Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/10/2026

CGIL, CISL e UIL partecipano con entusiasmo ai successi della Leonardo

C’era una volta una idea, sarebbe meglio definirla vana illusione, secondo cui il sindacato avrebbe preso coscienza della necessità di riconvertire le imprese di guerra in aziende produttrici dei beni di consumo, dal militare al civile per essere sintetici. Tanti anni fa capimmo che CGIL, CISL e UIL non avrebbero favorito la riconversione, ma si sarebbero invece opposte con tutte le loro forze ad una ipotesi del genere: meglio una produzione nociva per le persone e l’ambiente che la disoccupazione; meglio una produzione di guerra che la chiusura degli impianti.

E questo nonostante, come riportavamo in un articolo recente, i dati indichino che a parità di risorse gli investimenti nella protezione ambientale, rispetto a quelli effettuati nel settore militare, genererebbero all’incirca il triplo dei posti di lavoro. Ma la realtà odierna va ben oltre la più tetra immaginazione, infatti se andiamo a estrapolare un passaggio dal comunicato stampa delle tre organizzazioni sindacali dei metalmeccanici di Cgil, Cisl e Uil nel gruppo Leonardo, leggiamo che il rinnovo [della piattaforma sindacale di secondo livello] «si inserisce in un contesto di forte crescita degli ordinativi sia nell’ambito civile che della difesa, e di risultati economici più che positivi per il Gruppo Leonardo, posizionatosi ormai tra le prime dieci aziende globali del settore Aerospazio, Difesa e Sicurezza. Questo successo è il frutto del lavoro quotidiano delle lavoratrici e dei lavoratori che permettono al management di affrontare le sfide del futuro, ed è per questo che l’integrativo avrà la responsabilità di trasformare le aspettative in risposte».

Tradotto in linguaggio comprensibile Fiom, Fim e Uilm esultano davanti all’aumento degli ordini e della produzione di Leonardo, la crescita esponenziale del gruppo è stata resa possibile dal coinvolgimento entusiastico delle maestranze senza le quali la multinazionale non avrebbe ottenuto le performance attuali.

Se le principali organizzazioni sindacali del settore metalmeccanico partecipano con entusiasmo ai successi di Leonardo sarà facile comprendere la ragione dell’arretratezza del dibattito attorno alla guerra, all’economia di guerra e alle tecnologie duali. Significativo un ulteriore passaggio del comunicato congiunto: «Si chiede l’istituzione di una Commissione per confrontarsi sull’utilizzo di nuove tecnologie, a partire dall’Intelligenza Artificiale, analizzandone gli impatti sull’occupazione e le professionalità e istituendo un “dividendo tecnologico” in termini di orario o salario».

L’Intelligenza Artificiale è essenziale per i nuovi sistemi di guerra, i bombardamenti a Gaza lo dimostrano eloquentemente, eppure i sindacati sono ancora fermi alla valutazione degli effetti della IA, pur sapendo che numerose ricerche attestano la prossima perdita di milioni di posti di lavoro e un utilizzo della stessa in simbiosi con le tecnologie belliche di ultima generazione. Ma la posizione dei tre sindacati è ancor peggiore, perché si specula sulla tecnologia, pur sapendo che un uso della stessa avviene a fini militari. Si pensa perfino a un ritorno economico nelle tasche dei lavoratori. Aumentare la produzione di morte ad ogni costo sperando di ricavarne qualche briciola salariale, è questa la Caporetto della prestigiosa Fiom.

Pensare, allora, a questi sindacati come una forza contro la guerra diventa impresa impossibile, come ipotizzare un loro sostegno sindacale alla azione legale intentata da Hala Abulebdeh, farmacista gazawi a cui è stata sterminata tutta la famiglia, e a cui si sono unite invece le associazioni A Buon Diritto, Un Ponte Per, ACLI, ARCI, Assopace Palestina, ATTAC Italia e Pax Christi e altre per dichiarare nulli i contratti stipulati da Leonardo S.p.A. e le sue controllate con lo Stato di Israele.

I promotori dell’iniziativa sono convinti che «lo Stato italiano, in qualità di azionista di maggioranza di Leonardo S.p.A., stia venendo meno ai propri obblighi costituzionali e di legge avendo continuato a esportare armamenti verso Israele» sulla base di autorizzazioni che il Governo italiano non ha mai sospeso né revocato. La prossima udienza sarà settimana prossima, il 16 ottobre, in un silenzio stampa che ricorda la scorta mediatica denunciata da Raffaele Oriani.

Senza finire ostaggi della retorica costituzionalista si inizia a comprendere la ragione per la quale il Governo voglia rivedere l’impianto della legge 185/1990 che vieterebbe in teoria la fornitura di armamenti a Paesi coinvolti in politiche di guerra e responsabili di gravi violazioni dei diritti umani accertate a livello internazionale come è il caso di Israele

E per restare al ramo metalmeccanico, ricordando l’acquisizione della divisione militare di Iveco, le innumerevoli join venture di Leonardo in giro per il mondo, è di queste ore la notizia dell’ingresso di Ineos Grenadier nel settore della difesa europea con l’acquisto italiano del fuoristrada britannico, una mega commessa che in teoria striderebbe con il sostegno del Governo alle imprese italiane produttrici.

Ineos Automotive inizierà le consegne all’Esercito Italiano dall’inizio del 2027 e forse l’acquisto dei mezzi britannici è merce di scambio per altre operazioni ancora ignote. E questo acquisto ci conferma la tendenza a riconvertire produzioni civili in militari. Con l’ordine dell’Esercito Italiano cambia però la dimensione della presenza del marchio nel settore: il Grenadier passa dall’essere un 4×4 civile adattabile agli impieghi istituzionali a una piattaforma scelta direttamente per incarichi militari.

Chiudiamo con una ulteriore notizia che libera il campo da ogni equivoco sulla propensione bellicista della Unione Europea con la spesa per la difesa degli Stati membri arrivata ai 418 miliardi di euro nel 2025, pari al 2,2% del PIL dell’UE, destinata, da qui a meno di tre anni, a raggiungere i 547 miliardi di euro.

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03/10/2026

Zitti zitti stanno definendo un nuovo accordo sindacati-padroni. Non lasciamoli fare!

In sordina, con qualche trafiletto non troppo appariscente sui giornali, continua il confronto tra CGIL CISL e Uil, ricompattate dopo l’effimera stagione conflittuale di CGIL e UIL conclusa dalla firma sui contratti pubblici, e le associazioni datoriali su salari e rappresentanza.

Un tema che dovrebbe ricevere almeno la stessa attenzione che si sta, giustamente, riservando all’aumento dei prezzi in particolare a quello dei carburanti, perché la questione salariale è l’altra faccia della medaglia carovita. I prezzi salgono, i salari restano al palo, non da oggi, e aumentano così le disuguaglianze.

Il sindacato propone di garantire il reale recupero dell’inflazione attraverso una verifica annuale basata sull’IPCA NEI, cioè l’indice di aumento dei prezzi depurato dalla componente energetica importata.

Il padronato risponde che si deve tenere conto delle condizioni di ciascun settore.

Quindi da un lato si conferma la riduzione del contratto ad una mera funzione di recupero dell’inflazione, usando un indice che non rappresenta realmente l’aumento del costo della vita, dall’altro si risponde che non basta e che devono essere i padroni a decidere se ci sono le condizioni per consentire l’adeguamento.

Siamo di fronte ad una contrattazione al ribasso che parte da un presupposto, quello dei contratti pirata, chiaramente pretestuoso visto che riguarda circa 300mila lavoratori, meno del 2% del totale, e che garantisce il consolidamento del monopolio della rappresentanza sindacale in mano a CGIL CISL e UIL, ottenuto ancora una volta sulla pelle di lavoratrici e lavoratori

In sostanza un accordo che prosegue la lunghissima stagione della moderazione salariale, sancita nel 1993, e che avviene in una fase di grande accentuazione della concorrenza capitalista destinata a ridefinire gli equilibri globali. Con una differenza importante, però, rispetto al passato: mentre prima gli accordi erano a tre, governo, sindacati e padroni, e conservavano una parvenza di autonomia sindacale, ora l’accordo è tra padroni e sindacati che, in una sorta di nuovo patto tra produttori, poi si confrontano con la politica. È la vittoria definitiva dell’ideologia della CISL e del sindacato aconflittuale, completamente succube di una logica di pura collaborazione. Sindacati complici e padroni che si rappresentano, insieme, come controparte di lavoratrici e lavoratori, senza neanche la mediazione governativa, contro qualsiasi ipotesi di conflitto sociale.

La risultante, in assenza di un’adeguata opposizione sociale, sarà un ulteriore impoverimento di lavoratrici e lavoratori con conseguente drastico aumento delle disuguaglianze.

Non a caso la contropartita della blindatura della rappresentanza si sovrappone a quella prodotta dalla legge elettorale con l’aumento sproporzionato delle firme da presentare per la presentazione di nuove liste, nel chiaro intento di impedire l’accesso di nuove forze sindacali e politiche che siano interpreti del dissenso sociale nei luoghi della decisione. Una sostanziale sospensione delle agibilità democratiche che consegna definitivamente il Paese nelle mani della casta che lo ha portato allo stato in cui versa oggi.

Non lasciare che CGIL CISL e UIL svendano ancora una volta lavoratrici e lavoratori, è un imperativo. Per farlo serve una piattaforma alternativa che in un contesto di crisi strutturale come quello attuale abbia il coraggio di andare all’attacco:

  • Individuazione di un nuovo indice che “ripesi” le voci che compongono il paniere su cui viene calcolato l’aumento dei prezzi.
  • Istituire un meccanismo di adeguamento automatico dei salari all’aumento dei prezzi basato sul nuovo indice.
  • Affidare alla contrattazione il compito di riequilibrare le disuguaglianze attraverso l’aumento reale dei salari oltre il recupero dell’inflazione, partendo da una soglia salariale minima di 2mila euro netti in paga base e conseguente riproporzionamento.

Il momento è ora. Non lasciamoli fare.

Unione Sindacale di Base

Fonte 

16/09/2026

Cgil, Cisl e Uil, Confindustria e Governo verso l’accordo per tenere bassi i salari

Senza dare molto nell’occhio Cgil, Cisl e Uil assieme a Confindustria e ad una pattuglia di associazioni padronali stanno preparando un accordo che blindi ogni spazio di democrazia nei luoghi di lavoro e confermi decenni di moderazione salariale. Una vergogna che rischia di passare inosservata e che invece va denunciata con tutta la forza e determinazione possibile.

I particolari dell’accordo non si conoscono nel dettaglio, tutto sta avvenendo a porte chiuse, in un confronto serrato tra segreterie nazionali. I lavoratori e le lavoratrici non hanno alcuna voce in capitolo.

Alcune cose però già sono trapelate. Sui salari, per esempio, si conferma il riferimento all’indice IPCA-NEI nel calcolo dell’inflazione, quel maledetto sistema di misurazione dei prezzi che non considera i prodotti energetici importati, come il gas e la benzina, che costituiscono il motore dell’attuale e (purtroppo) futura inflazione.

I salari in Italia sono al palo da tempo e questo dipende proprio dalla scelta di Cgil, Cisl e Uil di accettare un modello contrattuale che condanna i lavoratori ad una inevitabile riduzione del potere d’acquisto delle loro retribuzioni ad ogni rinnovo contrattuale.

Aver tolto al contratto la funzione di avanzamento delle condizioni materiali di lavoratrici e lavoratori e accettato di tenere gli aumenti in linea con l'“inflazione programmata” (spesso disattesa dai dati reali) ha significato, infatti, portare progressivamente sempre più in basso le retribuzioni medie.

Ma se poi, come è da tanti anni, quell’inflazione è anche calcolata al ribasso e non considera proprio le merci che più stanno incidendo nel rialzo del costo della vita, allora la scelta è veramente disgustosa. In un momento così drammatico dal punto di vista delle condizioni economiche, Cgil, Cisl e Uil stanno decidendo di confermare quella gabbia che impedisce un rialzo delle retribuzioni.

Nell’accordo ci sono poi delle attenzioni particolari al tema del TEM e del TEC, il trattamento economico minimo e quello complessivo. Lo scopo è quello di aggiustare il tiro rispetto al decreto Meloni di quest’anno sul “salario giusto” che, nel considerare come giusto quello previsto dai CCNL firmati da Cgil, Cisl e Uil, avrebbe trascurato di specificare anche tutte le voci di cui è composto il salario complessivo previsto dai contratti, lasciando così spazio alla contrattazione pirata.

Questa discussione però tralascia di considerare che è proprio il “salario giusto” quello che ha ricevuto diverse condanne di incostituzionalità e che sono proprio i contratti nazionali firmati dalla triplice che ci condannano ad un salario da fame. I contratti pirata sono una piaga, ma riguardano una fetta ancora molto esigua di lavoratori: eliminarli non risolverà il problema del salario per milioni di lavoratori e lavoratrici.

Va aggiunto poi che questo accordo sul salario giusto, nella versione unificata tra Meloni-Confindustria-Cgil, Cisl e Uil, chiude ogni possibile spiraglio alla introduzione di un salario minimo per legge: una sorta di ipoteca anche in vista di possibili cambi di maggioranza.

C’è poi il tema della rappresentanza, che poi è quello che sta veramente a cuore a questi signori e che rappresenta la contropartita che si apprestano a ricevere nell’ambito della collaborazione con padroni e governo.

Così, invece di ragionare su come favorire la partecipazione dei lavoratori e delle lavoratrici, in un momento storico di grande debolezza e di forte offensiva padronale proprio sul fronte dei diritti, Cgil, Cisl e Uil si propongono di consolidare il monopolio esclusivo sulla rappresentanza. Invece di dare più spazio alle rsu, alle assemblee, ai rappresentanti dei lavoratori sui posti di lavoro, si assicurano che i diritti sindacali siano esclusivamente nelle loro mani e che il diritto di contrattazione venga circoscritto alle loro segreterie.

Che poi è quanto sta avvenendo in materia elettorale con il cosiddetto “stabilicum”, con il quale il diritto a partecipare alle lezioni viene ostacolato da un numero spropositato di firme da raccogliere e da una soglia sempre più alta per accedere al Parlamento.

La domanda che pone USB in sintesi è questa: è accettabile che in una situazione di grande difficoltà per milioni di lavoratori e lavoratrici, tanto sul piano salariale quanto su quello dello dei diritti sul lavoro, le grandi centrali sindacali si preoccupino di raggiungere un accordo con le parti datoriali che frena ogni possibile spinta a nuovi e reali aumenti e inibisce la partecipazione dei lavoratori e delle lavoratrici? Siamo sicuri che sia questa la via maestra da imboccare?

Una domanda che poniamo a tanti delegati e delegate e che deve interrogare anche quanti sentono il bisogno di reagire davanti ad una condizione economica, sociale e della tenuta democratica che sta peggiorando ogni giorno di più.

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06/07/2026

Fondi pensione e gestione privata. Il primo luglio è stato un bel giorno per BlackRock

di Alessandro Volpi

Dal primo luglio entra in vigore la nuova normativa sui fondi pensione. Per gli assunti, nel settore privato, da quella data scatta il silenzio assenso per cui, se entro 60 giorni non viene manifestata una chiara volontà in senso contrario, i contributi finiranno nel fondo pensione della categoria. Se ci sono più fondi, andranno a quello che ha maggiori iscritti e se non ci sono fondi andranno al Fondo Cometa, che riguarda i lavoratori metalmeccanici.

A rendere l’adesione ai fondi privati ancora più incentivata concorre una riduzione del carico fiscale, che si manifesta in termini di deducibilità fino a 5.300 euro e in termini di aliquota più bassa sulle plusvalenze, fissata al 20% invece che al 26%. Vale la pena ricordare che questo beneficio significa per lo Stato una minore entrata di circa sei miliardi di euro l’anno, che vanno a beneficio di meno del 40% dei lavoratori e delle lavoratrici del settore privato. Naturalmente il minor gettito lo pagano tutti gli altri.

Ma a colpire è un altro dato. Chi gestisce i fondi, a cominciare dallo stesso Fondo Cometa dei lavoratori metalmeccanici? Il fondo ha un suo Consiglio di amministrazione e un collegio sindacale che sono composti per il 50% da rappresentanti dei sindacati e per il 50% da rappresentanti dei datori di lavoro. Il Cda, come è ovvio, non gestisce l’enorme disponibilità finanziaria – stiamo parlando di 13-14 miliardi di euro – che proviene dai contributi, ma la affida ai grandi gestori internazionali che decidono dove impiegare questi stessi contributi.

Il principale è BlackRock che usa come “depositario” e garante State Street Bank in una filiera dove gran parte di quel risparmio finisce nelle società di cui BlackRock è azionista, naturalmente rigorosamente domiciliate in terra Usa e, spesso, con sede in Delaware (a fiscalità agevolata). In questo senso l’automatismo dell’adesione ai fondi privati di categoria determinerà un trasferimento di una fetta rilevante del risparmio italiano, circa 74 miliardi di euro l’anno, verso le Borse Usa, ridurrà le disponibilità dell’Inps e sottrarrà risorse al sistema produttivo del nostro Paese.

La finanziarizzazione, tuttavia, non finisce qui perché dal 31 ottobre entrerà in vigore la piena “portabilità” dei fondi negoziali di categoria che potranno essere affidati dal singolo lavoratore a una banca o a una assicurazione, mutandone la natura da fondi chiusi in veri fondi aperti dove il peso dei grandi gestori, come BlackRock, sarà ancora maggiore. La recente riforma introdotta con la Legge di Bilancio 2026 (la 199/2025) ha effettivamente segnato un punto di svolta nel sistema della previdenza complementare italiana. Il fulcro della questione è la piena portabilità, fino ad ora non consentita, del contributo datoriale, una misura che permette al lavoratore di trasferire non solo il proprio capitale e il Tfr, ma anche la quota a carico dell’azienda, da un fondo negoziale (chiuso) a un fondo aperto o a un Piano individuale pensionistico (Pip), gestiti da banche e assicurazioni.

Il governo ha giustificato questa misura con un argomento principale. Prima della riforma, se un lavoratore decideva di passare a un fondo privato, perdeva il diritto al contributo che il datore di lavoro è obbligato a versare solo nel fondo di categoria (negoziale). Il governo sostiene che “liberare” questo contributo stimoli la concorrenza tra i gestori, spingendoli a offrire rendimenti migliori per non perdere iscritti; un’affermazione davvero incredibile data la pressoché totale situazione di monopolio esistente tra i grandi gestori, a partire da BlackRock, a cui, con questa misura, arriveranno molto più facilmente i risparmi italiani.

Ma i contorni della trasformazione sono ancora più profondi. I fondi negoziali hanno costi di gestione bassissimi (spesso sotto lo 0,5%). I fondi aperti e i Pip, venduti da banche e grandi gestori internazionali (come BlackRock, che attraverso i suoi prodotti di investimento è il principale partner di molte banche), hanno costi decisamente superiori (anche oltre l’1,5-2%). Nel lungo periodo, commissioni più alte possono “mangiare” una fetta enorme della pensione finale.

In questo senso, i grandi gestori globali, BlackRock in primis, spingono da anni per una privatizzazione del sistema pensionistico europeo (si veda il Prodotto pensionistico individuale europeo, Pepp). Rendere il contributo datoriale “portabile” significa aprire un mercato di miliardi di euro alla gestione privata, a discapito dei fondi collettivi gestiti pariteticamente da sindacati e imprese.

Naturalmente in tale ambito diventa fondamentale l’azione di “marketing”. Le banche hanno una rete di vendita capillare che i fondi negoziali non hanno. Il rischio è che i lavoratori vengano convinti a trasferire i propri fondi verso strumenti privati più costosi e non necessariamente più performanti.

L’impatto finanziario di tale modifica sarà così forte che il 29 maggio scorso i sindacati e le associazioni datoriali hanno firmato un “avviso comune” per limitare gli effetti di un simile accelerazione, ma si tratta di un avviso, appunto, che certo potrà poco contro la norma di legge dove è prevista la portabilità piena.

I sindacati, nella loro trasformazione in produttori di servizi, stanno diventando sempre più uno strumento di finanziarizzazione del risparmio dei lavoratori e delle lavoratrici.

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03/07/2026

I meloniani di CGIL-CISL-UIL

di Giorgio Cremaschi

E così Giorgia Meloni ha fatto filotto.

Dopo l’invito al congresso della CGIL, non appena era stata eletta Presidente del Consiglio; dopo la calda accoglienza nel sindacato di casa, la CISL; ora Meloni ha raccolto grandi applausi dalla UIL. Ci sta.

Giorgia Meloni ha trionfalmente ricordato di essere l’unico capo di governo che è intervenuto in tutti i congressi dei tre sindacati confederali. E ha anche vantato che la piattaforma del governo sul “salario giusto” sia la stessa di CGIL-CISL-UIL. È proprio così.

I sindacati guidati da Landini, Fumarola e Bombardieri, al di là delle chiacchiere, stanno assieme al padronato e al governo nelle peggiori schifezze. Ultima è il sequestro del tfr dei nuovi assunti, a favore dei fondi pensione di cui CGIL-CISL-UIL sono promotori e cogestori.

Il segretario della UIL ha elogiato Meloni, affermando che mai il sindacato aveva ricevuto tanta positiva attenzione dal governo. È tutto reciproco.

Del resto CGIL-CISL-UIL da più di trent’anni firmano contratti al ribasso che non recuperano neanche l’inflazione; e ora propongono alle controparti imprenditoriali un altro patto sociale, che continui questa politica sindacale in perdita. In perdita per i lavoratori naturalmente, ma non per le burocrazie sindacali, che in cambio della loro complicità hanno raccolto ruolo e riconoscimento. E ora è arrivato anche il plauso di Giorgia Meloni.

In questo collaborazionismo confederale con padronato e governo, la posizione della CGIL è forse quella più penosa, perché da un lato fa proclami di lotta, dall’altro accetta tutto quello che passa il convento.

Così Meloni, mentre va in difficoltà su tutto, proprio con CGIL-CISL-UIL raccoglie ancora successi. E questo oramai non dovrebbe stupire nessuno.

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01/07/2026

Dal 1° luglio adesione automatica, il TFR va ai fondi: l'ennesimo giro di vite del silenzio-assenso

Dal 1° luglio 2026, per direttiva COVIP e in attuazione della Legge di Bilancio 2026, scatta un meccanismo che definire “adesione automatica” è un eufemismo: si tratta, nei fatti, di un'iscrizione d'ufficio ai fondi pensione privati. Il lavoratore neoassunto viene considerato “aderente” fin dal primo giorno di lavoro, salvo che non eserciti, entro il termine perentorio di 60 giorni, una rinuncia esplicita. Non sceglie: deve disdire. Non aderisce: viene aderito. È il rovesciamento di ogni logica di libera scelta in materia previdenziale, ed è bene chiamarlo con il suo nome: un esproprio per via amministrativa del salario differito.

Si riduce, rispetto al passato, anche il tempo a disposizione per riflettere: da sei mesi a soli 60 giorni, un termine palesemente insufficiente per un lavoratore alle prime settimane di un nuovo impiego, spesso in periodo di prova, magari precario, che si vede recapitare moduli e informative complesse proprio nel momento in cui ha tutt'altro a cui pensare. Il “silenzio” di chi non ha gli strumenti, il tempo o le informazioni per scegliere viene trasformato per legge in un “assenso” vincolante e, una volta scaduto il termine, sostanzialmente irreversibile.

Chi controlla la destinazione di questo fiume di denaro? La normativa stabilisce una gerarchia: in primo luogo i fondi previsti dai contratti collettivi nazionali, territoriali o aziendali; in assenza di accordi, il fondo di categoria. Ma la quasi totalità dei fondi negoziali di categoria – COMETA per i metalmeccanici, FONCHIM per i chimici, FON.TE per il terziario, e così via – sono governati da Consigli di Amministrazione a composizione paritetica, metà espressione delle associazioni datoriali e metà designati dalle stesse organizzazioni sindacali – CGIL, CISL e UIL – che, contestualmente, negoziano i contratti collettivi che indirizzano automaticamente il TFR proprio verso quei fondi.

Non è una questione di dietrologia: è scritto nei siti istituzionali degli stessi fondi. Il conflitto d'interesse è strutturale e conclamato: chi siede al tavolo della contrattazione che decide dove deve confluire automaticamente il TFR dei lavoratori è lo stesso soggetto che poi siede nei Consigli di Amministrazione di quei fondi, ne nomina i vertici, ne percepisce i relativi compensi. Da tempo denunciamo questo cortocircuito, ricordando come i vertici confederali siedano poi sulle poltrone dei CdA dei fondi privati pagati, in ultima analisi, dai contributi dei lavoratori stessi.

Con l'adesione automatica questo meccanismo non viene scalfito: viene moltiplicato. Più lavoratori “silenti” significano più masse di TFR convogliate automaticamente verso i fondi negoziali, più patrimoni gestiti, più commissioni di gestione, più peso istituzionale per chi quei fondi li amministra. Il cerchio si chiude: il sindacato che dovrebbe difendere il salario del lavoratore diventa, al tempo stesso, il soggetto che beneficia, in termini di potere e di rappresentanza, del dirottamento di quel salario verso la previdenza privata.

I fondi negoziali, va detto con chiarezza ai lavoratori, non gestiscono direttamente un euro: affidano le risorse raccolte, tramite bandi e mandati di gestione, a società finanziarie internazionali. Basta consultare la documentazione pubblica dei fondi per scoprire che tra i gestori finanziari incaricati compaiono colossi come BlackRock Investment Management, accanto ad altri grandi player come Amundi, Allianz Global Investors, Eurizon, Generali Insurance Asset Management. Il TFR dei metalmeccanici, dei chimici, dei lavoratori del terziario, una volta “automaticamente aderito”, viene così trasferito nei portafogli gestiti da uno dei più grandi gestori patrimoniali del pianeta, con masse complessive nell'ordine di migliaia di miliardi di dollari investiti su scala globale.

Il punto non è tecnico, è politico: i lavoratori non scelgono questi gestori, non li conoscono, non hanno voce in capitolo sulle politiche di investimento concretamente adottate, e nella stragrande maggioranza dei casi non sanno nemmeno che il proprio TFR, attraverso il fondo di categoria, finisce nei portafogli di BlackRock o di soggetti analoghi. La governance “paritetica” dei fondi, tanto sbandierata come garanzia di trasparenza, lascia in capo agli iscritti zero potere reale sulle scelte di investimento quotidiane: quelle restano nelle mani dei gestori professionali selezionati dai CdA.

Non si tratta di insinuazioni: è documentazione pubblica, raccolta da organizzazioni indipendenti, da campagne internazionali per la finanza etica e persino da relatori speciali delle Nazioni Unite. Il rapporto “Dall'economia di occupazione all'economia del genocidio” della relatrice speciale ONU Francesca Albanese ha documentato come BlackRock e altri grandi gestori figurino tra i principali azionisti istituzionali di società strettamente legate al settore della difesa e della sicurezza israeliana, oltre ad aver acquistato titoli di debito pubblico (war bond) utilizzati da Israele per finanziare le proprie spese belliche. Diverse inchieste giornalistiche, dal manifesto a testate di settore, hanno ricostruito come BlackRock figuri tra i principali investitori istituzionali in gruppi come Lockheed Martin, Raytheon (RTX), Boeing e Caterpillar, tutte società coinvolte, a vario titolo, nella fornitura di armamenti e mezzi impiegati nei conflitti in corso in Medio Oriente, Palestina e Libano.

Sul fronte della sorveglianza, un report del 2022 dell'organizzazione Corporate Accountability ha segnalato la presenza di BlackRock tra gli azionisti di Axon Enterprise, fornitore di tecnologie di sorveglianza e armamento non letale per le forze di polizia, mentre inchieste giornalistiche internazionali hanno più volte evidenziato le partecipazioni del gestore in colossi tecnologici impegnati nello sviluppo di sistemi di intelligenza artificiale, analisi dati e riconoscimento facciale utilizzati anche in contesti di controllo di massa e di conflitto. Il rapporto “Don't Bank on the Bomb”, che monitora i finanziatori dell'industria delle armi nucleari a livello globale, colloca stabilmente BlackRock tra i principali investitori istituzionali del comparto, con partecipazioni per centinaia di miliardi di dollari complessivi nel settore.

Questo è il punto che nessuna informativa aziendale sul TFR riporterà mai ai neoassunti: aderendo, anche solo per inerzia, al meccanismo del silenzio-assenso, una quota del proprio salario differito può finire, attraverso passaggi di gestione indiretti, ma documentati, in un ecosistema finanziario che lucra anche su armamenti, conflitti e sorveglianza di massa. Non è un'opinione: è ciò che emerge incrociando la composizione azionaria pubblica di questi gestori con le inchieste indipendenti citate.

Tutto questo si innesta su un disegno più ampio, denunciato da decenni dal nostro sindacato: lo smantellamento progressivo della previdenza pubblica solidale e a ripartizione, sostituita con un sistema contributivo che già oggi promette pensioni sempre più povere, per spingere i lavoratori verso la previdenza integrativa privata come unica via di salvezza.

Prima si tagliano le pensioni pubbliche, poi si propone come soluzione un sistema che trasforma un diritto certo – il TFR, rivalutato per legge – in un capitale esposto al rischio dei mercati finanziari, ai costi di gestione, alle commissioni, alle crisi cicliche delle borse mondiali.

Il TFR lasciato in azienda matura una rivalutazione certa per legge (1,5% fisso più il 75% dell'inflazione ISTAT). I fondi pensione, al contrario, non garantiscono alcun rendimento: si sa quanto si versa, non si sa quanto si percepirà. Le crisi finanziarie del passato, dal crollo dei mercati nel 2008 alle turbolenze più recenti, hanno mostrato comparti azionari dei principali fondi negoziali italiani in territorio negativo anche a doppia cifra in singole annualità, mentre il TFR tradizionale continuava a rivalutarsi secondo i parametri di legge. È la dimostrazione plastica di chi corre il rischio e di chi, invece, incassa comunque le commissioni: i gestori finanziari e, indirettamente, l'apparato che attorno a questi fondi si è costruito.

USB rivendica chiaramente:

  • NO all'adesione automatica e al silenzio-assenso: ogni lavoratore deve scegliere in modo libero, informato e consapevole, con tempi adeguati e non sotto pressione nei primi giorni di lavoro.
  • Trasparenza totale sulla composizione dei portafogli dei fondi pensione negoziali: i lavoratori hanno il diritto di sapere esattamente dove vengono investiti i propri soldi.
  • Fine del conflitto d'interesse strutturale tra contrattazione collettiva e governance dei fondi pensione: chi siede nei CdA non può essere lo stesso soggetto che negozia l'automatismo di adesione.
  • Difesa e rilancio della previdenza pubblica, solidale e a ripartizione, come unica vera garanzia contro la povertà pensionistica, contro la logica che scarica sui lavoratori il rischio dei mercati finanziari.
  • Esclusione esplicita, nei criteri di investimento dei fondi pensione, di qualsiasi esposizione verso società operanti nel settore degli armamenti, della sorveglianza di massa e dei conflitti in corso, a partire da Palestina e Libano.

Il salario differito è nostro: non si tocca, non si gioca in borsa, non si automatizza.

USB Lavoro Privato

Fonte

23/06/2026

Cgil-Cisl-Uil approvano un’ipotesi di accordo per lasciare tutto inalterato

È stata resa pubblica la piattaforma di Cgil, Cisl e Uil su contratti e rappresentanza.

“Cgil, Cisl e Uil condividono la necessità di intervenire sui temi relativi al modello contrattuale, alla crescita dei salari, alla rappresentanza sindacale e datoriale e la sua certificazione”. Inizia così il documento per un accordo quadro che la triplice ha appena inviato alle associazioni datoriali, che sembrerebbe introdurre una serie di proposte o punti di qualche rilievo che possano produrre sostanziali modifiche al sistema dei contratti e favorire una ripresa del salario.

Nel resto del documento, però, in questa direzione c’è poco o niente. Il sistema contrattuale viene interamente confermato, con una dichiarazione di intenti ad allargare l’area delle aziende dove realizzare la contrattazione di secondo livello, non si sa bene con quali strumenti ed in base a quali passaggi concreti.

Sui salari la proposta, se così si può dire, è ancora più deprimente: viene confermato il riferimento all’indice IPCA NEI (cioè quello depurato dei prezzi dei prodotti energetici) che in passato la Cgil aveva respinto, e sostenuta una generica necessità di tenere agganciati i salari al costo della vita. In particolare si fa riferimento alla necessità di adeguare le retribuzioni all’andamento dei prezzi attraverso verifiche annuali, dimenticando che la maggioranza dei rinnovi contrattuali che hanno firmato queste stesse sigle sindacali si sono tenuti ben al di sotto dell’inflazione reale.

Nel testo c’è poi una parte dedicata a definire con più chiarezza cosa debba intendersi per TEM (trattamento economico minimo) e TEC (trattamento economico complessivo) e qui si scopre il vero intento dell’Accordo quadro: provare a rintuzzare l’operazione del governo Meloni, che con il decreto 1° maggio di quest’anno ha introdotto il “salario giusto” con il quale si santificano le retribuzioni attuali, comprese quelle dei contratti pirata.

In fondo a Cgil, Cisl e Uil non interessa produrre un rialzo dei salari ma solo garantirsi l’esclusiva della contrattazione e perciò provano a dare una definizione più stringente del TEC al fine di evitare l’equiparazione tra i loro contratti e quelli pirata.

Ma l’errore politico originale è stato accettare che il terreno del confronto si spostasse progressivamente dal salario diretto al trattamento economico complessivo (il TEC). In questo modo il TEM, cioè il nucleo salariale certo e comparabile, è stato messo in secondo piano proprio quando sarebbe servito un parametro semplice e trasparente, utile anche per una legge sul salario minimo.

Infine, sul tema della rappresentanza Cgil, Cisl e Uil confermano gli accordi precedenti e si impegnano “ad estendere le elezioni delle RSU anche nelle realtà di minori dimensioni”: che si siano accorti che per milioni di lavoratori il sindacato semplicemente non esiste?

Per il resto, il documento riproduce alcuni luoghi comuni e frasi di circostanza in un nulla di proporzioni cosmiche. Se per la Cisl in fondo si tratta di aver raggiunto l’obiettivo di tenere a freno qualsiasi ipotesi di conflittualità, per la Cgil è la pietra tombale su qualsiasi idea di sindacato vicino ai lavoratori.

Un sindacalismo così incapace di cogliere lo spirito dei tempi, e indisponibile a cogliere l’aumento esponenziale dello sfruttamento del lavoro, l’Italia non lo aveva mai avuto. Con questo accordo Cgil, Cisl e Uil toccano decisamente il punto più basso della loro storia.

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20/06/2026

CGIL-CISL-UIL sostengono Meloni

di Giorgio Cremaschi

Il 17 giugno CGIL-CISL-UIL hanno sottoscritto tra loro un patto che peggiorerà ancora le condizioni delle lavoratrici dei lavoratori e che rappresenta un chiaro sostegno al governo Meloni e alla sua politica del lavoro.

Il documento delle segreterie confederali ha lo scopo di aprire un negoziato per giungere a un “accordo quadro” con tutte le principali controparti imprenditoriali, dalla Confindustria, alla Confcommercio, alla Confedilizia, eccetera. Lo scopo è quello di sottoscrivere un accordo sugli accordi, che disciplini tutta la contrattazione dall’alto, in modo, questo è ciò che enunciano le confederazioni, di evitare i cosiddetti “contratti pirata”.

Sostanzialmente CGIL-CISL-UIL propongono di estendere a tutti i settori lavorativi il “Patto della Fabbrica”, sottoscritto con la Confindustria nel 2018. A sua volta quell’accordo riassumeva (e peggiorava) trent’anni di patti di concertazione, a partire da quelli del ’92/’93 che abolirono la scala mobile, ridussero il contratto nazionale al recupero, in ritardo e parziale, del potere d’acquisto e la contrattazione aziendale alle elargizioni dell’impresa.

Come sappiamo i lavoratori italiani sono gli unici, tra quelli dei paesi dell’OCSE, ad aver perso potere d’acquisto negli ultimi decenni ed è evidente a tutti, tranne che ai gruppi dirigenti confederali, che i tanti accordi di concertazione centralizzata tra le “parti sociali” siano corresponsabili di questo disastro.

Dalla sigla del Patto della Fabbrica nel 2018 ad oggi, secondo l’Istat i salari dei lavoratori hanno perso dall’8,5 all’11% rispetto all’inflazione, una mensilità in meno.

Ebbene, invece che trarre un bilancio dal fallimentare accordo sottoscritto, le confederazioni si propongono di estenderlo a tutti i settori.

Nella proposta sindacale è ribadita la distinzione tra TEM, trattamento economico minimo, la paga base dei contratti nazionali, e TEC, trattamento economico complessivo, tutto il resto, compresa l’eventuale riduzione d’orario, i benefit, la sanità privata e quant’altro.

È bene sottolineare che questo concetto pseudo sindacale del trattamento economico complessivo è alla base del decreto del Governo Meloni sul “salario giusto”, che ha escluso il salario minimo di legge.

Se un contratto nazionale ha una paga contrattuale di 6 euro all’ora, ma poi si distribuisce nella paga oraria tutto ciò che il lavoratore percepisce, o ciò di cui usufruisce, in un anno, si arriva magari a 11 e più euro. Che in realtà sono fittizi.

Il TEC è un trucco contabile che serve a far sembrare i salari più alti di quello che sono davvero. Lo hanno inventato CGIL-CISL-UIL e Confindustria, ora lo adotta di buon grado il governo.

Il sistema riproposto da CGIL-CISL-UIL prevede che gli aumenti dei contratti nazionali siano determinati dal famigerato IPCA-NEI , un indice dell‘inflazione sempre in ritardo e che esclude i “beni energetici importati”. Si proprio così, i lavoratori pagano l’aumento del gasolio, ma non possono recuperarlo nei contratti. Tutto il resto va giustificato con l’aumento della produttività.

Insomma è vietato chiedere un aumento delle paghe dei lavoratori solo perché esse sono troppo basse. È il rifiuto del conflitto sociale e di classe che diviene sistema contrattuale; se nel 1969 ci fossero state le regole contrattuali di oggi, i lavoratori non avrebbero conquistato nulla.

L’accordo quadro e la centralizzazione della contrattazione non servono ai lavoratori, ma agli apparati di CGIL-CISL-UIL e anche a quelli delle loro controparti. Sindacati e imprese costruiscono un proprio sistema, che si autolegittima e che respinge interventi esterni, siano essi della politica che degli stessi lavoratori.

È un patto corporativo di contenimento dei salari, è il trionfo del modello CISL, che va benissimo a Giorgia Meloni, che ha pure assunto al governo l’ex segretario di quel sindacato.

Quanto alla CGIL, la sua è una resa, almeno rispetto a quanto essa stessa proclamava. La CGIL abbandona il salario minimo di legge, il rifiuto del decreto 62/2026 del governo Meloni, la radicalità conflittuale propagandata in questi mesi, che resterà pure in qualche comizio, ma non dove si fanno le scelte vere.

Il patto di CGIL-CISL-UIL conferma che per cambiare le condizioni del mondo del lavoro bisogna rompere il monopolio sindacale confederale, che da decenni scambia il peggioramento di salari e diritti con il riconoscimento del proprio ruolo, in un sistema sempre più corporativo e autoritario.

Sostenere il sindacalismo conflittuale oggi non serve solo ai lavoratori, ma alla democrazia.

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09/11/2025

USB lancia lo sciopero generale per il 28 novembre, CGIL e CISL boicottano

È svanita l’idea di uno nuovo sciopero generale e generalizzato, capace di seguire le orme della mobilitazione del 3 ottobre scorso, quando oltre due milioni di persone hanno manifestato in tutta Italia contro il genocidio in Palestina, l’assalto israeliano alla Flotilla e le politiche del governo Meloni. A nulla sono infatti serviti gli appelli provenienti dal mondo sociale: allo sciopero generale convocato da USB e gli altri sindacati di base per il 28 novembre contro la manovra dell’esecutivo non parteciperà la CGIL, che ha preferito indire una mobilitazione analoga per il 12 dicembre. Il giorno dopo scenderà invece in strada la CISL, contro una legge di bilancio «sbagliata, ingiusta, che non aumenta i salari». Non è ancora chiara la posizione della UIL, anch’essa critica verso la manovra. Se dalla spaccatura del fronte sindacale ne escono indeboliti i lavoratori, perdendo l’occasione di una rappresentanza unitaria, l’esecutivo gongola e Giorgia Meloni ironizza: «Nuovo sciopero generale della CGIL contro il Governo annunciato dal segretario generale Landini. In quale giorno della settimana cadrà il 12 dicembre?», rispolverando la retorica che declassa lo sciopero da strumento di pressione a gita fuori porta.

«Aumento vertiginoso delle spese militari, il solito pacchetto di aiuti alle imprese, oboli in più in busta paga attraverso il versante fiscale per un ceto medio i cui salari sono stati letteralmente mangiati dall’inflazione e il nulla cosmico per i pensionati» e coloro che vivono in condizioni di povertà assoluta. Con queste parole i sindacati di base (CUB, USB, COBAS, ADL, CLAP, SIAL, SGB) hanno riassunto la nuova legge di Bilancio, convocando in risposta uno sciopero generale per il 28 novembre, accompagnato il giorno seguente da una giornata di mobilitazione a Roma, in solidarietà al popolo palestinese. La mediazione con la CGIL per uno sciopero generale e generalizzato come quello del 3 ottobre scorso è fallita tra accuse reciproche, nonostante gli appelli provenienti da più direzioni. Relativamente all’idea di indire un ulteriore sciopero per il 12 dicembre i lavoratori Ex-GKN hanno ad esempio avanzato una doppia critica, «perché non puoi seriamente pensare di cambiare la manovra del Governo il 12 dicembre» — dal momento che deve ricevere l’approvazione dal Parlamento entro la fine dell’anno — e «perché dimostri di non aver tratto alcun insegnamento dal passato», in riferimento all’elevata partecipazione agli appuntamenti congiunti, a partire dal 3 ottobre scorso.

Poche ore dopo l’annuncio della CGIL, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ironizzato sulla scelta della data (un venerdì), rispolverando una retorica che declassa lo sciopero da strumento di pressione a scusa per allungare il fine settimana, dimenticando che l’astensione dal lavoro comporta una riduzione dello stipendio, non proprio l’ideale in un Paese coi salari bloccati da 30 anni.

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22/08/2025

Sud, giovani e ipocrisia

Rilanciamo una considerazione politica, di Ciro Crescentini, direttore de il Desk, circa la mistificante narrazione ad opera del quotidiano Il Mattino di Napoli a proposito di un ‘virtuoso ciclo di sviluppo economico e sociale’ che sarebbe in atto nel Meridione d’Italia.

*****

Mentre il Paese si prende una pausa, dalle pagine de Il Mattino arriva l’ennesima dose di retorica di regime. Il direttore Roberto Napoletano, ormai portavoce entusiasta del potere, ha firmato un editoriale imbarazzante: “Ragazzi, tornate a Napoli”. Un’ode zuccherosa alla “nuova Napoli”, che – secondo lui – sarebbe diventata la terra delle opportunità.

A rincarare la dose ci ha pensato Luigi Sbarra, ex segretario generale della CISL e oggi comodamente seduto alla Presidenza del Consiglio, nel governo Meloni. Anche lui con lo stesso mantra trito e ritrito: “Il Sud è baricentro del Mediterraneo, attrattivo per i talenti”.

Peccato che queste parole, pubblicate con toni trionfali, suonino come uno schiaffo a chi è stato costretto a fuggire. A chi ha investito in competenze e studio, per poi essere ignorato da un sistema che premia i raccomandati e umilia i meritevoli. È l’ennesimo insulto all’intelligenza collettiva di chi ha vissuto sulla propria pelle il fallimento sociale, economico e culturale del Mezzogiorno.

Sbarra: da sindacalista a portavoce del governo

Ci sono domande semplici semplici che nessuno gli pone: Sbarra ha rappresentato i lavoratori o il sistema di potere? Da segretario della CISL a uomo di governo, ha fatto carriera ma cosa ha fatto contro il sistema che ha bloccato il Sud? Cosa ha fatto contro le raccomandazioni sistemiche, le parentopoli nelle aziende pubbliche, il familismo sindacale che premia i figli dei dirigenti con incarichi “miracolosi”?

Dov’è la CISL mentre i lavoratori vengono sfruttati nei call center a 3 euro l’ora? E quando giovani professionisti vengono umiliati da stage gratuiti, finte collaborazioni e stipendi da fame?

La verità è che la CISL ha chiuso gli occhi, ha preferito il silenzio e l’equilibrismo politico alla denuncia. È diventato un sindacato funzionale al potere, più attento a non disturbare che a difendere i lavoratori, i precari, i giovani, i disoccupati.

Napoletano e la Napoli da cartolina che non esiste

E poi c’è lui, Roberto Napoletano, che tra una conferenza e un premio, si dedica a raccontare una Napoli immaginaria: piena di eventi, startup, porti, lungomare. Una città da brochure aziendale. Domande semplici semplici anche per il direttore de Il Mattino: dove sono i posti di lavoro? Che tipologia di posti di lavoro? Con quali garanzie per il futuro lavorativo? Quali contratti di lavoro verrebbero applicati? In quali aziende o appalti e subappalti?

Ma la verità è un’altra: Napoli continua a espellere i suoi giovani migliori, che vengono sfruttati, ignorati, costretti ad andare via. Dove, senza “conoscenze”, puoi anche essere un genio ma verrai scavalcato dal mediocre raccomandato. Esempi più recenti? Giovani architetti, 110 e lode, anni di esperienza, costretti a lavorare in nero per 500 euro al mese. E voi, con i vostri editoriali, vorreste cancellare tutto questo?

Tornare, per fare cosa? I camerieri a 600 euro? I progettisti sottopagati? I volontari nei Comuni?

Non è il Sud che manca ai giovani. È la dignità. Chi è andato via, non si è allontanato da Napoli: si è allontanato dal sistema che la opprime. Un sistema fatto di relazioni marce, caste trasversali, sindacati addomesticati e stampa asservita. Chi resta, spesso lo fa resistendo, ogni giorno, contro tutto questo ma non certo grazie alla CISL o a Il Mattino.

Altro che “ritorno dei cervelli”. Servirebbe una rivoluzione culturale

Se davvero volete far tornare i giovani, non servono articoli e convegni. Serve:
– Una guerra vera contro il clientelismo, anche dentro le vostre strutture;
– Un cambio radicale della cultura del lavoro, che metta al centro diritti e competenze, non favori e parentele;
– Una pubblica amministrazione trasparente, non un cimitero di raccomandati;
– Una stampa libera, non un megafono della propaganda di governo.

Fino ad allora, i vostri inviti restano chiacchiere da Ferragosto. E i giovani continueranno ad andarsene, magari in silenzio, magari di notte ma con la testa alta. Perché fuori dal Sud non hanno trovato il paradiso ma almeno hanno trovato il rispetto.

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19/07/2025

Meloni al congresso CISL, una sceneggiata di regime

La Meloni rivendica il forte incremento di posti di lavoro, ma dimentica di precisare che si tratta di lavoratori poveri, condannati a salari da fame. Il lavoro che cresce in Italia è solo quello concentrato nei settori a bassa o bassissima retribuzione che i contratti a tempo indeterminato, ma per lo più part time, non risolvono.

Invece di prendere atto che proprio la cancellazione della scala mobile produsse un arretramento dei salari che non ha eguali in Occidente, la Meloni plaude alla scelta infame che la Cisl di allora fece col patto di San Valentino e anzi, si congratula con la Cisl di oggi per la volontà dichiarata di agire nella stessa direzione. Favoleggia degli stanziamenti per i rinnovi dei contratti pubblici ma evita di prendere atto che le retribuzioni nella P.A. perdono terreno e che i nuovi contratti sono lontanissimi dall’inflazione reale. Si vanta della riduzione delle aliquote IRPEF, che è l’ennesimo schiaffo alla progressività delle imposte e quindi un ulteriore regalo alle classi agiate.

Il Patto che adombra è un accordo dove solo chi accetta un maggiore sfruttamento può sperare di avere qualche ritorno salariale magari in termini di welfare aziendale. Ma ha fatto male i conti: questo paese sta diventando una polveriera e non solo per le armi che sembrano essere diventate le uniche merci che vogliamo continuare a produrre.

Unione Sindacale di Base

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22/06/2025

Sotto attacco il diritto di sciopero e quello a manifestare: in ballo ci sono le libertà di tutti

Per bocca del sottosegretario Durigon, il governo torna ad attaccare il diritto di sciopero, mettendolo in contrapposizione con quello di tutti ad andare in vacanza. Nonostante l’Italia abbia la legge sugli scioperi più restrittiva d’Europa, ora il sottosegretario leghista sta proponendo di vietare gli scioperi nei fine settimana: è la vecchia fobia di Salvini che si ripropone sotto una nuova versione. L’attacco però è a tutto campo e chiama in causa anche lo sciopero dei metalmeccanici e la manifestazione di Bologna della Fiom dove gli operai hanno invaso la tangenziale. Immediata è stata la reazione della Questura che ha preannunciato denunce in base al nuovo decreto sicurezza.

Le proteste sono indigeste a questo governo, preoccupato di non avere risposte serie in materia di salari (altro che vacanze con questi contratti!), e la repressione è l’unica vera risposta che intendono mettere in campo.

È un segnale però che la protesta di ieri ha colpito nel segno. Mettere assieme il tema dei salari e dei contratti ancora aperti con quello dei clamorosi spostamenti di risorse verso la guerra sta lasciando il segno.

Esprimiamo tutta la nostra solidarietà ai lavoratori che ieri a Bologna hanno manifestato esattamente nel modo in cui da più di cento anni gli operai hanno sempre fatto (anche se da Cgil Cisl e Uil non ne riceviamo mai quando fioccano denunce e arresti per comportamenti analoghi messi in atto nella logistica da lavoratori organizzati con USB).

Vanno però segnalate le dichiarazioni fuori luogo dei dirigenti della Filt Cgil che mostrano di non aver capito la portata dell’attacco e provano ad indirizzare l’azione repressiva del governo nei confronti degli scioperi che definiscono “minoritari”. Il diritto di sciopero appartiene a tutti i lavoratori e non a qualche sigla sindacale e va difeso sempre e comunque. Se i lavoratori vi aderiscono in pochi gli effetti saranno minori e pertanto non dovrebbero essere fonte di preoccupazione. Accogliere invece le tesi della controparte dimostra una grande miopia politica e conferma, una volta di più, la subalternità anche culturale alle posizioni della destra. Del resto, per anni sono state assecondate le spinte alla restrizione delle libertà sindacali da parte di Cgil, Cisl e Uil, sperando che esse fossero funzionali a fermare il sindacalismo indipendente e conflittuale. E oggi che quella scelta rischia di trasformarsi in un boomerang anche per loro, c’è il rischio che ancora non abbiamo imparato la lezione.

In ballo ci sono le libertà di tutti e il diritto a ribellarsi ad una condizione sempre più pesante, sul piano economico e normativo e sul futuro da incubo che ci stanno propinando.

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21/06/2025

La prima vittima del “decreto sicurezza” è davvero inattesa: Cgil-Cisl-Uil

L’esordio operativo di una legge inqualificabile sulla cosiddetta “sicurezza” è sempre un esperimento “in corpore vili” che dimostra più di quello che sarebbe stato logico attendersi.

L’ultimo “decreto” voluto e approvato – con la “fiducia” – era atteso alla prova empirica e un po' tutti si aspettavano che sarebbe stato testato su “nemici storici”, ancorché niente affatto pericolosi. Insomma, su “anarchici” o “antagonisti”, consentendo così a governo e polizie di”fare una prova” senza rischiare incidenti politici rilevanti.

In fondo è chiaro che si tratta di una legge liberticida, pensata per impedire le proteste – oltre che per “scudare” le “forze dell’ordine” autorizzandole persino a organizzare e dirigere “organizzazioni terroristiche” – ma proprio per questo l’esordio avrebbe dovuto essere “soft”, tale insomma da ottenere il risultato voluto (incutere timore tra gli aspiranti manifestanti) ma riscuotendo il silenzio-assenso della pseudo-opposizione “democratica”.

E invece una questura politicamente incauta, o troppo desiderosa di farsi notare, ha deciso di aprire il dossier “ddl 1660” nientepopodimeno che sui metalmeccanici. Addirittura a Bologna, città simbolo di infami attentati terroristici organizzati dallo Stato e subappaltati alla manovalanza fascista nonché feudo fin qui inattaccabile del PD.

Ieri, oltre allo sciopero generale di USB e altri sindacati di base, c’era anche lo sciopero dei metalmeccanici proclamato da Cgil-Cisl-Uil per chiedere la riapertura delle trattative per il rinnovo del contratto. E proprio a Bologna era stata convocata la manifestazione nazionale.

Circa diecimila metalmeccanici sono sfilati per le vie periferiche della città (non si mai detto che i sindacati “complici” provino a infastidire in alcun modo...), fino ad imboccare la tangenziale, che non faceva parte del percorso concordato preventivamente.

Inevitabile un ingorgo temporaneo del traffico, ma del resto non si può certo pretendere che una vertenza che riguarda oltre un milione e trecentomila lavoratori – erano quasi due milioni ancora venti anni fa – sia gettata in un angolo, fuori dalla vista, tra viali deserti e pochi passanti distratti.

La stessa parola d’ordine su cui era stata convocata la manifestazione era del resto quasi una promessa azzardata – “senza contratto il Paese si blocca” – almeno per quanto riguarda la (scarsa) combattività delle organizzazioni suddette.

La deviazione sulla tangenziale poteva dunque essere gestita molto tranquillamente, come un piccolo incidente di percorso da affrontare in sede di discussioni post evento, con un paio di telefonate di “rimprovero”, e nessuno se ne sarebbe accorto. Oltretutto era stata evidente la contrattazione tra sindacalisti e “ufficiali di piazza” quando la deviazione stessa era stata concessa a due condizioni: i manifestanti devono entrare e uscire dal tratto in 45 minuti e senza accendere fumogeni.

E invece, dopo poche decine di minuti, ecco la questura annunciare che avrebbe “denunciato” i manifestanti per “blocco stradale” – un “reato” considerato gravissimo dal governo neofascista in carica, tanto da meritare magari qualche anno di galera. Anche se fino al 10 giugno – data di pubblicazione della “legge” – era nient’altro che un “illecito amministrativo” punibile con una ammenda di pochi spiccioli.

Il tutto con una nota ufficiale d’altri tempi: “I manifestanti, disattendendo le prescrizioni, hanno fatto ingresso in tangenziale, creando il blocco della circolazione stradale sul tratto interessato. I Reparti inquadrati della polizia, per scongiurare il verificarsi di ulteriori situazioni di pericolo, hanno evitato respingimenti con l’uso della forza. I dimostranti verranno denunciati penalmente”.

Un’altra parola ed era subito 1977, no?... 

Immediatamente è stato chiaro che era stata fatta una cazzata. In primo luogo politica. Cgil-Cisl-Uil sono ormai tre sindacati “di palazzo”, cui ogni governo affida il monopolio della “rappresentanza” anche quando non sono presenti in una azienda.

Sono oltretutto “cinghie di trasmissione” di diversi partiti politici, e spicca tra loro quella Cisl passata da tempo armi e bagagli a supporto dello stesso governo Meloni, tanto da far premiare il fresco ex segretario generale – Sbarra, per ironia della Storia – con un sottosegretariato fatto su misura.

Far passare questi carrozzoni corporativi per “sovversivi” era insomma piuttosto difficile, anche se il prode Fabio Rampelli – vecchio fascistone romano – ci ha provato con autentico sprezzo del ridicolo: “per i gruppettari di sinistra è assolutamente normale che decine di migliaia di sedicenti operai occupino la tangenziale bloccando la circolazione. Ormai siamo alla sovversione democratica, al teppismo di partiti e sindacati storici e la chiamano libertà...”.

“Gruppettari” i pallidi eredi del sindacalismo targato Pci-Psi-Dc? “Sedicenti operai” diecimila metalmeccanici in tuta blu? Dai, anche Netanyahu ci avrebbe pensato un attimo prima di spararla così inverosimile... 

Col passare delle ore dalla questura è balenato un refolo di resipiscenza, con la derubricazione della “denuncia” – oltretutto complicata da stendere, visto che ben pochi dei diecimila erano chiaramente identificabili – in più modesta “segnalazione all’autorità giudiziaria” competente per territorio.

Probabile che, alla fine, verranno “segnalati” soltanto gli organizzatori ufficiali della manifestazione, e che il passaggio in Procura sarà più formale che sostanziale.

Resta però gigantesco il problema della libertà di manifestare davvero un’opposizione autentica alle politiche del governo. Oggi, per dire, esponenti del PD o dei Cinque Stelle hanno preso parola per stigmatizzare l’operato della questura di Bologna. Possiamo dire con qualche certezza che non lo avrebbero fatto se la “prova del budino” fosse stata fatta su giovani e anziani manifestanti appena un po’ più radicali.

Del resto la logica di questo ultimo “decreto” trasformato in legge risale chiaramente a quel Minniti passato di poltrona in poltrona – dal “gruppo dei Lothar” che scortava mandrake-D’Alema a palazzo Chigi, poi al ministero dell’interno e agli accordi con gli scafisti libici (pardòn, la “polizia costiera”...) e quindi al “controllo” dei servizi segreti e infine alla galassia del militare-industriale italiano –. 

Lo spazio di “agibilità democratica” si va restringendo a ben poco in tutto l’Occidente neoliberista – basta guardare a quel che avviene negli Usa, in Francia, in Germania, ecc. – e un governo fascista dimostra di essere tale proprio in questa spirale.

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13/06/2025

Sbarra dalla Cisl al governo. Come volevasi dimostrare…

di Pierpaolo Leonardi

Non dovremmo stupirci. Lo sappiamo che c’è una ben conosciuta natura di una cospicua parte dell’umanità che tende a mettere a valore la propria esperienza, a qualsiasi prezzo, anche se maturata nel campo avverso.

Eppure il repentino passaggio dell’ex, recentissimo, segretario della Cisl Sbarra da sindacalista a sottosegretario del governo Meloni riesce ancora a suscitare incredulità e sdegno.

Eppure facciamo i conti con questi personaggi ormai da anni. Quindi forse c’è qualcosa in più dell’umana soggettiva debolezza che va indagata per capire cosa sta accadendo.

Sbarra ha lasciato la Cisl nel momento in cui una proposta che portava il suo nome diventava Legge dello Stato Italiano. Una relazione premiale deve esserci per forza, non si scappa.

Un governo di destra vera, cioè che fa gli interessi della borghesia e del padronato, coopta uno dei più potenti sindacati italiani e lo utilizza per introdurre, senza eccessivo clamore, una profonda modifica della relazione tra capitale e lavoro che, nascondendosi dietro un pasticcio della Carta Costituzionale, frutto dei molti compromessi politici dei suoi estensori, coinvolge i lavoratori e le loro organizzazioni nei destini dell’impresa per cui lavorano.

In poche parole, se l’impresa fa utili io partecipo alla spartizione di una minima quota di quegli utili ottenuti grazie agli incrementi di produttività, cioè il lavoro vivo; se l’impresa perde, io mi faccio carico della gestione dei licenziamenti, della riorganizzazione produttiva, del ridimensionamento se non della completa scomparsa dell’impresa... 

Insomma il sindacato prende parte, non più quella delle maestranze, ma quella ben più potente dei prenditori. Non è un passaggio da poco, in qualche modo ce lo conferma già il silenzio mediatico che ha accompagnato tutto l’iter, fino alla definitiva approvazione della legge.

Difficile da spiegare, difficile da condividere quindi più facile tacerne la gravità.

E ora la ricompensa del governo Meloni, importante, di spessore, un sottosegretariato addirittura, quasi a voler esplicitare l’enormità del regalo ricevuto.

Qualcuno nei primi commenti al prestigioso incarico di Sbarra si interroga sul futuro della triplice. Aiuto! CGILCISLUIL non esiste più, la spaccatura è profonda.

Non ricordiamo di aver letto commenti analoghi nei giorni in cui, in solitaria, la Cisl di Sbarra portava in porto la sua legge. Eppure era quello il passaggio strategico, non lo zuccherino lanciato all’asino per il lavoro fatto, tutto sommato adeguato.

Forse Landini e Bombardieri erano troppo occupati a costruire, con i referendum, un palcoscenico al campo largo e non hanno avuto il tempo di reagire adeguatamente a quello scempio politico che rappresenta la Legge Sbarra.

Fatto sta che nel bel mezzo di una stretta economica guerrafondaia, di una divaricazione profonda degli interessi di classe, i tre maggiori sindacati italiani si distinguono non per la loro determinata azione a difesa della classe lavoratrice ma per giochetti di palazzo sulla pelle della classe lavoratrice.

Sentir ancora parlare di “unità sindacale” come “valore in sé”, di appelli a cercare quello che ci unisce invece di prendere atto di ciò che profondamente ci divide, fa ormai inevitabilmente indurre a portare la mano alla fondina.

Per favore, alla larga.

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12/02/2025

Complicità tossica tra Meloni e la CISL

“Rifondare la dinamica fra impresa e lavoro, superando una volta per tutte questa tossica visione conflittuale che anche nel mondo del sindacato qualcuno si ostina ancora a sostenere”.

A queste parole di Giorgia Meloni l’assemblea dei delegati al congresso della CISL ha tributato una ovazione.

Pensiamo un po’, l’Italia è il solo paese OCSE dove negli ultimi trent’anni i salari reali siano calati. Ogni anno oltre 1.500 lavoratori vengono uccisi nei luoghi di lavoro, e ben più di 500.000 vengono feriti.

La condizione di oppressione e sfruttamento di milioni di lavoratori precari è indegna di uno dei paesi che si vanta di essere tra i più ricchi del mondo. Prepotenza e autoritarismo limitano e colpiscono a fondo i diritti e le libertà della grande maggioranza del mondo del lavoro, con le persone sottoposte ai vincoli di fedeltà e obbedienza nei confronti delle direzioni delle imprese.

E chi sgarra, chi magari sui social racconta cosa succeda davvero nella sua azienda, chi critica gli amministratori, i manager, i padroni o i ministri, viene punito e perfino licenziato.

Da tempo la Costituzione è scomparsa dai luoghi e dai rapporti di lavoro, lavoratrici e lavoratori non sono liberi nel senso più semplice e profondo della parola, mentre al contrario per le imprese crescono privilegi e impunità. Quando ci sono controlli su qualsiasi tema e di qualsiasi tipo, le imprese italiane risultano fuorilegge con percentuali tra il 70 e l’80%.

Questa condizione nella quale i lavoratori italiani sono precipitati, dopo decenni di arretramento, non è stata causata dall’“eccesso di conflitto” tra lavoro e imprese, ma dal suo esatto contrario. Dalla progressiva conquista di potere da parte delle imprese contro i lavoratori, agevolata dalle leggi che hanno abbattuto i diritti del lavoro e dalla moderazione, fino all’acquiescenza, dei grandi sindacati, la CISL in testa, ma anche UIL e CGIL, almeno fino a poco tempo fa.

“Non so se c’è stata lotta di classe, ma se c’è stata l’abbiamo vinta noi”, disse anni fa il miliardario USA Warren Buffet.

Oggi ci sarebbe bisogno della ripresa di un sano e mirato conflitto generalizzato nei luoghi di lavoro, il solo sistema civile e democratico di riequilibrare rapporti di forza totalmente sbilanciati ai danni dei lavoratori. E ci vorrebbero leggi a sostegno del lavoro, dal salario minimo, alla lotta agli omicidi sul lavoro, al freno alla precarietà, ai licenziamenti e alle delocalizzazioni.

Invece Meloni, che nel suo discorso di insediamento aveva esaltato la peggiore libertà d’impresa, oggi demonizza il conflitto; e i funzionari della CISL le fanno la ola.

Tutti i benefici per il lavoro verrebbero soltanto dal disegno di legge sulla “partecipazione” presentato dalla CISL e sostenuto dalla destra.

Un progetto di legge che spaccia per nuovi poteri dei lavoratori quelle che in realtà sono altre agevolazioni e finanziamenti alle imprese.

La proposta della CISL non ha infatti nulla a che vedere con la “cogestione” tedesca, che assegna ai sindacati veri poteri di controllo e persino di veto su alcune scelte aziendali. Né tantomeno allude al “piano Meidner”, che in Svezia – quarant‘anni fa – propose la distribuzione delle azioni ai dipendenti. Piano poi abbandonato dai socialdemocratici, perché era stato calcolato che nel tempo i dipendenti avrebbero acquisito la proprietà delle imprese.

Nulla di tutto questo, con la legge che piace tanto a Meloni. Qui nessun lavoratore decide nulla, si costruisce il solito sistema burocratico paritetico tra sindacati e direzioni aziendali, che, con infinite commissioni, dovrebbe discutere dei piani dell’impresa, con ZERO poteri di intervento.

Quanto alla distribuzione di azioni ai dipendenti (ovviamente senza toccare il controllo dell’azienda), essa potrà avvenire al posto dei premi di risultato e sarà esentasse. Se poi un’azienda dovesse distribuire a titolo gratuito le proprie azioni ai dipendenti, allora sarebbe lo Stato a pagare. Cioè le imprese si finanzierebbero coi soldi dei lavoratori e con quelli pubblici, dove sarebbe la novità?

L’esaltazione da parte di Meloni del progetto CISL e la sua condanna del conflitto sociale sono in pura continuità con il corporativismo fascista, che abolì la libertà di sciopero e mise lavoratori e padroni dentro la stessa organizzazione sindacale, nel nome del comune destino aziendale.

A sua volta la CISL di oggi, che firma separatamente contratti in svendita e che esalta come partecipazione dei lavoratori il finanziamento pubblico al paternalismo padronale, rispolvera la sua peggiore politica, di rottura sindacale e subalternità a imprese e governi, degli anni '50 del secolo scorso.

Quella di Meloni e CISL è complicità tossica, nociva per i lavoratori e per il paese.

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31/10/2024

Lo sciopero generale di Landini e Bombardieri e gli accordi firmati da Cgil e Uil. USB conferma lo sciopero generale il 13 dicembre

I segretari di Cgil e Uil hanno annunciato uno sciopero generale per la fine di novembre contro il governo Meloni e la sua legge di bilancio. È sempre una buona notizia quando le grandi organizzazioni sindacali decidono di uscire dalla passività e chiamano i lavoratori alla lotta, ma l’annuncio stride con il comportamento delle stesse organizzazioni ai tavoli negoziali.

Negli ultimi tempi hanno continuato a firmare accordi e contratti che peggiorano le condizioni di lavoro e sul piano salariale non consentono nemmeno di recuperare la perdita di potere d’acquisto subita in questi anni. Inoltre, quando sottopongono in modo corretto gli accordi al vaglio dei lavoratori ricevono per lo più sonori schiaffoni, al punto che sono costretti a millantare assemblee che si rifiutano di tenere, inventandosi di aver raccolto l’approvazione dei lavoratori, è il caso dei portuali di questi giorni.

Ed infine, è sempre più frequente il mancato rinnovo delle RSU e la firma di accordi con RSU scadute da anni, per esempio nelle ferrovie. E infine il nodo dei rapporti con la Cisl. Non fanno lo sciopero generale insieme, ma poi sono d’accordo e firmano assieme praticamente tutti i contratti.

Vediamo alcuni casi concreti.

Hanno appena firmato con la Cisl il contratto dei portuali sonoramente bocciato a Genova e dato per approvato negli altri porti sulla base di assemblee fantasma o consultazioni disertate dalla stragrande maggioranza dei lavoratori. Hanno firmato un accordo nella manutenzione delle ferrovie, insieme alla Cisl, che aumenta la flessibilità, aggravando i problemi della sicurezza in un settore martoriato da orribili stragi, e che è stato bocciato da ripetuti scioperi che hanno coinvolto più del 90% della categoria.

Hanno firmato il contratto nazionale per i lavoratori Rai, anche lì con la Cisl, che è stato bocciato dal referendum tra i lavoratori. Hanno firmato un accordo nella più grande azienda del trasporto locale, l’Atac di Roma, anche lì con la Cisl, che rispecchia la stessa logica di quello delle ferrovie perché aumenta la flessibilità e allarga a dismisura il sistema dei turni spezzati, contro il quale ha scioperato qualche giorno fa la gran parte dei dipendenti dell’azienda.

Continuano a firmare accordi e contratti nel mondo del lavoro povero, sottopagato, è meglio dire, sempre insieme alla Cisl, con paghe orarie abbondantemente al di sotto della decenza e dei limiti costituzionali, riconosciuti recentemente anche dalla Corte Costituzionale.

Nel settore delle cooperative sociali l’ultimo rinnovo, lo scorso anno, si è tenuto abbondantemente al di sotto del rincaro dei prezzi degli ultimi anni. In primavera hanno rinnovato i contratti del commercio, anche lì assieme alla Cisl, concedendo un aggravio di flessibilità oraria in un settore dove il lavoro è già sottoposto ad una fortissima elasticità. E la lista potrebbe continuare ancora a lungo, ci scusiamo per tutte le categorie che non abbiamo citato!

La pratica dello sciopero generale e della difesa del salario comincia dai posti di lavoro. L’USB conferma lo sciopero generale e generalizzato del 13 dicembre.

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18/10/2024

Fiat-Stellantis, non ripetere il 2010

Le forze politiche ed i sindacati oggi fieramente avversi alle minacce ed ai ricatti di Tavares in Stellantis sono in gran parte gli stessi che, nel 2010, accettarono ed addirittura esaltarono le stesse minacce e gli stessi ricatti da parte di Sergio Marchionne, in quella che allora era ancora la FIAT.

L’allora amministratore delegato del gruppo pose ai lavoratori di Pomigliano e poi a tutti gli altri il ricatto: o rinunciate al contratto nazionale o perdete le fabbriche. Politica e gran parte dei sindacati, esclusa la FIOM e i sindacati di base, accettarono di rinunciare al contratto e così si sono poi perse anche le fabbriche.

Questo ricordo è importante non solo per la credibilità di chi chiama i lavoratori finalmente allo sciopero, ma per le prospettive stesse della lotta per difendere in Italia il settore auto e, soprattutto, chi ci lavora.

La piattaforma di FIM FIOM UILM con cui si convoca lo sciopero del 18 ottobre del settore è abbastanza confusa e ambigua. Prima di tutto risalta l’assenza di una critica di fondo alla proprietà ed al management. La famiglia Agnelli e Tavares sembrano anch’essi “quasi vittime” della caduta del mercato dell’auto in Europa ed in Italia, invece che esserne indicati tra i responsabili. Così mancano rivendicazioni vere per i lavoratori, a parte l’accenno ad un “coraggioso” blocco dei licenziamenti a livello europeo.

A loro volta le richieste al governo e alla UE sono molto generiche e senza impegni stringenti: giusto un “piano auto”, ma con quali obiettivi, con quali soldi e soprattutto, chi comanda, chi controlla?

Purtroppo la debolezza della piattaforma sindacale risente evidentemente delle scelte sbagliate del passato. E ancor più ne sono segnati i tanto stentorei quanto vuoti proclami delle forze politiche.

Nel 2010 Marchionne, per conto della proprietà Agnelli, diede un colpo devastante al settore auto in Italia, mettendo in competizione gli stabilimenti italiani unicamente sul costo del lavoro e non sulla qualità delle produzioni, scelta questa che avrebbe richiesto quegli investimenti che la proprietà Agnelli-Elkann non era disposta a fare.

Così, tra i plausi del palazzo politico e sindacale, gli stabilimenti FIAT divennero “fabbriche cacciavite” fungibili e sostituibili a go go, quindi il meglio possibile per una multinazionale che acquisisse il gruppo. Marchionne non rilanciò FIAT, la rese più assorbibile dal mercato, ad unico vantaggio della proprietà, che voleva realizzare utili senza impegnare un centesimo del patrimonio di famiglia.

Il prezzo di tutto questo per i lavoratori fu un sistema aziendale oppressivo e discriminatorio, che imponeva un generale peggioramento delle condizioni di lavoro e dei salari. Un sistema nel quale avevano qualche spazietto subalterno solo i sindacati complici, cioè tutti quelli che avevano firmato gli accordi.

È importante ripartire da tutto questo, perché ancora oggi si vuole far credere che Marchionne abbia fatto un gran bene e che Tavares invece voglia mettere in discussione il bene fatto.

No. Tavares è il puro continuatore di Marchionne e chi lo nega si prepara a ripetere il 2010.

Perché questo non accada occorre un cambiamento radicale dell’approccio alla crisi dell’auto e ai problemi dei lavoratori.

Prima di tutto bisogna stabilire il principio che una proprietà come quella della famiglia Agnelli-Elkann deve pagare; non è possibile che la proprietà esca da questa crisi senza avere almeno restituito una parte dei soldi pubblici ricevuti e senza dare un ulteriore proprio contributo. A questo si deve aggiungere un sistema di regole che colpisca davvero le delocalizzazioni.

In secondo luogo lo Stato deve essere parte attiva del processo. Cioè deve entrare, come quello francese, nella proprietà del gruppo per controllarne e garantirne i risultati.

In terzo luogo occorre, sì, un piano strategico per il settore auto di riconversione produttiva verso l’elettrico e comunque verso prodotti non inquinanti, ma questo non può che avvenire come parte di un progetto generale di intervento pubblico nell’economia. E di rivalutazione dei redditi dei lavoratori, che oggi non possono permettersi di acquistare un’auto elettrica.

I lavoratori non devono pagare, cioè non devono subire licenziamenti, danni salariali, ulteriore aggressione alla loro dignità. La riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario deve diventare lo strumento principale con il quale si affronta il lungo processo di ristrutturazione dell’auto e dei principali settori produttivi.

Insomma: bisogna finirla con la “libertà di mercato” e con il potere assoluto di ricatto delle multinazionali. Se si farà così, rompendo con la subalternità del passato, i lavoratori e la produzione dell’auto avranno un futuro. Altrimenti si ripeterà in peggio il 2010.

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16/09/2024

Per la Ministra Calderone legge Fornero e fondi pensione privati non si toccano

Dalla lettura de Il Sole 24 ore del 12 settembre apprendiamo che, dopo un’attenta riflessione, la ministra del Lavoro Calderone ritiene conveniente l’attuale calcolo contributivo, esteso a tutti con la riforma della ministra Fornero nel 2011 che il governo attuale diceva di voler abolire, e che il “primo pilastro”, il sistema pensionistico pubblico del nostro paese, è sufficiente a garantire pensioni adeguate.

Basta versare una quota maggiore di contributi.

Una riflessione a cui neanche gli osservatori più attenti e preparati erano giunti. Un plauso quindi all’affermazione illuminante della ministra.

Con il sistema contributivo, se si versa tanto, il rendimento sarà adeguato.

L’attuale sistema fissa diverse aliquote di contribuzione: 33% della base imponibile ai fini previdenziali per i lavoratori dipendenti, 20% per i lavoratori autonomi, dal 17% al 27% per i parasubordinati.

Quindi, l’importo della futura pensione dipende prevalentemente da tali percentuali e dalla base imponibile, che tradotto significa dalla retribuzione annuale, e per effetto dell’epitaffio del signor De La Palice “se non fosse morto sarebbe ancora in vita”: maggiore è la retribuzione, maggiore i contributi versati, maggiore la pensione ottenuta.

Come non averci pensato prima!?

Quindi, la soluzione non è una ennesima riforma del sistema pensionistico sotto attacco dal 1995: basta far crescere le retribuzioni più basse dei lavoratori al posto di finanziare il riarmo, garantendo così maggiori contributi e le future pensioni.

Purtroppo è sempre la realtà dei fatti a smentire le pie intenzioni: si deve prendere atto che, non solo la ministra ed il suo Governo sono contrari ad un salario minimo, ma che, soprattutto, le nuove generazioni hanno a che fare ogni giorno con la precarietà del lavoro insieme a salari da fame, quindi con scarse o nulle contribuzioni.

Da qui l’altra importante riflessione della ministra sulla necessità di ricorrere non all’aumento dei salari ma al supporto della “seconda gamba” privata del sistema pensionistico: il conferimento del TFR ai Fondi Pensione che, tradotto, significa giocare le proprie liquidazioni alla roulette degli investimenti nel sistema finanziario del mercato globalizzato.

Cosa dicono CGIL, CISL, UIL? Niente. E come mai? Anche qui il Signor De La Palice ci soccorre.

Chi siede nei CDA dei vari Fondi pensionistici? Gli stessi CGIL, CISL, UIL che sono storicamente contrari, come la ministra, all’introduzione di un vero salario minimo, mentre hanno introdotto il silenzio assenso per l’adesione ed il trasferimento del TFR ai Fondi Pensione con i rinnovi dei contratti di lavoro.

Un colossale conflitto di interessi rispetto al quale sarebbe gradita una nuova riflessione, illuminante, della ministra.

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14/03/2024

Si muore di lavoro a causa di leggi criminali che nessuno vuole togliere di mezzo

Carpenedolo (Brescia). Si chiamava Aidan aveva 43 anni e faceva l’operaio. Questa mattina è morto sul colpo cadendo dal tetto di un capannone. E’ soltanto l’ultima di una lunghissima serie di vite stroncate di donne e uomini che stavano, solo e semplicemente, lavorando per vivere e che, invece, non sono più tornate/i a casa. Più di 20.000 negli ultimi 15 anni e milioni di infortuni che in molti casi producono menomazioni ed invalidità permanenti: sono i numeri di una vera e propria guerra nei confronti del lavoro.

Sindacalisti Cgil Cisl e Uil, intervistati oggi dai vari TG su quest’ennesima morte di un lavoratore, ripetono la solita stanca litania sulla “mancanza di formazione” e sulla “mancanza di controlli” quando sanno benissimo quali sono principalmente le cause di questa strage permanente di lavoratrici/ori. Quali sono? Sono una serie di norme che hanno ridotto il lavoro in una condizione di semi-schiavitù e che sono state volute ed approvate, invariabilmente, dai governi di centro-sinistra e dai governi di centro-destra. Provo ad elencarle, di seguito, molto sinteticamente:

1) La famigerata ed ancora in vigore Legge Bossi-Fini del 1998 che vincola il permesso di soggiorno legato ad un contratto di lavoro dacchè una massa incalcolabile di migranti, privi di qualsiasi diritto e tutela, è costretta ad accettare qualsiasi lavoro a qualsiasi condizione posta com’è in una condizione di perenne ricatto.

2) La Legge Biagi (d.lgs 276/2003) che consente l’affidamento di lavori in appalto/subappalto anche ad aziende completamente prive di patrimonio e che permette la costituzione di false aziende e cooperative che durano, al massimo, due anni e che lasciano, poi, puntualmente, i lavoratori in mezzo ad una strada. Queste false aziende e cooperative, grazie alla norma che glie lo consente, aggirano sistematicamente ogni regola, soprattutto, quelle atte a garantire la sicurezza e la salute dei propri lavoratori.

3) Il c.d. “Pacchetto sicurezza” del 2009 (Legge 15 luglio 2009, n. 9) con cui gli allora Ministri Maroni e Alfano decisero di far diventare un vero e proprio reato l’immigrazione “clandestina” . Una norma che, in combinato disposto con la legge Bossi-Fini, permette condizioni di lavoro di vera e propria schiavitù per i migranti privi di documenti e/o in attesa di asilo o altre tutele internazionali. Una norma resa ancora più dura dal Decreto Legge 113/2018 voluto da Salvini che ha abrogato il permesso di soggiorno per motivi umanitari (non vi è più nessuna sua traccia nel “Testo Unico Immigrazione” e nel relativo Regolamento di attuazione).

4) Il D.Lgs. 22/2015 comunemente noto come “Jobs Act”, ovvero, la controriforma del mercato del lavoro di Renzi che rendendo facili i licenziamenti ha posto sotto ricatto del padrone di turno tutti i lavoratori del settore privato avendo come misura centrale l’abolizione della tutela dell’articolo 18 per i licenziamenti ingiusti. Tutti gli assunti dopo l’entrata in vigore di quella legge infame – giovani al primo lavoro o anziani che il lavoro l’hanno perso – sono rimasti senza la tutela dell’articolo 18, cioè il loro contratto a tempo indeterminato in realtà è un contratto precario e possono essere licenziati in qualsiasi momento.

5) Last but not least, la mancanza di una norma che introduca il reato di omicidio e lesioni gravi sul posto di lavoro in presenza di una situazione in cui prevale sistematicamente l’impunità dei responsabili perchè anche nel caso di omissioni gravi, dolo ed intenzionalità accertate nelle situazioni in cui si verificano incidenti gravi o mortali nei posti di lavoro, le sanzioni nei confronti dei responsabili sono lievi a tal punto da rendere conveniente per il padrone di turno l’inosservanza delle norme e delle regole anche più elementari poste a tutela della salute e della sicurezza delle lavoratrici e dei lavoratori.

Ma perché Cgil Cisl e Uil non fanno mai il benché minimo accenno a tali questioni?

Semplice: perché queste organizzazioni sindacali, oltre a non voler – per ormai consolidata tradizione – disturbare troppo il grande padronato, sono strettamente ed organicamente legate a doppio filo al mondo della cosiddetta cooperazione ampiamente coinvolta nel sistema dei sub-appalti basato principalmente sul lavoro somministrato e precario massicciamente presente in tutti i settori: dai servizi alla logistica, dalla grande distribuzione commerciale alle grandi filiere agro-alimentari, dall’edlilizia al “terzo settore”, dal grande al piccolo indotto dei pochi distretti industriali rimasti nel notro paese.

Grazie a questo famigerato quadro normativo (ed al silenzio delle tre grandi centrali sindacali) si producono enormi profitti proprio a partire dallo sfruttamento intensivo dei lavoratori, dalle paghe da fame e dai risparmi provenienti dai mancati investimenti sulla sicurezza negli ambienti di lavoro.

La domanda da rivolgere a partiti e sindacati è: siete disposti a rimuovere queste norme criminali e ad approvare, contestualmente, una norma che sanzioni adeguatamente le lesioni gravi e gli omicidi sul posto di lavoro?

Data la tragica attualità del tema, resto in attesa di un sollecito riscontro.

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20/08/2022

Il partito più pro-establishment? Il Pd, naturalmente...

A conti fatti, se volessimo stilare una classifica dei partiti italiani sulla base di un ipotetico range che si estenda tra i due estremi della nota dicotomia “sistema-antisistema”, il partito che, sulla base delle politiche perseguite e poi, una volta al governo, messe in atto con cristallina efficienza e senza colpo ferire, e che, dunque, risulta più saldamente ed utilmente collocato sul punto più estremo del range coincidente, peraltro, con un ultraliberismo sfrenato cui si è aggiunto, di recente, anche un granitico ed ostentatissimo oltranzismo atlantista e guerrafondaio, non possiamo che constatare che quel partito è, in tutta evidenza, il Partito Democratico.

E poi, non è affatto un caso che le porte girevoli del #PD, da decenni siano sempre aperte per quei sindacalisti di vertice che hanno servito fedelmente potere e padroni, i quali potranno così aggiungere alle pensioni d’oro da dirigenti sindacali apicali (in base ad una legge ad hoc del 1996) anche lo stipendio da parlamentare o da senatore. Tradizione consolidata da decenni di cui hanno ampiamente goduto i “pezzi grossi” di #Cgil , #Cisl e #Uil.

In cambio, hanno portato in dote al padronato i salari e gli stipendi più bassi d’Europa, il precariato di massa, la progressiva e sistematica distruzione dei diritti fondamentali dei lavoratori (che pure erano stati conquistati in decenni di dure lotte); 3-4 morti sul lavoro al giorno e 17.000 morti di lavoro e sul lavoro negli ultimi dieci anni; l’età pensionabile più alta di tutta la zona euro e, dulcis in fundo, pensioni da fame nera.

Più servi di così?

Di solito per arrivare a raggiungere questi risultati ci vuole, perlomeno, un colpo di Stato alla cilena o un golpe bianco tipo quello che avvenne in Italia alla fine degli anni Settanta.

Da noi, invece, basta una letterina proveniente da Bruxelles o dal Fondo Monetario Internazionale (il cui ex direttore agli affari fiscali, guarda caso, è stato candidato ora dal PD in un collegio blindato per andare a fare il senatore), oppure, una manovra finanziaria che faccia impennare lo spread per un lasso di tempo limitato, ed un governo tecnico come è successo anche per l’ultimo guidato da Mario Draghi.

Ovvero, un governo sostenuto da quasi tutti i partiti ma guidato in maniera autoritaria da un banchiere di rango internazionale ed in ottimi rapporti con i rapaci colossi della finanza mondiale.

Ma, soprattutto, sono necessari partiti e sindacati che avallino e collaborino, attivamente ed organicamente, alla macelleria sociale di turno, alle privatizzazioni selvagge, alle manovre finanziarie sempre più ferocemente antipopolari.

Una specialità tutta italiana.

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