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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

25/07/2026

Minacce e richieste d’aiuto, ma intanto si ricandida

Non fidatevi mai di quello che l’America dice, guardate sempre a quello che fa. Con Trump, naturalmente, questo antico consiglio è diventato una premessa minima per provare a capirci qualcosa.

Ufficialmente gli Stati Uniti “non hanno bisogno di nessuno” per costringere l’Iran ad obbedire per quanto riguarda Hormuz o qualsiasi altra questione.

Praticamente stanno organizzando insieme al solito cagnolino scodinzolante – la Gran Bretagna ora affidata a quel bluff di Andy Burnham, l’ultimo sottoprodotto del Labour blairiano – l’ennesima “coalizione di volenterosi” disposti a lanciarsi nell’avventura di “riaprire lo Stretto di Hormuz a tutti i costi”, mentre già le navi saudite trovano difficoltà a passare anche da quello di Bab El Mandeb (sul fronte degli Houti yemeniti).

Eccesso di sicurezza verbale e difficoltà operative vanno insomma appaiati.

La fonte è sempre il sito Axios, che dispone di un ex ufficiale dell’Unità 8200 (l’intelligence dell’esercito israeliano) per diffondere notizie vere, manipolate o false a proposito dei conflitti in Medio Oriente.

La prima riunione della nuova coalizione dovrebbe avvenire e Londra la prossima settimana, perché gli Stati Uniti vorrebbero che i loro alleati inviino nella regione risorse navali per lo sminamento, unità militari e droni per “contribuire a garantire la sicurezza delle rotte marittime”. Rotte che, specie ad Hormuz, erano sicurissime e gratuite prima che Usa e Israele, cinque mesi fa, attaccassero l’Iran.

Anche dalle parti dei “volenterosi” disposti a farsi avanti c’è la consapevolezza che gli yankee stiano affidando loro una patata che non riescono più a gestire da soli. “Gli americani stanno cercando una via d’uscita e hanno bisogno del nostro aiuto”, avrebbe detto un diplomatico europeo coperto dall’anonimato.

Il passaggio dalle parole ai fatti non è però altrettanto semplice. Anche i volenterosi più assatanati, infatti, si rendono conto che intervenire militarmente nel bel mezzo di conflitto in atto significa entrare in guerra contro l’Iran. E, indirettamente, col resto del mondo che in vario modo sostiene Teheran in questo sforzo.

Non a caso la sospensione dei combattimenti – ossia degli attacchi statunitensi, cui l’Iran risponde sistematicamente “occhio per occhio” ma senza cercare un’escalation – è sempre stata invocata come la premessa necessaria per un intervento nello Stretto, che peraltro non trova affatto d’accordo il “padrone di casa”.

Un serpente che si morde la coda. Washington sta minacciando un incremento degli attacchi e cerca di coinvolgere gli europei che invece si attiverebbero solo a tregua raggiunta.

Più lineare invece l’indirizzo trumpiano sul fronte interno. All’annuale cena con i corrispondenti esteri ha di fatto annunciato l’intenzione di ricandidarsi per un terzo mandato presidenziale nel 2028, bruciando in un colpo solo le ambizioni silenti di “Narco” Rubio e J.D. Vance, ma soprattutto aprendo un conflitto istituzionale senza precedenti, visto che la Costituzione Usa sembra vietare questa possibilità.

L’unica eccezione è infatti quella di Franklyn Delano Roosevelt, presidente per ben quattro volte consecutive, ma solo grazie allo “stato di eccezione” prodotto dal coinvolgimento nella Seconda Guerra Mondiale dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbour.

Usare la guerra all’Iran (una scelta unilaterale Usa) come un equivalente del 1941 è azzardato quanto basta, specie per un presidente che a gennaio – quando entreranno al Congresso i nuovi senatori e deputati eletti con il voto di inizio novembre (metà del totale) – potrebbe ritrovarsi senza una maggioranza parlamentare e sotto minaccia di impeachment, proprio come Richard “Dirty” Nixon, che peraltro poteva almeno vantare il merito di aver messo fine alla guerra in Vietnam.

In estrema sintesi, ogni mossa di questa amministrazione – tanto sul fronte interno che su quello internazionale – appare rivolta a demolire regole e istituzioni che fin qui avevano permesso, nel male più che nel bene, agli Usa di governare il mondo dopo la caduta dell’URSS 

Se non hai una visione strutturalmente solida puoi anche pensare che surfare sul caos sia un’idea migliore che negoziare nuovi accordi stabili col resto del mondo (a cominciare ovviamente dalle altre superpotenze), ovviamente facendo molte concessioni.

Ma il caos ha pur sempre il piccolo difetto di nutrire una miriade di variabili imprevedibili, ognuna delle quali – per vie altrettanto incalcolabili della famosa farfalla che, battendo le ali, genera un uragano altrove – può diventare l’inizio della fine. E l’Iran ha dimostrato di avere una consistenza decisamente superiore a quella delle farfalle...

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