Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/07/2026

Salari in perdita da trent’anni: serve un salario minimo e abolire l’Iva sui beni necessari

Due notizie ci danno da pensare, una è quella della prima decisione del neo premier britannico Burnham di togliere l’IVA dalle bollette delle famiglie garantendo così un risparmio medio di circa 45 sterline annue, la seconda è la relazione dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio italiano che certifica quello che tutti noi sappiamo da tempo, cioè la perdita secca dei salari italiani dal 1990 ad oggi di fronte ad una crescita di oltre il 35% nei Paesi OCSE.

In particolare colpisce la suggestiva proposizione dell’UPB secondo cui a tale perdita hanno contribuito principalmente due fattori, la pratica di operare sulle aliquote Irpef per far crescere un po’ i salari e la moderazione salariale, ovviamente complici i sindacati concertativi Cgil Cisl e Uil che si sarebbero accontentati dello sgocciolamento economico che arrivava sulle buste paghe grazie agli sconti Irpef e hanno quindi ridotto dal 1990 la pressione per aumentare i salari.

Risultato, le imprese hanno risparmiato un sacco di soldi, i salari sono rimasti al palo e la collettività tutta ha pagato attraverso la riduzione delle tasse quello che avrebbero dovuto sborsare i datori di lavoro se il sindacato avesse fatto il suo mestiere.

Intanto siamo alla vigilia di un nuovo Patto di luglio. I segretari confederali Landini, Fumarola e Bombardieri dopo aver ritrovato repentinamente e magicamente l’unità fra loro, omaggiando, chi prima chi dopo, il governo Meloni che non è più nemico per nessuno, nemmeno per la Cgil, hanno proposto ai padroni di vedersi il 30 di luglio per concludere e sottoscrivere un nuovo Patto.

Oggi il pericolo viene dalla scricchiolante egemonia nelle relazioni sindacali a cui bisogna correre ai ripari chiedendo a gran voce nuove norme sulla rappresentanza sindacale e datoriale che blindi una volta e per sempre il loro ruolo di unici tenutari del diritto alla negoziazione.

Che in quell’occasione qualcuno alzi il ditino per proporre sommessamente la questione salariale è fuori discussione. Non si disturba il manovratore, soprattutto quando i padroni sono lì a brindare a champagne. Per i padroni, avere la certezza che ai tavoli di fronte a loro avranno sempre e solo CgilCislUil che non si sognano nemmeno lontanamente di scomodarsi a parlare di soldi è quanto di meglio possa capitare per continuare a lucrare sui salari.

USB da tempo sostiene l’esigenza di istituire un salario minimo orario, con salari e stipendi che debbano garantire almeno 2000 euro netti in paga base per tutti, da incrementare con la contrattazione e il ripristino di un meccanismo di adeguamento vero all’inflazione; allo stesso modo abolire l’IVA dai beni di prima necessità, che è un’imposta indiretta e di fatto regressiva, potrebbe restaurare in parte il principio di progressività nel sistema fiscale previsto dalla Costituzione.

Forse in questo modo le famiglie avrebbero un po’ di respiro, i soldi tornerebbero a circolare e l’economia ne trarrebbe giovamento; di certo serve un vero nuovo autunno di lotte con al centro il diritto a salari, stipendi e pensioni adeguate.

Fonte

03/07/2026

I meloniani di CGIL-CISL-UIL

di Giorgio Cremaschi

E così Giorgia Meloni ha fatto filotto.

Dopo l’invito al congresso della CGIL, non appena era stata eletta Presidente del Consiglio; dopo la calda accoglienza nel sindacato di casa, la CISL; ora Meloni ha raccolto grandi applausi dalla UIL. Ci sta.

Giorgia Meloni ha trionfalmente ricordato di essere l’unico capo di governo che è intervenuto in tutti i congressi dei tre sindacati confederali. E ha anche vantato che la piattaforma del governo sul “salario giusto” sia la stessa di CGIL-CISL-UIL. È proprio così.

I sindacati guidati da Landini, Fumarola e Bombardieri, al di là delle chiacchiere, stanno assieme al padronato e al governo nelle peggiori schifezze. Ultima è il sequestro del tfr dei nuovi assunti, a favore dei fondi pensione di cui CGIL-CISL-UIL sono promotori e cogestori.

Il segretario della UIL ha elogiato Meloni, affermando che mai il sindacato aveva ricevuto tanta positiva attenzione dal governo. È tutto reciproco.

Del resto CGIL-CISL-UIL da più di trent’anni firmano contratti al ribasso che non recuperano neanche l’inflazione; e ora propongono alle controparti imprenditoriali un altro patto sociale, che continui questa politica sindacale in perdita. In perdita per i lavoratori naturalmente, ma non per le burocrazie sindacali, che in cambio della loro complicità hanno raccolto ruolo e riconoscimento. E ora è arrivato anche il plauso di Giorgia Meloni.

In questo collaborazionismo confederale con padronato e governo, la posizione della CGIL è forse quella più penosa, perché da un lato fa proclami di lotta, dall’altro accetta tutto quello che passa il convento.

Così Meloni, mentre va in difficoltà su tutto, proprio con CGIL-CISL-UIL raccoglie ancora successi. E questo oramai non dovrebbe stupire nessuno.

Fonte

05/05/2026

La truffa del salario giusto

di Mario Sommella

Esiste un modo molto efficace per mascherare un attacco al lavoro: chiamarlo difesa del lavoro. Esiste un modo ancora più sofisticato per cancellare un diritto costituzionale: dichiarare che lo si sta finalmente attuando. Il decreto-legge approvato dal Consiglio dei ministri il 28 aprile 2026, varato a tempo di marcia in vista del Primo Maggio e rilanciato dalla propaganda di Palazzo Chigi sotto l’etichetta beffarda di «salario giusto», è esattamente questa operazione: una contro-riforma travestita da intervento solidale, una cessione di sovranità retributiva camuffata da garanzia, un trasferimento di un miliardo di euro dalle casse pubbliche alle imprese spacciato come tutela dei più deboli.

Conviene osservarlo con calma, perché è in questi passaggi – quando le parole vengono usate per nascondere il loro contrario – che si misura la qualità democratica di un governo.

Il decreto stanzia poco meno di un miliardo distribuito su tre annualità: secondo i dati pubblicati dal Sole 24 Ore sulla bozza approvata, parliamo di 109,7 milioni nel 2026, 252,4 milioni nel 2027 e 135,4 milioni nel 2028 per il bonus assunzioni, più ulteriori 26, 60 e 34 milioni nelle stesse annualità per le aree ZES. Bene.

Si guardi adesso, in questa lunga colonna di numeri, dove finiscono i soldi. Non in busta paga. Non nelle tasche dei lavoratori. Non nei contratti collettivi scaduti. Vanno integralmente alle imprese, sotto forma di esonero contributivo fino al 100% per le assunzioni a tempo indeterminato di donne, giovani sotto i 35 anni e disoccupati di lungo periodo, con un tetto di 500 euro mensili che sale a 650 nelle Zone Economiche Speciali del Mezzogiorno e a 800 per le donne residenti nella ZES.

È la reiterazione, ormai trentennale, della stessa illusione: la decontribuzione presentata come un regalo, mentre in realtà è un buco scavato sotto i piedi dell’INPS, ovvero nei diritti previdenziali futuri di chi quei contributi non li versa più.

I soldi non sono regalati: sono solo spostati dal pilastro della pensione pubblica a quello del profitto privato.

La presidente del Consiglio ha detto in conferenza stampa che il provvedimento serve a «ringraziare gli italiani». Era difficile trovare una formula più rivelatrice: gli italiani vengono ringraziati con i loro stessi soldi, prelevati dalla loro stessa contribuzione, dirottati sui margini delle aziende che li assumono.

E qui finisce la parte che si potrebbe chiamare, con un eufemismo, «occupazionale». Comincia adesso quella che merita il nome più crudo di lesione costituzionale. Perché il decreto non si limita a finanziare le imprese: ridefinisce in modo autoritativo, e a beneficio del datore di lavoro, il significato stesso di retribuzione equa.

Il punto non è secondario. Da settantotto anni l’articolo 36 della Costituzione stabilisce che «il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa». Sufficiente. In ogni caso.

Sono parole pesate al milligrammo dai costituenti del 1947, e da settant’anni la Corte di Cassazione le tratta come precetto direttamente vincolante: la retribuzione deve garantire dignità, e questa dignità non è una variabile di trattativa fra le parti sociali – è un parametro giuridico sovraordinato, un minimo costituzionale che nessun contratto può legittimamente comprimere.

La sentenza che il governo vuole cancellare

Per capire la portata dell’operazione meloniana bisogna risalire al 2 ottobre 2023, alle sentenze gemelle della sezione lavoro della Cassazione numeri 27711, 27713 e 27769. In quel pronunciamento – che ha rappresentato uno spartiacque della giurisprudenza italiana sul lavoro povero – la Suprema Corte ha stabilito un principio limpido: il giudice del lavoro, nell’attuare l’articolo 36, deve partire dalla retribuzione fissata dai contratti collettivi nazionali firmati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, ma può e deve discostarsene anche d’ufficio quando quella retribuzione si riveli incompatibile con i criteri costituzionali di proporzionalità e sufficienza.

Tradotto: nemmeno la firma di CGIL, CISL e UIL su un contratto nazionale lo mette automaticamente al riparo da una verifica di costituzionalità. Esiste un salario minimo costituzionale, e i magistrati italiani ne sono i custodi in via giudiziaria, in attesa che il legislatore si decida ad attuare l’articolo 39 sulla rappresentanza sindacale e a fissare un minimo legale degno di questo nome.

Quel principio non era astratto. Aveva nomi e cognomi. Aveva, soprattutto, paghe orarie miserabili scritte nero su bianco in contratti regolarmente sottoscritti. Il Tribunale di Milano, nelle sue sentenze più note, ha dichiarato incostituzionali retribuzioni di 4,40 e 3,96 euro lordi all’ora previste dal CCNL Vigilanza privata e servizi fiduciari – un contratto firmato proprio da CGIL e CISL, non da sigle pirata.

Il Tribunale di Torino ha annullato analoghe tariffe per gli operatori di vigilanza. La Corte d’appello di Milano ha confermato. La Cassazione, nel 2023 e ancora nel marzo 2026 con una pronuncia che ha ribadito la coerenza dell’indirizzo, ha cristallizzato l’orientamento.

Migliaia di lavoratori – secondo le stime delle associazioni che li hanno assistiti, almeno centomila in tutta Italia, fra cooperative di servizi, addetti alle pulizie, portierato, vigilanza non armata, multiservizi – hanno cominciato a vedere riconosciuto, nei tribunali, il diritto a una paga umana. Non una rivoluzione, ma una breccia. La giurisprudenza stava svolgendo, in supplenza di un legislatore inadempiente, la funzione che un parlamento serio avrebbe dovuto assolvere con una legge sul salario minimo.

È esattamente questa breccia che il decreto Primo Maggio chiude. Il governo, con un colpo di spugna travestito da chiarimento, stabilisce che l’accesso agli incentivi contributivi è subordinato al rispetto del cosiddetto Trattamento Economico Complessivo (TEC) previsto dai contratti collettivi nazionali firmati dalle organizzazioni «comparativamente più rappresentative».

Detto così sembra ragionevole: si pretende che chi prende soldi pubblici applichi i contratti di settore, escludendo dai benefici i contratti pirata. Ma sotto questa formula apparentemente innocua si nasconde un capovolgimento giuridico gravissimo: il «salario giusto» diventa, per definizione legislativa, quello deciso dalla concertazione fra sindacati confederali e organizzazioni datoriali.

Si trasforma cioè un parametro contrattuale – meramente presuntivo, e da sempre soggetto a verifica giudiziale ai sensi dell’articolo 36 – in un parametro normativo. Si dà alle parti sociali il potere di definire “il giusto”, sottraendolo al sindacato del giudice e al precetto costituzionale. Si vende come anti-salario-pirata una norma che, in realtà, immunizza i CCNL ufficiali dalle contestazioni di incostituzionalità.

Non è un caso che la segretaria generale della CISL Daniela Fumarola abbia commentato la mossa governativa in tono entusiastico, con la solita formula del «mosaico di misure da comporre uniti».

Il decreto consegna alla concertazione un assegno in bianco. Riconosce alle confederazioni storiche un monopolio normativo che la stessa Cassazione, con le sentenze del 2023, aveva incrinato. È, per farla breve, un patto: voi sindacati firmate quello che vi diciamo di firmare, anche al ribasso, e in cambio noi mettiamo la firma collettiva al riparo dalle pretese di un giudice che potrebbe ancora rifarsi all’idea ingombrante che la dignità venga prima della trattativa.

Il segretario della CGIL Maurizio Landini ha colto subito il punto: «il governo fa propaganda, spaccia per aumento dei salari un decreto in cui i soldi vanno alle imprese, non ai cittadini». Ha ragione, ma il problema è che la sua stessa CGIL, in sede di rinnovi più recenti – dal CCNL Sanità Pubblica 2022-2024 firmato il 27 ottobre 2025 da CISL FP, FIALS, Nursind e Nursing Up con la sola dissociazione di FP CGIL e UIL FPL, fino al CCNL Funzioni Locali siglato il 23 febbraio 2026 – si trova dentro un sistema di contrattazione in cui la dissociazione è, troppo spesso, un atto simbolico privo di conseguenze reali sui salari di chi lavora.

Il premio a chi non firma

Concessa l’immunità costituzionale al contratto firmato, il decreto si premura di concedere alle imprese anche la convenienza a non firmarlo. Sembra paradossale, ma è la struttura concreta del provvedimento.

Per i contratti collettivi non rinnovati da più di dodici mesi, il governo introduce un meccanismo di adeguamento automatico: i datori di lavoro dovrebbero corrispondere ai dipendenti un’indennità pari al 30 per cento della rivalutazione salariale calcolata sull’indice IPCA – l’indice dei prezzi al consumo armonizzato dell’Eurozona, già largamente penalizzante perché depurato dei costi energetici, vera pietra di scandalo nell’ondata inflattiva 2022-2023.

Una simulazione pubblicata nei giorni scorsi mostra l’ordine di grandezza: con un IPCA all’1,9 per cento, il 30 per cento equivale a uno 0,57 per cento; su uno stipendio lordo mensile di 1.500 euro l’aumento automatico è di 8 euro e 55 centesimi; nel comparto della sanità privata, su 1.953 euro lordi, l’incremento mensile sfiora gli 11 euro. Sono cifre che non coprono nemmeno l’aumento del costo del pane di una settimana.

Ma è qui che il dispositivo diventa interessante per chi paga gli stipendi: più a lungo l’azienda riesce a tirare la trattativa, meno deve sborsare per recuperare l’inflazione.

Il governo aveva annunciato, mesi fa, una norma di segno opposto: alla firma di un contratto nuovo le imprese avrebbero dovuto versare gli arretrati a partire dalla scadenza di quello vecchio, qualunque fosse il ritardo accumulato. Era una proposta ragionevole, persino virtuosa, capace di mettere pressione sul tavolo della trattativa: firmi dopo due anni? In ogni caso paghi tutto dal primo giorno di vacanza contrattuale.

Quella norma è stata abbandonata. Al suo posto è arrivato il dispositivo dell’indennità ridotta al 30% dell’IPCA decurtato, che produce esattamente l’effetto contrario: più tardi le imprese si siedono al tavolo, meno costa loro la rivalutazione. È il manuale del moral hazard contrattuale, scritto direttamente dal governo.

E i numeri della contrattazione italiana fotografano una situazione drammatica: secondo l’ISTAT, alla fine di settembre 2025 il 45,4 per cento dei contratti collettivi monitorati era in attesa di rinnovo, e con l’inizio del 2026 la quota ha superato il cinquanta per cento. Si tratta di oltre cinque milioni e seicentomila lavoratori in Italia, fra pubblico e privato, che attendono un aggiornamento delle paghe in un contesto in cui ogni mese di ritardo è un trasferimento netto di reddito dal lavoro al capitale.

La catastrofe sociale dei salari italiani

Il decreto Primo Maggio non viene approvato nel vuoto. Atterra su una situazione salariale che è, semplicemente, una catastrofe sociale. La pesatura ufficiale dei numeri lo dimostra senza margini di interpretazione.

Secondo il Rapporto annuale ISTAT 2025, i salari reali italiani fra il 2019 e il 2024 hanno perso il 10,5% del loro potere d’acquisto a causa della rincorsa dei prezzi. La perdita aveva toccato un picco del 15% alla fine del 2022, è scesa fino a sfiorare l’8,7% nel febbraio 2025, è risalita al 10% nel marzo successivo.

A settembre 2025 i salari reali risultavano ancora inferiori di 8,8 punti percentuali rispetto a gennaio 2021, secondo i dati pubblicati dall’ISTAT a dicembre. L’indice cumulativo elaborato dall’Indeed Hiring Lab – che misura il potere d’acquisto associato ai salari pubblicati negli annunci di lavoro – fissa la perdita italiana a gennaio 2026 all’11,1% sul livello di partenza del gennaio 2021.

La Fondazione Di Vittorio ha calcolato che fra il 2021 e il 2024 ogni lavoratore del settore privato ha perso in media quasi 6.400 euro di potere d’acquisto, e ogni dipendente pubblico circa 5.700 euro. L’Ufficio parlamentare di bilancio prevede che, anche nel migliore degli scenari, alla fine del 2027 i salari reali saranno ancora oltre due punti percentuali sotto i livelli del 2021.

L’OCSE ha segnalato che la riduzione dei salari reali italiani dopo il 2021 è stata fra le più marcate fra le grandi economie avanzate.

Specularmente, la quota dei profitti sul valore aggiunto nazionale è cresciuta in modo significativo: il celebre studio di Mediobanca su 1.905 grandi società italiane mostra utili in espansione mentre i salari arretravano. Non c’è inflazione che possa spiegare questo scarto. C’è una scelta politica, sistematica e bipartisan, di redistribuire al contrario.

Si dirà: l’economia è ripartita, l’occupazione cresce, l’Italia ha oltre un milione e duecentomila occupati in più. Lo dice la presidente del Consiglio nei suoi tweet, lo ripetono i giornali. È vero solo in parte, e solo a costo di tacere il resto.

Il Censis ha calcolato che oltre l’80% dei nuovi occupati nel biennio 2023-2024 ha più di cinquant’anni – un fenomeno determinato in larga misura dalla stretta sui pensionamenti anticipati e dall’invecchiamento demografico. Significa che il «miracolo» occupazionale è in larga parte la conseguenza del fatto che i sessantenni sono costretti a restare al lavoro perché non possono andare in pensione e perché il loro reddito da solo non basta a mantenere la famiglia.

Significa che le ore lavorate per dipendente sono in calo, sostituite da una proliferazione di contratti più brevi e più precari. Significa, soprattutto, che il mercato del lavoro italiano cresce in quantità e si impoverisce in qualità: più persone occupate, salari più bassi, più ore di sfruttamento per pagare la stessa spesa. La nuova questione sociale italiana – il working poor, il lavoratore povero – non è un’emergenza statistica. È il risultato programmato di una politica salariale durata trent’anni.

Lo Stato datore di lavoro: il caso della sanità pubblica

La rappresentazione meloniana del decreto Primo Maggio si scioglie del tutto se si guarda allo Stato non come legislatore ma come datore di lavoro. Il caso della sanità pubblica è esemplare. Il CCNL del Comparto Sanità per il triennio 2022-2024 è stato sottoscritto il 27 ottobre 2025 – con quasi tre anni di ritardo sulla scadenza naturale – e prevede aumenti medi attorno ai 172 euro lordi mensili per tredici mensilità, con arretrati stimati fra i 900 e i 1.270 euro a seconda del profilo professionale.

Su una retribuzione media del comparto, l’incremento si traduce in un aumento nominale di poco superiore al 6% spalmato su tre anni. Nello stesso periodo, l’inflazione cumulata ha eroso il potere d’acquisto dei lavoratori della sanità di circa il 12%. È un contratto che, in termini reali, riduce le retribuzioni: paga meno la fatica del 2024 di quanto pagasse quella del 2021.

Eppure è stato firmato dalle stesse confederazioni sindacali – CISL FP fra le altre – che il governo si appresta ora a investire del titolo costituzionale di «autorità salariale». La FP CGIL e la UIL FPL non hanno aderito, motivando la dissociazione proprio con l’insufficienza dell’incremento, ma il contratto è in vigore comunque, e a breve si è già aperto presso l’ARAN il tavolo per il rinnovo 2025-2027 sulla base di un atto di indirizzo che mette in campo 968 milioni a regime dal 2027 – risorse, anche queste, lontane anni luce da ciò che servirebbe per riallineare gli stipendi alla dignità.

La sanità non è un’eccezione: è un paradigma. Mostra che cosa significa, nel concreto, lasciare la determinazione del «salario giusto» alle parti sociali, in un contesto in cui la parte datoriale è lo Stato stesso. Significa firmare contratti che ufficializzano l’impoverimento. Significa trasformare il sindacato in mediatore di sconfitte.

Significa, infine, raccontare ai lavoratori che il loro nemico è il «contratto pirata» mentre si fa firmare loro un contratto pubblico che li porta più vicini alla soglia di povertà. Lo Stato che si presenta come arbitro è in realtà uno dei principali incassatori della politica dei bassi salari. La differenza fra il privato che sottopaga e il pubblico che firma riduzioni reali è solo di dignità formale.

La strage rimossa: i morti sul lavoro fuori dal decreto

C’è una parola che il decreto Primo Maggio del governo Meloni non scrive: morti. Non la scrive perché di morti, in questo provvedimento sbandierato come la grande risposta alla questione del lavoro, semplicemente non si parla. Si parla di «salario giusto». Si parla di sgravi contributivi e di Trattamento Economico Complessivo. Si parla di rider e di caporalato digitale. Non si parla di chi, mentre il governo discuteva la bozza in Consiglio dei ministri il 28 aprile, è uscito di casa la mattina e non è più tornato.

Eppure i numeri ci sono, ufficiali, pubblicati dall’INAIL e dal suo Osservatorio statistico-attuariale: nel 2025 in Italia sono morti sul lavoro 1.093 lavoratori e lavoratrici. Sono 792 i decessi avvenuti in occasione di lavoro – in fabbrica, in cantiere, sui mezzi, nei campi – più 293 nel tragitto casa-lavoro e otto studenti coinvolti in percorsi di alternanza. Nel 2024 erano stati 1.090, nel 2023 erano stati 1.041.

È, cifra dopo cifra, una stabilità nella catastrofe: una media di tre morti al giorno, sabati, domeniche e festivi compresi, che si ripete da anni con la regolarità di un metronomo, mentre le denunce complessive di infortunio salgono a quota 597.710 nel 2025 (più 1,4 per cento sull’anno prima) e le malattie professionali toccano un nuovo massimo storico con 98.463 casi denunciati, in aumento dell’11,3 per cento. Chi parla di «difesa del lavoro» e omette questi numeri commette una rimozione politica.

Vale la pena entrare nei dettagli, perché dentro il dato aggregato si nasconde la geografia sociale dello sfruttamento. I settori in cui si muore di più sono, da decenni, gli stessi: costruzioni con 148 morti nel 2025, manifatturiero con 117, trasporto e magazzinaggio con 110, commercio con 68.

Sono i comparti dell’edilizia in subappalto, della logistica frantumata in cooperative spurie, della catena di montaggio cronometrata, del trasporto di merci a cottimo: i luoghi in cui la combinazione fra precarietà contrattuale, ritmi imposti dall’algoritmo e formazione scaricata sul fondo della catena produttiva trasforma l’incidente in evento statisticamente prevedibile.

La dimensione di genere e nazionalità completa il quadro. I lavoratori stranieri muoiono molto più spesso degli italiani: l’incidenza del rischio mortale è di 72,4 decessi per milione di occupati per gli stranieri contro 28,8 per gli italiani, oltre il doppio.

Le donne pagano un prezzo specifico nel tragitto casa-lavoro, dove avviene il 54,3 per cento dei loro decessi sul lavoro – un dato che racconta del peso del doppio carico domestico-professionale e della mobilità su lunghi tragitti per raggiungere posti di lavoro a bassa remunerazione.

Oltre il 37% delle morti in occasione di lavoro riguarda lavoratori fra i 55 e i 64 anni: gli stessi sessantenni che la legge Fornero costringe a restare al lavoro fino allo sfinimento e che le leggi successive non hanno alleviato. Si muore vecchi, si muore stranieri, si muore precari. Si muore, in larghissima parte, dove la sicurezza è stata progettata come un costo da ridurre invece che come un diritto da garantire.

In questo paesaggio di sangue, l’assenza del decreto Primo Maggio è insostenibile. Perché il governo Meloni, pur disponendo dei dati INAIL aggiornati, ha scelto deliberatamente di non aprire neppure un capitolo del decreto sulla salute e sicurezza sui luoghi di lavoro.

Non un euro stanziato per il potenziamento dell’Ispettorato nazionale del lavoro, che dispone oggi di un numero di ispettori effettivamente attivi sul territorio inferiore a quello che la stessa direttiva europea sull’ispezione del lavoro indica come adeguato.

Non una norma sulla responsabilità solidale lungo le filiere del subappalto, dove si concentra la quota maggiore degli infortuni mortali in edilizia. Non una misura di rafforzamento dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, in particolare nelle imprese sotto i quindici dipendenti che restano fuori dall’obbligo del RLS aziendale. Non una linea di finanziamento dedicata alla bonifica del rischio amianto, che continua a uccidere migliaia di lavoratori l’anno per patologie con tempi di latenza decennali.

Non un ritocco – neppure simbolico – del Testo Unico 81 del 2008, che attende da diciotto anni un aggiornamento serio. La pretesa risposta del governo sarebbe il decreto-legge 159 del 31 ottobre 2025, già convertito in legge, che ha introdotto il «badge di cantiere», la revisione delle aliquote di oscillazione INAIL premianti e l’estensione di alcune sanzioni.

Misure non disprezzabili in linea di principio, ma di portata irrisoria rispetto alla scala del fenomeno e – soprattutto – costruite intorno alla logica del «datore virtuoso» premiato fiscalmente, non intorno alla logica della prevenzione sistemica e della responsabilità penale.

Né il DL 159 né il decreto Primo Maggio toccano il punto vero: la combinazione fra appalti al massimo ribasso, frammentazione della filiera produttiva, formazione esternalizzata a società consulenziali e ispezioni a campione produce, ogni anno, un numero di morti che nessun Paese serio considererebbe una variabile fisiologica del proprio sistema produttivo.

La presidente del Consiglio, nel suo messaggio del 1° maggio, ha rivendicato fra i meriti del proprio governo «gli interventi sulla sicurezza sul lavoro». La frase è doppiamente sbagliata. È sbagliata perché, alla prova dei dati INAIL, dopo tre anni e mezzo di governo Meloni i morti sul lavoro restano sostanzialmente fermi alle stesse cifre del 2023, e ogni eventuale miglioramento dell’incidenza per centomila occupati è dovuto al denominatore – l’aumento dell’occupazione – più che al numeratore.

È sbagliata, soprattutto, perché il decreto Primo Maggio 2026 – l’atto politico che il governo ha scelto di intestare alla Festa del Lavoro – non contiene una sola norma sostanziale di prevenzione, di rafforzamento ispettivo, di investimento nella sicurezza. È un decreto sul lavoro che dimentica di parlare delle vite di chi lavora.

È, per questo, anche un decreto che mente. Mentire sul numero dei morti, o tacerli mentre si scrivono provvedimenti che si proclamano «per i lavoratori», è una forma specifica di violenza simbolica: la rimozione istituzionale di chi paga per il funzionamento del sistema il prezzo più alto.

Le due dimensioni – bassi salari e morti sul lavoro – non sono, del resto, due capitoli separati dello stesso libro. Sono lo stesso capitolo. Dove il salario è basso, la pressione a chiudere un occhio sulla sicurezza è massima; dove il subappalto frammenta la filiera, l’interesse a investire in formazione e dispositivi di protezione individuale crolla a ogni passaggio della catena; dove la concorrenza fra imprese si gioca al ribasso sui costi del lavoro, il primo costo a essere compresso è quello dei tempi di lavorazione e quindi delle pause, delle verifiche, dei controlli incrociati che salvano vite.

Un Paese che decide di non fissare un salario minimo legale e di non investire seriamente nella sicurezza del lavoro sta facendo, di fatto, due scelte coerenti: in entrambi i casi, sta accettando di scaricare sul corpo dei lavoratori il costo della propria competitività.

L’articolo 36 della Costituzione – quello sulla retribuzione «sufficiente» – non vive isolato. Sta in dialogo con l’articolo 32 sulla salute, con l’articolo 41 che subordina l’iniziativa economica al non recare danno «alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana», con l’articolo 4 che parla del lavoro come fondamento della Repubblica.

Una lettura integrata di questi articoli porta a una conclusione che il decreto Primo Maggio si rifiuta di trarre: la dignità del lavoro non è solo questione di stipendio, è questione di vita. E il governo che dimentica i morti, mentre celebra la Festa del Lavoro, sta semplicemente confermando che, nel suo ordine di priorità, le vite dei lavoratori vengono dopo i bilanci delle imprese.

Le complicità storiche e la regia europea

Sarebbe ingeneroso, e politicamente miope, scaricare l’intera responsabilità sull’attuale governo. La politica italiana dei bassi salari ha radici trentennali e una matrice precisa: l’accordo di concertazione del luglio 1993, sottoscritto dal governo Ciampi con CGIL, CISL e UIL, che abolì la scala mobile e introdusse il modello della contrattazione a due livelli ancorato al cosiddetto «tasso di inflazione programmato».

Da quell’accordo in avanti – sotto governi di ogni colore, con qualche frammentaria eccezione – i salari italiani sono stati progettati per non crescere. La promessa era che, in cambio della rinuncia al meccanismo di adeguamento automatico, sarebbe arrivata produttività, contrattazione di secondo livello, redistribuzione. Non è arrivato nulla di tutto questo.

La produttività è ferma da vent’anni allo 0,3% medio annuo, contro l’1,2% europeo. La contrattazione di secondo livello copre meno di un terzo dei lavoratori. La redistribuzione è andata nel senso opposto, dai salari ai profitti. L’unico effetto reale del modello concertativo è stato l’indebolimento sistemico del mondo del lavoro: senza scala mobile, senza salario minimo legale, senza meccanismi di indicizzazione automatica, ogni shock inflattivo si scarica integralmente sulle retribuzioni reali. La fiammata del 2022-2023 ha fatto il resto.

Su questo sfondo si innesta la regia europea. La Direttiva UE 2022/2041 sui salari minimi adeguati – che la Cassazione, nelle sentenze del 2023, ha richiamato come parametro interpretativo dell’articolo 36 – chiede agli Stati membri di garantire una copertura della contrattazione collettiva di almeno l’ottanta per cento e, dove insufficiente, di introdurre un salario minimo legale.

L’Italia ha la copertura nominalmente più ampia d’Europa ma, per la combinazione fra contratti pirata, contratti scaduti e tariffe minime ben sotto la soglia di povertà ISTAT, è in realtà uno dei Paesi dove la rete della contrattazione collettiva produce, paradossalmente, lavoro povero.

Anziché trasporre la direttiva con coraggio – riconoscendo che il modello del «salario contrattuale come retribuzione costituzionalmente sufficiente» è clinicamente morto – il governo Meloni ha lasciato scadere il 18 aprile la delega parlamentare, e ora con il decreto Primo Maggio fa l’opposto: riafferma che basta il contratto firmato dalle confederazioni più rappresentative per non avere problemi giuridici. È, sul piano della scelta di campo, una posizione lucidissima: meglio salari bassi sotto controllo concertativo, che salari più alti imposti per legge.

Cosa significa rompere davvero

Da questo quadro emerge un punto che la sinistra di governo ha smesso di pronunciare e che la sinistra sociale deve riprendere a dire con chiarezza: non si può uscire dalla catastrofe salariale e dalla strage quotidiana sui luoghi di lavoro senza una rottura.

Una rottura politica, anzitutto, contro un governo che ha eletto a propria bandiera il principio di non disturbare i profitti. Una rottura culturale, contro la trentennale narrazione neoliberale per cui i salari devono adeguarsi alla produttività e mai viceversa, mentre la produttività dovrebbe stranamente sgorgare da lavoratori precari, mal pagati, infelici e – quando la sicurezza viene meno – uccisi.

Una rottura sindacale, contro un modello concertativo che ha smesso di proteggere chi lavora e ha cominciato a gestire ordinatamente la sua sconfitta. Senza questa triplice rottura, ogni discussione sul «salario giusto» è un’operazione cosmetica.

Le piattaforme rivendicative serie esistono e sono note. Un salario minimo legale di almeno dodici euro lordi all’ora, agganciato dinamicamente al costo della vita reale, in linea con i parametri della Direttiva UE 2022/2041 e con le indicazioni della Cassazione del 2023. Il ripristino di un meccanismo di indicizzazione automatica delle retribuzioni – qualcuno dovrà spiegare ai più giovani perché si chiamava «scala mobile» e perché abolirla è stato l’atto fondativo del precariato salariale italiano.

Una retribuzione netta media non inferiore ai duemila euro mensili, soglia sotto la quale, alle condizioni di prezzo del 2026, parlare di «esistenza libera e dignitosa» diventa una crudeltà semantica.

La piena attuazione dell’articolo 39 della Costituzione, con una legge sulla rappresentanza sindacale che metta finalmente fine al far west dei contratti pirata e dei contratti firmati al ribasso da sigle minoritarie. La detassazione vera e strutturale degli aumenti contrattuali, non delle briciole previste dalla legge di bilancio 2026 al cinque per cento sulle sole tranche erogate nell’anno e al di sotto dei trentamila euro di reddito. La conversione delle decontribuzioni alle imprese in investimenti pubblici diretti, con vincoli stringenti su occupazione stabile, salario minimo e pari opportunità.

Sul fronte parallelo della sicurezza sul lavoro, la piattaforma è altrettanto chiara. Il raddoppio dell’organico ispettivo dell’INL – oggi del tutto insufficiente alla scala del tessuto produttivo italiano – e il vincolo legale di un’ispezione effettiva annuale per ogni cantiere edile sopra una certa soglia di valore.

La responsabilità solidale e penale lungo l’intera filiera del subappalto, con la fine della finzione giuridica per cui il committente principale può scaricare ogni colpa sull’ultimo anello della catena produttiva.

Un nuovo Testo Unico della sicurezza, costruito intorno al principio per cui la prevenzione è un diritto soggettivo del lavoratore esigibile in giudizio, non una concessione del datore. Il rafforzamento dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, con la generalizzazione dell’obbligo anche nelle imprese sotto i quindici dipendenti, dove oggi si concentra la zona grigia.

L’introduzione del reato di omicidio sul lavoro come fattispecie autonoma, distinta dall’omicidio colposo generico, con pene proporzionate alla gravità di una catastrofe sociale che fa più morti delle stragi di mafia.

Tutto questo non è in alcun modo presente nel decreto Primo Maggio 2026 del governo Meloni. Anzi, il decreto si colloca all’estremo opposto: cementa il modello concertativo, premia la decontribuzione, riduce l’indennità di vacanza contrattuale, scarica sulla magistratura ogni residua difesa dell’articolo 36, dimentica di scrivere una sola riga sulle vite spezzate dei lavoratori. È, in tutto e per tutto, l’esatto contrario di ciò che servirebbe.

È un Primo Maggio rovesciato: la festa del lavoro celebrata con un atto contro il lavoro e con un silenzio sui morti che è di per sé una posizione politica.

Il coraggio che manca, l’urgenza che resta

Resta una domanda, che non riguarda Giorgia Meloni e nemmeno questo singolo decreto: che cosa intende fare il sindacato confederale di fronte all’evidenza che il modello concertativo, dopo trent’anni, ha consegnato ai lavoratori italiani la più consistente perdita di potere d’acquisto fra le grandi economie avanzate e la stabile, ininterrotta strage quotidiana sui luoghi di lavoro?

Che cosa intende fare il centrosinistra istituzionale di fronte a un governo che usa il Primo Maggio per regalare un miliardo alle imprese, per cancellare per via legislativa una giurisprudenza progressiva costruita in due anni di lavoro nei tribunali e per dimenticare di nominare i mille morti dell’anno precedente?

Che cosa intendono fare le opposizioni sociali, i comitati, le associazioni civiche, i movimenti per la giustizia costituzionale che ancora credono che gli articoli 4, 32, 36 e 41 siano un programma politico e non clausole di stile?

La verità è che questo Primo Maggio segna uno spartiacque. O si ricostruisce un blocco sociale capace di pretendere – non chiedere – un salario minimo costituzionale, una scala mobile aggiornata al ventunesimo secolo, un’intransigenza rivendicativa nuova nei confronti delle imprese e delle istituzioni che le proteggono, e con essa una battaglia pari per la sicurezza del lavoro che metta i corpi dei lavoratori al centro e non al margine; oppure i salari italiani continueranno a sprofondare e i morti continueranno a essere conteggiati con la stessa burocratica precisione con cui li conta l’INAIL, mentre i comunicati governativi parleranno d’altro. La scelta non è fra moderazione e radicalità: è fra accettazione e rottura.

Fra l’idea che il lavoro debba mendicare il proprio prezzo e la propria sopravvivenza e l’idea che la dignità retributiva e l’incolumità fisica siano due soglie non negoziabili, scritte nella Costituzione antifascista e ribadite dalla Cassazione.

Quando la legge ordinaria si mette di traverso a questi principi, il dovere democratico è, citando il motto del nostro lavoro, ribellarsi. Non a parole. Non per slogan. Ma con la costruzione paziente, faticosa e necessaria di un fronte sociale e costituzionale capace di rovesciare il tavolo.

Il decreto del 28 aprile 2026 va impugnato sul piano politico, contestato sul piano costituzionale, smontato pezzo per pezzo nelle aule giudiziarie da sindacati di base e legali del lavoro che continueranno – perché continueranno – a invocare l’articolo 36 come parametro vivo.

E nelle piazze del Primo Maggio va detto, senza i toni unitaristici di facciata, che il «salario giusto» dichiarato dal governo è una truffa, e che il silenzio del governo sui morti del 2025 è un’infamia.

La giustizia salariale e la sicurezza del lavoro, in Italia, cominciano oltre Palazzo Chigi e oltre il tavolo della concertazione. Cominciano ricordando che il lavoro non è una merce e che la sua retribuzione non è una variabile di bilancio, ma un diritto costituzionale che otto decenni di politica neoliberale hanno tentato di smantellare. Cominciano, soprattutto, ricordando i nomi e i cognomi di chi quel decreto non ha voluto vedere: i 1.093 lavoratori e lavoratrici morti nel 2025 perché un Paese che voglia ancora chiamarsi democratico ha il dovere di rimettere le loro vite, e quelle di chi ancora oggi rischia di seguirli, al centro della propria coscienza pubblica.

Fonti

1. Consiglio dei ministri, comunicato del 28 aprile 2026 sull’approvazione del decreto-legge « Disposizioni urgenti in materia di salario giusto, di incentivi all’occupazione e di contrasto del caporalato digitale » (Decreto Primo Maggio 2026).

2. Il Sole 24 Ore, « Decreto Lavoro, via libera del Consiglio dei ministri », 28 aprile 2026.

3. Il Post, « Cosa c’è nel nuovo decreto sul lavoro del governo », 28 aprile 2026.

4. Sky TG24, « Lavoro, via libera Cdm a decreto 1° maggio. Meloni: stanziato 1 miliardo per incentivi », 28 aprile 2026.

5. Adnkronos, « 1 Maggio. Meloni: con decreto lavoro difendiamo l’occupazione. Landini: governo fa propaganda », 1 maggio 2026.

6. Contropiano, « Il decreto Primo Maggio è contro i lavoratori », 1 maggio 2026.

7. Lavoro e Diritti, « Cosa prevede il Decreto Primo Maggio 2026: tutte le novità in arrivo su lavoro e buste paga », 28 aprile 2026.

8. Business Online, « CCNL e contratti nazionali: le nuove misure per favorire rinnovi e miglioramenti nel decreto 1 maggio 2026 », 30 aprile 2026.

9. ISTAT, Rapporto annuale 2025, capitolo sulle dinamiche retributive 2019-2024 (perdita del 10,5% dei salari reali).

10. ISTAT, Report « Le prospettive per l’economia italiana 2025-2026 », dicembre 2025 (salari reali a settembre 2025 inferiori di 8,8 punti rispetto a gennaio 2021).

11. ISTAT, Report « Contratti collettivi e retribuzioni contrattuali, III trimestre 2025 ».

12. Indeed Hiring Lab, Indice cumulativo dei salari reali, gennaio 2021 – gennaio 2026 (perdita 11,1%).

13. Ufficio parlamentare di bilancio, Nota di congiuntura, gennaio 2026.

14. Fondazione Giuseppe Di Vittorio, Rapporto sulla perdita salariale 2021-2024 (privato: 6.400 euro; pubblico: 5.700 euro).

15. OCSE, Employment Outlook 2025, capitolo sulle retribuzioni reali nei Paesi OCSE.

16. Mediobanca Area Studi, « Dati Cumulativi di 1.905 società italiane », 2025.

17. Censis, Rapporto sulla situazione sociale del Paese 2025.

18. Banca d’Italia, Bollettino economico, aprile 2026.

19. INAIL, Bollettino trimestrale gennaio-dicembre 2025 sulle denunce di infortunio e malattia professionale, pubblicato a febbraio 2026 (1.093 morti totali, 792 in occasione di lavoro, 597.710 denunce di infortunio, 98.463 malattie professionali).

20. INAIL, Periodico statistico « Dati Inail 1/2026 — Andamento infortunistico 2025 », Consulenza statistico attuariale.

21. Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente di Vega Engineering, Report nazionale e regionale sui morti sul lavoro 2025.

22. Il Fatto Quotidiano, « Incidenti sul lavoro, 1.093 morti nel 2025: i dati Inail », 3 febbraio 2026.

23. Collettiva.it (CGIL), « 432 in sette mesi i morti sul lavoro denunciati all’Inail », settembre 2025.

24. Eurostat, Indicatori standardizzati di incidenza degli infortuni sul lavoro per 100.000 occupati, dati 2023.

25. Decreto-legge 31 ottobre 2025, n. 159 « Misure urgenti per la tutela della salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro e in materia di protezione civile », convertito in legge a inizio 2026.

26. Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, D.M. n. 20/2026 « Piano integrato per la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro per l’anno 2026 ».

27. Decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81 « Testo Unico in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro », e successive modifiche.

28. Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenze nn. 27711, 27713 e 27769 del 2 ottobre 2023 (salario minimo costituzionale).

29. Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenza marzo 2026 (conferma indirizzo 2023).

30. Tribunale di Milano, sentenze sul CCNL Vigilanza privata e servizi fiduciari (paghe orarie di 4,40 e 3,96 euro lordi dichiarate non conformi all’articolo 36 della Costituzione).

31. Tribunale di Torino, Tribunale di Catania, Tribunale di Bari, sentenze sul salario minimo costituzionale 2022-2024.

32. Corte costituzionale, sentenze nn. 30/1960, 106/1962, 74/1966, 559/1987, 51/2015 (sull’art. 36 come norma immediatamente precettiva).

33. Direttiva UE 2022/2041 del Parlamento europeo e del Consiglio sui salari minimi adeguati nell’Unione europea.

34. Questione Giustizia, « Il salario minimo costituzionale nella giurisprudenza di legittimità », 2024.

35. Welforum.it, « La Corte di cassazione e il salario minimo adeguato costituzionale », novembre 2023.

36. ARAN, Atto di indirizzo per il rinnovo del CCNL Sanità Pubblica 2025-2027, febbraio 2026.

37. CISL FP, « CCNL Sanità Pubblica 2022-2024: firma definitiva del 27 ottobre 2025 » e dichiarazioni di Roberto Chierchia e Daniela Fumarola.

38. FP CGIL, « Tabelle CCNL Sanità 2022-2024 », ottobre 2025.

39. CGIL, comunicato di Maurizio Landini sul decreto Primo Maggio 2026, 1 maggio 2026.

40. Bollettino ADAPT, « Salari, inflazione e produttività: due piani di un problema ancora aperto », novembre 2025.

41. Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, Università Cattolica del Sacro Cuore, « Retribuzioni, inflazione e distribuzione del reddito in Italia », ottobre 2025.

42. Costituzione della Repubblica Italiana, articoli 4, 32, 36, 39 e 41.

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02/05/2026

Stravolgere Bella ciao: quando l’ignoranza diventa spettacolo

Certe operazioni non sono “reinterpretazioni”. Sono svuotamenti.

Quello che è accaduto sul palco del concertone del Primo Maggio, con la versione di Bella ciao cantata da Delia, appartiene esattamente a questa categoria: un gesto che non innova, non amplia, non attualizza – semplicemente cancella.

Cambiare “partigiano” in “essere umano” non è una variazione poetica. È un errore politico e culturale grossolano. Significa non aver capito nulla di quella canzone, della storia che porta dentro, del conflitto che nomina. Bella ciao non è un inno generico all’umanità: è una canzone partigiana, cioè una canzone schierata. Racconta una scelta, una presa di posizione, una rottura. Togliere quella parola significa neutralizzarla, disinnescarla, renderla innocua.

E oggi, in un tempo in cui i rigurgiti fascisti non sono più neanche troppo mascherati, “partigiano” è una parola ancora più necessaria. È una parola che divide, certo. Ma divide tra chi riconosce la storia della Resistenza e chi prova a diluirla in un indistinto moralismo buono per tutte le stagioni. Non c’è nessun “campo da allargare”, nessuna riscrittura da fare: c’è una memoria da rispettare.

Quello che colpisce, però, è anche il contesto. Il concertone del Primo Maggio, promosso da CGIL, CISL e UIL, continua a smarrire il proprio senso politico, trasformandosi in un contenitore sempre più svuotato, dove tutto può essere detto e il contrario di tutto può essere messo in scena. Anche a costo di accettare sponsorizzazioni da aziende legate, direttamente o indirettamente, al genocidio in corso in Palestina – mentre sul palco si canta una versione edulcorata e depoliticizzata di uno dei simboli più forti dell’antifascismo.

È un cortocircuito evidente: da un lato si cancella il conflitto nelle parole, dall’altro lo si legittima nei fatti.

Sul piano artistico, poi, la scelta è ancora più imbarazzante. Alterare Bella ciao in questo modo significa dimostrare una lacuna culturale enorme. Basta pensare a The Partisan di Leonard Cohen, che ha saputo restituire, in un altro contesto e in un’altra lingua, la stessa radicalità senza mai tradirne il senso. Qui invece siamo all’opposto: una banalizzazione che impoverisce tutto, musica compresa.

C’è poi un punto più ampio, che riguarda il clima culturale in cui tutto questo diventa possibile. Se i fascisti diventano “ragazzi di Salò”, se i neofascisti vengono raccontati come “idealisti”, se la storia viene continuamente riscritta e relativizzata, allora non sorprende che qualcuno pensi di poter riscrivere anche Bella ciao. Non è un incidente: è il prodotto di un processo.

Ma proprio per questo non può passare sotto silenzio. Perché le parole contano. E “partigiano” non è una parola qualsiasi. È una scelta di campo. Sostituirla non è inclusione. È rimozione.

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01/05/2026

Il “decreto Primo Maggio” è contro i lavoratori

di Giorgio Cremaschi

Il cosiddetto decreto Primo Maggio del governo Meloni è una truffa e una doppia lesione, anche costituzionale, dei diritti del lavoro.

È una truffa perché non stanzia un solo centesimo per i lavoratori, mentre finanzia le imprese con circa un miliardo di euro, distribuito su tre anni. L’unica spesa del decreto è costituita dai soldi che vengono donati alle imprese che assumono o che confermano a tempo indeterminato i giovani e i lavoratori del mezzogiorno.

È la solita esenzione contributiva che in realtà viene pagata dagli stessi lavoratori, cui vengono a mancare i fondi per l’Inps. E forse abbiamo sbagliato a dire che il governo non dà nulla ai lavoratori, in realtà il governo Meloni toglie un miliardo ai lavoratori per finanziare le imprese.

Questa è la truffa, poi ci sono due gravissime lesioni a danno delle retribuzioni dei lavoratori, che il governo ha titolato sotto il nome beffardo di “salario giusto”.

La prima, gravissima, è lo stravolgimento dell’articolo 36 della Costituzione.

Il testo costituzionale recita che la retribuzione dei lavoratori debba essere: “…in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Ed è proprio rifacendosi a questo principio costituzionale che molte sentenze della magistratura hanno annullato accordi e contratti con salari da fame.

Così ha fatto il tribunale di Milano per lavoratori che avevano paghe inferiori ai quattro euro all’ora, a seguito di regolari contratti sottoscritti da CGILCISLUIL. Anche la Corte di Cassazione ha ribadito che il principio della “equa retribuzione” non coincide affatto con quello della contrattazione e viene prima di essa.

Invece il governo Meloni ha ribaltato questo dettato costituzionale, come del resto ha fatto per diversi principi della costituzione antifascista, e ha affermato che i contratti, purché firmati da sindacati “comparativamente più rappresentativi”, siano già un’equa retribuzione. Quindi sono gli accordi firmati da CGILCISLUIL a definire cosa sia un salario giusto. Non è un caso che la segretaria della CISL abbia ringraziato il governo per il regalo incostituzionale ricevuto.

La seconda lesione ai diritti del lavoro è una correzione della prima. Infatti se a CGILCISLUIL viene concesso il potere di fare contratti che valgono come la Costituzione, alle imprese viene offerta la convenienza a non firmare gli accordi.

Il governo Meloni ha stabilito che se un contratto non venisse rinnovato da più di dodici mesi, allora le imprese dovrebbero pagare ai lavoratori un’indennità del 30% della rivalutazione delle paghe dovuta all’indice IPCA dell’inflazione. A parte che questo indice è già penalizzante per i lavoratori e CGILCISLUIL sono anche riusciti a peggiorarlo, eliminando da esso i costi del petrolio e del gas, con questo decreto si incentivano le imprese a non firmare.

Se non firmano il contratto, devono pagare meno di un terzo del già poco dovuto per recuperare l’aumento dei prezzi. Più allunghi il tempo del contratto, meno paghi.

Diverso sarebbe stato se il governo avesse approvato la norma, annunciata in precedenza, secondo la quale alla firma del contratto le imprese avrebbero dovuto pagare tutti gli arretrati dalla data di scadenza del contratto stesso. Firmi dopo due anni? In ogni caso mi paghi tutto fin dal primo giorno. Era una buona proposta che avrebbe messo pressione sulle aziende, era strano che fosse venuta a Meloni, che infatti l’ha abbandonata.

Cosi mentre i dati ufficiali ISTAT ci fanno sapere che i lavoratori dal 2021 hanno perso più del 7% per l’inflazione, quasi un mese di salario, il Governo Meloni incentiva il moderatismo rivendicativo di CGILCISLUIL e l’intransigenza contrattuale delle imprese.

Cosi il precipizio verso il basso dei salari sarà ancora più rapido. E anche come imprenditore il governo Meloni colpisce i salari. Nella sanità pubblica il governo offre un aumento dei salari attorno al 6%, di fronte ad una perdita di potere d’acquisto dei lavoratori del 12%. Un contratto che riduce le retribuzioni, con CGILCISLUIL che si dichiarano disponibili.

Ci vogliono un salario minimo di almeno 12 euro all’ora, il ripristino della scala mobile, una retribuzione effettiva di almeno 2000 euro netti al mese, per far uscire il mondo del lavoro dalla catastrofe sociale nella quale è affondato. Il decreto del Governo Meloni invece incentiva a continuare come nel passato e peggio del passato e il moderatismo contrattuale di CGILCISLUIL di tutto questo è complice.

Ci vuole una rottura sociale vera, prima di tutto contro il Governo Meloni, poi contro la trentennale politica dei bassi salari, infine per rovesciare la concertazione sindacale; altrimenti le paghe dei lavoratori continueranno a sprofondare. Questo è il messaggio che deve venire da questo Primo Maggio.

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21/06/2025

La prima vittima del “decreto sicurezza” è davvero inattesa: Cgil-Cisl-Uil

L’esordio operativo di una legge inqualificabile sulla cosiddetta “sicurezza” è sempre un esperimento “in corpore vili” che dimostra più di quello che sarebbe stato logico attendersi.

L’ultimo “decreto” voluto e approvato – con la “fiducia” – era atteso alla prova empirica e un po' tutti si aspettavano che sarebbe stato testato su “nemici storici”, ancorché niente affatto pericolosi. Insomma, su “anarchici” o “antagonisti”, consentendo così a governo e polizie di”fare una prova” senza rischiare incidenti politici rilevanti.

In fondo è chiaro che si tratta di una legge liberticida, pensata per impedire le proteste – oltre che per “scudare” le “forze dell’ordine” autorizzandole persino a organizzare e dirigere “organizzazioni terroristiche” – ma proprio per questo l’esordio avrebbe dovuto essere “soft”, tale insomma da ottenere il risultato voluto (incutere timore tra gli aspiranti manifestanti) ma riscuotendo il silenzio-assenso della pseudo-opposizione “democratica”.

E invece una questura politicamente incauta, o troppo desiderosa di farsi notare, ha deciso di aprire il dossier “ddl 1660” nientepopodimeno che sui metalmeccanici. Addirittura a Bologna, città simbolo di infami attentati terroristici organizzati dallo Stato e subappaltati alla manovalanza fascista nonché feudo fin qui inattaccabile del PD.

Ieri, oltre allo sciopero generale di USB e altri sindacati di base, c’era anche lo sciopero dei metalmeccanici proclamato da Cgil-Cisl-Uil per chiedere la riapertura delle trattative per il rinnovo del contratto. E proprio a Bologna era stata convocata la manifestazione nazionale.

Circa diecimila metalmeccanici sono sfilati per le vie periferiche della città (non si mai detto che i sindacati “complici” provino a infastidire in alcun modo...), fino ad imboccare la tangenziale, che non faceva parte del percorso concordato preventivamente.

Inevitabile un ingorgo temporaneo del traffico, ma del resto non si può certo pretendere che una vertenza che riguarda oltre un milione e trecentomila lavoratori – erano quasi due milioni ancora venti anni fa – sia gettata in un angolo, fuori dalla vista, tra viali deserti e pochi passanti distratti.

La stessa parola d’ordine su cui era stata convocata la manifestazione era del resto quasi una promessa azzardata – “senza contratto il Paese si blocca” – almeno per quanto riguarda la (scarsa) combattività delle organizzazioni suddette.

La deviazione sulla tangenziale poteva dunque essere gestita molto tranquillamente, come un piccolo incidente di percorso da affrontare in sede di discussioni post evento, con un paio di telefonate di “rimprovero”, e nessuno se ne sarebbe accorto. Oltretutto era stata evidente la contrattazione tra sindacalisti e “ufficiali di piazza” quando la deviazione stessa era stata concessa a due condizioni: i manifestanti devono entrare e uscire dal tratto in 45 minuti e senza accendere fumogeni.

E invece, dopo poche decine di minuti, ecco la questura annunciare che avrebbe “denunciato” i manifestanti per “blocco stradale” – un “reato” considerato gravissimo dal governo neofascista in carica, tanto da meritare magari qualche anno di galera. Anche se fino al 10 giugno – data di pubblicazione della “legge” – era nient’altro che un “illecito amministrativo” punibile con una ammenda di pochi spiccioli.

Il tutto con una nota ufficiale d’altri tempi: “I manifestanti, disattendendo le prescrizioni, hanno fatto ingresso in tangenziale, creando il blocco della circolazione stradale sul tratto interessato. I Reparti inquadrati della polizia, per scongiurare il verificarsi di ulteriori situazioni di pericolo, hanno evitato respingimenti con l’uso della forza. I dimostranti verranno denunciati penalmente”.

Un’altra parola ed era subito 1977, no?... 

Immediatamente è stato chiaro che era stata fatta una cazzata. In primo luogo politica. Cgil-Cisl-Uil sono ormai tre sindacati “di palazzo”, cui ogni governo affida il monopolio della “rappresentanza” anche quando non sono presenti in una azienda.

Sono oltretutto “cinghie di trasmissione” di diversi partiti politici, e spicca tra loro quella Cisl passata da tempo armi e bagagli a supporto dello stesso governo Meloni, tanto da far premiare il fresco ex segretario generale – Sbarra, per ironia della Storia – con un sottosegretariato fatto su misura.

Far passare questi carrozzoni corporativi per “sovversivi” era insomma piuttosto difficile, anche se il prode Fabio Rampelli – vecchio fascistone romano – ci ha provato con autentico sprezzo del ridicolo: “per i gruppettari di sinistra è assolutamente normale che decine di migliaia di sedicenti operai occupino la tangenziale bloccando la circolazione. Ormai siamo alla sovversione democratica, al teppismo di partiti e sindacati storici e la chiamano libertà...”.

“Gruppettari” i pallidi eredi del sindacalismo targato Pci-Psi-Dc? “Sedicenti operai” diecimila metalmeccanici in tuta blu? Dai, anche Netanyahu ci avrebbe pensato un attimo prima di spararla così inverosimile... 

Col passare delle ore dalla questura è balenato un refolo di resipiscenza, con la derubricazione della “denuncia” – oltretutto complicata da stendere, visto che ben pochi dei diecimila erano chiaramente identificabili – in più modesta “segnalazione all’autorità giudiziaria” competente per territorio.

Probabile che, alla fine, verranno “segnalati” soltanto gli organizzatori ufficiali della manifestazione, e che il passaggio in Procura sarà più formale che sostanziale.

Resta però gigantesco il problema della libertà di manifestare davvero un’opposizione autentica alle politiche del governo. Oggi, per dire, esponenti del PD o dei Cinque Stelle hanno preso parola per stigmatizzare l’operato della questura di Bologna. Possiamo dire con qualche certezza che non lo avrebbero fatto se la “prova del budino” fosse stata fatta su giovani e anziani manifestanti appena un po’ più radicali.

Del resto la logica di questo ultimo “decreto” trasformato in legge risale chiaramente a quel Minniti passato di poltrona in poltrona – dal “gruppo dei Lothar” che scortava mandrake-D’Alema a palazzo Chigi, poi al ministero dell’interno e agli accordi con gli scafisti libici (pardòn, la “polizia costiera”...) e quindi al “controllo” dei servizi segreti e infine alla galassia del militare-industriale italiano –. 

Lo spazio di “agibilità democratica” si va restringendo a ben poco in tutto l’Occidente neoliberista – basta guardare a quel che avviene negli Usa, in Francia, in Germania, ecc. – e un governo fascista dimostra di essere tale proprio in questa spirale.

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13/05/2025

La posta in gioco sui referendum

La premessa è bene che sia chiara: ai referendum dell’8 e 9 giugno su lavoro e diritti si va a votare per cinque SI.

La materia in discussione attiene alle condizioni di precarietà e schiavitù in cui è stato trascinato il mondo del lavoro da anni di leggi e misure che l’hanno devastato, restituendo una realtà fatta di bassi salari, stragi sul lavoro, precarizzazione e massimizzazione dello sfruttamento.

Per anni governi, padroni e sindacati ne hanno negato gli effetti e legittimato le conseguenze, contribuendo così alla regressione sociale e civile del paese.

La partita dei referendum sta rivelando anche tutto questo e chi ne porta le responsabilità.

È decisamente indecente – ma emblematica – la fronda dentro il cosiddetto campo largo che sta ad esempio sabotando il referendum per l’abolizione del Jobs Act, ovvero l’ultimo dei provvedimenti dopo il Pacchetto Treu e la Legge Biagi, che hanno reso un inferno la condizione di milioni di lavoratrici e lavoratori. Il fatto che sia stato approvato da un governo a guida PD – quello di Renzi – non sarà mai un dettaglio.

Ma anche tra i sindacati complici c’è chi si dimostra più complice di altri come nel caso della Cisl, che non a caso non scioperò contro il Jobs Act nel 2014 né in anni più recenti. La Cisl da tempo sembra voler assumere la fisiologia del sindacato unico fascista e corporativo del tutto allineato ai governi di turno.

Ma non c’è da sorprendersi. Nel 2012, contro la infame Legge Fornero sulle pensioni, Cgil Cisl Uil fecero uno sciopero di “tre ore”. Un chiaro indicatore che il manovratore europeo – in quel caso Monti – non andava disturbato.

La stessa Cgil che ha promosso i referendum, in questi anni non ha certo brillato nel contrastare la regressione complessiva delle condizioni dei lavoratori. La doppiezza tra la roboanza delle dichiarazioni e la capitolazione nei contratti, ha accompagnato e materializzato l’arretramento subìto nel tempo, soprattutto quando a Palazzo Chigi si sono alternati i governi “amici”. I recenti ripensamenti sulla inaccettabilità di alcuni contratti sono benvenuti ma decisamente tardivi, soprattutto se rimarranno episodi e non un ripensamento strategico.

Si arriva dunque alle urne referendarie non con una stagione di lotte sindacali alle spalle – se non in alcune categorie come i trasporti e la logistica – ma come sostitutivo delle stesse.

La posta in gioco sulle conseguenze del Jobs Act in materia di licenziamenti e contratti a termine da tempo meritava una offensiva conflittuale assai più ampia e frontale. Questi provvedimenti hanno inciso profondamente nella carne di lavoratrici e lavoratori, diffondendo una precarizzazione e una insicurezza crescente che nel mondo degli appalti è diventata un verminaio, spesso insanguinato da centinaia di morti sul lavoro.

Sappiamo tutti che la partita dei referendum dipenderà molto dal raggiungimento o meno del quorum. La destra, la Confindustria e il “fuoco amico” nel campo largo giocano molto sulla diserzione alle urne per invalidare la consultazione. Il lavoro sporco in tal senso viene facilitato dalla scarsa comunicazione sui referendum e dal crescente astensionismo.

Vincere i referendum dell’8 e 9 giugno sarà una partita in salita ma giocarla è un dovere per tutti.

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22/07/2024

Porto di Genova: il giudice decide di non decidere sulla RSU di PSA, passa la decisione viziata del comitato dei garanti. Impediscono ai lavoratori di esprimere liberamente i propri rappresentanti, dobbiamo fermarli

Il Terminal PSA-GP è il cuore del porto di Genova ed è, perciò, anche il terminal più importante di tutto il sistema porti del nostro paese. Proprio lì, da mesi, si consuma una delle più clamorose macchinazioni per impedire che i lavoratori possano scegliere liberamente i propri rappresentanti: le RSU, infatti, sono scadute dal novembre dello scorso anno.

Alle elezioni che erano state indette per febbraio, infatti, era stata esclusa la lista USB nonostante più di 200 lavoratori l’avessero regolarmente sottoscritta. Il regolamento elettorale per le RSU nei porti pretende una percentuale esagerata di lavoratori che devono sottoscrivere la presentazione di una lista, addirittura il 30%, oltre ogni accordo o contratto che regola le elezioni RSU di qualsiasi altra categoria. Tuttavia, nonostante la percentuale prevista sia oltre ogni buon senso, la lista dell‘USB è stata presentata da più del 30% dei lavoratori aventi diritto di voto, rispettando un regolamento pensato proprio per garantire che nessun altra lista possa mai competere alle elezioni RSU oltre a quelle dei sindacati firmatari del contratto nazionale, che naturalmente sono esentati dal raccogliere le firme.

Di fronte all’esito sorprendente ed imprevisto del raggiungimento della percentuale richiesta, la Commissione elettorale composta da CGIL, CISL e UIL ha cominciato una lunga manfrina per impedire a tutti i costi che l’USB potesse effettivamente partecipare alle elezioni, appellandosi ai pretesti più incredibili.

In realtà è del tutto evidente che la manovra non sta in piedi. E infatti sono gli stessi rappresentanti di cgil, cisl e uil che sospendono le elezioni, chiedono lumi alle segreterie nazionali, e rimandano l’appuntamento elettorale, cercando disperatamente una via d’uscita.

Alla fine, grazie alla presa di posizione degli tutte le segreterie nazionali e di tutte le associazioni datoriali, le quali però propendono per l'annullamento delle elezioni, l'accusa formale nei nostri confronti si focalizza sulla mancata tempestività nell'adesione all’allegato del Contratto in cui è contenuto il regolamento per le elezioni (che non prevede termini) con l’automatica esclusione della lista USB decretata dalla commissione elettorale.

Quando la discussione finisce, come previsto dalla procedura contenuta nell'accordo interconfederale del gennaio 2014 all’Ispettorato del lavoro, dopo due mesi di discussione e tentativi di mediazione, lì il Comitato dei garanti, formato a larga maggioranza (manco a dirlo) da CGIL, CISL, UIL e Confindustria, dà ragione ai loro compari ma è costretto ad incassare il giudizio contrario dell’unica parte neutrale, l’Ispettorato, che ovviamente vota per l’ammissione della lista USB alle elezioni riconoscendo la correttezza del nostro operato.

Quindi, se si fosse trattato di un vero arbitrato tra due parti, con un arbitro, sarebbe finito con l'accoglimento del nostro ricorso ma, invece, la decisione del comitato è viziata dalla composizione a maggioranza dal sistema di chi da subito ha tentato di escluderci. Prevedendo l’esito scontato del Comitato dei garanti, l’USB si è rivolta al giudice del lavoro, rimettendosi ad un pronunciamento capace una volta per tutte di dirimere la questione. Il giudice però, dopo aver sospeso le elezioni indette, alla fine si è rifatto a Ponzio Pilato e si è astenuto dal giudicare il merito della vicenda ed ha semplicemente riconosciuto legittimo il Comitato dei garanti. In pratica, ha stabilito che le regole le dettano CGIL, CISL, UIL e Confindustria e che sono loro a fare il bello e il cattivo tempo. Era purtroppo uno dei possibili esiti del ricorso quello di non procedere di entrare nel merito ma non per questo possiamo rassegnarci.

Quindi oggi, a fine luglio, dopo cinque mesi di tira e molla, mentre siamo in piena discussione sul rinnovo del contratto nazionale e con la privatizzazione delle autorità portuali dietro l’angolo, nel Terminal più importante d’Italia, nella regione dove il governatore è ancora agli arresti domiciliari perché ritenuto al centro di un sistema di corruzione che coinvolge la politica, le imprese e lo stesso mondo sindacale, viene alla luce un sistema che impedisce che i lavoratori del PSA-GP possano eleggere liberamente i propri rappresentanti. Sembra che si abbia paura, in sostanza, che una rappresentanza sindacale non ammaestrata possa mettere in discussione i piani già scritti per il sistema porti italiano.

La democrazia sindacale in questo paese purtroppo non c’è da diversi anni. Lo abbiamo denunciato qualche giorno fa nel Convegno organizzato al Cnel e lo vediamo confermato ogni giorno da una lunga fila di casi sempre più evidenti. Tra questi, quello del Porto di Genova riveste una rilevanza indiscutibile, perché si produce in uno dei cuori nevralgici del sistema economico nazionale.

È inaccettabile che la democrazia venga calpestata così sfacciatamente. Ed è ancora più grave che questo avvenga nel silenzio della politica. USB metterà in campo tutti i mezzi a sua disposizione per impedire che prevalgano la prepotenza e il sopruso. Se vogliamo difendere quel poco di libertà che ancora resta in questo paese dobbiamo impedire che questa ingiustizia si realizzi. A Genova non devono passare. Dobbiamo fermarli.

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29/10/2023

UIL e CGIL rincorrono come lepri e cercano di oscurare l'USB

Deve essere stato un parto davvero difficile quello che ha prodotto da parte di UIL e CGIL, ma non della CISL, la proclamazione di scioperi regionali contro la manovra del Governo Meloni che, guarda caso, cominceranno il 17 novembre nel Lazio e, guarda caso, avranno carattere nazionale per il pubblico impiego e i trasporti.

Guarda caso, l'USB Pubblico Impiego aveva già proclamato dalla fine di settembre lo sciopero generale della categoria proprio per il 17 novembre, prevedendo per l'occasione una grande mobilitazione nazionale a Roma per portare la protesta delle lavoratrici e dei lavoratori pubblici fin sotto le finestre del Governo.

La decisione di CGIL e UIL di sovrapporre il loro sciopero generale di pubblico impiego a quello di USB ha l'evidente obbiettivo di utilizzare la benevolenza di gran parte della stampa mainstream nei loro confronti per oscurare lo sciopero e la manifestazione nazionale di USB. Dato che non si fidano poi tanto di riuscirci, hanno anche collocato nella stessa giornata lo sciopero generale, anche questo nazionale, dei trasporti, per rendere quanto più difficile ed oneroso possibile arrivare a Roma per la manifestazione nazionale di USB.

Definire un tale comportamento è operazione delicata, si rischia di incorrere in denunce, ma una cosa possiamo dirla con certezza non essendo la prima volta che una tale situazione si verifica, la coerenza di USB, non a fasi alterne a seconda di chi siede al governo, fa paura! Sanno che i lavoratori questa coerenza la riconoscono, che il malcontento cresce.

E allora bisogna utilizzare ogni strumento per cercare di oscurare le iniziative di mobilitazione e di lotta per i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici ad un vero contratto, con veri e sostanziosi aumenti salariali, con la richiesta pressante e fondata di stabilizzazione di tutti i precari e assunzione di almeno un milione di giovani (di oggi e di domani, visto che il 17 sarà anche la giornata internazionale dello studente e cioè dei futuri lavoratori) per ritornare ad essere efficienti e in grado davvero di fornire servizi adeguati e di qualità ai cittadini, per rilanciare la centralità della pubblica amministrazione e fermare la furia privatizzatrice che ha devastato i servizi sociali, a cominciare dalla sanità, anche grazie all'acquiescenza di CGIL CISL e UIL e soprattutto nascondere il più possibile il forte radicamento e la crescita di USB anche negli uffici pubblici.

Per quanto ci corriate dietro non riuscirete a fermarci.

17 NOVEMBRE SCIOPERO GENERALE DELL’USB PUBBLICO IMPIEGO

ORE 10 APPUNTAMENTO A PALAZZO VIDONI A ROMA, SOTTO LA FUNZIONE PUBBLICA

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03/09/2023

Il presidente e il sindacato

Giuste e doverose le iniziative spontanee di sciopero e gli scioperi dei sindacati di base.

Facciano di più e meglio e si muovano anche le confederazioni CGIL CISL UIL. Sostituiscano alle troppe parole, poche parole precise e tante azioni che diano senso al ruolo e alla necessaria reazione.

Le parole giuste alternate ai giusti silenzi le ha spese il Presidente della Repubblica, aggiungerne altre non serve. Le ha dette recandosi tempestivamente sul luogo mortale e ha rappresentato il dramma di un Paese, della Repubblica, facendo assurgere la strage di operai a dramma generale nazionale.

Il Presidente Mattarella ha capito prima e meglio di tanti altri, anche del sindacato, che è una strage di Stato, avvenuta in una impresa controllata dallo Stato, con i morti operai di una impresa in appalto.

C’è qui rappresentata tutta la fragilità e inadeguatezza del sistema Paese. Il Presidente, in quanto Capo dello Stato ha assunto su di sé, con quel gesto, la sua presenza, in quelle precise parole, il dramma e le responsabilità, le piaghe di tutto ciò che non funzionando ha portato all’epilogo peggiore, in immaginabile.

E a fronte di tale alto gesto, il moltiplicarsi di altre parole non serve. Servirebbe che chi rappresenta direttamente i lavoratori, il sindacato, nei suoi massimi vertici, agisse, ora, a rappresentare quel sentimento angosciante di ingiustizia, con una mobilitazione generale, simbolica e necessaria.

Serve ai lavoratori per sentirsi parte del rivendicato cambiamento chiesto e mai attuato, e quale momento di solidale presa di coscienza. Serve alla società, al Paese intero, per dire e ricordare che il lavoro è vita.

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06/05/2023

Rinuncia e complicità, cioè Landini

“Non è detto che lo sciopero generale risolva ... il governo ha i numeri per durare cinque anni”. Queste parole opportuniste e rinunciatarie di Landini rendono ancora più vergognoso il confronto tra noi e la Francia.

Con questi dirigenti sindacali Giorgia Meloni può aspirare a governare non per cinque anni, ma per un ventennio.

È chiaro oramai che la pratica concreta di CGILCISLUIL e dei suoi dirigenti, per le lavoratrici ed i lavoratori non è la soluzione, ma parte del problema.

Se si vuole risalire la china dallo sfruttamento schiavista dove è precipitato il lavoro negli ultimi trent’anni, bisogna avere la consapevolezza che questo disastro sociale è avvenuto con la passività e la complicità dei gruppi dirigenti di CGILCISLUIL.

Le lotte sempre più necessarie non potranno che partire senza e contro questi dirigenti, la loro burocrazia e le loro complicità.

*****

Eccolo qui Landini che fa finalmente coming-out sul suo orientamento sindacale. Ora i lavoratori sanno che – dopo aver perso diritti sul lavoro, alla salute, all’andare in pensione ad una età dignitosa e dopo aver visto firmare contratti di sfruttamento dalla paga oraria dichiarata incostituzionale – non è ancora il momento della sola protesta... perché ci vuole ben altro!

Questo non è più solo sindacalismo concertativo, questo va oltre e spiega come la macelleria sociale si sia consumata con la complicità di CGILCISLUIL.

Tentare di dissuadere dallo sciopero generale perché il governo Meloni ha i numeri per durare tutta la legislatura?!? Landini lo fa davvero.

Una supercazzola per spianare la strada a governi post-fascisti non solo per i prossimi 5 anni, ma per un ventennio. Un pretesto per spingere ad adottare un falso comportamento oppositivo in cui collusione e passività fanno la parte dei leoni.

Non sia mai che, come in Francia, i sindacati italiani portino la gente in piazza a manifestare il malcontento, dare concretezza alla propria infelicità.

Che non si turbino i sonni dei ricchi e potenti perché
“… Sempre allegri bisogna stare, che il nostro piangere fa male al re,
fa male al ricco e al cardinale, diventan tristi se noi piangiam“.
E ci credo che i francesi maltrattano i ministri italiani a cominciare da Meloni – “scelta dagli amici di Le Pen“. Disprezzo puro e diretto, somministrato senza zucchero.

Ora i lavoratori lo capiranno che CGILCISLUIL sono uno dei problemi? Avranno consapevolezza che sono il nemico insieme ai poteri forti dell’economia e della finanza?

Lo sanno che se vorranno aprire una stagione di lotte per ridare dignità al lavoro e alla vita, quelle lotte dovranno farle anche contro questi “sindacalisti”?!?

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03/05/2023

Hanno fatto la festa al lavoro

Il Consiglio dei ministri del 1° maggio 2023 sarà ricordato come uno dei momenti più alti dell’odio verso i lavoratori e i poveri manifestato da questo Governo, ma anche come esito prevedibile di una politica economica che la cosiddetta opposizione (politica e sindacale) contesta in maniera ingenua e approssimativa, quando va bene, o esplicitamente da destra (!) quando va male.

Dal Consiglio dei ministri è uscito un provvedimento vergognoso, un mostro a tre teste che devono essere analizzate singolarmente ma sempre ricordando che sono tenute insieme dall’unico legame rappresentato dal fatto di essere un attacco al lavoro e ai lavoratori. Veniamo ai dettagli.

1) La prima testa del mostro è il provvedimento sul cuneo fiscale: per il periodo luglio-dicembre si prevede un ulteriore taglio alla parte contributiva del cuneo di quattro punti percentuali per i redditi fino a € 35.000 annui. Abbiamo già spiegato più volte perché la storiella che per rilanciare i salari occorra intervenire sul cuneo fiscale sia né più né meno che una farsa, e stavolta gli attori di questa triste recita sono stati non solo i ministri, ma anche le organizzazioni sindacali che erano state convocate il giorno prima dalla Meloni per illustrare il provvedimento (incontro in cui erano presenti solo la triplice confederale e il sindacato di destra UGL, mentre erano escluse tutte le sigle del sindacalismo conflittuale). A sentire i rappresentanti della triplice, il provvedimento sarebbe infatti in sé giusto (“è quello che noi chiedevamo da anni”, sono arrivati a dire...) e il suo unico limite sarebbe quello di essere temporaneo (la misura, come il taglio precedente in legge di bilancio, scade al 31 dicembre di quest’anno). È l’esito triste e prevedibile di una contestazione miope che dimentica di vedere l’altra faccia della medaglia, e cioè il fatto che questa misura sarà finanziata attraverso tagli alla spesa sociale, perfino quando questi tagli sono nello stesso provvedimento, come quello al reddito di cittadinanza (ci arriviamo fra un attimo).

Va dato atto al nemico di essere quantomeno molto più sincero, esplicito e con le idee chiare rispetto ai sindacati confederali complici di questo scempio: il Governo, nel Documento di Economia e Finanza (DEF), aveva ammesso candidamente che il taglio al cuneo fiscale serve a favorire la moderazione salariale (quindi a impedire che i salari aumentino). È tutto scritto nero su bianco nel DEF, basta leggere: il taglio del cuneo fiscale “...contribuirà alla moderazione della crescita salariale. Unitamente ad analoghe misure contenute nella legge di bilancio, questa decisione testimonia l’attenzione del Governo alla tutela del potere d’acquisto dei lavoratori e, al contempo, alla moderazione salariale per prevenire una pericolosa spirale salari-prezzi”. Ma stavolta alcuni commentatori già fanno un passo in più; in un articolo sul Corriere della Sera del 1° maggio (riprendendo un concetto già espresso su La Voce) si svolge infatti il ragionamento che segue: questi continui tagli al cuneo fiscale, o meglio al cuneo contributivo, stanno determinando maggiori oneri a carico della fiscalità generale, e questo alla lunga è insostenibile; l’unico modo per renderlo fattibile nel medio periodo (perché anche l’autore non discute il fatto che il taglio sia in sé giusto) è allora quello di innalzare l’età pensionistica, in modo da “recuperare” i minori contributi versati che non devono essere più compensati dalla fiscalità generale. Sissignori, avete letto bene: mentre la Francia è giustamente paralizzata (e anche questo è curiosamente taciuto e fatto passare sottotraccia dai maggiori sindacati italiani) per contrastare una riforma che certo guarda al modello italiano, ma senza avere il coraggio di farla tanto sporca, da noi qualcuno pensa bene di alzare l’asticella ancora più in alto, usando proprio il grimaldello del taglio al cuneo!

La parte fiscale del provvedimento del primo maggio si completa poi con l’innalzamento della soglia per i fringe benefit, esclusivamente per i lavoratori dipendenti con figli a carico (nota di colore patriottica). Si tratta di somme riconosciute ai lavoratori a pura discrezione del datore di lavoro, e spesso neanche in moneta ma sotto forma di agevolazioni varie (buoni benzina, carte spesa, etc.); insomma ancora una volta un trucco per far passare l’idea di dare qualcosa ai lavoratori ma evitando di andare ad aumentare i salari.

2) La seconda testa del mostro del 1° maggio è, come già accennato, la cancellazione del reddito di cittadinanza, che sarà sostituito da due nuove misure: una forma di sostegno (massimo 480 euro) per le famiglie in situazione di difficoltà e nel cui nucleo familiare siano presenti minorenni, persone con disabilità o ultra 65-enni e, per i soggetti in condizione di povertà assoluta ma ritenuti “occupabili”, un assegno ancora inferiore (350 euro), subordinato alla frequenza di qualche mitico “corso di formazione”. Rispetto all’attuale (e già insufficiente) misura del reddito di cittadinanza è una vera e propria debacle: l’assegno viene ridotto a tutti, in particolare tagliando la parte riconosciuta quale sostegno per l’affitto; in un paese dove l’emergenza abitativa è ormai fuori controllo, infatti, è innalzata la soglia ISEE per essere considerati meritevoli di tale supporto. Viene inoltre inasprito il meccanismo implacabile per cui se benefici del sostegno sarai poi obbligato ad accettare anche la proposta di lavoro più infame, al costo, altrimenti, di perdere tutto. Infine, con assoluto sprezzo del ridicolo, la Ministra del Lavoro Calderone – ripetendo la favoletta che in Italia il lavoro c’è, ma manca l’incrocio fra domanda e offerta – ha promesso di risolvere la questione attraverso qualche app o piattaforma digitale che – a mo’ di agenzia per cuori solitari – farà finalmente incontrare le imprese desiderose di offrire sontuosi e ben remunerati impieghi con lavoratori un po’ pigri che non si prendono la briga di rispondere alle offerte di lavoro.

3) Lavoro (e veniamo alla terza testa del mostro) che sarà comunque probabilmente a tempo determinato: il Governo, infatti, in perfetta continuità con quanto già operato dal Governo Draghi, attenua ulteriormente i già timidi vincoli posti all’utilizzo di contratti a tempo determinato, che ora potrà essere imposto e prorogato (fino a 24 mesi) senza neanche prendersi la briga di spiegare perché. Il provvedimento, infatti, amplia e rende molto più generiche le causali in base alle quali ad una impresa è permesso procedere con assunzioni a termine, rendendo in questo modo ancora più semplice disfarsi dei lavoratori (o semplicemente ruotarli per aumentare la loro ricattabilità). Anche in questo caso, la realtà per il Governo è solo un fastidioso accidente: i dati infatti dimostrano che i contratti a tempo determinato sono spaventosamente diffusi in Italia, anche grazie alle varie “riforme” del mercato del lavoro messe in atto da tutti i Governi negli ultimi 30 anni (a partire dal pacchetto Treu targato centro-sinistra). Gli ultimi dati ISTAT certificano la presenza di circa 3 milioni di occupati con contratto a tempo determinato, pari al 16,2% dei lavoratori dipendenti. Un numero confermato anche dall’Osservatorio sul precariato dell’INPS che parla di 2 milioni e 950 mila precari in Italia a febbraio 2023.

Le misure del Governo sono dunque un attacco al lavoro dipendente e alle persone più fragili, oltre che l’ennesimo assist alle imprese per garantire i loro profitti assicurando che non debbano aumentare gli stipendi. Il Governo ha scelto provocatoriamente la data del 1° maggio per sferrare questo attacco al lavoro e ai lavoratori, ma maggio è un mese lungo; occorre costruire, da qui al 26 maggio, una opposizione reale a questa politica economica che parta dal rimettere al centro, per davvero, il lavoro e il salario.

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10/04/2023

La lotta di classe e i cani di guardia del capitale

Ho telefonato a Guido Salerno Aletta e ho chiesto alcune delucidazioni sul suo pezzo “L’inflazione morde, ma famiglie e imprese investono“, che potrebbe essere considerato come troppo magnanimo nei confronti delle imprese.

Lui specifica: “Pasquale, ho detto tutto, l’importante è che i profitti vadano ad investimenti e non se li imboschino. Ognuno fa il suo mestiere. Le imprese fanno bene a fare profitti ed investimenti. Gli altri stanno zitti. I sindacati non fanno niente, tanti anni fa si illusero di essere ‘nuova classe dirigente’ con i fondi previdenziali. Campano di pratiche ai Caf, come dice Stalin si sono ‘burocratizzati’. Sono i sindacati, i lavoratori, mediante una sana lotta di classe, che devono recuperare il salario reale”.

Ognuno faccia il proprio mestiere.

Come ho scritto nel libro Piano contro mercato, il nemico è il neocorporativismo, inaugurato da Ciampi, Amato, Draghi e Prodi nei primi anni Novanta, e da allora in vigore.

Esso prevedeva la “concertazione“, tavoli a triade Governo-Sindacati confederali-Associazioni di Categoria che escludevano i sindacati di base. I confederali in 30 anni non hanno mai avuto come controparte il fronte datoriale, bensì lo Stato. In questo hanno seguito la moda di interi partiti di attaccare le strutture statuali, la funzione pubblica, i settori pubblici, in nome della “concertazione”.

In cambio ebbero fondi previdenziali, porte aperte nei canali dell’amministrazione pubblica e nel privato o in quel che rimaneva delle partecipazioni statali.

La loro funzione da allora è essere cani da guardia del capitale, come tutti i partiti della Seconda Repubblica, anche quelli, una volta entrati al Parlamento, che si acquietarono.

La lotta di classe scomparve, era rimasta solo nel sindacalismo di base, boicottato, oggetto di attenzione da parte della giustizia borghese; i lavoratori divennero individualisti, poco propensi ad essere solidali, homo homini lupus, sentirono come nemici prima i meridionali poi i migranti, facendo la fortuna del capitale.

I media, la tv, rincoglionirono la classe lavoratrice, che si affidò a “pifferai magici”.

I cani da guardia del capitale contribuirono a che i salari, che negli anni Settanta costituivano il 62% del pil, scendessero al 48% del pil. La guerra di classe condotta in nome dell’Ue, del fronte occidentale, dell’asset inflation, del mercantilismo e della deflazione salariale, resa possibile dalla caduta del Muro di Berlino, che ci trasformò in una sorta di DDR mediterranea, contribuì alla ripresa dei profitti industriali, commerciali e della rendita finanziaria erosi dal conflitto di classe negli anni Settanta.

Siamo fantasmi. Ieri leggevo che i confederali se la prendono con lo Stato. Ma quello Stato non c’è più, quel che rimane è un condominio di Confindustria, che loro servono sempre. Fino a quando tutte le strutture pubbliche rimaste scompariranno, e vedremo gli zombie nelle città come in Usa.

Ricevo poi all’alba di oggi, dall’Asia, una critica al mio post di ieri. Non si tratterebbe di “neocorporativismo” – per colpa di un errore concettuale della rivista dove, entrambi, io e lui, scrivevamo – ma di “meccanismi di cooptazione di un ceto sindacale e politico“.

Il corporativismo, soprattutto degli anni del dopoguerra, anche grazie alla lotta di classe, prima dei braccianti, poi del ceto operaio, portò riforme sociali che innescarono meccanismi di benessere.

Quanto al corporativismo attuale, presente in Asia, esso porta alla reflazione salariale, contrariamente che da noi.

Ieri sera ho letto su Lantidiplomatico un pezzo di un componente del direttivo di Cumpanis e di un delegato milanese della Fiom di Milano in merito alle risultanze del Congresso della Cgil. Particolarmente, mi ha colpito il loro indirizzare l’attacco sulle posizioni di Landini in merito ai fondi previdenziali e soprattutto alla “sanità integrativa”.

Ebbene, tutto si tiene. I confederali si dimostrano sempre più “soggetti finanziari”, autori di raccolta di parte di salario, diretto, indiretto e differito, sull’altare del capitale finanziario.

La critica allo Stato è come se fosse un modo per dire che – nel futuro assetto del welfare privatizzato – loro, al pari di quanto successo con la concertazione inaugurata nel 1992, debbano avere un ruolo, in cambio di “pace sociale” essendo sempre più cani da guardia del capitale.

L’attacco concentrico, statuale, privatistico (da parte delle categorie economiche e dei confederali) alle strutture pubbliche porterà al loro dissolvimento.

Giustamente, tre settimane fa, Guido Salerno Aletta, nel delineare il futuro assetto del welfare privatizzato mediante fondi e sanità integrativa, rimarcava che, in un contesto trentennale di deflazione salariale, ben pochi denari della busta paga rimarrebbero per il finanziamento di tali fondi.

In questo sovviene la contrattazione aziendale che, da un po’ di anni, ha inaugurato il welfare aziendale, nelle grandi imprese e nelle reti di imprese.

Rimane il fatto che, anche in assenza di costruzione di alloggi pubblici, di deflazione salariale, di welfare privatizzato, il tasso di natalità crollerà sempre più.

Da questo punto di vista, il principio di politica economica che Meloni dice di voler seguire, basato tutto su crescita di natalità e pil, è smentito dalle sue azioni e da quelle dei soggetti economici e sindacali (confederali).

Musk ieri ha scritto: “l’Italia sta scomparendo“. Perciò, chi vive di salari e stipendi, si guardi intorno e possibilmente scelga sindacati di base, gli unici contro il welfare privatizzato.

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21/03/2023

CGIL ultimo atto

Un Presidente del Consiglio non aveva mai partecipato ad un congresso della CGIL. Al massimo, che io mi ricordi, qualche ministro del lavoro. E invece la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, a capo del governo più reazionario e ferocemente anticlassista e razzista dalla fine del dopoguerra, non si è fatta pregare ed ha accettato l’invito di Landini, il quale le ha fatto così, un insperato regalo, proprio dopo la tragedia di Cutro e la infinita serie di gaffes dei suoi gregari di governo, concedendole una splendida passerella oltre che una sostanziale legittimazione.

Al di là delle sue parole su una riforma del fisco che premia ricchi ed evasori, quelle al veleno sul reddito di cittadinanza e sul salario minimo (da sempre avversato anche dalla CGIL), il suo intervento dal palco del congresso nazionale di ciò che, un tempo, fu il più grande sindacato di classe italiano, assume si un valore simbolico di quelli che segnano la fine definitiva di un’epoca ma arriva alla fine di un lungo percorso che ha portato ad una vera e propria mutazione genetica della CGIL.

Ma qual è la storia di questa progressiva metamorfosi?

Già nel 1977 dirigenti del Partito Comunista Italiano presero a seguire la strada della collaborazione con la Democrazia Cristiana. Il ministro degli Interni, Cossiga riteneva che condizione per far entrare il Partito Comunista nella maggioranza fosse data “dalla capacità o meno di far accettare alla classe operaia i sacrifici necessari per uscire dalla crisi economica”. (da la Repubblica).

E guarda caso, il 24 gennaio 1978, sempre sul quotidiano la Repubblica, comparve un’intervista all’allora segretario generale della CGIL, Luciano Lama, divenuta celebre, intitolata “Lavoratori stringete la cinghia”.

Lama prese spunto dall’annoso problema della disoccupazione, argomentando “Ebbene, se vogliamo esser coerenti con l’obiettivo di far diminuire la disoccupazione, è chiaro che il miglioramento delle condizioni degli operai occupati deve passare in seconda linea”.

Poche settimane dopo, a metà febbraio ci fu la famosa “svolta dell’Eur”. Si tenne una conferenza sindacale al palazzo dei congressi dell’Eur di Roma. La linea che ne scaturì s’imperniava su due elementi: 1) la moderazione salariale 2) un programma di investimenti per garantire la fatidica “occupazione” come contropartita. La tesi di Luciano Lama era che i maggiori sacrifici dei lavoratori avrebbero permesso ai padroni di accumulare il capitale necessario per gli investimenti e ciò avrebbe avuto senz’altro una ricaduta positiva sull’occupazione.

In un sol colpo la CGIL aveva messo in soffitta le argomentazioni di Karl Marx riguardo al fenomeno della disoccupazione in quanto prodotto necessario dell’accumulazione capitalistica, ovvero, della tendenza del sistema capitalistico a generare, in virtù delle sue proprie dinamiche, una quota di popolazione eccedente rispetto alle esigenze di valorizzazione del capitale.[1]

Risultato? Nel 1977 il tasso disoccupazione era al 3,7% mentre oggi è al 7,9%.

Poi, a partire dagli anni Ottanta i diritti dei lavoratori sono stati aggrediti da una serie di leggi che hanno smontato pezzo per pezzo tutto ciò che era stato faticosamente conquistato nei decenni precedenti. Dal taglio della scala mobile del 14 febbraio del 1984 fino alla sua abolizione nel 1992.

Ma la vera svolta fu il protocollo del 23 luglio 1993 che introdusse la cosiddetta “politica dei redditi” (aumenti dei salari legati alla produttività ed al tasso previsto di “inflazione programmata” e non più all’inflazione “effettiva”, ovvero quella rilevata dall’Istat al termine dell’anno di riferimento) e la “concertazione” (collaborazione con i governi a priori e fine del conflitto).

Il lavoro ritornava ad essere una variabile dipendente del capitale e tutti i risultati dei decenni di gloriose e sanguinose lotte operaie venivano di colpo azzerati. Protagonisti di quell’accordo furono Carlo Azeglio Ciampi, presidente del Consiglio, e Gino Giugni, ministro del Lavoro. I sindacati erano rappresentati da Bruno Trentin, Sergio D’Antoni e Piero Larizza. Luigi Abete per la Confindustria.

Soltanto un anno prima c’era stata l’abolizione della scala mobile con la scusa delle crisi valutaria e finanziaria che avevano colpito la lira e che minacciavano di precludere l’ingresso dell’Italia nella futura Unione Europea per mancato raggiungimento degli obiettivi economici. La necessità di contenere tassi di interesse ed inflazione divenne quindi prioritaria e la tesi dominante fu che la rivalutazione automatica delle retribuzioni provocava un’inflazione eccessiva.

Si decise, pertanto, di abolire la scala mobile “per contenere l’inflazione”. In pratica, con questa azione si agì contenendo il costo del lavoro per consentire alle imprese di poter continuare a fare profitti nella congiuntura sfavorevole sfruttando il minor costo del lavoro ed allo Stato di ridurre la spesa tramite il contenimento del costo dei dipendenti pubblici.

E così i lavoratori, grazie a CGIL-CISL-UIL, si fecero carico della crisi valutaria attraverso la compressione delle retribuzioni senza avere in cambio alcun beneficio dal raggiungimento dell’obiettivo finale: l’introduzione dell’euro.

Il nuovo meccanismo si dimostrò presto totalmente inadeguato poiché tutti i governi che si succedettero dal 1993 in poi indicarono sistematicamente una percentuale di inflazione programmata inferiore a quella reale mentre le trattative per il rinnovo dei contratti venivano chiuse sempre in ritardo con la conseguenza che l’aumento delle retribuzioni avveniva solo dopo che il costo della vita era già aumentato.

Come non ricordare poi il sostanziale appoggio di CGIL, CISL e UIL alla riforma Dini del 1995[2] che decretò la svendita delle pensioni di anzianità e la fine del sistema previdenziale basato sul principio di solidarietà mediante l’introduzione del calcolo contributivo e l’innalzamento progressivo dei requisiti anagrafici e contributivi in cambio della ben remunerata partecipazione dei funzionari sindacali ai consigli di amministrazione dei fondi pensione?

Fu l’inizio dell'abbuffata delle grandi compagnie assicurative sulla pelle dei lavoratori in combutta con le principali centrali sindacali del paese. E pensare che, appena un anno prima, La CGIL di Cofferati aveva portato in piazza, a Roma, circa un milione e mezzo di persone per manifestare contro il primo Governo Berlusconi e la sua riforma delle pensioni che, poi, venne per l’appunto ritirata sebbene non avesse un contenuto sostanzialmente diverso dalla successiva riforma Dini, eccezion fatta per un punto niente affatto secondario: ovvero, i consigli di amministrazione “chiusi”, meglio noti come “enti bilaterali” con dentro, guarda un po’, CGIL, CISL e UIL.

E non fu affatto un caso che l’allora ministro del lavoro Tiziano Treu fece approvare, appena un anno dopo, la Legge 564/1996[3], che permette ancora oggi ai dirigenti sindacali apicali di ottenere una pensione d’oro anche dopo soltanto un mese trascorso nella carica.

Lo stesso ministro che nel 1997 non trovò nessuna resistenza sindacale al suo pacchetto legislativo in tema di diritto del lavoro – noto proprio come “pacchetto Treu” – dietro il solito pretesto della “lotta alla disoccupazione” che introdusse la così detta “flessibilità”, e l’odioso “lavoro interinale” (leggi: legalizzazione del caporalato di massa), il job sharing ed altre innumerevoli forme contrattuali di lavoro atipico, sino ad allora estranee al diritto del lavoro in Italia.

Poi fu il turno della “legge Biagi“[4] del 2003 che peggiorò ulteriormente il quadro introdotto dalla legge Treu allargando a dismisura il lavoro precario mediante una drastica riduzione di diritti e tutele e facendo venire meno le possibilità di intervento della magistratura nelle questioni di lavoro oltre a dar luogo alla proliferazione delle più svariate forme di lavoro atipiche come risposta alle pressioni dei padroni che potevano così essere più competitivi nel mercato del lavoro globalizzato.

E poi il decreto Sacconi del 2011[5] che consentiva accordi sindacali al ribasso rispetto ai Contratti Collettivi Nazionali del Lavoro e, nel 2012, la cd. “Legge Fornero” con cui si è giunti ad una “liberalizzazione” del sistema dei voucher ampiamente usati anche da CGIL e CISL[7]

E ancora il decreto Poletti del 2014[6] che ha ulteriormente favorito la precarizzazione facendo aumentare i contratti a tempo determinato e quelli di apprendistato.

Ed infine, il D.l. 23/2015[8], meglio conosciuto come il famigerato “Jobs Act” che ha abrogato l’articolo 18 della legge 300/1970, ovvero una delle colonne portanti dello Statuto dei Lavoratori cancellando l’obbligo di reintegro del lavoratore licenziato ingiustamente per le aziende con più di 15 dipendenti, sostituendolo con un’indennità monetaria che andava da un minimo di 4 a un massimo di 24 mensilità da stabilire in base all’anzianità di servizio.

Lo smantellamento dei diritti e delle tutele dei lavoratori ed il massiccio processo di precarizzazione dei rapporti di lavoro ha avuto come conseguenza anche l’aumento dei fattori di rischio di morte ed infortunio nelle aziende che, galvanizzate da un quadro legislativo così sbilanciato a loro favore e dal clima “concertativo”, hanno risparmiato i costi della sicurezza scaricandoli sulla salute e sulla vita dei lavoratori.

Se fino al 2000 in Italia si era assistito ad un forte decremento sia degli infortuni, sia dei morti sul lavoro, dopo siamo di fronte a numeri da strage di massa. Nel decenio 2009 -2019, saranno 17 mila morti e nel 2022 secondo i dati raccolti da Unione Sindacale di Base e Rete Iside Onlus sono stati almeno 1089 i morti di lavoro.

L’ultima trincea del welfare state è quella del diritto alla salute previsto dall’art. 32 da anni sotto il fuoco incrociato del progressivo taglio di risorse dal fondo sanitario nazionale, dell’inserimento della sanità integrativa nei contratti nazionali di lavoro (dietro la spinta dei grandi gruppi assicurativi) e del disegno di legge per l’attuazione dell’autonomia differenziata. Ciò proprio mentre tutti i dati dicono che la fine del Sistema sanitario nazionale pubblico e universalistico è sempre più vicina[9].

La domanda finale è: cosa ha fatto la CGIL per impedire questa deriva che in circa 30 anni ha progressivamente fatto a pezzi tutte le precedenti conquiste del movimento dei lavoratori? La risposta la si trova nella totale subalternità politica e strutturale di CGIL, CISL e UIL a tutti i governi – tecnici e politici – cui la maggior parte dei suoi dirigenti ha fatto sempre da docile sponda a tutti i provvedimenti peggiorativi per le condizioni di vita di milioni di persone per poi essere ripagati con un posto da deputato o senatore della Repubblica.

La CGIL (come gli altri sindacati concertativi, ormai completamente statalizzati e sovvenzionati a suon di miliardi dallo Stato) nell’arco di un trentennio, si è trasformata in un mastodontico apparato autoreferenziale in mano a grigi funzionari, bene inseriti nei sistemi di potere locali e regionali, che ha come unica finalità la propria autoriproduzione e che si occupa soltanto di “servizi” (mediante l’uso di manodopera precaria a basso costo) e di polizze assicurative, sia previdenziali che sanitarie.

La debacle, ovvero, la mutazione genetica della CGIL che – analogamente a quanto avvenuto nel passaggio dal PCI all’attuale PD – affonda, dunque, le sue radici in un tempo ormai lontano in cui recise ogni relazione con la propria storia e con le propri ragioni fondanti.

Ecco perché chi vede la capitolazione della CGIL soltanto nell’intervento della Meloni al suo ultimo congresso nazionale appare più legato sentimentalmente ai simboli che alla sostanza (andata via da un pezzo), oltre che essere in evidente deficit di memoria storica.

Note

[1] Karl Marx, “Il capitale” libro I , sezione VII, il processo di accumulazione del capitale , capitolo 23

la legge generale dell’accumulazione capitalistica

[2] LEGGE 8 agosto 1995, n. 335 “ Riforma del sistema pensionistico obbligatorio e complementare”

[3] Con l’art.3, comma 9 del decreto legislativo 564/96 il diritto alla contribuzione figurativa per i periodi non retribuiti di aspettativa per cariche sindacali è previsto anche per i lavoratori iscritti ai fondi esclusivi dell’assicurazione generale obbligatoria

[4] Riforma del mercato del lavoro avviata con la legge 30/2003 di delega poi perfezionata con il d.l. 276/2003

[5] Decreto Legge 13 agosto 2011, n. 138 recante ”Ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo”

[6] D.L. 20 marzo 2014 n. 34, c.d. decreto Poletti noto come “prima parte del Jobs Act”

[7] https://contropiano.org/news/politica-news/2017/02/24/campioni-del-lavoro-nero-legalizzato-voucher-mani-basse-scheletri-nellarmadio-089251

[8] DECRETO LEGISLATIVO 4 marzo 2015, n. 23 “ Disposizioni in materia di contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti, in attuazione della legge 10 dicembre 2014, n. 183”

[9] https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2023/03/09/il-sistema-di-cure-per-tutti-e-gia-finito-e-un-disastro-sociale-ed-economico/7090282/

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