di Domenico Moro
Sono sinceramente meravigliato del clamore e dell’attenzione che sui social sta ricevendo la recente diatriba tra due professori universitari, Emiliano Brancaccio e Andrea Zhok. Tuttavia, ho deciso anch’io di cedere ai meccanismi “social” ed esprimere il mio parere sulla questione.
L’origine della diatriba nasce da un articolo di Brancaccio sul Manifesto in cui, dalla critica delle scelte economiche meloniane, trae spunto per un attacco contro il sovranismo. A questo punto, Zhok è intervenuto sulla bacheca Fb di Brancaccio dicendo sostanzialmente che si era rotto le scatole di vedere utilizzato il termine sovranismo a sproposito. Per la verità, Zhok ha usato un linguaggio più colorito, che forse avrebbe potuto risparmiarsi.
La risposta di Brancaccio è stata, però, di una arroganza fastidiosa, improntata al concetto “lei non sa chi sono io”, sostenendo che uno come lui, tanto importante da aver avuto interlocuzioni con personaggi come Blanchard (ex capo-economista dell’Fmi), Monti e Prodi, non poteva essere apostrofato in quel modo. Fra l’altro non è detto che essere interlocutori di questi soggetti sia particolarmente significativo della validità del proprio pensiero. Brancaccio, ha poi aggiunto che chi fa il filosofo e non conosce alcune tecnicalità dell’economia (Zhok) farebbe meglio a stare zitto. A questo punto tra i due è iniziata una polemica a distanza con toni personalistici, che ha scatenato i rispettivi fan.
Il problema è, in primo luogo, che i due in questione si comportano come “prime donne”, che interpretano il proprio ruolo su un palcoscenico – quello dei social media – che favorisce e vive di contrasti manichei tra posizioni delineate in modo estremizzato, sulle quali il pubblico di fan si posiziona a mo’ di tifoseria calcistica.
In secondo luogo, questo contrasto tra sovranismo e anti-sovranismo è un falso problema, che, esercitando un po’ di dialettica, potrebbe essere risolto, fra quanti, almeno a quanto dice, si richiamano al marxismo o comunque prendono spunto da Marx. Il cosiddetto sovranismo è declinato in diversi modi, di destra e di sinistra. Comunque, il concetto di fondo è che la globalizzazione dell’economia, e l’affermazione di organismi sovranazionali, ha indebolito lo Stato nazionale a tutto vantaggio delle élites capitalistiche. Tale concetto non è né giusto né sbagliato, dal momento che fotografa un dato di fatto storico. L’errore che entrambi i duellanti in oggetto fanno è di estremizzare tale concetto, ciascuno nella direzione preferita. Come spesso accade, se un concetto o una posizione si estremizzano troppo e si irrigidiscono, diventano inservibili.
Brancaccio ritiene che il sovranismo sia una tendenza sempre nazionalista, reazionaria e di destra, che contraddice il primato della lotta tra capitale e lavoro e contrasta con l’internazionalismo dei lavoratori. In sostanza, Bancaccio qui assume le vesti del difensore del marxismo. Purtroppo, si tratta di un marxismo troppo schematico e semplificato, in cui manca una analisi della composizione di classe delle società capitalistiche e soprattutto dello Stato. Su queste basi, Brancaccio fa dell’attacco al sovranismo una crociata personale che porta avanti da anni. Già nel 2018 criticai su Marxismo oggi un suo articolo sull’Espresso in cui attaccava “l’orrido sovranismo piccolo-borghese”[i].
Zhok, invece, coglie correttamente il legame tra “indebolimento” dello Stato nazionale e peggioramento dei rapporti di forza tra capitale e lavoro. Si rende conto che l’internazionalizzazione dei capitali mina anziché favorire l’internazionalismo dei lavoratori. Tuttavia, anche lui estremizza la questione e finisce per concentrarsi troppo sulla necessità di ristabilire la sovranità dello Stato nazionale, che, di per sé, non significa un miglioramento dei rapporti di forza tra lavoratori e capitale. Soprattutto, enfatizza il carattere “nazionale” della sovranità, in cui rientra anche una critica non proprio centrata dell’immigrazione[ii]. Il che è poi quello che fa scattare i riflessi pavloviani anti-sovranisti non solo di Brancaccio ma anche di altri nel campo, più o meno, marxista.
Il punto, secondo me, è che in certe analisi manca la teoria marxista (magari aggiornata) dello Stato. Lo Stato è sempre lo Stato della classe dominante, ma la forma che assume muta, dipendendo dalla fase, dal modo di produzione e dalla situazione dei rapporti di forza fra le classi. Partendo da questo assunto, si può dire che l’indebolimento dello Stato, specie quello avvenuto nei paesi della Ue e segnatamente in quelli dell’eurozona, non è assoluto, perché molte funzioni dello Stato, pensiamo agli apparati di polizia e militari, si stanno rinforzando. A essere indebolite sono quelle funzioni che ostacolavano o rendevano più difficile la subordinazione della classe lavoratrice e della piccola borghesia al capitale e che erano il risultato della risposta capitalistica alla crisi degli anni ‘30, di rapporti di forza tra capitale e lavoro più favorevoli a quest’ultimo e, last but not least, dell’esistenza dell’URSS e di un campo socialista.
Quindi, ad essere stata messa in discussione non è la sovranità nazionale in senso stretto, ma la sovranità popolare (o democratica, se preferiamo), cioè quei meccanismi, che permettevano alla classe lavoratrice di esercitare la lotta di classe in modo più agevole. Ad esempio, i vincoli di Maastricht rappresentano una camicia di forza per le scelte di governi e parlamenti, nel caso in cui dovessero cedere a richieste dal basso, anche solo per ragioni elettoralistiche. Questo, naturalmente non significa che nella Prima repubblica, precedentemente alla UE e dell’euro, fossimo in una sorta di società ideale, come alcuni tendono a rappresentarsi. Ad ogni modo, la sovranità, che taluni, fra cui il sottoscritto, rivendicano a sinistra, è quella democratica e popolare.
Un altro aspetto della teoria marxista che viene trascurato è quello dell’analisi della composizione di classe. In una società capitalistica, anche in una polarizzata e con una forte concentrazione e centralizzazione di capitale, permangono larghi strati intermedi. Inoltre, permangono anche molte differenze e divari anche tra i lavoratori salariati. Quindi, assumere una posizione tale per cui si condanna il sovranismo come tendenza piccolo-borghese, oltre a non essere corretta in senso generale, implica assumere un posizionamento politico che ignora la necessità delle alleanze di classe e di staccare almeno una parte della piccola borghesia dal capitale vero e proprio. Il vero nemico è rappresentato dal capitale, che, anche quando fa critiche alla UE (come in questi giorni ha fatto Confindustria), rimane profondamente europeista oltre che atlantista.
Parlare di sovranità democratica, e pertanto criticare la UE e l’euro (e la Nato) e finanche metterne a programma la fuoriuscita, in uno Stato borghese non è un cedimento al nazionalismo. Rientra, invece, in questo contesto e in questa fase storica, all’interno di una strategia di lungo periodo di superamento del capitalismo, che deve essere modulata a seconda delle condizioni concrete esistenti.
Dall’altra parte, però, la rivendicazione della sovranità popolare deve fare i conti anche con la presenza di forze reazionarie e frazioni capitalistiche che declinano la questione della sovranità in termini nazionalisti e xenofobi, cercando di utilizzarla a proprio favore. Si tratta di settori politici, come Fratelli d’Italia, la Lega, ecc. il cui “sovranismo”, però, lascia presto il posto ai “necessari” adeguamenti ai vincoli europei e atlantici, come è accaduto al governo, presunto sovranista, di Meloni. Più che attaccare la Meloni perché è sovranista, quindi, dovremmo denunciarne la mancanza di rispetto della sovranità, popolare e democratica, e l’allineamento reale all’UE, alla Nato e agli Usa. Al tempo stesso, rivendicare la sovranità “nazionale” in un paese che, malgrado tutta la sua attuale subalternità agli Usa, è stato sin dalla fine dell’Ottocento e rimane ancora oggi imperialista, è piuttosto fuori luogo. Anche la determinazione con cui alcuni “sovranisti” di sinistra giudicano l’Italia una colonia e la sua classe capitalistica come una classe compradora è fuorviante. Ma qui ci sarebbe la necessità di riportare in auge un’altra decisiva teoria marxista, quella dell’imperialismo, e non è il caso in questa sede.
Quindi, estremizzare i concetti, nella fattispecie quello di sovranità, crea confusione e divisioni all’interno del campo anticapitalista (e marxista), che francamente sarebbe meglio evitare. La diatriba tra Brancaccio e Zhok può essere letta come uno scontro accademico fra professori universitari. In realtà, è il prodotto di un problema molto più importante: l’assenza della politica o meglio del connubio che deve sempre esistere tra politica e teoria, tra obiettivi pratici e riflessione, allo scopo di modificare la realtà a favore della classe lavoratrice. Se non si tengono in conto i risvolti pratici del proprio teorizzare, si rischia di andare fuori strada. Certo, cercare di elaborare e, ancor più, mettere in atto una politica marxista è molto più complesso e faticoso che fronteggiarsi sui social, dal momento che si deve agire concretamente tenendo conto contemporaneamente di una moltitudine di variabili interdipendenti. Ma non si può non “fare politica”. È, questo, è un problema non solo di Brancaccio e di Zhok, ma di tutti noi, a fronte della frammentazione organizzativa e della inconsistenza politica esistente.
Zhok e Brancaccio hanno indubbie qualità personali, ma se le usano in questo modo, l’unico risultato che ottengono (forse) è quello di aumentare la loro visibilità, ma certo non ci aiutano molto. Anzi replicano il fenomeno, oggi molto diffuso, della divisione in tifoserie contrapposte, che è il prodotto, oltre che del sistematico smantellamento dei partiti di classe e del marxismo, anche di anni di talk show televisivi e di social, a partire da Facebook. Forse, più che scontrarci e continuare a dividerci su singole parole o formulazioni (sovranismo, uscita o no da UE ed euro, rossobrunismo), dovremmo confrontarci realmente tra noi, partendo dal concreto e valutando insieme se quello che facciamo o diciamo è funzionale con gli scopi finali, che, mi pare, non teniamo in debita considerazione. Forse, in questo modo, supereremmo tante divisioni inutili e saremmo più forti nei confronti del nostro vero avversario, il capitale e la sua forma imperialista.
Note
[i] Domenico Moro, “Gli ex combattenti della grande guerra e il sovranismo piccolo borghese, analogie ed errori a cento anni di distanza”, Marxismo oggi, 2018.
[ii] Andrea Zhok, “Qualche riflessione sul problema migratorio”, Italiaeilmondo.com, 28, settembre 2019.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/06/2026
La diatriba sul sovranismo, una tempesta in un bicchiere d'acqua
25/10/2022
La paura della parola “sovranità” genera imbecilli
Chiudiamola con sta storia della sovranità alimentare.
Smettiamola, su, di spaccare il pelo in quattro per la orrenda denominazione del ministero del “Lollo”.
Il Lollo è fascio, no? Dobbiamo discutere pure questo? No, vero? Allora, è il tono che fa la musica. È pur vero che è grave, da parte di sedicenti progres-sinistri, neppure conoscere i fondamentali: abbiamo trascorso anni a parlare di sovranità alimentare, sin dai tempi del Genoa Social Forum.
Ma anche solo limitandosi ai titoli, non vi pare che “IL CIBO NON È UNA MERCE, LA SOVRANITÀ ALIMENTARE È UN DIRITTO UNIVERSALE” ci parli di temi terzomondisti e noglobal, di tutela dei paesi poveri dal colonialismo alimentare dei paesi ricchi, dei disastri che Monsanto e soci hanno perpetrato da decenni nei paesi poveri, di sementi ogm imposte a forza, di dipendenza e asservimento?
Coniughiamola come INDIPENDENZA ed EQUITÀ alimentare, ok?
Dovete sapere che 20 anni fa “SOVRANITÀ” non aveva lo stesso significato fascio e nazionalista di adesso.
Per riassumere:
– Chi si è inalberato subito sulla parola SOVRANITÀ senza approfondire, ha fatto una gran brutta figura da superficiale, con la memoria da pesce rosso. O da sardina. Dovrebbe osservare almeno un anno di silenzio per espiare.
– D’altra parte, non è difficile capire che i destri qui intendono ben altro: SOVRANISMO alimentare, cioè sovvenzione e protezionismo ad oltranza di quanto è italiano rispetto a tutto il resto del mondo. Prima (i prodotti) italiani.
Qui – per approfondire un po’ – si innesta l’ultimo malo frutto del secolare discorso della “destra sociale”, abile ad impadronirsi delle istanze più popolari – trasformandole in becere e nazionaliste – della lotta al capitalismo.
In una frase: le destre combattono il “capitalismo internazionale” solo per tutelare quello nazionale, dato che le destre sono sempre state e rimangono SERVE DEI PADRONI: degli agrari un secolo fa, di Confindustria oggi.
Poi, fiutano come segugi i nodi dove più si addensa ignoranza e sanfedismo panciafichista, trovano qualche categoria di poveri da incolpare, e allèz.
Il loro “sovranismo alimentare” pesca nei trattori leghisti contro le quote latte, qualcuno li ricorderà. O più di recente, puzza di “forconi”. E della cara vecchia “autarchia”.
D’altra parte, se la sinistra si radical-chicchizza occupandosi à-la-Boldrini di “genere” inteso come grammatica, oppure si atlantizza e gareggia in militarismo coi peggiori guerrafondai, facendo pagare a noi i suoi vincoli con gli americani, se idolatra Draghi, se elegge Cottarelli e Casini, è ovvio che il ceto popolare e anche il ceto medio vota Meloni.
Esiste una terza via?
Certo. Gramsci disse: ISTRUITEVI, avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza.
Per capire come la sinistra possa tornare a fare la sinistra, a lottare per quello che sta a cuore alle classi medio-basse, “mollando le menate e mettendosi a lottare” (cit. il sommo Finardi) occorrerà ristudiare i fondamentali e partire da lì.
Occorrerà cultura popolare, visione politica e storica, e andare oltre i facili slogan.
Non si dovrà inseguire le destre o mischiarsi a loro – come gli sciagurati dell’epoca dei vaccini – ma inceppare con tutti i mezzi i loro ingranaggi populisti e padronali da fascismo di stato, e mostrare che ci sono altre possibilità, che può esistere una nuova classe politica che tuteli i lavoratori, senza leccare il culo ai padroni e senza far finta a parole di contrastarli, in realtà placando il popolo col corporativismo e il facile populismo.
Fonte
Smettiamola, su, di spaccare il pelo in quattro per la orrenda denominazione del ministero del “Lollo”.
Il Lollo è fascio, no? Dobbiamo discutere pure questo? No, vero? Allora, è il tono che fa la musica. È pur vero che è grave, da parte di sedicenti progres-sinistri, neppure conoscere i fondamentali: abbiamo trascorso anni a parlare di sovranità alimentare, sin dai tempi del Genoa Social Forum.
Ma anche solo limitandosi ai titoli, non vi pare che “IL CIBO NON È UNA MERCE, LA SOVRANITÀ ALIMENTARE È UN DIRITTO UNIVERSALE” ci parli di temi terzomondisti e noglobal, di tutela dei paesi poveri dal colonialismo alimentare dei paesi ricchi, dei disastri che Monsanto e soci hanno perpetrato da decenni nei paesi poveri, di sementi ogm imposte a forza, di dipendenza e asservimento?
Coniughiamola come INDIPENDENZA ed EQUITÀ alimentare, ok?
Dovete sapere che 20 anni fa “SOVRANITÀ” non aveva lo stesso significato fascio e nazionalista di adesso.
Per riassumere:
– Chi si è inalberato subito sulla parola SOVRANITÀ senza approfondire, ha fatto una gran brutta figura da superficiale, con la memoria da pesce rosso. O da sardina. Dovrebbe osservare almeno un anno di silenzio per espiare.
– D’altra parte, non è difficile capire che i destri qui intendono ben altro: SOVRANISMO alimentare, cioè sovvenzione e protezionismo ad oltranza di quanto è italiano rispetto a tutto il resto del mondo. Prima (i prodotti) italiani.
Qui – per approfondire un po’ – si innesta l’ultimo malo frutto del secolare discorso della “destra sociale”, abile ad impadronirsi delle istanze più popolari – trasformandole in becere e nazionaliste – della lotta al capitalismo.
In una frase: le destre combattono il “capitalismo internazionale” solo per tutelare quello nazionale, dato che le destre sono sempre state e rimangono SERVE DEI PADRONI: degli agrari un secolo fa, di Confindustria oggi.
Poi, fiutano come segugi i nodi dove più si addensa ignoranza e sanfedismo panciafichista, trovano qualche categoria di poveri da incolpare, e allèz.
Il loro “sovranismo alimentare” pesca nei trattori leghisti contro le quote latte, qualcuno li ricorderà. O più di recente, puzza di “forconi”. E della cara vecchia “autarchia”.
D’altra parte, se la sinistra si radical-chicchizza occupandosi à-la-Boldrini di “genere” inteso come grammatica, oppure si atlantizza e gareggia in militarismo coi peggiori guerrafondai, facendo pagare a noi i suoi vincoli con gli americani, se idolatra Draghi, se elegge Cottarelli e Casini, è ovvio che il ceto popolare e anche il ceto medio vota Meloni.
Esiste una terza via?
Certo. Gramsci disse: ISTRUITEVI, avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza.
Per capire come la sinistra possa tornare a fare la sinistra, a lottare per quello che sta a cuore alle classi medio-basse, “mollando le menate e mettendosi a lottare” (cit. il sommo Finardi) occorrerà ristudiare i fondamentali e partire da lì.
Occorrerà cultura popolare, visione politica e storica, e andare oltre i facili slogan.
Non si dovrà inseguire le destre o mischiarsi a loro – come gli sciagurati dell’epoca dei vaccini – ma inceppare con tutti i mezzi i loro ingranaggi populisti e padronali da fascismo di stato, e mostrare che ci sono altre possibilità, che può esistere una nuova classe politica che tuteli i lavoratori, senza leccare il culo ai padroni e senza far finta a parole di contrastarli, in realtà placando il popolo col corporativismo e il facile populismo.
Fonte
06/02/2021
Il sovranismo di destra e di sinistra si arrende a Draghi
Il “fascino” di Draghi appare irresistibile in ogni ambito, anche in quelli apparentemente più impensabili.
Non è un mistero che le battaglie No Euro e contro i diktat di Bruxelles, nelle file del M5S, siano ormai uno sfumatissimo ricordo del pur recente passato. Dall’euroscetticismo dichiarato si è passati all’europeismo e all’euroatlantismo conclamato da Di Maio, ministri, sottosegretari e segretari dei sottosegretari pentastellati. Qui il consenso al governo Draghi, come già raccontato sul nostro giornale, sembra incontrare limitate recalcitranze tra deputati e senatori.
Ha sorpreso un po’ di più (ma sempre relativamente) il peana verso Draghi di un No Euro di antica data, come il professore e deputato Alberto Bagnai, cresciuto a sinistra ma in forza alla Lega. In una intervista a La Stampa Bagnai, per creare una connessione sentimentale con il futuro premier, si affida più al suo curriculum professionale che alle posizioni politiche.
“In Europa dialoghiamo con tutti e siamo abituati a cercare soluzioni concrete, confrontandoci sui problemi concreti. L’unico imbarazzo in certe sedi lo provo nel confrontarmi con i dilettanti. Io sono economista come Draghi, lui con un’esperienza istituzionale e di mercato infinitamente più elevata, ma veniamo dalla stessa scuola e abbiamo una lingua comune” – afferma Bagnai – “È imbarazzante trovarsi a parlare con persone che parlano in termini di fede o di sogno. Sinceramente, non sono Freud: il ‘sogno europeo’ non so interpretarlo. Quindi nessun imbarazzo, Draghi saprà come gestire i soldi del Recovery Fund“.
E poi aggiunge una apertura di credito politico che allinea, forse, il più brillante degli euroscettici della Lega, alle crescenti disponibilità leghiste a essere della partita nel governo di unità nazionale guidato da Mario Draghi.
“Con Draghi è possibile dialogare – sottolinea Bagnai – continuo a pensare che nel 2018 fosse improprio da parte sua sollevare allarmi sulla tenuta del sistema bancario italiano, tanto più che questo era sotto la sua vigilanza. Ma sulle sue scelte e soprattutto sulle sue analisi di politica economica, a partire dal famoso discorso di Jackson Hole nel 2014, non ho mai trovato nulla da obiettare“.
Ancora più allineato appare Claudio Borghi l’altro economista No Euro della Lega. “Draghi? È un fuoriclasse”, ha commentato il deputato leghista sul presidente del Consiglio incaricato: “Voterò la posizione che indicherà il mio partito”.
Più complicato appare il ragionamento di Stefano Fassina che in questi anni – in solitudine dentro Sinistra Italiana – è stato un po’ il rappresentante del “sovranismo di sinistra” dentro e fuori il Parlamento. Fassina, anche se con cautela, apre sui consensi al governo Draghi: “È un grave errore politico puntare a un “Governo Ursula”, ossia fare del Governo del Presidente, affidato ad una personalità super partes come Mario Draghi, un governo di una parte. L’obiettivo deve essere, come richiede la natura del mandato, un governo di tutti, compresa Lega e, se fosse possibile, anche FdI” ha detto al Tg2.
E sulla eventuale fiducia, Fassina in un’altra intervista precisa che l’eventuale si a Draghi dovrebbe avere una condizione: “Senza una scadenza elettorale definita, per quanto mi riguarda, non ci sono le condizioni per votare la fiducia al governo Draghi. A tal proposito, auspico che il Movimento Cinque Stelle si ricordi del suo mandato elettorale”.
Fassina è anche tra i pochi a spezzare una lancia a favore del dimissionato governo Conte: “con tutti i limiti di questo governo, bisogna riconoscere che aveva posto attenzione alle fasce deboli come mai era accaduto nell’ultimo periodo. Per carità: Conte non è Che Guevara” – precisa Fassina – “né ha fatto la rivoluzione, ma nessuno può negare la forza di alcuni provvedimenti adottati”.
Ma sulla questione politica di fondo, se cioè il governo del “commissario Draghi” sia o no l’ennesima ipoteca del vincolo esterno europeo sulle sorti del nostro paese, è vero che i giornalisti a Fassina non hanno posto neanche la domanda, è anche vero che su questo tema nelle sue argomentazioni non compare neanche una parola.
Appare paradossale che dopo anni di dibattiti infuocati e polemiche furiose sull’eventuale uscita dall’euro e dalla Ue, il sovranismo di destra e di sinistra sembra diventato totalmente subordinato o silente di fronte alla nomina dall’alto di un commissario europeo alla guida del paese. La cosa però non dovrebbe sorprendere.
Era il febbraio 2019 quando Draghi, in occasione della laurea ad honorem all’università di Bologna (con tanto di contestazioni da parte degli studenti, ndr), prese di petto proprio il sovranismo per riaffermare la centralità della moneta unica e della centralizzazione europea: “Porsi al di fuori dell’Ue può sì condurre a maggior indipendenza nelle politiche economiche, ma non necessariamente a una maggiore sovranità. Lo stesso argomento vale per l’appartenenza alla moneta unica“, affermò Draghi nella sua lectio magistralis a Bologna “la maggior parte dei paesi, da soli, non potrebbero beneficiare della fatturazione delle loro importazioni nella loro valuta nazionale, il che esaspererebbe gli effetti inflazionistici nel caso di svalutazioni“.
Infine, secondo Draghi “Questa tensione tra i benefici dell’integrazione e i costi associati con la perdita di sovranità nazionale – aveva proseguito l’allora presidente della Bce – è per molti aspetti e specialmente nel caso dei paesi europei, solo apparente. In realtà in molte aree l’Unione europea restituisce ai suoi paesi la sovranità nazionale che avrebbero oggi altrimenti perso“.
Inutile chiedere a Draghi esempi di questo secondo scenario, mentre la vicissitudini della Grecia e degli altri paesi Pigs smentiscono in modo contundente le sue affermazioni. Così come dalle sue argomentazioni – e da quelle dei sovranisti di destra – mancano sistematicamente ogni riferimento alle conseguenze prodotte dai processi di centralizzazione europea sul lavoro, i lavoratori, i salari e il welfare.
In questi anni abbiamo denunciato spesso come quella tra europeisti liberali e sovranisti di destra fosse una contrapposizione del tutto ingannevole, erano e restano due facce del partito unico degli affari e del capitalismo.
Con Draghi al governo la quadratura di questo cerchio e la falsità di tale contrapposizione diventa palese agli occhi di tutti.
Fonte
Non è un mistero che le battaglie No Euro e contro i diktat di Bruxelles, nelle file del M5S, siano ormai uno sfumatissimo ricordo del pur recente passato. Dall’euroscetticismo dichiarato si è passati all’europeismo e all’euroatlantismo conclamato da Di Maio, ministri, sottosegretari e segretari dei sottosegretari pentastellati. Qui il consenso al governo Draghi, come già raccontato sul nostro giornale, sembra incontrare limitate recalcitranze tra deputati e senatori.
Ha sorpreso un po’ di più (ma sempre relativamente) il peana verso Draghi di un No Euro di antica data, come il professore e deputato Alberto Bagnai, cresciuto a sinistra ma in forza alla Lega. In una intervista a La Stampa Bagnai, per creare una connessione sentimentale con il futuro premier, si affida più al suo curriculum professionale che alle posizioni politiche.
“In Europa dialoghiamo con tutti e siamo abituati a cercare soluzioni concrete, confrontandoci sui problemi concreti. L’unico imbarazzo in certe sedi lo provo nel confrontarmi con i dilettanti. Io sono economista come Draghi, lui con un’esperienza istituzionale e di mercato infinitamente più elevata, ma veniamo dalla stessa scuola e abbiamo una lingua comune” – afferma Bagnai – “È imbarazzante trovarsi a parlare con persone che parlano in termini di fede o di sogno. Sinceramente, non sono Freud: il ‘sogno europeo’ non so interpretarlo. Quindi nessun imbarazzo, Draghi saprà come gestire i soldi del Recovery Fund“.
E poi aggiunge una apertura di credito politico che allinea, forse, il più brillante degli euroscettici della Lega, alle crescenti disponibilità leghiste a essere della partita nel governo di unità nazionale guidato da Mario Draghi.
“Con Draghi è possibile dialogare – sottolinea Bagnai – continuo a pensare che nel 2018 fosse improprio da parte sua sollevare allarmi sulla tenuta del sistema bancario italiano, tanto più che questo era sotto la sua vigilanza. Ma sulle sue scelte e soprattutto sulle sue analisi di politica economica, a partire dal famoso discorso di Jackson Hole nel 2014, non ho mai trovato nulla da obiettare“.
Ancora più allineato appare Claudio Borghi l’altro economista No Euro della Lega. “Draghi? È un fuoriclasse”, ha commentato il deputato leghista sul presidente del Consiglio incaricato: “Voterò la posizione che indicherà il mio partito”.
Più complicato appare il ragionamento di Stefano Fassina che in questi anni – in solitudine dentro Sinistra Italiana – è stato un po’ il rappresentante del “sovranismo di sinistra” dentro e fuori il Parlamento. Fassina, anche se con cautela, apre sui consensi al governo Draghi: “È un grave errore politico puntare a un “Governo Ursula”, ossia fare del Governo del Presidente, affidato ad una personalità super partes come Mario Draghi, un governo di una parte. L’obiettivo deve essere, come richiede la natura del mandato, un governo di tutti, compresa Lega e, se fosse possibile, anche FdI” ha detto al Tg2.
E sulla eventuale fiducia, Fassina in un’altra intervista precisa che l’eventuale si a Draghi dovrebbe avere una condizione: “Senza una scadenza elettorale definita, per quanto mi riguarda, non ci sono le condizioni per votare la fiducia al governo Draghi. A tal proposito, auspico che il Movimento Cinque Stelle si ricordi del suo mandato elettorale”.
Fassina è anche tra i pochi a spezzare una lancia a favore del dimissionato governo Conte: “con tutti i limiti di questo governo, bisogna riconoscere che aveva posto attenzione alle fasce deboli come mai era accaduto nell’ultimo periodo. Per carità: Conte non è Che Guevara” – precisa Fassina – “né ha fatto la rivoluzione, ma nessuno può negare la forza di alcuni provvedimenti adottati”.
Ma sulla questione politica di fondo, se cioè il governo del “commissario Draghi” sia o no l’ennesima ipoteca del vincolo esterno europeo sulle sorti del nostro paese, è vero che i giornalisti a Fassina non hanno posto neanche la domanda, è anche vero che su questo tema nelle sue argomentazioni non compare neanche una parola.
Appare paradossale che dopo anni di dibattiti infuocati e polemiche furiose sull’eventuale uscita dall’euro e dalla Ue, il sovranismo di destra e di sinistra sembra diventato totalmente subordinato o silente di fronte alla nomina dall’alto di un commissario europeo alla guida del paese. La cosa però non dovrebbe sorprendere.
Era il febbraio 2019 quando Draghi, in occasione della laurea ad honorem all’università di Bologna (con tanto di contestazioni da parte degli studenti, ndr), prese di petto proprio il sovranismo per riaffermare la centralità della moneta unica e della centralizzazione europea: “Porsi al di fuori dell’Ue può sì condurre a maggior indipendenza nelle politiche economiche, ma non necessariamente a una maggiore sovranità. Lo stesso argomento vale per l’appartenenza alla moneta unica“, affermò Draghi nella sua lectio magistralis a Bologna “la maggior parte dei paesi, da soli, non potrebbero beneficiare della fatturazione delle loro importazioni nella loro valuta nazionale, il che esaspererebbe gli effetti inflazionistici nel caso di svalutazioni“.
Infine, secondo Draghi “Questa tensione tra i benefici dell’integrazione e i costi associati con la perdita di sovranità nazionale – aveva proseguito l’allora presidente della Bce – è per molti aspetti e specialmente nel caso dei paesi europei, solo apparente. In realtà in molte aree l’Unione europea restituisce ai suoi paesi la sovranità nazionale che avrebbero oggi altrimenti perso“.
Inutile chiedere a Draghi esempi di questo secondo scenario, mentre la vicissitudini della Grecia e degli altri paesi Pigs smentiscono in modo contundente le sue affermazioni. Così come dalle sue argomentazioni – e da quelle dei sovranisti di destra – mancano sistematicamente ogni riferimento alle conseguenze prodotte dai processi di centralizzazione europea sul lavoro, i lavoratori, i salari e il welfare.
In questi anni abbiamo denunciato spesso come quella tra europeisti liberali e sovranisti di destra fosse una contrapposizione del tutto ingannevole, erano e restano due facce del partito unico degli affari e del capitalismo.
Con Draghi al governo la quadratura di questo cerchio e la falsità di tale contrapposizione diventa palese agli occhi di tutti.
Fonte
09/12/2020
Dopo Trump?
Avvertenza: nonostante l’assertività della comunicazione scritta, quanto segue intende presentare una serie di ipotesi di lettura di una dinamica complessa e aperta a più esiti.
*****
di Raffaele Sciortino
“I marxisti, non potendo oggi essere protagonisti della storia,
nulla di meglio possono augurare che la catastrofe,
sociale, politica e bellica,
della signoria americana sul mondo capitalistico”
Bordiga, 1952
nulla di meglio possono augurare che la catastrofe,
sociale, politica e bellica,
della signoria americana sul mondo capitalistico”
Bordiga, 1952
Oggi e ieri
Nulla dice di più sullo stato del mondo attuale del fatto che gli Stati Uniti sempre più si presentano come una equazione impossibile. Il primo paese mercantile-capitalistico puro nella storia – privo di un passato premoderno – si divincola tra la crisi del suo comando globale e l’impossibilità di ripristinarlo nella cornice consueta dell’ordine internazionale liberale, tra spinte anti-globalizzazione e destino che ne fa la nazione “indispensabile”, per sé e per le altre, del sistema mondiale, tra crescente polarizzazione interna e aleatorietà di qualunque nuovo patto sociale che possa ricostruire un grande consenso, tra scarico dei costi all’esterno e montante riottosità di alleati e avversari a sostenerli al modo di prima.
Le elezioni di novembre sono l’ennesima conferma di questo paradosso, degno di una configurazione quasi imperiale: il disordine nel ventre della bestia oggi non equivale di per sé al benessere del resto del mondo, così come, nel passato, ogni ricomposizione interna, sociale e politica, progressista è sempre stata ricetta per disastri. Dalla guerra civile, compimento dell’emancipazione nazionale borghese, sono venuti fuori i robber barons e il decollo imperialista e nessuna soluzione alla questione dei neri; dal New Deal e dall’alleanza “democratica” nella seconda guerra imperialista è nata la spinta decisiva al dominio mondiale; dal compromesso sociale fordista è scaturito il consenso alla Guerra Fredda e all’aggressione al Vietnam; infine con la ristrutturazione neoliberale post-Sessantotto – che ha conciliato quanto sembrava inconciliabile, desiderio e denaro, autonomia individuale e sottomissione alla Cosa sociale – si è giunti all’odierno dominio totalitario del capitale su ogni forma di vita, che esalta l’individuo solo per abbassarlo nel vortice di un’impotenza ammantata di stravaganza.
C’è una logica in questa follia? Nell’impossibilità di un movimento socialista nel punto alto dello sviluppo capitalistico, negli States la dialettica tra lavoro e capitale si è manifestata senza passare per l’utopia di un mondo altro di cui la working class sarebbe stata portatrice, bastando la bandiera della libertà e del benessere degli individui, di cui la community è somma algebrica utilitaria e la natura mero oggetto di sfruttamento. Nessuna coscienza infelice poteva e può essere prodotta da tale feroce, per i suoi stessi componenti, sistema mancando ogni memoria di qualsivoglia vincolo comunitario, della cui nostalgia si sono nutriti la coscienza borghese alta e l’utopia anticapitalistica. Al tempo stesso lo spazio aperto, via via dilatato all’intero globo per la nazione dei senza nazione, ha incanalato e stravolto il conflitto di classe lungo linee territoriali e razziali, coltivate con cura dall’élite dominante non meno della bizantina architettura istituzionale federalista (in realtà la più centralizzata al capitale). Insomma, sulla parabola degli Stati Uniti, apice del capitale parassitario, i populisti russi, e un Marx nella pienezza della sua maturità, avevano visto più lontano dei socialdemocratici marxisti. Magra consolazione, però, se è vero che il determinismo dei secondi nei fatti ha avuto ragione sulla speranza di poter saltare con la rivoluzione mondiale la strada tracciata dall’Occidente capitalisticamente più avanzato, e per questo più disumano. E se è vero, di conseguenza, che l’americanizzazione è, a diversi dosaggi, per tutti noi.
Dunque, dominio mondiale e peculiare polarizzazione interna dai costi rovesciati all’esterno, sono i due presupposti oggettivi senza i quali sarebbe vano provare a leggere la confusa e instabile dinamica che si svolge di là dall’Atlantico.
Il voto, in estrema sintesi
Il risultato elettorale di novembre si potrebbe sintetizzare così: non ha vinto Biden, ha perso Trump. O, se si vuole, ha prevalso ma senza trionfare la spinta anti-trumpista al di là della incolore offerta politica Dem. La partecipazione elettorale sui due fronti, effettivamente notevole (due terzi della popolazione maggiorenne) per il paese a stelle e strisce, ha esitato una specie di referendum. Con risvolti analoghi al voto di medio termine di due anni fa[1]: polarizzazione delle scelte sul presidente in carica, nessuna ondata blu democratica ma criticità importanti per Trump decisive per la sua sconfitta e, ciò nonostante, sostanziale tenuta, anzi incremento elettorale del trumpismo nel quadro di un paese sempre più spaccato.
Va detto che l’oramai ex presidente a inizio anno era dato favorito. Un’economia che viaggiava sull’onda di nuovi record borsistici, lubrificati dalla liquidità rilasciata dalla Fed, e degli sconti fiscali a pioggia, incorniciati dalla guerra tecnologica anti-cinese via via assunta da tutti i settori del capitalismo a stelle e strisce, non certo malvista dall’insieme della popolazione, e dalla strategia di riordino del Medio Oriente intorno all’asse Israele-Saud inaugurata dall’omicidio mirato di Solemaini – questo lo scenario, non importa quanto strutturalmente fragile e socialmente polarizzante, prima della tempesta portata dal (covid, prontamente ribattezzato) virus cinese.
Le domande, allora, sono: perché ha perso Trump? Come ha perso? Il suo consenso elettorale e sociale, comunque cresciuto come numeri, è qualitativamente lo stesso di quattro anni fa? Più in generale: cosa del momento populista persiste nel trumpismo attuale se esso, come oramai deve ammettere anche la Left nordamericana, is here to stay[2]? E cosa ci dice ciò della dinamica neopopulista nel resto dell’Occidente?
Perché Trump ha perso
Innanzitutto la pandemia, per lo più sottovalutata nelle analisi del voto. Per l’amministrazione Trump, se non negazionista sicuramente riduzionista rispetto alla effettività sociale del virus, al danno evidente si è unita la beffa di veder l’allettante prospettiva di un caos in Cina rovesciata nel boomerang di un’epidemia dilagante negli States con ulteriore perdita di immagine e prestigio all’esterno. Ma è all’interno che la situazione si è complicata. Di fronte al virus – inutile lezione data dalla Natura al tronfio senso di invulnerabilità dell’homo americanus – non solo l’appeal trumpiano per il popolo ha mostrato il suo volto goffamente neomalthusiano e ferocemente economicista, ma proprio le ricadute sociali del virus, particolarmente negative in termini di salute e condizione sui proletari dei lavori “essenziali” e dei servizi colpiti dalla disoccupazione, hanno creato la miscela esplosiva detonata con la mobilitazione seguita all’omicidio di George Floyd. Con il virus che ha colpito, e colpisce, più duro lungo linee di classe e di colore affondando il coltello nella disastrosa situazione sociale e sanitaria[3], la questione razziale è così diventata la cifra di un disagio complessivo. È l’insieme della vita sociale che si rivela sempre meno accettabile per uno spettro di sfruttati più ampio dei neri, stretti tra guerra contro i poveri e guerra tra i poveri. Grazie alla partecipazione, simpatia o anche solo attenzione che ha suscitato all’interno di settori proletari bianchi e latinos, la mobilitazione antirazzista ha così iniziato a mettere in seria difficoltà il sovranismo trumpista. Mentre il presidente è stato costretto a mettere in primo piano toni da legge e ordine e, volente o meno poco importa, a tingere sempre più di “bianco” il suo messaggio anti-élite, sul fronte opposto la mobilitazione ha richiamato energie e ravvivato umori che, a differenza di quattro anni fa, si sono riversati nel voto. Non per Biden, ma contro Trump, l’accresciuta partecipazione ha fatto la differenza a fronte di un aumento di voti anche sul fronte opposto.
Importante, inoltre, che al covid come fattore sociale e alla mobilitazione che sarebbe riduttivo definire solo antirazzista si è aggiunta la delusione di una parte della working class degli stati della cintura della ruggine nei confronti delle promesse trumpiane di riconquista del primato industriale tramite protezionismo e rilocalizzazioni (poca cosa, ad esempio, è stata la ricontrattazione del Nafta). Questo settore più propriamente operaio o ex operaio era stato determinante nel 2016 – in piena affermazione del momento populista – per la sconfitta della Clinton, non solo per lo scarto quantitativo seppur minimo a favore dell’outsider, ma soprattutto qualitativamente a segnare in modo clamoroso il distacco profondo del mondo proletario dall’élite democratica una volta rivelatasi l’inconsistenza del change obamiano. Oggi questi voti sono provvisoriamente tornati ai Dem, e non massicciamente va detto, anche sull’onda del netto prevalere nelle zone urbane e suburbane metropolitane dell’anti-trumpismo del ceto medio della nuova economia di contro all’America della provincia, che è poi la vera linea di faglia territoriale seccamente confermata da queste elezioni. Ma sarebbe inutile ricorrere al solito fattore culturale, conservatorismo contro apertura delle metropoli, ecc., in sé non falso, ma buono per situazioni statiche: e oggi non è così. Molto più interessante il dato, se confermato, che proprio nelle città e aree più tartassate dalle chiusure e limitazioni causa covid, i lavoratori meno qualificati non abbiano in prevalenza seguito il richiamo trumpista a minimizzare il rischio contagio in nome dell’economia. È la presa d'atto realistica che il covid va affrontato non solo per tutelare la salute, ma anche per evitare il disastro economico mentre minimizzarlo non porta a niente almeno nelle aree più densamente abitate. Ma è anche la momentanea, embrionale affermazione, dentro l’involucro del dissidio interno a ogni proletario tra economia e salute, delle esigenze della riproduzione della specie su quelle della riproduzione sistemica del capitale.
In alto
Non è un mistero che Trump ha avuto contro, da subito, gran parte dell’apparato statale e del sistema dei media, vecchi e nuovi (basta pensare alla farsa del Russiagate). Al di là del personaggio, evidentemente la situazione non si è rivelata ancora matura per un deciso cambio di passo nei piani alti, pur non tutti pregiudizievolmente contrari. Un nuovo partito borghese della nazione americana è di là da venire, anzi neanche tanto probabile dato il caos crescente.
In politica estera, Trump non ha potuto convincere il deep state dell’utilità di fare minime concessioni alla Russia in vista dello scontro con la Cina, non solo a causa del pregiudizio anti-russo radicato negli apparati dai tempi della Guerra fredda, ma anche in ragione dell’obiettiva difficoltà a conservare il controllo dell’Europa una volta lasciati più margini di manovra a Mosca. Sul versante dei rapporti transatlantici, in effetti, Trump sembra andato un po’ troppo oltre nell’attitudine dura verso gli “alleati”, in particolare la Germania, e apparentemente dismissiva della Nato. Tanto più che la strategia di scontro con Pechino sembra necessitare la rivitalizzazione della rete di alleanze del “mondo libero” – come Biden si appresta a fare. Il complesso militare-industriale, poi, difficilmente può tollerare che si agiti dalla presidenza, anche solo retoricamente, la bandiera di tagli sulle spese per guerre lontane, lasciando alla sola diplomazia coercitiva economica l’affermazione del primato Usa nel mondo. Più in generale, il prestigio internazionale e il soft power degli Usa hanno subito seri colpi, cui gli apparati credono di poter ancora ovviare con un cambio di stile politico.
Sul piano delle strategie economiche, Trump è addivenuto a più miti consigli nei confronti della linea della Fed di gestione della liquidità – anzi ha insistito per allargare ulteriormente i cordoni della borsa in controtendenza alle intenzioni iniziali – e del grande business, lasciato indisturbato nelle scorrerie a Wall Street e beneficato da grossi sconti fiscali. Ma se l’intenzione di rifare l’America grande a spese della Cina è una piattaforma oramai assolutamente condivisa, minore è il consenso nel mondo economico sul come procedere su questa traiettoria senza danneggiare eccessivamente le filiere globali delle multinazionali e la presa mondiale del dollaro, evitando al contempo le spinte cinesi a un’autonomizzazione che potrebbe risultare controproducente per Washington. Né Trump è sembrato in grado di rilanciare effettivamente il primato economico e tecnologico statunitense aggredendo i nodi di una strategia innovativa, in attacco piuttosto che in difesa.
Infine, sul piano politico interno, è evidente che ogni riaffermazione decisa dell’egemonia mondiale fa a pugni con la situazione di un paese spaccato in due, oggettivo fattore di indebolimento. È questa eccessiva polarizzazione che, per i rischi sociali e politici che comporta, gli apparati non hanno perdonato a Trump imputandogli qualcosa che del resto lui non ha creato ma a cui ha “solo” dato espressione. Se è così, non sarà allora facile recuperare lo scontento di questa parte dell’american people.
Come ha perso?
Trump infatti non ha perso male, elettoralmente parlando. E il trumpismo, al di là delle future sorti dell’ex presidente, è tutt’altro che dissolto. Che lo si riconosca di contro alla negazione del fenomeno di quattro anni fa, è già qualcosa.
Settantaquattro milioni di voti non sono certo riducibili alla destra suprematista bianca. C’è, è vero, tutto lo spettro conservatore del vecchio partito repubblicano insieme ai ceti medi e medio-alti (non solo bianchi, peraltro), richiamati da politiche economiche compiacenti e ravvivati dall’appello a legge e ordine contro i disordini di strada degli ultimi mesi. Ma c’è anche il proletariato diffuso dei piccoli centri, probabilmente meno toccato dall’epidemia ma beneficato dai sussidi economici distribuiti a pioggia dal presidente, oltre al piccolo commercio pesantemente schierato con Trump in tutte le componenti etniche. Senza contare che anche nei settori di ceto medio-basso e di proletariato delle aree in cui ha prevalso Biden, non si è mai trattato di una vittoria schiacciante da parte del democratico. Il Gop esce così da queste elezioni ulteriormente e definitivamente trumpizzato, con buoni risultati nelle elezioni statali e probabilmente ancora in maggioranza al Senato. Insieme alla Corte Suprema, il potere di condizionamento dei repubblicani sui margini di azione politica di Biden, anche a prescindere dal moderatismo di quest’ultimo, sarà notevole.
Si potrebbe e dovrebbe approfondire sulla base di analisi disaggregate più precise. Ma il punto qui non è questo. Il punto è capire il segno della tenuta del trumpismo, se si tratta, qualitativamente, del medesimo fenomeno, con la medesima connotazione politica emersa clamorosamente quattro anni fa.
Trumpismo, quattro anni dopo
Un passo indietro. Dentro una tendenza comune all’intero Occidente, impantanato nella crisi globale, alla ri-nazionalizzazione delle politiche e allo scongelamento dei blocchi sociali ed elettorali, negli Stati Uniti il trumpismo del 2016 rovescia i termini del change obamiano ma per rispondere alla medesima esigenza di ristrutturazione del comando globale e alle urgenze sociali interne. Di qui il tentativo di rilancio social-nazionale del primato americano in chiave anti-globalizzazione e anti-élite liberale, facendo leva sui “perdenti”, reali o presunti tali, delle delocalizzazioni, danneggiati dalla deindustrializzazione, dall’apertura alle merci cinesi, dal crescente indebitamento privato, dallo spadroneggiare di Big Tech. Un messaggio, insieme, populista e sovranista, che andando a pescare nel disagio reale dei deplorables, della gente comune disprezzata dai leader globalisti, per la prima volta dopo decenni di neoliberismo provava a rifondare su nuove basi, quelle di un nazionalismo economico spinto al limite del decoupling con la Cina e dello scontro con gli stessi alleati europei, il dominio statunitense sul mondo. Troppo o, forse, troppo presto, e con uno stile troppo rude financo per l’élite yankee da sempre avvezza a parlare senza mezzi termini. E però la consegna America First ha avuto il “merito” non da poco di indicare quello che d’ora in avanti, Europa compresa, sarà il terreno ineludibile di uno scontro inter-capitalistico acuito dalla crisi e dalla pandemia. Anche per l’amministrazione Biden, al di là del cambiamento di stile. Il sovranismo, o come lo si vuol chiamare, ha dunque davanti a sé ampie praterie su cui scorrazzare...
Il secondo aspetto su cui Trump ha colto il segno è che il rilancio imperialistico sul terreno di un più esplicito sovranismo – in luogo di una narrazione globalista liberale sempre più fragile – abbisogna di una base sociale interclassista più curvata verso l’ampia massa di chi vive del proprio lavoro, perché salariato, o si arrabatta per preservare un piccolo capitale o arrivare a crearselo. E la può effettivamente trovare, sia perché il confine tra i due campi è sempre più fluido e indistinto, data l’impresizzazione del lavoratore nei termini di “capitale umano” e, sull’altro lato, la subordinazione crescente della piccola impresa e del lavoro cosiddetto autonomo ai dispositivi tecnologici e finanziari del grande capitale; sia perché l’economia globale annovera sempre meno vincenti tra le fila della stessa “middle class”.
Ma proprio su questo secondo versante, quattro anni dopo, è difficile affermare che il nodo di fondo della condizione sociale dell’insieme di questi settori sia stato effettivamente sciolto da Trump. Che per le contraddizioni sopra accennate ha così visto sbiadirsi e restringersi l’appeal populista, tendenzialmente surrogato da un consenso ancora notevole, anzi in crescita, ma – forse contro le sue stesse intenzioni – più “bianco”, più attestato su posizioni di conservazione dell’acquisito[4], rabbioso verso altri poveri visti come concorrenti o “parassiti” ancor più che verso l’élite liberale, e contro questa in quanto presuntamente protettrice di quelli. L’ambivalenza del trumpismo si è così attenuata o sciolta in direzione di un ricompattamento più “reazionario” all’interno e ferocemente sciovinista contro la Cina. La “comunità” del popolo americano si è nuovamente rinchiusa su se stessa intorno alla bandiera della libertà individuale svincolata da obblighi collettivi generali, appannaggio di chi già ne fa parte.
La finestra si è così momentaneamente chiusa, questo populismo ha imboccato una direzione più univoca, senza per questo perdere in connotazione popolare. Causa la collocazione mondiale dominante degli Usa, che non ha permesso quel “ritiro” dagli affari mondiali promesso agli inizi dal presidente al fine di rimettere ordine a casa propria. Causa la divaricazione, complice l’epidemia, tra settori di classe lavoratrice e di ceto medio tra vecchia e nuova economia, tra spazi urbani e periurbani, con diverse attitudini verso l’impresa e lo stato. Qui la discriminante pro/contro la globalizzazione, pur decisiva, non è però più stata sufficiente a marcare il campo: il problema è esplicitamente divenuto quello di mettere la protezione di una certa economia sopra tutto facendo pagare al resto del mondo, e a una parte di altri statunitensi, la tenuta della condizione sociale dell’american people. E non tutti, per inerziale ancorché calante fiducia nel mondo “aperto” e per collocazione lavorativa, ma anche per aver toccato con mano le ricadute sociali del trumpismo, se la sono sentita o l’hanno già ritenuto indispensabile a questo giro. Ché la rielezione di Trump avrebbe significato esattamente questo, togliere ogni ostacolo al darwinismo sociale interno – come condizione della protezione del ceto medio proprietario o di chi si sente tale - e dichiarare guerra (per ora economica) al mondo intero.
All’immediato, per intanto, il blocco sociale trumpista non si è reso disponibile a mobilitarsi in forme dure, come da più parti temuto, e non è stato in grado di trascinare il suo campione ad andare fino in fondo nella “resistenza” al “voto rubato”. Segnale, probabilmente, di un primo tempo che finisce più che di un secondo che inizia. Nessuno può dire se il buon Trump si farà trovare pronto al prossimo appuntamento allorché non si tratterà più solo di twittare...
Transizione democratica o tregua prima della tempesta?
Ma difficilmente qualcuno può seriamente affermare che il materiale esplosivo è stato disinnescato, o prevedere in che direzione sarà il botto. È ancora lì il nodo del (neo)populismo come composizione non meramente sociale ma politica del proletariato e dei ceti medi impoveriti, e della direzione che può prendere, verso un definitivo approdo sciovinista o verso un’evoluzione classista, stante che ritornare allo status quo ante non è possibile. Un primo atto si è consumato ma la pièce non è finita.
Sarebbe infatti illusorio pensare che la mobilitazione anti-Trump abbia smascherato il carattere reazionario del populismo trumpista innescando una dialettica virtuosa tra movimenti e partito democratico in grado di rilanciare la sinistra e cancellare il terreno su cui il trumpismo si è dato e si dà. Non è così, tanto più trattandosi degli States. L’amministrazione Biden, oltreché ultramoderata e indisponibile a intaccare Wall Street e il grande business, è infatti inevitabilmente condizionata dal tracciato già segnato. All’esterno, al di là dello scontato riavvicinamento agli alleati europei in nome di un rinnovato atlantismo, non potrà nella sostanza concedere loro quegli spazi negati o riconquistati da Trump, in particolare verso Pechino e Mosca. All’interno dovrà, per contrastare la “recessione democratica”[5], far proprio l’assunto trumpiano che i costi della tenuta sociale del popolo americano vanno sostenuti dal resto del mondo in nome della... middle class.
Sul versante delle mobilitazioni sociali la strada è tutt’altro che in discesa. Il problema non è l’iniziale apertura di credito verso Biden, che è nelle cose. Ci sono due ostacoli di ben altro peso.
Il primo si è reso evidente proprio nella mobilitazione anti-razzista di questa estate che ha “funzionato”, anche elettoralmente, proprio perché è riuscita a parlare al di fuori della comunità black, non verso i soli liberal bianchi ma embrionalmente anche verso una parte dei white poors, se non altro come problemi gettati sul tavolo. Da qui in poi l’impostazione impressa da BLM incentrata sulla “supremazia bianca” – coadiuvata in questo dalla sinistra radical, al di là del dissidio sulle forme di lotta – e sul lobbismo interno al partito democratico piuttosto che sulle questioni economico-sociali suscettibili di ampliare la platea degli scontenti, minerà la possibilità che quella proiezione si consolidi. La protesta è facile si incanali nelle secche delle politiche identitarie, che impediscono di portare il conflitto su un terreno di classe, l’unico in grado di parlare al settore degli sfruttati bianchi tuttora, piaccia o meno, decisivo. In questo modo sarà difficile che prenda forma una spinta efficace nello scomporre, con moto eguale e contrario, il fronte trumpista.
Ciò si lega al secondo nodo, ancora più aggrovigliato: il nesso, sul quale si è basata da sempre la politica imperialista di Washington, tra il benessere interno e il dominio mondiale. È quanto Trump ha cercato di ravvivare “dal basso”. È quanto Biden non potrà non riprendere, a modo suo. Per i movimenti di lotta è, questo, un elemento inaggirabile e al tempo stesso non risolvibile all’immediato. E non solo perché il concetto di imperialismo è oramai sparito dall’orizzonte mentale della sinistra - cosa vera, ma non la più importante qui - ma perché quel nesso è effettivo, da più di un secolo ripaga i proletari statunitensi della loro nullità politica. Solo una serie di colpi inferti dall’esterno al dominio yankee potrà iniziare a intaccarlo e, eventualmente, portare a un punto di fusione le crescenti tensioni interne. Non certo musica dell’oggi.
Avvisaglie di un secondo tempo?
La fase politica che si è aperta con la crisi globale, vecchia oramai un decennio, è il precipitato dell’intreccio di due processi non contingenti: la costituzione del capitale come comunità materiale dell’umanità, che vede tutta la sua riproduzione assorbita, direttamente o indirettamente, dal valore che accresce se stesso; la fine del movimento operaio come soggetto antagonistico, di cui i “nuovi” movimenti sociali e la politica delle identità si sono rivelati essere solo fragili surrogati. Ciò fa sì che in Occidente le re-azioni sociali si daranno, e per un bel pezzo, sul terreno dell’interclassismo, del confuso e spurio scontento “popolare”, dell’illusoria rivalsa verso le promesse non mantenute dal sistema mista a richieste di protezione, dove solo a sprazzi emerge la vaga aspirazione a criteri di organizzazione della vita sociale non completamente schiacciati su un esistente sempre più fallimentare, ma al tempo stesso mai del tutto svincolati dai meccanismi del mercato. Che è ancora assunto come piattaforma naturale suscettibile di democratizzazione.
Se è così, siamo ancora lontani dalla fine del neopopulismo come terreno, oggi, delle contraddizioni sociali e delle loro espressioni soggettive. Quanto va chiudendosi è però chiaramente il suo primo tempo. L’ambivalenza, tra spinte nazionaliste e classiste, e l’istanza comunitaria si vanno a ridislocare in forme nuove, di cui nel pieno della crisi pandemica abbiamo visto qualche avvisaglia, nella divaricazione tra settori – proletariato, “garantito” o precario, ceti medi disagiati e a rischio impoverimento, piccola borghesia disperata e arrabbiata – che precedentemente confusi insieme avevano cercato una via d’uscita nell’opposizione alla globalizzazione, alle sue condizioni, ai suoi effetti[6]. Questa non può più essere l’unica discriminate a misura che – covid docet – i problemi diventano visibilmente sempre meno gestibili dentro i recinti nazionali e si prepara una ristrutturazione capitalistica coi fiocchi. Così, le contraddizioni interne al precario blocco interclassista non possono più essere tacitate, le ambivalenze iniziano a sciogliersi, non perché scompaiano ma perché la “comunità” fin qui data si rompe per ricostituirsi, eventualmente, a un altro livello e in forme e combinazioni differenti. Contestualmente, i contenitori istituzionali che hanno provvisoriamente dato espressione a quelle spinte compiono la loro parabola: in piena deriva sciovinista e economicista o normalizzati dai poteri forti e assorbiti nell’establishment. Non a caso un’evoluzione (solo) in parte analoga allo scenario statunitense si è data anche in un’Europa scossa dalla crisi pandemica, con i contenitori (pseudo)-sovranisti di “destra” rifluiti su posizioni “trumpiste” ad agitare il vessillo delle “libertà” rigorosamente individuali (con anche le forze già neofasciste schierate per i “diritti civili costituzionali”) a suggello in ultima istanza della sacra attività di (micro)impresa; mentre quelli di “sinistra” o cittadinisti sono via via riassorbiti nell’alveo dell’europeismo “neo-keynesiano” dell’era covid. Non da qui passerà il secondo tempo della dinamica neopopulista, nel caso maturi una dislocazione più classista delle classi lavoratrici sul tipo dei Gilets gialli di contro alle spinte, non proprio deboli, verso derive reazionarie e/o di passivizzazione. Con un’altra differenza essenziale: questo passaggio sarà investito in pieno dagli smottamenti della geopolitica mondiale, che in Europa daranno con tutta probabilità luogo a spinte anti-americane dal basso che andranno a incrociarsi/scontrarsi con il tentativo dall’alto di ridefinire i rapporti transatlantici in una direzione più favorevole a Germania e Francia – a meno che il tutto si risolva in una frammentazione del quadro europeo funzionale a Washington[7].
Le stesse condizioni che la doppia crisi in corso, sanitaria ed economica, e le strategie capitalistiche di risposta – tra indebitamento colossale, che prima o poi qualcuno dovrà pur pagare, e ristrutturazione tecnologica – stanno creando, sono destinate a scuotere ancor più gli assetti sociali. A questo passaggio, mentre sarà inevitabile l’impoverimento di ulteriori settori di proletariato e piccola borghesia, in particolare nei servizi dequalificati, anche quella parte di ceti medi finora risparmiati dagli effetti negativi della globalizzazione subirà lo choc della rivoluzione globotica[8], imperniata su globalizzazione ultracompetitiva e automazione robotica digitale, che investendo in pieno anche i servizi qualificati ne ridimensionerà reddito e status. Sotto questa luce il dopo Trump potrà essere, al massimo, solo una tregua...
Note:
1) Vedi R. Sciortino, I dieci anni che sconvolsero il mondo, Asterios, 2019, pp.247-9.
2) Così The Atlantic in un articolo del 5/11 sul voto.
3) A. Case, A, Deaton, Death of Despair and the Future of Capitalism, Princeton 2020.
4) Mentre nel 2016, secondo i sondaggi del New York Times, votarono in massa per Trump gli elettori che avevano visto la propria condizione economica peggiorata negli ultimi quattro anni, a questa tornata la situazione, sempre secondo il NYT, si è quasi rovesciata.
5) v. Making U.S. Foreign Policy Work Better for the Middle Class, dell’istituto Carnegie, di area democratica: tra gli autori anche il futuro consigliere per la sicurezza nazionale di Biden.
6) v. il mio Crisi pandemica e passaggi di fase, https://www.sinistrainrete.info/globalizzazione/18721-raffaele-sciortino-crisi-pandemica-e-passaggi-di-fase.html.
7) Se ne è avuto un assaggio, questa estate, con la manifestazione berlinese contro le misure (blande, peraltro) di contenimento anti-contagio, in cui niente meno che un rampollo dei Kennedy ha arringato la folla contro la “dittatura sanitaria” chiamando nei fatti ad appoggiare i campioni della libertà di stanza a Washington. Il che, ovviamente, non esaurisce le ragioni e, soprattutto, l’eterogeneità della composizione sociale della protesta, che dovrebbe rivitalizzarsi a seguito di una campagna vaccinale mRna che sempre più sembra assumere i connotati di una sperimentazione biopolitica su scala di massa. Quanto alla Germania, comunque, il “libertarismo” dei cosiddetti populisti di destra nella vicenda covid segna una rottura forse irreversibile con l’istanza “comunitarista”.
8) R. Baldwin, Rivoluzione globotica, Il Mulino, 2020
Fonte
24/04/2020
Classe, nazione e crisi
di Giovanni Iozzoli
Mimmo Porcaro, I senza patria, Meltemi, Milano, 2020, p. 217, € 18,00
Le parole “sovranità/sovranismo”, sono tra le più utilizzate nel dibattito politico contemporaneo. Pur godendo di solidi agganci dentro l’impianto costituzionale del 1948, questi termini sono diventate bandiere – peraltro fasulle – nelle mani delle ignobili destre italiane. Sul terreno delle parole, delle categorie, del linguaggio, si combattono da sempre battaglie cruciali per l’egemonia o la vittoria ideologica. Fino ad arrivare a perversi rovesciamenti di senso – basti pensare al termine “riformismo”, diventato negli anni ’90 bandiera neo-liberista, e definitivamente acquisito a quel campo.
Esiste in Italia una rete di soggettività ascrivibili al cosiddetto “sovranismo costituzionale”: un’area composita che sostiene la tesi secondo cui la crisi sistemica della globalizzazione e degli assetti post-’89, apre larghi spazi ad un recupero delle categorie di Nazione e Sovranità, nella prospettiva di un inveramento radicale della Costituzione o addirittura di una ripresa della lotta anticapitalistica. Senza entrare nel labirintico dibattito sulla “questione nazionale” dentro la moderna storia d’Italia – che ci condurrebbe in una giungla storiografica e filosofica che da Machiavelli porta a Mazzini, Gramsci, Togliatti, Bobbio, passando per gli snodi cruciali dell’Unità d’Italia, del fascismo, dell’8 settembre, della Resistenza – queste tesi vanno comunque vagliate con attenzione, specie in uno scenario mondiale fortemente destabilizzato. A cominciare dalla crisi di egemonia degli USA e dalla caduta di legittimità degli organismi globali e delle nuove statualità sovranazionali, Unione Europea in testa. Persino la pandemia in atto acuisce le criticità del globalismo e rimette in discussione tutte le tessere del complicato mosaico internazionale. Mimmo Porcaro, nel suo libro, affronta senza timidezze questi aggrovigliati nodi, provando a definire l’agenda e le ragioni di un discorso sovranista e costituzionale.
Naturalmente il nuovo super-stato Europeo è l’obiettivo principale della polemica di questi “sovranisti di sinistra”: i suoi trattati, i suoi mastodontici aborti costituzionali, la sua moneta e i suoi dispositivi di governance economica che hanno riprodotto le gerarchie di potere interne al continente. Il Governo Monti, nel fatidico 2011/2012, dentro al gorgo che stava trasformando la crisi economica generale in crisi dei debiti pubblici, ha rappresentato un ulteriore passaggio di questo processo di gerarchizzazione, da cui l’Italia è uscita perdente e impoverita.
Ma l’Unione Europea di oggi, così segnata da ingiustizie e gerarchie immutabili, è il prodotto di una disfunzione, di una inadeguatezza, di un limite, come spesso si dice? Porcaro non lo pensa:
Davanti all’ubriacatura globalista degli anni ’90, alle sue promesse abortite, allo sventolio effimero dei diritti individuali e di nicchia – mentre le sinistre abbandonavano la strenua difesa dei diritti sociali delle grandi masse – il “popolo” sceglie la destra sovranista; che in Italia, come in tutto il mondo, abbraccia le tesi liberiste sulla flat tax o la centralità d’impresa, realizzando un capolavoro paradossale: nutrirsi del voto e del consenso proletario per stabilizzare rapporti di forza antiproletari.
Piuttosto, quello che colpisce in quest’area “neo-sovranista” – di cui Porcaro è ascoltato esponente – è un certo snobistico disinteresse per lo scontro di classe reale, quello quotidiano, che si consuma ai cancelli delle fabbriche, nei quartieri, nelle occupazioni, nei territori devastati. Questa tipologia di “sovranismo” – nonostante sia quantitativamente microscopico – immagina di muoversi in un empireo iperpoliticista che contempla i grandi posizionamenti geostrategici ma ignora quello che succede nei processi reali, gli uomini e le donne che resistono alla bestia liberista e globalista, la fatica quotidiana di organizzare il lavoro sfruttato, le lotte per il reddito, lo sporcarsi le mani, insomma, per costruire le coalizioni sociali in carne e ossa e non evocare romanticamente una nozione di “popolo” che – senza innervatura di classe, senza individuazione del blocco sociale, senza processo organizzativo e processo autoeducativo – resta suggestione ottocentesca.
Smaltita la lunga ubriacatura globalista (che tanti danni ha prodotto a sinistra) l’attualità di certi nodi tematici è però oggettiva e chiama tutti ad un dibattito franco e aperto.
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Mimmo Porcaro, I senza patria, Meltemi, Milano, 2020, p. 217, € 18,00Le parole “sovranità/sovranismo”, sono tra le più utilizzate nel dibattito politico contemporaneo. Pur godendo di solidi agganci dentro l’impianto costituzionale del 1948, questi termini sono diventate bandiere – peraltro fasulle – nelle mani delle ignobili destre italiane. Sul terreno delle parole, delle categorie, del linguaggio, si combattono da sempre battaglie cruciali per l’egemonia o la vittoria ideologica. Fino ad arrivare a perversi rovesciamenti di senso – basti pensare al termine “riformismo”, diventato negli anni ’90 bandiera neo-liberista, e definitivamente acquisito a quel campo.
Esiste in Italia una rete di soggettività ascrivibili al cosiddetto “sovranismo costituzionale”: un’area composita che sostiene la tesi secondo cui la crisi sistemica della globalizzazione e degli assetti post-’89, apre larghi spazi ad un recupero delle categorie di Nazione e Sovranità, nella prospettiva di un inveramento radicale della Costituzione o addirittura di una ripresa della lotta anticapitalistica. Senza entrare nel labirintico dibattito sulla “questione nazionale” dentro la moderna storia d’Italia – che ci condurrebbe in una giungla storiografica e filosofica che da Machiavelli porta a Mazzini, Gramsci, Togliatti, Bobbio, passando per gli snodi cruciali dell’Unità d’Italia, del fascismo, dell’8 settembre, della Resistenza – queste tesi vanno comunque vagliate con attenzione, specie in uno scenario mondiale fortemente destabilizzato. A cominciare dalla crisi di egemonia degli USA e dalla caduta di legittimità degli organismi globali e delle nuove statualità sovranazionali, Unione Europea in testa. Persino la pandemia in atto acuisce le criticità del globalismo e rimette in discussione tutte le tessere del complicato mosaico internazionale. Mimmo Porcaro, nel suo libro, affronta senza timidezze questi aggrovigliati nodi, provando a definire l’agenda e le ragioni di un discorso sovranista e costituzionale.
Purtuttavia la sovranità non è un fine in sé, ma un mezzo ineludibile per chi voglia trasformare positivamente il paese, e in particolare per chi voglia farlo in una direzione socialista, ossia inaugurando un modello di economia mista a dominanza pubblica teso alla piena occupazione e quindi ad ulteriore avanzamenti per i lavoratori (pag. 13)Nel libro, il tema della “patria perduta” e della sovranità svenduta, viene spesso messo in connessione con il posizionamento anticapitalista nel tentativo di ripercorrere il nesso sovranità nazionale-sovranità popolare-sovranità di classe.
Naturalmente il nuovo super-stato Europeo è l’obiettivo principale della polemica di questi “sovranisti di sinistra”: i suoi trattati, i suoi mastodontici aborti costituzionali, la sua moneta e i suoi dispositivi di governance economica che hanno riprodotto le gerarchie di potere interne al continente. Il Governo Monti, nel fatidico 2011/2012, dentro al gorgo che stava trasformando la crisi economica generale in crisi dei debiti pubblici, ha rappresentato un ulteriore passaggio di questo processo di gerarchizzazione, da cui l’Italia è uscita perdente e impoverita.
Il 2011 annus horribilis dell’Italia, è testimone, con la cosiddetta crisi del debito sovrano, con il ricatto dello spread e con l’insediamento del governo Monti, della più cruda e netta dimostrazione di quale sia, per l’Italia stessa, il prezzo della perdita della sovranità monetaria. Parallelamente, la guerra di Libia, proditoriamente accettata da un pur riluttante Berlusconi e gestita anche da alcuni dei “sovranisti” di oggi, aggiungeva al conto delle numerose guerre combattute per gli interessi altrui anche una guerra che andava direttamente contro i nostri interessi a vantaggio di quelli di altre nazioni, formalmente a noi affratellate nel comune “sogno europeo” (pag. 19)Da qui il ritorno del tema della sovranità – in tutte le sue declinazioni.
Alla sovranità, insomma […] chiunque faccia politica non può sfuggire, come mostra il paradosso di chi critica duramente la sovranità nazionale in nome dell’Europa, per poi proporre di fatto una sorta di ipersovranità continentale (pag. 21)La lettura che fa Porcaro del processo storico del trasferimento di sovranità dai vecchi perimetri nazionali, alle nuove forme della governance europea, rimanda alla lotta di classe che ha segnato profondamente la storia della prima repubblica e il suo tramonto.
La nostra tesi […] è che la denazionalizzazione del paese sia la risposta delle élite italiane a quel ciclo di lotta di classe e ai costi degli stratagemmi messi in atto per reprimerlo e sviarlo. Quelle lotte e più in generale quelle vaste esperienze di partecipazione politica, riproposero in due sensi la questione della nazione. In primo luogo estendendo l’attivismo politico ben oltre i confini dei partiti e formulando con nettezza l’esigenza di un deciso progresso in termini di salari e di welfare, resero immaginabile una piena identificazione delle masse con lo stato, e per questa via con una nazione unificata non già da un’etnia, da un carattere, da una storia, ma dalla comune capacità di creare giustizia sociale. Unificazione che, omologando molto più di prima le condizioni generali dei lavoratori, avvicinava, anche in maniera assai significativa, il Nord e il Sud del paese. (pag. 33)Quindi: le classi dirigenti italiane, nel corso dei primi 50 anni di vita repubblicana, verificano che la nuova idea di Nazione che è nata dalla Resistenza, ha lasciato troppi spazi di partecipazione e troppi potenziali rischi di rovesciamento dei rapporti di classe: da qui la liquidazione, da parte della borghesia, di quelle forme storiche – lo Stato dei partiti, la centralità della Costituzione, il ruolo redistributivo dei poteri pubblici – e lo slancio verso le nuove istituzioni globali, all’insegna della “modernizzazione” (altra parola-trappola nefastamente usata contro le riottose classi popolari)
il nanismo delle imprese e il correlato espandersi dell’economia informale e della propensione all’evasione fiscale, gli oneri derivanti dalla necessità di sovvenire, con l’incremento di un welfare residuale, alle difficoltà generate dalla ristrutturazione, si intrecciarono a poco a poco in un nuovo nodo che richiedeva di essere sciolto, imponendo rigore non solo a un proletariato non ancora cancellato, ma anche alle classi ed ai ceti “amici”: tutto troppo difficile per le nostre élite. Non restava quindi che “contrattare una nuova dipendenza”. Da qui la scelta di affidare ad altri, attraverso una radicalizzazione del “vincolo esterno” quell’opera di disciplinamento sociale che non si era in grado di attuare in proprio. Da qui il bisogn , avvertito da un intero ceto politico, di trovare altrove la legittimazione perduta all’interno dell’Italia, a costo di svendere completamente gli interessi nazionali (pag. 35)Si ridefinisce così il ruolo di una borghesia italiana compradora, che incapace di esprimere sintesi ed egemonia nella società italiana matura, svende la sua funzione dirigente e le ricchezze del paese, alla ricerca di una legittimazione sovranazionale che ne perpetui la dominanza sociale in un nuovo quadro.
Se la nazione è il luogo dove meglio si esprimono la lotta di classe e il conflitto distributivo, se nella nazione i cittadini possono chiedere conto dell’operato dei loro rappresentanti, usciamo da questo luogo pericoloso, entrando nello spazio sovranazionale e postdemocratico. Se gli strumenti nazionali non sono in grado di assicurarci pienamente l’obbedienza delle classi subalterne […], affidiamoci al ricatto dei mercati e alle imposizioni altrui, ben più autorevoli delle nostre. (pag. 36)La “presa di rifugio” nello spazio elitario sovranazionale, funziona però solo fino al 2008: i meccanismi della crisi capitalistica, erodono e, per così dire, mettono a nudo la reale funzione dell’euro e dell’Unione Europea. A quel punto, il tema della riconquista della sovranità viene impugnato dalle destre, in particolare dalla Lega. Ed è un rovesciamento, anche questo paradossale: il neofascismo italiano è sempre stato “europeista” (come suggestione antiamericana e antisovietica); mentre la Lega è addirittura nata per “entrare” in Europa, inserendo le macroregioni “padane” economicamente più dinamiche, nei flussi produttivi continentali e mitteleuropei. E sarà proprio l’ostilità verso l’Unione Europea e una vaga (mai concludente) suggestione sovranista, che determinerà parte delle recenti fortune elettorali della Lega: soprattutto mediante la conquista del voto popolare, delle classi lavoratrici, dei perdenti della globalizzazione, degli spremuti da vent’anni di euro austerity. Da qui, l’invenzione posticcia di un nuovo “nazionalismo”, effimero, becero, razzistoide e piagnone.
Ma l’Unione Europea di oggi, così segnata da ingiustizie e gerarchie immutabili, è il prodotto di una disfunzione, di una inadeguatezza, di un limite, come spesso si dice? Porcaro non lo pensa:
l’Unione Europea è necessariamente una macchina antipopolare perché realizza volutamente e con quasi matematica precisione i voleri del grande nemico di Keynes, e prima ancora di ogni idea di democrazia sociale e di redistribuzione del reddito: Friedrich Von Hayek. [...] l’adesione di Hayek all’idea di un’ipotetica federazione fra stati, dotata di moneta unica e votata anche per questo alla libera circolazione del capitale, è motivata dal fatto che una simile struttura produce automaticamente un ordine liberista (pag. 45)Va da sé che per queste tesi, anche la moneta unica non è un nobile esperimento andato male ma:
l’Euro è per la Germania – a causa dei rapporti di cambio iniziali e delle permanenti divergenze fra economie dell’Unione – una forma di svalutazione strutturale e permanente e, per l’Italia e gli altri Piigs, una forma di altrettanto strutturale rivalutazione (pag. 47).Quindi, la moneta come dispositivo di gerarchizzazione dei capitali europei, di funzionalizzazione delle rispettive economie, nello sforzo di costruire un polo imperialista europeo in cui convivano, in forme “combinate e diseguali” aree altamente produttive, votate all’export e a surplus di bilanci strutturali, ed aree altrettanto strutturalmente deboli, destinate permanentemente al ruolo di mercati di assorbimento del prodotto altrui, terzisti marginali in alcuni stadi delle filiere produttive, fornitori di mano d’opera, indebitati e costantemente ricattati.
Davanti all’ubriacatura globalista degli anni ’90, alle sue promesse abortite, allo sventolio effimero dei diritti individuali e di nicchia – mentre le sinistre abbandonavano la strenua difesa dei diritti sociali delle grandi masse – il “popolo” sceglie la destra sovranista; che in Italia, come in tutto il mondo, abbraccia le tesi liberiste sulla flat tax o la centralità d’impresa, realizzando un capolavoro paradossale: nutrirsi del voto e del consenso proletario per stabilizzare rapporti di forza antiproletari.
È per questo che la nazione è il solo vero antidoto al nazionalismo, e la definizione degli interessi nazionali e del modo per mediarli con quelli altrui è la sola vera prevenzione della guerra: il globalismo pacifista e libertario che esorcizza ogni frase che riguardi la nazione e l’interesse nazionale, è il più forte alleato del nazionalismo aggressivo e autoritario (pag. 37)Qual è lo sbocco politico di questi ragionamenti – conclude l’autore? La costruzione di un programma che rompa con le storiche subordinazioni italiane a potenze straniere sotto il cui “ombrello protettivo” andare a porsi; realizzare l'”Italexit” da un’Unione comunque boccheggiante; la definizione di nuove alleanze internazionali che includano la “piccola” Italia (piccola ma non irrisoria) in nuove geometrie politico-economiche. Ma elemento più importante: lo sviluppo di una coalizione popolare e di classe, che si riappropri “da sinistra” delle parole d’ordine sovraniste e rielabori una moderna idea di Nazione adatta all’epoca della rinnovata “centralità delle patrie” e orientata al socialismo.
Per questo non ha molto senso parlare oggi di “ritorno” degli stati nazionali, giacché questi non sono mai scomparsi: si tratta solo del passaggio da un’azione politica indiretta, veicolata soprattutto da provvedimenti di politica economica, ad un azione diretta, che fa sempre ricorso all’economia ma si affida ancora di più al comando centrale e alla dissuasione militare. Ancor meno senso ha il ritenere che questa ondata, detta impropriamente “nazionalista”, sia solo un malaugurato inciampo, un incidente di percorso che interrompe per puro caso l’altrimenti inarrestabile, benefica, pacifica marcia del globalismo. In realtà il ritorno dello Stato e del conflitto fra stati è l’esito dialettico necessario della globalizzazione, l’inevitabile effetto di ritorno degli squilibri e delle diseguaglianze che la fase iperliberista ha volutamente accresciuto (pag. 129)Che dire? Al di là della congruità storica, tutta da verificare, di questa previsione di fondo – la globalizzazione è finita, politica ed economia si “ristatalizzeranno”, per così dire – queste tesi vengono di solito ripudiate dalla maggior parte della cosiddetta “sinistra radicale” (quel che ne resta). Le si giudica primitive, arretrate o velleitarie (dove va l’Italietta da sola?). Ma è necessario misurarsi con esse, senza spocchia e senza ridicole accuse di “rossobrunismo”. Dire che “lo spazio europeo è lo spazio minimo del conflitto”, come si scrive spesso con nonchalance, non può apparire altrettanto velleitario – presupponendo che “i movimenti europei” (altro oggetto misterioso), contemporaneamente condividano parole d’ordine, programmi e stadi di maturazione, magari grazie ai cyberspazi generosamente messi a disposizione dai padroni globali dei social?
Piuttosto, quello che colpisce in quest’area “neo-sovranista” – di cui Porcaro è ascoltato esponente – è un certo snobistico disinteresse per lo scontro di classe reale, quello quotidiano, che si consuma ai cancelli delle fabbriche, nei quartieri, nelle occupazioni, nei territori devastati. Questa tipologia di “sovranismo” – nonostante sia quantitativamente microscopico – immagina di muoversi in un empireo iperpoliticista che contempla i grandi posizionamenti geostrategici ma ignora quello che succede nei processi reali, gli uomini e le donne che resistono alla bestia liberista e globalista, la fatica quotidiana di organizzare il lavoro sfruttato, le lotte per il reddito, lo sporcarsi le mani, insomma, per costruire le coalizioni sociali in carne e ossa e non evocare romanticamente una nozione di “popolo” che – senza innervatura di classe, senza individuazione del blocco sociale, senza processo organizzativo e processo autoeducativo – resta suggestione ottocentesca.
Smaltita la lunga ubriacatura globalista (che tanti danni ha prodotto a sinistra) l’attualità di certi nodi tematici è però oggettiva e chiama tutti ad un dibattito franco e aperto.
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17/01/2020
“Prega dio e passami le munizioni”. Il nazionalismo religioso disegna nuove identità
“Profezia non è pre-dire, non è nemmeno pre-vedere. Il profeta non vede il futuro, vede il presente. Vede nel presente quello che gli altri non vedono, e dice del presente quello che gli altri non vogliono ascoltare. Deve far vedere, far ascoltare. E a volte è necessario il grido nella folla, o il parlare nel deserto”. – Mario Tronti
Uno dei maggiori quotidiani nazionali, il Corriere della Sera, ha pubblicato qualche giorno fa un articolo a firma di Mauro Magatti dal titolo quasi profetico: “Il dialogo, risposta europea al nazionalismo religioso”. Il testo di Magatti articola una analisi nella quale si mette in evidenza un fallimento: quello della globalizzazione. “In primo luogo, per la sua incapacità di essere inclusiva: che si traduce nella marginalità d’interi gruppi sociali e aree territoriali. In secondo luogo, per i problemi che essa lascia irrisolti dal lato della domanda di identità e di senso”.
La riflessione che suscita questa obiettiva constatazione può senz’altro significare che una certa élite nostrana si sta accorgendo – tramontate oppure superate e dimenticate pratiche con “teorie novecentesche” – che una “dottrina strategica” è sopravvissuta. Questa dottrina si rivela non essere altro che la “Religione” – o misticismo che dir si voglia.
Ma secondo Magatti questa religiosità oggi assume nuove vesti: ossia quelle del “nazionalismo”, sia esso etnico, razziale, etico o morale!
E proprio perché sarebbero tramontate le altre dottrine, la “religione” o la religiosità come sostiene Marx nella Questione Ebraica, sta riscoprendo il suo potere o “valore strategico morale”! Ed è indossando quelle vesti strategiche e realizzando progetti adeguati che questo nazionalismo di stampo religioso sta andando per la maggiore sia nell’Occidente sia nei paesi vittime dei processi di “globalizzazione”.
L’articolo vuole probabilmente intendere che un recupero delle identità perdute oggi si può avere con l’odierna assunzione di forme mistiche, nazionaliste, integraliste ecc. all’insegna di un ritrovato sovranismo!
È questo un fenomeno da non sottovalutare o prendere sotto gamba, liquidandolo magari con la satira o con commedie boccaccesche che si limitano a deridere, sbeffeggiare o ridicolizzare una questione che pare provenire dal buio di un passato millenarista, quasi medievale!
L’invito a non sottovalutare la questione si fonda su almeno tre questioni:
– la prima sta nel fatto che: “Ad oggi i fedeli afferenti ad una chiesa evangelica sono cresciuti fino ad arrivare al numero di 619 milioni di individui, pari ai due terzi della totalità dei protestanti” (1)
– la seconda chiarisce meglio il ruolo che da tempo sta svolgendo un certo Steve Bannon (ex chief strategist della Casa Bianca e sostenitore di una geopolitica apocalittica), tramite l’associazione internazionale da lui fondata – la Dignitatis Humanae Institute – con la quale aveva acquistato l’abbazia di Trisulti per farci una “scuola di sovranismo".
Tutto ciò all’insegna e seguendo strategie tracciate da tempo da un certo fondamentalismo evangelico e integralismo cattolico.
Le loro strategie prendono di petto frontalmente certi progetti ritenuti troppo laici in quanto non mettono in evidenza il lato mistico, fideistico del credo religioso. Concetti sui quali si deve poggiare l’intera politica che l’evangelismo globale persegue dal primo novecento! (Questi atteggiamenti si basano sui princìpi fondamentalisti cristiano-evangelici dell’inizio del secolo scorso, che si sono man mano radicalizzati.”) (2)
Una prima conferma è venuta dalle elezioni alla presidenza in alcuni importanti Stati, come ad esempio Trump negli Usa o Bolsonaro in Brasile, ai quali vanno aggiunti altri candidati e politici di rilievo nella politica dell’Unione Europea (in particolare all’Est) e nel continente Latino Americano. Anche in Europa leader della destra come Salvini, Marin Le Pen, Vox spagnolo appaiono in preda a “furori misticheggianti”, dimostrando a quale livello politico sono arrivate queste strategie di potere basate soprattutto sulle rotture e sulle fratture sociali, etiche o religiose prodotte dalla crisi del capitalismo e dalle sue dinamiche sociali, economiche e politiche.
– La terza, ma non per importanza, è il ruolo che sta svolgendo – anche contraddittoriamente – l’attuale papa Francesco (3) che agisce nel vuoto lasciato dalla scomparsa dalla scena politica di teorie maldestramente liquidate come “novecentesche”, in quanto ritenute superate e sepolte dallo sviluppo capitalistico, dall’insorgenza di nuove tecnologie, di nuove figure sociali e dalla perdita quasi completa di valori sociali, prospettive e strategie di cambiamento politico di natura socialista o comunista.
Liquidate queste ideologie, nella nuova fase storica si assiste all’apparire di una teoria “universalista” che predica – e magari pratica – strategie sotto forma di una specie di “messaggio messianico” del tipo “Teologia della prosperità. Il pericolo di una “vangelo diverso”
“Teologia della prosperità”: questo è il nome più conosciuto e descrittivo di una corrente teologica neo-pentecostale evangelica. Il nucleo di questa «teologia» è la convinzione che Dio vuole che i suoi fedeli abbiano una vita prospera, e cioè che siano ricchi dal punto di vista economico, sani da quello fisico e individualmente felici. Questo tipo di cristianesimo colloca il benessere del credente al centro della preghiera, e fa del suo Creatore colui che realizza i suoi pensieri e i suoi desideri...”
Gridare “ al lupo” in questo caso credo serva a poco. Contropiano ha un ruolo strategico nella comunicazione e nell’individuazione delle “crepe o fratture politiche e sociali” presenti in questa nuova fase storica, quindi l’analisi deve cogliere al meglio il suo ruolo informativo e comunicativo; perciò non voglio trarre conclusioni né forzare strane congetture.
Invito soltanto chi vorrà leggere quest’articolo a vedere quanto riportato nei link presenti, riflettere e confrontare quanto scritto e progettato in questi documenti (visibili e pubblici su siti di associazioni cattoliche, centri studi, “segrete cardinalizie”) e quanto è possibile trovare o scoprire nella rete Internet.
Invito quindi a riflettere sul fatto che, se è pur vero che si sta aprendo una fase storica nuova nella quale molte delle “vecchie” teorie politiche e relative “cassette degli attrezzi” possono apparire obsolete, o superate dall’avanzare di strategie nuove, molto pervasive ma piene di manipolazioni e mistificazioni sociali, politiche, ideologiche, è altrettanto vero che soltanto una visione di classe del mondo e delle relazioni sociali sembra poter sopravvivere, trovando nuova linfa vitale proprio abbeverandosi al prodotto delle crisi economiche, sociali, etiche, morali del modello capitalista contro il quale acquista sempre maggior conferma, attualità, valore e potenza.
Note:
(1) https://www.thewisemagazine.it/2018/12/15/linfluenza-politica-mondiale-chiesa-evangelica
(2) https://www.laciviltacattolica.it/articolo/fondamentalismo-evangelicale-e-integralismo-cattolico/
(3) Una conferma di questo viene ad esempio dal “conflitto” tra gli attuali vertici vaticani, dove il “papa emerito” Ratzinger “corregge” l’attuale papa Francesco sul tema del celibato – quindi nelle leggi della Chiesa – affermando le tematiche e i principi storici cui la Chiesa s’è sempre rivolta, compresa la necessità di mantenere tutte quelle prerogative e scelte che hanno caratterizzato nei secoli la storia del cattolicesimo, mantenendone il suo equilibrio, la funzione storica e i ruoli svolti da parte del personale che sceglie di vestire l’abito talare; rifiutando quindi tutte le pratiche “civili” in materia di sessualità, unione matrimoniale, riproponendo dunque la castità!
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28/08/2019
Hanno ingoiato il rospo... allucinogeno
A sinistra, persino in alcune compagini che si definiscono radicali ed antagoniste, si legge un eventuale governo PD-5stelle con sollievo, a volte addirittura si affaccia un malcelato sostegno a questa opzione.
Si pensa che un governo di questo genere potrà fare da argine all'avanzare della barbarie e aprire nuovi spazi per una classica dinamica progressista e riformista. E certo che fa piacere vedere il Capitone finalmente in difficoltà e la Lega in caduta libera nei sondaggi, ma è miope e superficiale pensare che un eventuale governo di legislatura giallo-salmone potrà infliggere un colpo mortale al sovranismo e alla sua declinazione italiana del "salvinismo".
Lo diciamo da anni, le contraddizioni che hanno portato a questa fase non sono né congiunturali, né localizzate e sono qui per restare ancora per diverso tempo.
Innanzitutto va analizzata la perdita di consenso di Salvini in un quadro in cui non c'è una corrispondenza reale tra la caduta nei sondaggi della Lega e il crescere del sostegno ad altri partiti (e nell'assenza di significativi movimenti di massa che non si riducano alla dimensione mediale): ad aumentare sono soprattutto gli indecisi. Salvini paga il suo "tradimento" al governo giallo-verde, il tempismo completamente sbagliato e una retorica, quella del partito del Sì, che non comunica immediatamente con la pancia del paese, ma solo con una parte storica del suo elettorato, e che alla maggior parte risulta almeno esagerata se utilizzata per provocare la rottura del governo, vista anche la resa quasi totale dei grillini sulle battaglie storiche. Paga soprattutto l'immagine per cui, per un tornaconto personale e partitico, il Capitone ha provocato la crisi del primo governo che, nella percezione degli italiani, nonostante tutti i suoi difetti e le sue incoerenze è stato un'increspatura nel solito procedere del gattopardismo parlamentare nostrano. Poco importa quanto questa alterità sia reale o solamente immaginaria, a Salvini viene rimproverata l'occasione persa e che difficilmente si ripresenterà.
Ma mesi, anni di opposizione come unica alternativa a un 5stelle normalizzato e garante degli assetti europei, anche se blandamente ricontrattati, (si veda gli apprezzamenti mossi da Tusk per Conte) e un PD ancorato alla cadrega e senza identità, probabilmente cancelleranno questo scotto e ripresenteranno una Lega o chi per lei ancora più radicata nel senso comune. Perché, c'è da scommetterci, nonostante la momentanea quiete, il turbinio della crisi permanente e internazionale del capitalismo avrà nuove ricadute sociali e massificate specie nella periferia UE.
Stupiscono le letture semplificate per cui tenere lontano Salvini dal Viminale, produrre un patto politico alchemico con una base sociale minima se pure colorato di verde e salmone potrebbe portare a ri-contendere l'egemonia culturale del sovranismo sui settori popolari. Una fuga sull'autonomia del politico che non concepisce minimamente le dinamiche di classe e le contraddizioni sovrastanti e sottostanti al fatto del governo. Basterebbe considerare il personale politico su cui si dovrebbe articolare questa opzione per farsi due risate, un minimo di memoria della storia recente e un briciolo di visione di lungo respiro. Ma se non fosse sufficiente toccherebbe sottolineare come l'esperienza di governo PD-5stelle, unta da Grillo con la considerazione della necessità dei pentastellati di diventare progressisti (che misera parabola infine quella dei "portavoce" dei cittadini), non sarebbe altro che il primo parodico esperimento della risposta liberal capitalista al sovranismo sotto l'ombrello del Green New Deal. Nessuna messa in discussione del paradigma della crescita, dell'accumulazione e dell'estrattivismo. Preoccupa pensare ai seminari, agli articoli, ai percorsi di lotta in cui si sostiene che non può esistere nessun capitalismo green, e poi sentire affermare che è necessario "ingoiare il rospo". Una visione tutta tattica e miope di chi ritiene che l'abolizione dei due decreti sicurezza non avrà come contropartita altre misure, magari più raffinate, di disciplinamento, repressione e controllo biopolitico. Sì, perché nessuna nuova verginità si può concedere a partiti come il PD che a pancia piena si permettono di dare lezioni di civiltà ai barbari, contenti dei porti chiusi, quando poi la loro solidarietà è puro paternalismo ipocrita, sfruttamento di persone all'interno del sistema di produzione capitalistica travestito da tolleranza per il diverso.
Sono indubbi la spoliticizzazione, la frammentazione e l'individualismo, l'egoismo sociale che si sono diffusi nel nostro paese e che la compagine giallo-verde ha sostanzialmente implementato, ma pensare che un governo PD-5S possa dall'alto aprire spazi per una ri-educazione alla solidarietà, alla tolleranza e al civismo in un fronte contro la barbarie è illusorio, quando non immediatamente classista (nelle sue varianti che sfumano da una pedagogia per i barbari fino al mito del buon selvaggio metropolitano) e riporta indietro a concezioni sconfitte dalla storia. Una cura culturale e via, come se il sovranismo fosse un raffreddore. Senza considerare che, se ancora una volta i settori di classe scelgono di collocarsi sui fronti che, più efficacemente, possono inserire confusione sul piano sistemico capitalistico, pur nella completa assenza di una esperienza collettiva della contrapposizione, un motivo ci sarà e tocca a noi indagarlo.
Dunque che la crisi di governo e il suo teatrino si risolvano in una direzione o in un'altra non bisogna nutrire aspettative, illusioni, frontismi, ma piuttosto tocca andare a capire come si riposizioneranno in questa dinamica i diversi settori di classe e quali pulsioni possono aprire possibilità per una rottura reale della compatibilità capitalista che metta in difficoltà tanto l'opzione sovranista, quanto quella del green capitalism, come in parte stiamo vedendo succedere in Francia.
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Si pensa che un governo di questo genere potrà fare da argine all'avanzare della barbarie e aprire nuovi spazi per una classica dinamica progressista e riformista. E certo che fa piacere vedere il Capitone finalmente in difficoltà e la Lega in caduta libera nei sondaggi, ma è miope e superficiale pensare che un eventuale governo di legislatura giallo-salmone potrà infliggere un colpo mortale al sovranismo e alla sua declinazione italiana del "salvinismo".
Lo diciamo da anni, le contraddizioni che hanno portato a questa fase non sono né congiunturali, né localizzate e sono qui per restare ancora per diverso tempo.
Innanzitutto va analizzata la perdita di consenso di Salvini in un quadro in cui non c'è una corrispondenza reale tra la caduta nei sondaggi della Lega e il crescere del sostegno ad altri partiti (e nell'assenza di significativi movimenti di massa che non si riducano alla dimensione mediale): ad aumentare sono soprattutto gli indecisi. Salvini paga il suo "tradimento" al governo giallo-verde, il tempismo completamente sbagliato e una retorica, quella del partito del Sì, che non comunica immediatamente con la pancia del paese, ma solo con una parte storica del suo elettorato, e che alla maggior parte risulta almeno esagerata se utilizzata per provocare la rottura del governo, vista anche la resa quasi totale dei grillini sulle battaglie storiche. Paga soprattutto l'immagine per cui, per un tornaconto personale e partitico, il Capitone ha provocato la crisi del primo governo che, nella percezione degli italiani, nonostante tutti i suoi difetti e le sue incoerenze è stato un'increspatura nel solito procedere del gattopardismo parlamentare nostrano. Poco importa quanto questa alterità sia reale o solamente immaginaria, a Salvini viene rimproverata l'occasione persa e che difficilmente si ripresenterà.
Ma mesi, anni di opposizione come unica alternativa a un 5stelle normalizzato e garante degli assetti europei, anche se blandamente ricontrattati, (si veda gli apprezzamenti mossi da Tusk per Conte) e un PD ancorato alla cadrega e senza identità, probabilmente cancelleranno questo scotto e ripresenteranno una Lega o chi per lei ancora più radicata nel senso comune. Perché, c'è da scommetterci, nonostante la momentanea quiete, il turbinio della crisi permanente e internazionale del capitalismo avrà nuove ricadute sociali e massificate specie nella periferia UE.
Stupiscono le letture semplificate per cui tenere lontano Salvini dal Viminale, produrre un patto politico alchemico con una base sociale minima se pure colorato di verde e salmone potrebbe portare a ri-contendere l'egemonia culturale del sovranismo sui settori popolari. Una fuga sull'autonomia del politico che non concepisce minimamente le dinamiche di classe e le contraddizioni sovrastanti e sottostanti al fatto del governo. Basterebbe considerare il personale politico su cui si dovrebbe articolare questa opzione per farsi due risate, un minimo di memoria della storia recente e un briciolo di visione di lungo respiro. Ma se non fosse sufficiente toccherebbe sottolineare come l'esperienza di governo PD-5stelle, unta da Grillo con la considerazione della necessità dei pentastellati di diventare progressisti (che misera parabola infine quella dei "portavoce" dei cittadini), non sarebbe altro che il primo parodico esperimento della risposta liberal capitalista al sovranismo sotto l'ombrello del Green New Deal. Nessuna messa in discussione del paradigma della crescita, dell'accumulazione e dell'estrattivismo. Preoccupa pensare ai seminari, agli articoli, ai percorsi di lotta in cui si sostiene che non può esistere nessun capitalismo green, e poi sentire affermare che è necessario "ingoiare il rospo". Una visione tutta tattica e miope di chi ritiene che l'abolizione dei due decreti sicurezza non avrà come contropartita altre misure, magari più raffinate, di disciplinamento, repressione e controllo biopolitico. Sì, perché nessuna nuova verginità si può concedere a partiti come il PD che a pancia piena si permettono di dare lezioni di civiltà ai barbari, contenti dei porti chiusi, quando poi la loro solidarietà è puro paternalismo ipocrita, sfruttamento di persone all'interno del sistema di produzione capitalistica travestito da tolleranza per il diverso.
Sono indubbi la spoliticizzazione, la frammentazione e l'individualismo, l'egoismo sociale che si sono diffusi nel nostro paese e che la compagine giallo-verde ha sostanzialmente implementato, ma pensare che un governo PD-5S possa dall'alto aprire spazi per una ri-educazione alla solidarietà, alla tolleranza e al civismo in un fronte contro la barbarie è illusorio, quando non immediatamente classista (nelle sue varianti che sfumano da una pedagogia per i barbari fino al mito del buon selvaggio metropolitano) e riporta indietro a concezioni sconfitte dalla storia. Una cura culturale e via, come se il sovranismo fosse un raffreddore. Senza considerare che, se ancora una volta i settori di classe scelgono di collocarsi sui fronti che, più efficacemente, possono inserire confusione sul piano sistemico capitalistico, pur nella completa assenza di una esperienza collettiva della contrapposizione, un motivo ci sarà e tocca a noi indagarlo.
Dunque che la crisi di governo e il suo teatrino si risolvano in una direzione o in un'altra non bisogna nutrire aspettative, illusioni, frontismi, ma piuttosto tocca andare a capire come si riposizioneranno in questa dinamica i diversi settori di classe e quali pulsioni possono aprire possibilità per una rottura reale della compatibilità capitalista che metta in difficoltà tanto l'opzione sovranista, quanto quella del green capitalism, come in parte stiamo vedendo succedere in Francia.
Fonte
14/07/2019
La strada sbagliata. Dalla Sea Watch all’antifascismo
In Italia il dibattito politico è sospeso in un limbo su cui vale la pena spendere alcuni ragionamenti.
La dialettica vera, sulle questioni che riguardano i nodi reali da sciogliere, è ferma a quella tra le due formazioni di governo, nonché la componente più direttamente emanazione della UE, rappresentata da Tria e Moavero, mentre le opposizioni di “sinistra” ritrovano nell’antifascismo uno spontaneo e strumentale collante.
Le virgolette alla definizione sinistra sono quanto mai appropriate, inserendo il PD dentro tale opposizione. Ma nella percezione di massa, ancor di più in assenza di una forza credibile di classe, il PD è gran parte della “sinistra”. Nelle nostre riflessioni spesso questo “dettaglio” viene omesso o rimosso.
E la parola d’ordine dell’antifascismo è quella attorno a cui proprio il PD sta cercando di riaggregare forze. Non ci vuole molto per capirlo visto che la guida politica di tale strategia si è espressa sulle pagine di Repubblica. Dopo il Caimano, c’è il Capitano da combattere, ma la sostanza non cambia.
I fatti ci dicono che da quando questa campagna è iniziata il partito di Salvini è passato dal 17 al 35% dei consensi, la sinistra radicale non è avanzata di un centimetro e il PD ha riacquisto, seppure ancora molto a stento e tra mille contraddizioni, la patente del Partito che credibilmente si può candidare a guida di un’alternativa.
Se questi sono i risultati qualcosa non funziona quantomeno per i soggetti che in forme variegate tentano di rilanciare un’opzione comunista e di sinistra alternativa non solo al Governo giallo-verde, ma anche al PD.
Già su questa rivista abbiamo affrontato l’argomento nell’articolo “Antifascisti del XXI secolo”, a cui rimandiamo per capirne l’approccio, ma le ultime vicende richiedono un breve approfondimento.
La crisi globale e i cambiamenti strutturali che ne stanno scaturendo determinano certamente reazioni nel tessuto sociale di carattere regressivo. E questo è la storia che lo dice. Di esempi se ne possono rintracciare a decine.
L’assenza di una soggettività anticapitalistica, in grado di ricomporre la classe lavoratrice su un terreno generale di cambiamento e la desertificazione politica degli ultimi venti anni, portano quasi naturalmente vasti settori popolari a sposare la causa di Salvini e della Lega, che sull’immigrazione ha un cavallo di battaglia a costo zero. O, per dirla meglio, milioni di persone, attanagliate da questioni reali, che spostano velocemente i propri consensi seguendo la spinta del momento, oggi hanno canalizzato l’attenzione su Salvini.
È la stessa spinta che porta alla disaffezione al voto o che ha portato i Cinquestelle al Governo. Questo significa che qualsiasi riflessione non funziona se non tiene conto dell’alta fluidità di consensi che, in qualche modo, rappresenta l’opportunità di un quadro modificabile.
I fatti e le vicende vanno analizzati con oggettiva razionalità se si vuole costruire una risposta all’altezza. Troppo spesso a sinistra siamo a caccia di eroi e punti di riferimento che improvvisamente diventano il centro di una prospettiva. Basti pensare a Mimmo Lucano a Riace o la “Capitana” Carola. Persone che hanno la massima considerazione di chi scrive, ma che non possono semplicisticamente essere portati a modello, perché oggettivamente non lo sono e loro stessi ne sono consapevoli.
In realtà è solo con la capacità e la forza di indicare una prospettiva generale e con una concreta piattaforma in grado di evocarla che è possibile ribaltare la situazione. Insomma, con un lavoro di lunga lena.
L’operato di Carola Rakete non può diventare l’appiglio su cui la sinistra politica può impostare la sua battaglia. Non si può ingaggiare la scontro sull’immigrazione senza tenere conto di un senso comune generale che scaturisce dalle condizioni materiali di milioni di proletari. Da questo deve partire il ragionamento. Senza ricostruire questo filo che definisce i nemici principali e quelli secondari nel tessuto di classe, non si va da nessuna parte. Se non ci si pone il tema del blocco sociale nessuna lotta gridata dalle banchine di Lampedusa potrà produrre risultati per i lavoratori italiani e stranieri, che a diversi gradi di sfruttamento abitano stabilmente le società contemporanee.
E dalle pagine di Repubblica tali nessi vengono rimossi, con il risultato di coprire le responsabilità dei Governi precedenti e dell’Europa, spingendo tutto contro l’attuale vicepremier. Non cadere in questo tranello è importante.
In questo senso la parola d’ordine dell’antifascismo quale centro della battaglia politica contro il Governo è assolutamente fuorviante. Lo è perché non siamo in un regime di questo tipo, né le classi dominanti puntano a riprodurre e sostenere forme vicine al fascismo storico, e perché i cosiddetti sovranisti per essere sconfitti vanno disvelati non in quanto fascisti ma perché espressione di un progetto che ha un respiro corto e non è in grado di portare a fondo la maggior parte dei suoi proclami. Dalla stessa immigrazione fino alla reale volontà di rottura con l’Unione Europea.
In realtà, come abbiamo ribadito più volte, un vero antifascismo nel XXI secolo non può che trovare radici contro le forme sempre più dominanti di oligarchia politica che in maniera soft, ma non sempre così soft, ha ormai da anni ridotto l’agibilità democratica. Su questo sono da leggere le considerazioni di Putin sulla fine della democrazia liberale, non per condividerle ma per ragionare sul tema. Il tutto con il PD e Repubblica come parte attiva. In questo senso ha ragione di essere scomodato l’antifascismo nella sua essenza di difesa democratica e l’incompatibilità della Costituzione italiana con i vincoli europei. La battaglia, invece, contro i Salvini si fa dimostrando che di fatto il suo fumo è sprigionato da un arrosto piuttosto insignificante.
È bene che quel che resta della sinistra ragioni su questi semplici concetti, pena di non farlo è quello di fare gli inconsapevoli portatori d’acqua di chi è causa del contesto politico che abbiamo di fronte. E non ci sembra che sia la strada più proficua da percorrere.
Fonte
La dialettica vera, sulle questioni che riguardano i nodi reali da sciogliere, è ferma a quella tra le due formazioni di governo, nonché la componente più direttamente emanazione della UE, rappresentata da Tria e Moavero, mentre le opposizioni di “sinistra” ritrovano nell’antifascismo uno spontaneo e strumentale collante.
Le virgolette alla definizione sinistra sono quanto mai appropriate, inserendo il PD dentro tale opposizione. Ma nella percezione di massa, ancor di più in assenza di una forza credibile di classe, il PD è gran parte della “sinistra”. Nelle nostre riflessioni spesso questo “dettaglio” viene omesso o rimosso.
E la parola d’ordine dell’antifascismo è quella attorno a cui proprio il PD sta cercando di riaggregare forze. Non ci vuole molto per capirlo visto che la guida politica di tale strategia si è espressa sulle pagine di Repubblica. Dopo il Caimano, c’è il Capitano da combattere, ma la sostanza non cambia.
I fatti ci dicono che da quando questa campagna è iniziata il partito di Salvini è passato dal 17 al 35% dei consensi, la sinistra radicale non è avanzata di un centimetro e il PD ha riacquisto, seppure ancora molto a stento e tra mille contraddizioni, la patente del Partito che credibilmente si può candidare a guida di un’alternativa.
Se questi sono i risultati qualcosa non funziona quantomeno per i soggetti che in forme variegate tentano di rilanciare un’opzione comunista e di sinistra alternativa non solo al Governo giallo-verde, ma anche al PD.
Già su questa rivista abbiamo affrontato l’argomento nell’articolo “Antifascisti del XXI secolo”, a cui rimandiamo per capirne l’approccio, ma le ultime vicende richiedono un breve approfondimento.
La crisi globale e i cambiamenti strutturali che ne stanno scaturendo determinano certamente reazioni nel tessuto sociale di carattere regressivo. E questo è la storia che lo dice. Di esempi se ne possono rintracciare a decine.
L’assenza di una soggettività anticapitalistica, in grado di ricomporre la classe lavoratrice su un terreno generale di cambiamento e la desertificazione politica degli ultimi venti anni, portano quasi naturalmente vasti settori popolari a sposare la causa di Salvini e della Lega, che sull’immigrazione ha un cavallo di battaglia a costo zero. O, per dirla meglio, milioni di persone, attanagliate da questioni reali, che spostano velocemente i propri consensi seguendo la spinta del momento, oggi hanno canalizzato l’attenzione su Salvini.
È la stessa spinta che porta alla disaffezione al voto o che ha portato i Cinquestelle al Governo. Questo significa che qualsiasi riflessione non funziona se non tiene conto dell’alta fluidità di consensi che, in qualche modo, rappresenta l’opportunità di un quadro modificabile.
I fatti e le vicende vanno analizzati con oggettiva razionalità se si vuole costruire una risposta all’altezza. Troppo spesso a sinistra siamo a caccia di eroi e punti di riferimento che improvvisamente diventano il centro di una prospettiva. Basti pensare a Mimmo Lucano a Riace o la “Capitana” Carola. Persone che hanno la massima considerazione di chi scrive, ma che non possono semplicisticamente essere portati a modello, perché oggettivamente non lo sono e loro stessi ne sono consapevoli.
In realtà è solo con la capacità e la forza di indicare una prospettiva generale e con una concreta piattaforma in grado di evocarla che è possibile ribaltare la situazione. Insomma, con un lavoro di lunga lena.
L’operato di Carola Rakete non può diventare l’appiglio su cui la sinistra politica può impostare la sua battaglia. Non si può ingaggiare la scontro sull’immigrazione senza tenere conto di un senso comune generale che scaturisce dalle condizioni materiali di milioni di proletari. Da questo deve partire il ragionamento. Senza ricostruire questo filo che definisce i nemici principali e quelli secondari nel tessuto di classe, non si va da nessuna parte. Se non ci si pone il tema del blocco sociale nessuna lotta gridata dalle banchine di Lampedusa potrà produrre risultati per i lavoratori italiani e stranieri, che a diversi gradi di sfruttamento abitano stabilmente le società contemporanee.
E dalle pagine di Repubblica tali nessi vengono rimossi, con il risultato di coprire le responsabilità dei Governi precedenti e dell’Europa, spingendo tutto contro l’attuale vicepremier. Non cadere in questo tranello è importante.
In questo senso la parola d’ordine dell’antifascismo quale centro della battaglia politica contro il Governo è assolutamente fuorviante. Lo è perché non siamo in un regime di questo tipo, né le classi dominanti puntano a riprodurre e sostenere forme vicine al fascismo storico, e perché i cosiddetti sovranisti per essere sconfitti vanno disvelati non in quanto fascisti ma perché espressione di un progetto che ha un respiro corto e non è in grado di portare a fondo la maggior parte dei suoi proclami. Dalla stessa immigrazione fino alla reale volontà di rottura con l’Unione Europea.
In realtà, come abbiamo ribadito più volte, un vero antifascismo nel XXI secolo non può che trovare radici contro le forme sempre più dominanti di oligarchia politica che in maniera soft, ma non sempre così soft, ha ormai da anni ridotto l’agibilità democratica. Su questo sono da leggere le considerazioni di Putin sulla fine della democrazia liberale, non per condividerle ma per ragionare sul tema. Il tutto con il PD e Repubblica come parte attiva. In questo senso ha ragione di essere scomodato l’antifascismo nella sua essenza di difesa democratica e l’incompatibilità della Costituzione italiana con i vincoli europei. La battaglia, invece, contro i Salvini si fa dimostrando che di fatto il suo fumo è sprigionato da un arrosto piuttosto insignificante.
È bene che quel che resta della sinistra ragioni su questi semplici concetti, pena di non farlo è quello di fare gli inconsapevoli portatori d’acqua di chi è causa del contesto politico che abbiamo di fronte. E non ci sembra che sia la strada più proficua da percorrere.
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10/07/2019
ll tempio della "sinistra integrata"
Radio 24, Il Sole 24 Ore – 9 luglio 2019 – Il caso di Tsipras in Grecia è indicativo di una tendenza storica molto più generale, che ha finora visto le sinistre pienamente inserite nei processi di integrazione capitalistica internazionale. Attacchi a tali processi, in quest’epoca, sembrano dunque provenire solo da forze più o meno velatamente reazionarie. Il risultato è che i temi al centro dell’agenda politica risultano tipicamente di destra: controllo dei movimenti migratori di persone piuttosto che controlli sui movimenti di capitale e nessuna critica alle inefficienze del mercato finanziario internazionale. Stralci di un’intervista di Oscar Giannino all’economista Emiliano Brancaccio (Università del Sannio).
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08/07/2019
Lettera a un amico sovranista
Caro amico un po’ sfigato che ora ti definisci sovranista, tu che commenti a cazzo un po’ tutto ma senza capire mai niente; tu che sputi bile contro ogni cosa che appaia minimamente complessa da interpretare, tu con l’account Nerchiolino85 che vuoi spiegare l’interpretazione delle carte nautiche ai capitani o i trattati internazionali ai lobbisti, come posso aiutarti?
Parliamone. Cos’è andato storto? Ripensaci un attimo. Facciamo come nei film, come quando uno sta per morire e gli passa davanti gli occhi tutta la vita.
Provaci un istante. Torna indietro a prima dei capitani, prima dei social, prima dei “Mi consenta”.
Torna indietro alla tua infanzia, la tua casa con problemi idraulici, le incazzature di tuo padre per le bollette del telefono troppo alte. E il tuo quartiere periferico di merda, dove non passavano mai gli autobus, dove per vederti con gli amici stavi in un giardinetto senza verde, pieno di cicche di sigarette e qualche siringa dei tossici.
Ripensiamo alla scuola, al fatto che non aprivi un libro nemmeno sotto tortura, nonostante i tuoi genitori si fossero fatti il culo per comprarteli. Però tanto non serviva a niente studiare, no? Qualcosa l’avresti trovata.
Ripensa a tutti i programmi di merda che hai visto in tv che ti hanno sempre parlato di denaro e libertà: l’importante sono i soldi, perché senza sei uno sfigato. Però quei soldi nessuno ti ha mai detto come dovevi farli; ti dovevi arrangiare e sei rimasto per strada, tra altri sfigati come te.
E cos’è successo? Ripensaci.
Sei mai stato aggredito da un nigeriano?
Hai mai pagato un affitto indecente in nero ad un padrone di casa arabo?
Hai mai fatto un colloquio di lavoro con un indiano?
Sei mai stato licenziato da un capo filippino?
Hai mai pagato uno sproposito per una visita medica urgente ad un medico senegalese?
Sei mai stato scippato da un koreano?
Amico, compatriota, testa di cazzo, non dico che ti debba tornare la voglia di leggere un libro, di capire un po di quello che accade nel mondo, di capire quello che accade a te, ma almeno, vuoi provare a capire chi ti sta fregando da sempre.
Fonte
Parliamone. Cos’è andato storto? Ripensaci un attimo. Facciamo come nei film, come quando uno sta per morire e gli passa davanti gli occhi tutta la vita.
Provaci un istante. Torna indietro a prima dei capitani, prima dei social, prima dei “Mi consenta”.
Torna indietro alla tua infanzia, la tua casa con problemi idraulici, le incazzature di tuo padre per le bollette del telefono troppo alte. E il tuo quartiere periferico di merda, dove non passavano mai gli autobus, dove per vederti con gli amici stavi in un giardinetto senza verde, pieno di cicche di sigarette e qualche siringa dei tossici.
Ripensiamo alla scuola, al fatto che non aprivi un libro nemmeno sotto tortura, nonostante i tuoi genitori si fossero fatti il culo per comprarteli. Però tanto non serviva a niente studiare, no? Qualcosa l’avresti trovata.
Ripensa a tutti i programmi di merda che hai visto in tv che ti hanno sempre parlato di denaro e libertà: l’importante sono i soldi, perché senza sei uno sfigato. Però quei soldi nessuno ti ha mai detto come dovevi farli; ti dovevi arrangiare e sei rimasto per strada, tra altri sfigati come te.
E cos’è successo? Ripensaci.
Sei mai stato aggredito da un nigeriano?
Hai mai pagato un affitto indecente in nero ad un padrone di casa arabo?
Hai mai fatto un colloquio di lavoro con un indiano?
Sei mai stato licenziato da un capo filippino?
Hai mai pagato uno sproposito per una visita medica urgente ad un medico senegalese?
Sei mai stato scippato da un koreano?
Amico, compatriota, testa di cazzo, non dico che ti debba tornare la voglia di leggere un libro, di capire un po di quello che accade nel mondo, di capire quello che accade a te, ma almeno, vuoi provare a capire chi ti sta fregando da sempre.
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31/05/2019
Brancaccio: “Salvini? Un gattopardo. Ma l'opposizione non è la sinistra spread”
intervista a Emiliano Brancaccio di Giacomo Russo Spena
“Le lancette della Storia si sono messe a correre all’indietro”. L’economista Emiliano Brancaccio, autore del recente volume Il discorso del potere (Il Saggiatore 2019) e intellettuale di riferimento per il pensiero progressista, aveva da tempo allertato sui rischi di un’egemonia reazionaria e sovranista in Europa. Dopo le elezioni “terremoto” di domenica – dove in Italia la Lega ha fatto il pieno di consensi – lo abbiamo interpellato per capire quali ripercussioni ci saranno, politiche e di politica economica.
Professore, che effetto le ha fatto vedere Salvini ringraziare gli elettori tenendo il rosario in mano e baciando il crocifisso?
Un gesto alquanto grottesco, l’ennesimo segnale di un’involuzione del linguaggio e delle simbologie politiche. Un tempo quel bacio sotto i riflettori e quello sguardo rivolto al cielo, da novello “unto del Signore”, avrebbero suscitato non solo l’ironia di atei e agnostici, ma anche lo sdegno di larga parte del mondo cattolico. Oggi è diverso: c’è molta più indulgenza verso chi riesuma quel genere di ostentazioni religiose, un po’ canagliesche, che una volta si sarebbero dette da “colli torti”.
Però almeno su un punto il leader della Lega sembra spingere in avanti: vuole una conferenza per la riforma europea e intende ridiscutere i vincoli di bilancio pubblico con l’Unione. Che ne pensa?
Come il Fondo Monetario Internazionale ci ricorda, quei vincoli sono stati già violati da molti paesi: dalla nascita dell’euro il loro mancato rispetto si è verificato in due terzi dei casi. Una ridiscussione di questo e di molti altri punti contraddittori dei Trattati sarebbe dunque cosa logica, ma non vedo le condizioni politiche.
Eppure nel Parlamento europeo i sovranisti sono cresciuti, anche se non saranno maggioranza come qualcuno temeva: in Italia e in Francia sono primi, mentre la vecchia coalizione dei popolari e dei socialdemocratici subisce un arretramento un po' in tutto il continente. Non basta per un cambio di passo dell’Europa a favore della flessibilità di bilancio?
Penso che alla fine prevarrà una maggioranza tendenzialmente conservatrice sulle regole di bilancio: i liberali dell’Alde potrebbero tendere una mano in questo senso. Il problema, comunque, non verte tanto sull’istituzione parlamentare, che conta poco. La partita principale si giocherà nel Consiglio dei ministri dell’Unione e ancor più tra i principali governi, dove si annuncia uno stallo. Il motivo principale è che in Francia, come avevamo previsto, Macron è stato sconfitto già alla prima occasione, e ha lasciato campo libero alla reazione lepenista. Il motore franco-tedesco in seno al Consiglio ne esce malandato, e le velleità di riforma europea più volte espresse dal presidente francese sono già uno sbiadito ricordo. In questo scenario, forse si troverà qualche accordo trasversale intorno al solito capro espiatorio degli immigrati, con nuove strette. Ma dal punto di vista della politica economica, per adesso non vedo possibilità di formare maggioranze “eretiche” in Europa.
Quindi Salvini andrà a sbattere contro un muro?
Ciò che gli preme davvero è la riforma fiscale: quell’orrore sperequativo che è la flat tax, o qualcosa che le vada vicino. In condizioni normali potrebbe ottenerla senza insistere troppo sui vincoli di bilancio, magari scassando un altro po’ quel che resta del welfare pubblico. Ma nell’attuale scenario macroeconomico è più complicato. La crescita zero sta già portando il deficit oltre il tre percento del Pil. Se vuol mantenere la promessa di non toccare l’IVA e al tempo stesso vuol fare una riforma fiscale di un certo peso, allora deve ampiamente superare quel limite.
In quel caso la “Leganomics” ci procurerebbe sanzioni da parte di Bruxelles? È già in arrivo la lettera UE per debito eccessivo...
L’ostacolo più grosso non sono le sanzioni europee. Piuttosto, se Salvini insisterà con l’idea di abbattere le tasse andando in deficit la reazione davvero importante sarà quella degli speculatori sui mercati, che interpreteranno il suo atteggiamento come una sorta di “me ne frego” verso la moneta unica e le sue regole. Così ripartiranno le scommesse sulla tenuta dell’eurozona e i tassi d’interesse aumenteranno ulteriormente.
A quel punto cosa accadrebbe?
Come abbiamo suggerito l’anno scorso sul Financial Times, l’unica soluzione logica sarebbe applicare una ricetta talvolta evocata persino dal FMI: repressione della finanza e controlli sui movimenti di capitale, al fine di riprendere il controllo politico sui tassi d’interesse e garantire la solvibilità del sistema. Ma Salvini non mi sembra il tipo. Sotto la felpa populista tanto cara alle partite IVA si cela in realtà un vecchio insider in doppiopetto, sempre più attento a non farsi nemici nella grande finanza.
Ne è sicuro? C’è chi sostiene che sulla politica economica Salvini sia pronto anche a svolte “eterodosse”...
Ho sempre detto che sul terreno della politica economica Salvini ha l’aria del gattopardo: spinto dal precipitare degli eventi potrebbe esser disposto anche a lasciare la moneta unica, ma sulla questione di fondo della repressione della finanza non credo cambierebbe nulla: se arrivasse all’aut aut con l’Europa, non si azzarderebbe ad applicare controlli sui movimenti di capitale.
Eppure si narra che in materia chiese aiuto anche a Lei. È vero?
Ci incrociammo per caso, in uno studio televisivo. Era il novembre 2011, in piena crisi dello “spread”, alla vigilia della nascita del governo Monti. In una concitata trasmissione di Piazza Pulita contestai la solita idea mainstream che una politica di sacrifici potesse riportare sotto controllo i tassi d’interesse e rimettere in equilibrio l’Unione monetaria. Anche Salvini era ospite in studio: non portava la barba, ancora non baciava i crocifissi e non ammiccava ai fascisti, ma era invece molto interessato alla questione che ponevo. A fine trasmissione, ci ritrovammo a cenare a base di mozzarella e pomodoro. Insistette per offrirmi la cena e mi propose di collaborare sul problema della tenuta dell’eurozona. Ringraziai gentilmente per la mozzarella ma rifiutai l’invito a collaborare. Col senno di poi, posso dire di avere avuto un discreto intuito premonitore: tra mitragliatrici, santini, omofobia, xenofobia, nuove autonomie a favore delle regioni più forti e nuove tassazioni a favore dei ricchi, dubito che mi sarei sentito a mio agio...
Nel campo progressista, intanto, la situazione sembra sconfortante: in Europa i socialdemocratici sono crollati, e anche Corbyn si è impantanato nella Brexit. Pure la sinistra radicale paga pegni pesanti: da Podemos a Melenchon passando per la Linke tedesca e la bruciante sconfitta di Tspiras in Grecia. Lei a vario titolo ha mosso critiche a tutte queste esperienze. Quali sono le responsabilità di una crisi così generale?
Siamo dinanzi a fenomeni di portata storica, prima di soffermarci sulle responsabilità dei gruppi dirigenti dovremmo analizzare le cause oggettive. Tuttavia, se proprio vogliamo restare su elementi di strategia politica, credo sia interessante che due protagonisti di punta della sinistra in Europa, Corbyn e Tsipras, stiano pagando un prezzo per i modi controversi con cui hanno gestito gli esiti di due fondamentali referendum sulla partecipazione dei loro paesi all’Unione. Una domanda che viene da porsi, per esempio, riguarda Tsipras: se invece di genuflettersi ai creditori e segnare l’inizio del suo declino avesse deciso di staccare la spina dell’eurozona, il corso degli eventi politici europei sarebbe stato diverso? Ossia, la dicotomia sterile tra le due forme fenomeniche della destra, quella liberista e quella xenofoba, sarebbe stata messa in discussione dall’esistenza di una terza via di sinistra alla crisi dell’integrazione capitalistica europea? A questi interrogativi non è facile dare una risposta, anche perché non è chiaro se e in che misura Stati Uniti, Russia e Cina sarebbero stati disposti ad accompagnare l’uscita della Grecia dalla moneta unica e a gestire le ripercussioni, sia economiche che geopolitiche. Tuttavia è una questione che ha un certo peso storico e che in mezzo a queste macerie forse merita di essere riesaminata.
I Verdi sono in crescita in gran parte dell’Europa. Possono esser considerati un valido contraltare al declino delle sinistre tradizionali?
La questione ecologica rappresenta un nodo nevralgico dei rapporti contraddittori tra capitalismo, attività umana e natura. Le crisi ambientali sono un tipico segnale dei fallimenti del libero mercato capitalistico e dell’esigenza di una moderna pianificazione pubblica dei principali processi produttivi. Il tema è di grande attualità e in linea di principio potrebbe contribuire alla costruzione di un’alternativa strategica al liberismo, al nazionalismo e alle loro funeste sintesi future. Non mi pare, tuttavia, che al momento i Verdi affrontino la questione in modo così profondo.
In Italia i Verdi non hanno raggiunto la soglia di sbarramento e La Sinistra ha ottenuto una profonda débacle. Che ne pensa?
Date le tendenze europee, era un esito ampiamente previsto. In prospettiva non è detto sia un male. C’è un’intera generazione di giovani, in Italia e nel resto d’Europa, che avverte sulla propria pelle i guasti e le contraddizioni dell’attuale modello di sviluppo, e che secondo i sondaggi più accreditati manifesta crescente attenzione verso una critica rigorosa e non velleitaria del capitalismo. Leve e pratiche politiche inedite si faranno largo per intercettare questa massa in espansione di nuova classe operaia.
C’è invece chi si consola con la tenuta del PD zingarettiano giunto secondo dopo la Lega. Può bastare?
Non direi. I dati indicano che il PD è stato votato, ancora una volta, soprattutto nei quartieri ricchi delle aree metropolitane. Temo sia questo, ormai, il bacino principale di voti di quel partito, al di là dei cambi delle dirigenze. Del resto, non vedo come si possa fare breccia nei quartieri operai e nelle periferie se l’unica opposizione al governo consiste nell’evocare di continuo la minaccia dello spread e nel dichiararsi “responsabili” dinanzi ai mercati finanziari. Quella che chiamo “sinistra spread” è un ossimoro che non ha futuro.
@giakrussospena
(28 maggio 2019)
Fonte
“Le lancette della Storia si sono messe a correre all’indietro”. L’economista Emiliano Brancaccio, autore del recente volume Il discorso del potere (Il Saggiatore 2019) e intellettuale di riferimento per il pensiero progressista, aveva da tempo allertato sui rischi di un’egemonia reazionaria e sovranista in Europa. Dopo le elezioni “terremoto” di domenica – dove in Italia la Lega ha fatto il pieno di consensi – lo abbiamo interpellato per capire quali ripercussioni ci saranno, politiche e di politica economica.
Professore, che effetto le ha fatto vedere Salvini ringraziare gli elettori tenendo il rosario in mano e baciando il crocifisso?
Un gesto alquanto grottesco, l’ennesimo segnale di un’involuzione del linguaggio e delle simbologie politiche. Un tempo quel bacio sotto i riflettori e quello sguardo rivolto al cielo, da novello “unto del Signore”, avrebbero suscitato non solo l’ironia di atei e agnostici, ma anche lo sdegno di larga parte del mondo cattolico. Oggi è diverso: c’è molta più indulgenza verso chi riesuma quel genere di ostentazioni religiose, un po’ canagliesche, che una volta si sarebbero dette da “colli torti”.
Però almeno su un punto il leader della Lega sembra spingere in avanti: vuole una conferenza per la riforma europea e intende ridiscutere i vincoli di bilancio pubblico con l’Unione. Che ne pensa?
Come il Fondo Monetario Internazionale ci ricorda, quei vincoli sono stati già violati da molti paesi: dalla nascita dell’euro il loro mancato rispetto si è verificato in due terzi dei casi. Una ridiscussione di questo e di molti altri punti contraddittori dei Trattati sarebbe dunque cosa logica, ma non vedo le condizioni politiche.
Eppure nel Parlamento europeo i sovranisti sono cresciuti, anche se non saranno maggioranza come qualcuno temeva: in Italia e in Francia sono primi, mentre la vecchia coalizione dei popolari e dei socialdemocratici subisce un arretramento un po' in tutto il continente. Non basta per un cambio di passo dell’Europa a favore della flessibilità di bilancio?
Penso che alla fine prevarrà una maggioranza tendenzialmente conservatrice sulle regole di bilancio: i liberali dell’Alde potrebbero tendere una mano in questo senso. Il problema, comunque, non verte tanto sull’istituzione parlamentare, che conta poco. La partita principale si giocherà nel Consiglio dei ministri dell’Unione e ancor più tra i principali governi, dove si annuncia uno stallo. Il motivo principale è che in Francia, come avevamo previsto, Macron è stato sconfitto già alla prima occasione, e ha lasciato campo libero alla reazione lepenista. Il motore franco-tedesco in seno al Consiglio ne esce malandato, e le velleità di riforma europea più volte espresse dal presidente francese sono già uno sbiadito ricordo. In questo scenario, forse si troverà qualche accordo trasversale intorno al solito capro espiatorio degli immigrati, con nuove strette. Ma dal punto di vista della politica economica, per adesso non vedo possibilità di formare maggioranze “eretiche” in Europa.
Quindi Salvini andrà a sbattere contro un muro?
Ciò che gli preme davvero è la riforma fiscale: quell’orrore sperequativo che è la flat tax, o qualcosa che le vada vicino. In condizioni normali potrebbe ottenerla senza insistere troppo sui vincoli di bilancio, magari scassando un altro po’ quel che resta del welfare pubblico. Ma nell’attuale scenario macroeconomico è più complicato. La crescita zero sta già portando il deficit oltre il tre percento del Pil. Se vuol mantenere la promessa di non toccare l’IVA e al tempo stesso vuol fare una riforma fiscale di un certo peso, allora deve ampiamente superare quel limite.
In quel caso la “Leganomics” ci procurerebbe sanzioni da parte di Bruxelles? È già in arrivo la lettera UE per debito eccessivo...
L’ostacolo più grosso non sono le sanzioni europee. Piuttosto, se Salvini insisterà con l’idea di abbattere le tasse andando in deficit la reazione davvero importante sarà quella degli speculatori sui mercati, che interpreteranno il suo atteggiamento come una sorta di “me ne frego” verso la moneta unica e le sue regole. Così ripartiranno le scommesse sulla tenuta dell’eurozona e i tassi d’interesse aumenteranno ulteriormente.
A quel punto cosa accadrebbe?
Come abbiamo suggerito l’anno scorso sul Financial Times, l’unica soluzione logica sarebbe applicare una ricetta talvolta evocata persino dal FMI: repressione della finanza e controlli sui movimenti di capitale, al fine di riprendere il controllo politico sui tassi d’interesse e garantire la solvibilità del sistema. Ma Salvini non mi sembra il tipo. Sotto la felpa populista tanto cara alle partite IVA si cela in realtà un vecchio insider in doppiopetto, sempre più attento a non farsi nemici nella grande finanza.
Ne è sicuro? C’è chi sostiene che sulla politica economica Salvini sia pronto anche a svolte “eterodosse”...
Ho sempre detto che sul terreno della politica economica Salvini ha l’aria del gattopardo: spinto dal precipitare degli eventi potrebbe esser disposto anche a lasciare la moneta unica, ma sulla questione di fondo della repressione della finanza non credo cambierebbe nulla: se arrivasse all’aut aut con l’Europa, non si azzarderebbe ad applicare controlli sui movimenti di capitale.
Eppure si narra che in materia chiese aiuto anche a Lei. È vero?
Ci incrociammo per caso, in uno studio televisivo. Era il novembre 2011, in piena crisi dello “spread”, alla vigilia della nascita del governo Monti. In una concitata trasmissione di Piazza Pulita contestai la solita idea mainstream che una politica di sacrifici potesse riportare sotto controllo i tassi d’interesse e rimettere in equilibrio l’Unione monetaria. Anche Salvini era ospite in studio: non portava la barba, ancora non baciava i crocifissi e non ammiccava ai fascisti, ma era invece molto interessato alla questione che ponevo. A fine trasmissione, ci ritrovammo a cenare a base di mozzarella e pomodoro. Insistette per offrirmi la cena e mi propose di collaborare sul problema della tenuta dell’eurozona. Ringraziai gentilmente per la mozzarella ma rifiutai l’invito a collaborare. Col senno di poi, posso dire di avere avuto un discreto intuito premonitore: tra mitragliatrici, santini, omofobia, xenofobia, nuove autonomie a favore delle regioni più forti e nuove tassazioni a favore dei ricchi, dubito che mi sarei sentito a mio agio...
Nel campo progressista, intanto, la situazione sembra sconfortante: in Europa i socialdemocratici sono crollati, e anche Corbyn si è impantanato nella Brexit. Pure la sinistra radicale paga pegni pesanti: da Podemos a Melenchon passando per la Linke tedesca e la bruciante sconfitta di Tspiras in Grecia. Lei a vario titolo ha mosso critiche a tutte queste esperienze. Quali sono le responsabilità di una crisi così generale?
Siamo dinanzi a fenomeni di portata storica, prima di soffermarci sulle responsabilità dei gruppi dirigenti dovremmo analizzare le cause oggettive. Tuttavia, se proprio vogliamo restare su elementi di strategia politica, credo sia interessante che due protagonisti di punta della sinistra in Europa, Corbyn e Tsipras, stiano pagando un prezzo per i modi controversi con cui hanno gestito gli esiti di due fondamentali referendum sulla partecipazione dei loro paesi all’Unione. Una domanda che viene da porsi, per esempio, riguarda Tsipras: se invece di genuflettersi ai creditori e segnare l’inizio del suo declino avesse deciso di staccare la spina dell’eurozona, il corso degli eventi politici europei sarebbe stato diverso? Ossia, la dicotomia sterile tra le due forme fenomeniche della destra, quella liberista e quella xenofoba, sarebbe stata messa in discussione dall’esistenza di una terza via di sinistra alla crisi dell’integrazione capitalistica europea? A questi interrogativi non è facile dare una risposta, anche perché non è chiaro se e in che misura Stati Uniti, Russia e Cina sarebbero stati disposti ad accompagnare l’uscita della Grecia dalla moneta unica e a gestire le ripercussioni, sia economiche che geopolitiche. Tuttavia è una questione che ha un certo peso storico e che in mezzo a queste macerie forse merita di essere riesaminata.
I Verdi sono in crescita in gran parte dell’Europa. Possono esser considerati un valido contraltare al declino delle sinistre tradizionali?
La questione ecologica rappresenta un nodo nevralgico dei rapporti contraddittori tra capitalismo, attività umana e natura. Le crisi ambientali sono un tipico segnale dei fallimenti del libero mercato capitalistico e dell’esigenza di una moderna pianificazione pubblica dei principali processi produttivi. Il tema è di grande attualità e in linea di principio potrebbe contribuire alla costruzione di un’alternativa strategica al liberismo, al nazionalismo e alle loro funeste sintesi future. Non mi pare, tuttavia, che al momento i Verdi affrontino la questione in modo così profondo.
In Italia i Verdi non hanno raggiunto la soglia di sbarramento e La Sinistra ha ottenuto una profonda débacle. Che ne pensa?
Date le tendenze europee, era un esito ampiamente previsto. In prospettiva non è detto sia un male. C’è un’intera generazione di giovani, in Italia e nel resto d’Europa, che avverte sulla propria pelle i guasti e le contraddizioni dell’attuale modello di sviluppo, e che secondo i sondaggi più accreditati manifesta crescente attenzione verso una critica rigorosa e non velleitaria del capitalismo. Leve e pratiche politiche inedite si faranno largo per intercettare questa massa in espansione di nuova classe operaia.
C’è invece chi si consola con la tenuta del PD zingarettiano giunto secondo dopo la Lega. Può bastare?
Non direi. I dati indicano che il PD è stato votato, ancora una volta, soprattutto nei quartieri ricchi delle aree metropolitane. Temo sia questo, ormai, il bacino principale di voti di quel partito, al di là dei cambi delle dirigenze. Del resto, non vedo come si possa fare breccia nei quartieri operai e nelle periferie se l’unica opposizione al governo consiste nell’evocare di continuo la minaccia dello spread e nel dichiararsi “responsabili” dinanzi ai mercati finanziari. Quella che chiamo “sinistra spread” è un ossimoro che non ha futuro.
@giakrussospena
(28 maggio 2019)
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