Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Borghesia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Borghesia. Mostra tutti i post

03/06/2025

Lefebvre e il doppio sfondamento di Marx e Nietzsche contro Hegel

di Fabio Ciabatti

Henri Lefebvre, Hegel Marx Nietzsche o il regno delle ombre, DeriveApprodi, Bologna 2025, pp. 208, € 20,00

Marx e Nietzsche uniti nella lotta contro Hegel? Dai, non esageriamo. Piuttosto i primi due possono marciare divisi per colpire uniti il terzo, almeno secondo quanto scrive Henri Lefebvre in Hegel Marx Nietzsche o il regno delle ombre. Questo libro, pubblicato nel 1975 e per la prima volta tradotto in Italia dopo cinquant’anni, nasce dall’idea del suo autore di un “doppio sfondamento: attraverso la politica e la critica della politica per superarla in quanto tale, attraverso la poesia, l’eros, il simbolo e l’immaginario”. Uno sfondamento nei confronti dello stato di cose presenti condensato nella filosofia dello Stato di Hegel. Siamo negli anni Settanta del secolo scorso e la riscoperta di Nietzsche da parte del pensiero radicale di sinistra fa parte, potremmo dire, di un certo spirito del tempo. Basti ricordare autori come Deleuze, Guattari o Foucault. L’approccio di Lefebvre ha però una sua originalità: rileva punti di contatto e profonde discordanze tra Marx e Nietzsche senza tentare alcun tipo di sintesi. Si limita a invocare un pensiero che sappia farsi multidimensionale.

Secondo Lefebvre, Hegel pone al centro della sua riflessione la rivoluzione, quella francese, e annuncia la sua definitiva cristallizzazione nello stato nazionale. Stato costituzionale e certamente non reazionario, ma, al tempo stesso, più borghese che democratico. Nello Stato, vera incarnazione dell’Idea, si perfeziona la fusione tra sapere e potere. Anche le sue capacità repressive e belliche rivelano un fondamento razionale e per questo legittimo. Questa fusione può avvenire perché la classe media porta la cultura alla coscienza dello Stato. È infatti questa classe, luogo di elezione della cultura, che costituisce la sua base sociale in quanto bacino di reclutamento della burocrazia. L’unione di sapere e potere consente allo Stato di preservarsi come totalità coerente pur contenendo momenti contraddittori. Gli consente di inglobare e subordinare la società civile, di cementare il corpo sociale che senza di esso cadrebbe a pezzi. Lo Stato, dunque, si afferma come un automatismo perfetto, come modello di un sistema che si autoregola. Con lo Stato il tempo finisce e il suo risultato si diffonde e si attualizza nello spazio.

La rottura di Marx con Hegel, prosegue Lefebvre, è in primo luogo di natura politica: egli rompe con l’apologia hegeliana dello Stato, in modo sempre più netto dalle prime alle ultime sue opere. Questa porta con sé una rottura filosofica (dall’idealismo al materialismo) e una epistemologica (dall’ideologia alla scienza). Marx voleva stabilire razionalmente la fiducia nel possibile. Voleva riunire la scienza basata sul passato e l’apertura sul futuro, in contrapposizione alla coincidenza tra reale e possibile che la teoria hegeliana dello Stato voleva già realizzata. Lo Stato, così, da struttura portante della società diventa sovrastruttura che poggia sui rapporti sociali di produzione e che, con il modificarsi di questi ultimi, è destinato a modificarsi a sua volta e infine a crollare. La filosofia, dunque, non può realizzarsi nello stato hegeliano, ma solo nella classe operaia che, facendosi soggetto collettivo autonomo, è destinata a riassorbire nella dimensione sociale tanto quella economica quanto quella politica.

Marx, sostiene ancora Lefebvre, mantiene la concezione hegeliana di una razionalità soggiacente alla storia, ma allo stesso tempo esita nel riconoscere un senso immanente alla società capitalistica che, a buon diritto, può essere considerata assurda perché disumana e ingiusta. Mantiene il progetto di costruire un rigoroso sapere scientifico in grado di raggiungere l’essenza della società capitalistica, ma riprende anche la formula faustiana “In principio era l’azione”. Detto altrimenti, esita tra il sapere e l’agire, tra il conoscere e il vissuto pratico.

Un vissuto in cui Marx evidenzia una triade misconosciuta: sfruttamento, oppressione, umiliazione. Questi tre concetti, pur senza confondersi, si possono riassumere in un unico termine, quello di alienazione. Questo, staccato dall’architettura hegeliana, manca di uno statuto teorico solido ma, al tempo stesso, acquisisce una inesauribile fecondità per la comprensione del vissuto sociale. Concetti come plusvalore o plusprodotto hanno ben altra compattezza da un punto di vista scientifico ed epistemologico. Ma nessuno è disposto a morire combattendo contro il plusvalore, mentre moltissimi esseri umani hanno lottato fino alle estreme conseguenze contro l’umiliazione e l’oppressione, attraverso le quali hanno sperimentano lo sfruttamento.

Cosa si è realizzato del progetto marxiano? Niente, o quasi niente, sostiene Lefebvre. Una gran parte di quello di cui Marx aveva annunciato la scomparsa continua a sopravvivere, anche se “marcisce sul posto”. In nessun luogo la classe operaia ha potuto diventare un soggetto collettivo autonomo. “In entrambi i fronti, capitalista e socialista, la vita sociale scompare, schiacciata tra l’economico e il politico. Qui predomina il primo, là il secondo”.1

Sin dai tempi di Marx, mentre lui celebrava il tentativo della Comune parigina di abbattere lo Stato borghese, la già potente classe operaia tedesca stava cadendo nella trappola del nazionalismo e dello statalismo, per di più guidata da un sedicente seguace dello stesso Marx, Lasalle. E l’amara ironia della storia prosegue con l’Unione Sovietica che trasforma in dottrina di Stato la critica radicale dello Stato di Marx. Una dottrina in verità super hegeliana anche se mascherata sotto un lessico marxiano. Questo destino beffardo non deve però nascondere una fondamentale conclusione che si deve trarre dalla teoria del pensatore tedesco: se la rivoluzione si fa contro lo Stato, quest’ultimo, a un dato momento, diventa controrivoluzionario.

Cosa ne conclude Lefebvre? “Fallimenti del pensiero marxista? Sì. Morte? No”.2 Il pensiero di Marx non muore perché non opera nel mondo moderno come un sistema in grado di fornire certezze granitiche, ma “Agisce come un germe, come un fermento”.3 Il rivoluzionario tedesco aspira certamente alla totalità nella sua opera teorica, ma il momento critico scuote l’edificio prima del suo completamento. Per questo il marxismo, in senso proprio, non esiste. Possono esistere solo diversi marxismi figli di differenti interpretazioni di Marx. Il problema non sta nell’oscurità o nello stato embrionale del suo pensiero, ma nel fatto che egli “annuncia, propone, progetta, anziché osservare, ratificare (apparentemente) il fatto e sistematizzare il compiuto, come l’hegelismo”.4

Vale dunque la pena continuare, insieme a Marx, a “esplorare con la teoria il possibile e l’impossibile”.5 E in questa esplorazione Lefebvre incontra la critica di Nietzsche che “ha lo stesso terreno della critica marxista: Hegel e l’hegelismo come teoria dello Stato, principio e pratica dello Stato come messa in atto della razionalità politica, particolare dell’Europa, che Hegel ha teorizzato. Stesso terreno di partenza in direzioni divergenti”.6

Nietzsche ci aiuta a risolvere i problemi che Marx lascia in sospeso? Non proprio. Verrebbe piuttosto la tentazione di commentare, utilizzando Samuel Beckett, che Nietzsche ci aiuta a “Fallire di nuovo. Fallire meglio”. Perché, pur sgomberando il campo dal surrettizio utilizzo filonazista del suo pensiero, rimangono all’orizzonte possibili esiti alquanto oscuri: l’elitismo, il nichilismo, la follia. Nietzsche non è certo un rivoluzionario. Ma di sicuro è un ribelle. La sua è una rivolta del vissuto, del corpo, della differenza, del soggettivo, del desiderio. Una rivolta contro il Logos occidentale che si arroga il diritto di escludere tutto ciò che perturba la coesione e la coerenza sociale esercitando il peggiore dei ricatti: ogni critica della Ragione porterebbe all’irragionevolezza e all’apologia della violenza.

Nel Logos, dunque, il sapere si fa potere. E con ciò si fa Stato, ipocritamente travestito da virtù morale e da onestà intellettuale. Ma al di sotto di questa apparenza menzognera c’è solo la volontà di potenza, pura ricerca del potere per il potere e manifestazione dell’energia vitale che agisce nel corpo.

Questa energia viene però misconosciuta perché l’uomo sperimenta se stesso soprattutto attraverso il risentimento che nasce quasi sempre da un’umiliazione. Un’umiliazione rimossa da cui si trae una singolare voluttà attraverso la virtù dell’umiltà. Si finisce così per accettare l’umiliazione e, addirittura, per cercarla nuovamente offrendosi come vittima, preda, oggetto per la volontà di potenza che l’ha atterrato. Salvo che ogni umiliato ha sotto di sé altri umiliati che lui a sua volta può umiliare. In questo modo, sostiene Lefebvre, Nietzsche “prosegue l’abissale scavo del concetto di alienazione”7 che per lui, però, ha qualcosa di irreparabile e di irreversibile.

L’alienazione, infatti, non dà luogo a un superamento dialettico. Nessuna negazione della negazione, nella versione hegeliana o marxiana. Nessuna conservazione del presente e del passato ad un livello superiore. Il passato è considerato come decadenza e non come risorsa, maturazione, preparazione al possibile. La storia è concepita da Nietzsche come “Un caos di casi, di volontà, di determinismi”.8 Una concezione che, spezzando la servitù della finalità, fa acquisire alla libertà una nuova dimensione. Solo un pensiero teologico può attribuire un senso alla storia. Ma oramai Dio è morto. Il superamento del presente si dà dunque come distruzione e non come elevazione. Il superamento nietzscheano “denega, rinnega, smentisce, confuta, rifiuta, precipita nell’abisso”,9 senza alcuna possibile previsione del suo risultato. La rivolta di Nietzsche è adesione al vissuto, alla volontà di potenza, non per accettarli come tali, ma per dare luogo a una loro metamorfosi, il salto dall’umano al sovraumano, che può avvenire qui ed ora attraverso una pratica poetica. “Pertanto, nessuna transizione in Nietzsche, ma una capriola”.10

L’analisi di Lefebvre del pensiero di Hegel, Marx e Nietzsche non vuole essere di natura filologica. A lui questi autori interessano perché ci permettono di comprendere il mondo moderno. Nel suo libro si respira un’aria battagliera che è difficile ritrovare nello stile anestetizzante degli scritti accademici contemporanei e che lo rende coinvolgente anche quando non si condividono appieno le sue conclusioni. Seguendo il suo approccio si può allora notare che alcune delle analisi del pensatore francese mostrino i segni del tempo. La rivolta nietzschiana a cui si rifà Lefebvre è figlia degli anni Sessanta e Settanta, come emerge con chiarezza quando afferma, riprendendo un celebre slogan sessantottino, che essa si oppone “alla rivoluzione politica per ottenere ‘tutto e subito’”.11 Nel frattempo, però, quel tipo di rivolta è stata riassorbita dal capitale postmoderno che è stato in grado di mettere a valore proprio il vissuto, il corpo, la differenza, il soggettivo e il desiderio. Considerazione che, comunque, non ci autorizza a trattare con hegeliana sufficienza il vissuto soggettivo della rivolta, come si trattasse della mera espressione di “coscienze infelici” o di “anime belle”.

Rimane forse l’importanza di Nietzsche come “rivelatore”. In particolare, rilevatore delle difficoltà di alcuni passaggi fondamentali del progetto marxiano. Da un punto di vista teorico forse non c’è nulla di particolarmente oscuro quando Marx sostiene che occorre “lottare sul piano politico per porre fine al politico”12 o quando afferma che “la classe operaia [...] si afferma negandosi, supera se stessa superando il capitalismo”.13 Il problema nasce quando questo discorso cerca di tradursi in prassi. Siamo nel cuore magmatico e vorticoso del momento rivoluzionario in cui la dialettica si confonde facilmente con il paradosso. Da queste difficoltà non ci si può tirare fuori con il leninismo perché il suo punto più “scabroso”, sostiene Lefebvre, è proprio la teoria del sapere e del partito.
Il partito politico, sostegno o soggetto del sapere, lo trasmette agli operai, lo comunica, lo rende accessibile, senza smettere di detenerlo. Ora il partito politico tende, con lo Stato e con la copertura dello Stato, a elevarsi al di sopra della società. L’esperienza lo mostra e la teoria lo dimostra. Ogni partito politico, che lo sappia o no, è hegeliano per essenza14.
Insomma, arriva un punto in cui non c’è sapere pregresso che possa assicurare il procedere della rivoluzione se a spingere in avanti non interviene il vissuto, non del singolo individuo straordinario, ma delle masse. Giunge un momento in cui la conoscenza acquisita attraverso le lezioni della storia, per quanto necessaria, non è più sufficiente e diventa indispensabile, anche per Marx, fare affidamento sulla poesia del futuro, intesa coma capacità di produrre il novum. A quel punto, se non si vuole cadere all’indietro bisogna fare una capriola in avanti, senza avere alcuna garanzia sul fatto che si riuscirà ad atterrare sui propri piedi invece di rompersi la testa. Questo è quello che Nietzsche chiama salto nel sovrumano. Un salto che, proprio perché privo di solidi punti di appoggio, si espone al rischio dell’eterno ritorno della vecchia merda.

Questa dinamica, tutto sommato, non è estranea al pensiero di Marx che, però, ne mette in evidenza, come momento risolutivo, il lato oggettivo. In particolare quando afferma che le rivoluzioni proletarie
sembra che abbattano il loro avversario solo perché questo attinga dalla terra nuove forze e si levi di nuovo più formidabile di fronte ad esse; si ritraggono continuamente, spaventate dall’infinita immensità dei loro propri scopi, sino a che si crea la situazione in cui è reso impossibile ogni ritorno indietro e le circostanze stesse gridano: Hic Rhodus, hic salta!15
Rodi marcisce sul posto, ma ancora non è crollata. I fuochi della catastrofe sociale oramai si allargano a macchia di leopardo anche nel cuore dell’impero. Le rivolte si sono certamente moltiplicate, ma spesso a prevalere è stato un nietzscheano risentimento di massa che ha portato gli individui, riuniti in pseudo-soggettività collettive, a “adorare chi ha potere su di loro […] e identificarvisi provando godimento nell’umiliazione”.16 Anche quando chi ha il potere, per rispondere a questa catastrofe sociale, spinge con sempre più forza verso l’apocalisse bellica. Di fronte al baratro occorre tutta la lucidità di cui ci rende capaci il pensiero dialettico marxiano che va alla caparbia ricerca di quelle tendenze immanenti alla realtà in grado di costituire le premesse per una sua radicale trasformazione, restringendo il grado di aleatorietà della prassi rivoluzionaria. Ma sarà anche bene predisporsi al salto se non si vuole sprofondare in un abisso nietzscheano o, se si preferisce, nella comune rovina delle classi in lotta di marxiana memoria. Non sarà Nietzsche a salvarci, ma l’idea di Lefebvre di un pensiero multidimensionale potrebbe non essere del tutto campata in aria.

Note

1) H. Lefebvre, Hegel Marx Nietzsche o il regno delle ombre, DeriveApprodi, Bologna 2025, p. 113, edizione Kindle. ↩

2) Ivi, p. 31.

3) Ivi, p. 136.

4) Ivi, p. 131.

5) Ibidem.

6) Ivi, p. 190.

7) Ivi, p. 223.

8) Ivi, p. 32.

9) Ivi, p. 233.

10) Ivi, p. 253.

11) Ivi, p. 165.

12) Ivi, p. 263.

13) Ibidem.

14) Ivi, p. 167.

15) K. Marx, Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte.

16) H. Lefebvre, cit. p. 254.

Fonte

11/03/2025

USA - Esplode la bolla educativa

STOP ai finanziamenti federali per qualsiasi college, scuola o università che consenta proteste illegali, scriveva Trump su Truth il 4 marzo scorso. Gli Attivisti saranno imprigionati o rimandati definitivamente nel paese da cui provengono. Gli studenti americani saranno espulsi definitivamente o saranno arrestati. NIENTE MASCHERE! NO MASKS!

Nel mirino ci sono le prestigiose università della Ivy League (Harvard, Yale, Princeton, Columbia, Penn Pennsylvania, Dartmouth, Brown, Cornell – e Chicago, Duke, MIT, Stanford, Johns Hopkins, Caltech, note come Ivy Plus).

I leader come Trump, dice David Brooks su The Atlantic («Come l’Ivy League ha distrutto l’America»), capiscono che la classe operaia ha più risentimento per la classe professionale Nerd, con le sue lauree prestigiose, di quanto non ne abbia per i miliardari o i ricchi imprenditori.

I Liberal (“La Sinistra”) di oggi, scrisse qualche anno fa l’anarchico Graeber, ha come stelle polari quegli studenti che negli anni Sessanta frequentavano i college e che si battevano per una società senza egoismo. La loro battaglia radicale non ha portato ad una società migliore. Non ha funzionato, dice Graeber, ma è stata offerta loro una sorta di compensazione: il privilegio di usufruire del sistema universitario per diventare persone che, nel loro piccolo, hanno avuto modo di guadagnarsi da vivere e allo stesso tempo ricercare la virtù, la verità, la bellezza, e soprattutto la possibilità di tramandare lo stesso diritto ai propri figli.

Non li si può biasimare per aver accettato l’offerta. Ma non si può neppure biasimare il resto del paese che li vorrebbe all’Inferno. E li vorrebbe all’Inferno perché, disse, un meccanico del Nebraska, sa che è improbabile che suo figlio o sua figlia diventino dirigenti della Enron. Ma è possibile. D’altra parte non c’è effettivamente alcuna possibilità che suo figlio, non importa quanto dotato, diventi un avvocato per i diritti umani a livello internazionale, o un critico teatrale per il New York Times.

Per frequentare un corso in una delle università della Ivy League si spendono fino a 350 mila dollari all’anno. Il giornalismo, dice Brooks, è una professione riservata quasi esclusivamente ai laureati, soprattutto quelli d’élite. Uno studio del 2018 ha scoperto che oltre il 50% dello staff del New York Times e del Wall Street Journal aveva frequentato una delle 34 università d’élite. Il 54% di avvocati, artisti, scienziati, leader aziendali e politici ha frequentato le stesse 34 scuole elitarie.

Contrariamente a ciò che si pensa, lo stato federale finanzia queste università con grosse somme di denaro. Nell’ultimo anno fiscale, due terzi dei finanziamenti per la ricerca ad Harvard provenivano dal governo federale, che sostiene tutto, dagli studi sul cancro all’insegnamento dell’arte nei musei.

La cifra non è insolita, dice Nathan Heller su NewYorker («Harvard si piegherà o si romperà?»): i finanziamenti federali sostengono anche tre quarti dei progetti di ricerca di Stanford e metà di tutta la ricerca, sia presso l’Università del Wisconsin-Madison sia presso l’Università della California Berkeley (dove è stanziale da tempo la ‘French Theory’ e la ‘Queer theory’).

Non c’è università nel paese che potrebbe sopravvivere alla perdita di denaro federale, dice Brian Leiter, professore di diritto e filosofia presso l’Università di Chicago.

L’intera meritocrazia è un sistema di segregazione sociale ed economica al contrario, dice Brooks. Uno schifoso sistema per tenersi alla larga da un proletariato sempre più alla deriva, in sovrappeso, solo, che fuma, beve, s’ammucchia e divorzia, e, al più, forma famiglie mono-genitoriali.

Il tasso di mortalità per oppioidi per coloro che hanno un diploma di scuola superiore, conclude Brooks, è circa 10 volte superiore a quello di coloro che hanno almeno una laurea triennale.

E questo è quanto per desiderare l’esplosione della bolla educativa; l’esplosione di un sistema di clausura e di privilegio che, dice il patriota Brooks, tiene fuori la massa proletaria, con la scusa della cultura. Una bolla di debiti che il governo federale non vuole ripianare.

Questa è la politica senza maschere (NO MASKS!), mostra il lato osceno della politica Liberal. Se questa è la cultura e l’università, allora meglio tutti ignoranti e cafoni, meglio il business per il business, meglio come eravamo 100 anni fa, rampanti, alla conquista del mondo.

Fonte

06/03/2025

Brasile - Il processo a Bolsonaro può cambia le carte intavola

La procura della repubblica del Brasile ha accusato l’ex presidente Jair Bolsonaro, assieme ad altre 33 persone, di aver ordito un colpo di stato per impedire l’insediamento del presidente in carica Luiz Inácio Lula da Silva dopo le elezioni del 2022, così come di aver cercato di avvelenare Lula e altri rappresentanti del PT. Secondo l’accusa, l’organizzazione criminale era guidata da Bolsonaro e dal suo candidato alla vicepresidenza, il generale Walter Braga Neto. Il processo a Bolsonaro arriva in una fase storica in cui le destre post fasciste in America Latina e nel mondo occidentale guadagnano sempre più spazio. Per parlare del Brasile, delle destre e della situazione a livello globale anche dopo l’inizio del secondo governo Trump, abbiamo intervistato il sociologo Carlos Eduardo Martins, Dottore in Sociologia e Professore presso l’Università di San Paolo, Brasile, Professore Aggiunto e Direttore del Dipartimento di Scienze Politiche presso l’Università Federale di Rio de Janeiro.

Il processo contro Bolsonaro per il tentato golpe del 2023 e il possibile avvelenamento di Lula cosa cambia in Brasile?

La possibile condanna di Bolsonaro per la denuncia da parte della Procura Generale è un fatto nuovo in Brasile, perché il Brasile è l’unico paese del continente delle dittature degli anni ’60, ’70 e ’80 a non aver stabilito una giustizia di transizione tanto che si è fatta una legge di amnistia che ha reso impuniti i crimini del terrorismo di Stato. I militari sono rimasti come una sorta di quarto potere, ponendo dei limiti allo sviluppo della democrazia brasiliana.

Questa concezione della legittimazione del colpo di Stato del 1964 in Brasile è sempre stata dominante nelle forze armate.

Si sa che il colpo di Stato del 1964 viene chiamato dittatura militare, ma è un termine impreciso, il termine migliore sarebbe dittatura militare del grande capitale, perché circa 6.000 soldati furono espulsi dalle forze armate: i militari nazionalisti e legalisti sono stati espulsi, di fatto sono stati colpiti dalla dittatura funzionari pubblici militari sei volte di più che i funzionari pubblici civili.

Quindi, questo è un fatto nuovo, anche perché il Brasile ha firmato il Trattato interamericano sui diritti umani e in base a tal trattato i crimini continuativi sono crimini che devono subire sanzioni penali e la legge di amnistia, quindi, non coprirebbe i crimini di sparizione forzata. Però la Corte Suprema Federale del Brasile, nel 2010, si è pronunciata a favore della legge di amnistia ignorando le conseguenze del Trattato interamericano sui diritti umani.

Quindi questa denuncia contro Bolsonaro e i militari che hanno tentato il colpo di Stato l’8 gennaio 2023 è un punto di svolta. Una svolta che si articola anche con una nuova offensiva contro la legge di amnistia così la Corte Suprema Federale sta cercando di far rispettare le norme del Trattato interamericano sui diritti umani.

Verrà creato un meccanismo giuridico per affrontare l’ala fascista delle forze armate brasiliane. Questo è di per sé uno sviluppo molto importante. Dobbiamo tenere d’occhio come andranno le cose.

Penso che ci siano buone possibilità che Bolsonaro sia condannato così come il gruppo che ha lavorato con lui, perché oggi dentro al Supremo Tribunale Federale del Brasile c’è una maggioranza legalista.

È molto difficile per Bolsonaro sfuggire a una condanna a 40 anni di carcere; per le leggi brasiliane potrebbe uscire con un sesto della pena, ma è una situazione molto difficile per lui.

Per di più Bolsonaro non potrebbe accedere all’amnistia, nemmeno se il prossimo presidente lo volesse a meno che non sia supportato da una maggioranza in parlamento dei 2/3 e così cambiare la costituzione.

Credo sia una situazione importante.

Affrontare così le forze armate fasciste è l’espressione di un’alleanza tra il centrosinistra con settori della borghesia brasiliana più tradizionale e più internazionalizzata, settori che si sentivano minacciati dal progetto politico dittatoriale di Bolsonaro. Era chiaro che Bolsonaro voleva promuovere quella borghesia che si sarebbe detta a lui fedele.

Bolsonaro si è scontrato, negli anni, con settori molto tradizionali della borghesia brasiliana cercando di cambiare le gerarchie.

La vicenda Bolsonaro è solo brasiliana o ha dei riverberi internazionali?

Sembra che il Grande Capitale stia fraternizzando a livello internazionale. Ci sono però delle fratture al suo interno. C’è un’ala liberale che vuole uno Stato democratico con un basso livello di impegno sociale e dove la borghesia possa esprimere direttamente i suoi rappresentanti politici.

La visione liberale dello Stato, del Grande Capitale, è una visione in cui lo Stato non genera un monopolio politico in grado di rivaleggiare con i monopoli imprenditoriali.

Questa è la visione liberale, ma ciò che accade è che siamo in un momento di crisi organica del dominio borghese e con ciò il fascismo inizia a guadagnare consenso di massa, soprattutto quando le sinistre si alleano con i settori borghesi e neoliberisti cercando di rianimare una fetta di economia in decadenza.

Questo è quello che si vede spesso in Occidente dove il caso più eclatante è quello della socialdemocrazia dove vediamo un costante declino del consenso verso i partiti socialisti ma è anche il caso degli Stati Uniti e della sinistra legata al Partito Democratico. In Brasile, ad esempio, è il caso del Partito dei Lavoratori che è un partito che ha stabilito un’alleanza con il capitale finanziario così come un’alleanza con i settori tradizionali della borghesia cercando di apportare alcuni cambiamenti molto specifici in questo tipo di dominio.

La crisi del dominio borghese tradizionale colpisce, così, anche il centro-sinistra che ad esso si è legato e apre lo spazio per l’ascesa del fascismo e dei suoi alleati. Il fascismo trascina con sé una borghesia che non faceva parte dei “ranghi alti” e subiva gli effetti della decadenza delle economie tradizionali. I neo-fascisti creano così un’alleanza con questi settori una volta minoritari dentro al mondo imprenditoriale e allo stesso tempo costruisce un discorso, come fatto da Milei, che lega la decadenza dell’economia alla casta politica. Lo stesso fatto da Bolsonaro quando attaccava l’elitarismo del centrosinistra sottolineando che i simpatizzanti del centrosinistra hanno una vita con alto livello di consumo. Milei e Bolsonaro si pongono come uomini popolare.

Mi sembra esistere una divisione tra le forze del grande capitale, una parte di queste forze che si legano al neofascismo soprattutto per convenienza, un’altra parte del grande capitale invece si appoggia e appoggia i partiti tradizionali per conservare la sua posizione di vantaggio e di controllo degli apparati statali.

Tutto questo varia tra le diverse regioni e situazioni, certo è che il grande capitale tradizionale ha due paure: la prima è che le sinistre sviluppino un progetto sociale che vada contro gli interessi capitalistici, ed è questo il motivo per cui in Brasile nel 2017 c’è stata l’unione condivisa del capitale contro il PT. Ma c’è da dire che una parte del capitalismo brasiliano sperava che i liberali del Psdb potessero diventare la prima forza del paese e superare il PT. Quella parte del capitalismo brasiliano ha sofferto quindi quando è emersa la figura di Bolsonaro e dell’estrema destra, mentre la parte meno vincolata alla politica tradizionale ha cavalcato le sue proposte. Lula per tornare al governo ha dovuto garantire più cose di quanto avesse mai fatto come presidente ai gruppi imprenditoriali del Brasile.

Possiamo dire che le democrazie liberali sono morte o fallite?

Sono in una crisi molto profonda perché la globalizzazione neo liberale ha accresciuto la disuguaglianza e ha dimostrato che la democrazia era in realtà una plutocrazia e che serviva molto poco alle grandi masse. Anche questa è una realtà delle democrazie occidentali e questo dà forza al fascismo, soprattutto in uno scenario in cui la sinistra è schiava del patto con i settori della borghesia tradizionale ed è parte della contesa per la gestione del neoliberismo con altre forze, quindi in questo scenario la democrazia è in forte crisi in Occidente, soprattutto questo formato liberale della democrazia.

Quello che Trump ed il neofascismo aziendale sta portando avanti è una forma di neocolonialismo?

Penso che Trump stia sviluppando una sorta di imperialismo informale, un “imperialismo territorialista” tanto che parla apertamente di impadronirsi del Canale di Panama, della Striscia di Gaza, della Groenlandia. Penso che Trump stia tornando a forme tradizionali di imperialismo che erano state scartate come forme dominanti a causa del loro alto livello di violenza.

Fonte

17/01/2025

“Nosferatu”: il fuoco e il corpo del vampiro

È un vampiro profondamente ‘fisico’ e ‘corporeo’ quello costruito da Robert Eggers nel suo suggestivo e ben congegnato Nosferatu (2024), un remake sia del celebre film di Murnau del 1922 che di un altro suo precedente remake, il lungometraggio di Werner Herzog dal titolo Nosferatu. Il principe della notte (Nosferatu. Phantom der Nacht, 1979). All’interno di uno scenario profondamente estetizzante, realizzato con grande maestria dal regista statunitense, la figura del vampiro è caratterizzata da una fisicità dirompente e carnevalesca: ma, in fin dei conti, si tratta di un carnevale funereo come quello che ci mostra Herzog nella parte finale del suo film. Quello di Nosferatu è un corpo carnevalesco segnato dalla funerea ala della putrefazione, come è giusto che sia per la figura di un vampiro, un non morto, un essere che emerge ogni notte dal sepolcro. Se i film di Murnau e quello di Herzog – per non parlare di una miriade di film tratti dal Dracula di Bram Stoker – ci presentavano un essere perennemente avvolto dello stesso più o meno elegante abito nero, quello di Eggers ci mostra il corpo nudo del vampiro, un corpo fatto di carne segnata dalla putrefazione e dalla morte, mostrato interamente nella sua nudità anche all’interno del sepolcro, nel momento in cui il personaggio di Hutter lo scoperchia.

L’agente immobiliare Thomas Hutter (interpretato da Nicholas Hoult il quale, tra l’altro, aveva recentemente interpretato il personaggio di Renfield, aiutante di Dracula, in una commedia nera del 2023, Renfield di Chris McKay) che, nell’opera di Murnau sostituiva il personaggio stokeriano di Jonathan Harker, compie un lungo viaggio dalla tedesca Wisborg fino alla Transilvania per stipulare un contratto con il misterioso conte Orlok. Ad attenderlo in città rimane la moglie Ellen (Lily-Rose Depp), che vediamo nel suo elegante salotto insieme ai gattini presenti fin dalla pellicola di Murnau oppure in atmosfere plumbee e gotiche, a passeggiare di fronte al mare evocando solo una pallida allusione alla splendida interpretazione di Isabelle Adjani nel film di Herzog che, rivestendo i panni del corrispondente personaggio di Lucy, era caratterizzata come una perfetta e languida dark lady. La stessa cittadina di Wisborg, come è ritratta da Eggers, pure se non assume le connotazioni romanticamente macabre datele da Herzog (nel cui film si chiamava Wismar), appare pervasa di una connotazione ‘fisica’ e corporea: è una città affollata e popolare, in cui masse di persone si muovono in modo disordinato attraverso le strade, lontana anni luce dall’ovattata perfezione che vedevamo nelle pellicole di Murnau e Herzog. In contrasto con le strade in cui si muove il popolo appaiono gli interni borghesi che ci mostra il regista, interni in puro “Biedermeier”, uno stile artistico che si sviluppa in Germania fra il 1815 e il 1848 (il film non a caso si ambienta nel 1838), tipico della media e alta borghesia. La stessa fisicità la incontriamo anche nella rappresentazione degli esterni della locanda dove il personaggio si ferma per una sosta prima di giungere al castello del vampiro, nella caratterizzazione degli zingari e delle loro danze sfrenate. L’interno della locanda – a differenza del film di Herzog, dove era tratteggiato in modo più realistico – appare inserito in una dimensione onirica ed infernale: gli spazi sono fumosi e caratterizzati da un enorme fuoco che brucia nel camino, il quale conferisce un’atmosfera irreale all’intero ambiente. La locanda è una sorta di antinferno, di luogo liminale che segna il viaggio verso l’inferno vero e proprio. Lo stesso fuoco e la stessa fumosità lo incontreremo nel salone del castello, inferno nel quale adesso è giunto l’inconsapevole Hutter.

Il conte Orlok, vampiro, come abbiamo visto, straordinariamente fisico (in questa direzione si era mosso anche il Dracula di Bram Stoker di Francis Ford Coppola), appare molto diverso dalla connotazione herzoghiana: il regista tedesco aveva infatti caratterizzato il suo personaggio come un vero e proprio folle, un emarginato desideroso d’amore. Il vampiro di Eggers, nella sua macabra corporeità, appare da subito come un dominatore, un nobile che aspira a dominare anche il borghese universo occidentale basato sul commercio e sulla ricchezza. Egli stesso è ricchissimo, e lo dimostra appoggiando sprezzantemente sul tavolo, per offrirlo a Hutter, un involto di denaro estratto da uno scrigno di oggetti preziosi. È un nobile, e pretende con violenza di essere trattato come tale, ma è anche un borghese che intende sfruttare e, fuor di metafora, succhiare il sangue al popolo (il vampiro come metafora dell’accumulazione capitalistica, tra l’altro, è assai presente anche nell’opera marxiana: cfr. Cangianti 2018).

Oltre che dominatore e sfruttatore, egli incarna anche una figura mitologica creata dalla modernità. Come scrive Furio Jesi, nella cultura tedesca legata al pietismo, si può incontrare “una vera e propria esposizione della donna – madre, sorella, sposa – al mostro – morto, spettro «vampiro»” (Jesi 2007: 50). Si tratta di un vero e proprio “rapporto erotico con un aldilà negativo” (ivi: 51). Sembra che esista una sottile continuità fra l’universo folklorico e mitologico legato alle credenze sui vampiri dell’Europa orientale e il mondo borghese e ‘illuminato’ tedesco dell’Ottocento. Mentre Hutter è alla locanda, in Transilvania, da una finestra vede il rituale della ricerca della tomba di un vampiro che, secondo le credenze del luogo, si poteva scovare facendo cavalcare una vergine su un cavallo bianco (Cfr. Barber 1988). La ragazza zingara è esposta al vampiro, chiuso nella sua tomba, nello stesso modo in cui Ellen, moglie di Hutter, nelle sequenze finali è esposta al conte Orlok. Tale esposizione trasforma l’universo borghese in un mondo magico e misterico, solcato dall’inquietante corpo putrefatto del vampiro che assume le parvenze di una specie di lupo mannaro (le somiglianze fra vampiro e lupo mannaro sono del resto assai strette: cfr. Braccini 2011: 110). Come ricorda Jesi, lo stesso “conte Dracula di Stoker è, in termini di processo similare, sintomo di una rinascita di una violenza magica sull’abbandono mistico. Quella violenza è tipica delle esperienze tra esoteriche e religiose che trovano l’occasione di sostituirsi entro certi limiti alle grandi religioni istituzionalizzate e al loro patrimonio mistico” (Jesi 2007: 52). Seguace di Orlok è il perfetto borghese e capitalista Knock, capo di Hutter, che in casa sua officia un rituale esoterico e ‘massonico’ auspicando l’arrivo del vampiro; come afferma quando è ormai rinchiuso in manicomio, egli avrebbe voluto essere il re dei ratti che, portati dal vampiro, conducono la peste in città. Si potrebbe chiamare in causa ancora una volta la cultura tedesca ricordando come il re dei topi sia un personaggio malvagio di una fiaba natalizia di Hoffmann, Schiaccianoci e il re dei topi, pubblicata nel 1816. Tra l’altro, Eggers sposta l’ambientazione del suo film nel periodo natalizio: l’arrivo della peste e del vampiro va quasi a coincidere con l’arrivo del Natale e quei ricchi interni borghesi Biedermeier, in cui campeggiano eleganti e perfetti alberi di Natale, stanno per essere annientati.

Contro la macchina mitologica vampirica si erge il professor Albin Eberhart von Franz (van Helsing), interpretato da un grande Willem Dafoe, forse memore dell’interpretazione dello scienziato Godwin Baxter in Povere creature! (Poor Things, 2023) di Yorgos Lanthimos e ammiccante anche alla figura del professor Abronsius di The Fearless Vampire Killers (1967) di Roman Polanski, reso in italiano col ridicolo titolo Per favore non mordermi sul collo. Con la sua formazione alchemica, paradossalmente, si oppone alla mitologia borghese illuminata e razionale che cova al suo interno risvolti esoterici e misterici, incarnati perfettamente dal vampiro. Ed è l’unico che sa leggere e ‘interpretare’ il corpo del vampiro come il lato oscuro di quella stessa società borghese: quel lato oscuro che essa non vuole ammettere e che forse ignora di possedere in sé, nelle sue buie viscere e che è scoperchiato e portato alla luce, e illuminato col fuoco, da questa riuscitissima rilettura di Eggers della storia di Nosferatu.

Riferimenti bibliografici:

Barber, Paul, Vampires, Burial and Death: Folklore and Reality, New Haven-London, 1988.

Braccini, Tommaso, Prima di Dracula. Archeologia del vampiro, Il Mulino, Bologna, 2011.

Cangianti, Luca, FantaMarx. Critica dell’economia immaginaria, in AA.VV., Immaginari alterati. Politico, fantastico e filosofia critica come territori dell’immaginario, Mimesis, Milano, 2018, pp. 75-100.

Jesi, Furio, L’accusa del sangue. La macchina mitologica antisemita, introduzione di David Bidussa, Bollati Boringhieri, Torino, 2007.

Fonte

17/11/2023

Habermas, o la bancarotta di un filosofo borghese

In una lettera aperta pubblicata sul sito internet dell’Università di Francoforte insieme con altri tre intellettuali (il politologo Rainer Forst, il giurista Klaus Günter e la storica delle relazioni internazionali Nicole Deitelhoff) il noto filosofo Jürgen Habermas ha preso posizione rispetto al conflitto israelo-palestinese, dichiarando la propria “solidarietà a Israele e agli ebrei in Germania”.

Orbene, chiunque conosca Habermas quale teorico dell’argomentazione veritativa e del dialogo basato sulla intenzione veridica, non dovrebbe meravigliarsi più di tanto per il fatto che quella presa di posizione apertamente guerrafondaia e brutalmente filosionista sia maturata, per dirla con Marx, “sotto le volte ipocrite della speculazione” e sia quindi modellata sullo stampo di una retorica pseudofilosofica che, essendo figlia delle istituzioni e dei rituali accademici, arma la mano del dispotismo imperiale fingendo che il mondo e le relazioni sociali siano come la “Scuola di Atene” di Raffaello, in cui i diversi pensatori dissertano ‘sine ira et studio’ suì massimi problemi dell’etica, della politica e della metafisica.

D’altra parte, questo pensatore ultranovantenne, transfugo della “scuola di Francoforte” e seppellitore dei suoi maggiori esponenti tanto migliori di lui (mi riferisco ad Adorno e a Horkheimer), non è nuovo ad una postura di totale adesione al blocco imperialista euro-atlantico.

Quando gli fu fatto notare, in analoga circostanza, che nel 1999 in Jugoslavia non c’era nessun genocidio serbo, egli fece finta di niente e con la stessa identica postura di pieno sostegno alla Nato e agli Usa sostenne egualmente l’intervento “umanitario” di queste potenze nel Kosovo, intervento effettuato mediante bombardamenti che utilizzavano l’uranio impoverito e colpivano indiscriminatamente la popolazione civile (fu addirittura centrata dalle bombe l’ambasciata cinese a Belgrado).

Sennonché quei Soloni tedeschi, dopo aver asserito che il furioso attacco di Israele «è giustificato», non si peritano di raccomandare che tale attacco sia eseguito rispettando «i principii di proporzionalità», evitando vittime civili e intraprendendo una guerra con la prospettiva di una pace futura.

E mentre in tutto il mondo e nello stesso Occidente imperialista si sviluppa una crescente mobilitazione di massa in solidarietà con la Palestina e contro il genocidio consumato dallo Stato sionista israeliano sull’inerme popolo palestinese, aggiungono, raggiungendo l’apice dell’ipocrisia e, insieme, dell’impudenza, che, a parer loro, non aiuta nella valutazione di quel conflitto se «alle azioni israeliane vengono attribuite intenzioni genocide».

Del resto, si potrebbe ancora continuare in questo museo degli orrori sottolineando il gravissimo errore che consiste nell’ignorare la presenza dell’elefante nella stanza, ossia nel rifiutarsi di riconoscere la natura aggressiva, terroristica, razzista e colonialista del sionismo, e identificando l’antisionismo con l’antisemitismo, come se l’esistenza di Auschwitz cancellasse ogni responsabilità penale e giustificasse ogni azione criminale di Israele nei confronti dei suoi avversari palestinesi ‘per omnia saecula saeculorum’.

In realtà, anche se Habermas se ne è dimenticato (o ha preferito metterla fra parentesi), pur avendo appreso a suo tempo questa verità grazie alla parte sana dell’insegnamento impartito dalla “scuola di Francoforte”, il crimine collettivo di Auschwitz, esattamente come il crimine collettivo di Hiroshima che è l’ineludibile termine di confronto con Auschwitz, non fu una peculiarità nazionale, giacché le sue radici risalgono al capitalismo.

È questo sistema socio-economico che, non rifuggendo dal mascherarli anche sotto le mentite spoglie di appelli etici al dialogo e alla comunicazione intersoggettiva, va riconosciuto come il vero padre della violenza e della barbarie, della tirannide e dell’orrore, e dunque resta la più grave minaccia per l’umanità.

Ecco perché, lungi dal prendere gli Usa a modello della democrazia, come insiste a proporre con senile accanimento Habermas, un intransigente antiamericanismo oggi – in questi decenni di brutale americanizzazione della nostra società – appare l’unica posizione moralmente e intellettualmente degna che un pensatore degno di rispetto possa e debba prendere.

Fonte

18/01/2023

Il Forum di Davos prova a esorcizzare la fine della mondializzazione capitalista

Il World Economic Forum cominciato ieri a Davos, punta la sua attenzione alla “collaborazione in un mondo frammentato” e si svolge “nel contesto geopolitico ed economico più complesso degli ultimi decenni”, secondo quanto affermato in apertura da Borge Brende, presidente del Wef. In pratica darà voce e ribalta alle serissime preoccupazioni della borghesia mondiale sulla regressione in corso delle magnifiche e progressive sorti dell’Occidente capitalista.

L’agenda di Davos in questi ultimi decenni è stata l’agenda della globalizzazione capitalista del mondo ma, secondo IlSole24Ore, proprio i problemi globali “spingono però Stati e opinioni pubbliche a complicate risposte nazionali, mentre i forum internazionali fanno sempre più fatica a trovare soluzioni condivise per problemi planetari”.

Il Wef è il punto di incontro della élite planetaria, il posto ideale per misurare lo stato di salute di una mondializzazione a trazione Usa ormai assediata su tutti i fronti e per molti versi costretta alla ritirata. “Viviamo in un’era di shock multipli, potremmo essere a un punto di svolta per l’economia globale”, commenta l’economista Kenneth Rogoff, professore dell’Università di Harvard e frequentatore abituale del Wef.

Il mondo disegnato e imposto dalla borghesia mondiale a Davos, quello della libera circolazione delle merci e dei capitali e quello dello sviluppo tecnologico funzionale ad essi, si è scontrato con una nuova realtà. Qualcuno si ricorda ancora dell’esistenza e della vigenza del WTO?

Il mondo e l’economia globale oggi si sono divisi tra un blocco euroatlantico (con i suoi presidi locali in Giappone, Corea del Sud, Australia) e l’eterogeneo blocco dei paesi emergenti in Asia, Medio Oriente, America Latina, Africa. Una sintesi un po’ schematica ma potabile definisce tutto questo come mondo multipolare.

Ma l’economia mondiale fondata sul Modo di Produzione Capitalista – comune ad entrambi i blocchi – oggi annaspa dentro le contraddizioni da esso stesso create (dalla ripresa dell’inflazione all’emergenza climatica) e produce fratture, prima fra tutti la tendenza di gran parte dei paesi emergenti a “sganciarsi” dal dollaro come unica moneta per gli scambi internazionali. Una frattura incentivata dal ripetuto, ossessivo ricorso alle sanzioni da parte di USA ed Unione Europea contro i paesi emergenti e quelli considerati rivali.

Nel resto del mondo “esterno” all’Occidente e al blocco euroatlantico cresce la tendenza a sganciarsi dalla loro egemonia, avviando una tendenza che alcuni osservatori non angloeuropei definiscono come de-occidentalizzazione.

E di fronte alla fine della mondializzazione capitalista così come l’abbiamo conosciuta – e subìta – nei decenni scorsi, arrivano anche i rimpianti rancorosi dei corifei della borghesia mondiale. È il caso di Pierre Haski su Internazionale, secondo cui: “L’ultima iniziativa rilevante di Davos passerà alla storia come un errore. Parlo del tappeto rosso steso davanti al numero uno cinese Xi Jinping nel 2017, presentato come salvatore del libero scambio”.

Per Haski il covid e le rivalità geopolitiche hanno avuto la meglio su un certo modello della globalizzazione. “Davos ha accompagnato l’espansione della Cina “fabbrica del mondo” ma non ha compreso l’esigenza crescente di una regionalizzazione della produzione e di una separazione dalla Cina nel campo delle tecnologie”.

Sullo sfondo è ben visibile l’incapacità dei paesi a capitalismo avanzato di superare le conseguenze dell’ultima crisi: quella del 2007/2008 e della pandemia di Covid. Consultati dal Chief Economists Outlook i due terzi degli economisti, raddoppiati rispetto allo scorso settembre, considerano una recessione globale “estremamente probabile”. Tutti gli economisti intervistati si aspettano una crescita debole o molto debole in Europa, ma il 91% avanza la stessa valutazione anche per gli Usa.

Ma anche i Ceo (amministratori delegati) vedono nero. Tre su quattro sono convinti che l’economia globale andrà in negativo nei prossimi 12 mesi, mentre il 40% teme per l’impatto delle sfide del prossimo decennio. A suonare l’allarme è la 26esima Annual Global Ceo Survey curata dalla PricewaterhouseCoopers. Si tratta di un’indagine condotta fra 4.410 Ceo in 105 Paesi e resa pubblica in apertura del Forum di Davos. “Un’economia volatile, inflazione ai massimi da decenni, la conflittualità geopolitica hanno contribuito a portare un livello di pessimismo fra i Ceo che non si vedeva da un decennio”, commenta Bob Moritz, global chairman di PwC.

In un contesto come quello descritto da tante e tali fonti, l’aver provocato e alimentato una guerra in Europa contro la Russia, dimostra non solo l’avventurismo ma anche i rischi nel continuare ad affidare le sorti dell’umanità a quelli che si riuniscono annualmente sulle montagne svizzere per cercare di mantenere a tutti i costi la loro visione e la loro “presa” su un mondo assai più grande e articolato di quanto sia il blocco euroatlantico.

Fonte

17/01/2023

A Davos incombono le preoccupazioni del grande capitale

A Davos, sulle montagne svizzere, comincia oggi la 53esima edizione del World Economic Forum. L’incontro di quella che può essere definita come l’assise esclusiva della borghesia mondiale durerà fino a venerdi. E’ prevista la partecipazione di circa 2.500 tra banchieri, amministratori delegati, studiosi, ministri, capi di stato provenienti da 130 Paesi.

Tra gli invitati al Forum Economico Mondiale risutano esserci l’inviato speciale del presidente degli Stati Uniti per il clima, John F. Kerry, il direttore del Federal Bureau of Investigation (FBI), Christopher Wray, la direttrice della US National Intelligence, Avril Haines, la presidente della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde, il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, la direttrice del Fondo Monetario Internazionale, Kristalina Georgieva, il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus e il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, Ngozi Okonjo-Iweala.

Tra i leader politici saranno presenti il cancelliere tedesco Olaf Scholz, la presidente della Commissione Ue, Ursula Von der Leyen, il premier spagnolo, Pedro Sanchez, e quello greco, Kyriakos Mitsotakis. Ma anche il primo ministro belga, Alexander De Croo, il presidente della Colombia, Gustavo Francisco Petro Urrego, il premier olandese, Mark Rutte, il presidente delle Filippine, Ferdinand Marcos, quello polacco, Andrzej Duda, quello del Congo, Felix Tshisekedi, oltre ai primi ministri marocchino e tunisino, rispettivamente Aziz Akhannouch e Najla Bouden. Saranno inoltre presenti 19 governatori di banche centrali.

Fra i big boss italiani figurano i top manager Paolo Dal Cin di Accenture, Paolo Merloni del gruppo Ariston, Michele Crisostomo e Francesco Starace di Enel, Lucia Calvosa di Eni, Alexander Stubb del European University Institute, Mario Moretti Polegato di Geox, Andrea Illy di Illycaffè, Carlo Messina di Intesa Sanpaolo, Nerio Alessandri e Erica Alessandri di Technogym, Andrea Orcel e Pier Carlo Padoan di Unicredit, Matteo Laterza di Unipol Gruppo, Arnold Puech Pays d’Alissac della World Farmers’ Organization. Per i giornalisti saranno presenti Federico Fubini del Corriere della Sera e Marco Zatterin de La Stampa. Il governo spedirà invece il solo ministro dell’istruzione Valditara.

Di cosa discuteranno e soprattutto cosa preoccupa i rappresentanti delle èlite che da oggi si riuniscono a Davos? Indubbiamente il fatto che il mondo sia cambiato sotto i loro occhi e che l’Occidente – dunque l’area a capitalismo avanzato – ha scoperto di essere meno egemone sul resto del mondo di quanto lo sia stato dai primi anni Novanta dello scorso secolo in poi.

La mondializzazione che ha assicurato l’espansione capitalistica a guida Usa dei decenni scorsi si è spezzata, interrotta, trasformata in competizione aperta e frontale tra il blocco euroatlantico e i paesi emergenti nel resto del mondo.

Nei materiali preparatori del Forum di Davos, uno degli analisti ha individuato nero su bianco il pericolo della frammentazione dell’economia mondiale.

“In un mondo assediato da sfide complesse e interconnesse, si registra una preoccupante tendenza alla divisione. Negli ultimi anni, i livelli di collaborazione globale sono diminuiti, e i due fattori scatenanti della pandemia di COVID-19 e della crisi ucraina hanno accelerato questa tendenza. Secondo il Global Risks Report 2023 del World Economic Forum, realizzato in collaborazione con Zurich e Marsh, quattro esperti su cinque di una rete internazionale diversificata hanno dichiarato di prevedere una volatilità costante nei prossimi due anni. Come possiamo quindi arginare questa marea di frammentazione? Dobbiamo metterci al lavoro, subito”, ha scritto Mirek Dusek del Managing Board del World Economic Forum.

L’altra preoccupazione è indubbiamente l’inceppamento dell’economia mondiale. “Nei prossimi mesi il mondo dovrà affrontare un percorso in salita per l’economia, poiché l’inflazione elevata, la bassa crescita e l’alto debito minacciano i posti di lavoro e le imprese” – afferma Dusek nel suo report preparatorio per il Forum – “Un recente rapporto del Forum ha rilevato che più di due terzi delle piccole e medie imprese (PMI) e delle aziende di medie dimensioni stanno lottando per la sopravvivenza. Nel contempo, l’aumento della crisi del costo della vita sta trascinando nella povertà milioni di persone in tutto il mondo”.

È evidente come anche per la borghesia mondiale la posta in gioco nel “nuovo mondo” si stia facendo altissima, in qualche modo anche per loro la pacchia è finita.

Fonte

09/01/2023

Una danza di zombie al “rumore bianco”

Rumore bianco (White Noise, 2022), di Noah Baumbach, è stato il film d’apertura della scorsa Mostra del Cinema di Venezia e dal 30 dicembre è disponibile su Netflix. Una doverosa premessa: piuttosto che su una piattaforma a pagamento, nella solitudine di un salotto, il film, avremmo preferito vederlo al cinema, insieme ad altri sognatori, in quella magica sala buia appunto dispensatrice di sogni, uno spazio che oggi purtroppo sta sopportando un periodo di intensa crisi, anche a livello locale, dove non si esita a distruggere questi luoghi magici. Odeon, Metropolitan, Gran Guardia sono tre nomi emblematici (e poveraccio davvero chi non ha avuto la fortuna di sognare ad occhi aperti in queste meravigliose sale) annientati per fare spazio a parcheggi, palestre, centri commerciali e altre schifezze. E così rimaniamo con pochissimi cinema cittadini che ancora resistono e con mostruose e abnormi macchine di spettacolo che si espandono a macchia d’olio nelle più squallide periferie.

Detto questo, veniamo al film, che riesce a rendere assai bene – ci sembra – l’atmosfera presente nell’eponimo romanzo di Don DeLillo da cui è tratto, Rumore bianco (White Noise, 1985), opera in cui, come è stato acutamente scritto su “Codice Rosso”, “tutto intorno alla storia ruota un mondo di consumismo, TV, suoni, luci, onde, radiazioni, farmaci, carte di credito, famiglia e sogno americano che da una parte nasconde, nella vita di tutti i giorni, questo malessere oscuro e dall’altra è parte integrante e costitutiva di questa nostra incapacità di vivere e sognare un’altra vita”. Il malessere oscuro è costituito dalla paura della morte e dal disagio che aleggiano un po’ dovunque nella società americana, soprattutto all’interno della borghesia benestante della metà anni ‘80 affrescata nel film, che si muove in spazialità dai colori sgargianti dove emerge ancora di più il senso di straniamento e solitudine, come in un quadro di Edward Hopper. Una solitudine esistenziale cui si cerca di ovviare affidandosi a farmaci anche in fase di sperimentazione: Babette, la moglie di Jack, un professore specializzato in “studi hitleriani” che insegna in una università somigliante a uno show televisivo, per vincere la paura e l’angoscia, ingurgita di nascosto un farmaco sperimentale, il “Dylar”, dispensato da un oscuro e – a dire il vero – simpatico personaggio, Mr. Gray, che pare uscito da un film dei fratelli Coen. Sembra che la figura di Hitler e l’immaginario ad essa associata, ossessivamente presente nel film, esondi tragicamente sotto la forma del consumismo anni ’80, un sistema manovratore delle coscienze all’interno di un baraccone spettacolare in cui tutti possono trasformarsi in cavie dell’industria farmaceutica. Tema, quest’ultimo, tra l’altro estremamente attuale anche ai giorni nostri.

Questo spettacolo che sembra costruito sulle scene di un teatro dell’assurdo, con la rappresentazione ipertrofica e iperbolica della famiglia (i protagonisti, marito e moglie, sono entrambi al loro quarto matrimonio e, insieme a tutti i loro figli, costituiscono la ‘perfetta’ famiglia americana), sembra andare in tilt nel momento in cui la latente angoscia di morte si materializza nella forma di un gas tossico fuoriuscito dai vagoni ferroviari coinvolti in un incidente. La ridente cittadina, colma di borghesi assurdamente soddisfatti, è sottoposta ad evacuazione e così emergono gli istinti più bestiali degli esseri umani in fuga, intrappolati in code chilometriche all’interno delle loro auto, con famiglie al seguito. In un accampamento d’emergenza, nel momento in cui si diffonde la notizia che sta arrivando la nube tossica, tutti scappano in modo disordinato trasformandosi in “massa” manovrabile da qualsiasi dinamica di potere perché, come ci insegna Elias Canetti in Massa e potere, la “massa” si configura come una momentanea assenza di identità. Tra l’altro, mentre la famiglia dei protagonisti si trova in auto, incolonnata sulla via della fuga, si scorgono dei centri commerciali pieni di gente e la bambina chiede: “Perché quelli comprano mobili durante un disastro ambientale?”. Al che la madre risponde: “Forse sanno qualcosa che noi non sappiamo”. Come, appunto, sulla scena del teatro dell’assurdo, sembra che il consumatore, forse latore di una conoscenza superiore diramata in chissà quali complottismi a stelle e strisce, non riesca a rinunciare alla sua sete di acquisti neppure durante un’emergenza ambientale. Gli esseri umani, in Rumore bianco, si comportano esattamente come zombie, secondo il modello dell’abulico consumatore reso celebre da George A. Romero nel suo splendido Zombie (Down of the Dead, 1978), in cui vediamo gli zombie aggirarsi proprio all’interno di un centro commerciale. Perché, come abbiamo avuto modo di scrivere sempre su “Codice Rosso”, “la figura dello zombie può rimandare all’incontrollata abulia del consumo”. Del resto, all’immaginario zombie rimanda anche l’incontrollata massa dei fuggitivi cui si è accennato sopra, intenta solo a scappare, autisticamente interessata solo alla propria, privata e personale salvezza.

Infine, una vera esplosione dell’immaginario zombie lo abbiamo nel finale, che cercheremo di descrivere senza anticipare ulteriori dettagli della trama del film. Anzi, non nel finale propriamente detto ma al di fuori della ‘soglia’ testuale del film, durante i titoli di coda in cui, nell’esplosione di una scena da musical, vediamo i personaggi aggirarsi all’interno dell’enorme supermercato della loro città, muovendosi a scatti, in modo meccanico, appunto come tanti zombie. Nel supermercato, connotato da colori sgargianti che rimandano ad una iconografia glamour primi anni '80, sono tutti intenti ad acquistare mentre i loro movimenti di danza mimano, in modo meccanico, i gesti di scegliere e prendere le merci dagli scaffali. E allora sembra che la lunga sequenza finale, al ritmo della musica, esondi dallo schermo e penetri nei salotti di altrettanti consumatori, quelli odierni delle piattaforme digitali a pagamento. Si sa, d’altra parte, che la ‘zombificazione’ si trasmette per contagio: e allora, quel contagio esce dallo schermo e si diffonde tra la popolazione dei nuovi consumatori di film e serie tv, seduti in salotto di fronte allo schermo, come in una ipertrofica e mostruosa evoluzione di quegli stessi primi anni ’80, regno indiscusso (almeno in Italia) delle televisioni private e del disimpegno. Come spettatori geneticamente modificati, evoluti in modo abnorme rispetto a quelli degli anni ’80, perduti nei loro salotti a fare zapping fra un canale e l’altro, fra uno show e un telefilm, davanti a ipertecnologici televisori oggi si sta. Ma ricordiamoci che il cinema continua ad esistere nel mondo di ‘fuori’: nonostante le distruzioni indiscriminate, nonostante le assurde chiusure dettate da una emergenza Covid gestita nel peggiore dei modi, nonostante la stessa esistenza delle piattaforme digitali, ci sono sporadici, valorosi e resistenti spazi di magia che, nel centro cittadino, per l’appunto, continuano a resistere.

Fonte

08/12/2022

La “prima” della Scala e la politica. Dal 1968

Il 7 dicembre 1968 il Movimento Studentesco si presentò in Piazza della Scala munito di uova, ortaggi e di qualche secchio di minio (con cui furono “vivacizzati” pellicce e abiti firmati) per contestare la “prima” della Scala, evento che rappresentava e ancora rappresenta (dopo 54 anni) un’ostentazione di ricchezza e opulenza capitalista, ma anche d’ignoranza e stupidità.

Tale evento, che si tiene nella serata di Sant’Ambrogio, patrono di Milano, ha infatti ben poco a che vedere con la musica e la cultura, a prescindere dalla qualità dello spettacolo che si rappresenta.

Si tratta in realtà di un avvenimento mondano, una passerella di personaggi politici, televisivi, attori e attrici, indossatrici, capitani d’industria e manager della comunicazione che vanno alla “prima” per esibire la loro presenza (nel caso delle signore anche dei propri abiti), pur essendo assolutamente disinteressati a quanto si mette in scena.

Naturale che poi tutti, senza avere ascoltato nemmeno una battuta di musica, si spertichino in lodi per i cantanti e il direttore. Insomma, una scena socialmente e culturalmente disgustosa.

I biglietti per assistere a una “prima” costano diverse migliaia di euro, ma ciò ha poca importanza; quasi nessuno degli spettatori li paga, essendo quasi totale la presenza di invitati, sponsorizzati, spesati ecc.

Naturalmente, a nessuno che non faccia parte della cerchia dei ricchi e dei potenti è dato assistere a una “prima”; tuttavia, per i poveri esiste sempre la possibilità di vedere l’opera attraverso dei punti video disseminati in città, che ritrasmettono le riprese RAI. Insomma, le briciole dal banchetto dei ricchi.

La lontana contestazione del 1968 a cui ho accennato in apertura ha avuto dei meriti storici. Oltre a denunciare il carattere elitario della prima della Scala ha fatto di questo evento un’occasione annuale di discussione e contestazione politica. In pratica ha cambiato la giornata del 7 dicembre milanese.

Anche quest’anno, mentre all’interno del teatro la borghesia celebrava il suo stolto rito, che si conclude in ristoranti da centinaia di euro, all’esterno si svolgeva una manifestazione dei sindacati di base e del comitato contro il carovita che protestava contro gli aumenti delle bollette di luce e gas, e denunciava gli extraprofitti che le aziende fornitrici stanno realizzando nell’ultimo anno. In pratica, un apologo del disgustoso divario che si sta sempre più allargando tra le classi sociali.

Sempre in tema di Scala, il sottosegretario alla cultura Sgarbi ha mancato l’occasione di stare zitto, dichiarando che la Scala, dopo diversi anni di sovrintendenti “stranieri” dovrebbe averne finalmente uno italiano. Uno scivolone provincial-nazionalista tipico della destra di cui dovrebbe vergognarsi, anche perché in vari paesi europei esistono direttori e sovrintendenti italiani di enti culturali e lirici, in accordo con una visione cosmopolita della cultura.

In mattinata, invece, in occasione della consegna degli “Ambrogini d’oro” del Comune di Milano si era tenuta una manifestazione dei lavoratori delle biblioteche e dei musei milanesi.

Questi lavoratori laureati sono pagati 4 euro l’ora, attraverso delle cooperative che appaltano i servizi comunali. Una paga evidentemente scandalosa. Alla protesta il sindaco Sala ha risposto confusamente dicendo che certamente tali paghe sono basse e dovrebbero essere aumentate, ma che i soldi non ci sono e che dovranno essere reperiti forse con un prossimo taglio dei contributi proprio alla Scala.

In ogni caso, secondo Sala, l’ente lirico milanese, dato il suo prestigio potrà coprire il taglio dei contributi comunali attraverso sponsorizzazioni private.

Purtroppo, i fondi risparmiati dal taglio dei contributi alla Scala non potranno passare direttamente ai dipendenti delle cooperative, che sono indipendenti dal bilancio comunale e alle quali il Comune affida la gestione dei servizi in base al principio del costo più basso.

Insomma, una risposta pasticciata, ma evidentemente al sindaco Sala l’idea che forse nel ‘patto di stabilità’ che obbliga gli enti locali al pareggio di bilancio ci sia qualcosa che non va proprio non entra in testa. E nemmeno che il continuo ricorso ai privati per finanziare gli enti pubblici ne limiti l’indipendenza culturale.

Nella vivace giornata milanese non è mancata anche una protesta della comunità ucraina che sosteneva che aprire la stagione della Scala con il Boris Godunov di Modest Musorskij è “propaganda russa”. Una protesta che concorda con la richiesta, espressa alcune settimane orsono dal console ucraino a Milano alla Sovrintendenza della Scala di annullare l’apertura di stagione con un’opera russa.

Una posizione assurda e provocatoria che si rivolge non certo contro l’attuale governo di Putin, ma contro la cultura russa nel suo insieme, che dovrebbe essere cancellata dalle programmazioni. Boris Godunov è un’opera scritta nel 1870, tratta da una tragedia di Puškin che, vale al pena di ricordarlo, ha un soggetto fortemente critico contro la sete e l’arbitrarietà del potere. Nulla dunque, che possa essere riferito a un sostegno all’attuale governo russo.

Tuttavia, è il caso di ricordare che in febbraio il sindaco Sala e il sovrintendente Meyer cacciarono dalla Scala il direttore Valery Gergiev, accusato di essere filoputiniano. Quando si comincia con certe discriminazioni politiche ci si pone su un piano inclinato che apre a conseguenze imprevedibili.

Fonte

06/12/2022

Schlein e il decesso del PD

Schlein si lancia all’avventura con la ‘temerarietà’ di chi ha già tutto e che non può perdere niente. Ha la sicurezza di chi è cresciuta nella confort zone di un famiglia borghese. Entra ed esce dal PD come un’adolescente viziatella poco abituata ad ascoltare chi dice che ‘questa casa non è un albergo’.

La rampolla di famiglia prima fa la volontaria nella campagna per Obama, poi con la base giovanile del PD partecipa alla protesta OccupyPD. I vecchi marpioni di partito la lasciano fare per un per un po’ e a lei passa.

Le passa anche perché, visti i ‘meriti’ conseguiti sul campo fino a quel momento, si candida con il PD alle europee, dove viene eletta. Poi molla il PD e se ne va con Possibile di Civati perché Renzi fa politiche di destra. Ma si ricandida in una coalizione con il PD alle regionali dell’Emilia-Romagna, fa la vice presidente, diventa la numero due di Bonaccini, renziano della prima ora che quelle politiche di destra le mette in atto.

Doveva essere la sua spina nel fianco ma non si è vista né sentita, nemmeno mentre il suo capo spingeva per le autonomie differenziate regionali. Tre anni di silenzio imbarazzante tra il sentito ringraziamento dei suoi elettori traditi e lo sguardo compiaciuto di chi ne ha tratto vantaggio.

Ora torna nel PD e si candida alla segreteria, ma prima si è fatta eleggere deputata. Lancia la sua candidatura in un quartiere ai confini dell’inferno, dove però lei non mette piede. Ha con sé una compagnia che, pur amando champagne e caviale, scende tra le masse non disdegnando ragù e chianti.

Oggi li chiamano liberal-radical-progressisti per far dimenticare che il PD della macelleria sociale è il loro partito, è quello che hanno finora sostento e votato. La candidata parla di diseguaglianze, clima e precarietà, ma gli ultimi della terra non vanno a sentirla, eppure sono ad un passo dal luogo dell’evento.

Qualcuno potrebbe osservare che ce l’ho con i borghesi, assolutamente no. Lenin, Engels e Marx erano borghesi ma mi sono simpatici. Tra loro c’è chi ha fatto una rivoluzione e chi ha scritto il Manifesto del Partito Comunista. Sì, il partito che Schlein non conosce perché “nata nell’85” e quindi non appartenente a quella storia per ragioni anagrafiche... parole sue per eludere una domanda sulla sua appartenenza ideologica.

No, non mi sono antipatici i borghesi, più semplicemente non mi piace chi fa carriera con questo tipo di risposte che trattano da imbecille chi le riceve.

Non mi piace Schlein per motivi meramente politici, non mi piace il ‘tutto chiacchiere e distintivo’ che classifica il suo vuoto agire politico, borghese o no ha poca importanza. L’unico merito della candidata alla segreteria PD è quello di aver girato il mondo, fatto cose e visto gente... ovviamente quella giusta.

Più semplicemente non metterei mai le sorti della sinistra in Italia nelle mani di una che ha fatto i conti con il renzismo facendogli da vice. Si tratta solo di un altro tipo di unguento sociale che fa già da lubrificante alla macelleria che verrà.

Qualcuno dice che lei è la “risposta di sinistra a Meloni”. Purtroppo, anche se in un campo politico orribile ed opposto, Meloni le mani se l’è sporcate a differenza di Schlein, che invece può al massimo scrivere un manifesto dal titolo: “Borghesi di tutto il mondo unitevi”, perché è a loro che parla e non agli ultimi della terra.

Bonaccini, Schlein... se questa è l’offerta, il PD è davvero un partito deceduto.

Fonte

22/08/2022

Missione missina

La destra e le paure dell’establishment.

Scrive su Domani Stefano Feltri: “Se oggi Giorgia Meloni può ambire ad andare a palazzo Chigi è anche grazie al cinismo dell’establishment italiano che ha deciso di legittimarla”.

Manco a farlo a posta, contemporaneamente, Angelo Panebianco scrive sul Corriere: “C’è sempre, nelle elezioni italiane, un ‘sovraccarico etico’ dato che, secondo le minoranze politicizzate, a scontrarsi sono il Bene e il Male. Per la minoranza di destra la parte del Paese che vota per la sinistra è dominata dai comunisti, per la minoranza di sinistra l’altra parte è in mano ai fascisti”.

Tralasciando il cerchiobottismo, che è il massimo della moderazione raggiungibile dagli argomenti di Panebianco, pasdaran dell’establishment, la bocca buona della borghesia italiana su certe disgustose formazioni politiche non è una novità.

Pensiamo al partito di Berlusconi e come in questo ultimo quarto secolo la borghesia italiana abbia sorvolato su tutto, pur di avere a disposizione qualcuno cui affidare i propri privilegi.

O alla Lega, che da Bossi è diventata di proprietà di Salvini e delle sue sconcezze politiche sulla legalità, la sicurezza, i diritti umani e la politica estera.

Per arrivare a Meloni, cui potrebbe essere affidato il ruolo di garante dell’autoritarismo necessario a comprimere le tensioni sociali, inevitabili a fronte del previsto “maremoto” sociale che si preannuncia per via dell’intreccio tra crisi energetica, crisi ambientale e inflazione, con l’aggravio, per i redditi bassi, dell’aumento del costo del denaro.

Si palesa una situazione simile a quella che per decenni fu la missione del MSI, cioè essere lo spauracchio contro l’avanzata delle rivendicazioni operaie e popolari, del protagonismo dei diritti delle donne, dei giovani, della difesa dello Stato sociale, oltre che rifugio di generali felloni e golpisti, ed essere nei fatti il bacino militante dei responsabili delle stragi, anche quelle di mafia, dei tentativi di colpo di stato, della cospirazione antidemocratica ordita dalla P2.

Perché questo è stato il neofascismo italiano, file da cui Meloni e i suoi “fratelli” provengono: è da questo che non hanno mai preso le distanze, questo è il vero problema politico, questa è la vera fiamma che arde nella loro storia, non certe pagliacciate nostalgiche, più patetiche che disgustose.

Il “cinismo dell’establishment” – come lo chiama il direttore di Domani – è figlio di quella lunga stagione. La borghesia italiana, quella grande e quella piccola, i ceti ricchi e medi temono con tutto il sistema nervoso del lobbismo, delle caste, delle oligarchie, del familismo che prima o poi esploda la rivolta.

E che redistribuzione della ricchezza, attraverso investimenti nel welfare pubblico, – cioè Istruzione, Sanità e Previdenza – adeguamenti salariali al pari dei paesi del G7, pieno riconoscimento dei diritti delle donne, degli omosessuali, degli immigrati siano provvedimenti inevitabili.

Per la salvaguardia del nostro sistema politico, della coesione sociale, della stessa produzione delle merci, della loro distribuzione interna ed esportazione e dell’ambiente sarà necessario intervenire con una decisa “agenda sociale”.

Tutto questo fa paura. A ben vedere è proprio questo che la destra sta sfacciatamente dicendo in campagna elettorale, cioè “se non votate per noi certi privilegi rischiano grosso”.

Ed è proprio su questo che si misura, al contrario, la timida cautela delle proposte sociali del centrosinistra, cui fa da sponda la goffaggine politica del M5s.

Invece che puntare a mobilitare la coscienza e gli interessi materiali della stragrande maggioranza degli elettori con una piattaforma, che attivi il loro protagonismo nella lotta politica, per un concreto miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, hanno paura di spaventare l’establishment italiano, che invece sembra pronto a puntare decisamente a destra.

Per mantenere rendite (esentasse) di posizione, per mettere la mani sui vantaggi del PNRR, sono disposti a tutto.

Tanto da pensare possibile affidarsi a una nuova missione missina.

Fonte

09/06/2022

Russia-Italia: chi “minaccia” davvero?

Urla, strepitii, indignazione tra i “politici” italiani alle parole dell’ex Presidente, ex Primo ministro e attuale vice Presidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitrij Medvedev, il quale sul proprio canale Telegram – dopo che il 6 giugno aveva fatto un bilancio del sesto pacchetto di sanzioni anti-russe deciso dalla Commissione europea – il giorno successivo aveva scritto, presumibilmente riferendosi agli autori della decisione: «Mi chiedono spesso il perché i miei post su Telegram siano così bruschi. Rispondo: li odio. Sono dei bastardi e degenerati. Vogliono la nostra morte, della Russia. Finché vivrò, farò di tutto perché spariscano».

Orrore e sgomento… «Sono parole inaccettabili, che ci preoccupano fortemente… parole inequivocabili di minaccia verso chi sta cercando con insistenza la pace», balbetta l’immaginifico Ministro degli esteri Di Maio, evocando fantasmi – la “ricerca della pace” – che nessuno ha sinora visto. Sono parole, a detta del Ministro, che «danno linfa a una campagna d’odio contro l’Occidente».

Sarebbe dunque il sacro nome dell’Occidente a esser vessato, insieme ai «valori europei». Secondo il Sottosegretario agli Esteri, è stato commesso il più infernale dei peccati mortali. In sostanza, «una campagna d’odio contro l’intero Occidente», si lamenta la Ministra per il Sud e la Coesione territoriale.

Per parte nostra, non da ora, nutriamo ben poca simpatia per Dmitrij Medvedev, in particolare per le sue ripetute uscite in spregio ai lavoratori e alle masse popolari russe – una delle ultime: settimana lavorativa di quattro giorni... pagati quattro – e abbiamo pochi dubbi che, messi alle strette (si fa per dire) da sanzioni equivalenti e contrapposte, gli oligarchi nostrani reagirebbero diversamente da Medvedev.

Le prefiche della “politica” italica che lanciano pianti prezzolati per le «parole di Medvedev su di noi occidentali» e per la sua presunta «campagna d’odio contro l’intero Occidente» possono tranquillizzarsi: la cosiddetta “campagna d’odio” non è affatto rivolta contro i sacri e intoccabili “valori occidentali”.

Riguarda piuttosto la stizza di una ristretta cerchia di quelli che l’occidente chiama “oligarchi” e “vips” del beau mond arricchitosi con le privatizzazioni post-sovietiche, che oggi si vede privata della possibilità di godere liberamente (uno dei sacri “valori occidentali”) dei propri conti esteri e delle ville sulle coste del Mediterraneo.

E chi la priva di tale “libertà” non è altro che l’equivalente oligarchia casualmente (?) ubicata a ovest. Nella fase attuale di quella che, cent’anni fa, Vladimir Lenin definiva una zuffa tra «due predoni», di fronte alla quale non è importante chi dei due «abbia per primo tirato fuori il coltello» – quantunque oggi non sia certo secondario stabilire quale dei “predoni” sia quello più aggressivo e più insidioso, specialmente per chi si trova “sotto l’ombrello” della NATO – la disputa riguarda due raggruppamenti distinti e strategicamente contrapposti della medesima classe capitalista.

Ma i “valori” oggetto della contesa sono gli stessi, agognati tanto a ovest quanto a est: la disputa apparentemente geografica muove dagli stessi contenuti di classe, dalle medesime prospettive sociali.

Stiano pure tranquilli i signori Della Vedova, Di Maio o Carfagna: non sono i “valori europei” quelli su cui disquisisce Dmitrij Medvedev; al contrario, il suo brusco argomentare nasce solamente dalla temporanea difficoltà, per una cerchia di russi, di godere le “gioie” di tali valori. Non si tratta di una «una campagna d’odio contro l’intero Occidente», tutt’altro…

Tant’è che Medvedev è arrivato a paragonare le sanzioni occidentali contro il business russo nientepopodimeno che alle “repressioni” staliniste, nel corso delle quali, a detta dell’ex Presidente russo (che in ciò dimostra una discreta ignoranza, o malafede) ebbero a soffrirne anche i membri delle rispettive famiglie; così come accade oggi, dice, con le famiglie di politici e funzionari russi.

Così, ricorda opportunamente ROTFront, ecco i “drammatici” casi dell’ex ministro della difesa Anatolij Serdjukov e della “consorte in affari”, Evgenija Vasileva (una truffa miliardaria sulle forniture militari), o del portavoce presidenziale Dmitrij Peskov e la moglie Tat’jana Navka, con le di lei discrete proprietà immobiliari in USA... Così, per citare due coppie a caso.

E allora, ecco che i perfidi “stalinisti” (inteso, signori Di Maio, Carfagna & Co?) ligi ai “valori occidentali” bloccano «i conti esteri delle famiglie» dei russi sanzionati e «le loro proprietà, non li lasciano varcare le frontiere verso i valori occidentali» ecc; proprio come si faceva nel 1937 nei confronti delle famiglie dei “nemici del popolo”, piange Medvedev.

Peccato non fosse esattamente così. Peccato anche che la storia sovietica non ricordi ville estere, conti esteri, panfili esteri di Commissari del popolo, funzionari di partito e, soprattutto, non ricordi businessmen che disponessero di tali “valori” (nel senso pecuniario) occidentali.

Se i cosiddetti “politici” italici si indignano per l’indignazione di Dmitrij Medvedev – il quale, per inciso, a proposito di “responsabilità” familiari e non personali di fronte alla legge, prevede ironicamente «l’accettazione, da parte dell’Occidente, di altre regole familiari progressive» come quelle della «‘ndrangheta italiana e di Cosa Nostra. Oppure del codice Hammurabi... o il ritorno alle regole del taglione» – ciò significa semplicemente che essi fingono di non sapere come i “valori” che muovono entrambe le indignazioni non siano altro che quelli della inviolabilità della sacra proprietà privata. A ovest come a est.

Ecco da Likbez (una riproposizione dello storico Likvidatsija bezgramotnosti u naselenija, ovvero Liquidazione dell’analfabetismo tra la popolazione): «La tragedia dell’epoca attuale non sta nella guerra, per quanto terribile… sta nelle aspettative delle persone… Consiste nel fatto che un numero enorme di persone da entrambe le parti del fronte aspettino il potere sovietico… che quei ragazzi che innalzano sinceramente bandiere rosse sui territori liberati, sui veicoli militari… conducono al fatto che essi diano a se stessi e agli altri false speranze di cambiamenti qualitativi…

Non si può sventolare con una mano la bandiera rossa e allo stesso tempo blaterare che i bolscevichi ingannarono gli operai e che Lenin era una spia tedesca che pose una mina sotto l’edificio chiamato Russia. O sei per i rossi, cioè per il comunismo, o per i bianchi, ossia per il capitalismo»
.

Per quanto tempo fingeranno di non saperlo anche tutte quelle carogne che tacciano di “putiniano” chiunque sia contro la chiamata occidentale alle armi?

Fonte

07/01/2022

Quando “crescere consuma” - “Nessuno ha dato la buonanotte” di Enrico Pompeo

“Crescere consuma”, pensa Teresa, la protagonista adolescente del recente romanzo di Enrico Pompeo, Nessuno ha dato la buonanotte (MdS Editore). E forse consuma ancora di più quando si è incapsulati, come tanti adolescenti, in un universo familiare che rappresenta una gabbia senza via d’uscita, una sorta di microcosmo votato al conformismo che “consolida il potere effettivo della classe dirigente in qualsiasi tipo di società basata sullo sfruttamento”, come scrive David Cooper ne La morte della famiglia. Enrico Pompeo affresca con maestria un universo familiare in progressivo disfacimento, in lenta ma crescente implosione dall’interno, quando comincia a crearsi una frattura, evidente già dalla frase che dà il titolo al libro e che chiude il primo capitolo. Un disfacimento che avviene in pochi giorni, dalla fine di maggio fino alla metà di giugno (i vari capitoli recano infatti le date come titolo), ma che probabilmente già covava al suo interno una miccia pronta ad accendersi. Se il gruppo familiare appare, dall’esterno, come un meccanismo perfetto, esso è inserito all’interno della macina di una quotidianità fatta di conformismo e di aspirazioni a un sempre maggiore benessere. Ed ecco perché, come suonano i versi della canzone di De André posti in esergo al romanzo, si tratta di “una storia da dimenticare”, di “una storia sbagliata”. Una “storia sbagliata” che si perde nel conformismo di mille giorni uguali a sé stessi, in cui i dolori e i problemi lievitano nel silenzio. Non si tratta, beninteso, di una famiglia alto-borghese e benestante, la cui disgregazione, quasi per un influsso demonico, è raccontata ad esempio dai film Teorema (1968) di Pier Paolo Pasolini e Il sacrificio del cervo sacro (The Killing of a Sacred Deer, 2017) di Yorgos Lanthimos, ma di una appartenente alla classe medio-alta, che aspirerebbe ad arricchirsi e a comprare una casa più grande e più bella.

Ci vuole una scintilla per far gradatamente accendere la miccia e in questo caso la scintilla è la figlia Teresa, ragazzina di terza media prossima all’esame che ha compiuto un atto di bullismo mettendo su Instagram la foto di alcune sue compagne di classe. Ma si tratta di un atto compiuto per difendersi a sua volta da altre offese ricevute da quelle stesse compagne. Allora, il fragile equilibrio familiare si spezza: la convocazione della preside mette in subbuglio soprattutto la madre, fino ad allora preoccupata soltanto del suo aspetto esteriore e della sua carriera in banca: la figlia potrebbe rischiare addirittura la non ammissione agli esami! Nelle pagine di Enrico Pompeo viene messo quindi il dito sulla piaga di un problema, purtroppo, assai presente nell’universo scolastico contemporaneo, quello del cosiddetto cyber-bullismo. Un problema dietro al quale ci sono i risvolti più disparati, che dovrebbero essere contestualizzati ogni volta con circospezione e delicatezza. Nel caso di Teresa si tratta di un gesto (sicuramente sbagliato) che, paradossalmente, sembra offrirle una sponda di maturazione, la consapevolezza di essere da sola, in certi momenti (le compagne avevano scritto “Teresa putt…” “sulla porta del bagno delle femmine” durante una gita), e di doversi difendere senza aspettarsi alcun aiuto da un mondo degli adulti distratto e intrappolato nelle sue fatuità ciniche e burocratiche.

Nessuno ha dato la buonanotte, oltre a rappresentare la lenta disgregazione di un microcosmo familiare, delinea anche la graduale presa di coscienza di Teresa, in un vero e proprio processo di formazione e di crescita. Quello di Pompeo può infatti essere letto come un romanzo di formazione in cui l’adolescente Teresa entra gradatamente nel mondo degli adulti. Attenzione, però, lei vorrebbe diventare un’adulta diversa da tutti quelli che la circondano: la madre Linda, il padre Giorgio, impegnato soltanto a guadagnare di più, il maestro di tennis, un personaggio fatuo che si lascia trasportare dagli eventi (“sono proprio come un tubo di palline vuoto”, dirà di sé). Infatti – come afferma in un dialogo con quest’ultimo, scelto per darle lezioni in vista dell’esame – “con i suoi non ci parla da un po’, gli risponde, perché pensano solo al lavoro e ai soldi e si arrabbiano subito”. Sull’universo familiare di Teresa grava una cappa di convenzioni e di vuoto, fatto di apparenze e di denaro; un universo decostruito da rapporti sociali digitalizzati e spersonalizzanti (nel corso della narrazione, in corsivo, compaiono spesso messaggi ‘whatsapp’ che circondano i personaggi). Una volta uscita da scuola, dopo l’esame, Teresa vede tutti questi adulti come sulla scena di un teatro, fatua “commedia umana” di un mondo a lei estraneo:

Poi la ragazza li vede: c’è sua mamma, con un giacchetto improbabile a questa temperatura, che si muove verso l’auto come se stesse imparando a camminare; un po’ più distante c’è suo padre, con la stampella, che va a scatti, sembra stia preparandosi a combattere contro un esercito di nemici immaginari.
Gira lo sguardo e trova anche il suo allenatore, in un angolo del cortile, lontano da tutti, come al solito, che se non lo cerca qualcuno non si nota mai se c’è o no.
Crescere consuma, pensa Teresa.
‘Io non lo so come sarò da grande, ma come loro mai e poi mai. La mamma, sempre a voler essere la migliore, e poi, alla prima difficoltà grossa, si è spenta. Mio padre che pensa solo a sé stesso e così si è perso tutto e se n’è andato senza neanche salutarmi. E quell’altro, poi, che fa il misterioso, quello che sta sulle sue, e invece è solo una maschera. Poveracci, magari non è nemmeno tutta colpa loro. Quando si casca, all’improvviso, la senti la botta, te ne accorgi. Se invece scivoli piano piano, ti sembra di star bene e invece ti trovi solo e non sai cosa fare’ (pp. 184-185).

Teresa è ormai adolescente, è ormai uscita dall’infanzia, ma il suo sguardo è ancora liminale, a metà fra il mondo incantato dell’infanzia e quello disincantato dell’età adulta e i suoi pensieri non sono troppo diversi da molti personaggi di bambini e adolescenti della letteratura che desiderano andare al di là del cinico mondo degli adulti perché credono ancora nell’avventura di una vita vera, degna di essere vissuta, come i piccoli protagonisti di Bambini bonsai (2010) di Paolo Zanotti che, in un mondo futuro devastato, affrontano la pioggia incuranti delle paure degli adulti, scavalcando la loro presunzione, “le loro stupidissime buone idee, sfidando i confini per squarciare il cielo”. Teresa, come i personaggi del romanzo di Zanotti (ma anche come altri personaggi ‘classici’, ad esempio l’Alice di Lewis Carrol o il Jim de L’isola del tesoro di Stevenson), è sola nell’affrontare i problemi, ed è sola, in fondo, anche nella sua esperienza di crescita. Riuscirà in questo percorso anche “assecondando una passione amorosa scomoda e proibita”, come leggiamo nel risvolto di copertina e sulla quale non vorrei adesso rivelare di più. Chissà quanto c’è, in Teresa, oltre al nome, della Teresa protagonista della canzone di De André (autore molto amato da Pompeo), Rimini, che “parla poco”, “guarda verso il mare” e “porta una lametta al collo vecchia di cent’anni”, anche lei schiacciata da un mondo fatuo che la ingloba e la addita al pubblico ludibrio, ma sembra che poco se ne curi, nella sua solitudine e nel suo coraggio, perché è pur sempre “figlia di pirati”.

E se gli adulti prenderanno ciascuno una via d’uscita da quel mondo fatuo e piccolo-borghese, una volta sfiorati dal demonico tocco di una miccia che ormai ha fatto esplodere tutto (come nel finale di Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni), entrando in ‘dimensioni’ estreme che rappresentano tutte una ormai tardiva ribellione alle loro vite precedenti, probabilmente l’unica a salvarsi sarà Teresa. Di fronte a lei ci sarà un viaggio, un’uscita da quel mondo, non una via di fuga ma probabilmente l’inizio di un percorso autonomo di libertà ed emancipazione.

Fonte

17/12/2021

Tutti i pericoli dell’attuale farsa

Quella voglia tutta borghese di trovare nel neofascismo populista quel riparo dalla paura della rabbia sociale contro ingiustizie e disuguaglianze è il terreno su cui si stanno muovendo Salvini e Meloni; è la triste cifra dell’attuale situazione politica, economica e sociale, torsione epocale delle democrazie occidentali.

Con la stessa ignavia di un secolo fa, la stessa ingordigia padronale, la stessa inconsistenza politica della sinistra parlamentare, ridotta ormai, appunto come allora, al solo sedersi sui banchi a sinistra dei presidenti dei due rami del Parlamento e non più alla sinistra dei bisogni, delle aspirazioni e aspettative della classe lavoratrice e della moltitudine degli sfruttati.

Pensare che Draghi sia un argine alla deriva illiberale è più stupido che illusorio.

Lui è parte organica di quella stessa borghesia che ieri accettò di liberarsi della democrazia liberale e spianò la strada al fascismo, e oggi non indietreggia neanche di un millimetro dallo status quo neoliberista, cioè di quei privilegi fiscali che li hanno arricchiti a dismisura, a scapito del reddito, diretto e indiretto, della stragrande maggioranza della popolazione.

Le prove tecniche di democrazia illiberale sono già all’ordine del giorno. Non ci inganni che sembrino una farsa, come quando la storia cerca di ripetersi, secondo la geniale definizione di Marx.

Fonte

28/11/2021

Mario Draghi il sovranista, ma “europeo” e di classe

Sommersa dalla pompa magna della cerimonia, soffocata da telecronisti sbavanti servilismo peggio che ai tempi dell’Istituto Luce, appena sussurrata per non sbattere clamorosamente contro la sorpresa dei più, una parola si è fatta strada durante la cerimonia confezionata intorno al firma del “Trattato del Quirinale” tra Italia e Francia: sovranità.

Pronunciata sia da Macron che da Draghi, davanti al sorriso beato di Mattarella, lo stigma verbale che l’ha contrassegnata negli ultimi anni è improvvisamente scomparsa. Sdoganata in un attimo...

Non vi preoccupate, nei prossimi giorni i gazzettieri di regime riprenderanno a masticare invettive contro il “sovranismo”, come sono stati abituati a fare, dimentichi che la “sovranità” viene rivendicata apertamente dall’Unione Europea tramite i suoi grand commis più importanti (parte dei quali firmatari del nuovo Trattato).

A breve termine, dunque, si creerà un doppio circuito retorico e linguistico in grado di distinguere tra un “sovranismo cattivo” (nazionale, populista, novecentesco, ecc.) e un “sovranismo buono” (europeo, oligarchico, moderno). Come per il debito pubblico, secondo Draghi.

Come per il virus e il vaccino, la popolazione non ci capirà più molto, e sarà invitata ben presto a rassegnarsi e lasciar fare a “quelli che stanno lassù”. Maledicendoli, certo, ma senza saper sbrogliare più alcuna matassa.

I nostri lettori forse ricorderanno che sulla questione del “sovranismo” ci siamo già esercitati, facendo qualche “scoperta” (si fa per dire).

Detta in estrema sintesi: “sovrano” è qualunque potere istituzionalizzato che non ha altro potere sopra di sé (sovra-no). Un potere che decide e fa rispettare le proprie decisioni (con la persuasione e/o la forza), senza dipendere da altri.

Dunque, secondo logica ed esperienza, non può esistere alcun assetto politico-sociale senza che si crei/selezioni una capacità di decidere sopra o per conto di una popolazione nel suo insieme. In parole brutali, si deve sapere chi comanda.

Qualunque sia l’assetto istituzionale preferito (nella realtà: storicamente determinato), “la sovranità” viene esercitata in qualche modo. Fanno eccezioni le utopie anarchiche, ma sono per l’appunto delle utopie, sperimentate al massimo – e per un arco di tempo molto limitato – in comunità di piccole dimensioni, con una “popolazione di sognatori” selezionata su base volontaria.

Nella Storia reale dell’umanità abbiamo avuto diversi tipi di “sovranità”. Ogni re ha preteso per sé quel potere, quasi sempre facendolo discendere da un’investitura divina.

In epoca più moderna, e con l’apparire di una struttura più articolata di classi sociali, quel potere sovrano è stato prima “costituzionalizzato” – ossia condizionato dalla legittimazione di nuove istituzioni, in genere di natura oligarchica (assemblee di proprietari terrieri o commercianti) – e infine sostituito da una sovranità “repubblicana”.

La quale, a sua volta, ha avuto forme molto differenziate, che sono andate dalle dittature fasciste alle democrazie liberali o socialiste. Regimi insomma in cui “la sovranità appartiene al popolo” di un particolare paese, ma viene esercitata in forme istituzionali molto differenziate, corrispondenti alla forza delle diverse classi in conflitto tra loro.

Gli imperi (ambiti in cui la sovranità viene esercitata su più popoli, multinazionali) sono stati possibili o quando la sovranità era esercitata da un monarca, oppure quando le “istituzioni democratiche” erano riservate al popolo dominante, nel mentre manteneva altri popoli sotto il proprio tallone.

L’imperialismo Usa, britannico o francese sono esempi tipici di “imperi a geometria democratica variabile”. Così variabile da esser negata fuori della “nazione” e quasi sempre fortemente limitata anche all’interno del “popolo privilegiato”.

Insomma, la “sovranità” appartiene a qualcuno. Non è eliminabile e possiamo solo ragionare (e discutere, litigare e combattere) su come vada esercitata, decidendo chi comanda e secondo quali regole. Ogni retorica “anti-sovranista”, insomma, sostiene che la sovranità vada affidata a qualcuno/qualcosa di diverso dal “popolo”.

L’Unione Europea – anche nei discorsi di Macron e Draghi al Quirinale – è ormai una struttura istituzionale complessa che vuole risucchiare la sovranità dai singoli Stati-nazione che ne fanno parte, soprattutto per quanto riguarda gli attributi strategici di ogni potere sovrano: esercito (in costruzione), moneta (già fatto), polizie (“sicurezza”, già in parte centralizzata con la nascita di EuroGendFor), politica estera (già ampiamente centralizzata nel Pesc).

Anche gli scopi di questa “sovranità sovranazionale” sono dichiarati, ormai.

“Per essere sovrani – spiega Draghi – occorre che l’Europa sappia proteggersi, sappia difendere i propri confini, bisogna creare una vera difesa europea. Questo trattato aiuta questa difesa europea che naturalmente è complementare alla Nato, non è sostitutiva: un’Europa più forte, fa la Nato più forte. Questo è uno dei primi e più fondamentali passi verso cui è diretto questo trattato“.

C’è una “competizione internazionale” cui si vuole partecipare da posizioni di forza – come in ogni competizione che si rispetti – e questo spinge per il superamento dei residui di sovranità nazionale ancora in essere.

Piccolo problema: dato per assodato che la forma istituzionale della nuova sovranità è l’Unione Europea, a chi appartiene quella sovranità?

Non può “appartenere al popolo”, in primo luogo perché un “popolo europeo” non esiste (sorvolando su quante istanze indipendentiste sono ancora attuali all’interno di forme statuali nazionali che non le riconoscono, dai catalani ai baschi, dai sardi ai corsi, ecc.).

Anche all’interno di istituzioni comuni eque e stabili – ben lontane dall’essere anche solo ipotizzate – occorrerebbero secoli per creare una comunanza culturale e linguistica tale da farci identificare gli uni con gli altri.

In secondo luogo, perché il cuore di ogni democrazia rappresentativa – il Parlamento – è tale se può esercitare il principale dei poteri: quello di fare leggi (potere legislativo). Cosa che non è prevista per il Parlamento Europeo, in un assetto istituzionale in cui le leggi vengono invece formulate dalla Commissione Europea (il governo) e poi approvate o respinte dall’assemblea.

Di certo, insomma, l’Unione Europea può ambire praticamente ad essere sovrana. Ma non può farlo in modo democratico, né con istituzioni democratiche.

Un’esagerazione? Ricordatevi dei due unici referendum tenuti, nel 2005, sull’allora progetto di “Costituzione europea”. I popoli di Francia e Olanda bocciarono nelle urne quel testo. La UE andò avanti lo stesso, ma non venne più chiesto ai popoli che cosa ne pensassero. Un rischio in meno...

Il discorso fatto da Mario Draghi sulla sovranità è, in questa luce, particolarmente sporco, manipolatorio, falso: “Il senso più profondo di questo trattato è che la nostra sovranità, intesa come la nostra capacità di indirizzare il futuro, può rafforzarsi solo attraverso una gestione condivisa delle sfide comuni. Oltre a consolidare le nostre relazioni bilaterali, l’accordo vuole infatti favorire e accelerare il processo di integrazione europea. Penso al rilancio degli investimenti, soprattutto in ambiti strategici e innovativi come i semiconduttori; alla transizione digitale ed energetica; alla costruzione di una vera difesa europea. Dobbiamo dotare l’Unione Europea di strumenti che siano compatibili con le nostre ambizioni e con le aspettative dei nostri cittadini.”

Le “aspettative dei cittadini” sono una bella frase. Ma chi le ha identificate? Di cosa stiamo (stanno) parlando? Siamo sicuri che “ i cittadini” si attendano una “competizione internazionale più forte”, un “esercito europeo”, una “strategia di sicurezza”, ecc.?

Magari preferirebbero salari più alti, un’età pensionabile più bassa, lavorare qualche ora e qualche anno in meno, scuole che stiano in piedi, programmi di studio che formino coscienze più solide, politiche della casa che diano un tetto a tutti, una sanità non strozzata dai tagli, ecc...

Ma chi glielo ha chiesto, ai cittadini?

Non certo Draghi. Né alcuno dei partiti che lo sostengono in Parlamento. Né quelli che fanno finta di fare “l’opposizione”...

Dunque, a nome di chi, Mario Draghi, pronuncia quel “Cercare la sovranità europea significa voler disegnare il proprio futuro come lo vogliamo noi europei. Non ce lo vogliamo far disegnare da altri. Per essere sovrani occorre che l’Europa sappia proteggersi, sappia difendere i propri confini. Bisogna creare una vera difesa europea”?

Quel “noi” che esercitano la sovranità europea, chi sono?

Se non è “il popolo”, se non è il monarca, chi è?

Nella struttura sociale attuale resta un solo soggetto: i mercati. Anzi, quella esigua fascia dei consiglieri di amministrazione di aziende – industriali, finanziarie, commerciali – di dimensioni almeno continentali.

Si è formata in 75 anni una vera “borghesia europea” secondo schemi, leggi, modi di agire che non hanno più molto a che vedere con gli angusti ambiti “nazionali”.

Una borghesia di alto livello che può gestire le proprie imprese mettendo la sede legale in un paese, quella fiscale in un altro, gli impianti produttivi in più di uno, con personale assunto secondo regole e contratti e salari molto differenti, sfruttando legislazioni e incentivi fatti apposta per “attirare capitali” (ma se lo fanno tutti gli Stati, i capitali vagano cercando sempre quello più conveniente), suggerendo al contempo – con le proprie decisioni di investimento – le regole che gli Stati dovranno legiferare per ottenere la sua approvazione.

È la borghesia del “Britannia” – ma senza più gli inglesi – per ricordare una famosa riunione semisegreta con Mario Draghi, nel lontano 1992 (mentre stavano per entrare in vigore i “parametri di Maastricht” che hanno dissanguato l’Italia e i paesi mediterranei).

Una borghesia che non ha niente a che vedere col “sciur Brambilla”, che guarda con un sorriso di compatimento gli sforzi del padroncino o del negoziante sotto casa (ridotti a cercarsi una fatiscente “rappresentanza politica” in qualche vecchio nazionalista di ritorno, in un Salvini o una Meloni), che viaggia con jet privati e monopolizza tutte le poltrone che contano perché “riconosce i propri” in ogni paese.

È un club esclusivo, molto più esclusivo del Rotary o di una loggia massonica (quelli delle vecchie “borghesie nazionali”).

Questo è il soggetto della “sovranità europea” di Draghi e Macron – due banchieri, come se fosse una coincidenza fortuita.

Questo – e non “i popoli” o “le nazioni” (che esistono ormai solo per le competizioni sportive) – il nemico principale, non l’unico, di chi vive del proprio lavoro o che si affanna a trovarne uno.

Fonte