Ieri, 7 ottobre, il Parlamento Europeo ha votato in plenaria una risoluzione che traccia una linea intransigente verso Pechino, facendo un passo decisivo verso un’opzione muscolare anche con la Cina. In particolare, è sul dossier di Taiwan che la UE rompe gli indugi e si oppone frontalmente alle rivendicazioni cinesi.
L’esito della votazione era piuttosto scontato, dopo che pochi giorni fa il testo era già stato licenziato dalla commissione Affari Esteri di Strasburgo con un netto consenso trasversale (44 sì, 9 no e 12 astenuti). Ad opporsi, a sinistra, sono stati soltanto il belga Marc Botenga, il pentastellato Danilo Della Valle, e il cipriota Giorgos Georgiou.
La risoluzione pone al centro la questione della reciprocità commerciale, della sicurezza della produzione e delle tecnologie europee dalle dipendenze dalle filiere cinesi, ma anche il nodo del rapporto tra il Dragone e la Russia, il rispetto dei diritti umani (che non vale per Israele, e nemmeno per Londra per quanto riguarda i tempi di detenzione degli attivisti di Palestine Action).
Ma la linea rossa evidentemente superata è quella dello status dell’arcipelago taiwanese. Il documento conferma l’adesione della UE alla politica di “Una sola Cina”, riconoscendo dunque come unico governo cinese legittimo quello di Pechino, ma allo stesso tempo rifiuta ogni azione che possa modificare lo status quo.
Per sostenere questa linea, la risoluzione sollecita gli stati membri a dispiegare una presenza marittima regolare con manovre navali coordinate nello Stretto di Taiwan, a cooperare sul piano della sicurezza con attori regionali come l’India e a fare pressione all’ONU affinché sia garantito l’accesso alle istituzioni internazionali ai cittadini con passaporto taiwanese.
Strasburgo ha così votato per rendere la propria presenza militare stabile intorno all’isola di Formosa, a difesa di Taiwan e a due passi dalle coste cinesi. Un elemento che aumenta pesantemente la tensione nello Stretto e conferma ai vertici di Pechino che, in sostanza, le rivendicazioni sulla provincia considerata secessionista sono rispettate solo sulla carta.
Più o meno dal 2020, tutta la filiera occidentale – dagli USA all’Australia – ha cominciato a mettere in discussione l’interpretazione della risoluzione ONU 2758, che escludeva le rappresentanze di Taiwan dal sistema delle agenzie delle Nazioni Unite. Tra il 2021 e il 2024 la UE ha approvato altre risoluzioni a favore di Taipei e per approfondire i legami commerciali con l’arcipelago.
La richiesta, per quanto non vincolante, di impegnarsi in maniera direttamente militare rispetto alla situazione taiwanese è un cambio di passo significativo. La Repubblica Popolare Cinese, nella dichiarazione esplicativa del documento approvato, viene indicata come “una combinazione unica di partner, concorrente e rivale sistemico”, ma è chiaro che la tendenza delle classi dirigenti europee sta virando velocemente verso l’ultima definizione.
Il testo approvato pone grande attenzione alla questione economica, ma offre anche un’elaborazione generale sul ruolo che Pechino ha come attore geopolitico globale, contrastandola in maniera diretta fino al dispiegamento bellico. Si tratta, insomma, della traslazione del braccio di ferro col gigante asiatico su di un piano completamente diverso.
Tutto ciò avviene a preludio della missione del Commissario per il Commercio UE Maroš Šefčovič nella capitale cinese, che si svolgerà proprio oggi. L’eurodeputata che ha steso il documento, Hilde Vautmans di Renew Europe, ha esplicitamente affermato: “voglio che vada lì con il mandato più forte possibile da parte di quest’aula”.
Ma nei fatti, Šefčovič si sta presentando con una dichiarazione di guerra in mano, affermando che la Cina dovrebbe tutelare le aziende europee dalla propria superiorità produttiva e tecnologica, che i “secessionisti” sono legittimi solo se hanno dietro l’Occidente, e che la Repubblica Popolare dovrebbe pure temere esercitazioni congiunte condotte a ridosso dei propri litorali. La protervia del “giardino” di Borrell ha raggiunto vette psicotiche...
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