Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
23/06/2026
Starmer e soci, la peggiore politica possibile
Il sesto premier dimissionario in soli dieci anni sta ad indicare che l’instabilità è il segno distintivo di questa lunga fase storica. Il fatto che sia il primo del cosiddetto Labour (gli altri cinque – David Cameron, Theresa May, Boris Johnson, Liz Truss, Risji Sunak – erano tutti conservatori) conferma che si tratta di una “crisi di sistema”, non di una particolare visione politica. Che peraltro risulta indistinguibile tra gli uni e gli altri.
Starmer è stato forse il peggiore del mazzo, facendo passare come “progressiste” innumerevoli restrizioni delle libertà politiche e del diritto di espressione, a partire dalla criminalizzazione della solidarietà con i palestinesi e di qualsiasi critica ad Israele. Una politica criminale che sarebbe stata sorprendente per uno come lui, specializzato in “diritti umani”, ma quasi logica per l’avvocato delle organizzazioni sioniste in Gran Bretagna e che sta facendo crescere i suoi figli come ebrei praticanti.
Non parliamo poi della sua ansia guerrafondaia, che ne ha fatto il motore primo dei “volenterosi” qualsiasi sia il problema internazionale da affrontare. Sul Medio Oriente come, e forse soprattutto, sull’Ucraina.
Non riuscendo a trovare lo spazio temporale – insieme a Macron – per mandare truppe al fronte, al fianco di Kiev, ha ripiegato sul trasferimento di tecnologia e produzione bellica. L’ormai famoso missile ucraino “Flamingo FP-5”, utilizzato in questi giorni per colpire direttamente Mosca ed altre zone russe lontane dal fronte, è una variante assai poco variata dei missili britannici della stessa “classe”.
Il prossimo inquilino di Downing Street – Andy Burnham – non sarà molto differente, a parte una blanda religiosità cattolica, invece che anglican-sionista, e qualche attenzione in più per la working class (quasi paradossale che vada segnalata in un partito nato come “laburista”). Ma solo per tentare di frenare l’ascesa di Nigel Farage e altri fascisti che hanno trovato negli immigrati lo scaricabarile perfetto per ogni problema britannico.
Le similitudini tra tutti questi personaggi proiettati per una stagione o poco più al vertice politico della Gran Bretagna (proprio come i primi ministri francesi sotto Macron) indicano che si tratta appunto di “personaggi”, interpretati da attori mediocri e impotenti, non di statisti abilitati a prendere decisioni.
Come scrive Pino Cabras, con una felice intuizione, sono “fusibili” messi a protezione di un impianto di potere. Quando si verifica un sovraccarico di tensione “devono” saltare loro, per consentire che il sistema continui a funzionare una volta sostituito il pezzetto bruciato. Come nell’Italia democristiana, in fondo, quando ogni anni cadeva un governo e se ne faceva uno del tutto simile, con un minimo di valzer tra le diverse poltrone. Lo stesso “nuovo” Burnham, del resto, era già stato ministro nei governi di Tony Blair e Gordon Brown, senza lasciare tracce degne di nota.
È significativo che ciò accada in Gran Bretagna, dove il sistema elettorale non cambia mai ed è il simbolo di quel “bipolarismo fondato sul maggioritario” che è stato per tre decenni il faro della “governabilità” da imitare a qualsiasi costo.
Ma neanche lì funziona più. Così come in Francia o negli Usa.
L’illusione che un sistema di regole possa contenere l’esplosione sociale di problemi, visioni, follie che muovono milioni di persone, può sussistere finché i cambiamenti necessari per ritrovare un equilibrio sono minimi. Ossia “riformabili” con poca fantasia e ancor minore sforzo.
Ma quando i “traumi” sono di dimensioni sistemiche, quel “collare” messo alla rappresentanza politica non tiene più. E più le due forze “bipolari” si sforzano di “convergere al centro” – ossia di annullare le già poche differenze – più la domanda sociale di soluzioni “radicali” prende vie impensabili. Ma pensate da qualcuno.
È evidente che si siano sfaldati i “blocchi sociali” su cui la rappresentanza politica del dopoguerra si era fondata in tutto l’Occidente capitalistico. Blocchi tra interessi materiali diversi che dovevano trovare una compensazione attraverso la politica, le sue scelte, e quindi attraverso il funzionamento orientato dell’amministrazione statale.
In pratica, politiche economiche e fiscali che attenuavano le differenze di reddito e di status, creando filiere e una connessione – non “sentimentale”, ma programmatica – tra fasce sociali che nel loro insieme determinavano un consenso sociale piuttosto stabile.
Oltre 40 anni di neoliberismo e arretramento del “pubblico” hanno quasi azzerato quell’ambiente “ideale” della rappresentanza. Gli interessi si sono individualizzati, le categorie moltiplicate e quindi ristrette quanto a partecipanti (dalle centinaia di migliaia, o milioni, a poche migliaia). Un pulviscolo sociale che si accumula a seconda dei venti e delle piogge, ma inadatto a sostenere edifici stabili.
Fare una politica economica o industriale in grado di raccogliere consensi significativi è ormai impossibile. Anche nel resto d’Europa, perché c’è l’Unione Europea a dettare le regole che aumentano l’individualizzazione incontrollabile degli interessi privati.
Ma se la funzione dello Stato è quella di “lasciar fare” alle imprese e reprimere il malessere degli esclusi dal banchetto – non solo in Italia i “pacchetti sicurezza” sono gli unici provvedimenti concretamente presi – allora il personale politico, di vertice come locale, viene scelto sulla base di criteri di marketing. Come merci sugli scaffali del supermercato.
Si compra (votando) un prodotto, lo si prova e lo si butta via. Senza soluzioni di continuità, perché – appunto – “fusibili” costruiti per saltare al primo guasto.
La politica, in tutto l’Occidente, è ridotta a smargiassate pensate per incrementare l’impatto mediatico. Lo si fa per conquistare voti volatili, poi ci si comporta allo stesso modo nel decidere una guerra o le trattative per porvi fine (Trump). Si sposa una soluzione improvvisata per arrestare la deindustrializzazione europea e ci si butta nel riarmo, nella riconversione del civile in militare. Incrociando le dita...
Senza visione, senza progetti, senza strategie razionali. Slogan per gli elettori, input imprenditoriali esterni per selezionare le scelte operative, zero autonomia strategica, zero sforzo intellettivo. Zero appeal.
A questo punto basta un bruto qualsiasi che indichi nell’immigrato riconoscibile – il nero, l’olivastro, il giallo – la causa di tutti i problemi. Come un secolo fa si indicavano gli ebrei, certo. Ma oggi che sono stati “riammessi tra i bianchi”, bisogna cambiare capro espiatorio...
Perché di fronte al crollo delle prospettive, alla “scomparsa del futuro”, al blocco di un sistema di produzione basato sull’interesse individuale anziché su quello generale, bisognerebbe porsi le domande “epocali” che possono determinare risposte all’altezza. Ma che cancellerebbero la legittimità di molti di quegli interessi privatistici. Innanzitutto di quelli più potenti, macroscopici.
Molto più semplice trovare soluzioni facili. Bastano quattro cretini per picchiare un immigrato, scatenare un pogrom e gridare alla “remigrazione”. Non c’è da pensare, studiare, provare e riprovare.
Ma al “pensiero zero” corrisponde sempre uno scontro sociale ad alzo zero. Che porta al socialismo o alla barbarie. Senza vie di mezzo.
Fonte
06/03/2025
Brasile - Il processo a Bolsonaro può cambia le carte intavola
Il processo contro Bolsonaro per il tentato golpe del 2023 e il possibile avvelenamento di Lula cosa cambia in Brasile?
La possibile condanna di Bolsonaro per la denuncia da parte della Procura Generale è un fatto nuovo in Brasile, perché il Brasile è l’unico paese del continente delle dittature degli anni ’60, ’70 e ’80 a non aver stabilito una giustizia di transizione tanto che si è fatta una legge di amnistia che ha reso impuniti i crimini del terrorismo di Stato. I militari sono rimasti come una sorta di quarto potere, ponendo dei limiti allo sviluppo della democrazia brasiliana.
Questa concezione della legittimazione del colpo di Stato del 1964 in Brasile è sempre stata dominante nelle forze armate.
Si sa che il colpo di Stato del 1964 viene chiamato dittatura militare, ma è un termine impreciso, il termine migliore sarebbe dittatura militare del grande capitale, perché circa 6.000 soldati furono espulsi dalle forze armate: i militari nazionalisti e legalisti sono stati espulsi, di fatto sono stati colpiti dalla dittatura funzionari pubblici militari sei volte di più che i funzionari pubblici civili.
Quindi, questo è un fatto nuovo, anche perché il Brasile ha firmato il Trattato interamericano sui diritti umani e in base a tal trattato i crimini continuativi sono crimini che devono subire sanzioni penali e la legge di amnistia, quindi, non coprirebbe i crimini di sparizione forzata. Però la Corte Suprema Federale del Brasile, nel 2010, si è pronunciata a favore della legge di amnistia ignorando le conseguenze del Trattato interamericano sui diritti umani.
Quindi questa denuncia contro Bolsonaro e i militari che hanno tentato il colpo di Stato l’8 gennaio 2023 è un punto di svolta. Una svolta che si articola anche con una nuova offensiva contro la legge di amnistia così la Corte Suprema Federale sta cercando di far rispettare le norme del Trattato interamericano sui diritti umani.
Verrà creato un meccanismo giuridico per affrontare l’ala fascista delle forze armate brasiliane. Questo è di per sé uno sviluppo molto importante. Dobbiamo tenere d’occhio come andranno le cose.
Penso che ci siano buone possibilità che Bolsonaro sia condannato così come il gruppo che ha lavorato con lui, perché oggi dentro al Supremo Tribunale Federale del Brasile c’è una maggioranza legalista.
È molto difficile per Bolsonaro sfuggire a una condanna a 40 anni di carcere; per le leggi brasiliane potrebbe uscire con un sesto della pena, ma è una situazione molto difficile per lui.
Per di più Bolsonaro non potrebbe accedere all’amnistia, nemmeno se il prossimo presidente lo volesse a meno che non sia supportato da una maggioranza in parlamento dei 2/3 e così cambiare la costituzione.
Credo sia una situazione importante.
Affrontare così le forze armate fasciste è l’espressione di un’alleanza tra il centrosinistra con settori della borghesia brasiliana più tradizionale e più internazionalizzata, settori che si sentivano minacciati dal progetto politico dittatoriale di Bolsonaro. Era chiaro che Bolsonaro voleva promuovere quella borghesia che si sarebbe detta a lui fedele.
Bolsonaro si è scontrato, negli anni, con settori molto tradizionali della borghesia brasiliana cercando di cambiare le gerarchie.
La vicenda Bolsonaro è solo brasiliana o ha dei riverberi internazionali?
Sembra che il Grande Capitale stia fraternizzando a livello internazionale. Ci sono però delle fratture al suo interno. C’è un’ala liberale che vuole uno Stato democratico con un basso livello di impegno sociale e dove la borghesia possa esprimere direttamente i suoi rappresentanti politici.
La visione liberale dello Stato, del Grande Capitale, è una visione in cui lo Stato non genera un monopolio politico in grado di rivaleggiare con i monopoli imprenditoriali.
Questa è la visione liberale, ma ciò che accade è che siamo in un momento di crisi organica del dominio borghese e con ciò il fascismo inizia a guadagnare consenso di massa, soprattutto quando le sinistre si alleano con i settori borghesi e neoliberisti cercando di rianimare una fetta di economia in decadenza.
Questo è quello che si vede spesso in Occidente dove il caso più eclatante è quello della socialdemocrazia dove vediamo un costante declino del consenso verso i partiti socialisti ma è anche il caso degli Stati Uniti e della sinistra legata al Partito Democratico. In Brasile, ad esempio, è il caso del Partito dei Lavoratori che è un partito che ha stabilito un’alleanza con il capitale finanziario così come un’alleanza con i settori tradizionali della borghesia cercando di apportare alcuni cambiamenti molto specifici in questo tipo di dominio.
La crisi del dominio borghese tradizionale colpisce, così, anche il centro-sinistra che ad esso si è legato e apre lo spazio per l’ascesa del fascismo e dei suoi alleati. Il fascismo trascina con sé una borghesia che non faceva parte dei “ranghi alti” e subiva gli effetti della decadenza delle economie tradizionali. I neo-fascisti creano così un’alleanza con questi settori una volta minoritari dentro al mondo imprenditoriale e allo stesso tempo costruisce un discorso, come fatto da Milei, che lega la decadenza dell’economia alla casta politica. Lo stesso fatto da Bolsonaro quando attaccava l’elitarismo del centrosinistra sottolineando che i simpatizzanti del centrosinistra hanno una vita con alto livello di consumo. Milei e Bolsonaro si pongono come uomini popolare.
Mi sembra esistere una divisione tra le forze del grande capitale, una parte di queste forze che si legano al neofascismo soprattutto per convenienza, un’altra parte del grande capitale invece si appoggia e appoggia i partiti tradizionali per conservare la sua posizione di vantaggio e di controllo degli apparati statali.
Tutto questo varia tra le diverse regioni e situazioni, certo è che il grande capitale tradizionale ha due paure: la prima è che le sinistre sviluppino un progetto sociale che vada contro gli interessi capitalistici, ed è questo il motivo per cui in Brasile nel 2017 c’è stata l’unione condivisa del capitale contro il PT. Ma c’è da dire che una parte del capitalismo brasiliano sperava che i liberali del Psdb potessero diventare la prima forza del paese e superare il PT. Quella parte del capitalismo brasiliano ha sofferto quindi quando è emersa la figura di Bolsonaro e dell’estrema destra, mentre la parte meno vincolata alla politica tradizionale ha cavalcato le sue proposte. Lula per tornare al governo ha dovuto garantire più cose di quanto avesse mai fatto come presidente ai gruppi imprenditoriali del Brasile.
Possiamo dire che le democrazie liberali sono morte o fallite?
Sono in una crisi molto profonda perché la globalizzazione neo liberale ha accresciuto la disuguaglianza e ha dimostrato che la democrazia era in realtà una plutocrazia e che serviva molto poco alle grandi masse. Anche questa è una realtà delle democrazie occidentali e questo dà forza al fascismo, soprattutto in uno scenario in cui la sinistra è schiava del patto con i settori della borghesia tradizionale ed è parte della contesa per la gestione del neoliberismo con altre forze, quindi in questo scenario la democrazia è in forte crisi in Occidente, soprattutto questo formato liberale della democrazia.
Quello che Trump ed il neofascismo aziendale sta portando avanti è una forma di neocolonialismo?
Penso che Trump stia sviluppando una sorta di imperialismo informale, un “imperialismo territorialista” tanto che parla apertamente di impadronirsi del Canale di Panama, della Striscia di Gaza, della Groenlandia. Penso che Trump stia tornando a forme tradizionali di imperialismo che erano state scartate come forme dominanti a causa del loro alto livello di violenza.
Fonte
09/01/2025
La “tecno-destra” l’ha creata chi ora piange
Duole osservare che anche analisti seri si pieghino al diktat di Repubblica per far credere al lettore che gli Stati Uniti sarebbero oggi di fronte alla catastrofe a causa dell’influenza di miliardari come Musk sulla politica.
Di fatto, sappiamo bene che dai remoti anni ’80 di Reagan e Thatcher, del trionfo della deregulation e del monetarismo, la politica ha ceduto il passo ai grandi interessi delle corporation in una fase del capitalismo, quella finanziaria, nella quale il lavoro ha perso potere negoziale e la grande evasione dalle tasse della “società dell’1%” è stata la base della trappola del debito in cui siamo immersi.
Decenni di prevalenza degli interessi del capitale nelle società affluenti, di distruzione dei corpi intermedi, di riduzione della politica a spettacolo e populismo.
Le liberal-democrazie non sono una alternativa a Trump e ad altre destre impresentabili: ne sono la necessaria preparazione. Come negli anni '30 del '900: il lavoro sporco fu eseguito dai nazisti, ma gli artefici erano i grandi gruppi industriali che hanno permesso e finanziato l’ascesa di Hitler.
Con le dovute proporzioni, anche oggi il nazionalismo, la libertà sfrenata della belva capitalistica e l’uso brutale della forza contro le parvenze dello Stato di diritto, sono lo sbocco naturale di decenni di arretramento della politica e della democrazia, a cui i moderati di destra e di centrosinistra ci hanno preparato.
Lo conferma il triste spettacolo di questa Europa neoliberista, che ha dimenticato l’aggettivo “sociale”, pur declinato in tutte le sue forme nei documenti europei; esercita la censura; e ha dimenticato Montesquieu nella sua architettura costituzionale snaturando la funzione legislativa e dando alla Commissione, organo esecutivo senza responsabilità davanti agli elettori, il compito di tradurre il volere della finanza per gli Stati nazionali, alla larga dalle noie dello scontro sociale e del gioco democratico. di Elena Basile
L’Europa che stringe le mani sanguinanti di Netanyahu, balbettando senza pudore melense e retoriche parole di dispiacere per la strage di palestinesi, l’Europa che ha approvato la carneficina degli ucraini per una guerra per procura contro la Russia, l’Europa militarista e bellicista che smantella lo Stato sociale per costruire il braccio armato europeo della Nato, per interessi non europei ma statunitensi, questa Europa ha causato la nascita del movimenti della destra attuale, neofascista e neonazista, populista, isolazionista e razzista.
Se siamo ritornati ai discorsi del colonialismo e del suprematismo bianco non è colpa di Trump o di Le Pen, ma dei cosiddetti “progressisti”, dei finti difensori dei diritti umani che praticano doppi standard come respirano.
Sul Fatto ho difeso la modernità occidentale, la tradizione politica e culturale che a partire dalla rivoluzione illuministica, grazie a Locke e a Voltaire, ha modellato la società dei diritti individuali contro la ragion di Stato, la democrazia delle minoranze.
Oggi tuttavia chi è incapace di comprendere la grandezza e la legittimità di culture e storie differenti come quella russa, cinese o persiana, poco ha a che vedere con la più alta espressione dell’Occidente.
Rappresenta la barbarie dell’impero bullo e apolitico, a-culturale, orwelliano a cui ci stiamo assuefacendo. Il populismo oggi, come rammentai a Paolo Mieli in un programma di La7 che raggiunse un’audience senza precedenti, è di coloro che condannano la violenza terroristica senza vedere e denunciare il terrorismo di Stato.
Purtroppo, passo dopo passo, i valori alla base delle democrazie occidentali sono stati calpestati, sepolti dietro retoriche imperialistiche e vergognosi doppi pesi.
Ora, in prima pagina su Repubblica, il “partito Belloni” riemerge. Non so se sia formato solo da pietose connivenze giornalistiche, da una rete di relazioni pubbliche.
L’ex diplomatica, mai stata ambasciatrice all’estero, cooptata dalla politica in una rapida carriera interna, ha incarnato (a differenza del commis d’Etat, funzionario che oppone i valori costituzionali alle contingenze politiche) il compromesso quotidiano con tutti gli esponenti di partito: Salvini, Renzi, Gentiloni, Di Maio, Meloni.
È stata candidata a tutto, senza che nessuno ne abbia mai conosciuto il pensiero.
È un altro piccolo indizio della morte della democrazia. Se il pluralismo democratico esistesse, voci come la mia o di altri diplomatici verrebbero chiamate in tv a dibattere con Belloni, beniamina del provinciale potere nostrano.
In fondo, come diplomatiche, abbiamo interpretato il nostro ruolo in modo opposto.
Fonte
20/12/2024
Democrazia padronale
Aveva vinto il primo turno tale Georgescu. La cosa insopportabile per tutto l’Occidente non era il fatto che sia di estrema destra (come Le Pen, Meloni, Orbàn, Salvini, Abascal, ecc.), ma che risulti “filo-russo” perché contrario a un maggior coinvolgimento di quel paese nella guerra in Ucraina.
Ne sono seguite grandi discussioni scandalizzate sul ruolo dei social nel funzionamento della democrazia liberale, sulla minaccia che la propaganda online – inevitabilmente russa o cinese – rappresenterebbe per le menti meno attrezzate, ecc. (come se quella in cui viviamo immersi, sulle tv o sui media mainstream, fosse acqua limpida di fonte).
Ieri negli Usa Elon Musk, padrone tra l’altro di X (l’ex Twitter), ha scoperto che «I democratici e i repubblicani si erano accordati su una sorta di finanziaria provvisoria fatta di provvidenze e aiuti».
Con un messaggio su X, Musk ha così minacciato di mobilitare i suoi seguaci social per bloccare la rielezione dei deputati repubblicani che avessero votato a favore.
La politica della superpotenza può insomma esser decisa da un solo padrone, senza contraddittorio e senza opposizione possibile.
Silenzio assoluto. Nessun allarme, nessuna discussione, nessun talk show...
La democrazia è ormai visibilmente un’etichetta da mettere sulla fronte degli amici o dei servi. Un like o una divisa, insomma...
Fonte
31/10/2024
Democrazia truccata
Quello che a me pare il fatto più importante è diventato il tenue, scontato sfondo di analisi e proposte che stanno tutte dentro quel 46% che è andato alle urne. È meglio Renzi di Conte, o magari Grillo? E a Meloni va bene di vincere con percentuali dimezzate per il suo partito? E che faranno Schlein e Bonaccini, litigheranno? E Bonelli e Fratoianni per quale larghezza del loro campo tifano?
Politici e giornalisti di palazzo, cioè quasi tutti, si occupano del campo sempre più ristretto degli elettori attivi, il resto non interessa davvero. Del resto i politologi liberali hanno a lungo definito la riduzione della partecipazione al voto come il necessario effetto di un democrazia soddisfatta e matura. Non so se lo pensino ancora, certo che la nostra nostra democrazia più che matura sembra sempre più marcia.
Oggi non è la soddisfazione pacificata che riduce la partecipazione al voto, ma il suo esatto opposto, l’insoddisfazione rabbiosa e al tempo stesso rassegnata sulle possibilità di cambiare qualcosa della propria condizione ingiusta. È il popolo che in maggioranza non va più a votare, perché si sente sempre più suddito di decisioni immodificabili e non cittadino con diritti da rivendicare e far valere.
Oggi nella politica domina il vecchio acronimo di Margaret Thatcher: TINA, there is not alternative, non c’è alternativa.
Non c’è alternativa alla guerra e al genocidio, non c’è alternativa all’austerità economica, non c’è alternativa alla catastrofe ambientale. Chi propone vere alternative su questi temi vitali è subito tacciato di essere fuori dal mondo, ridotto ad un ruolo minoritario e, se protesta troppo, severamente punito. La competizione ammessa è quella tra chi si contende la migliore esecuzione della stessa politica, o al massimo la sua variante più mediatica.
È ovvio che la minoranza conservatrice e reazionaria, in questo campo ristretto, finisca per essere maggioranza o per dettare l’agenda alla maggioranza. Pensiamo alla questione dei migranti in Europa e negli Stati Uniti, dove è la destra reazionaria e razzista a spostare continuamente verso il fascismo la risposta ad una gigantesca questione sociale, con le forze liberal-democratiche che affannosamente inseguono.
L’Italia era il paese dove si votava di più quando c’era il più grande partito comunista dell’Occidente, ora è il paese dove si vota di meno. Nessun paese democratico ha avuto un crollo come il nostro nella partecipazione alle elezioni.
Pensiamo poi al fatto che è proprio alle elezioni regionali e per i comuni delle grandi città che vanno meno persone a votare. Ma come, la Regione ed il Comune sono le istituzioni più vicine ai cittadini, si occupano di tanti aspetti della loro vita quotidiana, eppure sono vissute come le più lontane?
Si chiamavano una volta enti locali, proprio per sottolinearne la maggiore prossimità verso le persone rispetto alle istituzioni nazionali. Ora un presidente di regione appare più distante di un presidente del consiglio. E adesso vogliono anche aggiungere l’orrore dell’autonomia differenziata.
La realtà è che la politica locale è ancora più imbragata di quella nazionale, che almeno a volte può fuggire nelle suggestioni. Negli enti locali domina brutalmente il partito unico degli affari, del cemento, delle privatizzazioni e dei tagli ai servizi sociali.
Avete capito che differenza ci fosse tra Bucci e Orlando, sulle dighe, sulle gronde, sul turismo, sulla casa, sulla sanità, sugli appalti? Io no e secondo me nemmeno la maggioranza degli elettori. La verità è che in questo campo ristretto della politica sono in tanti a salire più o meno metaforicamente sugli yacht degli armatori, anche quando non si commettono reati.
E così alla fine il cane si morde la coda: una politica sempre più escludente che viene sempre più esclusa dall’interesse dei cittadini. E al palazzo politico mediatico va bene così, altrimenti oggi avremmo riunioni su riunioni dei partiti per capire le ragioni dell’astensione, mentre gli inviati di giornali e tv sarebbero nei quartieri popolari a chiedere chi e perché non vota.
Invece non gliene importa niente. Anzi questo sistema è il loro migliore prodotto.
Hanno varato una miriade di regole burocratiche per impedire agli outsider di candidarsi. Poi hanno innalzato sbarramenti per essere eletti. Poi hanno costruito clientele e fedeltà e le hanno difese con montagne di soldi, senza i quali la campagna elettorale è proibitiva. Poi hanno i mass media e infine la selezione più radicale, quella del maggioritario. Si vota solo per chi può vincere, non per chi ti possa rappresentare meglio.
La democrazia è truccata e a chi è privilegiato dai trucchi va bene così.
Nasce però una domanda: c’è un limite oltre il quale il sistema entri in contraddizione con se stesso, una riduzione della partecipazione al voto tale da mettere in crisi il potere?
Nel suo romanzo distopico “Saggio sulla lucidità” José Saramago racconta della capitale di uno stato posta sotto assedio militare dal governo, perché alle elezioni non aveva partecipato nessuno. Arriveremo a questo? Magari no, però sarebbe ora di mettere la partecipazione al voto al centro delle preoccupazioni di chi si ritenga ancora un democratico.
Prima di tutto bisognerebbe buttare a mare il maggioritario e ripristinare il proporzionale, con vere pari condizioni per tutti i partecipanti: dovrebbero essere i cittadini a selezionare con il voto chi deve rappresentarli, non chi è già nelle istituzioni e nei mass media e vuole escludere tutti gli altri.
Solo per questa via si ricostruirebbe una politica in grado di misurarsi sulle alternative reali e non su quelle finte. Solo per questa via la destra conservatrice e reazionaria sarebbe ricondotta alle sue proporzioni reali.
Ma so perfettamente che nessuno dei principali partiti sarà mai disponibile a cambiare il sistema da cui trae alimento. Attendiamo dunque, e magari operiamo per, la crisi inevitabile di questo sistema; fino ad allora il massimo di solidarietà a chi, pur sapendo che sarà sconfitto, partecipa testardamente alle elezioni per affermare i principi di una vera democrazia.
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06/09/2024
Francia - Macron sceglie un tecnocrate conservatore come Primo Ministro
Michel Barnier è un membro dei LR, o meglio della parte dei gollisti che hanno scelto – a differenza del loro presidente Eric Ciotti – di non allearsi formalmente con l’estrema-destra di Le Pen e Bardella alle ultime elezioni politiche.
Per chiarire il profilo di quello che viene definito un “centrista” basti ricordare le sue dichiarazioni a favore dell’allungamento dell’età pensionabile a 65 anni e di una legislazione più restrittiva per ciò che concerne l’immigrazione.
Un uomo di così “ampie vedute” che ad inizio Anni Ottanta, sotto la presidenza Mitterand, insieme ai suoi colleghi di partito votò contro la depenalizzazione dell’omosessualità!
Michel Barnier è parte integrante di quel ristretto cerchio di burocrati conservatori che si concepisce come classe dirigente europea d’origine francese, più conosciuta a Bruxelles che nell’Esagono.
Non a caso, mentre l’estrema destra annunciava che non avrebbe votato – almeno in prima battuta – la sfiducia a Barrier, a differenza di tutti i componenti del Nuovo Fronte Popolare, ha ricevuto l’endorsement della Von der Leyen.
Per la presidente della Commissione Europea, infatti, Barnier ha “a cuore gli interessi dell’Europa e della Francia, come dimostra la sua lunga esperienza”, ha scritto su X, augurandogli il migliore successo nella sua “nuova missione”.
Gli fa eco il padronato francese.
Contattato da Le Monde, Patrick Martin, presidente del Medef (la “Confindustria d’oltralpe”) ritiene che “la nomina di Michel Barnier a Primo Ministro sia di buon auspicio”.
“La sua esperienza, la sua comprensione delle questioni internazionali e la sua capacità di raggiungere compromessi su dossier difficili sono risorse inestimabili nella delicata situazione che il nostro Paese sta attraversando”, ha proseguito, sottolineando che si aspetta che “proponga un percorso economico all’altezza delle sfide che le imprese francesi devono affrontare”.
Così, alla vigilia della mobilitazione di sabato 7 settembre per la sua “destituzione”, promossa da varie forze del NFP, “Mac-Macron” ha di fatto dato seguito all’ipotesi di un governo “tecnico” di minoranza – o per meglio dire “tecnocrate” –, gradito alla UE, con il sostegno esterno dei gollisti ed il beneplacito di Marine Le Pen.
Dopo il rifiuto di prendere in considerazione la candidatura di Lucie Castets, proposta unitariamente dal NFP – la formazione che ha ottenuto più deputati – e dopo aver escluso dalle consultazioni La France Insoumise (LFI) di Jean-Luc Mélenchon; dopo aver verificato l’impossibilità – per gli equilibri interni ai socialisti (componente del NFP) – di proporre un nome della destra del PS, Macron ha vagliato una serie di nomi scegliendo, in evidente accordo con Le Pen, il navigato politico conservatore che per la UE ha diretto le trattative sulla Brexit.
Certamente è uno stravolgimento totale delle indicazioni uscite dalle urne, in cui una parte importante dei francesi aveva votato contro l’ipotesi di avere l’estrema-destra a governare dopo l’exploit del RN (ex-FN), e per voltare pagina rispetto alla macronie che ha caratterizzato gli ultimi sette anni di vita politica francese. Una negazione esplicita dei criteri base della “democrazia liberale”...
Risultato: se il governo di Barnier, che prende il testimone dell’esecutivo Attal a Matignon – rimasto in carica per gli “affari correnti” per ben due mesi, la più lunga crisi politico-istituzionale dal 1958 ad oggi – non verrà sfiduciato, i francesi si ritroveranno un primo ministro della formazione giunta quarta e che al ballottaggio del secondo turno si è rifiutata di dare indicazione di voto per candidati diversi dei propri. Rompendo così il “fronte repubblicano” e quindi quel cordone sanitario che i conservatori avevano eretto intorno all’estrema-destra dall’era Chirac fino a Sarkozy.
Altro dettaglio non secondario: i deputati eletti ai ballottaggi nelle file del campo della coalizione presidenziale Ensemble contro sfidanti dell’estrema destra, grazie alle scelta effettuata dall’arco del cosiddetto “Fronte Repubblicano”, voteranno ora per un Primo Ministro nominato con il benestare di Le Pen e Bardella. Ovvero contro l’indicazione dei propri elettori.
Se così fosse, probabilmente sarebbe l’ennesimo salto di qualità nel processo di normalizzazione/cooptazione dell’estrema-destra, promossa a forza politica “responsabile” più degli stessi socialisti francesi che seguono Faure.
Uno dei tanti paradossi che segnalano come la politica nella UE non svolga più un ruolo di “cerniera” ma di vero e proprio “rasoio” nei confronti delle istanze popolari, trovando una classe politica asservita ai desiderata di Bruxelles, ovvero del grande capitale internazionale.
Barnier renderebbe la “coabitazione” con Macron piuttosto agevole, dando un segno di continuità con le scelte politiche fatte dagli esecutivi che l’hanno preceduto, ma sacrificando le istanze di una democrazia borghese che – svuotandosi dei residui della sovranità popolare – si regge su continue forzature istituzionali.
Si potrebbe dire che i sogni di De Gaulle di realizzare – attraverso l’architettura della V Repubblica – una sorta di “consolato personale” sono stati realizzati da Macron grazie alla UE, facendo diventare la Francia una sorta di democradura senza più bilanciamento di poteri effettivi, dove la consuetudine politica è divenuta lettera morta e l’estrema-destra è stata invitata indirettamente nella “stanza dei bottoni”.
Le reazione del Nuovo Fronte Popolare
Sono durissimi i toni usati dell’opposizione, cui è rimasta ora solo la piazza come canale d’espressione.
“Le elezioni sono state rubate ai francesi”, ha denunciato Jean-Luc Mélenchon. Riferendosi a “un primo ministro che viene nominato con il permesso e forse su suggerimento del Rassemblement national”, il leader de La France insoumise (LFI), in un video postato sui social network, ha invitato alla “mobilitazione più potente possibile” sabato.
Sarà la prima manifestazione contro quello che LFI, i sindacati delle scuole superiori e degli studenti, definiscono il “colpo di forza” di Emmanuel Macron, ovvero il suo rifiuto di nominare la candidata della coalizione di sinistra, Lucie Castets, a Matignon.
“Dopo cinquantadue giorni di governo sconfitto alle urne, Macron continua a comportarsi come un autocrate”, ha aggiunto Mathilde Panot, leader dei deputati “insoumis” su X, secondo cui “il presidente rifiuta di rispettare la sovranità popolare e la scelta fatta alle urne”.
Olivier Faure, segretario nazionale del Partito socialista (PS), sempre su X, ha descritto una “negazione democratica giunta al suo apogeo: un primo ministro del partito che è arrivato quarto e non ha nemmeno partecipato al fronte repubblicano” contro l’estrema destra. A suo avviso, la Francia sta entrando in “una crisi di regime”.
In un comunicato stampa ufficiale il PS ha affermato che Emmanuel Macron sta “calpestando il voto del popolo francese” e ha annunciato che “sfiducerà” il governo di Michel Barnier.
Anche Marine Tondelier è rimasta delusa. “Chi vogliamo prendere in giro? È un vero e proprio scandalo”, ha dichiarato la leader degli Ecologisti.
Secondo lei, “quello che è appena accaduto in Francia per sessanta giorni (…), se fosse accaduto in qualsiasi altra parte d’Europa, lo avremmo trovato deplorevole da un punto di vista democratico. Questa storia senza precedenti sta prendendo una piega estremamente preoccupante”, ha proseguito.
Per il leader del PC Fabien Roussel, la nomina di Michel Barnier alla carica di primo ministro è “un insulto al popolo francese che vuole il cambiamento”. “Liberale, europeista, antisociale, Barnier è l’esatto contrario del messaggio inviato dai francesi alle elezioni legislative”.
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26/08/2024
Crisi della democrazia liberale ed egemonia gramsciana
A Chicago tutti i leader dell’asinello si sono rifugiati dentro il recinto dei grandi valori repubblicani (ne parla Nichols in una intervista al “Corriere della Sera”) rinunciando a declinarli in una progettualità concreta che definisse – almeno – l’orizzonte di un sistema da modificare.
Anche la sinistra di Sanders e Ocasio-Cortez ha fatto a meno di evidenziare la necessità di delineare un quadro di sistema su cui proprio l’ultimo lavoro di Bernie Sanders si era comunque addentrato.
L’esclusione dei militanti pro-Palestina ha rappresentato il punto di maggiore evidenza di questa difficoltà nella rinunzia a fare della pace l’emblema di una prospettiva epocale, proseguendo invece oggettivamente sulla linea portata avanti dall’amministrazione Biden.
Non è però il dettaglio rappresentato dall’esito della convention di Chicago ad interessarci maggiormente, bensì il fatto che in quella sede siano emerse per intero le ragioni di questa crisi. Ragioni che derivano dal mancato riconoscimento dell’incapacità espressa dalla democrazia liberale classica (occidentale, bianca, a prevalenza maschile) ad affrontare il tema dell’uguaglianza.
Caduto il sistema sovietico, modificato nel profondo quello cinese e preso atto dell’impossibilità di riforma – da quella parte – in senso democratico, gli epigoni della democrazia liberale dovrebbero riconoscere prima degli altri la difficoltà di porsi sul terreno egualitario: intendiamo l’eguaglianza di fondo non semplicemente quella borghese emersa dalla Rivoluzione del 1789.
Dall’Italia può arrivare un grande contributo di pensiero rielaborando il concetto di egemonia gramsciana: concepire il dominio politico come qualcosa che va al di là dello stato e del mercato e che si colloca nella sfera della cultura e della società.
Per uscire dalla transizione si dovrebbe uscire da una politica condotta nei termini esistenti del dibattito (guerra di movimento, secondo Gramsci) a una guerra di posizione con l’obiettivo della definizione di un nuovo ordine da realizzarsi attraverso l’espressione di una nuova filosofia pubblica e un programma politico incentrato sul superamento di una organizzazione sociale incentrata sull’individualismo competitivo e consumistico
Si tratta di delineare una visione post-liberale evitando forme rozze di solidarietà costruite sull’omogeneità etica o religiosa: si tratterebbe di ricercare – invece – l’eredità pluralista delle tradizioni etiche forgiate nell’800 e nel ‘900; in sostanza il postliberalismo non deve sostituire la vecchia opposizione sinistra vs. destra (considerate ancora valide le argomentazioni di Norberto Bobbio), né contrapposizioni apparentemente più moderne come quelle tra liberalismo e populismo aggiornandole in relazione all’emergenza scaturita della complessità delle contraddizioni in atto
Come abbiamo visto l’esito del ‘900 ha dimostrato che tra Stato e Classe il nodo teorico non è stato risolto. Un nodo che riguarda ancora la dimensione etica degli scopi del “governo” poiché proprio l’esito del ‘900 ha posto il problema di verificare fin dove potesse spingersi l’azione di un governo che volesse salvaguardare non solo i diritti negativi (di non interferenza: si può fare tutto quello che non è vietato) dei cittadini, ma anche i diritti positivi, ossia l’estensione a fasce sempre più vaste della popolazione dei diritti di tutela sociale, salute, istruzione, assistenza, fino all’eguaglianza nell’accesso alle risorse disponibili (salvo il grande interrogativo orwelliano, sugli alcuni più eguali degli altri).
Le domanda finali riguarderebbero:
1) la radicalità della natura del razzismo emergente e consolidatosi sia dal punto di vista della paura del “diverso” e soprattutto della “diversa” anche questa è vicina, anzi accanto;
2) il chi espande e tutela i diritti della natura, già così fortemente compromessi da un’antropizzazione esasperata che attraverso la logica del consumo non riconosce più differenze di status e di scansione sociale in una sorta di “omogeneizzazione al ribasso”? Come questi diritti della natura possono intrecciarsi, o restare irrimediabilmente conflittuali, con quelli della tensione al permanere della disuguaglianza versus la tensione all’eguaglianza e alla fine dello sfruttamento umano
3) L’altro punto è quello di fornire una risposta riguardo la consapevolezza che nell’applicazione del dominio della scienza e dei suoi effetti tecnologici emerge sempre un rapporto mercificante tra soggetto e oggetto in una forma sempre più piena come dimostrato dalla realtà della comunicazione sociale. È necessario essere capaci di esercitare una funzione critica sulla violenza che la tecnica, frutto della scienza del dominio, esprime implicitamente. Serve una critica che reclami il recupero delle finalità umanistiche che avevano contraddistinto l’emergere della civiltà moderna, anche attraverso l’espressione delle utopie egualitarie e della “critica all’economia politica”.
Tutte contraddizioni irrisolte che si collocano oltre l’usato schema di Rokkan della “contraddizione principale” e di quelle (città/campagna, religione/stato; centro/periferia) intrecciate ad essa.
Riconoscersi quindi nell’interrogativo della ricerca di Thomas Piketty in “Capitale e Ideologia”? Come può la politica trasformare questi interrogativi in una nuova “incarnazione storica”?
Sarebbe necessario il recupero dell’impianto gramsciano dell’egemonia in un quadro di rinnovata tensione verso la trasformazione sociale e le nuove fratture emergenti nel moderno conflitto sociale.
Nel quadro immediato rimane il tema della soggettività politica e forse è questo il punto più irrisolto di un possibile dibattito.
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05/06/2024
L’Occidente, gli antisionisti e la pratica della censura virtuosa
Assistiamo a divieti di manifestare, annullamenti di conferenze pubbliche, cancellazioni di impegni di artisti e intellettuali, sanzioni contro comici, proscrizioni di slogan tradizionali, sospensioni di sovvenzioni pubbliche a istituzioni universitarie, intimidazioni giudiziarie.
In Francia, nell’aprile scorso, diverse personalità politiche di opposizione sono state convocate dalla polizia nell’ambito di un’indagine per apologia del terrorismo, e un responsabile sindacale è stato condannato a un anno di reclusione (con pena sospesa) per lo stesso motivo.
In Germania invece, già nel 2019 una risoluzione del Bundestag aveva qualificato come antisemita il movimento « Boicottaggio, disinvestimento, sanzioni » (BDS), mentre dopo l’attacco del 7 ottobre l’opinione pubblica tedesca ha assistito a una crescente pressione per mettere a tacere le manifestazioni di solidarietà con la resistenza palestinese.
Negli Stati Uniti, il Congresso ha ampliato la definizione di antisemitismo per includere alcune critiche a Israele, e il sindaco di New York, Eric Adams, ha inviato centinaia di poliziotti per sgomberare studenti pacifisti propalestinesi dalla Columbia University, etichettando il movimento come una minaccia radicale.
La legittimazione di misure repressive da parte di governi sedicenti “liberali” si è spesso appoggiata sul pretesto della lotta al terrorismo, come avvenuto dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001 e i successivi attentati jihadisti in Europa.
I governi occidentali hanno sviluppato un arsenale legislativo che consente di restringere i diritti fondamentali in nome della sicurezza, dapprima a titolo eccezionale, poi in modo permanente. Questo approccio ha facilitato la ricontestualizzazione del conflitto israelo-palestinese come una ‘difesa della democrazia’ contro il ‘terrorismo di Hamas’.
La censura non si limita al conflitto israelo-palestinese. L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel febbraio 2022 ha spinto molti alleati di Kiev a bandire gli atleti russi dai Giochi Olimpici di Parigi, a cancellare concerti di musicisti che non denunciavano pubblicamente il presidente russo, e a vietare in Europa i media Russia Today e Sputnik in nome della lotta contro le fake news.
Negli Stati Uniti, il bando dei media russi è stato accolto come necessario, nonostante simili misure siano generalmente considerate tipiche dei regimi autoritari.
Prima ancora della guerra in Ucraina e a Gaza, con l’elezione di Donald Trump nel 2016 una parte delle élite politiche occidentali avevano incoraggiato l’assimilazione degli avversari politici a nemici interni o agenti al soldo di Mosca.
Recentemente, persino l’ex presidente democratica della Camera dei rappresentanti Nancy Pelosi affermava che una parte degli studenti mobilitatisi a favore della Palestina erano “legati alla Russia” e chiedeva che il Federal Bureau of Investigation (FBI) indagasse sulla questione.
Il perimetro delle libertà pubbliche si restringe quando il rifiuto della censura mobilita esclusivamente coloro che si vogliono mettere a tacere. Negli Stati Uniti, la legittima lotta contro il razzismo, il sessismo e l’omofobia ha portato, specialmente nelle università, al desiderio di imporre una ‘ortodossia progressista’ volta a creare un ambiente sociale ed educativo libero da ogni discriminazione.
Un esempio sono le sei pagine di criteri di “diversità, equità e inclusione” imposte agli insegnanti californiani – “riconoscere che le identità sociali e culturali sono diverse, fluide e intersezionali“, “analizzare i propri pregiudizi e lavorare per correggere i torti che hanno causato“.
Inizialmente, la destra ha giudicato queste nuove regole come espressione di intolleranza e “woke“, quando poi ha invece chiesto che le università proibiscano qualsiasi supporto alla causa palestinese, in quanto potrebbe offendere gli studenti ebrei.
Perché le élite che si definiscono colte, liberali e aperte che guidano le autoproclamate democrazie ricorrono a metodi che ricordano quelli dei despoti che mettono alla pubblica gogna? In primo luogo, a causa del discredito dei governanti.
“Le istituzioni sicure e fiduciose concedono maggiori libertà alla popolazione quando sanno di essere fidate e non hanno nulla da temere” osserva l’avvocato e giornalista Glenn Greenwald.
“Al contrario, quando queste stesse istituzioni perdono la loro credibilità, diventano più autoritarie e repressive perché hanno paura“. Quindi squalificano o censurano informazioni e opinioni dissonanti, etichettandole con termini infamanti – fake news, estremismo, discorsi di odio, incitamento alla violenza, apologia del terrorismo.
Il governo degli Stati Uniti, ad esempio, ha fatto pressioni su Facebook e Twitter per sospendere gli account degli utenti percepiti come ostili alle politiche governative, anche quando il contenuto dei messaggi era esatto o rientrava in un dibattito legittimo.
Questo outsourcing della censura a oligopoli privati è prosperato durante la pandemia di Covid-19. Discutere l’origine del virus online era di fatto vietato sulle piattaforme.
Nell’ottobre 2020, pochi giorni prima delle elezioni presidenziali, la maggior parte dei grandi media e dei social network, di propria iniziativa, ha impedito la diffusione di documenti compromettenti trovati su un laptop personale abbandonato da Hunter Biden e pubblicati dal tabloid conservatore New York Post.
Basandosi su una dichiarazione di 51 ex funzionari dell’intelligence che identificavano questo scoop come una “operazione di disinformazione russa“, i dirigenti editoriali ostili a Trump hanno censurato ciò che si rivelerà essere un’informazione esatta... ma solo una volta che il padre di Hunter Biden sarebbe stato eletto presidente.
Nulla a che spartire con Trump, ma anche questo evento palesa il canone di una censura progressista considerata virtuosa. Sostenuta da una base sociale borghese e istruita, mira a proteggere il paese dalle scosse che nel dibattito pubblico sono definite ‘populiste’, associate a un elettorato meno istruito.
Questa censura collega volentieri le opinioni che disapprova a una mancanza di informazione, intelligenza, moderazione e capacità di cogliere le sfumature. Tale razionalizzazione dell’autoritarismo si generalizza quando la sinistra assomiglia più a un’aula magna di esperti piuttosto che a un fronte popolare.
Dal divieto di parlare di Gaza al boicottaggio delle Olimpiadi, passando per la sospensione di sovvenzioni alle università tedesche, le purghe studentesche a New York e la lista nera degli accademici di Bild, si impone questa domanda: se Stati Uniti, Unione Europea, Germania e Francia, considerati come paesi democratici, autorizzano una tale valanga di misure repressive contro i militanti della causa palestinese, la democrazia occidentale è ancora un modello per il resto del mondo?
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28/12/2023
Per capire l’ascesa dell’estrema destra bisogna partire dai media
Nel frattempo, l’ex leader dell’UKIP Nigel Farage si rifà un’immagine riciclandosi come personaggio del reality show britannico I’m a celebrity. Un trattamento di cui ha beneficiato anche Pauline Hanson, leader del partito di estrema destra di maggior successo in Australia negli ultimi anni, invitata all’edizione australiana di Ballando con le stelle un attimo dopo il crollo della sua carriera politica.
La contraddizione nell’affrontare l’ascesa delle politiche di estrema destra nel dibattito pubblico non potrebbe essere più evidente. Ma la contraddizione va ben oltre.
Dovrebbe essere ovvio per chiunque sia preoccupato da questo fenomeno e dalla minaccia che rappresenta per la democrazia e per alcune comunità: umanizzare i leader di estrema destra attraverso divertenti reality show televisivi, puntare i riflettori sui loro hobby e non sulla dimensione politica, serve solo a normalizzarli.
Ciò che è meno evidente, eppure altrettanto dannoso, è la copertura sensazionalistica della minaccia. Milei e Wilders non sono uno “shock”. La ricomparsa di politiche reazionarie è del tutto prevedibile ed è documentata da molto tempo. Eppure ogni vittoria o ascesa è analizzata come nuova e inaspettata, e non come parte di un processo più lungo e più ampio in cui siamo tutti coinvolti.
Lo stesso discorso vale per il termine “populismo”. Tutte le ricerche serie sull’argomento indicano che la natura populista di questi partiti è al massimo secondaria, rispetto ai loro tratti di estrema destra. Ma sia nei media che nel mondo accademico “populismo” è in genere usato con disinvoltura e come tratto distintivo.
L’uso di “populista” al posto di termini più precisi, ma anche stigmatizzanti, come “estrema destra” o “razzista” agisce come una legittimazione chiave di questi partiti e dei loro leader. Conferisce una parvenza di sostegno democratico grazie al legame etimologico con il popolo, cancellando la natura profondamente elitaria – quella che io e Aaron Winter abbiamo definito “democrazia reazionaria”.
Ciò indica che i processi di normalizzazione e sdoganamento nei media della politica di estrema destra dipendono dai media mainstream, più che dall’estrema destra stessa. Infatti, non ci può essere normalizzazione nei media senza che i media stessi accolgano certe idee all’interno del proprio recinto.
In questo caso, il processo di normalizzazione ha comportato l’offerta di una piattaforma, la spettacolarizzazione e la legittimazione delle idee di estrema destra. Il tutto mentre in apparenza ci si opponeva a esse, negando la responsabilità avuta nell’intero processo.
Se da un lato è ingenuo credere che i media tradizionali ci dicano cosa pensare, dall’altro è altrettanto ingenuo ignorare che svolgono un ruolo fondamentale su ciò cui diamo importanza. Come sostenuto in un recente articolo sulla “centralità della questione immigrati”, certi temi sono centrali solo quando gli intervistati pensano al proprio paese nel complesso. Scompaiono quando pensano alla vita di tutti i giorni.
Ciò evidenzia la natura mediata della nostra comprensione della società in senso ampio, che è essenziale se vogliamo pensare al mondo al di là di quello che ci circonda. Tuttavia, benché essenziale, si basa sulla necessità di disporre di fonti di informazione fidate che decidono cosa merita la nostra attenzione e come va inquadrato.
È proprio questa responsabilità che molti dei nostri media hanno attualmente abbandonato o fingono di non avere, come se le loro scelte editoriali fossero eventi accidentali.
Non poteva essere più chiaro di così nel 2018, quando il Guardian lanciò una lunga serie sul “nuovo populismo”, scrivendo nel sommario dell’editoriale di apertura: “Perché il populismo è improvvisamente di moda? Nel 1998, circa 300 articoli del Guardian menzionavano il populismo. Nel 2016, 2000. Cosa è successo?”.
Nessuno degli articoli della serie riflette sul semplice fatto che le stesse scelte della redazione del Guardian possono aver giocato un ruolo nell’aumento dell’uso del termine.
Un processo dall’alto verso il basso
Nel frattempo, la colpa è scaricata sulle “maggioranze silenziose” di “cittadini abbandonati dalla politica” o su una fantomatica “classe lavoratrice bianca”.
Troppo spesso vediamo l’estrema destra come un corpo estraneo, qualcosa di separato e distinto dalle nostre norme e dal mainstream. In un recente articolo si evidenziava quanto sia sorprendente l’assenza di concetti come “razza” e “bianchezza” nelle discussioni accademiche su queste politiche.
L’analisi dei titoli e degli abstract di oltre 2.500 articoli accademici degli ultimi cinque anni ha mostrato come gli autori di volta in volta scelgono di inquadrare le loro ricerca in materia lontano da simili questioni. Al contrario, si ricorre all’eufemismo, all’eccezionalità nell’inquadrare l’estrema destra, concentrandosi su temi come le elezioni e l’immigrazione piuttosto che sugli aspetti più strutturali in gioco.
Questo ci porta a dover fare i conti con il ruolo cruciale giocato dal mainstream. Gli attori d’élite che hanno un ruolo privilegiato nel plasmare il discorso pubblico attraverso i media, la politica e il mondo accademico non sono asserragliati nei bastioni della fortezza del Bene e della Giustizia, mentre all’esterno infuria senza tregua l’assedio dell’orda populista.
Prendono invece parte a un’arena in cui il potere è distribuito in modo profondamente diseguale, in cui le disuguaglianze strutturali che l’estrema destra vuole rafforzare sono spesso al centro dei nostri sistemi e in cui i diritti delle comunità minoritarie sono precari e disattesi.
Hanno quindi una particolare responsabilità nei confronti della democrazia e non possono dare la colpa della situazione in cui ci troviamo ad altri – si tratti dell’estrema destra, di fantomatiche maggioranze silenziose o di comunità minoritarie.
Stare con le mani in mano non è un’opzione valida per chi svolge un ruolo nella costruzione del discorso pubblico. Ciò significa che l’autoriflessione e l’autocritica devono essere al centro della nostra etica.
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18/12/2023
Crisi della democrazia liberale, separazione dei poteri e giustizia digitale
di Gioacchino Toni
Strumenti (devices) digitali, in particolare lo smartphone multifunzione (multitasking), si sono prima impadroniti del nostro tempo libero, e hanno poi progressivamente occupato, presidiandoli sempre più attentamente, tutti i settori cruciali della nostra vita, politica e diritto compresi.
Mauro Barberis
Terzo capitolo di una trilogia sul digitale iniziata con Come internet sta uccidendo la democrazia (Chiarelettere, 2020) – in cui viene indagato il ruolo di internet nella crisi della democrazia liberale – e proseguita con Ecologia della rete (Mimesis, 2021) [su Carmilla] – individuata come ambiente di Homo sapiens nel Terzo millennio – con il nuovo volume Mauro Barberis, Separazione dei poteri e giustizia digitale (Mimesis, 2023), ragionando sul declino delle democrazie liberali occidentali e sulla natura della separazione dei poteri nelle sue diverse versioni – nel giro di tre secoli cambiata tre volte: alla “vecchia”, fondata sul legislativo, si è sovrapposta la “nuova”, basata sull’esecutivo, dunque la “nuovissima”, che punta su giudiziario e autorità indipendenti – si concentra su come il processo di digitalizzazione – sia come oggetto che come strumento di controllo – abbia inciso e stia incidendo su tutto ciò focalizzandosi sull’ambito giudiziario.
Come oggetto, la nuovissima SP [acronimo di “separazione dei poteri”] estende la propria regolamentazione ai poteri digitali, cercando faticosamente di limitarli. Come strumento di controllo, la vecchia SP in senso stretto, come potere indipendente ma “nullo”, funzionale alla certezza del diritto e dei diritti, parrebbe aver trovato nella giustizia digitale la propria incarnazione ideale. Questa, infatti, devolve la decisione giudiziale, in parte o in tutto, a un giudice automatico, apparentemente più imparziale e prevedibile del giudice umano.
La giustizia digitale tende dunque a presentatisi come giudice “automatico” – derivando da un processo di machine learning di dati archiviati di precedenti decisioni giudiziali –, “imparziale” – ritenuta non soggetta ai pregiudizi umani – e “prevedibile”.
Una volta introdotte le principali problematiche sorte attorno alla diffusione dell’intelligenza artificiale, al massiccio ricorso agli algoritmi e alla giustizia predittiva o digitale, lo studioso problematizza l’introduzione di una “giustizia digitale sostitutiva” ragionando poi, nell’ultima parte del volume, sulla sua legittimità costituzionale.
Ricostruendo l’epopea di internet, Barberis sottolinea come questa si sia sviluppata in una sorta di Far West in balia dei poteri più forti, ossia delle maggiori multinazionali del digitale, società commerciali private spesso nate negli Stati Uniti e domiciliate in paradisi fiscali e operanti in regime di monopolio od oligopolio ponendo seri problemi di tutela dei diritti individuali a proposito di privacy, protezione del consumatore, libertà d’espressione e antitrust.
Barberis ragiona dunque su come arginare l’invadenza delle piattaforme digitali dal punto di vista giuridico, legislativo, giudiziale, amministrativo in alternativa al demandare ciò a una sorta di auto-regolazione. Dal punto di vista legislativo, a una prima fase apertamente neoliberista, soprattutto statunitense, volta a favorire l’industria digitale, ha fatto seguito l’avvento di una legislazione soprattutto europea, una sorta di “costituzionalismo digitale” in buona parte derivato dall’attivismo delle corti europee.
L’autore riporta l’esempio di Neuralink di Elon Musk che ha ottenuto l’autorizzazione a impiantare chip nel cervello umano facendo leva su promesse di ordine sanitario che di certo non eliminano la possibilità di finalità di altra natura che l’Unione Europea intende arginare attraverso l’AI Act vietando i dispositivi elettronici in grado di alterare gli stati emotivi. Sin qui – scrive Barberis – «siamo solo al liberalismo della regola; il liberalismo dei contropoteri c’insegna che anche l’IA Act dovrà poi essere attuato/applicato: e per questo sono decisive l’amministrazione (le agenzie indipendenti) e la giurisdizione (giudici ancor più indipendenti)».
A livello amministrativo le legislazioni sono facilmente eludibili: nel caso di Neuralink è bastato far leva sulle finalità di ordine sanitario per ottenere, dopo qualche tentativo, l’autorizzazione della Food and Drug Administration (Fda) statunitense. A differenza degli USA, in cui è ammessa l’influenza diretta da parte delle aziende (lobbying) sui legislatori, l’Unione Europea, almeno sulla carta, vanta maggiore indipendenza dalle piattaforme digitali.
In effetti, sinché le decisioni giudiziali saranno solo di principio, come nel caso delle Corti europee, o infliggeranno multe miliardarie ma pur sempre risibili, rispetto ai profitti di Big Tech, la via giudiziaria al controllo del digitale avrà gli stessi limiti della SP vecchia e nuova: tutelerà molto più i poteri forti e concentrati delle piattaforme digitali, e molto meno soggetti individuali come gli utenti. Più promettente, semmai, pare la strada delle Autorità indipendenti, già operanti nella nuova SP ma ancor più necessarie per la nuovissima, in particolare per la tutela dei consumatori globali. […] Il processo di digitalizzazione, peraltro, tende a investire lo stesso potere giudiziario: per ora, offrendo solo servizi ausiliari, ma minacciando, prima o poi, di sostituire la giustizia umana. Il giudice automatico, che si va progettando in giro per il mondo, è la nuova sfida interna alla SP di cui dobbiamo ora occuparci.
I motivi che hanno condotto alla crisi della democrazia liberale sono molteplici, da parte sua il volume di Barberis propone una riflessione sull’impatto dello sviluppo digitale su uno dei suoi elementi cardine, la separazione dei poteri, focalizzandosi sull’ambito giudiziario.
24/10/2023
La democrazia a senso unico dei terroristi di stato
Ursula von der Leyen, Roberta Metsola, Antony Blinken, Lloyd Austin, Annalena Baerbock, James Cleverly, Catherine Colonna, Joe Biden, Emmanuel Macron, Olaf Scholz non si sono risparmiati per intercedere presso l’altissimo per l’anima di Benjamin.
«Noi condanniamo la violenza dei terroristi» ha proclamato Scholz; in «questo momento il posto della Germania è uno solo: accanto a Israele». Una associazione di parole che espone alla perfezione il perenne atteggiamento non solo teutonico, ma dell’intera “civiltà occidentale”, delle “libere democrazie”, verso il cosiddetto “ordine mondiale”: finché esso si regge su muri, recinzioni, galera, assassinii e razzismo, la “pace” è assicurata.
Non appena gli schiavi osano ribellarsi, diventano “aggressori” e “terroristi”. E, a detta dei sensali dello “scontro di civiltà”, i terroristi stanno, per definizione, da una parte sola e “tengono in ostaggio” quella che, per i loro parametri, è “l’unica democrazia nel Medio Oriente”.
In questo modo, sbattono in faccia al resto del mondo, che non sta dalla loro parte, quale sia la loro “democrazia“, la democrazia cui oggi liberali, reazionari e guerrafondai tolgono l’ultimo velo.
È la loro “democrazia”: democrazia per potenze razziste e coloniali e invece spietata e sanguinaria dittatura su popoli che si ribellano, rivendicando il diritto a un’esistenza dignitosa e non a lager, apartheid, cannoneggiamenti, i cui modelli sono presi a prestito dal più spietato arsenale nazista.
“Terroristi” da una parte e democrazia dall’altra: in questo modo, la scelta è sicura. Così come quella tra “aggredito e aggressore”, rimessa in auge per sostenere i nazigolpisti di Kiev e buona per ogni tempo e luogo. Quale democratico avrà dubbi sulla parte con cui schierarsi?
Solo che il giochetto è saltato: decine di Stati e milioni di persone in tutto il mondo non hanno esitato a prendere posizione contro i terroristi che governano uno stato messo in piedi e foraggiato per salvaguardare con la forza delle armi gli interessi euro-atlantici in Medio Oriente, e sono stati invece unanimi a sostenere la lotta di un popolo oppresso che si ribella a 75 anni di colonizzazione della propria terra da parte di un potere sionista.
Per fare il paio con la Kiev majdanista e neonazista, manca soltanto la qualifica di “resistente all’aggressore islamico” attribuita a un esercito forte di aerei, carri armati, missili, che spiana interi villaggi, bombarda ospedali, massacra migliaia di persone e ne tiene in ostaggio qualche milione.
Loro sono “resistenti”; coloro che si oppongono, anche con le armi, al massacro, sono “terroristi”. I “partigiani” ucraini che “resistono all’aggressione russa”; i “resistenti” nazisti del bunker della Cancelleria nel 1945; i resistenti che “hanno diritto a difendersi come meglio credono” dagli attacchi palestinesi: una “difesa” trasformata in genocidio.
Quali nobili figure erano invece, per usare esempi dalla Russia, i “combattenti” di Šamil Basaev, che nel giugno 1995 avevano catturato millecinquecento ostaggi a Budënnovsk, nella regione russa di Stavropol, causando la morte di centotrenta persone: per i media liberali erano “combattenti indipendentisti” e “resistenti ceceni”.
Lo stesso per i circa novecento ostaggi del teatro di Dubrovka, a Mosca, nelll’ottobre 2002, ancora con quasi 150 vittime; oppure per gli oltre mille ostaggi della scuola di Beslan, nel settembre 2004, con 333 uccisi, di cui 186 bambini.
Nel 2015, quando col pretesto della lotta al terrorismo, più acuta si mostrò la militarizzazione delle città occidentali, il leader ceceno Ramzan Kadyrov, che di lotta armata al terrorismo di radice islamista ne sa qualcosa, disse, tra l’altro: «continua la politica del doppio standard: alcuni terroristi vengono perseguiti, ad altri si accorda amorevole protezione. Pensano che ci siano terroristi buoni e terroristi cattivi», e l’Occidente sa bene come pascere e contro chi indirizzare il “terrorismo buono”.
Sempre in quell’anno, dopo un attacco islamista a Grozny che causò la morte di quindici persone, vari deputati della Rada golpista ucraina arrivarono a proporre di profittare degli attacchi per aprire un secondo fronte contro la Russia, fornendo appoggio e basi ai terroristi islamisti ceceni, e i media occidentali, con la solita distaccata “imparzialità”, parlarono ancora una volta di “movimenti indipendentisti ceceni”. Come sempre, quando a essere in pericolo sono gli interessi occidentali, si tratta di terrorismo; in caso contrario, si tratta di insorti per una “giusta causa”.
Così, ecco i “combattenti per la libertà”: è sufficiente dividere il mondo tra “i nostri” e “gli altri”; i primi non possono che essere rispettabili, non possono che essere sostenuti, qualunque strage, crimine commettano, qualsiasi orrore mediatico allestiscano: essi difendono il “mondo libero”. Gli “altri”, sono terroristi per definizione, perché attentano alla “nostra pace“, al “nostro ordine“, alla “nostra” sicurezza di poter tranquillamente sfruttare popoli, terre, risorse altrui.
Hamas è la più grande minaccia per il popolo palestinese, ha detto a Tel Aviv il ministro britannico James Cleverly, perché Hamas si nasconde negli ospedali e nelle scuole, usando bambini e donne come scudi umani. Lasciamo al signor Cleverly di credere alle parole che dice.
Di sicuro, non si è mai sentito alcun rappresentante del “mondo libero” dire che battaglioni e reggimenti ucraini e neonazisti costituiscano una minaccia per il popolo ucraino. Eppure, provate a chiedere ai civili obbligati a fare da scudi umani ai nazisti di “Azov” asserragliati nei sotterranei di “Azovstal”; oppure ai condomini degli edifici civili nei cui cortili le truppe ucraine, sin dal 2014, sistemavano razzi “Grad” e obici semoventi.
E, a proposito dell’Ucraina, prendiamo di nuovo a prestito le parole di Aleksej Belov: «Sapete chi meglio di altri ha espresso l’atteggiamento dell’Occidente collettivo, di cui Israele è ovviamente parte integrante, verso gli eventi in Palestina? Salutando i soldati in partenza per Israele, un comandante ucraino ha detto letteralmente: “Domani i nostri colleghi partono per Israele per combattere quegli idioti bastardi”».
“Bestie sotto sembianze umane“, diceva Joseph Goebbels e come dicono oggi a Tel Aviv.
Questo è l’atteggiamento tipico della limitata “civiltà occidentale”, di quello scoglio semisommerso in mezzo all’oceano del resto del mondo.
Da comunisti, vien da dire che, quando agiscono alla maniera dei terroristi con la stella di David, quella “civiltà” non abdica alla democrazia e, semmai, proprio questa è invece la loro “democrazia”, che si manifesta appieno quando lo scontro tra popoli oppressi e potenze imperialiste e coloniali assume la forma della rivolta, anche armata, come è il caso del popolo palestinese.
Fonte
04/10/2023
Brancaccio - Banalità del complottismo sullo spread
Fonte
24/08/2023
“Si candidano solo le persone peggiori”. Le elezioni contro la democrazia
Quando queste convinzioni cominciano però ad apparire sui media-tempio della “democrazia occidentale” – come il New York Times – allora significa che l’intero sistema politico della rappresentanza è da considerare una finzione ormai inefficace.
Questo editoriale di Adam Grant – “il più giovane professore che abbia mai lavorato presso la Wharton School of the University of Pennsylvania, è un esperto di psicologia del lavoro, popolare per il suo contributo allo studio sulle dinamiche di collaborazione e negoziazione nel business” – è un epitaffio definitivo per il pilastro fondativo dell’idea liberale di “democrazia”: le elezioni.
Detto altrimenti: non è affatto detto che ci sia “democrazia” solo là dove si svolgono elezioni politiche e amministrative secondo le regole che conosciamo a memoria (partiti, leader, candidati, spot, ecc). Anzi, dimostra Grant, in questo sistema vincono sempre le “persone peggiori”. O addirittura gli psicopatici.
Purché siano ricchi, ovviamente, o sostenuti da consistenti finanziamenti da parte di individui ricchissimi o imprese miliardarie.
Quello che sappiamo tutti perfettamente, anche senza averci fatto sopra uno studio “scientifico” (sociologico, non proprio scienza...).
Possiamo tranquillamente sorvolare sul fatto che la proposta “in positivo” di Grant sia una mezza sciocchezza – l’estrazione a sorte, idea venuta in mente anche a Beppe Grillo, parecchi anni fa – perché a noi sembra evidente che restando dentro l’universo concettuale (e pratico) del liberismo economico e politico qualsiasi soluzione “tecnica” sia destinata a fallire nel raggiungimento dell’obiettivo dichiarato: selezionare le persone in grado di risolvere disinteressatamente i problemi collettivi.
Qualunque sia infatti il metodo di selezione – elezioni o sorteggio – il condizionamento degli interessi economici più forti (più ricchi) è comunque dominante.
Invitiamo perciò i lettori a concentrarsi soprattutto sulla constatazione che, involontariamente, Grant e il NYT sono obbligati a fare: le elezioni non sono affatto una “garanzia di democrazia”. Anzi, sono l’opposto.
Non è poco, nel Paese che ha fatto del rito elettorale un criterio per decidere quale parti del mondo investire con il proprio armamento.
Buona lettura.
Si candidano solo le persone peggiori. È ora di trovare un modo migliore
Adam Grant – New York Times
Alla vigilia del primo dibattito della corsa presidenziale del 2024, la fiducia nel governo è ai minimi storici. I funzionari hanno lavorato duramente per salvaguardare le elezioni e garantire ai cittadini la loro integrità. Ma se vogliamo che gli uffici pubblici siano integri, sarebbe meglio eliminare del tutto le elezioni.
Se vi sembra un’idea antidemocratica, ripensateci. Gli antichi greci hanno inventato la democrazia e ad Atene molti funzionari governativi venivano selezionati attraverso la sorte – una lotteria casuale da una rosa di candidati.
Negli Stati Uniti utilizziamo già una versione della lotteria per selezionare i giurati. E se facessimo lo stesso con sindaci, governatori, legislatori, giudici e persino presidenti?
La gente si aspetta che i leader scelti a caso siano meno efficaci di quelli scelti sistematicamente. Ma in diversi esperimenti condotti dallo psicologo Alexander Haslam, è emerso il contrario. I gruppi hanno preso decisioni più intelligenti quando i leader sono stati scelti a caso rispetto a quando sono stati eletti da un gruppo o scelti in base alle capacità di leadership.
Perché i leader scelti a caso erano più efficaci? Perché guidavano in modo più democratico. “I leader selezionati sistematicamente possono minare gli obiettivi del gruppo”, suggeriscono il dottor Haslam e i suoi colleghi, perché hanno la tendenza ad “affermare la loro superiorità personale”. Quando si viene consacrati dal gruppo, la cosa può dare rapidamente alla testa: “Sono il prescelto”.
Quando si sa di essere stati scelti a caso, non si prova abbastanza potere da esserne corrotti. Al contrario, si avverte un maggiore senso di responsabilità: “Non ho fatto nulla per guadagnarmelo, quindi devo assicurarmi di rappresentare bene il gruppo”.
E in uno degli esperimenti di Haslam, quando un leader veniva scelto a caso, i membri erano più propensi a sostenere le decisioni del gruppo.
Nell’ultimo anno ho proposto l’idea della cernita ad alcuni membri attuali del Congresso. La loro preoccupazione immediata è la capacità: come possiamo assicurarci che i cittadini scelti a caso siano in grado di governare?
Nell’antica Atene, i cittadini potevano scegliere se partecipare alla lotteria. Dovevano anche superare un esame sulla loro capacità di esercitare i diritti e i doveri pubblici.
In America, immaginiamo che chiunque voglia partecipare alla lotteria debba superare un test di educazione civica, lo stesso standard degli immigrati che chiedono la cittadinanza. Potremmo ritrovarci con leader che comprendono la Costituzione.
Una lotteria migliorerebbe anche le nostre probabilità di evitare i candidati peggiori in primo luogo. Quando si tratta di carattere, i nostri funzionari eletti non sono esattamente dei fuoriclasse. Parafrasando William F. Buckley Jr, preferirei essere governato dalle prime 535 persone dell’elenco telefonico. Questo perché le persone più attratte dal potere sono di solito le meno adatte a esercitarlo.
I tratti più pericolosi di un leader sono quelli che gli psicologi chiamano la triade oscura della personalità: narcisismo, machiavellismo e psicopatia. Ciò che accomuna questi tratti è la volontà di sfruttare gli altri per il proprio tornaconto personale.
Le persone con i tratti della triade oscura tendono a essere più ambiziose dal punto di vista politico, sono attratte dall’autorità per il proprio tornaconto. Ma spesso cadiamo preda del loro incantesimo.
In uno studio sulle elezioni in tutto il mondo, i candidati che sono stati giudicati dagli esperti con un alto punteggio di psicopatia hanno ottenuto risultati migliori alle urne. Negli Stati Uniti, i presidenti con tendenze psicopatiche e narcisistiche sono risultati più persuasivi nei confronti del pubblico rispetto ai loro colleghi.
Una spiegazione comune è che sono maestri di dominio impavido e fascino superficiale, e noi scambiamo la loro sicurezza per “competenza”. Purtroppo, la cosa inizia presto. Anche i ragazzi che mostrano tratti di personalità narcisistica ottengono più nomine di leadership e affermano di essere leader migliori. (Non lo sono).
Se la triade oscura vince le elezioni, perdiamo tutti. Quando gli psicologi hanno valutato i primi 42 presidenti americani, i narcisisti avevano maggiori probabilità di correre rischi sconsiderati, prendere decisioni non etiche e subire l’impeachment. Aggiungendo un pizzico di machiavellismo e un pizzico di psicopatia, si ottengono autocrati come Putin, Erdogan, Orban e Duterte. [Si noti bene: tutti costoro sono stati scelti con normali elezioni politiche, come negli USA, ma non viene detto..., ndr]
Eliminando il voto, i candidati con i tratti della ‘triade oscura’ avrebbero meno probabilità di oggi di salire al vertice. Naturalmente, c’è anche il rischio che una lotteria ci privi della possibilità di selezionare un leader con capacità distintive. A questo punto, è un rischio che sono disposto a correre.
Per quanto l’America sia stata fortunata ad avere Lincoln al timone, è più importante limitare la nostra esposizione alle cattive personalità che lanciare i dadi nella speranza di trovare il migliore.
Inoltre, se Lincoln fosse vivo ora, è difficile immaginare che metterebbe il cappello a cilindro sul ring. In un mondo pieno di divisioni e derisioni, le prove dimostrano che i membri del Congresso sono sempre più premiati per la loro inciviltà. E lo sanno.
Una lotteria darebbe una possibilità equa a chi non è abbastanza alto o “maschio” per vincere. Aprirebbe anche la porta a persone che non hanno conoscenze o ricchezze sufficienti per candidarsi.
Il nostro sistema di finanziamento delle campagne elettorali permette ai ricchi e ai potenti di comprarsi le corse, mentre impedisce alle persone senza soldi o influenza di essere presenti sulla scheda elettorale.
Probabilmente sarebbero i candidati migliori. Le ricerche suggeriscono che, in media, le persone cresciute in famiglie a basso reddito tendono a essere leader più efficaci e meno propensi a imbrogliare – sono meno inclini al narcisismo e più attenti al diritto.
Il passaggio all’estrazione a sorte farebbe risparmiare anche molto denaro. Solo le elezioni del 2020 sono costate circa 14 miliardi di dollari. E se non c’è una campagna elettorale, non ci sono interessi speciali che si offrono di contribuire a pagarla.
Infine, nessun voto significa anche nessun confine da tracciare e nessun Collegio Elettorale da contestare. Invece di chiedersi se milioni di schede siano state contate accuratamente, potremmo guardare la lotteria in diretta, proprio come facciamo con le squadre che ricevono le loro “scelte” [i migliori giovani provenienti dalle squadre di basket universitarie o dall’estero, come avvenuto anni fa con l’italiano Andrea Bargnani, ndr] dalla lotteria nel draft della NBA.
Altri Paesi hanno iniziato a vedere la natura promettente dell’estrazione a sorte. Due decenni fa, le province canadesi e il governo olandese hanno iniziato a usare la cernita per creare assemblee di cittadini che generassero idee per migliorare la democrazia.
Negli ultimi anni, i governi francese, britannico e tedesco hanno organizzato lotterie per selezionare cittadini che potessero lavorare sulle politiche sul cambiamento climatico.
L’Irlanda ha sperimentato un modello ibrido, riunendo 33 politici e 66 cittadini scelti a caso per la sua convenzione costituzionale del 2012.
In Bolivia, l’organizzazione no-profit Democracy in Practice lavora con le scuole per sostituire le elezioni del consiglio studentesco con lotterie. Invece di far emergere i ‘soliti sospetti’, accoglie una gamma più ampia di studenti per guidare e risolvere problemi reali nelle loro scuole e nelle loro comunità.
Mentre ci prepariamo a compiere 250 anni in America, potrebbe essere il momento di ripensare e rinnovare il nostro approccio alla scelta dei funzionari. La linfa vitale di una democrazia è la partecipazione attiva del popolo. Non c’è niente di più democratico che offrire a ogni cittadino un’uguale opportunità di leadership.
Fonte
05/04/2023
USA - Trump formalmente incriminato
Sarebbe inutile e anche noioso ripetere tutti i dettagli di cui sono pieni i media mainstream, anche italiani. Specialmente per chi è vissuto da adulto in questo paese negli ultimi 30 anni è impossibile non vedere le somiglianze tra il “caso Trump” e il “caso Berlusconi”. Il deja vu non lascia scampo…
E non stiamo parlando degli aspetti boccacceschi o degli interventi chiaramente incostituzionali (dal rifiuto di riconoscere l’autorità della legge, e quindi della magistratura, all’uso del potere politico per scopi anche personali, ecc.), ma proprio dell’irruzione nella “dialettica politica parlamentare” di una variabile imprevista, estranea alla sua logica ed eversiva del sistema di potere stesso.
Ricordiamo che “eversivo” è il termine che qualifica l’azione distruttrice svolta da chi è dentro il sistema di potere, mentre quando l’azione arriva da interessi posti fuori del sistema la giusta definizione è “sovversivo”. O rivoluzionario, insomma.
Non a caso sia nel caso di Trump che in quello di Berlusconi si è parlato molto di “pericolo fascista”, anche perché entrambi hanno sdoganato sia pratiche politiche, sia l’ideologia più reazionaria dei rispettivi paesi, che però hanno referenti sociali e storie istituzionali diverse.
Ma non c’è dubbio che gli Stati Uniti siano decisamente più centrali nell’”ordine mondiale”. E quindi le convulsioni degli States assumono una rilevanza assoluta che è impossibile ignorare.
Com’è noto ieri Trump è apparso davanti al Tribunale di Manhattan, a New York, dove ha ascoltato l’elenco dei 34 capi di imputazione a suo carico (tutti di categoria “felony”, con pena massima a 4 anni di carcere), consegnato le proprie impronte digitali e poi è tornato in Florida dove ha tenuto il suo inevitabile comizio travestito da conferenza stampa senza domande.
Ha ovviamente denunciato i suoi accusatori: il procuratore distrettuale di Manhattan Alvin Bragg (“un magistrato sostenuto da Soros”), il giudice Juan Merchan che ha presieduto all’udienza di incriminazione (un “odiatore professionale di Trump”), lo Special Counsel Jack Smith (che guida l’inchiesta sui documenti top secret portati dalla Casa Bianca nella sua residenza privata di Mar-a-Lago), Letitia James (l’attorney general democratica e afro-americana dello Stato di New York che ha guidato l’inchiesta sui beni della Trump Organization che sarebbero stati sovrastimati per ottenere prestiti bancari). E via maledicendo...
Tutto già visto anche in Italia, certo, ma pesa anche la differenza tra i sistemi giudiziari. Negli Usa “l’accusa” (il Procuratore, ai vari livelli) non è rappresentata da un magistrato, ma da un “civile” che viene nominato alla carica dopo una campagna elettorale uguale a quella per le cariche politiche.
Quella di procuratore, del resto, è quasi sempre il primo gradino della carriera politica per gli aspiranti a cariche più importanti.
È quindi facilmente dimostrabile – o comunque molto convincente – che nel caso di personaggi politici, e massimamente in quello di presidenti o ex degli States, i procuratori si muovano sulla base di finalità politiche, utilizzando il codice come un’arma.
Era accaduto anche per Bill Clinton, addirittura mentre era ancora in carica, sottoporsi agli imbarazzanti interrogatori sui suoi “rapporti inappropriati” con una stagista...
E qui si arriva rapidamente alla battaglia già aperta per le prossime elezioni presidenziali (il 5 novembre del prossimo anno), con Trump che prova a rappresentare ancora una volta la parte “invisibile” del paese contro i rappresentanti dell’establishment, sbrigativamente classificati tutti come “democratici”.
Il passaggio preliminare è però eliminare i concorrenti all’interno del partito repubblicano. E in effetti ha costretto il governatore della Florida, De Santis, nonché i “moderati” storici come Mitt Romney a schierarsi seppur tiepidamente dalla sua parte. Poi ci sarà eventualmente lo scontro bis con Joe Biden, già accusato di volere la terza guerra mondiale (in un certo senso è perfino vero...).
A questo scopo il processo per aver comprato il silenzio di una pornostar – che dovrebbe svolgersi praticamente in contemporanea con la campagna elettorale per le presidenziali – può essere per Trump sia una possibilità che un problema.
Lo ha capito bene il procuratore di Manhattan che, contrariamente alle consuetudini, non gli ha fatto scattare le foto segnaletiche, privandolo di un’immagine forte da “perseguitato” da utilizzare sui manifesti e negli spot.
Ma il problema, ripetiamo, non è se Trump può di nuovo correre per la Casa Bianca e magari vincere nuovamente. Il problema è che la “democrazia statunitense”, quella narrata al mondo come l’esempio migliore di un sistema politico che maschera il potere di pochi sotto forme “liberali”, è da tempo scossa dalle fondamenta.
Perché un pagliaccio furbastro come “The Donald” non avrebbe alcuna possibilità di far politica o sfuggire al carcere se non ci fosse una metà del paese che lo vede – da ciechi, certo – come una possibilità di riscatto o tutela contro poteri oscuri, ma certamente fortissimi.
È questa capacità di rappresentare strumentalmente interessi sociali calpestati a costituire la forza dei reazionari come Trump nella loro resistibile ascesa alla testa di un paese.
È un sistema di potere fondato sul massimo arricchimento di pochi che infoltisce le schiere degli impoveriti, e al tempo stesso reprime o ostacola con ogni mezzo (dalla polizia all’esclusione dai media) ogni loro possibile rappresentanza autentica (dal sindacato ai partiti politici), a produrre la fine della “dialettica politica” restringendola ad un’alternanza tra uguali.
Inevitabile che da questa tenaglia possa uscir fuori solo qualche “joker” ben inserito nella classe dominante ma pronto a sfruttare ogni opportunità per scopi non proprio “sistemici”. Un “eversore”. Insomma, un reazionario...
Ma che la finta “democrazia parlamentare” non sa bene come contenere, incartandosi tra richiami alle regole o a princìpi morali mai peraltro rispettati. Che Trump vinca o perda, insomma, il gioco politico è ormai cambiato. E la tentazione di preservare la “stabilità” con l’accentramento del potere in poche mani, intoccabili, non può che peggiorare la crisi (anche di rappresentanza).
Avviene lo stesso in Finlandia, in Italia, in Francia, in Spagna ecc..
Che avvenga negli Stati Uniti, però, è tutt’altro che un dettaglio...
Fonte
20/02/2020
Attualità dell’imposto(re)
[Nonostante sia cosa abbastanza insolita per Carmilla, viene ripreso qui di seguito un breve ed efficace intervento sulle elezioni in E.R., già comparso on line nella rubrica Il rovescio del sociale a cura di Paolo Patuelli. S.M.]
Dopo il voto emiliano romagnolo, imperversano le analisi. Naturalmente tutte sbagliate e tutte corrette in quanto frutto di riflessioni su qualche cosa che non si mostra e mai potrà mostrarsi alla luce del sole: il nome e cognome sulla scheda elettorale sulla quale il cittadino votante ha lasciato il suo segno. Di lui non si può dire: vaga anonimo e indisturbato per le strade tra la via Emilia e il West.
In questi giorni in ufficio, dal negoziante e negli spogliatoi del calcetto del venerdì sera reciprocamente gli sguardi si sono fatti indagatori: tutti insieme a cercare di capire dove il collega, l’amico e il compagno di giochi abbia tracciato il suo segno domenica 26 dello scorso mese. La questione interessa perché in questa tornata elettorale o si era pro o si era contro. Più che di una elezione (con i programmi, le proposte, le soluzioni...) si trattava di un plebiscito per salvare la patria dal nemico. Quindi niente sfumature, nessuna possibilità di deviare dal compito: o di qua o di là.
Quel che allora qui, lungo la via Emilia, unisce l’analista (del voto altrui) e l’analizzante (il votante) è il setting: l’immaginario padano (con la p minuscola, per non scomodare i miti e i riti...).
Entrambi avvolti nella nebbia gelida come in una scena di Amarcord, gli analisti-opinionisti reali (imperiali a volte) strapagati e il resto del mondo civilizzato-analizzante, costantemente impegnato a spiare le mosse dell’altro sui social network, vagano alla ricerca della verità su ciò che è accaduto qui nella regione che unisce, a prescindere dal trattino che le divide, l’Emilia e la Romagna, la piadina e la mortadella, i cappelletti e i tortellini.
La verità non la sapremo mai. A questa tornata elettorale, la verità non si è vestita delle ideologie da sventolare in piazza assieme alle tessere in tasca da agitare senza vergogna al bisogno, ma si è travestita nell’adesione all’attualità imposta da chi qui governa (saldamente al centro del palcoscenico, guardando a destra e a sinistra) il discorso di oggi. E il discorso di oggi è: “O con Salvini o contro Salvini”.
Quindi se volete partecipare (la partecipazione, quella dei manuali più tristi di sociologia) e stare al passo con i tempi, scegliete di stare nell’attualità dell’imposto. State fermi, tenete la posizione. Accettando però la possibilità, probabilissima statisticamente, che nell’imposto ci stia nascosto l’imposto-re, un re per forza (di cose).
Nel 2005 l’inglese Mark Fisher si esprimeva così a riguardo del voto al New Labour di Tony Blair come baluardo contro i conservatori:
“C’è ancora qualcuno che ama illudersi che un’amministrazione conservatrice sarebbe molto peggio del New Labour, al punto che degnarsi di votare per chiunque altro costituirebbe un lusso. Scegliere il meno peggio non significa soltanto prediligere questa opzione in particolare, ma anche scegliere un sistema che ti costringe ad accettare il meno peggio come il massimo in cui tu possa sperare. Naturalmente i difensori della dittatura dell’élite, forse ingannando addirittura se stessi, fanno finta che quello specifico cumulo di menzogne, compromessi e lusinghe che ci stanno spacciando è solo temporaneo. Che in un qualche definito momento del futuro le cose miglioreranno se sosteniamo l’ala progressista dello status quo. Eppure una scelta tra prendere o lasciare non è una vera scelta, e l’illusione del progressismo non è un vezzo psicologico, ma l’illusione strutturale su cui si fonda la democrazia liberale”.Quindi per la politica, quella vera, bisognerà superare la logica imposta del (dal) meno peggio. In fondo qui, in terra emiliana, oggi non ci si può lamentare, o meglio ci si lamenta in tanti, ma con la speranza (la certezza) che qui c’è sempre e sempre ci sarà un piatto di tortellini da offrire a tutti, per chi ha fame e per chi semplicemente ha appetito.
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