedere a leader della statura di Fidel Castro e di Raúl Castro non era una sfida semplice. Eppure il presidente cubano ha dimostrato di saper guidare il Paese mantenendo saldi i principi fondamentali della rivoluzione: indipendenza nazionale, dignità politica e difesa della giustizia sociale.

Aprire un dialogo con gli Stati Uniti non significa dimenticare la storia né ignorare le responsabilità di Washington. Significa, piuttosto, affermare che Cuba non teme il confronto e che la rivoluzione è abbastanza forte da sedersi al tavolo negoziale senza rinunciare alla propria identità.

La scelta di Díaz-Canel appare quindi come un atto di fiducia nella capacità del popolo cubano di continuare a costruire il proprio futuro con dignità. Non è un gesto di resa, ma l’espressione di una politica che unisce fermezza e realismo.

Se queste conversazioni riusciranno davvero a creare nuovi spazi di cooperazione, lo dirà il tempo. Ma già oggi emerge una verità politica importante: Cuba continua a difendere la propria sovranità senza chiudersi al dialogo.

Ed è proprio questa combinazione di dignità e apertura che dà valore alla leadership di Miguel Díaz-Canel. In un’epoca in cui la diplomazia sembra spesso sostituita dalla forza, la scelta di parlare invece di colpire rappresenta un segnale di civiltà politica. Un segnale che merita rispetto.

Fonte

22/08/2025

Sud, giovani e ipocrisia

Rilanciamo una considerazione politica, di Ciro Crescentini, direttore de il Desk, circa la mistificante narrazione ad opera del quotidiano Il Mattino di Napoli a proposito di un ‘virtuoso ciclo di sviluppo economico e sociale’ che sarebbe in atto nel Meridione d’Italia.

*****

Mentre il Paese si prende una pausa, dalle pagine de Il Mattino arriva l’ennesima dose di retorica di regime. Il direttore Roberto Napoletano, ormai portavoce entusiasta del potere, ha firmato un editoriale imbarazzante: “Ragazzi, tornate a Napoli”. Un’ode zuccherosa alla “nuova Napoli”, che – secondo lui – sarebbe diventata la terra delle opportunità.

A rincarare la dose ci ha pensato Luigi Sbarra, ex segretario generale della CISL e oggi comodamente seduto alla Presidenza del Consiglio, nel governo Meloni. Anche lui con lo stesso mantra trito e ritrito: “Il Sud è baricentro del Mediterraneo, attrattivo per i talenti”.

Peccato che queste parole, pubblicate con toni trionfali, suonino come uno schiaffo a chi è stato costretto a fuggire. A chi ha investito in competenze e studio, per poi essere ignorato da un sistema che premia i raccomandati e umilia i meritevoli. È l’ennesimo insulto all’intelligenza collettiva di chi ha vissuto sulla propria pelle il fallimento sociale, economico e culturale del Mezzogiorno.

Sbarra: da sindacalista a portavoce del governo

Ci sono domande semplici semplici che nessuno gli pone: Sbarra ha rappresentato i lavoratori o il sistema di potere? Da segretario della CISL a uomo di governo, ha fatto carriera ma cosa ha fatto contro il sistema che ha bloccato il Sud? Cosa ha fatto contro le raccomandazioni sistemiche, le parentopoli nelle aziende pubbliche, il familismo sindacale che premia i figli dei dirigenti con incarichi “miracolosi”?

Dov’è la CISL mentre i lavoratori vengono sfruttati nei call center a 3 euro l’ora? E quando giovani professionisti vengono umiliati da stage gratuiti, finte collaborazioni e stipendi da fame?

La verità è che la CISL ha chiuso gli occhi, ha preferito il silenzio e l’equilibrismo politico alla denuncia. È diventato un sindacato funzionale al potere, più attento a non disturbare che a difendere i lavoratori, i precari, i giovani, i disoccupati.

Napoletano e la Napoli da cartolina che non esiste

E poi c’è lui, Roberto Napoletano, che tra una conferenza e un premio, si dedica a raccontare una Napoli immaginaria: piena di eventi, startup, porti, lungomare. Una città da brochure aziendale. Domande semplici semplici anche per il direttore de Il Mattino: dove sono i posti di lavoro? Che tipologia di posti di lavoro? Con quali garanzie per il futuro lavorativo? Quali contratti di lavoro verrebbero applicati? In quali aziende o appalti e subappalti?

Ma la verità è un’altra: Napoli continua a espellere i suoi giovani migliori, che vengono sfruttati, ignorati, costretti ad andare via. Dove, senza “conoscenze”, puoi anche essere un genio ma verrai scavalcato dal mediocre raccomandato. Esempi più recenti? Giovani architetti, 110 e lode, anni di esperienza, costretti a lavorare in nero per 500 euro al mese. E voi, con i vostri editoriali, vorreste cancellare tutto questo?

Tornare, per fare cosa? I camerieri a 600 euro? I progettisti sottopagati? I volontari nei Comuni?

Non è il Sud che manca ai giovani. È la dignità. Chi è andato via, non si è allontanato da Napoli: si è allontanato dal sistema che la opprime. Un sistema fatto di relazioni marce, caste trasversali, sindacati addomesticati e stampa asservita. Chi resta, spesso lo fa resistendo, ogni giorno, contro tutto questo ma non certo grazie alla CISL o a Il Mattino.

Altro che “ritorno dei cervelli”. Servirebbe una rivoluzione culturale

Se davvero volete far tornare i giovani, non servono articoli e convegni. Serve:
– Una guerra vera contro il clientelismo, anche dentro le vostre strutture;
– Un cambio radicale della cultura del lavoro, che metta al centro diritti e competenze, non favori e parentele;
– Una pubblica amministrazione trasparente, non un cimitero di raccomandati;
– Una stampa libera, non un megafono della propaganda di governo.

Fino ad allora, i vostri inviti restano chiacchiere da Ferragosto. E i giovani continueranno ad andarsene, magari in silenzio, magari di notte ma con la testa alta. Perché fuori dal Sud non hanno trovato il paradiso ma almeno hanno trovato il rispetto.

Fonte

07/02/2025

[Reportage] Cuba - Difficoltà e resistenza per un cambiamento che non sia resa

Per le vie dell’Avana le parole di Marco Rubio sul re-inserimento di Cuba nelle liste dei paesi complici del terrorismo risuonano sui telefonini e sulla televisione. Nessuno si stupisce e nemmeno si dispera. Una signora mi dice “abbiamo resistito a cose peggiori rispetto a Trump. Certo oggi la situazione non è facile e lui attaccherà, ma noi andiamo avanti”. I problemi del quotidiano coinvolgono le persone di Cuba in maniera più immediata che la politica internazionale, e la sensazione è che non ci si aspetti mai altro se non tradimenti, aggressioni e violenza. Nonostante questo cubane e cubani sono allegri e accoglienti, sorridono a tutte e tutti, cercano di fare affari, vendere un giornale o una moneta ad 3 pesos del Che. Dal Canada e dagli USA arrivano migliaia di turisti l’anno, l’aeroporto con più voli su Avana è quello di Miami, a dirlo sembra una stranezza ma è così.

La contraddizione è il metodo dell’isola e le narrazioni su Cuba troppo spesso subiscono l’interesse politico che esiste... da una parte quello USA e il sogno di tornare ad avere il controllo dell’isola, dall’altro quello di chi difende senza se e senza ma la revolucion. Mi pare, per come ho visto, conosciuto e attraversato l’isola, che nulla di più distante dalla realtà sia la polarizzazione. Certo ci sono persone che si posizionano nei due estremi ma la maggioranza di coloro che ho incontrato e con cui ho parlato vogliono dei cambiamenti senza perdere le proprie peculiarità e senza diventare un pezzo del mondo occidentale. E così mentre a Remedios manca la luce per 20/21 ore al giorno le persone escono di casa, ridono e ballano al buio, alcuni trovano escamotage per vedere la televisione altri accendono il fuoco per cucinare, ridono, dicono “è così da dopo il Covid”, c’è rassegnazione e si aspetta un cambio. A Trinidad invece è l’autorganizzazione di necessità a rispondere agli “apagon”, generatori e batterie elettriche permettono a bar, locali e ristoranti di tenere le luci accese, non si parla quasi mai di politica e se ci provi le parole sono rarefatte e di necessità. Però sia a Remedios che a Trinidad mi sono sentito dire “questa è Cuba, abbiamo sempre trovato una soluzione e la troveremo ancora. Non devono arrivare persone da fuori a dirci che fare”.

Difficoltà e resistenza convivono, l’unicità e la dignità di sapersi diversi e diverse è forte. Jose Martì è un simbolo, la tardiva indipendenza dalla Spagna è un lascito che l’ingerenza degli Stati Uniti hanno trasformato in incubo. La rivoluzione che ha attraversato e vinto nel paese nella metà degli anni ’50 del secolo scorso ha immerso il suo sacrificio nella voglia di libertà ed indipendenza. Libertà ed indipendenza sono ancora parole importanti, e hanno certo significato diverso visto che, nonostante l’avvento di internet, la libertà di espressione non è così garantita a Cuba. Però certamente la situazione è in evoluzione ed è come tutto complessa, non c’è la caccia al giornalista e neppure la possibilità di dire e scrivere ciò che si vuole, neppure per chi è straniero ma vive l’isola. Lo scontro narrativo è ciò che mi sono trovato dinanzi arrivando all’Avana lo scorso 22 di gennaio, un raro giorno di pioggia nella stagione secca.

Girano voci che sull’isola non ci siano cibo o carburante, la verità è che cibo e carburante ci sono se paghi in dollari o euro, e se sei nei circuiti turistici e privati (anche se un privato vero e proprio non esiste a Cuba ed è tutto partecipato dallo Stato). Se vai a prendere un caffè all’Avana, in un bar statale, lo paghi dai 40 ai 60 pesos (1 euro oggi è cambiato per strada 320 pesos, il cambio ufficiale poco più di 120) ma non trovi latte e zucchero ad accompagnarlo. Il bar di fianco, Particular, ha tutto ma il caffè può costare dai 300 ai 700 pesos. È tutto così, uno scontro quotidiano. L’apertura al mercato misto pubblico/privato ha portato ossigeno in un primo momento all’economia cubana ma poi ha generato uno iato sempre maggiore tra chi lavora in “proprio” con il turismo e chi no. Gli stipendi del “pubblico” sono bassissimi, un medico prende 7000 pesos al mese, e il sistema de la “Libreta” che seppe rispondere al bloqueo USA e al Periodo Especial garantendo cibo e vestiti, oggi non regge più.

Cubane e cubani sanno benissimo che due dei lasciti della revolution, istruzione e sport, sono per loro occasioni. Chi migra lo fa dopo essersi laureato o essersi allenato, quando vanno all’estero arrivano qualificati: medici, musicisti, sportivi di prim’ordine e spesso riescono a essere ben pagati per fare il lavoro che hanno imparato a fare a Cuba dove non trovano la possibilità di realizzarsi. Ma c’è chi rimane perchè non vuole rassegnarsi all’idea che dove è nato non possa fare ciò che vuole e c’è anche chi non va via perchè si sente fedele alla rivoluzione, a dirmelo è una ragazza, 30enne a Vinales. Oggi chi prende seriamente in considerazione di andarsene, giovane, dall’isola e sfruttare il suo piano di studi altrove lo fa grazie a leggi, come quella di Zapatero in Spagna, che rendono meno difficile uscire dall’isola. Se all’Avana questo si vede meno quando esci e vai a occidente o oriente il “buco” generazionale è evidente.

Nonostante questi e altri problemi, sull’isola la voglia di rivendicarsi come cubani e cubane è fortissima, c’è identità e dignità, anche se la paura esiste e si vede. Solo fino a pochi anni fa si viveva in maniera totalmente diversa, e non c’erano tutte queste persone, soprattutto bambini, che chiedono l’elemosina. Anche se un signore che racconta la battaglia di Santa Clara perché faceva parte della colonna del Che ricorda che la “moda” di chiedere caramelle e shampoo agli stranieri arriva direttamente dal “periodo especial”, dagli anni ’90, quando davvero, dopo la caduta dell’URSS, per mesi a Cuba mancarono molte cose. Oggi invece non sono ripartite in maniera uguale.

L’assenza di Fidel, gigante della politica, è enorme. Forse nemmeno Fidel avrebbe trovato le soluzioni ma certamente ci avrebbe messo la faccia. Una ragazza mi dice “ma ti pare che Fidel avrebbe fatto come Diaz-Canel che quando la gente protestava per il pane ha invitato il popolo a scendere in strada per difendere la rivoluzione? No Fidel sarebbe sceso in piazza lui, e avrebbe affrontato chi manifestava con il pensiero di abbattere la rivoluzione e parlato con chi aveva fame”. Me lo racconta in un ristorante dell’Avana, con il generatore che da corrente, me lo dice arrabbiata e aggiunge “ed io non sono mai stata acritica neppure con Fidel”. Fidel teneva assieme Cuba, si faceva vedere, ho raccolto racconti di decine e decine di persone che mi hanno confessato “quel giorno ero nel palazzo del governo, ad un certo punto è arrivato Fidel. Si è messo da parte e ascoltava, ascoltava tutti”. Pare così, pare che non ci fosse riunione a cui Fidel non mettesse l’orecchio. C’è chi lo piange, c’è chi lo critica, ma non c’è chi non lo rispetti. Con la sua morte sono finiti i momenti di massa e collettivi che tenevano assieme le generazioni. Fidel morendo ha decretato che non ci fosse il culto della sua personalità, non ci sono statue, non ci sono poster, ed è vietato commercializzare la sua immagine.

Anche per Camilo Cienfuegos è così, il terzo grande leader della rivoluzione, morto troppo presto per dire la sua. Di Camilo c’è il volto in Plaza de la Revolution, a pochi metri da quello del Che che invece impazza nelle magliette e nelle calamite, in tutta l’isola. Cuba è un’isola magnifica, una riserva dalle uova d’oro per il capitalismo internazionale, tanto che alberghi e imprese turistiche si stanno posizionando aprendo in collaborazione con lo stato luoghi dai Cajos all’Avana. Ora la speculazione non è consentita totalmente per il controllo statale, ma sono lì per quello. Me lo confida il responsabile di un hotel 6 stelle a Cajo Santa Maria Cuba. Mi dice “quando il comunismo sarà sconfitto qui diventeremo ricchi. Con il potenziamento dell’aeroporto faremo viaggi quotidiani per USA e Canada. Venderemo pacchetti per il fine settimana, altro che Miami”.

Obama, cercando di allentare le misure anti-Cuba, aveva in testa di abbattere Castro senza violenza, accrescendo le differenze che il mercato misto stava generando, accelerando un processo di corruzione dei valori e della storia, infestando Cuba con dollari, finta-amicizia, e cercando così di conquistarla. La stupidità statunitense e le ritrosie culturali non gli hanno lasciato spazio, e dall’altra parte Fidel, pur avendo lasciato la presidenza di Cuba, aveva colto la postura subdola del nobel per la pace, e si era opposto. Ma quel processo non è terminato e l’assenza di una classe politica cubana all’altezza della storia non sta trovando le soluzioni necessarie per rispondere all’offensiva in atto. L’avvicinamento all’URSS voluto da Castro ha travolto il sogno rivoluzionario dei “barbudos” ed è stato un qualcosa che oggi definiremmo real politik, Cuba si era messa in mezzo tra USA e URSS ma l’aggressione statunitense e il bloqueo spinsero Castro verso Mosca. Una mossa che ruppe il processo continentale di de-colonizzazione, diede impulso economico all’isola, costrinse Cuba nel campo “campista” e iniettò forza economica all’isola. Si trasformò in dipendenza per l’incapacità, duole dirlo, di usare quei soldi per costruire un sistema di produzione agricola e industriale capace di garantire indipendenza. Uno dei grossi errori di quell’enorme generazione, assieme a quello di non aver alimentato una cultura politica florida, una classe politica brillante, e una società civile critica ma non nemica. I due grandi errori che non erodono l’unicità del “caimano ribelle”, di un sogno grandioso che ha permesso e permette a Cuba di essere un posto vivo e sicuro, un posto dove la solidarietà esiste e si respira, dove nonostante la drammatica situazione non vedi gente morire di fame o dormire per strada.

Non è elogio di un qualcosa che si è perso o forse non è mai voluto essere ma il riconoscimento di un qualcosa che grazie ad una rivoluzione, che dobbiamo riconoscere è sempre e solo un momento e poi si trasforma in norma, ha permesso di scrivere una storia totalmente diversa da quella di ogni altro paese del Latino America. Se la politica cubana saprà ascoltare, aprirsi, accettare gli errori, mettersi in discussione, e mettere mano al presente, insomma rivoluzionare il percorso che ad oggi è arrivato acciaccato mi pare di cogliere che c’è un popolo pronto a vedere cosa succede e salvarsi ancora e salvare non solo loro. Forse è la speranza che mi guida a scrivere questo, ma una speranza che si alimenta con l’energia positiva che non pensavo di trovare in un contesto tanto difficile.

Fonte

29/12/2023

Altro che sovranismo: l’infimo livello di una politica senza dignità

Di questi tempi c’è davvero da vergognarsi di essere italiani. Ho partecipato qualche giorno fa a una riunione sulla politica estera italiana degli Anni Ottanta organizzata da Risorgimento Socialista alla presenza di vecchie glorie dell’epoca, e qualcuno ha ricordato che in quel periodo il passaporto italiano era spesso motivo di benvenuto e apprezzamento ovunque uno andasse.

Oggi grazie a Meloni, Salvini e Tajani (senza dimenticare Di Maio e Letta junior) ci sputerebbero tutti in un occhio e i bambini palestinesi cantano “l’Italia ci ha abbandonato”.

Se qualcuno all’epoca mi avesse detto che avrei rimpianto Andreotti e Craxi l’avrei mandato a quel Paese, ma l’infimo livello della politica estera e interna di questi giorni è frutto precisamente della totale assenza di ogni pur vago sentimento di dignità e autonomia nazionale ed europea.

Altro che sovranismo. Avvinta come l’edera all’avvizzito e tremulo Biden, la tremendamente insulsa Meloni è il ritratto fedele di un Paese, il nostro, in assoluta decadenza da tutti i punti di vista e in crisi verticale sul piano economico, politico, culturale e soprattutto morale.

Quest’ultimo è a ben vedere il settore più devastato e inquietante. Il nostro governo è complice attivo del genocidio del popolo palestinese che è in corso, come della continuazione dell’immane macello ucraino.

In entrambi i casi la complicità italiana si esplica nell’invio e/o transito di armamenti e nella totale assenza di iniziative volte nel primo caso ad attenuare le indicibili sofferenze di milioni di persone bombardate, affamate, assetate, private della possibilità di trovare un rifugio, di essere medicate e di partorire.

La negazione del diritto alla vita dei palestinesi si è spinta, con Giorgia Meloni e i suoi accoliti, fino al codardo voto di astensione sulla risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite che chiedeva il cessate il fuoco.

Ogni sentimento sia pur vago e generico di umanità è stato sacrificato sull’altare degli interessi militari immediati del genocida Netanyahu, impegnato in una guerra che non può vincere, perché è una guerra contro un intero popolo, e di quelli strategici del caporione imperialista Biden, anche lui alle prese coll’impossibile compito di contenere l’irrefrenabile declino dell’Occidente nel momento storico della sua fine come egemone del pianeta.

Da entrambi i punti di vista Meloni e i suoi alleati di governo, come pure i finti oppositori annidati soprattutto nelle file del Pd, non solo si collocano sul lato sbagliato della storia, ma annientano senza alcuna pietà ogni sentimento di solidarietà umana. Specialmente di questo non potremo mai perdonarli.

Queste sono le radici ideologiche ed etiche del vero e proprio fascismo 2.0 che si va delineando, mentre procede sul piano normativo e istituzionale l’eliminazione di ogni possibile controllo e contrappeso, a cominciare da quello fondamentale dell’informazione libera e democratica.

E la miseria dei molti si accompagna alla ricchezza e allo strapotere dei pochi intenti a saccheggiare senza vergogna la cosa pubblica a proprio esclusivo beneficio e a consegnare il Paese alle lobby degli armamenti e del fossile, guidate rispettivamente da Leonardo ed Eni.

Più che mai “serva Italia di dolore ostello”, per citare un grande poeta che un politico di destra dai riferimenti culturali alquanto incerti e proprio per questo – si suppone – nominato ministro della Cultura ha frettolosamente e immeritatamente ascritto al proprio campo ideologico, rendendolo in modo del tutto caricaturale addirittura “il fondatore del pensiero di destra” nel nostro Paese.

Serva Italia di dolore ostello che sparge la desolazione non solo all’interno dei suoi confini ma anche all’esterno, riducendo a ingranaggio di morte il proprio complesso militare-industriale saldamente controllato da un’alleanza bipartisan che vede la presenza determinante di soggetti riconducibili al Pd, e finanche le Forze Armate che dovrebbero ispirarsi all’art. 11 della Costituzione repubblicana e che sono oggi invece trascinate in avventure militari dal futuro incerto e imprevedibile nel Mar Rosso, nel Golfo Persico, nel Mediterraneo e ai confini coll’Ucraina.

Forte coi deboli e debole coi forti, quest’Italia che non ci appartiene tollera il transito sul nostro territorio di armamenti destinati ad alimentare guerre e genocidi e si astiene scrupolosamente da ogni iniziativa a favore dell’umanità e della pace.

Al tempo stesso continua a favorire l’annegamento dei migranti in prossimità delle nostre coste e a negare ogni diritto a quelli che vivono in Italia, sopportando ormai buona parte dell’economia, come avviene a Monfalcone dove la popolazione operaia di origine bangladesha, che costituisce oltre un terzo degli abitanti complessivi, è ridotta dall’amministrazione leghista a una condizione di apartheid senza neppure la possibilità di professare il proprio credo religioso.

Questa l’Italia disumana dei nostri giorni, questo il regalo che il governo Meloni e i suoi adepti palesi ed occulti fanno al popolo italiano in questo Natale privo di calore e di dignità.

Fonte

02/09/2022

Libia - Il figlio di Gheddaffi possibile soluzione alla destabilizzazione permanente

Forse è ora che l’Europa, e l’Italia in particolare, presti sensatamente attenzione alla situazione in Libia.

Le continue e crescenti tensioni minacciano di rigettare il paese in una guerra civile dispiegata e avranno conseguenze per l’Europa, oltre alla comunità internazionale. Ma soprattutto per l’Italia, stante la posizione geografica e la storia che ci ha legato, una storia che rappresenta per l’Italia anche un debito storico, visti gli orrori, le atrocità e devastazioni compiute dal colonialismo prima e dal fascismo poi.

I problemi della Libia non sono solo locali. L’Italia e l’Europa, con la Libia condividono il Mar Mediterraneo: Alessandro Magno, i Greci, i Romani e anche i Normanni hanno tutti scambiato beni, cultura e archetipi con la Libia. Ma questa prossimità ha anche significato che i problemi lì, si riversano quasi sempre sulle coste europee.

Da febbraio, gli occhi del mondo sono ovviamente rivolti sugli avvenimenti in Ucraina. Ma mentre l’attenzione è sul fianco orientale europeo, i problemi che stanno deflagrando su quello meridionale in Libia sono molto trascurati o sottovalutati. Le crescenti tensioni politiche e le quotidiane esplosioni di violenza, stanno riportando il paese verso la guerra civile, con conseguenze a domino che investiranno sia gli equilibri dell’Africa del nord, impattando a catena sull’Italia e sull’Europa.

La crisi in Libia si inserisce nel quadro delle crisi mondiali, dove i poteri legati al mantenimento di un mondo multipolare stanno supportando logiche di innescamento e scatenamenti di crisi politiche e militari che possono portare il mondo verso catastrofi devastanti in cui nessuno sarà escluso.

Oggi, quella che fino al colpo di stato USA/Francia del 2011, con l’assassinio di Muammar Gheddafi e la distruzione della Jamahirija, era la nazione più ricca di petrolio dell’Africa, si trova in uno stato di totale annichilimento sociale e politico, e viene ormai indicato nelle sedi internazionali come uno stato fallito.

Una guerra civile che non è mai finita da quel 2011, e che ha composto uno scenario che vede un governo riconosciuto a livello internazionale dai paesi occidentali, con sede a Tripoli e la Cirenaica nell’est del paese, con il Governo di Tobruk, guidato dal generale Haftar sostenuto da Russia, Egitto, Algeria e altri paesi come EAU.

Due problemi basilari e strategici dovrebbero far riflettere gli italiani: da un lato il dato di fatto che la costa libica è il cuore del problema, il punto di partenza dei disperati che hanno l’obiettivo di raggiungere l’Europa, ma che hanno la sponda italiana come primo punto d’arrivo con ciò che ne consegue per l’Italia. Il secondo dato su cui riflettere, altrettanto basilare e strategico è quello delle conseguenze delle sanzioni UE alla Russia e poiché ora i paesi europei hanno necessità di fonti energetiche alternative, mentre cercano di svincolarsi dai combustibili russi, la Libia è la fonte di approvvigionamento alternativo più vicina.

L’UE è già logorata al suo interno nel tentativo di tenere ferma la posizione dell’unità sulle sanzioni russe e, di settimana in settimana la ricerca frenetica per trovare nuovi abbondanti rifornimenti di gas, fa emergere le divisioni e la prospettiva di una possibile revoca dell’embargo a Mosca.

Ma la perdurante instabilità della Libia, dietro cui non è esclusa la presenza della mano statunitense, rende le sue forniture in gran parte inaccessibili o non sufficienti, poiché la stragrande maggioranza delle sue riserve è sotto il controllo dell’Esercito Nazionale libico (LNA) di Khalifa Haftar.

Questi sono solo due dei tanti motivi per cui la Comunità internazionale e l’Italia in primis, dovrebbero cominciare a preoccuparsi seriamente per il caos in Libia e intraprendere politiche indipendenti dagli interessi di Washington, più legate all’interesse nazionale e a letture geopolitiche multipolariste.

Continui scontri armati e violenze tra le bande di miliziani rivali, proteste di strada della popolazione sfinita da violenze, soprusi, vessazioni, continui aumenti del costo della vita, lunghi tagli all’elettricità, aumento dei prezzi dei generi alimentari, l’assurdità in un paese che naviga nel petrolio è quella delle carenze e code per il carburante, caos e assenza statale, un paese fratturato in due parti, colloqui politici sistematicamente fallimentari e altro ancora.

Nel frattempo in tutti questi anni le varie milizie armate terroriste si sono spartite le città, dove operano come banditi e predoni senza nessun freno di alcuna autorità di Tripoli.

Questa è la realtà della Libia degli ultimi anni.

Dalla designazione di Fathi Bashagha a primo ministro a febbraio dalla Camera dei rappresentanti (HoR) con sede a Tobruk e dal fallimento dei colloqui sia al Cairo sia a Ginevra sugli accordi costituzionali per le elezioni, continua un sempre più insostenibile caos politico nel paese.

Nel frattempo c’è stato un costante peggioramento delle condizioni economiche e sociali, anche a causa della chiusura dei terminal petroliferi e delle strade principali e dalla sempre più probabile prospettiva di un nuovo scontro militare. Anche perché a metà luglio Bashagha ha annunciato che a breve entrerà nuovamente a Tripoli, roccaforte del governo riconosciuto dalla comunità internazionale occidentale, per insediarsi nella capitale.

Bashagha era arrivato a Tripoli nel maggio scorso, e quando ha tentato di assumere il suo incarico, si sono scatenati scontri tra le forze armate che lo sostenevano e le milizie fedeli ad Abdulhamid Dbeibah che era salito al potere nel 2020 a seguito di un cessate il fuoco che aveva posto fine alla battaglia durata un anno per conquistare Tripoli, da parte dell’Esercito Nazionale Libico (LNA).

Secondo l’analista arabo Harchaoui, la maggior parte dei gruppi armati più forti delle tribù di Sabratha, Zawiyah, Ajeelat, Jumail, Warshefana e Zintan sono anti-Dbeibah. Inoltre, anche la Brigata Nawassi all’interno di Tripoli è chiaramente anti-Dbeibah, e questo dà al governo di Tobruk forza per ritenere possibile la presa di Tripoli, ma certamente con pesanti spargimenti di sangue, dando per scontato che la parte di Dbeibah è determinata a reagire a qualsiasi ipotesi di perdere il potere e questo è facilmente immaginabile, provocherà una ennesima violenta collisione tra fazioni.

Bisogna tenere presente che diverse tribù della Libia nord-occidentale sono profondamente filo-Bashagha e anti-Dbeibah, oltreché “gheddafiane”. Anche altre regioni del paese sono pronte a ridiscendere in campo militarmente come a Sirte, Jufrah, Shwayref e parti del Fezzan, dove la coalizione armata guidata dal governo di Tobruk sta piano piano assumendo un carattere sempre più conflittuale e aggressivo.

Il governo di transizione aveva il mandato di tenere le elezioni lo scorso dicembre sotto l’egida ONU, ma poi le elezioni non si sono svolte a causa di divisioni interne e sabotaggi esterni. Dbeibah ha dichiarato che cederà il potere solo a un’autorità eletta, mentre Bashagha ribadisce che il suo governo è “illegittimo”.

I libici sono ormai frustrati da questa conflittualità permanente che dura ormai da 11 anni e secondo una stima di Al Arabiya, una delle più accreditate agenzie mediorientali, i sostenitori nostalgici di Gheddafi e della Jamhirya sarebbero tuttora il 50-70% dei libici.

Dall’altra parte la presenza massiccia della Turchia a Tripoli, ha creato un equilibrio militare che finora ha protetto il governo “tripolino” e impedito alle forze dell’ELN di dispiegare un offensiva finale e la presa della città, quindi della Libia, e qui decisiva sarà la capacità della diplomazia russa e di Lavrov, nel trovare all’interno dello scacchiere geopolitico e del confronto ormai a tutto campo tra Russia e Turchia, una forma per indurre la Turchia ad abbandonare la difesa di Tripoli e del governo di Dbeibah, evitando una nuova guerra. Ma molti esperti internazionali ritengono che il caos politico e nuove escalation militari siano il futuro del paese.

Saif al-Islam Gheddafi nello scenario presente e futuro della Libia

Questa situazione è la dimostrazione materiale che la strategia di riconciliazione nazionale, sotto l’egida internazionale, è solo una progettualità virtuale da cancellerie diplomatiche, ma che non ha alcun supporto nella realtà e nelle dinamiche sul campo. E probabilmente non è nei programmi reali di alcuna parte.

In questo scenario Saif al-Islam Gheddafi, ormai riconosciuto come uno degli attori politici principali, se non fondamentale per le prospettive del paese, ha rovesciato il dibattito politico interno, proponendo un’iniziativa che può essere paragonata a un scossa scompaginante che, comunque si sviluppi, avrà conseguenze politiche.

La proposta prevede il ritiro di tutte le controverse figure politiche che hanno causato la sospensione delle elezioni parlamentari e presidenziali, e lui sarà il primo a ritirarsi. L’obiettivo sarebbe di aprire la strada alle elezioni legislative, a una nuova Costituzione e a un successivo consenso sulla presidenza.

Con questa mossa Saif Gheddafi ha messo in un angolo tutte le forze politiche che controllano le sorti del Paese e del popolo libico, e soprattutto degli sponsor stranieri, guidate dal principale attore del fascicolo libico, il consigliere Onu Stephanie Williams, che ha lavorato per impedire le elezioni generali per un motivo arcinoto e proclamato: quello di impedire la partecipazione proprio di Saif al-Islam alle elezioni presidenziali, dopo che i sondaggi d’opinione gli avevano dato un netto vantaggio sul resto dei candidati e una popolarità nelle più grandi tribù libiche, senza rivali.

Saif al-Islam, nel processo di legittimazione della sua presenza politica nell’ultimo anno, ha ottenuto ciò che voleva e ora può manovrare ampiamente come personalità di primo piano in una scena politica che ha raggiunto il punto di decadenza economica e sociale forse massimo.

Dopo aver attraversato tutti gli stadi legali che gli hanno ridato lo status giuridico di cittadino libico senza precedenti giudiziari e penali a proprio carico, si è poi proposto come candidato alla presidenza del paese, nonostante tutti i tentativi fatti dai suoi oppositori, compresi attentati alla sua vita, per impedirgli questa battaglia. Ora il mandato del Tribunale internazionale cade, dopo che il candidato alla presidenza ha attraversato tutte le fasi dei tribunali nazionali libici.

Saif è stato molto abile nel scegliere la tempistica dell’iniziativa, questo è molto importante, in quanto si fonde con le proteste di piazza in tutte le città, che chiedono l’esclusione di ogni ceto politico di questi anni, elezioni libere ed eque e il ritiro di tutte le forze straniere dal Paese. L’iniziativa ha dato anche supporto e slancio, al movimento popolare di difesa degli immiseriti, dei disoccupati ed emarginati. Ora che le loro richieste e la loro rabbia hanno trovato un esponente politico ufficiale, possono trovare una prospettiva realistica e realizzabile.

A Sebha nel sud della Libia, regione che in questi 11 anni non è mai stata domata dalle milizie terroriste di Tripoli, il 1° agosto la popolazione ha impedito ad una delegazione del governo di Tripoli di sbarcare all’aeroporto locale.

Nella città di Ubari, l’1 agosto, dopo che un camion che trasportava benzina è esploso nel comune di Bint Baya, a sud della Libia, uccidendo otto persone e ferendone altre 70, manifestazioni di massa hanno condannato l’esplosione e scadito slogan che chiedevano a Saif al-Islam Gheddafi di assumere la guida del Paese.

Già le prime reazioni dopo l’iniziativa, indicano che il movimento intorno a Saif al-Islam è ormai diventato una forza importante che va oltre le variegate contese soggettivistiche o dei signori della guerra fondamentalisti. Oggi, la corrente di Saif Gheddafi è diventata un processo di unificazione del patriottismo libico, che trascende la polarizzazione rovinosa che ha distrutto il Paese e la dignità del suo popolo.

Il progetto sta ora procedendo al prossimo passo, costruire un ampio movimento nazionale con uno specifico programma politico, sociale ed economico, e il più ampio dialogo con tutte le componenti giovanili, politiche, civili e tribali che convergono attorno all’idea della salvezza e della dignità nazionali.

Saif al-Islam, con un tale peso politico, sociale e tribale, può oggi proporre un nuovo obiettivo nell’interessi di tutti, avviando un programma di riconciliazioni nazionali interne, su basi solide, sentite e riconosciute dal popolo libico. Unire il popolo libico e sollevarlo a battersi per un nuovo contratto sociale è la più grande protezione per fermare i tentativi di sabotare, procrastinare e interrompere le influenze esterne e i loro conflitti sul suolo libico.

Fonte