La stampa statunitense afferma che l’Amministrazione Trump sta valutando un intervento militare in Mali, paese dell’Africa occidentale perno dell’Alleanza degli Stati del Sahel.
Fonti locali riferiscono che il pretesto sarebbe colpire un gruppo affiliato ad al Qaida e noto come Jnim (Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin), radicato nel nord del Paese.
La situazione in Mali
Nel nord del Mali imperversano la guerriglia separatista e gli attacchi di matrice jihadista, i quali hanno trasformato il Paese, e i vicini come il Niger, in una delle aree con la maggior concentrazione di attacchi terroristici al mondo.
Nel 2025 i miliziani regionali di al-Qaida avevano paralizzato il Paese con un blocco del carburante, mentre nella scorsa primavera avevano coordinato una serie di attacchi su scala nazionale, arrivando a combattere anche nelle strade della capitale Bamako e a uccidere il ministro della Difesa Camara in un attentato suicida nel nord.
L’idea dell’amministrazione Trump
Il Washington Post riferisce che tra i maggiori sostenitori negli Usa dell’intervento militare c’è Sebastian Gorka, senior director per l’antiterrorismo del Consiglio per la Sicurezza nazionale.
L’intervento statunitense farebbe del Mali l’ottavo Paese contro cui Trump ha ordinato attacchi, dopo Yemen, Somalia, Siria, Iran, Iraq, Nigeria e Venezuela.
Se il funzionario citato dal Post attribuisce la responsabilità dell’instabilità regionale soprattutto ai partner russi – “Mosca si è dimostrata un partner della sicurezza inefficace per il Mali, ci auguriamo che gli altri paesi africani ne prendano atto” –, l’obiettivo di fondo Usa dell’opzione maliana potrebbe essere di nuovo l’Unione Europea.
Russia e Usa attivi in Mali...
Dal 2025 gli Stati Uniti hanno intensificato la condivisione di informazioni di intelligence con il governo maliano nell’ambito di un’iniziativa dell’Amministrazione per aumentare l’influenza nel Paese, da quattro anni passato “armi e bagagli” sotto la diretta influenza di Mosca, soprattutto in ambito militare, dopo la cacciata della Francia.
Una cooperazione ancora limitata, quella Usa-Mali, lontana per esempio dalla partnership di sicurezza con la Nigeria, sfociata lo scorso anno in attacchi aerei e una missione terrestre statunitense che ha portato all’uccisione di uno dei massimi leader dell’Isis in Africa.
Il tutto mentre gli Africa Corps, il gruppo di contractors ex Wagner confluiti sotto il ministero della Difesa russo dopo l’eliminazione del leader Prigožin, collabora spalla a spalla con l’esercito di Bamako per riguadagnare al fondamentalismo islamico il territorio perso nel nord del Mali.
...mentre l’UE si allontana
Dall’altra parte, il solco tra il Mali ed Europa si fa sempre più profondo.
Come riporta Nigrizia, l’Ue ha convocato a Bruxelles l’ambasciatore del Burkina Faso per protestare contro l’espulsione di due diplomatici della delegazione europea a Ouagadougou.
L’episodio si inserisce in un lungo deterioramento delle relazioni che ha allontanato la giunta militare del capitano Ibrahim Traoré dai suoi ormai ex interlocutori occidentali.
Già il 26 giugno il Burkina Faso aveva annunciato l’interruzione delle relazioni diplomatiche con la Francia, accusata di ingerenza negli affari interni e di un atteggiamento ostile nei confronti del governo.
Pochi giorni prima, il 18 giugno, il Parlamento europeo aveva approvato una risoluzione a larghissima maggioranza che denunciava il peggioramento della situazione dei diritti umani in Mali, il tutto condito dalla solita preoccupazione europea per la crescente influenza russa nel Paese.
L’importanza del Sahel per gli interessi UE
Non è un mistero che Bruxelles consideri la regione strategica per i propri interessi. Da tale prospettiva, il Sahel è un territorio cruciale per la gestione dei flussi migratori che che arrivano dall’Africa occidentale – prima di tentare di attraversare il deserto e sfuggire ai lager italiani in Libia.
Ma l’intera regione è ricca anche di materie prime cruciali nella produzione odierna, come il petrolio in Nigeria o l’uranio in Niger.
Forza lavoro giovane, oro nero o alternativa nucleare per il fabbisogno energetico, una estrema quanto efficace sintesi di tutto quello che manca disperatamente al continente europeo per poter pensare di competere nell’arena internazionale.
Il bersaglio è di nuovo l’UE?
L’ingresso yankee nella gestione di questi interessi potrebbe essere l’ennesima pistola puntata dall’amministrazione Trump alla tempia dell’Unione Europea e degli Stati che ne fanno parte.
L’indicazione del nemico nei jihadisti di Jnim, rei inoltre di rapito il missionario statunitense Kevin Rideout, non sembra infatti mettere Usa e Russia su un terreno di diretta ostilità, al netto della “normale” competizione per l’influenza nell’area che emerge dalle parole di Gorka riportate in apertura.
Vale “appena” la pena di ricordare come il sostegno della junta golpista di Kiev ai gruppi armati separatisti dell’area sia aumento, e ben documentato, significativamente negli ultimi mesi.
In sintesi, una sorta di “incubo geopolitico” potrebbe prendere forma nell’area, dove ucraini e gruppi jihadistai combatterebbero per rovesciare una alleanza militare anticoloniale, invisa all’Unione Europea, ma sostenuta a vario titolo dagli Stati Uniti e dalla Federazione russa.
Sembra proprio che la “guerra mondiale a pezzi” scatenata dal golpe del Maidan continui ad allargare le faglie dello scontro...
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