Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

26/07/2026

La Russia, fuori dalla propaganda guerrafondaia

L’enciclopedico volume di Richard Sakwa, professore alla Kent University – Russian Politics and Society, edito da Routledge – non è solo un lavoro monumentale sulla Russia del periodo 1990-2020, ma uno strumento di conoscenza fondamentale per orientarsi nelle tenebre della barbarie intellettuale e bellicista del nostro tempo. Per “provare a capire”, ciò che esagitati e servi di regime vogliono impedire che succeda.

Attraverso una masse di dati sconfinata e declinata in ogni ambito della vita politica, economica, sociale, culturale e istituzionale del paese Sakwa, il massimo russista inglese contemporaneo, ci restituisce una immagine reale (e realista) della Russia di oggi.

Nessuna remora nella individuazione e nella critica dell’autoritarismo del sistema russo, ma nessuna concessione alla demenziale rappresentazione della Russia odierna come di una dittatura. Roba buona per Topolino, e quindi per i media mainstream di oggi, e per la pseudopolitica che attraversa gran parte degli schieramenti di “destra” e di “sinistra”.

Sakwa vola alto, come il suo connazionale Short nella sua straordinaria biografia di Putin: la critica è autonoma, di merito, fondata su una articolazione di pensiero seria.

Come altri autorevolissimi storici (Roy Medvedev) e studiosi (Emmanuel Todd) Sakwa definisce il sistema politico russo un ibrido tra democrazia e autoritarismo. Nello specifico la sua tesi è che convivono un assetto costituzionale che contiene elementi tipici della democrazia (costituzione, elezioni, articolazioni del potere ecc.) con un regime amministrativo/gestionale che limita e filtra la possibilità di modificare gli assetti di governo, e tende all’autoritarismo.

Se la democrazia è – anzi era – caratterizzata (visto che da noi è stata superata a favore di un sistema oligarchico/plutocratico liberale) da regole certe per esiti incerti, il sistema russo ha regole mutevoli per garantire risultati certi.

La trattazione è straordinariamente dettagliata: passa in rassegna – con dati e sintesi inappuntabili – la struttura delle istituzioni, i risultati elettorali, il ruolo dei partiti, il rapporto tra i poteri dello stato. Il sistema nasce da subito come una “phoney democracy” (gli anni fino al 1993).

La presidenza prevale nettamente sul parlamento. L'amministrazione presidenziale marginalizza il governo, relegato al massimo a un ruolo di gestione economica. Il bombardamento del parlamento da parte di Eltsin (1993) e la manomissione delle elezioni presidenziali per la sua rielezione (1996) sono la conferma di una transizione non democratica al capitalismo, l’autoritarismo è una componente caratteristica del sistema da molto prima dell’avvento di Putin al governo.

Nulla di strano, per chi sa che cosa è il capitalismo. Qua forse il nodo più convincente di Sakwa: le modalità – oligarchiche, corrotte, di saccheggio – con cui il capitalismo si afferma in Russia escludono la democrazia, non a caso le “riforme” economiche sono in gran parte frutto di decreti presidenziali, e non di leggi votate in parlamento.

La corruzione di sistema (la “metacorruzione”, come la chiama Sakwa) prevale enormemente sulla dimensione venale della corruzione (le classiche “dazioni”): è un elemento costitutivo del rapporto tra stato e capitale e della subordinazione dello stato al capitale (non solo le privatizzazioni senza regole, ma lo scandalo loans for share degli anni Novanta con cui le banche degli oligarchi finanziano lo Stato disperatamente in cerca di fondi, che in cambio cede loro a bassissimo prezzo quote delle sue aziende).

Una evoluzione democratica è possibile? Si, parallelamente alla crescita di un ceto colto e aperto alla conoscenza del mondo, ma è nella società russa che si devono determinare le condizioni culturali per quella evoluzione, non altrove.

Sakwa è troppo colto per non sapere che la democrazia è un’organizzazione della società e della politica che ha implicazioni culturali e identitarie, oltre che di potere sociale, che non possono esser prodotte dall’esterno (cioè da noi...).

La disgregazione sociale provocata da queste politiche è terrificante: rispetto agli anni Ottanta il numero dei decessi aumenta di circa 600.000 ogni anno nei Novanta. Una vera ecatombe che supera quella delle purghe staliniane del '37-'38 quando si stimano 700.000 morti per le repressioni.

Qui sono quasi altrettanti, MA OGNI anno negli anni Novanta, complesivamente quindi molti di più: l’aspettativa di vita precipita da circa 65 a meno di 58 anni.

Se negli anni della costruzione del socialismo la tragedia procedeva insieme all’entusiasmo per una nuova impresa, dopo il crollo dell’Urss erano la disillusione e l’atomizzazione anomica (l’esplosione degli omicidi, la disgregazione della famiglia – oltre la metà dei matrimoni finiscono in divorzi –, l’omicidio delle donne – 14.000 all’anno negli anni Novanta, come i caduti sovietici in tutta la guerra afgana –, le violenze nelle forze armate) a caratterizzare la distruzione sociale.

È Putin, con il suo gruppo dirigente, che ricostruisce uno stato sull’orlo della disgregazione e una società devastata. Un conservatore moderato che mostra attenzione alla coesione sociale. Un pragmatico che manovra in modo spregiudicato riposizionando il sistema e mettendo al centro, sempre, il primato dello Stato e il rispetto del ruolo internazionale del paese.

Quanta distanza dalla tonitruante sequela di cazzate dette sul suo conto, dal “fascista” dei mentecatti de sinistra, al “comunista” dei mentecatti de destra (e de sinistra).

La Federazione russa a fine anni Novanta rischia di cessare di esistere come Stato. Oltre un milione di uomini fanno parte di milizie private (dopo che un milione e mezzo di militari rientrano dall’est Europa), le repubbliche autonome e le regioni che fanno parte della Federazione hanno stipulato 300 trattati con paesi esteri, circa 2.000 leggi regionali saranno riconosciute non coerenti con la Costituzione e cancellate, esistono oltre 40 trattati tra regioni e repubbliche e potere federale (dentro la logica clientelare di Eltsin), un milione di persone sono in prigione.

Putin ricostruisce lo Stato e il primato dello Stato sugli oligarchi, restituendo alla politica la sua autonomia e allo Stato la sua sovranità. Nessuno statista di questo secolo ha raggiunto i suoi risultati.

Questo ovviamente accade in un sistema che CONTINUA a non essere democratico, e che pero non può essere definito come una dittatura: in Russia nel 2018 esistono 235.000 ONG (lo 0,35% riconosciute come agenti stranieri), alla fine del primo decennio del secolo erano attive 23.000 organizzazioni religiose (quasi 4.000 islamiche)... esiste una società civile non abbastanza sviluppata, ma esiste.

Vengono uccisi i giornalisti: 28 tra il 2000 e il 2017, ma sono in proporzione molti meno dei 30 ammazzati tra il 1993 e il 1999 (quando nessuno sollevava il problema dalle nostre parti, perché? Datevi una risposta...).

I risultati sono straordinari. Il numero di detenuti si più che dimezza tra il 2000 e il 2020 (da un milione a 450mila circa... dittatura?), gli omicidi calano del 90% circa, l’aspettativa di vita risale a 73 anni (da 58), si mette ordine in ogni campo della vita politica economica e sociale.

Il sistema dei partiti resta asfittico ma viene finalmente regolato con requisiti certi di rappresentanza (opinabili, ovviamente, ma certi dopo la deregolamentazione senza costrutto degli anni Novanta). Le forze armate vengono riformate e modernizzate nella struttura e negli armamenti, mentre vengono presi finalmente provvedimenti contro la violenza sulle reclute (arrivate a un numero di mille decessi a inizio anni 2000).

In economia, dal consolidamento del sistema finanziario – con le banche che scendono da 1800 a circa 450 – a quello del sistema industriale, con le operazioni di sistema sul navale e l’aerospazio (UAC) dentro il riassetto del sistema hi-tech e della difesa (il colosso Rostec) e al rilancio di Rosatom.

Dalla ripresa di controllo dello Stato sulle fonti energetiche (redistribuendo in parte i profitti alla politica di coesione sociale) allo sviluppo dell’agricoltura che, dopo le sanzioni del 2014, arriva a essere esportatrice netta. Un risultato sempre fallito durante il periodo socialista.

Resta ovviamente un sistema lontano dal socialismo cinese, per la presenza di monopoli privati e per la influenza della classe capitalistica che li controlla, ma in cui lo Stato riprende alcune leve fondamentali di indirizzo e sviluppo e le usa per innescare un processo di ripresa economica tangibile, anche dal punto di vista del benessere sociale, ancorché troppo squilibrato nella distribuzione della ricchezza (resta residuale il ruolo del sindacato e della classe operaia organizzata).

Su questo Sakwa è meno convincente, indugiando su una critica che coglie alcuni limiti del sistema, ma li declina in una direzione piuttosto ideologica (“eccessiva presenza dello Stato nell’economia”).

Di rilievo anche la parte sulla politica estera, non solo rispetto al rapporto con l’Occidente e la Nato, che porterà alla tragedia Ucraina e alla escalation ancora in corso. La ricostruzione di Sakwa è rigorosa: i testi della dottrina strategica e militare russa vengono allineati per dimostrare il passaggio da un tentativo di collaborazione subordinata alla capacità di reggere l’urto con l’espansione della Nato.

Ma è presente e approfondito tutto il percorso di politica estera russa che porta ai Brics, alla Unione economica eurasiatica, alla SCO, alla convergenza strategica con la Cina per rivedere pesi e ruoli all’interno delle istituzioni internazionali, in coerenza con la transizione al mondo multipolare che i due grandi paesi dell’Eurasia promuovono e spingono.

Secondo Sakwa la Russia di Putin non è un paese imperialista ma fa politica di potenza, peraltro in continuità con la sua storia. Ma è prevalentemente una linea di politica che risponde a sollecitazioni esogene connesse alla incapacità di trovare un equilibrio di sicurezza comune dopo il 1990, con l’estensione della Nato a est e l’Uscita degli USA dati trattati sugli armamenti nucleari nel 2001 e nel 2017. Questi gli snodi decisivi della deriva di questi anni.

Il lavoro di Sakwa dice davvero tutto il fondamentale per capire un sistema ibrido, pieno di contraddizioni ritardi acquisizioni e recuperi, e che per questo non può esser ridotto alla caricatura che se ne fa. E che andrebbe evitata soprattutto se c’è il rischio di vederci arrivare in testa dei missili.

Una lettura obbligatoria.

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