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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/08/2026

Ancora sul Venezuela e su quanto può insegnarci quella capitolazione

di Carlo Formenti

Qualche giorno fa, commentando su questa pagina la svolta reazionaria del nuovo governo venezuelano, genuflesso ai piedi dell'imperialismo USA, citavo un articolo di Contropiano che prendeva atto della nuova situazione politica nel Paese caraibico. Nell’occasione scrivevo di condividere in gran parte, ma non del tutto, la posizione della rivista vicina alla Rete dei Comunisti. Per chiarire le ragioni di quel “non del tutto”, cito qui di seguito la parte conclusiva (che avevo tralasciato nel post in questione) dell’articolo di Contropiano:

“Dover assistere a questo processo controrivoluzionario in un paese che, insieme a Cuba, aveva dato un contributo decisivo all’ondata progressista in America Latina, all’Alba e all’ipotesi del Socialismo nel XXI Secolo, è indubbiamente doloroso per migliaia di compagne e compagni ma, purtroppo, non è una novità né una sorpresa: è una conferma del carattere sempre contraddittorio del processo storico, incluso dei processi rivoluzionari in cui è debole la soggettività che li orienta e li guida. È la conferma di come i partiti-Stato e i partiti di massa senza la selezione dei quadri, incorporino tutte le contraddizioni della società, inclusi l’opportunismo, la corruzione, la disponibilità al tradimento quando cambiano le condizioni. Lo abbiamo visto a cavallo degli anni Ottanta/Novanta in Europa, lo abbiamo visto nella stessa America Latina negli anni recenti in Ecuador, Bolivia, Perù”.
Che quanto è successo in Venezuela (e ancor prima in Ecuador e Bolivia) sia doloroso per tutti coloro che auspicano la vittoria del socialismo è indubbio, così come è indubbio che il processo storico sia contraddittorio, anche se io aggiungerei che, oltre a essere contraddittorio, non è animato da alcun principio di necessità immanente, come presumono le versioni “evoluzioniste” del marxismo: ogni rottura rivoluzionaria incorpora la possibilità e non la necessità di una transizione al socialismo. Ciò non vale solo quando sussistano certe “debolezze” (sulle quali tornerò a breve) dei soggetti politici alla guida del processo rivoluzionario, vale anche se e quando le soggettività in questione sono “forti”, come quelle auspicate dagli autori dell’articolo che sto commentando.

Ma quali sono, secondo gli autori, le caratteristiche che dovrebbe avere un soggetto politico adeguato alla propria missione rivoluzionaria? Lo deduciamo dai seguenti indizi: i soggetti che incorporano rischi di opportunismo, corruzione e tradimento, sarebbero “i partiti Stato e i partiti di massa senza la selezione dei quadri”.

Eppure. A meno che non si voglia adottare quale unico esempio “corretto” di partito il modello del partito bolscevico (ma meglio sarebbe definirlo leninista, vista l’insostituibile ruolo di leadership che Lenin esercitava in tale partito), che non lo si voglia cioè elevare a modello astratto, “idealtipico”, dell’organizzazione rivoluzionaria, si è indotti a riconoscere che esso (parliamo di un pugno di rivoluzionari “di professione”, selezionati da esperienze durissime e sottoposti a una ferrea disciplina interna) ha funzionato solo ed esclusivamente nelle particolarissime condizioni storiche della Russia durante la Prima Guerra mondiale. Tutti i tentativi di clonarlo nei Paesi a capitalismo avanzato, al pari dei movimenti rivoluzionari cui tali tentativi hanno hanno dato vita, sono falliti. Viceversa, tutte le rivoluzioni socialiste vittoriose, avvenute in Paesi periferici o semiperiferici, sono state guidate da partiti che avevano caratteristiche diverse dal modello leninista.

Parto dall’America Latina. In tutte le rivoluzioni del subcontinente il ruolo dei partiti comunisti è stato marginale: non solo perché divisi in correnti ideologiche in competizione reciproca (stalinisti, trotzkisti, maoisti ecc.) ma anche e soprattutto perché si sono rivelati incapaci di radicarsi nelle masse contadine (e solo in una certa misura nelle minoranze operaie sindacalizzate) e di elaborare programmi politici in grado di raccogliere un diffuso consenso popolare. I processi rivoluzionari sono stati guidati da leader carismatici che hanno capeggiato movimenti populisti che sono riusciti a sfruttare la crisi dei regimi neoliberali di fine millennio per vincere le elezioni e andare al potere per vie legali.

La debolezza di questi regimi, più che al carattere populista (quindi interclassista) delle forze politiche che li hanno instaurati, era dovuta:

  1. al fatto che, malgrado abbiano varato costituzioni avanzate, non hanno costruito un nuovo Stato, come è avvenuto nella Russia del '17 e nella Cina del '49, bensì ereditato le istituzioni dello Stato borghese (già corrotte dalle loro origini postcoloniali e neocoloniali). Esercito, magistratura, università, ecc. sono rimaste saldamente in mano alle classi dominanti e hanno agito da quinta colonna dell'imperialismo appena ne hanno avuto la possibilità;
  2. il persistere del meccanismo elettorale della democrazia borghese li esponeva al rischio costante di essere rovesciati nel momento in cui le difficoltà economiche ne avessero eroso i loro margini di consenso;
  3. in simili circostanze questi margini erano destinati a ridursi perché la base sociale “strutturalmente” (o almeno virtualmente) anticapitalista (contadini, etnie originarie, classe operaia) di questi regimi non godeva di una schiacciante maggioranza numerica nei confronti della piccola media borghesia urbana tradizionale e paradossalmente – come evidenziato all’ex vicepresidente boliviano Linera[1] – delle stesse nuove classi medie, cresciute grazie alle riforme realizzate nei primi anni in cui avevano avuto il potere.

In poche parole: né lo Stato – partito (magari ne avessero messo in piedi uno!), ne il partito massa (non erano veri partiti ma movimenti interclassisti che, del resto, se non fossero stati tali, non avrebbero potuto vincere le elezioni) sono stati la vera causa della sconfitta, bensì i fattori appena elencati, assieme alla poderosa pressione esercitata dall’imperialismo Usa.

Non meno significativo il caso (o meglio i casi, perché ogni singola esperienza andrebbe analizzata nella sua specificità) dell’Africa. Qui, come cerco di spiegare nella parte del mio ultimo libro[2] dedicata alle rivoluzioni antimperialiste di quel continente, seguendo le analisi di autori come Cabral[3], Rodney[4] e Samir Amin[5], il nodo fondamentale era la lotta per l’autonomia nazionale, e il tentativo di associarla allo sforzo di costruire il socialismo, “saltando” la fase dello sviluppo capitalistico[6].

In questo caso non si può nemmeno parlare di populismo interclassista, dato che le classi operaie erano inesistenti, più che minoritarie, mentre protagoniste della lotta erano le larghe masse popolari, perlopiù di origine contadine e piccolo borghese, e le etnie oppresse guidate strati intellettuali sfuggiti al controllo dei colonizzatori[7]. Parlare di stati partito è ancora più improprio, nel senso che quei processi rivoluzionari sono stati schiacciati prima che potessero essere costruiti dei veri Stati indipendenti. Al loro posto sono sorti regimi retti da borghesie compradore al servizio delle potenze neocoloniali, mentre gli embrioni dei partiti rivoluzionari sono stati sterminati fisicamente. Parlare di stato-partito e di fallimenti dovuti all’adozione di modelli “eurocentrici”, come fanno i critici di matrice postcoloniale e decoloniale, è un’idiozia, come spiega bene un libro di Kevin Okoth[8]. I movimenti rivoluzionari africani non sono stati sconfitti per “troppo Stato”, bensì, per dirla con Said Bouamama[9], per troppo poco Stato (socialista).

Quanto all’Unione Sovietica e alla Cina, non è possibile liquidare la questione nelle poche righe di un articolo.
Per l’Unione Sovietica rinvio a quanto scritto (e ai miei commenti in merito) da Vladimiro Giacché in vari testi[10] in cui riprende la polemica di Lenin contro le “sinistre” che definivano il sistema sovietico come “capitalismo di Stato”, e nei quali analizza lo sviluppo dell’economia sovietica fino alla crisi degli anni Settanta.
Per quanto riguarda la Cina, rinvio all’ultima parte di Oltre l’Occidente vol. II in cui mi confronto con le tesi di chi definisce la Cina un sistema tout court capitalista (o addirittura imperialista), totalitario, antidemocratico, ecc.
Qui ribadisco solo che, a mio avviso, l’esperimento cinese è la prova più evidente che la questione non è partito di massa sì o partito di massa no (quello di Togliatti era di massa e riformista, quello cinese è di massa e rivoluzionario), e aggiungo che, per fortuna, il regime cinese si fonda su un partito-Stato dotato delle risorse economiche, politiche (egemoniche) e militari sufficienti a schiacciare i tentativi occidentali di rovesciarlo sfruttando le contraddizioni di classe che, inevitabilmente, si prolungano in una formazione sociale che vive un processo di transizione.

Note

1) Cfr. A. G. Linera, Democrazia, Stato, rivoluzione, Meltemi, Milano 2020.

2) C. Formenti, Oltre l’Occidente (vol. II). L’alba di una nuova storia, Meltemi, Milano 2026.

3) Cfr. A. Cabral, Return to the Source, Monthly Review Press, New York 2022.

4) Cfr. W. Rodney, Decolonial Marxism, Verso Books, London-New York 2022.

5) Cfr. S. Amin, Classe et Nation, Editions Numériques Africaines, Dakar 2015.

6) Marx prese in considerazione tale possibilità intervenendo nel dibattito fra populisti e socialdemocratici russi in merito al ruolo che le comunità contadine originarie (obscina) avrebbe potuto avere in una rivoluzione socialista in Russia, favorendo la transizione diretta al socialismo “senza passare dalle forche caudine del capitalismo”.

7) Cabral sottolinea il ruolo dirigente dell’intellighenzia urbana piccolo borghese nelle rivoluzioni di liberazione nazionale dei popoli coloniali ma, al pari di Fanon, aggiunge che questi strati di classe avrebbero dovuto “suicidarsi” una volta ottenuta l’indipendenza.

8) Cfr. K. O. Okoth, Red Africa. Questione coloniale e politiche rivoluzionarie, Meltemi, Milano 2024.

9) Cfr. S. Bouamama, Pour un panafricanisme révolutionnaire, Syllepse, Paris 2023.

10) Cfr. in particolare, la rivoluzione economica sovietica, in Elogio del Comunismo del Novecento, Atti del Forum della Rete dei Comunisti, Roma 4,5,6 ottobre 2024.

Fonte

26/07/2026

La Russia, fuori dalla propaganda guerrafondaia

L’enciclopedico volume di Richard Sakwa, professore alla Kent University – Russian Politics and Society, edito da Routledge – non è solo un lavoro monumentale sulla Russia del periodo 1990-2020, ma uno strumento di conoscenza fondamentale per orientarsi nelle tenebre della barbarie intellettuale e bellicista del nostro tempo. Per “provare a capire”, ciò che esagitati e servi di regime vogliono impedire che succeda.

Attraverso una masse di dati sconfinata e declinata in ogni ambito della vita politica, economica, sociale, culturale e istituzionale del paese Sakwa, il massimo russista inglese contemporaneo, ci restituisce una immagine reale (e realista) della Russia di oggi.

Nessuna remora nella individuazione e nella critica dell’autoritarismo del sistema russo, ma nessuna concessione alla demenziale rappresentazione della Russia odierna come di una dittatura. Roba buona per Topolino, e quindi per i media mainstream di oggi, e per la pseudopolitica che attraversa gran parte degli schieramenti di “destra” e di “sinistra”.

Sakwa vola alto, come il suo connazionale Short nella sua straordinaria biografia di Putin: la critica è autonoma, di merito, fondata su una articolazione di pensiero seria.

Come altri autorevolissimi storici (Roy Medvedev) e studiosi (Emmanuel Todd) Sakwa definisce il sistema politico russo un ibrido tra democrazia e autoritarismo. Nello specifico la sua tesi è che convivono un assetto costituzionale che contiene elementi tipici della democrazia (costituzione, elezioni, articolazioni del potere ecc.) con un regime amministrativo/gestionale che limita e filtra la possibilità di modificare gli assetti di governo, e tende all’autoritarismo.

Se la democrazia è – anzi era – caratterizzata (visto che da noi è stata superata a favore di un sistema oligarchico/plutocratico liberale) da regole certe per esiti incerti, il sistema russo ha regole mutevoli per garantire risultati certi.

La trattazione è straordinariamente dettagliata: passa in rassegna – con dati e sintesi inappuntabili – la struttura delle istituzioni, i risultati elettorali, il ruolo dei partiti, il rapporto tra i poteri dello stato. Il sistema nasce da subito come una “phoney democracy” (gli anni fino al 1993).

La presidenza prevale nettamente sul parlamento. L'amministrazione presidenziale marginalizza il governo, relegato al massimo a un ruolo di gestione economica. Il bombardamento del parlamento da parte di Eltsin (1993) e la manomissione delle elezioni presidenziali per la sua rielezione (1996) sono la conferma di una transizione non democratica al capitalismo, l’autoritarismo è una componente caratteristica del sistema da molto prima dell’avvento di Putin al governo.

Nulla di strano, per chi sa che cosa è il capitalismo. Qua forse il nodo più convincente di Sakwa: le modalità – oligarchiche, corrotte, di saccheggio – con cui il capitalismo si afferma in Russia escludono la democrazia, non a caso le “riforme” economiche sono in gran parte frutto di decreti presidenziali, e non di leggi votate in parlamento.

La corruzione di sistema (la “metacorruzione”, come la chiama Sakwa) prevale enormemente sulla dimensione venale della corruzione (le classiche “dazioni”): è un elemento costitutivo del rapporto tra stato e capitale e della subordinazione dello stato al capitale (non solo le privatizzazioni senza regole, ma lo scandalo loans for share degli anni Novanta con cui le banche degli oligarchi finanziano lo Stato disperatamente in cerca di fondi, che in cambio cede loro a bassissimo prezzo quote delle sue aziende).

Una evoluzione democratica è possibile? Si, parallelamente alla crescita di un ceto colto e aperto alla conoscenza del mondo, ma è nella società russa che si devono determinare le condizioni culturali per quella evoluzione, non altrove.

Sakwa è troppo colto per non sapere che la democrazia è un’organizzazione della società e della politica che ha implicazioni culturali e identitarie, oltre che di potere sociale, che non possono esser prodotte dall’esterno (cioè da noi...).

La disgregazione sociale provocata da queste politiche è terrificante: rispetto agli anni Ottanta il numero dei decessi aumenta di circa 600.000 ogni anno nei Novanta. Una vera ecatombe che supera quella delle purghe staliniane del '37-'38 quando si stimano 700.000 morti per le repressioni.

Qui sono quasi altrettanti, MA OGNI anno negli anni Novanta, complesivamente quindi molti di più: l’aspettativa di vita precipita da circa 65 a meno di 58 anni.

Se negli anni della costruzione del socialismo la tragedia procedeva insieme all’entusiasmo per una nuova impresa, dopo il crollo dell’Urss erano la disillusione e l’atomizzazione anomica (l’esplosione degli omicidi, la disgregazione della famiglia – oltre la metà dei matrimoni finiscono in divorzi –, l’omicidio delle donne – 14.000 all’anno negli anni Novanta, come i caduti sovietici in tutta la guerra afgana –, le violenze nelle forze armate) a caratterizzare la distruzione sociale.

È Putin, con il suo gruppo dirigente, che ricostruisce uno stato sull’orlo della disgregazione e una società devastata. Un conservatore moderato che mostra attenzione alla coesione sociale. Un pragmatico che manovra in modo spregiudicato riposizionando il sistema e mettendo al centro, sempre, il primato dello Stato e il rispetto del ruolo internazionale del paese.

Quanta distanza dalla tonitruante sequela di cazzate dette sul suo conto, dal “fascista” dei mentecatti de sinistra, al “comunista” dei mentecatti de destra (e de sinistra).

La Federazione russa a fine anni Novanta rischia di cessare di esistere come Stato. Oltre un milione di uomini fanno parte di milizie private (dopo che un milione e mezzo di militari rientrano dall’est Europa), le repubbliche autonome e le regioni che fanno parte della Federazione hanno stipulato 300 trattati con paesi esteri, circa 2.000 leggi regionali saranno riconosciute non coerenti con la Costituzione e cancellate, esistono oltre 40 trattati tra regioni e repubbliche e potere federale (dentro la logica clientelare di Eltsin), un milione di persone sono in prigione.

Putin ricostruisce lo Stato e il primato dello Stato sugli oligarchi, restituendo alla politica la sua autonomia e allo Stato la sua sovranità. Nessuno statista di questo secolo ha raggiunto i suoi risultati.

Questo ovviamente accade in un sistema che CONTINUA a non essere democratico, e che pero non può essere definito come una dittatura: in Russia nel 2018 esistono 235.000 ONG (lo 0,35% riconosciute come agenti stranieri), alla fine del primo decennio del secolo erano attive 23.000 organizzazioni religiose (quasi 4.000 islamiche)... esiste una società civile non abbastanza sviluppata, ma esiste.

Vengono uccisi i giornalisti: 28 tra il 2000 e il 2017, ma sono in proporzione molti meno dei 30 ammazzati tra il 1993 e il 1999 (quando nessuno sollevava il problema dalle nostre parti, perché? Datevi una risposta...).

I risultati sono straordinari. Il numero di detenuti si più che dimezza tra il 2000 e il 2020 (da un milione a 450mila circa... dittatura?), gli omicidi calano del 90% circa, l’aspettativa di vita risale a 73 anni (da 58), si mette ordine in ogni campo della vita politica economica e sociale.

Il sistema dei partiti resta asfittico ma viene finalmente regolato con requisiti certi di rappresentanza (opinabili, ovviamente, ma certi dopo la deregolamentazione senza costrutto degli anni Novanta). Le forze armate vengono riformate e modernizzate nella struttura e negli armamenti, mentre vengono presi finalmente provvedimenti contro la violenza sulle reclute (arrivate a un numero di mille decessi a inizio anni 2000).

In economia, dal consolidamento del sistema finanziario – con le banche che scendono da 1800 a circa 450 – a quello del sistema industriale, con le operazioni di sistema sul navale e l’aerospazio (UAC) dentro il riassetto del sistema hi-tech e della difesa (il colosso Rostec) e al rilancio di Rosatom.

Dalla ripresa di controllo dello Stato sulle fonti energetiche (redistribuendo in parte i profitti alla politica di coesione sociale) allo sviluppo dell’agricoltura che, dopo le sanzioni del 2014, arriva a essere esportatrice netta. Un risultato sempre fallito durante il periodo socialista.

Resta ovviamente un sistema lontano dal socialismo cinese, per la presenza di monopoli privati e per la influenza della classe capitalistica che li controlla, ma in cui lo Stato riprende alcune leve fondamentali di indirizzo e sviluppo e le usa per innescare un processo di ripresa economica tangibile, anche dal punto di vista del benessere sociale, ancorché troppo squilibrato nella distribuzione della ricchezza (resta residuale il ruolo del sindacato e della classe operaia organizzata).

Su questo Sakwa è meno convincente, indugiando su una critica che coglie alcuni limiti del sistema, ma li declina in una direzione piuttosto ideologica (“eccessiva presenza dello Stato nell’economia”).

Di rilievo anche la parte sulla politica estera, non solo rispetto al rapporto con l’Occidente e la Nato, che porterà alla tragedia Ucraina e alla escalation ancora in corso. La ricostruzione di Sakwa è rigorosa: i testi della dottrina strategica e militare russa vengono allineati per dimostrare il passaggio da un tentativo di collaborazione subordinata alla capacità di reggere l’urto con l’espansione della Nato.

Ma è presente e approfondito tutto il percorso di politica estera russa che porta ai Brics, alla Unione economica eurasiatica, alla SCO, alla convergenza strategica con la Cina per rivedere pesi e ruoli all’interno delle istituzioni internazionali, in coerenza con la transizione al mondo multipolare che i due grandi paesi dell’Eurasia promuovono e spingono.

Secondo Sakwa la Russia di Putin non è un paese imperialista ma fa politica di potenza, peraltro in continuità con la sua storia. Ma è prevalentemente una linea di politica che risponde a sollecitazioni esogene connesse alla incapacità di trovare un equilibrio di sicurezza comune dopo il 1990, con l’estensione della Nato a est e l’Uscita degli USA dati trattati sugli armamenti nucleari nel 2001 e nel 2017. Questi gli snodi decisivi della deriva di questi anni.

Il lavoro di Sakwa dice davvero tutto il fondamentale per capire un sistema ibrido, pieno di contraddizioni ritardi acquisizioni e recuperi, e che per questo non può esser ridotto alla caricatura che se ne fa. E che andrebbe evitata soprattutto se c’è il rischio di vederci arrivare in testa dei missili.

Una lettura obbligatoria.

Fonte

18/07/2026

Hamas e la crisi dello Stato-nazione palestinese

Il ruolo svolto da Hamas in Palestina e nella regione è difficile da comprendere se ridotto a una semplice dicotomia: resistenza contro l’occupazione o movimento islamico contro un’autorità nazionale.

L’ascesa, la persistenza e l’influenza regionale di Hamas possono essere spiegate solo come il prodotto di una crisi più profonda – la crisi del progetto nazionale palestinese stesso – e al contempo come uno dei fattori che hanno contribuito ad aggravare e perpetuare questa crisi.

Hamas non è emerso dal nulla. È sorto alla fine degli anni ’80 in un momento in cui il movimento nazionale palestinese stava attraversando una crisi complessa. L’occupazione israeliana continuava, il progetto di liberazione guidato dall’OLP era entrato in una fase di logoramento e declino, e il divario tra la retorica nazionale e la realtà vissuta dai palestinesi si stava ampliando.

Poi è arrivata l’era dell’Autorità Palestinese, che ha esacerbato la crisi. Invece di condurre a uno stato indipendente, si è trasformato in un’autorità dai poteri limitati, appesantita da corruzione, burocrazia e divisioni interne, e incapace di soddisfare le aspirazioni palestinesi di libertà e indipendenza.

In questo contesto, Hamas si è presentato come un’alternativa morale, organizzativa e politica. Non era semplicemente una fazione armata, ma una rete sociale, di difesa dei diritti, educativa e caritatevole con un elevato grado di capacità organizzativa e una notevole disciplina istituzionale.

La sua legittimità derivava da tre fonti principali: il suo discorso di resistenza contro l’occupazione, la sua immagine di alternativa più onesta alle élite esistenti e la sua capacità di fornire servizi e costruire profondi legami sociali all’interno della società palestinese.

Tuttavia, l’ascesa di Hamas non è stata solo il risultato della sua forza. Si è verificata anche in un contesto di crescente sfiducia nel progetto politico rappresentato dall’Autorità Palestinese.

L’Autorità, nata dopo gli Accordi di Oslo, portava con sé la storica promessa di trasformare la fase di transizione in uno stato indipendente, ma questa promessa si è scontrata con ostacoli interni ed esterni che ne hanno impedito la realizzazione.

Sul piano esterno, l’Autorità Palestinese ha continuato a operare nella realtà dell’occupazione, senza piena sovranità su territorio, confini e risorse. Inoltre, la continua attività di insediamento, soprattutto con l’ascesa della destra israeliana, ha indebolito la fiducia nella possibilità di raggiungere una soluzione politica basata sulla creazione di uno Stato palestinese indipendente.

Con lo stallo dei negoziati e il ripetersi delle crisi, ampi settori della popolazione palestinese hanno iniziato a credere che il processo negoziale non fosse più in grado di raggiungere gli obiettivi nazionali promessi.

Anche gli attentati suicidi compiuti da Hamas e dalla Jihad islamica in Israele a metà degli anni ’90 hanno contribuito a indebolire la posizione dell’Autorità Palestinese e a ostacolarne il progetto politico.

In quel periodo, l’Autorità stava cercando di consolidare la propria legittimità come partner degli Accordi di Oslo, mentre questi attentati minavano la fiducia israeliana in tale processo e rafforzavano la retorica delle forze israeliane contrarie agli accordi politici.

Contemporaneamente, l’Autorità Palestinese si trovò di fronte a un difficile dilemma: dal punto di vista della sicurezza, era tenuta a fermare gli attacchi suicidi e a rispettare i propri impegni politici, ma internamente doveva affrontare le accuse di essere diventata uno strumento per proteggere un processo negoziale che non aveva prodotto i risultati sperati dai palestinesi.

Pertanto, il conflitto tra l’opzione del negoziato e quella della resistenza armata acuì la divisione palestinese e indebolì la capacità dell’Autorità di costruire un’ampia legittimità nazionale.

Sul fronte interno, l’Autorità soffrì di crisi strutturali che ne minarono la legittimità. Molti la percepivano come associata alla burocrazia, alla corruzione e alla monopolizzazione del potere decisionale. Inoltre, la sua forte dipendenza dal sostegno esterno e la dipendenza delle sue capacità amministrative e finanziarie dalle circostanze politiche circostanti portarono alcuni a considerarla più un organo amministrativo limitato che uno Stato pienamente sovrano.

Si creò così un vuoto politico e morale: l’Autorità Palestinese non riuscì a realizzare lo Stato promesso e le forze nazionali tradizionali non riuscirono a proporre un’alternativa convincente. In questo vuoto, Hamas è riuscito a presentarsi come un movimento di resistenza dotato di chiarezza ideologica e capacità organizzativa, capitalizzando sulla frustrazione popolare e sul calo di fiducia nel processo politico esistente.

Tuttavia, il successo di Hamas rifletteva anche il fallimento del progetto nazionale palestinese di trasformarsi in uno Stato funzionante. Quanto più il progetto di costruzione dello Stato vacillava e quanto più la legittimità delle istituzioni nazionali si erodeva, tanto maggiore era la propensione verso movimenti che si presentavano come portatori di significato, identità e resistenza.

Il paradosso, tuttavia, ha cominciato a emergere con l’ingresso di Hamas nell’arena politica e la successiva presa del potere nella Striscia di Gaza nel 2007.

Il movimento, che aveva beneficiato della crisi dello Stato palestinese, si è trovato di fronte a un interrogativo a cui non riusciva a dare una risposta definitiva: è un movimento di resistenza o un’autorità di governo? Fa parte di un progetto nazionale palestinese o di un progetto islamico transnazionale? Trae la sua legittimità dal popolo palestinese e dalle sue istituzioni, o dall’idea di resistenza e dalla comunità ideologica?

Tali questioni non erano meramente teoriche; si riflettevano nella realtà pratica della vita palestinese. Emersero due sistemi politici distinti: l’Autorità Palestinese in Cisgiordania e il governo guidato da Hamas nella Striscia di Gaza.

Invece di istituzioni nazionali che diventassero un quadro unificante per i palestinesi, la scena palestinese si trasformò in uno spazio diviso politicamente, istituzionalmente e geograficamente. Pertanto, il movimento che si affermò a causa dell’assenza di uno Stato divenne parte integrante del dilemma stesso della costruzione dello Stato.

La tensione tra la logica del movimento e la logica dello Stato non si limitò alla divisione palestinese. Hamas, in virtù delle sue radici ideologiche, appartiene a una concezione dell’Islam politico che trascende gli stretti confini nazionali. Di conseguenza, è sempre esistita una tensione tra la priorità di costruire uno Stato palestinese come Stato di cittadini e la priorità del progetto di resistenza come progetto ideologico aperto a una più ampia sfera islamica e regionale.

Questa tensione ha conferito ad Hamas una significativa presenza regionale. Il movimento non è più semplicemente un attore palestinese, ma piuttosto parte di una complessa rete regionale di alleanze, rivalità e polarizzazioni. La causa palestinese stessa è spesso diventata un’arena in cui calcoli regionali e identità transnazionali si intersecano con gli obiettivi nazionali palestinesi immediati.

Ma l’esperienza ha anche rivelato i limiti di questo modello. I movimenti ideologici possono acquisire una notevole legittimità come movimenti di protesta e resistenza, ma la costruzione di uno Stato stabile e moderno solleva questioni diverse: come si può governare una società eterogenea? Come si distribuisce il potere? Come si costruiscono le istituzioni? Come si prendono le decisioni cruciali? E come si può conciliare la logica della resistenza con la vita quotidiana di milioni di civili?

La recente guerra a Gaza ha messo in luce in modo drammatico questo dilemma. Il movimento si è impegnato in un importante scontro sotto la bandiera della resistenza, mentre la società palestinese si è trovata ad affrontare una profonda catastrofe umanitaria e infrastrutturale.

Indipendentemente dalle diverse opinioni sulle cause e le responsabilità della guerra, l’esito ha nuovamente evidenziato la fragilità della situazione palestinese: un popolo senza uno Stato sovrano, istituzioni nazionali divise e un movimento di resistenza che governa una parte del territorio ma non possiede gli attributi di uno Stato né la capacità di proteggere la società dalle conseguenze del conflitto.

Qui risiede il paradosso fondamentale. Hamas è salito al potere proprio perché uno Stato palestinese non si è ancora concretizzato e perché ampi segmenti della popolazione palestinese hanno perso fiducia nelle élite e nelle istituzioni esistenti.

Tuttavia, in quanto movimento che combina la logica della resistenza, la logica di un gruppo ideologico e la logica di governo, è diventato anche parte integrante del processo stesso di riproduzione della crisi. Più debole è lo Stato, maggiore è la sua influenza; e maggiore è la sua influenza, più difficile diventa costruire uno Stato palestinese unificato, capace di monopolizzare il potere decisionale e gli armamenti e di rappresentare tutti i palestinesi.

La difficile situazione palestinese non risiede unicamente nella presenza di Hamas, né unicamente nel fallimento dell’Autorità Palestinese, né tantomeno unicamente nelle divisioni interne. Le radici di questa difficile situazione affondano molto più in profondità. Si tratta di una crisi di un popolo che non è ancora riuscito a trasformare la propria identità nazionale in uno Stato funzionante, dotato di legittimità, istituzioni e sovranità. In questo vuoto, continuano a emergere movimenti messianici e le alternative, col tempo, diventano parte della stessa crisi che avrebbero dovuto risolvere.

Spezzare questo ciclo richiede non solo la sostituzione di una fazione politica con un’altra, ma la ricostruzione del progetto nazionale stesso sulle fondamenta dello Stato, delle sue istituzioni e della cittadinanza.

La resistenza non deve sostituirsi allo Stato, né lo Stato deve essere uno strumento per gestire l’occupazione. Piuttosto, deve essere un quadro politico che tuteli i diritti del popolo, ne accolga la diversità e gli garantisca un futuro che trascenda la logica delle crisi ricorrenti.

Fonte

02/06/2026

La diatriba sul sovranismo, una tempesta in un bicchiere d'acqua

di Domenico Moro

Sono sinceramente meravigliato del clamore e dell’attenzione che sui social sta ricevendo la recente diatriba tra due professori universitari, Emiliano Brancaccio e Andrea Zhok. Tuttavia, ho deciso anch’io di cedere ai meccanismi “social” ed esprimere il mio parere sulla questione.

L’origine della diatriba nasce da un articolo di Brancaccio sul Manifesto in cui, dalla critica delle scelte economiche meloniane, trae spunto per un attacco contro il sovranismo. A questo punto, Zhok è intervenuto sulla bacheca Fb di Brancaccio dicendo sostanzialmente che si era rotto le scatole di vedere utilizzato il termine sovranismo a sproposito. Per la verità, Zhok ha usato un linguaggio più colorito, che forse avrebbe potuto risparmiarsi.

La risposta di Brancaccio è stata, però, di una arroganza fastidiosa, improntata al concetto “lei non sa chi sono io”, sostenendo che uno come lui, tanto importante da aver avuto interlocuzioni con personaggi come Blanchard (ex capo-economista dell’Fmi), Monti e Prodi, non poteva essere apostrofato in quel modo. Fra l’altro non è detto che essere interlocutori di questi soggetti sia particolarmente significativo della validità del proprio pensiero. Brancaccio, ha poi aggiunto che chi fa il filosofo e non conosce alcune tecnicalità dell’economia (Zhok) farebbe meglio a stare zitto. A questo punto tra i due è iniziata una polemica a distanza con toni personalistici, che ha scatenato i rispettivi fan.

Il problema è, in primo luogo, che i due in questione si comportano come “prime donne”, che interpretano il proprio ruolo su un palcoscenico – quello dei social media – che favorisce e vive di contrasti manichei tra posizioni delineate in modo estremizzato, sulle quali il pubblico di fan si posiziona a mo’ di tifoseria calcistica.

In secondo luogo, questo contrasto tra sovranismo e anti-sovranismo è un falso problema, che, esercitando un po’ di dialettica, potrebbe essere risolto, fra quanti, almeno a quanto dice, si richiamano al marxismo o comunque prendono spunto da Marx. Il cosiddetto sovranismo è declinato in diversi modi, di destra e di sinistra. Comunque, il concetto di fondo è che la globalizzazione dell’economia, e l’affermazione di organismi sovranazionali, ha indebolito lo Stato nazionale a tutto vantaggio delle élites capitalistiche.  Tale concetto non è né giusto né sbagliato, dal momento che fotografa un dato di fatto storico. L’errore che entrambi i duellanti in oggetto fanno è di estremizzare tale concetto, ciascuno nella direzione preferita. Come spesso accade, se un concetto o una posizione si estremizzano troppo e si irrigidiscono, diventano inservibili.

Brancaccio ritiene che il sovranismo sia una tendenza sempre nazionalista, reazionaria e di destra, che contraddice il primato della lotta tra capitale e lavoro e contrasta con l’internazionalismo dei lavoratori. In sostanza, Bancaccio qui assume le vesti del difensore del marxismo. Purtroppo, si tratta di un marxismo troppo schematico e semplificato, in cui manca una analisi della composizione di classe delle società capitalistiche e soprattutto dello Stato. Su queste basi, Brancaccio fa dell’attacco al sovranismo una crociata personale che porta avanti da anni. Già nel 2018 criticai su Marxismo oggi un suo articolo sull’Espresso in cui attaccava “l’orrido sovranismo piccolo-borghese”[i].

Zhok, invece, coglie correttamente il legame tra “indebolimento” dello Stato nazionale e peggioramento dei rapporti di forza tra capitale e lavoro. Si rende conto che l’internazionalizzazione dei capitali mina anziché favorire l’internazionalismo dei lavoratori. Tuttavia, anche lui estremizza la questione e finisce per concentrarsi troppo sulla necessità di ristabilire la sovranità dello Stato nazionale, che, di per sé, non significa un miglioramento dei rapporti di forza tra lavoratori e capitale. Soprattutto, enfatizza il carattere “nazionale” della sovranità, in cui rientra anche una critica non proprio centrata dell’immigrazione[ii]. Il che è poi quello che fa scattare i riflessi pavloviani anti-sovranisti non solo di Brancaccio ma anche di altri nel campo, più o meno, marxista.

Il punto, secondo me, è che in certe analisi manca la teoria marxista (magari aggiornata) dello Stato.  Lo Stato è sempre lo Stato della classe dominante, ma la forma che assume muta, dipendendo dalla fase, dal modo di produzione e dalla situazione dei rapporti di forza fra le classi.  Partendo da questo assunto, si può dire che l’indebolimento dello Stato, specie quello avvenuto nei paesi della Ue e segnatamente in quelli dell’eurozona, non è assoluto, perché molte funzioni dello Stato, pensiamo agli apparati di polizia e militari, si stanno rinforzando. A essere indebolite sono quelle funzioni che ostacolavano o rendevano più difficile la subordinazione della classe lavoratrice e della piccola borghesia al capitale e che erano il risultato della risposta capitalistica alla crisi degli anni ‘30, di rapporti di forza tra capitale e lavoro più favorevoli a quest’ultimo e, last but not least, dell’esistenza dell’URSS e di un campo socialista.

Quindi, ad essere stata messa in discussione non è la sovranità nazionale in senso stretto, ma la sovranità popolare (o democratica, se preferiamo), cioè quei meccanismi, che permettevano alla classe lavoratrice di esercitare la lotta di classe in modo più agevole. Ad esempio, i vincoli di Maastricht rappresentano una camicia di forza per le scelte di governi e parlamenti, nel caso in cui dovessero cedere a richieste dal basso, anche solo per ragioni elettoralistiche. Questo, naturalmente non significa che nella Prima repubblica, precedentemente alla UE e dell’euro, fossimo in una sorta di società ideale, come alcuni tendono a rappresentarsi. Ad ogni modo, la sovranità, che taluni, fra cui il sottoscritto, rivendicano a sinistra, è quella democratica e popolare.

Un altro aspetto della teoria marxista che viene trascurato è quello dell’analisi della composizione di classe. In una società capitalistica, anche in una polarizzata e con una forte concentrazione e centralizzazione di capitale, permangono larghi strati intermedi. Inoltre, permangono anche molte differenze e divari anche tra i lavoratori salariati. Quindi, assumere una posizione tale per cui si condanna il sovranismo come tendenza piccolo-borghese, oltre a non essere corretta in senso generale, implica assumere un posizionamento politico che ignora la necessità delle alleanze di classe e di staccare almeno una parte della piccola borghesia dal capitale vero e proprio. Il vero nemico è rappresentato dal capitale, che, anche quando fa critiche alla UE (come in questi giorni ha fatto Confindustria), rimane profondamente europeista oltre che atlantista.

Parlare di sovranità democratica, e pertanto criticare la UE e l’euro (e la Nato) e finanche metterne a programma la fuoriuscita, in uno Stato borghese non è un cedimento al nazionalismo. Rientra, invece, in questo contesto e in questa fase storica, all’interno di una strategia di lungo periodo di superamento del capitalismo, che deve essere modulata a seconda delle condizioni concrete esistenti.

Dall’altra parte, però, la rivendicazione della sovranità popolare deve fare i conti anche con la presenza di forze reazionarie e frazioni capitalistiche che declinano la questione della sovranità in termini nazionalisti e xenofobi, cercando di utilizzarla a proprio favore. Si tratta di settori politici, come Fratelli d’Italia, la Lega, ecc. il cui “sovranismo”, però, lascia presto il posto ai “necessari” adeguamenti ai vincoli europei e atlantici, come è accaduto al governo, presunto sovranista, di Meloni. Più che attaccare la Meloni perché è sovranista, quindi, dovremmo denunciarne la mancanza di rispetto della sovranità, popolare e democratica, e l’allineamento reale all’UE, alla Nato e agli Usa. Al tempo stesso, rivendicare la sovranità “nazionale” in un paese che, malgrado tutta la sua attuale subalternità agli Usa, è stato sin dalla fine dell’Ottocento e rimane ancora oggi imperialista, è piuttosto fuori luogo. Anche la determinazione con cui alcuni “sovranisti” di sinistra giudicano l’Italia una colonia e la sua classe capitalistica come una classe compradora è fuorviante. Ma qui ci sarebbe la necessità di riportare in auge un’altra decisiva teoria marxista, quella dell’imperialismo, e non è il caso in questa sede.

Quindi, estremizzare i concetti, nella fattispecie quello di sovranità, crea confusione e divisioni all’interno del campo anticapitalista (e marxista), che francamente sarebbe meglio evitare. La diatriba tra Brancaccio e Zhok può essere letta come uno scontro accademico fra professori universitari. In realtà, è il prodotto di un problema molto più importante: l’assenza della politica o meglio del connubio che deve sempre esistere tra politica e teoria, tra obiettivi pratici e riflessione, allo scopo di modificare la realtà a favore della classe lavoratrice. Se non si tengono in conto i risvolti pratici del proprio teorizzare, si rischia di andare fuori strada. Certo, cercare di elaborare e, ancor più, mettere in atto una politica marxista è molto più complesso e faticoso che fronteggiarsi sui social, dal momento che si deve agire concretamente tenendo conto contemporaneamente di una moltitudine di variabili interdipendenti. Ma non si può non “fare politica”. È, questo, è un problema non solo di Brancaccio e di Zhok, ma di tutti noi, a fronte della frammentazione organizzativa e della inconsistenza politica esistente.

Zhok e Brancaccio hanno indubbie qualità personali, ma se le usano in questo modo, l’unico risultato che ottengono (forse) è quello di aumentare la loro visibilità, ma certo non ci aiutano molto. Anzi replicano il fenomeno, oggi molto diffuso, della divisione in tifoserie contrapposte, che è il prodotto, oltre che del sistematico smantellamento dei partiti di classe e del marxismo, anche di anni di talk show televisivi e di social, a partire da Facebook. Forse, più che scontrarci e continuare a dividerci su singole parole o formulazioni (sovranismo, uscita o no da UE ed euro, rossobrunismo), dovremmo confrontarci realmente tra noi, partendo dal concreto e valutando insieme se quello che facciamo o diciamo è funzionale con gli scopi finali, che, mi pare, non teniamo in debita considerazione. Forse, in questo modo, supereremmo tante divisioni inutili e saremmo più forti nei confronti del nostro vero avversario, il capitale e la sua forma imperialista.

Note

[i] Domenico Moro, “Gli ex combattenti della grande guerra e il sovranismo piccolo borghese, analogie ed errori a cento anni di distanza”, Marxismo oggi, 2018.

[ii] Andrea Zhok, “Qualche riflessione sul problema migratorio”, Italiaeilmondo.com, 28, settembre 2019.

Fonte

03/06/2025

Lefebvre e il doppio sfondamento di Marx e Nietzsche contro Hegel

di Fabio Ciabatti

Henri Lefebvre, Hegel Marx Nietzsche o il regno delle ombre, DeriveApprodi, Bologna 2025, pp. 208, € 20,00

Marx e Nietzsche uniti nella lotta contro Hegel? Dai, non esageriamo. Piuttosto i primi due possono marciare divisi per colpire uniti il terzo, almeno secondo quanto scrive Henri Lefebvre in Hegel Marx Nietzsche o il regno delle ombre. Questo libro, pubblicato nel 1975 e per la prima volta tradotto in Italia dopo cinquant’anni, nasce dall’idea del suo autore di un “doppio sfondamento: attraverso la politica e la critica della politica per superarla in quanto tale, attraverso la poesia, l’eros, il simbolo e l’immaginario”. Uno sfondamento nei confronti dello stato di cose presenti condensato nella filosofia dello Stato di Hegel. Siamo negli anni Settanta del secolo scorso e la riscoperta di Nietzsche da parte del pensiero radicale di sinistra fa parte, potremmo dire, di un certo spirito del tempo. Basti ricordare autori come Deleuze, Guattari o Foucault. L’approccio di Lefebvre ha però una sua originalità: rileva punti di contatto e profonde discordanze tra Marx e Nietzsche senza tentare alcun tipo di sintesi. Si limita a invocare un pensiero che sappia farsi multidimensionale.

Secondo Lefebvre, Hegel pone al centro della sua riflessione la rivoluzione, quella francese, e annuncia la sua definitiva cristallizzazione nello stato nazionale. Stato costituzionale e certamente non reazionario, ma, al tempo stesso, più borghese che democratico. Nello Stato, vera incarnazione dell’Idea, si perfeziona la fusione tra sapere e potere. Anche le sue capacità repressive e belliche rivelano un fondamento razionale e per questo legittimo. Questa fusione può avvenire perché la classe media porta la cultura alla coscienza dello Stato. È infatti questa classe, luogo di elezione della cultura, che costituisce la sua base sociale in quanto bacino di reclutamento della burocrazia. L’unione di sapere e potere consente allo Stato di preservarsi come totalità coerente pur contenendo momenti contraddittori. Gli consente di inglobare e subordinare la società civile, di cementare il corpo sociale che senza di esso cadrebbe a pezzi. Lo Stato, dunque, si afferma come un automatismo perfetto, come modello di un sistema che si autoregola. Con lo Stato il tempo finisce e il suo risultato si diffonde e si attualizza nello spazio.

La rottura di Marx con Hegel, prosegue Lefebvre, è in primo luogo di natura politica: egli rompe con l’apologia hegeliana dello Stato, in modo sempre più netto dalle prime alle ultime sue opere. Questa porta con sé una rottura filosofica (dall’idealismo al materialismo) e una epistemologica (dall’ideologia alla scienza). Marx voleva stabilire razionalmente la fiducia nel possibile. Voleva riunire la scienza basata sul passato e l’apertura sul futuro, in contrapposizione alla coincidenza tra reale e possibile che la teoria hegeliana dello Stato voleva già realizzata. Lo Stato, così, da struttura portante della società diventa sovrastruttura che poggia sui rapporti sociali di produzione e che, con il modificarsi di questi ultimi, è destinato a modificarsi a sua volta e infine a crollare. La filosofia, dunque, non può realizzarsi nello stato hegeliano, ma solo nella classe operaia che, facendosi soggetto collettivo autonomo, è destinata a riassorbire nella dimensione sociale tanto quella economica quanto quella politica.

Marx, sostiene ancora Lefebvre, mantiene la concezione hegeliana di una razionalità soggiacente alla storia, ma allo stesso tempo esita nel riconoscere un senso immanente alla società capitalistica che, a buon diritto, può essere considerata assurda perché disumana e ingiusta. Mantiene il progetto di costruire un rigoroso sapere scientifico in grado di raggiungere l’essenza della società capitalistica, ma riprende anche la formula faustiana “In principio era l’azione”. Detto altrimenti, esita tra il sapere e l’agire, tra il conoscere e il vissuto pratico.

Un vissuto in cui Marx evidenzia una triade misconosciuta: sfruttamento, oppressione, umiliazione. Questi tre concetti, pur senza confondersi, si possono riassumere in un unico termine, quello di alienazione. Questo, staccato dall’architettura hegeliana, manca di uno statuto teorico solido ma, al tempo stesso, acquisisce una inesauribile fecondità per la comprensione del vissuto sociale. Concetti come plusvalore o plusprodotto hanno ben altra compattezza da un punto di vista scientifico ed epistemologico. Ma nessuno è disposto a morire combattendo contro il plusvalore, mentre moltissimi esseri umani hanno lottato fino alle estreme conseguenze contro l’umiliazione e l’oppressione, attraverso le quali hanno sperimentano lo sfruttamento.

Cosa si è realizzato del progetto marxiano? Niente, o quasi niente, sostiene Lefebvre. Una gran parte di quello di cui Marx aveva annunciato la scomparsa continua a sopravvivere, anche se “marcisce sul posto”. In nessun luogo la classe operaia ha potuto diventare un soggetto collettivo autonomo. “In entrambi i fronti, capitalista e socialista, la vita sociale scompare, schiacciata tra l’economico e il politico. Qui predomina il primo, là il secondo”.1

Sin dai tempi di Marx, mentre lui celebrava il tentativo della Comune parigina di abbattere lo Stato borghese, la già potente classe operaia tedesca stava cadendo nella trappola del nazionalismo e dello statalismo, per di più guidata da un sedicente seguace dello stesso Marx, Lasalle. E l’amara ironia della storia prosegue con l’Unione Sovietica che trasforma in dottrina di Stato la critica radicale dello Stato di Marx. Una dottrina in verità super hegeliana anche se mascherata sotto un lessico marxiano. Questo destino beffardo non deve però nascondere una fondamentale conclusione che si deve trarre dalla teoria del pensatore tedesco: se la rivoluzione si fa contro lo Stato, quest’ultimo, a un dato momento, diventa controrivoluzionario.

Cosa ne conclude Lefebvre? “Fallimenti del pensiero marxista? Sì. Morte? No”.2 Il pensiero di Marx non muore perché non opera nel mondo moderno come un sistema in grado di fornire certezze granitiche, ma “Agisce come un germe, come un fermento”.3 Il rivoluzionario tedesco aspira certamente alla totalità nella sua opera teorica, ma il momento critico scuote l’edificio prima del suo completamento. Per questo il marxismo, in senso proprio, non esiste. Possono esistere solo diversi marxismi figli di differenti interpretazioni di Marx. Il problema non sta nell’oscurità o nello stato embrionale del suo pensiero, ma nel fatto che egli “annuncia, propone, progetta, anziché osservare, ratificare (apparentemente) il fatto e sistematizzare il compiuto, come l’hegelismo”.4

Vale dunque la pena continuare, insieme a Marx, a “esplorare con la teoria il possibile e l’impossibile”.5 E in questa esplorazione Lefebvre incontra la critica di Nietzsche che “ha lo stesso terreno della critica marxista: Hegel e l’hegelismo come teoria dello Stato, principio e pratica dello Stato come messa in atto della razionalità politica, particolare dell’Europa, che Hegel ha teorizzato. Stesso terreno di partenza in direzioni divergenti”.6

Nietzsche ci aiuta a risolvere i problemi che Marx lascia in sospeso? Non proprio. Verrebbe piuttosto la tentazione di commentare, utilizzando Samuel Beckett, che Nietzsche ci aiuta a “Fallire di nuovo. Fallire meglio”. Perché, pur sgomberando il campo dal surrettizio utilizzo filonazista del suo pensiero, rimangono all’orizzonte possibili esiti alquanto oscuri: l’elitismo, il nichilismo, la follia. Nietzsche non è certo un rivoluzionario. Ma di sicuro è un ribelle. La sua è una rivolta del vissuto, del corpo, della differenza, del soggettivo, del desiderio. Una rivolta contro il Logos occidentale che si arroga il diritto di escludere tutto ciò che perturba la coesione e la coerenza sociale esercitando il peggiore dei ricatti: ogni critica della Ragione porterebbe all’irragionevolezza e all’apologia della violenza.

Nel Logos, dunque, il sapere si fa potere. E con ciò si fa Stato, ipocritamente travestito da virtù morale e da onestà intellettuale. Ma al di sotto di questa apparenza menzognera c’è solo la volontà di potenza, pura ricerca del potere per il potere e manifestazione dell’energia vitale che agisce nel corpo.

Questa energia viene però misconosciuta perché l’uomo sperimenta se stesso soprattutto attraverso il risentimento che nasce quasi sempre da un’umiliazione. Un’umiliazione rimossa da cui si trae una singolare voluttà attraverso la virtù dell’umiltà. Si finisce così per accettare l’umiliazione e, addirittura, per cercarla nuovamente offrendosi come vittima, preda, oggetto per la volontà di potenza che l’ha atterrato. Salvo che ogni umiliato ha sotto di sé altri umiliati che lui a sua volta può umiliare. In questo modo, sostiene Lefebvre, Nietzsche “prosegue l’abissale scavo del concetto di alienazione”7 che per lui, però, ha qualcosa di irreparabile e di irreversibile.

L’alienazione, infatti, non dà luogo a un superamento dialettico. Nessuna negazione della negazione, nella versione hegeliana o marxiana. Nessuna conservazione del presente e del passato ad un livello superiore. Il passato è considerato come decadenza e non come risorsa, maturazione, preparazione al possibile. La storia è concepita da Nietzsche come “Un caos di casi, di volontà, di determinismi”.8 Una concezione che, spezzando la servitù della finalità, fa acquisire alla libertà una nuova dimensione. Solo un pensiero teologico può attribuire un senso alla storia. Ma oramai Dio è morto. Il superamento del presente si dà dunque come distruzione e non come elevazione. Il superamento nietzscheano “denega, rinnega, smentisce, confuta, rifiuta, precipita nell’abisso”,9 senza alcuna possibile previsione del suo risultato. La rivolta di Nietzsche è adesione al vissuto, alla volontà di potenza, non per accettarli come tali, ma per dare luogo a una loro metamorfosi, il salto dall’umano al sovraumano, che può avvenire qui ed ora attraverso una pratica poetica. “Pertanto, nessuna transizione in Nietzsche, ma una capriola”.10

L’analisi di Lefebvre del pensiero di Hegel, Marx e Nietzsche non vuole essere di natura filologica. A lui questi autori interessano perché ci permettono di comprendere il mondo moderno. Nel suo libro si respira un’aria battagliera che è difficile ritrovare nello stile anestetizzante degli scritti accademici contemporanei e che lo rende coinvolgente anche quando non si condividono appieno le sue conclusioni. Seguendo il suo approccio si può allora notare che alcune delle analisi del pensatore francese mostrino i segni del tempo. La rivolta nietzschiana a cui si rifà Lefebvre è figlia degli anni Sessanta e Settanta, come emerge con chiarezza quando afferma, riprendendo un celebre slogan sessantottino, che essa si oppone “alla rivoluzione politica per ottenere ‘tutto e subito’”.11 Nel frattempo, però, quel tipo di rivolta è stata riassorbita dal capitale postmoderno che è stato in grado di mettere a valore proprio il vissuto, il corpo, la differenza, il soggettivo e il desiderio. Considerazione che, comunque, non ci autorizza a trattare con hegeliana sufficienza il vissuto soggettivo della rivolta, come si trattasse della mera espressione di “coscienze infelici” o di “anime belle”.

Rimane forse l’importanza di Nietzsche come “rivelatore”. In particolare, rilevatore delle difficoltà di alcuni passaggi fondamentali del progetto marxiano. Da un punto di vista teorico forse non c’è nulla di particolarmente oscuro quando Marx sostiene che occorre “lottare sul piano politico per porre fine al politico”12 o quando afferma che “la classe operaia [...] si afferma negandosi, supera se stessa superando il capitalismo”.13 Il problema nasce quando questo discorso cerca di tradursi in prassi. Siamo nel cuore magmatico e vorticoso del momento rivoluzionario in cui la dialettica si confonde facilmente con il paradosso. Da queste difficoltà non ci si può tirare fuori con il leninismo perché il suo punto più “scabroso”, sostiene Lefebvre, è proprio la teoria del sapere e del partito.
Il partito politico, sostegno o soggetto del sapere, lo trasmette agli operai, lo comunica, lo rende accessibile, senza smettere di detenerlo. Ora il partito politico tende, con lo Stato e con la copertura dello Stato, a elevarsi al di sopra della società. L’esperienza lo mostra e la teoria lo dimostra. Ogni partito politico, che lo sappia o no, è hegeliano per essenza14.
Insomma, arriva un punto in cui non c’è sapere pregresso che possa assicurare il procedere della rivoluzione se a spingere in avanti non interviene il vissuto, non del singolo individuo straordinario, ma delle masse. Giunge un momento in cui la conoscenza acquisita attraverso le lezioni della storia, per quanto necessaria, non è più sufficiente e diventa indispensabile, anche per Marx, fare affidamento sulla poesia del futuro, intesa coma capacità di produrre il novum. A quel punto, se non si vuole cadere all’indietro bisogna fare una capriola in avanti, senza avere alcuna garanzia sul fatto che si riuscirà ad atterrare sui propri piedi invece di rompersi la testa. Questo è quello che Nietzsche chiama salto nel sovrumano. Un salto che, proprio perché privo di solidi punti di appoggio, si espone al rischio dell’eterno ritorno della vecchia merda.

Questa dinamica, tutto sommato, non è estranea al pensiero di Marx che, però, ne mette in evidenza, come momento risolutivo, il lato oggettivo. In particolare quando afferma che le rivoluzioni proletarie
sembra che abbattano il loro avversario solo perché questo attinga dalla terra nuove forze e si levi di nuovo più formidabile di fronte ad esse; si ritraggono continuamente, spaventate dall’infinita immensità dei loro propri scopi, sino a che si crea la situazione in cui è reso impossibile ogni ritorno indietro e le circostanze stesse gridano: Hic Rhodus, hic salta!15
Rodi marcisce sul posto, ma ancora non è crollata. I fuochi della catastrofe sociale oramai si allargano a macchia di leopardo anche nel cuore dell’impero. Le rivolte si sono certamente moltiplicate, ma spesso a prevalere è stato un nietzscheano risentimento di massa che ha portato gli individui, riuniti in pseudo-soggettività collettive, a “adorare chi ha potere su di loro […] e identificarvisi provando godimento nell’umiliazione”.16 Anche quando chi ha il potere, per rispondere a questa catastrofe sociale, spinge con sempre più forza verso l’apocalisse bellica. Di fronte al baratro occorre tutta la lucidità di cui ci rende capaci il pensiero dialettico marxiano che va alla caparbia ricerca di quelle tendenze immanenti alla realtà in grado di costituire le premesse per una sua radicale trasformazione, restringendo il grado di aleatorietà della prassi rivoluzionaria. Ma sarà anche bene predisporsi al salto se non si vuole sprofondare in un abisso nietzscheano o, se si preferisce, nella comune rovina delle classi in lotta di marxiana memoria. Non sarà Nietzsche a salvarci, ma l’idea di Lefebvre di un pensiero multidimensionale potrebbe non essere del tutto campata in aria.

Note

1) H. Lefebvre, Hegel Marx Nietzsche o il regno delle ombre, DeriveApprodi, Bologna 2025, p. 113, edizione Kindle. ↩

2) Ivi, p. 31.

3) Ivi, p. 136.

4) Ivi, p. 131.

5) Ibidem.

6) Ivi, p. 190.

7) Ivi, p. 223.

8) Ivi, p. 32.

9) Ivi, p. 233.

10) Ivi, p. 253.

11) Ivi, p. 165.

12) Ivi, p. 263.

13) Ibidem.

14) Ivi, p. 167.

15) K. Marx, Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte.

16) H. Lefebvre, cit. p. 254.

Fonte

25/05/2025

Note preliminari sul «sistema degli Stati»

Pubblicato originariamente sulla rivista britannica «endnotes.org.uk» con il titolo di «Prologomena on the "System of States"», il saggio di Raffaele Sciortino e Robert Ferro, di cui qui presentiamo la traduzione a cura di Kamo Modena rivista dagli autori, offre alcune coordinate teoriche, a partire dai testi marxiani e da alcuni dibattiti successivi, per comprendere che cosa sono gli Stati e come funziona la loro articolazione in un sistema all’interno del «mercato mondiale», altra importante categoria marxiana. In tempi di sconquasso dell’ordine globale, il dibattito su questi nodi e il possesso di una griglia interpretativa teorica sono requisiti indispensabili se si vogliono comprendere e afferrare politicamente le trasformazioni in atto.

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Introduzione

È generalmente noto che Karl Marx, nel piano del Capitale, prevedesse una sezione dedicata allo Stato – sezione di cui non scrisse nemmeno una bozza. Dopo di lui, numerosi autori hanno insistito sull’incompletezza della teoria marxiana a questo riguardo, e benché nessuno di essi si sia prefissato il compito esplicito di portare a compimento il progetto originario di Marx, vi sono stati alcuni tentativi di colmare almeno parzialmente questa lacuna. Prendendo le distanze dall’opinione prevalente, in questo saggio si sostiene che lo Stato in quanto tale non presenta particolari ostacoli alla teoria marxista, e che il suo armamentario concettuale è sufficiente per condurne un’analisi esaustiva. L'articolazione a partire dalla quale la faccenda diventa più delicata risiede nel passaggio dall’astratto al concreto, che nell’opera di Marx coincide con la transizione dal concetto di capitale in generale alla molteplicità dei singoli capitali in concorrenza fra loro. Seguendo il metodo marxiano, ci proponiamo di delineare il passaggio dallo Stato capitalista in generale – nozione adeguata soltanto ai livelli più alti di astrazione – ad una pluralità di Stati che, agendo l’uno sull’altro, prendono posto in un sistema di Stati. A nostro modo di vedere, tale sistema, vera controparte politica del modo di produzione capitalista nella sua esistenza concreta, deve essere analizzato come parte di una totalità: il mercato mondiale. La sua logica fondante viene da noi individuata nell’indispensabile attività di organizzazione del mercato mondiale. Le implicazioni teoriche e politiche sono vaste e in larga misura inesplorate dalla ricerca marxista. Questa cornice interpretativa è finalizzata a permettere una miglior comprensione del mercato mondiale come spazio «prodotto», fortemente strutturato e mai preesistente alla sua formalizzazione istituzionale; al contempo, essa è da intendersi come un contributo alla rielaborazione su basi nuove dei temi della strategia e del potere, con riferimento alla prospettiva del superamento dei rapporti sociali capitalistici, che paiono oggi precipitare dalla crisi alla guerra.

La questione

Nel presente articolo, il nostro punto di partenza consiste in tre assunti di base che verranno dati per scontati nel seguito della discussione. Il primo è che il capitalismo – o, nella terminologia di Marx, il modo di produzione capitalistico (MPC) – rappresenta il modo di produzione prevalente nella storia moderna e contemporanea, e che tale prevalenza è andata solo accentuandosi nel tempo. Il secondo è che l’architettura politica predominante che affianca lo sviluppo del MPC su scala globale si presenta nella forma di un «sistema di Stati»[1], il quale emerge dalla generalizzazione planetaria dello Stato moderno (nazionale o multinazionale). Il terzo è che tale specifica forma di Stato, che si distingue dalle sue forme pre-moderne e pre-capitaliste, deve essere considerata come qualitativamente superiore rispetto alle istituzioni internazionali e sovranazionali – le quali sono, ai nostri occhi, escrescenze di singoli Stati o arene di cooperazione e di scontro tra Stati – e a maggior ragione delle istituzioni locali o regionali, componenti necessariamente subordinate di questi Stati (salvo diventare esse stesse degli Stati, attraverso movimenti separatisti).

Nell'ambito dello studio delle relazioni internazionali o della geopolitica, l’esistenza di tale sistema di Stati (o sistema interstatale) non sembra aver finora suscitato il bisogno di una delucidazione logico-filosofica: assunto come un dato di fatto, esso viene nel migliore dei casi associato alla diversità antropologica degli aggregati umani (famiglie, tribù, nazioni, ecc.). Alcuni autori della corrente realista, come John J. Mearsheimer, insistono nella fattispecie sull’impossibilità radicale per questi aggregati di raggiungere un accordo definitivo sui «principi primi» e su «cosa costituisca una buona vita»[2]. Questi autori, inoltre, riconoscono a giusto titolo la natura altamente competitiva del sistema interstatale, ma persino questo basilare attributo non sembra esigere una spiegazione cogente, eccezion fatta per il ricorso a considerazioni estremamente generali sulla natura umana o sull’incertezza strutturale delle relazioni interstatali. Come si vedrà, a parer nostro il problema risiede nella separazione metodologica tra lo Stato e la sfera economica. Purtroppo, nell'ambito delle relazioni internazionali, questa separazione viene contestata principalmente da correnti non-realiste (per esempio dalla teoria dell’interdipendenza economica), e principalmente al fine di contestare la stessa natura competitiva del sistema interstatale.

Nella visione marxista, la natura conflittuale di questo sistema appare connessa alla concorrenza economica che vede coinvolte, in diversi ambiti e a diversi livelli, le imprese – vale a dire porzioni di capitale che vivono o periscono a seconda della loro capacità di generare profitti. L’assunto qui implicito o esplicito è che la concorrenza economica tra imprese e branche dell’economia capitalista si trasferisce, in una maniera o nell’altra, sia alla politica interna (per esempio nella competizione tra partiti politici, o tra correnti nei sistemi a partito unico), sia alla politica estera. Mentre il carattere competitivo del sistema interstatale viene dunque concepito dai marxisti come una conseguenza del carattere concorrenziale dei rapporti economici, la ragion d'essere profonda del sistema interstatale stesso – ossia di un insieme articolato composto di una pluralità di Stati interagenti – viene collegata a due opposte spiegazioni. La prima considera tale pluralità una sorta di retaggio delle condizioni in cui il MPC è emerso storicamente da società pre-capitalistiche. Questa visione, che si può trovare ad esempio negli scritti di Robert Brenner[3], sostiene che la formazione di un unico super-Stato globale, benché improbabile, sia più conforme al MPC. La seconda posizione, al contrario, concepisce la pluralità di entità statali come una componente conforme al MPC nella sua esistenza concreta, postulando un nesso forte, necessitante, tra il livello economico (i molti capitali concorrenti) e il livello politico (i molti Stati), senza tuttavia riuscire ad argomentare questa correlazione in maniera soddisfacente. La divergenza teorica qui evidenziata può essere riassunta come opposizione tra uno storicismo forse efficace sul terreno della ricerca empirica, ma concettualmente debole, e uno strutturalismo che fallisce precisamente sul suo terreno di predilezione, quello logico-concettuale, nella misura in cui si dimostra incapace di dedurre il sistema interstatale dalle categorie analitiche più astratte del MPC. L’obiettivo di questo articolo, evidentemente, non è estraneo alle preoccupazioni del secondo approccio appena menzionato. Ciononostante, il nostro metodo differisce da quest’ultimo poiché non procede dalla separazione di teoria e storia, ma si sforza piuttosto di integrare la seconda alla prima, seguendo il percorso dello stesso Marx nel Capitale[4], dove la sistematizzazione dei concetti e dei rapporti che intercorrono tra di essi non risultano «né [da] una serie puramente logica, né si ordinano secondo la fatticità puramente storica»[5].

Data la dimensione del problema e i limiti di spazio, non offriremo una rassegna della letteratura sulle teorie marxiste dello Stato, o un riassunto dei dibattiti marxisti sullo Stato, ma ci limiteremo pressoché esclusivamente al testo marxiano, con l’intento di isolare le fondamenta di qualunque teoria marxista dello Stato. In un secondo momento, ne valuteremo i limiti ai fini dell’elaborazione di una teoria del sistema interstatale, e procederemo all’inventario dei materiali e delle nozioni marxiane potenzialmente attivabili in questa direzione. Per le ragioni summenzionate, faremo un uso piuttosto parco delle citazioni, fornendo però al lettore tutti i riferimenti bibliografici per verificare l’attendibilità delle nostre tesi e riservando per il futuro eventuali sviluppi ulteriori.

Lineamenti di una teoria marxista dello Stato

È generalmente noto che Marx non riuscì a scrivere il libro o la sezione sullo Stato previsto nel piano (più volte rimaneggiato) del Capitale. Nondimeno, lo Stato è tutto fuorché assente dal suo quadro teorico. Oltre alle innumerevoli osservazioni e commenti sul tema disseminate nelle sue opere giovanili o storico-politiche, lo Stato è presente – ora in maniera implicita, ora esplicita – anche nel suo opus magnum e nelle sue bozze o lavori preparatori[6]. Si può infatti sostenere, sulla scorta di Tran Hai Hac[7], che il concetto di MPC implichi necessariamente quello di Stato, e che la delucidazione dell’aspetto politico (cioè relativo allo Stato, per l'appunto) inerente ai concetti di forza-lavoro, denaro e rendita fondiaria capitalistica sia un elemento cruciale del progetto critico marxiano inteso come una critica della economia politica, perciò radicalmente distinto da qualsiasi economia politica critica. In termini più generali, diversamente dall’economia neoclassica, che sostiene una presunta tendenza all’equilibrio per negare ogni necessità di iniziative non private, la posizione marxiana si caratterizza in primo luogo per la sua negazione di qualunque propensione spontanea del MPC all’armonia[8]. La tendenza reale – dice Marx – evolve verso uno squilibrio che deriva, in ciascuna delle sue manifestazioni, dal duplice carattere dell’economia capitalista. Il capitalismo è, al contempo, un intreccio di produzione e circolazione di valore (o, in termini più empirici, un sistema di prezzi) e un processo materiale, il cui andamento – anche in condizioni ottimali dal punto di vista dei rapporti di valore – è sempre esposto al rischio della disorganizzazione. Sebbene il MPC non scateni permanentemente crisi e recessioni, i rapporti tra capitalisti e lavoratori, o i rapporti reciproci tra imprese o settori produttivi, sono potenzialmente portatori di perturbazioni spesso prive di qualsiasi effetto stabilizzatore endogeno. Data questa condizione di congenita instabilità, la riproduzione allargata del MPC non è mai un esito scontato, e presuppone ad ogni istante la funzione orientativa dello Stato sul capitale privato.

Questa inscrizione immediata dello Stato nella sfera dell’attività economica contraddice le rappresentazioni abituali, ereditate dall’economia politica classica, di uno Stato il cui «intervento» in campo economico (opportuno o meno, desiderabile o meno) verrebbe in ogni caso condotto «dall’esterno». Nella visione marxiana, la specificità dello Stato risiede nella sua capacità di svincolarsi dai meccanismi di formazione e ridefinizione del saggio di profitto medio o, detto più semplicemente, di creare, dentro al campo stesso delle forze economiche, una sfera di attività al riparo dalla concorrenza e dal criterio della redditività in senso stretto. Ciò non equivale però a situare lo Stato al di fuori del campo degli agenti economici. L’imperativo della riproduzione di rapporti economici determinati all’interno di un modo di produzione che non possiede alcuna tendenza naturale all’equilibrio richiede tanto l’esistenza di una simile sfera, quanto la sua effettiva espansione sul filo del processo storico. Il carattere multidirezionale e potenzialmente onnicomprensivo dell’attività dello Stato nella sfera economica esige dunque una relativa autonomia dagli interessi particolari e a breve termine tipici degli attori economici privati. La ragione di ciò può essere chiarita solamente ponendo in rilievo la natura decisiva della posta in gioco: la perpetuazione della società secondo assetti ben definiti, ovvero il contrasto effettivo delle spinte autodistruttive inscritte nel suo funzionamento fondato sui rapporti sociali capitalistici. Ad un livello superficiale, questa affermazione potrebbe apparire contraddittoria rispetto alla natura di classe dello Stato rintracciata dalla concezione marxista, ma così non è. Bisogna far qui intervenire la frammentazione della classe capitalista, che nella sua totalità condivide un unico interesse comune, di natura estremamente generale: il mantenimento/approfondimento del processo di estrazione di plusvalore. Per sopravvivere in maniera effettuale come polo dominante della società, la sua unità deve concretizzarsi come una forza distinta dall’ambiente imprenditoriale strictu sensu, e per giunta capace, se necessario, di imporsi su tutti gli attori particolari, sempre suscettibili di perseguire i rispettivi interessi anche a discapito della sostenibilità dei rapporti di produzione esistenti. Ciò detto, diamo un rapido sguardo alle forme e modalità principali in cui l’attività statale appare nell’opus magnum marxiano.

Condizioni della compravendita della forza-lavoro

Secondo la teoria del Capitale, i rapporti sociali capitalistici coinvolgono tre categorie economiche: capitale, lavoro salariato e proprietà fondiaria. Il rapporto tra lavoro salariato e capitale è il più fondamentale del triangolo, in quanto crea la sostanza economica che viene spartita fra le tre le categorie (il valore). Il primo momento di questo rapporto consiste nella compravendita della forza-lavoro, allorché lavoratori e capitalisti fissano i termini dello scambio tra lavoro e capitale in base allo stato vigente dei rapporti di forza. Lo Stato gioca un ruolo fondamentale nella trasformazione della forza-lavoro in merce, sia dal punto di vista della sua genesi e del suo iniziale sviluppo, sia della continuità del processo su scala allargata. In diversi scritti, Marx ed Engels fanno notare che nelle società precapitalistiche, sin dall'antichità, lo Stato, e soprattutto l’esercito, hanno ospitato le prime forme di lavoro salariato[9]. Agli albori della modernità, quando la comparsa del lavoro salariato inizia a diffondersi nell’economia privata dei centri urbani, l’intento dello Stato di consolidarlo ed estenderlo alle campagne, dove ancora si concentra la parte più consistente del processo economico, risulta decisiva. A tal fine, occorre procedere alla separazione dei lavoratori dai mezzi di produzione, sia in termini di proprietà che di possesso. Ciò avviene attraverso misure coercitive introdotte appunto dallo Stato: enclosures, esproprio dei contadini indipendenti, nuove leggi contro il diritto consuetudinario (sulla raccolta di legname, sul bracconaggio, ecc.) o contro il vagabondaggio, ecc. Il capitolo 24 del Libro I del Capitale, dedicato alla «cosiddetta accumulazione originaria»[10], ne fornisce l'esemplificazione per l’Inghilterra, dove la formazione di capitale è endogena. L’ultimo capitolo del Libro I, «La teoria moderna della colonizzazione»[11], descrive invece l’espropriazione dei produttori diretti in aree in cui la formazione di capitale non è endogena. Marx scrive che «la borghesia, al suo sorgere, ha bisogno del potere dello Stato»[12], e descrive i mezzi che essa impiega come «atti di violenza diretta»[13], in un certo senso «extraeconomica»[14] sebbene «la violenza […] è essa stessa una potenza economica»[15]. Nello stesso modo in cui lo Stato crea le condizioni del rapporto tra lavoro salariato e capitale, esso istituisce parimenti la proprietà fondiaria capitalista, poiché anch'essa – a differenza della proprietà fondiaria feudale, che garantiva l’uso della terra al servo e di fatto incatenava l’uno all’altra – presuppone la separazione dei lavoratori dai mezzi di produzione[16].

Tuttavia, come scrive Marx, «non basta che le condizioni di lavoro si presentino come capitale a un polo e che all’altro polo si presentino uomini che non hanno altro da vendere che la propria forza-lavoro. E non basta neppure costringere questi uomini a vendersi volontariamente»[17]. Anche dopo aver conferito un carattere irreversibile e una certa taglia critica al rapporto tra lavoro salariato e capitale, la sua continuità richiede che lo Stato garantisca sempre e comunque l’incontro quotidiano tra i venditori e gli acquirenti di forza-lavoro, possibilmente in condizioni favorevoli ai secondi. Con lo sviluppo della produzione capitalistica, la continuità dello scambio tra lavoro e capitale avviene sempre più «naturalmente», in virtù delle condizioni economiche prevalenti e della loro forza oggettiva. Ciononostante, «si continua, è vero, sempre ad usare la forma extraeconomica, immediata», seppur «solo per eccezione»[18].

Condizioni del consumo della forza-lavoro

Nella concezione marxiana, il profitto industriale non è che una delle forme «metamorfosate» del plusvalore. Le altre sono l’interesse e la rendita fondiaria. Ma affinché la ripartizione del plusvalore abbia luogo, remunerando così anche gli attori sociali non direttamente coinvolti nella sfera della produzione, è pur sempre necessario che il plusvalore venga prodotto. Ciò avviene in due modalità fondamentali: la produzione di plusvalore assoluto, basata sull’aumento delle ore di lavoro, e la produzione di plusvalore relativo, basata sull’aumento della produttività attraverso l’investimento in macchinari.

Ne consegue inevitabilmente che queste due modalità di produzione di plusvalore siano anche due diverse maniere di affrontare la definizione della giornata lavorativa «normale» e socialmente accettata. Lo Stato prende parte a questo processo definitorio – che include la regolazione della giornata lavorativa, ovvero dei suoi limiti legali – ora sostenendo le spinte interne alle imprese, ora contrastandole. Il problema della regolazione della giornata lavorativa compare nel Libro I del Capitale, in particolare nel capitolo 8 («La giornata lavorativa») § 5-6[19] e nel capitolo 13 («Macchine e grande industria»), § 9[20]. In questi passaggi, Marx evidenzia che lo Stato inizialmente promuove il plusvalore assoluto attraverso legislazioni specifiche, in combinazione coi processi di espropriazione già menzionati, con l’obiettivo di radicare la propensione al lavoro salariato nel tessuto sociale. In uno stadio successivo, lo sviluppo di una nuova base tecnica per il processo lavorativo – nella fattispecie, la transizione dalla manifattura alla grande industria – rende teoricamente possibili degli incrementi di produttività senza precedenti, non più connessi all’allungamento della giornata lavorativa. Ciononostante, la transizione dal plusvalore assoluto al plusvalore relativo non è mai automatica. Per realizzarsi, sono necessarie due condizioni: la resistenza dei lavoratori e una legislazione che limiti la giornata lavorativa. Nell’introdurre simili norme, lo Stato agisce certo con riluttanza, sotto la pressione della contestazione sociale; ma nel lungo termine agisce comunque nell'ottica della riproduzione, giacché promuove un impiego della forza-lavoro meno estenuante e distruttivo.

Industrie di Stato

Fino ad ora abbiamo commentato dei passaggi relativamente conosciuti del Libro I del Capitale. È meno noto invece che il Libro II si soffermi anche su casi in cui lo Stato assume direttamente il ruolo di capitalista, ovvero di proprietario dei mezzi di produzione e di direttore del processo lavorativo. Marx specifica che questo coinvolgimento nel processo di produzione immediato non pregiudica necessariamente la natura capitalistica delle attività economiche intraprese dallo Stato, poiché «il capitale sociale è uguale alla somma dei capitali individuali (compresi i capitali per azioni, e rispettivamente il capitale dello Stato, in quanto i governi che impiegano lavoro salariato produttivo in miniere, ferrovie, ecc., operano come capitalisti industriali)»[21]. Vi sono inoltre settori della produzione sociale che risultano assolutamente indispensabili al capitale privato nel suo complesso, ma che per caratteristiche loro proprie corrispondono male all’imperativo della redditività. Su tutti, è il caso di quelle infrastrutture materiali che vengono talvolta descritte come «monopoli naturali». Gli investimenti necessari alla loro costruzione richiedono generalmente tempi di rotazione estremamente lunghi. In estrema sintesi, il tempo di rotazione è il tempo necessario a un capitale dato per tornare alla sua forma iniziale dopo aver percorso tutti i momenti del suo ciclo (D-M-D'). A tal proposito, Marx contempla la possibilità secondo cui «imprese che esigono un lungo periodo di lavoro, quindi un grande esborso di capitale per un tempo piuttosto lungo, soprattutto se attuabili soltanto su vasta scala, […] non vengono affatto compiute capitalisticamente, come ad es. strade, canali ecc. [realizzate] a spese dei comuni o dello Stato»[22]. Nei due casi qui menzionati – industrie statali volte alla redditività da un lato, e industrie destinate a una gestione non redditizia dall’altro – il passaggio al controllo statale sottrae l’impresa alla concorrenza di mercato, e dunque alla perequazione del saggio di profitto. Se tale impresa è caratterizzata da una debole redditività, come spesso accade nella pratica, ciò determina un incremento del saggio medio di profitto nel settore privato.

Condizioni per la circolazione di valore

Contrariamente all’opinione dominante, la teoria monetaria del Capitale non propugna una concezione «neutra» della moneta, che la vedrebbe come una semplice intermediaria per rapporti di scambio che avverrebbero altrimenti tramite baratto. L’idea del denaro come equivalente generale implica che il denaro venga ricercato in quanto tale, in virtù del suo specifico valore d’uso – vale a dire della capacità di scambiarsi contro qualsiasi altra merce, qui ed ora o in un secondo tempo, e non soltanto di fungere come un mero intermediario per acquisire tale o tal'altra merce. In aggiunta, la scissione merce-denaro, che pone una merce come equivalente generale di tutte le altre, separa questa stessa merce da tutte le altre. Ne consegue che, sebbene nell’ottica di Marx la genesi del denaro sia chiaramente un processo endogeno ai rapporti economici e non un atto politico, il monopolio inerente alla funzione di equivalente generale presuppone implicitamente il potere dello Stato come suo promotore e garante[23]. La teoria monetaria del Capitale non è dunque una teoria puramente «metallista» della moneta-merce, né una teoria (pre-keynesiana o simil-keynesiana) della moneta fiduciaria, poiché le incorpora e le supera entrambe.

Nel Libro II del Capitale, Marx chiarisce che «noi supponiamo il denaro come moneta metallica, escludendo la moneta simbolica, puri e semplici segni di valore che costituiscono solo la specialità di certi Stati, e la moneta creditizia, che non è ancora sviluppata. In primo luogo, questo è il corso della storia: la moneta di credito ha una parte nulla o insignificante nella prima epoca della produzione capitalistica»[24]. Benché l’argomentazione sia discutibile sul piano storico, la moneta metallica offre per Marx il vantaggio di riassumere il concetto di denaro in generale, ossia di concentrare tutte le funzioni che gli attribuisce. La moneta metallica può fungere sia da mezzo di circolazione (di pagamento), sia da misura di valore e da riserva di valore, giacché anche i metalli preziosi sono prodotti sulla base del meccanismo del tempo di lavoro socialmente necessario. Tuttavia, la nozione marxiana di moneta-merce si fonda su premesse non-metalliste, poiché non può essere ridotta al metallo di cui è materialmente composta. L’oro o l’argento non sono in sé moneta metallica: per diventare tali, è necessario che la zecca nazionale li trasformi in monete. E nell'adottare la moneta metallica, lo Stato ne stabilisce il corso legale e le condizioni di convertibilità in cartamoneta. Non a caso, in un passaggio dell’Urtext, Marx scrive che «la monarchia assoluta, essa stessa già prodotto dello sviluppo della ricchezza borghese ad un grado ormai non più compatibile con i vecchi rapporti feudali, in corrispondenza del potere generale ed uniforme, che doveva essere capace di esercitare su tutti i punti della periferia, come leva materiale dell’equivalente generale, aveva bisogno della ricchezza nella sua forma già pronta, del tutto indipendente da particolari rapporti locali, naturali, individuali. Aveva bisogno della ricchezza nella sua forma di denaro»[25]. La monarchia assoluta «si comporta perciò in modo attivo nel processo di trasformazione del denaro in generale mezzo di pagamento»[26]. Se incluso nel Capitale, questo brano avrebbe evitato non pochi fraintendimenti.

Dallo Stato in generale al sistema degli Stati

Nella parte precedente, abbiamo visto le principali declinazioni sotto cui lo Stato viene presentato nell’esposizione del Capitale. Ne abbiamo tralasciate alcune, senza dubbio rilevanti, ma che non caratterizzano (o caratterizzano in minor misura) lo Stato in quanto Stato capitalista: lo Stato come esattore delle tasse, lo Stato come proprietario terriero, lo Stato come debitore[27], e qualche altra ancora. Ricordiamo inoltre che ciò che abbiamo riassunto qui non è una versione particolare della teoria marxista dello Stato, ma sono solo i suoi lineamenti minimi. Qualsiasi variante della teoria marxista dello Stato, nella misura in cui condivide in toto o in parte questi lineamenti, presenta una serie di problemi allorché deve fare i conti con la dimensione espansiva e immediatamente internazionale del MPC. Li illustreremo rapidamente, prima di vedere come possano essere affrontati.

Problemi di una teoria marxista dello Stato

Come accennato all’inizio del presente articolo, lo Stato capitalista non esiste se non come una pluralità di Stati. Nel resoconto fornito fin qui, però, l’identità tra lo spazio del mercato e il territorio dello Stato, entrambi concepiti come univoci e sovrapposti, era supposta in via implicita. Ebbene, non soltanto la storia reale, ma anche la stessa teorizzazione di Marx contraddice questa identità, affermando invece la tendenza alla formazione del mercato mondiale, il cui grado di integrazione va ben oltre la semplice giustapposizione dei cosiddetti mercati nazionali: «la tendenza a creare il mercato mondiale è data immediatamente nel concetto del capitale stesso»[28]. Dunque, la sfasatura tra il mercato, per definizione mosso da un impulso universalizzante, e lo Stato, destinato (anche qualora sia politicamente espansionista) a rimanere tassello di un mosaico più vasto, è chiaramente presente nel Capitale[29], ma non viene approfondita da Marx in quanto tale.

Nei nostri Lineamenti abbiamo evidenziato un duplice nesso tra l’uno e il molteplice: da un lato, tra le molte merci e il denaro (nesso socialmente convalidato dallo Stato); dall’altro, tra i molti capitali e lo Stato stesso. Il primo nesso può essere visto come un aspetto o una conseguenza del secondo. Ad ogni modo, in entrambi i casi questo nesso permette di cogliere una specifica gerarchia tra gli attori economici. Lo Stato, in questo quadro, non è in sé l’attore principale o predominante, ma è il più potente essendo sempre nelle condizioni di poter orientare gli attori privati, anche ritraendosi o praticando il lassez-faire. Tuttavia, una simile concezione della strutturazione interna e delle gerarchie del campo economico non sfugge a ciò che Claudia Von Braunmühl ha chiamato «il punto di vista tradizionale che considera lo Stato determinato in prima istanza da processi interni, ai quali, per così dire, le determinanti esterne vengono annesse a posteriori»[30]. In effetti, Von Braunmühl e i suoi interlocutori nel Weltmarkt-Debatte tedesco degli anni 1970 offrirono un importante contributo in vista di una visone più esaustiva, ma ripiegarono a tratti su una semplice inversione del punto di vista da loro criticato, ipostatizzando il mercato mondiale come un fatto statico (e non come una tendenza per definizione sempre in divenire, à-la Marx) o come una sorta di assioma. Allorché Von Braunmühl qualifica «lo Stato-nazione borghese» come una «particolarizzazione» del mercato mondiale, a sua volta definito come sfera della circolazione di capitale[31], giunge implicitamente a dedurre lo Stato esclusivamente dai rapporti inter-capitalistici (cioè intercorrenti tra i molti capitali), e si vede dunque costretta a reintrodurre il rapporto tra capitale e lavoro a posteriori. Ora, il rapporto sociale capitalistico reale consiste simultaneamente nei rapporti inter-capitalistici e nel rapporto tra capitale e lavoro.

Ma da dove partire per concettualizzare lo Stato? Seguendo le indicazioni metodologiche di Marx sul passaggio dall’astratto al concreto, risulta evidente che lo Stato debba essere derivato in primo luogo dal rapporto tra capitale e lavoro, mentre i molti Stati e il mercato mondiale possono essere dedotti soltanto in una fase successiva[32]. Ciò non significa affatto che questi, e il rapporto inter-capitalistico di cui sono espressione, siano meno rilevanti socialmente. Fintanto che il MPC si riproduce normalmente, anche malgrado scosse importanti, recessioni ecc., il livello dei rapporti reciproci tra i molti capitali prevale inevitabilmente. Nondimeno, il nocciolo dell’analisi di Marx sta nello svelamento della sua conditio sine qua non (l’estrazione del plusvalore) e nella delucidazione del suo carattere storicamente transitorio e strategicamente decisivo. A questo livello di astrazione, non dovendosi qui relazionare con fattori esterni, lo Stato può assumere i tratti dello Stato in generale, come «sintesi della società borghese nella forma dello Stato»[33]. Ma non appena il concetto di capitale viene precisato introducendo passo dopo passo tutte le sue differenziazioni interne, lo Stato in generale diviene lo Stato al singolare, inserito in una rete di rapporti che lo trascendono in larga misura. Seguendo l’intuizione di Braunmühl, identifichiamo questa rete con il mercato mondiale stesso. Cercheremo in questo modo di dispiegarne il concetto in tutta la sua ampiezza e profondità, inquadrando lo Stato come parte di un sistema di Stati (o sistema interstatale) e facendolo emergere come momento di differenziazione interna (o «auto-rispecchiamento», à la Hegel) del mercato mondiale stesso.

I molti Stati e il mercato mondiale

La nozione di mercato mondiale non deve essere intesa come la sommatoria di mercati più ristretti, nazionali o macro-regionali. Allo stesso tempo, la sua esistenza come totalità superiore alla somma delle sue parti non produce un’istanza suprema che restituisca a queste parti la loro interrelazione nelle vesti di una forza costrittiva «esterna». In altri termini, il mercato mondiale è una totalità immanente, non trascendente. Questo è quanto viene riconosciuto dagli studiosi realisti delle relazioni internazionali, quando sostengono che il sistema interstatale è anarchico, vale a dire che manca di una gerarchia prestabilita tra le sue componenti (gli Stati). Sfortunatamente, però, la distinzione metodologica tra lo Stato e la sfera economica generalmente impedisce loro di spingere questa potente intuizione alle sue conseguenze ultime. Se gli Stati, e il sistema interstatale, vengono inseriti nella cornice più ampia del mercato mondiale, l’anarchia diventa un attributo dell’intero, ossia del mercato mondiale stesso. Come corollario, non può essere data per scontata alcuna gerarchia prestabilita tra gli attori di diversa natura – pubblici e privati – che vi prendono parte. Come vedremo, ciò non equivale a negare che il mercato mondiale sia altamente strutturato e internamente differenziato, e tantomeno a contestare la maggiore efficienza del livello (inter-)statale su altri livelli e istanze; significa piuttosto che questa primazia degli Stati è un risultato che deve essere costantemente riprodotto, e che la sua riproduzione, appunto, non è mai garantita. Dietro il funzionamento relativamente sostenibile dell’anarchia concorrenziale su scala mondiale, si deve sempre cogliere sullo sfondo l'incessante produzione di plusvalore, la cui capacità di irrigare ogni genere di ramificazioni – comprese le più distanti da ciò che Marx chiama «il segreto laboratorio della produzione»[34] – permane solo nella misura in cui funzioni correttamente. La primazia degli Stati tra gli attori del mercato mondiale non è dunque una legge divina, ma il prodotto, incessantemente rinnovato, di un processo sociale.

Perché gli Stati competono? Ciascuno di essi incarna un certo sottoinsieme economico che consiste in uno spettro eterogeneo di interessi privati che si muovono al confine tra interno ed estero. Capitali domestici fluiscono verso l’esterno, capitali esteri verso l’interno. Gli Stati sono le dighe che regolano questi movimenti. Sul versante strettamente «interno», essi predispongono, come minimo, una cornice normativa alla collisione degli interessi privati. Tale inquadramento, applicato ai rapporti di concorrenza, favorisce necessariamente alcuni e danneggia altri, mirando però a salvaguardare la riproduzione dell’insieme. Il grado di penetrazione del capitale estero può modificare in larga misura la forma di un tale inquadramento, il quale, nel contesto del mercato mondiale, è sempre un compromesso tra interessi domestici ed esteri. Al livello interstatale, ogni Stato è chiamato a comprovare, giorno dopo giorno, la sua capacità di fare valere gli interessi privati proiettati all’estero dando loro una forma concentrata e organizzata – il che significa anche dimostrare, giorno dopo giorno, che tale espressione concentrata e organizzata è preferibile alla loro espressione immediata, puramente privata, da parte di ciascuno dei singoli capitali presi individualmente. Questi ultimi, infatti, sperimentano la propria limitatezza ogniqualvolta collidono con un interesse economico di segno opposto e di pari peso, ma sostenuto dal «proprio» Stato di riferimento.

Entro il mercato mondiale i sottoinsiemi economici incarnati dagli Stati non sono «economie nazionali» nel senso tradizionale del termine (come quelle misurate dalla contabilità nazionale, dal PIL, dalla bilancia commerciale, ecc.), poiché ogni perimetro nazionale comprende una combinazione di forze economiche nazionali ed estere (vedi più oltre, Libero scambio e protezionismo). Questi sottoinsiemi dunque non costituiscono il mercato mondiale giustapponendosi l’uno all’altro, ma compenetrandosi in maniera diseguale. Alcuni di essi eccedono ampiamente le loro presunte «economie nazionali», mentre altri hanno dimensioni ben più ridotte. Le analisi classiche dello sviluppo ineguale e del «sottosviluppo» mettono variamente a tema questo fatto, senza necessariamente esplicitarlo (vedi oltre, Disparità di sviluppo e divisione internazionale del lavoro). Nella maniera più contraddittoria, i sottoinsiemi economici dominanti sono spinti a rimettere in discussione la geografia politico-amministrativa disegnata dai confini statali, senza mai riuscire a superarla realmente. Questo movimento contraddittorio riassume il mercato mondiale inteso come tendenza, ovvero come una legge che si impone attraverso la sua stessa incompiutezza.

Nel sistema interstatale, non vi è alcuna gerarchia o quadro normativo indipendente dalle pratiche degli attori stessi, ovvero dall’insieme dei rapporti (multilaterali, bilaterali, unilaterali) di collaborazione e competizione, di attrazione e repulsione, che gli Stati alimentano fra loro. Ciò non significa che una gerarchia e un quadro normativo siano del tutto assenti, quanto piuttosto che essi emergono come configurazioni provvisorie, come cristallizzazioni temporanee dei rapporti di forza tra sottoinsiemi economici, espressi in forma concentrata per mezzo dei rapporti tra Stati. I movimenti di capitali generano frizioni, scosse, spinte espansive che non sono sempre compatibili le une con le altre, il che conduce inevitabilmente a ripercussioni sul campo dei rapporti interstatali. Che l’insieme di questi rapporti sia in grado a) di mantenersi nella forma di un sistema, cioè di preservare il predominio della forma-Stato sull’intero globo e b) di fornire un ordine relativo, è ancora una volta un risultato, e mai un esito scontato. Ciò richiede in particolare l’espletamento di una specifica funzione ordinativa, che può essere assunta soltanto da una parte del sistema, segnatamente da uno Stato. Ma quale? Solamente la «potenza dominante sul mercato mondiale»[35], ossia lo Stato associato al sottoinsieme economico dominante su scala globale (la Gran Bretagna ai tempi di Marx, gli Stati Uniti dal 1945 a oggi), attraverso la sua forza economica e politico-militare, può imporre un quadro normativo (provvisorio) sul sistema interstatale ed espletare questa funzione ordinativa per un dato periodo di tempo. Le fasi di competizione «multipolare» per il ruolo di potenza dominante sul mercato mondiale vengono usualmente inaugurate da profonde crisi economiche, che manifestano l’insufficienza di plusvalore rispetto al capitale sovra-accumulato, e si concludono con il ristabilimento delle condizioni per la rivitalizzazione della produzione di plusvalore – eventualmente attraverso la guerra.

Anarchia e organizzazione

Come anticipato, l’attività di organizzazione del mercato mondiale viene esercitata su un’entità altamente incline al disordine, e gli Stati – compresa la potenza dominante sul mercato mondiale – vi partecipano come attori parziali, privi di controllo integrale sulla totalità. Gli Stati si rapportano alla totalità solo indirettamente, mediatamente, fintanto che riescono a dare una forma concentrata e organizzata agli interessi dei sottoinsiemi economici che incarnano. Ma la coesione dell’intero non esclude il conflitto tra le sue parti, e gli stati sono chiamati a farsene carico. Ciò avviene in modalità prevalentemente pacifiche, ma l’uso della forza armata e soprattutto la sua minaccia sono sempre dietro l’angolo. In breve, la conflittualità è un aspetto ineluttabile dei rapporti interstatali. La cornice analitica marxiana può offrire una comprensione più adeguata del contenuto e delle cause di una porzione considerevole di questi conflitti.

I circuiti della concorrenza

Il mercato mondiale non è uno «spazio astratto»[36]. È uno spazio profondo, irregolare, altamente stratificato, che consiste di una combinazione di mercati transnazionali, nazionali e sub-nazionali (regionali). Questi tre livelli sono sempre esistiti, sebbene in forme diverse. Al primo livello, alcune grandi imprese di branche economiche specifiche concorrono in circuiti che trascendono, talvolta largamente, i confini degli Stati. Nel secondo, delle imprese grandi e piccole competono all’interno di un perimetro che coincide grossomodo con il territorio dello Stato. Nel terzo, aziende generalmente piccole si scontrano su spazi limitati, corrispondenti a frazioni del territorio statale. Per meglio illustrare come questi flussi si combinino tra loro, ci sia consentito di ricapitolare sommariamente la teoria marxiana della concorrenza esposta nel Capitale, Libro III, sezione 2, capitoli 9 e 10[37]. Contrariamente alle rappresentazioni abituali di una generica «guerra di tutti contro tutti», Marx precisa che la concorrenza si coagula in via preponderante attorno a piccoli segmenti di mercato. Questi segmenti, che Marx chiama «branche», sono molto più ristretti di ciò che i commentatori di questioni economiche chiamano «settori» (per esempio: le tecnologie dell'informazione, l’automotive, la farmaceutica): la base di una branca può essere un singolo prodotto, se non una minuscola componente, e la produzione dello stesso prodotto, ma di qualità diverse, può dare origine ad altrettante branche. Un’azienda può essere posizionata su un gran numero di branche, e un «settore» riassumerne in sé un numero colossale. Il punto fondamentale è che solo quelle imprese che si dedicano alla produzione di un medesimo prodotto, di qualità comparabile e sullo stesso mercato, si possono qualificare come concorrenti diretti. Solo in virtù di questa forma di concorrenza molto concreta e stringente, in ogni branca della produzione sociale può emergere un prezzo medio regolatore e un saggio medio di profitto. Il successo o il fallimento di ciascun concorrente dipende dalla sua capacità di adeguarsi al prezzo regolatore generando un profitto uguale o maggiore al profitto medio della sua branca. A questo livello, la concorrenza generalizzata è una mera tendenza che, per essere del tutto realizzata, richiederebbe una condizione non data nella realtà quotidiana, ovvero la perfetta mobilità del capitale attraverso le innumerevoli branche della produzione sociale, in modo da poter migrare incessantemente verso le branche più redditizie e portare così alla formazione di un unico saggio di profitto generale per tutte le branche.

Il quadro della concorrenza diventa ancor più frastagliato quando introduciamo le determinanti geografiche (non esplicite nell’analisi di Marx) da cui siamo partiti in questa sezione, ovvero il carattere dell’area di mercato. I tre strati summenzionati (sub-nazionale, nazionale e transnazionale) non sono compartimenti stagni: in primo luogo, perché le imprese distribuite su questi tre livelli sono, quantomeno in una certa misura, ognuna un cliente per l’altra; in secondo luogo, perché la crescita di un determinato capitale può condurlo a espandere la sua area di mercato dal livello sub-nazionale a quello nazionale, e da questo al piano transnazionale. Un elemento importante dell’attività degli Stati consiste nella supervisione e nell’accompagnamento di questi processi, in particolare all’intersezione tra lo spazio nazionale e transnazionale, agendo in favore dell’apertura di nuove aree di smercio attraverso accordi di libero scambio, o al contrario innalzando barriere per proteggere le aree esistenti. Ciò ci conduce al punto seguente.

Libero scambio e protezionismo

Marx viene talvolta apprezzato dagli economisti liberali come un difensore del libero mercato contro il protezionismo, cosa che il suo Discorso sulla questione del libero scambio[38] a prima vista parrebbe confermare. Sebbene sia vero che Marx abbia approvato l’abolizione delle leggi sul grano del 1846, mai ebbe l’intento di celebrare il «libero corso» delle forze economiche, se non per accelerare la rivoluzione. Il liberalismo è in sé una politica statale fortemente «interventista»[39], che emerge a uno stadio maturo della traiettoria capitalistica. Il MPC nasce protezionista. Nel Capitale, Marx associa il protezionismo principalmente alla fase dell’accumulazione originaria, i cui momenti vengono combinati sistematicamente in Inghilterra in sistema coloniale, sistema del debito pubblico, sistema tributario e protezionistico moderni. I metodi poggiano in parte sulla violenza più brutale, come p. es. il sistema coloniale. Ma tutti si servono del potere dello Stato, violenza concentrata e organizzata della società, per fomentare artificialmente il processo di trasformazione del modo di produzione feudale in modo di produzione capitalistico e per accorciarne i passaggi.[40]

E ancora:
Il sistema protezionistico è stato un espediente per fabbricare fabbricanti, per espropriare lavoratori indipendenti, per capitalizzare i mezzi nazionali di produzione e di sussistenza, per abbreviare con la forza il trapasso dal modo di produzione antico a quello moderno. […] Sistema coloniale, debito pubblico, peso fiscale, protezionismo, guerre commerciali, ecc., tutti questi rampolli del periodo della manifattura in senso proprio crescono come giganti nel periodo d'infanzia della grande industria[41].
In definitiva, «il sistema protezionistico alle origini tendeva alla fabbricazione di capitalisti nella madre patria»[42]. Marx morì nel 1883, quindi non poté assistere all’ondata protezionista del tardo XIX secolo; inoltre, la sua interpretazione del fenomeno, essenzialmente limitata alle politiche tariffarie, non poteva includere le forme successive che apparvero nel XX secolo (misure non tariffarie, protezionismo fiscale, ecc.). Ciononostante, l’espressione marxiana sul protezionismo come un mezzo per «fabbricare fabbricanti» permette di capire che, contrariamente a quanto sostenuto da coloro che chiama «gli altri ottimisti liberoscambisti dell’età presente»[43], la transizione dal protezionismo al libero scambio non è una strada a senso unico. Il ripresentarsi periodico di politiche protezionistiche, sia in condizioni di arretratezza che di capitalismo maturo, può essere spiegato dalla necessità di incoraggiare una rimonta economica o di facilitare l’emergere di industrie nascenti in condizioni concorrenziali altrimenti proibitive. In una delle invettive di Marx contro Henry Carey, possiamo inoltre identificare una peculiare dialettica del protezionismo. Carey accusa l’Inghilterra industriale di tentare di trasformare il resto del mondo in una schiera di paesi agricoli arretrati, e incolpa l’Inghilterra, e Mr. Urquhart in particolare, per la rovina della Turchia, ma «il più bello è che il Carey [...] vuole impedire questo processo di separazione» tra agricoltura e industria domestica «proprio mediante quel sistema protezionistico che l’affretta»[44]. In breve, secondo Marx in condizioni di arretratezza il protezionismo viene generalmente adottato per tutelare i piccoli produttori dalla concorrenza internazionale, ma lo sviluppo industriale che esso stesso stimola li porterà comunque, nel lungo termine, all'inevitabile scomparsa.

Disparità di sviluppo e divisione internazionale del lavoro

In maniera strettamente connessa con il punto precedente, è importante comprendere perché, oltre un certo grado di maturazione, l’ingresso di nuovi attori in una data branca della produzione sociale, o la rimonta economica di un dato paese, siano così difficili da realizzare, soprattutto in condizioni internazionali di libero scambio. Nel Libro III del Capitale, nel capitolo dedicato alle controtendenze alla caduta del saggio di profitto, Marx sostiene che
i capitali investiti nel commercio estero possono offrire un saggio del profitto più elevato soprattutto perché in tal caso fanno concorrenza a merci che vengono prodotte da altri paesi a condizioni meno favorevoli; il paese più progredito vende allora i suoi prodotti ad un prezzo maggiore del loro valore, quantunque inferiore a quello dei paesi concorrenti. […] La stessa situazione si può presentare rispetto ad un paese con il quale si stabiliscono rapporti di importazione e di esportazione: esso fornisce in natura una quantità di lavoro oggettivato superiore a quello che riceve e tuttavia ottiene la merce più a buon mercato di quanto non potrebbe esso stesso produrre[45].
Ci ritroviamo qui di fronte alle trasformazioni che la legge del valore subisce nella sua applicazione internazionale, ossia quando gli scambi economici – analizzabili sia come scambi tra singoli soggetti, sia come scambi aggregati tra paesi – avvengono tra diversi livelli di produttività media e di sviluppo economico generale. Come precisato da Marx nel Libro I, in queste condizioni il lavoro più produttivo si presenta come lavoro di maggiore intensità. Ciò significa che i prodotti di due diversi processi lavorativi che differiscono toto coelo in produttività e intensività diventano comparabili come se fossero il prodotto dello stesso lavoro, effettuato a livelli di intensità diversi; cosicché un'unità di lavoro più intenso può essere scambiata con più unità di lavoro meno intenso. Supponiamo ora che i produttori di beni alimentari dei paesi avanzati, rafforzati da una produttività più vantaggiosa, penetrino nei mercati di sbocco (nazionali o transnazionali) dei produttori dei paesi arretrati: all’inizio, e finché il prezzo regolatore della branca non si modifica, vedremo i primi percepire un sovrapprofitto; in un secondo momento, data la loro incapacità a tenere il passo dei primi, vedremo i secondi venire gradualmente esclusi da questi mercati, determinando con ciò un nuovo prezzo regolatore della branca. Tuttavia, se i produttori dei paesi avanzati dovessero competere con quelli arretrati sull’intera produzione sociale, gli ultimi finirebbero semplicemente con lo scomparire, sopprimendo con ciò una fonte importante di sovraprofitto. È per questo che la divisione internazionale del lavoro assume generalmente i tratti della specializzazione, grazie alla quale i paesi più avanzati scambiano prodotti complessi e «ad alto valore aggiunto» con prodotti più elementari, «a basso valore aggiunto». All’epoca di Marx, ancora caratterizzata dal dominio coloniale, ciò prendeva la forma di «una nuova divisione internazionale del lavoro in corrispondenza alle sedi [leggi: dei paesi. NdT] principali del sistema delle macchine», la quale «trasforma una parte del globo terrestre in campo di produzione prevalentemente agricolo per l’altra parte quale campo di produzione prevalentemente industriale»[46]. Se oggi la polarizzazione del mondo tra paesi industriali e agricoli è molto meno marcata, ciò dipende dal fatto che la forma stessa della divisione internazionale del lavoro è divenuta un oggetto di contesa nel sistema interstatale, e che la forma promossa dai produttori più performanti nelle aree avanzate viene periodicamente contestata (decolonizzazione, non-allineamento, ecc.).

Immigrazione e «mercato del lavoro»

La nozione di «mercato del lavoro» viene fatta propria da Marx per mera comodità. Nella concezione marxiana del rapporto tra capitale e lavoro, ciò che viene venduto non è il lavoro in sé (che non può essere una merce), ma la forza-lavoro, che è inseparabile dal suo portatore. Ciò la distingue da ogni altra merce, ed esclude ipso facto l’esistenza di un «mercato del lavoro» equiparabile in tutto e per tutto a quello delle merci ordinarie: in primo luogo, poiché la forza-lavoro viene prodotta e riprodotta in condizioni non mercantili (se lo fosse, potrebbe soltanto trasferire il suo stesso valore al prodotto, ma non aggiungerne, così come avviene per i macchinari o le materie prime); in secondo luogo, perché il paniere dei mezzi di sussistenza che formano il valore della forza-lavoro non è predeterminato, ma viene incessantemente ridefinito dalla contrattazione, dal volume dei bisogni storicamente riconosciuti come necessari, ecc. Ci sia concesso di aggiungere un terzo punto, che deriva dalla separazione del lavoratore dai mezzi di produzione. Come abbiamo osservato nei nostri Lineamenti, lo Stato gioca un ruolo di primo piano nella creazione e nel mantenimento delle condizioni della compravendita della forza-lavoro. Eppure, affinché il «mercato del lavoro» funzioni correttamente dal punto di vista dell’imprenditoria, è necessario un surplus di manodopera disponibile per disciplinare il comportamento dei lavoratori. Marx indaga la formazione di questa manodopera eccedente nel Libro I del Capitale, sezione 7, capitolo 23, § 3, alla voce «Produzione progressiva di una sovrappopolazione relativa ossia di un esercito industriale di riserva»[47]. Secondo Marx, questa produzione è dovuta alla relativa diminuzione di forza-lavoro necessaria per unità di capitale, ovvero al generale incremento della produttività connessa all’applicazione della scienza al processo produttivo. Nelle parole di Marx, la formazione di una sovrappopolazione relativa è «una legge della popolazione peculiare del modo di produzione capitalistico»[48], indipendente dall’«aumento naturale della popolazione»[49], il che spiega gran parte dei «movimenti generali del salario [...] regolati esclusivamente dall’espansione e dalla contrazione dell'esercito industriale di riserva»[50], a sua volta connesse «all’alternarsi dei periodi del ciclo industriale»[51]. Tuttavia, per una serie di ragioni che non verranno esaminate in questa sede (alcune delle quali legate all’applicazione internazionale della legge del valore summenzionata), la produzione di una sovrappopolazione relativa non si verifica necessariamente laddove lo sviluppo capitalistico è più avanzato, ma piuttosto laddove il suo dispiegarsi endogeno è maggiormente ostacolato; da qui il problema di rilocare i lavoratori effettivi o potenziali da un’area all’altra, preso in carico direttamente o indirettamente dagli Stati. Nondimeno, nella stessa misura in cui un incremento nella sovrappopolazione relativa in seno agli Stati capitalisticamente avanzati ha un effetto depressivo sui salari locali, la sua contrazione nei paesi capitalisticamente arretrati spinge verso l'alto i salari locali, indebolendo ulteriormente la formazione autoctona di capitali o la loro importazione. I sottoinsiemi economici più sviluppati hanno interesse a drenare forza-lavoro dai sottoinsiemi economici meno sviluppati, mentre questi ultimi hanno interesse a trattenerla in loco. Ogni Stato deve dunque farsi carico di questi interessi, in un duplice rapporto con agenti esterni (altri Stati, ma non solo) e con la pressione opposta proveniente dalla manodopera locale.

Conclusione: verso una teoria del sistema interstatale

Nel presente articolo abbiamo tentato di sintetizzare l’approccio marxiano allo Stato in generale e i problemi da esso posti nella prospettiva di una teoria marxista del sistema interstatale. Per l'essenziale, l'elaborazione di una tale teoria resta da fare. Per il momento, ci siamo limitati a proporre alcune ipotesi di lavoro, cercando nell'opera di Marx le soluzioni ai problemi incontrati. Si tratta solo di un inizio, e il ventaglio delle questioni teoriche da affrontare è enorme. Tra queste, ci preme menzionare la questione delle nazionalità, quella dell’imperialismo nelle sue forme contemporanee e, soprattutto, quella della disgregazione dell’ordine internazionale (nel passato e nel futuro). Su queste questioni è stato gettato a lungo un cono d’ombra, ma esse sono tornate prepotentemente alla ribalta, non di rado in forme inedite. Questo testo dovrebbe dunque essere letto anche come un appello all’elaborazione collettiva, poiché soltanto attraverso un dibattito a più voci su tali questioni la loro elaborazione teorica può essere rinnovata e messa al lavoro nella realtà. La «vecchia talpa» ha ancora da scavare.

Traduzione a cura di Kamo Modena

Note

[1] Vladimir I. Lenin, La guerra e la rivoluzione [discorso tenuto a Pietrogrado il 15 maggio 1917, pubblicato per la prima volta in Pravda, 23 aprile 1929], in Id. Opere, vol. XXIV, Editori Riuniti, Roma 1966, p. 413.

[2] John J. Mearsheimer, La grande illusione. Perché la democrazia liberale non può cambiare il mondo, Luiss University Press, Milano, 2019, p. 35-36.

[3] Robert Brenner, «What is, and what is not, imperialism», Historical Materialism, vol.14, n. 4, 2006, p. 84.

[4] Per una critica della separazione/opposizione tra storicismo e strutturalismo, cfr. Alfred Schmidt, Storia e struttura. Problemi di una teoria marxista della storia, De Donato, Bari 1972.

[5] György Lukács, Storia e coscienza di classe, SugarCo, Milano 1978, p. 210.

[6] Nella nostra disamina, ci limitiamo pressoché esclusivamente a questi materiali, segnatamente Il Capitale, i Grundrisse e Per la critica dell’economia politica.

[7] Tran Hai Hac, «État et capital dans l'exposé du Capital», in Aa. VV. (a cura di Antoine Artous), Nature et forme de l'État capitaliste: Analyses marxistes contemporaines, Syllepse, Parigi 2015, pp. 48-49.

[8] Henryk Grossmann, Marx, l'economia politica classica e il problema della dinamica, Laterza, Bari 1971, pp. 95-117.

[9] «Guerra sviluppata prima della pace; modo in cui attraverso la guerra e negli eserciti ecc. determinati rapporti economici come il lavoro salariato, le macchine ecc. si sono sviluppati prima che all’interno della società borghese. Anche il rapporto tra forza produttiva e rapporti di traffico diviene particolarmente evidente nell’esercito». (Karl Marx, Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica, 2 Voll., Einaudi, Torino 1983, vol. I, pp. 34-35).

[10] Karl Marx, Il Capitale. Critica dell’economia politica. Libro primo, Editori Riuniti, Roma, 1980, p. 777.

[11] Op. cit., pp. 827-836.

[12] Op. cit., pp. 800-801.

[13] Op. cit., p. 474.

[14] Op. cit., p. 800.

[15] Op. cit., p. 814, corsivo nell’originale.

[16] Nell’agricoltura capitalista, se proprietà e gestione della terra non coincidono nella medesima figura, la seconda tocca al coltivatore capitalista, che paga al proprietario terriero una parte del plusvalore sotto forma di rendita fondiaria.

[17] Op. cit., p. 800.

[18] Ibid.

[19] Op. cit., pp. 300-334.

[20] Op. cit., pp. 527-549.

[21] Id., Il Capitale. Critica dell’economia politica. Libro secondo, Editori Riuniti, Roma 1980, p. 100, corsivo nostro.

[22] Op. cit., p. 242.

[23] Tran Hai Hac, Relire le Capital: Marx, critique de l'économie et objet de la critique de l'économie politique, 2 Voll. Page deux, Losanna 2003, vol. I, p. 126-132.

[24] Karl Marx, Il Capitale. Critica dell'economia politica. Libro secondo, op. cit., p. 115.

[25] Karl Marx, Frammento del testo primitivo (1858) di «Per la critica dell’economia politica», in Id., Scritti inediti di economia politica, Editori Riuniti, Roma, 1963, p. 34.

[26] Ibid.

[27] Ciononostante Marx riconosce una grande importaza al debito pubblico, con riferimento particolare al tema dell’accumulazione originaria: «con i debiti pubblici è sorto un sistema di credito internazionale che spesso nasconde una delle fonti dell'accumulazione originaria di questo o di quel popolo». (Karl Marx, Il Capitale, Critica dell'economia politica. Libro primo, op. cit., p. 818). La questione del debito pubblico è ancor più rilevante al giorno d’oggi, come fonte di capitale fittizio.

[28] Karl Marx, Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica, op. cit., vol. I, p. 375.

[29] Si veda anche la teoria del commercio estero nel Libro III, sezione 3, capitolo 14, § 5 (Karl Marx, Il Capitale. Critica dell’economia politica. Libro terzo, 2 voll., Editori Riuniti, Roma 1980, vol. I, pp. 288-292). Questa teoria sarebbe completamente priva di senso se i diversi livelli di sviluppo economico, da cui Marx trae rilevanti implicazioni per il funzionamento della legge del valore su scala internazionale, non si coagulassero entro perimetri politico-amministrativi distinti.

[30] Claudia Von Braunmühl, «On the Analysis of the Bourgeois Nation State within the World Market Context. An Attempt to Develop a Methodological and Theoretical Approach», in Aa. VV. (a cura di John Holloway e Sol Picciotto), State and Capital. A Marxist Debate, Edward Arnold, Londra 1978, p. 161.

[31] «Di fronte a questa totalità, le partizioni e divisioni storiche, la convergenza dei capitali nello Stato-nazione borghese e gli apparati dello Stato nazionale con le loro attività debbono essere determinate analiticamente come il particolare. Il mercato mondiale deve essere posto in relazione alle sfere di circolazione nazionali [concependolo come] l’unica sfera effettiva di circolazione di capitali, [intendendo le seconde] come particolarizzazioni definite da questa stessa relazione». (Op. cit., p. 164).

[32] «Sembra giusto incominciare con ciò che è reale e concreto, con il presupposto reale, quindi ad esempio nell’economia con la popolazione, che è la base e il soggetto dell’intero atto sociale di produzione. Eppure, considerando le cose più da presso, ciò si rivela sbagliato. La popolazione è un’astrazione, se ad esempio non tengo conto delle classi di cui si compone. Queste classi sono a loro volta una parola priva di significato, se non conosco gli elementi sui quali esse si fondano. Ad esempio il lavoro salariato, il capitale ecc. […] Gli economisti del XVII secolo incominciano ad esempio sempre dall’insieme vivente, la popolazione, la nazione, lo Stato, più stati ecc.; finiscono però sempre con l’individuare attraverso l’analisi alcune relazioni astratte e generali determinanti, come la divisione del lavoro, il denaro, il valore ecc. Appena questi singoli momenti furono più o meno fissati e astratti, sorsero i sistemi economici che dal semplice, come il lavoro, la divisione del lavoro, il bisogno, il valore di scambio, risalirono fino allo Stato, allo scambio tra le nazioni e al mercato mondiale. Quest’ultimo è evidentemente il metodo scientificamente corretto». (Karl Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica, op. cit., vol. I, pp. 24-25, corsivo nostro).

[33] Op. cit., p. 34.

[34] Karl Marx, Il Capitale. Critica dell'economia politica. Libro primo, op. cit., p. 208.

[35] Karl Marx, Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica, op. cit., vol. II, p. 1030.

[36] Henri Lefebvre, La produzione dello spazio, Moizzi, Milano 1976, pp. 296-300.

[37] Karl Marx, Il Capitale. Critica dell'economia politica. Libro terzo, op. cit., pp. 195-243.

[38] Cfr. Karl Marx, «Discorso sulla questione del libero scambio», in Karl Marx, Friedrich Engels, Opere complete, Editori Riuniti, Roma 1973, vol. VI, pp. 3469-482.

[39] Antonio Gramsci, «Alcuni aspetti teorici e pratici dell’«economismo», in Id. Quaderni dal carcere. 4 voll, Einaudi, Torino, 1974, vol. III, pp. 1589-1590.

[40] Karl Marx, Il Capitale. Critica dell'economia politica. Libro primo, op. cit., pp. 813-814, corsivo nell’originale.

[41] Op. cit., pp. 819-820, corsivo nell’originale.

[42] Op. cit., p. 828, corsivo nell’originale.

[43] Op. cit., p. 618.

[44] Op. cit., p. 812, nota 236.

[45] Id., Il Capitale. Critica dell'economia politica. Libro terzo, op. cit., vol. I, p. 289.

[46] Marx, Il Capitale. Critica dell'economia politica. Libro primo, op. cit., p. 496.

[47] Op. cit., p. 688.

[48] Op. cit., pp. 691-692, corsivo nell’originale.

[49] Op. cit., p. 695.

[50] Op. cit., p. 697, corsivo nell’originale.

[51] Ibid.

Fonte