Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/02/2026

Dopo Glovo, anche Deliveroo commissariata per caporalato. Il 28 rider in piazza

L’inchiesta della Procura di Milano ha squarciato il velo sull’ipocrisia del food delivery: dopo il provvedimento contro Glovo, anche Deliveroo Italy è stata posta sotto amministrazione giudiziaria per caporalato.

Le indagini confermano ciò che l’USB denuncia da anni: migliaia di lavoratori sono stati sistematicamente sfruttati con paghe da fame – in molti casi inferiori del 90% rispetto alla soglia di povertà – e costretti a turni massacranti fino a 12 ore al giorno sotto il ricatto di un algoritmo-padrone.

Il 28 febbraio sarà la nostra risposta. La giornata nazionale di agitazione dei rider non è più solo una protesta, ma un atto di liberazione da un modello economico criminale che usa la tecnologia per mascherare il caporalato digitale. Non accetteremo più che il profitto di multinazionali miliardarie venga estratto dal sangue e dai diritti di lavoratori trattati come ingranaggi sostituibili di un software.

Rivendichiamo con forza il passaggio immediato a un lavoro vero con un contratto vero. Non servono accordi al ribasso, bonus o elemosine: la magistratura ha certificato che la nostra è subordinazione, dunque esigiamo l’assunzione diretta e l’applicazione integrale del CCNL Logistica, Trasporto Merci e Spedizione.

Solo questo contratto garantisce la fine del cottimo, il diritto a ferie e malattia, e una paga oraria dignitosa.

La sicurezza non deve essere un costo a carico del rider: chiediamo che le aziende paghino integralmente i DPI, forniscano e manutengano i mezzi. Basta con algoritmi oscuri che penalizzano chi si ferma per stanchezza o necessità; esigiamo trasparenza totale sui criteri di assegnazione del lavoro.

Davanti alla gravità di quanto emerso a Milano, il governo e le istituzioni locali non possono più girarsi dall’altra parte. USB sostiene l’urgenza assoluta di aprire in ogni città, presso le Prefetture, dei tavoli permanenti di monitoraggio del caporalato.

È necessario un presidio costante del territorio per fermare lo sfruttamento e garantire che la regolarizzazione disposta dai giudici diventi realtà per ogni rider d’Italia.

Invitiamo tutti i rider di Glovo, Deliveroo e di ogni altra piattaforma a partecipare alle iniziative di mobilitazione di USB il 28 febbraio.

REAL JOB, REAL CONTRACT – SCHIAVI MAI! TUTTI IN PIAZZA IL 28 FEBBRAIO!

Le piazze della mobilitazione:

Torino – ore 08.00, Glovo Market, via Issiglio 76/A; ore 11.30, Burger king, via Sant’ Ottavio.

Rimini – ore 14.30, P.zza Cavour;

Bologna – ore 15.00, P.zza Nettuno;

Nola – ore 19.00, P.zza Duomo;

Milano – ore 19.00, stazione centrale (p.zza Duca d’Aosta)

Livorno – ore 19.30, P.zza Grande;

Palermo – ore 14.30, via Emerico Amari;

Padova – ore 19:00 McDonald’s, Piazzale della stazione.

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22/02/2026

Dal caporalato nei campi al caporalato metropolitano: il lavoro sfruttato cambia forma, non sostanza

Abbiamo partecipato giovedì 19 febbraio al Tavolo nazionale sul caporalato, portando per la prima volta la necessità di estendere il ragionamento sul caporalato ad altri settori, a partire da quello dei rider e del lavoro tramite piattaforme digitali.

Dopo aver denunciato la grave dissipazione di risorse pubbliche legate ai fondi del PNRR destinati al superamento degli insediamenti informali e delle baraccopoli, (i 200 milioni di euro stanziati per questi progetti non sono stati spesi dalla quasi totalità dei Comuni beneficiari), certificando il fallimento di un intervento che avrebbe dovuto rappresentare una risposta concreta alle condizioni di degrado e segregazione in cui vivono migliaia di lavoratori, in particolare nel Sud Italia, abbiamo parlato di decine di migliaia di lavoratrici e lavoratori che in tutta Italia operano come rider per le piattaforme di food delivery.

Non si tratta di un ampliamento improprio del perimetro del Tavolo, ma del riconoscimento di una trasformazione profonda delle modalità di sfruttamento. Oggi il caporalato non agisce solo nei campi: assume forme tecnologicamente avanzate, urbane, apparentemente “moderne”, ma sostanzialmente analoghe per effetti e impatto sui diritti.

L’algoritmo delle piattaforme sostituisce il caporale tradizionale, riproducendone la funzione: organizza la forza lavoro, distribuisce le opportunità di guadagno, premia o esclude, determina unilateralmente il reddito, spesso con compensi incompatibili con standard minimi di dignità. La presenza significativa di lavoratori migranti, talvolta in condizioni di vulnerabilità amministrativa, accresce ulteriormente la ricattabilità.

Quella che abbiamo portato al Tavolo non è solo la posizione di USB, che da anni denuncia queste condizioni nelle piazze e nei tribunali. È una realtà confermata anche dall’azione della magistratura.

L’indagine della Procura della Repubblica di Milano nei confronti di Foodinho S.r.l., società operativa per conto di Glovo, resa pubblica il 9 febbraio, e che oggi ha visto la convalida del controllo giudiziario da parte del GIP, ha fotografato un sistema organizzativo ritenuto riconducibile a forme di sfruttamento assimilabili al caporalato.

Non si tratta di un episodio isolato: tra il 2018 e il 2020 anche Uber Italy è stata coinvolta in un procedimento per caporalato, conclusosi con una condanna.

La richiesta che abbiamo avanzato è di prendere atto dell’esistenza di un vero e proprio caporalato metropolitano.

Le modalità di sfruttamento non si annidano soltanto nelle campagne del Sud, ma sono connaturate a un modello di sviluppo sempre più predatorio che trova nelle metropoli e nel lavoro a piattaforma una delle sue espressioni più avanzate.

Oggi i protagonisti, loro malgrado, sono i rider, che devono essere assunti tutti subito con il CCNL Logistica. Ma il lavoro a piattaforma si sta estendendo rapidamente ad altri settori dei servizi, portando con sé le stesse dinamiche di compressione salariale e riduzione delle tutele.

Su questo pesa una responsabilità politica trasversale: per oltre dieci anni si è lasciato campo libero a queste piattaforme, consentendo loro di espandersi senza un adeguato quadro regolatorio e senza controlli efficaci.

Per queste ragioni, oltre alle richieste avanzate in sede nazionale, USB formalizzerà la richiesta di convocazione di Tavoli analoghi presso le Prefetture su tutto il territorio nazionale, al fine di attivare strumenti di controllo capillari e di individuare contromisure concrete e incisive.

La lotta al caporalato non può essere selettiva né limitata a un solo settore.

O è una battaglia contro ogni forma di sfruttamento organizzato del lavoro, anche quando indossa i panni dell’innovazione digitale, oppure rischia di rimanere un impegno formale privo di efficacia reale.

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25/06/2024

Italia, una Repubblica fondata sul lavoro irregolare

Della morte di Satnam Singh tutti ormai sanno tutto. Tutti hanno sentito le parole vergognose di Renzo Lovato, il quale ha trasformato l’omicidio del lavoratore 31enne in una sua “leggerezza”, nonostante l’avvertimento che aveva ricevuto: insomma, è colpa sua se è stato lasciato a morire dissanguato per strada.

Per queste parole il padre di Antonello, intestatario dell’azienda, potrebbe ora essere coinvolto nell’indagine, per aver svolto un ruolo attivo nelle vicende. “È costata cara a tutti” la morte di Satnam, come ha detto il signor Lovato, dato che ora arriva quest’onta penale sulla sua famiglia?

No, ad aver pagato è stato solo Satnam, e ha pagato non la “leggerezza” ma un modello di sistematico sfruttamento e riduzione al minimo di ogni tutela sul lavoro. E infatti, l’azienda dei Lovato era già al centro di altre indagini.

Mentre riceveva fondi europei (131 mila euro negli ultimi otto anni), sulla sua azienda gravava e grava tuttora un’indagine per caporalato. In realtà, è a una quarantina di imprenditori agricoli della zona che è contestato il reato.

L’autodefinitasi vittima ha truffato pure l’INPS. Faceva lavorare i braccianti fino alla maturazione dei requisiti per la disoccupazione, poi li licenziava e li riassumeva in nero: così poteva evitare di pagare i contributi, e magari toglieva dalle paghe già da fame una parte di retribuzione, mettendola in conto alla collettività.

I lavoratori venivano assunti tramite un caporale, senza fornire formazione, vigilanza o garanzia di sicurezza di alcun tipo. Venivano poi fatti lavorare a cottimo, senza pause, riposi e senza ovviamente riconoscergli straordinari.

Inoltre, i braccianti venivano fatti alloggiare in baracche, per le quali erano pure costretti a pagare. A Lovato è stata contestata anche la sottoposizione dei lavoratori a condizioni degradanti.

E chi si rifiutava di stare a queste condizioni da criminale, subiva il più tipico dei ricatti: dopo il finto licenziamento, non veniva richiamato a lavorare in nero nell’azienda, e vedeva perciò sparire la sua fonte di reddito.

Perché, da che mondo è mondo, la mancanza di un contratto è un facile via per evitare di pagare contributi, ma il nodo che spesso ci si dimentica è che nel lavoro dipendente il nero garantisce al datore di lavoro quello che più gli serve: di avere un rapporto di potere sul lavoratore.

Il contratto è uno spauracchio non solo per i costi che impone, ma perché mette in fila tutta una serie di diritti e di tutele che il padrone è poi costretto a rispettare. E inoltre, gli riserva tutta una serie di strumenti con cui, nel caso peggiore, può persino difendersi in un’aula di tribunale.

Il non poter disporre della manodopera come pare e piace è la cosa che va sempre meno giù a padroni e padroncini. E le difese collettive (sindacati con visioni conflittuali e organizzazioni politiche popolari) sono state smantellate in modo così sistematico e profondo da trasformare il senso stesso del lavoro  rispetto a come era previsto inizialmente nella Costituzione.

Basti pensare che, nell’ultimo rapporto della Guardia di Finanza, il risultato dei controlli degli ultimi 17 mesi ha segnalato quasi 60 mila lavoratori a nero o in condizioni irregolari. Il 32% in più rispetto alle rilevazioni del periodo analogo precedente.

In sostanza, in nome del dio profitto, la classe imprenditoriale sta facendo quello che gli riesce meglio: sfruttare in maniera sempre più intensiva i lavoratori. Tutto è poi facilmente giustificato con l’aumento del PIL, senza il quale come si farebbe a rientrare nei parametri europei?

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03/06/2024

Italia - L’irregolarità nelle aziende è la norma

L’Ispettorato Nazionale del Lavoro (INL) ha pubblicato il report sull’attività di vigilanza effettuata nel corso del 2023. I dati raccolti, anche se non hanno occupato le prime pagine dei giornali, mostrano che l’irregolarità nelle aziende è diventata ormai la norma.

Non c’è stato grande scalpore mediatico, un po’ perché in questa Italia agli imprenditori è ormai permesso tutto, e anzi vengono dipinti come perseguitati dalle tasse e dai controlli. Un po’ perché è lo stesso INL che, come l’anno scorso, non ha diramato alcuna comunicazione sulla sua presentazione, denuncia il Fatto Quotidiano: un po’ come se il quadro emerso andasse nascosto.

Già il rapporto Istat 2024, commentato sul giornale, smontava la retorica governativa sui risultati ottenuti per il mondo del lavoro. Ora arriva anche questo documento a confermare che c’è una vera e propria guerra interna ai lavoratori, che vedono peggiorare le proprie condizioni sotto vari punti di vista.

Rispetto al 2022, le ispezioni di INL, INPS e INAIL sono aumentate dell’11% (111.281), così come il personale è cresciuto del 19% (4.768, quasi 800 in più). Non ancora i numeri che sarebbero necessari, servirebbero almeno 10 volte più assunzioni per fare fronte alla mancanza di organico rispetto al dilagare delle più disparate norme.

Dalle ispezioni sono emersi illeciti in 59.445 aziende, con un tasso di irregolarità maggiore del 2% rispetto al 2022. In pratica, 7 aziende su 10 non erano in regola, derubando il lavoratore, la collettività e mettendo a rischio la sicurezza di chi vi è impiegato.

Nello specifico, va sottolineato il fatto che per i controlli effettuati in materia di lavoro e legislazione sociale, l’incidenza delle irregolarità è aumentata del 3%, toccando i 70 punti percentuali. In particolare, quella su salute e sicurezza ha raggiunto l’85%, anch’essa in crescita dall’82,5% del 2022.

Ricordiamo che l’anno scorso ci sono stati più di tre morti al giorno sul posto di lavoro, una vera e propria strage. Le tragedie di Brandizzo, dell’Esselunga a Firenze, della centrale ENEL di Suviana, sono i casi più visibili di uno stillicidio contro cui andrebbe introdotto il reato di omicidio sul lavoro, su cui hanno lavorato molte realtà negli ultimi mesi.

Per quanto riguarda i contributi e i premi evasi, le ispezioni hanno permesso di recuperare 1,2 miliardi di euro. Le irregolarità in ambito previdenziale sono state rilevate nell’84% dei casi, in quello assicurativo nel 94%: in pratica, non c’era quasi mai un’azienda in regola su quest’ultimo tema.

Anche i lavoratori in nero sono aumentati, del 12%, individuandone 16.744 con 970 di essi senza regolare permesso di soggiorno. Le violazioni sulle lavoratrici madri e sulle pari opportunità sono aumentate del 24%, i casi di caporalato accertati addirittura del 205%.

Tolto il settore degli autotrasporti (80,8%), è quello del turismo e della ristorazione a detenere il primato delle irregolarità: nel 77,3% delle ispezioni. Seguono il commercio al dettaglio, le costruzioni, il trasporto e magazzinaggio, la sanità e l’assistenza sociale.

Il maggior numero di illeciti si registrano dunque in quelle imprese in cui è largamente diffuso il sistema delle cooperative e i sindacalisti vengono anche messi sotto processo per associazione a delinquere (logistica e assistenza sociale). E poi, ovviamente, nella filiera del turismo e dei servizi collegati.

È da quest’ultima che spesso sentiamo arrivare le lamentele sui giovani senza voglia di lavorare, che osano addirittura chiedere che paga avranno, con la moralizzazione vomitata da Briatore o emuli vari. Da quel settore è stata fatta una vera e propria guerra al reddito di cittadinanza.

Ricordiamo che nel 2023 il risparmio effettivo su questa misura, dopo il picconamento del governo Meloni, è stato calcolato in 1,3 miliardi di euro. In pratica, la stessa cifra recuperata solo con i limitati accertamenti riportati nel rapporto INL, che ovviamente hanno riguardato solo un numero ridottissimo di tutte le aziende del paese.

Insomma, ci troviamo di fronte a un generale peggioramento delle condizioni di lavoro e, come già detto, a una guerra interna contro i lavoratori.

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26/10/2023

I palestinesi sfruttati in Cisgiordania e i permessi di lavoro: un sistema che non può avere futuro

Sicuramente avrete visto nei supermercati quegli enormi datteri che hanno scacciato dagli scaffali quelli più piccoli che c’erano prima. Quei datteri vengono da Israele, quasi sicuramente da territori palestinesi illegalmente invasi dai coloni israeliani, che rubano la terra migliore e l’acqua.

Ma oltre che essere il frutto di un crimine di guerra, quei datteri spesso sono anche il prodotto dello sfruttamento schiavista di coloro che quel crimine subiscono.

Oggi le truppe di Israele hanno chiuso i varchi nei muri che circondano i ghetti della Cisgiordania e di Gaza, ma quando non ci sono azioni di guerra, da quei check point ogni giorno da 150.000 a 200.000 palestinesi transitano per andare a lavorare per aziende israeliane.

Una o un palestinese che voglia lavorare per vivere, visto che gran parte della terra, delle risorse e delle attività sono rapinate dall’occupazione israeliana, deve innanzitutto alzarsi alle tre del mattino. Da casa sua dovrà raggiungere uno dei varchi e mettersi in una lunga fila per sottoporsi ai controlli della polizia di frontiera israeliana, nota per la sua brutalità ed il suo razzismo.

Se, dopo alcune ore, avrà evitato violenze e molestie sessuali, la lavoratrice o il lavoratore dovrà prendere un mezzo pubblico, abbastanza costoso, per raggiungere con un lungo viaggio il luogo di lavoro, dove comunque sarà un operaio senza diritti.

I palestinesi lavorano soprattutto nell’edilizia, in agricoltura e nei servizi e sono sottoposti tutti ad una sorta di caporalato di Stato, perché prima di tutto devono pagare il costosissimo permesso di lavoro, che teoricamente sarebbe a carico del padrone, ma che in realtà viene tolto dalla paga.

Gli stessi padroni israeliani fanno affari con i permessi di lavoro, di cui sono titolari in una versione più feroce della nostra Bossi-Fini. I permessi hanno trovato un loro mercato autonomo, sempre ufficialmente condannato ma mai eliminato dalle autorità, e così finiscono in mano a “intermediari”, caporali diremmo noi, che li vendono ai palestinesi, che si indebitano con il padrone per pagarli.

Tutto questo per coloro che riescono ad ottenere un contratto regolare, per gli altri c’è il lavoro nero e clandestino, che il sistema stesso alimenta e che fa fare enormi profitti a veri e propri schiavisti, che minacciano di denunciare alla polizia militare chi non accetti condizioni e paghe disumane.

I lavoratori palestinesi subiscono tutti un trattamento discriminatorio sulle paghe e sulle condizioni di lavoro, per cui alla fine sono pagati circa la metà dei loro colleghi israeliani e muoiono il doppio per infortuni e avvelenamenti sul lavoro. Perché sono spesso donne e anche bambini della Cisgiordania che maneggiano i pesticidi ed i diserbanti con cui si fa gonfiare la frutta che arriva sulle nostre tavole.

Secondo quanto documenta l’International Trade Union Confederation (ITUC), i palestinesi non hanno diritto alle cure per malattia riservate agli israeliani, possono solo andare in un pronto soccorso, anche se da anni lavorano per la stessa azienda. Se si ammalano devono tornare a casa e perdere la retribuzione, non hanno ferie o permessi pagati, o meglio alcuni li hanno anche, ma non ne possono usufruire sennò perdono il lavoro.

I lavoratori regolarmente assunti pagano tasse, contributi sanitari e previdenziali che falcidiano la busta paga. Questi fondi per legge e diritto internazionale dovrebbero in gran parte andare all’autorità palestinese, ma il ministero delle Finanze israeliano li sequestra come rimborso delle spese di Stato per il “controllo e la sicurezza”. Una rapina che si aggiunge ai furti.

Formalmente un lavoratore palestinese avrebbe diritto di ricorrere ai tribunali del lavoro israeliani per difendere i propri diritti, ma se lo facesse finirebbe in tutti i guai possibili prima ancora che il tribunale possa dargli torto.

In sintesi, un lavoratore palestinese ha una giornata reale di lavoro di circa 16 ore per 6 giorni alla settimana, per una paga di 1500/1700 dollari al mese, poco più della metà di quella di un lavoratore israeliano. Tolte le trattenute e i furti legalizzati, alla fine di un mese di lavoro di oltre 350 ore reali il lavoratore palestinese porta a casa 1000/1200 euro, un po’ meno di 3 euro all’ora.

Con questi soldi devono vivere famiglie di 6/8 persone almeno. Solo la miseria e la fame estreme possono spingere le persone ad accettare simili condizioni di sfruttamento. E fame e miseria sono il prodotto diretto dell’occupazione militare e della colonizzazione illegale israeliana, che impediscono ogni sviluppo economico palestinese e costringono un esercito di disoccupati e poveri a farsi schiavo per mangiare.

Alla fine ci sono i soldi, i miliardi di dollari che ogni anno Israele raccoglie da terre non sue e da lavoratori sottoposti ad uno sfruttamento coloniale.

Nelson Mandela accusò Israele di praticare l’apartheid verso la popolazione palestinese, perché così è quando un intero popolo viene soggiogato e privato delle fondamentali libertà. Ma nel tempo il regime che ha fatto dei palestinesi persone di grado inferiore, è diventato un colossale affare.

L’apartheid verso tutta la popolazione è diventato uno specifico apartheid verso i lavoratori palestinesi, costretti ad accettare condizioni e paghe che se fossero liberi rifiuterebbero o lotterebbero per cambiare. Il disumano regime e controllo militare trasforma i lavoratori in schiavi coloniali.

Come si fa a pensare che questo sistema di sfruttamento abbia un futuro? E soprattutto come si fa a credere che chi vi è sottoposto prima o poi non si ribelli, con tutta la rabbia accumulata nei decenni?

Non comprate quei datteri.

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30/03/2023

BRT e GEODIS in amministrazione giudiziaria

L’inchiesta che il pubblico ministero Paolo Storari del Tribunale di Milano sta conducendo sulle multinazionali della logistica sta facendo emergere uno scenario che conferma il carattere delinquenziale che si cela dietro gli appalti utilizzati dai grandi provider multinazionali della logistica per fare profitto sulle spalle dell’erario e ancor più su quelle delle lavoratrici e dei lavoratori.

Quanto imputato oggi a BRT e GEODIS rappresenta un “secondo tempo” delle indagini che portarono, nel 2021, altre multinazionali (tra queste anche DHL e GLS) sul banco degli imputati per un “eccesso di esternalizzazioni”.

Anche oggi, ancora una volta, il meccanismo truffaldino è quello che porta i committenti ad usare fornitori di servizi che non versano l’IVA, che emettono fatture per operazioni inesistenti, che praticano una intermediazione illecita di mano d’opera, che spezzano corpi di lavoratori con ritmi e carichi di lavoro insostenibili.

Ovviamente il ladrocinio avviene “ad insaputa” dei vari c.d.a. e a pagarne le spese è qualche manager di rango sacrificabile; resta il fatto che il sistema e la legislazione degli appalti mostrano una vulnerabilità al malaffare – almeno nella logistica – che data dal 2011, dalle prime inchieste della Boccassini sulle infiltrazioni n’dranghetiste (clan dei Flachi e delle n’drine reggine) nelle filiali milanesi dell’allora TNT.

Gli appalti rappresentano lo schermo dietro il quale i committenti, cioè i padroni, perseguono il profitto senza tanti scrupoli e cercano di eliminare il coinvolgimento diretto nelle controversie sindacali.

Sintomatico il caso di BRT, uno dei giganti italiani (ex Bartolini ora di proprietà delle Poste francesi) della distribuzione “ultimo miglio” che conta su 4.000 dipendenti diretti (in gran parte amministrativi) e ben 18.000 in appalto (soprattutto driver e, molto meno, magazzinieri) alle dipendenze di una moltitudine (oltre 2.000) di coop, società e padroncini.

Una vera e propria giungla di datori di lavoro caratterizzata da un turn over bestiale, da un ritmo di cambi appalti che ha una cadenza mediamente biennale.

E ad ogni cambio appalto i lavoratori rischiano di perdere per strada i versamenti contributivi, il TFR, i ratei di 13^, 14^, il pagamento delle ferie, della malattia, degli infortuni, l’anzianità convenzionale e con essa gli scatti e magari pure l’ultimo stipendio.

In questo vortice di cambi, di contenitori che mutano denominazione sociale, ma non presidenti, capi e capetti capita anche di “dimenticarsi” di pagare l’IVA, di infilare nei bilanci qualche fattura farlocca...

Ma non finisce qui il malaffare.

In BRT, ma anche negli altri provider, è molto gettonato il sistema della disintermediazione del rapporto di lavoro, ossia il trasformare il Corriere in un imprenditore con una propria partita IVA e con gli strumenti di lavoro a sue spese e responsabilità.

Si tratta dei cosiddetti padroncini, alcuni a “loro insaputa” che si trovano intestato il pagamento del leasing del furgone, le spese per i carburanti, la manutenzione dei mezzi.

Provate a fare stare a casa questi corrieri quando non stanno bene dal momento che non usufruiscono del pagamento della malattia. Provate a convincerli che è un rischio per la loro incolumità e per quella degli altri utenti della strada...

Una non assunzione di responsabilità, quella di BRT (e dei suoi simili), che si abbatte rovinosamente anche sui lavoratori con un rapporto di lavoro subordinato per i quali è previsto il pagamento di franchigie in caso di incidenti o danni al mezzo di lavoro, neanche fosse di loro proprietà.

Insomma in questo sistema di appalti la cui legislazione si fonda su una netta divisione di ruoli tra committenza – dedita alle attività di core business – e fornitori di servizi prevedendo per questi ultimi autonomia organizzativa, gestione della strumentazione di lavoro, conoscenza delle procedure e rischio di impresa, il potere datoriale rimane fermamente nelle mani del padrone e tutti i rischi e i danni sono scaricati sui lavoratori.

Non occorre dire che quando USB si cimenta nelle trattative sindacali non parla con 2.000 Coop, srl, padroncini, ma con un manager BRT che dispone di tutto.

L’indagine del PM Storari denuda il re e cambia quello che fu il paradigma adottato la scorsa estate dalla procura piacentina che definiva vittime gli imprenditori ed estorsori i sindacati che con gli scioperi chiedevano salario, sicurezza, legalità e rispetto della dignità umana.

Ora emergono le cause di quegli scioperi, emerge il caporalato, l’evasione fiscale e contributiva, la cialtronaggine della nostra classe imprenditoriale.

Auguriamo successo al PM, ci auguriamo che i 126 milioni di euro ora sequestrati a BRT e GEODIS finiscano nelle casse dello stato per pagare la sanità pubblica, il trasporto pubblico, la scuola pubblica. Noi sappiamo però che per garantire diritto e civiltà duraturi a questo paese e al lavoro che ispira la nostra Carta Costituzionale, bisogna chiudere col sistema degli appalti, bisogna INTERNALIZZARE TUTTI i lavoratori con stipendi dignitosi e ritmi umanamente sostenibili.

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01/06/2022

Brasile - Volkswagen a processo per schiavitù

La multinazionale tedesca Volkswagen è finita sotto inchiesta in Brasile per schiavismo e altre violazioni dei diritti umani e il 19 giugno dovrà comparire in un tribunale brasiliano.

A rivelarlo sono la televisione ARD e il quotidiano tedesco “Sueddeutsche Zeitung”, secondo i quali i fatti contestati sono avvenuti tra il 1974 e il 1986, quando il Brasile era sotto dittatura militare, in una fattoria gestita da Volkswagen do Brasil nello Stato di Parà. In particolare, lavoratori temporanei sarebbero stati oggetto di violenze, trattamenti inumani e degradanti, commessi dai caporali e dalle loro guardie armate, assoldati dall’azienda. I dipendenti del gruppo durante questo periodo avevano chiesto un risarcimento per diversi anni, ma finora senza successo.

Nell’inchiesta giornalistica risulta che la sede centrale di Volkswagen a Wolfsburg sarebbe stata a conoscenza di questi eventi. “Una forma di moderna schiavitù”, ha dichiarato Rafael Garcia, il procuratore di Rio de Janeiro responsabile dell’inchiesta su Volkswagen. Secondo il magistrato, il gruppo “non ha soltanto accettato questa forma di schiavitù, ma l’ha anche promossa, era semplicemente lavoro a basso costo”.

La Volkswagen è stata chiamata a comparire davanti a un tribunale del lavoro di Brasilia il 14 giugno. Il 19 maggio il tribunale locale ha inviato un avviso alla società. Interpellato dall’AFP, un portavoce della Volkswagen ha assicurato che l’azienda sta prendendo “molto seriamente” il caso e i “possibili incidenti” che si sono verificati “e sui quali si basano le indagini delle autorità giudiziarie brasiliane”. Ma il gruppo ha rifiutato di fornire ulteriori dettagli per il momento “a causa di possibili procedimenti legali”.

Secondo i due media tedeschi, le denunce esaminate dalla magistratura brasiliana sostengono che la casa automobilistica ha utilizzato “pratiche simili alla schiavitù” e “traffico di esseri umani” e accusano il gruppo di essere stato complice di “violazioni sistematiche dei diritti umani”.

All’epoca, il progetto del gruppo era quello di costruire un grande sito agricolo sulle rive del Rio delle Amazzoni per il commercio di carne, la Companhia Vale do Rio Cristalino. A questo scopo, centinaia di lavoratori a giornata e stagionali furono assunti tramite intermediari per eseguire lavori di deforestazione su 70.000 ettari di terreno. Secondo i media tedeschi, è probabile che la direzione dell’azienda abbia acconsentito a questa assunzione.

I media, che hanno consultato più di 2.000 pagine di testimonianze e rapporti di polizia, affermano che i lavoratori sono stati talvolta maltrattati da intermediari e guardie armate. Tra i documenti ci sono testimonianze di maltrattamenti di lavoratori che hanno cercato di fuggire e persino di sparizioni sospette.

Secondo i media tedeschi, la moglie di un operaio è stata violentata come punizione. Una madre sostiene addirittura che il figlio sia morto a causa degli abusi subiti. “Si è trattato di una forma moderna di schiavitù”, ha dichiarato ai media tedeschi il procuratore di Rio de Janeiro incaricato delle indagini, Rafael Garcia.

Ha detto che le condizioni di lavoro nel sito erano disumane, “con lavoratori che avevano la malaria, alcuni dei quali sono morti per la malattia e sono stati sepolti sul posto senza che le famiglie fossero informate”. “A quanto pare, VW non solo accettava questa forma di schiavitù, ma la incoraggiava, poiché si trattava di manodopera a basso costo”, ha aggiunto il procuratore.

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12/08/2021

Al Nord il 100% delle imprese controllate è “irregolare”

Il crimine rende, a quanto pare. Specie se i criminali godono dei favori del governo.

È l’unica constatazione possibile davanti ai risultati dei controlli promossi dall’Ispettorato nazionale del lavoro, la scorsa settimana, in decine di aziende del Nord Italia, nell’area tra Prato e Milano.

Il 100% delle aziende è risultato irregolare.

A dirlo è il magistrato Bruno Giordano, attuale direttore dell’Ispettorato, riferendo che il fenomeno è «particolarmente diffuso nelle piccole e medie imprese che rappresentano quasi il 90% del tessuto produttivo italiano».

Contrariamente alla vulgata mediatica, le irregolarità e il lavoro nero si registrano «nelle zone a più alta attività del Centro e del Nord e non nelle aree depresse del Sud». Anche il caporalato sui lavoratori immigrati è praticato ampiamente nelle aziende settentrionali.

Ma non c’è da fare molte differenze tra le diverse aree geografiche: «Su scala nazionale, nel 2020, il 79,3% delle aziende ispezionate dall’Ispettorato del lavoro aveva presentato delle irregolarità».

Fonte

26/08/2020

Criminalità imprenditoriale


Si chiama Guglielmo Stagno D’Alcontres è giovane, nobile e ricco, ha naturalmente studiato alla Bocconi ed è stato esaltato e premiato come imprenditore innovativo ed ecologico. Ha fondato a Milano un’azienda agricola, la Straberry, che vendeva direttamente i suoi prodotti, fragole e frutti di bosco, nei mercati con caratteristici furgoncini APE.

Per cominciare il nostro imprenditore trentunenne aveva avuto bisogno dell’aiutino di mammà, che gli aveva dato i sessanta ettari posseduti a Cassina de Pecchi, periferia della capitale lombarda. Ma poi il giovanotto aveva avviato la Start Up – in Italia si usa sempre l’inglese per legittimare gli affari – ed aveva avuto successo.

Milioni di euro raccolti vendendo frutta bio a chilometro zero, coltivata con alta tecnologia ed energie rinnovabili. Se andate sul sito dello Straberry vedete che si offrono anche visite guidate e picnic per bambini nell’azienda agricola alle porte di Milano.

Ora questa azienda giovane, smart, green è sotto sequestro per caporalato, sfruttamento e lavoro nero.

Sì perché la Guardia di Finanza insospettita dal via vai di lavoratori che risultava dai registri INPS, ha cominciato ad indagare sulla Straberry ed ha scoperto che sotto il verde c’era lo schiavismo. Migranti costretti a 9/10 ore di lavoro al giorno per pochi euro, al di sotto di ogni contratto e in condizioni disumane, senza neppure le mascherine.

Alla base di tutto c’era naturalmente quel ricatto sul quale oggi si regge tutto il nostro sistema di lavoro: o mangi questa minestra o salti dalla finestra. E per un migrante la finestra non è solo la perdita del lavoro, ma quella dei diritti umani.

Scrive il Sole 24 Ore: «Approfittando delle condizioni di bisogno dei dipendenti mediante la minaccia che l’eventuale disobbedienza alle pressanti imposizioni dei datori di lavoro avrebbe comportato sospensioni o licenziamenti in tronco», i titolari dell’azienda – per l’accusa – riuscivano a ridurre il costo della manodopera e massimizzare i guadagni.

Ora gli amministratori dell’azienda e altri coinvolti nello schiavismo sono indagati per un bel po' di reati e l’azienda è stata sequestrata, seconda misura di questo tipo dopo quella presa, sempre a Milano, poco tempo fa per Uber Italy.

La realtà è che la criminalità imprenditoriale dilaga nel paese e dopo il Covid ancora di più. Queste aziende non sono eccezioni, eccezioni sono gli imprenditori che rispettano leggi e contratti. Il capitalismo italiano non è mai stato granché, ma ora sta precipitando verso l'abisso e nelle vie di Milano incontri sempre più persone schiavizzate come nei ghetti delle campagne meridionali.

È un modello economico e sociale marcio, che però viene continuamente e ferocemente riproposto. Il presidente della Confindustria Bonomi, anche lui bocconiano, ricatta tutto il paese minacciando un milione di licenziamenti se non verranno definitivamente distrutti i CCNL.

Le encomiabili iniziative di alcuni settori dello Stato contro il dilagare dello schiavismo non riusciranno a fermare la criminalità imprenditoriale, fino a che non ci sarà una svolta politica a favore del lavoro e contro il mercato, il profitto, il potere d’impresa. L’opposto insomma di ciò che si è fatto e si continua a fare sinora. I padroni cominceranno a capire che l’aria è cambiata quando saranno abolite leggi vergogna come il Jobsact e la Bossi Fini.

Quanto al nobile rampollo Guglielmo Stagno D’Alcontres, gli dedichiamo il grande Eduardo De Filippo ne L’Oro di Napoli.

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25/08/2020

Il nobile bocconiano ama il caporalato


Certe notizie meritano di esser date così come vengono scritte persino dalle agenzia di stampa ufficiali. Quest è dell’Agi ed emerge, anche in quei redattori, una sorpresa davanti a fatti di questa natura.

Un “nobile”, qualsiasi cosa voglia dire oggi.

Un “bocconiano”, come il presidente di Confindustria Carlo Bonomi o Tito Boeri e cento altri opinionisti a gettone che ci descrivono le meravigliose doti – anche “morali” – dell’imprenditoria “libera dalla burocrazia”.

Un “pluripremiato” dalle associazioni di categoria che dovrebbero controllare sul comportamento dei propri “campioni”.

Uno sfruttatore bestiale che si affidava al caporalato in pieno “Nord che non può perdere tempo con le regolette e che il Covid non fa niente”.

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L’azienda pluripremiata da Coldiretti, modello di start up fondata da un giovane bocconiano di nobili origini, Guglielmo Stagno d’Alcontres, sfruttava i braccianti africani a una quindicina di chilometri di Milano.

E’ l’ipotesi che emerge dall’inchiesta ‘Corsa contro il tempo’: quella che, secondo i finanzieri del comando provinciale di Milano, dovevano fare i lavoratori per raccogliere le fragole il più in fretta possibile, minacciati altrimenti di licenziamento o di essere messi in ‘pausa di riflessione’ per un paio di giorni a casa.

Le fragole ‘da Oscar’ dei milanesi

Frutti succosi e brillanti che da qualche anno spuntano agli angoli di Milano sui camioncini dell’azienda di Cassina de’ Pecchi, la cui sede è nel Parco agricolo Sud, vincitrice dell’Oscar Green di Coldiretti nel 2013 e 2014 e di altri riconoscimenti in tema di sostenibilità ambientale, oltre che seguita su instagram da sei milioni di followe attratti dalle immagini bucoliche.

.Ora i finanzieri hanno messo sotto sequestro, su disposizione di un giudice, tutti i beni della società, consistenti in 53 immobili, tra terreni e fabbricati, 25 veicoli e 3 conti correnti e hanno nominato un amministratore giudiziario ai fini della continuità aziendale. Valore complessivo, 7,5 milioni di euro. Sette i denunciati per intermediazione illecita e sfruttamento della manodopera, tra cui d’Alcontres, un altro amministratore, due sorveglianti, due impiegati amministrativi e il consulente dell’azienda che predisponeva le buste paga.

Nessun rispetto delle norme anti-Covid, potenziale “bomba a orologeria”

Agli investigatori i braccianti, provenienti da centri di accoglienza tra Milano e la Brianza, con regolare permesso di soggiorno, hanno detto tutti la stessa cosa: “Dovevamo raccogliere e confezionare le fragole a 4,5 euro all’ora per più di nove ore al giorno in tempi impossibili altrimenti alla sera, quando si faceva il bilancio della giornata, ci sgridavano. Nei casi peggiori ci mettevano in punizione a casa due giorni o non ci facevano più lavorare”.

“Condizioni degradanti per un salario misero”, aggravate dal mancato rispetto delle misure anti-Covid. “Una potenziale ‘bomba a orolgeria’”, spiega una fonte all’AGI, “decine di lavoratori gli uni vicini agli altri, senza mascherine, bagni, docce. Per fortuna, dai primi riscontri non sono emersi casi di positività”.

L’indagine, durata due mesi, era partita dall’analisi delle banche dati a disposizioni dei finanzieri, insospettiti dal fatto che la StraBerry prendesse e mandasse a casa nel giro di due giorni numerosi lavoratori. Per il momento gli indagati non sono stati ancora sentiti in Procura.

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31/05/2020

Uber commissariata per lo sfruttamento dei Rider. Ma potrebbe essere l’ultima volta

Il Tribunale di Milano ha disposto l’amministrazione giudiziaria, ossia il commissariamento, di Uber Italy srl, la filiale italiana del gruppo statunitense, con l’accusa di caporalato. In particolare i magistrati indicano lo sfruttamento dei rider addetti alle consegne di cibo per il servizio Uber Eats. Ma su Uber Italy è in corso anche un’indagine condotta dalla Guardia di Finanza .

Nell’inchiesta, che ha portato ad una serie di perquisizioni, viene contestato il reato previsto dall’articolo 603bis del codice penale, ossia la “intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro” per la gestione dei fattorini che fanno le consegne di cibo a domicilio per il servizio Uber Eats. Fattorini che, stando a quanto ricostruito, formalmente non lavorano per Uber ma per altre due società di intermediazione del settore della logistica, tra cui la Flash Road City che risulta indagata nel procedimento.

“La mia paga era sempre di 3 euro a consegna indipendentemente dal giorno e dall’ora” ha denunciato e messo a verbale un rider che ha lavorato per il servizio Uber Eats. In un’altra denuncia sono riportate le minacce dei datori di lavoro: “Da noi non lavorerai, perché ho bloccato il tuo account”, dice il responsabile in una conversazione con un rider avanzando anche minacce: “Ho solo minacciato di venirti a rompere la testa e lo ribadisco (...) ti vengo a prendere a sberle, ti rompo il c...”.

I giudici parlano anche di sottrazione legalizzata delle mance e punizioni economiche per i rider. Per i giudici di Milano, Uber, attraverso società di intermediazione di manodopera, avrebbe sfruttato migranti provenienti da contesti di guerra, “richiedenti asilo” e persone che dimoravano in “centri di accoglienza temporanei” e in “stato di bisogno”.

La multinazionale Uber, ovviamente, scarica ogni responsabilità sulle sue diramazioni locali e formalmente indipendenti.

È proprio il meccanismo delle piattaforme e della logistica a consentire questi giochetti, lo scaricabarile e la deresponsabilizzazione del centro direttivo della filiera. “Uber Eats ha messo la propria piattaforma a disposizione di utenti, ristoranti e corrieri negli ultimi 4 anni in Italia nel pieno rispetto di tutte le normative locali. Condanniamo ogni forma di caporalato attraverso i nostri servizi in Italia” si legge in una nota del gruppo multinazionale dopo il commissariamento di Uber Italy da parte del Tribunale di Milano.

La magistratura dunque ha messo il dito nel verminaio, così come avvenuto in casi analoghi nel mondo della logistica. E qui si pone il problema di fondo, anzi i problemi.

Uno di questi è già visibile. La totale deregolamentazione del mercato del lavoro, consente ai grandi gruppi di esternalizzare funzioni e responsabilità in filiere che vengono in gran parte gestite da società o cooperative che adottano il caporalato come norma e non come eccezione.

L’aver eliminato quelli che vengono liquidati come “lacci e lacciuoli” che impedirebbero la libertà di impresa, ha liberato la strada alla moderna schiavizzazione della forza lavoro, soprattutto nei settori in espansione come quello della circolazione delle merci (distribuzione, logistica etc.). In questo settore è sufficiente grattare appena un po’ sotto la superficie per scoprire il verminaio di sfruttamento, illegalità, sistemi intimidatori da parte dei datori di lavoro.

Il secondo problema, per ora meno visibile ma incombente, riguarda le condizionalità degli aiuti europei messi in campo per l’emergenza coronavirus. Colpisce molto il fatto che tra le riforme prioritarie che l’Italia dovrebbe adottare per stare nei parametri dei finanziamenti europei, ci sia la “riforma della giustizia”.

Che ai tecnocrati europei stiano a cuore le aule o le cancellerie dei tribunali, le condizioni delle carceri e dei detenuti, i tempi del codice di procedura penale, ci riesce francamente molto strano. Ragione per cui ci sorge il dubbio, che le istituzioni europee puntino ad una riforma della giustizia in Italia che riduca al minimo le possibilità della magistratura di intervenire sulla “libertà d’impresa”, magari per ragioni ambientali o violazioni dei diritti dei lavoratori e delle comunità.

Insomma incursioni della magistratura come quella contro Uber o sull’ex Ilva di Taranto, non saranno più gradite dagli investitori esteri in Italia. Questi vogliono mano libera per fare quello che vogliono, senza “lacci e lacciuoli” che consentano ad un giudice o ad un ispettore del lavoro e ambientale di mettere il naso nelle attività imprenditoriali, specie in quelle di multinazionali che sono abituate a fare il proprio comodo nei paesi che hanno reso subalterni a forza di austerity, delocalizzazioni, deregolamentazione del mercato del lavoro.

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01/01/2019

Nuovi schiavi per i caporali (grazie al decreto Salvini)

Accade sempre più spesso, quindi ci deve essere un perché. Siamo atei senza se e senza ma, persuasi a ragion veduta che la religione sia stata per secoli “l’oppio dei popoli”.

Però ci succede sempre più spesso di trovare informazioni illuminanti e prese di posizione condivisibili in testate che non sono soltanto cattoliche, ma addirittura di proprietà vaticana.

Rovesciando l’aforisma marxiano, potremmo dire che oggi l’oppio (con i suoi derivati o succedanei) è talmente sceso di prezzo che anche i ceti popolari possono assumerlo nella sua forma fisica, anziché contentarsi di quella salmodiata.

Ma non stiamo parlando di cose scherzose. Lì dove ci troviamo casualmente in sintonia con i cristiani è un solo tema: quello dei migranti e del trattamento ignobile che riserva loro tutto l’Occidente opulento, con ovviamente in testa l’attuale ministro dell’inferno.

Sembra giusto dunque ricordare che questo tema – e non altri – porta allo scoperto un contenuto radicale che accomuna cristiani autentici e comunisti atei: l’universalismo. Ovvero il considerare tutti gli esseri umani uguali quanto a diritto a vivere nel miglior modo possibile. Le differenti declinazioni di questo universalismo (morale-religioso o sociale-politico) sono ovviamente consistenti, ma non al punto da perdere di vista il vero nemico: chi crede che si possano trattare altri esseri umani come cose o animali in virtù di una differenza di colore di pelle, di tradizioni o religione.

Per questo, crediamo sia importante segnalarvi questo articolo che dimostra, ancora una volta, come il cosiddetto “decreto sicurezza” del ducesco Salvini non produca affatto “più sicurezza”, ma soltanto più manodopera senza diritti da mettere nelle mani dei mercanti di schiavi. Italiani, naturalmente.

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Nuovi schiavi per i caporali (grazie al decreto Salvini)

Fulvio Fulvi – sabato 29 dicembre 2018. L’Avvenire


Le baraccopoli in Puglia e in Calabria stracolme dei migranti già fuoriusciti dal circuito dell’accoglienza. L’allarme della Caritas.

Ecco i nuovi, attesi quanto devastanti, effetti del “decreto sicurezza”. Sono circa 500 i migranti che in questi giorni vivono nella baraccopoli nelle campagne tra Rignano Garganico e San Severo, nel Foggiano, quello che chiamano il “Gran ghetto”. Le presenze sono quasi il doppio rispetto a quelle che negli anni passati, durante le festività natalizie, si sono registrate nell’accampamento della Capitanata. «Un numero destinato a crescere quando finirà la raccolta degli agrumi nella Piana di Gioia Tauro, in Calabria, e centinaia di braccianti extracomunitari torneranno qui per poter lavorare nei campi di pomodori» commenta don Andrea Pupilla, direttore della Caritas diocesana di San Severo. «Ma l’incremento delle presenze è un effetto della nuova legge – commenta il sacerdote – perché i ghetti si riempiono quando Cara e Cpr si svuotano: basti pensare al Centro di accoglienza e per richiedenti asilo di Borgo Mezzanone, presso Manfredonia, che da mille presenze oggi ne conta solo 200». Dove sono andati gli altri 800? Se ne vanno dalle strutture pubbliche e si appoggiano nelle baraccopoli abusive diventando “merce umana” a disposizione dei caporali.

«La situazione nel “gran ghetto” è peggiorata – precisa don Pupilla – a Natale ho visto altre capanne sorgere e un casolare abbandonato è stato occupato: così aumenta l’illegalità e il problema non si risolve, semmai si sposta da un luogo all’altro. Pensiamo a quello che potrà succedere a marzo-aprile, alla ripresa del lavoro nelle coltivazioni ortofrutticole della zona...». Il numero dei migranti in queste campagne, la prossima estate, potrebbe anche superare le mille unità. Dallo scorso settembre si attende qui l’installazione dei moduli acquistati da Regione Puglia per ospitare gli immigrati cercando di sottrarli, così, dalle grinfie del caporalato che si allungano anche nell’offerta (scalando l’affitto sul già magro salario) di un buco per dormire, che può costare anche 200 euro al mese. «Perché non cominciano a montare le casette, visto che il Consiglio comunale di San Severo ha approvato da mesi la variante al piano regolatore?» si domanda don Pupilla. Burocrazia o disinteresse?

Pensare che quest’estate il problema era diventato una priorità del governo, dopo la strage dei 16 giovani migranti rimasti schiacciati all’interno dei camioncini, dove erano stipati come bestie. «Ora il bisogno più grande di questi disperati non è tanto avere coperte e indumenti per affrontare l’inverno – dice don Pupilla –, ma procurarsi i documenti necessari a ottenere il permesso di soggiorno».

Anche le baracche e le tende dei tre campi di San Ferdinando, vicino a Rosarno, in provincia di Reggio Calabria, sono affollate più del solito: oltre 3mila persone a dicembre. «Sono 600 in più dell’anno scorso a vivere in questo “inferno” e continuano ad arrivare – commenta Vincenzo Alampi, direttore della Caritas di Oppido Mamertina-Palmi – sono venuti qui per raccogliere mandarini da Lazio, Campania, Puglia e persino dal Piemonte, dormono sotto le tende nei sacchi a pelo o nelle baracche che si costruiscono da soli, sono approdati a San Ferdinando dopo la chiusura di vari Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) e Cas (Centri di accoglienza straordinaria)». Gente che non ha niente, solo paura e fame, «e noi cerchiamo di aiutarli». Fino ad aprile rimarranno nel centro calabrese poi si sposteranno altrove per un’altra stagione in balia degli sfruttatori. «Migliaia di persone si butteranno nelle strade e nelle campagne – dice Alampi – e sarà una situazione ingestibile».

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19/12/2018

Gls. Il caporale chiama la camorra per “mazzuolare” i facchini Usb

Ecco le prove dell’uso violento dei caporali contro i facchini di Usb in lotta.

Intercettato il presidente della società che lavora nella Gls di Piacenza mentre richiede ad un camorrista l’invio di due pullman: uno di crumiri, l’altro di persone che devono “mazzuolare” gli scioperanti.

Il presidente è finito in galera, chi sarà il prossimo? noi ne abbiamo un’idea.

#schiavimai.

E ci sembra importante la precisazione, “a futura memoria”, del compagno dell’Usb Roberto Montanari, che lavora con i facchini della logistica a Piacenza. Per la cronaca, è già stato minacciato più volte...

Così, tanto perché si sappia

Siamo 4 amici, 4 fratelli, 4 compagni Riadh, Issa, Fisal ed io, la maggior parte delle 24 ore le passiamo assieme, ci guardiamo l’un l’altro, abbiamo imparato a conoscerci bene e quindi possiamo dire senza tema di smentita che:
1) non soffriamo di crisi depressive,
2) non facciamo uso di sostanze psicotrope né abuso di quelle alcoliche,
3) i nostri automezzi sono ben manutenuti, i freni funzionano e i pneumatici non sono lisci,
4) abbiamo uno stile di vita sobrio senza eccessi di alcun tipo,
5) godiamo di buona salute (qualche acciacco documentato, nulla di più),
6) ieri hanno arrestato per concorso esterno in associazione criminale (camorra) un presidente di una delle solite società o cooperative farlocche che operano nella logistica. È il terzo in sei mesi che finisce dentro. È il terzo che gestisce magazzini in cui il sindacato ha sviluppato lotte contro il caporalato.

Così, tanto perché si sappia che ci guardiamo da incidenti e accidenti e che vorremmo continuare a lottare contro le mafie, il caporalato i servi e gli idioti di cui si servono.

P. S. non siamo in realtà 4 fratelli, siamo decine e decine di migliaia, siamo una comunità che si chiama USB.

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20/08/2018

Dalla Calabria alla Lombardia, il caporalato è di casa

E’ di pochissimi giorni fa la notizia che in provincia di Mantova sono stati arrestati per caporalato un italiano, proprietario di un terreno, e 5 cittadini del Bangladesh, affittuari del terreno stesso, che costringevano 24 richiedenti asilo a lavorare nei campi di zucchine a 3 euro l’ora per 12 ore al giorno, alloggiandoli in roulotte fatiscenti. Numeri piccoli, ma probabilmente solo la punta di un grande iceberg.

Un fatto come tanti altri emersi negli ultimi anni e che dimostra come, ancor di più nel momento in cui si assottigliano i margini di profitto, non si esita a negare diritti e dignità ai braccianti agricoli spingendo lo sfruttamento verso forme di autentica schiavitù. Dal profondo sud alla pianura padana. E, nonostante la retorica ampiamente diffusa secondo la quale gli imprenditori del nord sarebbero rispettosi delle regole, fedeli seguaci dell’etica del lavoro, il filo dello sfruttamento capitalista unisce e attraversa tutto il paese senza distinzioni di latitudini, perfino la tecnologica e avanzata Lombardia.

Ancor prima della notizia relativa alla provincia di Mantova, peraltro già assurta agli onori della cronaca l’anno scorso insieme all’Oltrepò pavese per analoghi episodi, nei mesi scorsi a Saluzzo, nel vicino Piemonte, il coordinamento dei lavoratori agricoli USB impegnati nella raccolta delle coltivazioni nel cuneese ha proclamato uno sciopero per chiedere il rispetto dei diritti contrattuali e per ottenere delle condizioni abitative dignitose per i braccianti costretti a vivere senza un tetto sulla testa, senza acqua, né bagni, né elettricità.

Questo a meno di tre mesi dai tristemente noti fatti della piana di Gioia Tauro, con l’omicidio di Sacko Soumayla, sindacalista di USB, e della Puglia, con la morte di 12 braccianti agricoli immigrati nel foggiano, fino alla recente emersione di sempre più casi simili in diverse zone del paese.

È un filo rosso quello dello sfruttamento, che sconfina il settore agricolo e si può seguire allargando lo sguardo ad altri settori e mettendo in fila i fatti di cronaca apparentemente isolati.

Basta osservare quanto accade nella logistica, settore chiave nell’ottica capitalista della minimizzazione dei costi tra produzione e vendita, in cui la maggior parte dei lavoratori è costituita da immigrati, terreno negli ultimi anni di aspre lotte durante una delle quali a Piacenza, al confine con la Lombardia e a poche decine di chilometri da Milano, nel 2016 nel corso di un picchetto è stato ucciso Abd El Salam, egiziano, delegato di USB e dipendente di una cooperativa.

Si scopre che non è un problema che riguarda solo i lavoratori immigrati, ma che gli operai muoiono nelle fabbriche per la mancanza di misure di sicurezza come successo recentemente alla Lamina, o andando a lavoro su un treno pendolari, su una rete priva di adeguata manutenzione.

Fino ad arrivare alle grandi città dove i fattorini-riders per pochi euro al giorno, senza copertura assicurativa e senza un contratto di lavoro subordinato, consegnano il cibo a domicilio a loro rischio e pericolo, come dimostra il caso del ragazzo che a Milano a fine maggio ha perso una gamba finendo sotto un tram mentre faceva una consegna.

E appare così sempre più stridente il contrasto tra l’immagine che le regioni del nord vogliono dare di sé e le condizioni di vita dei lavoratori e degli abitanti delle classi meno abbienti costretti a lavorare in condizioni disumane e a vivere in disagio e precarietà crescente. E si conferma sempre più pressante la necessità della presenza di organizzazioni di classe disposte a organizzare e praticare conflitto, a dare voce alle lotte presenti sul territorio per rivendicare diritti e dignità per tutti a prescindere dalla nazionalità e dal colore della pelle, a nord come a sud.

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08/08/2018

Strage dei braccianti. Il governo “si muove”, oggi lo sciopero in tutta la piana

Ieri a Foggia si è tenuto un vertice in Prefettura convocato dal ministro dell’Interno, Salvini dopo i due incidenti in cui, sabato scorso e lunedì, sono morti complessivamente 16 braccianti agricoli, tutti immigrati. Il vertice con il ministro Salvini ha seguito l’incontro, sempre in prefettura, tenutosi con il premier Giuseppe Conte. Sia il ministro sia il premier hanno incontrato una delegazione di migranti.

Intanto sono state avviate due distinte indagini – ha fatto sapere il Procuratore della Repubblica di Foggia Vaccaro – una riguarda l’incidente stradale, per capire la dinamica e tutto ciò che può averlo causato, anche se c’è da dire che in entrambi i casi sono morti i due autisti dei pullmini sui quali erano stipati i poveri migranti. L’altra indagine è stata avviata sul caporalato.

Sulle iniziative del governo e lo sciopero di oggi nella piana del foggiano, rendiamo noto il comunicato emesso dall’Unione Sindacale di Base:
Ci sono voluti 16 braccianti morti in 48 ore perché il governo decidesse di muoversi: il presidente del Consiglio in visita a Foggia – se fosse un parlamentare eletto si potrebbe dire che è attento al suo collegio – Salvini pure, ma con la divisa da sceriffo a presiedere il Comitato per l’ordine e la sicurezza.

Di Maio invece lancia un concorso straordinario per l’assunzione di ispettori del Lavoro. L’aveva già annunciato proprio all’Unione Sindacale di Base nell’incontro del 4 luglio scorso, convocato dopo l’assassinio di Soumaila Sacko a San Ferdinando.

Allora aveva anche promesso un tavolo interministeriale sul lavoro agricolo, coinvolgendo i ministeri dell’Agricoltura, delle Infrastrutture e del Sud. A oggi, ed è passato più di un mese, non ci sono notizie né del tavolo interministeriale, né del concorso. Nulla si sa neanche dell’iniziativa tesa a subordinare l’accesso ai contributi europei al rispetto da parte delle aziende dei diritti dei lavoratori.

La verità è che si vuole fare del lavoro agricolo un puro e semplice tema di ordine pubblico: ci sono i cattivi caporali che sfruttano i poveri immigrati clandestini. Eliminando l’immigrazione e i caporali, il problema è risolto.

Invece no, come USB ripete da anni e ribadirà il 22 settembre proprio a Foggia: il bracciante sfruttato, schiavizzato, costretto a vivere in condizioni disumane, lo è soprattutto perché esiste una filiera con al vertice la Grande Distribuzione Organizzata, che fa e disfa prezzi e quote di mercato, obbligando un intero settore a vivere di spiccioli. Ai braccianti, gli stessi braccianti che proprio in queste terre Giuseppe Di Vittorio aveva cominciato a organizzare sindacalmente, sono destinati gli spicci degli spiccioli. E con quelli devono arrangiarsi. I caporali – che, sia detto chiaramente, vanno stroncati – diventano un fenomeno quasi marginale, un bersaglio facile.

L’obiettivo della nostra battaglia rimane la conquista dei contratti, dei diritti e della dignità per tutti i braccianti che lavorano nelle campagne italiane. Per raggiungerlo si combattano sì i caporali, ma più che i pattuglioni e i posti di blocco potranno i provvedimenti legislativi e amministrativi che riportino trasparenza e normalità in un settore ostaggio della Grande Distribuzione.

Questo ricorderemo durante la marcia dei berretti rossi che partirà mercoledì mattina – giorno di sciopero dei braccianti – alle 8 dall’ex ghetto di Rignano, destinazione prefettura di Foggia. Questo scriveremo nelle nostre proposte per l’intero settore agricolo, che presenteremo il 22 settembre.

Nell’attesa, il nostro compito è stare tra i lavoratori e fornire loro assistenza, come sta facendo in queste ore l’Ufficio legale nazionale di USB con le vittime dei due incidenti e i loro familiari.
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La verità sulle stragi dei braccianti è scritta sullo scontrino

O non capiamo o facciamo finta di sapere come si fa. Cercherò di spiegarmi, proponendovi alcune domande.

Chi sono i negrieri? Gli autisti dei pulmini coinvolti negli incidenti mortali o gli uffici acquisti delle imprese della Grande Distribuzione?

Bisogna aumentare gli ispettori sul lavoro, come dice Di Maio, o indagare sul prezzo dei prodotti che viene pagato agli agricoltori?

Bisogna indagare sui legami con la mafia nei campi, come dice Salvini o andare a vedere che succede nella logistica che consegna i prodotti ai supermercati e alle aziende di trasformazione, quelle che mettono in barattolo i pomodori pelati e imbottigliano i succhi di frutta?

Bisogna fare visite di circostanza alle vittime e vertici delle forze dell’ordine con ardimentosi ordini del giorno, o dire la verità?

Che è questa: quando portate a casa la spesa con la convinzione di aver risparmiato, sappiate che quel pomodoro è il frutto del più sfacciato sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Quello sconto che il supermercato vi ha offerto con gli allegri cartelli sul banco della frutta e verdura non è un regalo del negozio, è il prezzo che è stato pagato in anticipo dai braccianti, dagli operai dei magazzini, dalle commesse e dei commessi del negozio in cui avete fatto l’acquisto. Loro guadagnano poco e lavorano male per garantire profitti ai big della GDO e lo sconto sul vostro scontrino.

Dobbiamo capire e agire.

Nel frattempo, però, quando incontrate un lavoratore dei campi, un lavoratore della logistica, un lavoratore del commercio fategli almeno un sorriso.

Il motivo è scritto sul vostro scontrino.

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07/08/2018

I veri invisibili delle campagne: multinazionali e grande distribuzione


La fiera dell’ipocrisia scatta quando proprio non è possibile fare spallucce in pubblico. Davanti a 12 morti – che si aggiungono ai quattro di due giorni prima a pochi chilometri di distanza – neanche Salvini ha azzardato una delle sue solite battute fesse.

L’ipocrisia “dem” è alla pari con il cinismo leghista, comunque. A meno di non credere davvero che il caporalato sia davvero “imbattibile” e che, quindi, chi ha governato per anni non possa esser responsabile per l’intangibilità di un fenomeno pluridecennale di cui si sa sostanzialmente tutto: chi lo gestisce, territorio per territorio; con quali modalità opera (sempre le stesse); i punti di raccolta dei braccianti, le coordinate dei terreni agricoli sui cui vengono portati, il salario – diciamo così – corrisposto, il “prezzo del biglietto” per esservi portati, ecc.

Questi sono però solo i dettagli di una filiera complessa, lunghissima, che porta il raccolto – qualsiasi tipo di raccolto, ormai – dal campo all’industria di trasformazione, lungo i “condotti” della logistica su gomma, fino alla grande distribuzione (i mercatini rionali si riforniscono in genere presso produttori di prossimità, con relativo taglio dei costo di trasporto).

Insomma, se allo stadio della raccolta abbiamo la triade agricoltore-caporale-bracciante dobbiamo anche sapere che è su questa fase che scaricano tutte le dinamiche di prezzo. Qui i costi debbono essere compressi al massimo, perché il “prodotto finale” deve arrivare sui banconi e gli scaffali a un prezzo davvero minimo, “concorrenziale”. Mentre ogni soggetto della filiera pretende ovviamente la sua quota di profitto.

Il meccanismo è antico, ma con l’affermarsi della grande distribuzione come forma principale della vendita al dettaglio – combinata con la stagnazione più che decennale seguita alla crisi globale del 2008 – i margini di guadagno della parte iniziale della filiera si sono ridotti a nulla.

La ragione è semplice: la stragrande maggioranza della popolazione dell’Europa, e soprattutto quella dei paesi deboli come l’Italia, ha visto nell’ultimo decennio il reddito rimanere sempre allo stesso livello (quando va bene), oppure ridursi drasticamente con la perdita del lavoro e l’evaporazione degli ammortizzatori sociali. In termini economici la “domanda è fiacca”, dunque i prezzi finali non possono salire troppo (a meno di emergenze temporanee dovute a siccità, alluvioni, ecc). O si scarica la dinamica dei prezzi sui punti più fragili della filiera, oppure si chiude. O si impone una “retribuzione” di un euro al quintale – quanto viene dato ai braccianti pugliesi morti in queste ore – oppure si va altrove. Un centesimo al chilo...

Il “caporalato”, al dunque, è la forma necessaria della produzione affinché il prezzo della materia prima agricola resti bassissimo. Ma se è necessario a questa economia malata, allora non può essere combattuto davvero, se non a chiacchiere, dichiarazioni, lamentazioni tristissime, ma tutte a beneficio di telecamere.

Nelle strade, invece, le varie polizie non vedono quello che tutti vedono. I gruppi di lavoratori – dell’Est o africani – si riuniscono in piazze e strade facilmente raggiungibili, davanti agli occhi di tutti; viaggiano su furgoni fatiscenti, con targa spesso straniera, in condizioni tali che una pattuglia della stradale o un vigile urbano dovrebbe fermarli a prima vista. E a quel punto “scoprirebbe” quel che tutti sanno: veicoli omologati per tre posti portano fino a quindici braccianti, seduti su panche di legno, senza cinture di sicurezza, con le gomme lisce, senza assicurazione, autisti spesso senza patente, ecc.

Insomma, una sola di queste infrazioni – a un cittadino normale – costa una contravvenzione o un sequestro del mezzo. Quei pulmini, invece, sono miracolosamente “invisibili”, ma solo alle forze dell’ordine.

La cosa è così evidente da costringere IlSole24Ore – non a caso l’organo di Confindustria, ossia delle “imprese” – a tentare una patetica difesa delle varie polizie in servizio su quei territori. “La verità è che i controlli si fanno, ma solo nelle “ore d’ufficio” e con pochi agenti”, “al Sole 24 Ore risulta che questi servizi si riescano a organizzare solo dalle 7 alle 13 e a volte dalle 13 alle 19. Cioè quando i caporali e i loro autisti hanno già portato i braccianti nei campi”. Una valle di lacrime operative in cui “il più delle volte si riesce a fermare solo qualche vettura sospetta. Spesso con targa bulgara, quindi di fatto immune da controlli automatici sulle infrazioni stradali: ammesso che si invii un verbale in Bulgaria, non si potrà mai pretendere che venga pagato”.

Che fine ha fatto quel “controllo del territorio” cui non sfugge nulla, occhiuto, tecnologizzato, con informatori ovunque, che in ogni angolo d’Italia si preoccupa che non vengano troppo disturbati governanti e imprenditori? Sparito. Dove si raccoglie frutta e verdura sembra non ci sia nemmeno un anziano sceriffo in grado di fermarsi ai bordi di un campo pieno di gente al lavoro e chiedere “chi ti paga?”. Senza contare che dai dati del catasto dovrebbe esser facile sapere chi è il proprietario...

Se il caporale è “invisibile”, insomma, deve restarlo perché è invisibile soprattutto il vertice della filiera: la grande distribuzione è gestita da imprese multinazionali, che possono mischiare allegramente prodotti provenienti da cento posti diversi, selezionando solo in base al prezzo e fottendosene della qualità. Si comprende che Il Sole si debba preoccupare di far restare nell’ombra ciò che proprio non si deve vedere...

Anche se magari tutto è noto da anni, con reportage ricchi di informazioni, dati, ecc. Qui di seguito, per esempio, vi proponiamo quello pubblicato oltre quattro anni fa da Terre Libere. C’era già tutto...

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I veri invisibili delle campagne: multinazionali e grande distribuzione

Antonello Mangano

Gli schiavi e i caporali. Gli africani “poverini”. Le tendopoli e l’accoglienza. Una retorica paternalista che nasconde i veri invisibili della campagne. I migranti sono ripresi, fotografati, raccontati. Le multinazionali no. Eppure quello del Sud Europa è un vero modo di produzione: sfruttamento estremo, migranti ricattabili. E costi bassi.

Sembra di leggere sempre lo stesso articolo. Gli schiavi, i disperati, i caporali e i clandestini. La questione del lavoro migrante in agricoltura è affrontata da anni sempre allo stesso modo. Pietismo e complottismo.

Da Rosarno a Foggia, da Latina a Cassibile. Testi, rapporti e video mortalmente noiosi. Che raccontano una rete paramafiosa di “cattivi” che sfrutta e trasporta “i nuovi schiavi” da una campagna all’altra. Povere vittime “a una dimensione” senza volontà e capacità di rivalsa.

Una visione falsa che nasconde una realtà difficile da raccontare, specie per i media a corto di risorse pubblicitarie. Esistono davvero gli invisibili delle campagne. Sono le multinazionali del pomodoro e del succo di frutta. Sono i padroni dei vini pregiati. Sono gli intermediari mafiosi padroni di aziende.

Commercianti, mafiosi, supermercati e multinazionali

I commercianti della grande distribuzione. Le agenzie internazionali di fornitura della manodopera. Personaggi appartenenti all’economia ufficiale che non hanno timore di contaminarsi con gli abissi dello sfruttamento e spesso della criminalità. Quello che conta è l’economicità del prodotto. L’assenza di sindacato. Il basso costo del lavoro.

Quando è strutturale

Quando lo sfruttamento è strutturale si chiama modo di produzione. E non servono i progetti “a valle”, gli interventi umanitari, le interviste ai braccianti dalla faccina triste, le foto in bianco e nero con le casette di cartone e le chiazze di fango. Perché alla lunga tutto questo fa parte del circo, la facciata che copre e giustifica il sistema.

Da Sud a Nord, il sistema si estende. Ormai anche il Piemonte si va “rosarnizzando”. Dopo la raccolta della frutta, anche gli imprenditori del vino scoprono che può essere vantaggioso usare un bulgaro a basso costo. E non certo per la crisi.

È una questione di conti aziendali

Ma per una questione di conti aziendali: se posso risparmiare, e quindi guadagnare di più, lo faccio. Il disagio che produco lo scarico sulla Protezione Civile, gli enti locali, le associazioni caritatevoli. Il senso comune dice che gli africani vivevano così, nelle baracche, “anche al paese loro”.

Chi racconta di lavoratori che abitavano prima in appartamento a Vicenza e poi nelle tende fredde del Ministero dell’Interno? Chi dei braccianti prima accampati in Piemonte e poi in una normale casa in Calabria?

Fuori dalla vista

Mitsubishi è una notissima multinazionale giapponese che ha acquistato la più importante fabbrica di pomodoro pugliese tramite una società finanziaria di Londra. I produttori dei vini d’Asti guadagnano anche cento euro a bottiglia. Tra loro c’è un russo noto come “il re della vodka”. Il sindaco di Canelli ha offerto una doccia con l’acqua fredda ai bulgari che dormivano accampati.

La produzione di Rosarno è da sempre orientata verso l’arancia da succo. Una piccola parte finirà nelle bevande che chiamiamo “soft drinks”. Per legge basta mettere una percentuale minima di succo, il resto è roba chimica.

Il succo d’arancia viene tagliato per compiacere le industrie

E l’arancia calabrese – troppo amara per gli standard industriali – è spesso tagliata illegalmente con quello che proviene dal Brasile. I produttori locali, anziché aprire vertenze con i loro sfruttatori, hanno preferito negli anni – in genere – usare la forza lavoro a basso costo dei migranti e incassare i soldi dell’Unione europea, spesso ottenuti con le truffe.

La crisi non è arrivata con l’abbassamento dei prezzi – da sempre miseri – ma col meccanismo Ue del disaccoppiamento che vincola i soldi al terreno e non alla produzione, rendendo difficili gli imbrogli.

I nomi dei responsabili sono facili da individuare: Coca Cola-Fanta, Nestlé San Pellegrino, San Benedetto. L’oligopolio del succo d’arancia che comprava dalle industrie di trasformazione del territorio. Zone spesso dominate dalle aziende dei clan (trasporto su gomma, forniture di cassette, persino stazioni di rifornimento...). Ma nessuno ha avuto niente da dire fino alla rivolta degli africani. Il sistema era perfetto e ognuno aveva il suo guadagno.

Congruità

Durante il periodo di Natale in tutti i supermercati italiani arrivano le clementine della Piana di Sibari, un orrendo girone dantesco dove migliaia di uomini e donne dell’Est vivono in condizioni di violenza e sfruttamento estreme. Le paghe sono talmente basse che neppure gli africani lavorano qui. I casi di brutalità ai danni di ragazze sono degni del Messico. «Non ci riforniamo a Rosarno ma a Corigliano», disse Coop con una difesa che peggiorava la sua situazione di un'azienda attenta al sociale.

Anche a Vittoria sono migliaia le donne dell’Est sottoposte a violenza sessuale e ricatti. Tutto l’anno. Chi associa alla più grande produzione industriale di ortofrutta il numero sempre crescente di aborti clandestini? Eppure i prodotti delle serre siciliane finiscono in tutta Europa. Non c’è più margine che non sia collegato al centro.

Produzione industriale e aborti clandestini

Come sempre, non esiste la povertà, ma la ricchezza mal distribuita. «Se andate ad Abidjan, Costa d’Avorio, trovate grattacieli e bidonvilles. Non c’è più l’Africa che immaginate», ci spiega il sindacalista camerunense Yvan Sagnet.

Africani o bulgari non sono poveri per natura ma perché elementi deboli di un sistema che si riproduce sempre uguale nella fascia Sud dell’Europa, dalla Spagna alla Grecia. Lo sfruttamento nei campi è un modo di produzione.

Le soluzioni, se ci fosse una volontà politica, sarebbero semplici. Gli indici di congruità mettono in correlazione le giornate versate all’Inps (i dati sono ormai pubblici) con la quantità di prodotto raccolto. Non risolvono tutto, ma almeno cancellano le situazioni paradossali. Ad esempio: se dichiaro che un rumeno ha raccolto 10 tonnellate di pomodoro in 5 giornate di lavoro, evidentemente, c’è un controllo da fare. Subito.

Da Terre Libere, 2014

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29/07/2018

I discount mettono all’asta l’agricoltura italiana

L’uccisione di Soumaila Sacko sembra aver risvegliato qualche curiosità nel giornalismo italiano su come funziona davvero la filiera che porta il cibo dai luoghi di produzione fino alle nostre tavole. E quindi appaiono, alcune volte, reportage che scoprono ciò che sindacalisti e attivisti spiegano da anni.

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L’offerta è di quelle irrinunciabili: una bottiglia di passata di pomodoro a 39 centesimi di euro, un litro di latte a 59 centesimi, un barattolo da 370 grammi di confettura extragusti a 79 centesimi, un pacco di pasta trafilata al bronzo a 49 centesimi. Diffuso a tappeto nelle cassette delle lettere e su internet, il volantino promuove i saldi sul cibo per attrarre una clientela sempre più vasta. A firmarlo è il gruppo Eurospin, quello della “spesa intelligente” e del marchio blu con le stellette, discount italiano con una rete di oltre mille punti vendita in tutta la penisola e vertiginose crescite di fatturato annuali a due cifre.

Facendo un rapido calcolo, è possibile preparare una pasta al pomodoro per quattro persone spendendo quanto un caffè al bar. Ma come fa il gruppo veronese a proporre prezzi così stracciati? Dietro le offerte al consumatore, c’è un meccanismo perverso che finisce per schiacciare intere filiere e che ha conseguenze sulle dinamiche di produzione e sui rapporti di lavoro nelle campagne: l’asta elettronica al doppio ribasso.

Questa pratica commerciale, che somiglia più al gioco d’azzardo che a una transazione tra aziende, è sempre più diffusa nel settore della Grande distribuzione organizzata (Gdo), soprattutto tra i gruppi discount. Fa leva sul grande potere che hanno acquisito negli ultimi anni le insegne dei supermercati, diventate il principale canale degli acquisti alimentari, e sulla frammentazione e lo scarso potere contrattuale degli altri attori della filiera.

Come funziona un’asta online al doppio ribasso

Il meccanismo di base è lo stesso di un’asta: da una parte c’è la Gdo, che deve acquistare la merce, dall’altra le aziende fornitrici che fanno l’offerta. Con un’unica, non trascurabile, variante: vince il prezzo peggiore, non il migliore.

È successo poche settimane fa, quando Eurospin ha chiesto alle aziende del pomodoro di presentare un’offerta di vendita per una partita di 20 milioni di bottiglie di passata da 700 grammi. Una volta raccolte le proposte, ha indetto una seconda gara, usando come base di partenza l’offerta più bassa.

Alcuni si sono ritirati già dopo la prima asta. “Non ci stiamo dentro con i costi”, ha detto con fare sconsolato uno di loro, che ha chiesto di rimanere anonimo. Gli altri sono stati invitati a fare una nuova offerta, sempre al ribasso, su un sito internet. Si sono quindi trovati a dover proporre in pochi minuti ulteriori tagli al prezzo base, in modo da aggiudicarsi la partita.

Alla fine di questa gara online, la commessa è stata vinta da due grandi gruppi per un prezzo pari a 31,5 centesimi per bottiglia di passata. Altre tre aziende hanno invece vinto un’altra commessa per una fornitura di pelati da 400 grammi grazie a un’offerta di 21,5 centesimi per bottiglia.

“Se teniamo conto solo della materia prima, della bottiglia e del tappo, per la passata arriviamo a un costo di 32 centesimi”, dice un industriale del pomodoro, che preferisce non rivelare il nome. “Se poi aggiungi il costo dell’energia e del lavoro, allora ci perdi, e anche tanto”. Eppure, pur di aggiudicarsi la commessa e stare sul mercato, molti sono disposti a lavorare in perdita, sperando poi di rifarsi successivamente risparmiando su altre voci di fatturato, come per esempio il costo della materia prima.

“Il vero caporale”

Nelle campagne della Capitanata, in provincia di Foggia, tutto è ormai pronto per la raccolta. Nelle prossime settimane camion carichi di cassoni cominceranno a fare la spola tra i campi, che già brillano del rosso dei pomodori maturi, e le varie aziende di trasformazione. Ma gli agricoltori sono sempre più sconfortati. “Una volta il pomodoro garantiva ottimi guadagni. Ormai è un prodotto-merce, che si paga sempre meno”, racconta Marco Nicastro, imprenditore agricolo e presidente dell’organizzazione di produttori Mediterraneo. “Quando gli industriali partecipano a queste aste, l’unico modo che hanno per non lavorare in perdita è rifarsi su noi produttori agricoli, pagandoci il meno possibile la materia prima. Altro che sfruttamento nei campi da parte nostra, è la grande distribuzione organizzata il vero caporale!”.

In una specie di effetto a cascata, ogni attore della filiera finisce per rivalersi su quello più debole: le aziende strozzate dalle aste cercano di ottenere il prodotto agricolo a prezzi più bassi e i produttori provano a risparmiare sul costo del lavoro. “Alla fine ci rimettono i lavoratori, perché sono gli ultimi anelli della catena”, denuncia Giovanni Mininni, segretario nazionale della Flai-Cgil. “Non si può pensare di eliminare il fenomeno dello sfruttamento del lavoro in agricoltura e del caporalato se non si interviene su tutta la filiera, perché la Gdo abbassa il prezzo a livelli quasi insostenibili per chi produce. Anche se non può essere una giustificazione, spesso i produttori risparmiano sulla pelle dei lavoratori, violando leggi e contratti”.

Secondo uno studio dell’Associazione industrie beni di consumo, nei gruppi discount la pratica dell’asta incide per circa il 50 per cento delle forniture. Percentuale che si abbassa leggermente nei supermercati tradizionali. Ma la prassi finisce per investire interi settori agroalimentari, che si trovano ostaggio di una politica commerciale basata sul continuo abbassamento dei prezzi. “Il problema di queste aste online”, dice Giovanni De Angelis, direttore dell’Associazione nazionale delle industrie conserviere alimentari vegetali (Anicav), “è che non riguardano solo il gruppo che le lancia e coloro che accettano i prezzi ribassati. Il prezzo con cui si vince l’asta diventa un riferimento per tutte le altre insegne della Gdo”.

Le leggi e i protocolli

Così il pomodoro – simbolo del made in Italy e della dieta mediterranea – si vede sempre più relegato al ruolo di commodity, prodotto civetta dal valore irrisorio e che può essere ottenuto solo riducendo al minimo i costi. “Spesso i nostri associati sono costretti a partecipare a queste gare per vendere il prodotto. Ma si tratta di pratiche che favoriscono fenomeni speculativi, su cui sarebbe giusto intervenire in modo normativo come è stato fatto in altri paesi europei, per esempio in Francia”.

Una legge francese del 2005 ha regolamentato le aste elettroniche fissando limiti così numerosi da renderle non vantaggiose. Nel giugno 2017, anche il governo italiano è intervenuto nella stessa direzione. Il ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali ha stilato un protocollo per promuovere pratiche commerciali leali lungo l’intera filiera agroalimentare. In particolare, si chiedeva alla Gdo di impegnarsi “a non fare più ricorso alle aste elettroniche inverse al doppio ribasso per l’acquisto di prodotti agricoli e agroalimentari”.

Pur se non vincolante, il documento è stato firmato dal gruppo Conad e da Federdistribuzione, a cui sono associate diverse insegne di supermercati. Eurospin non ha aderito. Ai ripetuti contatti via email e telefonici per avere chiarimenti sia sulla recente asta del pomodoro sia sulla mancata adesione al protocollo, l’azienda veronese ha preferito non rispondere.

Una direttiva contro le pratiche sleali

“Quella delle aste online è una delle pratiche commerciali sleali su cui è necessario intervenire”. Vicepresidente della commissione agricoltura del parlamento europeo, Paolo De Castro è relatore di una proposta di direttiva europea per riequilibrare i rapporti di forza nella filiera agroalimentare e mettere fine allo strapotere delle insegne commerciali. “La grande distribuzione organizzata è nelle mani di pochi gruppi giganteschi, e questo rende molto fragile il potere contrattuale degli altri attori, che subiscono vere e proprie imposizioni da far west”.

La direttiva vuole stabilire degli standard di legge a cui tutti gli stati membri devono adeguarsi, con la possibilità di andare oltre le legislazioni nazionali. “È la prima volta in vent’anni che si legifera su questo punto. Se la direttiva sarà approvata, e contiamo di farlo entro la fine della legislatura, nel 2019, scatteranno dei meccanismi che vieteranno le pratiche più aggressive della Gdo mettendole al bando”.

Dietro le aste online e le altre azioni vessatorie messe in atto dai gruppi della Gdo nei confronti dei fornitori, c’è un’idea di marketing che ha trasformato il cibo in un bene a basso costo, con i supermercati impegnati in promozioni continue per accaparrarsi una clientela interessata solo a spendere meno. Un’idea che ha conseguenze sui produttori, spinti a produrre in quantità sempre maggiori e a costi sempre minori, risparmiando il più possibile sul lavoro dei braccianti.

“Oltre a far soffrire gli operatori agricoli, le aste online, il sottocosto e il 3×2 danneggiano gli stessi consumatori. Siamo sicuri che il prezzo più basso vada veramente a suo beneficio? Per vendere a quei prezzi, alla fine bisogna abbassare i costi di produzione e quindi la qualità”, conclude De Castro.

Il non detto del volantino che propone il sugo a 39 centesimi per “una spesa intelligente” è proprio questo: dietro a quei prezzi, ci potrebbero essere sfruttamento nei campi e riduzione al minimo degli standard qualitativi.

Rettifica. Nella prima versione dell’articolo si citava erroneamente La Doria tra le aziende che si sono aggiudicate la commessa per la passata di pomodoro.

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21/07/2018

Caporalato. Due euro l’ora. E nei campi anche i bambini

I luoghi comuni sono la discarica del pensiero umano. Quelli sui Rom sono decine, uno peggiore dell’altro, e nemmeno un cane che si chieda se la stronzata che sta ripetendo a memoria abbia un senso o no.

Tutti hanno in testa quella piccola pattuglia che chiede l’elemosina, quella che fa borseggio in metro o sui bus, o addirittura i Casamonica e gli Spada, come se “gli italigliani” fossero perfettamente rappresentati dai pusher, Riina o Marchionne...

Si sa, i fenomeni complessi richiedono fatica, letture, elaborazione concettuale. L’”economia di pensiero” è invece comoda, come un’app o una fake news. Basta prendere la prima che ti serve et voilà, hai “la tua idea” da seminare in giro come un virus.

Poi qualcuno va a guardare da vicino e scopre una realtà più cruda, brutale, infame. Ma non speriamo che gli idioti del pensiero in prestito si vergognino di quel che hanno fin qui detto. Tanto più se hanno da gestire un partito che, a forza di luoghi comuni infami, li ha portato su poltrone remunerative.

Il pezzo che vi proponiamo sembra rivoluzionario, ma è apparso sul più tradizionale degli organi di stampa: l’Avvenire, edito dalla Cei (i vescovi italiani, insomma).

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Sono le 4.45, ed è ancora buio a Mondragone. Eppure in via Razzino, sotto quattro palazzoni rossicci c’è già un gran movimento. Centinaia di persone, soprattutto donne, alcune molto giovani, sono sedute a gruppetti sul bordo del marciapiede. Hanno zainetti e borsoni. Ogni tanto si ferma un pulmino o un furgone. Salgono e via. Uno, due, dieci, venti e più volte. È il mercato delle braccia. Braccia bulgare. Braccia rom. Vittime di caporali bulgari e italiani. Sfruttati da imprenditori italiani. Un caso unico in Italia (solo a Borgo Mezzanone nel Foggiano, ce n’è uno analogo ma molto minore).

Più di 2mila persone che da quattro anni lasciano la Bulgaria, in particolare la regione di Sliven, per raggiungere la cittadina sul litorale domitio casertano. Duemila persone su 30mila abitanti, una presenza che non passa inosservata. In gran parte per 4-5 mesi, altri fino a 8-9, qualche centinaio stanziali. Arrivano famiglie intere, bambini compresi, quasi tutti vivono dei ‘palazzi Cirio’, quattro edifici di dieci piani, fine anni ’70. Fortemente degradati, fuori (i balconi perdono pezzi) e dentro. Proprietari italiani che si fanno pagare, ovviamente in nero, almeno 100 euro a persona al mese.

Tutto fuori legge. Così in un appartamento arrivano a vivere anche 10-15 persone, magari in subaffitto tollerato, come ci racconta il vicario generale della Diocesi di Sessa Aurunca, don Franco Alfieri, per quaranta anni parroco di questa zona. Palazzi che dovevano essere abbattuti o almeno sequestrati e che invece sono diventati un’isola bulgara in terra campana. Presenze regolari, i bulgari sono cittadini comunitari, lavoratori. Sì, rom che vengono in Italia per lavorare e che in Italia vengono sfruttati. Uomini, donne e bambini. Non siamo in una lontana periferia. I caporali agiscono nel centro della città, vicino alla grande via Domitiana, l’antica via Appia. Niente di nascosto.

Eppure alle 5 nessuno controlla i pulmini e gli “autisti”, né forze dell’ordine né polizia locale. Neanche per verificare i documenti dei mezzi e quante persone trasportino. Tutti sanno, nessuno interviene. Ma verso l’ora di pranzo quando torniamo per incontrare l’attuale parroco don Osvaldo Morelli, i vigili urbani, con tanto di furgone attrezzato, ci fermano proprio in via Razzino per un controllo dei documenti. Niente alle 5 sul mondo illegale, controlli inutili a mezzogiorno, tutti i giorni. Mentre dove sedevano le bulgare ora ci sono mucchi di sacchetti di rifiuti. Vediamo rientrare alcune ragazze, tutte in fila. «Tornate dal lavoro?». «Sì, sì», rispondono senza fermarsi. Ma in fondo alla fila una donna più anziana le zittisce.

«No, no». È una caposquadra, una sorta di caporale di secondo livello. Intanto sui campi, tra Modragone, Villa Literno e altri comuni dell’Alto Casertano, va di scena lo sfruttamento. Fino a sera. Come ci spiega Tammaro Della Corte, della Flai Cgil di Caserta, che ci accompagna in questo prima tappa del nostro reportage sul caporalato, gli uomini prendono tra 2 e 4 euro l’ora (il contratto ne prevede 7,5), le donne tra 1 e 1,5 euro, i minori 1 euro. E non è raro che a lavorare sia un’intera famiglia, che alla fine per quattro persone prende poco meno della paga oraria contrattuale di un solo bracciante, lavorando fino a 12 ora, quasi il doppio delle 6,5 previste.

Mentre non meno di 5 euro al giorno finiscono in tasca al caporale o ai caporali, uno italiano che tiene i rapporti con gli imprenditori e uno bulgaro che gestisce la manodopera. Sicuramente dietro ci sono organizzazioni che coinvolgono gli imprenditori in una sorta di “borsa della manodopera” che decide i salari al ribasso. Che dietro ci siano organizzazioni criminali lo confermano alcuni gravi episodi, come l’incendio di alcuni furgoni e aggressioni. In un clima di crescente tensione (non sono rare le risse tra bulgari, anche perché gira molto alcol), con attività parallele come il contrabbando di sigarette. E pochi controlli. Cosi tra aprile e settembre. Qui sui campi opera il “sindacato di strada” della Flai.

«Avevamo provato anche sotto i palazzi – ci dice Tammaro – ma era troppo pericoloso, ci hanno minacciati». Non esagera. La nostra presenza estranea viene subito notata, soprattutto dai caporali. Meglio allontanarsi e raggiungere i campi. Gli operatori del sindacato distribuiscono volantini che in varie lingue spiegano i diritti dei lavoratori. I braccianti ci accolgono bene, smettono di lavorare, chiedono informazioni. Sono “liberi” perché il caporale non c’è. Ma quando ci spostiamo in un altro campo la scena cambia. Testa china sul terreno, non rispondono. Qui il caporale c’è e si vede. E gli imprenditori? «Alcuni ci accolgono bene, ci tengono a farci vedere i contratti. Ma altri ci cacciano impugnando la vanga». Comunque i braccianti sono interessati. «Alcuni vengono nelle nostre sedi a lamentarsi che la paga non è quella che avevano promesso in patria. Le donne ci raccontano delle molestie subite. ‘O accetti o non lavori’, dicono i caporali bulgari e italiani».

E soprattutto le donne sono anche le vittime delle condizioni estreme del lavoro in serra. Tante dermatiti per il contatto coi pesticidi e infezioni vaginali per la mancanza di servizi igienici. Nella zona dei ‘palazzi Cirio’ c’è l’impegno della diocesi, parrocchia di San Rufino. Don Osvaldo, che è anche direttore della Caritas diocesana, ci spiega che la mensa ‘Pane quotidiano’ garantisce ogni giorno 80 pranzi, due terzi a stranieri, quasi tutti bulgari, maschi, «perché le donne sono sui campi». Ogni mese viene distribuito un pacco con viveri, vestiti e medicine. «Lo ritirano le donne la sera quando finiscono il lavoro».

Ma la preoccupazione maggiore sono i bambini. «Non vanno a scuola. Solo dopo un nostro esposto 5 di loro sono stati inseriti, compreso un disabile. Alcuni vengono in parrocchia ma fanno fatica anche per colpa della lingua. Per questo a ottobre cominceremo dei corsi». Ma non basta. Il vicario don Franco Alfieri non è tenero coi suoi concittadini. «La colpa di questo degrado è anche di quei mondragonesi che per lucro affittano gli appartamenti in palazzi senza manutenzione che non dovrebbero avere l’agibilità». Ma intanto in quei palazzi duemila persone sopravvivono. E all’alba si vendono ai caporali.

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