Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Rappresentanza politica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Rappresentanza politica. Mostra tutti i post

16/07/2026

Proletari senza rivoluzione: il Paese parallelo che non ci crede più

di Alessandro Robecchi

C’è un numerino niente male, scritto in piccolo, tipo i bugiardini delle medicine, in fondo alle colonne dei sondaggi. Non lo legge mai nessuno: tutti troppo impegnati a scrutare il più-zero-virgola-uno di questo e il meno-zero-virgola-due di quell’altro, come fosse una corsa di cavalli. Lunedì scorso quel numerino nascosto diceva: “Non si esprime: 27 per cento”.

Ora, lasciamo perdere per un momento la credibilità di un sondaggio a cui più di una persona su quattro risponde “Non mi rompa i coglioni”, la fotografia è abbastanza credibile, visto che poi, quando ci sono le elezioni, quelli che non vanno a votare sono molto più del 27 per cento, sarebbero in effetti il partito di maggioranza relativa e anzi quasi assoluta.

Invisibili.

Se ne parla per qualche giorno, ci si strappa un po’ i capelli proforma, si deplora e poi si vota la volta successiva e gli invisibili sono sempre lì: semplicemente gente che non crede che mandare al governo questo o quell’altro cambierà qualcosa, avrà una qualche ricaduta sulla sua vita, sulla sua condizione, sul suo presente e sul suo futuro.

Ora, questa faccenda dei cittadini invisibili è piuttosto clamorosa, e si intreccia con altre centinaia di migliaia, milioni, di invisibili, di cui ci si occupa quando ogni tanto una ricerca, un rapporto, uno studio ci rivelano quel che sappiamo e fingiamo di non sapere: che una moltitudine di cittadini, italiani e non, vive ai margini, sopravvive in condizioni pietose, sotto la soglia di povertà, esclusa da diritti elementari come lo studio, l’abitazione, il cibo addirittura, per non dire del diritto a curarsi.

L’accusa, si sa, è quella di qualunquismo: se non voti poi non puoi lamentarti, e cose così, che è il prototipo perfetto del dito e della Luna. Si guarda il dito (i cattivoni che non vanno a votare) e si ignora la Luna: cioè il fatto che una notevole fetta della popolazione costituisce l’esercito del lavoro sfruttato, precario, sottopagato, ricattabile.

Dice un recente studio di Polis Lombardia, per fare un esempio, che il 18,8 per cento di chi lavora nella ridente città di Milano – ah! Il modello Milano, che sciccheria! – è sfruttato ai limiti dello schiavismo: dalla filiera della moda alla logistica, dai rider ai fattorini e all’edilizia, dalle finte cooperative allo sfruttamento tout-court.

Duecentomila persone, come minimo, che non hanno alcuna speranza di migliorare la propria condizione. Molti stranieri, molti italiani.

Attenzione: non si dice qui che il quaranta e più per cento di chi si astiene alle elezioni sia lumpenproletariat che possiede solo gli occhi per piangere (variante: ha da perdere solo le sue catene), ma è abbastanza certo che tutta quella componente della società, gli schiavi, non lo fa, non ci crede, non si fida, per il semplice fatto che sa perfettamente che non sarà la vittoria di questo o di quello a cambiare le sue sorti.

Per farla breve, quello che si scambia per un errore del sistema è il sistema, e senza lo sfruttamento selvaggio del lavoro il Paese non sarebbe quello che ci dicono, e Milano non sarebbe la Milano che si decanta come esempio da seguire.

Invisibili ma utili. Buoni per lo scandalo di un quarto d’ora – signora mia! – poi basta. Anzi: farabutti, non vanno a votare! Colpa loro! Che insensibili qualunquisti!

In sostanza, cornuti e mazziati, e tutti gli altri col naso in su a guardare le piramidi, senza un pensiero minimo a chi le ha tirate su, da schiavo invisibile, da eterno perdente, da proletario senza rivoluzione.

Fonte

14/07/2026

La posta in gioco con la nuova legge elettorale

Truccare continuamente le regole del gioco per consentire la vittoria sempre agli stessi interessi. Sembra essere questa la principale preoccupazione alla base della ennesima nuova legge elettorale, la quarta da quando è stata imposta la fine del sistema proporzionale su cui si era retta la definizione della rappresentanza politica nella Prima Repubblica.

Poi, su indicazione dei poteri forti, in nome della governabilità a tutti i costi e della cosiddetta alternanza, era stato introdotto il sistema maggioritario (lo stesso della ‘Legge Acerbo’ introdotta dal fascismo con la complicità dei liberali). Emblematicamente, questo cambiamento della legge elettorale compariva tra le priorità anche del progetto della P2 di Licio Gelli.

Era il 1993 quando venne approvato il Mattarellum che consentì a Berlusconi di vincere nel 1994 le prime elezioni con il nuovo sistema elettorale che porta il nome dell’attuale Presidente della Repubblica (il che non va certo a suo onore), un sistema che introduceva il maggioritario, eliminava le preferenze e il sistema proporzionale, alzava al 4% la soglia di sbarramento per accedere al Parlamento che prima era del 1,5%.

La rappresentanza democratica assicurata dalla Prima Repubblica veniva così smantellata in nome della cosiddetta “modernizzazione” del sistema imposto dalla gerarchizzazione a livello europeo.

L’obiettivo era costringere i partiti a formare delle coalizioni e consegnare una ampia maggioranza a quella vincente, eliminando la possibilità per i cittadini di poter indirizzare il proprio voto alle liste o ai candidati preferiti, costringendoli a votare per quelli indicati dai partiti nei vari collegi.

Poi venne il Porcellum nel 2005 o, significativamente, la “Porcata”, come la definì il suo estensore, il leghista Calderoli. Prevedeva un premio di maggioranza e liste bloccate, ma venne dichiarata parzialmente incostituzionale nel 2014.

Questa legge elettorale doveva consentire alla coalizione di destra guidata da Berlusconi di rimanere al governo di fronte ai sondaggi negativi, operazione che non riuscì solo per un soffio nelle elezioni del 2006 che portarono al secondo governo Prodi. La soglia di sbarramento veniva confermata al 4% per i partiti esterni alle coalizioni.

Il Porcellum venne sostituito dal Rosatellum nel 2017 che prende il nome dal suo relatore Ettore Rosato – senatore renziano niente affatto malvisto né dalla destra né dal Pd – entrata in vigore per le elezioni politiche del 4 marzo 2018 con un sistema misto maggioritario-proporzionale e la ridefinizione di tutti i collegi elettorali.

Con il Rosatellum la soglia di sbarramento per le liste indipendenti dalle coalizioni è scesa dal 4 al 3%. Questa legge elettorale – attualmente in vigore – si è rivelata un vero e proprio rompicapo il cui unico scopo era ridurre gli effetti dell’avanzata elettorale del M5S.

Il Rosatellum ha diviso l’Italia in centinaia di piccole zone, assegnando a ognuna un seggio. I votanti di quella zona eleggono un candidato e chi ottiene la maggioranza, anche relativa, si prende tutto. La coalizione di destra nel 2022 ha potuto approfittare del fatto che centrosinistra e M5S si sono presentati divisi e ha potuto così prendersi decine di seggi ottenendo in alcuni casi poco più del 35% dei voti.

Se oggi si votasse ancora con il Rosatellum, il timore della destra al governo è quella di una situazione di sostanziale pareggio con la coalizione del campo largo o, stando agli ultimi sondaggi, una vittoria del centrosinistra. Per chiarezza occorre dire che è fondamentalmente impossibile prevedere il numero di seggi assegnati con il Rosatellum attraverso i sondaggi a disposizione, proprio per il peso dei collegi uninominali.

Ora, solo otto anni dopo il Rosatellum, vogliono imporre appositamente una nuova legge elettorale che sta per concludere il suo percorso parlamentare. Il testo è arrivato alla Camera nella giornata di ieri e il dibattito in aula riprende oggi 14 luglio, dopo che è scaduto il termine per presentare gli ultimi emendamenti.

Al momento il problema da risolvere, per la maggioranza, rimane la divergenza sulle preferenze, su cui Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia non sono d’accordo.

Questa legge prevede un premio di maggioranza di coalizione al 42%, pari al massimo al 55% dei seggi; un proporzionale puro, senza collegi uninominali; una soglia di sbarramento sempre al 3% per le liste indipendenti e al 10% per le coalizioni; l’indicazione del candidato presidente del Consiglio. Su questi punti non ci sono divergenze all’interno della maggioranza di governo.

Nel frattempo occorre rammentare che la stupidità iconoclasta del M5S ha portato nel 2020 alla riforma costituzionale che ha visto la riduzione del numero di parlamentari che possono essere eletti, senza risparmi apprezzabili sui costi della politica ma, “in compenso”, con una ulteriore riduzione della rappresentanza.

Dunque negli ultimi trenta anni il sistema politico di potere ha continuamente modificato – o, per meglio dire, truccato – le regole del gioco elettorale nel nostro Paese. Lo ha fatto in nome del dogma della “governabilità” ma in realtà lo ha fatto in obbedienza al “pilota automatico” introdotto dai vincoli esterni e dai trattati internazionali – dalla Nato alla Ue – in materia di economia e politica estera.

È un sistema gerarchico dall’alto contro il basso che non prevede e non cerca più il consenso popolare, al contrario.

Di conseguenza c’è ormai un convitato di pietra che tutti rimuovono, ossia il fatto che da quando è stata introdotta la nuova legge elettorale nel 1993, il numero di partecipanti alle elezioni ha cominciato a diminuire costantemente e sistematicamente, fino ad arrivare al dato che solo la metà scarsa degli elettori si reca ormai alle urne, violando così profondamente ogni principio di rappresentanza democratica.

Giocare con e contro queste regole truccate non è affatto facile, è bene saperlo.

Fonte

28/05/2026

Lo spazio elettorale avvelenato

Ad ogni tornata elettorale sentiamo ripetere gli stessi discorsi, gli stessi annunci trionfali, le stesse giustificazioni di prammatica per risultati deludenti. Nella cosiddetta o sedicente “sinistra radicale” l’arrampicata sugli specchi è pratica così consolidata da apparire ormai una seconda natura.

Forse è il caso di provare a tirare qualche coordinata per inquadrare innanzitutto lo stato della “democrazia liberale ” nell’emisfero occidentale e quindi le “leggi non scritte” che la regolano, in modo da definire anche meglio il margine di reale “contendibilità” dello spazio elettorale.

Innanzitutto andrebbe fatta chiarezza sulla differenza gigantesca tra “spazi” sociali e “spazi” politici, che in genere vengono considerati pressoché coincidenti, con appena qualche specificità “tecnica” particolare.

Prendiamo la domanda che angustia ogni soggetto politicamente attivo a sinistra: com’è possibile che il malessere sociale, o addirittura la contrarietà aperta alle politiche dei vari governi (le stesse, ricordiamo, al di là delle diverse coalizioni), non si traduca in consensi anche elettorali per l’opposizione (qualunque essa sia)? Oppure, ed è una domanda simile, come mai il risultato referendario non si è riversato sulle recenti elezioni comunali?

Si può facilmente notare che già nel porre la domanda si presuppone un qualche automatismo tra “spazio sociale” – il malessere economico ed esistenziale di gran parte della popolazione – e “spazio elettorale”, passando per la sovrapposizione indebita di quest’ultimo con lo “spazio politico”. Ossia come se tutta la politica potesse o dovesse coincidere con la partecipazione alle elezioni.

E invece stiamo parlando di “spazi” tra loro molto diversi. Quello sociale è il mondo degli interessi delle varie classi, ceti, figure più o meno definite, che nel loro insieme costituiscono la popolazione. Interessi ovviamente diversi e contrastanti, spesso contrapposti o addirittura antagonisti, che quasi sempre risultano poco o nulla soddisfatti sia dalle politiche governative che da quelle sovranazionali (europee, per lo più).

La rappresentanza diretta di questi interessi è affidata a sindacati, associazioni di ogni tipo, ecc.. Un tempo queste rappresentanze fungevano da “cinghia di trasmissione” con la politica, ovvero con partiti strutturati a livello territoriale per realizzare nei limiti del possibile quegli interessi attraverso progetti di riforma o gestione delle amministrazioni pubbliche (Stato, regioni, comuni, ecc.). La maggiore o minore forza elettorale consentiva, oppure no, di farli pesare nelle scelte dello Stato.

In quel mondo – quello dello “stato sociale” keynesiano – il legame tra interesse sociale, proposta politica e verifica elettorale era palese, avvertito, leggibile. Poi, certo, c’erano tutti i problemi relativi alla buona o pessima rappresentanza degli interessi, la corruzione, il “tradimento dei chierici”, ecc., ma i tre “spazi” potevano sembrare così interconnessi da risultare praticamente uno solo. Organico.

La reazione neoliberista, in tutto l’Occidente, ha rotto definitivamente quello schema. Gli unici interessi legittimi che lo Stato deve soddisfare sono quelli delle aziende, o meglio ancora dei “mercati”.

Le rappresentanze devono compatibilizzare le attese delle figure sociali con politiche di “riforma” che non possono più modificare. I partiti sono fungibili e indistinguibili quanto a “programmi”, differendo tra loro soltanto per aspetti marginali o “culturali” (la “sicurezza” contro i “diritti civili”, la “famiglia tradizionale” contro quelle “arcobaleno”, ecc.). Le elezioni sono campagne pubblicitarie dove vince chi ha più soldi da spendere o già controlla i media (do you remember Berlusconi?).

Una dimostrazione veloce. Qualche giorno fa, in Kentucky – stato Usa tradizionalmente repubblicano – il governatore uscente Thomas Massie, un “libertariano” ostile a Trump, è stato sconfitto nelle primarie che dovevano decidere chi sarebbe stato il prossimo candidato del Grand Old Party alle elezioni di metà mandato, a novembre.

Il suo competitor era uno sconosciuto ex militare dei Navy Seal, Ed Gallrein, che però ha avuto a disposizione decine di milioni di dollari investiti su di lui dallo stesso Trump e dall’Aipac (American Israel Public Affairs Committee), un fondo che finanzia l’affermazione di politici totalmente favorevoli ad Israele.

Non stiamo parlando delle elezioni vere e proprie, ma solo della “competizione interna” a uno dei due “partiti” ammessi alle elezioni. Eppure sono volati milioni di dollari.

Prima conclusione. Le idee e i programmi non contano nulla, e neanche la notorietà del candidato (Massie era molto popolare, nel mondo “Maga”), decide solo la potenza della pubblicità, e dunque dei soldi.

Scendendo in Italia, vediamo come i media (il principale vettore della “pubblicità regresso”) stiano coccolando amorevolmente la resistibile ascesa di un ex generale fascista, Vannacci, garantendogli fin dall’inizio una copertura mediatica sproporzionata rispetto al suo peso politico. Di fatto, lo hanno “inventato” come soggetto politico. Lo stesso si può dire di Calenda e Renzi, che era arrivato alla segreteria del Pd e di lì a Palazzo Chigi sostanzialmente attraverso lo stesso “meccanismo elettivo”.

Queste – e decine di altre – piccole verifiche portano a dire che lo spazio elettorale è uno spazio avvelenato, dove chi non ha milioni da spendere per l’“autopromozione”, o non può – per gli interessi che intende rappresentare – trovare uno “sponsor mediatico gratuito”, è programmaticamente fuori dalla competizione.

Non basta. Anche le regole elettorali stesse – persino negli Usa, dove sono costanti da oltre un secolo – vengono modificate in corso d’opera per assicurare, nei limiti del possibile, il risultato voluto da chi già comanda, non certo di affermare la “volontà popolare”.

Qui da noi, come sappiamo, ogni governo fa una legge elettorale nuova per potere esser certo di rivincere, anche se poi di solito neanche ci riesce. Ma l’obbiettivo costante è sempre far fuori le “nuove proposte”, bloccando l'“alternanza” ai soliti noti... 

In questo quadro disperante, l’unica via che potrebbe portare una sinistra effettivamente antagonista ad un’affermazione anche sul piano elettorale passa da tutt’altro percorso. Non breve.

Lo “spazio sociale” è infatti praticamente infinito. Nel senso che gli interessi delle classi e dei ceti popolari non hanno una rappresentanza organizzata credibile. Qui la difficoltà sta tutta nella scarsità attuale delle forze sindacali, associative, di movimento, ecc., orientate all'“alternativa”.

Stanno crescendo, e questa è un’ottima notizia. Riescono a catalizzare il malessere e l’indignazione in giornate di grande mobilitazione popolare – tra fine settembre ed ottobre 2025, su Gaza e la Flotilla – ma non esistono scorciatoie per abbreviare i tempi o tradurre gli sforzi in effetti anche organizzativi pressoché immediati.

Lo “spazio politico”, di conseguenza, si va allargando, ma ancora lentamente. La situazione internazionale e quella sociale interna offrono occasioni enormi e momenti di riflessione importanti per arrivare a definire una proposta politica capace di raccogliere “consensi di massa” che abbiano una qualche stabilità.

Ma tutto ciò – è meglio saperlo, per non restare fatalmente delusi – non garantisce ancora uno “spazio elettorale” decente. Per raccogliere bisogna prima seminare e curare la crescita della “pianta”.

Fonte

09/04/2026

Gli anni della ricostruzione

di Giovanni Izzoli

Bellissima vittoria referendaria. Euforia post-depressione. La discesa in campo della generazione Gaza. La politicizzazione del malessere sociale. La riattivazione delle classi popolari. La stupenda mobilitazione No Kings. Tanta roba, certo, ma la domanda adesso è: di tutto questo, che ne facciamo? Dall’autunno antisionista alla primavera anti-Meloni il clima nel Paese è cambiato, su questo non c’è dubbio. Ma senza la grondaia che raccolga la pioggia, senza un impianto che la canalizzi e senza un invaso che la trattenga, l’acqua evapora e si perde.

È chiaro che adesso il “caso italiano” si sta collocando più nella dimensione politica che in quella sociale. Cioè, non si può più parlare di un presunto ritardo della società rispetto alle urgenze del presente, ma al contrario c’è una movimentazione sociale ricca e plurale che si scontra con una inadeguatezza evidente dell’offerta politica.

Perché il “ciclo di marzo”, così come quello d’autunno, manifesta un divario enorme tra la potenza sociale che evocano piazze e urne referendarie, e le pallide figurine progressiste che salgono su palchi improvvisati fingendo di rappresentare quelle realtà. È evidente che il cosiddetto centrosinistra – che ogni giorno manifesta una crepa o un imbarazzo nuovo, su questo o quel tema – non riuscirà mai a rappresentare quei quattordici milioni di italiani che hanno scelto il referendum per dare un calcio a Meloni. E questo vale persino per quelli che li votano, che ormai lo fanno obtorto collo e senza alcuna aspettativa realistica.

Manca la politica, dunque. Manca la visione complessiva, manca la proiezione del movimento sociale sul terreno politico generale, manca un dispositivo che sappia condensare i forti elementi di critica anti-liberista e anti-bellicista che sono già presenti nell’immaginario diffuso del “popolo della sinistra”, evitandone la dispersione o il velleitarismo.

Ricette in tasca non ne ha nessuno, sia chiaro. Gli sforzi di tutti sono ben accetti e utili, per quanto parziali. Ma l’impressione è che senza un protagonismo dei territori – in termini di radicamento reale e di consistenza organizzativa – operazioni di altro segno, calate dall’alto, sono destinate a dimostrarsi effimere o velleitarie. La politica anticapitalistica è fatta di corpi, non di eventi. Corpi che si riconoscono e si organizzano. Soggettività che sono in grado di esprimere egemonia “in casa loro”, nelle arene di prossimità in cui vivono le forme della convivenza e della loro riproduzione sociale.

Mentre i grandi eventi nazionali sono i segnalatori del clima sociale, i territori costituiscono il retroterra, la miniera, il serbatoio di queste energie. Grandi sfilate romane ne abbiamo prodotte a iosa, in questi anni, anche nei momenti peggiori: ma è la trama del quotidiano, quella che intercorre tra un evento e l’altro, a fare la differenza nella competizione contro le destre. Cosa rappresentiamo sui territori? Come e quanto interagiamo con i punti di crisi – povertà urbana, aziende in crisi, caro affitti e caro-vita, militarizzazione delle forme sociali – che costellano il nostro vissuto, i nostri quartieri? E sul tema guerra/riarmo/genocidio, le nostre batterie sono sempre cariche, o inseguiamo freneticamente scadenze e suggestioni? E questa attività sul territorio sociale, di che strumentazione organizzativa si dota? Non è un dettaglio o una fregola “organizzativistica”. È una rappresentazione adeguata quella di una pletora di collettivi e gruppetti, magari in concorrenza tra loro, senza una lettura unitaria delle cose, senza una sigla che si ponga come riferimento per la società civile del territorio, senza un minimo di strutturazione che identifichi questa soggettività e la renda attrattiva per le persone in libera uscita da vecchie appartenenze?

Riusciamo ad aprire una fase costituente in cui la rappresentanza sociale sui territori riesce a darsi forme, visibilità, una continuità di presenza e iniziativa, al di là dei comitati di scopo? Non abbiamo bisogno di sfornare altri partitini iper-rivoluzionari (quelli che ci sono bastano, avanzano e speriamo non facciano troppi danni). Abbiamo piuttosto bisogno di veri organismi popolari di massa. Che pesino, che facciano ombra alle istituzioni e le pieghino a una qualche forma di nuova decretazione dal basso. Che siano di per sé deterrenti di fronte a qualsiasi tentazione repressiva. Questo chiede la fase.

E delle marionette del centrosinistra che ne facciamo? Niente. Lasciamole a interpretare la loro parte. Non pretendiamo di spaccare né lasciamoci dividere da politicismi di serie B. Dalle forze politiche attuali non c’è niente di buono da aspettarsi e un governo alternativo alle destre “purché sia” sarebbe la peggiore iattura.

Siamo in una fase eroica, storica, in cui bisogna ricostruire su macerie epocali lasciate dalle democrazie liberali. Useremo per ricostruire anche i materiali di risulta che restano sul terreno, come l’uomo ha sempre fatto per millenni. Cerchiamo di unire i dispersi e i confusi, senza appiccicare loro etichette. Offriamo argomenti e forza agli scettici. Non diamo aut aut velleitari a persone che vogliono solo essere ascoltate e organizzate, non catechizzate.

Oggi, contro la società di guerra, è necessario il fronte popolare largo. Dandosi, certo, qualche linea rossa da non parlare con chi in parlamento si astiene in merito al ddl Romeo sull’antisemitismo.

Fonte

25/11/2025

Regionali: valanga astensionista. Quali interrogativi per l’alternativa?

A scrutinio concluso per le tre tornate elettorali che hanno interessato le regioni Veneto, Campania e Puglia, si possono fare valutazioni più puntuali di quelle possibili ieri, sia perché i dati sono definitivi, sia perché indicazioni più generali è bene trarle a mente fredda. E il primo elemento da sottolineare è la portata dell’astensionismo, ma anche il precipitato politico.

Ieri e l’altroieri erano coinvolti oltre 12 milioni di aventi diritto, ma negli ultimi due mesi sono state sette le regioni a rinnovare i proprio organi. Tolta la Valle d’Aosta (che fa intorno ai 120 mila abitanti e vive dinamiche a sé, dovute pure allo statuto speciale), sono stati dunque circa 19 milioni gli italiani chiamati al voto.

Marche, Calabria, Toscana, e infine Veneto, Campania e Puglia. Una fetta importante dell’elettorato del nostro paese, che costituisce un campione rappresentativo dell’intera penisola, sia per provenienza geografica, sia estrazione sociale. E quello che emerge in maniera netta è che più di un italiano su due non vota più, senza eccezioni “locali”.

Controllando i dati su Eligendo o su siti affini, queste sono le percentuali dei votanti: Marche 50,01%; Calabria 43,15%; Toscana 47,73%; Veneto 44,65%; Campania 44,10%; Puglia 41,83%. Nella maggior parte delle regioni si sono perse percentuali a due cifre, fino al -16% in Veneto.

La metà della popolazione italiana non trova più alcun rappresentante politico: non parliamo più neanche di adesione “ideologica”, ma è lo stesso “voto di opinione” che ormai sta scomparendo, come hanno evidenziato persino alcuni politici o commentatori mainstream. Il popolo non ha più interesse a esprimere nemmeno un’opinione contingente, perché evidentemente lo ritiene inutile; lo scollamento tra classe politica e “rappresentati” appare irreversibile.

Ormai, a votare sono solo le consorterie, le filiere clientelari, quegli agglomerati sociali più o meno organizzati in soggetti portatori di interessi specifici, non generali, che trovano nei politici di turno (o più spesso in gruppi di potere che sono un “usato garantito”) la propria espressione.

Tutta la dimensione della rappresentanza politica si esaurisce ormai in una sorta di “voto di scambio” un po’ più generalizzato, ma che riguarda ad ogni modo solo una fetta minoritaria della popolazione. Gli interessi di tutti gli altri non hanno rappresentanza, come previsto da un sistema costruito per garantire “la stabilità” eliminando gli interessi – e i soggetti – “disturbanti”.

Questa consapevolezza pone interrogativi significativi anche a chi vuole organizzare un’alternativa indipendente, rompendo il “bipolarismo obbligato” che immobilizza lo scenario politico, dove a prendere davvero le decisioni sono i funzionari che gestiscono i vincoli esterni e interni a UE e NATO (ancora meno “contendibili” democraticamente di quelli che siedono in Parlamento e nei consigli regionali).

L’unica proposta in questo senso che è andata vicina a eleggere qualcuno, in queste tornate elettorali, è stata la lista Toscana Rossa, formata da Potere al Popolo, Rifondazione Comunista e Possibile, dove pende peraltro un ricorso perché la candidata presidente ha superato la soglia di sbarramento al 5%, ma la lista l’ha solo sfiorata.

Bisogna però anche evidenziare che questa impasse sociale e politica non si risolve con le scorciatoie “legali”, neanche con una legge elettorale proporzionale. Se le condizioni generali rimangono le stesse, una riforma del genere porterebbe semmai a una polverizzazione della rappresentanza nei collegi eletti.

Senza poi dimenticare che non sempre le liste create intorno alle scadenze elettorali sono costruite da soggetti realmente “alternativi”, ossia con un’ipotesi fondata sull’indipendenza politica (anche dal “campo largo”) e sulla necessità della rottura con il quadro dei vincoli sopra accennato.

A ridosso delle mobilitazioni oceaniche che hanno attraversato il paese per settimane e settimane tra settembre e ottobre abbiamo scritto che si erano rotti gli argini della passività delle masse popolari. Che in milioni erano scesi in piazza, magari per la prima volta, e che lo hanno fatto non su di un interesse particolare, legato magari al proprio portafoglio, ma su di una questione certamente umanitaria come un genocidio, ma riguardante il posizionamento internazionale dell’Italia: una questione eminentemente politica.

Allo stesso tempo, anche queste elezioni dimostrano come tutte queste persone possono pure aver preso le strade, ma sono le stesse che ancora non sono spinte a mettere nero su bianco, con una croce, la propria approvazione a chi quelle piazze oceaniche le ha promosse e organizzate. Magari apprezzano il lavoro di alternative genuine e coerenti come quelle promosse da Potere al Popolo, ma non le vedono ancora come una rappresentanza credibile dei propri interessi politici.

Cosa rimane, dunque, alla fine di queste regionali? Abbiamo già detto che, se le condizioni rimangono immutate, non c’è una soluzione “facile”. Il tema per un’alternativa è allora quello di cambiare le condizioni, e questo può essere fatto solo con il lavoro paziente e di lungo respiro nel rapporto di massa con i settori popolari. Qualcosa che si sta già facendo, altrimenti quelle mobilitazioni di massa non ci sarebbe state, ma che ha i suoi tempi di maturazione.

In questo senso, va riportata la giusta posizione espressa da Giuliano Granato, candidato presidente di Campania Popolare. Intervistato dal Tg regionale, ha innanzitutto evidenziato che, anche se il risultato è ancora negativo, i dati di Potere al Popolo sono in crescita.

Ma non si è fermato alla fotografia dei numeri: ha ribadito che la forza di questa alternativa è il fatto che, già da oggi, sono di nuovo in piazza al fianco delle lotte, come quella degli ispettori del lavoro. “La battaglia elettorale è un pezzo”, ha specificato, “poi ci sono le battaglie della vita quotidiana, in cui saremo sempre presenti”.

Questa dichiarazione risponde proprio a quel “lavoro paziente” citato sopra. Che significa organizzare dal basso le persone, mantenendo una prospettiva generale di cambiamento della società. Significa anche costruire alleanze sociali sempre più solide, come quella che si è delineata tra studenti e lavoratori negli ultimi anni. Significa saldare questo nuovo blocco sociale e politico nelle piazze. Significa dare continuità a tali percorsi e indirizzarli contro il governo (ora Meloni, domani chissà).

Lo spazio per la politicizzazione dei vari interessi particolari, per un loro allineamento in un blocco sociale con una prospettiva politica più generale c’è: è dato dalla crisi economica ed egemonica, dalla mancanza di margini di trattativa, dall’incombere della guerra.

La loro organizzazione politica è un lavoro quotidiano che deve creare un nuovo “legame sentimentale”, che non è una presa di posizione emotiva ma, al contrario, l’auto-riconoscimento di far parte di un gruppo sociale, e che i suoi interessi sono rappresentati in maniera generale da un determinato schieramento politico. Su questa strada c’è molto da lavorare, ma c’è anche terreno fertile per farlo.

Fonte

16/10/2025

People have the power


È ora di bussare forte al portone del potere. Mai come oggi – da qualche decennio a questa parte – la frattura tra classe dirigente (multinazionali, imprese, banche, classe politica, ecc.) e popoli è stata così evidente e netta.

Una frattura sottolineata non solo dalla dimensione delle manifestazioni contro il genocidio, le politiche guerrafondaie e il riarmo, l’impoverimento crescente dei ceti popolari fino al “ceto medio”, ma anche dalla riduzione ai minimi termini della partecipazione al rito elettorale.

Se fosse necessario lo stesso quorum preteso per i referendum (50% più uno) non ci sarebbe più una sola votazione valida. Europee, Marche, Calabria e persino la Toscana hanno registrato votanti nettamente inferiori alla metà degli aventi diritto.

È una sentenza: la rappresentanza politica non è più credibile per la maggioranza dei cittadini.

Chi vota ancora lo fa – in parte decrescente – per un residuo bisogno di esprimere almeno un’opinione, oppure perché è vincolato a clientele da cui ottiene, o spera di ottenere, qualche vantaggio personale o familiare. Gli altri possono anche stare a casa, tanto i loro interessi generali non trovano un riferimento attendibile.

Il voto in Toscana non cambia di molto questa valutazione, anche se il risultato di Antonella Bundu è stato decisamente straordinario (5,2%), proprio perché non esiste alcun automatismo tra ritorno della partecipazione alle mobilitazioni e risultati elettorali.

Giustamente lei stessa ha chiarito che “qualche persona magari ha fatto un collegamento” tra scendere in piazza e scegliere Toscana Rossa nell’urna. Ma la stragrande maggioranza dei milioni che hanno bloccato tutto il 22 settembre e poi di nuovo il 3 e il 4 ottobre è da tempo indifferente ai riti della politica istituzionale, percepita come distante e soprattutto nemica.

E quindi ci troviamo davanti a un bel paradosso da risolvere, se si vuol mettere insieme un progetto di alternativa complessiva – valoriale, ideologica, sindacale e politica – in grado di rovesciare l’assetto dominante in questo paese e in questo declinante continente.

Da un lato abbiamo visto il ritorno prepotente dell’indignazione di tanti che hanno voluto dire addio all’individualismo impotente degli ultimi 30 anni. Non si blocca un porto o una stazione o una tangenziale da soli. Tanto meno l’intero paese. Occorre essere in tanti, con un briciolo di organizzazione e un forte comun sentire. Tanti da scoraggiare in partenza qualsiasi malintenzionata repressione poliziesca, che resta lì, sempre pronta, in mano a governi terrorizzati.

Dall’altro, questa voglia di contare e mettersi insieme non ha a disposizione, per il momento, forme e strumenti per farsi valere al di fuori del puro manifestare.

La sfida è ovviamente molto più ampia. La “crisi della democrazia rappresentativa” non si risolve inventando un’altra lista da esporre sullo scaffale dell’“offerta politica” e che verrebbe guardata come tutte le altre. Se in tutto il mondo euro-atlantico la situazione è praticamente identica questo indica la fine di uno storico sistema politico-giuridico nato per ricondurre ogni conflittualità sociale dentro un quadro di compatibilità previste e che nessuno può pensare di infrangere, per quanto radicali siano le istanze che rappresenta.

L’Unione Europea e i suoi trattati vincolanti incentrati sul controllo dei bilanci statali hanno segnato il punto più alto di questo ferreo controllo di classe su ogni possibilità di cambiamento, sia pure solo “riformista” (l’esperienza della Grecia nel 2015 è esemplare).

Il trasferimento della “sovranità” dai popoli ai “mercati” ha certificato, nello stesso tempo, la sottrazione della decisione politica ai mutevoli equilibri sociali, svuotando così di senso ogni processo elettorale, a prescindere dai diversi sistemi (guardate la Francia, per decenni indicata come esempio di “stabilità bipolare”).

Che voti a fare Tizio o Caio se il programma di governo – curiosità locali a parte – non può cambiare mai?

Sembrava perfetto. In alto i tecnoburocrati raggiungibili solo dalle lobbie multinazionali e a seconda della loro potenza; in mezzo gli amministratori nazionali (regionali, comunali, circoscrizionali) vincolati con trattati non rivedibili; sotto tutti gli altri, comunque la pensassero e comunque si organizzassero.

La crisi economica, i salari in drastico calo, il welfare sempre più rachitico, hanno prodotto a lungo solo un mugugno impotente. La guerra alle porte e soprattutto il genocidio in diretta tv hanno fatto saltare il coperchio e l’ebollizione sociale è tornata a manifestarsi.

Gaza ci ha fatto vedere l’orizzonte verso cui tutti noi siamo nei fatti diretti. Ognuno di noi ha potuto riconoscersi in quella massa disperata e meravigliosa che persino sotto le bombe e la fame si comporta da popolo in lotta, non da individui con il prezzo incollato sulla fronte (i collaborazionisti, come ovunque, non sono mancati, ma finiscono tutti nello stesso modo).

Ognuno di noi ha perciò potuto imparare a dire basta, a muoversi, a sollevare lo sguardo dallo smartphone e scoprire lo sguardo dei nostri simili. Riconoscersi come essere umano e misurare la distanza siderale da “definisci bambino”. E riconoscere in quell’abiezione il risultato di un suprematismo razzista che è contemporaneamente anche un “razzismo di classe” che da secoli divide gli umani in “eletti” e “sacrificabili”.

È tutto in nuce, allo stato aurorale, certo. Ma già irriducibile ai tentativi di recupero verso una “normalità” che non risulta fisicamente possibile.

Non a Gaza o in Cisgiordania, dove Israele e i suoi coloni fremono per riprendere la mattanza e il furto di terra. Non nei programmi di riarmo che spudoratamente chiedono di eliminare la spesa sociale per nutrire quella militare, così da portarci il prima possibile nelle condizioni di Gaza, o peggio. Non nelle normali “relazioni industriali”, dove le imprese continuano a chiedere aiuti per sé e a rifiutare qualsiasi aumento salariale.

Non è questa la “normalità vivibile” che può far rientrare nelle case le coscienze che si sono sollevate per un moto di indignazione incontenibile. Va avanti la logica guerrafondaia e genocida, e quindi andrà avanti quel movimento. Fatto dopo fatto, orrore dopo orrore, traendo forse più forza ogni volta.

Ascoltare e supportare, sperimentare forme organizzative a ogni livello (quelle territoriali sono indispensabili, ma da sole non basterebbero), sviluppare visioni e culture convergenti, all’altezza della cambiamento radicale – davvero epocale – che l’inversione della direzione del mondo richiede.

Allargare le alleanze sociali e politiche che si sono fin qui create, favorire ogni processo aggregativo che non perda il senso totalmente alternativo di questa esplosione sociale improvvisa.

Un blocco sociale potenzialmente egemone non si aggrega e organizza da solo, ma non tollera nuove gabbie già preparate per altre stagioni. Si può e si deve provare anche la sfida della rappresentanza politica, ma non come fine in sé. Non esistono più, infatti, “deleghe in bianco” rilasciate su base puramente ideologica o simbolica.

Quando un popolo, un “blocco sociale in formazione”, torna a voler dire la sua, non si accontenta di parole prese in prestito. Cerca quelle che lo fanno esprimere appieno e riconosce solo chi parla la stessa lingua.

Hic Rhodus, hic salta.

Fonte

11/06/2025

C’era una volta il referendum

Dare una valutazione del già noto, o comunque previsto, non è esaltante. Che un referendum, in Italia, non abbia più alcuna possibilità di raggiungere il quorum – e dunque raggiungere un risultato purchessia – è una realtà così scontata da dover scoraggiare ogni tentativo in questa direzione.

Si mescolano inevitabilmente considerazioni “strutturali” e di tipo legal-costituzionale (sono due cose diverse, e sempre di più), tutte comprensibili e persino vere.

È certamente vero che un referendum può certificare solo un determinato rapporto di forza sociale, ossia la presenza o meno di movimenti di massa molto ampi che abbiano un chiaro e diretto interesse a raggiungere quel risultato. È avvenuto per il divorzio, l’aborto, la scala mobile (con esito disastroso), l’acqua pubblica. Oggi i movimenti sono dimensionalmente troppo esigui, e quindi non si può surrogare “l’interesse materiale” con la generica “opinione”.

È certamente vero che, come fanno notare i più consapevoli, gran parte dell’elettorato è ormai politicamente analfabeta, non ha più idea delle cose per cui vota. Non era così in tempi ormai sepolti, quando grandi organizzazioni di massa (partiti, sindacati, associazionismo politicamente motivato) mediavano quotidianamente la tensione tra bisogni e opinioni, e visioni del mondo. Ed è inutile piangerci sopra o peggio pensare che lo strumento – il referendum, appunto – possa di per sé risvegliare una consapevolezza che ben pochi provano a far crescere, da decenni.

È certamente vero che l’anima “oppositrice” della Cgil si risveglia dal torpore solo avanti a un governo di destra, mentre ricade in catalessi sotto un governo “amico” e persino sotto quelli “tecnici”. Ma questo l’hanno capito proprio tutti, almeno tra chi lavora (e questi ultimi non son neanche la maggioranza degli aventi diritto al voto).

È certamente vero che centrosinistra e centrodestra giocano da decenni la partita del qualunquismo motivato, disincentivando in ogni modo la partecipazione politica e riducendo i momenti elettorali a risultato di campagne di televendita più o meno efficaci (con risultati ovviamente alterni, in linea con le leggi della “concorrenza”).

È certamente vero, infine, che il quorum del 50% più uno è stato pensato in un’epoca di grande partecipazione alla lotta politica, quando i votanti alle elezioni superavano il 90%. Mentre oggi, se si dovesse applicare il quorum anche alle elezioni politiche, avremmo un Parlamento vuoto.

Ma tutte queste considerazioni risultano ben poco esaustive davanti all’involuzione “democratica” dell’Occidente neoliberista. Che non è un modo di dire da costituzionalisti pignoli, ormai, ma la realtà esplicita – e rivendicata dai governanti – della “democrazia liberale”.

Gaza e Los Angeles mostrano in diretta televisiva ciò che cresce sotto la coltre retorica di parole che non hanno più alcun rapporto con la realtà effettiva.

E se il genocidio dei palestinesi, che ha sdoganato la “banalità dell’orrore” come pratica “tollerabile”, può ancora apparire come una questione “tra popoli diversi” (anziché come politica coloniale di rapina e sterminio), è dalla California che arriva forse il segnale più chiaro di dove stia portando la crisi dell’Occidente.

La regione più multietnica di un paese nato sul genocidio dei nativi e l’immigrazione coloniale diventa teatro di una “guerra civile” non più tanto “strisciante”. I margini si restringono e la loro appropriazione diventa privilegio di sempre più pochi. L’aggressività imperialista, perciò, si introverte all’interno. Il “fronte” è anche dentro, non solo “fuori”.

Quella – questa – è la parte di mondo in cui ci è capitato di vivere oggi. Non la cambieremo con un referendum...

Fonte

14/02/2023

L’invasione delle faccette nere

Se in Lombardia ha votato solo il 41,68 per cento degli aventi diritto e nel Lazio appena il 37,20, chi ha vinto e cosa ha vinto?

Ha vinto la smania del potere, per acchiappare posti di comando, non di governo regionale, per il semplice motivo che non ne ha autorevolezza, non ha ricevuto un mandato sufficientemente democratico. Non sarà il governo della cosa pubblica, ma il potere di tutela degli interessi lobbistici, oligarchici e corporativi, che è esattamente la cifra politica dell’attuale governo nazionale.

La destra si sentirà autorizzata a infestare enti regionali e a favorire appalti e subappalti per rafforzare il proprio potere, basato sul trucco delle percentuali e non sull’effettivo largo consenso, che i numeri assolutamente gli negano.

Quanto alla cosiddetta opposizione, la sconfitta è più che concreta: confrontate con i numeri reali, le percentuali sono sbriciolate in numeri risibili.

La democrazia rappresentativa non rappresenta che una minoranza. Il sistema politico è collassato. Il governo centrale e quello delle due più importanti regioni italiane hanno perso l’ancoraggio con la realtà sociale.

L’astensione non è stata una rinuncia, è una vera e propria sentenza di condanna senza appello, pronunciata dai ceti sociali penalizzati dalla pandemia prima e ora dall’inflazione prodotta dalla guerra.

Ci aspetta una lunga stagione di rabbia e rancore, non più controllabile né dalla debolezza programmatica, oltre che di leadership del PD; né dai 5S, che hanno creduto nella rendita di posizione e giocando di rimessa, ci hanno clamorosamente rimesso; men che meno dal cosiddetto terzo polo cui il ceto medio ha letteralmente e definitivamente girato le spalle.

Il partito di Meloni non ne esce più forte, solo più vorace: in Lombardia e nel Lazio piazzerà più fedelissimi in regione, di quelli più graditi ai palazzinari e ai ras della Sanità, alle camarille neocorporative.

Così la faglia tra ceti sociali si allargherà ancora, la coesione sociale verrà compromessa, i principi della democrazia verranno piegati agli interessi oligarchici: già oggi la distanza tra i poteri e la vita collettiva si è irrigidita, è diventata fastidio, disapprovazione, repulsa.

Per chi voglia mettere mano a una alternativa credibile per un cambio di prospettiva, c’è un vero e profondo lavoro politico da mettere in campo.

Fonte

06/12/2022

Unione Popolare avvia il percorso costituente

Unione Popolare ha tenuto ieri a Roma una assemblea nazionale con l’obiettivo di consolidare il percorso convergente avviato a luglio da Potere al Popolo, Rifondazione Comunista, Dema e ManifestA insieme a Luigi De Magistris. Per sentire e vedere gli interventi clicca QUI.

La costruzione di un soggetto unitario, messo subito alla prova da un test elettorale non lusinghiero ma prevedibile, corrisponde sicuramente ad una esigenza molto diffusa di rappresentanza politica delle istanze popolari e di sinistra nel paese, ma si trova inevitabilmente ancora a fare i conti con la propria dispersione ed anche residui di subalternità.

Rispondere a questa esigenza e provare a costruire un soggetto politico ed un percorso, alternativo nei contenuti e nelle forme al quadro politico esistente, è la sfida che Unione Popolare si è trovata davanti in questi mesi. L’assemblea di ieri ha provato a definire meglio sia i primi che le seconde. Tra le parole “simbolo” segnalate da diversi interventi c’era la conquista della credibilità e la scelta del coraggio, quest’ultimo richiamato tra l’altro da un compagno palestinese.

Dopo la relazione introduttiva di Luigi De Magistris, si sono riuniti quattro gruppi di lavoro (lavoro, ambiente, guerra e pace, democrazia e diritti) che hanno poi resocontato in assemblea plenaria la sintesi della discussione e le proposte emerse.

“Dobbiamo essere la più radicata e forte opposizione sociale al governo di destra e alle politiche neoliberiste. Unire il popolo italiano, contro oppressori e sfruttatori, per costruire politiche di pace contro le guerre, per la giustizia sociale, economica e ambientale, contro autonomia differenziata ed attacco alle classi deboli e agli oppressi del sistema“ ha affermato de Magistris nella sua introduzione.
“È venuto il momento di lottare per unire movimenti, associazioni, reti civiche, collettività ed individualità per avanzare verso la rottura del sistema e la costruzione dell’alternativa” – ha sottolineato l’ex sindaco di Napoli – “Inizia così, con oggi, con forza e passione, la fase costituente di Unione Popolare che si concluderà nei prossimi mesi con la previsione di un congresso”.

Se già nei gruppi di lavoro tematici si sono registrati decine e decine di interventi e contributi, anche nell’assemblea plenaria ci sono stati numerosi interventi che hanno manifestato le diverse sensibilità sull’agenda politica e le caratteristiche alle quali dovrebbe aderire la costruzione di Unione Popolare.

“Un soggetto politico indipendente e alternativo” per Giuliano Granato di Potere al Popolo che ha anche sottolineato la manifestazione popolare e sindacale del giorno prima come terreno naturale di interlocuzione di Unione Popolare, “uscire dal recinto come alcuni ci invitano non significa andare a parlare con altri microgruppi per fare l’unità della sinistra, noi dobbiamo andarci a riprendere la nostra gente che questi recinti non sa neanche che cosa sono”.

A insistere sul nesso tra lavoratori e politica come esigenza forte di rappresentanza fino ad oggi disattesa si è soffermato Guido Lutrario di USB evidenziando come "se i lavoratori non riconquistano una loro organizzazione indipendente non c’è riscatto neanche su quel piano culturale che viene spesso evocato”.

Maurizio Acerbo del PRC ha sottolineato come proprio “a causa della debolezza del conflitto abbiamo bisogno di recuperare visibilità sul piano politico”.

Simona Suriano ha tirato le conclusioni ricordando come “l’impianto liberale e atlantista non è mai stato messo in discussione anche dai governi precedenti”.

La ex deputata di ManifestA ha sottolineato come “sulla guerra è difficile dimenticare chi ha votato l’invio delle armi in Ucraina” con un esplicito riferimento al pacifismo tardivo del M5S di Conte. “Dobbiamo provarci a costruire questa forza alternativa che non sia solo di opposizione ma che abbia la sua proposta di governo del paese”.

Per avviare e gestire il percorso costituente Unione Popolare si è dotata di un coordinamento di 60 persone che dovranno cominciare a “istruire il processo” sia sulla definizione dei contenuti prioritari che delle forme organizzative per cominciare ad agire concretamente nell’agenda politica del paese.

Fonte

19/08/2022

La campagna elettorale più finta che sia mai esistita

Non è difficile vedere che tutto l’agitarsi dei vari protagonisti ufficiali della cosiddetta “politica” italiana avviene intorno al nulla. Fioccano naturalmente le promesse e i “programmi”, ma tutti sanno – anche gli elettori, ormai – che si farà quello che viene consentito dai vincoli europei. Cioè poco, se va bene, o il contrario, com’è più probabile.

Non a caso il presunto leader più spianato sull’”agenda Draghi” (che è la sintesi delle direttive europee per proseguire il percorso fissato dal Next Generation EU) aveva aperto la campagna del Pd su ius soli, cannabis e altri diritti civili che dovrebbero essere scontati in una “società liberale”. Ma che soprattutto non costano nulla in termini di finanza pubblica o, tanto meno, privata.

Dall’ultradestra ringraziano, proponendo un ritorno al bigottismo sull’aborto o alla “difesa della razza”, mentre sul piano economico promettono di tutto (pensioni minime a mille euro, flat tax, azzeramento della riforma Fornero sulle pensioni, azzeramento del reddito di cittadinanza, ecc).

Non serve uno scienziato per cogliere le assurdità intrinseche di questo ciarlare da cialtroni.

Abbassare le tasse significa ridurre le entrate dello Stato; e raddoppiare le pensioni minime (come sarebbe peraltro sacrosanto...) significa aumentare le spese. Le due cose insieme sono impossibili, anche senza ricordare la scure europea che pende sulle decisioni nazionali che vanno a toccare il bilancio (e il debito).

Si potrebbe andare avanti a lungo, ma sarebbe inutile fare solo brevi accenni polemici. Vedremo di entrare nel merito nel corso delle prossime settimane da qui al 25 settembre...

I sondaggi chiariscono invece al meglio la “condizione strutturale” in cui è ridotta la competizione politica in questo paese e in tutto l’Occidente neoliberista.

Vengono “sondaggiati” infatti soltanto alcuni soggetti scelti ad insindacabile giudizio del “sistema di potere”, legittimati non dalla capacità di rappresentare settori sociali diversi (o insiemi di settori) ma dalla presenza mediatica.

Abbiamo per esempio una strabordante presenza di due personaggi socialmente insignificanti, come Calenda e Renzi, che nonostante il battage pubblicitario martellante non riescono a raccogliere più del 5% delle intenzioni di voto (gli incerti o tendenzialmente astenuti viaggiano tra il 30 e il 40%...).

Idem dicasi per molti altri gruppuscoli di notabili (Bonino, Toti, Lupi, Di Maio, Fratoianni, Speranza, ecc.) che servono come foglie di fico “alternative” per le esigenze dei gruppi maggiori di mostrarsi capaci di creare “campi larghi”.

Stiamo evidentemente parlando di un gruppo di complici intercambiabili, in competizione tra loro solo per guadagnare posizioni nella graduatoria di “affidabilità” a poteri che sono fuori (e più importanti) del Parlamento ed anche del Paese.

Poteri che controllano i principali gruppi mediatici, cui è affidata la selezione dei “candidati affidabili”, mentre gli altri sono semplicemente ignorati (a parte poche comparsate occasionali in orari improbabili per dare comunque l’impressione del “pluralismo”).

In questo modo “la politica”, e soprattutto il rito elettorale, viene ridotto a marketing da supermercato. Gli elettori-consumatori vengono instradati a comprare (votare) un prodotto soltanto perché “visto in televisione” (i giornali, com’è noto, non li legge più nessuno...). Con buona pace della funzione di “rappresentanza politica” che gli eletti dovrebbero poi esprimere.

La conferma viene dal mercato delle vacche che, in tutti i gruppi in competizione, ha deciso le candidature su collegi ingranditi dalla riduzione dei parlamentari. Quasi da nessuna parte sono stati candidati “espressione del territorio”, travolti dalla necessità di ospitare “personaggi centrali” che devono per decisione divina essere presenti nel prossimo Parlamento.

Il che, naturalmente, è la dimostrazione del fatto che l’attuale “classe politica” è scelta al di fuori dei vecchi meccanismi di selezione dei “rappresentanti del popolo” (diversi per classi sociali e valori di riferimento).

Ed anche quando il malessere sociale individua delle “alternative”, per quanto vaghe e improbabili (è il caso dei Cinque Stelle nel 2018), scattano immediatamente una serie di meccanismi costrittori che dividono, scompaginano, comprano (in senso letterale) i nuovi “rappresentanti” di quel malessere, riconducendoli nell’alveo dei “politici mainstream”. Il riferimento a Di Maio è solo uno delle centinaia possibili...

Il tutto, è necessario ricordarlo, mentre si addensano una marea di problemi difficilissimi da risolvere sul piano economico, ambientale, climatico, finanziario, produttivo, sociale, ecc., che faranno della “stagione autunno-inverno” un campo di battaglia sociale e politico di prima grandezza. E che seppellirà tutte le chiacchiere di questi giorni nell’ignominia…

In questo quadro il tentativo di Unione Popolare merita attenzione per quanto saprà fare per sovvertire questa logica, mettendo al centro gli esclusi dalla società che vengono – naturalmente – esclusi anche dal novero dei soggetti che hanno “diritto di parola in politica”. E quindi sulle scelte generali del Paese.

“Eleggere” uno o più parlamentari in questa lista, insomma, servirà per rendere visibili gli interessi degli esclusi (lavoratori, pensionati, giovani, studenti, disoccupati, migranti, ecc.).

Sarà una battaglia controcorrente, non una passeggiata in favore di telecamera...

Fonte

13/08/2022

Perchè il presidenzialismo è una farsa

L’incapacità del Parlamento di eleggere il nuovo Presidente della Repubblica ha dato il via alla più semplicistica delle soluzioni. Ora l’Italia è piena di commentatori che ripetono la battuta più facile: se i parlamentari non riescono a eleggere il Presidente la prossima volta facciamolo eleggere direttamente dai cittadini.

Da come l’argomento viene presentato sembra che qualcuno (non si sa chi) o qualche organo costituzionale (non si sa quale) ponga all’attenzione del popolo una rosa di nomi (individuata non si sa da chi) al cui interno il popolo possa scegliere il candidato preferito. Come al Premio Strega o in qualche gioco televisivo. Questo avviene solo nel mondo dei sogni.

L’elezione diretta del Presidente esige una campagna elettorale in cui entrino in gara vari candidati. Tralasciamo qui per ora tutte le complicazioni relative a come avvengano selezione delle candidature e voto. Comunque sia il candidato eletto alla fine sarà il rappresentante di una parte, quella che l’avrà eletto prevalendo sulle altre candidature. Non potrà essere in alcun modo la figura di garanzia disegnata dalla Costituzione. E sarà invece, a quadro istituzionale immutato, il soggetto di un conflitto di potere con il Presidente del Consiglio. La Repubblica Presidenziale non è uno scherzo. E si dovrà chiedersi e scegliere quale tipo di Repubblica Presidenziale.

Chi oggi parla a vanvera dovrebbe farsi carico anche di spiegare ai cittadini che passare dalla Repubblica Parlamentare a quella Presidenziale significa cambiare la forma di Stato. Significa decidere che il governo non è formato nel e dal Parlamento ma è emanazione diretta o indiretta del Presidente. Significa stabilire criteri di bilanciamento dei poteri in grado di limitare il superpotere del Presidente. A meno che nello sbracamento generale non si voglia rinunciare anche a questa elementare garanzia.

È vero che il Parlamento ha dato pessima prova di sé. Ma le difficoltà che l’hanno portato a questa impotenza non sono istituzionali o costituzionali. Sono solo brutalmente politiche. Nascono dalla mancanza di qualità dei parlamentari, dai modi sbagliati con cui vengono selezionati, dallo loro disponibilità a obbedire ciecamente al leader di turno che li ha fatti eleggere, dalle leggi elettorali che fanno eleggere solo gli obbedienti, da leggi che, col premio di maggioranza, attribuiscono seggi a chi non li ha conquistati col voto e quindi falsano la rappresentanza politica, e infine dalla rappresentanza politica falsificata che svuota la sovranità popolare.

Fonte

07/07/2022

Politica senza popolo, l’ora della resa dei conti

Le fibrillazioni ricorrenti all’interno delle cosiddette formazioni politiche a sostegno del governo Draghi hanno inevitabilmente qualcosa di comico. Un dato che non deriva soltanto dalla scarsa autorevolezza dei presunti “leader” – mai così bassa da almeno 30 anni – ma soprattutto dall’evidente inutilità del loro arrabattarsi per ritagliarsi un ruolo da “protagonisti”.

È atteso per oggi, ad esempio, l’incontro fra il presidente del Consiglio, Mario Draghi, e Giuseppe Conte. Il leader del M5S chiederà al consiglio nazionale un mandato pieno a discutere con l’ex presidente della Banca centrale europea. Ma per pretendere cosa?

Ci si arriva sulla base delle “rivelazioni” fornite dal sociologo Domenico De Masi a proposito di una “pressione” esercitata proprio da Draghi su Beppe Grillo per rimuovere l’avvocato di San Giovanni Rotondo da “capo politico” dei Cinque Stelle.

All’interno del Movimento – di ciò che ne resta, anche a livello parlamentare – starebbero crescendo le insofferenze per una situazione asfissiante, per i “grillini”, costretti a dare l’assenso a decisioni che Draghi prende di concerto con la Commissione Europea (il PNRR è la versione specificamente italiana del Recovery Fund, e ogni rata del programma di prestiti è condizionata a “riforme” indicate dalla UE).

Tutte o quasi in aperto contrasto con le promesse “identitarie” del Movimento (dal reddito di cittadinanza al bonus 110%, ecc.). Una condizione che fa prevedere agevolmente la scomparsa o quasi dei Cinque Stelle dal prossimo Parlamento.

Per uscire da questa strettoia l’unica soluzione logica sarebbe l’uscita immediata dal governo Draghi, per provare a recuperare un minimo di credibilità come forza di opposizione. Ma su questa ipotesi è già calata la mannaia del PD, che con Franceschini e lo stesso Letta hanno già annunciato che, in caso di uscita dal governo, non ci sarà più alcuna alleanza elettorale tra le due formazioni. Con ovvie conseguenze sul numero di eletti...

Lo stesso problema c’è anche nella Lega, dove un “capo assoluto” ormai in disarmo viene strapazzato dai suoi stessi ministri e “governatori” regionali, assai più sensibili alla funzione governante che non alla campagna elettorale continua.

Sembra la solita solfa, ma quel “Basta con i rivoluzionari da Scuola Radio Elettra” lanciato da Giorgetti è un missile definitivo contro la storica pretesa leghista di “rappresentare altro”, visto che il più noto diplomato alla suddetta scuola è stato Umberto Bossi.

Eppure tutto questo sbattersi e dilaniarsi non significa concretamente un tubo.

L’unica conseguenza reale è lo sfarinamento dei “partiti”, in primo luogo di quelli che avevano provato a raccogliere il malcontento popolare (a cavallo di piccola borghesia e qualche settore operaio) con due diverse versioni del “populismo”.

Non che le altre formazioni stiano meglio.

Siamo di fronte ad un apparente paradosso: si moltiplica “l’offerta politica”, sotto forma di partitini raccolti intorno a personaggi mediatizzati appositamente (ospiti fissi di talk show o iper-seguiti su Twitter), ma contemporaneamente evapora il seguito popolare (dunque anche elettorale) della “politica” nel suo insieme.

L’astensionismo, che coinvolge ormai oltre il 50% degli aventi diritto, è qualcosa di più di un malessere passeggero. E l’identica sorte – non per caso – tocca ai media di regime, mai così in basso come credibilità. Ma soprattutto come vendite (vedi il grafico).


Il noto “scollamento tra classe politica e paese reale” – un mantra ripetuto a pappagallo da tutti gli ospiti dei talk show, specie se giornalisti o direttori di giornale – è in realtà uno scollamento abissale tra classe dirigente e paese reale.

Del resto, se le istanze popolari vitali – salario, reddito, sanità, servizi di base, casa, pensioni, bollette, un diverso modo di vivere, ecc. – non sono più per principio rappresentabili dentro un qualsiasi governo nazionale, salta quella storica funzione svolta proprio da partiti e sindacati: “corpi intermedi” tra la società nel suo complesso e le decisioni politiche di governo.

La “centralità delle imprese” ha eliminato dal gioco gli altri interessi sociali. E la supervisione europea – a cominciare dalle politiche di bilancio – ha sostanzialmente eliminato la discrezionalità dei governi nazionali in materia economica (ed ora, con la guerra, anche militare).

Abbiamo dunque un pulviscolo di innumerevoli formazioni “leadristiche” che si candidano – inutilmente e in-credibilmente, visto che sono tutte ugualmente “di centro”, ossia pro-imprese e per lo status quo – a rappresentare qualcosa che non possono più rappresentare.

Saltata la mediazione politica tra interessi sociali diversi, sostituita da una governance presuntamente “tecnica”, salta anche il legame con il “paese reale”.

Restano un po’ di clientele (cui guardano con molta attenzione i “politici” locali) e un enorme lavoro di “distrazione di massa”, per cui vengono finanziati media che non hanno più un mercato.

Un po’ poco per gestire il malessere sociale innescato da un’inflazione ormai sopra l’8%, che si mangia uno stipendio l’anno.

È finito il tempo della politica come semplice “comunicazione”, quando giocare alle elezioni significava solo cercare gli slogan migliori. Torna – proprio come la guerra – il brutale conflitto tra forze sociali, molte delle quali prive di qualsiasi rappresentanza o con organizzazioni ancora inadeguate alla bisogna.

Contano i numeri che si possono muovere, non gli slogan o i “nomi”. Governare senza il popolo e contro il popolo non può mai durare a lungo. Ma chi si oppone non può più muoversi dentro gli schemi che ci ha consegnato il trentennio della sconfitta operaia. In autunno sarà bene muoversi con questa consapevolezza...

Fonte

27/06/2022

Alle comunali vince chi non vota

Inutile seguire i titoli dei giornali sui risultati dei ballottaggi. L’unico vero vincitore è stato l’astensionismo, visto che alle amministrative del 12 giugno ha votato il 54,73% del corpo elettorale, un italiano su due, mentre ieri si è recato alle urne il 42% degli aventi diritto.

Se i propagandisti della democrazia liberale fossero sinceri dovrebbe essere questa la loro prima preoccupazione. Ma se ne fregano ampiamente. Anche se votasse soltanto il 5% per loro sarebbe uguale. Anzi, meglio, perché il controllo sarebbe ancora più preciso.

Sul piano numerico si potrebbe dire che il centrodestra ha comunque ottenuto una mezza vittoria. Nei capoluoghi di regione ottiene infatti 3 sindaci, il centrosinistra soltanto 1.

Anche nei capoluoghi di provincia il centrodestra ottiene più sindaci – 13 – mentre il centrosinistra 10, le liste civiche 3.

Ma rispetto alle precedenti elezioni l’arretramento è evidente: il centrodestra aveva ottenuto 17 sindaci, il centrosinistra 5, le liste civiche 4.

Vanno stavolta al centrodestra Palermo, Lucca, Belluno, Barletta e conferma i comuni di Genova, L’Aquila, La Spezia, Pistoia, Asti, Rieti, Frosinone, Oristano, Gorizia.

Mentre il centrosinistra può vantare quelli di Catanzaro, Lodi, Alessandria, Parma, Piacenza, Verona, Monza e conferma i comuni di Padova, Taranto e Cuneo.

Ma è indubbiamente Verona il risultato meno atteso (prima del primo turno), perché una città storicamente “nera” vede prevalere Damiano Tommasi, ex calciatore della Roma e della nazionale, chiamato al tempo “il chierichetto” per la sua religiosità e le buone maniere.

Però il centrosinistra che esulta per questa vittoria deve pur sempre registrare che Tommasi ha rifiutato di prendere la tessera del Pd ed ha preteso che nella lista non comparisse nessun simbolo di partito. Insomma, ha vinto lui nonostante le formazioni che lo sostenevano.

Peggio ancora a destra, dove il suicidio è stato clamoroso, con il divorzio violento tra il sindaco uscente, Sboarina, sostenuto da Lega e Fratelli d’Italia, e il suo predecessore Tosi, passato nelle fila dei berlusconani.

Un divorzio che ha attraversato non solo i gruppi dirigenti, ma anche l’elettorato, che ha rifiutato l’apparentamento e il “voto utile”.

Ma il giudizio politico generale deve essere necessariamente un altro. La verifica del distacco tra classe politica e popolazione sta diventando clamorosa. Se tre elettori su cinque si disinteressano del voto più “di prossimità” che ci sia, quello comunale, vuol dire che quasi nessuno crede più che si possa incidere sulle politiche o almeno le decisioni amministrative minori.

Il voto comunale è roba che riguarda ormai soprattutto gruppi di interesse, clientele, possibili scambi di favori, oltre a una quota sempre minore di “voto d’opinione”. Ma neanche su questo piano riesce più ad essere attrattivo.

La destra in particolare, con le sue divisioni, è la fotografia della “borghesia nazionale” italica, quella che vive o sopravvive con un business che non va al di là dei confini nazionali o regionali, priva di qualsiasi visione che ecceda i limiti di quel business.

Non a caso sono i giornali del grande capitale sovranazionale – Repubblica, Stampa, Corriere – a gioire per “l’avanzata del centrosinistra”, la “sconfitta del populismo” e banalità similari.

Ma entrambi gli schieramenti, che pure convivono allegramente nel governo Draghi, sanno benissimo che i margini di azione loro concessi sono strettissimi, perché le grandi scelte politiche avvengono da tempo fuori dai luoghi che loro frequentano o possono conquistare.

Come ci capita spesso di dire, il potere politico non abita più a Palazzo Chigi, e tanto meno in Campidoglio o a Palazzo Marino (Roma e Milano, insomma). Un potere reale irraggiungibile dagli elettori, e costitutivamente indifferente all’opinione e agli interessi delle classi popolari.

Ma questa consapevolezza viaggia ormai anche a livello di massa e si traduce nella frase che tutti noi ci sentiamo ripetere quando pure tentiamo di smuovere l’apatia popolare: “tanto non cambia niente”.

È il punto di non ritorno di una crisi di legittimità delle istituzioni che non può essere superata da “discorsi” o “narrazioni” volontaristiche. Solo un conflitto sociale effettivamente radicale – incentrato cioè sui temi vitali della condizione popolare (lavoro, salario sufficiente, casa, sanità, carovita, scuola, pensioni, ecc.) – può restituire “alla gente” la consapevolezza di poter “cambiare le cose”.

E dunque anche fare del rito elettorale, in determinate condizioni, un momento di lotta politica, anziché una stracca verifica dell’efficacia del marketing elettorale.

Fonte

03/05/2022

Il campo pacifista squarcia l’ipocrisia dei guerrafondai

Pare essere riuscita oltre le aspettative la manifestazione “La Pace Proibita” messa in piedi lunedì sera a Roma da Michele Santoro e Vauro Senesi. Non solo c’era il pienone nella sala del Teatro Ghione ma ci sono state migliaia e migliaia di persone hanno seguito l’iniziativa sui mass media che si sono resi disponibili (tra cui il nostro giornale e con ottimi risultati).

Coordinati da un Michele Santoro che ha ritrovato la grinta degli anni migliori, sul palco e in alcuni video si sono alternate personalità della cultura, del giornalismo e dello spettacolo che hanno deciso di opporsi e spezzare l'irricevibile ipocrisia del fronte guerrafondaio (maggioritario in Parlamento ma minoritario nel paese) che sta facendo di tutto per costruire consenso intorno al trascinamento dell’Italia nella guerra in Ucraina di Usa e Nato contro la Russia.

Una operazione di consenso alla guerra, però, niente affatto riuscita – diversamente che nella guerra in Jugoslavia nel 1999 – e contro la quale mano a mano un “campo” si sta dando strumenti di espressione e di rappresentanza a fronte della blindatura imposta dalla Nato, dal governo Draghi e da un parlamento servile.

L’immagine della guerra “giusta”, ma anche dell’Ucraina sdoganata come paese “libero e democratico” mentre così non è affatto, è uscita demolita nelle tre ore di interventi dal palco. Emblematica la scelta di ricordare la strage di Odessa e la crescita di un bubbone neonazista in paese che vuole entrare nella Ue.

Le parole di Gino Strada lette da Elio Germano e le valutazioni illuminanti del gen. Mini (al quale ha prestato la voce Massimo Wertmuller), hanno aperto una serata nella quale sono state declinate in modi anche diversi le ragioni per opporsi ad una guerra che rischia di diventare permanente, devastante, totale per gran parte del mondo, o meglio, sicuramente per quella parte di mondo – l’Europa – nella quale viviamo e agiamo politicamente.

Sulla percezione di questa minaccia assistiamo a declinazioni diversificate ma inevitabili in un “campo largo pacifista”, come chi ha invocato una Europa fin troppo mitizzata ma smentita dai fatti, o una dimensione totalmente etica della pace contrapposta alla guerra che ne depotenzia la natura politica, ma questo è inevitabile quando si tratta di gettare in campo ogni risorsa possibile per fermare la guerra ora!

Abbiamo avuto occasione di apprezzare ancora una volta la schiettezza piena di contenuti di Moni Ovadia e, nuovamente, le parole di Vian nella canzone “Il disertore” affidate a Fiorella Mannoia o le illuminanti storie orali di Ascanio Celestini.

Ma dobbiamo ammettere che l’intervento che meglio di altri ha colto il senso della battaglia “sulle parole della guerra” che si conduce sul fronte mediatico è stato quello Sabina Guzzanti che ha decostruito in modo magistrale la “propaganda”. Conosce l’argomento, il mestiere e i suoi retroscena e ne ha pagato anche il prezzo, come molti degli ospiti del Teatro Ghione.

Una buco che ci sentiamo di sottolineare è che Santoro ha segnalato un po’ troppo frettolosamente la vicenda di Julian Assange, che nel contesto avrebbe meritato più spazio, così come i portuali di Genova ai quali è stato riservato solo un meritato saluto dal pubblico ma che avrebbe avuto più senso far parlare dal palco per quello che rappresentano come indicazione al paese. E poi spazio alla Clancy ma De Magistris solo nel pubblico. Insomma qualche sovraesposizione e qualche sottoesposizione di troppo.

Ma, come direbbe Mao, quando gli elementi positivi sono superiori a quelli negativi occorre saper apprezzare il risultato finale e le sue potenzialità.

Il campo contro la guerra ha preso parola in un contesto di ferro e di fuoco, di demonizzazione delle voci di dissenso e di “ferocizzazione” del dibattito pubblico. L’ampiezza del campo è emersa, ed è un campo sociale che non dispone di rappresentanza. Non ne dispone in un Parlamento vergognosamente appiattito sul governo Draghi e l’interventismo guerrafondaio ed ha la potenzialità per crescere ed aumentare la sua influenza sulla società. Ma è anche una potenzialità che non consente più giochetti di sponda con un Pd guerrafondaio, né sul piano nazionale né su quello locale. È una polarizzazione politica estremamente interessante, per fermare la guerra subito ma anche per provare a cambiare questo paese.

Fonte

11/04/2022

Siamo in democrazia? Non sembra proprio...

“Siamo una democrazia, qui si è liberi di dire la propria opinione e di votare chi ci deve rappresentare”. Il principale mantra dell’Occidente, gridato soprattutto ora che c’è una guerra in cui si usa l’Ucraina come terreno per la partita a scacchi con la Russia, sembra poco credibile proprio dove dovrebbe essere invece pacificamente condiviso.

Nei paesi anglosassoni, e soprattutto in Gran Bretagna (alla faccia di quel trombone di Boris Johnson), risulta infatti assolutamente fuori controllo la credibilità delle istituzioni.

La ragione principale sta nel distacco assoluto tra interessi sociali e decisioni politiche. Quasi nessuno, infatti, crede che il proprio voto per uno qualsiasi dei partiti possa produrre un qualsiasi effetto sui partiti.

Molto più “efficaci”, per usare un eufemismo, risultano i “donatori” – grandi multinazionali, imprese, “benefattori”, ecc. – che con i loro soldi regalati ai partiti sicuramente impongono scelte a proprio vantaggio, ma a scapito di tutta la popolazione.

The Guardian, giornale inglese che riserva sempre qualche squarcio disincantato sulla realtà (pur essendo schierato attualmente con i guerrafondai), riporta i risultati di un sondaggio in Gran Bretagna che non lascia molto spazio alle interpretazioni.

Qui, nel regno della presunta “democrazia”, praticamente nessuno crede che “la classe politica” abbia a cuore gli interessi e i destini dei “rappresentati”.


Si potrebbe naturalmente andare oltre – scorrendo ai sondaggi anche italiani sulla “partecipazione alla guerra” (quel 70% di “non” è una laide sui guerrafondai al governo) – ma basta anche guardare alla triste sorte del “pluralismo” nei media.

Dove ormai anche solo ad esprimere “dubbi” su quel che ci viene raccontato si finisce sul banco degli imputati (“filo-Putin”!). E comunque, giorno dopo giorno, anche i cagadubbi appaiono sempre meno tra i presunti “opinionisti”.

Al punto che i generali e gli analisti della Difesa – gente di cui è impossibile non conoscere il pedigree Nato (magari ancora dotati di “nulla osta sicurezza”!) – sono diventati gli unici a descrivere le dinamiche di guerra come un problema da capire bene e non soltanto un “dichiarare da che parte si sta”.

Forse perché, da militari, sanno bene che puoi anche sapere con certezza “da che parte stai”, ma comunque “il nemico” devi conoscerlo, non soltanto demonizzarlo. Se non altro perché spara anche lui, e non cazzate in libertà.

Tornando alla “questione democratica” comunque, il sondaggio del Guardian spiega con molta chiarezza – senza probabilmente averlo tematizzato fino in fondo – il cuore del problema: la forma della democrazia è il poter votare. Ma in ogni paese – anche in Russia, in Cina o dovunque voi guardiate – si vota. Cambiano i sistemi elettorali, le modalità di voto, in qualche misura anche la “libbbertà” di poter mettere una crocetta su una casella.

Ma la sostanza della democrazia sta nel fatto che gli interessi materiali e ideali di una popolazione qualsiasi siano riconosciuti e realizzati dalle decisioni del governo.

Se invece le grandi decisioni dipendono dagli interessi di pochi gruppi imprenditoriali di dimensioni internazionali, mediando al massimo con quelli di piccola e media impresa, mirando a spostare la ricchezza sociale prodotta da chi ha pochissimo a chi ha già troppo, ci troviamo in un regime oligarchico. Non troppo dissimile da quello putiniano, forse solo un po’ più raffinato...

E questo – qui, nell’Occidente che scassa il c...o a tutto il resto del mondo – è quel che realmente accade. Lo dicono tutti a furor di popolo. Soltanto i nostri “condizionatori professionali” (giornalisti o meno) fingono di non saperlo.

*****

Un sondaggio rivela che i giovani adulti hanno una drammatica perdita di fiducia nella democrazia del Regno Unito

Il rapporto afferma che l’emarginazione del parlamento da parte del governo Tory ha ulteriormente eroso la fiducia nel sistema politico

Toby Helm – The Guardian

Una drammatica perdita di fiducia nella capacità della democrazia britannica di servire gli interessi degli elettori del Regno Unito è rivelata in un nuovo rapporto che rileva che i finanziatori dei partiti politici e le grandi imprese sono ora comunemente considerati dagli elettori come i principali motori della politica di governo.


L’inquietante prova che milioni di elettori sentono che le loro voci e i loro punti di vista sono in gran parte inascoltati, mentre gli interessi dei grandi capitali hanno la meglio, è stata scoperta nell’ultimo rapporto del think tank IPPR, in collaborazione con l’Observer, sul futuro della democrazia.

Lo studio, intitolato Road to Renewal, si basa su un sondaggio YouGov tra 3.442 adulti, che ha scoperto che solo il 6% degli elettori nelle elezioni in Gran Bretagna crede che le loro opinioni o interessi siano le principali ragioni dietro le decisioni politiche prese dai ministri del governo.

Al contrario, più di quattro volte tanto (25%) crede che i maggiori finanziatori dei partiti politici abbiano la principale influenza nel plasmare la politica, seguiti da gruppi di affari e corporazioni (16%), giornali e media (13%) e lobbisti e gruppi di pressione (12%).

Solo il 2% cita i sindacati come le forze principali che orientano le decisioni politiche. Fatto che gli autori del rapporto notano essere “un cambiamento notevole dagli anni ’70 e ’80, quando erano molto diffuse le preoccupazioni per i sindacati troppo potenti”.

Il sondaggio è stato commissionato congiuntamente da IPPR, Electoral Reform Society e Unlock Democracy.


Lo studio traccia la crescente insoddisfazione per le democrazie avanzate in tutto il mondo negli ultimi decenni, sentimento che si riflette nel calo dell’affluenza alle elezioni, nella diminuzione delle iscrizioni ai partiti e nel maggior numero di persone che cambiano il loro voto, anche verso alternative populiste.

Lo studio chiede un urgente ripensamento da parte dei partiti principali su come funziona la democrazia nel Regno Unito, compresi i passi per riconnettere i cittadini con la politica e i politici attraverso la devoluzione di maggiori poteri. Chiede maggiori controlli sul potere esecutivo per salvaguardare la democrazia rappresentativa, dando la colpa al governo di Boris Johnson che ignora il Parlamento ogni volta che può.

“L’emarginazione del parlamento da parte dell’attuale governo – compresi i briefing ai media prima dei parlamentari, l’approvazione di una vasta legislazione pandemica senza censura parlamentare, la minima supervisione parlamentare dei negoziati sulla Brexit e la proroga del parlamento“, sono tutti esempi di abusi che hanno contribuito alla mancanza di fiducia nel processo democratico.

Il verdetto del pubblico sulla capacità dei politici di comprendere le loro vite è schiacciante.


Alla domanda su quanto credevano che “i politici capissero la vita delle persone come voi“, il 78% degli adulti votanti ha risposto “praticamente niente”, con questo numero quasi equamente diviso tra il 36% che ha detto “abbastanza poco” e il 42% che ha risposto “molto poco“. Solo l’1% ha detto “molto” e il 12% “abbastanza”.

I giovani adulti britannici (18-24) sono quelli meno propensi a dire che la democrazia funziona bene per i loro interessi (solo il 19% dice che ‘funziona bene’ contro il 55% che dice ‘male’); mentre quelli di 65 anni e oltre sono più propensi a dire che risponde ai loro interessi (46% dice ‘bene’ e 47% ‘male’).

L’IPPR avverte che i partiti socialdemocratici tradizionali, che non riescono più ad affrontare le cause profonde del malcontento nei confronti del sistema politico, mettono a rischio le fondamenta della democrazia liberale e le loro stesse prospettive di assicurarsi il potere.

Parth Patel, ricercatore dell’IPPR, ha detto che l’invasione russa dell’Ucraina ha portato molti leader a lodare i meriti delle democrazie liberali rispetto a quelli delle dittature, nonostante i molti difetti delle prime agli occhi degli elettori britannici.

“Sulla scia dell’invasione russa dell’Ucraina, i nostri leader si sono schierati a difendere la democrazia liberale. Ma la realtà è che la battaglia per la democrazia non deve essere vinta solo all’estero, ma anche a casa.”


“In verità, le democrazie non stanno dando buoni risultati per i loro cittadini. I politici e i partiti sono sempre più distanti, e l’influenza dei comuni cittadini sulle politiche pubbliche è diminuita. Molti stanno rinunciando del tutto alla partecipazione politica, mentre molti hanno dato il loro sostegno agli sfidanti populisti – segni di una protesta contro la ‘democrazia abituale‘”.

Negli anni ’90, ricorda il rapporto, circa due terzi dei cittadini dell’Europa occidentale, del Nord America, dell’Asia nord-orientale e dell’Australasia erano soddisfatti della democrazia nei loro paesi. “Oggi la maggioranza in queste regioni è insoddisfatta. Da nessuna parte l’aumento dell’insoddisfazione democratica è stato più ripido che nelle democrazie anglosassoni“.

Patel ha detto che i partiti politici tradizionali hanno troppo spesso cercato di “imitare l’agenda populista dei loro avversari, piuttosto che affrontare le cause di fondo del malcontento democratico“.

“Ora devono guardarsi allo specchio e impegnarsi in riforme significative che rimettano la voce dei cittadini al centro della democrazia. ‘Restituire il controllo’ dovrebbe essere una linea di demarcazione alle prossime elezioni“.

Fonte

13/02/2022

Un V-Day al Movimento 5 Stelle

È un V-Day al Movimento 5 Stelle quello preparato dal Tribunale di Napoli ai vertici del Movimento stesso. Una sentenza che esautora Giuseppe Conte e afferma che senza “democrazia interna” si è deciso il suo incarico al vertice del Movimento. Ovvero i Giudici, tanto osannati dal più grande movimento/partito giustizialista, hanno decretato “gravi vizi nel processo decisionale”, causa l’esclusione dalla votazione di oltre un terzo degli iscritti.

Una nomina in pratica avvenuta nonostante sia di fatto mancato il quorum necessario per decretarla. (1)

Era il 2007 e non a caso fu scelto l’8 settembre, per realizzare a Bologna il V-Day del Movimento. Come nel 1943, data in cui era iniziata la guerra di Liberazione dal nazifascismo per la Democrazia.

Quel giorno, sarebbe ufficialmente iniziata la rimonta democratica dei cittadini, lanciando una “rivoluzione liquida” guidata dal neo Movimento 5 Stelle, che avrebbe applicato la Democrazia diretta dei cittadini e mandato a casa “la Casta” presente in Parlamento.

Basta riascoltare le parole pronunciate dal palco in quei giorni, di Marco Travaglio (2) e di Beppe Grillo (3), per interrogarsi su come mai il Movimento 5 Stelle sia finito in questa superficiale ed includente rappresentanza politica, nonostante ancora abbia una discreta, anche se assai ridotta, presenza nelle istituzioni e in Parlamento.

Una forza politica che dopo soli sei anni, da quel V-Day, sarebbe diventata tra i primi partiti maggiormente votati e possibile forza determinante del futuro Governo del paese.

Possiamo al momento soprassedere sulle altre vicende, che in questi ultimi dieci anni si sono susseguite dentro e fuori quel Movimento e nel Parlamento, perché non basterebbero libri per specificarne azioni e conseguenze sia sul futuro del Paese che per la Democrazia stessa.

Ma è proprio su quest’ultima che in particolare vorrei soffermarmi. Quella che riguarda la dilagante delegittimazione della “Rappresentanza Democratica dei cittadini nelle Istituzioni”. Un principio, inverosimilmente posto come obiettivo principale del Movimento sin dalla sua nascita.

Pubblicai con pseudonimo, nel 2013, a seguito delle elezioni trionfanti per il Movimento 5 Stelle, una riflessione in cui specificavo che, da quel momento, il Movimento poteva avere la forza per poter agire secondo le proprie enunciazioni: “...senza che si sporchi le mani con la cosiddetta Casta”.

Scrivevo allora “Anche perché, se a qualcuno (ndr. PD in particolare ma anche i partiti d’opposizione alla sua Sinistra) questa situazione post elezioni, può apparire una sconfitta e un pericolosa “instabilità”, se giocata con intelligenza e non solo come puro dominio, può veramente rappresentare un’opportunità da non sottovalutare”.(4)

Questo in verità non si è mai provato ad attuare, anche a causa dell’arrogante mancanza di preparazione politica dimostrata nell’immediato dai suoi eletti, ma anche e soprattutto dal contorno di pura saccenza e presunzione storica sostenuta dalle altre forze politiche, in particolare della sinistra, che non vedevano di buon occhio il ritorno dei cittadini al loro fianco nelle piazze.

Una ricchezza che oggi, al contrario di quanto enunciato in quella gremita Bologna, il Movimento 5 Stelle è riuscito a dissipare, trasformandosi in peggio, nonostante la scadente condizione in cui si trovavano e si trovano, i gruppi dirigenti di quei partiti politici ancora presenti in Parlamento e nelle Istituzioni.

È allora solo una questione di democrazia?

Non possiamo negare che quel Movimento ha avuto il grande pregio e la capacità, di cui la Sinistra soprattutto antagonista per anni ha classificato come populisti e fascisti, di mobilitare tanti singoli cittadini. Giovani e anziani, professionisti e “pezzi di popolo” che sono tornati o hanno deciso di agire politicamente, come non avveniva, dal “Forum dei Diritti” soffocati con violenza dallo Stato a Genova nel 2001.

Nulla ovviamente in comune tra loro politicamente ma solo numericamente. Un bene certo per la Democrazia, se avesse però avuto un seguito e se in realtà, non avesse disilluso, con il loro comportamento, quello stesso popolo. Creando di fatto un danno maggiore alla partecipazione attiva e democratica dei cittadini alla vita reale del paese.

La nascita e la crescita del Movimento 5 Stelle, ha permesso e forse anche strumentalmente enunciato, che il cambiamento fosse possibile solo gestendo questo sistema economico, senza necessariamente metterlo in discussione. Senza entrare seriamente nel merito dei rapporti economici e di potere che, proprio per la sua natura capitalista predatoria, reggono gli equilibri politici dentro e fuori le istituzioni.

Hanno diffuso come un mantra che sarebbe bastato sostituire l’attuale classe dirigente, con persone capaci ed oneste elette direttamente dal popolo per risolvere la cosa. Una falsità politica e storica che in questi anni è emersa evidente e ha provocato, come diretta conseguenza, la sua prevedibile implosione. Innesto, il suo definirsi “né di destra e di sinistra” e il loro governare con la Lega e poi con il Partito Democratico, come se nulla fosse.

Un’azione questa che non poteva esimersi dal provocare, appunto, una radicale trasformazione politica del M5S, in modo individuale e non di obiettivi di Movimento. Ovvero, frutto proprio di quella assenza totale di analisi politica che solo un partito con i suoi principi ideologici (e non mi scandalizza questa parola) e la sua pianificazione, può permettere di raggiungere l’obiettivo prefissato e definito.

I parlamentari usciti a destra, a sinistra o le adesioni al gruppo misto; i versamenti economici mantenuti e non versati nelle casse del Movimento o a sostegno della piattaforma privata dei Casaleggio; i ricatti interni, le lotte per la leadership e la proprietà degli elenchi degli iscritti; il volgarissimo attacco di Beppe Grillo contro i Giudici sul caso che vede imputato suo figlio (5) o la modifica sul doppio mandato.

Per non parlare poi della diretta online per la “trasparenza” dell’incontro con Pierluigi Bersani del PD nel 2013 (6), sostituita oggi da accordi stretti in contemporanea con esponenti della destra e della sinistra per posti per i propri dirigenti, hanno dimostrato che l'attuale gruppo dirigente del Movimento 5 Stelle, non solo è diventato uguale alla Casta che aveva dichiarato di combattere, ma anche peggio.

Ecco perché è tanto alto il danno sociale alla Democrazia e al possibile Cambiamento, quello lasciato dal Movimento 5 Stelle. Perché ha mortificato tutte quelle persone volenterose di cambiamento, enunciando che, se i partiti sono un covo di delinquenti e la mobilitazione dei “migliori” non serve, questo è l’unico mondo possibile.

Ovvero, che può esistere solo una società dove l’individuo deve essere libero d’interpretare il sociale secondo le proprie esigenze e che può essere considerato tale, non perché parte di una comunità che ne identifica diritti e doveri, ma solo se essenza stessa di quel potere.

In fondo, anche con tutti i suoi aspetti negativi, il Movimento 5 Stelle ha ben rappresentato, e in modo plateale ed evidente, ciò che la maggior parte degli gli italiani realmente sono: un popolo capace di mobilitarsi prevalentemente su stretta necessità individuale, riconoscendosi nello Stato solo quando questo è in grado di sostenerli.

Un popolo capace di lamentarsi per quello che non possono avere o non funziona, pretendendo poi di non essere coinvolti in nessun tipo di cambiamento affinché tutto funzioni senza però che nulla venga cambiato.

Però nel Movimento 5 Stelle molti di loro ci hanno creduto veramente e quanti ritroveranno la forza di tornare a mobilitarsi dopo tanto fallimento?

Quanta delusione e amarezza hanno lasciato in quel pezzo di popolo che si era visto realmente arrivare nella “stanza dei bottoni” per poi non toccare nulla se non riuscire a far approvare un importantissimo reddito di cittadinanza, usato però più propagandisticamente e in modo clientelare per accumulare voti in tutta Italia, che per poter svolgere un ruolo decisivo nel modo di gestire l’occupazione e l’emergenza lavoro nero e povertà.

Quale allora il ruolo politico e sociale dei movimenti?

Il Movimento 5 Stelle ha rappresentato il punto più alto istituzionale mai raggiunto da un Movimento senza trasformarsi giuridicamente in partito. Soprattutto in un paese come il nostro che da sempre brulica di Movimenti, Associazione di ogni natura e principi politici ritenuti da essi stessi inderogabili.

In Italia, da anni, migliaia di volontari si mobilitano per diffondere questi principi in ogni angolo delle strade svolgendo un ruolo culturale importante, con però una carenza di obiettivi raggiunti su cui dovrebbero riflettere. Soprattutto in riferimento alla vicenda del Movimento 5 Stelle.

Anche perché, spesso i Movimenti dimenticano che il cambiamento o l’affermarsi dei loro principi tanto difesi, in un sistema democratico parlamentare rispettoso della Costituzione, non è possibile realizzarlo senza l’utilizzo di un’organizzazione partitica che possa legiferare leggi che riconoscano tali principi.

Il non riconoscere tale prassi, pensata dai padri costituenti, significa anche negare gli evidenti limitatissimi risultati politici ottenuti in questi ultimi 30 anni. Una serie di obiettivi mancati causati proprio dall’evidente assenza di referenti politici istituzionali. Questo è il punto.

La vicenda e il percorso sino a qui compiuto dal Movimento 5 Stelle, ha evidenziato in modo plateale come la perdita di una reale Rappresentanza Democratica dei cittadini, sia oggi una seria emergenza. Non a caso, mai come oggi, il legame tra Partiti, organizzazioni sindacali e Movimenti è praticamente inesistente.

Peggio: là dove è ancora saldo, è tenuto solo con quei partiti di potere, soprattutto locali, con l’intento di avere un proprio riconoscimento politico e finanziario. Un colloquio diretto o camuffato, che in realtà non può portare a nessun risultato perché il loro obiettivo, non è cambiare lo stato esistente, ma gestirlo a protezione dei propri referenti economici.

Un sistema che neanche il Movimento 5 Stelle è riuscito a scardinare e che invece dobbiamo cercare di cambiare se si vuole veramente evolvere ed uscire dallo stato passivo evidente delle cose.

Se i Movimenti non smetteranno di avere degli atteggiamenti settari nei confronti dei Partiti accusandoli di “volerli sfruttare elettoralmente”, anche quando inseriscono i loro principi nei propri programmi o si fanno portavoce delle loro istanze ed i Partiti di promettere cambiamenti che la natura politica e programmatica della propria organizzazione nega o non aumentando quel già limitatissimo spazio democratico interno, noi andremo verso un ulteriore e forse definitivo allontanamento dei cittadini dalle istituzioni, causa anche il cambio generazionale.

Se entrambi non decideranno, nel reciproco riconoscimento, di percorrere insieme quella strada che conduce all’affermazione di quei principi, i cittadini rinunceranno sempre più a mobilitarsi ed esprimere il proprio diritto di voto.

Peggio: voteranno il più bello, il più forte o quello che “parla bene e gli fa avere subito qualcosa in cambio”, che si presenterà alle elezioni. Sosterranno indifferentemente un altro uomo o donna della provvidenza che sia lasciato libero di operare in spregio alla vecchia Costituzione e senza l’intermediazione delle organizzazioni sociali non partitiche che tanta paralisi creano ad un sistema che deve “fare e subito” per il bene di tutti.

Una cosa è certa: il Movimento 5 Stelle ha lasciato un vuoto che qualcuno dovrà riempire e speriamo che il gruppo nato oggi alla Camera dei Deputati denominata “ManifestA”, composta da Potere al Popolo, Partito della Rifondazione Comunista-Sinistra Europea, possa sopperire a questa mancanza.

Una componente unitaria con capogruppo l’onorevole Simona Suriano, che mira alla costruzione di un movimento unitario di opposizione e di alternativa ai poli politici esistenti e al governo Draghi.

“Una positiva novità – afferma il comunicato di PRC – che forse potrà garantire uno spazio nel dibattito parlamentare. Anche se le deputate, non essendo state elette nelle liste di Rifondazione Comunista / Potere al popolo, agiranno in parlamento in autonomia” ma potranno utilizzare suggerimenti e contributi, sui temi più rilevanti, di queste due forze politiche.

Per la delusione e i principi individuali che ha lasciato l’esperienza del Movimento 5 Stelle nella società, un’altra risposta politica era necessaria. Il rischio è che seriamente quello spazio venga occupato dalla destra, sempre più apparentemente “contro” ma vicendevolmente stabilizzatrice e conservatrice come forse non è mai avvenuto nel nostro paese.

Note

1 – https://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/politica/22_febbraio_07/m5s-tribunale-napoli-sospende-modifiche-statuto-che-hanno-portato-all-elezione-conte-35010a22-8818-11ec-9bf4-9b7afe80df9a.shtml

2 – https://www.youtube.com/watch?v=R6c_nnUaj2Q

3 – https://www.youtube.com/watch?v=n7VWr4-Kpcw

4 – http://www.alkemia.com/editoriale/DemocraziaLiquida/tabid/1282/Default.aspx

5 – https://www.youtube.com/watch?v=fFazaDn-Ef0

6 – https://www.youtube.com/watch?v=sQ_ED1esQf0

Fonte