La rabbia sociale e giovanile esplosa sabato e bissata domenica a Milano è stata seguita, fin dalle prime ore, da un rincorrersi frenetico di tweet, commenti e dichiarazioni di sdegno e condanna da parte di esponenti politici e istituzionali per questi “quattro ignoranti” che hanno osato gridare la loro esistenza nel salotto buono della metropoli più ricca del paese.
Calmatesi (per ora) le acque, con più di 200 giovani fermati e passato il visibile spaesamento iniziale – mentre il governo si riuniva d’urgenza per militarizzare la città spedendo a Milano 500 soldati – quel coro disordinato ha quindi cominciato a definirsi lungo gli schieramenti politici e a tradursi in convocazioni di piazza “contro le violenze e i saccheggi”, palesando un’omogeneità bipartisan di vedute e contenuti che a qualcuno potrebbe ancora suonare come un’amara sorpresa. È la stessa benestante “maggioranza silenziosa” di fine anni ’60...
I primi a chiamare alla mobilitazione in difesa di “forze dell’ordine, negozianti e milanesi” sono stati naturalmente i partiti della destra di governo, riempiendo nel tardo pomeriggio di ieri la piccolissima piazza San Carlo.
Le parole d’ordine della convocazione era la richiesta di pene esemplari così come scritto nello striscione condiviso; e poi il “Vi remigreremo tutti” sullo striscione della Lega, intrappolata anche da queste parti nell’incubo della contro-rincorsa a Vannacci. A margine sono volati schiaffi da parte dei partecipanti benestanti contro un gruppetto più che pacifico di contestatori, una violenza “per bene” che non ha suscitato alcuna indignazione.
Nella mattinata, intanto, era stato diffuso l’appello della CGIL di Milano ad una “piazza per la coesione sociale”, subito rilanciato dal segretario PD cittadino Alessandro Capelli e poi materializzatosi in serata con la chiamata piddina per mercoledì (domani) in piazza della Scala con lo slogan assai meno ‘sociale’ “Milano non vuole la violenza”, appello raccolto a breve distanza da Avs.
Gli slogan scelti ci sembrano abbastanza eloquenti su quale sia la preoccupazione principale per questi signori dopo i fatti del fine settimana.
Prima ancora della Schlein, già sabato il sindaco Sala aveva dettato la linea, attaccando direttamente Piantedosi per... l’esigua dimensione – a suo dire – della quantità di forze dell’ordine schierate in città, dritto al punto di quella che è l’unica ricetta concepibile da questa classe politica, indipendentemente dal colore.
D’altronde la campagna elettorale delle prossime comunali non è più affar suo e può dire le cose come davvero le pensa, senza tanti fronzoli: diventa un problema del PD e dei nuovi contendenti a Palazzo Marino richiamare qua e là anche crisi e carovita, quando capita, o criticare l’approccio securitario del governo; salvo comunque invocare “più forze dell’ordine” nel paese che ha già oggi il più alto numero di uomini in divisa procapite d’Europa.
Formalmente più attento agli umori del paese e della città “invisibile” è stato il possibile candidato sindaco del “campo largo” Calabresi, il quale ha mormorato di “necessità di interpretare e rispondere alle manifestazioni di un malessere sociale”. Dopo di che, però, anche lui si è sperticato nella solidarietà alle forze dell’ordine, nel richiamo alla legalità e alla divisione invalicabile tra buoni che manifestano pacificamente e i violenti.
Calabresi si è spinto, insomma, quasi in “zona Bonelli-Fratoianni”, con la lancia in resta (si fa per dire) contro il governo, ma, ben inteso, “ontogeneticamente” (hanno detto proprio così) lontani dalla violenza di quelli che vengono liquidati come una manciata di “black bloc”, infiltrati e non, invece, come centinaia e centinaia di giovani delle periferie senza futuro, e pertanto decisamente arrabbiati.
Per il “campo largo”, il perimetro dentro cui segnare una discontinuità con le forze di governo – rigorosamente in vista delle elezioni ed oltre le quali non spingersi mai – è ancora una volta saldamente, e strettamente, tracciato nell’ambito delle compatibilità e di lì non si scappa; con buona pace anche delle scorribande “coraggiose” di qualche piddino solitario o della denuncia delle violenze poliziesche condivisa anche dalle loro appendici giovanili, mentre ai piani alti sono completamente sparite dai radar.
In questo senso, già il primo appello della CGIL lasciava poco spazio alla fantasia, relegando l’attacco al governo e la denuncia del carovita a problema secondario.
“I fatti che hanno colpito Milano sabato e domenica sono gravissimi. Distruzioni, vandalismi e saccheggi sono inaccettabili e non hanno nulla a che fare con il dissenso... La nostra solidarietà va a tutte le persone che hanno subito violenza... Ha anche responsabilità (il governo, ndr) sulla carenza strutturale di organico delle forze dell’ordine.”
Un appello che, se non fosse per il passaggio in cui poi si attaccano le politiche economiche del governo, si faticherebbe a distinguere da quello delle destre. La CGIL ridotta a copiare il “grattacelaro” Sala, è tutto dire...
Lo avevamo visto già sulla Palestina e nelle complicità con Israele, su guerra e riarmo, su salari e carovita, in scuole e università: gli spazi oggettivi di mediazione e di recupero con settori sempre maggiori e sempre più penalizzati della società si vanno esaurendo; ed è sempre meno credibile, di questi spazi, anche solo rappresentarne l’esistenza.
Sembrano quindi decisamente fuori tempo massimo – e certamente non parlano a chi era in strada sabato e domenica – gli appelli alla pacificazione o alla “coesione sociale”, da parte di chi in questi trent’anni ha fatto sistematicamente da garante al contenimento della rabbia e del conflitto politico e sociale davanti a ogni porcheria partorita da questa classe “dirigente”.
Possono continuare a recitare il solito teatrino, provando a dividere, tamponando da una parte, reprimendo dall’altra... Potrà forse funzionare ancora per un po’ – il livello di astensionismo già parla da solo – poi rimarrà solo la repressione. Ma intanto il tappo è già definitivamente saltato.
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