Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
29/09/2026
Svizzera - Vince il no al referendum: rimane la neutralità filo-europeista
Con un’affluenza (fisica o con voto per corrispondenza) che si è fermata al 47%, il “no” si è attestato al 70,15%. Il quesito denominato “Iniziativa sulla neutralità” (ve n’era anche un altro su temi alimentari) chiedeva l’iscrizione nella Costituzione di una formulazione più precisa della neutralità svizzera, che ad oggi lascia spazi “interpretativi” dei margini entro cui essa si esercita.
Per questo, il voto referendario ha rappresentato non tanto un dibattito sull’ordinamento interno, quanto piuttosto un duro scontro politico sull’allineamento strategico del paese, e il “no” segnala la sua adesione alla deriva guerrafondaia unioneuropeista, seppur nelle specifiche forme elvetiche. Oltre che, ovviamente, un confronto tra varie forze politiche del paese.
Nei fatti, la modifica sostanziale della Costituzione riguardava l’introduzione della frase che avrebbe impegnato la Svizzera a non adottare “misure coercitive non militari nei confronti di Stati belligeranti”, tolti i provvedimenti delle Nazioni Unite. Il vero oggetto del voto è stato, in sostanza, l’implementazione di sanzioni come quelle che sono già state comminate alla Russia.
La contrarietà alla cosiddetta “Iniziativa sulla neutralità” è stata presentata come un’opzione di concretezza rispetto ai margini da tenere nell’applicazione effettiva della posizione di neutralità, compresa la cooperazione di sicurezza con i “vicini”. Il “sì” al referendum avrebbe pure impedito di continuare la collaborazione e le esercitazioni congiunte intraprese da tre decenni con la NATO.
Dietro le retoriche usate dai fautori del “no”, la battaglia referendaria è apparsa sin da subito consumarsi intorno all’allineamento elvetico sulle faglie della “guerra mondiale a pezzi” che viviamo, e sull’adesione sempre più spinta della Svizzera alla deriva guerrafondaia occidentale.
Il referendum è stato promosso dall’organizzazione Pro Svizzera, di chiaro stampo nazionalista, ed è stato sostenuto anche dall’Unione Democratica di Centro (UDC), la principale forza conservatrice elvetica. Hanno avuto gioco facile dunque i filo-europeisti e filo-atlantisti a presentare il “no” sia come una battaglia contro le destre sia come un atto di resistenza all’ennesimo tentantivo di interferenza nel paese da parte di agenti stranieri, leggasi russi.
Ma i quesiti referendari, come da sempre succede pure nel nostro paese, avevano ricevuto sostegno anche da forze molto lontane nello spettro politico, proprio perché il nodo era la modifica della carta fondamentale di tutta la comunità politica, e l’interpretazione da dare agli impegni costituzionali presi da Berna nell’arena internazionale.
Bisogna evidenziare che molti commentatori elvetici hanno espresso preoccupazione per lo smantellamento del regime sanzionatorio adottato contro Mosca, che avrebbe invogliato i capitali russi a trasferirsi verso la Svizzera per eludere le misure adottate da altri stati, con il rischio di subire poi contromisure punitive da parte dei partner occidentali.
Oltre a palesare la leva di potere mossa dalle potenze occidentali, è proprio questo genere di ricatto unilaterale che una vera neutralità dovrebbe disinnescare. Paradossalmente, l’iniziativa promossa da Pro Svizzera, da sempre contraria al “centralismo da parte delle organizzazioni internazionali” (si legge sul suo sito), avrebbe favorito la “centralità” dell’ONU quale unico tutore del diritto internazionale, squalificando le misure sanzionatorie unilaterali occidentali, costruite per uccidere più che per dissuadere.
Durante la campagna referendaria, il capo del Dipartimento federale degli affari esteri, Ignazio Cassis, aveva ribadito che la neutralità elvetica non era mai stato un dogma statico: “neutralità non significa che la Svizzera debba voltarsi dall’altra parte quando si verifica una palese violazione delle regole internazionali”.
Proprio Cassis, nel febbraio scorso, è stato al centro della denuncia di 25 avvocati che hanno sporto denuncia presso la Corte Penale Internazionale per la complicità elvetica in crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio nella Striscia di Gaza. Un doppio standard a cui siamo, purtroppo, abituati fino alla nausea, e che non risparmia la “neutralità” svizzera.
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31/08/2026
Gli islandesi non si fanno incantare dalle sirene europeiste
Il popolo islandese ha detto no ai negoziati per l’adesione all’Unione europea. Con il 52,8% contro 47,2%, gli elettori islandesi ha nuovamente respinto l’idea di riavviare il processo di adesione, sospeso già nel 2013.
Il referendum non era un voto diretto sull’adesione all’UE, ma, di fatto, gli islandesi non si sono fatti incantare dalle sirene “europeiste” negando alla UE di poter aggiungere un altro tassello al proprio mosaico di controllo su tutta l’Europa.
Neanche l’aver agitato il fantasma delle minacce di Trump sulla regione artica ha invogliato gli islandesi ad aggregarsi alle UE, anche se le concionerie di Trump, che in alcune occasioni ha anche confuso la Groenlandia con l’Islanda, hanno messo in evidenza la crescente importanza di una regione cruciale per gli equilibri geopolitici nell’Artico.
Per i sostenitori dell’adesione all’UE, la postura degli Stati Uniti doveva rafforzare l’argomento secondo cui il Paese sarebbe più al sicuro all’interno dell’Unione.
La campagna referendaria è stata invece dominata dalle divergenze che da anni plasmano il dibattito islandese sull’adesione all’UE: la sovranità, il modello economico del Paese e il controllo della pesca e dell’agricoltura rispetto alle ingerenze europee.
L’Islanda aveva già dimostrato la propria dignità durante la crisi bancaria del 2008. Il 7 ottobre 2008, mentre i mercati finanziari globali sprofondavano nel panico dopo il collasso della Lehman Brothers, il governo islandese decretava la nazionalizzazione delle principali banche del paese, i cui attivi, dopo un periodo di deregolamentazione e rapida espansione, avevano raggiunto una dimensione equivalente a 10 volte il totale dell’economia nazionale.
L’UE puntava molto sull’Islanda in quanto sta cercando di rilanciare l’annessione di altri stati europei come progetto strategico, accelerando il percorso di adesione per Ucraina e Moldova, tentando di includere la Georgia e tenendo all’amo i Paesi dei Balcani occidentali tramite promesse di investimenti e partenariati.
L’inclusione dell’Islanda nel gruppo dei Paesi candidati avrebbe offerto una nuova immagine sulla strategia di allargamento, dimostrando che l’adesione è ancora attrattiva anche per i Paesi ricchi e non solo per quelli più arretrati.
Quello che voleva essere un nuovo fattore di successo si è trasformata in un danno di immagine per Bruxelles ma è anche una ulteriore conferma che ogni volta che sulla UE e i suoi trattati vengano chiamati ad esprimersi democraticamente le popolazioni, queste ultime bocciano sonoramente l’apparato dell’Unione Europea che le classi dominanti hanno costruito e imposto all’Europa.
È bene ricordare che nel 2005 i francesi e olandesi respinsero nei referendum il Trattato costituzionale proposto, infliggendo un duro colpo al tentativo dell’UE di dotare il proprio progetto politico di una legge costituzionale di ispirazione chiaramente liberista. La Grecia disse No al memorandum della troika europea nel 2015. La Danimarca, l’Irlanda e la Svezia hanno visto più volte la popolazione dire NO ai trattati europei nei referendum. E poi c’è stata la Brexit nel 2016. In Italia non si è voluta nemmeno discutere la legge di iniziativa popolare di modifica costituzionale per consentire un referendum sui Trattati Europei.
Come nei casi precedenti, questo “no” a nuovi negoziati per la adesione dell’Islanda alla UE indica che a livello popolare “l’europeismo” delle classi dirigenti non trova affatto consensi e che marcia sempre più spesso per imposizione e negazione della verifica democratica attraverso i referendum. Se l’Europa è uno spazio politico importante, l’Unione Europea è una montagna di merda, è bene dirselo con estrema franchezza.
Rompere questa gabbia costruita dalle classi dominanti europee rimane un tema centrale dell’agenda politica, soprattutto adesso che la UE mostra chiaramente la sua natura reazionaria e guerrafondaia.
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29/04/2026
Italia il gradimento per la Nato ancora tiene, ma sui Trattati internazionali ancora paura di andare a verifica
Alla domanda “Se ci fosse un referendum per valutare la permanenza o meno nella Nato, lei che voterebbe”, secondo il sondaggio, il 52% degli intervistati da Swg risponde che il nostro Paese deve rimanere nella Nato. E qui vengono i problemi. Infatti questa percentuale è calata del 4% rispetto ad un analogo sondaggio del 2022.
Non solo. Il 25% vede bene l’Italia fuori dalla Nato e il 23% risponde di non sapere. Curiosamente gli elettori di destra e del Pd sembrano pensarla in modo molto simile. Infatti, nel 52% di chi vuole rimanere fedele alla Nato, stando ai dati raccolti da SWG, il 74% sono elettori di Fratelli d’Italia; il 72% di quelli di Forza Italia e il 61% quelli del Partito Democratico.
Qualche giorno prima, la pagina Termometro Politico aveva pubblicato i risultati di un proprio sondaggio che dava risultati decisamente diversi da quelli rilevati da Swg e pubblicizzati con grande eccitazione da Enrico Mentana su “La 7”.
Nel 2022 in un altro sondaggio – in questo caso di IndexResearch per Piazzapulita – quelli che mostravano di gradire “poco o per nulla” l’operato della Nato raggiungevano il 60,8%, quelli che invece la apprezzavano “molto o abbastanza” si fermavano al 25,4% e i “non sa/non risponde” al 13,8%.
A marzo scorso era stato reso pubblico un altro sondaggio di Youtrend in cui per il 43% degli intervistati, l’esercito comune europeo è auspicabile ma difficile da realizzare, e per il 50% degli italiani che ritengono auspicabile l’esercito comune europeo, non si deve abbandonare la Nato.
Sul fatto che l’Europa investa di più sulla difesa invece il 45% è favorevole, mentre il 34% contrario. Su quale debba essere lo scopo principale dell’esercito unitario europeo il 31% ritiene che sia la difesa dei confini, mentre per il 30% è rendere l’Europa autonoma dagli Stati Uniti.
A dicembre scorso invece, un sondaggio condotto dall’Ispi, aveva dato come risultato una vera e propria doccia fredda per i volenterosi guerrafondai che vorrebbero continuare la guerra in Ucraina e il sostegno militare a Kiev.
Quasi la metà degli italiani (49%) desidera infatti la fine delle ostilità nel più breve tempo possibile. Tra questi, una larga maggioranza sarebbe disposta ad accettare compromessi significativi: tre su quattro (36% del totale) ritengono auspicabile che Kiev accetti un accordo con Mosca anche a costo di rilevanti concessioni territoriali. Un ulteriore 13% spinge addirittura per l’interruzione del sostegno militare occidentale, indipendentemente dalle conseguenze. Solo una minoranza (15%) sostiene invece la prosecuzione del sostegno militare a Kiev fino al pieno ripristino dei confini ucraini.
Diciamo che gli Atlantisti possono ancora dormire, ma non del tutto, sonni tranquilli. Del resto vivono ancora al riparo del fatto che in Italia i referendum sui trattati internazionali – come la Nato o Maastricht – non sono consentiti dalla Costituzione.
Ma proprio il fatto che l’adesione ai Trattati non sia mai stata oggetto di una consultazione popolare vera e propria, ha reso questi vincoli esterni i fattori di una subalternità politica e culturale ritenuta immutabile da gran parte delle forze politiche, di destra e “di sinistra” e di gran parte dei loro elettori.
Anche alla luce dei risultati dei sondaggi questa verifica democratica e popolare potrebbero trovare il coraggio per farla, finalmente, soprattutto in un contesto in cui il coinvolgimento dell’Italia in guerre e conflitti della Nato o dell’Unione europea potrebbe scattare quasi automaticamente. E l’aria che tira, almeno stando alla propaganda e all’isteria che vediamo sull’Ucraina, sembra proprio quella.
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05/04/2026
Referendum, la radicalizzazione algoritmica come ariete per la vittoria del NO
L’esito del referendum, culminato in una netta vittoria del NO, aiuta ad entrare con forza nelle dinamiche tecnologiche di formazione della polarizzazione politica e della mobilitazione sociale. Non ci troviamo infatti di fronte all’ormai classica cesura sistemica tra la rappresentazione dell’opinione pubblica dei media tradizionali e le correnti di mobilitazione che si sviluppano attraverso le piattaforme digitali. Da questa dimensione di analisi emerge piuttosto l’importanza della radicalizzazione algoritmica nello spostamento del consenso in politica. La radicalizzazione algoritmica è il processo per cui i sistemi di raccomandazione dei contenuti delle piattaforme social ottimizzano e massimizzano il tempo di visione dei post, amplificando contenuti ad alta attivazione emotiva (rabbia, indignazione) e favorendo la migrazione degli utenti verso percorsi di polarizzazione cognitiva.
Analizzando il referendum la Actor-Network Theory (ANT) emerge come un modello antropologico capace di spiegare la radicalizzazione algoritmica. Attraverso questa lente teorica, l’analisi procede a decostruire la scatola nera (black box) algoritmica, quella che suggerisce i contenuti agli utenti, mappando le intricate reti di attori umani e non umani che hanno determinato il successo del fronte del NO. Emerge inoltre l’economia dell’attenzione come primario motore della esigenza di radicalizzazione degli utenti, evidenziando il suo impatto dirompente sull’evoluzione dei movimenti sociali contemporanei.
L’Actor-Network Theory (ANT) offre infatti un approccio teorico e metodologico che ridefinisce radicalmente il concetto stesso di “sociale” e di “agire” (agency). Il principio fondativo dell’ANT è l’ontologia piatta (flat ontology), un postulato secondo cui tutto ciò che esiste nel mondo sociale e naturale è il risultato di reti di relazioni in costante mutamento e negoziazione. In questo paradigma decostruttivista, non esistono forze sociali astratte, macro-strutture o sovrastrutture ideologiche preesistenti che possano essere utilizzate per spiegare i fenomeni a priori; al contrario, la “società” è concepita esclusivamente come un effetto generato, una conseguenza performativa dell’interazione continua e precaria tra entità eterogenee. La teoria impone il rigoroso principio della “simmetria generalizzata”, rifiutando categoricamente di privilegiare gli esseri umani rispetto agli oggetti non umani nell’analisi delle reti sociali.
Applicando questo framework alla campagna referendaria, la dicotomia tradizionale tra “mezzo” e “messaggio”, o tra “utente” e “strumento”, decade irrimediabilmente. Le piattaforme digitali, i software di apprendimento automatico, gli hashtag, le interfacce utente e le metriche di engagement non sono intermediari passivi o canali inerti utilizzati dai comitati elettorali per veicolare contenuti. Si configurano invece come veri e propri “actanti” (actants) – entità semiotico-materiali dotate della autonoma capacità di agire, di fare la differenza, di imporre vincoli e di modificare il corso degli eventi all’interno del network relazionale. Questa prospettiva simmetrica permette di superare le visioni riduzioniste e strumentali che considerano gli algoritmi come entità neutrali o passivi anche se non neutrali, riconoscendoli invece come co-partecipanti attivi e decisivi nella regolazione delle interdipendenze politiche e nella produzione di mondi sociali complessi. John Law descrive l’ANT come una “semiotica materiale”, in quanto mappa relazioni che sono simultaneamente fattuali (tra cose fisiche o righe di codice) e concettuali (tra idee o affetti politici). Nel contesto della consultazione referendaria, il voto non è l’espressione di una volontà individuale isolata o di gruppi sociali “puri”, ma l’esito finale dell’allineamento di questa immensa rete ibrida.
Nel contesto del referendum, la mobilitazione a favore del NO ha preso forma attraverso un “assemblaggio” (assemblage) eterogeneo estremamente resiliente ed efficace. Per comprendere come si è strutturata questa rete vittoriosa, è essenziale capire che non si tratta di qualcosa fatto di tecnologia human-free che usa le persone come terminali di un potere scuro oppure, al contrario, una rete di comunità, technology-free che spesso vengono immaginate.
Il successo della campagna del NO risiede nella capacità (spesso emergente e non centralizzata) di creare un allineamento sinergico tra questi nodi, tecnologici e umani. L’agire umano – come ad esempio la creazione di un contenuto sarcastico o indignato contro i promotori del SÌ – e l’agire non umano – l’algoritmo che individua il contenuto, ne calcola il potenziale di ritenzione dell’attenzione (attention retention) e lo distribuisce nei feed di milioni di utenti – si sono intrecciati in un’unica entità ibrida, potenziando la diffusione del messaggio oltre ogni limite fisico o barriera editoriale tradizionale.
Nell’ottica dell’ANT, il potere non è una proprietà intrinseca o un possesso stabile di un gruppo politico, bensì l’effetto temporaneo e precario di una “traduzione” riuscita. Michel Callon definisce la traduzione come il processo processuale mediante il quale un attore problematizza una specifica questione, allinea progressivamente gli interessi degli altri attori, li rende interdipendenti e li arruola (enrollment) nella propria rete di influenza, assegnando loro ruoli specifici. La traduzione comporta la definizione dei problemi in modo tale che la soluzione proposta diventi l’unico punto di passaggio obbligato.
Nel caso del referendum, i promotori del NO hanno saputo tradurre le loro istanze politiche nei linguaggi formali e computazionali richiesti dagli attori non umani. L’algoritmo di una piattaforma social non comprende la politica in senso semantico o ideologico, ma legge esclusivamente segnali matematici di interazione e permanenza. Formulando messaggi che suscitavano forti reazioni emotive (indignazione, paura, derisione), il network umano ha arruolato spontaneamente il network algoritmico come alleato formidabile. La piattaforma, programmata nativamente per massimizzare la ritenzione dell’attenzione ai fini della profilazione pubblicitaria, ha agito da cassa di risonanza automatizzata e seriale. Essa è diventata di fatto il principale “portavoce” (spokesperson) e promotore materiale del NO. Questa cooperazione ibrida ha generato una struttura di contenuti solida, trasformando argomentazioni politiche in immutable mobiles – artefatti informativi che mantengono la loro forma e il loro potere di persuasione mentre viaggiano attraverso la rete.
Per comprendere appieno la pervasività del fronte del NO sui social media, superando le analisi superficiali limitate al solo calcolo elettorale, si deve sviluppare un modello antropologico politico. Un modello che spiega come i media algoritmici non si limitino a riflettere l’opinione pubblica preesistente, ma contribuiscano attivamente alla sua modellazione e alla sua radicalizzazione. Gli algoritmi devono infatti essere indagati sociologicamente sia come artefatti socio-culturali riflettenti le visioni del mondo, e la rete di interessi, dei loro programmatori, sia come agenti sociali dotati di autonomia all’interno dei paradigmi del capitalismo della sorveglianza (Shoshana Zuboff) e del colonialismo dei dati (Nick Couldry e Ulises A. Mejias).
L’ecosistema dei social media è ontologicamente fondato sull’economia dell’attenzione, un modello di business estrattivo in cui il tempo, le reazioni psicologiche e il coinvolgimento cognitivo degli utenti vengono costantemente analizzati, quantificati, pacchettizzati e venduti come merci agli inserzionisti. Affinché questo estrattivismo algoritmico sia massimamente efficiente, l’architettura digitale è progettata per premiare sistematicamente e amplificare i contenuti che catalizzano le reazioni più immediate e persino viscerali.
La ricerca empirica, dalla psicologia cognitiva all’analisi computazionale, ha ampiamente dimostrato che i contenuti connotati da un’emotività “high-arousal” (ad alta attivazione fisiologica e psicologica) possiedono un intrinseco e incolmabile vantaggio di propagazione online. Emozioni ad alta intensità – siano esse positive come lo stupore o il timore reverenziale (awe), ma soprattutto negative come la rabbia acuta, l’indignazione morale, la paura o la schadenfreude il piacere provato per le sfortune e le umiliazioni dei rivali politici – fungono da vettori ottimali per la viralità. Studi su dataset massivi, comprendenti decine di milioni di post, hanno confermato che i contenuti ad alta attivazione generano un tasso di condivisione esponenzialmente superiore, trasformando l’affetto in visibilità e interazione. Che cosa è quindi un NO in questa dimensione algoritmica che estende messaggi in tempo reale? Un contenuto ad alta attivazione ottimale per gli inserzionisti pubblicitari.
Nel contesto della dialettica referendaria, la denigrazione degli avversari, la sensazione collettiva dell’oltraggio alla costituzione, il discredito verso l’esecutivo, e le narrazioni preoccupate, distopiche e persino apocalittiche si propagano con una velocità e una capillarità nettamente superiori rispetto alle narrazioni del SI, orientate alla denigrazione ma di non immediata comprensione (legare la pedofilia al referendum sulle carriere non era di facile intuizione, nda). La fazione del NO ha beneficiato in modo strutturale, quasi ecologico, della dimensione algoritmica della comunicazione. Mentre quella del SÌ si affida alternativamente a narrazioni istituzionali, tecniche, rassicuranti come a quelle denigranti e allarmistiche, senza un convincente filo logico unitario. È risultato così facile per la narrativa del NO definirsi strutturalmente attraverso campagne di decostruzione emotiva, meme sarcastici ad alto impatto visivo e allarmi sui presunti pericoli letali della riforma. Gli algoritmi di raccomandazione hanno captato il rapido picco di engagement generato da queste emozioni “high-arousal” del NO e hanno innescato un “ciclo di amplificazione emotiva” (emotional amplification loop), alimentando in modo massiccio il NO nei feed degli utenti.
La radicalizzazione algoritmica non deve essere banalmente intesa come un processo unidirezionale di lavaggio del cervello imposto dalle macchine ad automi umani passivi. Piuttosto, rappresenta una complessa dinamica di co-evoluzione mediata da sofisticate tecniche di intelligenza artificiale. Piattaforme egemoni come Facebook, YouTube, X (precedentemente Twitter) e TikTok impiegano architetture di reinforcement learning (apprendimento per rinforzo). In questo modello matematico, l’algoritmo agisce come un agente che esplora un ambiente (il social network), compie azioni (raccomanda un video o un post) e riceve una ricompensa (l’utente clicca, commenta o guarda il video fino alla fine) o una penalizzazione (l’utente chiude l’app).
Il modello antropologico rivela in questo snodo una dialettica simbiotica: gli algoritmi si adattano ai bias e alle vulnerabilità psicologiche umane, ma contemporaneamente gli esseri umani modellano il proprio comportamento sociale, la propria identità e la propria espressione politica per adattarsi a ciò che l’algoritmo ricompensa. Se un attivista o un creatore di contenuti nota che un post caratterizzato da toni moderati viene ignorato, mentre una dichiarazione radicale riceve un’impennata di visibilità, conferme sociali (sotto forma di validazione quantitativa dei like) e status, sarà psicologicamente e socialmente incentivato a riprodurre narrazioni forti. Questo feedback loop ricorsivo addestra simultaneamente la macchina (a suggerire narrazioni forti per trattenere l’utente) e l’utente umano (a produrre narrazioni forti per ottenere capitale sociale e visibilità), normalizzando e consolidando posizioni politiche intransigenti e polarizzate. La radicalizzazione algoritmica emerge quindi non come un’anomalia, ma come un’abitudine cibernetica, un comportamento alimentato e messo a profitto dalle interfacce digitali.
Per analizzare la profonda dinamica che ha immunizzato l’elettorato del NO da qualsiasi argomentazione avversa, è indispensabile chiarire una tassonomia concettuale spesso confusa nel dibattito giornalistico e pubblico. Il filosofo contemporaneo C. Thi Nguyen fornisce una distinzione analitica e dirimente tra bolle epistemiche (epistemic bubbles) e camere dell’eco (echo chambers).
Durante la dinamica referendaria, l’infrastruttura tecnologica non si è limitata a confinare gli utenti in bolle epistemiche derivanti dall’omofilia di rete; ha fornito il sostrato materiale e la metrica per l’edificazione di vere e proprie echo chambers impenetrabili. In questi ambienti fiduciari chiusi, le posizioni a favore del SÌ non erano del tutto assenti, ma venivano introdotte unicamente per essere sbeffeggiate, decostruite o esposte al pubblico ludibrio, vaccinando preventivamente l’elettorato del NO contro qualsiasi retorica avversaria attraverso l’effetto del preemptive evidencing.
A coronamento e cristallizzazione di questa dinamica di chiusura vi è il fenomeno che la filosofia dell’informazione definisce “cattura epistemica” (epistemic capture). Questo concetto diagnostica il processo attraverso cui individui, gruppi o istituzioni cedono la propria autorità conoscitiva, la propria indipendenza di indagine e il proprio giudizio critico agli output algoritmici, considerati fideisticamente come espressione di una verità oggettiva o di una presunta saggezza della folla. Nelle echo chambers del NO, l’algoritmo ha smesso di fungere da semplice distributore di notizie, assurgendo al ruolo di arbitro della realtà nonostante il tentativo dei media tradizionali di delegittimare il NO come il terreno delle fake news.
Questa architettura tecno-capitalista ha un impatto ontologico profondo sulla genesi, la riproduzione, le prassi e la longevità dei movimenti sociali, modificando l’antropologia stessa della protesta collettiva. I movimenti contemporanei, paradigmaticamente esemplificati dalla coalizione coagulatasi attorno al NO, abbandonano le lente logiche organizzative, i rituali di reclutamento fisico e i vincoli antropologici tipici delle teorie tradizionali della mobilitazione (come la Resource Mobilization Theory), evolvendosi in forme ibride, connesse e disintermediate.
Gli algoritmi non si limitano a narrare i movimenti sociali, ma “intercettano e riproducono” la loro essenza comunicativa, fungendo da tessuto connettivo cognitivo e da acceleratore logistico. La mobilitazione assume le fattezze di un'“azione connettiva” (un termine che supera quello classico di azione collettiva), dove il singolo partecipante interviene personalizzando il proprio frame attraverso la creazione di meme, l’uso di hashtag e la pubblicazione di video brevi. Questi micro-contributi vengono poi fusi, incanalati e ordinati dal software in un’unica corrente di visibilità globale, capace di esercitare pressioni formidabili in tempi ridottissimi. Tuttavia, questo modello infrastrutturale espone i movimenti a rischi di volatilità immensi. Essendo totalmente sottomessi alle affordance delle piattaforme e alle spietate metriche di estrazione del valore, essi diventano vulnerabili al ciclo di vita accelerato, frammentato e schizofrenico dell’informazione digitale.
Ciò produce movimenti spesso definiti dalla sociologia della sicurezza con l’acronimo MUU (Mixed, Unclear, Unstable): forme di aggregazione e radicalizzazione contemporanea prive di chiari confini sociali, basate sull’indignazione istantanea, altamente fluide e difficilmente inquadrabili dalla politica partitica tradizionale. Nel vasto fronte del NO, abbiamo assistito precisamente all’emersione di una dirompente convergenza MUU: una coalizione asimmetrica e temporanea di libertari, militanti anti-sistema, opinionisti conservatori ma fedeli alla costituzione, giovani e cittadini precedentemente apolitici o astensionisti. Questa massa critica non è stata fusa da un progetto prefigurativo unitario, organico o proattivo, bensì connessa dall’invisibile mano dell’algoritmo, che ha matematicamente allineato la loro frammentata ostilità e alienazione nei confronti dell’establishment istituzionale, rendendo il rifiuto un comune denominatore virale.
Un nodo euristico cruciale per comprendere l’esito del referendum risiede nella palese e documentata discrepanza registrata tra le rilevazioni dell’Agcom e i dati di monitoraggio del traffico digitale e dell’open source intelligence. Se la televisione, in termini di allocazione degli spazi, presenze fisiche e narrazione complessiva, registrava un chiaro vantaggio istituzionale e una predominanza formale per il fronte del SÌ, i social network pullulavano di comitati virtuali, pagine autogestite, bot network e sciami di utenti ferocemente schierati per il NO. Spiegare questo differenziale richiede un’analisi comparativa profonda delle differenze strutturali, demografiche e cognitive tra i due ecosistemi mediali.
Televisione e social media non costituiscono semplicemente canali comunicativi reciprocamente alternativi su cui spalmare il medesimo messaggio; rappresentano ambienti ecologici a sé stanti, retti da ontologie, regole economiche, legislazioni e grammatiche spazio-temporali radicalmente opposte e incommensurabili.
La televisione è sostanzialmente un ambiente di sorveglianza top-down che favorisce fisiologicamente lo status quo o le iniziative di riforma governative e istituzionali (nel nostro caso, il SÌ). Le élite politiche e gli intellettuali a loro organici possiedono le risorse, le competenze retoriche, l’abito formale e l’autorità istituzionale per dominare questi format codificati dei talk show, delle interviste in studio e dei telegiornali, muovendosi a proprio agio in un ecosistema basato sul riconoscimento della loro esclusiva autorità.
Tuttavia, l’apparente egemonia e l’influenza prescrittiva della televisione incontrano due limiti fatali nel sistema ibrido dei media. In primo luogo, vi è un insuperabile limite demografico: la rigidità del medium televisivo fatica a intercettare l’attenzione dei gruppi anagraficamente più giovani o delle fasce sociali profondamente disaffezionate e emotivamente ciniche verso la politica istituzionale. In secondo luogo, emerge il fenomeno della saturazione del format. Il dibattito televisivo, vincolato da tempi istituzionali, linguaggi ingessati, entro il modello del simulacro del pluralismo, genera disinteresse e assuefazione. Tale modello (si fa per dire) espressivo è cognitivamente incapace di competere con il costante e intermittente rilascio di dopamina fornito dai dispositivi mobili, dalle notifiche push e dalle dinamiche di gamification politica introdotte dai social network, che trasformano l’attivismo in una quotidiana gratificante crociata personale e collettiva.
Il dominio schiacciante del NO sui social media non è stato, dunque, semplicemente il riflesso speculare di un’opinione maggioritaria preesistente e silente, tenuta ai margini dalla televisione. È stato, piuttosto, il risultato di una formidabile convergenza antropologico-tecnologica tra istanze di protesta e l’infrastruttura estrattiva delle piattaforme. Come ampiamente analizzato, la narrativa della negazione, del sospetto endemico verso le élite, della ribellione contro l’establishment e dello smantellamento ironico delle narrazioni dominanti si adatta in modo mimetico, quasi perfetto, alle intime richieste di un algoritmo progettato per premiare questo genere di contenuti.
Questo ecosistema non si limita a favorire una fazione, ma genera un vantaggio persuasivo quantificabile con estrema precisione scientifica. Ricerche empiriche su vasta scala condotte dallo psicologo comportamentale Robert Epstein e dal suo team sul Search Engine Manipulation Effect (SEME) e sui sistemi di classificazione video (YME) e dei social media, hanno introdotto il fondamentale parametro del Vote Manipulation Power (VMP). Il VMP misura la percentuale esatta di incremento nella propensione di voto degli elettori indecisi (una fascia demografica cruciale che spesso decide l’esito di un referendum a ridosso del voto) verso uno specifico candidato o una fazione, in seguito all’esposizione a contenuti posizionati fortemente emotivi (biased rankings) all’interno di motori di ricerca, feed di piattaforme social o assistenti vocali.
Attraverso complessi esperimenti randomizzati e controllati condotti su campioni rappresentativi (ad esempio, coinvolgendo 1.488 elettori indecisi statunitensi simulando interfacce reali), le indagini di Epstein dimostrano inequivocabilmente che cambiare la gerarchia dei risultati o il ranking dei post può spostare le preferenze di voto in modo impressionante. Una singola esposizione a un feed fortemente emozionale può generare un VMP superiore al 20%, e l’effetto mutazione si amplifica ulteriormente in specifici gruppi demografici.
Ancor più rilevante e dirimente per spiegare la schiacciante campagna del NO sui social è la scoperta dell’effetto di esposizione multipla (Multiple Exposure Effect – MEE). Esposizioni ripetute, sequenziali e cumulative a messaggi politicamente polarizzati e omogenei – una condizione che riproduce esattamente la dieta informativa quotidiana di chi naviga all’interno delle echo chambers digitali descritte da C. Thi Nguyen – innescano incrementi progressivi e formidabili del VMP. Nei test di Epstein, il VMP per il motore di ricerca (simulatore Google) è cresciuto dal 14,3% dopo la prima ricerca, al 20,2%, fino al 22,6% con le ricerche successive. Nel simulatore di microblogging (X/Twitter), l’incremento è stato ancora più impressionante, passando dal 49,7% al 61,8%, raggiungendo il 69,1%. Sui simulatori di assistenti vocali (Alexa), il VMP è schizzato dal 72,1% fino al 98,6%. Fenomeni collaterali come il Platform Messaging Effect (PME), ovvero l’invio di promemoria algoritmici per il voto mirati selettivamente a specifici target (go-vote reminders), e l’Opinion Matching Effect (OME) contribuiscono ulteriormente a ingegnerizzare il consenso.
Questi dati matematici certificano che la presunta superiorità della televisione è ormai solo un’illusione ottica. Considerando l’elevata densità di interazione, il tempo di permanenza sullo schermo e la fedeltà degli utenti schierati per il NO alle loro nicchie virtuali, la continua esposizione a video raccomandati, meme sarcastici e post indignati ha garantito una radicalizzazione capillare e uno spostamento del VMP tale da stravolgere qualsiasi equilibrio. La televisione istituzionale, col suo palinsesto rigido, intermittente e scarsamente ingaggiante a livello emotivo, non possiede le armi cognitive né l’algoritmica per scalfire questo assedio digitale. Sapendo quantificare il numero di elettori indecisi dotati di accesso a internet, i teorici dell'online manipulation (espressione che va intesa in senso ampio) affermano che tali deviazioni algoritmiche (SEME, MEE) permettono di calcolare, e potenzialmente determinare, i margini di vittoria in consultazioni sul filo del rasoio, rendendo la tecnologia l’invisibile kingmaker della politica contemporanea.
L’esito del referendum, culminato con la netta, inequivocabile vittoria del fronte del NO, non è una transitoria ondata di insoddisfazione popolare inquadrabile con le lenti della società industriale e nemmeno con quella degli anni ’90. Attraverso l’ applicazione dell‘Actor-Network Theory, emerge l’evidenza inconfutabile che le preferenze elettorali contemporanee sono il prodotto emergente di un reticolo ibrido, un macro-attore instabile in cui la volontà umana, l’architettura delle interfacce e l’infrastruttura di calcolo agiscono in un intreccio simbiotico, inestricabile e profondamente performativo. L’ontologia piatta ha dimostrato senza sconti come un hashtag virale, una metrica di engagement o un feed di raccomandazione addestrato mediante reinforcement learning abbiano esercitato sulla consultazione elettorale un impatto politico materiale analogo, se non di gran lunga superiore, a quello di un leader di partito tradizionale, di un editoriale accademico o di un comitato promotore ufficiale.
La spiegazione sociologica e antropologica di tale vittoria risiede nel trionfo schiacciante della logica algoritmica strutturata sull’estrazione di emozioni “high-arousal”. Questa ecologia dell’attenzione si è rivelata intrinsecamente ostile e avversa alla lentezza del dibattito istituzionale promosso dall’esecutivo (il SÌ), risultando invece strutturalmente e fisiologicamente allineata a istanze dicotomiche, oppositrici e indignate (il NO). Il processo di apprendimento per rinforzo co-evolutivo ha intrappolato milioni di cittadini in echo chambers impermeabili alle smentite esterne, generando vasti e allarmanti fenomeni di cattura epistemica dove la validità argomentativa e il pluralismo sono stati soppiantati dalla viralità emotiva e dalla fiducia tribale. Questo modello estrattivo ha trasformato irreversibilmente la protesta e la mobilitazione sociale, facendola evolvere in un aggregato MUU (Mixed Unclear Unstable), un’entità liquida, socialmente frammentata, ma dotata di un potere d’urto cinetico formidabile e imprevisto.
Infine, l’incongruenza strutturale tra il rassicurante primato del SÌ nelle metriche televisive e la marea montante e inarrestabile del NO sui social media testimonia in via definitiva il tramonto irreversibile dell’egemonia democratica del medium broadcast. Certifica il passaggio a una fase di colonialismo dei dati governato dalle architetture oscure delle Big Tech. L’entità del “Vote Manipulation Power” (VMP) teorizzato e misurato da Epstein, derivante dagli effetti di esposizione multipla (MEE) e dall’alterazione dei ranking informativi, ha rivelato come il posizionamento emozionale dei contenuti possa alterare massicciamente e silenziosamente le intenzioni degli elettori indecisi.
I maldestri tentativi di mitigazione e di controllo editoriale operati a posteriori dalle stesse piattaforme, mirabilmente rappresentati dal cortocircuito censorio occorso nel caso Barbero durante la campagna referendaria, si sono dimostrati non solo inefficaci per limitare la portata del NO, ma disastrosamente controproducenti. Hanno confermato agli occhi degli attori mobilitati l’ipotesi di un sistema truccato, alimentando l’effetto boomerang e fortificando il network oppositivo.
In ultima istanza, la dinamica referendaria sancisce che l’ingegneria algoritmica, la quantificazione dell’affetto e l’infrastruttura cibernetica, quando inserite nel tessuto di una società iper-connessa, disillusa e polarizzata, non sono più meri strumenti di comunicazione politica, ma costituiscono il vero, e incontrastato arbitro sovrano dello scontro politico. Adesso sta ai movimenti fare un uso coordinato di queste dinamiche.
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28/03/2026
La svolta dei quartieri popolari: “ora basta!”
Stiamo parlando del rovesciamento avvenuto tra voto nei quartieri “bene” e quelli popolari. Da quasi un trentennio, sotto la spinta di politiche liberiste gestite da forze che si dicevano di “centrosinistra” – democristiani ed ex Pci, sostanzialmente – lo spettro delle “riforme” aveva assunto i contorni macabri della perdita di diritti, prestazioni sociali, servizi, che andavano a ridurre salari immobilizzati dall’“austerità” del “ce lo chiede l’Europa”.
Non che i governi berlusconiani abbiano fatto politiche diverse – anzi! – ma la riduzione delle differenze tra “progressisti” e reazionari al solo “conflitto di interessi”, bon ton colloquiale, diritti civili a costo zero (per minoranze effettivamente discriminate), e altri temi tutto sommato “aerei”, avevano prodotto una presa sociale della destra sui settori popolari grazie ad un eloquio “populista” ben rappresentato prima dalla Lega prima, poi dai berlusconiani, per un attimo dai “grillini” e infine dai fascisti ora al governo.
Di fatto i quartieri e le fasce sociali autodefinitesi “progressiste” erano quelle benestanti, acculturate, “ceto medio riflessivo”, creando così il topos della “sinistra ztl”, comunemente chiamata “radical chic”.
Era del resto l’espressione politica di interessi di classe medio-alti, che chiedevano totale libertà d’azione e un quadro di diritti civili/culturali coerente con la medietà europea.
Ai “poveri” – a cominciare dai lavoratori – non restava che affidarsi alle vane promesse di una destra articolata e in grado di presentarsi come una possibile soluzione diversa.
Quasi quattro anni di governo Meloni, di sforzi belluini per i “conti in ordine” come da diktat di Bruxelles, e soprattutto di guerra, con il genocidio di Gaza assurto a reale orizzonte collettivo del laissez faire capitalista, ha generato prima le grandi mobilitazioni dell’autunno, poi – alla prima occasione utile – una bastonata sui denti al governo in carica.
Per universale consenso, infatti, del “merito” della riforma della giustizia non importava niente a nessuno, tranne ai diretti interessati (imprenditori, finanzieri, intermediari d’affari e politici di carriera). Ma era diventato importante far sentire un “basta” furibondo, una centralità dei bisogni di massa, che nessun partito oggi in Parlamento è in grado di rappresentare, ma è la base su cui le soggettività antagoniste attive possono e debbono fondare la ricostruzione di un sistema di organizzazione e anche di rappresentanza politica.
Senza nessuna fregola elettoralistica a breve termine, ma con la determinazione ferrea di costituire un blocco sociale per cambiare tutto. Sul serio.
La lucida notazione di un fine economista marxista come Emiliano Brancaccio, che qui vi proponiamo, è solo il prima stimolante invito ad una riflessione che va sviluppata nel vivo del corpo sociale, non solo o non principalmente a tavolino.
Buona lettura.
La vittoria referendaria presenta il conto alle opposizioni
Emiliano Brancaccio – il manifesto
È stato detto che bisogna avere caos dentro per generare una stella danzante. È un’immagine che descrive bene l’Italia di questi giorni. Il tentativo di Meloni e accoliti di assoggettare anche il potere giudiziario al governo è stato affossato dalla vittoria del NO al referendum.
Ma come si possa trarre dal magma di opposizioni alla riforma una precisa alternativa politica, resta ancora ostico da decifrare.
Dal caleidoscopio di moventi che hanno decretato la vittoria del No, di sicuro emergono due dati cristallini.
Il primo dato è che specie al centro e al nord il “sì” ha prevalso nei quartieri ricchi delle città metropolitane. In gran parte, è quel mondo di proprietari e professionisti serventi che hanno fornito l’interpretazione autentica del referendum, sintetizzata nel monito di Giorgia Meloni: «Non disturbare chi vuole fare».
Il “sì” è stato da questi inteso come l’avvio di una nuova stagione, diciamo pure di «liberismo illiberale», in cui i padroni potessero avere mani più libere anche dinanzi alla legge e ai giudici. Ebbene, il progetto di questa «ztl padronale» è uscito severamente sconfitto dal referendum.
Il secondo dato è la massa inedita di giovani, elettori ed elettrici, pervase dal timore di separarsi dalla Costituzione delle origini e dalla voglia di dare concreta attuazione alla carta. Soprattutto, sconvolti dal genocidio di Gaza e disgustati dall’ignavia compiacente del governo in carica, i giovani del NO hanno rivendicato l’urgenza di rivitalizzare i principi costituzionali. A partire dal ripudio della guerra, invocato come bussola operativa della politica estera.
Partendo da questi due dati, è lecito prevedere che dal gioioso caos della vittoria referendaria si generi la stella di una credibile alternativa politica? Verifichiamolo sul campo più infido: la politica economica, interna e internazionale.
All’interno, sono decenni che il padronato italiano pretende di tagliare anche gli ultimi lacci e lacciuoli con cui il legislatore, i giudici e i sindacati ostacolano i cosiddetti «liberi affari». Sono quegli stessi padroni che invocano, al contempo, generose manne di sussidi pubblici per le loro imprese, anche se decotte.
Ebbene, la sconfitta referendaria della «ztl padronale» potrebbe essere intesa come un’occasione per mandare in soffitta questa dominante sottocultura da capitalismo retrogrado, causa principale della storica crisi di produttività del paese.
Dopo la lunga epoca di tagli dei lacci legali e generose prebende pubbliche ai padroni, potrebbe insomma farsi largo un consenso inatteso per l’opzione opposta: ossia, taglio dei sussidi alle imprese inefficienti e intensificazione dei vincoli normativi, dal rafforzamento delle regole della transizione ecologica, all’aumento dei controlli di legalità nelle aziende, al rilancio dei salari a mezzo di una rinnovata scala mobile e minimi retributivi di livello europeo, capaci finalmente di mordere gli imprenditori italiani e costringerli a innovare.
In fin dei conti, simili misure non farebbero altro che rievocare i sacrosanti «costi del progresso», sociale e civile, che attraversano lettera e spirito della costituzione repubblicana. Se interpretata in questi termini materialisti, la sconfitta referendaria della «ztl padronale» potrebbe diventare un’opportunità per forzare l’imbolsito capitalismo italiano a intraprendere una via di concreta modernizzazione.
Beninteso, l’operazione al momento è lunare. Anche tra le forze d’opposizione, l’ideologia del più retrivo capitalismo ha fatto proseliti. Soprattutto i populisti hanno gareggiato con le destre a blandire gli imprenditori inefficienti, con tagli ai lacci normativi e prebende pubbliche. Se si vuol cogliere l’occasione, bisogna invertire la tendenza.
Resta il versante internazionale, su cui si gioca la partita più dura, sulle condizioni economiche della guerra o della pace. I massacri avvenuti in questi anni, dall’Ucraina al Tigray, dalla Siria al Sudan, dalla Palestina all’Iran, sono tutti riflessi, diretti o indiretti, della crisi egemonica dell’impero americano, afflitto dal declino di competitività e dal debito verso l’estero. Questa crisi durerà a lungo, tra fasi di quiete apparente e nuovi sussulti, che rischieranno ogni volta di gettare il mondo nel fuoco.
In questo esondare di conflitti economico-militari, l’Italia ha scelto finora un indirizzo politico subalterno agli interessi del vecchio impero. Una linea che contrasta con la vocazione del paese quale crocevia di relazioni commerciali con l’intero globo. E che asseconda le pulsioni dei più feroci guerrafondai sullo scacchiere internazionale.
Si potrebbe cambiare rotta, ancora una volta nella lettera e nello spirito di pace che pervade la Costituzione. Ma anche su questo versante la strada è impervia. Nell’opposizione, specie tra le file dei democratici, restano infrattate certe smanie imperialiste verso il grande riarmo. Anche qui ci sarebbe da fare autocritica. Separare il proprio destino da quello dei pifferai della guerra capitalista sarebbe almeno un inizio.
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26/03/2026
I giovani che hanno detto no al governo Meloni adesso fanno gola a tutti
Per chi conosce la situazione dietro al voto e alle peripezie connesse all’esercizio di questo elementare diritto democratico per i giovani, il tasso percentuale del 63,3% per il No da parte degli studenti stupisce veramente.
Tra il divieto per i fuorisede di votare dove si studia e si lavora – un segmento sociale che alle scorse europee ha premiato le liste d’opposizione, e che sono stati tra i protagonisti del “Blocchiamo tutto” d’autunno – e altri ostacoli al voto protrattisi fino al 22 e 23 nei seggi contro i rappresentanti di lista, si era creata una situazione ostica che però è stata superata da uno sforzo di volontà dei giovani che si sono recati alle urne e hanno ripagato con la stessa moneta: bocciando il governo.
Molti hanno speso ore e parte delle proprie finanze (spesso misere) per andare a votare nelle proprie città di provenienza e questo è stato un dato decisamente in controtendenza.
Sullo sfondo rimane infatti la depoliticizzazione come dato strutturale – un fattore di cui Cambiare Rotta e OSA hanno spesso parlato – ma nell’ultimo anno c’è stata anche una riattivazione e questi momenti di risveglio, ormai, stanno diventando sempre più frequenti.
Sulle colonne de “Il Tempo”, un editoriale di Federico Punzi apparso il 25 marzo parla esplicitamente di “battaglia delle idee” che la destra deve combattere fra i giovani per risultare attrattiva e strappare questa fascia “alla sinistra” (e che questo porti a un’evoluzione delle giovanili di destra, quelle che schedano i prof per intenderci, è una possibilità, non data a priori ma che è nelle cose). Il centrosinistra, dal canto suo, non è da meno.
Chiariamoci, su questo. I fiumi di inchiostro che stanno venendo versati sui giovani dalle colonne di Repubblica, La Stampa, ma anche dai post di incensamento dei politici del centrosinistra vanno presi decisamente sul serio. Da una parte, sanno di una rivendicazione insopportabile in quanto infondata. Parliamo di una massa giovanile per lo più estranea alla politica istituzionale e ad un centrosinistra che sistematicamente se ne è dimostrato nemico.
Chi ha fatto le scuole superiori durante la pandemia ricorda bene le manganellate del governo Draghi, a partecipazione PD, su chi protestava contro l’Alternanza Scuola Lavoro. I disastri fatti dalle politiche antipopolari di Renzi sono ancora vivi nella memoria collettiva e si potrebbe continuare a lungo.
In questo senso, l’intuizione del Comitato per il No Sociale è stata azzeccata: la manifestazione nazionale del 14 marzo per il No Sociale a referendum e governo ha colto il punto rompendo ritrosie e paure del centrosinistra che colpevolmente non volevano politicizzare questo momento. L’enorme presenza giovanile al corteo ne è stata una dimostrazione che tutti hanno dovuto registrare.
C’era stato anche un interessamento in scuole e università all’aspetto tecnico del quesito referendario da cui ne sono scaturite iniziative partecipate, e su questa volontà di voler capire le vicende d’attualità che appartiene a una parte non marginale del corpo studentesco servirà un supplemento di ragionamento. Ma alla fine ha prevalso la dimensione politica di rifiuto del Governo, e chi lo nega si espone al rischio di sembrare in malafede oltre che a sminuire un risultato esplosivo.
A monte infatti c’è una “questione giovanile” grande come una casa, che può essere la base di ripartenza per un progetto di cambiamento nel Paese. Le fasce giovanili che hanno detto no al governo sono una categoria senza nulla da perdere, non garantita, che subisce le politiche del Governo Meloni e ha davanti una crisi di prospettive aggravata dalla guerra e dal ritorno – odioso – della leva militare, la cui opposizione è al centro della campagna giovanile europea “We do not enlist – War on War” nata il 21 marzo a Milano, promossa in Italia da Cambiare Rotta e OSA.
È bene ricordare che non solo di voto si tratta, ma anche di mobilitazione, di cui questa generazione ha fatto ripartire focolai negli ultimi anni.
Le prime sono state le mobilitazioni per l’ambiente nel 2018, pur ampiamente sponsorizzate dall’UE ma in cui si scorgeva un’inquietudine del futuro “sistemica” ampiamente fondata.
Nel 2021, centinaia di scuole in tutta Italia avevano occupato e dato vita al movimento della Lupa dopo i 3 ragazzi uccisi in Alternanza Scuola Lavoro.
Poi ci sono state le proteste universitarie contro il caro-affitti con le famose tendate, seguite da quelle per Palestina con le acampade e infine con il ruolo da co-protagonisti a fianco degli operai durante le giornate del Blocchiamo Tutto d’autunno.
Quella che in molti hanno chiamato la “Generazione Gaza” percepisce perfettamente di vivere in un momento storico drammatico e di avere una classe politica indecente, incapace di affrontare questa situazione e che prova a fregarli con una restrizione degli spazi di democrazia. Questo è un settore sociale potenzialmente esplosivo, che può spostare gli equilibri nella società ma che proprio per questo inizia a far gola a molti e a preoccuparne altrettanti. Che, pertanto, proveranno a metterci mano, chi per cooptarlo e chi per criminalizzarlo.
Peraltro, il costante utilizzo dei giovani come massa di manovra per operazioni politiciste ed elettorali del centrosinistra hanno allontanato tanti ragazzi dalla politica, percepita come marcia. È un’esperienza che purtroppo in molti hanno constatato empiricamente con propri conoscenti e che una nuova generazione di giovanissimi può facilmente immaginare. Ma non tutti lo sanno; anzi, guai a sottovalutare l’attrattività che le sirene del centrosinistra potrebbero esercitare su una generazione arrabbiata ma politicamente acerba.
Nulla di peggio ci sarebbe se il risultato registrato il 22 e 23 marzo – che è, come dimostrato, un risultato di questi anni e questi mesi – venisse inghiottito da un campo largo che ha dato prova costante di tradire gli interessi dei giovani e la loro voglia di attivazione, che è un sentimento puro da preservare, per permettere che germogli ulteriormente.
Per fare ciò, non esistono formule magiche ma il lavoro di organizzazione costante. Coerenza politica, formazione, continuità, indipendenza sono merce rara che, se sostanziati con il grigio lavoro quotidiano di organizzazione in scuole, università e masse giovanili, alla lunga ripagano.
Cambiare Rotta e OSA stanno provando a utilizzare questo stile di lavoro, ritrovandosi all’inizio spesso in solitaria sulle posizioni politiche. È il caso della campagna per l’abolizione del PCTO, alla rottura dei rapporti con Israele, e tanti altri, che però dopo essere stati pazientemente coltivati sono poi esplosi a livello di massa.
Questo, forse, è ancora insufficiente. In una situazione di velocizzazione e politicizzazione inventare forme nuove di lotta smette di essere eccezione, e diventa pane quotidiano con cui confrontarsi. Senza rimuovere i propri punti fermi, che invece andranno ben tenuti a mente nei ragionamenti che nei prossimi giorni continueranno, sull’onda di un risultato a suo modo storico.
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25/03/2026
“Dimissioni!”, l’urlo che sale dalla società
E lo è stato non solo per le caratteristiche sociali e geografiche di chi ha votato NO, ma lo è anche per il segnale tutto politico che ha inviato sia al governo che al cosiddetto “campo largo” dell’opposizione. Su questo invitiamo a leggere con attenzione il grafico in coda a questo articolo.
Se si guarda alla composizione sociale del voto, quello giovanile è stato decisivo sia per l’aumento dell’affluenza che per il risultato. Tra studenti e studentesse il NO arriva a punte del 63%.
È il segno che la “generazione Gaza” – quella che ha riempito le piazze dell’indignazione in autunno – ha voluto concretizzare alla prima occasione questo suo ripudio politico e morale del governo in carica sia sui problemi interni che internazionali. È il segno di uno spirito critico attivo, magari ancora indeterminato nei suoi sbocchi politici, ma che sa riconoscere con certezza l’avversario principale da battere.
Anche se si guarda al voto degli italiani all’estero, il NO prevale tra quelli costretti ad emigrare in Europa (soprattutto giovani), e il SI in quelli integrati, conservatori e magari benestanti nei paesi “extracomunitari”.
Il dato interessante – e decisivo – di questo referendum è che la politicizzazione, e la conseguente polarizzazione, sono state la carta vincente, una vera rivelazione delle potenzialità di cambiamento esistenti nella società.
Sbagliava dunque chi nei mesi scorsi ha cercato di depoliticizzare il referendum, temendo la sconfitta, e ora insiste nello stesso atteggiamento suicida tappandosi la bocca sulla richiesta di dimissioni alla Meloni.
Era fin troppo evidente che il tema dell’ordinamento giudiziario non aveva le caratteristiche, “nel merito”, per animare una battaglia di chiarezza di cui, al contrario, c’era estrema necessità di fronte alle scelte antipopolari, liberticide e guerrafondaie dell’esecutivo.
Il basso profilo scelto dalle forze dell’opposizione parlamentare vedeva infatti i pronostici dare in vantaggio il SI sostenuto dalla destra, ma anche da un pezzo dello stesso “campo largo”.
Bene hanno fatto invece le forze che hanno dato vita al “NO sociale”, che ha politicizzato e articolato – socialmente, appunto – la battaglia referendaria, arricchendola di contenuti e indicando sin da subito la sua alterità al governo.
È stata infatti la politicizzazione e la polarizzazione che hanno spinto ad un aumento dell’affluenza alle urne – in controtendenza rispetto alla crescita sistematica dell’astensionismo – facendo materializzare un palese e crescente ripudio verso il governo Meloni che da mesi andava maturando nel paese.
Alla luce del risultato referendario ci sentiamo di dire che quella che si apre è la fase del coraggio e della coerenza politica.
La pavidità dei leader del centro-sinistra, o dello stesso Landini, che li spinge a non chiedere le dimissioni del governo alla luce del risultato referendario, è emblematica dell’inadeguatezza del “campo largo” a rappresentare la necessità di cambiamenti sostanziali, sia in materia di giustizia sociale e libertà politiche, sia in politica internazionale, cominciando dunque a “sganciare” il paese da tutti quegli automatismi e obbedienze che ci stanno trascinando nella recessione economica e nelle avventure belliche in Europa e in Medio Oriente.
E quando sono le nuove generazioni a dare indicazione in questa direzione, il senso di autoconservazione del ceto politico – di destra o di “sinistra” – rischia di produrre danni seri.
È tempo che emerga e si materializza una ipotesi di alternativa politica e sociale al cupo quadro dell’esistente.
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24/03/2026
Abbiamo vinto! alcune riflessioni a caldo...
È stata una grande vittoria dell’Italia che non vuole il Governo Meloni, il suo attacco alla Costituzione e alle libertà, le sue politiche di guerra, il suo servilismo verso USA e Israele, i suoi legami con corrotti e affaristi.
È stata una vittoria della “Generazione Gaza”, che dopo anni di mobilitazione di piazza ha iniziato a prendere parola e irrompere anche nelle urne. E di tanti vecchi elettori di sinistra che sono tornati a votare per difendere alcuni valori fondamentali.
Una vittoria a dir poco clamorosa, sia per distacco, sia per l’affluenza, entrambi al di sopra di tutte le aspettative.
Una vittoria ancora più clamorosa se si pensa che il Governo aveva mobilitato tutti gli strumenti a disposizione, dal martellamento RAI e Mediaset, alla pressione sulle scuole, passando dal podcast di Fedez a pagine social subdole, strumentalizzando qualsiasi notizia o caso di cronaca.
Una vittoria che va ben oltre il centrosinistra – in cui, ricordiamo, c’erano correnti che votavano Sì, altre che hanno cercato fino alla fine di “restare sul tecnico”, di “non estremizzare” lo scontro.
Meloni sbaglia la sua scommessa, l’ombra di Berlusconi allunga su di lei la sua sconfitta, il Governo non è mai stato così debole. Già da subito Meloni, come accadde a Renzi, subirà le pressioni dei suoi alleati. Di una Lega in difficoltà dopo l’uscita di Vannacci e di una Forza Italia in crisi di leadership. D’altronde il suo Governo, bravo a sopravvivere nel giorno per giorno, non ha alcuna idea di paese, di ripresa industriale, di politiche salariali per le classi popolari, di collocazione internazionale.
Ma attenzione: queste domande non hanno una risposta nemmeno nel centrosinistra, diviso in mille correnti e senza un programma unitario. Aldilà delle chiacchiere, nel “governo reale” dei territori il centrosinistra condivide con le destre gli stessi legami strutturali con Washington, con le politiche guerrafondaie dell’Unione Europea e con la borghesia stracciona di questo paese. E l’accettazione supina di un’emergenza sicurezza tutta costruita dall’alto.
Come Potere al Popolo e Comitato per il No Sociale siamo orgogliosi e soddisfatti di aver dato un nostro contributo. Il risultato ci consegna una grande sfida:
– intercettare e organizzare i giovani che si sono mossi, e gli astenuti che sono tornati in campo;
– trasformare i Comitati per il No sociale in centri di resistenza e aggregazione contro il Governo Meloni.
Per il momento stasera festeggiamo in piazza e chiediamo:
– Dimissioni immediate del Governo.
– No alla guerra e all’economia di guerra.
– Attuazione della Costituzione nelle sue parti progressive, quelle che parlano di lavoro, lotta alla precarietà, salari equi.
– Misure immediate contro il carovita.
Su questo programma costruiremo l’alternativa alle destre verso il 2027.
Vi invitiamo a una grande assemblea nazionale a Roma con tutti quelli che vogliono costruire un campo popolare e indipendente!
Fonte
23/03/2026
Referendum. Cosa sta succedendo nei seggi? Denunce di irregolarità
“Dall’Umbria arriva una denuncia pesantissima che rischia di incendiare ulteriormente il clima politico” – riporta la pagina del Comitato ufficiale per il NO al Referendum – “Secondo il Movimento 5 Stelle, in diversi seggi del territorio regionale si sarebbero verificate gravi irregolarità legate alla presenza di rappresentanti di lista di Fratelli d’Italia con segni distintivi interpretati come indicazioni di voto per il Sì”.
Il Comitato per il No di Monza e Brianza denuncia “gravi irregolarità riscontrate in diversi seggi del territorio” durante le operazioni di voto “per tutta la mattinata del 22 marzo”. Secondo quanto riportato in una nota, è stato segnalato alla Prefettura di Monza di Brianza che: “in più di dieci Comuni della Brianza rappresentanti di lista di Fratelli d’Italia hanno violato le norme che regolano il corretto svolgimento delle votazioni, dando chiare indicazioni di voto all’interno dei seggi”.
La segnalazione, rilanciata nelle ore centrali della giornata di voto, si inserisce in un contesto già molto teso.
In particolare, le forze dell’ordine non starebbero permettendo ai rappresentanti di lista dei comitati per il No di votare, impedendo loro di registrarsi presso i seggi elettorali di competenza, in violazione di quanto previsto per legge.
Va ricordato che, non avendo il governo garantito il voto ai milioni di studenti fuori sede, decine di migliaia di giovani e lavoratori si erano registrati come rappresentanti di lista nel comune di residenza temporanea, proprio per poter esercitare il proprio diritto al voto senza dover rientrare nel comune di origine.
La legge prevede che i delegati dei partiti o dei gruppi politici devono presentare la nomina dei rappresentanti di lista presso i Comuni. Le scadenze tipiche sono entro il venerdì o sabato precedenti il voto (19-21 marzo), oppure direttamente ai presidenti di seggio il 22 marzo cioè oggi.
Per il voto dei fuorisede sono disponibili iniziative per permettere ai rappresentanti di lista, specialmente se fuorisede, di votare nei seggi in cui prestano servizio.
Secondo Chronocolmedia si segnalano inoltre irregolarità da parte dei rappresentanti di lista del governo, in particolare di Fratelli d’Italia, che starebbero girando nei seggi con badge o cartelli riportanti la scritta “Sì” in chiara violazione delle normative vigenti, mentre ai rappresentanti per il No sarebbe stato negato persino di indossare il proprio contrassegno.
Alla luce di ciò è a disposizione la piattaforma Ermes, dedicata alla raccolta di segnalazioni anonime e non, invitando a fornire informazioni il più possibile circostanziate, indicando luogo, orario, soggetti coinvolti ed eventuali elementi documentali, al fine di consentire una verifica puntuale delle segnalazioni.
In una nota Sinistra Italiana denuncia che: “Ci giungono preoccupanti segnalazioni dai territori dove le forze dell’ordine contestano ai rappresentanti ai seggi del comitato del NO il legittimo utilizzo del contrassegno con il logo del comitato, mentre in tutta Italia i rappresentanti ai seggi di Fratelli d’Italia girano indisturbati nelle sezioni elettorali con un badge che riporta un minuscolo logo col contrassegno del partito subito sotto un enorme “si”, in palese violazione della normativa.
Peraltro si registrano numerosi casi in cui, con varie scuse pretestuose, si è impedito o si sta impedendo l’accredito dei rappresentanti ai seggi nominati da Avs o dai comitati del No. In alcuni casi sarebbero stati identificati dalle forze dell’ordine e respinti all’ingresso dei plessi. Un numero significativo di rappresentanti di lista non sono stati ammessi e non potranno votare, in totale e inescusabile violazione delle norme e dei principi basilari della democrazia.
Chiediamo al Ministero dell’interno di intervenire con estrema urgenza per ristabilire immediatamente lo svolgimento regolare delle operazioni di voto”.
Fonte
11/03/2026
Montecitorio dentro e fuori. L’automatismo della guerra e la pace in piazza
Fin troppo evidente il contrasto di visione e contenuti in questi due momenti svoltisi a poche decine di metri di distanza.
In piazza Montecitorio i rappresentanti di Potere al Popolo, Unione Sindacale di Base, Global Sumud Flottiglia, associazioni palestinesi, Studenti di Cr e Osa, Movimento per il Diritto all’abitare, hanno articolato le argomentazioni per cui si dà indicazione di votare NO al referendum, ma anche perché la manifestazione del 14 marzo sarà chiaramente una manifestazione di un pezzo di società contro ogni coinvolgimento dell’Italia nella guerra, un NO all’aggressione israelo-statunitense contro l’Iran e ad un governo liberticida.
Una posizione, questa, totalmente diversa dalle comunicazioni piene di ambiguità declamate della premier in Parlamento.
Intervenendo alla Camera la Meloni ha affermato che il suo “Non è un governo complice di decisioni altrui, né tantomeno un governo isolato in Europa, e nemmeno un governo colpevole delle conseguenze economiche che questa crisi può avere su cittadini, famiglie e imprese”.
In un altro passaggio ha fatto esplicitamente richiesta di una convergenza bipartisan con l’opposizione per affrontare questa crisi internazionale che rischia di sfociare in una guerra di vaste proporzioni.
Ha poi affermato che “È in questo contesto di crisi strutturale del sistema internazionale, nel quale le minacce diventano sempre più spaventose e si moltiplicano gli interventi unilaterali condotti fuori dal perimetro del diritto internazionale, che dobbiamo collocare anche l’intervento americano e israeliano contro il regime iraniano”, ha quindi sottolineato che si tratta di “un intervento a cui l’Italia non prende parte e non intende prendere parte”.
Indecentemente, la Meloni ha affermato che la destabilizzazione in Medio Oriente è iniziata il 7 ottobre 2023 con l’attacco palestinese al territorio israeliano e che questa è stata tutta colpa dell’Iran. Ovviamente neanche una parola sul genocidio israeliano contro i palestinesi.
Se volessimo sintetizzare possiamo dire che la premier ha affermato cinque cose significative:
1) la guerra non è colpa mia o del mio governo;
2) chiedo il coinvolgimento dell’opposizione per gestire una fase critica;
3) USA e Israele si muovono fuori dal diritto internazionale ma in qualche modo vanno capiti perché stanno bombardando l’Iran che ha tutte le colpe della instabilità in Medio Oriente;
4) l’Italia non prende parte alla guerra perchè nessuno ce l’ha chiesto;
5) la soluzione diplomatica e la cessazione del fuoco dipendono però solo dall’Iran e non anche da USA e Israele.
Nel mondo alla rovescia descritto in aula della Meloni c’è stato poi un passaggio fondamentale: “Le basi concesse agli americani in Italia dipendono da accordi che risalgono al 1954 e che sono stati sempre aggiornati, da governi di ogni colore”. Su questo la Meloni dice il vero, perché tutti i governi hanno sempre consentito agli USA di poter utilizzare le basi militari presenti in Italia per le loro guerre, anche quelle illegali.
“Nel caso in cui dovessero giungere richieste di uso delle basi italiane per altre attività, la competenza a decidere se concedere o meno quell’utilizzo spetterebbe – sempre in virtù di quegli accordi – al governo”, ha ricordato la Meloni.
Ma, su questo punto ci ha tenuto a chiarire che il governo in quel caso, chiederebbe al Parlamento di pronunciarsi in merito... chiarendo poi che ad oggi “non è pervenuta alcuna richiesta in questo senso”.
Dunque non è arrivata nessuna richiesta ufficiale dagli USA, ma intanto le forze armate statunitensi o i loro droni continuano a utilizzare tranquillamente le basi militari presenti sul territorio italiano per le comunicazioni, lo spionaggio, i rifornimenti e la logistica della loro flotta e dei loro militari sul teatro di guerra in Medio Oriente.
Per tutto questo gli Stati Uniti non hanno chiesto alcuna autorizzazione né dal governo sono arrivate richieste di spiegazioni sui movimenti verso e dalle basi militari USA in Italia.
Siamo nuovamente di fronte alla maledizione degli automatismi previsti dai trattati internazionali che l’Italia ha firmato – sia con gli USA che con la Nato e la Ue – e che nessun governo ha mai pensato di rivedere, rinegoziare o disdettare. E sono proprio questi automatismi – che scattano ancora prima che il Parlamento abbia il tempo di discuterne – a tirare l’Italia dentro le guerre degli altri quasi senza essersene accorti.
Diventano quindi decisivi sia il risultato del referendum del 22 e 23 marzo che la mobilitazione in piazza del 14 marzo. La tabella di marcia di questo governo che ci trascina sul piano inclinato della guerra e della regressione democratica e sociale va ostacolata e interrotta, con ogni mezzo necessario.
Qui di seguito le adesioni alla manifestazione nazionale del 14 marzo. La partenza sarà alle 14.00 da Piazza della Repubblica per concludersi a Piazza San Giovanni.
Fonte e adesioni
06/03/2026
Per un NO di sana e robusta Costituzione
Come autorevolmente scritto dai docenti universitari di procedura penale della Associazione Gian Domenico Pisapia, (grandissimo e compianto avvocato, tra gli autori della riforma che introdusse in Italia nel 1988 il processo accusatorio) “... se la separazione delle funzioni di accusa, difesa e giudizio è un connotato di qualunque sistema processuale che voglia dirsi autenticamente accusatorio ... la modifica costituzionale insita in questa riforma rischia di portare ad un mutamento genetico del P.M., destinato a configurarsi sempre più come organo schiacciato su mere istanze di repressione ed ad un suo conseguente rafforzamento”.
Il dibattito che si è sviluppato a seguito della approvazione della Legge Costituzionale del 30.10.2025 sconta infatti proprio questa contraddizione: se dal punto di vista tecnico la fisiologia del giudizio accusatorio è fondata sulla parità delle parti processuali davanti ad un giudice terzo ed indipendente da accusa e difesa, la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti licenziata dal Parlamento non offre alcun contributo alla affermazione del giusto processo prevista dall’art. 111 della Costituzione.
In altri termini le garanzie e l’esercizio del diritto di difesa sono destinati a cedere inevitabilmente il passo davanti al progressivo consolidamento del diritto penale processuale e sostanziale del “nemico”, costituito dagli innumerevoli provvedimenti liberticidi in tema di negazione del diritto di manifestazione ed espressione del pensiero ed attacco alle pratiche collettive difformi rispetto all’indirizzo di governo.
È una visione reazionaria della società quella che sostiene la politica in tema di sicurezza promossa dal governo Meloni, anche sulla scorta di evidenti corresponsabilità del pensiero debole del centrosinistra: per i poteri forti ed il sottobosco di colletti bianchi legati alle varie consorterie politiche e finanziarie, varrà ancora di più il sistema di immunità/impunità, mentre per gli esclusi dal banchetto il processo penale avrà le caratteristiche dello strumento volto alla difesa sociale. Evidentemente la cosiddetta democrazia liberale non può tollerare il conflitto sociale e l’opposizione politica.
D’altro canto l’eccezione normativa trasformata in strumento ordinario di regolamentazione e risoluzione delle contraddizioni non è una novità nella storia repubblicana: il potere esecutivo e quello legislativo hanno in passato delegato la Magistratura per intervenire manu militari nel contrasto alle diverse emergenze ritenute pericolose per la tenuta dell’ordine costituito (dalla stagione della lotta alla sovversione ai maxi processi organizzati per reprimere la criminalità organizzata, dalla lotta alla delinquenza di strada fino al contrasto dello spaccio di droga).
Dal periodo di Mani Pulite in poi lo scontro tra i poteri dello Stato si è fatto tuttavia sempre più feroce, proprio in base alla necessità per il Potere Politico di sottrarre a quello Giudiziario le prerogative che avevano consentito a questo di elaborare in autonomia le proprie strategie, con le conseguenti resistenze della Magistratura intera a rientrare nell’ambito della subordinazione istituzionale.
Infatti al centro del contrasto di questi giorni non può certo essere considerata la foglia di fico della separazione tra P.M e Giudici. Volendo considerare solo i dati relativi alle modifiche dell’Ordinamento Giudiziario introdotte dalla riforma Cartabia nel 2022 (che prevedeva la possibilità di decidere il passaggio da una carriera all’altra una sola volta nel percorso professionale del magistrato e, comunque, con il cambiamento della sede distrettuale – regione –) negli ultimi anni la percentuale dei passaggi è stata solo dello 0,31%.
L’elemento cruciale, invece, che assume un rilievo dirimente per comprendere la finalità della riforma costituzionale Nordio/Meloni, è lo sdoppiamento dei Consigli Superiori cui dovrebbero far capo le due carriere – giudicante e requirente – con la novità rappresentata dalla introduzione di un terzo organo chiamato Alta Corte Disciplinare.
Se è già indicativo della finalità perseguita il paradossale sistema di ingresso dei membri togati in organi di rilevanza costituzionale, il quale dovrebbe avvenire tramite un’estrazione a sorte, sono davvero eloquenti i requisiti previsti per fare parte, sempre con sorteggio, della Corte Disciplinare: giudici e p.m. che hanno svolto o svolgono funzioni di legittimità – Cassazione – da sempre in maggioranza affini professionalmente ad una visione conservativa e verticistica dell’ordine giudiziario, diversa storicamente da quella espressa dai giudici di merito.
C’è poco da aggiungere. Se fosse stato effettivamente a cuore del Legislatore il rafforzamento del processo accusatorio le soluzioni sarebbero state diverse e più importanti. Tutte da adottare con legge ordinaria: ad esempio tornare allo spirito originario del codice di procedura penale, ripristinando la formazione della prova in modo orale e nel contraddittorio delle parti, impedendo l’ingresso nel fascicolo processuale delle attività investigative svolte dalla polizia giudiziaria e dal P.M. nelle indagini preliminari. Oppure limitare la rinnovazione degli atti processuali mediante lettura dei verbali delle prove testimoniali assunte in precedenza, rendere effettivo il diritto di difesa dell’imputato aumentando le facoltà esercitabili dall’avvocato anche in relazione alla possibilità di svolgimento di accertamenti con l’ausilio di consulenti qualificati.
Nulla di tutto questo è rinvenibile nella riforma Nordio/Meloni: la modifica costituzionale è diretta ad assicurare una sostanziale omogeneità tra i Poteri dello Stato, riconoscendo la supremazia del Potere Esecutivo rispetto agli altri; basta considerare quanto già avviene alle Camere con la decretazione di urgenza su temi sensibilissimi come la sicurezza ed i voti di fiducia con cui si tacita qualunque dibattito parlamentare.
Se il referendum su questo disegno autoritario dovesse confermare con il SI la tenuta della revisione costituzionale, non sono difficili da prevedere i passaggi successivi che saranno messi in campo sulla “Giustizia”: ridimensionamento con progressiva abolizione del principio di obbligatorietà dell’azione penale e sottrazione al P.M. della funzione di direzione e coordinamento delle indagini di polizia giudiziaria, che saranno svolte e concluse in piena autonomia dagli organi investigativi con relativa selezione di fatti, autori e contesti da perseguire.
Cosa ci separa a quel punto dallo stato di Polizia?
La vittoria del NO significa togliere alla deriva reazionaria uno strumento pensato per essere funzionale alla compressione dei diritti fondamentali, per riportare a fare prevalere i principi di eguaglianza e libertà rispetto a quello di autorità, contro la logica e le politiche di guerra e genocidio fondate sulla impunità dei poteri forti.
Fonte
04/03/2026
No Sociale, verso la manifestazione del 14 marzo, si comincia venerdi a Roma
Dopo il flash mob e la conferenza stampa sotto Montecitorio, lo scorso mercoledì, si avvicinano tre appuntamenti centrali della campagna per il NO sociale al referendum. Il primo è l’assemblea pubblica organizzata a Piazza Vittorio, a Roma, venerdì 6 marzo. Seguono poi Napoli, il giorno successivo, con un’altra assemblea all’Istituto di Studi Filosofici (ore 10:30, via Monte di Dio 14), e Milano lunedì 9 marzo (ore 16:30, viale Monza 140).
Nel comunicato di lancio dell’assemblea romana, gli organizzatori ricordano che chi sta oggi costruendo il No Sociale, contro il governo Meloni e le sue politiche, portate avanti in maniera bipartisan (basta guardare i governi locali della finta opposizione parlamentare), sono oggi quelle stesse persone che pochi mesi fa hanno animato le piazze del “Blocchiamo Tutto”, e ancora oggi rivendicano un modello (dalla scuola ai posti di lavoro, passando per i quartieri) che si fondi sugli interessi popolari e non sulle esigenze di un’economia di guerra.
“Ci sentiamo impegnati in prima persona in un referendum – si legge nel testo di lancio dell’assemblea del 6 – che deve sbarrare la strada ad un governo autoritario, antidemocratico e antipopolare. Sconfiggere il governo diventa un obiettivo da praticare e far crescere in ogni ambito sociale, politico, culturale del paese. Questo governo ha chiarito in più occasione di essere espressione degli interessi neocorporativi e di classe di imprenditori, affaristi, faccendieri, ceti sociali ad alto reddito.
Per far ingoiare al resto della società le disuguaglianze sociali e l’insopportabile concentrazione delle ricchezze, l’aumento delle spese militari e della logica di guerra, il controllo sui mass media e sulle possibilità di espressione politica, il governo Meloni sta instaurando lo stato di polizia e la criminalizzazione di chi manifesta per le strade non avendo a disposizione altri strumenti di espressione democratica. Con l’intimidazione e la paura vogliono ricacciare tutte e tutti dentro casa, in silenzio e subalterno”.
I nodi della guerra esterna ed interna dettano l’agenda politica del paese, mentre il No Sociale guarda a un cambio di rotta radicale, che ponga al centro di un governo di alternativa “tutte le esigenze sociali sul piano dei salari e degli interessi dei lavoratori, del diritto all’abitare, delle libertà politiche”, che sul terreno della battaglia referendaria e della manifestazione nazionale del prossimo 14 marzo “devono poter convergere” perché non riguardano “più solo i rapporti di subalternità tra magistratura ed esecutivo”.
Il No Sociale rilancia dunque una campagna capillare di informazione e organizzazione sui territori, con al centro tre punti:
1) il NO alle controriforme istituzionali che stanno portando praticamente alla decostituzionalizzazione della vita politica e democratica del paese, così come è un no allo stato di polizia voluto dal governo che vuole spazzare via le libertà di manifestazione ed espressione e accanirsi ulteriormente contro gli immigrati;
2) il NO alla guerra sociale del governo contro i poveri, i salari dei lavoratori, i senza casa, le esigenze popolari;
3) il NO all’economia di guerra e al militarismo, alla complicità con Israele sul quale il governo intende trascinarci per nascondere disuguaglianze sociali ormai crescenti e insopportabili.
Come abbiamo scritto ieri, la manifestazione nazionale del 14 marzo “diventa inevitabilmente anche un appuntamento generale contro la guerra e un governo servile verso Usa, Israele e la Nato”. Il percorso di avvicinamento diventa, dunque, ancora più importante, in quanto dovrà rappresentare quella che, è evidente, è l’unica reale opposizione di questo paese. Partiamo da Roma, ci si vede il 6 marzo in Piazza Vittorio.
Ricordiamo che per aderire al Comitato No Sociale si può scrivere a nosociale2026@gmail.com
Fonte
14/02/2026
09/02/2026
Governo Meloni “nervoso”. La rendita di posizione si va esaurendo
Ed allora sui social sono partiti subito gli anatemi della premier che tradiscono un bel po’ di nervosismo: “Sono i nemici dell’Italia e degli italiani, che manifestano contro le Olimpiadi, facendo finire queste immagini sulle televisioni di mezzo mondo. Dopo che altri hanno tranciato i cavi della ferrovia per impedire ai treni di partire”.
Le fa eco il Presidente del Senato Larussa: “Mentre il mondo rende ancora omaggio all’Italia per la bellissima cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici di Milano-Cortina 2026, delinquenti e violenti provano a sabotare linee ferroviarie e scendono in piazza per creare disordini”.
Indubbiamente questa insistenza sul connubio tra manifestazioni e treni semina una certa inquietudine – e qualche interrogativo – tra chi ha vissuto la storia recente del paese.
E non poteva mancare il ministro degli Interni Piantedosi, secondo cui: “C’è chi mira al caos generalizzato”. Nell’intervista di oggi al Corriere della Sera il ministro espone il suo teorema – piuttosto banale – secondo il quale il problema sono i cattivi maestri che però “si sono fatti vedere solo come osservatori”, tra questi ci sono “gli organizzatori di iniziative pubbliche nelle quali dichiarano di voler sovvertire il sistema democratico ed arrivare alla resa dei conti con lo Stato democratico”.
La tolleranza verso le manifestazioni annunciata all’inizio del suo mandato dalla premier Meloni, che definiva se stessa come underdog (una che viene dalle piazze e dalle strade), subito dopo le grandi manifestazioni per la Palestina, gli scioperi generali, le piazze riempite da una opposizione politica e sociale meno imbrigliata e imbranata del “campo largo”, sembra ormai sostituita da una vocazione repressiva e liberticida proprio contro le manifestazioni di dissenso politico oggi invece criminalizzate.
Curiosamente la stessa relazione del 2025 dei servizi di intelligence al Parlamento, aveva qualificato come dissenso politico le mobilitazioni dello scorso anno: “L’andamento della crisi in Medio Oriente, ha riportato sulla scena tematiche – condivise da anime diverse del dissenso – quali l’antimilitarismo, l’antisionismo, il sostegno alla causa palestinese” (p.16), includendo in tale categoria anche posizioni che le nuove leggi in discussione al Senato vorrebbero invece sanzionare e criminalizzare.
Gli esponenti della destra al governo appaiono decisamente nervosi, sentono che la terra comincia a smottare sotto i piedi e che la rendita di posizione di cui hanno potuto usufruire fino ad oggi (soldi del PNRR a disposizione, maggioranza blindata in Parlamento, debolezza dell’opposizione, elezione di Trump etc.) potrebbe esaurirsi.
Tra i motivi di nervosismo c’è sicuramente il prossimo referendum costituzionale sulla giustizia del 21/22 marzo, nel quale una battaglia che la destra dava per vinta a mani basse adesso è diventata contendibile e forse addirittura perdente.
Il Giornale non a caso ieri parlava di “escalation di violenza e garantismo giurisprudenziale”. E ancora, riferendosi a improbabili confronti con gli anni ‘70, ha scritto che: “oggi il livello di violenza è fortunatamente inferiore, ma chi lo esercita può contare su un livello di impunità garantito da magistrati pronti – pur di opporsi al governo – a rimettere in libertà chi viola la legge”.
E poi c’è la variabile Vannacci (l’ultima zampata di quell’avventuriero politico di Renzi) che potrebbe rosicchiare quel pizzico di voti capaci di ribaltare gli equilibri nei collegi elettorali e far perdere le elezioni alla destra.
Ci sono dunque molti motivi per i quali sembra che a voler seminare il caos nel paese e la sfiducia verso le istituzioni (in questo caso la magistratura, in altri il Parlamento), sia più il governo stesso, e i suoi apparati collaterali, che le manifestazioni.
Nello stesso brodo primordiale del caos, il governo butta i manifestanti, i magistrati, i cantanti filopalestinesi, le polemiche su Sanremo e, come al solito, la classica “pista anarchica” sui sabotaggi ai treni.
Sui sabotaggi ai treni però nessuna organizzazione o rete anarchica ha finora rivendicato l’azione. Ma, come è purtroppo storia nel nostro paese dalla strage di Piazza Fontana in poi, c’è sempre una “pista anarchica” da dare in pasto ai timori dell’opinione pubblica e alle carognate in politica. Chissà, se tornasse utile alla strategia del caos, già da domani potrebbe spuntare dal cilindro una “pista islamica” oppure una “pista russa”, entrambe funzionali al clima di guerra che si respira in Europa e quindi anche in Italia.
Si ha quasi la sensazione che in questa nuova “strategia della tensione”, gli esecutori di ieri siano diventati i mandanti di oggi. Teniamoli d’occhio e prepariamoci ad una opposizione politica e sociale degna di questo nome e capace di indicare un’alternativa.
Fonte
08/02/2026
La separazione delle carriere per addomesticare la giustizia
Scritto a due mani dal magistrato Piergiorgio Morosini, Presidente del Tribunale di Palermo e da Antonella Mascali, giornalista Giudiziaria de Il Fatto Quotidiano, il testo non si limita ad illustrare il tentativo in atto di separare le carriere tra giudici e pubblici ministeri, ma prova ad affrontare il rapporto sempre più aspro, tra giustizia e politica. Un atteggiamento da resa dei conti, da parte del Governo Meloni, che affonda le sue radici nel pensiero di Silvio Berlusconi e della lobbie che rappresentava. Il vero ed unico padre politico della riforma.
Da subito si è compreso che, su questa riforma, la posta in gioco è alta. Soprattutto dagli esempi chiari e diretti spiegati dal magistrato Morosini e il conseguente vociferare tra il pubblico di alcuni avvocati. Gli stessi che durante l’intervento dell’avvocato Cosimo Zaccaria, hanno accusato che le sue affermazioni “danneggerebbero la categoria”. Nonché proseguite poi con uno scambio di frasi, per lo più privo di contenuti, con gli altri relatori.
La materia, è inutile nasconderlo, è da addetti i lavori. Precedentemente abbiamo provato a renderla più semplice (1) anche se resta assai difficile, ma doveroso, contrastare le ragioni del SI, quando queste sono sostenute con motivazioni che nulla hanno a che fare con il miglior funzionamento dei processi e della magistratura.
La legge di riforma costituzionale delle norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della corte disciplinare, “Ambisce – come è ben riportato nella sinossi del libro – a mutare l’equilibrio tra poteri dello Stato e a liberare la politica da ogni controllo. Smantella quelle garanzie volute dai costituenti nel 1948, per affrancare i magistrati da qualsiasi condizionamento e creare i presupposti per renderli imparziali”.
Una tesi contestata dal Governo e dai sostenitori della riforma, con l’accusa di voler usare strumentalmente la proposta di miglioramento, enunciando questioni che non sono scritte nel testo di Legge proposto. E una falsa preoccupazione perché in realtà, affermano, questa riforma non mette per iscritto che verrà toccata l’autonomia dei giudici e pubblici ministeri.
Ne consegue che la mobilitazione avversa al referendum proposto, rappresenterebbe una presa di posizione atta alla protezione della categoria dei magistrati che da troppo tempo restano impuniti rispetto alle loro persecuzioni giudiziarie.
Nulla di più assurdo, dato proprio che questa formula della separazione, era stata pensata dai padri costituenti perché, in un clima di forte instabilità e di forti preoccupazioni politiche, i partiti presenti prima delle elezioni generali del 1948, avevano il timore che risultando perdenti, avrebbero potuto subire la vendetta anche giudiziaria dei vincenti.
Per questo tutte le forze presenti nell’Assemblea Costituente, decisero per il Consiglio Istituzionale della Magistratura così organizzato, perché quella sarebbe stata la formula in grado di proteggere i perdenti alle elezioni del 1948 e tutti i cittadini in pari diritto e differente classe sociale.
Tutto il contrario dei sostenitori del “SI” che promuovono un’idea di magistratura, non solo allineata alla maggioranza di turno, ma che non sia neanche nella possibilità di poter indagare sui loro eventuali illeciti amministrativi, finanziari o fenomeni di corruzione.
Per i sostenitori della riforma, invece, tutto questo è falso perché, quanto dichiarato, non è presente nel testo della legge.
Esiste allora un pericolo democratico?
In verità, se passasse il SI al referendum, non si tratterebbe di una riforma ma bensì del puro abbattimento dello stato esistente delle cose. Quello è l’obiettivo. Lo conferma il testo delle legge che rimanda obbligatoriamente a successivi Decreti “organizzativi” emanati dal Governo.
Non rassicurano certo le parole del Governo, per voce del ministro Nordio, quando afferma che comunque “poi insieme ai magistrati definiranno le modalità d’applicazione e organizzative della modifica apportata”. In pratica una riforma d’accettare al buio, basandoci sulla fiducia.
In verità, come è possibile fidarsi quando il tenore degli appelli del Governo, anche nel caso degli scontri di Torino, sono direttamente imputabili alla superficialità dei giudici che scarcerano senza remore, vanificando così la credibilità delle forze dell’ordine?
Dobbiamo fidarci di una maggioranza che ormai dalla sua nascita esautora il parlamento, tanto da preparare una legge costituzionale che entrata in Parlamento a fine maggio del 2024 e ne esce nell’ottobre del 2025 dal Consiglio dei Ministri con un testo a firma Meloni-Nordio, dove con quattro passaggi parlamentari, non viene cambiato neanche una virgola?
Quando si cambia la Costituzione di un paese, è elemento di identità democratica che questa venga concordata con tutte le forze politiche presenti nella sfera parlamentare, debitamente e proporzionalmente rappresentate e non a colpi di maggioranza ottenuta grazie ad una riforma elettorale maggioritaria che vede oggi governare forze politiche numericamente poco rappresentative nel paese.
Un altra prova, è anche la negazione al voto agli oltre 5 milioni di cittadini fuorisede (2). Non è che questa decisione sia stata influenzata dal fatto che alcuni sondaggio li evidenziavano come una parte del nostro paese che era favorevole al NO?
Per non parlare poi della forzatura d’approvazione, nei modi e nei tempi, che il Governo ha attuato nella decisione della data del 22 marzo delle votazioni referendarie. Addirittura avanzando la proposta di votare in febbraio. Decisione imposta nonostante oltre 500mila firme erano in procinto di essere ormai raccolte.
Come possiamo giudicare tutto questo, se non comeun chiaro messaggio atto a non consentire democraticamente di poter informare adeguatamente i cittadini della pericolosa concentrazione dei poteri che si sta provando ad attuare?
Per fortuna, proprio ieri, l’Ufficio centrale della Suprema Corte ha riformulato il testo ammesso a novembre (3), una scelta che avrebbe dovuto costringere il governo a riconvocare le urne per il voto, ad aprile. Ma ciò non è avvenuto perché il CDM ha comunicato che integrerà il quesito ammesso ma non cambierà la data del referendum. Si annuncia ricorso dei 15 giuristi.
L’ammissione del nuovo testo, è bene ricordare, è nato dalla proposta dei 15 giuristi promotori della raccolta firme popolare, partita sotto Natale e che in appena 25 giorni ha raggiunto e superato le 500mila sottoscrizioni richieste.
Un ulteriore stop a questa riforma che non è solo inutile per i problemi legati alla giustizia, ma anche dannosa proprio per l’equilibrio e l’autonomia di quei poteri dello Stato, (legislativo, esecutivo e giudiziario) che hanno cercato di garantire al meglio, pari diritto e dignità a tutti noi. Punti fondanti di una Costituzione che ancora oggi, stenta ad essere integralmente applicata.
Un concetto assai difficile da comprendere per chi vede in modo affermativo, la possibilità di agire, da parte dei Governi verso i popoli di altre nazioni e i dissidenti interni, in modo aggressivo e con l’obiettivo inaccettabile di reinstaurare oligarchie libere dal vincolo democratico.
Un esempio lo cita proprio il magistrato Piergiorgio Morosini, durante la conferenza rispetto al progetto del ponte di Messina:
“Guardate, la scelta del ponte sullo stretto di Messina. Penso sia una scelta giusta perché secondo me proietta certe regioni nel futuro. Probabilmente può essere un volano per il nostro paese, ma se dobbiamo varare il ponte sullo stretto, però vogliamo attivare una procedura amministrativa che tiene conto dei tanti problemi per la costruzione di questo ponte, non fosse altro per la richiesta di tutti i pareri tecnici che ci devono essere prima di fare un’opera di quella portata e di quel tipo? Soprattutto in una zona che presenta tanti rischi ad esempio dal punto di vista sismico delle correnti etc. Allora perché, quando la Corte dei Conti ha fatto i rilievi a quella procedura nell’ottobre scorso a protezione di tutti, veniva considerato un atto di ostilità verso una scelta del governo? Era un doveroso controllo che consentiva di realizzare quel progetto a regola d’arte. Sono invece, stati considerati dei nemici del governo e questo vale sempre ogni volta che c’è una decisione sgradita da parte di magistrati”.Il caso Palamara, rafforza la riforma?
Durante l’esposizione si è anche affrontato il problema dello scandalo Palamara (4).
Salito alle cronache per aver cercato di influenzare delle nomine al Consiglio superiore della Magistratura ed utilizzata oggi dalla maggioranza di Governo per giustificare questa riforma, ha ricevuto la precisa spiegazione da parte della giornalista giudiziaria Antonella Mascali:
“Aggiungo un particolare sulla questione dell’hotel Champagne (ndr era l’Hotel dove si sono trovati per concordarsi sui nomi), perché i sostenitori del SI dicono che sono per la fine della casta dei magistrati e per la fine del male della correntocrazia. La sottoscritta ha scritto del male della correntocrazia e della spartizione che va stigmatizzata e che c’è stata al CSM, in tempi non sospetti, ma Morosini ha detto, – che alla fine della vicenda – i cinque consiglieri del CSM si sono dimessi dopo essere stati sanzionati dai giudici disciplinari del CSM. Palamara, ex consigliere, nonché magistrato, è stato radiato e i due parlamentari non hanno subito conseguenze. Uno dei due parlamentari in quel momento è il magistrato, Cosimo Ferri che è stato salvato dai politici, non dai magistrati. Perché è stata la maggioranza in Parlamento a non autorizzare il collegio disciplinare del CSM all’utilizzo delle intercettazioni e delle chat, per cui il collegio disciplinare del processo per le chat dell’hotel Champagne ha dovuto alzare le mani di fronte a un salvataggio della politica. Quindi cosa vanno raccontando?”Il ruolo trasparente dei giornalisti
Anche dal punto di vista della trasparenza dell’informazione, rispetto ai processi, per noi giornalisti c’è un ulteriore limitazione rispetto alla possibilità di pubblicare gli atti processuali anche se pubblici.
Certamente la nostra categoria non brilla per trasparenza e il connubio stampa-politica spesso ha consentito l’uso strumentale degli atti giudiziari a fine politico. Però l’impossibilità di poter pubblicare un’ordinanza di custodia cautelare o di altra misura restrittiva personale, anche se già a conoscenza delle parti coinvolti nel processo, non mette maggiormente in pericolo, rispetto all’opinione pubblica, l’imputato? Essere costretti a redigere solo un riassunto, che può essere interpretativo rispetto a chi scrive, non è più pericoloso rispetto al testo originale pubblicato virgolettato?
Ma la riforma Cartabia non è allora servita a nulla?
La magistratura ha molti problemi che sono emersi già nel 2019 con lo scandalo Palamara dell’hotel Champagne, ma dobbiamo ricordare che nel 2022 è stata varata la riforma Cartabia, che ha cambiato gli illeciti disciplinari, i criteri per nominare i capi degli uffici, il sistema elettorale del CSM.
Una riforma fatta insieme a parlamentari, avvocati, magistrati ed esponenti del mondo accademico, votata nel 2022 anche da due forze politiche, Forza Italia e Lega. Gli stessi partiti che oggi proseguono nella richiesta di riforma Meloni-Nordio, senza coinvolgere le parti in una preventiva analisi di ciò che quella riforma ha prodotto.
Necessario confronto, anche se a mio avviso quella riforma, sostenuta dal governo Draghi, non ha per nulla risolto il problema dello smaltimento dei processi verso i cittadini e della giusta pena. Risolvibile in verità, solo con una nuova organizzazione delle procure che tenga conto delle necessità dei magistrati e degli avvocati e soprattutto, di nuovi investimenti, che non a caso sono assenti da anni.
Note
[1] https://alkemianews.it/2025/12/06/la-contro-riforma-della-giustizia/
[2] https://www.ilsole24ore.com/art/niente-voto-i-fuorisede-referendum-perche-e-stato-bocciato-e-che-punto-siamo-la-legge-AI50yaGB
[3] https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/02/06/referendum-nordio-cassazione-quesito-data-notizie/8282891/
[4] https://www.penaledp.it/il-palamara-gate/
Fonte
