Tra le centinaia di ragioni che spingono l’amministrazione Trump a cercare una soluzione rapida della guerra all’Iran – tra tentazioni di “dare un altro colpo” per presentare il fallimento come una mezza vittoria – c’è sicuramente il rapido mutamento del clima politico interno rispetto ai rapporti con Israele.
Ieri la Camera ha respinto per l’ennesima volta una proposta mirante a tagliare ogni aiuto finanziario a Tel Aviv, ma la composizione del voto, le motivazioni e i distinguo sono decisamente importanti per delineare la direzione di marcia nel prossimo futuro.
Andiamo con ordine. La proposta era stata presentata dal deputato Thomas Massie, un repubblicano del Kentucky che certamente non farà più parte della Camera dal prossimo gennaio, visto che è stato battuto nelle primarie da uno sconosciuto ex membro delle forze speciali, sostenuto però da Trump e dall’Aipac con il più grande finanziamento mai fatto su una primaria di partito in uno stato Usa.
Oltre nove milioni dollari, pur di eliminare il vecchio esponente “Maga” che – come molti altri, da Tucker Carlson in là, – considera ormai la politica trumpiana non più “America First”, ma “Israel first”.
Il voto però ha visto convergere l’approvazione di 104 deputati “democratici”, spaccando così platealmente il partito che storicamente era stato un pilastro degli interessi di Tel Aviv, mentre il capogruppo Hakeem Jeffries e altri 97 “dem” hanno votato insieme ai 215 parlamentari repubblicani.
Neanche quest’ala dei “dem” però era pienamente convinta. Alcuni hanno spiegato che la proposta di Massie era troppo “rigida” – esclusioni di qualsiasi finanziamento a Israele – mentre avrebbero votato sì ad una proposta limitata agli aiuti militari. Complessivamente, comunque, tutti i “dem” dicono che vanno rivisti i rapporti con l’entità sionista, con un ventaglio di posizione anche piuttosto largo.
Il cambiamento di posizione dei “dem” è motivato principalmente dalla fortissima ondata critica causata dal genocidio di Gaza e dalla guerra all’Iran – magari solo per gli effetti economici e l’inflazione – che sta producendo un numero di candidati “socialisti” e pro-palestinesi in molte delle primarie per le elezioni di midterm, a inizio novembre, che cambierà metà dei membri della Camera.
Lo stesso capogruppo Jeffries, eletto a New York e non coinvolto nel rinnovo di novembre, rischia di diventare l’unico “non socialista” espresso dal suo Stato, visto che i tre subentranti sono stati sponsorizzati dalla cosiddetta “ultrasinistra” di Zorhan Mamdani e Bernie Sanders.
“Siamo tutti frustrati dalle azioni del primo ministro Netanyahu”, ha spiegato il deputato del Massacchussets Stephen Lynch, che in precedenza aveva sostenuto gli aiuti a Israele ma ha votato per l’emendamento di Massie. “Le sue azioni hanno davvero, credo, motivato molti dei voti a favore”.
Il deputato Greg Casar, texano, aveva esortato i suoi colleghi a sostenere l’emendamento affermando che “il popolo americano sta implorando la fine dei dollari delle tasche dei contribuenti americani che sovvenzionano i militari israeliani”.
“A partire da oggi”, ha detto dopo il voto, “una maggioranza di democratici in questo edificio si è rifiutata di votare per inviare miliardi di dollari in armi all’esercito israeliano. Questo invia un forte messaggio a Netanyahu che i giorni di un assegno in bianco senza responsabilità per le sue guerre e i suoi crimini di guerra sono finiti, almeno per quanto riguarda il Partito Democratico”.
Anche la compattezza dei repubblicani non deve trarre in inganno. Anche lì gli esponenti più decisamente “Maga” sono ormai stanchi dell’appiattimento sugli interessi di Israele, anche se i finanziamenti dell’Aipac restano fondamentali per la scelta dei candidati.
È la pressione dell’opinione pubblica dell’intero paese a rendere sempre meno giustificabile il sostegno ad uno stato genocida che fa solo i propri interessi e pretende di subordinarvi anche quelli della superpotenza Usa. Una contraddizione che va ben al di là delle sole ragioni dei progressisti, insomma.
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