Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
07/06/2025
Referendum 8-9 giugno: 5 SÌ contro lo sfruttamento. Ma solo la lotta cambia i rapporti di forza
USB sostiene il voto per 5 SÌ. Lo facciamo senza ipocrisie né deleghe.
Non dimentichiamo chi ha lasciato approvare il Jobs Act in silenzio, chi ha accettato in cambio di pochi spicci le leggi sulla precarietà, chi ha gestito con il cappello in mano le stagioni delle delocalizzazioni e dello sfruttamento.
Oggi molti di quegli stessi attori si ripresentano come promotori di una riscossa referendaria.
Ma la riscossa vera si costruisce nel conflitto sociale organizzato, non nelle cabine elettorali.
La verità è che questi quesiti non sono neutri né interclassisti: parlano il linguaggio del lavoro sfruttato, dei giovani costretti alla partita IVA, delle famiglie che vivono nel ricatto continuo degli appalti, dei migranti a cui si nega perfino il diritto a esistere.
Per questo non possiamo permettere che l’astensione consegni ai padroni e alla destra la narrazione che “va tutto bene così”.
Votare SÌ non basta, ma è necessario.
Per questo USB invita lavoratrici e lavoratori, giovani, migranti, disoccupati, a partecipare e a votare 5 volte SÌ.
Ma non ci illudiamo: il referendum non è il punto di arrivo, è solo un passaggio.
La vera sfida si gioca nei luoghi di lavoro, nelle vertenze, nella costruzione di un’alternativa politica e sindacale all’altezza del tempo che viviamo. Ecco perché USB ha proclamato lo sciopero generale di tutte le categorie per il 20 giugno.
Ecco perché il 21 giugno saremo a Roma con una manifestazione nazionale che vuole rimettere al centro il conflitto, i bisogni popolari, la difesa del lavoro, dei salari, dei servizi pubblici, della pace e dei diritti sociali.
Sì al referendum. Ma soprattutto sì alla lotta.
20 giugno: sciopero generale.
21 giugno: tutti e tutte a Roma, ore 14:00 Piazza Vittorio Emanuele.
Solo il conflitto può cambiare i rapporti di forza.
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13/05/2025
Il tempo del conflitto
Questo episodio non è un’anomalia, ma rappresenta la normalità del lavoro nel capitalismo digitale. Il comando è algoritmico, impersonale, eppure assoluto. Il rifiuto del rider rompe la fluidità del sistema, evidenziando la tensione tra il lavoro vivo e il capitale.
La gestione algoritmica del lavoro è una forma di controllo che riduce i lavoratori a funzioni, monitorando ogni azione e penalizzando ogni deviazione dalla norma. Il Tribunale di Bologna tra l’altro, ha riconosciuto come discriminatorio il sistema di profilazione dei rider adottato da Deliveroo, che penalizzava chi non partecipava alle sessioni prenotate per motivi legittimi, equiparandoli a chi non partecipava “senza giustificazione” e comunque, una sentenza non è abbastanza e non può esserlo. Una sentenza è un argine fragile e tutta dentro la piena che vorrebbe contenere.
La lotta dei rider si inserisce in un contesto più ampio di mobilitazioni contro le condizioni di lavoro imposte dal capitalismo contemporaneo. Nei magazzini Amazon, i lavoratori hanno scioperato per chiedere migliori condizioni di lavoro e aumenti salariali, denunciando ambienti caratterizzati da carenze sistemiche di sicurezza e alti tassi di infortuni.
Le cooperative sociali hanno visto una mobilitazione nazionale il 10 aprile 2024, con manifestazioni a Roma e in altre città, per chiedere l’internalizzazione dei servizi esternalizzati, aumenti salariali e il riconoscimento del lavoro di cura come usurante.
Nel settore dei call center, i lavoratori hanno protestato contro la disdetta del contratto nazionale delle telecomunicazioni, chiedendo la tutela dei diritti e del salario. Anche il personale degli istituti ANINSEI ha scioperato il 31 ottobre 2024, chiedendo il rinnovo del contratto e migliori condizioni di lavoro.
Queste mobilitazioni evidenziano una crescente consapevolezza tra i lavoratori della necessità di opporsi alle logiche di sfruttamento e precarizzazione imposte dal capitale. Il rifiuto del rider di Portogruaro è un atto di insubordinazione che rompe la catena del comando algoritmico e potrebbe aprire spazi di resistenza e organizzazione collettiva.
È tempo di riconoscere, senza più riserve, che la centralità del lavoro vivo non è una nostalgia, ma la leva reale per la trasformazione del presente. Che la soggettività non è un ornamento, ma la materia politica più concreta che abbiamo. E che ogni atto di insubordinazione – anche il più piccolo, il più fragile, il più solitario – contiene già in sé la possibilità di un’altra organizzazione della vita.
Il capitale ha unificato il comando: ha reso la vita stessa parte del ciclo produttivo, ha trasformato il tempo in merce, lo spazio in logistica, il corpo in prestazione. Ma proprio per questo la crepa si apre ovunque. Nella stanchezza che non produce, nel silenzio che non risponde, nel rifiuto che non collabora. Ed è da quella crepa che può passare il futuro.
Se comprendiamo che il tempo è nostro ma solo se ci sottraiamo al tempo della valorizzazione, che lo spazio è nostro ma solo se lo attraversiamo insieme e che anche il corpo è il nostro ma solo se non accetta più ricatto, se a questo vi si sottrae, allora avremo già una dichiarazione di guerra che inizi ad essere almeno sufficiente.
E va rammentato sempre: il capitalismo non è solo un sistema economico. È una macchina storica di espropriazione. Espropria tempo, espropria linguaggio, espropria futuro. Trasforma ogni relazione in profitto, ogni desiderio in prestazione, ogni corpo in vettore di sfruttamento: un potere totalizzante che socializza i sacrifici e privatizza i guadagni. E pretende pure riconoscenza.
Ma ogni giorno, sotto la superficie liscia del mercato, il conflitto ribolle. Nelle pause rubate, nei turni rifiutati, nei silenzi ostinati, negli scioperi improvvisi. In ogni gesto che si sottrae al ritmo imposto, il capitale scopre la sua fragilità. Perché il lavoro vivo non è docile. È carne che pensa. È intelligenza collettiva. È materia storica. E quando si rialza, non chiede riforme: reclama giustizia.
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28/02/2025
Per quale Costituzione hanno scioperato i magistrati?
Ma veniamo al motivo dell’astensione dal lavoro. “In difesa della Costituzione” dicono dopo averla sbandierata e squadernata alle cerimonie di inaugurazione dell’anno giudiziario per poi uscire dalle aule nel momento in cui parlava un rappresentante del ministero. Comportamenti e atteggiamenti da asilo Mariuccia da parte di funzionari dello Stato super pagati.
La domanda è una sola. Per quale Costituzione scioperano? Per quella targata 1948 e poi buttata nel cesso circa mezzo secolo fa dal regime DC-PCI e dai governi di unità nazionale? O scioperano in nome della Costituzione materiale adeguata alle leggi di emergenza pretese e ottenute dalle procure, approvate da un Parlamento di vigliacchi che aveva interamente delegato ai magistrati la questione della sovversione interna?
Parliamo delle leggi premiali che consentirono ai responsabili dei crimini più efferati di uscire dal carcere “puniti” non per quello che avevano commesso ma per ciò che pensavano di quanto avevano fatto? Le leggi della madre di tutte le emergenze restarono in vigore anche nelle emergenze successive, mafia e Mani pulite. Non ci furono tribunali speciali come nel ventennio ma uso speciale dei tribunali ordinari. Cioè il peggio del peggio, perché se avessero creato i tribunali speciali poi avrebbero dovuto a un certo punto abolirli.
Invece stanno ancora lì. Tanto è vero che siamo alla repressione senza sovversione. In corte di assise 50 anni dopo per accertare con carte false e violazioni delle regole processuali chi uccise il carabiniere ma non Mara Cagol, finita con un colpo di grazia il 5 giugno del 1975. 50 anni fa.
E stiamo con il carcere duro del 41bis applicato a oltre 700 detenuti un numero superiore a quello del periodo delle stragi di mafia. Dove sta la Costituzione del 1948? Non c’è più da tempo immemore. Ma serve all’Anm, la cupola della magistratura, per prendere in giro un paese intero in nome della “legalità” che non è mai il diritto di chi è senza diritti.
Chi è senza diritti non ha alternative al conflitto sociale oggi in verità molto debole ma per quel poco che c’è viene represso da magistrati e politici uniti nella lotta. Su questo non litigano. Come quando usarono la Costituzione come carta igienica per contrastare un tentativo di rivoluzione, il più serio nel cuore dell’Occidente.
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26/12/2024
Carcere, i poliziotti si sentono parte di un conflitto
Poliziotti si sentono parti di un conflitto
“La cultura dell’esecuzione penale passa anche per un’attenta lettura di quello che accade negli istituti penitenziari. Io spesso incontro la polizia penitenziaria, facciamo continuamente corsi di formazione. La sensazione, parlando con loro, è che si sentano ancora in larga misura parti di un conflitto.
Per moltissimi anni, prima con il regolamento Rocco che era del 1930 ed è stato in vigore fino al 1975, il carcere era segregazione, quindi era gestione e prosecuzione di un conflitto. Dopo quegli anni, gli anni del terrorismo e della criminalità organizzata hanno spinto il carcere a proseguire nel conflitto.
I poliziotti penitenziari erano uguali agli altri poliziotti: erano quelli che dovevano continuare a contenere quel pericoloso conflitto, impedire le rivolte, i sequestri, le uccisioni. E questa cosa qui ce la siamo portata dietro fino a qualche anno fa e forse è ancora latente, l’idea che è necessaria una polizia nel carcere sottintende l’idea che con l’esecuzione della condanna non inizia il periodo di risoluzione del conflitto ma è la prosecuzione di quel conflitto, ed è qui che nasce una contrapposizione insanabile tra quella che viene definita sicurezza negli ambienti penitenziari e il trattamento, se non si va oltre, se non si accetta l’idea che il momento dell’esecuzione penale, che sia in carcere o nel territorio, è il momento in cui i conflitti si risolvono”.
Solo repressione
L’analisi di Francesco Cascini a distanza di anni è di stringente attualità, anzi si può dire che oggi ci sia un’accelerazione verso un ruolo della polizia penitenziaria sempre meno teso a contribuire alla funzione rieducativa della pena e disegnato, invece, in una concezione del carcere come luogo di scontro e di repressione.
Questo dicono anche alcune misure contenute nel Decreto sicurezza, come l’uso della bodycam per le forze di polizia impegnate nelle azioni di mantenimento dell’ordine pubblico, carcere per chi blocca una strada, aggravanti per i reati compiuti nelle stazioni e per le minacce e violenze commesse nei confronti di un pubblico ufficiale, in occasione della costruzione di una infrastruttura strategica, introduzione nel Codice penale del reato di “resistenza passiva” da applicarsi alle persone detenute.
Dunque, la finalità costituzionale della pena è soffocata dall’accentuazione degli aspetti conflittuali del rapporto detenuti-agenti.
La pena rabbiosa dei ‘fascicoli viventi’
E la pena torna a essere prevalentemente una pena rabbiosa, dove le persone detenute diventano “fascicoli viventi” e, nel rapporto con chi esercita il potere, nei consigli di disciplina, non riescono mai a portare le loro ragioni, e tanto meno ci riusciranno con lo spettro della denuncia per “resistenza passiva”.
Scrive Roberto Cornelli, professore ordinario di Criminologia all’Università statale di Milano, a proposito delle Polizia penitenziaria, di cui è un attento studioso: “Questo sentimento di isolamento e di delegittimazione istituzionale è quello che stiamo studiando in funzione di un tema di grande attualità, che è la propensione all’uso della forza.
Perché dobbiamo anche in questo caso uscire da un modo ricorrente di guardare alla violenza di polizia come il prodotto di mele marce e iniziare a chiederci – posto che da un punto di vista giudiziario la responsabilità penale è personale ovviamente – cosa poter fare sul piano istituzionale in termini preventivi.
Quali sono, in altre parole, gli elementi che fanno sì che ci sia una propensione all’uso della forza, vale a dire che si ritenga giusto e possibile usare la forza in certe situazioni?”.
Se il Decreto sicurezza sta disegnando un’idea di società e di carceri, dove i conflitti sociali si risolvono con la forza, senza spazi di mediazione, l’Ordinamento penitenziario dice però che sono ammessi a frequentare gli istituti penitenziari “tutti coloro che, avendo concreto interesse per l’opera di risocializzazione dei detenuti, dimostrino di potere utilmente promuovere lo sviluppo dei contatti tra la comunità carceraria e la società libera”.
Oggi più che mai, allora, è importante il ruolo della società civile nel rendere le carceri più trasparenti possibile e nel lavorare perché non si affermi l’idea di una Polizia penitenziaria chiamata solo a risolvere con la forza tensioni, proteste, momenti di resistenza passiva. Una società civile che sappia attrezzarsi per disinnescare i conflitti.
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12/06/2024
Il governo Meloni si appresta a votare nuove norme repressive contro i conflitti sociali
Si tratta di una serie di aumenti di pena e di nuove fattispecie di reato finalizzati a combattere i conflitti sociali e destinati a svolgere una funzione di deterrenza contro chi volesse dar vita a manifestazioni di protesta. Sotto attacco in particolare le occupazioni di stabili e l’ostruzione delle strade o delle ferrovie o finanche delle sterrate, o l’imbrattamento di muri, reati per cui vengono previsti anni di galera al posto delle vigenti sanzioni amministrative. Ovviamente, come da sempre, questi stessi reati se commessi in gruppo subiscono sostanziosi aggravamenti di pena.
L’articolato prevede poi diverse altre misure che mirano a colpire le proteste in carcere o nei centri di accoglienza per migranti, tutelare le forze dell’ordine, sanzionando pesantemente anche il reato di lesioni lievi o lievissime nei loro confronti o le semplici minacce verbali, ed esentarle dal porto d’armi nella detenzione e nell’impiego di armi diverse da quelle di ordinanza. Un insieme di restrizioni che devono servire a rendere sempre più effimera e innocua la protesta, a depotenziare i conflitti e a mettere le forze dell’ordine nelle condizioni di procedere all’arresto anche di fronte a conflitti di bassissima intensità.
C’è in queste misure la logica di trasformare i problemi sociali in questioni di ordine pubblico. Che il sovraffollamento carcerario o le condizioni di vita, spesso sotto il livello minimo di dignità nei centri di detenzione per migranti o negli stessi centri di accoglienza, preluda ad inevitabili proteste, spinge il governo a prevenire i conflitti. Che la fortissima carenza di alloggi popolari porti la gente a cercare soluzioni di emergenza anche ricorrendo all’occupazione di immobili inutilizzati viene visto con preoccupazione e si crea un fuoco di sbarramento repressivo che scoraggi il conflitto. Fino ad arrivare a prevedere il carcere anche semplicemente per chi fa resistenza passiva o per chi occupa una strada, per colpire le proteste dei nuovi movimenti ecologisti e di chi si batte contro grandi opere nocive per la salute e per l’ambiente.
Il governo interpreta le ultime elezioni come un successo della sua politica. Non vede che un elettore su due non è andato a votare. Trascura di aver perso più di un milione di voti dalle ultime elezioni del settembre 2022, se si sommano i 660 mila voti in meno di Fratelli d’Italia con i 400 mila in meno della Lega. Ma si sa che i prossimi tempi saranno segnati da nuove restrizioni economiche e che i problemi sociali sono destinati ad acutizzarsi. Per questo mette le mani avanti e riduce i nostri spazi di libertà.
Bisogna fermarli.
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15/05/2024
Report e la Repubblica fondata sul complotto
Dopo la fine del secondo conflitto mondiale l’Italia subì delle modificazioni rapide e profonde, da paese rurale si trasformò nel giro di pochi anni in una moderna società industriale. Crebbero i comparti della meccanica, del tessile e della chimica oltre all’edilizia, nacquero i primi assi autostradali e il panorama dei centri urbani mutò drasticamente.
Si svilupparono le periferie sotto la spinta di flussi migratori continui provenienti del meridione. Diminuirono le partenze oltreoceano per dirigersi verso il Nord, prima la Svizzera, la Francia, il Belgio, la Germania, in cambio del carbone l’Italia cedeva minatori. Poi solo verso il settentrione.
Sorsero così le baraccopoli e il problema abitativo divenne uno dei primi temi di conflitto, che rimarrà cronico, oltre quelli legati al nuovo mondo del lavoro, la fabbrica dove i giovani meridionali sradicati dal loro mondo contadino incontravano la disciplina taylorista delle linee di produzione, i ritmi incalzanti, il frastuono, la nocività, un comando di fabbrica oppressivo e asfissiante.
Sviluppo e conflitto
Il boom demografico, la prospettiva di una società non più in guerra, l’avvento dei media di massa, radio e televisione, favoriscono nuovi fenomeni sociali e culturali: nasce il “mondo giovanile” anche sotto l’influenza della società americana.
Lo stesso sistema produttivo se ne accorge creando la moda per i giovani, la musica, le Vespe e le Lambrette. L’istruzione deve aprirsi a questa massificazione rompendo vecchi tabù elitari e così anche «l’operaio può avere il figlio dottore», come recitavano i versi di una nota canzone degli anni della contestazione.
Una crescita solo in apparenza lineare: da una parte è la stessa produzione capitalistica che richiede un maggiore livello di istruzione, dall’altra l’assorbimento scolastico e universitario è quasi una esigenza di sistema perché viene incontro al boom demografico creando delle aree di parcheggio giovanile, anche se motore di tutto restano le rivendicazioni e dunque il conflitto generato dalle classi lavoratrici che aspirano ad una società più equa, evoluta, animata dalla giustizia sociale, dando vita a cicli di lotta sempre più intensi.
Dai moti di Valdagno si arriva all’autunno caldo del 1969 fino all’occupazione della Fiat del 1973.
La fine dei «trenta gloriosi» e l’esplosione del '77
Siamo all’apice dei cosiddetti «trenta gloriosi» quando iniziano a manifestarsi le prime crepe e gli scricchiolii che stanno minando la società fordista: un mondo strutturato all’interno di un compromesso sociale che vedeva il “Noi” operaio organizzato in grandi partiti di massa con potenti cinghie di trasmissione.
Quella realtà irrigimentata tra “tute blu” e “colletti bianchi”, con mondi e morali avverse, dove lavoratori e padroni coabitavano a distanza, combattendosi senza confondersi, cominciava a dissolversi, trascinando via le vecchie gerarchie e autorità.
A metà degli anni '70 assistiamo così a una crisi di modello sociale e delle sue forme di rappresentanza politiche da cui scaturiscono nuovi movimenti, spesso sconcertanti perché portatori di inedite forme di protagonismo, di partecipazione e richieste, percepite come incompatibili e esorbitanti dall’ordine economico e politico e di fronte ai quali un paese imbalsamato dai vincoli geopolitici e dai patti consociativi oppose il massimo di chiusura.
Le lotte pagano
Nonostante ciò, quella grande spinta aveva consentito un avanzamento sociale senza precedenti, un rinnovamento culturale, delle mentalità e dei costumi, favorendo persino un adeguamento dei modelli di sviluppo ai nuovi standard del capitalismo consumistico.
Sono anni in cui i pori della società si aprono, dando voce ai dimenticati e ai dannati. Spira un vento di libertà che s’insinua nelle crepe aperte dai cunei delle lotte operaie, proiettando sulla scena nuove figure e nuovi «soggetti» – come allora venivano chiamati, usciti dalla loro condizione di minorità civile e politica. Donne, matti, carcerati, omosessuali, giovani, soldati di leva, studenti, disoccupati, tutti vogliono essere protagonisti della propria emancipazione.
Mai come in quel momento, gli umili e gli offesi, gli oppressi e i degradati, trovano occasioni e forza, dignità e rispetto, che solo una vita tornata finalmente nelle loro mani poteva dare. Il divorzio, il nuovo diritto di famiglia, l’aborto – per fare degli esempi – mutano la qualità della vita degli italiani.
Conquiste a decenni di distanza largamente assimilate anche da chi ne fu ferocemente ostile. E ancora la legge sugli gli asili nido pubblici, il riconoscimento della tutela delle donne nei posti di lavoro con i permessi di maternità e il divieto di licenziamento, l’inclusione di una quota di disabili nei posti di lavoro, l’obiezione di coscienza per il servizio militare, la legge Basaglia con la chiusura degli ospedali psichiatrici, le prime normative sulla nocività del lavoro, le discriminazioni e il super sfruttamento, lo statuto dei lavoratori, i consultori, la riforma penitenziaria (il 1975 è l’anno col minor numero di detenuti nella storia repubblicana), i contratti unici nazionali, l’elevazione della scuola dell’obbligo e l’università accessibile a tutti (con i corsi serali per studenti-lavoratori e il salario studentesco).
Conquiste e garanzie andate oggi in buona parte perdute, soprattutto nel mondo del lavoro (con l’avvento della società del precariato e la deregolazione contrattuale) ma anche nelle università e nel carcere.
Il potere consociativo
Sul piano istituzionale, invece, il sistema politico rimase prigioniero delle sue alchimie. La distanza che si aprì tra le istituzioni e una parte della società divenne una sorta di terra di nessuno, attraversata e occupata da movimenti sociali che moltiplicano con una irruenza senza precedenti. Alla separatezza del politico si contrappose l’autonomia del sociale. Ogni ricerca di mediazione e volontà di recepire e integrare venne esclusa.
Da una parte, il protagonismo dei movimenti fu avvertito come una minaccia intollerabile; dall’altra, qualsiasi attenzione era risentita come una intrusione che poteva insidiare l’autonomia. Le strategie di rottura guadagnarono terreno sulle semplici posizioni contestatrici e la lotta armata divenne una delle opzioni che conquistò settori di movimento andando a riempire le fila dei gruppi combattenti.
La repubblica del complotto
Questo ventennio agitato che si dilunga dalla metà degli anni '60 alla metà degli anni '80 del Novecento italiano, ricco di veloci rivolgimenti, colpi di scena, conflitti durissimi, rapide mutazioni, grandi avanzamenti, repressioni feroci, non ha più una sua narrazione.
Per questo può esser facilmente raccontato, meglio sarebbe dire reinventato, come continuum criminale traversato da trame e segreti, tentativi eversivi e assalti rivoluzionari eterodiretti, P2 e mafia, servizi traviati, tutti perfettamente intrecciati e sorretti da un’unica regia e un medesimo disegno: «impedire il compimento della democrazia», ovvero quell’alternativa o alternanza di governo (qui il lessico muta con le svolte politiche).
È quanto ha fatto Report nella puntata andata in onda domenica 12 maggio nel servizio preparato da Paolo Mondani. Quanto avvenuto da piazza Fontana, dicembre 1969, alla morte di Falcone-Borsellino nell’estate 1992, avrebbe fatto parte di un unico disegno dove tutto si tiene: tentativi di golpe, stragi fasciste, lotta armata, rapimento Moro, attentati mafiosi, avvento del Berlusconismo. Una insalata mista.
Un discorso ormai rodato da alcuni decenni e nel quale i fatti sociali vengono sistematicamente ridotti a eventi delittuosi, l’analisi e la spiegazione che ne segue trasformata in un calco deforme della trama giudiziaria.
La favola del doppio Stato o Deep state
La costituzione di Weimar, come lo Statuto Albertino, non furono mai aboliti dal nazismo e dal fascismo. Vennero disattivati grazie al potere di sospensione proprio dello “stato d’eccezione” e affiancati da una seconda struttura, che nel caso dell’esperienza nazista il costituzionalista Ernst Fraenkel definì, in un libro del 1942, «Stato duale». Nasce da qui, in modo azzardato, la formula del «doppio Stato», ripresa in un saggio del 1989 da Franco De Felice.
Questa categoria, che ha fornito una parvenza concettuale alla retorica del complotto, insieme ai continui riferimenti all’azione di «poteri invisibili» e «occulti» (Bobbio) o di uno «Stato parallelo» (Giannuli), e poco importa se la data d’origine debba risalire allo sbarco degli americani in Sicilia, al Gobbo del Quarticciolo, a Portella delle Ginestre, al “tintinnar di sciabole” e alle Intentone degli anni '60 (la letteratura dietrologica propone infinite varianti), aiuta davvero a comprendere la storia del dopoguerra e del decennio '70 in particolare?
Come spiegare allora che un giovane sostituto procuratore di nome Luciano Violante, destinato ad una carriera di esponente storico del primo Stato (quello che la vulgata dietrologica ritiene “buono”), interviene su informativa del ministro degli interni democristiano Paolo Emilio Taviani – medaglia d’oro della Resistenza bianca, fondatore di Gladio, dunque esponente del secondo Stato (quello deviato) – per indagare contro Edgardo Sogno, membro a questo punto di un “terzo Stato” (stavolta traviato), che tramava un golpe gollista di ristrutturazione autoritaria della Repubblica, nel mentre operava attraverso i carabinieri della divisione Pastrengo un “quarto Stato” (deviatissimo e traviatissimo) in combutta col Mar del neofascista Carlo Fumagalli, le bombe stragiste, le cellule nere del Triveneto.
Il tutto in presenza del «super Sid», scoperto dal giudice Guido Salvini, che forse era dunque un “quinto Stato” (ancora più che deviato o traviato, uno Stato invertito)?
Poi c’erano gli Stati negli Stati come la mafia, cioè lo Stato doppione e, infine, gli antistati, come le Br, che però certuni vorrebbero una diramazione di uno dei precedenti cinque Stati.
Che vuol dire tutto questo? Forse che l’Italia era un paese eccessivamente statalista?
La dietrologia contro le trame di Stato che si fa dietrologia dello Stato contro la società
L’ idea che il mondo sia più comprensibile se visto dal buco della serratura di un ufficio dei servizi segreti piuttosto che in luoghi dove si tessono e scontrano le relazioni sociali, economiche e politiche, prima che una squallida strumentalizzazione politica è il segno tragico di una malattia della conoscenza.
Che la comprensione della società si risolva con una risalita verso l’alto, ricostruendo l’ordito della cospirazione, quell’apice dove dei burattinai dovrebbero tirare per forza dei fili, regolando i giochi, è divenuta semplificazione consolatoria.
In passato era servita ad alcune forze politiche per trovare un alibi che giustificasse i propri fallimenti, ma oggi che queste forze sono scomparse è diventato un nuovo instrumentum regni che favorisce una visione delle cose perfettamente congeniale alla perpetuazione dei poteri mai messi in discussione del capitalismo attuale.
In questo modo attraverso le dietrologie si vuole sostenere che dietro ogni ribellione non c’è genuinità, sincerità, ma solo un inganno, una forma di captazione, uno stratagemma del potere.
Fonte
20/11/2023
Il Governo precetta, lo sciopero non può attendere
Nei giorni in cui il Governo attacca volgarmente il diritto di sciopero dei lavoratori e i sindacati confederali confermano di non avere la forza e la volontà di opporsi a questa deriva, è bene rispolverare un po’ di evidenze sul grado di conflittualità della società italiana, per smascherare alcune menzogne che spesso fanno capolino nel dibattito pubblico. Mentre Salvini accusa il segretario della CGIL di indire lo sciopero generale di venerdì per poter godere di un week-end lungo e la narrazione dell’Italia come il Bengodi degli scioperi che bloccano le magnifiche sorti e progressive del paese si diffonde, la realtà dice tutt’altro.
Secondo i dati ISTAT, in Italia nel 2023 le ore di lavoro perse a causa di scioperi sono soltanto 0,5 ogni mille, in discesa rispetto al 2022 e al 2021 quando erano state pari a 0,6 e 0,8. Una riduzione della conflittualità ancora più significativa se confrontata con il primo dato disponibile risalente al 2005, quando le ore di sciopero erano state ben 2,5 per ogni 1000 ore lavorate. Se si guarda ai dati forniti dall’European Trade Union Institute (ETUI) si ha un quadro chiaro di come il nostro paese rappresenti sì un’anomalia, ma al contrario. Vale a dire come esso sia un paese dal bassissimo grado di conflittualità dei lavoratori, conflittualità che è andata raffreddandosi nei decenni con una singolare solerzia. Infatti, tra il 2000 e il 2009, secondo l’ETUI, in Italia si sono persi 87,6 giorni di lavoro a causa di sciopero, meno della Francia (127) e della Spagna (153) ma molto di più del periodo 2020-2022 quando il valore è talmente basso da essere insufficiente a formulare la statistica. Nel frattempo, però, in Germania si sono persi 18 giorni di lavoro, in Spagna 37, in Francia 79.
Un dato simile è riportato anche in un articolo di Domani dove, facendo riferimento a dati OCSE, si segnala che tra il 2008 e il 2018, mentre in Italia si registravano 42 giorni di sciopero, in Spagna e in Francia se ne registravano, rispettivamente, 76 e 112.
Ma che cosa c’entrano questi numeri con la vita reale delle persone? Abbiamo più volte sostenuto e argomentato che la distribuzione del reddito, quindi, salari più alti o più bassi, sia l’esito di un conflitto di classe che vede i lavoratori da un lato e i datori dall’altro. Quando il conflitto è sopito, in genere, i lavoratori stanno perdendo e i loro salari reali stanno crescendo poco o addirittura riducendosi. Lo sciopero è un indicatore importante di quanto questo conflitto sia presente nella società e, soprattutto nelle fasi economiche come quella che stiamo vivendo, ci può essere molto utile per spiegare cosa stia accadendo ai salari.
L’Italia, infatti, mentre si caratterizza per la scarsità di mobilitazioni, si caratterizza anche per essere il paese che ha visto la crescita dei salari monetari più bassa d’Europa. Secondo uno studio della banca britannica Barclays, l’Italia ha registrato un tasso di crescita dei salari monetari ben inferiore rispetto a quello delle altre grandi economie europee. In Italia, infatti, le retribuzioni contrattate nel 2023, sono cresciute del 3%, mentre la media europea è pari al 4,5%. In Europa, la Germania ha registrato un aumento del 4,5%, la Francia del 3,9% mentre il Belgio, in virtù di un sistema di indicizzazione dei salari all’inflazione, ha registrato un aumento delle retribuzioni pari al 7%.
Questa condizione si rispecchia benissimo nella caduta dei salari reali che, come riporta l’articolo di Domani citando dall’OCSE, è stata pari al 7,5% in Italia, al 4% in Spagna e al 3,2% in Germania, mentre in Francia si registra addirittura un lieve aumento (1,5%).
La questione salariale rappresenta, quindi, una vera e propria emergenza per il paese. La necessità di aprire una decisa ed estesa campagna di rinnovi contrattuali si fa sempre più cogente e richiede che i sindacati sappiamo tenere alto il livello delle rivendicazioni, svestendo i panni dimessi che hanno indossato finora.
A fronte di tutto questo occorre contrastare con vigore l’odiosa retorica che attacca oggi il diritto allo sciopero facendo leva sulla presunta tutela del cittadino utente per delegittimare i lavoratori dei servizi pubblici e, per estensione, tutti i lavoratori nel loro insieme. Una delegittimazione ideologica agitata ad arte per creare divisioni e spaccature fittizie nella società cercando di instillare nella collettività l’idea falsa che i disservizi pubblici siano legati ai pochi scioperi annuali e non invece al drammatico ridimensionamento del loro finanziamento statale. Una retorica velenosa che fingendo di voler tutelare il diritto, senza dubbio sacrosanto, dei cittadini a prendere autobus e treni per spostarsi, attacca il diritto allo sciopero nel suo complesso, nel trasporto e altrove, legittimando così quel cortocircuito vizioso che in ultima istanza va a detrimento di cittadini e lavoratori nel loro insieme.
Ribaltare a 180 gradi la retorica salviniana della precettazione degli scioperanti per la tutela degli utenti, significa ricordare che il peggioramento drammatico dei servizi è l’altra faccia della medaglia del deterioramento di salari e condizioni lavorative sia nel settore pubblico in senso stretto che nelle aziende nate dai processi di privatizzazione: tutte politiche figlie dell’austerità di bilancio, dei tagli alla spesa pubblica e sociale e del neoliberismo nel suo insieme.
Miglioramento delle condizioni di lavoro di tutti i lavoratori, crescita dei salari e potenziamento della quantità e qualità dei servizi pubblici rappresentano l’unica soluzione per tutelare gli interessi della collettività e rompere le false contraddizioni tra lavoratori e cittadini-utenti rinfocolate ad arte dai governi di turno.
22/08/2022
Missione missina
Scrive su Domani Stefano Feltri: “Se oggi Giorgia Meloni può ambire ad andare a palazzo Chigi è anche grazie al cinismo dell’establishment italiano che ha deciso di legittimarla”.
Manco a farlo a posta, contemporaneamente, Angelo Panebianco scrive sul Corriere: “C’è sempre, nelle elezioni italiane, un ‘sovraccarico etico’ dato che, secondo le minoranze politicizzate, a scontrarsi sono il Bene e il Male. Per la minoranza di destra la parte del Paese che vota per la sinistra è dominata dai comunisti, per la minoranza di sinistra l’altra parte è in mano ai fascisti”.
Tralasciando il cerchiobottismo, che è il massimo della moderazione raggiungibile dagli argomenti di Panebianco, pasdaran dell’establishment, la bocca buona della borghesia italiana su certe disgustose formazioni politiche non è una novità.
Pensiamo al partito di Berlusconi e come in questo ultimo quarto secolo la borghesia italiana abbia sorvolato su tutto, pur di avere a disposizione qualcuno cui affidare i propri privilegi.
O alla Lega, che da Bossi è diventata di proprietà di Salvini e delle sue sconcezze politiche sulla legalità, la sicurezza, i diritti umani e la politica estera.
Per arrivare a Meloni, cui potrebbe essere affidato il ruolo di garante dell’autoritarismo necessario a comprimere le tensioni sociali, inevitabili a fronte del previsto “maremoto” sociale che si preannuncia per via dell’intreccio tra crisi energetica, crisi ambientale e inflazione, con l’aggravio, per i redditi bassi, dell’aumento del costo del denaro.
Si palesa una situazione simile a quella che per decenni fu la missione del MSI, cioè essere lo spauracchio contro l’avanzata delle rivendicazioni operaie e popolari, del protagonismo dei diritti delle donne, dei giovani, della difesa dello Stato sociale, oltre che rifugio di generali felloni e golpisti, ed essere nei fatti il bacino militante dei responsabili delle stragi, anche quelle di mafia, dei tentativi di colpo di stato, della cospirazione antidemocratica ordita dalla P2.
Perché questo è stato il neofascismo italiano, file da cui Meloni e i suoi “fratelli” provengono: è da questo che non hanno mai preso le distanze, questo è il vero problema politico, questa è la vera fiamma che arde nella loro storia, non certe pagliacciate nostalgiche, più patetiche che disgustose.
Il “cinismo dell’establishment” – come lo chiama il direttore di Domani – è figlio di quella lunga stagione. La borghesia italiana, quella grande e quella piccola, i ceti ricchi e medi temono con tutto il sistema nervoso del lobbismo, delle caste, delle oligarchie, del familismo che prima o poi esploda la rivolta.
E che redistribuzione della ricchezza, attraverso investimenti nel welfare pubblico, – cioè Istruzione, Sanità e Previdenza – adeguamenti salariali al pari dei paesi del G7, pieno riconoscimento dei diritti delle donne, degli omosessuali, degli immigrati siano provvedimenti inevitabili.
Per la salvaguardia del nostro sistema politico, della coesione sociale, della stessa produzione delle merci, della loro distribuzione interna ed esportazione e dell’ambiente sarà necessario intervenire con una decisa “agenda sociale”.
Tutto questo fa paura. A ben vedere è proprio questo che la destra sta sfacciatamente dicendo in campagna elettorale, cioè “se non votate per noi certi privilegi rischiano grosso”.
Ed è proprio su questo che si misura, al contrario, la timida cautela delle proposte sociali del centrosinistra, cui fa da sponda la goffaggine politica del M5s.
Invece che puntare a mobilitare la coscienza e gli interessi materiali della stragrande maggioranza degli elettori con una piattaforma, che attivi il loro protagonismo nella lotta politica, per un concreto miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, hanno paura di spaventare l’establishment italiano, che invece sembra pronto a puntare decisamente a destra.
Per mantenere rendite (esentasse) di posizione, per mettere la mani sui vantaggi del PNRR, sono disposti a tutto.
Tanto da pensare possibile affidarsi a una nuova missione missina.
Fonte
23/07/2022
Fronte dell’interporto
di Giovanni Iozzoli
Sarà curioso leggere un po’ più approfonditamente le carte della Procura piacentina e del Gip Caravelli, relative all’inchiesta che ha portato all’arresto di sei sindacalisti, oltre che ad allungare a dismisura il già ricco carnet di perquisizioni, provvedimenti amministrativi e denunce che la magistratura di quel territorio ha collezionato negli anni, ai danni del movimento operaio della logistica. Perché se è vero che di solito durante le conferenze stampa si danno in pasto al pubblico le anticipazioni più succose, quello che è venuto fuori dalle dichiarazioni dei magistrati è davvero disarmante. Viene da chiedersi se certe figure siano davvero consapevoli della gravità del loro agire – una retata di sindacalisti nel 2022! – se siano in grado di valutare la sproporzione tra i loro provvedimenti e gli “episodi contestati”; se si rendano conto che una iniziativa come quella del 19 luglio va ad interferire pesantemente con l’interpretazione e l’applicazione di alcuni fondamentali diritti costituzionali.
La lettura politica di queste inchiesta, apre il giudizio a diverse opzioni: la piccola Procura di Piacenza si è ritrovata dentro una specie di delirio di onnipotenza, convincendosi di essere un organo di garanzia del buon ordine sociale; e quindi, come candidamente ammesso in alcuni stralci dell’ordinanza, ritiene suo preciso dovere “tutelare aziende e multinazionali (sic) che sono una ricchezza del territorio”? In questo caso la Procura, nel vuoto della politica, assumerebbe un ruolo di riequilibrio del rapporto di forze, in un comparto che nell’ultimo decennio ha visto l’insediamento di un sindacalismo, forse a volte caotico e litigioso, ma comunque conflittuale e classista. Oppure stanno arrivando ai magistrati input e segnali dall’alto, circa la necessità di irrigidire le maglie del controllo e della sanzione, in vista di un autunno che si presenta come uno dei più drammatici della storia italiana?
Difficile sbrigliare il nodo dei moventi che possono reggere un’inchiesta così strampalata, indubitabilmente destinata a morire prematura. Come si fa a contestare un’associazione a delinquere sulla base di episodi come la tinteggiatura dell’appartamento di un dirigente del Si Cobas da parte di un iscritto (traffico di influenze)? O il “differenziale” di buonuscita per un delegato licenziato (sì, lo confermiamo ai magistrati: liberarsi di un delegato rompicoglioni costa di più alle aziende, per una elementare legge di mercato). Oppure l’uso dei soldi delle tessere e delle percentuali sulle conciliazioni per gestire i quadri e le strutture sindacali (i Pm di cosa pensano campino gli altri sindacati? Magari hanno i bilanci certificati, ma la sostanza è quella).
La Gip nella sua ordinanza pare ossessionata dall’idea della lobby tentacolare costituita da questi sindacalisti rampanti ai danni delle aziende; ed è surreale pensare che nel paese delle lobbies – spesso occulte e criminali – i magistrati vadano a caccia di “lobby operaie” dentro i magazzini della logistica. Del resto, la vittimizzazione dell’impresa è uno degli elementi che ricorre più spesso nell’impianto accusatorio: nel mondo alla rovescia dei magistrati, non è il sistema dei sub appalti ad avvelenare le relazioni industriali e la concorrenza; sono piuttosto i lavoratori a vessare i grandi gruppi della logistica con richieste incongrue. Ed è anche comprensibile, tale visione, perché i magistrati sono sottoposti come tutti noi alle medesime narrazioni tossiche: l’imprenditore “chiagn’ e fotte” è ormai una figura onnipervadente del nostro immaginario.
Pm e Gip hanno più volte negato, con scrupolo peloso, che la loro possa essere interpretata come un’inchiesta contro il sindacalismo di base (no: e quando mai?). Si tratterebbe piuttosto di un’azione contro “due specifiche associazioni a delinquere costituitesi all’interno delle sigle sindacali in questione”. Tra l’altro il Gip si occupa, incredibilmente, anche di valutare e censurare le politiche sindacali delle due organizzazioni – Si Cobas e USB – che competerebbero sfacciatamente tra loro per mere ragioni di potere, invece di pensare all’interesse generale dei lavoratori. Magistrati decisamente a tutto campo.
Insomma, se quello che si è letto in questi giorni, è il “meglio” che il menu della casa può servire, l’inchiesta è destinata agli archivi meno nobili della triste storia giudiziaria italiana. Per quanto giuridicamente effimera, l’azione della magistratura piacentina produce però altra repressione, altra sofferenza, mandando segnali intimidatori a tutto un mondo conflittuale e ribadendo esplicitamente che le eccessive richieste economiche contro “le multinazionali” sono un’estorsione e che la contrattazione può diventare un reato.
Bisogna schierarsi esplicitamente dalla parte del sindacalismo di base (come correttamente hanno fatto anche le minoranze in CGIL e tutta la sinistra di classe) e alzare la soglia della mobilitazione tutte le volte che la violenza di Stato si scaglia sulle organizzazioni popolari. Inutili i distinguo e gli attendismi: queste iniziative repressive meritano una lettura e una risposta politica complessiva. E la società e l’opinione pubblica, vanno assolutamente coinvolte: non si può assistere all’indignazione a reti unificate dei nostri TG mentre arrestano gli oppositori a Mosca, e permettere loro di girare la testa dall’altra parte a Piacenza.
Quanto alle Procure, anche senza grandi dibattiti sulla divisione delle carriere, se si stabilisse una norma per cui i Pm sono economicamente responsabili delle spese di certe inchieste farlocche – ingentissime, immaginiamo: 5 anni di indagini, centinaia di ore di intercettazioni, schedature di massa, forze di polizia, interpreti e consulenti all’opera – certi magistrati, dicevo, smetterebbero di occuparsi della tinteggiatura di interni e comincerebbero a pensare di più alle infiltrazioni mafiose – quelle reali – dentro al “tessuto economico” che vorrebbero preservare dalle orde sindacalizzate.
Il vecchio vizio di certi segmenti di magistratura è sempre lo stesso: pesca a strascico dentro un ambiente o un contesto, protratta per anni, con ogni mezzo di indagine possibile; e poi, su questa mole caotica di carte, l’edificazione di un teorema, solitamente debole o fantasioso. Perché il paradosso italiano, negli inferni della logistica, è sempre lo stesso: sono i rivoluzionari “associati a delinquere”, quelli che, in ultima analisi, difendono la legalità e aiutano lo Stato a recuperare enormi introiti facendo emergere il nero e il grigio delle elusioni fiscali e contributive; mentre la buona borghesia della provincia padana ha assistito in compiaciuto silenzio per un quarto di secolo al proliferare di ogni abuso, truffa e illegalità.
L’inchiesta indugia morbosamente sulle faccende di soldi e contabilità, insinuando il sospetto che tutte le lotte non siano altro che il paravento dei modestissimi introiti di cui vivono i sindacalisti (attività defatigante, in certi ambienti anche pericolosa). Nell’ottica del perbenismo piccolo borghese parlare di soldi è peccaminoso o improprio e suscita immediata diffidenza. In tal modo i magistrati, lisciano il pelo al comune sentire “anti-politico”, al qualunquismo passivizzante: sembrano dire all’opinione pubblica: non vi fidate, sono tutti ladri, non seguite certe bandiere, state a casa che è meglio. Quello che vi serve vi arriverà dall’alto, senza bisogno di agitarvi troppo. I lavoratori – quelli che in questi giorni stanno scioperando e manifestando contro gli arresti – sono raffigurati come bambini ingenui, raggirati da dirigenti marpioni che hanno usurpato la loro fiducia.
Ovviamente non è la vil moneta, al centro dell’attenzione dei magistrati: lo scandalo vero sono i picchetti, le agitazioni senza preavviso, il blocco delle merci, le vertenze aziendali per rinforzare una contrattazione nazionale esangue. La Procura ventila il reato di “sabotaggio” (tipico di un contesto di guerra), e in effetti queste migliaia di lavoratrici e lavoratori hanno rappresentato in questi anni un’efficace avanguardia di sabotatori: hanno sabotato il modello emiliano fondato sulle finte cooperative e il semischiavismo, hanno sabotato le complicità sindacali e il comparaggio politico, hanno sabotato il conformismo omertoso che aveva regnato in certi territori della ricca Padania peggio che in Aspromonte. Altro che i quattro soldi delle conciliazioni: al centro dell’azione della Procura c’è lo scandalo di proletari che si organizzano, che rovesciano le filiere etniche dello sfruttamento in forza operaia, che mettono i piedi nel piatto dell’organizzazione del lavoro, della prestazione, degli orari, della dignità. I “delinquenti associati” di Piacenza sono quelli che in questi anni, dentro ai cancelli degli stabilimenti, hanno paradossalmente soltanto difeso la Costituzione repubblicana – uno dei lavori che gli italiani non vogliono fare più.
Aldo Milani e Arafat sono già al secondo arresto. Abdel Salam Al Nanf, ammazzato a Piacenza nel 2016 nel corso di un picchetto “criminale”, aspetta ancora giustizia. La modifica dell’art. 1677 del codice civile per eliminare la responsabilità in solido del committente negli appalti, è l’ultimo regalo di Draghi ad Assologistica e Confindustria, un attimo prima di cadere. Il Pm Pradella ha subito dichiarato che le manifestazioni non autorizzate di questi giorni saranno oggetto di provvedimenti specifici. Cartoline italiane da Piacenza.
Dall’inchiesta di Piacenza un nuovo arretramento della Costituzione
Come diceva Calamandrei “la Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove: perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità”.
La nostra Costituzione, che fonda la Repubblica sul Lavoro, favorisce l’organizzazione sindacale e riconosce il diritto di sciopero, considera il conflitto sociale come uno strumento per il progresso della collettività.
Del resto, la Corte Costituzionale con la sentenza 244/1996 ha affermato come ciò che connota e rende costituzionalmente legittima la normativa sulla rappresentanza del lavoro “comporta un’interpretazione rigorosa della fattispecie dell’art. 19 dello Statuto dei Lavoratori, tale da far coincidere il criterio con la capacità del sindacato di imporsi al datore di lavoro, direttamente o attraverso la sua associazione, come controparte contrattuale”.
Confondere i sindacati, che altro non sono che l’associazione per la conquista dei diritti – anche in maniera schietta e determinata – con l’associazione per delinquere, provoca un arretramento nell’inveramento del disegno costituzionale.
Inoltre, l’iscrizione nel registro degli indagati di un avvocato che collabora con USB e membro di Ce.In.G per avere sollecitato l’attuazione del diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro di cui all’art.18 s.l. di un gruppo di lavoratori, sancito dalla Corte d’Appello di Bologna (ed in seguito, anche del Tribunale di Piacenza) è un atto che mina il ruolo fondamentale della difesa legale.
Facciamo queste riflessioni anche perché, sempre nello spirito dell’attuazione della Costituzione, abbiamo a cuore che la Magistratura sia indipendente e attenta a distinguere attività delittuosa dal legittimo conflitto.
Pertanto, manifestiamo solidarietà e vicinanza alle organizzazioni sindacali coinvolte e daremo il nostro contributo con ogni azione necessaria per il corretto inveramento del messaggio costituzionale e la garanzia del democratico conflitto sindacale.
Fonte
09/07/2022
Governi deboli e permanenza della guerra. Quale autunno?
Intendiamoci, la lotta per il potere non finisce mai e non si esaurisce con una guerra, piuttosto cambia di natura. Ma in tutto questo c’è un punto di non ritorno: quello nel quale la lotta per il potere è una delle cause della sconfitta in guerra, perché alimenta la mancanza di coesione di uno schieramento, necessaria a passare i momenti difficili di un conflitto.
Si tratti di pensieri che emergono nel momento in cui, per motivi e in modi molto diversi tra loro, i governi di Francia, Gran Bretagna e Italia si trovano in difficoltà evidenti. Il governo britannico è già saltato, su tre piani molto materiali: la difficoltà ad attivare politiche di superamento della crisi economica, quella a rappresentare con coerenza interessi concreti in un momento difficile e, appunto, la lotta per la supremazia a corte tradotta nel linguaggio delle democrazie postmoderne. In Francia e in Italia, per quanto i contesti politici siano differenti, i piani materiali sono molto simili e tutti aggravati dal conflitto russo-ucraino nel quale, da tempo, la componente ucraina è un proxy del mondo occidentale.
Questa materialità della crisi dei governi è trasversale persino alla gerarchia dei paesi vincitori del recente summit Nato di Madrid: coinvolge la Gran Bretagna, capace di orientare la carta strategica NATO secondo i propri interessi; la Francia, che è sulla linea di confine tra paesi vinti e vincitori; l’Italia che ha visto declassate le proprie esigenze strategiche sul fianco sud dell’area coperta dall’alleanza. Si tratta infatti di una materialità che tocca il funzionamento stesso delle società coinvolte e che si sarebbe manifestata comunque, viste le difficoltà di evoluzione delle società occidentali nei primi anni ‘20. Il punto è che, con la presenza di un conflitto come non se vedevano da tempo in Europa, a queste criticità si aggiungono quelle di una guerra inedita.
E qui non aiuta il fatto che nella precedente globalizzazione, quella cominciata con la metà dell’ottocento e finita con la seconda guerra mondiale, le guerre che hanno coinvolto la Russia ai suoi confini occidentali si sono riprodotte (si pensi ai conflitti russo-turchi) per poi sfociare in guerre più vaste e di maggiore intensità (la prima guerra mondiale, in questo caso). Certo, nel nostro mondo la guerra sul campo tende a localizzarsi geograficamente e a fare danni globali soprattutto sul piano logistico, economico, finanziario e di conseguenza su quello della tenuta sociale. Nel frattempo la questione della tenuta sociale si salda, disgregando il potere politico esistente, a quella della lotta per il potere prima ancora che la guerra faccia vedere davvero i suoi effetti devastanti.
Per i prossimi mesi un contesto del genere si trova davanti a una sovrapposizione di scenari dei quali definiamo qui i lineamenti.
- Scenario militare. Il conflitto russo-ucraino vive l’alternarsi di aumento d’intensità e di cronicizzazione. Nel primo caso il potenziamento dell’esercito di Kiev, per quando più complesso di quanto finora descritto, servirà prima o poi per una vera strategia di contrattacco sui territori contesi. Di lì, dopo quel piano d’intensità, si capirà, poi, quale cronicizzazione della guerra, modello post conflitto 2014-5, subiranno queste aree. Questo perché né la Russia né Kiev intendono, nel medio periodo, ritirarsi ufficialmente lasciando così spazio ai signori della guerra presenti negli eserciti, nelle milizie e nell’economia. Nel modo in cui si giocherà la cronicizzazione del conflitto russo-ucraino si riuscirà a realizzare se ci sarà un vincitore sul piano globale, quello che si riflette su quanto accade oggi nell’Est Europa.
- Scenario finanziario. L’aumento del dollaro, l’aumento USA dei tassi d’interesse contrapposto a tendenze finora contrarie, decremento dell’euro e politiche di sostanziale mantenimento dei tassi, come in Giappone, mostra che i conflitti finanziari aperti tra occidente e Mosca si sovrappongono a uno scenario nel quale la guerra finanziaria è interna agli stessi alleati. Infatti, mentre gli USA attraggono capitali tramite l’aumento del tasso d’interesse, il dollaro troppo forte, effetto di queste politiche, rende competitive per l’export, ad esempio, le economie legate all’euro e allo yen. Per cui sul piano dei tassi d’interesse e su quello valutario si vede quanto siano forti i conflitti tra entità, su altro piano, alleate. Oltretutto l’aumento del dollaro provoca seri problemi nel pagamento del debito dei paesi emergenti visto che è proprio il biglietto verde la valuta con la quale si paga il debito contratto. Di lì altri conflitti finanziari, quella che comunemente viene chiamata speculazione, proprio sul debito dei paesi emergenti. In questo senso la finanza mostra tutta la sua forza destabilizzatrice assieme alla guerra sul campo. E, nel caso, sarà questa forza l’ultima a placarsi.
- Scenario economico. Più che un’economia di guerra, nella quale i singoli paesi dispongono le forze produttive nello sforzo di riarmo, per adesso siamo in un’economia che si adatta alla guerra. Quindi alla carenza, e al costo altissimo, di materie prime ed energia all’inflazione, alla contrazione dei mercati e nella quale si avvertono le difficoltà materiali della forza lavoro.
Gli attuali livelli di sviluppo economico si fanno trascinare dall’evoluzione della guerra. Certo i piani di riarmo europei, le esigenze del complesso militare-industriale americano cominciano a farsi sentire ma, almeno al momento, non siamo nell’economia come warfare quanto in una economia dove si sommano le difficoltà dell’economia civile a riprodursi assieme al ritorno di una economia militare postfordista tutta da valutare in dimensioni e peso nella società.
- Scenario sociale. Fuori dai denti: nelle società occidentali siamo di fronte a un possibile scenario di distruzione delle forze produttive causa inflazione, compressione del salario, costi molto alti per la riproduzione dei nuclei familiari (trasporto, energia, alimentare) e governi, già di per sé elitari, incapaci di agire sia per mancanza di risorse (nonostante che i profitti salgano) sia perché paralizzati dalla lotta per il potere in modo evidente (come nei tre paesi qui citati) o latente (come nei rami del parlamento USA). Qui o la società si manifesta ottimizzando le proprie risorse nella lotta quotidiana per la sopravvivenza, svuotando però ogni ipotesi di risposta politica a questo stato di cose, oppure reagisce, pur priva di strutturazione politica, attraverso rivolte facendo emergere una stagione di alta instabilità sociale dagli esiti non prevedibili.
Più che il ritorno della guerra le nostre società vivono l’uscita della guerra dallo stato di latenza grazie al quale non è mai scomparsa. Si tratta di uno stato di guerra diverso dal passato, fatto di una molteplicità di piani, che si distendono ben oltre il conflitto sul terreno, la cui sovrapposizione determina criticità e cambiamenti nelle nostre società. È in questa dimensione che le nostre società affrontano l’ignoto che hanno davanti.
Fonte
27/06/2022
Alle comunali vince chi non vota
Se i propagandisti della democrazia liberale fossero sinceri dovrebbe essere questa la loro prima preoccupazione. Ma se ne fregano ampiamente. Anche se votasse soltanto il 5% per loro sarebbe uguale. Anzi, meglio, perché il controllo sarebbe ancora più preciso.
Sul piano numerico si potrebbe dire che il centrodestra ha comunque ottenuto una mezza vittoria. Nei capoluoghi di regione ottiene infatti 3 sindaci, il centrosinistra soltanto 1.
Anche nei capoluoghi di provincia il centrodestra ottiene più sindaci – 13 – mentre il centrosinistra 10, le liste civiche 3.
Ma rispetto alle precedenti elezioni l’arretramento è evidente: il centrodestra aveva ottenuto 17 sindaci, il centrosinistra 5, le liste civiche 4.
Vanno stavolta al centrodestra Palermo, Lucca, Belluno, Barletta e conferma i comuni di Genova, L’Aquila, La Spezia, Pistoia, Asti, Rieti, Frosinone, Oristano, Gorizia.
Mentre il centrosinistra può vantare quelli di Catanzaro, Lodi, Alessandria, Parma, Piacenza, Verona, Monza e conferma i comuni di Padova, Taranto e Cuneo.
Ma è indubbiamente Verona il risultato meno atteso (prima del primo turno), perché una città storicamente “nera” vede prevalere Damiano Tommasi, ex calciatore della Roma e della nazionale, chiamato al tempo “il chierichetto” per la sua religiosità e le buone maniere.
Però il centrosinistra che esulta per questa vittoria deve pur sempre registrare che Tommasi ha rifiutato di prendere la tessera del Pd ed ha preteso che nella lista non comparisse nessun simbolo di partito. Insomma, ha vinto lui nonostante le formazioni che lo sostenevano.
Peggio ancora a destra, dove il suicidio è stato clamoroso, con il divorzio violento tra il sindaco uscente, Sboarina, sostenuto da Lega e Fratelli d’Italia, e il suo predecessore Tosi, passato nelle fila dei berlusconani.
Un divorzio che ha attraversato non solo i gruppi dirigenti, ma anche l’elettorato, che ha rifiutato l’apparentamento e il “voto utile”.
Ma il giudizio politico generale deve essere necessariamente un altro. La verifica del distacco tra classe politica e popolazione sta diventando clamorosa. Se tre elettori su cinque si disinteressano del voto più “di prossimità” che ci sia, quello comunale, vuol dire che quasi nessuno crede più che si possa incidere sulle politiche o almeno le decisioni amministrative minori.
Il voto comunale è roba che riguarda ormai soprattutto gruppi di interesse, clientele, possibili scambi di favori, oltre a una quota sempre minore di “voto d’opinione”. Ma neanche su questo piano riesce più ad essere attrattivo.
La destra in particolare, con le sue divisioni, è la fotografia della “borghesia nazionale” italica, quella che vive o sopravvive con un business che non va al di là dei confini nazionali o regionali, priva di qualsiasi visione che ecceda i limiti di quel business.
Non a caso sono i giornali del grande capitale sovranazionale – Repubblica, Stampa, Corriere – a gioire per “l’avanzata del centrosinistra”, la “sconfitta del populismo” e banalità similari.
Ma entrambi gli schieramenti, che pure convivono allegramente nel governo Draghi, sanno benissimo che i margini di azione loro concessi sono strettissimi, perché le grandi scelte politiche avvengono da tempo fuori dai luoghi che loro frequentano o possono conquistare.
Come ci capita spesso di dire, il potere politico non abita più a Palazzo Chigi, e tanto meno in Campidoglio o a Palazzo Marino (Roma e Milano, insomma). Un potere reale irraggiungibile dagli elettori, e costitutivamente indifferente all’opinione e agli interessi delle classi popolari.
Ma questa consapevolezza viaggia ormai anche a livello di massa e si traduce nella frase che tutti noi ci sentiamo ripetere quando pure tentiamo di smuovere l’apatia popolare: “tanto non cambia niente”.
È il punto di non ritorno di una crisi di legittimità delle istituzioni che non può essere superata da “discorsi” o “narrazioni” volontaristiche. Solo un conflitto sociale effettivamente radicale – incentrato cioè sui temi vitali della condizione popolare (lavoro, salario sufficiente, casa, sanità, carovita, scuola, pensioni, ecc.) – può restituire “alla gente” la consapevolezza di poter “cambiare le cose”.
E dunque anche fare del rito elettorale, in determinate condizioni, un momento di lotta politica, anziché una stracca verifica dell’efficacia del marketing elettorale.
Fonte
05/06/2022
Salario minimo, una questione politica
Pochi giornali italiani hanno dato il dovuto risalto alla notizia che dal primo ottobre il salario minimo garantito in Germania sarà di 12 euro l’ora. Il Parlamento tedesco ha infatti approvato l’aumento, che era stato tra i punti decisivi del programma elettorale del cancelliere Olaf Scholz.
La misura verrà applicata in due tempi. Dal primo luglio – tra meno di un mese – passerà da 9,82 a 10,45 euro e poi a 12 euro il primo di ottobre.
A beneficiare dell’aumento saranno appena 6,2 milioni di dipendenti su una popolazione attiva di 45,2 milioni, perché gli altri guadagnano già più di questa cifra. Secondo la Confederazione sindacale tedesca il potere d’acquisto complessivo dei lavoratori dipendenti verrà aumentato di 4,8 miliardi di euro. Che naturalmente finiranno in maggiori consumi e, quindi, in maggiori utili per le aziende fornitrici di beni di consumo, costruttori edili, ecc.
Come sapete, in Italia la proposta più “estremista” è quella avanzata da Potere al Popolo, Unione Sindacale di Base e altre sigle sindacali o politiche: 10 euro netti l’ora. Che sembrano tantissimi rispetto ai salari reali percepiti da lavoratori a tempo pieno, e a maggior ragione da precari, in nero, ecc.
Dieci euro netti l’ora sono circa 1.600 euro netti al mese (calcolando una settimana standard di 40 ore e 22 giorni lavorativi effettivi; ossia molte meno ore di quelle realmente lavorate in media). Un salario quasi da sogno, qui in Italia, considerato quasi da miserabili in Germania.
Ma naturalmente in Parlamento ci sono proposte ben più “moderate”, tra cui spicca quella della ex ministra del lavoro Nunzia Catalfo, che prevede il riconoscimento, nei contratti, di una retribuzione complessiva non inferiore a 9 euro l’ora. Per i non contrattualizzati, naturalmente, si resta appesi al buon cuore dell’imprenditore...
Ma quasi tutti i partiti sono contrari, ed anche quegli impagabili intermediatori chiamati CgilCislUil. Tutti pronti a soddisfare i desiderata di Confindustria, che di minimi salariali non ne vuole neanche sentir parlare, tanto da considerare un “competitore pericoloso” il reddito di cittadinanza, che vale in media 580 euro circa.
Evidente dunque la “logica” dell’imprenditoria italiana: se riusciamo a tenere ancora bassi i salari aumentiamo la nostra “competitività” senza spendere un euro in investimenti fissi (macchinari, tecnologie, ecc.).
Un ragionamento miope che presuppone l’impossibile: ossia che i diretti concorrenti europei, quelli che vivono e si arricchiscono all’interno del medesimo spazio economico, siano disponibili a sopportare uno squilibrio sistematico sui salari a vantaggio delle imprese italiane.
Questo squilibrio già è visibile nella dinamica dell’inflazione tra i vari paesi della UE. Il grafico qui di fianco, con i dati di aprile, parla da solo. Come si può capire, sulla diversità pesano ragioni locali. Il costo dell’energia cade su tutti nello stesso modo, perché esiste un solo prezzo internazionale per petrolio, gas e similari. Ma certo chi può contare su altre fonti – per esempio il nucleare – soffre un po’ meno per l’esplosione del prezzo degli idrocarburi (e non a caso la Francia è quella con il tasso di inflazione per ora più basso).
Per gli altri – fatta la tara per i costi delle importazioni di grano, fertilizzanti, semiconduttori e altre componenti (non tutto dipende dalla Russia e dalla guerra) – sicuramente c’è anche il diverso costo del lavoro, ossia i salari. Parliamo di paesi in cui i prezzi al dettaglio sono grosso modo simili, ma il potere d’acquisto dei salariati molto diverso.
Chiaro che per l’industria italiana i bassi salari costituiscano un vantaggio competitivo, che favorisce le esportazioni mentre deprime la domanda interna. Ma ci sono diversi “mezzi di persuasione”, a disposizione delle altre economie dello stesso spazio economico, per ridurre questo vantaggio.
Uno è tutto politico e passa per il “super-Stato in costruzione”, ovvero l’Unione Europea. Lunedì sera si riuniranno a Strasburgo i rappresentanti del Parlamento europeo e del Consiglio per arrivare all’approvazione finale della direttiva sul salario minimo proposta dalla Commissione europea nel 2020 e già approvata in prima lettura sia dall’Europarlamento che dal Consiglio.
In pratica, da Bruxelles arriverà ben presto “l’ordine” di elaborare una legge istitutiva del livello minimo di retribuzione legale, anche se nessun partito presente in Parlamento è d’accordo, anche se il governo (sentite i farfugliamenti di Brunetta) e pure i sindacati complici – in pratica tutta la “borghesia italiana” – sono contrari.
Chiaro che il conflitto – e la resistenza di Confindustria – si sposterà a quel punto dal “se” istituire un salario minimo al “come” fare una legge e al “quanto” sarà necessario pagare un lavoratore.
E infatti il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco – uno che sa benissimo come funzionano le leve del potere in Europa – apre già la discussione futura. “Il salario minimo ha vari effetti positivi – ha spiegato – Il rischio sta nel livello, perché se è eccessivo può portare a non occupare persone che potrebbero invece voler lavorare al di sotto di quel livello e che hanno una produttività sostanzialmente in grado di non arrivare a quel livello lì, ma credo non sia una cosa così importante.
Quello che è importante è non legare al salario minimo automatismi che poi ci possono costare, per esempio un salario minimo che ha piena indicizzazione ai prezzi al consumo se diventa il modello di riferimento per tutti i salari, tutte le contrattazioni, incorpora direttamente quel meccanismo automatico. Bisogna aumentare la produttività, se cresce anche i salari crescono“.
Insomma: il livello deve restare basso e non devono essere previsti meccanismi di adeguamento all’inflazione (indicizzazione, stile antica “scala mobile”). Che è poi un modo di mantenere quel “vantaggio competitivo” guadagnato con decenni di “contrattazione a togliere” (soldi, diritti, sicurezza, ecc) condotta da sindacati complici.
Ma c’è anche un secondo strumento, a disposizione della borghesia europea, per ricondurre alla ragione la straccionissima borghesia nazionale: il debito pubblico. Non a caso, si può dire, in queste ultime settimane lo spread (il differenziale di rendimento tra titoli di stato italiani e tedeschi) ha ripreso a salire. Nonostante la “garanzia euro-atlantica” rappresentata da Draghi.
Il ridisegno delle filiere produttive e delle politiche economiche (nonché di quelle fiscali) a livello continentale non può prevedere “privilegi competitivi” che non siano istituzionalizzati a beneficio dei capifila.
Detto altrimenti: Grecia, Bulgaria e paesi di quel livello possono e debbono funzionare come riserve di manodopera e beni a basso costo perché tutta la loro economia è “contoterzista” di quelle centrali in Europa. Ma l’Italia – che per un verso pretende un posto in “serie A” e per l’altro si comporta come un “furbetto del quartierino”, lucrando sui salari da fame e l’evasione fiscale generalizzata – deve “mettersi in riga”. Con le buone o le cattive.
La partita del salario minimo per legge è solo una di quelle che si vanno giocando a livello europeo e dunque, come si è visto, anche nazionale. Dal nostro punto di vista – quello della “classe”, ossia dei lavoratori – è una partita politicamente molto rilevante.
Non può sfuggire infatti il dato per cui, dovendo regolare per legge il livello minimo della retribuzione, la questione del salario smette di essere una “questione privata tra parti sociali” (imprese e sindacati) e diventa un tema politico che riguarda anche governo e partiti. Oltre che, naturalmente, movimenti e sindacati.
Nessuna forza politica potrà più sottrarsi alla necessità di pronunciarsi sui livelli salariali, esponendosi quindi alle ovvie ricadute elettorali. Nessun governo futuro potrà dirsi “neutrale”, trincerandosi ipocritamente dietro il “confronto tra le parti sociali”. E quelle parti sociali stesse – inutile dire dei vampiri di Confindustria – saranno messe sulla graticola nel rapporto con i “rappresentati” perché, egualmente, saranno obbligate a dire pubblicamente una parola chiara sul livello del salario.
Cambia insomma anche il terreno su cui si gioca la “normale” lotta di classe. La lotta sindacale si politicizza per ragioni oggettive, non solo per l’intenzionalità politica dei protagonisti. Perché, alla fin fine, investirà il governo e la maggioranza in Parlamento.
È un terreno su cui la storica “passività delle masse” e l’egemonia concertata dei “sindacati maggiormente rappresentativi” vengono messe in questione. Si può aprire, insomma, una stagione conflittuale con prospettive meno plumbee che nel passato recente.
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19/07/2021
Lotte sociali e repressione. Intervista a Giovanni Ceraolo
Giovanni ha recentemente subito, insieme ad altri compagni livornesi, una dura condanna penale e sanzioni economiche salatissime, a causa di fatti risalenti a più di nove anni fa.
Ma prima di entrare nel merito della condanna, chiediamo a Giovanni una descrizione sommaria del contesto sociale e politico nel quale agisce, cioè delle trasformazioni che quella città a vocazione industriale ha subito in questi anni.
Livorno e la sua Provincia sono sempre stati la “fabbrica” della Toscana. Nel bene e nel male i maggiori stabilimenti industriali si sono insediati nel nostro territorio. Dalla Raffineria ENI, alle industrie di componentistica auto passando per i cantieri navali. Dall’acciaieria di Piombino alla Solvay oltre che naturalmente uno dei porti più importanti di Italia.
Dalla metà degli anni '90, come del resto in molti territori con caratteristiche simili, questo sistema, che in ogni caso ha garantito anni di relativo benessere, è entrato in crisi. Il disinteresse dello Stato per la politica industriale, l’avvento delle multinazionali, la chiusura progressiva delle maggiori industrie hanno creato un contesto di crisi economica e sociale senza precedenti.
A tutto ciò si somma anche la questione ambientale che negli ultimi anni, per fortuna, ha acquisito sempre maggior interesse da parte dei Livornesi.
La vocazione industriale del nostro territorio ha fatto sì che il problema della salute e dell’ambiente passassero in secondo piano trasformando Livorno in una delle aree più inquinate di Italia.
Dettò ciò quando questo modello è entrato in crisi, con tutte le contraddizioni inevitabili, i movimenti, le liste civiche e i sindacati di Base sono riusciti a mantenere un forte radicamento sociale, sostenendo e promuovendo centinaia di vertenze, creando le condizioni – anche grazie alla storica connotazione politica della città – affinché l’unica opposizione al sistema politico responsabile di questa disfatta, e cioè il Partito Democratico con le sue varie ramificazioni (cooperative, sindacati confederali, associazioni), fosse rappresentata, appunto, da soggetti che nulla hanno a che vedere con la destra.
Una destra che, a parte i proclami di facciata, è sempre stata al servizio dei medesimi poteri.
Centinaia di attivisti e attiviste che hanno generato una rottura insanabile e netta con quel sistema di potere. Sottolineo questo aspetto perché ai fini della descrizione di quanto accaduto in qui giorni di dicembre 2012, credo sia importante.
In questo contesto che ci descrivi il sindacato nel quale militi oramai da molti anni ha intercettato un malessere che sale, valorizzando ed orientando un sentimento popolare che potremmo dire unico nel contesto nazionale, perché permeato della migliore storia del movimento operaio e comunista del nostro paese. Come si è sviluppata e in che settori l’Unione Sindacale di Base?
USB a Livorno è nata, come anche in altre parti d’Italia, nei settori pubblici e para-pubblici. La presenza storica del sindacato nasce all’interno della società di gestione del servizio idrico, nel Comune e negli enti previdenziali.
In una prima fase più recente, anche grazie all’ingresso di nuove generazioni di attivisti provenienti anche dai movimenti, la nostra organizzazione ha consolidato un forte radicamento nelle lotte sociali e nei quartieri popolari.
Le vertenze per la casa e per il reddito hanno fatto da traino coinvolgendo centinaia e centinaia di famiglie che, trovandosi alle prese con la crisi economica post 2008, hanno intrapreso percorsi di lotta che il più delle volte hanno portato a delle storiche vittorie.
Adesso Asia USB è presente con i propri iscritti ed iscritte in tutti i quartieri e ha costruito rapporti di forza a tutti i livelli. A proposito di repressione bisogna dire che questi risultati sono stati ottenuti anche a costo di centinaia di procedimenti penali. Solo quelli relativi alla lotta per la casa sono oltre 200.
Più recentemente USB ha visto una straordinaria crescita nel settore privato. Anche in aziende in cui i sindacati confederali avevano una presenza totale e totalizzante. L’industria (siamo presenti con iscritti e delegati nelle maggiori fabbriche del territorio), nell’igiene ambientale, nelle cooperative sociali, nel trasporto pubblico locale e per ultimo nel porto e nella logistica.
Una crescita costante che ha imposto un modello organizzativo decisamente diverso e migliore rispetto al passato, ma sempre ancorato all’idea che USB debba essere un sindacato conflittuale e non concertativo.
Veniamo ora alla tua recente, pesantissima condanna, che condividi con altri compagni del sindacato e “di strada”, cioè di coloro che condivisero una vera “sommossa popolare” determinata da un comportamento di piazza delle forze dell’ordine particolarmente duro, nel tentativo evidente di provocare una città ed una popolazione molto sensibile alla propria identità collettiva e alla propria storia. Ci descrivi cosa avvenne nove anni fa?
I fatti di 9 anni anni fa si inseriscono all’interno di quella “guerra” aperta portata avanti dai movimenti cittadini contro il Partito Democratico locale della vecchia giunta Cosimi, ma soprattutto con quell’idea di potere che tanti danni ha causato alla nostra città.
Un potere già entrato in crisi ma che non aveva perso la sua arroganza e la sua prepotenza ereditata dalla peggiore classe dirigente degli ultimi anni del PCI Livornese. Un PCI che non aveva già più nulla a che spartire con lo storico partito di Barontini.
La distruzione del Cantiere Orlando per far posto ad appartamenti di lusso per ricchi proprietari di yacht, le enormi speculazioni edilizie di quegli anni, la decisione di istallare un rigassificatore di fronte alle nostre coste – nonostante l’opposizione di una città intera – il totale disinteresse nei confronti delle famiglie in difficoltà economica.
Sono solo alcuni esempi del contesto politico in cui si inserirono le contestazioni di quei mesi del 2011/12 e del sostegno popolare che ebbero.
Ci fu un piccolo antefatto, qualche mese prima, in estate: il movimento di lotta per la casa si presentò alla festa dell’Unità per contestare l’allora assessore all’urbanistica Bruno Picchi. La manifestazione finì a spintoni e offese. La “voce” che arrivò subito dopo è che “avevamo superato il limite” e che il PD non avrebbe accettato altre proteste.
Si arriva quindi a dicembre con il comizio del segretario del PD, Bersani, alla Stazione Marittima.
Lavorator* e attivist* ambientalisti, No Tav e famiglie delle occupazioni cittadine provarono ad esporre un semplice striscione. Ci furono subito numerose cariche a freddo. Nessuna “intermediazione” da parte della polizia in borghese ma solo violenza. Una cosa praticamente mai vista a Livorno da decine di anni in contesti politici.
Ma non era abbastanza. Il giorno successivo un piccolo gruppo di militanti organizzò un presidio in zona pedonale per protestare contro le cariche del giorno prima e informare la popolazione. Dopo neanche mezz’ora arrivarono le camionette della celere, rimaste volutamente a Livorno dal giorno precedente. Altre cariche a freddo e altri feriti anche tra i passanti impegnati nello shopping natalizio.
Il giorno ancora successivo un’imponente manifestazione con migliaia di Livornesi percorse le vie del centro. Una protesta completamente autorganizzata, costruita in poche ore attraverso i social e il passaparola.
Prima che il corteo si concludesse nuovamente in Piazza Cavour, di fronte ai cancelli della Prefettura, ci furono nuovamente provocazioni con la celere schierata. A quel punto la rabbia popolare prese il sopravvento e per alcuni minuti la Prefettura fu “attaccata” dai manifestanti senza, peraltro, causare alcun danno. Il corteo termino poi regolarmente in Piazza Cavour.
Una condanna che si inserisce in un clima repressivo che caratterizza oramai da anni lo scenario del conflitto nel paese, grazie a normative, leggi e provvedimenti restrittivi costruiti ad arte per prevenire il conflitto sociale. Di fronte a queste dure condanne, che hanno l’evidente scopo di frenare lo sviluppo del lavoro sindacale e politico in una città mai doma di fronte all’arroganza del potere costituito, quali sono le iniziative che intendete portare avanti nei prossimi giorni e mesi?
Oltre alle condanne gli imputati dovranno pagare, tra risarcimenti ed ammende, circa 85 mila euro. Quindi per prima cosa è stato attivato un canale di raccolta fondi collettivo da parte di tutti i soggetti coinvolti. Uno dei nostri compagni ha già ricevuto la notifica di pignoramento della prima casa.
Come sindacato crediamo che la cosa più importante, anche per reagire alla repressione, sia quella di continuare nel nostro lavoro quotidiano. Non c’è errore più grave di quello di arrendersi e desistere. Le ragioni di ieri sono identiche a quelle di oggi.
A distanza di vent’anni dal G8 di Genova e in piena crisi economica (alle porte di una pesante ristrutturazione), il ruolo dei militanti e degli attivisti sindacali è ancora più importante. Porteremo le nostre ragioni nelle piazze e nei posti di lavoro senza paura e con determinazione affrontando a testa alta anche le conseguenze legali, qualora ci siano.
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16/07/2021
Tre questioni su Cuba
A questa conclusione puntano da sessanta anni una dozzina di amministrazioni statunitensi (democratiche o repubblicane che siano), i liberali europei ed anche pezzi della sedicente “sinistra” occidentale.
Lo fanno con motivazioni diverse, ma giungono alla stessa conclusione. Ragione per cui, se si entra in campo, non si possono fare sconti.
La prima questione. Cuba, anche così come ci viene restituita da sessantadue anni della sua esperienza rivoluzionaria, è comunque migliore di quella che sarebbe stata o che avrebbero voluto che diventasse gli Usa, i liberali europei e un po’ di “sinistrati” italiani.
Per sostenere questa affermazione così perentoria è sufficiente guardare la situazione nei dintorni di Cuba, a parità di popolazione e risorse disponibili. Cuba non più socialista sarebbe migliore di Haiti, della Repubblica Dominicana, degli Stati centroamericani o della stessa Puerto Rico che pure è una delle stelle sulla bandiera Usa? Evidentemente no.
La seconda questione. Ho visitato Cuba negli anni più difficili. Quel 1992 e 1993 del “Periodo Especial”, in cui l’economia era crollata a livelli inimmaginabili e insopportabili perché non c’era più né un campo socialista, né un paese interessato all’interscambio con Cuba e con le poche risorse di cui dispone quest’isola.
La situazione era assai peggiore di adesso sotto ogni tipo indicatore eppure… Eppure Cuba non si è piegata.
Anche in quegli anni settori della popolazione hanno protestato, sono scesi in piazza di fronte a problemi seri come un’alimentazione adeguata e magari più varia di quella consentita dalle tessere alimentari. Pochi lo ricordano, ma anche in quell’occasione Fidel Castro scese nelle strade e si confrontò con la rabbia e le preoccupazione di una parte del suo popolo.
Il carisma del Comandante e un senso della dignità popolare molto più diffuso che dalle nostre parti riuscirono a gestire una crisi che avrebbe piegato le gambe a qualsiasi altro governo.
Dieci anni dopo, nel 2003 la situazione era cambiata immensamente in meglio. Nel frattempo, dopo anni di isolamento totale, Cuba cominciava infatti a raccogliere i benefici del suo esempio di resistenza e dal 1998 altri paesi latinoamericani, come il Venezuela, cominciavano il loro processo di transizione progressista e popolare.
L’ondata progressista in America Latina si diffuse rapidamente negli anni successivi in Brasile, Bolivia, Ecuador, Argentina, Nicaragua. Resisteva solo l’asse del Pacifico (Cile, Colombia, Perù) ancora saldamente legati all’egemonia degli Stati Uniti ma oggi investiti da una crescente spinta al cambiamento.
Cuba dalla fine dei drammatici anni Novanta, ha avuto la possibilità di interscambiare le proprie scarse risorse con le cose più necessarie allo sviluppo del paese. Il blocco statunitense si era fatto più feroce internazionalizzandosi, cioè impedendo a paesi o aziende che avessero voluto commerciare con Cuba di poterlo fare anche negli Stati Uniti.
Un ricatto pesantissimo. Ma il fatto che diversi paesi latinoamericani avessero mandato a bagno l’arroganza Usa, consentiva di limitarne gli effetti e di aggirarne gli ostacoli.
Cuba scambiava conoscenza in cambio di carburante, medici e insegnanti in cambio di alimenti o materie prime. Aveva ingaggiato una rognosa scommessa sull’afflusso dei turisti, che l’ha costretta ad una doppia circolazione di moneta e alle inevitabili disuguaglianze che questa porta con sé.
In un altro paese questo avrebbe portato ad un conflitto di classe durissimo tra i diversi settori della popolazione, ma a Cuba è stata gestita – come meglio è stato possibile – una redistribuzione sociale delle risorse disponibili nelle condizioni date.
La cosa ha creato malumori, rimostranze, contestazioni? Certamente. Le contraddizioni non possono mai essere negate o nascoste, ma possono essere gestite sulla base della visione politica e sociale che ispira un modello di società.
Negli ultimi anni, il circuito virtuoso della solidarietà tra i paesi latinoamericani con Cuba si è interrotto con l’ondata restauratrice e sobillata dagli Usa in molti paesi: dal Brasile all’Argentina, all’Ecuador e dai tentativi di destabilizzazione in Venezuela e Bolivia.
Le risorse prima scambiate ed assicurate da questo circuito sono tornate a farsi scarse, mentre gli ostacoli frapposti dall’internazionalizzazione del blocco statunitense continuavano ad agire, impedendo a Cuba di accedere al credito commerciale, ai mercati, all’interscambio normale per altri paesi. Ed infine bloccando il flusso delle rimesse degli emigrati cubani all’estero verso quelli residenti nell’isola.
Se produci un medicinale efficace e poi non puoi venderlo in altri paesi, che ripercussioni ha questa cosa? Se per accedere ad un prestito hai condizioni più pesanti di altri, che ripercussioni ha questa cosa? Se far arrivare alimenti da un altro paese ha dei costi più alti perché chi te li vende deve mettere in conto le sanzioni statunitensi, che ripercussioni ha questa cosa? Se i dollari dei familiari all’estero non possono più arrivare, che ripercussioni ha questa cosa?
Chi dice che il blocco Usa non è il problema, o non conosce il problema o mente sapendo di mentire.
E poi è arrivata la pandemia di Covid 19. Che ha messo in ginocchio paesi potenti, ma che a Cuba, per esempio, ha significato lo stop alla principale entrata di valuta cioè il turismo.
Terza ed ultima questione. Le proteste di queste giorni si basano sugli effetti di questa situazione, aggravati dalle preoccupazioni della pandemia di Covid 19, che pure a Cuba è stata governata molto meglio che in qualsiasi altro paese centro e latinoamericano. I dati parlano chiaro.
Difficoltà nell’approvvigionamento alimentare e insicurezza dovuta alla pandemia, hanno fatto anche loro cortocircuito. E’ legittimo che settori della popolazione pretendano dallo Stato maggiori garanzie e maggiore sicurezza di fronte ad una crisi con molte incognite.
Non è invece accettabile che su questa legittima preoccupazione agiscano, interferiscano e soffino sul fuoco agenti esterni. E le agenzie statunitensi fanno questo lavoro da anni, sistematicamente, ripetutamente, cercando tutti i varchi possibili per farle detonare e piegarle ai propri interessi. Si chiamano guerre ibride ossia un mix di sanzioni economiche, attacchi informatici, uso dei social network – quando possibile anche azioni militari “coperte” o palesi – che hanno l’obiettivo di danneggiare all’interno i paesi “target”. Ormai sono sdoganate come le guerre possibili del XXI Secolo e vengono combattute sotto gli occhi di tutti.
La gente a Cuba è scesa in piazza per farsi sentire. In tutto il mondo, di fronte ad un problema, si fa così. Ma è scesa in piazza anche quella parte di società cubana convinta che mandare all’aria il modello politico-sociale cubano non sia affatto un vantaggio ma, al contrario, una jattura.
A Cuba adesso ci sono tensioni sociali, come avviene in ogni società dove agiscono processi e contraddizioni reali. Ma sull’esito di queste tensioni e sui soggetti in campo, non si possono avere dubbi: è bene che a gestire i passaggi e le contraddizioni sia una Cuba ancora socialista, piuttosto che le forze che puntano a farne una terra di nessuno come Haiti o altri disastrati stati centroamericani.
Cuba lo ha fatto negli anni terribili del “Periodo Especial” ed ha rimesso in moto la storia in un intero continente. Dobbiamo agire affinchè Cuba sia in grado di farlo ancora ed ancora meglio. Glielo deve l’intera America Latina e glielo dobbiamo anche noi.
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03/07/2021
Lo sblocco dei licenziamenti apre una fase di conflitto
Impossibile dare un giudizio positivo, di fatto si è trattato di un vero e proprio via libera alle imprese a licenziare e riorganizzare la produzione sostituendo lavoratori anziani, con salari dignitosi, con giovani neoassunti ai livelli salariali di ingresso e quindi più bassi e con meno tutele giuridiche. Un bel regalo a chi proprio non ne aveva bisogno.
Che io ricordi non si erano mai visti esponenti dei sindacati dei lavoratori raccomandarsi ai padroni perché invece di licenziare subito lo facessero dopo aver sfruttato fino all’ultimo giorno la cassa integrazione ordinaria, completamente gratuita per le imprese.
L’impatto del Covid sull’economia italiana non sembra aver messo al tappeto l’industria manifatturiera; piuttosto le piccole imprese, il lavoro autonomo. Come mai su questo non si interviene da parte del governo con la stessa determinazione?
Gli indici di produzione dell’industria manifatturiera rimandano ad un quadro tutt’altro che drammatico; non solo di tenuta, ma anche di recupero di competitività.
Non ci sono quindi motivi evidenti per rinforzare il già consistente e storico sostegno alle imprese che è al centro della versione italiana del Recovery Fund e quindi del PNRR; se non quello, esplicito, di sostegno ai “campioni produttivi” da valorizzare per avere un ruolo di maggior peso nella competizione internazionale in cui è impegnata l’Unione Europea.
Tutto il resto può continuare ad infoltire quello che in altri tempi si sarebbe definito un robusto e affollato esercito industriale di riserva.
Mi sembra ci sia invece una ripresa violenta di voglia di comando padronale sulla classe operaia in senso stretto, ma anche sui nuovi segmenti della catena del valore. Il contratto della Logistica sottoscritto un paio di settimane fa da Cgil Cisl e Uil, che certo in quel comparto non hanno grande apprezzamento tra i lavoratori, ne è un esempio evidente.
Al fondo c’è la riaffermazione di un’ideologia che fa piazza pulita di ogni possibile ostacolo alla ripresa su larga scala dello sfruttamento e che si nutre anche di omicidi di sindacalisti – come accaduto prima ad Abd el Salam e recentemente ad Adil – di precarietà, libertà di licenziare, disuguaglianze, riduzione del welfare, deindustrializzazione complessiva del Paese, abbandono del meridione al proprio destino di fornitore di mano d’opera a basso costo e terra nuovamente di emigrazione ad alta intensità.
Le migliaia di giovani che fuggono dal nostro Paese testimoniano, meglio di qualsiasi altro dato, il totale disinteresse dello Stato al futuro delle giovani generazioni che vengono chiamate in causa solo se iper-specializzate e disponibili ad accettare contratti a tempo determinato di pochi anni e condizioni di lavoro capestro decisamente inadeguate alla propria condizione.
Come si è potuti arrivare a questo punto senza risposte adeguate da parte dei lavoratori?
La firma dell’avviso comune che consente lo sblocco dei licenziamenti non è che l’ultimo di una lunga catena di eventi che hanno, nel tempo, contribuito a disarmare il movimento dei lavoratori e tutti portano in calce la firma di Cgil Cisl e Uil. Non è una valutazione soggettiva, è un fatto.
La storica accettazione della moderazione salariale, l’introduzione di una delle più restrittive leggi antisciopero di tutta Europa, il monopolio di fatto della rappresentanza sindacale garantito per volontà divina a Cgil Cisl e Uil, il sostegno alle politiche di austerità imposte dall’Unione Europea, l’assoluta inesistenza di iniziativa di reale contrasto da parte loro sui più gravi provvedimenti sociali come la riforma Fornero...
E poi la cancellazione dell’articolo 18 con l’introduzione del jobs act o la liberalizzazione del sistema degli appalti, la genuflessione ai voleri delle multinazionali quali Arcelor Mittal, la gestione della scandalosa liquidazione di Alitalia e del trasporto aereo nazionale, la collateralità ad un movimento cooperativo che non è più nemmeno l’ombra di quello che era e che nel suo seno accoglie anche pezzi di criminalità organizzata, lo scambio di fatto tra l’esercizio del proprio ruolo, il conflitto sindacale, e il riconoscimento da parte dei governi di “unici attori del confronto sociale”, hanno contribuito grandemente a determinare una situazione di sfiducia e rigetto dell’istituzione sindacato come quella che stiamo vivendo.
Si intravedono segnali di controtendenza?
Certamente assistiamo ad un primo risveglio di iniziativa. La filiera produzione, movimentazione, commercializzazione delle merci, è oggi investita in pieno dalla riorganizzazione produttiva e per la prima volta da anni mostra una disponibilità alla lotta, come sta a dimostrare la partecipatissima assemblea operaia dello scorso 19 giugno a Bologna.
Anche il brutale omicidio di Adil, avvenuto durante la giornata di sciopero generale della logistica convocato unitariamente da USB e SiCobas, ha trovato una risposta importante e di massa, destinata a non cadere facilmente nel dimenticatoio, rivelando peraltro la forte determinazione dei lavoratori immigrati presenti in quel settore come nell’agricoltura, altro settore ad alto tasso di sfruttamento.
Quello che è certo è che quella filiera è al centro dei processi di riorganizzazione e sui lavoratori di quei settori si scaricherà molto presto l’iniziativa padronale che oggi deve impedire, a qualsiasi costo, un rallentamento della circolazione delle merci e la sedimentazione di processi organizzativi alternativi a Cgil Cisl e Uil.
È una sfida che dobbiamo assolutamente accettare definendo percorsi di mobilitazione e proseguendo nei processi di crescita di consapevolezza tra i lavoratori.
C’è bisogno di tornare ad individuare un forte settore di traino capace di indicare la strada della lotta a tutto il mondo del lavoro e del non lavoro e saperla generalizzare.
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