L’inchiesta della Procura di Milano ha squarciato il velo sull’ipocrisia del food delivery: dopo il provvedimento contro Glovo, anche Deliveroo Italy è stata posta sotto amministrazione giudiziaria per caporalato.
Le indagini confermano ciò che l’USB denuncia da anni: migliaia di lavoratori sono stati sistematicamente sfruttati con paghe da fame – in molti casi inferiori del 90% rispetto alla soglia di povertà – e costretti a turni massacranti fino a 12 ore al giorno sotto il ricatto di un algoritmo-padrone.
Il 28 febbraio sarà la nostra risposta. La giornata nazionale di agitazione dei rider non è più solo una protesta, ma un atto di liberazione da un modello economico criminale che usa la tecnologia per mascherare il caporalato digitale. Non accetteremo più che il profitto di multinazionali miliardarie venga estratto dal sangue e dai diritti di lavoratori trattati come ingranaggi sostituibili di un software.
Rivendichiamo con forza il passaggio immediato a un lavoro vero con un contratto vero. Non servono accordi al ribasso, bonus o elemosine: la magistratura ha certificato che la nostra è subordinazione, dunque esigiamo l’assunzione diretta e l’applicazione integrale del CCNL Logistica, Trasporto Merci e Spedizione.
Solo questo contratto garantisce la fine del cottimo, il diritto a ferie e malattia, e una paga oraria dignitosa.
La sicurezza non deve essere un costo a carico del rider: chiediamo che le aziende paghino integralmente i DPI, forniscano e manutengano i mezzi. Basta con algoritmi oscuri che penalizzano chi si ferma per stanchezza o necessità; esigiamo trasparenza totale sui criteri di assegnazione del lavoro.
Davanti alla gravità di quanto emerso a Milano, il governo e le istituzioni locali non possono più girarsi dall’altra parte. USB sostiene l’urgenza assoluta di aprire in ogni città, presso le Prefetture, dei tavoli permanenti di monitoraggio del caporalato.
È necessario un presidio costante del territorio per fermare lo sfruttamento e garantire che la regolarizzazione disposta dai giudici diventi realtà per ogni rider d’Italia.
Invitiamo tutti i rider di Glovo, Deliveroo e di ogni altra piattaforma a partecipare alle iniziative di mobilitazione di USB il 28 febbraio.
REAL JOB, REAL CONTRACT – SCHIAVI MAI! TUTTI IN PIAZZA IL 28 FEBBRAIO!
Le piazze della mobilitazione:
Torino – ore 08.00, Glovo Market, via Issiglio 76/A; ore 11.30, Burger king, via Sant’ Ottavio.
Rimini – ore 14.30, P.zza Cavour;
Bologna – ore 15.00, P.zza Nettuno;
Nola – ore 19.00, P.zza Duomo;
Milano – ore 19.00, stazione centrale (p.zza Duca d’Aosta)
Livorno – ore 19.30, P.zza Grande;
Palermo – ore 14.30, via Emerico Amari;
Padova – ore 19:00 McDonald’s, Piazzale della stazione.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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22/02/2026
Dal caporalato nei campi al caporalato metropolitano: il lavoro sfruttato cambia forma, non sostanza
Abbiamo partecipato giovedì 19 febbraio al Tavolo nazionale sul caporalato, portando per la prima volta la necessità di estendere il ragionamento sul caporalato ad altri settori, a partire da quello dei rider e del lavoro tramite piattaforme digitali.
Dopo aver denunciato la grave dissipazione di risorse pubbliche legate ai fondi del PNRR destinati al superamento degli insediamenti informali e delle baraccopoli, (i 200 milioni di euro stanziati per questi progetti non sono stati spesi dalla quasi totalità dei Comuni beneficiari), certificando il fallimento di un intervento che avrebbe dovuto rappresentare una risposta concreta alle condizioni di degrado e segregazione in cui vivono migliaia di lavoratori, in particolare nel Sud Italia, abbiamo parlato di decine di migliaia di lavoratrici e lavoratori che in tutta Italia operano come rider per le piattaforme di food delivery.
Non si tratta di un ampliamento improprio del perimetro del Tavolo, ma del riconoscimento di una trasformazione profonda delle modalità di sfruttamento. Oggi il caporalato non agisce solo nei campi: assume forme tecnologicamente avanzate, urbane, apparentemente “moderne”, ma sostanzialmente analoghe per effetti e impatto sui diritti.
L’algoritmo delle piattaforme sostituisce il caporale tradizionale, riproducendone la funzione: organizza la forza lavoro, distribuisce le opportunità di guadagno, premia o esclude, determina unilateralmente il reddito, spesso con compensi incompatibili con standard minimi di dignità. La presenza significativa di lavoratori migranti, talvolta in condizioni di vulnerabilità amministrativa, accresce ulteriormente la ricattabilità.
Quella che abbiamo portato al Tavolo non è solo la posizione di USB, che da anni denuncia queste condizioni nelle piazze e nei tribunali. È una realtà confermata anche dall’azione della magistratura.
L’indagine della Procura della Repubblica di Milano nei confronti di Foodinho S.r.l., società operativa per conto di Glovo, resa pubblica il 9 febbraio, e che oggi ha visto la convalida del controllo giudiziario da parte del GIP, ha fotografato un sistema organizzativo ritenuto riconducibile a forme di sfruttamento assimilabili al caporalato.
Non si tratta di un episodio isolato: tra il 2018 e il 2020 anche Uber Italy è stata coinvolta in un procedimento per caporalato, conclusosi con una condanna.
La richiesta che abbiamo avanzato è di prendere atto dell’esistenza di un vero e proprio caporalato metropolitano.
Le modalità di sfruttamento non si annidano soltanto nelle campagne del Sud, ma sono connaturate a un modello di sviluppo sempre più predatorio che trova nelle metropoli e nel lavoro a piattaforma una delle sue espressioni più avanzate.
Oggi i protagonisti, loro malgrado, sono i rider, che devono essere assunti tutti subito con il CCNL Logistica. Ma il lavoro a piattaforma si sta estendendo rapidamente ad altri settori dei servizi, portando con sé le stesse dinamiche di compressione salariale e riduzione delle tutele.
Su questo pesa una responsabilità politica trasversale: per oltre dieci anni si è lasciato campo libero a queste piattaforme, consentendo loro di espandersi senza un adeguato quadro regolatorio e senza controlli efficaci.
Per queste ragioni, oltre alle richieste avanzate in sede nazionale, USB formalizzerà la richiesta di convocazione di Tavoli analoghi presso le Prefetture su tutto il territorio nazionale, al fine di attivare strumenti di controllo capillari e di individuare contromisure concrete e incisive.
La lotta al caporalato non può essere selettiva né limitata a un solo settore.
O è una battaglia contro ogni forma di sfruttamento organizzato del lavoro, anche quando indossa i panni dell’innovazione digitale, oppure rischia di rimanere un impegno formale privo di efficacia reale.
Fonte
Dopo aver denunciato la grave dissipazione di risorse pubbliche legate ai fondi del PNRR destinati al superamento degli insediamenti informali e delle baraccopoli, (i 200 milioni di euro stanziati per questi progetti non sono stati spesi dalla quasi totalità dei Comuni beneficiari), certificando il fallimento di un intervento che avrebbe dovuto rappresentare una risposta concreta alle condizioni di degrado e segregazione in cui vivono migliaia di lavoratori, in particolare nel Sud Italia, abbiamo parlato di decine di migliaia di lavoratrici e lavoratori che in tutta Italia operano come rider per le piattaforme di food delivery.
Non si tratta di un ampliamento improprio del perimetro del Tavolo, ma del riconoscimento di una trasformazione profonda delle modalità di sfruttamento. Oggi il caporalato non agisce solo nei campi: assume forme tecnologicamente avanzate, urbane, apparentemente “moderne”, ma sostanzialmente analoghe per effetti e impatto sui diritti.
L’algoritmo delle piattaforme sostituisce il caporale tradizionale, riproducendone la funzione: organizza la forza lavoro, distribuisce le opportunità di guadagno, premia o esclude, determina unilateralmente il reddito, spesso con compensi incompatibili con standard minimi di dignità. La presenza significativa di lavoratori migranti, talvolta in condizioni di vulnerabilità amministrativa, accresce ulteriormente la ricattabilità.
Quella che abbiamo portato al Tavolo non è solo la posizione di USB, che da anni denuncia queste condizioni nelle piazze e nei tribunali. È una realtà confermata anche dall’azione della magistratura.
L’indagine della Procura della Repubblica di Milano nei confronti di Foodinho S.r.l., società operativa per conto di Glovo, resa pubblica il 9 febbraio, e che oggi ha visto la convalida del controllo giudiziario da parte del GIP, ha fotografato un sistema organizzativo ritenuto riconducibile a forme di sfruttamento assimilabili al caporalato.
Non si tratta di un episodio isolato: tra il 2018 e il 2020 anche Uber Italy è stata coinvolta in un procedimento per caporalato, conclusosi con una condanna.
La richiesta che abbiamo avanzato è di prendere atto dell’esistenza di un vero e proprio caporalato metropolitano.
Le modalità di sfruttamento non si annidano soltanto nelle campagne del Sud, ma sono connaturate a un modello di sviluppo sempre più predatorio che trova nelle metropoli e nel lavoro a piattaforma una delle sue espressioni più avanzate.
Oggi i protagonisti, loro malgrado, sono i rider, che devono essere assunti tutti subito con il CCNL Logistica. Ma il lavoro a piattaforma si sta estendendo rapidamente ad altri settori dei servizi, portando con sé le stesse dinamiche di compressione salariale e riduzione delle tutele.
Su questo pesa una responsabilità politica trasversale: per oltre dieci anni si è lasciato campo libero a queste piattaforme, consentendo loro di espandersi senza un adeguato quadro regolatorio e senza controlli efficaci.
Per queste ragioni, oltre alle richieste avanzate in sede nazionale, USB formalizzerà la richiesta di convocazione di Tavoli analoghi presso le Prefetture su tutto il territorio nazionale, al fine di attivare strumenti di controllo capillari e di individuare contromisure concrete e incisive.
La lotta al caporalato non può essere selettiva né limitata a un solo settore.
O è una battaglia contro ogni forma di sfruttamento organizzato del lavoro, anche quando indossa i panni dell’innovazione digitale, oppure rischia di rimanere un impegno formale privo di efficacia reale.
Fonte
18/02/2026
La lezione dei rider parla a migliaia di lavoratori delle piattaforme
Lunedì 9 febbraio è stata resa pubblica un’indagine della Procura di Milano secondo la quale i rider della piattaforma di food delivery Glovo, trattati fino ad oggi come lavoratori autonomi a partita IVA, sarebbero in realtà a tutti gli effetti lavoratori subordinati.
Se confermati, i contenuti dell’inchiesta potrebbero avere un effetto dirompente sul sistema delle piattaforme, rafforzando le prospettive di lotta che da alcuni anni a questa parte stanno portando avanti in tutto il paese migliaia di rider organizzati dal sindacalismo conflittuale.
Per capire meglio i contorni di questa indagine, come è stato possibile arrivarci e quali sono le ulteriori prospettive che da qui si possono aprire, abbiamo incontrato Giulia Druetta e Elena Lott.
Giulia Druetta, è una avvocatessa di Torino impegnata da dieci anni nella tutela dei diritti dei lavoratori delle piattaforme di food delivery – tra gli altri nel 2020 ha difeso i riders di Foodora Italia nella causa che ha portato alla prima vittoria del settore, nel 2021-2022 si è occupata della tutela dei riders nel processo per caporalato contro i manager della Uber Italy e della FRC a Milano e dal 2023 assiste i/le riders di Glovo nelle cause per il riconoscimento della subordinazione.
Elena Lott è dell’esecutivo nazionale della Federazione del Sociale dell’USB, il sindacato che in questi anni, oltre a denunciare le condizioni di sfruttamento dei rider, ha dato vita a diversi scioperi e significativi momenti di lotta, riportando alcune prime importanti vittorie per la categoria.
A partire da alcune nostre domande, abbiamo fatto con loro una lunga chiacchierata, di cui riportiamo una sintesi, a margine dell’assemblea dei rider USB di venerdì scorso a Milano, che ha lanciato un appuntamento di mobilitazione per il 28 febbraio che avrà al centro delle rivendicazioni l’assunzione dei rider come lavoratori subordinati con il Contratto nazionale della Logistica.
Quali sono i contenuti che emergerebbero dall’indagine e come potrebbero incidere sulle prospettive di riconoscimento della subordinazione dei rider?
L’indagine conferma quanto hanno già detto i tribunali del lavoro, non solo in Italia, cioè che ai rider devono essere applicate le tutele della subordinazione, mentre oggi non solo Foodinho (ovvero Glovo) – che è quella sotto controllo giudiziario – ma tutte le piattaforme utilizzano contratti di prestazione occasionale e, superati i 5000 euro, impongono l’apertura della partita Iva, con tutti i costi annessi e senza il riconoscimento di tutele, ferie e turni di riposo.
Dall’indagine emerge, inoltre, un quadro inequivocabile di paghe bassissime, grandemente sotto la soglia di povertà, e di prestazioni connotate da lunghissimi momenti di attesa non retribuiti e da un controllo pervasivo attraverso algoritmi che hanno l’obiettivo di regolare ed efficientare il ciclo produttivo e di conoscere e risolvere i problemi che può avere ogni singolo rider per garantire tempi brevissimi di risposta nella prestazione.
L’altra novità rilevante è che finalmente interviene un organo istituzionale che non si limita a riconoscere il diritto, ma si occupa concretamente del fatto che le tutele non vengano rispettate e interviene affinché lo siano. Questo fa paura alle aziende, perché finora hanno semplicemente messo a bilancio il costo delle eventuali cause di lavoro, pagando differenze salariali solo quando costrette e non adeguandosi – in particolare Glovo e Deliveroo – a quanto stabilito, invece, da svariate sentenze.
Questa inchiesta, oltre a confermare quindi quanto denunciate da sempre, arriva significativamente a valle di anni di azioni legali e lotte sindacali, quali sono stati i passaggi più significativi?
Già nel 2016 si sono avuti i primi importanti momenti di lotta proprio contro il passaggio dalla paga oraria a quella a cottimo e il co.co.co. È importante ricordarlo perché cottimo e co.co.co. sono le soluzioni ipotizzate oggi da chi tenta di mediare un accordo al ribasso tra autonomia e subordinazione, spacciando come una vittoria un tipo di contratto contro cui i rider si ribellavano già dieci anni fa.
È proprio dopo questo passaggio dalla paga oraria al cottimo che nel 2017 inizia la battaglia sul piano legale, con la prima causa contro una piattaforma di food delivery, Foodora, nella quale, dopo una prima sconfitta in primo grado, viene ribaltato l’esito in appello e poi riconosciute tutte le tutele del lavoro subordinato in Cassazione nel 2020. Parallelamente, tra il 2018 e il 2019, emerge il caso Uber.
La Procura di Milano avvia un’indagine per caporalato, chiusa nel 2020, condannati nel 2021, accertando che la gestione dei rider era stata affidata a intermediari che reclutavano lavoratori, spesso in condizioni di bisogno, con contratti autonomi occasionali irregolari e paghe molto basse. Insomma, la situazione emersa in queste settimane non è quindi proprio una novità...
È durante le assemblee nel corso del 2022 che hanno seguito questo processo che ci siamo incontrati (ndr: l’avvocata Druetta e USB) e abbiamo cominciato a collaborare per costruire la vertenza nei tribunali del lavoro sia per il danno subito, sia per le differenze retributive.
Sicuramente un salto importante per la crescita numerica e di consapevolezza di questo settore è stato il momento in cui Uber Eats (nuova veste di Uber Italy dopo la condanna del 2021) nel giugno 2023 comunica con una mail che, parafrasando davvero poco, diceva “È stato bello lavorare insieme, ma il mese prossimo Uber Eats lascia l’Italia. Grazie di tutto”.
Subire sulla propria pelle in modo inequivocabile la prima delle conseguenze dell’essere autonomo, ha dato una scossa e ha fatto percepire concretamente che questa lotta, portata nelle strade, nei tavoli istituzionali e in tribunale, non è meramente una questione di soldi.
Da lì ha preso corpo in modo più compiuto la nostra azione sindacale sul settore, fatta di più di mille vertenze sul piano legale, affiancate da presidi e mobilitazioni, avendo sempre come obiettivo non solo la subordinazione, ma l’inquadramento dei rider con il contratto subordinato del CCNL Logistica, dove già esiste la figura del rider, senza accordi peggiorativi di secondo livello come il c.d. Scoober di Just Eat e Cgil, Cisl e Uil.
Altro obiettivo importante, oltre il contratto, è quello che riguarda poi il mezzo di lavoro, che dev’essere un dispositivo di sicurezza fornito dall’azienda, mentre ora è in capo al lavoratore, per cui chi è più “fortunato” può permettersi, ad esempio, una bicicletta con la pedalata assistita, mentre altri sono costretti a lavorare con mezzi inadeguati con pesantissime ricadute in termini di logoramento fisico e infortuni.
Certamente quella dei rider è stata ed è una categoria difficile da sindacalizzare, anche perché sottoposta a frequente turnover e perché la forte composizione migrante del settore diventa spesso un fattore di ulteriore ricatto nei confronti dei lavoratori. Gli ultimi anni, però, ci hanno mostrato che, quando organizzati e rappresentati davvero nei loro interessi, i rider hanno capacità di mobilitazione.
Emerge un’azione legale e sindacale contrapposta alla prassi della concertazione di Cgil, Cisl e Uil. In questo senso che verifiche concrete avete avuto e, da qui, quali indicazioni per poter continuare a portare avanti con efficacia questo percorso?
Anche e soprattutto in questo settore gli strumenti della concertazione si sono rivelati inadeguati. Da una parte ci sono sindacati gialli come Ugl che si fanno strumento delle peggiori operazioni padronali; pensiamo alla funzione svolta da Ugl ai tempi della “Legge rider”, permettendo ad Assodelivery di sfilarsi dai tavoli.
Dall’altra Cgil, Cisl e Uil che si sono rivelati impotenti, non hanno mai dispiegato, come avrebbero potuto, la potenza di fuoco dei loro uffici legali e delle loro strutture, e rimangono inerti in attesa di un momento favorevole alla concertazione. Di più, la Cisl ha sostenuto la possibilità di ripensare il contratto dei rider con la completa autonomia, ma anche la stessa Cgil ha di fatto lasciato presto la linea della subordinazione, aprendo anche alla para-subordinazione e al co.co.co.
L’esempio concreto è il contratto collettivo Assogrocery sottoscritto da Cgil, Cisl e Uil per gli shopper – i rider che portano la spesa – dove si tiene il modello dell’autonomia, giustificato con qualche minima e insufficiente tutela in più rispetto al passato.
Per quanto riguarda i rider propriamente detti, rispetto a questi scenari, fortunatamente, l’indagine della Procura di Milano ha ributtato la palla al centro, ripercorrendo le decisioni già prese dai tribunali. È ironico e tragico che l’azione della Procura e i contenuti dell’indagine siano nettamente più avanzati di quelli di Cgil, Cisl e Uil.
L’indagine è fortunatamente stata resa pubblica prima che i tre sindacati concertativi potessero firmare un accordo al ribasso a cui stavano lavorando da mesi lontano dai riflettori e che riproponeva di fatto, attraverso il co.co.co., l’autonomia e non la subordinazione.
Per giustificare questa posizione, viene ripetuto che i rider non dicono di voler essere subordinati, ma solo di voler paghe più alte, tutele come la malattia, le ferie, il mezzo di lavoro, i dpi... ovvero la subordinazione!
Una parte importante, se non la più importante, della nostra azione legale e sindacale è quella di fare formazione, dare consapevolezza deli strumenti che in Italia i lavoratori dispongono per far valere i propri diritti e per comprendere cosa implicano concretamente le opzioni in campo per il futuro della categoria: la lotta è e deve essere emancipazione individuale e collettiva.
L’altra faccia della medaglia è la necessità di combattere la retorica dell’imprenditore “di se stesso” come unica uscita da un lavoro salariato coercitivo: noi dobbiamo, invece, ottenere il lavoro subordinato e, dentro questo, aprire sempre maggiori spazi di libertà e tutela.
Quella del rider è una figura emblematica di nuove modalità di sfruttamento che negli ultimi decenni hanno investito il mondo del lavoro. Questa inchiesta e le vostre iniziative possono quindi gettar luce e aprire nuove prospettive anche in relazione ad altre categorie e settori?
Quello dei rider è un banco di prova per vedere se con la scusa dei nuovi lavori e delle nuove tecnologie – dietro cui si nascondono i datori di lavoro per giustificare il superamento delle forme di tutela del lavoro storiche – sarà possibile estendere queste modalità anche ad altri settori.
Basterà a quel punto un’applicazione per non dover più pagare ad esempio i contributi previdenziali assicurativi. E già qui la questione non riguarda più solo i rider: mantenendo i rider come autonomi le aziende non versano i contributi nella stessa misura prevista per il lavoro subordinato. È un risparmio immediato per loro, ma un problema enorme per il sistema: se questo modello si generalizza, fra trent’anni ci troveremo con pensioni insufficienti o insostenibili. È la “pietra filosofale” del capitalismo di piattaforma: usare l’algoritmo per qualificare i lavoratori come autonomi e abbattere il costo del lavoro, scaricando però i costi sociali sull’intera collettività.
L’algoritmo, invece, non è uno strumento neutro e con questa presunta neutralità legata alla narrazione per cui a “lavori nuovi” sarebbero dovute corrispondere nuove modalità, di fatto si è tornati al cottimo, altro che novità: è un ritorno all’Ottocento. L’obiettivo delle piattaforme non è altro che quello di abbattere il costo del lavoro, nascondendosi dietro l’algoritmo e superando le tutele della subordinazione.
Se questo escamotage funziona, dilagherà in altri settori. E questo in realtà sta già succedendo perché sono dieci anni ormai che queste piattaforme fanno quello che vogliono. Basta pensare al già citato contratto collettivo Assogrocery, o al contratto Unirec, un altro in deroga all’art. 2, per i lavoratori dipendenti di compagnie che tramite applicazione fanno riscossione crediti su bollette o abbonamenti telefonici non pagati, sempre firmato da Cgil, Cisl e Uil, oppure nel settore della vigilanza privata, dove si sta facendo largo l’uso di piattaforme per l’organizzazione dei lavoratori. E sarebbe stata la fine che avrebbero fatto i rider senza le mobilitazioni, le cause legali e, in ultimo, l’intervento della Procura di Milano.
Mettere un argine all’iper-sfruttamento dei rider avrebbe un enorme valore anche simbolico perché è la categoria che più di tutte, anche nel senso comune, ha rappresentato prima la falsa narrazione e poi il vero volto dei lavori delle piattaforme. E, soprattutto, concretamente rappresenterebbe un precedente, anche dal punto di vista della giurisprudenza, che avrà e dovrà avere un impatto su tutto il mondo del lavoro; in un paese che vive da decenni pesanti processi di deindustrializzazione e, di contro, il dilagare del terziario a basso valore aggiunto per cui sempre più figure e categorie, vecchi e nuove, rischiano di essere investite da queste modalità di compressione di salario e tutele. La lotta per il riconoscimento del lavoro subordinato dei rider è una lotta a difesa del lavoro di tutti noi.
Fonte
Se confermati, i contenuti dell’inchiesta potrebbero avere un effetto dirompente sul sistema delle piattaforme, rafforzando le prospettive di lotta che da alcuni anni a questa parte stanno portando avanti in tutto il paese migliaia di rider organizzati dal sindacalismo conflittuale.
Per capire meglio i contorni di questa indagine, come è stato possibile arrivarci e quali sono le ulteriori prospettive che da qui si possono aprire, abbiamo incontrato Giulia Druetta e Elena Lott.
Giulia Druetta, è una avvocatessa di Torino impegnata da dieci anni nella tutela dei diritti dei lavoratori delle piattaforme di food delivery – tra gli altri nel 2020 ha difeso i riders di Foodora Italia nella causa che ha portato alla prima vittoria del settore, nel 2021-2022 si è occupata della tutela dei riders nel processo per caporalato contro i manager della Uber Italy e della FRC a Milano e dal 2023 assiste i/le riders di Glovo nelle cause per il riconoscimento della subordinazione.
Elena Lott è dell’esecutivo nazionale della Federazione del Sociale dell’USB, il sindacato che in questi anni, oltre a denunciare le condizioni di sfruttamento dei rider, ha dato vita a diversi scioperi e significativi momenti di lotta, riportando alcune prime importanti vittorie per la categoria.
A partire da alcune nostre domande, abbiamo fatto con loro una lunga chiacchierata, di cui riportiamo una sintesi, a margine dell’assemblea dei rider USB di venerdì scorso a Milano, che ha lanciato un appuntamento di mobilitazione per il 28 febbraio che avrà al centro delle rivendicazioni l’assunzione dei rider come lavoratori subordinati con il Contratto nazionale della Logistica.
Quali sono i contenuti che emergerebbero dall’indagine e come potrebbero incidere sulle prospettive di riconoscimento della subordinazione dei rider?
L’indagine conferma quanto hanno già detto i tribunali del lavoro, non solo in Italia, cioè che ai rider devono essere applicate le tutele della subordinazione, mentre oggi non solo Foodinho (ovvero Glovo) – che è quella sotto controllo giudiziario – ma tutte le piattaforme utilizzano contratti di prestazione occasionale e, superati i 5000 euro, impongono l’apertura della partita Iva, con tutti i costi annessi e senza il riconoscimento di tutele, ferie e turni di riposo.
Dall’indagine emerge, inoltre, un quadro inequivocabile di paghe bassissime, grandemente sotto la soglia di povertà, e di prestazioni connotate da lunghissimi momenti di attesa non retribuiti e da un controllo pervasivo attraverso algoritmi che hanno l’obiettivo di regolare ed efficientare il ciclo produttivo e di conoscere e risolvere i problemi che può avere ogni singolo rider per garantire tempi brevissimi di risposta nella prestazione.
L’altra novità rilevante è che finalmente interviene un organo istituzionale che non si limita a riconoscere il diritto, ma si occupa concretamente del fatto che le tutele non vengano rispettate e interviene affinché lo siano. Questo fa paura alle aziende, perché finora hanno semplicemente messo a bilancio il costo delle eventuali cause di lavoro, pagando differenze salariali solo quando costrette e non adeguandosi – in particolare Glovo e Deliveroo – a quanto stabilito, invece, da svariate sentenze.
Questa inchiesta, oltre a confermare quindi quanto denunciate da sempre, arriva significativamente a valle di anni di azioni legali e lotte sindacali, quali sono stati i passaggi più significativi?
Già nel 2016 si sono avuti i primi importanti momenti di lotta proprio contro il passaggio dalla paga oraria a quella a cottimo e il co.co.co. È importante ricordarlo perché cottimo e co.co.co. sono le soluzioni ipotizzate oggi da chi tenta di mediare un accordo al ribasso tra autonomia e subordinazione, spacciando come una vittoria un tipo di contratto contro cui i rider si ribellavano già dieci anni fa.
È proprio dopo questo passaggio dalla paga oraria al cottimo che nel 2017 inizia la battaglia sul piano legale, con la prima causa contro una piattaforma di food delivery, Foodora, nella quale, dopo una prima sconfitta in primo grado, viene ribaltato l’esito in appello e poi riconosciute tutte le tutele del lavoro subordinato in Cassazione nel 2020. Parallelamente, tra il 2018 e il 2019, emerge il caso Uber.
La Procura di Milano avvia un’indagine per caporalato, chiusa nel 2020, condannati nel 2021, accertando che la gestione dei rider era stata affidata a intermediari che reclutavano lavoratori, spesso in condizioni di bisogno, con contratti autonomi occasionali irregolari e paghe molto basse. Insomma, la situazione emersa in queste settimane non è quindi proprio una novità...
È durante le assemblee nel corso del 2022 che hanno seguito questo processo che ci siamo incontrati (ndr: l’avvocata Druetta e USB) e abbiamo cominciato a collaborare per costruire la vertenza nei tribunali del lavoro sia per il danno subito, sia per le differenze retributive.
Sicuramente un salto importante per la crescita numerica e di consapevolezza di questo settore è stato il momento in cui Uber Eats (nuova veste di Uber Italy dopo la condanna del 2021) nel giugno 2023 comunica con una mail che, parafrasando davvero poco, diceva “È stato bello lavorare insieme, ma il mese prossimo Uber Eats lascia l’Italia. Grazie di tutto”.
Subire sulla propria pelle in modo inequivocabile la prima delle conseguenze dell’essere autonomo, ha dato una scossa e ha fatto percepire concretamente che questa lotta, portata nelle strade, nei tavoli istituzionali e in tribunale, non è meramente una questione di soldi.
Da lì ha preso corpo in modo più compiuto la nostra azione sindacale sul settore, fatta di più di mille vertenze sul piano legale, affiancate da presidi e mobilitazioni, avendo sempre come obiettivo non solo la subordinazione, ma l’inquadramento dei rider con il contratto subordinato del CCNL Logistica, dove già esiste la figura del rider, senza accordi peggiorativi di secondo livello come il c.d. Scoober di Just Eat e Cgil, Cisl e Uil.
Altro obiettivo importante, oltre il contratto, è quello che riguarda poi il mezzo di lavoro, che dev’essere un dispositivo di sicurezza fornito dall’azienda, mentre ora è in capo al lavoratore, per cui chi è più “fortunato” può permettersi, ad esempio, una bicicletta con la pedalata assistita, mentre altri sono costretti a lavorare con mezzi inadeguati con pesantissime ricadute in termini di logoramento fisico e infortuni.
Certamente quella dei rider è stata ed è una categoria difficile da sindacalizzare, anche perché sottoposta a frequente turnover e perché la forte composizione migrante del settore diventa spesso un fattore di ulteriore ricatto nei confronti dei lavoratori. Gli ultimi anni, però, ci hanno mostrato che, quando organizzati e rappresentati davvero nei loro interessi, i rider hanno capacità di mobilitazione.
Emerge un’azione legale e sindacale contrapposta alla prassi della concertazione di Cgil, Cisl e Uil. In questo senso che verifiche concrete avete avuto e, da qui, quali indicazioni per poter continuare a portare avanti con efficacia questo percorso?
Anche e soprattutto in questo settore gli strumenti della concertazione si sono rivelati inadeguati. Da una parte ci sono sindacati gialli come Ugl che si fanno strumento delle peggiori operazioni padronali; pensiamo alla funzione svolta da Ugl ai tempi della “Legge rider”, permettendo ad Assodelivery di sfilarsi dai tavoli.
Dall’altra Cgil, Cisl e Uil che si sono rivelati impotenti, non hanno mai dispiegato, come avrebbero potuto, la potenza di fuoco dei loro uffici legali e delle loro strutture, e rimangono inerti in attesa di un momento favorevole alla concertazione. Di più, la Cisl ha sostenuto la possibilità di ripensare il contratto dei rider con la completa autonomia, ma anche la stessa Cgil ha di fatto lasciato presto la linea della subordinazione, aprendo anche alla para-subordinazione e al co.co.co.
L’esempio concreto è il contratto collettivo Assogrocery sottoscritto da Cgil, Cisl e Uil per gli shopper – i rider che portano la spesa – dove si tiene il modello dell’autonomia, giustificato con qualche minima e insufficiente tutela in più rispetto al passato.
Per quanto riguarda i rider propriamente detti, rispetto a questi scenari, fortunatamente, l’indagine della Procura di Milano ha ributtato la palla al centro, ripercorrendo le decisioni già prese dai tribunali. È ironico e tragico che l’azione della Procura e i contenuti dell’indagine siano nettamente più avanzati di quelli di Cgil, Cisl e Uil.
L’indagine è fortunatamente stata resa pubblica prima che i tre sindacati concertativi potessero firmare un accordo al ribasso a cui stavano lavorando da mesi lontano dai riflettori e che riproponeva di fatto, attraverso il co.co.co., l’autonomia e non la subordinazione.
Per giustificare questa posizione, viene ripetuto che i rider non dicono di voler essere subordinati, ma solo di voler paghe più alte, tutele come la malattia, le ferie, il mezzo di lavoro, i dpi... ovvero la subordinazione!
Una parte importante, se non la più importante, della nostra azione legale e sindacale è quella di fare formazione, dare consapevolezza deli strumenti che in Italia i lavoratori dispongono per far valere i propri diritti e per comprendere cosa implicano concretamente le opzioni in campo per il futuro della categoria: la lotta è e deve essere emancipazione individuale e collettiva.
L’altra faccia della medaglia è la necessità di combattere la retorica dell’imprenditore “di se stesso” come unica uscita da un lavoro salariato coercitivo: noi dobbiamo, invece, ottenere il lavoro subordinato e, dentro questo, aprire sempre maggiori spazi di libertà e tutela.
Quella del rider è una figura emblematica di nuove modalità di sfruttamento che negli ultimi decenni hanno investito il mondo del lavoro. Questa inchiesta e le vostre iniziative possono quindi gettar luce e aprire nuove prospettive anche in relazione ad altre categorie e settori?
Quello dei rider è un banco di prova per vedere se con la scusa dei nuovi lavori e delle nuove tecnologie – dietro cui si nascondono i datori di lavoro per giustificare il superamento delle forme di tutela del lavoro storiche – sarà possibile estendere queste modalità anche ad altri settori.
Basterà a quel punto un’applicazione per non dover più pagare ad esempio i contributi previdenziali assicurativi. E già qui la questione non riguarda più solo i rider: mantenendo i rider come autonomi le aziende non versano i contributi nella stessa misura prevista per il lavoro subordinato. È un risparmio immediato per loro, ma un problema enorme per il sistema: se questo modello si generalizza, fra trent’anni ci troveremo con pensioni insufficienti o insostenibili. È la “pietra filosofale” del capitalismo di piattaforma: usare l’algoritmo per qualificare i lavoratori come autonomi e abbattere il costo del lavoro, scaricando però i costi sociali sull’intera collettività.
L’algoritmo, invece, non è uno strumento neutro e con questa presunta neutralità legata alla narrazione per cui a “lavori nuovi” sarebbero dovute corrispondere nuove modalità, di fatto si è tornati al cottimo, altro che novità: è un ritorno all’Ottocento. L’obiettivo delle piattaforme non è altro che quello di abbattere il costo del lavoro, nascondendosi dietro l’algoritmo e superando le tutele della subordinazione.
Se questo escamotage funziona, dilagherà in altri settori. E questo in realtà sta già succedendo perché sono dieci anni ormai che queste piattaforme fanno quello che vogliono. Basta pensare al già citato contratto collettivo Assogrocery, o al contratto Unirec, un altro in deroga all’art. 2, per i lavoratori dipendenti di compagnie che tramite applicazione fanno riscossione crediti su bollette o abbonamenti telefonici non pagati, sempre firmato da Cgil, Cisl e Uil, oppure nel settore della vigilanza privata, dove si sta facendo largo l’uso di piattaforme per l’organizzazione dei lavoratori. E sarebbe stata la fine che avrebbero fatto i rider senza le mobilitazioni, le cause legali e, in ultimo, l’intervento della Procura di Milano.
Mettere un argine all’iper-sfruttamento dei rider avrebbe un enorme valore anche simbolico perché è la categoria che più di tutte, anche nel senso comune, ha rappresentato prima la falsa narrazione e poi il vero volto dei lavori delle piattaforme. E, soprattutto, concretamente rappresenterebbe un precedente, anche dal punto di vista della giurisprudenza, che avrà e dovrà avere un impatto su tutto il mondo del lavoro; in un paese che vive da decenni pesanti processi di deindustrializzazione e, di contro, il dilagare del terziario a basso valore aggiunto per cui sempre più figure e categorie, vecchi e nuove, rischiano di essere investite da queste modalità di compressione di salario e tutele. La lotta per il riconoscimento del lavoro subordinato dei rider è una lotta a difesa del lavoro di tutti noi.
Fonte
13/05/2025
Il tempo del conflitto
Portogruaro, primavera del 2025. Un rider riceve un ordine: consegnare un panino da Burger King a una località distante 25 chilometri, per un totale di 50 chilometri tra andata e ritorno, con un compenso lordo di 3,20 euro. Sotto la pioggia, con mezzi propri e senza rimborso spese, il lavoratore si rifiuta. La piattaforma reagisce disattivando il suo palmare, escludendolo dal sistema di assegnazione degli ordini. In risposta, sei colleghi organizzano uno sciopero spontaneo, rifiutando ulteriori consegne per quel punto vendita e chiedendo scuse pubbliche.
Questo episodio non è un’anomalia, ma rappresenta la normalità del lavoro nel capitalismo digitale. Il comando è algoritmico, impersonale, eppure assoluto. Il rifiuto del rider rompe la fluidità del sistema, evidenziando la tensione tra il lavoro vivo e il capitale.
La gestione algoritmica del lavoro è una forma di controllo che riduce i lavoratori a funzioni, monitorando ogni azione e penalizzando ogni deviazione dalla norma. Il Tribunale di Bologna tra l’altro, ha riconosciuto come discriminatorio il sistema di profilazione dei rider adottato da Deliveroo, che penalizzava chi non partecipava alle sessioni prenotate per motivi legittimi, equiparandoli a chi non partecipava “senza giustificazione” e comunque, una sentenza non è abbastanza e non può esserlo. Una sentenza è un argine fragile e tutta dentro la piena che vorrebbe contenere.
La lotta dei rider si inserisce in un contesto più ampio di mobilitazioni contro le condizioni di lavoro imposte dal capitalismo contemporaneo. Nei magazzini Amazon, i lavoratori hanno scioperato per chiedere migliori condizioni di lavoro e aumenti salariali, denunciando ambienti caratterizzati da carenze sistemiche di sicurezza e alti tassi di infortuni.
Le cooperative sociali hanno visto una mobilitazione nazionale il 10 aprile 2024, con manifestazioni a Roma e in altre città, per chiedere l’internalizzazione dei servizi esternalizzati, aumenti salariali e il riconoscimento del lavoro di cura come usurante.
Nel settore dei call center, i lavoratori hanno protestato contro la disdetta del contratto nazionale delle telecomunicazioni, chiedendo la tutela dei diritti e del salario. Anche il personale degli istituti ANINSEI ha scioperato il 31 ottobre 2024, chiedendo il rinnovo del contratto e migliori condizioni di lavoro.
Queste mobilitazioni evidenziano una crescente consapevolezza tra i lavoratori della necessità di opporsi alle logiche di sfruttamento e precarizzazione imposte dal capitale. Il rifiuto del rider di Portogruaro è un atto di insubordinazione che rompe la catena del comando algoritmico e potrebbe aprire spazi di resistenza e organizzazione collettiva.
È tempo di riconoscere, senza più riserve, che la centralità del lavoro vivo non è una nostalgia, ma la leva reale per la trasformazione del presente. Che la soggettività non è un ornamento, ma la materia politica più concreta che abbiamo. E che ogni atto di insubordinazione – anche il più piccolo, il più fragile, il più solitario – contiene già in sé la possibilità di un’altra organizzazione della vita.
Il capitale ha unificato il comando: ha reso la vita stessa parte del ciclo produttivo, ha trasformato il tempo in merce, lo spazio in logistica, il corpo in prestazione. Ma proprio per questo la crepa si apre ovunque. Nella stanchezza che non produce, nel silenzio che non risponde, nel rifiuto che non collabora. Ed è da quella crepa che può passare il futuro.
Se comprendiamo che il tempo è nostro ma solo se ci sottraiamo al tempo della valorizzazione, che lo spazio è nostro ma solo se lo attraversiamo insieme e che anche il corpo è il nostro ma solo se non accetta più ricatto, se a questo vi si sottrae, allora avremo già una dichiarazione di guerra che inizi ad essere almeno sufficiente.
E va rammentato sempre: il capitalismo non è solo un sistema economico. È una macchina storica di espropriazione. Espropria tempo, espropria linguaggio, espropria futuro. Trasforma ogni relazione in profitto, ogni desiderio in prestazione, ogni corpo in vettore di sfruttamento: un potere totalizzante che socializza i sacrifici e privatizza i guadagni. E pretende pure riconoscenza.
Ma ogni giorno, sotto la superficie liscia del mercato, il conflitto ribolle. Nelle pause rubate, nei turni rifiutati, nei silenzi ostinati, negli scioperi improvvisi. In ogni gesto che si sottrae al ritmo imposto, il capitale scopre la sua fragilità. Perché il lavoro vivo non è docile. È carne che pensa. È intelligenza collettiva. È materia storica. E quando si rialza, non chiede riforme: reclama giustizia.
Fonte
Questo episodio non è un’anomalia, ma rappresenta la normalità del lavoro nel capitalismo digitale. Il comando è algoritmico, impersonale, eppure assoluto. Il rifiuto del rider rompe la fluidità del sistema, evidenziando la tensione tra il lavoro vivo e il capitale.
La gestione algoritmica del lavoro è una forma di controllo che riduce i lavoratori a funzioni, monitorando ogni azione e penalizzando ogni deviazione dalla norma. Il Tribunale di Bologna tra l’altro, ha riconosciuto come discriminatorio il sistema di profilazione dei rider adottato da Deliveroo, che penalizzava chi non partecipava alle sessioni prenotate per motivi legittimi, equiparandoli a chi non partecipava “senza giustificazione” e comunque, una sentenza non è abbastanza e non può esserlo. Una sentenza è un argine fragile e tutta dentro la piena che vorrebbe contenere.
La lotta dei rider si inserisce in un contesto più ampio di mobilitazioni contro le condizioni di lavoro imposte dal capitalismo contemporaneo. Nei magazzini Amazon, i lavoratori hanno scioperato per chiedere migliori condizioni di lavoro e aumenti salariali, denunciando ambienti caratterizzati da carenze sistemiche di sicurezza e alti tassi di infortuni.
Le cooperative sociali hanno visto una mobilitazione nazionale il 10 aprile 2024, con manifestazioni a Roma e in altre città, per chiedere l’internalizzazione dei servizi esternalizzati, aumenti salariali e il riconoscimento del lavoro di cura come usurante.
Nel settore dei call center, i lavoratori hanno protestato contro la disdetta del contratto nazionale delle telecomunicazioni, chiedendo la tutela dei diritti e del salario. Anche il personale degli istituti ANINSEI ha scioperato il 31 ottobre 2024, chiedendo il rinnovo del contratto e migliori condizioni di lavoro.
Queste mobilitazioni evidenziano una crescente consapevolezza tra i lavoratori della necessità di opporsi alle logiche di sfruttamento e precarizzazione imposte dal capitale. Il rifiuto del rider di Portogruaro è un atto di insubordinazione che rompe la catena del comando algoritmico e potrebbe aprire spazi di resistenza e organizzazione collettiva.
È tempo di riconoscere, senza più riserve, che la centralità del lavoro vivo non è una nostalgia, ma la leva reale per la trasformazione del presente. Che la soggettività non è un ornamento, ma la materia politica più concreta che abbiamo. E che ogni atto di insubordinazione – anche il più piccolo, il più fragile, il più solitario – contiene già in sé la possibilità di un’altra organizzazione della vita.
Il capitale ha unificato il comando: ha reso la vita stessa parte del ciclo produttivo, ha trasformato il tempo in merce, lo spazio in logistica, il corpo in prestazione. Ma proprio per questo la crepa si apre ovunque. Nella stanchezza che non produce, nel silenzio che non risponde, nel rifiuto che non collabora. Ed è da quella crepa che può passare il futuro.
Se comprendiamo che il tempo è nostro ma solo se ci sottraiamo al tempo della valorizzazione, che lo spazio è nostro ma solo se lo attraversiamo insieme e che anche il corpo è il nostro ma solo se non accetta più ricatto, se a questo vi si sottrae, allora avremo già una dichiarazione di guerra che inizi ad essere almeno sufficiente.
E va rammentato sempre: il capitalismo non è solo un sistema economico. È una macchina storica di espropriazione. Espropria tempo, espropria linguaggio, espropria futuro. Trasforma ogni relazione in profitto, ogni desiderio in prestazione, ogni corpo in vettore di sfruttamento: un potere totalizzante che socializza i sacrifici e privatizza i guadagni. E pretende pure riconoscenza.
Ma ogni giorno, sotto la superficie liscia del mercato, il conflitto ribolle. Nelle pause rubate, nei turni rifiutati, nei silenzi ostinati, negli scioperi improvvisi. In ogni gesto che si sottrae al ritmo imposto, il capitale scopre la sua fragilità. Perché il lavoro vivo non è docile. È carne che pensa. È intelligenza collettiva. È materia storica. E quando si rialza, non chiede riforme: reclama giustizia.
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