L’inchiesta della Procura di Milano ha squarciato il velo sull’ipocrisia del food delivery: dopo il provvedimento contro Glovo, anche Deliveroo Italy è stata posta sotto amministrazione giudiziaria per caporalato.
Le indagini confermano ciò che l’USB denuncia da anni: migliaia di lavoratori sono stati sistematicamente sfruttati con paghe da fame – in molti casi inferiori del 90% rispetto alla soglia di povertà – e costretti a turni massacranti fino a 12 ore al giorno sotto il ricatto di un algoritmo-padrone.
Il 28 febbraio sarà la nostra risposta. La giornata nazionale di agitazione dei rider non è più solo una protesta, ma un atto di liberazione da un modello economico criminale che usa la tecnologia per mascherare il caporalato digitale. Non accetteremo più che il profitto di multinazionali miliardarie venga estratto dal sangue e dai diritti di lavoratori trattati come ingranaggi sostituibili di un software.
Rivendichiamo con forza il passaggio immediato a un lavoro vero con un contratto vero. Non servono accordi al ribasso, bonus o elemosine: la magistratura ha certificato che la nostra è subordinazione, dunque esigiamo l’assunzione diretta e l’applicazione integrale del CCNL Logistica, Trasporto Merci e Spedizione.
Solo questo contratto garantisce la fine del cottimo, il diritto a ferie e malattia, e una paga oraria dignitosa.
La sicurezza non deve essere un costo a carico del rider: chiediamo che le aziende paghino integralmente i DPI, forniscano e manutengano i mezzi. Basta con algoritmi oscuri che penalizzano chi si ferma per stanchezza o necessità; esigiamo trasparenza totale sui criteri di assegnazione del lavoro.
Davanti alla gravità di quanto emerso a Milano, il governo e le istituzioni locali non possono più girarsi dall’altra parte. USB sostiene l’urgenza assoluta di aprire in ogni città, presso le Prefetture, dei tavoli permanenti di monitoraggio del caporalato.
È necessario un presidio costante del territorio per fermare lo sfruttamento e garantire che la regolarizzazione disposta dai giudici diventi realtà per ogni rider d’Italia.
Invitiamo tutti i rider di Glovo, Deliveroo e di ogni altra piattaforma a partecipare alle iniziative di mobilitazione di USB il 28 febbraio.
REAL JOB, REAL CONTRACT – SCHIAVI MAI! TUTTI IN PIAZZA IL 28 FEBBRAIO!
Le piazze della mobilitazione:
Torino – ore 08.00, Glovo Market, via Issiglio 76/A; ore 11.30, Burger king, via Sant’ Ottavio.
Rimini – ore 14.30, P.zza Cavour;
Bologna – ore 15.00, P.zza Nettuno;
Nola – ore 19.00, P.zza Duomo;
Milano – ore 19.00, stazione centrale (p.zza Duca d’Aosta)
Livorno – ore 19.30, P.zza Grande;
Palermo – ore 14.30, via Emerico Amari;
Padova – ore 19:00 McDonald’s, Piazzale della stazione.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/02/2021
Ingiunzione ai big del delivery. I rider devono essere regolarizzati
Alle maggiori società di delivery come Just Eat, Glovo Foodinho, Uber Eats e Deliveroo verranno recapitati i verbali con le sanzioni disposti dalla Procura della Repubblica di Milano che imporranno di trasformare i contratti dei rider da lavoratori autonomi a parasubordinati, cioè co.co.co, con contratto di lavoro coordinato e continuativo.
Ciò significa che almeno 60.000 rider dovranno essere assunti. Non più pagati a cottimo, – che tra l’altro e fino ad ora è vietato dalla legge – ma con un contratto fisso, con tanto di obbligo di visite mediche, formazione e fornitura di attrezzature adeguate.
Tra gli indagati ci sono i vertici delle società, tra amministratori delegati, presidenti dei consigli di amministrazione e delegati per la sicurezza e in tema di contratto di lavoro. Le multe sono state comminate per violazione della legge 81, che nei suoi vari articoli prevede obblighi di prevenzione dei rischi, obbligo di visite mediche e protezione individuale e di formazione specifica per le attività: le presunte violazioni hanno portato poi “alla contestazione di una serie di reati contravvenzionali per il totale di 733 milioni“, che possono essere estinti pagando fino ad un quarto della pena massima. Le aziende hanno novanta giorni per adeguarsi, e non incappare in un decreto ingiuntivo.
L’ indagine era partita dalla Procura di Milano e si è via via estesa al resto del paese dove ogni giorno vediamo per le strade migliaia di fattorini.
L’agenzia Agi riferisce che nelle disposizioni dei magistrati viene condannato anche il “meccanismo del ranking“: “Perché non è affatto vero che hanno libertà di decidere quando andare a lavorare, perché chi non può farlo, anche solo per un giorno magari per motivi di salute, viene penalizzato dall’algoritmo” sostengono i magistrati.
“I rider sono cittadini che hanno bisogno di una tutela giuridica” – ha affermato il procuratore capo di Milano, Francesco Greco – “In questa situazione di Covid i rider hanno svolto una funzione essenziale sia per portare da mangiare alle persone, sia per permettere a molte imprese di sopravvivere, con le consegne“.
Ma il magistrato ha anche precisato che “Ci troviamo davanti ad un’organizzazione aziendale che funziona attraverso l’intelligenza artificiale. Non c’è più il caporalato che conoscevamo prima, con il capo-reparto che sorveglia i lavoratori, ma in questo caso è un programma a sorvegliarli. E questo è un problema che ha dei risvolti giuridici". I nuovi tipi di lavoro pongono poi “problemi di competenza territoriale e giurisdizione“.
Su Uber Eats, è stata aperta a Milano anche una indagine di tipo fiscale. Il fascicolo ha l’obiettivo di “verificare se ci sia una stabile organizzazione occulta” che nasconde al Fisco italiano gli introiti delle grandi società di delivery.
I magistrati proveranno a verificare “se si debbano riportare in Italia” le entrate ottenute “attraverso l’attività dei ciclo-fattorini“. Il capo dell’ufficio inquirente milanese ha spiegato che “i pagamenti” da parte dei clienti “sono effettuati online e non sappiamo dove vengono recepiti“.
Nei mesi scorsi sempre da Milano era partito il commissariamento per caporalato verso Uber Italy, la filiale italiana della multinazionale del delivery. Il tribunale aveva disposto l’amministrazione straordinaria, dopo aver scoperto delle ditte di intermediazione che pagavano i fattorini meno di 3 euro a consegna con la compiacenza di una dirigente di Uber. Il processo con rito abbreviato per la parte penale è ancora in corso.
Fonte
Ciò significa che almeno 60.000 rider dovranno essere assunti. Non più pagati a cottimo, – che tra l’altro e fino ad ora è vietato dalla legge – ma con un contratto fisso, con tanto di obbligo di visite mediche, formazione e fornitura di attrezzature adeguate.
Tra gli indagati ci sono i vertici delle società, tra amministratori delegati, presidenti dei consigli di amministrazione e delegati per la sicurezza e in tema di contratto di lavoro. Le multe sono state comminate per violazione della legge 81, che nei suoi vari articoli prevede obblighi di prevenzione dei rischi, obbligo di visite mediche e protezione individuale e di formazione specifica per le attività: le presunte violazioni hanno portato poi “alla contestazione di una serie di reati contravvenzionali per il totale di 733 milioni“, che possono essere estinti pagando fino ad un quarto della pena massima. Le aziende hanno novanta giorni per adeguarsi, e non incappare in un decreto ingiuntivo.
L’ indagine era partita dalla Procura di Milano e si è via via estesa al resto del paese dove ogni giorno vediamo per le strade migliaia di fattorini.
L’agenzia Agi riferisce che nelle disposizioni dei magistrati viene condannato anche il “meccanismo del ranking“: “Perché non è affatto vero che hanno libertà di decidere quando andare a lavorare, perché chi non può farlo, anche solo per un giorno magari per motivi di salute, viene penalizzato dall’algoritmo” sostengono i magistrati.
“I rider sono cittadini che hanno bisogno di una tutela giuridica” – ha affermato il procuratore capo di Milano, Francesco Greco – “In questa situazione di Covid i rider hanno svolto una funzione essenziale sia per portare da mangiare alle persone, sia per permettere a molte imprese di sopravvivere, con le consegne“.
Ma il magistrato ha anche precisato che “Ci troviamo davanti ad un’organizzazione aziendale che funziona attraverso l’intelligenza artificiale. Non c’è più il caporalato che conoscevamo prima, con il capo-reparto che sorveglia i lavoratori, ma in questo caso è un programma a sorvegliarli. E questo è un problema che ha dei risvolti giuridici". I nuovi tipi di lavoro pongono poi “problemi di competenza territoriale e giurisdizione“.
Su Uber Eats, è stata aperta a Milano anche una indagine di tipo fiscale. Il fascicolo ha l’obiettivo di “verificare se ci sia una stabile organizzazione occulta” che nasconde al Fisco italiano gli introiti delle grandi società di delivery.
I magistrati proveranno a verificare “se si debbano riportare in Italia” le entrate ottenute “attraverso l’attività dei ciclo-fattorini“. Il capo dell’ufficio inquirente milanese ha spiegato che “i pagamenti” da parte dei clienti “sono effettuati online e non sappiamo dove vengono recepiti“.
Nei mesi scorsi sempre da Milano era partito il commissariamento per caporalato verso Uber Italy, la filiale italiana della multinazionale del delivery. Il tribunale aveva disposto l’amministrazione straordinaria, dopo aver scoperto delle ditte di intermediazione che pagavano i fattorini meno di 3 euro a consegna con la compiacenza di una dirigente di Uber. Il processo con rito abbreviato per la parte penale è ancora in corso.
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07/11/2018
Il Governo consegna un pacco ai fattorini su richiesta delle multinazionali
Per capire quale sia la reale vicinanza di questo Governo alle sorti dei lavoratori basta guardare alla vicenda dei riders, riempiti di promesse dal neoministro del lavoro e dello sviluppo economico Luigi Di Maio a poche ore dal suo insediamento e poi rapidamente abbandonati a se stessi nella giungla della precarietà. Per intenderci, i riders sono i lavoratori (attualmente circa 10mila in Italia) che, in bicicletta, si occupano della consegna dei cibi a domicilio. Questi non sono direttamente alle dipendenze dei ristoranti, ma lavorano per conto di grandi imprese che hanno fatto delle consegne a domicilio il loro business. Il meccanismo è piuttosto semplice: il fattorino ritira il cibo al ristorante e lo consegna presso il domicilio di chi l’ha ordinato; per questo servizio, il ristorante paga un corrispettivo alla ditta che gestisce la consegna (e nessuno vieta al ristoratore di caricare il costo della consegna sul prezzo finale imposto al cliente); la ditta delle consegne paga il fattorino per il lavoro effettuato.
Questo tipo di mansioni si inserisce all’interno di quella che viene definita “gig economy”. Dal lato dei lavoratori si tratta, in linea di principio, di tutte quelle attività che vengono spesso effettuate in modo saltuario per integrare il proprio reddito, senza specifici contratti e sotto forma di lavoro autonomo. Se da un lato i candidati “naturali” a svolgere questi pseudo-lavori sarebbero soggetti quali giovani studenti che vogliono mantenersi agli studi, una decade di crisi e disoccupazione galoppante ha catturato in questa rete anche adulti che, in mancanza di meglio, sono costretti a preferire l’iper-precarietà della “gig economy” al niente della disoccupazione e dell’assenza di reddito.
Si potrebbe obiettare che questi lavoretti sono sempre esistiti (le ripetizioni private, le baby-sitter, etc.). Tuttavia, queste attività stanno prendendo una connotazione ben diversa, perché organizzate su base sistematica e non occasionale e gestite da imprese che operano principalmente tramite piattaforme on-line (Uber, che fa della tua auto un taxi, o Airbnb, che fa della tua casa un albergo, etc.). Tecnologia al servizio dello sfruttamento dei lavoratori: spesso si tratta infatti di modelli di business fondati su paghe da fame e sull’abbattimento dei costi previdenziali, assicurativi e di sicurezza sul lavoro. Con il paradosso che questi lavoratori autonomi non hanno in realtà alcuna autonomia organizzativa, dal momento che il business ruota attorno alle piattaforme on-line gestite da pochi giganti del settore.
Proprio in virtù della saltuarietà dei rapporti di lavoro, non è facile stimare quanti lavoratori siano coinvolti nella gig economy. Il dato che meglio approssima il fenomeno è quello fornito dell’Istat sul “lavoro accessorio”, ovvero tutte quelle mansioni retribuite tramite voucher: i lavoratori coinvolti erano meno di 100.000 nel 2010, passati a 215.000 nel 2011 e giunti addirittura ad 1 milione e 800.000 nel 2016.
Tornando ai riders, fulgido esempio dello sfruttamento ai tempi delle app, la loro questione è recentemente tornata alla ribalta dopo mesi di silenzio: il prossimo tavolo di confronto tra Governo, rappresentanti sindacali dei ciclo-fattorini e responsabili delle piattaforme di consegna a domicilio del cibo (Foodora, Deliveroo e compagnia cantante) è previsto per domani, 7 novembre 2018. Si tratta dell’ennesimo capitolo di una querelle che va avanti da tempo: i fattorini chiedono maggiori tutele in termini di condizioni e sicurezza sul lavoro, in primis l’eliminazione del lavoro a cottimo (spesso vengono pagati in base al numero delle consegne) e l’ottenimento di una paga oraria, oltre alla copertura previdenziale e assicurativa per eventuali infortuni sul lavoro. Il cottimo costringe il fattorino ad intensificare le consegne oltre ogni limite, trasformando quello che doveva essere un lavoretto in lavoro usurante e mettendo a rischio la sicurezza di chi sfreccia ogni giorno nel traffico delle grandi metropoli. La richiesta dei lavoratori è precisa: vogliono essere riconosciuti come subordinati, ipotesi che le aziende non intendono considerare.
Andiamo con ordine e proviamo a ricostruire le tappe di una vicenda che, come vedremo, fa emergere con chiarezza tutta l’ipocrisia del Governo sul tema del lavoro, oltre che le specificità dell’attuale assetto istituzionale che finisce sistematicamente per favorire le esigenze del capitale rispetto a quelle dei lavoratori. La campagna elettorale del Movimento 5 Stelle è stata contrassegnata da vari leitmotiv, tra i quali la lotta al lavoro instabile e non tutelato. Nei primi mesi di insediamento del nuovo esecutivo, lo stesso Di Maio, che ha solennemente dichiarato guerra al precariato, ha deciso di confrontarsi con i riders: al primo incontro del suo mandato, li ha definiti il “simbolo di una generazione abbandonata”. Dall’incontro con i rappresentanti sindacali dei lavoratori del food delivery affiorano tante belle parole, sintetizzabili in una apparentemente manifesta volontà del governo di riconoscere maggiori tutele ai ciclo-fattorini: Di Maio sembra intenzionato addirittura ad inserire il caso dei riders all’interno del “Decreto Dignità”, che sarà emanato a luglio.
Qualcosa, però, va storto. A dire la verità, qualche segnale di timidezza c’era già stato: in quell’incontro di giugno, facendo attenzione alle parole esatte a latere dei proclami propagandistici, Di Maio aveva detto che sarebbe stato compito del Governo quello di favorire “il confronto tra grandi gruppi internazionali e magari ragazzi di vent’anni o trent’anni che lavorano ogni giorno e chiedono diritti minimi”. In altre parole, Di Maio stava già facendo i conti con le possibili reticenze dei datori di lavoro: Foodora & company non avrebbero certamente visto di buon occhio un benché minimo provvedimento del Governo a favore dei riders, sul cui lavoro fanno profitto senza essere neanche disposti a riconoscere lo status di subordinati. Tant’è che il 18 giugno, proprio presso il Ministero del Lavoro, si è svolto un altro incontro sul tema, che stavolta ha però coinvolto Di Maio e i rappresentanti delle principali aziende che impiegano i ciclo-fattorini per le consegne a domicilio (nella fattispecie, Foodora, Deliveroo, JustEat, Glovo e Domino’s Pizza). Circola, nel frattempo, la prima bozza di un eventuale provvedimento sul tema. Si arriva, tra queste voci, al 3 luglio, data per cui è previsto un tavolo di concertazione che coinvolga tutte le parti in gioco: dalle grandi multinazionali a quelle emergenti, insieme a tutte le organizzazioni sindacali e alle nuove forme di rappresentanza di categoria. Quel tavolo, tuttavia, partorisce un radicale cambio di rotta: non più l’inserimento della questione dei riders all’interno Decreto Dignità, ma l’annuncio da parte di Di Maio della necessità di raggiungere un accordo tra parti sociali che avrebbe portato a qualcosa di ‘avveniristico’, ossia al primo contratto nazionale di settore d’Europa. Di Maio, a parole, sembra rilanciare in favore dei ciclo-fattorini: in realtà, nessun provvedimento viene al momento adottato. Da cosa nasce questo dietrofront? Perché la questione dei riders non può essere affrontata subito nel Decreto Dignità, ma viene di fatto rimandata a data da destinarsi? Alle multinazionali, quel disegno di legge non era ovviamente piaciuto: le multinazionali del food delivery che si erano sedute al tavolo del 18 giugno, quei giganti internazionali a cui Di Maio faceva riferimento mentre sviolinava proclami a favore dei riders, stavano iniziando a borbottare all’unisono. A testimonianza del malumore delle aziende potenzialmente coinvolte, il più scontento tra gli operatori, Foodora, arriva addirittura a paventare pubblicamente l’abbandono del mercato italiano qualora si fosse dato seguito alla bozza di testo legislativo (proprio Foodora, che era già stata coinvolta nel contenzioso che ha portato all’attenzione dell’opinione pubblica la questione dei riders e che è stata recentemente acquistata da un altro gigante del settore, la spagnola Glovo). Di Maio riconosce pubblicamente, tramite la sua pagina Facebook, che “il managing director di Foodora Italia ha criticato alcuni punti della bozza del Decreto Dignità che riguarda proprio i riders”. In realtà, le piattaforme di food delivery stavano ben più minacciosamente dichiarando di essere disposte a lasciare l’Italia qualora fossero state attuate quelle misure a favore dei riders: in un’intervista al Corriere della Sera, il CEO di Foodora ha dichiarato, senza mezzi termini, che “se fossero vere le anticipazioni del Decreto Dignità che il ministro Di Maio ha fornito alle delegazioni di riders incontrate, dovrei concludere che il nuovo governo ha un solo obiettivo: fare in modo che le piattaforme digitali lascino l’Italia”.
Ecco spiegato il voltafaccia del Governo: nessun obbligo di assunzione per i ciclo-fattorini nel ‘Decreto Dignità’, bensì l’avvio della ‘strada della concertazione’ tra le parti. In altri termini, nessun provvedimento, fatta eccezione per una carta dei valori (nemmeno firmata da tutti gli operatori) che non ha alcun valore legale e si limita ad elencare alcuni possibili paletti entro cui potrà muoversi l’eventuale contrattualizzazione. Come se non bastasse l’arrendevolezza dei 5 Stelle, nella vicenda si inserisce la Lega, che sostiene di star lavorando ad una specifica normativa regionale sul tema e non gradisce che la materia diventi di competenza nazionale. La Lega, che sta cercando di portare avanti un blando provvedimento ad hoc attuabile per la regione Lombardia, si avvale addirittura di un giuslavorista per esprimere la propria posizione sul tema. L’avvocato Rotondi, consulente giuridico della Lega, asserisce: “Va tenuto fuori da questo ambito ciò che è previdenziale, altrimenti il business delle aziende non regge più. Questo non è un lavoro che può portarti alla pensione e che può essere incasellato nella classica distinzione tra autonomi e subordinati. Se si vogliono mantenere questi lavoretti, non si può aumentare troppo il costo del lavoro”. Parole sfacciate che, ancora una volta, ci permettono di capire chiaramente il posizionamento di classe della Lega, sempre e solo agli ordini del padrun.
In questo quadro desolante per i riders, ha luogo un altro incontro l’11 settembre 2018, che finisce con la promessa di rivedersi da lì a fine mese. Tuttavia, nessuna convocazione a stretto giro: ennesimo tavolo fissato per il 7 novembre, con i ciclo-fattorini sul piede di guerra: il soggetto politico che li aveva, a parole, presi in considerazione durante la campagna elettorale ed i primi mesi di mandato, ha di fatto voltato loro le spalle di fronte ai primi strepiti del grande capitale internazionale, a cui è bastato paventare la possibilità di lasciare l’Italia.
Questa vicenda, che verosimilmente si concluderà con un nulla di fatto, ci permette di giungere a due considerazioni. In primis, riscontriamo che ancora una volta il Movimento 5 Stelle si è limitato a fare propaganda sulla pelle dei più fragili. La strategia è ormai consolidata: quando si tratta di difendere i lavoratori, lo stato sociale, l’ambiente, i diritti, prima si promette (e si prova a capitalizzare il consenso), poi non si agisce di conseguenza. Questa non è che l’ennesima testimonianza della nulla volontà politica di agire a favore della collettività, soppiantata dalla propensione a piegarsi alle prime lamentele del nemico di classe.
In secondo luogo, la saga dei riders è la riprova di quanto siano attualmente sbilanciati i rapporti di forza tra capitale e lavoro: sotto la minaccia di abbandonare l’Italia con il loro business, le multinazionali delle consegne a domicilio hanno stoppato sul nascere anche la minima richiesta di considerazione da parte dei fattorini che attualmente sgobbano con paghe da fame e tutele praticamente azzerate.
Se il primo punto non fa altro che confermare quanto ormai dovrebbe risultare chiaro, ossia che il Governo penta-leghista non rappresenta in alcun modo una possibilità emancipativa per le classi subalterne, il secondo punto ci impone un’ulteriore riflessione sulle ragioni dell’attuale squilibrio nei rapporti sociali. Come insegna la vicenda dei riders, a tale sbilanciamento concorre con forza la possibilità del capitale di spostarsi agevolmente oltre le frontiere di un Paese, al fine di stabilirsi laddove le condizioni di contesto favoriscano la realizzazione del profitto. È la libertà assoluta di movimento dei capitali, uno dei principi su cui è stata fondata l’Unione Europea, che fornisce alle imprese l’arma di ricatto più affilata per piegare le aspirazioni a un salario dignitoso e al riconoscimento dei diritti basilari dei lavoratori: come dimostra Foodora, anche solo la minaccia di chiudere i battenti rappresenta una formidabile freccia all’arco del capitale nella lotta per la distribuzione del reddito.
Fonte
Questo tipo di mansioni si inserisce all’interno di quella che viene definita “gig economy”. Dal lato dei lavoratori si tratta, in linea di principio, di tutte quelle attività che vengono spesso effettuate in modo saltuario per integrare il proprio reddito, senza specifici contratti e sotto forma di lavoro autonomo. Se da un lato i candidati “naturali” a svolgere questi pseudo-lavori sarebbero soggetti quali giovani studenti che vogliono mantenersi agli studi, una decade di crisi e disoccupazione galoppante ha catturato in questa rete anche adulti che, in mancanza di meglio, sono costretti a preferire l’iper-precarietà della “gig economy” al niente della disoccupazione e dell’assenza di reddito.
Si potrebbe obiettare che questi lavoretti sono sempre esistiti (le ripetizioni private, le baby-sitter, etc.). Tuttavia, queste attività stanno prendendo una connotazione ben diversa, perché organizzate su base sistematica e non occasionale e gestite da imprese che operano principalmente tramite piattaforme on-line (Uber, che fa della tua auto un taxi, o Airbnb, che fa della tua casa un albergo, etc.). Tecnologia al servizio dello sfruttamento dei lavoratori: spesso si tratta infatti di modelli di business fondati su paghe da fame e sull’abbattimento dei costi previdenziali, assicurativi e di sicurezza sul lavoro. Con il paradosso che questi lavoratori autonomi non hanno in realtà alcuna autonomia organizzativa, dal momento che il business ruota attorno alle piattaforme on-line gestite da pochi giganti del settore.
Proprio in virtù della saltuarietà dei rapporti di lavoro, non è facile stimare quanti lavoratori siano coinvolti nella gig economy. Il dato che meglio approssima il fenomeno è quello fornito dell’Istat sul “lavoro accessorio”, ovvero tutte quelle mansioni retribuite tramite voucher: i lavoratori coinvolti erano meno di 100.000 nel 2010, passati a 215.000 nel 2011 e giunti addirittura ad 1 milione e 800.000 nel 2016.
Tornando ai riders, fulgido esempio dello sfruttamento ai tempi delle app, la loro questione è recentemente tornata alla ribalta dopo mesi di silenzio: il prossimo tavolo di confronto tra Governo, rappresentanti sindacali dei ciclo-fattorini e responsabili delle piattaforme di consegna a domicilio del cibo (Foodora, Deliveroo e compagnia cantante) è previsto per domani, 7 novembre 2018. Si tratta dell’ennesimo capitolo di una querelle che va avanti da tempo: i fattorini chiedono maggiori tutele in termini di condizioni e sicurezza sul lavoro, in primis l’eliminazione del lavoro a cottimo (spesso vengono pagati in base al numero delle consegne) e l’ottenimento di una paga oraria, oltre alla copertura previdenziale e assicurativa per eventuali infortuni sul lavoro. Il cottimo costringe il fattorino ad intensificare le consegne oltre ogni limite, trasformando quello che doveva essere un lavoretto in lavoro usurante e mettendo a rischio la sicurezza di chi sfreccia ogni giorno nel traffico delle grandi metropoli. La richiesta dei lavoratori è precisa: vogliono essere riconosciuti come subordinati, ipotesi che le aziende non intendono considerare.
Andiamo con ordine e proviamo a ricostruire le tappe di una vicenda che, come vedremo, fa emergere con chiarezza tutta l’ipocrisia del Governo sul tema del lavoro, oltre che le specificità dell’attuale assetto istituzionale che finisce sistematicamente per favorire le esigenze del capitale rispetto a quelle dei lavoratori. La campagna elettorale del Movimento 5 Stelle è stata contrassegnata da vari leitmotiv, tra i quali la lotta al lavoro instabile e non tutelato. Nei primi mesi di insediamento del nuovo esecutivo, lo stesso Di Maio, che ha solennemente dichiarato guerra al precariato, ha deciso di confrontarsi con i riders: al primo incontro del suo mandato, li ha definiti il “simbolo di una generazione abbandonata”. Dall’incontro con i rappresentanti sindacali dei lavoratori del food delivery affiorano tante belle parole, sintetizzabili in una apparentemente manifesta volontà del governo di riconoscere maggiori tutele ai ciclo-fattorini: Di Maio sembra intenzionato addirittura ad inserire il caso dei riders all’interno del “Decreto Dignità”, che sarà emanato a luglio.
Qualcosa, però, va storto. A dire la verità, qualche segnale di timidezza c’era già stato: in quell’incontro di giugno, facendo attenzione alle parole esatte a latere dei proclami propagandistici, Di Maio aveva detto che sarebbe stato compito del Governo quello di favorire “il confronto tra grandi gruppi internazionali e magari ragazzi di vent’anni o trent’anni che lavorano ogni giorno e chiedono diritti minimi”. In altre parole, Di Maio stava già facendo i conti con le possibili reticenze dei datori di lavoro: Foodora & company non avrebbero certamente visto di buon occhio un benché minimo provvedimento del Governo a favore dei riders, sul cui lavoro fanno profitto senza essere neanche disposti a riconoscere lo status di subordinati. Tant’è che il 18 giugno, proprio presso il Ministero del Lavoro, si è svolto un altro incontro sul tema, che stavolta ha però coinvolto Di Maio e i rappresentanti delle principali aziende che impiegano i ciclo-fattorini per le consegne a domicilio (nella fattispecie, Foodora, Deliveroo, JustEat, Glovo e Domino’s Pizza). Circola, nel frattempo, la prima bozza di un eventuale provvedimento sul tema. Si arriva, tra queste voci, al 3 luglio, data per cui è previsto un tavolo di concertazione che coinvolga tutte le parti in gioco: dalle grandi multinazionali a quelle emergenti, insieme a tutte le organizzazioni sindacali e alle nuove forme di rappresentanza di categoria. Quel tavolo, tuttavia, partorisce un radicale cambio di rotta: non più l’inserimento della questione dei riders all’interno Decreto Dignità, ma l’annuncio da parte di Di Maio della necessità di raggiungere un accordo tra parti sociali che avrebbe portato a qualcosa di ‘avveniristico’, ossia al primo contratto nazionale di settore d’Europa. Di Maio, a parole, sembra rilanciare in favore dei ciclo-fattorini: in realtà, nessun provvedimento viene al momento adottato. Da cosa nasce questo dietrofront? Perché la questione dei riders non può essere affrontata subito nel Decreto Dignità, ma viene di fatto rimandata a data da destinarsi? Alle multinazionali, quel disegno di legge non era ovviamente piaciuto: le multinazionali del food delivery che si erano sedute al tavolo del 18 giugno, quei giganti internazionali a cui Di Maio faceva riferimento mentre sviolinava proclami a favore dei riders, stavano iniziando a borbottare all’unisono. A testimonianza del malumore delle aziende potenzialmente coinvolte, il più scontento tra gli operatori, Foodora, arriva addirittura a paventare pubblicamente l’abbandono del mercato italiano qualora si fosse dato seguito alla bozza di testo legislativo (proprio Foodora, che era già stata coinvolta nel contenzioso che ha portato all’attenzione dell’opinione pubblica la questione dei riders e che è stata recentemente acquistata da un altro gigante del settore, la spagnola Glovo). Di Maio riconosce pubblicamente, tramite la sua pagina Facebook, che “il managing director di Foodora Italia ha criticato alcuni punti della bozza del Decreto Dignità che riguarda proprio i riders”. In realtà, le piattaforme di food delivery stavano ben più minacciosamente dichiarando di essere disposte a lasciare l’Italia qualora fossero state attuate quelle misure a favore dei riders: in un’intervista al Corriere della Sera, il CEO di Foodora ha dichiarato, senza mezzi termini, che “se fossero vere le anticipazioni del Decreto Dignità che il ministro Di Maio ha fornito alle delegazioni di riders incontrate, dovrei concludere che il nuovo governo ha un solo obiettivo: fare in modo che le piattaforme digitali lascino l’Italia”.
Ecco spiegato il voltafaccia del Governo: nessun obbligo di assunzione per i ciclo-fattorini nel ‘Decreto Dignità’, bensì l’avvio della ‘strada della concertazione’ tra le parti. In altri termini, nessun provvedimento, fatta eccezione per una carta dei valori (nemmeno firmata da tutti gli operatori) che non ha alcun valore legale e si limita ad elencare alcuni possibili paletti entro cui potrà muoversi l’eventuale contrattualizzazione. Come se non bastasse l’arrendevolezza dei 5 Stelle, nella vicenda si inserisce la Lega, che sostiene di star lavorando ad una specifica normativa regionale sul tema e non gradisce che la materia diventi di competenza nazionale. La Lega, che sta cercando di portare avanti un blando provvedimento ad hoc attuabile per la regione Lombardia, si avvale addirittura di un giuslavorista per esprimere la propria posizione sul tema. L’avvocato Rotondi, consulente giuridico della Lega, asserisce: “Va tenuto fuori da questo ambito ciò che è previdenziale, altrimenti il business delle aziende non regge più. Questo non è un lavoro che può portarti alla pensione e che può essere incasellato nella classica distinzione tra autonomi e subordinati. Se si vogliono mantenere questi lavoretti, non si può aumentare troppo il costo del lavoro”. Parole sfacciate che, ancora una volta, ci permettono di capire chiaramente il posizionamento di classe della Lega, sempre e solo agli ordini del padrun.
In questo quadro desolante per i riders, ha luogo un altro incontro l’11 settembre 2018, che finisce con la promessa di rivedersi da lì a fine mese. Tuttavia, nessuna convocazione a stretto giro: ennesimo tavolo fissato per il 7 novembre, con i ciclo-fattorini sul piede di guerra: il soggetto politico che li aveva, a parole, presi in considerazione durante la campagna elettorale ed i primi mesi di mandato, ha di fatto voltato loro le spalle di fronte ai primi strepiti del grande capitale internazionale, a cui è bastato paventare la possibilità di lasciare l’Italia.
Questa vicenda, che verosimilmente si concluderà con un nulla di fatto, ci permette di giungere a due considerazioni. In primis, riscontriamo che ancora una volta il Movimento 5 Stelle si è limitato a fare propaganda sulla pelle dei più fragili. La strategia è ormai consolidata: quando si tratta di difendere i lavoratori, lo stato sociale, l’ambiente, i diritti, prima si promette (e si prova a capitalizzare il consenso), poi non si agisce di conseguenza. Questa non è che l’ennesima testimonianza della nulla volontà politica di agire a favore della collettività, soppiantata dalla propensione a piegarsi alle prime lamentele del nemico di classe.
In secondo luogo, la saga dei riders è la riprova di quanto siano attualmente sbilanciati i rapporti di forza tra capitale e lavoro: sotto la minaccia di abbandonare l’Italia con il loro business, le multinazionali delle consegne a domicilio hanno stoppato sul nascere anche la minima richiesta di considerazione da parte dei fattorini che attualmente sgobbano con paghe da fame e tutele praticamente azzerate.
Se il primo punto non fa altro che confermare quanto ormai dovrebbe risultare chiaro, ossia che il Governo penta-leghista non rappresenta in alcun modo una possibilità emancipativa per le classi subalterne, il secondo punto ci impone un’ulteriore riflessione sulle ragioni dell’attuale squilibrio nei rapporti sociali. Come insegna la vicenda dei riders, a tale sbilanciamento concorre con forza la possibilità del capitale di spostarsi agevolmente oltre le frontiere di un Paese, al fine di stabilirsi laddove le condizioni di contesto favoriscano la realizzazione del profitto. È la libertà assoluta di movimento dei capitali, uno dei principi su cui è stata fondata l’Unione Europea, che fornisce alle imprese l’arma di ricatto più affilata per piegare le aspirazioni a un salario dignitoso e al riconoscimento dei diritti basilari dei lavoratori: come dimostra Foodora, anche solo la minaccia di chiudere i battenti rappresenta una formidabile freccia all’arco del capitale nella lotta per la distribuzione del reddito.
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Sfruttamento
04/05/2018
La “sharing economy” e i nuovi orizzonti dello sfruttamento
Il 24 e il 25 aprile a Bruxelles sono stati organizzati, rispettivamente da Jeunes FGTB e dalla comunità degli antifascisti italiani in Belgio, due incontri che hanno portato al centro del dibattito la questione delle condizioni lavorative dei cosiddetti riders, i ciclo-fattorini che lavorano per le piattaforme digitali di consegna di cibo a domicilio (“food delivery”), come Foodora e Deliveroo.
Al giorno d’oggi, anche il mondo del lavoro è soggetto a trasformazioni continue alle quali il sistema ultra-rigido delle relazioni industriali non riesce a far fronte.
Infatti, la fine del modello fordista viene generalmente fatta risalire al periodo compreso tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 del secolo scorso. Alla crisi di quel modello concorsero una pluralità di fattori inerenti sia all’ambito prettamente economico sia alle sfere politiche, sociali e culturali: la saturazione del mercato di base dei beni industriali durevoli, gli shock petroliferi, l’aumento della concorrenza dei paesi di nuova industrializzazione con più basso costo del lavoro, l’introduzione di nuove tecnologie, la fine del regime dei cambi fissi e il conseguente aumento dell’instabilità sul mercato internazionale, l’esplosione della conflittualità sociale a partire dal ‘68. La peculiarità del sistema capitalistico, tuttavia, risiede proprio nella capacità di sfruttare a proprio favore gli elementi di rottura, e di riconfigurare la sua struttura in base a questi. È così che le istanze e le rivendicazioni portate avanti dai movimenti del ’68 sono state assorbite, rimaneggiate e rilanciate dal capitalismo anche in chiave economica. Depurate da concezioni politiche e rivendicazioni salariali, le critiche al sistema fordista si sono trasformate nelle nuove parole d’ordine dei luoghi di lavoro: pluralità dei compiti, diversificazione delle funzioni, flessibilità dell’orario di lavoro, autorealizzazione, creatività, mobilità del posto di lavoro. Questi elementi hanno contribuito alla trasformazione del sistema di produzione, ma anche delle condizioni contrattuali di ciascun lavoratore, le quali si sono sempre più diversificate le une dalle altre. Rendendo meno rigido il momento produttivo e aumentando la percezione di autorealizzazione personale, “il capitalismo sorto negli anni ’80, in rapporto a quello degli anni ’50, ha certamente aumentato il suo appeal”, come ha scritto Davide Gallo Lassere nel suo libro Contre la loi travail et son monde. Argent, précarité et mouvements sociaux.
Le parole chiave della nostra epoca sono flessibilizzazione ed economia della condivisione, o meglio flexecurity e sharing economy perché hanno un suono più gradevole dietro al quale, tuttavia, si celano più oscure verità.
Come ci spiega Yoann Jungling, della FGTB Liège e autore del libro Vivre à l’ère d’Uber et d’Atlas, entre progrès et régression, nell’incontro del 24 aprile, il “cooperativismo delle piattaforme” è ben diverso dal “capitalismo delle piattaforme”: il primo si basa sul principio della proprietà collettiva, il secondo sull’utilizzo, invece che sull’acquisto, di un bene o un servizio e genera profitto tramite lo sfruttamento dei lavoratori (ecco che ritorna la famosa “storiella” del plusvalore generato dal pluslavoro, mai così attuale).
Infatti, questo sistema fa passare per lavoratori autonomi quelli che sono in realtà dei lavoratori parasubordinati – una nuova categoria intermedia tra il lavoro autonomo e quello dipendente – e giustifica il rischio della privazione di tutele attraverso la libertà di scelta. Quante volte abbiamo sentito dire: “ma se non gli va bene può pure cambiare lavoro! Di lavoretti così se ne trovano tanti”. Siamo nell’era della gig economy. Il capitalismo delle piattaforme, infatti, mira ad offrire dei “lavoretti” che siano facilmente accessibili e flessibili, specie per gli studenti o i giovani lavoratori (non va dimenticato, infatti, che il costo degli studi e il numero dei lavoratori precari stanno aumentando vertiginosamente). Nella realtà dei fatti, però, in una condizione di forte crisi economica e di alto tasso di disoccupazione, questi lavoretti diventano sempre più l’unica attività di sussistenza dei lavoratori. Va poi aggiunto che questa tanto proclamata libertà di scelta costituisce un falso mito: nel caso di Deliveroo – ci spiegano i ragazzi del collettivo dei fattorini di Bruxelles (Collectif des coursier-e-s / KoeriersKollectief) all’incontro del 25 aprile – più un fattorino si assenta, meno possibilità avrà di lavorare poiché l’algoritmo registrerà le assenze e diminuirà progressivamente il numero di consegne da affidargli.
Dunque, dietro la retorica giornalistica dell’innovazione e delle nuove frontiere del lavoro, dietro i misteriosi termini inglesi che ormai hanno preso il sopravvento sul classico codice linguistico del mondo del lavoro (fatto già sperimentato in Italia con il Jobs Act renziano) e dietro i falsi miti della libertà, dell’indipendenza e dell’individuo imprenditore di sé stesso, non c’è altro che la solita vecchia divisione tra sfruttati e sfruttatori. Solo che ora è sempre più difficile individuare il padrone, poiché questo si nasconde dietro una distorta costruzione matematica: l’algoritmo, questa cosa sconosciuta, ma che non può che essere giusta e corretta perché così ci è stato ripetuto infinite volte fin dalle scuole elementari. Il fordismo sarà pure tramontato (in parte), ma ci troviamo in quello che Marta Fana ha chiamato, nell’incontro del 25 aprile, neo-taylorismo – o taylorismo digitale – in cui l’organizzazione scientifica del lavoro è gestita dalle macchine che controllano il lavoro e individuano il modo più efficiente e veloce (per produrre valore per l’impresa) di effettuare una determinata mansione.
Ma non solo. La forza degli sfruttatori sta anche nel turnover, nell’assenza di legislazione e di protezione sindacale, nella retribuzione a cottimo, nel continuo cambio degli statuti dei lavoratori. Sì, perché in Belgio i ciclo-fattorini di Deliveroo erano inizialmente pagati a ore; poi un giorno una mail improvvisa li avvertì che il loro status sarebbe cambiato di lì a poco trasformandoli in lavoratori indipendenti e che sarebbero stati pagati à la tâche. Chiunque si fosse rifiutato di accettare questi cambiamenti sarebbe stato eliminato dalla piattaforma. È in quel momento che un gruppo di ciclo-fattorini ha deciso di mettere insieme le forze per trovare delle strategie di lotta, come quelle dello sciopero ogni sabato o dell’occupazione della sede di Bruxelles. Stessa cosa in Italia dove i riders di Deliveroo Torino hanno deciso di occupare la sede italiana della piattaforma, che si trova a Milano, dopo che le richieste di dialogo con la controparte dirigenziale sono state più volte respinte dalla stessa. Inutile dire com’è finita: insulti, spinte e manganellate da parte della polizia antisommossa hanno in poco tempo messo fine all’occupazione. In entrambi i casi Deliveroo ha utilizzato come strategia mediatica quella di isolare il caso e dividere i lavoratori tra buoni e cattivi, screditando le proteste, criminalizzando i lavoratori in lotta e accusandoli di essere solo un piccolo gruppo di sovversivi.
Nel frattempo a Torino il Tribunale del lavoro ha respinto il ricorso dei sei rider di Foodora il cui rapporto di lavoro era stato interrotto poiché avevano preso parte alle mobilitazioni del 2016 in cui si rivendicava un più giusto trattamento economico e normativo. Secondo il tribunale, l’interruzione del rapporto di lavoro è da dichiarare legittima dal momento in cui manca il vincolo della subordinazione. I ciclo-fattorini sono, dunque, dei collaboratori autonomi, benché essi siano reperibili, monitorati e valutati in maniera costante e continuativa.
Questo non ha, però, scoraggiato i colleghi di Bologna, i quali sono riusciti ad arrivare ad un accordo con il Comune per l’istituzione di una “Carta dei diritti fondamentali del lavoro digitale nel contesto urbano”. Le pretese non sono alte: chiedono solo di lavorare in sicurezza con coperture assicurative, indennità in caso di maltempo, una paga minima oraria, la tutela della privacy e dei dati personali. Il minimo sindacale, dunque. Sì, perché nel 2018 c’è ancora chi è costretto a chiedere di essere riconosciuto come lavoratore (e non come un appassionato di ciclismo), di avere un monte ore garantito, un indennizzo per gli straordinari, una copertura assicurativa, un rimborso spese per gli oneri di mantenimento degli strumenti di lavoro e la fornitura di un’attrezzatura adeguata. Va ricordato, infatti, che la bici e il cellulare, principali strumenti dei riders, devono essere di proprietà del lavoratore, mentre la piattaforma fornisce solo gli zaini, per i quali spesso vengono trattenute delle percentuali sui “guadagni” dei fattorini. Come se non bastasse, alcune piattaforme, come UberEats, addebitano una somma di denaro, da loro definita “simbolica”, ai riders solo per il fatto che prestano i propri servizi all’impresa. Oltre al danno, la beffa!
La mancanza di legislazione e di regolamentazione di questo nuovo mondo del lavoro gioca tutto a favore delle piattaforme digitali che possono, oltre che spremere i lavoratori, prendere tempo per far in modo che la campagna mediatica da loro messa in campo possa giocare a loro favore nella formulazione delle future leggi. Sostenere, ad esempio, di apportare un aumento dei profitti nel settore della ristorazione, in un momento di grande crisi delle piccole e medie imprese, non può che essere visto di buon occhio dai nostri acuti governi. In realtà, neanche gli stessi ristoratori si rendono conto del potenziale pericolo che queste piattaforme rappresentano: “basti pensare – ci dice un ragazzo del collettivo dei riders di Bruxelles – che Deliveroo in Inghilterra sta cominciando a fare concorrenza ai ristoranti nella produzione stessa del cibo”.
C’è, però, chi non si vuole arrendere alle forti difficoltà di organizzazione delle lotte anche in un contesto di alto turnover e grande diversificazione degli status dei lavoratori. Ed è per questo che il 1° maggio è stata una giornata di rivendicazione dei diritti non solo dei lavoratori dipendenti, ma di tutti gli sfruttati: dagli studenti e dai migranti costretti a lavorare gratuitamente agli insegnanti precari, dai tirocinanti sottopagati ai lavoratori in part time involontario, dalle lavoratrici costrette a subire le ingiustizie e le disuguaglianze sul lavoro ai giovani che si arrangiano con mille e più lavoretti.
C’è poi chi attacca le piattaforme per vie legali e chi si rimbocca le maniche per mettere in piedi progetti alternativi, come delle piattaforme concorrenti a quelle che detengono il monopolio, ma che si basano sulla collettivizzazione dei mezzi di produzione (che in questo caso sono rappresentati dagli algoritmi) e non sullo sfruttamento dei lavoratori; o chi risponde alle grandi rigidità dei nostri sistema delle relazioni industriali e delle colluse confederazioni sindacali costruendo dal basso nuove organizzazioni sociali.
Dietro queste forme di “condivisione economica”, che fanno ormai parte del nostro quotidiano, si celano le nuove frontiere dello sfruttamento e di una società sempre più individualizzata ed egoista. Rompere con questo sistema significa riportare al centro del dibattito il valore della solidarietà tra gli oppressi.
Fonte
Al giorno d’oggi, anche il mondo del lavoro è soggetto a trasformazioni continue alle quali il sistema ultra-rigido delle relazioni industriali non riesce a far fronte.
Infatti, la fine del modello fordista viene generalmente fatta risalire al periodo compreso tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 del secolo scorso. Alla crisi di quel modello concorsero una pluralità di fattori inerenti sia all’ambito prettamente economico sia alle sfere politiche, sociali e culturali: la saturazione del mercato di base dei beni industriali durevoli, gli shock petroliferi, l’aumento della concorrenza dei paesi di nuova industrializzazione con più basso costo del lavoro, l’introduzione di nuove tecnologie, la fine del regime dei cambi fissi e il conseguente aumento dell’instabilità sul mercato internazionale, l’esplosione della conflittualità sociale a partire dal ‘68. La peculiarità del sistema capitalistico, tuttavia, risiede proprio nella capacità di sfruttare a proprio favore gli elementi di rottura, e di riconfigurare la sua struttura in base a questi. È così che le istanze e le rivendicazioni portate avanti dai movimenti del ’68 sono state assorbite, rimaneggiate e rilanciate dal capitalismo anche in chiave economica. Depurate da concezioni politiche e rivendicazioni salariali, le critiche al sistema fordista si sono trasformate nelle nuove parole d’ordine dei luoghi di lavoro: pluralità dei compiti, diversificazione delle funzioni, flessibilità dell’orario di lavoro, autorealizzazione, creatività, mobilità del posto di lavoro. Questi elementi hanno contribuito alla trasformazione del sistema di produzione, ma anche delle condizioni contrattuali di ciascun lavoratore, le quali si sono sempre più diversificate le une dalle altre. Rendendo meno rigido il momento produttivo e aumentando la percezione di autorealizzazione personale, “il capitalismo sorto negli anni ’80, in rapporto a quello degli anni ’50, ha certamente aumentato il suo appeal”, come ha scritto Davide Gallo Lassere nel suo libro Contre la loi travail et son monde. Argent, précarité et mouvements sociaux.
Le parole chiave della nostra epoca sono flessibilizzazione ed economia della condivisione, o meglio flexecurity e sharing economy perché hanno un suono più gradevole dietro al quale, tuttavia, si celano più oscure verità.
Come ci spiega Yoann Jungling, della FGTB Liège e autore del libro Vivre à l’ère d’Uber et d’Atlas, entre progrès et régression, nell’incontro del 24 aprile, il “cooperativismo delle piattaforme” è ben diverso dal “capitalismo delle piattaforme”: il primo si basa sul principio della proprietà collettiva, il secondo sull’utilizzo, invece che sull’acquisto, di un bene o un servizio e genera profitto tramite lo sfruttamento dei lavoratori (ecco che ritorna la famosa “storiella” del plusvalore generato dal pluslavoro, mai così attuale).
Infatti, questo sistema fa passare per lavoratori autonomi quelli che sono in realtà dei lavoratori parasubordinati – una nuova categoria intermedia tra il lavoro autonomo e quello dipendente – e giustifica il rischio della privazione di tutele attraverso la libertà di scelta. Quante volte abbiamo sentito dire: “ma se non gli va bene può pure cambiare lavoro! Di lavoretti così se ne trovano tanti”. Siamo nell’era della gig economy. Il capitalismo delle piattaforme, infatti, mira ad offrire dei “lavoretti” che siano facilmente accessibili e flessibili, specie per gli studenti o i giovani lavoratori (non va dimenticato, infatti, che il costo degli studi e il numero dei lavoratori precari stanno aumentando vertiginosamente). Nella realtà dei fatti, però, in una condizione di forte crisi economica e di alto tasso di disoccupazione, questi lavoretti diventano sempre più l’unica attività di sussistenza dei lavoratori. Va poi aggiunto che questa tanto proclamata libertà di scelta costituisce un falso mito: nel caso di Deliveroo – ci spiegano i ragazzi del collettivo dei fattorini di Bruxelles (Collectif des coursier-e-s / KoeriersKollectief) all’incontro del 25 aprile – più un fattorino si assenta, meno possibilità avrà di lavorare poiché l’algoritmo registrerà le assenze e diminuirà progressivamente il numero di consegne da affidargli.
Dunque, dietro la retorica giornalistica dell’innovazione e delle nuove frontiere del lavoro, dietro i misteriosi termini inglesi che ormai hanno preso il sopravvento sul classico codice linguistico del mondo del lavoro (fatto già sperimentato in Italia con il Jobs Act renziano) e dietro i falsi miti della libertà, dell’indipendenza e dell’individuo imprenditore di sé stesso, non c’è altro che la solita vecchia divisione tra sfruttati e sfruttatori. Solo che ora è sempre più difficile individuare il padrone, poiché questo si nasconde dietro una distorta costruzione matematica: l’algoritmo, questa cosa sconosciuta, ma che non può che essere giusta e corretta perché così ci è stato ripetuto infinite volte fin dalle scuole elementari. Il fordismo sarà pure tramontato (in parte), ma ci troviamo in quello che Marta Fana ha chiamato, nell’incontro del 25 aprile, neo-taylorismo – o taylorismo digitale – in cui l’organizzazione scientifica del lavoro è gestita dalle macchine che controllano il lavoro e individuano il modo più efficiente e veloce (per produrre valore per l’impresa) di effettuare una determinata mansione.
Ma non solo. La forza degli sfruttatori sta anche nel turnover, nell’assenza di legislazione e di protezione sindacale, nella retribuzione a cottimo, nel continuo cambio degli statuti dei lavoratori. Sì, perché in Belgio i ciclo-fattorini di Deliveroo erano inizialmente pagati a ore; poi un giorno una mail improvvisa li avvertì che il loro status sarebbe cambiato di lì a poco trasformandoli in lavoratori indipendenti e che sarebbero stati pagati à la tâche. Chiunque si fosse rifiutato di accettare questi cambiamenti sarebbe stato eliminato dalla piattaforma. È in quel momento che un gruppo di ciclo-fattorini ha deciso di mettere insieme le forze per trovare delle strategie di lotta, come quelle dello sciopero ogni sabato o dell’occupazione della sede di Bruxelles. Stessa cosa in Italia dove i riders di Deliveroo Torino hanno deciso di occupare la sede italiana della piattaforma, che si trova a Milano, dopo che le richieste di dialogo con la controparte dirigenziale sono state più volte respinte dalla stessa. Inutile dire com’è finita: insulti, spinte e manganellate da parte della polizia antisommossa hanno in poco tempo messo fine all’occupazione. In entrambi i casi Deliveroo ha utilizzato come strategia mediatica quella di isolare il caso e dividere i lavoratori tra buoni e cattivi, screditando le proteste, criminalizzando i lavoratori in lotta e accusandoli di essere solo un piccolo gruppo di sovversivi.
Nel frattempo a Torino il Tribunale del lavoro ha respinto il ricorso dei sei rider di Foodora il cui rapporto di lavoro era stato interrotto poiché avevano preso parte alle mobilitazioni del 2016 in cui si rivendicava un più giusto trattamento economico e normativo. Secondo il tribunale, l’interruzione del rapporto di lavoro è da dichiarare legittima dal momento in cui manca il vincolo della subordinazione. I ciclo-fattorini sono, dunque, dei collaboratori autonomi, benché essi siano reperibili, monitorati e valutati in maniera costante e continuativa.
Questo non ha, però, scoraggiato i colleghi di Bologna, i quali sono riusciti ad arrivare ad un accordo con il Comune per l’istituzione di una “Carta dei diritti fondamentali del lavoro digitale nel contesto urbano”. Le pretese non sono alte: chiedono solo di lavorare in sicurezza con coperture assicurative, indennità in caso di maltempo, una paga minima oraria, la tutela della privacy e dei dati personali. Il minimo sindacale, dunque. Sì, perché nel 2018 c’è ancora chi è costretto a chiedere di essere riconosciuto come lavoratore (e non come un appassionato di ciclismo), di avere un monte ore garantito, un indennizzo per gli straordinari, una copertura assicurativa, un rimborso spese per gli oneri di mantenimento degli strumenti di lavoro e la fornitura di un’attrezzatura adeguata. Va ricordato, infatti, che la bici e il cellulare, principali strumenti dei riders, devono essere di proprietà del lavoratore, mentre la piattaforma fornisce solo gli zaini, per i quali spesso vengono trattenute delle percentuali sui “guadagni” dei fattorini. Come se non bastasse, alcune piattaforme, come UberEats, addebitano una somma di denaro, da loro definita “simbolica”, ai riders solo per il fatto che prestano i propri servizi all’impresa. Oltre al danno, la beffa!
La mancanza di legislazione e di regolamentazione di questo nuovo mondo del lavoro gioca tutto a favore delle piattaforme digitali che possono, oltre che spremere i lavoratori, prendere tempo per far in modo che la campagna mediatica da loro messa in campo possa giocare a loro favore nella formulazione delle future leggi. Sostenere, ad esempio, di apportare un aumento dei profitti nel settore della ristorazione, in un momento di grande crisi delle piccole e medie imprese, non può che essere visto di buon occhio dai nostri acuti governi. In realtà, neanche gli stessi ristoratori si rendono conto del potenziale pericolo che queste piattaforme rappresentano: “basti pensare – ci dice un ragazzo del collettivo dei riders di Bruxelles – che Deliveroo in Inghilterra sta cominciando a fare concorrenza ai ristoranti nella produzione stessa del cibo”.
C’è, però, chi non si vuole arrendere alle forti difficoltà di organizzazione delle lotte anche in un contesto di alto turnover e grande diversificazione degli status dei lavoratori. Ed è per questo che il 1° maggio è stata una giornata di rivendicazione dei diritti non solo dei lavoratori dipendenti, ma di tutti gli sfruttati: dagli studenti e dai migranti costretti a lavorare gratuitamente agli insegnanti precari, dai tirocinanti sottopagati ai lavoratori in part time involontario, dalle lavoratrici costrette a subire le ingiustizie e le disuguaglianze sul lavoro ai giovani che si arrangiano con mille e più lavoretti.
C’è poi chi attacca le piattaforme per vie legali e chi si rimbocca le maniche per mettere in piedi progetti alternativi, come delle piattaforme concorrenti a quelle che detengono il monopolio, ma che si basano sulla collettivizzazione dei mezzi di produzione (che in questo caso sono rappresentati dagli algoritmi) e non sullo sfruttamento dei lavoratori; o chi risponde alle grandi rigidità dei nostri sistema delle relazioni industriali e delle colluse confederazioni sindacali costruendo dal basso nuove organizzazioni sociali.
Dietro queste forme di “condivisione economica”, che fanno ormai parte del nostro quotidiano, si celano le nuove frontiere dello sfruttamento e di una società sempre più individualizzata ed egoista. Rompere con questo sistema significa riportare al centro del dibattito il valore della solidarietà tra gli oppressi.
Fonte
15/01/2018
Nuove lotte operaie nel mondo del lavoro che cambia (3° Puntata di Equilibrio Precario)
Dopo esserci occupati di scuole superiori e di università, in questa terza puntata della rubrica di approfondimento “Equilibrio Precario” ci occuperemo delle nuove lotte dei lavoratori nel mondo del lavoro che cambia, anche e soprattutto sotto la spinta del cambiamento tecnologico e della precarizzazione crescente.
La prima notizia interessante riguarda il mondo della cosiddetta “gig economy”, l’economia dei lavoretti (“gig” inglese) mediati da algoritmo che si sta diffondendo in misura crescente in tutto il mondo, Italia inclusa. La promessa di flessibilità offerta delle imprese della gig economy (dal servizio taxi offerto da Uber alla consegna di cibo a domicilio di Deliveroo e Foodora) per i propri lavoratori (chiamati con accattivanti nomi inglesi come “rider” o “driver”) può sembrare allettante. Una volta assunti si segnalano le proprie disponibilità tramite una app e un algoritmo provvede ad assegnare i turni in maniera efficiente. Peccato che ben presto la patina di lavoro “trendy” e “smart” si sia dissolta, per lasciare spazio ad una realtà di lavoro a cottimo ultraprecario.
Non sorprende quindi che anche in questo settore siano sorte le prime proteste, specialmente nel settore della consegna cibo a domicilio. Hanno cominciato i fattorini di Deliveroo a Londra nell’estate del 2016, ma la protesta si è ben presto allargata ad altri paesi europei (qui una mappa delle proteste finora). In Italia le mobilitazioni sono cominciate nell’autunno dello stesso, con un primo sciopero a Torino organizzato dei fattorini dell’azienda tedesca Foodora, seguito poi da altre mobilitazioni a Milano che hanno coinvolto anche altre aziende come Deliveroo.
A più di un anno dalle prime proteste, le lotte dei nuovi fattorini non sembrano fermarsi e novembre 2017 i fattorini bolognesi della gig economy hanno deciso di scioperare, dopo che una nevicata aveva reso particolarmente pericolose le loro condizioni di lavoro (le consegne, infatti, si svolgono solitamente in bicicletta o in moto). I contratti di lavoro parasubordinato solitamente offerti da queste aziende non prevedono infatti coperture assicurative, tantomeno il pagamento della malattia. E proprio sull’illegittimità dell’applicare dei contratti di lavoro para-subordinati a lavoratori che sono di fatto dipendenti si sta giocando la partita al tribunale di Torino, dove alcuni ex fattorini di Foodora hanno portato in tribunale l’azienda per licenziamento illegittimo. Sarà interessante osservare se in futuro queste lotte sapranno allargarsi ad altri settori della gig economy (magari coinvolgendo qui lavoratori la cui intermediazione con l’azienda è esclusivamente online, come nel caso della piattaforma Amazon Mechanical Turk).
Un altro settore che negli ultimi anni è stato attraversato da numerose lotte dei lavoratori è quello della logistica. Nel regime di accumulazione flessibile che ha seguito il fordismo la velocità di circolazione delle merci è diventata particolarmente importante, e con essa la logistica. Non è un caso che una delle aziende più importanti al mondo oggi insieme a giganti IT come Microsoft, Google ed Apple sia proprio Amazon, il cui CEO Jeff Bezos si contende con Bill Gates la palma di uomo più ricco al mondo. Il successo di Amazon si basa su una micidiale combinazione di tecnologie avanzate per la gestione del processo produttivo e imposizione di ritmi di lavoro intensissimi ai propri lavoratori. Una serie di inchieste giornalistiche hanno svelato i turni massacranti e le pressioni cui sono sottoposti i lavoratori per aumentare la performance. A questo si aggiunge un pesante clima antisindacale, con Amazon che sostiene (esattamente come le aziende della gig economy!) di credere in una relazione “diretta” fra lavoratori e management, senza l’intermediazione di “corpi intermedi” come il sindacato. E cosi’ perfino i sindacati generali sono arrivati alla proclamazione di uno sciopero il 24 Novembre, la giornata del “Black Friday” in cui l’azienda promuove prezzi scontatissimi con conseguente aumento della domanda e dei carichi di lavoro.
Contemporaneamente anche i sindacati in Germania hanno proclamato uno sciopero. Nonostante la solita guerra sulle adesioni (oltre il 50 per cento dei dipendenti secondo i sindacati, solo il 10 per cento a sentire ciò che dice l’azienda), inizialmente lo sciopero sembrava aver avuto un certo impatto sul management di Amazon, che si era detto disposto ad incontrare i sindacati. Peccato però che Amazon abbia disertato i successivi incontri previsti con i sindacati, portando alla proclamazione di un secondo sciopero al magazzino di Castel San Giovanni il 20 dicembre. Sarà certamente interessante vedere come si evolveranno le lotte in questo gigante della logistica, e se saranno in grado di connettersi con le tante altre vertenze del mondo della logistica, uno dei pochi settori ad aver visto un’alta conflittualità operaia grazie all’azione dei sindacati di base. Ne è un esempio lo sciopero di pochi giorni fa proclamato da USB contro il licenziamento di un delegato alla GLS di Crespellano (Bologna).
Chiudiamo infine con una notizia che riguarda la compagnia aerea irlandese low-cost Ryanair. Divenuta estremamente popolare grazie ai suoi biglietti a prezzi stracciati, anche il modello Ryanair si basa sulla compressione del costo del lavoro rispetto ai concorrenti. Una serie di denunce di lavoratori e lavoratrici in questi mesi hanno fatto infatti emergere come Ryanair utilizzi massicciamente agenzie di reclutamento per mantenere una forza lavoro flessibile e precaria, che si paga da se costosi corsi di formazione per accedere al lavoro, ha remunerazioni estremamente variabili (solo le ore di volo vengono retribuite) e addirittura viene minacciata di provvedimenti disciplinari se non vende abbastanza merendine o profumi a bordo.
Come le imprese citate in precedenza, anche Ryanair ha fatto di tutto per evitare la relazione con i sindacati, addirittura imbarcandosi in una costosa battaglia legale in Irlanda che l’ha vista ottenere un pronunciamento della corte suprema nel 2007 che ha sostanzialmente affossato una legge sul riconoscimento legale dei sindacati. Per anni è sembrato che Ryanair avesse ottenuto una vittoria totale al riguardo. La situazione però è cambiata nel corso dello scorso autunno, quando i piloti dell’azienda (la categoria con più potere contrattuale, perché difficilmente sostituibili) hanno iniziato ad organizzarsi a livello europeo, chiedendo all’azienda di riconoscere i sindacati, invece di utilizzare la contrattazione tramite degli organi creati dall’azienda stessa in ciascuna delle sue basi europee. L’azienda ha inizialmente rifiutato qualsiasi trattativa, portando alla proclamazione dello sciopero in prossimità del Natale in vari paesi europei (fra cui l’Italia). A quel punto, a fronte del rischio di dover erogare cospicui risarcimenti proprio in un periodo di massima domanda come quello natalizio, Ryanair ha ceduto, dicendosi pronta ad incontrare i sindacati dei piloti e degli assistenti di volo. Una vittoria storica per i lavoratori della compagnia low cost, anche se è ancora presto per capire che effetto avrà la decisione dell’azienda. Sembra comunque arrivato un punto di svolta, dopo anni di sconfitte e accettazione di un modello di relazioni industriali totalmente al ribasso.
Fonte
La prima notizia interessante riguarda il mondo della cosiddetta “gig economy”, l’economia dei lavoretti (“gig” inglese) mediati da algoritmo che si sta diffondendo in misura crescente in tutto il mondo, Italia inclusa. La promessa di flessibilità offerta delle imprese della gig economy (dal servizio taxi offerto da Uber alla consegna di cibo a domicilio di Deliveroo e Foodora) per i propri lavoratori (chiamati con accattivanti nomi inglesi come “rider” o “driver”) può sembrare allettante. Una volta assunti si segnalano le proprie disponibilità tramite una app e un algoritmo provvede ad assegnare i turni in maniera efficiente. Peccato che ben presto la patina di lavoro “trendy” e “smart” si sia dissolta, per lasciare spazio ad una realtà di lavoro a cottimo ultraprecario.
Non sorprende quindi che anche in questo settore siano sorte le prime proteste, specialmente nel settore della consegna cibo a domicilio. Hanno cominciato i fattorini di Deliveroo a Londra nell’estate del 2016, ma la protesta si è ben presto allargata ad altri paesi europei (qui una mappa delle proteste finora). In Italia le mobilitazioni sono cominciate nell’autunno dello stesso, con un primo sciopero a Torino organizzato dei fattorini dell’azienda tedesca Foodora, seguito poi da altre mobilitazioni a Milano che hanno coinvolto anche altre aziende come Deliveroo.
A più di un anno dalle prime proteste, le lotte dei nuovi fattorini non sembrano fermarsi e novembre 2017 i fattorini bolognesi della gig economy hanno deciso di scioperare, dopo che una nevicata aveva reso particolarmente pericolose le loro condizioni di lavoro (le consegne, infatti, si svolgono solitamente in bicicletta o in moto). I contratti di lavoro parasubordinato solitamente offerti da queste aziende non prevedono infatti coperture assicurative, tantomeno il pagamento della malattia. E proprio sull’illegittimità dell’applicare dei contratti di lavoro para-subordinati a lavoratori che sono di fatto dipendenti si sta giocando la partita al tribunale di Torino, dove alcuni ex fattorini di Foodora hanno portato in tribunale l’azienda per licenziamento illegittimo. Sarà interessante osservare se in futuro queste lotte sapranno allargarsi ad altri settori della gig economy (magari coinvolgendo qui lavoratori la cui intermediazione con l’azienda è esclusivamente online, come nel caso della piattaforma Amazon Mechanical Turk).
Un altro settore che negli ultimi anni è stato attraversato da numerose lotte dei lavoratori è quello della logistica. Nel regime di accumulazione flessibile che ha seguito il fordismo la velocità di circolazione delle merci è diventata particolarmente importante, e con essa la logistica. Non è un caso che una delle aziende più importanti al mondo oggi insieme a giganti IT come Microsoft, Google ed Apple sia proprio Amazon, il cui CEO Jeff Bezos si contende con Bill Gates la palma di uomo più ricco al mondo. Il successo di Amazon si basa su una micidiale combinazione di tecnologie avanzate per la gestione del processo produttivo e imposizione di ritmi di lavoro intensissimi ai propri lavoratori. Una serie di inchieste giornalistiche hanno svelato i turni massacranti e le pressioni cui sono sottoposti i lavoratori per aumentare la performance. A questo si aggiunge un pesante clima antisindacale, con Amazon che sostiene (esattamente come le aziende della gig economy!) di credere in una relazione “diretta” fra lavoratori e management, senza l’intermediazione di “corpi intermedi” come il sindacato. E cosi’ perfino i sindacati generali sono arrivati alla proclamazione di uno sciopero il 24 Novembre, la giornata del “Black Friday” in cui l’azienda promuove prezzi scontatissimi con conseguente aumento della domanda e dei carichi di lavoro.
Contemporaneamente anche i sindacati in Germania hanno proclamato uno sciopero. Nonostante la solita guerra sulle adesioni (oltre il 50 per cento dei dipendenti secondo i sindacati, solo il 10 per cento a sentire ciò che dice l’azienda), inizialmente lo sciopero sembrava aver avuto un certo impatto sul management di Amazon, che si era detto disposto ad incontrare i sindacati. Peccato però che Amazon abbia disertato i successivi incontri previsti con i sindacati, portando alla proclamazione di un secondo sciopero al magazzino di Castel San Giovanni il 20 dicembre. Sarà certamente interessante vedere come si evolveranno le lotte in questo gigante della logistica, e se saranno in grado di connettersi con le tante altre vertenze del mondo della logistica, uno dei pochi settori ad aver visto un’alta conflittualità operaia grazie all’azione dei sindacati di base. Ne è un esempio lo sciopero di pochi giorni fa proclamato da USB contro il licenziamento di un delegato alla GLS di Crespellano (Bologna).
Chiudiamo infine con una notizia che riguarda la compagnia aerea irlandese low-cost Ryanair. Divenuta estremamente popolare grazie ai suoi biglietti a prezzi stracciati, anche il modello Ryanair si basa sulla compressione del costo del lavoro rispetto ai concorrenti. Una serie di denunce di lavoratori e lavoratrici in questi mesi hanno fatto infatti emergere come Ryanair utilizzi massicciamente agenzie di reclutamento per mantenere una forza lavoro flessibile e precaria, che si paga da se costosi corsi di formazione per accedere al lavoro, ha remunerazioni estremamente variabili (solo le ore di volo vengono retribuite) e addirittura viene minacciata di provvedimenti disciplinari se non vende abbastanza merendine o profumi a bordo.
Come le imprese citate in precedenza, anche Ryanair ha fatto di tutto per evitare la relazione con i sindacati, addirittura imbarcandosi in una costosa battaglia legale in Irlanda che l’ha vista ottenere un pronunciamento della corte suprema nel 2007 che ha sostanzialmente affossato una legge sul riconoscimento legale dei sindacati. Per anni è sembrato che Ryanair avesse ottenuto una vittoria totale al riguardo. La situazione però è cambiata nel corso dello scorso autunno, quando i piloti dell’azienda (la categoria con più potere contrattuale, perché difficilmente sostituibili) hanno iniziato ad organizzarsi a livello europeo, chiedendo all’azienda di riconoscere i sindacati, invece di utilizzare la contrattazione tramite degli organi creati dall’azienda stessa in ciascuna delle sue basi europee. L’azienda ha inizialmente rifiutato qualsiasi trattativa, portando alla proclamazione dello sciopero in prossimità del Natale in vari paesi europei (fra cui l’Italia). A quel punto, a fronte del rischio di dover erogare cospicui risarcimenti proprio in un periodo di massima domanda come quello natalizio, Ryanair ha ceduto, dicendosi pronta ad incontrare i sindacati dei piloti e degli assistenti di volo. Una vittoria storica per i lavoratori della compagnia low cost, anche se è ancora presto per capire che effetto avrà la decisione dell’azienda. Sembra comunque arrivato un punto di svolta, dopo anni di sconfitte e accettazione di un modello di relazioni industriali totalmente al ribasso.
Fonte
26/11/2017
Lotte nella gig economy. Qualcosa di nuovo sul fronte occidentale
Nelle ultime settimane sta tornando sotto i riflettori il conflitto tra i lavoratori precari della cosiddetta ‘gig economy’ e le ditte di consegna a domicilio del settore – come Deliveroo, Foodora, Glovo, UberEats e così via. Proprio la settimana scorsa i fattorini di Deliveroo di Bologna e Milano hanno avanzato in una lettera rivendicazioni comuni verso l’azienda, gettando le basi per una nuova disputa; mentre i ‘rider’ di varie ditte di consegna in bici si preparano a scendere in piazza il 24 Novembre a Bologna, uniti sotto la sigla comune di ‘Riders Union Bologna’, per chiedere diritti e salari degni. Come contributo al dibattito e alle lotte dei rider italiani in corso, ci sembra utile fare un po’ di chiarezza sugli ultimi sviluppi della lunga mobilitazione e battaglia legale che coinvolge i lavoratori della gig economy nel Regno Unito.
Buone notizie dal fronte Uber
Cominciamo dalle buone notizie. La settimana scorsa Uber, la multinazionale americana che offre un servizio taxi tramite app, ha perso il ricorso presso il Tribunale di Appello del Lavoro a Londra contro la sentenza che ormai un anno fa aveva dato ragione a due autisti James Farrar e Yaseen Aslam, che sostenevano che lo status di lavoratori autonomi adottato da Uber nei confronti dei suoi autisti non corrispondesse alla natura del rapporto di lavoro effettivamente vigente. Il tribunale ha cosi’ confermato lo status di worker che la sentenza di primo grado aveva assegnato ai due autisti, condizione giuridica che garantisce ad un lavoratore il diritto ad un salario orario minimo e alle ferie pagate (ma che ha comunque meno garanzie rispetto al contratto di lavoro subordinato).
La sentenza dello scorso anno, che il Tribunale di Appello ha confermato in pieno, si era concentrata su chi avesse il controllo sul processo di lavoro, un punto chiave per stabilire se un rapporto di lavoro sia autonomo o meno. Il giudice di primo grado aveva riscontrato che Uber impone diverse condizioni ai suoi autisti (ad esempio limitando la scelta di veicoli privati che possono essere utilizzati come taxi) e controlla in vari modi la loro performance.
Veniva chiamato in causa il sistema di rating da parte dei clienti, che Uber utilizza come strumento di valutazione e monitoraggio dei propri lavoratori. Il tribunale aveva segnalato anche l’utilizzo da parte di Uber della disconnessione dalla propria app (che equivale al licenziamento, poiché l’autista non ha più modo di accedere al sistema che fa incontrare domanda e offerta) come meccanismo disciplinatorio nei confronti degli autisti che non rispettino la richiesta dell’azienda di accettare o non cancellare viaggi.
La sentenza di appello rischia di infliggere un altro duro colpo al modello di business di Uber, dopo che a settembre l’autorità per i trasporti di Londra (principale mercato europeo dell’azienda) ha deciso di non rinnovare all’azienda la licenza di operare nella capitale britannica, anche se Uber potrà continuare ad operare fino alla sentenza di appello.
Il giudizio del tribunale di Londra potrebbe avere un impatto non solo sulle condizioni di lavoro delle migliaia di autisti Uber nel Regno Unito, ma anche per le altre migliaia di lavoratori impiegati ad oggi come lavoratori autonomi dalle centinaia di altre aziende della cosiddetta “gig economy”. Oltre che per i lavoratori coinvolti, la sentenza costituisce un’altra vittoria per il sindacato di base IWGB, dopo le sentenze positive che hanno coinvolto iscritti del sindacato che lavoravano presso altre aziende della gig economy come Citysprint.
È interessante notare come i due lavoratori che hanno portato Uber in tribunale fossero inizialmente stati supportati dal sindacato tradizionale GMB, per poi decidere di spostarsi verso l’IWGB, confermando il ruolo di polo attrattivo di questo piccolo ma combattivo sindacato per quanto riguarda i lavoratori delle nuove piattaforme.
Battuta d’arresto per i lavoratori Deliveroo
Pochi giorni dopo, IWGB ha però subito una piccola battuta d’arresto, dopo che un tribunale per l’impiego inglese ha deliberato che i fattorini di Deliveroo non potessero essere classificati come worker, ma bensì come lavoratori autonomi, e che quindi non potessero essere intitolati alla rappresentanza sindacale. Ma qual è davvero il significato e la valenza di questa nuova sentenza riguardo alle relazioni di lavoro nella gig economy?
Ricostruiamo la vicenda. Nel novembre 2016 l’IWGB aveva iniziato un caso legale, da molti considerato un importante test destinato a fare da precedente, per ottenere per vie legali il riconoscimento come sindacato intitolato a negoziare collettivamente a nome dei fattorini di Deliveroo nella zona di Camden e Kentish Town, quartiere nord-ovest di Londra. Secondo la legge inglese, infatti, nel caso in cui un datore di lavoro non riconosca volontariamente un sindacato attivo nell’azienda come controparte per la contrattazione collettiva, il sindacato può attivare una procedura legale per ottenere per vie legali il riconoscimento – e dunque il diritto a portare avanti procedure di contrattazione collettiva.
La decisione in merito spetta ad un tribunale dedicato, la ‘Central Arbitration Committee’ (CAC). Ci sono una serie di criteri che devono però essere validi per ottenere il riconoscimento per vie legali. In particolare, il sindacato deve dimostrare di avere almeno 10% di membri nella ‘unità di contrattazione’ di riferimento, e provare – ad esempio tramite una petizione – che una maggioranza dei lavoratori nell’unità di riferimento sono in favore del riconoscimento del sindacato. L’unità di riferimento per cui fare domanda è scelta dal sindacato, ma deve essere riconosciuta come ‘appropriata’ al fine della contrattazione collettiva. Normalmente l’unità corrisponde a singolo luogo di lavoro, o una divisione o reparto di un’azienda.
Questa procedura presenta però notevoli ostacoli e complessità quando ci sono in ballo le aziende della cosiddetta gig economy. Il primo riguarda la definizione stessa dell’unità di riferimento, e le difficoltà nel dimostrare supporto maggioritario per il sindacato quando i confini e la taglia stessa della forza lavoro sono difficili da definire. Il modello operativo delle aziende della gig economy si basa infatti sull’ingaggiare moltissimi ‘collaboratori’, a cui non viene data nessuna garanzia di consegne o ore, proprio per assicurarsi un ampio esercito di forza lavoro di riserva.
Nel caso di Londra, le cifre di Deliveroo mostrano come ci siano più di 10,000 fattorini registrati come collaboratori. Come dimostrare, dunque, un supporto maggioritario per il sindacato in tali condizioni? In questo caso, l’IWGB ha utilizzato in maniera inventiva la divisione operativa in zone che Deliveroo usa per gestire le consegne sul vasto territorio londinese, facendo domanda per il riconoscimento utilizzando una di queste ‘zone’, quella di Camden e Kentish Town, come unità di contrattazione di riferimento. La zona di Camden e Kentish Town è una di quelle in cui i rider sono pagati a cottimo per ogni consegna, piuttosto che a ore come avviene invece in altre zone, a Londra e nel resto del paese, o anche in Italia.
In questo modo, l’IWGB è riuscita a dimostrare di avere un tasso di sindacalizzazione di quasi il 20% tra i fattorini attivi nella zona, e un supporto maggioritario per il riconoscimento del sindacato.
C’è però un secondo problema fondamentale con la procedura di riconoscimento sindacale che riguarda le aziende della ‘gig economy’. Infatti, in Inghilterra il diritto ad essere coperti dalla contrattazione collettiva spetta solo a lavoratori subordinati (employees) o para-subordinati (worker).
I rider di Deliveroo in Inghilterra sono invece inquadrati come autonomi (self-employed). Per avere successo nella domanda per essere riconosciuto come sindacato dei fattorini di Deliveroo di Camden e Kentish Town, l’IWGB doveva dunque dimostrare non solo di avere il supporto di una maggioranza dei fattorini, ma anche che questi sono di fatto worker, lavoratori in para-subordinazione, piuttosto che autonomi.
È in questo senso che il caso presentato al CAC poteva diventare un precedente molto significativo, per sfatare il mito della supposta autonomia dei rider di Deliveroo e costringere dunque l’azienda a riconoscere loro una serie di diritti di base – come il diritto a una retribuzione oraria in linea con il salario minimo nazionale e la paga per malattia e ferie.
Quello che è successo dopo che l’IWGB ha presentato il caso per il riconoscimento al CAC in novembre 2016 dimostra in maniera emblematica non solo l’attitudine anti-sindacale di Deliveroo, ma anche la determinazione dell’azienda a negare ai propri fattorini diritti fondamentali utilizzando quanti più stratagemmi e sotterfugi possibile.
Proprio in risposta al tentativo di sindacalizzazione e di riconoscimento dei fattorini come worker, Deliveroo ha infatti introdotto in maggio 2017 nuovi contratti per tutti i fattorini, che introducevano una serie di cambiamenti mirati nello specifico a sabotare il caso dell’IWGB e negare alcun rapporto di subordinazione o para-subordinazione tra i rider e l’azienda. In particolare, Deliveroo ha rimosso l’obbligo per i propri rider di indossare almeno un capo o gadget con il ‘brand’ dell’azienda durante il periodo di lavoro; ha rimosso il divieto per i fattorini a portare avanti allo stesso tempo consegne per conto di altre aziende; e soprattutto, ha introdotto le cosiddette ‘clausole di sostituibilità’ – che permettono in teoria ai fattorini di delegare lo svolgimento delle proprie consegne ad un’altra persona – amici, familiari o altri fattorini – senza dover chiedere il permesso all’azienda.
L’abilità di trasferire il lavoro ad un’altra persona è in conflitto con la definizione di worker nella legislazione inglese, che prevede che il lavoro debba essere svolto personalmente dall’individuo in questione, e non da un’altra persona. Su questa base, il CAC ha concluso che i rider di Camden e Kentish Town non potessero essere considerati come worker – e che, dunque, la domanda di riconoscimento del sindacato non potesse essere accettata.
La lotta continua
Ed è così dunque che Deliveroo, forte delle proprie risorse e del suo grande team legale, è riuscita in questo caso a manovrare il sistema in suo favore per bloccare il tentativo dei fattorini di ottenere un riconoscimento di diritti minimi. Questo nonostante il successo dell’IWGB nel sindacalizzare e ottenere il supporto di una parte significativa dei lavoratori, che è stato riconosciuto dallo stesso CAC nel suo giudizio finale.
Di sicuro la disputa legale sullo status dei lavoratori di Deliveroo in Inghilterra non finisce qui. C’è già in corso un’altra vertenza collettiva in un tribunale per l’impiego portata avanti da 45 fattorini che chiedono di essere riconosciuti come worker, e l’IWGB ha annunciato che continuerà a portare avanti la propria battaglia legale per il riconoscimento. Senza dubbio, però, questo giudizio rappresenta una temporanea battuta d’arresto non indifferente per le lotte dei lavoratori della gig economy in Inghilterra, e dimostra le potenziali inadeguatezze del sistema corrente di protezione dei lavoratori e di tutela dei diritti sindacali nel regolare i rapporti di lavoro nelle nuove forme del lavoro atipico ‘on demand’.
Le implicazioni di questa decisione per i rider di Deliveroo in Italia e in altri paesi europei non sono vincolanti, visto che le pratiche operative di Deliveroo e i termini legali per la determinazione della presenza di un rapporto di subordinazione o para-subordinazione variano considerevolmente di paese in paese. Di sicuro, però, questa sentenza va studiata e capita per capire meglio quali siano gli stratagemmi che queste aziende sono pronte a mettere in atto per stroncare i tentativi di organizzazione dei propri lavoratori e aggirare le loro richieste di diritti e salari degni, e dunque valutare accuratamente quali sono i rapporti di forza in campo e le strategie adeguate di intervento e azione collettiva.
Anche se il modello di organizzazione del lavoro nella gig economy è per alcuni aspetti nuovo, lo union busting, cioè l’attività anti-sindacale da parte delle aziende, è pratica decisamente antica, e a quanto pare destinata a rimanere in auge anche nella nuova era del lavoro ‘smart’. Sta a noi lavoratori, sindacalisti, studiosi e solidali capire come rispondere adeguatamente.
Fonte
Buone notizie dal fronte Uber
Cominciamo dalle buone notizie. La settimana scorsa Uber, la multinazionale americana che offre un servizio taxi tramite app, ha perso il ricorso presso il Tribunale di Appello del Lavoro a Londra contro la sentenza che ormai un anno fa aveva dato ragione a due autisti James Farrar e Yaseen Aslam, che sostenevano che lo status di lavoratori autonomi adottato da Uber nei confronti dei suoi autisti non corrispondesse alla natura del rapporto di lavoro effettivamente vigente. Il tribunale ha cosi’ confermato lo status di worker che la sentenza di primo grado aveva assegnato ai due autisti, condizione giuridica che garantisce ad un lavoratore il diritto ad un salario orario minimo e alle ferie pagate (ma che ha comunque meno garanzie rispetto al contratto di lavoro subordinato).
La sentenza dello scorso anno, che il Tribunale di Appello ha confermato in pieno, si era concentrata su chi avesse il controllo sul processo di lavoro, un punto chiave per stabilire se un rapporto di lavoro sia autonomo o meno. Il giudice di primo grado aveva riscontrato che Uber impone diverse condizioni ai suoi autisti (ad esempio limitando la scelta di veicoli privati che possono essere utilizzati come taxi) e controlla in vari modi la loro performance.
Veniva chiamato in causa il sistema di rating da parte dei clienti, che Uber utilizza come strumento di valutazione e monitoraggio dei propri lavoratori. Il tribunale aveva segnalato anche l’utilizzo da parte di Uber della disconnessione dalla propria app (che equivale al licenziamento, poiché l’autista non ha più modo di accedere al sistema che fa incontrare domanda e offerta) come meccanismo disciplinatorio nei confronti degli autisti che non rispettino la richiesta dell’azienda di accettare o non cancellare viaggi.
La sentenza di appello rischia di infliggere un altro duro colpo al modello di business di Uber, dopo che a settembre l’autorità per i trasporti di Londra (principale mercato europeo dell’azienda) ha deciso di non rinnovare all’azienda la licenza di operare nella capitale britannica, anche se Uber potrà continuare ad operare fino alla sentenza di appello.
Il giudizio del tribunale di Londra potrebbe avere un impatto non solo sulle condizioni di lavoro delle migliaia di autisti Uber nel Regno Unito, ma anche per le altre migliaia di lavoratori impiegati ad oggi come lavoratori autonomi dalle centinaia di altre aziende della cosiddetta “gig economy”. Oltre che per i lavoratori coinvolti, la sentenza costituisce un’altra vittoria per il sindacato di base IWGB, dopo le sentenze positive che hanno coinvolto iscritti del sindacato che lavoravano presso altre aziende della gig economy come Citysprint.
È interessante notare come i due lavoratori che hanno portato Uber in tribunale fossero inizialmente stati supportati dal sindacato tradizionale GMB, per poi decidere di spostarsi verso l’IWGB, confermando il ruolo di polo attrattivo di questo piccolo ma combattivo sindacato per quanto riguarda i lavoratori delle nuove piattaforme.
Battuta d’arresto per i lavoratori Deliveroo
Pochi giorni dopo, IWGB ha però subito una piccola battuta d’arresto, dopo che un tribunale per l’impiego inglese ha deliberato che i fattorini di Deliveroo non potessero essere classificati come worker, ma bensì come lavoratori autonomi, e che quindi non potessero essere intitolati alla rappresentanza sindacale. Ma qual è davvero il significato e la valenza di questa nuova sentenza riguardo alle relazioni di lavoro nella gig economy?
Ricostruiamo la vicenda. Nel novembre 2016 l’IWGB aveva iniziato un caso legale, da molti considerato un importante test destinato a fare da precedente, per ottenere per vie legali il riconoscimento come sindacato intitolato a negoziare collettivamente a nome dei fattorini di Deliveroo nella zona di Camden e Kentish Town, quartiere nord-ovest di Londra. Secondo la legge inglese, infatti, nel caso in cui un datore di lavoro non riconosca volontariamente un sindacato attivo nell’azienda come controparte per la contrattazione collettiva, il sindacato può attivare una procedura legale per ottenere per vie legali il riconoscimento – e dunque il diritto a portare avanti procedure di contrattazione collettiva.
La decisione in merito spetta ad un tribunale dedicato, la ‘Central Arbitration Committee’ (CAC). Ci sono una serie di criteri che devono però essere validi per ottenere il riconoscimento per vie legali. In particolare, il sindacato deve dimostrare di avere almeno 10% di membri nella ‘unità di contrattazione’ di riferimento, e provare – ad esempio tramite una petizione – che una maggioranza dei lavoratori nell’unità di riferimento sono in favore del riconoscimento del sindacato. L’unità di riferimento per cui fare domanda è scelta dal sindacato, ma deve essere riconosciuta come ‘appropriata’ al fine della contrattazione collettiva. Normalmente l’unità corrisponde a singolo luogo di lavoro, o una divisione o reparto di un’azienda.
Questa procedura presenta però notevoli ostacoli e complessità quando ci sono in ballo le aziende della cosiddetta gig economy. Il primo riguarda la definizione stessa dell’unità di riferimento, e le difficoltà nel dimostrare supporto maggioritario per il sindacato quando i confini e la taglia stessa della forza lavoro sono difficili da definire. Il modello operativo delle aziende della gig economy si basa infatti sull’ingaggiare moltissimi ‘collaboratori’, a cui non viene data nessuna garanzia di consegne o ore, proprio per assicurarsi un ampio esercito di forza lavoro di riserva.
Nel caso di Londra, le cifre di Deliveroo mostrano come ci siano più di 10,000 fattorini registrati come collaboratori. Come dimostrare, dunque, un supporto maggioritario per il sindacato in tali condizioni? In questo caso, l’IWGB ha utilizzato in maniera inventiva la divisione operativa in zone che Deliveroo usa per gestire le consegne sul vasto territorio londinese, facendo domanda per il riconoscimento utilizzando una di queste ‘zone’, quella di Camden e Kentish Town, come unità di contrattazione di riferimento. La zona di Camden e Kentish Town è una di quelle in cui i rider sono pagati a cottimo per ogni consegna, piuttosto che a ore come avviene invece in altre zone, a Londra e nel resto del paese, o anche in Italia.
In questo modo, l’IWGB è riuscita a dimostrare di avere un tasso di sindacalizzazione di quasi il 20% tra i fattorini attivi nella zona, e un supporto maggioritario per il riconoscimento del sindacato.
C’è però un secondo problema fondamentale con la procedura di riconoscimento sindacale che riguarda le aziende della ‘gig economy’. Infatti, in Inghilterra il diritto ad essere coperti dalla contrattazione collettiva spetta solo a lavoratori subordinati (employees) o para-subordinati (worker).
I rider di Deliveroo in Inghilterra sono invece inquadrati come autonomi (self-employed). Per avere successo nella domanda per essere riconosciuto come sindacato dei fattorini di Deliveroo di Camden e Kentish Town, l’IWGB doveva dunque dimostrare non solo di avere il supporto di una maggioranza dei fattorini, ma anche che questi sono di fatto worker, lavoratori in para-subordinazione, piuttosto che autonomi.
È in questo senso che il caso presentato al CAC poteva diventare un precedente molto significativo, per sfatare il mito della supposta autonomia dei rider di Deliveroo e costringere dunque l’azienda a riconoscere loro una serie di diritti di base – come il diritto a una retribuzione oraria in linea con il salario minimo nazionale e la paga per malattia e ferie.
Quello che è successo dopo che l’IWGB ha presentato il caso per il riconoscimento al CAC in novembre 2016 dimostra in maniera emblematica non solo l’attitudine anti-sindacale di Deliveroo, ma anche la determinazione dell’azienda a negare ai propri fattorini diritti fondamentali utilizzando quanti più stratagemmi e sotterfugi possibile.
Proprio in risposta al tentativo di sindacalizzazione e di riconoscimento dei fattorini come worker, Deliveroo ha infatti introdotto in maggio 2017 nuovi contratti per tutti i fattorini, che introducevano una serie di cambiamenti mirati nello specifico a sabotare il caso dell’IWGB e negare alcun rapporto di subordinazione o para-subordinazione tra i rider e l’azienda. In particolare, Deliveroo ha rimosso l’obbligo per i propri rider di indossare almeno un capo o gadget con il ‘brand’ dell’azienda durante il periodo di lavoro; ha rimosso il divieto per i fattorini a portare avanti allo stesso tempo consegne per conto di altre aziende; e soprattutto, ha introdotto le cosiddette ‘clausole di sostituibilità’ – che permettono in teoria ai fattorini di delegare lo svolgimento delle proprie consegne ad un’altra persona – amici, familiari o altri fattorini – senza dover chiedere il permesso all’azienda.
L’abilità di trasferire il lavoro ad un’altra persona è in conflitto con la definizione di worker nella legislazione inglese, che prevede che il lavoro debba essere svolto personalmente dall’individuo in questione, e non da un’altra persona. Su questa base, il CAC ha concluso che i rider di Camden e Kentish Town non potessero essere considerati come worker – e che, dunque, la domanda di riconoscimento del sindacato non potesse essere accettata.
La lotta continua
Ed è così dunque che Deliveroo, forte delle proprie risorse e del suo grande team legale, è riuscita in questo caso a manovrare il sistema in suo favore per bloccare il tentativo dei fattorini di ottenere un riconoscimento di diritti minimi. Questo nonostante il successo dell’IWGB nel sindacalizzare e ottenere il supporto di una parte significativa dei lavoratori, che è stato riconosciuto dallo stesso CAC nel suo giudizio finale.
Di sicuro la disputa legale sullo status dei lavoratori di Deliveroo in Inghilterra non finisce qui. C’è già in corso un’altra vertenza collettiva in un tribunale per l’impiego portata avanti da 45 fattorini che chiedono di essere riconosciuti come worker, e l’IWGB ha annunciato che continuerà a portare avanti la propria battaglia legale per il riconoscimento. Senza dubbio, però, questo giudizio rappresenta una temporanea battuta d’arresto non indifferente per le lotte dei lavoratori della gig economy in Inghilterra, e dimostra le potenziali inadeguatezze del sistema corrente di protezione dei lavoratori e di tutela dei diritti sindacali nel regolare i rapporti di lavoro nelle nuove forme del lavoro atipico ‘on demand’.
Le implicazioni di questa decisione per i rider di Deliveroo in Italia e in altri paesi europei non sono vincolanti, visto che le pratiche operative di Deliveroo e i termini legali per la determinazione della presenza di un rapporto di subordinazione o para-subordinazione variano considerevolmente di paese in paese. Di sicuro, però, questa sentenza va studiata e capita per capire meglio quali siano gli stratagemmi che queste aziende sono pronte a mettere in atto per stroncare i tentativi di organizzazione dei propri lavoratori e aggirare le loro richieste di diritti e salari degni, e dunque valutare accuratamente quali sono i rapporti di forza in campo e le strategie adeguate di intervento e azione collettiva.
Anche se il modello di organizzazione del lavoro nella gig economy è per alcuni aspetti nuovo, lo union busting, cioè l’attività anti-sindacale da parte delle aziende, è pratica decisamente antica, e a quanto pare destinata a rimanere in auge anche nella nuova era del lavoro ‘smart’. Sta a noi lavoratori, sindacalisti, studiosi e solidali capire come rispondere adeguatamente.
Fonte
30/08/2016
Londra: anche la ‘Gig Economy’ sciopera
Più che il paradiso per i consumatori finora la cosiddetta “sharing economy” (termine usato per indicare una vasta gamma di fenomeni che pero’ non hanno molto in comune) ha rappresentato un paradiso per i padroni. Contratti ultraprecari, paghe basse, licenziamento facilissimo: questa la realtà per i lavoratori di aziende come Uber, la ditta statunitense che fornisce un servizio alternativo di taxi, il tutto tramite una app per il telefonino.
Condizioni lavorative a cui sembrava difficile ribellarsi, per l'appunto a causa della grande precarietà dei contratti offerti da queste aziende, che rendono molto facile alle imprese licenziare i riottosi. Ad Uber basta “disconnettere” un autista dal suo sistema per liberarsi di lui.
Da alcune settimane però arrivano notizie più incoraggianti dall'Europa, nel caso specifico da Londra.
Prima notizia: uno sciopero selvaggio durato una settimana dei lavoratori di Deliveroo, un’azienda che offre servizi di consegna, è terminato martedì 16 agosto con una vittoria per gli autisti. Il servizio di Deliveroo funziona tramite una app: il cliente va sul sito internet, sceglie un ristorante nei dintorni e invia l'ordine. L'idea, quindi, è molto simile a quella dell’azienda italiana Pizzabo.
La differenza però è che gli autisti non sono impiegati dei ristoranti ma lavorano per l'azienda Deliveroo con un contratto di lavoro autonomo "zero hours" (a zero ore), usano i propri mezzi (bici e moto) pagando di tasca propria ogni riparazione, non hanno la malattia coperta (neanche per un infortunio avvenuto durante il lavoro) e l'azienda non paga contributi.
Allo stesso modo operano Uber e molte altre aziende che costituiscono la cosiddetta "sharing economy", ma che sarebbe molto meglio chiamare "gig economy" (economia basata sul lavoro a cottimo o a "gig"). Deliveroo è nata a Londra nel 2013 e ha aperto successivamente operazioni in molte altre città. Nel 2015 è stata valutata per 600 milioni di dollari. Attualmente ha circa 3.000 autisti a Londra.
Gli autisti della Deliveroo fino a quest'estate venivano pagati 7 sterline l’ora, più una sterlina per ogni consegna. Non molto, considerando che la media per un autista è di due consegne all’ora e che le riparazioni e l'assicurazione venivano pagati dai lavoratori. Il minimo legale in Gran Bretagna è stato recentemente aumentato a 7.20 sterline l’ora (sopra i 25 anni), ma il 'living wage’ per Londra, cioè il minimo orario che serve per vivere una vita dignitosa nella capitale (dove il costo della vita è assai più alto rispetto al resto del paese), è di 9.40 sterline. Il living wage, pero’, è indicativo e non è obbligatorio per legge adeguare ad esso le paghe, nonostante una forte campagna che chiede l'introduzione dell'obbligo di pagarlo.
Quest'estate l'azienda ha annunciato cambiamenti nei contratti degli autisti in alcune zone della città che avrebbero comportato un peggioramento significativo nelle loro condizioni di lavoro, vincolando la paga oraria al numero di consegne eseguite; quindi passando da un contratto a zero ore a una retribuzione a cottimo. L'azienda voleva dare 3.75 sterline a consegna comportando una riduzione significativa nella retribuzione dei facchini, precipitata sotto il minimo legale (che però è consentito in quanto gli autisti lavorano con contratto autonomo). Rivendicando la decisione, l'azienda ha detto che stava cercando di dare ai suoi lavoratori “più flessibilità e la libertà di scegliere.”
Quando gli autisti, in gran parte non sindacalizzati, hanno sentito le proposte hanno cominciato a discuterne fra di loro e da queste discussioni è emersa la volontà di organizzarsi contro il nuovo contratto. Ci sono qui particolari importanti da sottolineare: diversamente da Uber, gli autisti di Deliveroo hanno dei punti di incontro, dove possono chiacchierare con altri colleghi e scambiarsi i numeri di telefono. Potrebbe anche essere significativo il fatto che i lavoratori di Deliveroo si riconoscono facilmente tra loro perché indossano la stessa uniforme e spesso si incontrano per strada tra una consegna e l’altra.
Hanno così cominciato uno sciopero selvaggio che è riuscito ad avere molta visibilità e supporto, raccogliendo anche più di 10.000 sterline di fondi donati da solidali per coprire i pagamenti persi. Dopo una settimana l'azienda ha ceduto. Il nuovo contratto non sarà più obbligatorio per le determinate zone ma volontario e quei contratti peggiorativi che erano stati firmati non hanno più validità. Una sconfitta, quindi, per la logica del 'gig economy'.
Nel frattempo Uber dopo i taxi si è lanciata sulla consegna del cibo, lanciando proprio a Londra UberEats, la sua piattaforma di consegna pensata per rivaleggiare con Deliveroo. Inizialmente la società statunitense aveva lanciato un'offerta contrattuale vantaggiosa per strappare autisti ai concorrenti: 100 sterline alla firma del contratto e 20 sterline di paga oraria. Peccato che nei mesi successivi UberEats abbia ridotto la paga per 4 volte e abbia cambiato anche la modalità di paga, passando dal salario orario a quello a cottimo (3.22 sterline per consegna). Come scrive il sito inglese Novaramedia, un accordo perfino peggiore di quello proposto da Deliveroo, anche perché in questo caso la gran parte dei costi sono a carico dei lavoratori e non gli è garantita nessuna assicurazione.
E così, seguendo l'esempio dei loro colleghi di Deliveroo, anche gli autisti di UberEats hanno scioperato, chiedendo di ricevere un salario almeno pari al “living wage” londinese, insieme al rimborso dei costi. L'azienda ha risposto “deattivando” (ossia licenziando) Imran Siddiqui, il portavoce eletto dai lavoratori, ma questo non ha fermato le proteste degli autisti, che almeno in parte si stanno organizzando tramite il sindacato United Voices of the World (mentre i lavoratori di Deliveroo sono stati supportati dal sindacato Independent Workers of Union). La partita, insomma, è ancora aperta.
In generale, come sottolinea il quotidiano britannico Telegraph, lo sciopero dei lavoratori Deliveroo (così come di quelli di UberEats) ha dimostrato che questo tipo di impresa non può che basarsi sullo sfruttamento estremo dei lavoratori, visto che i margini di profitto potenziali sono estremamente bassi.
Joe Haynis su Novaramedia sottolinea i 3 punti deboli delle imprese della “gig economy” che i lavoratori di UberEats e di Deliveroo hanno evidenziato con le loro lotte.
Primo: la tecnologia degli smartphone, che Uber e Deliveroo usano per il proprio modello di business, permette anche ai lavoratori di organizzarsi, scambiandosi informazioni simultaneamente.
Secondo: il fatto che gli autisti non siano lavoratori dipendenti ma autonomi significa che ad essi non si applica nessuna delle varie leggi anti sindacali varate in Gran Bretagna negli ultimi decenni. Questo significa che possono interrompere il lavoro e scioperare quando vogliono. Il caso del portavoce licenziato dimostra però anche quanto sia facile per un'impresa come Uber licenziare i lavoratori, senza che vi sia nessuna legge che la obblighi a riassumerli.
Terzo e ultimo: i lavoratori sono molto arrabbiati e stanno imparando come far male ai padroni: a causa dello sciopero alcuni ristoranti hanno dovuto chiudere il servizio di consegna tramite UberEats, provocando un danno di migliaia di sterline all'azienda.
Lungi dall'essere la dimostrazione di una presunta radicalità del lavoratore precario, questi episodi di lotta dimostrano però che quando i livelli di sfruttamento diventano troppo alti il capitale si trova davanti ad una resistenza dei lavoratori.
Una lezione da tenere a mente per il futuro, visto che questa economia a cottimo è in continua espansione.
Marion Jones e Panofsky
Fonte
Condizioni lavorative a cui sembrava difficile ribellarsi, per l'appunto a causa della grande precarietà dei contratti offerti da queste aziende, che rendono molto facile alle imprese licenziare i riottosi. Ad Uber basta “disconnettere” un autista dal suo sistema per liberarsi di lui.
Da alcune settimane però arrivano notizie più incoraggianti dall'Europa, nel caso specifico da Londra.
Prima notizia: uno sciopero selvaggio durato una settimana dei lavoratori di Deliveroo, un’azienda che offre servizi di consegna, è terminato martedì 16 agosto con una vittoria per gli autisti. Il servizio di Deliveroo funziona tramite una app: il cliente va sul sito internet, sceglie un ristorante nei dintorni e invia l'ordine. L'idea, quindi, è molto simile a quella dell’azienda italiana Pizzabo.
La differenza però è che gli autisti non sono impiegati dei ristoranti ma lavorano per l'azienda Deliveroo con un contratto di lavoro autonomo "zero hours" (a zero ore), usano i propri mezzi (bici e moto) pagando di tasca propria ogni riparazione, non hanno la malattia coperta (neanche per un infortunio avvenuto durante il lavoro) e l'azienda non paga contributi.
Allo stesso modo operano Uber e molte altre aziende che costituiscono la cosiddetta "sharing economy", ma che sarebbe molto meglio chiamare "gig economy" (economia basata sul lavoro a cottimo o a "gig"). Deliveroo è nata a Londra nel 2013 e ha aperto successivamente operazioni in molte altre città. Nel 2015 è stata valutata per 600 milioni di dollari. Attualmente ha circa 3.000 autisti a Londra.
Gli autisti della Deliveroo fino a quest'estate venivano pagati 7 sterline l’ora, più una sterlina per ogni consegna. Non molto, considerando che la media per un autista è di due consegne all’ora e che le riparazioni e l'assicurazione venivano pagati dai lavoratori. Il minimo legale in Gran Bretagna è stato recentemente aumentato a 7.20 sterline l’ora (sopra i 25 anni), ma il 'living wage’ per Londra, cioè il minimo orario che serve per vivere una vita dignitosa nella capitale (dove il costo della vita è assai più alto rispetto al resto del paese), è di 9.40 sterline. Il living wage, pero’, è indicativo e non è obbligatorio per legge adeguare ad esso le paghe, nonostante una forte campagna che chiede l'introduzione dell'obbligo di pagarlo.
Quest'estate l'azienda ha annunciato cambiamenti nei contratti degli autisti in alcune zone della città che avrebbero comportato un peggioramento significativo nelle loro condizioni di lavoro, vincolando la paga oraria al numero di consegne eseguite; quindi passando da un contratto a zero ore a una retribuzione a cottimo. L'azienda voleva dare 3.75 sterline a consegna comportando una riduzione significativa nella retribuzione dei facchini, precipitata sotto il minimo legale (che però è consentito in quanto gli autisti lavorano con contratto autonomo). Rivendicando la decisione, l'azienda ha detto che stava cercando di dare ai suoi lavoratori “più flessibilità e la libertà di scegliere.”
Quando gli autisti, in gran parte non sindacalizzati, hanno sentito le proposte hanno cominciato a discuterne fra di loro e da queste discussioni è emersa la volontà di organizzarsi contro il nuovo contratto. Ci sono qui particolari importanti da sottolineare: diversamente da Uber, gli autisti di Deliveroo hanno dei punti di incontro, dove possono chiacchierare con altri colleghi e scambiarsi i numeri di telefono. Potrebbe anche essere significativo il fatto che i lavoratori di Deliveroo si riconoscono facilmente tra loro perché indossano la stessa uniforme e spesso si incontrano per strada tra una consegna e l’altra.
Hanno così cominciato uno sciopero selvaggio che è riuscito ad avere molta visibilità e supporto, raccogliendo anche più di 10.000 sterline di fondi donati da solidali per coprire i pagamenti persi. Dopo una settimana l'azienda ha ceduto. Il nuovo contratto non sarà più obbligatorio per le determinate zone ma volontario e quei contratti peggiorativi che erano stati firmati non hanno più validità. Una sconfitta, quindi, per la logica del 'gig economy'.
Nel frattempo Uber dopo i taxi si è lanciata sulla consegna del cibo, lanciando proprio a Londra UberEats, la sua piattaforma di consegna pensata per rivaleggiare con Deliveroo. Inizialmente la società statunitense aveva lanciato un'offerta contrattuale vantaggiosa per strappare autisti ai concorrenti: 100 sterline alla firma del contratto e 20 sterline di paga oraria. Peccato che nei mesi successivi UberEats abbia ridotto la paga per 4 volte e abbia cambiato anche la modalità di paga, passando dal salario orario a quello a cottimo (3.22 sterline per consegna). Come scrive il sito inglese Novaramedia, un accordo perfino peggiore di quello proposto da Deliveroo, anche perché in questo caso la gran parte dei costi sono a carico dei lavoratori e non gli è garantita nessuna assicurazione.
E così, seguendo l'esempio dei loro colleghi di Deliveroo, anche gli autisti di UberEats hanno scioperato, chiedendo di ricevere un salario almeno pari al “living wage” londinese, insieme al rimborso dei costi. L'azienda ha risposto “deattivando” (ossia licenziando) Imran Siddiqui, il portavoce eletto dai lavoratori, ma questo non ha fermato le proteste degli autisti, che almeno in parte si stanno organizzando tramite il sindacato United Voices of the World (mentre i lavoratori di Deliveroo sono stati supportati dal sindacato Independent Workers of Union). La partita, insomma, è ancora aperta.
In generale, come sottolinea il quotidiano britannico Telegraph, lo sciopero dei lavoratori Deliveroo (così come di quelli di UberEats) ha dimostrato che questo tipo di impresa non può che basarsi sullo sfruttamento estremo dei lavoratori, visto che i margini di profitto potenziali sono estremamente bassi.
Joe Haynis su Novaramedia sottolinea i 3 punti deboli delle imprese della “gig economy” che i lavoratori di UberEats e di Deliveroo hanno evidenziato con le loro lotte.
Primo: la tecnologia degli smartphone, che Uber e Deliveroo usano per il proprio modello di business, permette anche ai lavoratori di organizzarsi, scambiandosi informazioni simultaneamente.
Secondo: il fatto che gli autisti non siano lavoratori dipendenti ma autonomi significa che ad essi non si applica nessuna delle varie leggi anti sindacali varate in Gran Bretagna negli ultimi decenni. Questo significa che possono interrompere il lavoro e scioperare quando vogliono. Il caso del portavoce licenziato dimostra però anche quanto sia facile per un'impresa come Uber licenziare i lavoratori, senza che vi sia nessuna legge che la obblighi a riassumerli.
Terzo e ultimo: i lavoratori sono molto arrabbiati e stanno imparando come far male ai padroni: a causa dello sciopero alcuni ristoranti hanno dovuto chiudere il servizio di consegna tramite UberEats, provocando un danno di migliaia di sterline all'azienda.
Lungi dall'essere la dimostrazione di una presunta radicalità del lavoratore precario, questi episodi di lotta dimostrano però che quando i livelli di sfruttamento diventano troppo alti il capitale si trova davanti ad una resistenza dei lavoratori.
Una lezione da tenere a mente per il futuro, visto che questa economia a cottimo è in continua espansione.
Marion Jones e Panofsky
Fonte
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