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29/10/2026

L’Onu conferma: “togliete il bloqueo contro Cuba!”

Sul voto hanno pesato le minacce del fascista Marco Rubio esercitate su molti paesi affinché votassero contro la risoluzione di Cuba, che chiede l’abolizione dell’embargo.

L’Assemblea Generale dell’ONU, mercoledì 28 ottobre 2026, ha votato la risoluzione per chiedere la fine del blocco economico contro Cuba. La mozione è stata approvata a larga maggioranza, ma con un significativo calo dei voti favorevoli rispetto agli anni passati dovuto alle forti pressioni diplomatiche statunitensi.

Questo il bilancio ufficiale della votazione:

  • 130 Voti Favorevoli, tra cui Turchia, Cina, Canada e Russia.
  • 17 Voti Contrari guidati da Stati Uniti e Israele, ai quali si sono uniti tra gli altri Ucraina, Argentina ed Emirati Arabi Uniti.
  • 25 Astensioni per la prima volta in 34 anni, diverse nazioni occidentali si sono astenute, comprese Italia, Germania e Lettonia.

L’Italia ha storicamente sempre votato a favore della risoluzione ONU per porre fine all’embargo contro Cuba. Il passaggio all’astensione, voluto dal governo Meloni e registrato nella votazione odierna, rappresenta una storica rottura rispetto alla tradizionale linea della diplomazia italiana.

Ecco come il governo Meloni ricambia l’aiuto che i medici cubani hanno portato al popolo italiano nel momento dell’emergenza Covid-19.

L’intensa attività diplomatica dell’ambasciatore statunitense Mike Waltz e marco Rubio è riuscita a convincere circa venti governi a modificare la propria linea strategica rispetto allo scorso anno (quando i favorevoli furono 165), spingendoli verso l’astensione o il voto contrario. Nonostante questo, il blocco di sanzioni è stato formalmente condannato dall’ONU per la trentaquattresima volta.

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Dopo 33 anni di voti favorevoli alla risoluzione delle Nazioni Unite contro il blocco statunitense, l’Italia ha scelto l’astensione. La Farnesina riconosce che l’embargo produce conseguenze economiche e umanitarie negative, ma attribuisce alle scelte delle autorità cubane la responsabilità della crisi e subordina la revoca delle misure a riforme politiche ed economiche. Questa posizione rappresenta una grave rottura con la tradizione diplomatica italiana e una concessione alla strategia di pressione di Washington contro la Rivoluzione cubana. 

Appare infatti insanabile la contraddizione tra il riconoscimento ufficiale, da parte della Farnesina, degli effetti economici e umanitari negativi dell’embargo statunitense e la scelta italiana di astenersi, dopo 33 anni di voti favorevoli alla risoluzione per la sua revoca. Il comunicato della Farnesina del 28 ottobre 2026 aggiunge inoltre critiche inaccettabili alle libertà politiche ed economiche a Cuba e chiede riforme sostanziali alle autorità dell’Avana invece di denunciare il tentativo di sterminio della popolazione attraverso il Bloqueo.

L’astensione del governo italiano sulla risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite contro il blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti a Cuba non è un semplice cambiamento diplomatico. È una scelta politica grave, che rompe una continuità durata 33 anni e mette in discussione il principio fondamentale secondo cui ogni popolo ha il diritto di decidere autonomamente il proprio destino.

Il comunicato della Farnesina del 28 ottobre, con il quale il governo Meloni ha cercato di motivare la decisione, non riesce a superare la contraddizione che ne costituisce il nucleo. Da una parte, riconosce che l’embargo statunitense provoca conseguenze economiche e umanitarie negative per il popolo cubano; dall’altra, sostiene che la crisi dipenda anche dalle decisioni delle autorità dell’Avana e reclama riforme politiche, economiche, sociali e giudiziarie come condizione per un cambiamento sostanziale.

L’astensione italiana: una scelta politica dietro il linguaggio umanitario

Ma quale logica politica può giustificare l’astensione di fronte a una misura coercitiva che colpisce un’intera popolazione? Quale principio di diritto internazionale consente a un governo straniero di esercitare una pressione economica sistematica su un Paese sovrano, pretendendo che modifichi il proprio ordinamento politico?

La risposta, a mio giudizio, è una sola: nessuna considerazione umanitaria può diventare il pretesto per legittimare l’ingerenza negli affari interni di un altro Stato.

Non si può separare la sofferenza del popolo cubano dal blocco che la aggrava

Il governo italiano dichiara di essere vicino al popolo cubano e di voler continuare gli aiuti umanitari. Tuttavia, questa solidarietà rischia di trasformarsi in una formula priva di coerenza quando non si traduce nella richiesta inequivocabile di porre fine alle misure che contribuiscono a provocare le sofferenze denunciate.

Non nego che Cuba debba affrontare problemi economici strutturali, difficoltà produttive, carenze e contraddizioni interne. Nessuna analisi seria può ignorare la complessità della situazione cubana. Ma è proprio per questo che bisogna distinguere tra la discussione legittima sulle politiche economiche di un Paese e l’imposizione di una punizione collettiva attraverso la pressione economica esterna.

Il blocco non è una misura neutrale. È uno strumento di pressione che condiziona gli scambi commerciali, le possibilità di finanziamento e l’accesso a beni, tecnologie e risorse essenziali, con ricadute sulla vita quotidiana delle famiglie e sul funzionamento dei servizi pubblici. Le sue conseguenze non possono essere comprese pienamente se vengono isolate dalle difficoltà che il sistema economico cubano già deve affrontare.

Per questo considero politicamente inaccettabile rovesciare l’ordine delle responsabilità, riconoscendo gli effetti negativi dell’embargo e, nello stesso tempo, utilizzando la necessità di riforme interne per giustificare una posizione meno netta sulla sua revoca.

Se davvero si vuole aiutare il popolo cubano, occorre rimuovere gli ostacoli che ne aggravano le condizioni materiali di esistenza, non aggiungere condizioni politiche alla solidarietà internazionale.

La sovranità di Cuba non è negoziabile

La questione decisiva è quella dell’autodeterminazione. Cuba ha intrapreso, con la Rivoluzione del 1959, un percorso politico e sociale socialista che ha rappresentato un punto di riferimento per molti movimenti antimperialisti e per le lotte di liberazione nazionale.

Quel percorso può essere discusso, criticato e analizzato anche nelle sue contraddizioni. Ma non può essere sottoposto al diritto di veto di Washington, né a una pressione internazionale finalizzata a imporre un cambiamento di sistema.

Quando il comunicato della Farnesina collega la necessità di superare la crisi cubana alla mancanza di libertà politiche ed economiche e all’urgenza di riforme sostanziali, assume una posizione che va ben oltre la solidarietà umanitaria. Entra direttamente nel terreno della valutazione e del condizionamento dell’ordinamento interno di uno Stato sovrano.

Naturalmente, i diritti umani e le libertà fondamentali devono essere tutelati in ogni Paese. Ma questo principio deve valere universalmente, senza doppi standard e senza diventare uno strumento selettivo della competizione geopolitica. Non è accettabile invocare le libertà politiche per Cuba (dove peraltro sono ampiamente tutelate) e ignorare, in altri contesti, le violazioni commesse da governi considerati alleati delle potenze occidentali.

La difesa dei diritti non può trasformarsi in una giustificazione per l’assedio economico. Né la richiesta di riforme può diventare il prezzo imposto a un popolo per ottenere la fine di misure che ne danneggiano le condizioni di vita.

Il governo Meloni e il servilismo atlantico

La decisione italiana deve essere letta anche nel quadro dei rapporti con gli Stati Uniti e della crescente subordinazione della politica europea alle priorità strategiche di Washington.

A mio giudizio, l’astensione rappresenta una manifestazione di servilismo atlantico e una rinuncia a esercitare un’autonoma funzione diplomatica. Il governo Meloni ha scelto di allinearsi a un gruppo di Paesi alleati che comprende la Germania, i Paesi Bassi e altri Stati europei, anziché mantenere la tradizionale posizione italiana favorevole alla risoluzione contro il blocco.

La Farnesina richiama gli aiuti umanitari europei e italiani destinati a Cuba. Sono interventi che possono offrire un sostegno concreto alle persone più vulnerabili e che non vanno sottovalutati. Ma la cooperazione allo sviluppo non può sostituire una posizione politica coerente sulla causa delle difficoltà che si dichiara di voler alleviare.

Non basta finanziare programmi alimentari, sanitari o di sviluppo rurale se, sul piano diplomatico, si rinuncia a chiedere con chiarezza la fine di una politica coercitiva che contribuisce ad aggravare la crisi.

La solidarietà non può essere ridotta a una gestione umanitaria delle conseguenze, mentre si accetta che continui a operare il meccanismo che produce parte di quelle sofferenze.

È questa la contraddizione che il governo italiano deve spiegare ai cittadini. Perché l’Italia, che per decenni ha sostenuto la risoluzione contro il blocco, dovrebbe oggi abbandonare quella posizione? Quale interesse nazionale giustifica una scelta che rischia di indebolire la credibilità della nostra diplomazia e la tradizione italiana di dialogo con l’America Latina?

Non vedo, in questa decisione, una strategia autonoma di pace e cooperazione. Vedo piuttosto il rischio che la politica estera italiana venga subordinata alle priorità di una potenza alleata, anche quando queste entrano in conflitto con i principi di sovranità e autodeterminazione che dovrebbero orientare le relazioni internazionali.

Il blocco come strumento di pressione contro un’esperienza socialista

Per comprendere la portata della questione bisogna ricordare che il conflitto tra Washington e L’Avana non nasce oggi. Da oltre sei decenni, Cuba affronta una politica di isolamento e pressione economica legata alla volontà statunitense di contrastare la sopravvivenza e lo sviluppo di un’esperienza socialista a poche decine di miglia dalle proprie coste.

Il blocco non può essere considerato soltanto una controversia commerciale. È anche uno strumento politico, che mira a esercitare pressione sul sistema economico e sociale cubano e sulle decisioni delle sue istituzioni.

In questo senso, la richiesta di riforme accompagnata dalla rinuncia a una condanna netta dell’embargo rischia di accettare, almeno sul piano diplomatico, la logica secondo cui la sovranità di Cuba possa essere condizionata da una potenza esterna.

È una logica che va respinta, indipendentemente dal giudizio che ciascuno può esprimere sull’esperienza cubana. Il diritto di un popolo a scegliere il proprio modello politico non dipende dal gradimento dei governi occidentali.

Difendere questo principio non significa negare i problemi reali di Cuba, peraltro riconducibili proprio al Bloqueo che da 60 anni la cinge d’assedio. Significa affermare che le trasformazioni politiche ed economiche devono scaturire da processi autonomi, dalla partecipazione della popolazione e dal confronto interno, non da una strategia di strangolamento economico imposta dall’esterno.

Cuba, l’America Latina e il diritto a un mondo multipolare

La vicenda cubana riguarda anche il futuro delle relazioni internazionali. In un mondo segnato dalla crisi dell’ordine unipolare, dalle tensioni tra grandi potenze e dalla crescita delle relazioni Sud-Sud, la difesa della sovranità dei Paesi latinoamericani assume un significato che supera i confini dell’isola.

L’America Latina ha conosciuto interventi esterni, colpi di Stato, pressioni economiche e tentativi di condizionamento politico che hanno lasciato profonde ferite nella sua storia. La Rivoluzione cubana, con tutte le sue specificità, è diventata un simbolo della possibilità di rivendicare un percorso indipendente.

Per questo la solidarietà con Cuba non è una questione marginale, né un residuo della Guerra fredda. È parte della battaglia per un sistema internazionale nel quale i rapporti tra gli Stati non siano regolati esclusivamente dalla forza economica, militare e finanziaria delle potenze dominanti.

Il multipolarismo, tuttavia, non può ridursi a una diversa distribuzione del potere tra Stati. Deve tradursi nella possibilità concreta per i popoli di sottrarsi ai ricatti, costruire forme di cooperazione e scegliere autonomamente il proprio sviluppo.

In questa prospettiva, l’Italia avrebbe potuto svolgere un ruolo diverso: utilizzare la propria tradizione diplomatica per sostenere il dialogo tra Washington e L’Avana, chiedere la fine del blocco e promuovere la cooperazione economica e scientifica senza condizioni politiche imposte dall’esterno.

L’astensione ha invece indebolito questa possibilità e contribuito a normalizzare una posizione che rischia di confondere il sostegno umanitario con il diritto di interferire nelle scelte di un altro popolo.

La solidarietà deve diventare una scelta politica concreta

La mia condanna della posizione assunta dal governo Meloni è dunque netta. Considero questa astensione una decisione politicamente vergognosa, perché interrompe una continuità diplomatica importante e sacrifica il principio dell’autodeterminazione sull’altare dell’allineamento agli Stati Uniti.

Il governo italiano non può dichiararsi vicino al popolo cubano e, nello stesso tempo, rinunciare a una posizione inequivocabile contro il blocco. Non può presentare gli aiuti umanitari come una risposta sufficiente, quando la stessa Farnesina riconosce le conseguenze economiche e umanitarie negative delle misure statunitensi.

Occorre ripristinare una politica estera autonoma, fondata sul rispetto della sovranità, sulla cooperazione tra i popoli e sul rifiuto delle misure coercitive unilaterali. Occorre chiedere la revoca del blocco, favorire gli scambi commerciali e scientifici, rafforzare la cooperazione sanitaria e alimentare e sostenere ogni iniziativa diplomatica che consenta di superare le tensioni senza imporre cambiamenti di sistema.

La solidarietà con Cuba deve essere concreta, politica e sociale. Deve riguardare il diritto del popolo cubano a vivere senza essere sottoposto a una pressione economica permanente e a decidere liberamente il proprio futuro.

La questione, in definitiva, non è se si condivida o meno ogni scelta del governo cubano. La questione è se si riconosca a Cuba lo stesso diritto all’indipendenza che rivendichiamo per ogni altro Paese.

Per noi comunisti e antimperialisti, questo principio non può essere negoziato in cambio di un rapporto privilegiato con Washington.

Cuba non è sola. E l’Italia deve scegliere da che parte stare: dalla parte del diritto internazionale, della solidarietà tra i popoli e della pace, oppure da quella di una politica di pressione che pretende di decidere il destino di una nazione sovrana.

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