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29/07/2026

Anche il Ciad si ritira dalla Corte penale internazionale

Dopo Burkina Faso, Mali e Niger, anche il Ciad ha annunciato l’inizio del processo di ritiro dalla Corte penale internazionale (Cpi), che si concluderà ai sensi dello Statuto di Roma il 27 luglio del 2027, un anno dopo la notifica inviata ieri.

I motivi del ritiro dalla Cpi

Come riporta Agenzia Nova, in una nota scritta dal portavoce del ministero degli Affari esteri, dell’integrazione africana e dei ciadiani all’estero, Ibrahim Adam Mahamat, a capo della decisione c’è la denuncia di un sistema di giustizia internazionale caratterizzato da “selettività” a danno degli Stati africani.

Il governo ciadiano comunica che la decisione è il risultato di una “revisione approfondita” delle attività della Cpi sin dalla sua istituzione nel 2002. Da N’Djamena si afferma che l’operato della Corte è rimasto al di sotto delle aspettative che ne avevano determinato la creazione, evidenziando una “innegabile selettività che è stata elevata a principio”.

In pratica, il ben noto “doppio standard” che esenta sistematicamente le potenze occidentali da qualsiasi accusa e si limita a sanzionare solo i crimini di guerra commessi in e da paesi “minori”. Quando poi agisce contro un membro dell’imperialismo (vedi i mandati di cattura per Netanyahu e Gallant) è la Corte stessa a venir attaccata con mezzi di guerra...
 
In Sahel non convince l’imparzialità della Cpi

Solo nel giugno del 2026 erano stati i tre Paesi della Confederazione degli Stati del Sahel (Aes) – Burkina Faso, Mali e Niger – ad aver notificato ufficialmente il loro ritiro dalla Cpi, facendo seguito all’intenzione di abbandono annunciata nel settembre 2025.

Come per N’Djamena, per la Confederazione il sistema giudiziario internazionale non opera in maniera imparziale, facendo crescere la richiesta di uno sviluppo di meccanismi giudiziari direttamente africani in grado di affrontare tutti i problemi di natura criminale che si trova ad affrontare il continente.

L’invito al resto dei Paesi africani

Il governo ciadiano, pertanto, invita l’Unione Africana ad accelerare la nascita di istituzioni dell’Africa per l’Africa, al fine di costruire “una giustizia continentale più equa, più equilibrata, più credibile e più efficace che rispetti le sovranità nazionali”.

Una richiesta di maggiore autonomia e sovranità nelle scelte che riguardano i popoli africani che appare sicuramente forte e si inserisce – con la dovuta cautela – nelle dinamiche di riconfigurazione dei rapporti di forza in corso in tutto il mondo.

Un Paese ancora in bilico, nel cuore dell’Africa

Il Ciad è stato a lungo un alleato della Francia e degli Stati Uniti, con un ruolo nei tentativi di perimetrare l’azione e limitare l’allargamento nella regione di Boko Haram, organizzazione jihadista diffusa nel nord della Nigeria che si è macchiata di efferati crimini nell’aerea.

Il colpo di Stato del 2021 che ha portato prima al governo militare e poi alla vittoria nelle elezioni (dopo il silenziamento dell’opposizione) da parte del generale Mahamat Idriss Déby Itno (Midi), figlio di Idriss Déby, presidente del Paese dal 1991 fino al suo assassinio nel 2021, ha solo parzialmente cambiato lo scenario.

Il Paese è stretto tra la crisi umanitaria scatenata dalla guerra civile e il genocidio in corso in Sudan, sul fianco orientale; l’ormai quindicennale distruzione dello Stato libico, a nord; la riconfigurazione diplomatica in atto da parte dell’Aes, sul fronte occidentale; l’instabilità della Repubblica Centrafricana, dove gli eredi del Gruppo Wagner, l’“Africa Corps” alle dirette dipendenze del ministero della difesa russo, assicurano la sicurezza del regime di Touadéra.

Il Ciad si avvicina al fronte antioccidentale?

Seguendo l’esempio portato dal Senegal del presidente Faye, nel novembre del 2024 Midi ha posto fine agli accordi militari con la Francia, cavalcando la retorica antimperialista già centrale nella postura internazionale dei paesi della Confederazione dell’Aes.

Non è passata inoltre inosservata la visita che il ministro degli Esteri del Ciad, Sabre Fadoul, ha effettuato a Mosca due settimane fa, accolto dall’omologo russo Sergey Lavrov, anche se nei media nostrani non si trovano praticamente riscontri.

Nell’“incubo geopolitico” che prende forma nel cuore del continente africano, anche il Ciad, seppur ancora molto dipendente dai flussi di finanziamento occidentali e del proxy emiratino, sembra oscillare tra il “vecchio mondo” che muove guerra a chiunque metta in discussione la sua declinante egemonia e le ipotesi di cambiamento prospettate, ma ovviamente in attesa del giudizio insindacabile che ne darà la Storia, dai nuovi attori globali e regionali.

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