Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Astensionismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Astensionismo. Mostra tutti i post

16/07/2026

Proletari senza rivoluzione: il Paese parallelo che non ci crede più

di Alessandro Robecchi

C’è un numerino niente male, scritto in piccolo, tipo i bugiardini delle medicine, in fondo alle colonne dei sondaggi. Non lo legge mai nessuno: tutti troppo impegnati a scrutare il più-zero-virgola-uno di questo e il meno-zero-virgola-due di quell’altro, come fosse una corsa di cavalli. Lunedì scorso quel numerino nascosto diceva: “Non si esprime: 27 per cento”.

Ora, lasciamo perdere per un momento la credibilità di un sondaggio a cui più di una persona su quattro risponde “Non mi rompa i coglioni”, la fotografia è abbastanza credibile, visto che poi, quando ci sono le elezioni, quelli che non vanno a votare sono molto più del 27 per cento, sarebbero in effetti il partito di maggioranza relativa e anzi quasi assoluta.

Invisibili.

Se ne parla per qualche giorno, ci si strappa un po’ i capelli proforma, si deplora e poi si vota la volta successiva e gli invisibili sono sempre lì: semplicemente gente che non crede che mandare al governo questo o quell’altro cambierà qualcosa, avrà una qualche ricaduta sulla sua vita, sulla sua condizione, sul suo presente e sul suo futuro.

Ora, questa faccenda dei cittadini invisibili è piuttosto clamorosa, e si intreccia con altre centinaia di migliaia, milioni, di invisibili, di cui ci si occupa quando ogni tanto una ricerca, un rapporto, uno studio ci rivelano quel che sappiamo e fingiamo di non sapere: che una moltitudine di cittadini, italiani e non, vive ai margini, sopravvive in condizioni pietose, sotto la soglia di povertà, esclusa da diritti elementari come lo studio, l’abitazione, il cibo addirittura, per non dire del diritto a curarsi.

L’accusa, si sa, è quella di qualunquismo: se non voti poi non puoi lamentarti, e cose così, che è il prototipo perfetto del dito e della Luna. Si guarda il dito (i cattivoni che non vanno a votare) e si ignora la Luna: cioè il fatto che una notevole fetta della popolazione costituisce l’esercito del lavoro sfruttato, precario, sottopagato, ricattabile.

Dice un recente studio di Polis Lombardia, per fare un esempio, che il 18,8 per cento di chi lavora nella ridente città di Milano – ah! Il modello Milano, che sciccheria! – è sfruttato ai limiti dello schiavismo: dalla filiera della moda alla logistica, dai rider ai fattorini e all’edilizia, dalle finte cooperative allo sfruttamento tout-court.

Duecentomila persone, come minimo, che non hanno alcuna speranza di migliorare la propria condizione. Molti stranieri, molti italiani.

Attenzione: non si dice qui che il quaranta e più per cento di chi si astiene alle elezioni sia lumpenproletariat che possiede solo gli occhi per piangere (variante: ha da perdere solo le sue catene), ma è abbastanza certo che tutta quella componente della società, gli schiavi, non lo fa, non ci crede, non si fida, per il semplice fatto che sa perfettamente che non sarà la vittoria di questo o di quello a cambiare le sue sorti.

Per farla breve, quello che si scambia per un errore del sistema è il sistema, e senza lo sfruttamento selvaggio del lavoro il Paese non sarebbe quello che ci dicono, e Milano non sarebbe la Milano che si decanta come esempio da seguire.

Invisibili ma utili. Buoni per lo scandalo di un quarto d’ora – signora mia! – poi basta. Anzi: farabutti, non vanno a votare! Colpa loro! Che insensibili qualunquisti!

In sostanza, cornuti e mazziati, e tutti gli altri col naso in su a guardare le piramidi, senza un pensiero minimo a chi le ha tirate su, da schiavo invisibile, da eterno perdente, da proletario senza rivoluzione.

Fonte

12/06/2026

Potere al Popolo: “La proposta è un campo politico indipendente”

Una lunga e articolata intervista con i due portavoce nazionali di Potere al Popolo – Marta Collot e Giuliano Granato – alla vigilia della assemblea nazionale del 14 giugno per costruire un “Campo politico Indipendente”.

Il prossimo 14 giugno ci sarà una assemblea nazionale a Roma per confrontarsi sulla costruzione di quello che definite un “campo politico indipendente”. Cosa intendete definire con questa proposta?

Marta Collot: Questo termine – “campo politico indipendente” – non è affatto generico. Quando parliamo di indipendenza, non intendiamo una semplice autonomia di manovra all’interno del sistema. Noi vogliamo rompere in modo netto e definitivo con due grandi blocchi di potere che si sono alternati al governo in questi decenni, ogni volta promettendo di cambiare le cose quando invece hanno sostanzialmente portato avanti le stesse politiche.
Da un lato, per noi l’indipendenza è dalle forze politiche. Non solo ovviamente da quelle di governo, ma anche da quelle che si dichiarano di opposizione. Che però, quando governano, accettano le regole del gioco: dall’austerità alla guerra, fino alla repressione del dissenso. Nessuna alleanza con il Partito Democratico, nessuna “corsia preferenziale” per il centrosinistra, nessuna subalternità al cosiddetto “campo largo”, nessun compromesso in cambio di qualche posto in qualche lista elettorale.
Dall’altro lato, rivendichiamo anche l’indipendenza dalle sigle sindacali complici. Lo dico senza mezzi termini: troppe volte i grandi sindacati confederali hanno firmato contratti che hanno peggiorato le condizioni dei lavoratori. Negli ultimi anni, hanno accettato il Jobs Act e lo smantellamento dei servizi pubblici. Hanno fatto da pompiere ai conflitti veri, quando non li hanno traditi apertamente. Per noi, un “campo politico indipendente” deve avere il coraggio di dire che i sindacati che hanno non solo accettato, ma teorizzato la pace sociale, non sono nostri alleati.
Quindi, per rispondere in modo diretto: il campo politico indipendente che proponiamo è uno spazio di rottura, è un progetto di classe che rifiuta le mediazioni al ribasso. Di questo vogliamo parlare domenica all’hotel Hive, con tutti quelli che credono serva costruire una reale alternativa.

Giuliano Granato: Quando pensiamo a quel che non funziona in questo Paese non ragioniamo semplicemente sulla classe politica al governo e all’opposizione, su quella che qualcuno definiva la “casta”.
Pensiamo, piuttosto, a un campo di interessi di cui oltre al potere politico, fanno parte potere economico, potere culturale, potere ideologico.
Un blocco di interessi e di potere che spesso si rivela politicamente trasversale a destre e centrosinistra.
Un esempio concreto: per la America’s Cup che si terrà a Napoli nel 2027 esulta tanto la giunta del campo largo di Manfredi (che riposa su una maggioranza che va da transfughi di Forza Italia a esponenti di AVS) quanto le destre. Non è un caso che la minoranza in Consiglio Comunque abbia scritto una lettera di sostegno al Sindaco piuttosto che fare opposizione in merito al “grande evento”.
I due schieramenti politici condividono l’ideologia/propaganda dei “grandi eventi” che sarebbero vettore di sviluppo. Alle spalle di entrambi ci sono pezzi di quel potere economico che costituisce la colonna vertebrale di tutti e due questi campi politici. E i media cittadini fanno il resto: esaltazione delle enormi opportunità che deriverebbero dalla America’s Cup e minimizzazione dei rischi, nonché occultamento/criminalizzazione delle proteste.
Per questo quando poniamo all’attenzione del dibattito e del confronto la necessità (e gli strumenti) per la costruzione di un “campo politico indipendente”, intendiamo la necessità di un campo che sia politico in senso ampio – laddove “politico” non si restringe né diventa mero sinonimo di “elettorale” – e sappia disputare ogni spazio: politico, sociale, economico, culturale, ideologico.

In questo campo politico indipendente quanto c’è delle mobilitazioni di autunno e quanto c’è del crescente disagio e rabbia sociale?

Marta Collot: L’autunno che abbiamo vissuto non è stato un normale ciclo di proteste. È stato un movimento radicale nei contenuti – rottura netta con ogni complicità verso Israele, sostegno esplicito a tutte le forme di resistenza del popolo palestinese, critica senza peli sulla lingua al governo Meloni e al suo sostegno al genocidio – ma anche radicale nelle pratiche. Per la prima volta dopo anni, abbiamo rivisto blocchi fisici del paese, scioperi che non erano rituali ma interruzioni reali della produzione e della logistica, assemblee permanenti nei territori. Insomma, abbiamo ripreso il vero significato della parola “sciopero”: non una bandierina rituale, ma un’arma in mano ai lavoratori e alle lavoratrici.
Noi di Potere al Popolo eravamo in quelle piazze e all’assemblea di domenica abbiamo invitato tutti i soggetti che le hanno animate: i lavoratori portuali dell’USB, le realtà palestinesi e gli attivisti della Global Sumud Flotilla, gli studenti e le studentesse che hanno occupato scuole e università.
Quindi il campo politico indipendente che stiamo costruendo non è un riflesso pallido o una traduzione elettorale di quelle mobilitazioni. È il tentativo di farle diventare permanenti, organizzate, capaci di colpire quando serve. Perché la rabbia sociale e il disagio già ci sono – basta pensare ai temi caldi di bollette, case, salari, sanità – ma manca una rappresentanza politica degna di questo nome. Noi non vogliamo addomesticare il movimento autunnale. Vogliamo costruire insieme le gambe per camminare tutto l’anno a venire e anche i prossimi.

Giuliano Granato: Disagio e rabbia sociale sono sentimenti che viviamo quotidianamente. E che vive un’enorme maggioranza del Paese. Un disagio che non ha dimensione solo materiale, ma anche psicologica, come registra l’aumento della sofferenza che si palesa in ansia e angoscia, ormai quasi “tratti psicologici” del presente.
Il disagio si accompagna a una rabbia genuina che, però, il blocco di potere esistente è al momento capace di canalizzare verso “nemici inventati” (vedi gli immigrati) o di trasformare in senso di impotenza, che dà vita a una profonda frustrazione.
In questa dinamica le mobilitazioni dell’autunno sono state una potente inversione di tendenza.
L’opposizione al genocidio israeliano in Palestina, alle complicità del nostro governo, che insieme agli alleati statunitensi ed europei lo rendono possibile; la solidarietà con il popolo e la resistenza palestinese, sono diventati il catalizzatore di quel disagio e di quella rabbia sociale.
Se la destra al Governo cercava di delegittimare quelle piazze e quelle giornate, sostenendo si trattasse di una mera manovra antigovernativa della “sinistra”; se il centrosinistra si affrettava a rinculare e a circoscriverle all’interno di un perimetro “umanitario”; noi abbiamo provato a capire le ragioni profonde che hanno spinto milioni di persone a mobilitarsi, a manifestare e a scioperare in tutto il Paese (oltre che contribuire a organizzare quelle giornate): la Palestina è diventata il punto di caduta del nostro “scontento”.
L’autunno scorso è nodo ineludibile per chiunque voglia tirare su un progetto trasformativo perché è all’interno di quelle mobilitazioni che si trovano chiavi ed energie per il futuro di breve e medio periodo.

Il campo largo del centro-sinistra non ha saputo raccogliere né l’onda lunga delle mobilitazioni né il voto di protesta giovanile del referendum costituzionale. Pensate che ci sia ancora possibilità di “capitalizzazione” o l’astensionismo è ormai irrecuperabile?

Giuliano Granato: Il centrosinistra è strutturalmente incapace di “raccogliere”, prima ancora che per le posizioni che esprime per il riflesso pavloviano di ridurre tutto e immediatamente al piano elettorale. Ha guardato alle mobilitazioni autunnali e al voto al referendum vedendo solo i possibili voti che avrebbe potuto catturare.
Significa disconoscere il senso profondo di piazze e urne, che non sono riducibili all’“andiamo a votare per cacciare la destra cattiva”. Nelle mobilitazioni autunnali e nel no al referendum c’è per tanti versi un rifiuto assai più ampio e profondo, che investe gli stessi partiti del centrosinistra e che allo stesso tempo sembra segnalare una disponibilità all’impegno in prima persona per questioni etiche, di senso profondo, che troppo spesso spariscono nella disputa politico elettorale del giorno dopo giorno.
Accanto a questo pezzo, ne esiste un altro: una metà del Paese che non solo non si reca alle urne, ma rinuncia alla partecipazione politica in senso lato. Sono due pezzi che quasi non parlano, che si allontanano sempre più.
In molti è penetrato quel presunto “buon senso” del “tanto non cambia niente”. Che in parte è reale, considerato che chiunque vinca le elezioni, a prescindere dalle promesse elettorali, nulla (o quasi) cambia nella vita quotidiana delle classi popolari.
In parte, però, questo disimpegno è il prodotto di un processo di passivizzazione spinto dall’alto: se il protagonismo popolare può trasformare la realtà, il blocco di potere fa molta attenzione a che non si diano le condizioni per tale attivazione. Non è un destino scontato. Anche questo è spazio di disputa: di senso, di possibilità. E non bastano le parole, serve ricostruire un tessuto di relazioni prima ancora che organizzativo, serve riuscire a rianimare la speranza attraverso vittorie anche piccole ma che incidano nella quotidianità dei nostri e delle nostre, anche di coloro che non partecipano alla vita politica.

Marta Collot: Parto da un fatto che per noi è pacifico: il campo largo non solo non ha saputo raccogliere, ma non avrebbe potuto farlo. Perché chi scende in piazza per bloccare il paese, per sostenere la resistenza palestinese senza se e senza ma, è oggettivamente inconciliabile con una sinistra che va a genuflettersi al Quirinale, che vota i finanziamenti alla guerra, che discute di “responsabilità di unità nazionale”.
Quindi non è un problema di capacità tecnica di capitalizzazione. È un problema politico di fondo: il campo largo non ci rappresenta e non ci ha mai rappresentati. E i giovani – la generazione Gaza, quelli che hanno votato No al referendum costituzionale – lo hanno capito benissimo. Hanno detto no nelle urne di quel referendum perché non era una riforma innocua: era un taglio della democrazia, un accentramento di potere, ma soprattutto era un voto politico contro il Governo Meloni.
Ora, veniamo all’astensionismo. C’è chi dice che è un processo irreversibile, che la popolazione non crede più in nessuna opzione politica. Noi non siamo così fatalisti, ma neanche ingenui. Diciamo una cosa chiara: esiste una differenza fondamentale tra spazio politico e spazio elettorale. La sinistra tradizionale ha sempre sbagliato a sovrapporli, pensando che fare politica significasse rincorrere voti con false promesse, dimenticandosi di costruire davvero un’alternativa nel quotidiano, nei conflitti, nei territori.
Il risultato è che oggi larghe parti della popolazione – e soprattutto i giovani – sono disilluse. Non credono più alle nostre parole? No: non credono più alle false promesse. Ed è giusto così. L’astensionismo non è pigrizia: è l’istinto di chi ha capito che andare a votare per scegliere tra due padroni non cambia nulla.
Allora cosa facciamo? Ci rassegniamo? No. La nostra scommessa è un’altra: ricostruire credibilità politica prima ancora di chiedere voti. Lo spazio politico esiste – l’autunno lo ha dimostrato. Le lotte esistono, i sogni esistono, i bisogni di chi non arriva a fine mese e non si accontenta esistono. Lo spazio elettorale non è scontato. Può esistere solo se è in connessione organica con quello politico – non come una scorciatoia. Se saremo capaci di costruire un’alternativa reale, credibile, combattiva, allora anche il voto potrà arrivare. Ma non sarà mai un fine. Sarà un effetto collaterale positivo di una pratica politica che oggi, in Italia, semplicemente non esiste più.

Il radicamento sociale e territoriale rimane ancora un fattore decisivo oppure la comunicazione ha preso definitivamente il sopravvento nella lotta politica?

Giuliano Granato: La comunicazione viene spesso considerata come mero spazio di trasmissione dei propri contenuti e delle proprie posizioni. Invece, a maggior ragione in epoca di ipertrofia della comunicazione, diventa spazio di esercizio di potere ideologico e, al contempo, di costruzione dei soggetti. È pertanto un fronte di battaglia su cui dovremmo lavorare più e meglio e partire dal riconoscere che anche su questo terreno le destre hanno costruito un vantaggio notevole.
Ciò però non intacca l’importanza del lavoro di organizzazione, radicamento, sedimentazione. Che è anche quello un lavoro di “comunicazione” se vogliamo, quello in cui il medium principale diventa il proprio stesso corpo, la propria stessa presenza.
Senza un intenso lavoro organizzativo non disporremo mai della forza necessaria a conseguire le trasformazioni per cui ci battiamo.

Marta Collot: Il radicamento sociale e territoriale rimane un fattore decisivo e insostituibile. Nessuna strategia comunicativa, per quanto efficace, può sostituire la presenza concreta nei luoghi di lavoro, nei quartieri, nelle scuole, nelle università e dentro i conflitti sociali. La comunicazione può amplificare un messaggio, renderlo più visibile, ma da sola non costruisce rapporti di fiducia, organizzazione e forza collettiva.
Negli ultimi decenni si è cercato spesso di accreditare l’idea che la politica potesse ridursi alla comunicazione, alla leadership mediatica o alla gestione dei social network. Abbiamo visto, come conseguenza, da un lato la proliferazione di “generali senza esercito”: coloro che hanno lanciato il loro partito o proposta politica, pensando che il carisma del singolo potesse essere una scorciatoia per il lavoro quotidiano necessario a costruire una forza di rappresentanza politica.
Dall’altro, la ricerca spasmodica del centrosinistra di nuovi astri nascenti, per poter supplire alla e nascondere l’impresentabilità del Partito Democratico e, oggi, del “campo largo”: la santificazione di Silvia Salis è l’ultimo esempio di una lunga lista.
Parallelamente, è stata demonizzata l’organizzazione collettiva, mentre venivano colpiti tutti quei luoghi in cui si costruisce partecipazione dal basso: i posti di lavoro, i quartieri popolari, le strutture associative e sindacali. Il risultato è stato un indebolimento della capacità delle classi popolari di difendere i propri interessi.
Per noi il radicamento non è un elemento accessorio, ma la condizione necessaria per incidere realmente nella società. È dal lavoro quotidiano nei territori e nelle lotte che nasce la forza necessaria per portare avanti idee, rivendicazioni e progetti di trasformazione. Senza organizzazione, le idee restano opinioni. Quando invece trovano radicamento sociale diventano una forza materiale capace di cambiare i rapporti di forza esistenti.
Questa è l’unica via percorribile, soprattutto se si pensa che i canali in cui avviene la comunicazione oggi sono truccati. Sono in pratica tutti dominati da multinazionali che usano la comunicazione come strumento per creare un “mercato” politico in cui ogni alternativa viene silenziata.
Per noi, la comunicazione è importante, fondamentale anche, ma deve essere al servizio dell’organizzazione, non il suo sostituto. Una politica che esiste solo sugli schermi è destinata a essere fragile, mentre una politica che vive nei territori e nei conflitti sociali può invece costruire consenso, resistenza e cambiamento duraturo.

Potere al Popolo ormai ha quasi otto anni di età. Che bilancio traete dall’esperienza fin qui realizzata? Quanto ha pesato o pesa ancora “l’ansia da prestazione” nel conseguimento degli obiettivi?

Marta Collot: Intanto c’è un dato che consideriamo tutt’altro che scontato: dopo quasi otto anni Potere al Popolo esiste ancora, è presente nei territori e continua a crescere. Se guardiamo a ciò che è accaduto a molti cartelli elettorali della sinistra nati negli ultimi decenni, spesso dissoltisi dopo una o due tornate elettorali, questo risultato non solo non era scontato, ma esprime proprio lo scopo con cui siamo nati: mettere fine a quel tipo di politica.
Fin dall’inizio abbiamo scelto di non ridurci a un progetto costruito esclusivamente attorno alle scadenze elettorali. Abbiamo investito sul radicamento sociale, aprendo decine di Case del Popolo, sostenendo vertenze territoriali, partecipando alle lotte dei lavoratori, dei migranti e degli studenti, e promuovendo campagne nazionali su temi concreti come il salario minimo, la sicurezza sul lavoro e il contrasto al carovita.
Insieme ad altre organizzazioni, come l’USB, abbiamo anche sostenuto la battaglia per l’introduzione del reato di omicidio sul lavoro e la legge di iniziativa popolare per l’introduzione di un salario minimo.
Abbiamo animato dal primo momento le lotte contro la guerra, contro il progetto di riarmo o difesa comune europea e l’aumento delle spese militari, legandole con il contrasto allo scivolamento verso un’economia di guerra e animando diverse manifestazioni nazionali negli ultimi anni. Siamo stati in prima linea nella lotta contro l’imperialismo, nella difesa del popolo palestinese e delle sue legittime resistenze, nel sostegno alla rivoluzione di Cuba socialista contro il criminale bloqueo statunitense.
Naturalmente non pensiamo di essere arrivati. La strada è ancora lunga se vogliamo costruire una presenza davvero capillare nel Paese e riconquistare la fiducia delle classi popolari, dimostrando nei fatti di essere qualcosa di diverso e di alternativo a chi negli anni ha tradito le loro aspettative e i loro interessi.
Quanto “all’ansia da prestazione”, direi che non ha mai segnato la nostra azione. Sappiamo che non esistono scorciatoie. La costruzione di un’organizzazione politica popolare richiede tempo, pazienza, continuità e capacità di resistere anche quando i risultati non sono immediatamente visibili.
Per questo, per misurare l’efficacia del nostro lavoro, certo non ignoriamo i termini elettorali, ma guardiamo soprattutto alla capacità di costruire organizzazione, coscienza e rapporti di forza reali nella società.

Giuliano Granato: Già il fatto di aver spento le candeline per il compleanno numero 8 è in sé un piccolo miracolo. Anzi, miracolo è il termine sbagliato perché fa pensare a qualcosa di trascendente: invece, se dopo 8 anni siamo qui con migliaia di militanti, decine di case del popolo e una presenza che, a macchia di leopardo, copre un po’ tutto il Paese e raggiunge anche l’estero, è solo grazie al lavoro quotidiano di chi, dal primo giorno a oggi, ha lavorato affinché questa organizzazione politica non fosse l’ennesima meteora elettorale, ma diventasse un progetto politico con l’ambizione altissima di trasformare nel profondo il nostro Paese (e non solo). È grazie al lavoro paziente di migliaia e migliaia di militanti se siamo all’ottava candelora.
Siamo nati e cresciuti in tempi difficili, tutt’altro che alle nostre spalle. Crescendo, abbiamo imparato a non drammatizzare eccessivamente passi falsi, a non montarci la testa per qualche vittoria. Viviamo in tempi di montagne russe emotive, in cui cioè si alternano esaltazione e depressione, su e giù anche dall’oggi al domani; sarebbe strano se come militanti non ne fossimo in qualche modo toccate/i anche noi, abbiamo perciò bisogno di dotarci di una tranquillità rivoluzionaria, necessaria a un progetto che si pensa e si costruisce per il medio-lungo periodo e non solo per le incursioni di breve periodo.

Nel vostro appello per un campo politico indipendente, c’è un passaggio significativo quanto impegnativo quando affermate di “percepirvi e agire come parte di un movimento per e verso il Socialismo”. Potete spiegare meglio questo passaggio?

Giuliano Granato: C’è chi si batte per migliorare la situazione all’interno del quadro dato e che, quando tocca i limiti, si ritrae, per paura, incapacità, mancanza di volontà.
Noi, al contrario, crediamo che le battaglie della quotidianità si debbano accompagnare e inserire in una lotta più ampia che lavori proprio per abbattere i limiti strutturali della logica del sistema in cui viviamo.
Se l’obiettivo diventa la soddisfazione dei bisogni delle nostre e dei nostri non ci possiamo certo fermare davanti ai vincoli di bilancio o alla paura di scatenare reazioni nelle classi dominanti.
Lavoriamo, cioè, per la transizione a un altro sistema che, per l’appunto, chiamiamo socialismo: un orizzonte che consideriamo necessario perché la logica del capitale si dimostra giorno dopo giorno distruttiva, tanto dell’ambiente quanto della vita umana.
Ai suoi albori il movimento socialista e comunista aveva l’enorme forza del futuro dalla sua: in maniera a volte anche ingenua, prometteva attraverso la lotta non solo qualche soldo in più in busta paga, ma la trasformazione dei rapporti di potere, un domani che per tanti versi si presentava come negazione completa del presente e suo ribaltamento. Questo orizzonte è come se si fosse rotto, viviamo in un eterno presente e il futuro spesso ci si staglia di fronte come perdita più che come conquista. È il frutto avvelenato di una sconfitta storica. Ma la storia non finisce e le guerre si possono vincere anche in seguito a brucianti sconfitte.
Lavorare come parte di un movimento internazionale per e verso il socialismo significa anche uscire dall’ottica meramente “reattiva” e ricostruire invece questo orizzonte, una traiettoria di liberazione collettiva.

Marta Collot: Quando affermiamo di percepirci e agire come parte di un movimento per e verso il Socialismo, non stiamo facendo un richiamo nostalgico. Stiamo partendo da un’analisi molto concreta della realtà che abbiamo di fronte.
La barbarie di questo sistema è sotto gli occhi di tutti. Lo vediamo nelle guerre che si moltiplicano, nel sostegno economico, militare e diplomatico che l’Occidente continua a garantire al genocidio dei palestinesi, nei bombardamenti che devastano tutto il Vicino Oriente, nella subalternità della politica italiana alle scelte della NATO e agli interessi geopolitici delle grandi potenze. Non è aggiungendo al loro novero anche la UE che si risolverebbe la questione: si aggiungerebbe solo un altro attore a questo gioco macabro.
La barbarie la vediamo anche nella vita quotidiana delle persone: salari che non permettono di arrivare alla fine del mese, precarietà, sfratti, smantellamento dei servizi pubblici, devastazione ambientale e crisi climatica, razzismo e violenza di genere. Ogni aspetto della vita viene subordinato alla logica della sopraffazione sull’altro e del profitto.
Ma c’è un altro elemento che ci spinge a parlare di Socialismo: questo sistema non è soltanto ingiusto, è sempre più incapace di rispondere ai bisogni fondamentali della maggioranza della popolazione. La ricchezza cresce, ma si concentra nelle mani di pochi; aumentano le possibilità tecnologiche e produttive, ma peggiorano le condizioni di vita di milioni di persone.
Per questo riteniamo che oggi non basti un maquillage del sistema, qualche correzione marginale o una stagione di piccole riforme. Serve la capacità di indicare un orizzonte alternativo, una prospettiva di trasformazione profonda della società, che sia fondata sulla proprietà collettiva delle risorse strategiche, sulla pianificazione democratica dell’economia, sulla pace, sulla giustizia sociale e ambientale.
In questo senso guardiamo con interesse e rispetto a tutte quelle esperienze che hanno cercato e cercano di costruire modelli alternativi alla logica del capitale. Pensiamo, ad esempio, alla resistenza di Cuba, che da decenni affronta un blocco economico durissimo senza rinunciare a principi di solidarietà internazionale che il mondo ha conosciuto attraverso l’invio di medici e personale sanitario, non di eserciti e bombardieri. “Medici e non bombe” non è soltanto uno slogan: è una diversa idea di relazioni internazionali e di società.
Quando parliamo di Socialismo, quindi, parliamo della necessità di costruire un’alternativa reale a un sistema che riesce a produrre solo guerra, disuguaglianza e devastazione. Non una semplice gestione più “umana” dell’esistente, ma un progetto di trasformazione generale e strutturale, capace di mettere al centro i bisogni delle persone e non i profitti di una minoranza.

Fonte

28/05/2026

Lo spazio elettorale avvelenato

Ad ogni tornata elettorale sentiamo ripetere gli stessi discorsi, gli stessi annunci trionfali, le stesse giustificazioni di prammatica per risultati deludenti. Nella cosiddetta o sedicente “sinistra radicale” l’arrampicata sugli specchi è pratica così consolidata da apparire ormai una seconda natura.

Forse è il caso di provare a tirare qualche coordinata per inquadrare innanzitutto lo stato della “democrazia liberale ” nell’emisfero occidentale e quindi le “leggi non scritte” che la regolano, in modo da definire anche meglio il margine di reale “contendibilità” dello spazio elettorale.

Innanzitutto andrebbe fatta chiarezza sulla differenza gigantesca tra “spazi” sociali e “spazi” politici, che in genere vengono considerati pressoché coincidenti, con appena qualche specificità “tecnica” particolare.

Prendiamo la domanda che angustia ogni soggetto politicamente attivo a sinistra: com’è possibile che il malessere sociale, o addirittura la contrarietà aperta alle politiche dei vari governi (le stesse, ricordiamo, al di là delle diverse coalizioni), non si traduca in consensi anche elettorali per l’opposizione (qualunque essa sia)? Oppure, ed è una domanda simile, come mai il risultato referendario non si è riversato sulle recenti elezioni comunali?

Si può facilmente notare che già nel porre la domanda si presuppone un qualche automatismo tra “spazio sociale” – il malessere economico ed esistenziale di gran parte della popolazione – e “spazio elettorale”, passando per la sovrapposizione indebita di quest’ultimo con lo “spazio politico”. Ossia come se tutta la politica potesse o dovesse coincidere con la partecipazione alle elezioni.

E invece stiamo parlando di “spazi” tra loro molto diversi. Quello sociale è il mondo degli interessi delle varie classi, ceti, figure più o meno definite, che nel loro insieme costituiscono la popolazione. Interessi ovviamente diversi e contrastanti, spesso contrapposti o addirittura antagonisti, che quasi sempre risultano poco o nulla soddisfatti sia dalle politiche governative che da quelle sovranazionali (europee, per lo più).

La rappresentanza diretta di questi interessi è affidata a sindacati, associazioni di ogni tipo, ecc.. Un tempo queste rappresentanze fungevano da “cinghia di trasmissione” con la politica, ovvero con partiti strutturati a livello territoriale per realizzare nei limiti del possibile quegli interessi attraverso progetti di riforma o gestione delle amministrazioni pubbliche (Stato, regioni, comuni, ecc.). La maggiore o minore forza elettorale consentiva, oppure no, di farli pesare nelle scelte dello Stato.

In quel mondo – quello dello “stato sociale” keynesiano – il legame tra interesse sociale, proposta politica e verifica elettorale era palese, avvertito, leggibile. Poi, certo, c’erano tutti i problemi relativi alla buona o pessima rappresentanza degli interessi, la corruzione, il “tradimento dei chierici”, ecc., ma i tre “spazi” potevano sembrare così interconnessi da risultare praticamente uno solo. Organico.

La reazione neoliberista, in tutto l’Occidente, ha rotto definitivamente quello schema. Gli unici interessi legittimi che lo Stato deve soddisfare sono quelli delle aziende, o meglio ancora dei “mercati”.

Le rappresentanze devono compatibilizzare le attese delle figure sociali con politiche di “riforma” che non possono più modificare. I partiti sono fungibili e indistinguibili quanto a “programmi”, differendo tra loro soltanto per aspetti marginali o “culturali” (la “sicurezza” contro i “diritti civili”, la “famiglia tradizionale” contro quelle “arcobaleno”, ecc.). Le elezioni sono campagne pubblicitarie dove vince chi ha più soldi da spendere o già controlla i media (do you remember Berlusconi?).

Una dimostrazione veloce. Qualche giorno fa, in Kentucky – stato Usa tradizionalmente repubblicano – il governatore uscente Thomas Massie, un “libertariano” ostile a Trump, è stato sconfitto nelle primarie che dovevano decidere chi sarebbe stato il prossimo candidato del Grand Old Party alle elezioni di metà mandato, a novembre.

Il suo competitor era uno sconosciuto ex militare dei Navy Seal, Ed Gallrein, che però ha avuto a disposizione decine di milioni di dollari investiti su di lui dallo stesso Trump e dall’Aipac (American Israel Public Affairs Committee), un fondo che finanzia l’affermazione di politici totalmente favorevoli ad Israele.

Non stiamo parlando delle elezioni vere e proprie, ma solo della “competizione interna” a uno dei due “partiti” ammessi alle elezioni. Eppure sono volati milioni di dollari.

Prima conclusione. Le idee e i programmi non contano nulla, e neanche la notorietà del candidato (Massie era molto popolare, nel mondo “Maga”), decide solo la potenza della pubblicità, e dunque dei soldi.

Scendendo in Italia, vediamo come i media (il principale vettore della “pubblicità regresso”) stiano coccolando amorevolmente la resistibile ascesa di un ex generale fascista, Vannacci, garantendogli fin dall’inizio una copertura mediatica sproporzionata rispetto al suo peso politico. Di fatto, lo hanno “inventato” come soggetto politico. Lo stesso si può dire di Calenda e Renzi, che era arrivato alla segreteria del Pd e di lì a Palazzo Chigi sostanzialmente attraverso lo stesso “meccanismo elettivo”.

Queste – e decine di altre – piccole verifiche portano a dire che lo spazio elettorale è uno spazio avvelenato, dove chi non ha milioni da spendere per l’“autopromozione”, o non può – per gli interessi che intende rappresentare – trovare uno “sponsor mediatico gratuito”, è programmaticamente fuori dalla competizione.

Non basta. Anche le regole elettorali stesse – persino negli Usa, dove sono costanti da oltre un secolo – vengono modificate in corso d’opera per assicurare, nei limiti del possibile, il risultato voluto da chi già comanda, non certo di affermare la “volontà popolare”.

Qui da noi, come sappiamo, ogni governo fa una legge elettorale nuova per potere esser certo di rivincere, anche se poi di solito neanche ci riesce. Ma l’obbiettivo costante è sempre far fuori le “nuove proposte”, bloccando l'“alternanza” ai soliti noti... 

In questo quadro disperante, l’unica via che potrebbe portare una sinistra effettivamente antagonista ad un’affermazione anche sul piano elettorale passa da tutt’altro percorso. Non breve.

Lo “spazio sociale” è infatti praticamente infinito. Nel senso che gli interessi delle classi e dei ceti popolari non hanno una rappresentanza organizzata credibile. Qui la difficoltà sta tutta nella scarsità attuale delle forze sindacali, associative, di movimento, ecc., orientate all'“alternativa”.

Stanno crescendo, e questa è un’ottima notizia. Riescono a catalizzare il malessere e l’indignazione in giornate di grande mobilitazione popolare – tra fine settembre ed ottobre 2025, su Gaza e la Flotilla – ma non esistono scorciatoie per abbreviare i tempi o tradurre gli sforzi in effetti anche organizzativi pressoché immediati.

Lo “spazio politico”, di conseguenza, si va allargando, ma ancora lentamente. La situazione internazionale e quella sociale interna offrono occasioni enormi e momenti di riflessione importanti per arrivare a definire una proposta politica capace di raccogliere “consensi di massa” che abbiano una qualche stabilità.

Ma tutto ciò – è meglio saperlo, per non restare fatalmente delusi – non garantisce ancora uno “spazio elettorale” decente. Per raccogliere bisogna prima seminare e curare la crescita della “pianta”.

Fonte

26/05/2026

L’astensione trionfa, ma gli occhi restano chiusi

La piscina della partecipazione si va svuotando a velocità crescente, ma i pesci che la abitano sono contenti di essere ancora vivi.

Le elezioni comunali di fine maggio hanno fatto registrare un dato assolutamente certo, rimosso però dal dibattito da talk show: l’astensionismo è aumentato di un altro 5%.

Bisogna ricordare che le comunali sono “elezioni di prossimità”, quelle in cui candidati ed elettori si conoscono meglio e dove le abituali pratiche clientelari sono più consolidate perché facilmente verificabili.

Tradotto: se il candidato promette che farà finta di non vedere qualche piccolo abuso edilizio, un dehors più grande del dichiarato, una rottamazione delle contravvenzioni non pagate (adesso lo può fare anche un sindaco), erogare una facilitazione amministrativa di qualsiasi tipo, ecc. quel “voto di scambio” ha prospettive di realizzazione piuttosto concrete. Anche se sempre incerte.

Quindi in questa tipologia di elezioni è più facile organizzare la coorte di amici e parenti che portano il loro pacchetto di voti per “fare un favore” che potrebbe essere ripagato. Ergo la partecipazione aumenta.

Nonostante questo, è scesa del 5%.

Ma ai protagonisti non interessa affatto. Il sostanziale pareggio tra destra e “campo largo” ha permesso di trasformare la “riflessione post voto” nel solito balletto che alterna espressioni di giubilo immotivato e prese d’atto di “risultati non del tutto soddisfacenti”.

Il convitato di pietra non è stato neanche nominato. E dire che la destra lo temeva come la tempesta, mentre i sedicenti “progressisti” erano certi di venirne tonificati senza dover fare granché.

Lo “spirito delle giornate di ottobre”, con le mobilitazioni contro guerra e genocidio, poi materializzatosi anche come “lo spirito del referendum”, è rimasto molto distante dalle urne. I giovani – improvvisamente riscoperti come soggettività politica solo in quanto “difensori della Costituzione” (falsificandone così identità e aspettative) – idem.

E quindi la destra ha rinviato trionfalmente la propria caduta, mentre il “campo largo” ha scoperto la distanza abissale tra voglia di opposizione reale e squallore della rappresentanza politica corrente.

Il problema resta dunque intatto: come si fa a riversare quello “spirito di rottura complessiva” sul terreno politico? Come si fa a trasformare l’indignazione in forza, la contrarietà in progetto, il rifiuto in programma?

Lo strumento elettorale è parte di questo processo di degrado della politica politicante, che ormai rende untouchable qualsiasi cosa somigli al “solito gioco”. 

Fonte

16/03/2026

Primo turno delle elezioni municipali in una Francia polarizzata

La Francia si risveglia stamane con un panorama politico che era già annunciato: un paese polarizzato tra l’avanzata dei fascisti del Rassemblement National (RN) e l’argine che è costituito in sostanza dalle forze coagulate intorno La France Insoumise (LFI). Nel mezzo, una variegata schiera di partiti che hanno partecipato all’attacco diretto alla formazione di Mélenchon dopo i fatti dello squadrista morto durante una aggressione a una conferenza con Rima Hassan, europarlamentare di LFI.

Il primo turno delle elezioni municipali, che ha coinvolto quasi 35 mila comuni e ha chiamato alle urne quasi 50 milioni di cittadini, esprime segnali importanti sul panorama politico transalpino. Accanto a un’astensione che ha raggiunto livelli record (tra il 41,5% e il 44% degli elettori registrati, a seconda del luogo), si può dire che RN ha consolidato la sua presenza a livello locale, soprattutto in città chiave del meridione, e parallelamente LFI ha registrato successi soprattutto nel nord e tra i giovani.

Sono il centro-sinistra e il centro-destra tradizionali che presentano segni di profondo logoramento, così come il centrismo di varia natura che vede in Emmanuel Macron un punto di riferimento. In elezioni con un sistema maggioritario con ballottaggio, essi possono ancora occupare posti importanti, ma gli orientamenti politici di base del paese rivelano il crollo della loro legittimazione.

L’attenzione principale era rivolta alla capitale. A Parigi, il candidato socialista Emmanuel Grégoire, ex braccio destro di Anne Hidalgo, ha superato le aspettative dei sondaggi attestandosi al 38%. Un distacco netto rispetto al 25,4% di Rachida Dati, dei Repubblicani. Scenario opposto a Marsiglia, dove si profila un testa a testa all’ultimo voto tra il sindaco uscente dei socialisti, Benoît Payan (al 36,7%), e Franck Allisio del RN, fermo al 35%.

Il Rassemblement National non si limita a Marsiglia. La vera sorpresa arriva da Tolone, dove Laure Lavalette vola al 42%, staccando la destra moderata di Josée Massi (29%). Jordan Bardella ha lanciato appelli alle varie liste di destra, e l’obiettivo è chiaro: soppiantare il centro-destra come formazione principale in quel campo politico, scardinando il sistema di conventio ad excludendum che aveva posto una discriminante repubblicana contro i fascisti.

Come abbiamo scritto già in passato, il caso della morte dello squadrista Quentin Deranque è diventata l’occasione per ribaltare tale discriminante antifascista in una discriminante anticomunista, e blindare così la classe dirigente di fronte all’evidente fallimento delle sue politiche, mentre corre verso la guerra. LFI è il principale nemico, e RN si candida ad essere lo strumento di questa stretta sulla dialettica politica nazionale.

Sul fronte opposto, LFI ha scosso gli equilibri a Lille, dove Lahouaria Addouche ha ottenuto un sorprendente 25%, mentre a Roubaix il deputato David Guiraud ha sfiorato la vittoria immediata con il 45%. Risultati che mettono pressione al Partito Socialista: il coordinatore di LFI, Manuel Bompard, chiede unità per battere le destre, ma il leader socialista Olivier Faure resta cauto, escludendo per ora accordi nazionali.

Nel frattempo, la netta vittoria dell’ex primo ministro Édouard Philippe a Le Havre lo lancia come l’unico uomo forte del fronte centrista, permettendogli di coltivare ancora le proprie ambizioni per la successione a Macron. Entro domani i candidati dovranno depositare le liste per il ballottaggio di domenica 22 marzo.

Fonte

25/11/2025

Regionali: valanga astensionista. Quali interrogativi per l’alternativa?

A scrutinio concluso per le tre tornate elettorali che hanno interessato le regioni Veneto, Campania e Puglia, si possono fare valutazioni più puntuali di quelle possibili ieri, sia perché i dati sono definitivi, sia perché indicazioni più generali è bene trarle a mente fredda. E il primo elemento da sottolineare è la portata dell’astensionismo, ma anche il precipitato politico.

Ieri e l’altroieri erano coinvolti oltre 12 milioni di aventi diritto, ma negli ultimi due mesi sono state sette le regioni a rinnovare i proprio organi. Tolta la Valle d’Aosta (che fa intorno ai 120 mila abitanti e vive dinamiche a sé, dovute pure allo statuto speciale), sono stati dunque circa 19 milioni gli italiani chiamati al voto.

Marche, Calabria, Toscana, e infine Veneto, Campania e Puglia. Una fetta importante dell’elettorato del nostro paese, che costituisce un campione rappresentativo dell’intera penisola, sia per provenienza geografica, sia estrazione sociale. E quello che emerge in maniera netta è che più di un italiano su due non vota più, senza eccezioni “locali”.

Controllando i dati su Eligendo o su siti affini, queste sono le percentuali dei votanti: Marche 50,01%; Calabria 43,15%; Toscana 47,73%; Veneto 44,65%; Campania 44,10%; Puglia 41,83%. Nella maggior parte delle regioni si sono perse percentuali a due cifre, fino al -16% in Veneto.

La metà della popolazione italiana non trova più alcun rappresentante politico: non parliamo più neanche di adesione “ideologica”, ma è lo stesso “voto di opinione” che ormai sta scomparendo, come hanno evidenziato persino alcuni politici o commentatori mainstream. Il popolo non ha più interesse a esprimere nemmeno un’opinione contingente, perché evidentemente lo ritiene inutile; lo scollamento tra classe politica e “rappresentati” appare irreversibile.

Ormai, a votare sono solo le consorterie, le filiere clientelari, quegli agglomerati sociali più o meno organizzati in soggetti portatori di interessi specifici, non generali, che trovano nei politici di turno (o più spesso in gruppi di potere che sono un “usato garantito”) la propria espressione.

Tutta la dimensione della rappresentanza politica si esaurisce ormai in una sorta di “voto di scambio” un po’ più generalizzato, ma che riguarda ad ogni modo solo una fetta minoritaria della popolazione. Gli interessi di tutti gli altri non hanno rappresentanza, come previsto da un sistema costruito per garantire “la stabilità” eliminando gli interessi – e i soggetti – “disturbanti”.

Questa consapevolezza pone interrogativi significativi anche a chi vuole organizzare un’alternativa indipendente, rompendo il “bipolarismo obbligato” che immobilizza lo scenario politico, dove a prendere davvero le decisioni sono i funzionari che gestiscono i vincoli esterni e interni a UE e NATO (ancora meno “contendibili” democraticamente di quelli che siedono in Parlamento e nei consigli regionali).

L’unica proposta in questo senso che è andata vicina a eleggere qualcuno, in queste tornate elettorali, è stata la lista Toscana Rossa, formata da Potere al Popolo, Rifondazione Comunista e Possibile, dove pende peraltro un ricorso perché la candidata presidente ha superato la soglia di sbarramento al 5%, ma la lista l’ha solo sfiorata.

Bisogna però anche evidenziare che questa impasse sociale e politica non si risolve con le scorciatoie “legali”, neanche con una legge elettorale proporzionale. Se le condizioni generali rimangono le stesse, una riforma del genere porterebbe semmai a una polverizzazione della rappresentanza nei collegi eletti.

Senza poi dimenticare che non sempre le liste create intorno alle scadenze elettorali sono costruite da soggetti realmente “alternativi”, ossia con un’ipotesi fondata sull’indipendenza politica (anche dal “campo largo”) e sulla necessità della rottura con il quadro dei vincoli sopra accennato.

A ridosso delle mobilitazioni oceaniche che hanno attraversato il paese per settimane e settimane tra settembre e ottobre abbiamo scritto che si erano rotti gli argini della passività delle masse popolari. Che in milioni erano scesi in piazza, magari per la prima volta, e che lo hanno fatto non su di un interesse particolare, legato magari al proprio portafoglio, ma su di una questione certamente umanitaria come un genocidio, ma riguardante il posizionamento internazionale dell’Italia: una questione eminentemente politica.

Allo stesso tempo, anche queste elezioni dimostrano come tutte queste persone possono pure aver preso le strade, ma sono le stesse che ancora non sono spinte a mettere nero su bianco, con una croce, la propria approvazione a chi quelle piazze oceaniche le ha promosse e organizzate. Magari apprezzano il lavoro di alternative genuine e coerenti come quelle promosse da Potere al Popolo, ma non le vedono ancora come una rappresentanza credibile dei propri interessi politici.

Cosa rimane, dunque, alla fine di queste regionali? Abbiamo già detto che, se le condizioni rimangono immutate, non c’è una soluzione “facile”. Il tema per un’alternativa è allora quello di cambiare le condizioni, e questo può essere fatto solo con il lavoro paziente e di lungo respiro nel rapporto di massa con i settori popolari. Qualcosa che si sta già facendo, altrimenti quelle mobilitazioni di massa non ci sarebbe state, ma che ha i suoi tempi di maturazione.

In questo senso, va riportata la giusta posizione espressa da Giuliano Granato, candidato presidente di Campania Popolare. Intervistato dal Tg regionale, ha innanzitutto evidenziato che, anche se il risultato è ancora negativo, i dati di Potere al Popolo sono in crescita.

Ma non si è fermato alla fotografia dei numeri: ha ribadito che la forza di questa alternativa è il fatto che, già da oggi, sono di nuovo in piazza al fianco delle lotte, come quella degli ispettori del lavoro. “La battaglia elettorale è un pezzo”, ha specificato, “poi ci sono le battaglie della vita quotidiana, in cui saremo sempre presenti”.

Questa dichiarazione risponde proprio a quel “lavoro paziente” citato sopra. Che significa organizzare dal basso le persone, mantenendo una prospettiva generale di cambiamento della società. Significa anche costruire alleanze sociali sempre più solide, come quella che si è delineata tra studenti e lavoratori negli ultimi anni. Significa saldare questo nuovo blocco sociale e politico nelle piazze. Significa dare continuità a tali percorsi e indirizzarli contro il governo (ora Meloni, domani chissà).

Lo spazio per la politicizzazione dei vari interessi particolari, per un loro allineamento in un blocco sociale con una prospettiva politica più generale c’è: è dato dalla crisi economica ed egemonica, dalla mancanza di margini di trattativa, dall’incombere della guerra.

La loro organizzazione politica è un lavoro quotidiano che deve creare un nuovo “legame sentimentale”, che non è una presa di posizione emotiva ma, al contrario, l’auto-riconoscimento di far parte di un gruppo sociale, e che i suoi interessi sono rappresentati in maniera generale da un determinato schieramento politico. Su questa strada c’è molto da lavorare, ma c’è anche terreno fertile per farlo.

Fonte

24/11/2025

Italia - Elezioni regionali. Astensione record e continuità di potere

Un test elettorale nazionale probante – 12 milioni di aventi diritto al voto – si è trasformato nella conferma clamorosa del distacco ormai irrecuperabile tra “rappresentanza politica” e paese reale.

Tre regioni molto popolate hanno dato tutte un riscontro unanime, indipendentemente dalla collocazione meridionale o settentrionale: meno del 50%, con un aumento medio dell’astensionismo che supera il 14% rispetto a cinque anni fa.

Domani, a risultati definitivi, daremo un giudizio politico più articolato, tenendo conto della distribuzione del voto tra i vari partiti. Per noi, come sapete, ha molta importanza il risultato delle minicoalizioni guidate da Potere al Popolo in Puglia e Campania, anche con prospettive profondamente diverse per ragioni “legali”.

In Campania la soglia di sbarramento è fissata al 2,5% e dai primi “instant poll” non risulta impossibile, mentre in Puglia è all’8% ed era data per irraggiungibile già dagli stessi militanti che si sono spesi in questa corsa, perché l’obiettivo era, e sarà far crescere un’alternativa radicale ed indipendente dal “mondo politico” mainstream.

In Venete non era stata presentata nessuna lista, perché la presenza organizzata non è ancora sufficiente a provare un test di questo impegno (tra raccolta delle firme e capacità di attraversare il territorio con continuità).

Alle ore 16, comunque i dati forniti dagli istituti di rilevazione (ancora non c’è una sola sezione che abbia completato lo scrutinio e comunicati i risultati) sono questi:

Puglia:
Antonio Decaro (“campo largo”) 64-68%
Luigi Lobuono (centrodestra) 30-34%
Altri 1,5 – 2,5%

Campania:
Roberto Fico (“campo largo”) 56-60%
Edmondo Cirielli (centrodestra) 36-40%
Altri 3-5%

Veneto:
Alberto Stefani (centrodestra) 58-62%
Giovanni Manildo (“campo largo”) 32-36%
Altri 5-7%

Fonte

12/11/2025

Iraq - Elezioni, poche attese di cambiamento in un Paese stanco e disilluso

In un clima di scetticismo diffuso e di rassegnazione, milioni di iracheni sono tornati oggi alle urne per eleggere i 329 membri del nuovo Parlamento. Si tratta dell’ennesima consultazione in un Paese che, a più di vent’anni dalla caduta di Saddam Hussein, continua a vivere un fragile equilibrio politico e sociale, schiacciato tra la pressione delle potenze esterne e le proprie contraddizioni interne.

Il primo ministro Mohammed Shia al-Sudani, giunto al termine del suo primo mandato, punta a restare al potere. Il suo blocco politico è dato in vantaggio, ma gli analisti non prevedono una maggioranza assoluta: si profila dunque una lunga fase di trattative tra i partiti sciiti, sunniti e curdi, nella tradizionale spartizione di ministeri e incarichi che caratterizza la politica irachena.

Molti elettori, però, sembrano aver perso fiducia. La partecipazione, secondo sondaggi e osservatori, potrebbe scendere al di sotto del minimo storico del 41 per cento registrato alle ultime elezioni. Le ragioni sono molteplici: la corruzione, i servizi pubblici scadenti, la disoccupazione cronica e, quest’anno, anche il boicottaggio del movimento guidato dal religioso sciita Moqtada al-Sadr, che dispone di un vasto seguito tra le classi popolari.

Nessuno si aspetta cambiamenti radicali

Il futuro governo dovrà trovare un difficile equilibrio tra l’influenza di Teheran – che in Iraq può contare sull’alleanza con numerosi partiti e milizie – e quella di Washington, quest’ultima sempre più impaziente di vedere limitato il potere dei gruppi filo-iraniani.

A ciò si sommano le sfide interne. La popolazione, in larga parte giovane, chiede servizi di base, lavoro, sicurezza e la fine della corruzione che divora le risorse del Paese. I ricordi delle proteste del 2019 e del 2020, represse nel sangue, sono ancora vivi e il malcontento potrebbe riesplodere.

Da quando, nel 2005, l’Iraq ha tenuto le prime elezioni dopo l’invasione statunitense, il sistema politico si è fondato su un delicato equilibrio settario: il primo ministro sciita, il presidente curdo, lo speaker del Parlamento sunnita. Eppure, tra le file dei candidati, spuntano volti giovani che cercano di rompere il cerchio. Attivisti e professionisti che sognano di costruire un Iraq diverso, pur consapevoli di quanto sia arduo competere contro apparati consolidati e reti clientelari radicate nei ministeri e nei partiti religiosi.

Le prossime settimane saranno decisive per capire se le urne restituiranno l’immagine di un Paese che tenta, con fatica, di rinnovarsi, o se prevarrà ancora una volta la logica della continuità in negativo. I risultati definitivi sono attesi nei prossimi giorni, ma la sensazione diffusa è che poco cambierà. Dopo due decenni di transizione senza fine, l’Iraq si trova nuovamente di fronte al suo bivio irrisolto: un sistema che resiste a ogni scossa di cambiamento e un popolo che, tra apatia e speranza, continua a chiedersi se il voto serva ancora a qualcosa.

Fonte

22/07/2025

Sul mattone il campo in Italia è larghissimo

L’altra mattina a Radio Popolare sono andate in onda soltanto interviste ad esponenti milanesi del Partito Democratico (ti pareva) i quali, mentre i cementificatori si mangiavano Milano facendo schizzare i prezzi degli immobili alle stelle, tra una dormita e l’altra, hanno votato ogni porcheria possibile.

Ora che sono partiti arresti ed avvisi di garanzia all’indirizzo dei propri compagni (si fa per dire) di partito, improvvisamente, si svegliano e si ricordano – e ci ricordano – che il vero problema di Milano è “l’emergenza abitativa”. Ma va??? 

Eppure l’unica risposta all’emergenza abitativa, a Milano, fino ad ora, è stata soltanto l’indifferenza mentre ogni giorno si consumavano sgomberi e si distribuivano manganellate ai senza casa e mentre si tengono sfitte almeno 100 mila case, spesso abbandonate, che rimangono inutilmente vuote.

Peraltro, secondo l’ultimo rapporto ISPRA(marzo 2025), Milano è la terza città italiana per suolo consumato, con quasi il 60% del territorio comunale edificato. L’analisi dei dati tra il 2015 e il 2023, le immagini satellitari e l’uso di programmi GIS open source mostrano che più di un terzo di questa superfice è stata “divorata” dai famigerati “progetti di rigenerazione urbana”.

Pur con qualche diversa sfumatura, tutto il PD fa quadrato attorno a Sala. La Schlein lo ha subito chiamato al telefono per esprimergli la sua “solidarietà e vicinanza”. E il sindaco di Milano ha incassato pure la solidarietà di Giorgia Meloni mentre i partiti della maggioranza che sostiene il suo governo hanno costruito gran parte dei propri granitici sistemi di potere locali e nazionali proprio sulla cementificazione selvaggia, sulle così dette “grandi opere”, sulla gestione opaca degli appalti e sui favori ai palazzinari amici.

Intanto FdI, Lega e M5S hanno chiesto le dimissioni della giunta Sala. Ma come non ricordare, a proposito proprio del Movimento Cinque Stelle, la brutale cacciata dell’urbanista Paolo Berdini dal posto di assessore all’Urbanistica della prima Giunta Raggi del comune di Roma, avvenuta nel febbraio 2017, a causa della sua opposizione al via libera dell’amministrazione pentastellata in merito alla grande speculazione immobiliare che ruotava – e continua a ruotare – attorno alla costruzione del nuovo stadio della Roma, tornato al centro dell’attenzione, proprio in questi giorni, con il nuovo progetto che dovrebbe interessare la zona di Pietralata. Sono cose che non si dimenticano.

La domanda è sempre la stessa: ma se quelli di “sinistra” fanno le stesse cose di quelli della “destra” perché uno dovrebbe votarli? Anzi, perché dovrebbe votare?

Fonte

11/06/2025

C’era una volta il referendum

Dare una valutazione del già noto, o comunque previsto, non è esaltante. Che un referendum, in Italia, non abbia più alcuna possibilità di raggiungere il quorum – e dunque raggiungere un risultato purchessia – è una realtà così scontata da dover scoraggiare ogni tentativo in questa direzione.

Si mescolano inevitabilmente considerazioni “strutturali” e di tipo legal-costituzionale (sono due cose diverse, e sempre di più), tutte comprensibili e persino vere.

È certamente vero che un referendum può certificare solo un determinato rapporto di forza sociale, ossia la presenza o meno di movimenti di massa molto ampi che abbiano un chiaro e diretto interesse a raggiungere quel risultato. È avvenuto per il divorzio, l’aborto, la scala mobile (con esito disastroso), l’acqua pubblica. Oggi i movimenti sono dimensionalmente troppo esigui, e quindi non si può surrogare “l’interesse materiale” con la generica “opinione”.

È certamente vero che, come fanno notare i più consapevoli, gran parte dell’elettorato è ormai politicamente analfabeta, non ha più idea delle cose per cui vota. Non era così in tempi ormai sepolti, quando grandi organizzazioni di massa (partiti, sindacati, associazionismo politicamente motivato) mediavano quotidianamente la tensione tra bisogni e opinioni, e visioni del mondo. Ed è inutile piangerci sopra o peggio pensare che lo strumento – il referendum, appunto – possa di per sé risvegliare una consapevolezza che ben pochi provano a far crescere, da decenni.

È certamente vero che l’anima “oppositrice” della Cgil si risveglia dal torpore solo avanti a un governo di destra, mentre ricade in catalessi sotto un governo “amico” e persino sotto quelli “tecnici”. Ma questo l’hanno capito proprio tutti, almeno tra chi lavora (e questi ultimi non son neanche la maggioranza degli aventi diritto al voto).

È certamente vero che centrosinistra e centrodestra giocano da decenni la partita del qualunquismo motivato, disincentivando in ogni modo la partecipazione politica e riducendo i momenti elettorali a risultato di campagne di televendita più o meno efficaci (con risultati ovviamente alterni, in linea con le leggi della “concorrenza”).

È certamente vero, infine, che il quorum del 50% più uno è stato pensato in un’epoca di grande partecipazione alla lotta politica, quando i votanti alle elezioni superavano il 90%. Mentre oggi, se si dovesse applicare il quorum anche alle elezioni politiche, avremmo un Parlamento vuoto.

Ma tutte queste considerazioni risultano ben poco esaustive davanti all’involuzione “democratica” dell’Occidente neoliberista. Che non è un modo di dire da costituzionalisti pignoli, ormai, ma la realtà esplicita – e rivendicata dai governanti – della “democrazia liberale”.

Gaza e Los Angeles mostrano in diretta televisiva ciò che cresce sotto la coltre retorica di parole che non hanno più alcun rapporto con la realtà effettiva.

E se il genocidio dei palestinesi, che ha sdoganato la “banalità dell’orrore” come pratica “tollerabile”, può ancora apparire come una questione “tra popoli diversi” (anziché come politica coloniale di rapina e sterminio), è dalla California che arriva forse il segnale più chiaro di dove stia portando la crisi dell’Occidente.

La regione più multietnica di un paese nato sul genocidio dei nativi e l’immigrazione coloniale diventa teatro di una “guerra civile” non più tanto “strisciante”. I margini si restringono e la loro appropriazione diventa privilegio di sempre più pochi. L’aggressività imperialista, perciò, si introverte all’interno. Il “fronte” è anche dentro, non solo “fuori”.

Quella – questa – è la parte di mondo in cui ci è capitato di vivere oggi. Non la cambieremo con un referendum...

Fonte

09/06/2025

Referendum, problemi di quorum

Non voglio spargere pessimismo ma i dati dell’affluenza alle 19:00 non erano affatto confortanti. Mi pare di ricordare che, a quell’ora, il referendum per l’acqua pubblica del 2011, aveva avuto un’affluenza del 30% circa.

Faccio una semplice considerazione.

Tutti i referendum vinti negli ultimi 50 anni, a partire da quello storico del 1974 sul divorzio, arrivavano in esito a delle estese e lunghe battaglie nel paese condotte da, più o meno, grandi movimenti di massa su istanze totalmente autonome e sganciate dalle logiche e dalle dinamiche del ceto politico e dai partiti e come tali venivano percepite dai cittadini che pure non erano stati attivi nel promuovere quelle lotte ma che si recarono in massa a votare perché sentivano che l’esito del voto avrebbe avuto un peso significativo nella propria esistenza.

Non così è stato in questa occasione perché si è trattato di un’iniziativa calata dall’alto e che non è stata affatto l’epilogo di una battaglia condotta nella società che, a dispetto della giustezza dei quesiti, non è riuscita ad affrancarsi dal segno di un’operazione politica tesa più ad infliggere un colpo al governo Meloni da parte di un ipotetico “campo largo” (peraltro, temporaneamente risorto in quel di Genova il 27 maggio scorso) immaginando, forse, un risultato simile a quello del referendum costituzionale del 2016 che bocciò la schi-forma costituzionale Renzi-Boschi e che segnò l’inizio del declino del bulletto di Rignano sull’Arno.

E poi, forse, troppa carne sul fuoco, ovvero, 5 quesiti su materie diverse. In passato troppi quesiti non hanno mai portato bene, figuriamoci ora in un contesto di tale abulia e passività qual è quello attuale del nostro paese, certificato dall’altissimo tasso di astensione alle elezioni di qualsiasi tipo ed in cui la spinta civica e all’impegno è talmente bassa che anche il solo tentativo di decifrare il merito di ogni quesito, deve essere apparso a molti come un’insormontabile e, fors’anche, un’inutile fatica.

Poi spero tanto di sbagliarmi, eh! Comunque, ora che ho finalmente ritrovato la tessera elettorale, vado a votare.

Fonte

29/05/2025

Venezuela - Vince il chavismo, per la destra “ha vinto l’astensione”

di Geraldina Colotti

“Ganó la paz”. Ha vinto la pace. Più che uno slogan, un sospiro di sollievo, e i polmoni che si riempiono – di impegno e di allegria – prima di riprendere la corsa: verso una nuova tappa da raggiungere per consolidare un progetto di paese che dura da 26 anni. Oggi più che mai, per il chavismo, in Venezuela, le elezioni non sono solo un esercizio democratico – della democrazia partecipata e protagonista definita dalla costituzione bolivariana del 1999 – ma un atto di “autodeterminazione e resistenza”. E i risultati di queste ultime – parlamentari, regionali e dei consigli legislativi regionali – che si sono svolte il 25 maggio, e che hanno dipinto di rosso la quasi totalità della cartina geografica, sono la conferma che il popolo venezuelano non vuole cedere ai ricatti e alle imposizioni dell’imperialismo e continua a costruire il proprio destino, nel segno del socialismo del secolo XXI.

Dando al governo di Nicolas Maduro, al PSUV e all’alleanza del Gran Polo Patriottico un mandato pieno e rinnovato, questo voto è una forte indicazione politica e simbolica: mostra la volontà di approfondire le conquiste sociali, rafforzare l’indipendenza economica e consolidare il potere popolare; dice al mondo che un’alternativa all’egemonia capitalista è possibile e necessaria, e che la speranza risiede nella resistenza dei popoli. In questo senso, il Venezuela si può considerare “una minaccia inusuale e straordinaria”, da distorcere e sanzionare.

“Siamo gente che risolve”, è stato il fortunato slogan di campagna, ideato dal PSUV e dai partiti del Gran Polo Patriottico: più che un semplice cartello elettorale, un’alleanza tattica, che dà per scontata la ricerca di unità nella diversità. Gente semplice, in camicia rossa, di quella che è facile guardare con sufficienza come si guarda passare tutti i treni, ma “gente che risolve”, come ha “risolto” a suo favore la contesa con l’opposizione, conquistando 23 dei 24 stati del paese.

Lo Stato di Cojedes, dove ha vinto un leader dell’opposizione, è rimasto un puntino solitario nella cartina tinta di rosso. Subito, però il presidente Maduro ha telefonato per congratularsi e per offrire collaborazione, come aveva fatto dopo le elezioni del 2021 con i governatori che avevano vinto a Barinas, Nueva Esparta e Zulia, oggi riconquistate. Si è tinta di rosso anche la Guayana Essequiba, il nuovo stato la cui esistenza è stata approvata con referendum l’anno passato, e che ora ha il suo governatore chavista e 8 deputati. Un’usurpazione, secondo gli Stati Uniti e i loro alleati che sostengono, in un inedito quanto peloso afflato “anticolonialista” il governo di Guyana, che ha permesso alle sue multinazionali di perforare la zona contesa con il Venezuela, e al Comando Sur di penetrare per proteggerle con la sua flotta. Una disputa secolare che il governo bolivariano tenta da anni di risolvere appellandosi al diritto internazionale basato sulla Carta di Ginevra, ma che non ha peso di fronte ai mastodontici interessi che si trovano in questa zona ricchissima di risorse.

Il numero di parlamentari ottenuto a livello nazionale – 256 sui complessivi 285 – consente al chavismo il raggiungimento della maggioranza assoluta dei seggi all’Assemblea nazionale (AN), e spiana la strada alle trasformazioni progettate. Il capitolo più importante riguarda la proposta di riforma costituzionale, che verrà presentata all’apertura dei lavori della nuova AN, che si installerà il 5 gennaio del 2026.

Forte anche il voto femminile, che riflette la massiccia presenza delle donne alla direzione di tutti gli organismi popolari. A loro, e alle 5 governatrici elette, ha reso omaggio il capitano Diosdado Cabello, vicepresidente del PSUV, a nome del presidente della repubblica, durante la conferenza stampa settimanale di bilancio del partito.

In quasi tutti gli stati, il chavismo ha aumentato il numero di voti, per un totale di oltre 5 milioni, oltre un milione e trecentomila voti in più del 2021. La percentuale si è ridotta solo negli Stati di Barinas, Carabobo, Merida e Tachira, dove comunque l’opposizione resta forte e i conflitti per il controllo del territorio, accesi. Un numero che potrebbe comunque aumentare, considerando che manca ancora il voto delle popolazioni indigene che andranno alle urne, secondo le proprie norme, il 1° di giugno.

All’appuntamento elettorale del 25 maggio, si sono presentati oltre 6.000 candidati, appartenenti ai 54 partiti politici di ogni orientamento, per occupare i previsti seggi dell’Assemblea Nazionale (più gli 8 dell’Essequibo), oltre ai 24 governatori e ai legislatori regionali. A destra, sono state due le coalizioni principali a presentarsi, Alianza Democrática e UNT-UPV, insieme con la Red Decide de Henrique Capriles. Tuttavia, era presente anche un’ampia offerta di candidature indipendenti che non si identificavano nelle coalizioni principali e che hanno ulteriormente frammentato il quadro politico dell’opposizione.

Chi invece ha immediatamente preso a cantare vittoria è l’estrema destra di Maria Corina Machado, che ha fatto campagna per il boicottaggio elettorale, e che ora pretende avocare a sé una presunta vittoria dell’astensionismo, dichiarando che “oltre l’85% dei venezuelani ha disobbedito al regime e ha detto no”. Numeri che stridono rispetto agli stessi dati usati come argomento contro il governo. Primo fra tutti, quello dell’immigrazione che, se si prende per buona l’assenza di 4 milioni di persone dal registro elettorale, incide sulle cifre proclamate, peraltro senza considerare né il tasso di astensione “fisiologica” esistente in questo tipo di elezione non presidenziale, né la semplice disaffezione alla politica, né altri fattori di ordine concreto, come un trasferimento di residenza non registrato, tutt’altro che rari in Venezuela.

La partecipazione al voto è stata di quasi il 43% degli avanti diritto, circa 21 milioni su una popolazione di oltre 29 milioni. Di certo, come ha dimostrato il secondo posto ottenuto dal candidato-fantoccio di Machado alle elezioni presidenziali del 28 luglio, l’estrema destra ha guadagnato terreno in quella zona grigia, indifferente o delusa, riflesso di un’egemonia che impera a livello globale e che attecchisce anche nei settori popolari.

Ma è altrettanto evidente che il chavismo non solo resiste nel suo zoccolo duro, ma guadagna terreno anche fra i più giovani, grazie a una politica intelligente e dinamica di articolazione con nuovi movimenti popolari, come il Movimento Futuro o il Movimento Verde, e grazie alle sue incursioni “gramsciane” (non sempre gradite ai militanti più radicali) nei settori di classe media, imprenditoriali o in quelli religiosi. Dopo 26 anni di piazze e di governo, la presenza del chavismo come sperimentata forza nazionale, popolare e fuori dagli schemi, è indubbia.

È altrettanto indubbio che, a differenza dell’estrema destra, che ripete le peggiori ricette neoliberiste in base al dettato dei propri padrini occidentali, il socialismo bolivariano ha un piano di governo, sia a livello territoriale che nazionale, e si presenta unito malgrado il dibattito, anche acceso, che anima le sue sedi politiche a tutti i livelli. E se i problemi da risolvere sono tanti, anche l’aspettativa dopo queste elezioni è tanta. Dove andrà a parare con i suoi “esperimenti” il laboratorio bolivariano? Per capirlo non servono i paraocchi occidentali, né inventarsi uno schemino appena adattabile ai mal di pancia di casa nostra.

Intanto, questa vittoria non è il risultato del boicottaggio dell’estrema destra, maestra a ogni latitudine nel costruire trappole e boomerang, ma di poco costrutto. È il frutto di un lungo lavoro e di una direzione politica che si è trasferita nelle strade e nelle piazze per accelerare la “nuova epoca di transizione al socialismo”: con oltre 100.000 assemblee popolari, con un parlamentarismo di strada che ha prodotto 94 leggi nel periodo legislativo che si conclude quest’anno in un parlamento a maggioranza chavista, e con un piano concreto di governo presentato da ogni singolo candidato.

Un piano organizzativo preparato da un profondo dibattito di stampo gramsciano nel quadro del Blocco Storico, che ha convocato tutte le forze per valutare e attualizzare gli strumenti politici e teorici della rivoluzione. Una strategia organizzativa efficace e capillare, basata sul “5×5”. Se, infatti, finora il PSUV e i suoi alleati hanno potuto vincere 30 elezioni su 32, questo si deve, per metà almeno, all’organizzazione capillare e unitaria del partito maggioritario e dei suoi alleati storici con più radici: dal Partito comunista (quello maggioritario che ha conservato la sigla, non l’altro che da qualche anno ha deciso di allearsi con l’estrema destra), ai Tupamaros, da Patria para todos, all’Upv (il partito della dirigente “extralegale”, Lina Ron).

Per il 25 maggio, questa strategia si è strutturata su 5 fronti, cinque pilastri fondamentali, ciascuno moltiplicato per 5 (5×5, appunto): l’organizzazione dei dirigenti e delle dirigenti di strada e di comunità, che hanno agito all’interno delle Unità di Battaglia Bolívar e Chávez (UBCH); l’organizzazione delle strutture sociali, rappresentata dai Circuiti Comunali; la direzione nei Comitati di produzione e approvvigionamento, composta dai e dalle leader dei Comitati locali di fornitura e produzione (CLAP); l’organizzazione dei difensori della sovranità nazionale, impegnati nella protezione e nella stabilità del Paese in quello che per Ho Chi Minh era l’esercito del popolo e per la rivoluzione bolivariana è l’unione popolare fra civili e militari; le Missioni e Grandi Missioni, insieme al Gran Polo Patriottico (GPPSB) che hanno costituito la spina dorsale della mobilitazione negli 88 distretti elettorali.

Tutti hanno “lavorato per vincere” nel quadro delle 7T. Nella rivoluzione bolivariana non è raro associare numeri e sigle a concetti più articolati. In questo caso, 7T sta per Sette grandi trasformazioni corrispondenti ad altrettanti settori portanti della società venezuelana, normati dal parlamento in base a una Legge organica di sviluppo 2025-2031.

Un piano strategico proposto da Maduro ed elaborato mediante un ampio processo di consultazione e dibattito popolare in tutto il paese, con l’obiettivo di consolidare il processo della Rivoluzione Bolivariana e affrontare le sfide economiche, sociali e politiche in campo. Un progetto orientato a definire e consolidare la “nuova epoca di transizione al socialismo”.

A preparare la vittoria del 27 maggio hanno concorso anche altri processi partecipativi come l’elezione dei giudici comunali di pace e le tre consultazioni popolari, precedenti alle due che ancora si devono svolgere nel 3° e 4° trimestre dell’anno.

Punti cardini di quella che dovrà essere la prossima riforma costituzionale, tesa ad adeguare la normativa al livello di sviluppo della società venezuelana e alle sfide poste dalle nuove tecnologie e dal contesto internazionale. Maduro ha già annunciato che i primi 10 circuiti comunali che hanno totalizzato il maggior numero di voti riceveranno un finanziamento diretto da parte del Plan Juntos Todo es Posible. Il Plan costituisce una iniziativa strategica del governo bolivariano per potenziare la gestione diretta delle risorse e l’esecuzione di progetti a livello comunitari, che sono già stati votati nelle prime tornate elettorale delle consultazioni popolari. Un meccanismo per centralizzare la gestione delle risorse a livello nazionale, ma per decentralizzarne l’esecuzione e la decisione a livello di base, rafforzando il modello di governo comunitario e territoriale e il potere popolare.

Un progetto che ha fatto andare fuori dai gangheri i candidati della destra, come Henrique Capriles, che ha agitato lo spettro della distruzione dello stato. Che le risorse siano gestite direttamente da chi le produce con il proprio lavoro non viene visto, ovviamente di buon occhio, da chi con la democrazia borghese se n’è appropriato senza conseguenze.

E, infatti, uno dei principali cavalli di battaglia di quell’estrema destra che ha chiesto e continua a chiedere sempre più “sanzioni” e pressioni è la privatizzazione delle risorse e la richiesta a Trump di una maggior rappresentatività politica in cambio di potervi mettere ampiamente la mano. Un incarico di governo (esterno), per quanto virtuale com’è accaduto con l’autoproclamazione di Guaidó e come continua a essere con il suo cadaverico “parlamento in esilio”, è servito e serve ancora a gonfiare il portafogli di una banda di lestofanti, che si è intascata l’oro del Venezuela e ha incamerato e distrutto la raffineria Citgo.

Per questo, il popolo venezuelano sta celebrando i risultati del 25 maggio non come una semplice vittoria elettorale, ma per il suo significato storico e simbolico, basato sulle idee di Bolivar e di Chávez in merito all’indipendenza e alla sovranità nazionale, come indica la seconda delle 7 trasformazioni: Espandere la dottrina bolivariana in tutte le sue dimensioni – politica, scientifica, culturale, educativa e tecnologica – per rafforzare la sovranità nazionale e la difesa del paese contro le minacce esterne, compresa la protezione della Guayana Essequiba.

La prima T, riguarda la Pace, la sicurezza e l’integrità territoriale, ed è orientata a perfezionare il modello di convivenza cittadina, garantire la giustizia, il godimento dei diritti umani e la difesa della pace sociale e territoriale. In questo senso, acquista maggior forza simbolica dire: “Ganó la paz”, ha vinto la pace. Non solo perché, grazie alla vigilanza popolare e militare, non c’è stato “neanche uno spintone” durante la giornata elettorale, come ha sottolineato il ministro degli Interni Giustizia e Pace, Diosdado Cabello, ma anche perché il risultato elettorale ha inteso chiudere la porta alla violenza propugnata dal fascismo venezuelano e da quello che lo sostiene a livello internazionale.

Impossibile non notare la distanza siderale che esiste con paesi come l’Ecuador che, dall’essere un modello di sicurezza quand’erano governati a sinistra, sono diventati un baratro infernale in cui candidarsi significa spesso mettere a rischio la vita. Impossibile non paragonare l’atteggiamento di Bukele in Salvador, che ha reso il paese un inferno per i migranti e una prigione a cielo aperto, con quello del governo bolivariano che, ogni giorno, manda a prendere, riceve e accoglie centinaia di suoi cittadini “deportati”.

Il 25 maggio, l’unico lutto che si è pianto durante la giornata elettorale si è dovuto a eventi naturali che hanno colpito il generoso impegno di un poliziotto e di due militari che cercavano di portare oltre la corrente il materiale elettorale. L’incidente si è verificato nello stato di Apure, una regione situata nel sud-ovest del Venezuela, al confine con la Colombia.

Dunque, ha vinto la pace. Da una parte i fedeli esecutori di un modello imperialista che solo può imporre sofferenza e guerra. Dall’altro, un progetto di paese basato sulla democrazia diretta e sul potere popolare, quello di una rivoluzione che non intende essere “né calco, né copia, ma creazione eroica”. E che, per questo, a modo suo, sta facendo storia.

Fonte

20/11/2024

Il day after delle elezioni. Destra alla resa dei conti, campo largo a misura del PD

In Emilia Romagna ha votato il 46,4% degli aventi diritto, in Umbria il 52,3%. Sono dati che confermano la tendenza ormai in atto. Ormai la “politica” deve fare i conti solo con metà della società, l’altra metà l’ha liquidata come opzione non meritoria di attenzione né di voto.

In questo bacino la competizione avviene tra i due blocchi principali – centrodestra e campo largo del centrosinistra – con scostamenti nei risultati spesso limitatissimi, talvolta legati alla credibilità dei candidati, altre volte alle “percezioni” della congiuntura, altre ancora alla qualità del messaggio pubblicitario, esattamente come un prodotto da banco su uno scaffale del supermercato.

Di fronte a questa strettoia tra astensionismo di massa e bipolarismo blindato, per chi ha in mente una alternativa sistemica e di rottura della gabbia restano poche opzioni. Rifugiarsi nell’astensione o provare a “fare guerriglia” negli interstizi di un meccanismo elettorale truccato.

Inevitabilmente c’è anche chi propone di arrendersi allo stato delle cose e legarsi ad uno dei due campi cercando di rosicchiare qualcosa come “voce critica”.

Ma a fare l’andatura e definire le priorità rimangono i capi bastone locali e le dirigenze centrali dei blocchi principali. Come ci documenta un passato fin troppo recente, alla fine si perde anche la funzione di voce critica e si viene assimilati/accomunati ai partiti principali perdendo ogni autonomia di azione e indipendenza politica.

È per questo che tra le opzioni possibili ci convince ancora quella della rottura possibile e di una alternativa dichiarata, anche in condizioni temporaneamente minoritarie.

Il candidato della lista alternativa Emilia Romagna Pace, Ambiente, Lavoro, ha preso l’1,9% a livello regionale ma ha superato il 3,4 a Bologna.

“Abbiamo fatto una campagna elettorale coraggiosa, in cui abbiamo portato i temi e le lotte al centro del dibattito, e vogliamo ringraziare tutte e tutti coloro che hanno usato il loro voto per dare un segnale che un’alternativa in questo “sistema Emilia-Romagna” c’è e si deve rafforzare” è il commento della lista Emilia Romagna Pace, Ambiente, Lavoro costituita da Potere al Popolo, Rifondazione Comunista e Partito Comunista Italiano. “Nonostante non abbiamo raggiunto la soglia di sbarramento, il candidato presidente Federico Serra e alcune candidature di rottura hanno saputo raccogliere un consenso indicativo e molto superiore rispetto al nostro recente passato”.

Non è molto, ma se gestito bene, con lungimiranza politica ed estensione del radicamento sociale, non è neanche poco ci sentiamo di aggiungere. Del resto se valutiamo il mondo solo sulla base dei dati elettorali, questo è il bacino di influenza elettorale da anni della sinistra radicale comunque apparecchiata. Per i più anziani è come tornare ai tempi di Democrazia Proletaria, con la sola differenza che il sistema elettorale precedente anche con quei risultati assicurava la rappresentanza parlamentare o locale, adesso invece c’è spazio solo per i “pezzi grossi”.

I risultati delle elezioni regionali in due regioni storicamente “di sinistra” come Emilia Romagna e Umbria (la seconda perduta e riconquistata), ci consegnano un quadro politico che vede in maggiore difficoltà la destra piuttosto che il campo largo del centrosinistra.

I risultati sono stati severissimi con le due “variabili” nei due blocchi. Crolla il M5S (che però sul piano locale non è mai andato benissimo) e c’è una Lega fortemente indebolita a vantaggio di una Forza Italia rinvigorita. Forza Italia, gioisce per la costante crescita dei consensi. “Faremo valere il nostro status di secondo partito della coalizione, prendano sul serio le nostre istanze”, chiosano vari parlamentari del partito.

Nella coalizione di centro-destra Fratelli d’Italia (che continua a perdere voti ad ogni tornata elettorale, ndr) si prepara a far valere il proprio peso, con il rischio di un braccio di ferro a oltranza con la Lega sia a livello centrale che locale.

Per le prossime elezioni regionali in Veneto, ad esempio, la Lega non sembra disposta a cedere di un millimetro. “Il percorso per un candidato presidente della Lega è già iniziato”, afferma un deputato leghista del Nord-Est. Anche l’ipotesi della candidatura di Luca Zaia a sindaco di Venezia come contropartita non sembra soddisfare la Lega. E addirittura c’è chi ipotizza che “non è escluso che la Lega possa correre anche da sola”. Per Fratelli d’Italia un nome alternativo a Zaia ci sarebbe già, ed è quello di Luca de Carlo.

Nel campo largo del centrosinistra, il Pd non solo può rivendicare la “riconquista” dell’Umbria, ma anche il pieno di voti a discapito del M5S. Che per vincere in Umbria si sia dovuti ricorrere ad una sindaca democristiana, antiabortista, cattolica ma filo-israeliana, non sembra sconvolgere nessuno a sinistra.

Sullo sfondo del centrosinistra c’è poi la “rogna” del terzo mandato di De Luca per la regione Campania. Lo “sceriffo di Salerno” non intende mollare la presa per le elezioni regionali del prossimo anno, mentre il PD nazionale gli chiede di farsi da parte rischiando di perdere il governo regionale. È la resa dei conti tra “cacicchi” e nuova leadership piddina, una incognita di prima grandezza in un sistema che sui poteri e i potentati locali fonda molto del suo rapporto di “fidelizzazione” con la ormai metà dell’elettorato. Le elezioni regionali sono lì a dimostrarlo.

Fonte

19/11/2024

Elezioni regionali in Emilia Romagna: tra l’astensionismo e gli accordi del partito unico, si fa strada la voce di chi lotta

I risultati di queste elezioni ci danno una serie di conferme.

La prima è che una percentuale enorme di elettori di questa regione non si sente rappresentata dal partito unico della guerra, degli appalti, del cemento, dell’autonomia differenziata. L’astensionismo che supera il 52% è più che un sintomo: è un chiaro messaggio al sistema politico del bipolarismo contro il quale abbiamo lottato durante la campagna elettorale, il quale ci dice che il loro mondo non è più in grado di dare risposte alle centinaia di migliaia di cittadini che non sono andati a votare.

Con oltre 270.000 voti persi dalla coalizione e dal suo candidato presidente De Pascale, il quadro si conferma: il Patto per il Lavoro e per il Clima è crollato con le alluvioni, con gli omicidi sul lavoro, con la privatizzazione della sanità, con il sistema degli appalti.

Le prime parole che De Pascale ha detto subito dopo aver avuto la conferma dell’elezione, peraltro, sono molto indicative: mettere da parte le differenze e cominciare un vero dialogo con il governo per risollevare le sorti della regione colpita dal disastro climatico. La proposta è, ancora, la gestione commissariale in mano al Presidente. Un atteggiamento in assoluta continuità con il passato.

In questo quadro, però, vediamo con ottimismo il risultato ottenuto dalla nostra lista. Pur non essendo sufficiente ad assicurare un seggio che rappresentasse quanti abbiamo incontrato nelle lotte e in questa campagna elettorale, siamo in crescita rispetto alle liste a sinistra della coalizione del PD alle scorse regionali. Siamo l’unica lista, rispetto alla tornata precedente, ad aver aumentato non solo in termini percentuali ma anche in termini assoluti il consenso ricevuto.

Questo non vuol certo dire che abbiamo raggiunto un traguardo, ma ci dice che si aprono degli spazi possibili per l’alternativa, e su questa consapevolezza d’ora in poi dobbiamo e vogliamo lavorare!

Abbiamo fatto una campagna elettorale coraggiosa, in cui abbiamo portato i temi e le lotte al centro del dibattito, e vogliamo ringraziare tutte e tutti coloro che hanno usato il loro voto per dare un segnale che un’alternativa in questo “sistema Emilia-Romagna” c’è e si deve rafforzare. Nonostante non abbiamo raggiunto la soglia di sbarramento, il candidato presidente Federico Serra e alcune candidature di rottura hanno saputo raccogliere un consenso indicativo e molto superiore rispetto al nostro recente passato.

Per noi le elezioni sono un passaggio, che però ci indica la direzione. E la direzione è quella della lotta, della costruzione di legami con coloro che ogni giorno si impegnano per resistere al disastro ambientale, alla cementificazione, che si ribellano a salari da fame e allo sfruttamento, che rifiutano gli alibi dei tagli ai servizi pubblici che nascondono gli effetti dell’economia di guerra.

Non saremo dentro l’assemblea regionale, ma continueremo a fare opposizione nelle strade, e a costruire, giorno per giorno, un’alternativa al sistema politico, e un’alternativa di società.

Fonte

31/10/2024

Democrazia truccata

Il fatto che la maggioranza dei cittadini liguri abbia deciso di non votare in elezioni regionali, che pure erano state convocate per il collasso giudiziario della giunta precedente, non ha sollevato alcuna discussione nel sistema politico e nel suo corrispettivo mediatico.

Quello che a me pare il fatto più importante è diventato il tenue, scontato sfondo di analisi e proposte che stanno tutte dentro quel 46% che è andato alle urne. È meglio Renzi di Conte, o magari Grillo? E a Meloni va bene di vincere con percentuali dimezzate per il suo partito? E che faranno Schlein e Bonaccini, litigheranno? E Bonelli e Fratoianni per quale larghezza del loro campo tifano?

Politici e giornalisti di palazzo, cioè quasi tutti, si occupano del campo sempre più ristretto degli elettori attivi, il resto non interessa davvero. Del resto i politologi liberali hanno a lungo definito la riduzione della partecipazione al voto come il necessario effetto di un democrazia soddisfatta e matura. Non so se lo pensino ancora, certo che la nostra nostra democrazia più che matura sembra sempre più marcia.

Oggi non è la soddisfazione pacificata che riduce la partecipazione al voto, ma il suo esatto opposto, l’insoddisfazione rabbiosa e al tempo stesso rassegnata sulle possibilità di cambiare qualcosa della propria condizione ingiusta. È il popolo che in maggioranza non va più a votare, perché si sente sempre più suddito di decisioni immodificabili e non cittadino con diritti da rivendicare e far valere.

Oggi nella politica domina il vecchio acronimo di Margaret Thatcher: TINA, there is not alternative, non c’è alternativa.

Non c’è alternativa alla guerra e al genocidio, non c’è alternativa all’austerità economica, non c’è alternativa alla catastrofe ambientale. Chi propone vere alternative su questi temi vitali è subito tacciato di essere fuori dal mondo, ridotto ad un ruolo minoritario e, se protesta troppo, severamente punito. La competizione ammessa è quella tra chi si contende la migliore esecuzione della stessa politica, o al massimo la sua variante più mediatica.

È ovvio che la minoranza conservatrice e reazionaria, in questo campo ristretto, finisca per essere maggioranza o per dettare l’agenda alla maggioranza. Pensiamo alla questione dei migranti in Europa e negli Stati Uniti, dove è la destra reazionaria e razzista a spostare continuamente verso il fascismo la risposta ad una gigantesca questione sociale, con le forze liberal-democratiche che affannosamente inseguono.

L’Italia era il paese dove si votava di più quando c’era il più grande partito comunista dell’Occidente, ora è il paese dove si vota di meno. Nessun paese democratico ha avuto un crollo come il nostro nella partecipazione alle elezioni.

Pensiamo poi al fatto che è proprio alle elezioni regionali e per i comuni delle grandi città che vanno meno persone a votare. Ma come, la Regione ed il Comune sono le istituzioni più vicine ai cittadini, si occupano di tanti aspetti della loro vita quotidiana, eppure sono vissute come le più lontane?

Si chiamavano una volta enti locali, proprio per sottolinearne la maggiore prossimità verso le persone rispetto alle istituzioni nazionali. Ora un presidente di regione appare più distante di un presidente del consiglio. E adesso vogliono anche aggiungere l’orrore dell’autonomia differenziata.

La realtà è che la politica locale è ancora più imbragata di quella nazionale, che almeno a volte può fuggire nelle suggestioni. Negli enti locali domina brutalmente il partito unico degli affari, del cemento, delle privatizzazioni e dei tagli ai servizi sociali.

Avete capito che differenza ci fosse tra Bucci e Orlando, sulle dighe, sulle gronde, sul turismo, sulla casa, sulla sanità, sugli appalti? Io no e secondo me nemmeno la maggioranza degli elettori. La verità è che in questo campo ristretto della politica sono in tanti a salire più o meno metaforicamente sugli yacht degli armatori, anche quando non si commettono reati.

E così alla fine il cane si morde la coda: una politica sempre più escludente che viene sempre più esclusa dall’interesse dei cittadini. E al palazzo politico mediatico va bene così, altrimenti oggi avremmo riunioni su riunioni dei partiti per capire le ragioni dell’astensione, mentre gli inviati di giornali e tv sarebbero nei quartieri popolari a chiedere chi e perché non vota.

Invece non gliene importa niente. Anzi questo sistema è il loro migliore prodotto.

Hanno varato una miriade di regole burocratiche per impedire agli outsider di candidarsi. Poi hanno innalzato sbarramenti per essere eletti. Poi hanno costruito clientele e fedeltà e le hanno difese con montagne di soldi, senza i quali la campagna elettorale è proibitiva. Poi hanno i mass media e infine la selezione più radicale, quella del maggioritario. Si vota solo per chi può vincere, non per chi ti possa rappresentare meglio.

La democrazia è truccata e a chi è privilegiato dai trucchi va bene così.

Nasce però una domanda: c’è un limite oltre il quale il sistema entri in contraddizione con se stesso, una riduzione della partecipazione al voto tale da mettere in crisi il potere?

Nel suo romanzo distopico “Saggio sulla lucidità” José Saramago racconta della capitale di uno stato posta sotto assedio militare dal governo, perché alle elezioni non aveva partecipato nessuno. Arriveremo a questo? Magari no, però sarebbe ora di mettere la partecipazione al voto al centro delle preoccupazioni di chi si ritenga ancora un democratico.

Prima di tutto bisognerebbe buttare a mare il maggioritario e ripristinare il proporzionale, con vere pari condizioni per tutti i partecipanti: dovrebbero essere i cittadini a selezionare con il voto chi deve rappresentarli, non chi è già nelle istituzioni e nei mass media e vuole escludere tutti gli altri.

Solo per questa via si ricostruirebbe una politica in grado di misurarsi sulle alternative reali e non su quelle finte. Solo per questa via la destra conservatrice e reazionaria sarebbe ricondotta alle sue proporzioni reali.

Ma so perfettamente che nessuno dei principali partiti sarà mai disponibile a cambiare il sistema da cui trae alimento. Attendiamo dunque, e magari operiamo per, la crisi inevitabile di questo sistema; fino ad allora il massimo di solidarietà a chi, pur sapendo che sarà sconfitto, partecipa testardamente alle elezioni per affermare i principi di una vera democrazia.

Fonte

01/08/2024

Liguria: l’astensione sarà il convitato di pietra

Elettrici ed elettori liguri saranno chiamati alle urne entro il prossimo mese di ottobre in seguito alle dimissioni del Presidente coinvolto in una vicenda giudiziaria salita agli onori di tutte le cronache con il conseguente scioglimento del consiglio regionale.

Si tratterà di una prova molto significativa da un particolare punto di vista: quello della partecipazione al voto.

Non ci saranno rendite di posizione, considerata la situazione in atto.

L’elettorato ligure esce sfiancato da questa vicenda e l’Ente Regione rimane un oggetto misterioso per la gran parte di elettrici ed elettori anche perchè il principale (e quasi esaustivo) fattore di “ricasco pubblico” rimane quello della crisi della sanità pubblica attribuita (giustamente) al favore che la Regione riserva alla Sanità Privata.

La situazione particolare di Liguria elezioni 2024 porta però alla necessità di impostare una campagna elettorale imperniata su:

a) dagli atti fin qui portati avanti dall’autorità giudiziaria appare rilevarsi il profilo di un vero e proprio “sistema di potere” collocato ben al di fuori da un contesto di esercizio della responsabilità democratica. Le scelte fin qui compiute dal Presidente della Regione Liguria nel corso del suo mandato hanno avuto l’evidente destinazione proprio del consolidamento di questo sistema di potere attraverso scelte di carattere corporativo sia sul piano economico sia sul piano delle destinazioni territoriali (ultima in ordine di tempo ma non ultima per importanza quella della destinazione della nave rigassificatorice a Vado Ligure);

b) Abbiamo di fronte un caso “nazionale”. Per quanto descritto fin qui dalla Magistratura ci troviamo di fronte ad una faglia molto più sottile di quella classicamente rappresentata dalla dazione di tangenti che un tempo confluivano genericamente nello “scambio politico”: un filone del tutto interno al mutamento di indirizzo nella concezione di divisione del potere e di annullamento del confine tra pubblico e privato.

La maggioranza uscente in Regione Liguria ha tentato di giocare la carta di affiancamento della tecnocrazia con il populismo senza colore politico, cercando anche di portare questo schema secondo la magistratura comune anche ad altre amministrazioni locali a dimensione nazionale, ma il tentativo è fallito piuttosto miseramente e non soltanto a causa del consueto intervento “supplente” da parte dell’autorità giudiziaria.

Le elezioni saranno probabilmente decise dalla dimensione che assumerà la crescita del tasso di astensione che dovrebbe essere rivolto prevalentemente a destra: le forze del centro – sinistra chiamate a presentare un’alternativa dovranno cercare prima di tutto di chiamare a raccolta i propri sostenitori “storici” attraverso una definizione molto netta dell’impianto progettuale tra pubblico e privato (sanità/portualità) e nei riferimenti della dimensione territoriale tra Genova e il resto della Regione: è possibile nella situazione attuale della Liguria che la vittoria di una candidatura si determini “in discesa”, tra che perderà meno voti rispetto alla diserzione dalle urne che tenterà molti.

In ogni caso si tratterà di un passaggio di grande interesse per l’insieme del sistema politico italiano.

Fonte