Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta CISL. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta CISL. Mostra tutti i post

09/11/2025

USB lancia lo sciopero generale per il 28 novembre, CGIL e CISL boicottano

È svanita l’idea di uno nuovo sciopero generale e generalizzato, capace di seguire le orme della mobilitazione del 3 ottobre scorso, quando oltre due milioni di persone hanno manifestato in tutta Italia contro il genocidio in Palestina, l’assalto israeliano alla Flotilla e le politiche del governo Meloni. A nulla sono infatti serviti gli appelli provenienti dal mondo sociale: allo sciopero generale convocato da USB e gli altri sindacati di base per il 28 novembre contro la manovra dell’esecutivo non parteciperà la CGIL, che ha preferito indire una mobilitazione analoga per il 12 dicembre. Il giorno dopo scenderà invece in strada la CISL, contro una legge di bilancio «sbagliata, ingiusta, che non aumenta i salari». Non è ancora chiara la posizione della UIL, anch’essa critica verso la manovra. Se dalla spaccatura del fronte sindacale ne escono indeboliti i lavoratori, perdendo l’occasione di una rappresentanza unitaria, l’esecutivo gongola e Giorgia Meloni ironizza: «Nuovo sciopero generale della CGIL contro il Governo annunciato dal segretario generale Landini. In quale giorno della settimana cadrà il 12 dicembre?», rispolverando la retorica che declassa lo sciopero da strumento di pressione a gita fuori porta.

«Aumento vertiginoso delle spese militari, il solito pacchetto di aiuti alle imprese, oboli in più in busta paga attraverso il versante fiscale per un ceto medio i cui salari sono stati letteralmente mangiati dall’inflazione e il nulla cosmico per i pensionati» e coloro che vivono in condizioni di povertà assoluta. Con queste parole i sindacati di base (CUB, USB, COBAS, ADL, CLAP, SIAL, SGB) hanno riassunto la nuova legge di Bilancio, convocando in risposta uno sciopero generale per il 28 novembre, accompagnato il giorno seguente da una giornata di mobilitazione a Roma, in solidarietà al popolo palestinese. La mediazione con la CGIL per uno sciopero generale e generalizzato come quello del 3 ottobre scorso è fallita tra accuse reciproche, nonostante gli appelli provenienti da più direzioni. Relativamente all’idea di indire un ulteriore sciopero per il 12 dicembre i lavoratori Ex-GKN hanno ad esempio avanzato una doppia critica, «perché non puoi seriamente pensare di cambiare la manovra del Governo il 12 dicembre» — dal momento che deve ricevere l’approvazione dal Parlamento entro la fine dell’anno — e «perché dimostri di non aver tratto alcun insegnamento dal passato», in riferimento all’elevata partecipazione agli appuntamenti congiunti, a partire dal 3 ottobre scorso.

Poche ore dopo l’annuncio della CGIL, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ironizzato sulla scelta della data (un venerdì), rispolverando una retorica che declassa lo sciopero da strumento di pressione a scusa per allungare il fine settimana, dimenticando che l’astensione dal lavoro comporta una riduzione dello stipendio, non proprio l’ideale in un Paese coi salari bloccati da 30 anni.

Fonte 

22/08/2025

Sud, giovani e ipocrisia

Rilanciamo una considerazione politica, di Ciro Crescentini, direttore de il Desk, circa la mistificante narrazione ad opera del quotidiano Il Mattino di Napoli a proposito di un ‘virtuoso ciclo di sviluppo economico e sociale’ che sarebbe in atto nel Meridione d’Italia.

*****

Mentre il Paese si prende una pausa, dalle pagine de Il Mattino arriva l’ennesima dose di retorica di regime. Il direttore Roberto Napoletano, ormai portavoce entusiasta del potere, ha firmato un editoriale imbarazzante: “Ragazzi, tornate a Napoli”. Un’ode zuccherosa alla “nuova Napoli”, che – secondo lui – sarebbe diventata la terra delle opportunità.

A rincarare la dose ci ha pensato Luigi Sbarra, ex segretario generale della CISL e oggi comodamente seduto alla Presidenza del Consiglio, nel governo Meloni. Anche lui con lo stesso mantra trito e ritrito: “Il Sud è baricentro del Mediterraneo, attrattivo per i talenti”.

Peccato che queste parole, pubblicate con toni trionfali, suonino come uno schiaffo a chi è stato costretto a fuggire. A chi ha investito in competenze e studio, per poi essere ignorato da un sistema che premia i raccomandati e umilia i meritevoli. È l’ennesimo insulto all’intelligenza collettiva di chi ha vissuto sulla propria pelle il fallimento sociale, economico e culturale del Mezzogiorno.

Sbarra: da sindacalista a portavoce del governo

Ci sono domande semplici semplici che nessuno gli pone: Sbarra ha rappresentato i lavoratori o il sistema di potere? Da segretario della CISL a uomo di governo, ha fatto carriera ma cosa ha fatto contro il sistema che ha bloccato il Sud? Cosa ha fatto contro le raccomandazioni sistemiche, le parentopoli nelle aziende pubbliche, il familismo sindacale che premia i figli dei dirigenti con incarichi “miracolosi”?

Dov’è la CISL mentre i lavoratori vengono sfruttati nei call center a 3 euro l’ora? E quando giovani professionisti vengono umiliati da stage gratuiti, finte collaborazioni e stipendi da fame?

La verità è che la CISL ha chiuso gli occhi, ha preferito il silenzio e l’equilibrismo politico alla denuncia. È diventato un sindacato funzionale al potere, più attento a non disturbare che a difendere i lavoratori, i precari, i giovani, i disoccupati.

Napoletano e la Napoli da cartolina che non esiste

E poi c’è lui, Roberto Napoletano, che tra una conferenza e un premio, si dedica a raccontare una Napoli immaginaria: piena di eventi, startup, porti, lungomare. Una città da brochure aziendale. Domande semplici semplici anche per il direttore de Il Mattino: dove sono i posti di lavoro? Che tipologia di posti di lavoro? Con quali garanzie per il futuro lavorativo? Quali contratti di lavoro verrebbero applicati? In quali aziende o appalti e subappalti?

Ma la verità è un’altra: Napoli continua a espellere i suoi giovani migliori, che vengono sfruttati, ignorati, costretti ad andare via. Dove, senza “conoscenze”, puoi anche essere un genio ma verrai scavalcato dal mediocre raccomandato. Esempi più recenti? Giovani architetti, 110 e lode, anni di esperienza, costretti a lavorare in nero per 500 euro al mese. E voi, con i vostri editoriali, vorreste cancellare tutto questo?

Tornare, per fare cosa? I camerieri a 600 euro? I progettisti sottopagati? I volontari nei Comuni?

Non è il Sud che manca ai giovani. È la dignità. Chi è andato via, non si è allontanato da Napoli: si è allontanato dal sistema che la opprime. Un sistema fatto di relazioni marce, caste trasversali, sindacati addomesticati e stampa asservita. Chi resta, spesso lo fa resistendo, ogni giorno, contro tutto questo ma non certo grazie alla CISL o a Il Mattino.

Altro che “ritorno dei cervelli”. Servirebbe una rivoluzione culturale

Se davvero volete far tornare i giovani, non servono articoli e convegni. Serve:
– Una guerra vera contro il clientelismo, anche dentro le vostre strutture;
– Un cambio radicale della cultura del lavoro, che metta al centro diritti e competenze, non favori e parentele;
– Una pubblica amministrazione trasparente, non un cimitero di raccomandati;
– Una stampa libera, non un megafono della propaganda di governo.

Fino ad allora, i vostri inviti restano chiacchiere da Ferragosto. E i giovani continueranno ad andarsene, magari in silenzio, magari di notte ma con la testa alta. Perché fuori dal Sud non hanno trovato il paradiso ma almeno hanno trovato il rispetto.

Fonte

19/07/2025

Meloni al congresso CISL, una sceneggiata di regime

La Meloni rivendica il forte incremento di posti di lavoro, ma dimentica di precisare che si tratta di lavoratori poveri, condannati a salari da fame. Il lavoro che cresce in Italia è solo quello concentrato nei settori a bassa o bassissima retribuzione che i contratti a tempo indeterminato, ma per lo più part time, non risolvono.

Invece di prendere atto che proprio la cancellazione della scala mobile produsse un arretramento dei salari che non ha eguali in Occidente, la Meloni plaude alla scelta infame che la Cisl di allora fece col patto di San Valentino e anzi, si congratula con la Cisl di oggi per la volontà dichiarata di agire nella stessa direzione. Favoleggia degli stanziamenti per i rinnovi dei contratti pubblici ma evita di prendere atto che le retribuzioni nella P.A. perdono terreno e che i nuovi contratti sono lontanissimi dall’inflazione reale. Si vanta della riduzione delle aliquote IRPEF, che è l’ennesimo schiaffo alla progressività delle imposte e quindi un ulteriore regalo alle classi agiate.

Il Patto che adombra è un accordo dove solo chi accetta un maggiore sfruttamento può sperare di avere qualche ritorno salariale magari in termini di welfare aziendale. Ma ha fatto male i conti: questo paese sta diventando una polveriera e non solo per le armi che sembrano essere diventate le uniche merci che vogliamo continuare a produrre.

Unione Sindacale di Base

Fonte

22/06/2025

Sotto attacco il diritto di sciopero e quello a manifestare: in ballo ci sono le libertà di tutti

Per bocca del sottosegretario Durigon, il governo torna ad attaccare il diritto di sciopero, mettendolo in contrapposizione con quello di tutti ad andare in vacanza. Nonostante l’Italia abbia la legge sugli scioperi più restrittiva d’Europa, ora il sottosegretario leghista sta proponendo di vietare gli scioperi nei fine settimana: è la vecchia fobia di Salvini che si ripropone sotto una nuova versione. L’attacco però è a tutto campo e chiama in causa anche lo sciopero dei metalmeccanici e la manifestazione di Bologna della Fiom dove gli operai hanno invaso la tangenziale. Immediata è stata la reazione della Questura che ha preannunciato denunce in base al nuovo decreto sicurezza.

Le proteste sono indigeste a questo governo, preoccupato di non avere risposte serie in materia di salari (altro che vacanze con questi contratti!), e la repressione è l’unica vera risposta che intendono mettere in campo.

È un segnale però che la protesta di ieri ha colpito nel segno. Mettere assieme il tema dei salari e dei contratti ancora aperti con quello dei clamorosi spostamenti di risorse verso la guerra sta lasciando il segno.

Esprimiamo tutta la nostra solidarietà ai lavoratori che ieri a Bologna hanno manifestato esattamente nel modo in cui da più di cento anni gli operai hanno sempre fatto (anche se da Cgil Cisl e Uil non ne riceviamo mai quando fioccano denunce e arresti per comportamenti analoghi messi in atto nella logistica da lavoratori organizzati con USB).

Vanno però segnalate le dichiarazioni fuori luogo dei dirigenti della Filt Cgil che mostrano di non aver capito la portata dell’attacco e provano ad indirizzare l’azione repressiva del governo nei confronti degli scioperi che definiscono “minoritari”. Il diritto di sciopero appartiene a tutti i lavoratori e non a qualche sigla sindacale e va difeso sempre e comunque. Se i lavoratori vi aderiscono in pochi gli effetti saranno minori e pertanto non dovrebbero essere fonte di preoccupazione. Accogliere invece le tesi della controparte dimostra una grande miopia politica e conferma, una volta di più, la subalternità anche culturale alle posizioni della destra. Del resto, per anni sono state assecondate le spinte alla restrizione delle libertà sindacali da parte di Cgil, Cisl e Uil, sperando che esse fossero funzionali a fermare il sindacalismo indipendente e conflittuale. E oggi che quella scelta rischia di trasformarsi in un boomerang anche per loro, c’è il rischio che ancora non abbiamo imparato la lezione.

In ballo ci sono le libertà di tutti e il diritto a ribellarsi ad una condizione sempre più pesante, sul piano economico e normativo e sul futuro da incubo che ci stanno propinando.

Fonte

21/06/2025

La prima vittima del “decreto sicurezza” è davvero inattesa: Cgil-Cisl-Uil

L’esordio operativo di una legge inqualificabile sulla cosiddetta “sicurezza” è sempre un esperimento “in corpore vili” che dimostra più di quello che sarebbe stato logico attendersi.

L’ultimo “decreto” voluto e approvato – con la “fiducia” – era atteso alla prova empirica e un po' tutti si aspettavano che sarebbe stato testato su “nemici storici”, ancorché niente affatto pericolosi. Insomma, su “anarchici” o “antagonisti”, consentendo così a governo e polizie di”fare una prova” senza rischiare incidenti politici rilevanti.

In fondo è chiaro che si tratta di una legge liberticida, pensata per impedire le proteste – oltre che per “scudare” le “forze dell’ordine” autorizzandole persino a organizzare e dirigere “organizzazioni terroristiche” – ma proprio per questo l’esordio avrebbe dovuto essere “soft”, tale insomma da ottenere il risultato voluto (incutere timore tra gli aspiranti manifestanti) ma riscuotendo il silenzio-assenso della pseudo-opposizione “democratica”.

E invece una questura politicamente incauta, o troppo desiderosa di farsi notare, ha deciso di aprire il dossier “ddl 1660” nientepopodimeno che sui metalmeccanici. Addirittura a Bologna, città simbolo di infami attentati terroristici organizzati dallo Stato e subappaltati alla manovalanza fascista nonché feudo fin qui inattaccabile del PD.

Ieri, oltre allo sciopero generale di USB e altri sindacati di base, c’era anche lo sciopero dei metalmeccanici proclamato da Cgil-Cisl-Uil per chiedere la riapertura delle trattative per il rinnovo del contratto. E proprio a Bologna era stata convocata la manifestazione nazionale.

Circa diecimila metalmeccanici sono sfilati per le vie periferiche della città (non si mai detto che i sindacati “complici” provino a infastidire in alcun modo...), fino ad imboccare la tangenziale, che non faceva parte del percorso concordato preventivamente.

Inevitabile un ingorgo temporaneo del traffico, ma del resto non si può certo pretendere che una vertenza che riguarda oltre un milione e trecentomila lavoratori – erano quasi due milioni ancora venti anni fa – sia gettata in un angolo, fuori dalla vista, tra viali deserti e pochi passanti distratti.

La stessa parola d’ordine su cui era stata convocata la manifestazione era del resto quasi una promessa azzardata – “senza contratto il Paese si blocca” – almeno per quanto riguarda la (scarsa) combattività delle organizzazioni suddette.

La deviazione sulla tangenziale poteva dunque essere gestita molto tranquillamente, come un piccolo incidente di percorso da affrontare in sede di discussioni post evento, con un paio di telefonate di “rimprovero”, e nessuno se ne sarebbe accorto. Oltretutto era stata evidente la contrattazione tra sindacalisti e “ufficiali di piazza” quando la deviazione stessa era stata concessa a due condizioni: i manifestanti devono entrare e uscire dal tratto in 45 minuti e senza accendere fumogeni.

E invece, dopo poche decine di minuti, ecco la questura annunciare che avrebbe “denunciato” i manifestanti per “blocco stradale” – un “reato” considerato gravissimo dal governo neofascista in carica, tanto da meritare magari qualche anno di galera. Anche se fino al 10 giugno – data di pubblicazione della “legge” – era nient’altro che un “illecito amministrativo” punibile con una ammenda di pochi spiccioli.

Il tutto con una nota ufficiale d’altri tempi: “I manifestanti, disattendendo le prescrizioni, hanno fatto ingresso in tangenziale, creando il blocco della circolazione stradale sul tratto interessato. I Reparti inquadrati della polizia, per scongiurare il verificarsi di ulteriori situazioni di pericolo, hanno evitato respingimenti con l’uso della forza. I dimostranti verranno denunciati penalmente”.

Un’altra parola ed era subito 1977, no?... 

Immediatamente è stato chiaro che era stata fatta una cazzata. In primo luogo politica. Cgil-Cisl-Uil sono ormai tre sindacati “di palazzo”, cui ogni governo affida il monopolio della “rappresentanza” anche quando non sono presenti in una azienda.

Sono oltretutto “cinghie di trasmissione” di diversi partiti politici, e spicca tra loro quella Cisl passata da tempo armi e bagagli a supporto dello stesso governo Meloni, tanto da far premiare il fresco ex segretario generale – Sbarra, per ironia della Storia – con un sottosegretariato fatto su misura.

Far passare questi carrozzoni corporativi per “sovversivi” era insomma piuttosto difficile, anche se il prode Fabio Rampelli – vecchio fascistone romano – ci ha provato con autentico sprezzo del ridicolo: “per i gruppettari di sinistra è assolutamente normale che decine di migliaia di sedicenti operai occupino la tangenziale bloccando la circolazione. Ormai siamo alla sovversione democratica, al teppismo di partiti e sindacati storici e la chiamano libertà...”.

“Gruppettari” i pallidi eredi del sindacalismo targato Pci-Psi-Dc? “Sedicenti operai” diecimila metalmeccanici in tuta blu? Dai, anche Netanyahu ci avrebbe pensato un attimo prima di spararla così inverosimile... 

Col passare delle ore dalla questura è balenato un refolo di resipiscenza, con la derubricazione della “denuncia” – oltretutto complicata da stendere, visto che ben pochi dei diecimila erano chiaramente identificabili – in più modesta “segnalazione all’autorità giudiziaria” competente per territorio.

Probabile che, alla fine, verranno “segnalati” soltanto gli organizzatori ufficiali della manifestazione, e che il passaggio in Procura sarà più formale che sostanziale.

Resta però gigantesco il problema della libertà di manifestare davvero un’opposizione autentica alle politiche del governo. Oggi, per dire, esponenti del PD o dei Cinque Stelle hanno preso parola per stigmatizzare l’operato della questura di Bologna. Possiamo dire con qualche certezza che non lo avrebbero fatto se la “prova del budino” fosse stata fatta su giovani e anziani manifestanti appena un po’ più radicali.

Del resto la logica di questo ultimo “decreto” trasformato in legge risale chiaramente a quel Minniti passato di poltrona in poltrona – dal “gruppo dei Lothar” che scortava mandrake-D’Alema a palazzo Chigi, poi al ministero dell’interno e agli accordi con gli scafisti libici (pardòn, la “polizia costiera”...) e quindi al “controllo” dei servizi segreti e infine alla galassia del militare-industriale italiano –. 

Lo spazio di “agibilità democratica” si va restringendo a ben poco in tutto l’Occidente neoliberista – basta guardare a quel che avviene negli Usa, in Francia, in Germania, ecc. – e un governo fascista dimostra di essere tale proprio in questa spirale.

Fonte

13/06/2025

Sbarra dalla Cisl al governo. Come volevasi dimostrare…

di Pierpaolo Leonardi

Non dovremmo stupirci. Lo sappiamo che c’è una ben conosciuta natura di una cospicua parte dell’umanità che tende a mettere a valore la propria esperienza, a qualsiasi prezzo, anche se maturata nel campo avverso.

Eppure il repentino passaggio dell’ex, recentissimo, segretario della Cisl Sbarra da sindacalista a sottosegretario del governo Meloni riesce ancora a suscitare incredulità e sdegno.

Eppure facciamo i conti con questi personaggi ormai da anni. Quindi forse c’è qualcosa in più dell’umana soggettiva debolezza che va indagata per capire cosa sta accadendo.

Sbarra ha lasciato la Cisl nel momento in cui una proposta che portava il suo nome diventava Legge dello Stato Italiano. Una relazione premiale deve esserci per forza, non si scappa.

Un governo di destra vera, cioè che fa gli interessi della borghesia e del padronato, coopta uno dei più potenti sindacati italiani e lo utilizza per introdurre, senza eccessivo clamore, una profonda modifica della relazione tra capitale e lavoro che, nascondendosi dietro un pasticcio della Carta Costituzionale, frutto dei molti compromessi politici dei suoi estensori, coinvolge i lavoratori e le loro organizzazioni nei destini dell’impresa per cui lavorano.

In poche parole, se l’impresa fa utili io partecipo alla spartizione di una minima quota di quegli utili ottenuti grazie agli incrementi di produttività, cioè il lavoro vivo; se l’impresa perde, io mi faccio carico della gestione dei licenziamenti, della riorganizzazione produttiva, del ridimensionamento se non della completa scomparsa dell’impresa... 

Insomma il sindacato prende parte, non più quella delle maestranze, ma quella ben più potente dei prenditori. Non è un passaggio da poco, in qualche modo ce lo conferma già il silenzio mediatico che ha accompagnato tutto l’iter, fino alla definitiva approvazione della legge.

Difficile da spiegare, difficile da condividere quindi più facile tacerne la gravità.

E ora la ricompensa del governo Meloni, importante, di spessore, un sottosegretariato addirittura, quasi a voler esplicitare l’enormità del regalo ricevuto.

Qualcuno nei primi commenti al prestigioso incarico di Sbarra si interroga sul futuro della triplice. Aiuto! CGILCISLUIL non esiste più, la spaccatura è profonda.

Non ricordiamo di aver letto commenti analoghi nei giorni in cui, in solitaria, la Cisl di Sbarra portava in porto la sua legge. Eppure era quello il passaggio strategico, non lo zuccherino lanciato all’asino per il lavoro fatto, tutto sommato adeguato.

Forse Landini e Bombardieri erano troppo occupati a costruire, con i referendum, un palcoscenico al campo largo e non hanno avuto il tempo di reagire adeguatamente a quello scempio politico che rappresenta la Legge Sbarra.

Fatto sta che nel bel mezzo di una stretta economica guerrafondaia, di una divaricazione profonda degli interessi di classe, i tre maggiori sindacati italiani si distinguono non per la loro determinata azione a difesa della classe lavoratrice ma per giochetti di palazzo sulla pelle della classe lavoratrice.

Sentir ancora parlare di “unità sindacale” come “valore in sé”, di appelli a cercare quello che ci unisce invece di prendere atto di ciò che profondamente ci divide, fa ormai inevitabilmente indurre a portare la mano alla fondina.

Per favore, alla larga.

Fonte

12/02/2025

Complicità tossica tra Meloni e la CISL

“Rifondare la dinamica fra impresa e lavoro, superando una volta per tutte questa tossica visione conflittuale che anche nel mondo del sindacato qualcuno si ostina ancora a sostenere”.

A queste parole di Giorgia Meloni l’assemblea dei delegati al congresso della CISL ha tributato una ovazione.

Pensiamo un po’, l’Italia è il solo paese OCSE dove negli ultimi trent’anni i salari reali siano calati. Ogni anno oltre 1.500 lavoratori vengono uccisi nei luoghi di lavoro, e ben più di 500.000 vengono feriti.

La condizione di oppressione e sfruttamento di milioni di lavoratori precari è indegna di uno dei paesi che si vanta di essere tra i più ricchi del mondo. Prepotenza e autoritarismo limitano e colpiscono a fondo i diritti e le libertà della grande maggioranza del mondo del lavoro, con le persone sottoposte ai vincoli di fedeltà e obbedienza nei confronti delle direzioni delle imprese.

E chi sgarra, chi magari sui social racconta cosa succeda davvero nella sua azienda, chi critica gli amministratori, i manager, i padroni o i ministri, viene punito e perfino licenziato.

Da tempo la Costituzione è scomparsa dai luoghi e dai rapporti di lavoro, lavoratrici e lavoratori non sono liberi nel senso più semplice e profondo della parola, mentre al contrario per le imprese crescono privilegi e impunità. Quando ci sono controlli su qualsiasi tema e di qualsiasi tipo, le imprese italiane risultano fuorilegge con percentuali tra il 70 e l’80%.

Questa condizione nella quale i lavoratori italiani sono precipitati, dopo decenni di arretramento, non è stata causata dall’“eccesso di conflitto” tra lavoro e imprese, ma dal suo esatto contrario. Dalla progressiva conquista di potere da parte delle imprese contro i lavoratori, agevolata dalle leggi che hanno abbattuto i diritti del lavoro e dalla moderazione, fino all’acquiescenza, dei grandi sindacati, la CISL in testa, ma anche UIL e CGIL, almeno fino a poco tempo fa.

“Non so se c’è stata lotta di classe, ma se c’è stata l’abbiamo vinta noi”, disse anni fa il miliardario USA Warren Buffet.

Oggi ci sarebbe bisogno della ripresa di un sano e mirato conflitto generalizzato nei luoghi di lavoro, il solo sistema civile e democratico di riequilibrare rapporti di forza totalmente sbilanciati ai danni dei lavoratori. E ci vorrebbero leggi a sostegno del lavoro, dal salario minimo, alla lotta agli omicidi sul lavoro, al freno alla precarietà, ai licenziamenti e alle delocalizzazioni.

Invece Meloni, che nel suo discorso di insediamento aveva esaltato la peggiore libertà d’impresa, oggi demonizza il conflitto; e i funzionari della CISL le fanno la ola.

Tutti i benefici per il lavoro verrebbero soltanto dal disegno di legge sulla “partecipazione” presentato dalla CISL e sostenuto dalla destra.

Un progetto di legge che spaccia per nuovi poteri dei lavoratori quelle che in realtà sono altre agevolazioni e finanziamenti alle imprese.

La proposta della CISL non ha infatti nulla a che vedere con la “cogestione” tedesca, che assegna ai sindacati veri poteri di controllo e persino di veto su alcune scelte aziendali. Né tantomeno allude al “piano Meidner”, che in Svezia – quarant‘anni fa – propose la distribuzione delle azioni ai dipendenti. Piano poi abbandonato dai socialdemocratici, perché era stato calcolato che nel tempo i dipendenti avrebbero acquisito la proprietà delle imprese.

Nulla di tutto questo, con la legge che piace tanto a Meloni. Qui nessun lavoratore decide nulla, si costruisce il solito sistema burocratico paritetico tra sindacati e direzioni aziendali, che, con infinite commissioni, dovrebbe discutere dei piani dell’impresa, con ZERO poteri di intervento.

Quanto alla distribuzione di azioni ai dipendenti (ovviamente senza toccare il controllo dell’azienda), essa potrà avvenire al posto dei premi di risultato e sarà esentasse. Se poi un’azienda dovesse distribuire a titolo gratuito le proprie azioni ai dipendenti, allora sarebbe lo Stato a pagare. Cioè le imprese si finanzierebbero coi soldi dei lavoratori e con quelli pubblici, dove sarebbe la novità?

L’esaltazione da parte di Meloni del progetto CISL e la sua condanna del conflitto sociale sono in pura continuità con il corporativismo fascista, che abolì la libertà di sciopero e mise lavoratori e padroni dentro la stessa organizzazione sindacale, nel nome del comune destino aziendale.

A sua volta la CISL di oggi, che firma separatamente contratti in svendita e che esalta come partecipazione dei lavoratori il finanziamento pubblico al paternalismo padronale, rispolvera la sua peggiore politica, di rottura sindacale e subalternità a imprese e governi, degli anni '50 del secolo scorso.

Quella di Meloni e CISL è complicità tossica, nociva per i lavoratori e per il paese.

Fonte

31/10/2024

Lo sciopero generale di Landini e Bombardieri e gli accordi firmati da Cgil e Uil. USB conferma lo sciopero generale il 13 dicembre

I segretari di Cgil e Uil hanno annunciato uno sciopero generale per la fine di novembre contro il governo Meloni e la sua legge di bilancio. È sempre una buona notizia quando le grandi organizzazioni sindacali decidono di uscire dalla passività e chiamano i lavoratori alla lotta, ma l’annuncio stride con il comportamento delle stesse organizzazioni ai tavoli negoziali.

Negli ultimi tempi hanno continuato a firmare accordi e contratti che peggiorano le condizioni di lavoro e sul piano salariale non consentono nemmeno di recuperare la perdita di potere d’acquisto subita in questi anni. Inoltre, quando sottopongono in modo corretto gli accordi al vaglio dei lavoratori ricevono per lo più sonori schiaffoni, al punto che sono costretti a millantare assemblee che si rifiutano di tenere, inventandosi di aver raccolto l’approvazione dei lavoratori, è il caso dei portuali di questi giorni.

Ed infine, è sempre più frequente il mancato rinnovo delle RSU e la firma di accordi con RSU scadute da anni, per esempio nelle ferrovie. E infine il nodo dei rapporti con la Cisl. Non fanno lo sciopero generale insieme, ma poi sono d’accordo e firmano assieme praticamente tutti i contratti.

Vediamo alcuni casi concreti.

Hanno appena firmato con la Cisl il contratto dei portuali sonoramente bocciato a Genova e dato per approvato negli altri porti sulla base di assemblee fantasma o consultazioni disertate dalla stragrande maggioranza dei lavoratori. Hanno firmato un accordo nella manutenzione delle ferrovie, insieme alla Cisl, che aumenta la flessibilità, aggravando i problemi della sicurezza in un settore martoriato da orribili stragi, e che è stato bocciato da ripetuti scioperi che hanno coinvolto più del 90% della categoria.

Hanno firmato il contratto nazionale per i lavoratori Rai, anche lì con la Cisl, che è stato bocciato dal referendum tra i lavoratori. Hanno firmato un accordo nella più grande azienda del trasporto locale, l’Atac di Roma, anche lì con la Cisl, che rispecchia la stessa logica di quello delle ferrovie perché aumenta la flessibilità e allarga a dismisura il sistema dei turni spezzati, contro il quale ha scioperato qualche giorno fa la gran parte dei dipendenti dell’azienda.

Continuano a firmare accordi e contratti nel mondo del lavoro povero, sottopagato, è meglio dire, sempre insieme alla Cisl, con paghe orarie abbondantemente al di sotto della decenza e dei limiti costituzionali, riconosciuti recentemente anche dalla Corte Costituzionale.

Nel settore delle cooperative sociali l’ultimo rinnovo, lo scorso anno, si è tenuto abbondantemente al di sotto del rincaro dei prezzi degli ultimi anni. In primavera hanno rinnovato i contratti del commercio, anche lì assieme alla Cisl, concedendo un aggravio di flessibilità oraria in un settore dove il lavoro è già sottoposto ad una fortissima elasticità. E la lista potrebbe continuare ancora a lungo, ci scusiamo per tutte le categorie che non abbiamo citato!

La pratica dello sciopero generale e della difesa del salario comincia dai posti di lavoro. L’USB conferma lo sciopero generale e generalizzato del 13 dicembre.

Fonte

18/10/2024

Fiat-Stellantis, non ripetere il 2010

Le forze politiche ed i sindacati oggi fieramente avversi alle minacce ed ai ricatti di Tavares in Stellantis sono in gran parte gli stessi che, nel 2010, accettarono ed addirittura esaltarono le stesse minacce e gli stessi ricatti da parte di Sergio Marchionne, in quella che allora era ancora la FIAT.

L’allora amministratore delegato del gruppo pose ai lavoratori di Pomigliano e poi a tutti gli altri il ricatto: o rinunciate al contratto nazionale o perdete le fabbriche. Politica e gran parte dei sindacati, esclusa la FIOM e i sindacati di base, accettarono di rinunciare al contratto e così si sono poi perse anche le fabbriche.

Questo ricordo è importante non solo per la credibilità di chi chiama i lavoratori finalmente allo sciopero, ma per le prospettive stesse della lotta per difendere in Italia il settore auto e, soprattutto, chi ci lavora.

La piattaforma di FIM FIOM UILM con cui si convoca lo sciopero del 18 ottobre del settore è abbastanza confusa e ambigua. Prima di tutto risalta l’assenza di una critica di fondo alla proprietà ed al management. La famiglia Agnelli e Tavares sembrano anch’essi “quasi vittime” della caduta del mercato dell’auto in Europa ed in Italia, invece che esserne indicati tra i responsabili. Così mancano rivendicazioni vere per i lavoratori, a parte l’accenno ad un “coraggioso” blocco dei licenziamenti a livello europeo.

A loro volta le richieste al governo e alla UE sono molto generiche e senza impegni stringenti: giusto un “piano auto”, ma con quali obiettivi, con quali soldi e soprattutto, chi comanda, chi controlla?

Purtroppo la debolezza della piattaforma sindacale risente evidentemente delle scelte sbagliate del passato. E ancor più ne sono segnati i tanto stentorei quanto vuoti proclami delle forze politiche.

Nel 2010 Marchionne, per conto della proprietà Agnelli, diede un colpo devastante al settore auto in Italia, mettendo in competizione gli stabilimenti italiani unicamente sul costo del lavoro e non sulla qualità delle produzioni, scelta questa che avrebbe richiesto quegli investimenti che la proprietà Agnelli-Elkann non era disposta a fare.

Così, tra i plausi del palazzo politico e sindacale, gli stabilimenti FIAT divennero “fabbriche cacciavite” fungibili e sostituibili a go go, quindi il meglio possibile per una multinazionale che acquisisse il gruppo. Marchionne non rilanciò FIAT, la rese più assorbibile dal mercato, ad unico vantaggio della proprietà, che voleva realizzare utili senza impegnare un centesimo del patrimonio di famiglia.

Il prezzo di tutto questo per i lavoratori fu un sistema aziendale oppressivo e discriminatorio, che imponeva un generale peggioramento delle condizioni di lavoro e dei salari. Un sistema nel quale avevano qualche spazietto subalterno solo i sindacati complici, cioè tutti quelli che avevano firmato gli accordi.

È importante ripartire da tutto questo, perché ancora oggi si vuole far credere che Marchionne abbia fatto un gran bene e che Tavares invece voglia mettere in discussione il bene fatto.

No. Tavares è il puro continuatore di Marchionne e chi lo nega si prepara a ripetere il 2010.

Perché questo non accada occorre un cambiamento radicale dell’approccio alla crisi dell’auto e ai problemi dei lavoratori.

Prima di tutto bisogna stabilire il principio che una proprietà come quella della famiglia Agnelli-Elkann deve pagare; non è possibile che la proprietà esca da questa crisi senza avere almeno restituito una parte dei soldi pubblici ricevuti e senza dare un ulteriore proprio contributo. A questo si deve aggiungere un sistema di regole che colpisca davvero le delocalizzazioni.

In secondo luogo lo Stato deve essere parte attiva del processo. Cioè deve entrare, come quello francese, nella proprietà del gruppo per controllarne e garantirne i risultati.

In terzo luogo occorre, sì, un piano strategico per il settore auto di riconversione produttiva verso l’elettrico e comunque verso prodotti non inquinanti, ma questo non può che avvenire come parte di un progetto generale di intervento pubblico nell’economia. E di rivalutazione dei redditi dei lavoratori, che oggi non possono permettersi di acquistare un’auto elettrica.

I lavoratori non devono pagare, cioè non devono subire licenziamenti, danni salariali, ulteriore aggressione alla loro dignità. La riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario deve diventare lo strumento principale con il quale si affronta il lungo processo di ristrutturazione dell’auto e dei principali settori produttivi.

Insomma: bisogna finirla con la “libertà di mercato” e con il potere assoluto di ricatto delle multinazionali. Se si farà così, rompendo con la subalternità del passato, i lavoratori e la produzione dell’auto avranno un futuro. Altrimenti si ripeterà in peggio il 2010.

Fonte

16/09/2024

Per la Ministra Calderone legge Fornero e fondi pensione privati non si toccano

Dalla lettura de Il Sole 24 ore del 12 settembre apprendiamo che, dopo un’attenta riflessione, la ministra del Lavoro Calderone ritiene conveniente l’attuale calcolo contributivo, esteso a tutti con la riforma della ministra Fornero nel 2011 che il governo attuale diceva di voler abolire, e che il “primo pilastro”, il sistema pensionistico pubblico del nostro paese, è sufficiente a garantire pensioni adeguate.

Basta versare una quota maggiore di contributi.

Una riflessione a cui neanche gli osservatori più attenti e preparati erano giunti. Un plauso quindi all’affermazione illuminante della ministra.

Con il sistema contributivo, se si versa tanto, il rendimento sarà adeguato.

L’attuale sistema fissa diverse aliquote di contribuzione: 33% della base imponibile ai fini previdenziali per i lavoratori dipendenti, 20% per i lavoratori autonomi, dal 17% al 27% per i parasubordinati.

Quindi, l’importo della futura pensione dipende prevalentemente da tali percentuali e dalla base imponibile, che tradotto significa dalla retribuzione annuale, e per effetto dell’epitaffio del signor De La Palice “se non fosse morto sarebbe ancora in vita”: maggiore è la retribuzione, maggiore i contributi versati, maggiore la pensione ottenuta.

Come non averci pensato prima!?

Quindi, la soluzione non è una ennesima riforma del sistema pensionistico sotto attacco dal 1995: basta far crescere le retribuzioni più basse dei lavoratori al posto di finanziare il riarmo, garantendo così maggiori contributi e le future pensioni.

Purtroppo è sempre la realtà dei fatti a smentire le pie intenzioni: si deve prendere atto che, non solo la ministra ed il suo Governo sono contrari ad un salario minimo, ma che, soprattutto, le nuove generazioni hanno a che fare ogni giorno con la precarietà del lavoro insieme a salari da fame, quindi con scarse o nulle contribuzioni.

Da qui l’altra importante riflessione della ministra sulla necessità di ricorrere non all’aumento dei salari ma al supporto della “seconda gamba” privata del sistema pensionistico: il conferimento del TFR ai Fondi Pensione che, tradotto, significa giocare le proprie liquidazioni alla roulette degli investimenti nel sistema finanziario del mercato globalizzato.

Cosa dicono CGIL, CISL, UIL? Niente. E come mai? Anche qui il Signor De La Palice ci soccorre.

Chi siede nei CDA dei vari Fondi pensionistici? Gli stessi CGIL, CISL, UIL che sono storicamente contrari, come la ministra, all’introduzione di un vero salario minimo, mentre hanno introdotto il silenzio assenso per l’adesione ed il trasferimento del TFR ai Fondi Pensione con i rinnovi dei contratti di lavoro.

Un colossale conflitto di interessi rispetto al quale sarebbe gradita una nuova riflessione, illuminante, della ministra.

Fonte

14/03/2024

Si muore di lavoro a causa di leggi criminali che nessuno vuole togliere di mezzo

Carpenedolo (Brescia). Si chiamava Aidan aveva 43 anni e faceva l’operaio. Questa mattina è morto sul colpo cadendo dal tetto di un capannone. E’ soltanto l’ultima di una lunghissima serie di vite stroncate di donne e uomini che stavano, solo e semplicemente, lavorando per vivere e che, invece, non sono più tornate/i a casa. Più di 20.000 negli ultimi 15 anni e milioni di infortuni che in molti casi producono menomazioni ed invalidità permanenti: sono i numeri di una vera e propria guerra nei confronti del lavoro.

Sindacalisti Cgil Cisl e Uil, intervistati oggi dai vari TG su quest’ennesima morte di un lavoratore, ripetono la solita stanca litania sulla “mancanza di formazione” e sulla “mancanza di controlli” quando sanno benissimo quali sono principalmente le cause di questa strage permanente di lavoratrici/ori. Quali sono? Sono una serie di norme che hanno ridotto il lavoro in una condizione di semi-schiavitù e che sono state volute ed approvate, invariabilmente, dai governi di centro-sinistra e dai governi di centro-destra. Provo ad elencarle, di seguito, molto sinteticamente:

1) La famigerata ed ancora in vigore Legge Bossi-Fini del 1998 che vincola il permesso di soggiorno legato ad un contratto di lavoro dacchè una massa incalcolabile di migranti, privi di qualsiasi diritto e tutela, è costretta ad accettare qualsiasi lavoro a qualsiasi condizione posta com’è in una condizione di perenne ricatto.

2) La Legge Biagi (d.lgs 276/2003) che consente l’affidamento di lavori in appalto/subappalto anche ad aziende completamente prive di patrimonio e che permette la costituzione di false aziende e cooperative che durano, al massimo, due anni e che lasciano, poi, puntualmente, i lavoratori in mezzo ad una strada. Queste false aziende e cooperative, grazie alla norma che glie lo consente, aggirano sistematicamente ogni regola, soprattutto, quelle atte a garantire la sicurezza e la salute dei propri lavoratori.

3) Il c.d. “Pacchetto sicurezza” del 2009 (Legge 15 luglio 2009, n. 9) con cui gli allora Ministri Maroni e Alfano decisero di far diventare un vero e proprio reato l’immigrazione “clandestina” . Una norma che, in combinato disposto con la legge Bossi-Fini, permette condizioni di lavoro di vera e propria schiavitù per i migranti privi di documenti e/o in attesa di asilo o altre tutele internazionali. Una norma resa ancora più dura dal Decreto Legge 113/2018 voluto da Salvini che ha abrogato il permesso di soggiorno per motivi umanitari (non vi è più nessuna sua traccia nel “Testo Unico Immigrazione” e nel relativo Regolamento di attuazione).

4) Il D.Lgs. 22/2015 comunemente noto come “Jobs Act”, ovvero, la controriforma del mercato del lavoro di Renzi che rendendo facili i licenziamenti ha posto sotto ricatto del padrone di turno tutti i lavoratori del settore privato avendo come misura centrale l’abolizione della tutela dell’articolo 18 per i licenziamenti ingiusti. Tutti gli assunti dopo l’entrata in vigore di quella legge infame – giovani al primo lavoro o anziani che il lavoro l’hanno perso – sono rimasti senza la tutela dell’articolo 18, cioè il loro contratto a tempo indeterminato in realtà è un contratto precario e possono essere licenziati in qualsiasi momento.

5) Last but not least, la mancanza di una norma che introduca il reato di omicidio e lesioni gravi sul posto di lavoro in presenza di una situazione in cui prevale sistematicamente l’impunità dei responsabili perchè anche nel caso di omissioni gravi, dolo ed intenzionalità accertate nelle situazioni in cui si verificano incidenti gravi o mortali nei posti di lavoro, le sanzioni nei confronti dei responsabili sono lievi a tal punto da rendere conveniente per il padrone di turno l’inosservanza delle norme e delle regole anche più elementari poste a tutela della salute e della sicurezza delle lavoratrici e dei lavoratori.

Ma perché Cgil Cisl e Uil non fanno mai il benché minimo accenno a tali questioni?

Semplice: perché queste organizzazioni sindacali, oltre a non voler – per ormai consolidata tradizione – disturbare troppo il grande padronato, sono strettamente ed organicamente legate a doppio filo al mondo della cosiddetta cooperazione ampiamente coinvolta nel sistema dei sub-appalti basato principalmente sul lavoro somministrato e precario massicciamente presente in tutti i settori: dai servizi alla logistica, dalla grande distribuzione commerciale alle grandi filiere agro-alimentari, dall’edlilizia al “terzo settore”, dal grande al piccolo indotto dei pochi distretti industriali rimasti nel notro paese.

Grazie a questo famigerato quadro normativo (ed al silenzio delle tre grandi centrali sindacali) si producono enormi profitti proprio a partire dallo sfruttamento intensivo dei lavoratori, dalle paghe da fame e dai risparmi provenienti dai mancati investimenti sulla sicurezza negli ambienti di lavoro.

La domanda da rivolgere a partiti e sindacati è: siete disposti a rimuovere queste norme criminali e ad approvare, contestualmente, una norma che sanzioni adeguatamente le lesioni gravi e gli omicidi sul posto di lavoro?

Data la tragica attualità del tema, resto in attesa di un sollecito riscontro.

Fonte

20/08/2022

Il partito più pro-establishment? Il Pd, naturalmente...

A conti fatti, se volessimo stilare una classifica dei partiti italiani sulla base di un ipotetico range che si estenda tra i due estremi della nota dicotomia “sistema-antisistema”, il partito che, sulla base delle politiche perseguite e poi, una volta al governo, messe in atto con cristallina efficienza e senza colpo ferire, e che, dunque, risulta più saldamente ed utilmente collocato sul punto più estremo del range coincidente, peraltro, con un ultraliberismo sfrenato cui si è aggiunto, di recente, anche un granitico ed ostentatissimo oltranzismo atlantista e guerrafondaio, non possiamo che constatare che quel partito è, in tutta evidenza, il Partito Democratico.

E poi, non è affatto un caso che le porte girevoli del #PD, da decenni siano sempre aperte per quei sindacalisti di vertice che hanno servito fedelmente potere e padroni, i quali potranno così aggiungere alle pensioni d’oro da dirigenti sindacali apicali (in base ad una legge ad hoc del 1996) anche lo stipendio da parlamentare o da senatore. Tradizione consolidata da decenni di cui hanno ampiamente goduto i “pezzi grossi” di #Cgil , #Cisl e #Uil.

In cambio, hanno portato in dote al padronato i salari e gli stipendi più bassi d’Europa, il precariato di massa, la progressiva e sistematica distruzione dei diritti fondamentali dei lavoratori (che pure erano stati conquistati in decenni di dure lotte); 3-4 morti sul lavoro al giorno e 17.000 morti di lavoro e sul lavoro negli ultimi dieci anni; l’età pensionabile più alta di tutta la zona euro e, dulcis in fundo, pensioni da fame nera.

Più servi di così?

Di solito per arrivare a raggiungere questi risultati ci vuole, perlomeno, un colpo di Stato alla cilena o un golpe bianco tipo quello che avvenne in Italia alla fine degli anni Settanta.

Da noi, invece, basta una letterina proveniente da Bruxelles o dal Fondo Monetario Internazionale (il cui ex direttore agli affari fiscali, guarda caso, è stato candidato ora dal PD in un collegio blindato per andare a fare il senatore), oppure, una manovra finanziaria che faccia impennare lo spread per un lasso di tempo limitato, ed un governo tecnico come è successo anche per l’ultimo guidato da Mario Draghi.

Ovvero, un governo sostenuto da quasi tutti i partiti ma guidato in maniera autoritaria da un banchiere di rango internazionale ed in ottimi rapporti con i rapaci colossi della finanza mondiale.

Ma, soprattutto, sono necessari partiti e sindacati che avallino e collaborino, attivamente ed organicamente, alla macelleria sociale di turno, alle privatizzazioni selvagge, alle manovre finanziarie sempre più ferocemente antipopolari.

Una specialità tutta italiana.

Fonte

05/08/2022

Fondi pensione. In Borsa scippati miliardi dei lavoratori

Durante le elezioni per le RSU del Pubblico impiego, USB si è espressa nettamente contro l’adesione ai fondi pensionistici ed in particolare contro il silenzio assenso introdotto per i nuovi assunti. In quella occasione, la Covip (Commissione di Vigilanza sui fondi pensione, ndr), tuonava contro l’Usb accusandola di diffondere notizie imprecise.

Ma cosa diceva USB mettendo in guardia le lavoratrici e i lavoratori pubblici? Che i fondi si basano sulla speculazione, che è immorale e che colpisce i lavoratori; che la Borsa non è affidabile e periodicamente (6-8 anni) precipita a danno dei piccoli investitori e che la prossima caduta era vicina.

I fondi pensione erano stati tarati sulla cosiddetta finanza etica, per essere presentabili da parte di Cgil Cisl Uil, ma sono stati travolti, com’era prevedibile, dalla speculazione sulla guerra (armi e petrolio) interimperialista.

Non esiste una Borsa etica. I mercati finanziari sono basati sull’arricchimento a tutti i costi e chi si arricchisce non è la gente comune, ma gli specialisti senza scrupoli che vincono a danno degli sprovveduti, nel nostro caso i lavoratori che hanno riposto nei fondi le proprie speranze di avere una pensione dignitosa.

I dati diffusi dalla stessa Covip, dicono con chiarezza 3 cose:

- Come era prevedibile la Borsa ha confermato le sue cadute cicliche bruciando miliardi dei piccoli investitori. Chi aveva un montante di 100.000 euro oggi lo vede ridotto di una cifra tra 2.300 euro (per le linee dei fondi Cgil Cisl Uil basate sull’obbligazionario) e 11.200 euro per gli azionari. La media ci dice che la maggior parte dei ‘pensionandi’ aveva investito in linee dei fondi (compresi quello sirio-espero) obbligazionario-misti e azionario. Pochi erano stati prudenti, forse scottati dalle precedenti batoste.

- La seconda colonna della tabella (fonte Covip), chiarisce che nessun fondo in questi ultimi 10 anni è stato in grado di recuperare perdite così gravi. Anzi, le linee che ora (e da sempre) segnano i maggiori ricavi (quelle con azioni) vanno tra il 3,2% e il 5,6%. In sostanza se si ripetesse (ma è altamente probabile che invece andrà peggio) il decennio 2011-2021 al massimo si potrebbero recuperare metà di quanto perso in questi mesi.

- Il tfr è assolutamente competitivo a lungo termine e non fa perdere soldi (tutti i dati sono al netto di fiscalità e spese dei fondi che quindi sono ridotti proprio dei costi di gestione!).

I lavoratori che incautamente hanno aderito ai fondi ora dovrebbero chiedere conto a quei sindacati, Cgil Cisl Uil ai quali magari hanno anche dato sostegno alle elezioni RSU, che li hanno convinti, non senza un interesse materiale!

I fondi integrativi non sono la soluzione per avere una pensione dignitosa!

Fonte

18/10/2021

Quel che Landini non dice

Una grande manifestazione, quella della Cgil e di Cisl e Uil a San Giovanni. Tanta gente che ancora si mobilita contro i fascisti è davvero una buona notizia.

Nulla da segnalare invece sul fronte delle idee, gli interventi dei leader sindacali hanno confermato tutto: la lotta di classe l’hanno vinta i padroni, al sindacato rimane solo da abbaiare alla Luna, ma piano per non disturbare.

Da Oltretevere arrivano invece bordate di ben altro calibro. Papa Francesco ha messo in fila con precisione tutti i temi sul tavolo, elencando le “misure necessarie ma non sufficienti” da adottare.

Chiede di cambiare i modelli socio-economici; chiede la liberalizzazione dei brevetti perché ogni essere umano possa essere vaccinato; chiede agli organismi internazionali e alle banche di condonare ai Paesi poveri i debiti fatti; chiede alle compagnie estrattive, forestali, agroalimentari di smettere di distruggere l’ambiente, di intossicare gli alimenti, di imporre strutture monopolistiche che gonfiano i prezzi; chiede ai fabbricanti di armi di cessare totalmente la loro attività; ai giganti della tecnologia di non sfruttare la fragilità umana guadagnando su odio, notizie false, teorie cospirative, manipolazione politica; ai mezzi di comunicazione chiede di porre fine alla logica della post-verità, alla disinformazione e all’attrazione malata per il torbido.

Chiede di porre fine alle aggressioni e alle sanzioni unilaterali contro qualsiasi Paese, dicendo no al neocolonialismo.

Questo sistema, dice Francesco, sta sfuggendo a ogni controllo umano e ci porta verso l’abisso: i Governi siano al servizio dei popoli che domandano terra, casa, lavoro e una vita buona.

Per cambiare modello economico occorre il salario universale, un reddito minimo affinché ognuno possa accedere ai beni più elementari, e la ricchezza di una parte deve essere condivisa con equità. Serve infine lavorare meno affinché più gente abbia accesso al lavoro.

Non siamo condannati a un futuro basato sulla disuguaglianza, sull’esclusione, sul privilegio, sullo sfruttamento e sull’abuso. Bisogna affrontare populisti e intolleranti e quanti ci portano all’indifferenza, alla meritocrazia, all’individualismo. Non si può tornare agli schemi pre-pandemia perché sarebbe suicida e, forzando, ecocida e genocida.

Conclude il Papa benedicendo Black Lives Matter, definendolo un samaritano collettivo che davanti alla morte di George Floyd non passò oltre.

Ecco, a San Giovanni queste parole non si sono sentite. Si è invece sentito tutto l’imbarazzo di chi sa perfettamente che già lunedì si ricomincerà a trovare la strada, con Draghi e von der Leyen, per continuare a veleggiare serenamente verso la catastrofe.

Fonte

10/07/2021

Anche la Cisl mette le mani sul welfare. Il Terzo Settore è un cavallo di Troia

All’appuntamento con l’assalto ai residui del welfare pubblico tramite il Terzo Settore non poteva mancare la Cisl.

Si è infatti costituita in questi giorni “Plurale Ets”, una nuova Rete Associativa Nazionale ai sensi del Codice del Terzo Settore che comprende le associazioni nate nel solco della Cisl. La nuova rete è promossa da Cisl, Anteas, Adiconsum, Anolf, Iscos e vede l’adesione di oltre 500 Enti del Terzo Settore.

La Rete fornirà assistenza tecnica e di servizio alle organizzazioni associate negli adempimenti legati al Registro Unico Nazionale del Terzo Settore nonché supporto allo sviluppo di tutte le opportunità che saranno previste per gli Enti di Terzo Settore.

I promotori ammettono che si tratta di “un progetto strategico e assolutamente sfidante per i soci fondatori che, proprio per questo, ne hanno affidato la guida a una personalità di massima autorevolezza e valore”. La personalità è Annamaria Furlan, ex segretaria generale della Cisl, che ne sarà la portavoce.

Ormai quello contro i residui del welfare pubblico è un vero e proprio assalto alla diligenza in piena sintonia con la logica delle privatizzazioni di ispirazione liberista. E i comitati d’affari che stanno gestendo la torta dei servizi sociali e della previdenza sociale sono trasversali e agguerriti.

Puntano a diventare soggetto della concertazione “tra le parti sociali” al pari di Confindustria e CgilCislUil, soprattutto per quanto riguarda la gestione del welfare aziendale e di quello territoriale.

È il business della benevolenza che ha introdotto la sussidiarietà alla rovescia, sottraendo ai soggetti pubblici (Stato, amministrazioni locali) la responsabilità e la gestione del welfare, ma puntando apertamente al malloppo della spesa pubblica per gestire i servizi sociali per conto terzi, anzi per conto Terzo Settore e in sincronia con le aziende private.

Il cosiddetto Terzo Settore fino ad oggi corrisponde ad un valore economico di 80 miliardi di euro, contribuisce al 5% del PIL nazionale e al suo interno operano 1,14 milioni di lavoratori retribuiti (più il volontariato, specie nelle organizzazioni cattoliche). Ma l’obiettivo è apertamente quello di mettere le mani su gran parte della spesa pubblica dedicata alle prestazioni e ai servizi sociali.

Si tratta di un vero e proprio cavallo di Troia che mira al definitivo smantellamento del welfare pubblico e all’affiancamento e legittimazione della privatizzazione totale dei servizi sociali.

A questa visione strategica e agli appetiti che ne derivano, va opposta sul piano nazionale e locale una visione totalmente contrapposta che punti alla re-internalizzazione dei servizi sociali e la difesa del loro carattere pubblico ed estraneo alla logica del profitto privato o del “privato sociale”.

Fonte

01/05/2021

Concertone del 1° Maggio sponsorizzato dall’Eni. A questo siamo?


Il giorno nel quale la multinazionle italiana ENI ha fatto sapere che distribuirà utili d’oro ai suoi azionisti, in rete è circolata la foto del palco del concertone del 1° Maggio organizzato da CgilCislUil, all’Auditorium invece che in piazza San Giovanni.

Sul palco troneggia la sponsorizzazione dell’Eni che così, oltre che il gas e petrolio in vari paesi, è riuscita a prendere possesso anche del concertone del 1° Maggio dei sindacati più complici che questo paese ha mai avuto dalla caduta del fascismo.

A onor del vero, anche se non visibili come l’ENI, tra i grandi sponsor dell’evento oltre alla nota multinazionale ci sono anche due banche: Banca Intesa e Unipolsai. Non solo. L’ENI è stato lo sponsor anche del concertone del 1° Maggio 2019, ma la sua presenza visiva era stata decisamente meno ingombrante. Nel 2021 sembra proprio che i freni inibitori dei pasdaran della supremazia dei profitti privati siano diminuiti sfacciatamente.

La coincidenza ha voluto che proprio mentre la foto del palco diventava virale sulla rete suscitando commenti non certo amorevoli, l’ENI rendeva noto ai suoi azionisti che l’utile operativo è stato di 1,32 miliardi, in crescita rispetto al quarto trimestre 2020 (+171%) mentre l’incremento sullo stesso periodo del 2020 è dell’1 per cento. L’ utile netto è di 270 milioni pari a quasi cinque volte quello conseguito nel primo trimestre 2020, e qui verrebbe da dire: alla faccia della pandemia che ha messo ginocchio l’economia del paese!

Alla luce di questa performance economica, è chiaro che l’ENI due spicci per sponsorizzare anche il palco di Cgil Cisl Uil il 1° Maggio li ha trovati di sicuro.

La cosa non sembra aver creato alcun imbarazzo alla società che organizza il concertone del 1° Maggio e ai suoi promotori “sindacali”.

Chissà perché resiste l’idea che l’Eni sia ancora una azienda pubblica, magari ancora ispirata alla “mission” di Enrico Mattei sull’autosufficienza energetica del paese. In realtà si tratta ormai di una azienda in gran parte privatizzata negli anni Novanta e che ha assunto tutto i connotati di una multinazionale del tutto simile a tutte le altre, nel merito e nel metodo.

Era solo il 2019 quando associazioni molto, ma molto, collaterali a CgilCislUil definivano l’ENI una nemica del clima o ne denunciavano le malefatte in Libia e stampavano dossier per denunciare le azioni delle multinazionale. Altri dossier ne documentano le “negligenze” in Nigeria.

Difficile dire oggi se faccia più schifo la multinazionale ENI o Cgil Cisl Uil.

Fonte

21/12/2020

Se questo è un sindacato...

Fatti e antefatti dell’inesorabile declino dei principali sindacati italiani.

Le vicende della CISL documentate dall’eccellente inchiesta di Report, andata in onda qualche giorno fa su Rai3, avrebbero fatto arrossire anche uno come Jimmi Hoffa, se fosse ancora vivo.

Ispezioni pilotate, dimissioni forzate, opacità, omertà, violenze psicologiche, mobbing, abusi, distrazione di fondi, arricchimenti illeciti ai danni degli iscritti etc.

Tutto in un quadro di omertà e di opacità assoluta in cui il dirigente apicale di turno, pur di difendere il proprio ruolo di padrone assoluto del sindacato e pappone alle spalle dei lavoratori, non va mai per il sottile quando si tratta di bastonare duramente qualche dirigente periferico che abbia osato – anche solo minimamente – criticare il suo sistema di potere personale ed i suoi enormi privilegi.

Riassumiamole per sommi capi, le vicende raccontate da Report sono le seguenti.

1. SUPERSTIPENDI E PENSIONI D’ORO. Nel 2015, un ex dirigente della #CISL, Fausto Scandola, aveva denunciato che alcuni dirigenti di quel sindacato avevano accumulato un lordo previdenziale ben superiore a quanto stabilito dal regolamento dell’epoca. In alcuni casi si arrivava anche al doppio, 200mila euro, quando il limite previsto era ca. 87mila.

Poco dopo Scandola viene espulso dai probiviri, una sorta di magistratura interna al sindacato: l’accusa è aver leso l’onore della segretaria, Anna Maria Furlan. Dopo poco Scandola muore. Non c’è più neppure la collega Nadia Toffa, che aveva realizzato per “Le iene” un’inchiesta memorabile su questa vicenda, pur non avendo ricevuto una risposta.

2. LA COMMISTIONE TRA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE E CISL. L’attuale vice-segretario della CISL nazionale, Luigi Sbarra, dal 2000 al 2009 è stato segretario regionale della Cisl Calabria. In quegli anni è stato anche assunto all’Anas. “Abbiamo provato a chiedergli in che anno“, dice la giornalista di Report, ma Sbarra non ha voluto rispondere.

3. SEMPRE DUE PESI E DUE MISURE, ANCHE QUANDO RUBANO I SOLDI DEGLI ISCRITTI. L’ex segretaria della Cisl Campania, Lina Lucci, oggi è sotto processo per una presunta appropriazione indebita di 206 mila euro, ridotti a 77mila per avvenuta prescrizione. La Cisl si è costituita parte civile.

Ma non lo ha fatto nei confronti del funzionario amministrativo del sindacato Salvatore Denza, tirandolo così fuori dal processo. Il Tribunale aveva rinviato a giudizio anche lui per una presunta appropriazione indebita di 172 mila euro.

4. PORTE GIREVOLI TRA PARTITI E CISL. A giugno del 2018 il sottosegretario all’economia Pierpaolo Baretta perde l’incarico di sottosegretario, e subito la sua portavoce Stella Teodonio trova casa nella Fim-Cisl, di cui Baretta in passato è stato segretario generale.

5. IL SINDACALISTA CADE SEMPRE IN PIEDI. Tra il 2015 e il 2016, mentre fioccano i licenziamenti, solo alcuni dipendenti IAL Sicilia (formazione professionale) riescono a mantenere la continuità lavorativa e a passare ad altro ente di formazione: quelli che avevano condotto la trattativa con la Regione.*

*Da Report, Rai3, puntata del 14/12/2020

Insomma, Furlan e soci prendono stipendi d’oro e percepiranno pensioni d’oro, come quella dell’ex segretario CISL Bonanni (330mila euro annui). Per tutti gli altri, stipendi e salari al limite – se non al di sotto – della soglia di povertà e pensione a 67 anni (fino al prossimo scalino) o giù di lì, con importi da fame nera. Oppure fai un’“Ape social” che ti costa come un mutuo casa fino al trapasso, e alleluia.

Ma come siamo arrivati a questo punto? E, soprattutto, che senso ha continuare a trattenere migliaia di euro all’anno su salari e stipendi per fantomatici fini previdenziali visto che, se permangono l’attuale sistema di calcolo contributivo (legge Dini) e l’agganciamento dell’età pensionabile all’indice della speranza di vita previsto dalla riforma Fornero, una pensione vera non la vedrà quasi più nessuno?

Invece “loro”, i vertici dei sindacati complici, continueranno ad andare in pensione con un fantastico importo raggiunto mediante il vecchio calcolo retributivo e parametrato sull’ultimo mese di stipendio percepito dal sindacato stesso.

E come possono, solo loro? Possono eccome, grazie ad una legge del 1996 [1]: i trenta denari (si fa per dire) per cui si sono vendute le pensioni di anzianità – guarda un po’ – proprio un anno prima, ovvero, nel 1995 [2] quando, CGIL CISL e UIL concorsero attivamente alla stesura ed all’approvazione della Legge Dini che abrogò le pensioni di anzianità, estese a tutti i lavoratori dipendenti il famigerato metodo di calcolo contributivo ed introdusse la previdenza complementare.

Il nuovo metodo di calcolo non si basava più sugli ultimi stipendi o retribuzioni percepite, come nel sistema retributivo, ma sui contributi effettivamente versati nel corso dell’attività lavorativa, rivalutati e trasformati in rendita da un coefficiente che aumenta all’aumentare dell’età pensionabile.

Una controriforma a tutti gli effetti che decretò la fine del sistema previdenziale basato sul principio di solidarietà e su un minimo di equa redistribuzione dei contributi versati da tutte le categorie, da quelle più fortunate a quelle meno retribuite.

Ma perché soppressero le pensioni di anzianità? Perché introdussero il calcolo contributivo, che ti costringe a lavorare una vita per non prendere una pensione da fame? Perché quella complicità di CGIL, CISL e UIL nell’approvazione di una norma che faceva a pezzi uno dei pilastri principali del nostro stato sociale?

Eppure si trattava degli stessi sindacati che, il 12 novembre 1994, fermarono la riforma delle pensioni di Berlusconi quando, sotto la guida di Cofferati, lanciarono una manifestazione che rimane tutt’ora la più grande manifestazione sindacale dell’Italia del dopoguerra.

Era una protesta contro la finanziaria ’95 di Berlusconi, che riformava il sistema pensionistico in modo quasi identico a quella che fu approvata da governo Dini (che era stato ministro del Tesoro nel governo Berlusconi), appena un anno dopo.

Ma allora come fece Dini ad ottenere il consenso dei tre principali sindacati italiani?

Entrambi i disegni di riforma prevedevano l’introduzione dei fondi pensione, che proprio la drastica riduzione degli importi per effetto del nuovo calcolo contributivo avrebbero dovuto agevolare. Ma mentre Berlusconi, co-proprietario di Mediolanum, voleva i Consigli di Amministrazione dei fondi pensione aperti solo “al mercato”, Dini concesse ai sindacati di inserirsi nei CdA chiusi dei Fondi di previdenza complementare, previsti dalla legge (Dm 703/1996 e poi dal D.Lgs. 252/2005).

Dunque, anziché difendere le pensioni dei lavoratori, ne accettarono la distruzione per compartecipare al passaggio al nuovo sistema articolato su due gambe: quella pubblica (Inps, ecc, sempre più povera) e quella privata complementare offerta dalla grandi compagnie assicurative (Unipol, Generali, Ras, ecc).

In ballo c’era la grande torta dei trattamenti di fine rapporto (le vecchie liquidazioni): quasi 20 miliardi. Mediante un incentivo si cercò di convincere i lavoratori, pubblici e privati, a destinare il proprio TFR al pagamento della quota di adesione ai vari fondi pensione.

Ma, grazie ad una grande campagna di controinformazione imbastita dai sindacati di base, molti lavoratori non caddero nella trappola e mantennero il Tfr nelle proprie mani.

Ecco, era un po’ di storia per capire come siamo arrivati alla costituzione di una casta di sindacalisti di vertice che vanta stipendi stellari e superpensioni d’oro, alla progressiva trasformazione delle sedi sindacali in agenzie assicurative e dei delegati sindacali in procacciatori di ogni genere di polizza.

Tutto ciò mentre i lavoratori italiani hanno il duplice record delle retribuzioni più basse e dell’età pensionabile più alta di tutti i paesi dell’aerea UE.

D’altronde, dopo la demolizione dell’art.18 (contro cui la CGIL fece sole 2 ore di sciopero, neanche la finta) recentemente Furlan, Landini e Barbagallo si sono opposti fermamente sia al Reddito di Cittadinanza sia al salario minimo.

Non fa una piega: sono posizioni assolutamente coerenti con la storia che vi ho qui raccontato e che ha raggiunto il suo acme con l’accordo firmato unitamente dalla maggiore associazione padronale italiana, ovvero Confindustria, con CGIL, CISL e UIL in cui si impegnano a “fare sistema”.

Note:

[1] Legge n. 564/1996; scritta nel 1996 da Tiziano Treu, prima commissario INPS poi Direttore del CNEL di cui voleva però l’abrogazione. Si tratta di una norma che permette ai sindacalisti apicali – segretari e cariche di vertice – di ottenere una pensione d’oro dopo soltanto un mese di lavoro.

[2] Legge n. 335/1995, meglio conosciuta come “Riforma Dini”, che ha introdotto il sistema di calcolo contributivo per chi ha meno di 18 anni di anzianità lavorativa alla data di entrata in vigore della norma ed un sistema progressivo di “finestre d’uscita”, successivamente superato da vari interventi normativi ed infine dalla “Riforma Fornero”.

Fonte

11/08/2020

Cgil, Cisl e Uil e il “bluff” dello sciopero generale

L’annuncio poteva sembrare quasi un sussulto di vita, un colpo di coda verso un nuovo orizzonte di lotta, il rientro del conflitto nella gestione del rapporto di lavoro da parte dei maggiori sindacati confederali del paese.

«Se non si allunga il blocco dei licenziamenti, sarà sciopero generale», avevano tuonato i segretari di Cgil, Cisl e Uil, quasi in una reminescenza di cosa significhi fare davvero sindacato, ossia organizzare i lavoratori e le lavoratrici per la conquista di diritti e benefici economici (e non per la sottomissione ai voleri dei padroni).

Diritti e benefici che devono essere spuntati nei confronti dei “datori di lavoro” (sarebbe più corretto scrivere “di salario”), tanto più vero quanto più grande è l’impresa, i quali a differenza della vulgata imposta dai mezzi di comunicazione hanno interessi opposti a quelli dei lavoratori. Dunque, ogni ipotesi di concertazione – che è cosa ben diversa dalla negoziazione – è un tradimento degli interessi della parte del Lavoro.

Ma la spada dello sciopero ha volteggiato sulla testa del governo per qualche giorno appena, salvo poi rientrare prontamente nel fodero alla prima briciola lanciata dall’esecutivo con il Decreto agosto. Un “bluff” in piena regola, perché la manovra messa in campo dal “Conte bis” è l’ennesima di un percorso decennale che ha piegato qualsiasi figura sociale del paese ai piedi di Confindustria.

I sindacati non hanno neanche raggiunto l’obiettivo minimo, e unico, a cui aspiravano, ossia prorogare il blocco dei licenziamenti fino al termine del 2020. Il pressing di Bonomi invece ha convinto il governo a sforbiciare la proroga di quasi sette settimane, fissandola al 16 novembre, asciugando inoltre la platea a quelle imprese che ancora beneficeranno della Cassa integrazione.

Le reazioni dei confederali? Le misure «sicuramente vanno nella direzione da noi rivendicata» la Cgil, «passo avanti sui licenziamenti» la Cisl, «non è passata la logica del licenziamento libero» la Uil. Asfaltati e pure contenti, rientrato (si fa per dire) lo sciopero, che assume allora il valore infimo di una parola lanciata a caso per tenere una facciata di conflittualità verso i propri iscritti.

Non può sorprendere allora che il numero degli stessi è in caduta libera da anni a questa parte (che forse una regolamentazione certa sulla rappresentanza non convenga più neanche a loro?), sicuramente a causa di una struttura produttiva che rende meno semplice organizzare i lavoratori parcellizzati in mille mansioni, ma soprattutto perché se questa è la linea organizzativa, meglio farsi i fatti propri (reazione regressiva) o far crescere un percorso indipendente con le rappresentanze di base (reazione progressiva).

Per non svelare il trucco, Landini, Furlan e Bombardini rilanciano per la data del 18 settembre, una “mobilitazione” per una riforma fiscale all’insegna della progressività, per il rinnovo dei Ccnl, per uno straordinario piano di assunzioni e di investimenti.

Tuttavia questa lista della spesa non è compatibile con quanto i segretari stessi hanno firmato almeno nell’ultimo decennio assieme alle associazioni padronali, come il sostegno all’“Europa” del ricatto del debito (quella che non ti permette di fare investimenti o il rientro del pubblico dell’economia) e dell’austerità (che salassi i salari), la decentralizzazione contrattuale (che subordina la funzione dei Ccnl) o l’abbassamento del costo del lavoro (che è in contraddizione con la progressività fiscale).

Mentono sapendo di mentire. È stato così anche sul “bluff” dello sciopero generale.

Fonte

19/02/2020

Il governo Conte è al lavoro per affossare il salario minimo

Cgil, Cisl, Uil e Confindustria lo hanno sempre detto, non vogliono una legge sul salario minimo e soprattutto non vogliono che la legge stabilisca una soglia minima di salario al di sotto della quale non sia legale scendere. Per loro il minimo salariale lo deve stabilire la contrattazione e pazienza se poi oggi questo minimo è talmente basso che l’INPS ha calcolato in più di 5 milioni i lavoratori poveri di questo paese.

Tutti i partiti di governo sono accodati con Cgil, Cisl, Uil e Confindustria con la sola eccezione dei Cinque Stelle che da alcuni mesi difendono una proposta di legge, a firma della ministra del Lavoro Nunzia Catalfo, che fissa a 9 euro la soglia minima di salario orario. Ora però gli alleati di governo, Zingaretti, Renzi e Fratoianni, sarebbero riusciti ad eliminare la cifra e a sterilizzare la proposta di legge in una innocua e sostanzialmente inutile proposta che si limita a dire che i minimi salariali sono quelli dei CCNL firmati dai sindacati maggiormente rappresentativi.

Sui giornali compaiono le ipotesi più diverse che sarebbero allo studio per neutralizzare quella soglia che, secondo il presidente dell’INPS Pasquale Tridico, favorirebbe diversi milioni di lavoratori visto che i 10 CCNL più utilizzati in Italia (che coprono più del 50% dei lavoratori dipendenti) hanno i minimi tabellari al di sotto dei 9 euro.

Due sono le strade che la maggioranza sembra voler intraprendere: o eliminare ogni riferimento a una soglia, facendo perdere di senso alla norma, oppure stabilire una soglia così bassa da renderla sostanzialmente inefficace e potenzialmente pericolosa in vista dei prossimi rinnovi contrattuali. Da qui i riferimenti al 70% del salario mediano o altre ipotesi ancora più fantasiose che porterebbero comunque il minimo a scendere, cambiando di segno alla legge.

La tesi sostenuta a gran voce da Cgil, Cisl e Uil, secondo cui una legge sul salario minimo può mettere a repentaglio la contrattazione, acquista infatti un senso quando la soglia viene stabilita ad un livello tale da renderla appetibile per le associazioni datoriali, senza alcun effetto di innalzamento sul livello delle retribuzioni. I 9 euro sono ancora una soglia efficace perché produrrebbero una spinta verso l’alto a tutto il resto dei salari: se si scendesse più in basso ogni effetto positivo sarebbe compromesso.

Il paradosso è che questa operazione sia tutta nelle mani di quella che è oggi la sinistra italiana, dai sindacati confederali al Pd a LeU ai renziani. Sono loro che si stanno battendo con forza perché i salari non aumentino. E i Cinque Stelle sembrano ormai aver accettato quello che la casta politica e quella sindacale stanno imponendo, contro i lavoratori.

Fonte

15/02/2020

Salvini va in giro con Cgil-Cisl-Uil


Non è una Fakenews.

Salvini inizia un suo ennesimo giro di propaganda da Torino e alla sua corte ci sono anche CGIL CISL UIL piemontesi.

La cosa può sembrare enorme, ma se si pensa che a Torino i confederali sono fanatici del TAV e dei cantieri come la Lega e che sul resto non risultano posizioni particolarmente divergenti, beh la cosa non stupisce.

Del resto i dirigenti di questi tre sindacati poterebbero andare ad una convention con Salvini, con Renzi, con Zingaretti, dire le stesse cose e ricevere gli stessi applausi.

Per coerenza? Per il trasformismo filo padronale che tutti hanno in comune.

Ed infatti sono tutti concordi con l’ospite privilegiato: la Confindustria.

Fonte