Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/12/2019

2/ Industry 4.0. Il totalitarismo digitale

Prima parte: 1/Industria 4.0. Rivoluzione tecnologica del lavoro o contro il lavoro?

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Con la digitalizzazione ci troviamo a “metà strada” tra la rivoluzione tecnologica e quella del lavoro per come lo abbiamo conosciuto. Se “sommiamo” agli aspetti visti fino a questo momento l’elemento digitalizzazione, possiamo parlare a pieno titolo di evoluzione del capitalismo industriale a “capitalismo digitale”, dove la conoscenza come fattore produttivo diventa fondamentale (per questo meglio parlare di economia o società della conoscenza) e dove, attenzione, l’“hardware” non è scomparso. Il lavoro fisico di milioni di persone esiste ancora, compreso quello dei “lavoratori della conoscenza” (lavoro mentale) e compreso quello che serve materialmente per produrre i sistemi digitali (un esempio significativo di ciò e su cui tornerò in seguito, sono quei lavoratori che vengono definiti “operai del click”).

Possiamo quindi parlare a pieno titolo di “totalitarismo digitale1”, ossia disseminazione di dispositivi digitali, cattura degli atti, interferenza di procedure cognitive, indirizzo delle pratiche, produzione di dati, elaborazione di profili, controllo personale e sociale, a maggior ragione nel lavoro e dei lavoratori.

Quali, quindi, gli aspetti essenziali e le conseguenze dovute alla disseminazione di dispositivi digitali (tablet, braccialetti elettronici, telecamere, smartphone, ecc.) nella società, ma soprattutto nel mondo del lavoro?

Controllo a distanza: con il “Job-Act” è stato alterato l’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori che vietava l’uso di impianti audiovisivi di controllo nei luoghi di lavoro, cosa che ha avviato un’esponenziale assegnazione di dispositivi, di strumenti mobili o fissi (bracciali, smartphone aziendali, badge, tomtom traccianti, ecc.) volti a controllare e registrare ciò che ogni lavoratore fa sia nel luogo di lavoro, ma non solo. Si sviluppa così un controllo disciplinare e della produttività, dove il primo è realizzato per convergere nel secondo e quindi innalzare la produttività (se pensi di essere sempre osservato, registrato, ecc., ti auto-controlli e rendi di più. L’aspetto del controllo e dell’auto-controllo dovuto ai dispositivi e alle piattaforme digitali ovviamente è da considerarsi anche al di fuori del mero ambiente lavorativo).

Solitudine nel lavoro: interazione esclusiva con il dispositivo digitale del lavoratore che esclude non solo dall’interazione con i colleghi con cui potenzialmente può realizzare quel lavoro, ma anche con chi il lavoro lo impartisce (il tablet ti dice cosa devi fare, dove, ecc.)

Dominio dei dispositivi sugli atti e pratiche lavorative.

Distanziazione: i lavoratori, interagendo con il dispositivo digitale, anche se vicini fisicamente nel luogo di lavoro sono sempre più “distanzianti”, non interagendo mai o di rado con il collega, ma solo con il dispositivo digitale. La conseguenza più immediata è la perdita di solidarietà tra lavoratori e la trasformazione definitiva degli stessi in un’unità singole all’interno del processo produttivo (e sociale!).

Quantità al posto della qualità: nella vita e soprattutto nel lavoro ciò che diventa importante è il dato e la sua misura. La performance valutata attraverso l’immagazzinamento sempre più alto di dati (big data) per raggiungere i risultati (punteggio nel lavoro, voti e crediti a scuola, “mi piace” su FB, ecc.). Il tutto a discapito della qualità del lavoro, del pensiero che ognuno mette in ciò che fa e quindi della capacità di pensiero critico.

Velocità

Cambiamento del significato di ora-lavoro: la forza lavoro viene acquistata e retribuita sulla base della produttività e al raggiungimento del risultato, che in ogni momento con il dispositivo digitale può venire controllato, misurato e quantificato. Perde d'importanza la giornata lavorativa e acquista importanza solo il risultato. Solo questo viene retribuito.

La conseguenza di ciò sono l’introduzione del “lavoro agile” e dello “smart working” (il lavoro da remoto), che comportano – al contrario di come vengano “pubblicizzati” nelle aziende, cioè una maggiore conciliazione tra lavoro e tempo di vita – un allungamento della giornata lavorativa oltre le otto ore (con lo smartphone costantemente in mano guardi la mail del lavoro e quindi lavori da casa, alla sera, nel fine settimana, ecc.). Interviene inoltre, un altro aspetto, che è il cambiamento della figura del lavoratore, sul quale torniamo a breve.

Prescritto e Non Prescritto: attraverso i sistemi gestionali informatici vengono standardizzate una serie di domande (a risposta chiusa e senza possibilità di argomentazione) che valutano se hai svolto tutti i passaggi che una mansione lavorativa (standardizzata) richiede per ottenere un risultato. Questo è il prescritto. Se soddisfi tutti i criteri di risposta, ti viene assegnato un punteggio e quindi una retribuzione per la mansione svolta. Molto spesso per soddisfare ogni passaggio standardizzato però, ne occorrono molti altri che il lavoratore svolge, ma che non sono previsti e misurati dal sistema gestionale. Questo è il non prescritto. Su questo l’azienda fa profitto, perché non sta pagando lavoro che in realtà è stato svolto, oppure non paga addirittura il risultato, perché queste azioni non previste hanno impossibilitato il suo raggiungimento nel tempo definito.

Partendo da quest’ultimi due aspetti, che sono quelli maggiormente radicali e significativi all’interno della rivoluzione Industry 4.0, si comprende che la digitalizzazione di differenti processi lavorativi, oltre a “colpire” coloro che appartengono direttamente al processo produttivo (operai, tecnici, ecc.), andrà a “colpire” maggiormente quella parte di lavoratori che fino ad ora si sono sentiti insostituibili perché svolgono un lavoro cognitivo o per meglio dire “lavoro mentale2”. Infatti, la digitalizzazione impatterà anche e soprattutto sulle posizioni impiegatizie, mediche, avvocati, architetti, ecc.

Ciò che riassume tutti questi aspetti, viene definito, Taylorismo digitale3. Negli ultimi decenni si era sostenuto che il taylorismo fosse tramontato con la scomparsa della fabbrica fordista, ma con l’avvento delle tecnologie digitali – soprattutto il software – si delineano, regole, procedure, metriche cognitive, che sono capaci di controllare\disciplinare i comportamenti del lavoro mentale non meno di quanto facesse la catena di montaggio, solo che è il lavoratore stesso che ora si pone volontariamente in questa condizione.

Il taylorismo digitale è un fenomeno in essere a quello che più genericamente viene definito “quantified self movement”, cioè la capacità dei dispostovi indossabili, di raccogliere dati su salute, performance fisiche e mentali di chi se ne serve, per sviluppare una forma di autoanalisi della vita quotidiana, che esonda quindi dalla sola dimensione prettamente lavorativa o tende a mischiarle. Tutto questo allo scopo di diventare sempre più performanti, competitivi, invitando chi ci sta attorno a imitarci e al contempo trasformarci in concorrenti gli uni con gli altri.

La digitalizzazione e le sue pratiche ci permettono quindi di comprendere nella realtà, come la fase capitalistica in corso, caratterizzata dalla rivoluzione industriale di Industry 4.0, “sviluppi un uso intensivo della scienza e delle tecnologie […] per un’implementazione della conoscenza come fattore produttivo fondamentale […] e come tale fattore sia stato individuato come unico elemento di vantaggio competitivo possibile”4 per potere sopravvivere nella competizione globale.

Il “lavoro mentale” diventa quindi fondamentale. Questo non significa la totale terziarizzazione delle società, le produzioni del secondario esistono e devono continuare ad esistere, ma che il fattore fondamentale dello scontro competitivo è la conoscenza5, la sua valorizzazione, la gestione dei dati che genera che a loro volta vengono trasformati in informazioni e quindi comunicazione\ideologia che riplasma la totalità del corpo sociale stesso nella direzione fino qui vista. Esempi di digitalizzazione, nell’industria, nella scuola, nella sanità: Gladiator (per sentirti un vero gladiatore dell’attività aziendale) prodotto da Motorola, oppure piattaforme come Watson (IBM), Idoctor, Medico2000, ecc., Nuvola, Argo, Classe Viva, ecc.

All’interno di Industry 4.0 come rivoluzione tecnologica vi sta a pieno titolo anche “L’intelligenza Artificiale”, che apre un capitolo molto vasto che non affronto in questo intervento. Una cosa però è importante rilevare, ossia come una delle sue componenti fondamentali sia la connessione e l’interazione costante con il “Big data” e appunto la conoscenza come fattore fondamentale. Per “imparare”, “rielaborare”, l’AI, ha bisogno di dati, infatti gli esempi relativi alle piattaforme digitalizzate sopra esposti, fanno parte a pieno titolo dell’AI.

Watson, la piattaforma di IBM, ne è un esempio lampante. Potere accedere alla massa di dati relativi al sistema sanitario, farmaceutico, nonché quelli che vengono immessi volontariamente in rete dalle persone con le app “HealtCare”, risulta fondamentale perché permetterà (in parte già ora) alla piattaforma stessa o similare, di realizzare diagnosi mediche in autonomia dall’uomo, dal medico (scomparsa del sistema del medico di famiglia, ecc.).

I dati non si accumulano da soli a formare una base valevole che può essere utilizzata dall’AI, ma come dicevo prima, devono essere rielaborati, resi “leggibili” per gli algoritmi dell’intelligenza artificiale dal “lavoro mentale” di persone in carne ed ossa. La gestione e rielaborazione del “Big data” sta producendo nel mondo migliaia di lavoratori a cottimo, chiamati gli operai del click6, che vengono impiegati da piattaforme quali: le americane Amazon MechanicalTurk, Upwork, PeoplePerHour, Rate-rhub (Google) o la cinese Zhubajie che aggrega fino a 15 milioni di micro-lavoratori digitali. Costoro comprano micro-lavoro di persone, il cui compito è rielaborare dati per aumentare le capacità degli algoritmi ad apprendere, cioè rendono possibile quello che viene definito il “machine learning” (l’apprendimento delle macchine). Questi lavoratori sono di fatto a cottimo, vengono impiegati in quelle che vengono definite “click farms”, non è necessario un luogo fisico di lavoro definito, ma basta avere accesso ad una connessione con uno smartphone, quindi si rivolge ad una platea di persone estremamente pauperizzata alla quale la misera retribuzione a cottimo così ottenuta può fare la differenza nella giornata. Inoltre, si viene a creare un sistema di delocalizzazione “virtuale” di buona parte di processi legati ai sistemi digitali, senza neanche aprire più sedi fisiche nel paese in cui si è delocalizzato.

All’interno dei processi di digitalizzazione di Industria 4.0 vi è da considerare anche la “Sharing economy” o “Gig Economy”, realizzata da piattaforme come Uber, Foodora, JusEat, ecc. che coinvolge migliaia di lavoratori, alla ribalta delle cronache per le lotte che stanno realizzando in merito al riconoscimento della dignità del loro lavoro contro la parcellizzazione e l’autonomizzazione che sono appunto le caratteristiche per cui è concepita e si valorizza la “Sharing economy”. Altro aspetto fondamentale di Industry 4.0 è la circolazione delle merci ad alta velocità7, da qui si comprende come il settore della logistica e della movimentazione delle merci, risulti fondamentale in questo nuovo assetto del sistema produttivo.

Note:

1 In riferimento ai concetti di digitalizzazione, totalitarismo digitale, controllo a distanza, solitudine nel lavoro, dominio dei dispostivi, distanziazione, quantità, velocità, significato di ora-lavoro, prescritto e non rescritto, Cfr. “L’egemonia digitale”, a cura di Renato Curcio, Sensibili alle foglie, 2016.

2 Cfr. “Lavoro mentale e classe operaia” Guglielmo Carchedi, 2017.

3 In riferimento ai concetti di Taylorismo digitale, “Quantified self movement”, Cfr. “La variante populista: lotta di classe nel neoliberalismo”, Carlo Formenti, Derive Approdi, 2016.

4 “Comunicazione deviante: gorilla ammaestrati e strategie di comando nella nuova catena del valore”, Luciano Vasapollo, Rita Martufi, Edizioni Efesto, 2018.

5 In riferimento al concetto di conoscenza Cfr. “Comunicazione deviante, gorilla ammaestrati e strategie di comando nella nuova catena del valore”, Luciano Vasapollo, Rita Martufi, Edizioni Efesto, 2018.

6 In riferimento agli “operai del click”, Cfr. “Gli operai del click sono il cuore dell’automazione, intervista ad Antonio Casilli di Roberto Ciccarelli, il Manifesto, 27 febbraio 2019.

7 Cfr. “Dalla catena di montaggio alla catena del valore”, Proteo, numero 5/2016, CESTES – USB.

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30/10/2018

Milano: le lunghe mani “smart” sulla città

L’ultimo numero di “D La Repubblica” contiene uno speciale interamente dedicato a “Milano vicino all’Europa”: il repertorio completo della retorica e delle celebrazioni che circondano, ormai da tempo, Milano in quanto città-vetrina internazionale, innovativa ed accogliente e che l’hanno portata ad ottenere dalla società FPA, del gruppo Digital 360, per il quarto anno consecutivo, il titolo di città più “smart” d’Italia, ovvero “più vicina ai bisogni dei cittadini, più inclusiva, più vivibile”.

A quanto pare, però, le caratteristiche che sfodera Repubblica come punti forti della città c’entrano ben poco con l’inclusività e la vivibilità.

Meta privilegiata dai giovani americani e tedeschi che vengono a fare il master in Cattolica o in Bocconi, centro d’elezione per le “city” e le “week” dedicate a moda, design, libri, arte, musica perché finalmente “è passato il concetto – anche tra i grandi sponsor – che l’arte non sia solo un godimento, ma anche un buon investimento”, città smart grazie alla realizzazione di opere come i grattacieli di City Life, pronta a trasformare l’ex area Expo in un “ambiziosissimo tecno-park che assomiglierà ad un campus americano”, per finire con una sviolinata sulle politiche di accoglienza del Sindaco Sala e su come gli stranieri sono buoni a “produrre reddito, Pil, tasse e rimesse verso i paesi emergenti”, pur avendo qualche problemino di povertà e marginalità sociale, ma tutto sommato niente di ché.

Ah scusate. Forse ci siamo sbagliati... perché noi Milano la vediamo un po’ diversa da questa.

O forse ai giornalisti di Repubblica, acuti osservatori, è sfuggito qualcosina. Se solo avessero messo il naso fuori da via Tortona e dal quadrilatero della moda si sarebbero accorti che:

– a Milano gli spazi autogestiti dove si fa cultura, quella gratis e accessibile a tutti e non quella degli investimenti dei grandi sponsor, vengono sistematicamente sgomberati dalle forze dell’ordine, come è successo di recente ai collettivi Zip e Lambretta;

– a fronte delle speculazioni edilizie di City Life, dove un appartamento costa 10.000 euro al metro quadro, in città esiste una vera e propria emergenza abitativa, l’edilizia popolare cade a pezzi, e i progetti sociali che cercano di sopperire a tale emergenza come il residence sociale “aldo dice 26 X 1” vengono altrettanto sgomberati; a quanto pare gli sfrattati se ne fanno poco del fatto che il Bosco Verticale abbia “rimesso la città sulle mappe degli archilover globali”...

– nell’hinterland, nel frattempo, si moltiplicano gli incendi dolosi nei depositi di rifiuti, espressione del potere mafioso ben radicato sul territorio. È la “guerra dei rifiuti”, che negli ultimi 15 mesi in tutta la Lombardia ha visto almeno un incendio al mese, soprattutto nel milanese e nel pavese, e che fa della regione una terra dei fuochi al pari di altre zone d’Italia.

– chi abita l’Hinterland milanese (soprattutto le classi popolari costrette ad allontanarsi dalla città a causa degli affitti elevatissimi) subisce poi il degrado e l’inefficienza del sistema di trasporto di Rfi e Trenord, fatto di quotidiani ritardi, soppressioni e guasti, che rendono il pendolarismo in Lombardia una vera odissea, fino alle tragedie come quella di Pioltello, che ha visto il deragliamento di un treno e la morte di tre persone a causa delle condizioni pessime delle rotaie; ed è di ieri l’ennesimo guasto su un treno di Trenord, con i vagoni che si sono riempiti di fumo a causa di un guasto ai freni.

– Milano come centro della cultura digitale e della “condivisione di competenze per costruire il nuovo”; ma, dietro queste parole fumose, sharing economy a Milano vuol dire soprattutto lavoro sfruttato dei fattorini, che fanno consegne con paghe da fame e privi di qualsiasi tutela: la chiamano innovazione ma è caporalato digitale. Accanto a loro, ulteriori forme di lavoro precario come quella dei lavoratori della logistica, negli stabilimenti e centri di smistamento appena fuori dalla città; il modello EXPO del lavoro gratuito e degli stage; quella degli operatori sociali dei centri di accoglienza che affollano Milano e l’hinterland, pagati pochissimo con turni massacranti e che rischiano ora il posto di lavoro anche a causa della svolta securitaria di Salvini, con la chiusura del centro di accoglienza di via Corelli e la sua riconversione in un cpr. Sacche enormi di lavoratori precari uniti nella logica di sfruttamento del sistema delle cooperative e dei cambi di appalto.

– nonostante ATM sia in attivo di più di 39 milioni, è previsto da gennaio un rincaro di biglietti e abbonamenti.

– La creazione dell’”ambiziosissimo tecno park” in salsa americana è stata pensata al solo fine di coprire i buchi di bilancio lasciati dall’Expo e il trasferimento delle facoltà scientifiche della Statale in quell’area serve per rendere appetibili quei terreni alle grandi multinazionali che ci speculeranno; in ogni caso è un’operazione che va contro gli interessi degli studenti che si vedranno ridurre gli spazi a loro disposizione dai 220.000 metri quadri attuali di Città Studi a 150.000. Evidentemente la parte del leone nell’ambiziosissimo tecnopark la giocheranno le multinazionali e non l’Università Statale. E per quest’operazione scellerata di svendita dell’università pubblica lo stato sborserà 130 milioni di fondi europei. I finanziamenti alla ricerca vengono continuamente tagliati ma quando c’è da socializzare le perdite dell’Expo vuoi che non si trovino 130 milioni?

– Per quanto il PD locale si autoproclami aperto all’accoglienza e tollerante, in piazza a “dare un segnale contro il razzismo” ci va soltanto per opportunismo quando le politiche razziste le porta avanti Salvini e non quando sono targate Minniti, che del PD è uno dei fiori all’occhiello.

Al di là della retorica patinata, è questa la vicinanza di Milano all’Europa, che viene proclamata come modello da Repubblica: sacche enormi di lavoro precario, svendita delle istituzioni e dei servizi pubblici ai privati e una città che diventa sempre più a misura di ricchi, mentre i poveri se ne devono stare nelle periferie a prendersi le briciole (perché in effetti con il biglietto ATM a due euro forse non vale la pena andare fino in piazza Gae Aulenti per “sperare di incontrare i Ferragnez + pupo”). Nel frattempo, l’aria continua ad essere irrespirabile, a dispetto di car sharing e bike sharing tanto decantati, anche grazie alle guerre mafiose che si consumano nell’hinterland intorno alla questione rifiuti.

A fronte di tutto questo, il resoconto che ha premiato Milano come città più smart d’Italia parla della città come di “una realtà che fronteggia con determinazione le sfide ambientali e funzionali metropolitane e che ha saputo individuare nuove dinamiche di sviluppo economico”.

Ma a noi le “dinamiche di sviluppo economico” di Milano sembrano le stesse di tante altre parti d’Italia: l’intera città cannibalizzata dalla speculazione edilizia utile solo a pochi ricchi, le classi popolari esiliate nei quartieri dormitorio fuori città (ormai anche la periferia è diventata off limits) il servizio di trasporto pubblico che connette città e hinterland abbandonato all’incuria e al degrado; un centro dorato ed esclusivo che si autocompiace della propria “modernità”, mentre tutto il resto attorno va in malora: queste non sono dinamiche di sviluppo economico “nuove”, sono le tradizionali e vecchissime ricette di “sviluppo” che vengono proposte.

Ed è questo il modello di città che noi, come Potere al Popolo Milano, vogliamo combattere su tutti i fronti, prima di tutto smascherando le ipocrisie dei media e di presunte “agenzie di rating” delle città, a favore invece di politiche del lavoro, abitative, culturali e dei trasporti realmente al servizio degli interessi pubblici e non schiave della speculazione privata.

#riprendiamociquellocheènostro #poterealpopolo

Fonte

04/05/2018

La “sharing economy” e i nuovi orizzonti dello sfruttamento

Il 24 e il 25 aprile a Bruxelles sono stati organizzati, rispettivamente da Jeunes FGTB e dalla comunità degli antifascisti italiani in Belgio, due incontri che hanno portato al centro del dibattito la questione delle condizioni lavorative dei cosiddetti riders, i ciclo-fattorini che lavorano per le piattaforme digitali di consegna di cibo a domicilio (“food delivery”), come Foodora e Deliveroo.

Al giorno d’oggi, anche il mondo del lavoro è soggetto a trasformazioni continue alle quali il sistema ultra-rigido delle relazioni industriali non riesce a far fronte.

Infatti, la fine del modello fordista viene generalmente fatta risalire al periodo compreso tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 del secolo scorso. Alla crisi di quel modello concorsero una pluralità di fattori inerenti sia all’ambito prettamente economico sia alle sfere politiche, sociali e culturali: la saturazione del mercato di base dei beni industriali durevoli, gli shock petroliferi, l’aumento della concorrenza dei paesi di nuova industrializzazione con più basso costo del lavoro, l’introduzione di nuove tecnologie, la fine del regime dei cambi fissi e il conseguente aumento dell’instabilità sul mercato internazionale, l’esplosione della conflittualità sociale a partire dal ‘68. La peculiarità del sistema capitalistico, tuttavia, risiede proprio nella capacità di sfruttare a proprio favore gli elementi di rottura, e di riconfigurare la sua struttura in base a questi. È così che le istanze e le rivendicazioni portate avanti dai movimenti del ’68 sono state assorbite, rimaneggiate e rilanciate dal capitalismo anche in chiave economica. Depurate da concezioni politiche e rivendicazioni salariali, le critiche al sistema fordista si sono trasformate nelle nuove parole d’ordine dei luoghi di lavoro: pluralità dei compiti, diversificazione delle funzioni, flessibilità dell’orario di lavoro, autorealizzazione, creatività, mobilità del posto di lavoro. Questi elementi hanno contribuito alla trasformazione del sistema di produzione, ma anche delle condizioni contrattuali di ciascun lavoratore, le quali si sono sempre più diversificate le une dalle altre. Rendendo meno rigido il momento produttivo e aumentando la percezione di autorealizzazione personale, “il capitalismo sorto negli anni ’80, in rapporto a quello degli anni ’50, ha certamente aumentato il suo appeal”, come ha scritto Davide Gallo Lassere nel suo libro Contre la loi travail et son monde. Argent, précarité et mouvements sociaux.

Le parole chiave della nostra epoca sono flessibilizzazione ed economia della condivisione, o meglio flexecurity e sharing economy perché hanno un suono più gradevole dietro al quale, tuttavia, si celano più oscure verità.

Come ci spiega Yoann Jungling, della FGTB Liège e autore del libro Vivre à l’ère d’Uber et d’Atlas, entre progrès et régression, nell’incontro del 24 aprile, il “cooperativismo delle piattaforme” è ben diverso dal “capitalismo delle piattaforme”: il primo si basa sul principio della proprietà collettiva, il secondo sull’utilizzo, invece che sull’acquisto, di un bene o un servizio e genera profitto tramite lo sfruttamento dei lavoratori (ecco che ritorna la famosa “storiella” del plusvalore generato dal pluslavoro, mai così attuale).

Infatti, questo sistema fa passare per lavoratori autonomi quelli che sono in realtà dei lavoratori parasubordinati – una nuova categoria intermedia tra il lavoro autonomo e quello dipendente – e giustifica il rischio della privazione di tutele attraverso la libertà di scelta. Quante volte abbiamo sentito dire: “ma se non gli va bene può pure cambiare lavoro! Di lavoretti così se ne trovano tanti”. Siamo nell’era della gig economy. Il capitalismo delle piattaforme, infatti, mira ad offrire dei “lavoretti” che siano facilmente accessibili e flessibili, specie per gli studenti o i giovani lavoratori (non va dimenticato, infatti, che il costo degli studi e il numero dei lavoratori precari stanno aumentando vertiginosamente). Nella realtà dei fatti, però, in una condizione di forte crisi economica e di alto tasso di disoccupazione, questi lavoretti diventano sempre più l’unica attività di sussistenza dei lavoratori. Va poi aggiunto che questa tanto proclamata libertà di scelta costituisce un falso mito: nel caso di Deliveroo – ci spiegano i ragazzi del collettivo dei fattorini di Bruxelles (Collectif des coursier-e-s / KoeriersKollectief) all’incontro del 25 aprile – più un fattorino si assenta, meno possibilità avrà di lavorare poiché l’algoritmo registrerà le assenze e diminuirà progressivamente il numero di consegne da affidargli.

Dunque, dietro la retorica giornalistica dell’innovazione e delle nuove frontiere del lavoro, dietro i misteriosi termini inglesi che ormai hanno preso il sopravvento sul classico codice linguistico del mondo del lavoro (fatto già sperimentato in Italia con il Jobs Act renziano) e dietro i falsi miti della libertà, dell’indipendenza e dell’individuo imprenditore di sé stesso, non c’è altro che la solita vecchia divisione tra sfruttati e sfruttatori. Solo che ora è sempre più difficile individuare il padrone, poiché questo si nasconde dietro una distorta costruzione matematica: l’algoritmo, questa cosa sconosciuta, ma che non può che essere giusta e corretta perché così ci è stato ripetuto infinite volte fin dalle scuole elementari. Il fordismo sarà pure tramontato (in parte), ma ci troviamo in quello che Marta Fana ha chiamato, nell’incontro del 25 aprile, neo-taylorismo – o taylorismo digitale – in cui l’organizzazione scientifica del lavoro è gestita dalle macchine che controllano il lavoro e individuano il modo più efficiente e veloce (per produrre valore per l’impresa) di effettuare una determinata mansione.

Ma non solo. La forza degli sfruttatori sta anche nel turnover, nell’assenza di legislazione e di protezione sindacale, nella retribuzione a cottimo, nel continuo cambio degli statuti dei lavoratori. Sì, perché in Belgio i ciclo-fattorini di Deliveroo erano inizialmente pagati a ore; poi un giorno una mail improvvisa li avvertì che il loro status sarebbe cambiato di lì a poco trasformandoli in lavoratori indipendenti e che sarebbero stati pagati à la tâche. Chiunque si fosse rifiutato di accettare questi cambiamenti sarebbe stato eliminato dalla piattaforma. È in quel momento che un gruppo di ciclo-fattorini ha deciso di mettere insieme le forze per trovare delle strategie di lotta, come quelle dello sciopero ogni sabato o dell’occupazione della sede di Bruxelles. Stessa cosa in Italia dove i riders di Deliveroo Torino hanno deciso di occupare la sede italiana della piattaforma, che si trova a Milano, dopo che le richieste di dialogo con la controparte dirigenziale sono state più volte respinte dalla stessa. Inutile dire com’è finita: insulti, spinte e manganellate da parte della polizia antisommossa hanno in poco tempo messo fine all’occupazione. In entrambi i casi Deliveroo ha utilizzato come strategia mediatica quella di isolare il caso e dividere i lavoratori tra buoni e cattivi, screditando le proteste, criminalizzando i lavoratori in lotta e accusandoli di essere solo un piccolo gruppo di sovversivi.

Nel frattempo a Torino il Tribunale del lavoro ha respinto il ricorso dei sei rider di Foodora il cui rapporto di lavoro era stato interrotto poiché avevano preso parte alle mobilitazioni del 2016 in cui si rivendicava un più giusto trattamento economico e normativo. Secondo il tribunale, l’interruzione del rapporto di lavoro è da dichiarare legittima dal momento in cui manca il vincolo della subordinazione. I ciclo-fattorini sono, dunque, dei collaboratori autonomi, benché essi siano reperibili, monitorati e valutati in maniera costante e continuativa.

Questo non ha, però, scoraggiato i colleghi di Bologna, i quali sono riusciti ad arrivare ad un accordo con il Comune per l’istituzione di una “Carta dei diritti fondamentali del lavoro digitale nel contesto urbano”. Le pretese non sono alte: chiedono solo di lavorare in sicurezza con coperture assicurative, indennità in caso di maltempo, una paga minima oraria, la tutela della privacy e dei dati personali. Il minimo sindacale, dunque. Sì, perché nel 2018 c’è ancora chi è costretto a chiedere di essere riconosciuto come lavoratore (e non come un appassionato di ciclismo), di avere un monte ore garantito, un indennizzo per gli straordinari, una copertura assicurativa, un rimborso spese per gli oneri di mantenimento degli strumenti di lavoro e la fornitura di un’attrezzatura adeguata. Va ricordato, infatti, che la bici e il cellulare, principali strumenti dei riders, devono essere di proprietà del lavoratore, mentre la piattaforma fornisce solo gli zaini, per i quali spesso vengono trattenute delle percentuali sui “guadagni” dei fattorini. Come se non bastasse, alcune piattaforme, come UberEats, addebitano una somma di denaro, da loro definita “simbolica”, ai riders solo per il fatto che prestano i propri servizi all’impresa. Oltre al danno, la beffa!

La mancanza di legislazione e di regolamentazione di questo nuovo mondo del lavoro gioca tutto a favore delle piattaforme digitali che possono, oltre che spremere i lavoratori, prendere tempo per far in modo che la campagna mediatica da loro messa in campo possa giocare a loro favore nella formulazione delle future leggi. Sostenere, ad esempio, di apportare un aumento dei profitti nel settore della ristorazione, in un momento di grande crisi delle piccole e medie imprese, non può che essere visto di buon occhio dai nostri acuti governi. In realtà, neanche gli stessi ristoratori si rendono conto del potenziale pericolo che queste piattaforme rappresentano: “basti pensare – ci dice un ragazzo del collettivo dei riders di Bruxelles – che Deliveroo in Inghilterra sta cominciando a fare concorrenza ai ristoranti nella produzione stessa del cibo”.

C’è, però, chi non si vuole arrendere alle forti difficoltà di organizzazione delle lotte anche in un contesto di alto turnover e grande diversificazione degli status dei lavoratori. Ed è per questo che il 1° maggio è stata una giornata di rivendicazione dei diritti non solo dei lavoratori dipendenti, ma di tutti gli sfruttati: dagli studenti e dai migranti costretti a lavorare gratuitamente agli insegnanti precari, dai tirocinanti sottopagati ai lavoratori in part time involontario, dalle lavoratrici costrette a subire le ingiustizie e le disuguaglianze sul lavoro ai giovani che si arrangiano con mille e più lavoretti.

C’è poi chi attacca le piattaforme per vie legali e chi si rimbocca le maniche per mettere in piedi progetti alternativi, come delle piattaforme concorrenti a quelle che detengono il monopolio, ma che si basano sulla collettivizzazione dei mezzi di produzione (che in questo caso sono rappresentati dagli algoritmi) e non sullo sfruttamento dei lavoratori; o chi risponde alle grandi rigidità dei nostri sistema delle relazioni industriali e delle colluse confederazioni sindacali costruendo dal basso nuove organizzazioni sociali.

Dietro queste forme di “condivisione economica”, che fanno ormai parte del nostro quotidiano, si celano le nuove frontiere dello sfruttamento e di una società sempre più individualizzata ed egoista. Rompere con questo sistema significa riportare al centro del dibattito il valore della solidarietà tra gli oppressi.

Fonte

06/04/2018

“Uberizzazione”, ovvero l’evaporazione del lavoro (e le sue conseguenze)

Uberizzazione: Trasformazione di servizi e prestazioni lavorative continuativi, propri dell’economia tradizionale, in attività svolte soltanto su richiesta del consumatore o cliente, oppure adozione o imitazione del modello di attività economica caratteristico della multinazionale Uber.

Sono le definizioni che ad esempio il sito internet della Treccani, editrice del famoso vocabolario, propone rispetto ad un neologismo evidentemente ispirato ad uno dei più importanti protagonisti della cosiddetta sharing economy.

Parlare di uberizzazione oggi significa parlare di un fenomeno sociale di portata globale, tale da influenzare scelte di politica nazionale e sovranazionale relative al tema del lavoro.

Ad esempio, come non citare l’ex ministro Poletti, che nel corso di un convegno alla Luiss (eravamo a fine 2015) dichiarò: “Dovremmo immaginare contratti che non abbiano come unico riferimento l’ora-lavoro. L’ora di lavoro a fronte dei cambiamenti tecnologici è un attrezzo vecchio”.

Una bella dichiarazione di intenti, da parte di un ministro del lavoro.

L’idea di definire e quantificare la prestazione lavorativa in base al risultato, alla richiesta del consumatore/cliente, o – perché no – del datore di lavoro, è stata introdotta partendo dal principio della “disintermediazione”: eliminando intermediari, si ottimizza la realizzazione del servizio.

Un po’ la ragione d’essere di Uber: rispondere alla necessità di spostarsi da un punto A ad un punto B. Fine. Tutto il resto non conta.

E le caratteristiche professionali del conducente? L’elemento di garanzia della qualità del servizio? Le garanzie, anche legali, di sicurezza? Tutto secondario. Tralasciando ovviamente – ormai orpello novecentesco! – le condizioni del lavoratore sotto tutti i punti di vista (salario, orari, stress).

Caratteristica tipica, in generale, della sharing economy: “socializzare” competenze, conoscenze, addirittura beni immobili (airbnb) garantendo da un lato la soddisfazione di un'esigenza da parte del consumatore, dall’altro l’ottenimento di un compenso/reddito (assolutamente occasionale) da parte dell’improvvisato imprenditore/datore di lavoro (spesso di se stesso).

Chi scrive ha vissuto in prima persona l’esperienza di “albergatore occasionale” – il precariato e la disoccupazione sono cause pressoché perfette di diffusione degli strumenti della sharing economy – e la consapevolezza dell’estrema volatilità del rapporto cliente/venditore (e lavoratore) è assolutamente chiara.

La convinzione di essere finalmente artefici del proprio destino professionale, di essere tutti potenziali imprenditori sostanzialmente di sé stessi, è il volano di un sistema economico che in realtà ha come primo risultato quello di molecolizzare l’attività lavorativa, dinamicizzarla rendendola liquida e – cosa più importante – abbattere costi e massimizzare profitti (come sempre).

Eh si, perché se abbandoniamo la retorica del “tutti siamo imprenditori”, dell’“ottimizzazione del rapporto tra domanda ed offerta” e dei vantaggi offerti dalla disintermediazione, quando parliamo di Uber – ad esempio – parliamo di una multinazionale valutata 48 miliardi di dollari nel 2017 che opera in 77 nazioni nel mondo. Non male, no?

Ormai il termine – ed il concetto – di “Uberizzazione” è diventato mediaticamente abbastanza diffuso, abbracciando fattispecie anche diverse tra loro, ma riconducibili tutte a questo nuovo paradigma di lavoro liquido, più rivolto all’ottenimento di un risultato che al classico rapporto tempo/lavoro che determina poi anche il salario.

Una recente inchiesta di un giornale online francese, Mediapart, approfondisce il concetto di Uberisation attraverso esempi pratici, tra i quali ad esempio inserisce anche Amazon e la sua gestione del lavoro e dei lavoratori. In questo caso il modello non è esattamente quello che viene in mente pensando ad Uber o ad Airbnb: nel caso della multinazionale di Jeff Bezos – ascoltando le testimonianza di molti lavoratori – il modello di riferimento appare quello classico della “catena di montaggio” in cui l’operaio ha il tempo contingentato e calcolato per ogni operazione, e guai a sgarrare. Insomma, nuove e vecchie usanze, tutte buone per fare profitto sulla pelle del lavoratore.

Fonte

16/03/2017

Metto una penna tra il cucchiaino e la fionda

Primi spunti di riflessione tra lavoro, reddito e innovazione tecnologica

Di recente, ho riscontrato in un articolo una stimolante analisi sul mercato del lavoro e sulle condizioni dei lavoratori, proprio relazionando i termini che indico nel titolo.

Vorrei provare ad aggiungere alcune riflessioni, portando anche la mia specifica visuale di operatore del diritto vivente. Cioè di quel diritto che tanto risente della situazione generale del Paese e anche dello Stato dei rapporti sociali.

Preciso che si tratta di brevi note che mi riprometto di sviluppare ulteriormente.

L’intervento di una sempre più svelta innovazione tecnologica provocata dalla digitalizzazione dei processi produttivi rappresenta un fatto.

Ma vorrei discutere su come questi processi stiano impattando e impatteranno nel futuro prossimo, e quali siano le azioni da compiere di conseguenza.

Mi preoccupano, infatti, le due polarità di impostazione della tematica che si stanno imponendo nel dibattito pubblico.

Da una parte, vi è l’idea che le nuove tecnologie impongano di per sé, quale alternativa alla disoccupazione di massa, la flessibilizzazione in entrata e in uscita del rapporto di lavoro. E su questa premessa che hanno trovato giustificazione gli interventi normativi degli ultimi 20 anni, dal Pacchetto Treu in poi.

Dall’altra, vi è la tendenza a ritenere che la digitalizzazione dei processi produttivi e l’intervento dell’intelligenza artificiale porteranno alla “fine del lavoro” con la conseguenza di dover adottare interventi che producano effetti, piuttosto che all’interno del rapporto di lavoro, al suo esterno, sul fronte del sostegno al reddito dei disoccupati.

L’articolo che ho citato – e che consiglio di leggere – evidenziava un primo limite di entrambe le impostazioni: tacciono su cosa e come produrre beni e servizi, negando, quindi, la presa di parola dei lavoratori (ma anche dei cittadini) sul punto.

L’altro limite, che mi preme evidenziare nell’economia di queste brevi note, sta nel fatto che entrambe le impostazioni rimuovono ogni analisi su come la digitalizzazione dei processi produttivi venga attualmente impiegata dal sistema delle grandi imprese sotto il profilo dei rapporti di lavoro.

Taluno non vede, qualche altro ingenuamente ignora, come le tecnologie vengano impiegate per perpetrare il processo della “fuga del datore di lavoro”.

Parlo della frammentazione del ciclo produttivo da parte dell’imprenditore al fine di utilizzare le prestazioni di lavoro senza doverne garantire i correlativi diritti.

Questo fenomeno nella sua forma più acuta si presenta come caporalato, ora nelle sue rappresentazioni più classiche nel lavoro agricolo e stagionale2, ora nel fenomeno dei processi di esternalizzazione e di appalto3.

Ma rientrano, a mio parere, nella stessa figura anche tutte le ipotesi di lavoro autonomo mono-committente, siano esso forme di subordinazione falsamente qualificate come rapporti di lavoro autonomo, siano rapporti di lavoro in cui il prestatore gode effettivamente di una autonomia nella gestione del proprio incarico.

Si è comunque alla presenza, per così dire, di una “subordinazione sostanziale”, ovverosia della dipendenza economica nei confronti del datore di lavoro, dove l’imprenditore non si addossa alcun onere connesso alla relazione con il lavoratore, vestendo le finte spoglie di una parte in un rapporto tra pari.

E’ utile precisare che il fenomeno della fuga del datore, così come lo ho descritto, riguarda un numero rilevante dei giudizi presso il Tribunale del Lavoro, dove la difesa del datore di lavoro convenuto in giudizio consiste proprio nel fuggire dal rapporto di lavoro eccependo, ora la presenza di un soggetto–cooperativa, società di somministrazione, appaltatore–individuato come reale datore di lavoro (e magari estinto nel frattempo), ora l’assenza di un effettivo datore di lavoro rivendicando la natura autonoma del rapporto e la posizione paritaria delle parti.

Quasi ogni giorno inseguo un padrone che scappa.

Ebbene, anche le nuove tecnologie di frequente vengono impiegate per tale, non accettabile, obiettivo.

Si prenda l’esempio del fenomeno Uber, la nota piattaforma digitale che mette in contatto nella sola gran Bretagna 2 milioni passeggeri e 40.000 drivers, menzionata dai mezzi di informazione soprattutto per la forte contrarietà da parte dei tassisti.

Le corporation che gestiscono Uber, narrano il fenomeno come un’avanguardia della Share Economy.

Ma la realtà è una altra, ed è già stata affrontata dalla Giurisprudenza in Europa.

Infatti, di recente, il Tribunale del Lavoro di Londra (Employment Tribunals case nos: 2202550/2015) si è occupato della questione della qualificazione dell’attività svolta dai Drivers.

In quella sede, i difensori delle Corporation presentavano l’attività imprenditoriale svolta da Uber quale fornitura di un moderno software in grado mettere velocemente ed efficacemente in relazione le persone e il profitto ricavato come corrispettivo della mediazione.

Di conseguenza, le corporation negavano di usufruire di prestazioni da parte dei Drivers ma anzi sottolineavano come fossero questi ultimi a ricevere da Uber un’opportunità di crescita economica e professionale (“Uber provides the drivers with business opportunities”).

Ebbene, il Tribunale di Londra ha ricostruito l’intelaiatura di rapporti giuridici attivati attraverso Uber, precisando che si è alla presenza di un’azienda di trasporti di persone (“Uber does not simply sell software: it sells rides”) presso cui i Drivers lavorano (“the organisation runs a transportation business an employs the driver to that end”).

Da qui il riconoscimento della natura di Worker – ovverosia la figura intermedia tra lavoratore subordinato (employee) e lavoratore autonomo (self-employed) esistente nell’ordinamento britannico – dei drivers.

Non è questa la sede per trattare quale sarebbe la giusta dose di diritti da riconoscere alle diverse tipologie lavorative, tema peraltro centrale.

Il punto che intendo fare emergere in queste brevi note è un altro: è chiaro che le corporation che gestiscono Uber hanno scelto di usare la tecnologia a disposizione per impiegare prestazioni di lavoro senza riconoscerle come tali all’interno di un’azienda – tendenzialmente monopolistica – di trasporti di persone.

Intendo dire che l’innovazione tecnologica non è neutra rispetto alle relazioni sociali in cui si inserisce, e quando viene impiegata per accentuare la precarizzazione dei rapporti di lavoro, ciò non va imputato alla tecnologia impiegata, ma all’uso che se ne fa.

Dunque, se è innegabile che, come sempre è avvenuto nella storia, il lavoro sia sottoposto a cambiamenti (di cui è utile trattare), la negazione della natura di lavoro delle nuove prestazioni – e il presagire la scomparsa del lavoro – pare essere una nuova pagina del tentativo di ridurre i diritti di chi lavora.

Del resto, appare verosimile che con l’innovazione, se impiegata nel verso dell’interesse generale, “il contesto sarà caratterizzato dalla creatività e dalla innovazione” e “il ruolo della tecnologia sarà fondamentale per migliorare la qualità del lavoro”4 , rendendo possibile ridurre l’orario di lavoro.

E quindi proprio l’impiego delle tecnologie per negare i diritti dei lavoratori imporrebbe a un legislatore con a cuore l’interesse pubblico non, come si è fatto negli ultimi anni e da ultimo con il Jobs act, interventi normativi volti ad assecondare questo processo ma, al contrario, per contrastarlo.

Note
1 Marta Fana e Simone Fana, Lavoro e reddito: una questione di produzione!, in contropiano.org

2 Sull’impostazione della tematica, vedi Maria Grazia Vivarelli, il caporalato: problemi e prospettive, in Foro amm. TAR, fasc.10, 2008, pag. 2917 e per la analisi delle recenti modifiche A. Brunetti, Siamo uomini o caporali? Il nuovo art. 603 bis c.p.,in www.lavorovivo.org;

3 Vedi R. Del Punta, Le Molte Vite Del Divieto Di Interposizione Nel Rapporto Di Lavoro, Di in Riv. it. dir. lav., fasc.2, 2008, pag. 129

4 Riporto delle citazioni dell’intervento di Diego De Masi nel convegno “LAVORO 2025, COME EVOLVERÀ IL LAVORO NEL PROSSIMO DECENNIO” tenutosi il 18 e 19 gennaio del 2017 e organizzato dal gruppo cinque stelle della commissione lavoro nella sessione tecnologie e lavoro.

Fonte

27/02/2017

Sharing economy, il Medioevo ipeteconologico

Togliamoci dai piedi quanti cacciano uno strilletto entusiasta ogni volta che si affaccia una nuova tecnologia, di modo che il rumore non ci distragga da quanto dobbiamo intanto vedere, misurare, analizzare e infine capire. Togliamoci insomma dai piedi tutti quelli che ammanniscono una versione "colta" dell’istinto da gregge caratteristico di quanti fanno la fila per comprare l’ultimo modello della cosa che hanno già in tasca.

La sharing economy è stata fin qui, probabilmente, il tema più sfruttato da questi pubblicitari (forse) involontari del capitalismo reale: condividere un bene privato, farne fonte di utilità comune, guadagnarci entrambi qualcosa (io che lo metto a disposizione in termini di reddito, colui che lo usa in termini di risparmio)... cosa ci potrebbe essere di più progressista, evolutivo, quasi comunista?

Quel che scompare in questa immagine idilliaca (e falsificata) della sharing economy è il terzo soggetto, quello che non condivide proprio nulla e anzi prende da entrambi i “condivisori”: il proprietario della piattaforma che mette in comunicazione proprietario stabile e consumatore occasionale, aggirando ogni regolazione del mercato esistente (norme di sicurezza, salario, tasse, ecc).

Diciamolo subito: una reale e generalizzata condivisione dei beni (automobile, casa sfitta o temporaneamente vuota, fino al cibo cucinato e via immaginando) avrebbe colossali ricadute positive sullo stile di vita dell’umanità intera, con sostanziale riduzione della produzione di merci e di tutte le conseguenze a contorno (uso delle risorse non riproducibili, spreco, inquinamento, ecc). Le metropoli, solo per dirne una, diventerebbe luoghi più vivibili se il traffico automobilistico fosse drasticamente ridotto, se ogni automobile viaggiasse quasi piena. Il numero di abitazioni necessarie crollerebbe se quasi nessun appartamento fosse mai vuoto. La quantità di mobili, elettrodomestici, pentolame, ecc, sarebbe una frazione dell’attuale. Le relazioni sociali sarebbero meno stranianti se si cenasse quasi ogni giorno con altri, sconosciuti e sempre nuovi. E i costi complessivi scenderebbero in misura altrettanto drastica.

L’intoppo è tutto nella proprietà privata dei mezzi di produzione, distribuzione, circolazione e quindi anche di condivisione. Un intoppo che perverte il possibile in impossibile, il sufficiente in scarso, il benessere di tutti in povertà della maggioranza assoluta.

Il caso della sharing economy, per le numerose connessioni teoriche di questo modello di business, ha costretto persino un analista da quotidiani finanziari (Guido Salerno Aletta, su Milano Finanza) ad affrontare di petto il nodo principale, inducendolo a titolare il suo articolo La socializzazione dei beni del proletariato. Il capitalismo non sa più dove prendere quote di profitto, e le cerca in quello che ci ha già venduto (che dunque ha chiuso il ciclo dalla valorizzazione), chiedendoci anche del lavoro supplementare.

Clienti e “produttori” di questa sfera economica sono infatti quasi esclusivamente consumatori poveri, al massimo ceto medio che si va impoverendo. Gente costretta a cavar fuori qualche spicciolo in più da quel che ha già (auto, casa, capacità culinarie, ecc, in condizioni ovviamente tali da non provocare rifiuto nel potenziale “cliente”; insomma, un "usato presentabile") e gente che deve risparmiare molto sulle proprie necessità (spostamenti, abitazione, ecc.), per lavoro o per vacanza. Quel che si fa gratis tra amici, diventa a pagamento tra sconosciuti...

Il caso di partenza è naturalmente rappresentato dalla dura protesta dei tassisti, che ha messo davanti agli occhi di tutti una linea evolutiva del capitale che diventa socialmente devastante grazie alla virtù principale del capitalismo: lo sviluppo tecnologico accelerato.

La conclusione a cui giunge Aletta può risultare sorprendente, ma ha certamente molte ragioni:
Mentre tra i comuni mortali trionfa la deprofessionalizzazione, la deidentificazione e la decostruzione organizzativa, l’apice opposto diviene sempre più concentrato, stabile e pervasivo: feudalesimo, duro e puro.
Com’è possibile che l’avanzamento tecnologico produca un ritorno al Medioevo? Bisogna smettere di farsi distrarre dall’oggetto (la tecnologia, appunto) e concentrarsi sulle relazioni sociali generate dall’intreccio tra modo di produzione capitalistico e tecnologia. Sono questi rapporti sociali ad essere rimodellati (quasi) nei termini del mondo medioevale:
Oggi, in un assetto capitalistico e di libertà d’impresa, con la sharing economy tutto ciò che è privato, esclusivo ed individuale ritorna ad essere messo in comune, attraverso i nuovi strumenti di infeudamento rappresentati dalle piattaforme informatiche che organizzano le relazioni, dalle regole inviolabili alle pretese economiche, misurate in percentuale sul valore della prestazione o del lavoro svolto. E’ una forma di mezzadria esercitata addirittura sul bene altrui, una gabella, tale e quale quella pretesa dalla aristocrazia terriera di una volta.
E siamo al punto. Nella sharing economy capitalistica il mezzo di produzione è rappresentato dalla piattaforma che mette in rapporto, a livello mondiale, chi ha un bene da affittare e chi ha bisogno temporaneamente di quel bene. Più precisamente, quella piattaforma non produce alcun bene. È una struttura di informazione che lucra sulla reciproca non conoscenza tra i soggetti interessati (esattamente come le piattaforme per appuntamenti!), esigendo una percentuale arbitrariamente fissata. Persino le informazioni non sono prodotte dal gestore della piattaforma, ma dall'affittuario (numeri di telefono, mail, foto del bene, ecc.). In questo senso, ha molto in comune con il signore medioevale, che pretendeva lavoro e una percentuale del prodotto su terreni formalmente “in comune”, sottoposti però al proprio controllo militare.

Ma il progresso tecnologico non passa invano. Dunque la tragica relazione medioevale tra signore e servo non si ripete come farsa contemporanea. Per un verso i “signori delle piattaforme” sono infinitamente meno numerosi e fantascientificamente più irraggiungibili. Il loro potere non si fonda sulla forza ma sulla connessione: se te la taglio, tu perdi l’utilizzabilità del tuo bene come fonte di reddito e tu l’opportunità di godere a un prezzo inferiore a quello praticato sul “mercato regolato”, secondo le leggi dei singoli Stati. Teoricamente, la concorrenza tra “signori delle piattaforme” potrebbe produrre alternative sullo stesso terreno (auto, casa, ecc.), dunque prezzi ancora più bassi (probabilmente non più tali da incentivare all'affitto temporaneo); nella pratica, è facile vedere una tendenza al monopolio mondiale (uno per l’auto in metropoli, uno per gli spostamenti a medio lunga percorrenza, uno per le case, uno per i b&b, ecc.), appena limitato da altri monopoli territorializzati decisi da uno Stato (la Cina o l’India, per esempio).

La sharing economy, insomma, si comporta come una gestione semi-ottimale dei consumi individuali, a valle delle fasi di produzione, circolazione e vendita; in forma insomma privatistica e parassitaria (beni e soldi implicati nello scambio sono di altri, non delle piattaforme). Ha dunque conseguenze sistemiche oggettive – involontarie – definibili come deflazionistiche, perché riducono la quantità di beni che diventa indispensabile acquistare, dunque anche gli ordinativi futuri. Meno auto, meno case (hai voglia a costruire stadi, imbecille!), meno letti, meno armadi, meno pentole...

Sia detto solo per accenno, ma questa spinta deflazionistica, di oggettiva decrescita, si manifesta e si esercita nello stesso momento in cui le tecnologie dell’automazione produttiva stanno investendo tutti i comparti dell’economia globale. Centinaia di milioni di posti di lavoro sono già stati cancellati o stanno per esserlo (50 milioni solo in Europa, nei prossimi 8 anni).

Allacciate le cinture, perché da questo mondo proprio non potete esodare...

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La socializzazione dei beni del proletariato

Guido Salerno Aletta
da Milano Finanza, 25/02/2017

C’è una ombra minacciosa che incombe stavolta sui tassisti, e che scompiglia il campo anche tra i fautori delle liberalizzazioni: l’irrompere delle piattaforme della sharing economy. Per ora l’hanno scampata. Ai tempi del governo Monti, il problema era rappresentato solo dal numero eccessivamente esiguo delle licenze.

La diga degli strumenti amministrativi di regolazione del mercato, sembrava franare per via di un emendamento parlamentare al consueto decreto-legge milleproroghe: di qui la rivolta. C’è stato un accomodamento: insieme alla nuova normativa volta ad impedire pratiche di esercizio abusivo del servizio di taxi e del servizio noleggio con conducente (NCC), si continueranno a contrastare anche i comportamenti “comunque non rispondenti ai principi ordinamentali che regolano la materia”. Così recita testualmente l’accordo siglato tra le organizzazioni rappresentative delle categorie ed il Ministero delle infrastrutture.

In pratica, si dovrebbe vietare ancora il comportamento di coloro che, usando la propria automobile e con il supporto di una piattaforma informatica e di telecomunicazioni che mette in contatto domanda ed offerta di trasporto di persone, una normalissima app scaricabile su tutti gli smartphone, si mettono a fare i “tassisti fai da te”: dove, come e quando vogliono.

Non è più, semplicisticamente, una guerra che vede vincenti i pochi privilegiati tassisti, e perdenti i consumatori, a cui verrebbero estorte tariffe molto più elevate rispetto al prezzo di mercato cui si tenderebbe se venisse rilasciato un numero maggiore di licenze. Premono sul mercato i tanti privati che hanno a disposizione una automobile e sono disponibili ad offrire il servizio ad un prezzo notevolmente più basso, utilizzando una delle tante piattaforme già diffusissime su internet.

Si ripropone, in forma molto diversa dal passato, quello che è stato per anni il vantaggio competitivo dei radiotaxi rispetto ai conducenti che attendevano il cliente o la chiamata telefonica alla colonnina istallata nei posti di stazionamento. Allora, il conflitto era tutto interno alla categoria, visto che la tecnologia avvantaggiava i radiotaxi: potevano accettare un nuovo servizio mentre erano impegnati a concludere un’altra corsa, o comunque transitavano nelle vicinanze. Stavolta il passaggio è dirompente, perché la tecnologia apre l’offerta del servizio anche a coloro che non hanno alcuna licenza, ma sono semplici privati che si rendono disponibili per l’occasione.

La sharing economy è un fenomeno che travalica il semplice utilizzo delle tecnologie, poiché modifica i rapporti tra produttori e consumatori, associando i consumatori tra di loro, ovvero trasformandoli temporaneamente in nuovi produttori.

Il fenomeno dilaga: dal trasporto urbano in alternativa al taxi, alla ospitalità domestica in alternativa agli alberghi, fino alla preparazione dei pasti in casa che sostituisce la ristorazione tradizionale. Mettere in affitto il proprio appartamento quando si va in vacanza, o comunque qualche camera con una certa continuità, ovvero rendersi disponibili nel tempo libero per condurre una persona da un posto all’altro con la propria auto, ovvero preparare nella propria cucina un pranzo a pagamento, implica la messa a disposizione sul mercato di un bene, di una attività o di un tempo altrimenti destinato alla fruizione esclusivamente personale, familiare, o al più amicale.

Ciò comporta la formazione a livello sociale di un nuovo capitale produttivo attraverso la semplice trasformazione della destinazione d’uso di ciò che in precedenza aveva una funzione privata, creando una offerta sul mercato ulteriore rispetto a quella tradizionale. Stavolta, anche un atteggiamento luddista è impraticabile, perché non c’è un telaio automatico che sostituisce il lavoro, ma l’irrompere sul mercato, attraverso piattaforme su internet, di una nuova offerta di lavoro e di servizi tendenzialmente sterminata.

Si ripropone, all’inverso, il processo che portò alla formazione della proprietà privata, con la rivoluzione inglese e francese, attraverso la eliminazione del sistema medievale basato sulle terre comuni e sul lavoro servile a favore del feudatario. Allora si rivendicò la proprietà individuale della terra, che rappresentava la principale condizione della produzione insieme al lavoro umano, come strumento di indipendenza economica e quindi libertà effettiva. Oggi, in un assetto capitalistico e di libertà d’impresa, con la sharing economy tutto ciò che è privato, esclusivo ed individuale ritorna ad essere messo in comune, attraverso i nuovi strumenti di infeudamento rappresentati dalle piattaforme informatiche che organizzano le relazioni, dalle regole inviolabili alle pretese economiche, misurate in percentuale sul valore della prestazione o del lavoro svolto. E’ una forma di mezzadria esercitata addirittura sul bene altrui, una gabella, tale e quale quella pretesa dalla aristocrazia terriera di una volta. La piattaforma funziona solo se una intera comunità accetta: l’impoverimento della classe media, con l’abbandono del consumismo individualista a favore della più frugale fruizione collettiva, è dunque la condizione indispensabile che porta a far attecchire questo nuovo paradigma. Mentre tra i comuni mortali trionfa la deprofessionalizzazione, la deidentificazione e la decostruzione organizzativa, l’apice opposto diviene sempre più concentrato, stabile e pervasivo: feudalesimo, duro e puro.

Per fornire servizi affidabili, le “piattaforme” devono imporre controlli, effettuare verifiche, stabilire condizioni. Non c’è nulla di democratico, né di solidale, né tanto meno di equo in queste nuove forme di organizzazione oligopolistica del mercato, sempre più pervasive, prepotenti ed irrispettose di qualsiasi regola. E, quel che è peggio, viene meno la distinzione ancora più fondamentale ed antica, tra i tempi di vita e di lavoro, tra otium e negotium. Questo processo si innerva nella stagnazione, con la caduta dei redditi, dei consumi e dei traffici, che riporta come già nel Medio Evo alla creazione di sistemi di potere basati sullo scambio tra sottomissione e beneficio, rispetto a cui ogni altra regola civile è recessiva.

Siamo dunque alla terza fase della trasformazione di internet. Già le piattaforme di ricerca di informazioni, dove il denaro non circola a ritroso rispetto alla fornitura del servizio reso, come avviene in ogni circuito economico ordinato, hanno sconvolto il mondo dell’informazione e dell’editoria, tuttora senza modelli di business sostenibili. Siamo passati poi alle piattaforme di e-commerce che stanno cambiando completamente il modo con cui si distribuisce e si produce. Emergono ora le piattaforme della sharing economy, che cambiano il modo in cui beni e servizi vengono offerti e acquistati, in cui produttori e consumatori si scambiano continuamente ruolo ed identità. Pochi grandi gruppi hanno ormai in mano segmenti interi della vita della popolazione mondiale, con una progressione inscalfibile basata sul modello di business in cui “paga la terza parte e comunque si risparmia”.

Le tensioni di piazza di questi giorni, con i taxi fermi e qualche tafferuglio, sono il segnale di come una vicenda tanto nota, quanto trascurata, possa essere strumentalizzata politicamente, scompigliando priorità e piattaforme programmatiche.

C’è un unico principio, ora, che occorre ristabilire, anche nella web economy: il rispetto delle normative che disciplinano l’accesso al mercato, la fornitura dei servizi corrispondendo il giusto compenso a chi ha la titolarità dei diritti, il rigore della fiscalità. Non si possono chiedere da una parte sempre più controlli sanitari e di igiene nei ristoranti, e lamentarsi se non rilasciano la ricevuta fiscale, per poi lasciare che fiorisca il mercato parallelo delle trattorie domestiche. Lo stesso vale per gli alberghi, che sono imprese soggette alla fiscalità generale ed alla esazione di tributi speciali, come la tassa di soggiorno: chi fa concorrenza, mettendo a disposizione la propria casa, offre un prezzo assai vantaggioso perché non ha né oneri organizzativi, né fiscali. Nel frattempo, le piattaforma di servizio macinano utili a miliardi, pagando le imposte dove fa più comodo, come constatiamo tutti i giorni, con le fatture delle compagnie aeree low cost, delle società di autonoleggio, e di qualche produttore di smartphone che vengono emesse comunque in Irlanda. Con il risultato che il pil di Dublino cresce ed a Roma la cassa del fisco si svuota.

Ogni arretramento è fatale, irreversibile, come si è visto nel settore dell’editoria: il problema non è solo economico, per il mancato pagamento del giusto compenso agli editori ed agli autori che porta al fallimento di un’intera industria. Emergono con sempre maggiore frequenza le polemiche sulla post-verità, e la preoccupazione sulla diffusione delle notizie false e su quelle verosimili.

O c’è il rispetto delle regole da parte di tutti, quelle fiscali in primo luogo, o subentra la prepotenza del mercato, con i feudatari del web che distruggono le forme organizzate della produzione e ci riportano al feudalesimo. Cominciando ad attaccare le categorie professionali che vengono considerate privilegiate, un passo alla volta.

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Scèringhecònomi

Dopo avere letto l'articolo di un giovane lettore su Uber e sharing economy in cui mi si cita, ho voluto aggiungere due parole pedanti sul tema, che propongo nel seguito ai lettori.

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Il dibattito sulla sharing economy si rappresenta mediaticamente lungo l'asse dialettico vecchio-nuovo, conservazione-rivoluzione, paura-sfida. I critici di questo modello sarebbero arroccati e impauriti, nemici del futuro. L'idea della novità è prima di tutto nel nome, dove un rodato processo di ridenominazione esterofila innesca una percezione di progresso legata al doppio filo della presunta arretratezza nazionale e della presunta modernità angloamericana. È poi nell'elemento telematico, il web che ancora a distanza di vent'anni mantiene viva l'aspettativa di una rivoluzione antropologica di cui non si ha traccia. È infine in una più generale e mai sopita speranza di adattare i modi di produzione alle politiche macroeconomiche in corso, di trovare una quadra che possa avverarne le promesse di benessere e che ci salvi dall'umiliazione di rinnegarle e di rinnegare, con esse, un investimento politico e ideale che ha conquistato i cuori dei più.

Sicché non stupisce che la sharing economy susciti la simpatia dei consumatori. Stupisce invece, e anzi suscita pena, che tra i suoi cantori più infoiati si annoverino anche accademici ed economisti. Al di là delle esigenze di marketing, dove tutto ha da proporsi nei panni del nuovo per meritare la dignità del mercato, dove starebbe la novità? Economicamente si tratta di un'operazione di abbattimento dei prezzi via abbattimento dei costi. Nell'estendere l'attività di trasporto di persone a chiunque possegga un'automobile (Uber, blablacar) e alberghiera a chiunque abbia una casa o una camera da letto (Airbnb) si monetizza lo scarto regolatorio tra settori professionali e non professionali. Tutto qui. Si investe cioè sul principio che ciascuno a casa propria, sulla propria automobile e forse domani nella propria cucina (airrestaurant.com?) o con la propria cassetta dei farmaci (airhospital.com?) possa più o meno fare quel che gli pare, mentre se decide di offrire quei servizi ad altri, a pagamento, debba soddisfare certi requisiti.

È certo possibile che alcune regolazioni siano eccessive, infondate o anche vessatorie. O che siano legate al passato. In quei casi andrebbero cambiate. Ma la loro ratio fondamentale e al di là delle applicazioni particolari è quella di estendere garanzie e standard di qualità non negoziabili a tutti e non solo a chi se li può permettere. Quegli standard sono poi la linea del fronte tra paesi sviluppati e terzo e quarto mondo, dove pure si possono affittare elicotteri e limousine mentre la popolazione viaggia sui carretti per un soldo arrugginito, e dove si può soggiornare nei resort a cinque o più stelle mentre la popolazione dorme negli slum. Ecco il progresso. Se una casa Airbnb costa meno è perché, ad esempio, non deve avere l'impianto antincendio di un albergo. Ciò che non si riceve in sicurezza lo si risparmia in quattrini, eventualmente lo si baratta con una vasca idromassaggio o un pianoforte a coda in soggiorno. Ecco la rivoluzione virtuosa. Se poi – udite udite – un esercizio paga meno tasse, può praticare prezzi più bassi. Ecco l'innovazione. È un gioco a somma zero: tanto ti tolgo, tanto ti do. Con anzi un possibile retrogusto di impoverimento medio, come osserva il mio lettore: di chi compra, che rinuncia alla ricchezza reale di determinate tutele in cambio di un piccolo risparmio monetario, cioè virtuale, e di chi vende, che rinuncia al pieno godimento di un bene per non doverlo cedere. Un'alternativa – o un'anticamera – soffice all'ipoteca e alla liquidazione.

Resta naturalmente un punto irrisolto. Se il vantaggio regolatorio e fiscale della sharing economy poggia sulla natura non lucrativa delle attività coinvolte, la loro professionalizzazione implica un cambio di statuto che non può non abbattersi su quel vantaggio. Se e quando i tassisti saranno messi in minoranza dai volenterosi part-timer di Uber, per quale fantasiosa ragione l'erario non dovrebbe recuperare il mancato gettito aggredendo i ricavi dei secondi? E per quale misteriosa mutazione un regolatore feroce e opprimente con gli uni diventerebbe mite ed etereo con gli altri? Ai ragliatori della deregolamentazione dispiacerebbe sapere che tra le grandi città che hanno pesantemente normato e limitato l'home sharing si annoverano già noti ricettacoli di marxisti come San Francisco, New York, Londra e Amsterdam. E che in Inghilterra le toghe rosse (red gowns) hanno recentemente obbligato Uber ad applicare i minimi salariali riconoscendone l'implicito ruolo di datore di lavoro. E che il servizio è addirittura interdetto in una lunga serie di oasi comuniste e tecnologicamente arretrate come Texas, Alaska, Nevada, Paesi Bassi, Finlandia, Sud Corea, Vancouver (Canada), Queensland (Australia), Barcellona, Francoforte e altri.

Ma se anche riuscissero a ragliare così forte da indurre le amministrazioni ad allentare la morsa regolatoria che protegge cittadini e lavoratori (ipotesi perfettamente in linea con lo Zeitgeist), nulla potrebbero contro il backlash regolatorio auspicato proprio dai nuovi entrati. Perché questo sfugge sempre ai detti ragliatori: che la regolazione è un profondo fossato che circonda e protegge i mercati. E che la sospensione delle regole coincide con un furtivo abbassamento del ponte levatoio sì da consentire l'ingresso degli assedianti, dopodiché saranno questi ultimi, impadronitisi della fortezza, a sbarrare in tutta fretta gli accessi per escludere la concorrenza. In questa strategia di attacco la sharing economy vuole essere il cavallo di Troia, il dono di un (finto) risparmio da pochi euro per spalancare mercati da miliardi. Poi le nuove regole, cioè i nuovi fossati, saranno naturalmente informate alla tutela dei vincitori, secondo un pattern già illustrato su questo blog a proposito di tutt'altro servizio, la distribuzione del gas naturale. Lì la liberalizzazione serviva a scalzare il monopolio pubblico per aprire la strada al monopolio privato, mentre la concomitante regolazione provvedeva a blindare il vantaggio finanziario dei nuovi monopolizzanti.

Per finire vogliamo spendere una parola sul concetto di sharing, di condivisione che presta il nome a questa rivoluzione nominale. Sul piano giuridico ed economico la qualifica è irrilevante. Chi presta un bene dietro compenso lo affitta, chi lo utilizza per vendere un servizio lo sfrutta. In entrambi i casi non condivide un bel niente. La scelta del lessico intende piuttosto capitalizzare una prossimità semantica con le costellazioni valoriali in cui gravitano socialità, generosità e apertura all'altro, ma anche ottimizzazione delle risorse e rinuncia ai lussi individuali per il bene di tutti. Quella del cum-dividere è un'azione collettiva, un antidoto all'egoismo e all'ingordigia dei singoli che strizza l'occhio alla sinistra ecologica e comunitaria, ai decrescisti, ai democratici dal basso. Purtroppo nei fatti sembra però accadere il contrario, che quella piramide si manifesti piuttosto come una confluenza dalla base al vertice, dall'imprenditorialità diffusa dei tassisti, delle compagnie di trasporto e degli albergatori indipendenti o in franchising a un operatore unico che detiene le chiavi telematiche per accedere al mercato, detta unilateralmente le condizioni retributive (tutt'altro che generose, stando alla sentenza dei giudici inglesi), delega ai lavoratori la responsabilità dei mezzi di produzione e, una volta abbarbicatosi al vertice, fissa i prezzi senza l'assillo dei competitori. Ecco la liberalizzazione, ecco la non concorrenza che i tassisti temono e che, forse, dovremmo temere anche noi.

Da http://ilpedante.org

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26/02/2017

Ragazzi senza età. L’incontro con un ad di Foodora

"Ho avuto un incontro molto franco con uno dei due amministratori delegati di Foodora.

È venuto a trovarmi su consiglio della sua agenzia di comunicazione, dopo un post in cui contestavo alcune prassi dell'azienda, come quella di pagare i rider molto poco, a cottimo, senza diritto alcuno né alla malattia né alle ferie, allontanando quelli che si erano permessi di protestare.

Non ha potuto smentire nulla, tranne i licenziamenti di chi ha protestato: sostiene che alcuni rider non sono stati richiamati solo perché ultimamente Foodora a Torino ha ricevuto meno ordini quindi è normale che l'algoritmo chiami meno persone.

Considera allo stesso modo del tutto normale che una persona prenda tre euro e mezzo a consegna, senza nessun diritto, a chiamata, anche sotto la pioggia, e che la bici debba procurarsela lui/lei, tutti comandati da un algoritmo, continuamente geolocalizzati: perché la concorrenza fa uguale, ha detto, o anche peggio; e perché "nessuno li costringe".

Era solo un po' stupito quando gli ho detto che l'ultimo rider di Foodora che ho visto era più vecchio di me, lui li chiama tutti "ragazzi". Gli ho detto comunque, in generale, che non sono ragazzi, sono persone. E gli ho raccontato di quando mio nonno socialista mi spiegava che l'abolizione del cottimo era una delle più grandi conquiste sociali del dopoguerra, e loro quella conquista l'hanno abolita tornando a prima, al passato, anche se sono una app, anche se hanno un algoritmo.

Alla fine mi ha fatto quasi compassione umana, lo dico davvero. Perché ha 29 anni, è uscito dalla Bocconi e nella vita non ha mai sentito parlare d'altro che di profitti e utili, non ha altri valori che quelli, e sgranava gli occhi quando gli chiedevo che cause stesse mettendo nel mondo, e che mondo vuole lasciare ai suoi figli.

Gli auguro ogni bene, e di illuminarsi strada facendo".

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25/02/2017

Scèringhecònomi

Dopo avere letto l'articolo di un giovane lettore su Uber e sharing economy in cui mi si cita, ho voluto aggiungere due parole pedanti sul tema, che propongo nel seguito ai lettori.

*****

Il dibattito sulla sharing economy si rappresenta mediaticamente lungo l'asse dialettico vecchio-nuovo, conservazione-rivoluzione, paura-sfida. I critici di questo modello sarebbero arroccati e impauriti, nemici del futuro. L'idea della novità è prima di tutto nel nome, dove un rodato processo di ridenominazione esterofila innesca una percezione di progresso legata al doppio filo della presunta arretratezza nazionale e della presunta modernità angloamericana. È poi nell'elemento telematico, il web che ancora a distanza di vent'anni mantiene viva l'aspettativa di una rivoluzione antropologica di cui non si ha traccia. È infine in una più generale e mai sopita speranza di adattare i modi di produzione alle politiche macroeconomiche in corso, di trovare una quadra che possa avverarne le promesse di benessere e che ci salvi dall'umiliazione di rinnegarle e di rinnegare, con esse, un investimento politico e ideale che ha conquistato i cuori dei più.

Sicché non stupisce che la sharing economy susciti la simpatia dei consumatori. Stupisce invece, e anzi suscita pena, che tra i suoi cantori più infoiati si annoverino anche accademici ed economisti. Al di là delle esigenze di marketing, dove tutto ha da proporsi nei panni del nuovo per meritare la dignità del mercato, dove starebbe la novità? Economicamente si tratta di un'operazione di abbattimento dei prezzi via abbattimento dei costi. Nell'estendere l'attività di trasporto di persone a chiunque possegga un'automobile (Uber, blablacar) e alberghiera a chiunque abbia una casa o una camera da letto (Airbnb) si monetizza lo scarto regolatorio tra settori professionali e non professionali. Tutto qui. Si investe cioè sul principio che ciascuno a casa propria, sulla propria automobile e forse domani nella propria cucina (airrestaurant.com?) o con la propria cassetta dei farmaci (airhospital.com?) possa più o meno fare quel che gli pare, mentre se decide di offrire quei servizi ad altri, a pagamento, debba soddisfare certi requisiti.

È certo possibile che alcune regolazioni siano eccessive, infondate o anche vessatorie. O che siano legate al passato. In quei casi andrebbero cambiate. Ma la loro ratio fondamentale e al di là delle applicazioni particolari è quella di estendere garanzie e standard di qualità non negoziabili a tutti e non solo a chi se li può permettere. Quegli standard sono poi la linea del fronte tra paesi sviluppati e terzo e quarto mondo, dove pure si possono affittare elicotteri e limousine mentre la popolazione viaggia sui carretti per un soldo arrugginito, e dove si può soggiornare nei resort a cinque o più stelle mentre la popolazione dorme negli slum. Ecco il progresso. Se una casa Airbnb costa meno è perché, ad esempio, non deve avere l'impianto antincendio di un albergo. Ciò che non si riceve in sicurezza lo si risparmia in quattrini, eventualmente lo si baratta con una vasca idromassaggio o un pianoforte a coda in soggiorno. Ecco la rivoluzione virtuosa. Se poi – udite udite – un esercizio paga meno tasse, può praticare prezzi più bassi. Ecco l'innovazione. È un gioco a somma zero: tanto ti tolgo, tanto ti do. Con anzi un possibile retrogusto di impoverimento medio, come osserva il mio lettore: di chi compra, che rinuncia alla ricchezza reale di determinate tutele in cambio di un piccolo risparmio monetario, cioè virtuale, e di chi vende, che rinuncia al pieno godimento di un bene per non doverlo cedere. Un'alternativa – o un'anticamera – soffice all'ipoteca e alla liquidazione.

Resta naturalmente un punto irrisolto. Se il vantaggio regolatorio e fiscale della sharing economy poggia sulla natura non lucrativa delle attività coinvolte, la loro professionalizzazione implica un cambio di statuto che non può non abbattersi su quel vantaggio. Se e quando i tassisti saranno messi in minoranza dai volenterosi part-timer di Uber, per quale fantasiosa ragione l'erario non dovrebbe recuperare il mancato gettito aggredendo i ricavi dei secondi? E per quale misteriosa mutazione un regolatore feroce e opprimente con gli uni diventerebbe mite ed etereo con gli altri? Ai ragliatori della deregolamentazione dispiacerebbe sapere che tra le grandi città che hanno pesantemente normato e limitato l'home sharing si annoverano già noti ricettacoli di marxisti come San Francisco, New York, Londra e Amsterdam. E che in Inghilterra le toghe rosse (red gowns) hanno recentemente obbligato Uber ad applicare i minimi salariali riconoscendone l'implicito ruolo di datore di lavoro. E che il servizio è addirittura interdetto in una lunga serie di oasi comuniste e tecnologicamente arretrate come Texas, Alaska, Nevada, Paesi Bassi, Finlandia, Sud Corea, Vancouver (Canada), Queensland (Australia), Barcellona, Francoforte e altri.

Ma se anche riuscissero a ragliare così forte da indurre le amministrazioni ad allentare la morsa regolatoria che protegge cittadini e lavoratori (ipotesi perfettamente in linea con lo Zeitgeist), nulla potrebbero contro il backlash regolatorio auspicato proprio dai nuovi entrati. Perché questo sfugge sempre ai detti ragliatori: che la regolazione è un profondo fossato che circonda e protegge i mercati. E che la sospensione delle regole coincide con un furtivo abbassamento del ponte levatoio sì da consentire l'ingresso degli assedianti, dopodiché saranno questi ultimi, impadronitisi della fortezza, a sbarrare in tutta fretta gli accessi per escludere la concorrenza. In questa strategia di attacco la sharing economy vuole essere il cavallo di Troia, il dono di un (finto) risparmio da pochi euro per spalancare mercati da miliardi. Poi le nuove regole, cioè i nuovi fossati, saranno naturalmente informate alla tutela dei vincitori, secondo un pattern già illustrato su questo blog a proposito di tutt'altro servizio, la distribuzione del gas naturale. Lì la liberalizzazione serviva a scalzare il monopolio pubblico per aprire la strada al monopolio privato, mentre la concomitante regolazione provvedeva a blindare il vantaggio finanziario dei nuovi monopolizzanti.

Per finire vogliamo spendere una parola sul concetto di sharing, di condivisione che presta il nome a questa rivoluzione nominale. Sul piano giuridico ed economico la qualifica è irrilevante. Chi presta un bene dietro compenso lo affitta, chi lo utilizza per vendere un servizio lo sfrutta. In entrambi i casi non condivide un bel niente. La scelta del lessico intende piuttosto capitalizzare una prossimità semantica con le costellazioni valoriali in cui gravitano socialità, generosità e apertura all'altro, ma anche ottimizzazione delle risorse e rinuncia ai lussi individuali per il bene di tutti. Quella del cum-dividere è un'azione collettiva, un antidoto all'egoismo e all'ingordigia dei singoli che strizza l'occhio alla sinistra ecologica e comunitaria, ai decrescisti, ai democratici dal basso. Purtroppo nei fatti sembra però accadere il contrario, che quella piramide si manifesti piuttosto come una confluenza dalla base al vertice, dall'imprenditorialità diffusa dei tassisti, delle compagnie di trasporto e degli albergatori indipendenti o in franchising a un operatore unico che detiene le chiavi dei canali telematici di accesso alla clientela, detta unilateralmente le condizioni retributive (tutt'altro che generose, stando alla sentenza dei giudici inglesi), delega ai lavoratori la responsabilità dei mezzi di produzione e, una volta abbarbicatosi al vertice del mercato, fissa i prezzi senza l'assillo dei competitori. Ecco la liberalizzazione, ecco la non concorrenza che i tassisti temono e che, forse, dovremmo temere anche noi.

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22/02/2017

Tumulti corporativi

Non è certo per casualità che la reazione corporativa dei tassisti sia brodo di coltura dell’estrema destra. Se ha ancora un senso storico l’attualizzazione del concetto di fascismo (non quello di neofascismo, attenzione), questo si ritrova esattamente nei tumulti corporativi dei tassisti, a Roma come in Italia, in Europa e nel resto del globo. E’ la reazione ad una perdita di status socio-economico quella che spinge i tassisti alla mobilitazione. Ma se fosse solo questo, potrebbe apparire speculare alla difesa degli altri innumerevoli diritti sociali calpestati dal liberismo. In realtà, per i tassisti il nocciolo della questione non è la lotta alla “sharing economy” o alle varie articolazioni del capitalismo pervasivo globalizzato: ogni tassista infatti, al di fuori del proprio problema corporativo, è ben contento di aumentare il proprio apparente potere d’acquisto girando il mondo con le compagnie low fares, pernottando su Airbnb, prenotando la cena su Foodora o Deliveroo, scaricando musica da Spotify, spostandosi con Blablacar, e via elencando le innumerevoli altre applicazioni che “disintermediano” il rapporto tra “produttore” e “consumatore”. Non fossero direttamente coinvolti, non avrebbero problemi neanche a servirsi di Uber, ovviamente fuori dal proprio territorio lavorativo. Alla protesta tassista, ovvero al fascismo in essa contenuta, non interessa e anzi viene esplicitamente rifiutato il discorso generale di critica dell’economia politica contemporanea. Ai tassisti interessa unicamente difendere il proprio status economico, che è quello di una piccola borghesia che vede perdere il proprio potere di rendita stabilito dalla licenza. Una licenza per cui si sono indebitati, e che li avrebbe dovuti trasformare, nei sogni di gloria di questa borghesia pezzente, in rentier post-litteram. Questo investimento viene ora messo in crisi dalle trasformazioni del capitalismo liberista, che per definizione spezza ogni piccola rendita di posizione che non sia fondata sulle grosse concentrazioni finanziarie. Il resto dei rapporti sociali non verrebbero minimamente intaccati dall’eventuale vittoria della lobby tassista sul governo. E’ una mobilitazione ad uso e consumo di una categoria, non generale né generalizzabile. L’esatto opposto delle vertenze sindacali, che nello stesso momento in cui risolvono un problema particolare (la singola vertenza), guadagnano diritti per tutta la società salariata. Questa la differenza tra protesta sindacale e lobbismo corporativo: quest’ultimo si caratterizza come reazione a una perdita del privilegio, non allargamento dei diritti erga omnes.

Ovviamente, alle spalle della retorica sulla sharing economy si nasconde il frutto avvelenato del più complessivo attacco ai diritti sociali dei lavoratori salariati. Un attacco che non avviene “per decreto”, non è cioè volontà politica di questo o quel soggetto ideologico. Sta, al contrario, nella dinamica stessa del capitalismo, che innovando costantemente il proprio modo di riproduzione fa macerie delle modalità non più utili alla valorizzazione del profitto. Uber, come il resto della sharing economy, non è stato “inventato” o concepito assecondando qualche linea politica: è l’inevitabile traiettoria del capitalismo nella sua forma liberista contemporanea. I tassisti, in questo simili al mondo artigianale dei mestieri dileguatosi alla fine dell’Ottocento, non possono più essere compresi nel flusso economico-produttivo dell’economia globale. Per questo spariranno, nel senso che rimarranno come curiosità turistica, ma perderanno ogni funzione reale nella mobilità urbana. Come i risciò in Cina, chi ne deterrà il monopolio continuerà magari a guadagnarci, ma trasformando il proprio ruolo da centrale a marginale. D’altronde, il fordismo non ha certo estinto il piccolo o medio artigianato. Ne ha cambiato semplicemente di segno: da modello produttivo-riproduttivo tipico di una certa società, a fantasia elitaria per ristrette cerchie abbienti della popolazione.

Questo non si traduce evidentemente in una resa alla pervasività di un liberismo che tende apparentemente alla “condivisione” riproduttiva, in realtà al controllo monopolistico dei fattori di produzione. Ma è una battaglia politica, non corporativa contro questa o quella fastidiosa applicazione post-moderna. Ed è, per ciò stesso, una battaglia generale contro un modello produttivo, che non preveda fughe all’indietro verso bei mondi antichi, ma la capacità di controllo di quei flussi del capitale oggi completamenti anarchici e, proprio per questo, controllati dal capitale più grande su quello più piccolo. Non ci sarà alcuna resistenza che non passi dal controllo pubblico, cioè politico, su quei flussi del capitale. Ma questo è proprio ciò che i tassisti non vogliono, perché manderebbe in crisi le fondamenta su cui si basa quel sogno di gloria di questa borghesia pezzente: mimare un modo di riproduzione capitalistico senza possederne i capitali.

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20/02/2017

La sharing economy in chiaroscuro: da Uber a AirBnB

In italiano si chiama “economia della condivisione” o come riporta Wikipedia “consumo collaborativo”: “Il termine consumo collaborativo (sharing economy) definisce un modello economico basato su di un insieme di pratiche di scambio e condivisione siano questi beni materiali, servizi o conoscenze. È un modello che vuole proporsi come alternativo al consumismo classico riducendo così l’impatto che quest’ultimo provoca sull’ambiente”.

Si potrebbe anche definire un modello economico che non si fonda sulla produttività e la proprietà dei beni ma sulla condivisione e lo scambio, in cui quindi la partecipazione, la fiducia e le relazioni tra le persone risultano i pilastri fondamentali.


Inizialmente si parlava di banca del tempo quando le persone mettevano a disposizione il proprio tempo per fare qualcosa per poi ricevere un altro tipo di servizio da un altro. C’era il bike sharing, le bici “comunali” come ci sono, seppur poco usate, nella nostra città, c’era il car pooling quando aziende o lavoratori stessi si coordinavano per andare a lavoro con un’unica macchina. C’era infine il couchsurfing, cioè il mettere a disposizione il proprio “divano” per ospitare o essere ospitati. Erano forme primordiali di economia della condivisione favorite dalla massificazione delle tecnologie della rete e dall’uso di smartphone.


Poi però l’economia della condivisione si è strutturata fino a raggiungere una diffusione e un valore gigantesco: secondo un recente studio della Commissione Europea (Consumer Intelligence Series: fatto aprireThe Sharing economy. Pwc 2015) infatti, la sharing economy entro il 2025 accrescerà le proprie entrate fino a 300 miliardi di euro.


Pensiamo ad esempio ad Uber, azienda californiana che fornisce un servizio di trasporto automobilistico privato attraverso una applicazione (APP) che mette in collegamento diretto passeggeri e autisti. Uber è stata valutata 50 miliardi di dollari, innescando un dibattito fra coloro che dicono che l’innovazione va fatta galoppare senza ostacoli e chi dice che l’economia della condivisione va regolamentata perché ogni tipo di economia alla lunga accentra i profitti e penalizza i cittadini. Di sicuro nessuno può negare che ci siano, intanto, problemi di carattere assicurativo, di privacy, di tasse e di sicurezza degli utenti.


Sono altrettanto innegabili, in un mondo dove (purtroppo) siamo diventati prima consumatori e poi cittadini, anche i vantaggi che ha portato al momento Uber: più disponibilità, più opportunità e prezzi più bassi. Ma per giudicare la bontà di un sistema ci sarebbe soprattutto da monitorare la gestione e la ripartizione della ricchezza prodotta, senza per forza scadere nell’accusa che chi vuole regolamentare è giocoforza un tifoso delle caste. Noi senza essere simpatizzanti dei tassisti il problema della regolamentazione ce lo poniamo. Anche perché queste aziende cercano di porsi solo come mediatori e ci fanno accettare condizioni contrattuali in cui loro si tirano fuori da ogni responsabilità in caso, ad esempio, di incidente.


Ma non è solo una questione tecnico-giuridica. Prendiamo l’esempio di AirBnB, vale a dire il “portale online che mette in contatto persone in cerca di una camera/alloggio per brevi periodi, con persone che dispongono di uno spazio extra da affittare, generalmente privati” (Wikipedia).


AirBnB ancora più di Uber, oltre alla questione su tasse, sicurezza e responsabilità ha aperto un dibattito sull’impatto sociale di questo strumento con cui ormai milioni di persone in tutto il mondo organizzano le proprie vacanze. E non è solo un problema di competizione con alberghi e strutture “ufficiali”, un settore con migliaia di occupati e prezzi e salari in picchiata (grazie anche ai voucher). Il danno principale che sta causando AirBnB in molte città è quello dell’aumento vertiginoso degli affitti. Specialmente nelle città turistiche, chi ha un appartamento ormai non lo affitta più perché è molto più semplice e fruttuoso metterlo su AirBnB e affittarlo per piccoli periodi e spesso esentasse. Il risultato è che gli affittuari residenti di queste città sono stati espulsi dal mercato degli affitti oppure si sono visti raddoppiare le richieste di canone mensile.


Insomma, la questione è delicata e complessa e vista la mole di soldi che gira intorno all’economia della condivisione lo scontro sarà duro. Noi concludiamo con alcuni dati del 2015: Uber 160mila autisti ma solo 550 dipendenti. AirBnB 600 dipendenti con un milione di stanze. E il lavoro non ha orari né regole precise.


Articolo tratto dall’edizione cartacea di Senza Soste n.122 (gennaio 2017)