Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/12/2025

Il governo cerca di bloccare il gemellaggio tra Riace e Gaza

Incredibile da credersi, eppure il governo – tramite il ministro degli Affari Regionali Calderoli – sta cercando di bloccare l’attuazione del gemellaggio tra il Comune di Riace e Gaza.

Il gemellaggio era stato firmato dal sindaco Mimmo Lucano lo scorso agosto con il sindaco di Gaza City Yahya Sarraj intervenuto in videocollegamento.

Lo schema di gemellaggio con Gaza era poi stato inviato al ministero per gli Affari regionali e le autonomie ma dal ministero è arrivata una risposta negativa in quanto questo gemellaggio potrebbe “arrecare un grave pregiudizio alla politica estera italiana” a causa del “legame esistente tra consigli locali e sindaci di Gaza e l’organizzazione terroristica Hamas, sottoposta a sanzioni da parte dell’Unione europea”.

Nella sua lettera inviata al sindaco di Riace Mimmo Lucano, il ministro Calderoli spiega che “a conclusione dell’istruttoria esperita presso le amministrazioni interessate, si rappresenta che il ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale ha espresso parere negativo alla sottoscrizione del gemellaggio”.

Il parere negativo arrivato dalla Farnesina, ha voluto sottolineare che “sussistono rilevanti motivi ostativi, connessi al legame esistente tra consigli locali e sindaci di Gaza e l’organizzazione terroristica Hamas. Pertanto, ove effettivamente concluso, il gemellaggio in questione sarebbe suscettibile di arrecare un grave pregiudizio alla politica estera italiana. L’Italia, infatti, sostiene senza ambiguità la necessità di escludere Hamas da qualsivoglia futuro politico e securitario nella Striscia”.

Dopo la lettera di Calderoli, Mimmo Lucano ha replicato che la lettera ricevuta è “gravissima perché, senza alcuna spiegazione nel merito, il ministero degli Esteri accusa il sindaco di Gaza di essere legato ad Hamas. Come la nostra iniziativa possa arrecare danno alla politica estera italiana dovrebbe chiarirlo il ministro Antonio Tajani che, assieme a tutto il governo, sembra più interessato a capire cosa accade a Riace, piuttosto che impegnarsi in un reale percorso di pace in Palestina”.

Ci auguriamo che il sindaco di Riace proceda sulla sua strada infischiandosene dei diktat del governo e dando materialità al gemellaggio con Gaza.

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12/10/2023

Mimmo Lucano assolto, il “modello Riace” va riproposto

L’assoluzione completa di Mimmo Lucano smonta, tra l’altro, una strategia di gestione dell’immigrazione che accomuna da anni il centrodestra e il PD. Non bisogna infatti dimenticare che l’offensiva giudiziaria contro Lucano è stata condotta materialmente dalla Procura di Locri, ma “supportata” politicamente dalle amministrazioni locali che a quel tempo avevano come riferimento politico un ex ministro dell’interni di quel partito.

Andiamo con ordine. Il “processo Xenia” si è concluso ieri pomeriggio nell’aula della Corte d’Appello di Reggio Calabria smontando completamente la sentenza di primo grado.

L’unico reato rimasto nel pettine è un “abuso d’ufficio” relativo a una delle delibere da lui firmate quando era sindaco. Una sulle 53 prese in esame dalla Corte.

Nessuna appropriazione indebita, nessuna “associazione a delinquere”, nessuno “falso” commesso nell’esercizio delle funzioni, nessun favoreggiamento dell’”immigrazione clandestina”.

Resta censurata solo una “disattenzione” tipica del lavoro quotidiano di un sindaco, una “forzatura” delle norme per risolvere un problema minimo (di quelli che bisogna quotidianamente affrontare in un piccolo comune, di valore economico pari a zero ma burocraticamente “enorme”, stando alla lettera di norme pensate da legislatori che vivono sulla Luna).

Punita formalmente con un anno e sei mesi di detenzione, ma pena sospesa secondo legge. Erano stati dati 13 anni e mezzo in primo grado.

Festa grande per lui e tutti gli attivisti, naturalmente. Ma a mente fredda bisognerà inquadrare anche le conseguenze di questa assoluzione sul “modello” imposto in modo bipartisan dagli ultimi governi contro l’accoglienza dei migranti.

Il “modello Riace” finito sotto processo, infatti, utilizzava il ‘Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati’ (Sprar), affidato agli enti locali, che prevede(va) oltre alla semplice fornitura di vitto e alloggio anche “misure di informazione, accompagnamento, assistenza e orientamento”.

Insomma, una strategia di integrazione progressiva tesa ad evitare la maggior parte dei problemi che si creano buttando la gente per strada o nei lager.

Il successo non solo europeo del “modello Riace” contrastava apertamente con la volontà dei governi degli ultimi dieci anni (tutti, nessuno escluso) di risolvere invece in modo molto sbrigativo il “problema dell’accoglienza” affidando la soluzione ai “Cpr” (veri e propri lager temporanei) e alle espulsioni (complicate da realizzare).

La criminalizzazione di Mimmo, insomma, era stata un tassello fondamentale di questa linea politica bipartisan.

Ora si apre la possibilità di recuperare la logica dell’esperienza di Riace riproponendola come alternativa alla linea del governo. Non tanto, o non solo, per “motivi umanitari”. Ma per ragioni di efficienza.

Un modello che toglie i migranti dalle strade e li integra toglie anche argomenti agli “imprenditori della paura”, quelli che incancreniscono i problemi e le differenze (di pelle, cultura, lingua, abitudini, ecc.) per regnare su un popolo in parte terrorizzato e in parte bastonato.

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21/12/2021

La condanna di Mimmo Lucano: uno sconclusionato teorema

“Un vero e proprio organismo associativo elevato a Sistema, che ruotava attorno all’illegale approvvigionamento di risorse pubbliche”.

Per il Tribunale di Locri era questo il “modello Riace” messo in piedi da Mimmo Lucano, condannato, in primo grado a 13 anni e 2 mesi di carcere, alla fine del processo “Xenia”. Scrive così Il giudice Fulvio Accurso nelle motivazioni della sentenza emessa a fine settembre scorso.

Nel provvedimento si parla di un “sistema che si basava su una piattaforma organizzativa collaudata e stabile, che si avvaleva dell’esperienza e della forza politica che Lucano possedeva e che questi esercitava in forma padronale ed esclusiva, tanto da indurre tutti al silenzio [...] l’encomiabile progetto inclusivo dei migranti, che si traduceva nel Modello Riace, invidiato e preso ad esempio da tutto il mondo”.

Ma lo stesso “si sarebbe reso conto che dal modello Riace avrebbe potuto garantirsi una comoda vecchiaia. E per questo avrebbe investito denari pubblici per futuri investimenti immobiliari che gli avrebbero consentito oltre a una visibilità politica un futuro tranquillo sul piano economico” salvo poi ribadire, che Mimmo Lucano “non ha nemmeno un euro nel proprio conto corrente”.

Secondo Accursio, Mimmo Lucano avrebbe ”strumentalizzato il sistema dell’accoglienza a beneficio della sua immagine politica” mettendo in piedi un’organizzazione “tutt’altro che rudimentale, che rispettava regole precise a cui tutti si assoggettavano, permeata dal ruolo centrale, trainante e carismatico di Lucano il quale consentiva ai partecipi da lui prescelti di entrare nel cerchio rassicurante della sua protezione associativa, per poter conseguire illeciti profitti, attraverso i sofisticati meccanismi, collaudati negli anni e che ciascuno eseguiva fornendogli in cambio sostegno elettorale[...]".

Domenico Lucano, “dopo aver realizzato l’encomiabile progetto inclusivo dei migranti, che si traduceva nel Modello Riace, invidiato e preso ad esempio da tutto il mondo, essendosi reso conto che gli importi elargiti dallo Stato erano più che sufficienti, aveva pensato di reinvestire in forma privata gran parte di quelle risorse, con progetti di rivalutazione del territorio, che, oltre a costituire un trampolino di lancio per la sua visibilità politica, si sono tradotti nella realizzazione di plurimi investimenti che costituivano una forma sicura di suo arricchimento personale (?), su cui egli sapeva di poter contare a fine carriera, per garantirsi una tranquillità economica che riteneva gli spettasse, sentendosi ormai stanco per quanto già realizzato in quello specifico settore”.

Per il Tribunale “nulla importa che l’ex sindaco sia stato trovato senza un euro in tasca perché ove ci si fermasse a valutare questa condizione di mera apparenza, si rischierebbe di premiare la sua furbizia, travestita da falsa innocenza, ignorando però l’esistenza di un quadro probatorio di elevata conducenza, che ha restituito al Collegio un’immagine ben diversa da quella che egli ha cercato di accreditare”.

In tutta evidenza, siamo davanti ad un teorema giuridico monstre, ovvero, ad un classico caso di ipotesi “criminale” che si suppone valida fin dall’inizio e di una tesi che si cerca, in tutti i modi, di individuare, o si pretende di individuare.

Una serie di asserzioni con pretese di esemplarità e di assolutezza che poi non mancano di appellarsi ad un quadro probatorio “di elevata conducenza”, senza, però, chiarire quale relazione materiale, concreta, vi sia tra i fatti contestati a Mimmo Lucano e l’esistenza di un suo fantomatico “disegno criminale”.

Tutto lo sconclusionato teorema giuridico si basa sull’arbitrario collegamento di alcuni atti di Mimmo Lucano – gli investimenti di risorse pubbliche – con ciò che egli stesso definisce, in un certamente involontario lapsus, “progetti di rivalutazione del territorio”.

Quei progetti che per Accursio altro non erano, però, che un “trampolino di lancio per la sua visibilità politica” e che per il medesimo si sarebbero tradotti nella “realizzazione di plurimi investimenti” e “una forma sicura di suo arricchimento personale su cui egli sapeva di poter contare a fine carriera per garantirsi una tranquillità economica che riteneva gli spettasse, sentendosi ormai stanco per quanto già realizzato in quello specifico settore”.

Un delirio di congetture ed illazioni di proporzioni inusitate – secondo cui proprio l’inesistenza di prove costituirebbe “una prova” – che difficilmente potrà reggere ad un secondo grado di giudizio. Ma intanto i danni e le ferite restano, tanto alla persona di Mimmo Lucano quanto a quel po’ che rimane di convivenza civile e solidale, e non si cancelleranno facilmente.

Dal complesso di queste motivazioni a sostegno della scandalosa sentenza che ha inflitto una pena di inaudita durezza nei confronti di Lucano, emerge, in tutta evidenza, un fumus persecutionis e le argomentazioni usate non sembrano affatto dettate dalla mera applicazione della legge e da una ricerca della verità, quanto, invece, dall’intenzione implicita di colpire personalmente e politicamente Mimmo Lucano, divenuto, suo malgrado, un simbolo ed un modello scomodo.

Un “nemico” non solo per coloro che hanno cavalcato, per pura demagogia, in tempi e modi diversi, la xenofobia, il razzismo e la ricerca di facile consenso ma, anche, per tutto un sistema che trae profitto, ogni giorno, dallo sfruttamento, sistematico e selvaggio, dei migranti ai quali non viene riconosciuto, ancora oggi, alcun diritto.

Basterebbe semplicemente chiedersi da dove viene gran parte del cibo che troviamo tutti i giorni in vendita sugli scaffali della grande distribuzione commerciale.

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09/10/2021

Ottoemezzo, il giornalismo al servizio dei potenti di Lilli Gruber

Il 13 maggio 2020 a due mesi dall’inizio della pandemia, il numero due dell’OMS #RanieriGuerra aveva imposto la rimozione di un documento che giudicava l’Italia impreparata davanti alla pandemia da covid-19 che l’aveva travolta. Il report era stato redatto da un team di 11 scienziati europei dell’Oms tra i quali anche l’italiano Francesco Zambon, ricercatore poi dimessosi dal suo incarico all’OMS.

Il documento dei ricercatori di Venezia certificava l’impreparazione dell’Italia davanti alla pandemia e, a differenza di quanto sosteneva Guerra, era stato approvato dagli uffici centrali di Ginevra. Molti sapevano dell’insabbiamento del rapporto OMS sulla gestione italiana del Covid, a partire, come dicono i giornalisti di #Report, da Goffredo Zaccardi, Capo di gabinetto del ministro Speranza.

Da aprile il numero due dell’Oms Ranieri Guerra è indagato a Bergamo. I magistrati gli contestano di avere messo a verbale delle bugie quando venne sentito come testimone per 5 ore a novembre. Al centro dell’indagine il mancato aggiornamento del piano pandemico dal 2006 che ha portato a uno scontro tra Guerra e Francesco Zambon, il funzionario che si è dimesso dall’Oms proprio in seguito a questa vicenda.

Ieri sera Ranieri Guerra era ospite della trasmissione che va in onda su LA7, #Ottoemezzo. Per tutta la puntata Lilli Gruber ha fatto una serie di domande molto accomodanti sulla situazione pandemica del paese, ma nemmeno un minimo accenno alle vicende per cui Ranieri Guerra è attualmente indagato.

Tutt’altro trattamento ha ricevuto, invece, #MimmoLucano. Giovedì sera, durante la puntata .di Otto e mezzo, Mimmo Lucano ha provato a spiegare a Lilli Gruber che il famoso “modello Riace” era nato in realtà per caso: “Ho risposto a un impulso, un istinto, ho collaborato con un vescovo. Io in quel periodo ero molto impegnato“.

A quel punto la giornalista gli contestava il suo ruolo da sindaco e Mimmo Lucano le rispondeva che quando ha iniziato a collaborare col prelato non era ancora stato investito della carica pubblica. “Però le vengono contestati reati gravi anche perché lei aveva per le mani soldi pubblici, ma lei ha preso soldi per sé?“, ha continuato Lilli Gruber.

Ma, anche in questo caso, l’ex sindaco ha negato tutto: “Basta guardare gli atti dove c’è scritto che non ho preso soldi per me“.

In questo caso, però, la conduttrice di Otto e mezzo non ha mollato il colpo e ha replicato a Lucano mettendo in evidenza che in Italia esistono i “pubblici amministratori che fanno accoglienza senza violare le leggi. Lei invece ha dovuto fare fatture false, dichiarazioni false, appalti senza gara pubblica, perché?“.

Mimmo Lucano si è smarcato ulteriormente dalle parole della conduttrice, ribadendo che “c’è una descrizione sbagliata che stravolge la realtà” ma Lilli Gruber, fredda ed imperturbabile, ha ricordato all’ex sindaco di Riace che “questo è quello che dice la sentenza“.

La sentenza di condanna di primo grado, contestata da giuristi di primissimo piano, ma che, nella puntata di ieri sera, la Gruber ha usato contro Lucano come se fosse definitiva.

Due pesi e due misure. Se c’è in studio il potente indagato per fatti connessi alla più grande strage pandemica del dopoguerra i giornalisti alla Gruber si fanno zerbino. Se invece c’è in collegamento un povero disgraziato nullatenente condannato come se avesse diretto un clan mafioso mentre invece ha dedicato la vita al riscatto degli ultimi degli ultimi, la Gruber si trasforma in Pubblico Ministero. Anzi, peggio: nel tribunale di Locri che ha raddoppiato le richieste del PM.

Buio.

P.S. Naturalmente dev’essere soltanto una coincidenza che Lilli Gruber sia stata diverse volte tra gli invitati al Bilderberg Group...

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30/09/2021

La condanna di Mimmo Lucano, roba di un altro mondo

Tredici anni e due mesi. Tanto un tribunale di questo disgraziatissimo Paese ha ritenuto di dover comminare a Mimmo Lucano, tre volte sindaco di Riace, ritenuto colpevole di “associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, truffa, peculato e abuso d’ufficio”.

Una sentenza così abnorme da sembrare scritta in trance dal Matteo Salvini di questi giorni – alle prese con la vicenda del suo “guru” dei social media, inchiodato a una sordida vicenda di festini gay e droghe varie (decisamente agli antipodi dell’immaginario trash idealizzato dalla sua creatura, “la Bestia”).

Il processo “Xenia” messo in piedi dalla procura di Locri – cui pure non dovrebbe mancare autentica “materia criminosa” da trattare – era partito fin dall’inizio con il piede sbagliato, mettendo al centro presunte “irregolarità nell’utilizzo dei finanziamenti governativi per la gestione dei migranti”, sotto la pressione dei ministri dell’interno d’allora (Marco Minniti, del Pd, anche lui calabrese, e poi Matteo Salvini, che non ha bisogno di ulteriori specificazioni).

Già allora, infatti, l’Italia ebbe modo di mostrare la propria indignazione per un arresto alquanto immotivabile, visto che il “modello Riace” era diventato in tutta Europa un parametro di riferimento per l’accoglienza e l’integrazione dei profughi di mille disavventure in altri continenti.

Un’accoglienza “spartana”, fatta con pochissime risorse, all’interno del “modello Sprar”, che i governi di quel periodo – di centrosinistra e a maggior ragione di centrodestra – andavano eliminando a favore di una prassi semi-carceraria degna della Gestapo.

Le “irregolarità” addebitate a Mimmo Lucano, fin dal primo momento, erano apparse per quel che erano: fantasiose improvvisazioni amministrative sul filo di leggi e regolamenti fatti per non funzionare, come gli affidamenti diretti (ad una cooperativa di profughi) di servizi comunali ben poco appetibili per una “gara d’appalto internazionale” – la raccolta rifiuti fatta con gli asini, per le vie scalinate del vecchio paese – o un paio di matrimoni celebrati per “sistemare” problemi di cittadinanza altrimenti irrisolvibili.

Una destinazione di fondi scarsi, per cui Lucano venne comunque accusato di “truffa aggravata per il conseguimento di erogazione pubbliche ai danni dello Stato e dell’Unione Europea”, oltre che di “concussione e abuso d’ufficio”.

Una prosopoea tribunalizia decisamente fuori misura per cose da far sorridere, in una regione infestata da ben altri “fenomeni criminosi”, dove persino il cartello di ingresso al Comune sede della Procura figura, ancor oggi, crivellato di proiettili. Mimmo sarebbe convenuto intavolare una “trattativa con la Mafia”, avrebbe rischiato certamente di meno...

Per Mimmo furono invece due anni di arresti domiciliari, seguiti da “divieto di dimora” nel Comune di residenza, di cui era stato sindaco, ma anche di manifestazioni di solidarietà nazionale e internazionale, di cortei e quasi “pellegrinaggi” per testimoniargli solidarietà.

Una popolarità immutata, da quattro anni a questa parte – tanti ne sono passati dal momento dell’arresto – che ne ha giustificato in qualche misura la candidatura nella lista di De Magistris per le elezioni regionali di domenica prossima. Al contrario della vicenda Morisi, però, questa “giustizia ad orologeria” avrà probabilmente effetti benefici, anziché invalidanti.

La pena erogata in primo grado appare talmente insensata, anche ad un primo sguardo, da sembrare proveniente da un altro pianeta. La Corte di Cassazione, nel 26 febbraio 2019, ritenne di dover revocare il divieto di dimora per l’assenza di indizi di “comportamenti fraudolenti” dello stesso Mimmo “per assegnare alcuni servizi”.

Ciò nonostante il Tribunale di Locri ci mise ben sette mesi per dar seguito a quella sentenza, applicando la decisione di revoca solo nel settembre dello stesso anno. Un segno evidente di contrarietà che non trovava giustificazione “nelle carte giudiziarie”, ma anticipava in qualche modo l’abnorme verdetto di oggi.

Peggio ancora. La sentenza supera di quasi il doppio la richiesta del Pubblico Ministero (ossia dell’accusa). Quest’ultimo aveva richiesto infatti una condanna a “soli” 7 anni e 11 mesi.

Inutile, per pura mancanza di spazio, dar conto di tutte le reazioni indignate esplose immediatamente in ogni ambito della società civile e persino dell’ignobile “classe politica” che vive sulle nostre spalle.

Vedremo appena possibile, come si dice, “le motivazioni della sentenza” (al momento abbiamo solo “il dispositivo”: 30EFE226-6C83-4B0B-9F78-1FEA078408BF-unito), ma già ora appare chiaro che l’eccesso di zelo persecutorio di questa Corte gioca a favore di una revisione radicale in sede di giudizio d’appello. Quando si esagera fino a questo punto, si può solo raggiungere un risultato opposto a quello voluto.

Gli avvocati Pisapia e Daqua hanno scritto in una nota:
«Una sentenza lunare e una condanna esorbitante che contrastano totalmente con le evidenze processuali: oltre tredici anni di carcere per un uomo come Mimmo Lucano che vive in povertà e che non ha avuto alcun vantaggio patrimoniale e non patrimoniale dalla sua azione di sindaco di Riace e, come è emerso nel corso del processo si è sempre impegnato per la sua comunità e per l’accoglienza e l’integrazione di bambini, donne e uomini che sono arrivati nel nostro Paese per scappare dalle guerra, dalle torture e dalla fame.

È difficile comprendere come il Tribunale di Locri non abbia preso nella giusta considerazione quanto emerso nel corso del dibattimento, durato oltre due anni, che aveva evidenziato una realtà dei fatti ben diversa da quella prospettata dalla pubblica accusa. Per ora purtroppo possiamo solo sottolineare che non solo la condanna, ma anche l’entità della pena inflitta a Mimmo Lucano sono totalmente incomprensibili e ingiustificate e aspettare le motivazioni della sentenza per poter immediatamente ricorrere in appello nella convinzione che i successivi gradi di giudizio modificheranno una decisione che ci lascia attoniti».
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13/06/2020

Le scuse tardive a Mimmo Lucano e al “modello Riace”

Dunque, alla luce del giudizio del Consiglio di Stato, il “Modello Riace” poteva e stava funzionando. Come i giudici amministrativi del Tar, anche quelli del CdS danno ragione a Mimmo Lucano e alle sue politiche definendo ‘encomiabile’ quell’esempio e smantellano così il piano dell’ex ministro degli interni Salvini che è servito, purtroppo, a delegittimare quel progetto collaudato a Riace dall’ex sindaco e che stava facendo scuola nel campo dell’accoglienza e dell’integrazione dei migranti.

Per amore di verità, era cominciato tutto con accertamenti ordinati dal precedente ministro Minniti che hanno di fatto interrotto le sovvenzioni dei progetti dal 2017 in poi, ma con Salvini ha subìto il colpo del KO e perciò era stato estromesso dalla rete Sprar, il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati del governo.

È evidente quindi che il ministero degli interni a guida leghista di allora non aveva nessuna motivazione valida per escluderlo, in aggiunta senza un avvertimento che intimasse di correggere eventuali anomalie e, addirittura dopo una relazione ispettiva della prefettura che, invece, ne elogiava la bontà.

In effetti non erano emersi reati che potevano portare all’espulsione dallo Sprar e all’arresto di Lucano, trasformato poi in esilio.

In sostanza, in merito alle accuse di irregolarità amministrative e gestionali, non erano stati individuati realmente ed effettivamente i punti critici, solo accuse generiche. Insomma si è voluto realizzare un quadro con tinte fosche che suscita molte perplessità.

Ora è chiaro a tutti, quantomeno a coloro che vogliono vedere e non guardare in aria, che l’unica spiegazione di tutta questa vicenda per cui Lucano è ancora sotto processo, può essere esclusivamente di natura politica ovvero quella di abbattere una esperienza unica, che per mezzo del suo artefice rischiava di innescare una rivoluzione socio-culturale che poteva essere esportata anche fuori, difatti in tanti altri posti si stava provando a riprodurla.

Si capisce bene, allora, che per un ministero a guida reazionaria e oscurantista, che ha sempre avversato la cultura dell’accoglienza e dell’integrazione dei migranti, era una sconfitta rumorosa che poteva suonare qualche campanello d’allarme e fare arretrare il consenso. Perciò Mimmo Lucano andava bloccato e la sua idea demolita.

Adesso si spera che, con la decisione dei massimi giudici, Riace, per il momento a trazione leghista, venga riammesso a tutti gli effetti nel programma di protezione per i migranti da parte dello stato, si attende la sentenza definitiva del processo in corso.

Con la speranza che presto venga fatta luce su un uomo che ha commesso il solo reato di umanità pagando un prezzo molto alto per aver accolto e difeso gli ultimi, e su un capitolo di storia socio-politica di livello mondiale che parla di fratellanza tra popoli e che nonostante tutto non è mai stato definitivamente chiuso, grazie a tanti cittadini liberi, intellettuali, politici, artisti riuniti in altrettante associazioni, animati dalla cultura della solidarietà e della partecipazione alla lotta per la difesa della libertà, dell’uguaglianza e dei diritti universali.

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06/09/2019

Mimmo Lucano e Carola Rachete, la magistratura “fiuta l’aria”

Siamo naturalmente molto contenti che a Mimmo Lucano sia stato tolto l’assurdo divieto di dimora nel comune di cui era sindaco – Riace – prima dell’altrettanto assurdo arresto. E troviamo in qualche misura divertente (la Storia sa essere molto ironica...) che ora Salvini sia indagato per diffamazione nei confronti di Carola Rackete, la comandante tedesca della Sea Watch 3, di cui non era riuscito ad ottenere l’arresto.

Troviamo indicativo che queste due cose siano accadute nello stesso giorno in cui il nuovo-mezzo vecchio governo giurava nelle mani del presidente della Repubblica (che pure aveva controfirmato entrambi i decreti sicurezza voluti da Salvini, sollevando “perplessità” che, da ex membro della Corte Costituzionale, ben sapeva riguardare rilievi palesi di assoluta incostituzionalità).

Non crediamo che la magistratura esegua pedissequamente “ordini” provenienti da una classe politica che spesso e volentieri strapazza. Anzi, in diversi casi, in questo paese, è stata direttamente la magistratura a scrivere le peggiori leggi (a partire da quelle dell’“emergenza antiterrorismo”, negli anni ‘70), portando dentro la giurisdizione “normale” procedure e sanzioni da Stato di polizia.

Sappiamo però – abbiamo una certa esperienza, purtroppo – che buona parte dei magistrati “fiuta l’aria” e reagisce di conseguenza. In questo caso con una rapidità tale da lasciar spazio anche al sospetto opposto (dare un assist alla propaganda di destra).

Il che costringe a misurare quanto la breve stagione del “Truce” elevato a ministro dell’interno abbia abbrutito quel che restava (poco e slabbrato) dello “Stato di diritto”.

L’arresto di Mimmo Lucano poteva avvenire tranquillamente anche quando era ministro Marco Miniti, che sulla questione migranti è pressoché indistinguibile dal successore (comunicazione social a parte), ma è solo con Salvini sulla tolda di comando che qualcuno – in magistratura come nei vari corpi di polizia – si è sentito davvero “libero” di fare come più gli aggrada. Di “fare la legge”, anziché applicarla.

Il “cambio di clima” è minimo, non vi illudete. Avverranno cose simili, ma “condite meglio”, Con meno frasi mussoliniane e meno sbrasate da spiaggia. Anzi, più velenose perché accompagnate da grandi slinguazzate retoriche alla “legalità democratica”.

Però di questo ci occuperemo da domani. Per oggi sorridiamo con Mimmo che ha potuto riabbracciare il vecchio padre malato (come definire lo Stato che lo ha impedito per tanti mesi?).

E ci segniamo il procedimento per diffamazione contro Salvini tra i fatti che, tardivamente, ricordano che essere investiti di “poteri forti”, ancorché non “pieni”, non consente neanche a un vicepremier di epistrofare come «sbruffoncella, criminale, fuorilegge, delinquente, tragettatrica di immigrati clandestini», chi salva vite in mare.

L’abbrutimento istituzionale, infatti, ha seguito a lungo quella della “comunicazione che punta alla pancia della gente”. Che, come noto, è occupata in processi metabolici naturali ma non per questo bene odoranti.

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14/07/2019

La strada sbagliata. Dalla Sea Watch all’antifascismo

In Italia il dibattito politico è sospeso in un limbo su cui vale la pena spendere alcuni ragionamenti.

La dialettica vera, sulle questioni che riguardano i nodi reali da sciogliere, è ferma a quella tra le due formazioni di governo, nonché la componente più direttamente emanazione della UE, rappresentata da Tria e Moavero, mentre le opposizioni di “sinistra” ritrovano nell’antifascismo uno spontaneo e strumentale collante.

Le virgolette alla definizione sinistra sono quanto mai appropriate, inserendo il PD dentro tale opposizione. Ma nella percezione di massa, ancor di più in assenza di una forza credibile di classe, il PD è gran parte della “sinistra”. Nelle nostre riflessioni spesso questo “dettaglio” viene omesso o rimosso.

E la parola d’ordine dell’antifascismo è quella attorno a cui proprio il PD sta cercando di riaggregare forze. Non ci vuole molto per capirlo visto che la guida politica di tale strategia si è espressa sulle pagine di Repubblica. Dopo il Caimano, c’è il Capitano da combattere, ma la sostanza non cambia.

I fatti ci dicono che da quando questa campagna è iniziata il partito di Salvini è passato dal 17 al 35% dei consensi, la sinistra radicale non è avanzata di un centimetro e il PD ha riacquisto, seppure ancora molto a stento e tra mille contraddizioni, la patente del Partito che credibilmente si può candidare a guida di un’alternativa.

Se questi sono i risultati qualcosa non funziona quantomeno per i soggetti che in forme variegate tentano di rilanciare un’opzione comunista e di sinistra alternativa non solo al Governo giallo-verde, ma anche al PD.

Già su questa rivista abbiamo affrontato l’argomento nell’articolo “Antifascisti del XXI secolo”, a cui rimandiamo per capirne l’approccio, ma le ultime vicende richiedono un breve approfondimento.

La crisi globale e i cambiamenti strutturali che ne stanno scaturendo determinano certamente reazioni nel tessuto sociale di carattere regressivo. E questo è la storia che lo dice. Di esempi se ne possono rintracciare a decine.

L’assenza di una soggettività anticapitalistica, in grado di ricomporre la classe lavoratrice su un terreno generale di cambiamento e la desertificazione politica degli ultimi venti anni, portano quasi naturalmente vasti settori popolari a sposare la causa di Salvini e della Lega, che sull’immigrazione ha un cavallo di battaglia a costo zero. O, per dirla meglio, milioni di persone, attanagliate da questioni reali, che spostano velocemente i propri consensi seguendo la spinta del momento, oggi hanno canalizzato l’attenzione su Salvini.

È la stessa spinta che porta alla disaffezione al voto o che ha portato i Cinquestelle al Governo. Questo significa che qualsiasi riflessione non funziona se non tiene conto dell’alta fluidità di consensi che, in qualche modo, rappresenta l’opportunità di un quadro modificabile.

I fatti e le vicende vanno analizzati con oggettiva razionalità se si vuole costruire una risposta all’altezza. Troppo spesso a sinistra siamo a caccia di eroi e punti di riferimento che improvvisamente diventano il centro di una prospettiva. Basti pensare a Mimmo Lucano a Riace o la “Capitana” Carola. Persone che hanno la massima considerazione di chi scrive, ma che non possono semplicisticamente essere portati a modello, perché oggettivamente non lo sono e loro stessi ne sono consapevoli.

In realtà è solo con la capacità e la forza di indicare una prospettiva generale e con una concreta piattaforma in grado di evocarla che è possibile ribaltare la situazione. Insomma, con un lavoro di lunga lena.

L’operato di Carola Rakete non può diventare l’appiglio su cui la sinistra politica può impostare la sua battaglia. Non si può ingaggiare la scontro sull’immigrazione senza tenere conto di un senso comune generale che scaturisce dalle condizioni materiali di milioni di proletari. Da questo deve partire il ragionamento. Senza ricostruire questo filo che definisce i nemici principali e quelli secondari nel tessuto di classe, non si va da nessuna parte. Se non ci si pone il tema del blocco sociale nessuna lotta gridata dalle banchine di Lampedusa potrà produrre risultati per i lavoratori italiani e stranieri, che a diversi gradi di sfruttamento abitano stabilmente le società contemporanee.

E dalle pagine di Repubblica tali nessi vengono rimossi, con il risultato di coprire le responsabilità dei Governi precedenti e dell’Europa, spingendo tutto contro l’attuale vicepremier. Non cadere in questo tranello è importante.

In questo senso la parola d’ordine dell’antifascismo quale centro della battaglia politica contro il Governo è assolutamente fuorviante. Lo è perché non siamo in un regime di questo tipo, né le classi dominanti puntano a riprodurre e sostenere forme vicine al fascismo storico, e perché i cosiddetti sovranisti per essere sconfitti vanno disvelati non in quanto fascisti ma perché espressione di un progetto che ha un respiro corto e non è in grado di portare a fondo la maggior parte dei suoi proclami. Dalla stessa immigrazione fino alla reale volontà di rottura con l’Unione Europea.

In realtà, come abbiamo ribadito più volte, un vero antifascismo nel XXI secolo non può che trovare radici contro le forme sempre più dominanti di oligarchia politica che in maniera soft, ma non sempre così soft, ha ormai da anni ridotto l’agibilità democratica. Su questo sono da leggere le considerazioni di Putin sulla fine della democrazia liberale, non per condividerle ma per ragionare sul tema. Il tutto con il PD e Repubblica come parte attiva. In questo senso ha ragione di essere scomodato l’antifascismo nella sua essenza di difesa democratica e l’incompatibilità della Costituzione italiana con i vincoli europei. La battaglia, invece, contro i Salvini si fa dimostrando che di fatto il suo fumo è sprigionato da un arrosto piuttosto insignificante.

È bene che quel che resta della sinistra ragioni su questi semplici concetti, pena di non farlo è quello di fare gli inconsapevoli portatori d’acqua di chi è causa del contesto politico che abbiamo di fronte. E non ci sembra che sia la strada più proficua da percorrere.

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03/06/2019

Mimmo Lucano e le eterne amnesie dei “ripartiamo da...”

Fino a domenica scorsa Mimmo Lucano era una star.

Tutti lo volevano e tutti lo cercavano.

Poi improvvisamente, dopo che si sono saputi i risultati delle amministrative a Riace, tutto è cambiato.

Da lunedì è cominciato un fenomeno di vera e propria rimozione della persona, delle idee e dell’esperienza politica e sociale che Mimmo rappresenta.

Che a farlo siano i media filo Pd tipo Repubblica che da sempre hanno cercato di strumentalizzare il modello Riace non mi stupisce. E non mi stupisce neanche che a farlo sia quella parte di Partito Democratico, Sala e Pisapia in testa, che hanno cercato inutilmente di coptarlo per pescare voti nel movimento antirazzista che si è sviluppato nell’ultimo anno.

Non capisco invece le reazioni di una parte del nostro mondo.

Ci sono quelli che per mesi hanno ripetuto fino allo sfinimento “la sinistra riparta da Mimmo Lucano” poi è bastata una sconfitta elettorale per andare in crisi e mettersi alla ricerca di nuovi leader e nuovi “schemi”.

Costoro restano sorpresi dai risultati della Lega a Riace perché evidentemente non vivono le contraddizioni, non le capiscono e non sanno la “fame” cosa produce nelle classi popolari.
Mimmo poteva candidarsi con il Pd e farsi eleggere. Si sarebbe potuto così difendere molto meglio dai processi oltre a fare una vita ben più comoda e con grosse prospettive di carriera.

Invece ostinato, come solo i calabresi sanno essere, si è candidato nel suo paese senza poter fare campagna elettorale e ben consapevole di quale era la situazione sociale di Riace.

Fosse solo per questo ora bisognerebbe stringersi attorno a lui più forte di prima e non defilarsi facendo finta che non sia mai esistito.

Essere solidali e sostenere Mimmo in questo momento non è solo un dovere dal punto di vista morale ma sopratutto un atto politico fondamentale. Significa continuare a mettere al centro il tema dell’antirazzismo che è imprescindibile per chiunque si ponga in una prospettiva di reale emancipazione degli oppressi.

A sinistra si sta infatti diffondendo una strana vulgata secondo la quale per battere Salvini bisogna abbandonare il terreno dell’antirazzismo perché al momento non riscuote particolare consenso tra le classi popolari. I più arditi per suffragare tale tesi addirittura tentano di utilizzare Marx stravolgendo il senso di quanto scritto dal povero Karl.

Una vera e propria follia che però rischia di attecchire in un un periodo in cui tanti sono confusi e disorientati. Una follia che può far dimenticare come proprio l’antirazzismo sia stato uno dei pochi punti di tenuta negli ultimi anni rispecchiando una sensibilità non maggioritaria ma sicuramente ancora diffusa tra le classi popolari.

Per questi motivi mai come ora occorre effettivamente ripartire da Mimmo Lucano, dalla sua coerenza, dalla sua determinazione, dalla sua sete di giustizia e dalla sua capacità di sognare.

#wMimmo sempre

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25/05/2019

Sospeso l’esilio a Mimmo Lucano

Mimmo Lucano ne vince un’altra. Come riporta la “Gazzetta del sud” infatti, il tribunale di Locri ha accolto l’istanza degli avvocati rappresentanti l’ex sindaco di Riace e ne ha sospeso (anche se solo temporaneamente) l’esilio nel vicino comune di Caulonia, luogo in cui Lucano è approdato in seguito all’operazione “Xenia” e alla fine degli arresti domiciliari, “commutati” nella fattispecie nel divieto di dimora nel comune di Riace.

Proprio a Riace, questa sera si terrà un comizio elettorale per l’elezione del successore di Domenico al ruolo di guida del paese, comizio a cui Lucano avrà quindi il permesso si partecipare. In più, gli sarà concesso anche il tempo necessario per espletare le operazioni di voto nella giornata di domenica per il parlamento europeo.

Questa notizia segue di tre giorni quella in cui il Tar della sezione di Reggio Calabria ha annullato il provvedimento del Viminale che escludeva il comune di Riace dal circuito degli Sprar, il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati. Ovviamente, questa decisione deve tener conto del fatto che, come ricorda lo stesso Lucano, «col decreto sicurezza 1 e adesso anche il 2 sono tutti gli Sprar ad essere a rischio. Da noi, intanto, sono stati tutti trasferiti, ed il Tar dimostra che non era giusto».

Per il ministro dell’Interno, a pochi giorni dalle elezioni, sembra l’ennesimo colpo di vento contrario che rischia di rallentare una navigazione che sembrava, fino a poche settimane fa, priva di ostacoli.

Per continuare in punta di metafora, la maretta interna al governo sta montando in una bella mareggiata che sarà possibile decifrare solo al termine della tornata elettorale di questo fine settimana. Come ne uscirà Guappo ‘e cartone dipenderà dall’eventuale recupero (rispetto ai sondaggi autunno-invernali) di un M5S rinvigorito nella figura del suo vice-premier, e dell’area afferente al Partito democratico, in pieno restyling targato Zingaretti-Landini.

Solo allora potremo cominciare a fare i conti sui possibili eventi futuri in seno al nostro parlamento. Per ora, comunque, Lucano ha portato la sua spallata.

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13/05/2019

Mimmo Lucano alla Sapienza, accolto da un grande corteo


Mimmo Lucano è alla Sapienza di Roma, facoltà di Lettere, in attesa del seminario cui era stato invitato. Un corteo di studenti antifascisti ha preparato “l’atmosfera” nella mattinata, contro il fetido presidio di Forza Nuova, annunciato nel pomeriggio per “impedire” l’iniziativa.

Questi pagliacci – come ieri in Vaticano – sono alla disperata ricerca di momenti di visibilità mediatica, schiacciati come sono – nella loro ridicola “area” – dal presenzialismo dei cuggini di Casapound, sempre molto protetti dalla polizia. Anche loro comunque possono contare su questo “aiutino”: in fondo sono soltanto una ventina, bloccati abbastanza lontano dalla facoltà, e circondati – dopo l’esperienza di Casalbruciato non si sa mai – da robusti cordini di “forze dell’ordine”.

Con in testa un grosso striscione “Il fascismo non è un’opinione” il corteo degli studenti antifascisti è invece partito dalla città universitaria diretto a piazzale Aldo Moro per protestare contro il comizio di Forza Nuova, vietato all’ultimo momento dalla Questura. “Sono assassini. Qui non ci metteranno mai piede. Sapienza è antifascista” dicono al megafono gli studenti.

In piazza sventolano anche bandiere No tav e dell’Anpi. “Siamo tantissimi, siamo in migliaia – dicono al megafono – i fascisti non metteranno piede a piazzale Aldo Moro. In questi luoghi non devono stare i fascisti”.

E, ancora più precisamente: “Sta rottura de cojoni de fascisti”, “La libertà di opinione inizia dove non ci sono i fascisti”.

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02/04/2019

Riace, la Cassazione su Mimmo Lucano: “Nessuna frode negli appalti”

Mancano indizi di “comportamenti” fraudolenti che Domenico Lucano, il sindaco sospeso di Riace, avrebbe “materialmente posto in essere” per assegnare alcuni servizi, come quello della raccolta di rifiuti, a due cooperative dato che le delibere e gli atti di affidamento sono stati adottati con “collegialità” e con i “prescritti pareri di regolarità tecnica e contabile da parte dei rispettivi responsabili del servizio interessato”.

Lo scrive la Cassazione nelle motivazioni depositate oggi e relative all’udienza che lo scorso 26 febbraio si è conclusa con l’annullamento con rinvio del divieto di dimora a Riace per Mimmo Lucano.

La misura cautelare era stata disposta dal Tribunale della libertà di Reggio Calabria lo scorso 16 ottobre nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Locri che ha rinviato a giudizio Lucano. L’udienza è aggiornata al 4 aprile.

Rileva inoltre la Cassazione che non solo non sono provate le “opacità” che avrebbero caratterizzato l’azione di Lucano per l’affidamento di questi servizi alle cooperative L’Aquilone e Ecoriace, ma è la legge che consente “l’affidamento diretto di appalti” in favore delle cooperative sociali “finalizzate all’inserimento lavorativo delle persone svantaggiate” a condizione che gli importi del servizio siano “inferiori alla soglia comunitaria”. Per questo il riesame deve rivalutare il quadro per sostenere l’illiceità degli affidi.

Invece, per gli ‘ermellini’, ci sono gli elementi di “gravità indiziaria” del fatto che Lucano si sia dato da fare per favorire la permanenza in Italia della sua compagna Lemlem. Ma a questo riguardo, bisogna considerare “la relazione affettiva” che intercorre tra i due e lo stato di incensurato di Lucano prima di decidere nuovamente per il mantenimento del divieto di dimora.

Per la Cassazione, Lucano ha cercato di aiutare solo Lemlem “tenuto conto del fatto” che il richiamo a “presunti matrimoni di comodo” che sarebbero stati “favoriti” dal sindaco, tra immigrati e concittadini, “poggia sulle incerte basi di un quadro di riferimento fattuale non solo sfornito di significativi e precisi elementi di riscontro ma, addirittura, escluso da qualsiasi contestazione formalmente elevata in sede cautelare”.

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23/11/2018

Riace, ovvero “l’utopia della normalità”. Intervista a Tiziana Barillà

In seguito all’arresto di Mimmo Lucano con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina ed illeciti nell’affidamento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti, è ripartita una campagna di sostegno e solidarietà nei confronti dell’esperienza di Riace, che da quasi 20 anni rappresenta un modello di accoglienza, integrazione, cooperazione e sviluppo capace di rivitalizzare la dimensione economica e sociale di una comunità minacciata dallo spopolamento. Potere al Popolo ha partecipato in massa alla manifestazione “Riace non si arresta” e in questi mesi ha organizzato numerose iniziative di sostegno per far conoscere la storia, passata e presente, di Riace.

In Francia, dove a seguito della recente Loi Asile-Immigration si sta assistendo a una normalizzazione del discorso xenofobo, a un’istituzionalizzazione del razzismo e a una crescente criminalizzazione degli immigrati sans papiers, l’interesse verso l’esperienza del piccolo comune della Locride ha riacceso il dibattito su questo tema. Una discussione che coinvolge molte realtà politiche organizzate, dai collettivi alle organizzazioni politiche ai partiti della sinistra. Per questo motivo, la settimana scorsa Potere al Popolo Parigi ha organizzato la proiezione di due documentari sul villaggio di Riace, seguita da un dibattito con il gruppo di La France Insoumise Ivry-sur-Seine per discutere e riflettere sul tema dei migranti e dell’immigrazione. Un’iniziativa di confronto tra due gruppi territoriali di base, che ha avuto un grande successo sia in termini di partecipazione che di livello della discussione.

Qualche giorno dopo, sempre a Parigi, in occasione della proiezione del film-documentario “Un paese di Calabria” (Shu Aiello e Catherine Catella, 2016), abbiamo incontrato Tiziana Barillà, giornalista ed autrice del libro “Mimì Capatosta. Mimmo Lucano e il modello Riace” (Fandango Libri, 2017). A partire da questa discussione, abbiamo deciso di realizzare una breve intervista in cui Tiziana Barillà ci racconta l’esperienza del modello Riace.

*****

Potresti spiegarci a parole tue il concetto di ‘utopia della normalità’ con cui lo stesso Mimmo Lucano definisce la realtà che ha costruito nel comune di Riace dal 1998 ad oggi?

Noi oggi conosciamo Riace, tutti vogliono conoscerla, perché la ritengono straordinaria. In realtà, l’utopia raggiunta da Riace è esattamente “l’utopia della normalità”. La contraddizione oggi è che Riace sta diventando famosa nel mondo per l’aspetto più ‘normale’, quello dell’accoglienza, che non è normale solo in Calabria dove c’è una cultura dell’accoglienza, ma è normale per gli esseri umani. L’incontro fra muoversi ed incontrarsi è quanto di più umano e normale ci sia! Per cui, la parola ‘utopia’ richiama l’utopia sociale che comunque è stata sempre il motore dei vent’anni di percorso politico a Riace; ‘della normalità’ serve a sottolineare che non c’è nulla di straordinario in quello che si fa a Riace. Tutto ciò è diventato straordinario perché tutto il resto è diventato xenofobo e razzista, quindi chiamiamo ‘straordinario’ quel che è un moto dell’anima.

Quel che dici si ricollega alla mia seconda domanda. Quale pensi possa essere la forza di Riace oggi nello scenario italiano ed europeo, colmo di razzismo e xenofobia a cui assistiamo quotidianamente? Come pensi possa essere d’aiuto l’esempio di Riace in questo momento?

Prima faccio una parentesi provocatoria. L’attacco durissimo e spropositato su Riace in realtà ha impedito che quell’esperienza venisse lentamente uccisa; ha permesso di alimentare quella solidarietà internazionale che Riace ha da diversi anni, ma che oggi è pronta a finanziare in maniera autonoma questa esperienza. Per cui, la forza di Riace è indubbiamente questa: quella di potersi permettere di tornare alle origini, e quindi fare accoglienza spontanea, autogestita ed autonoma (senza fondi pubblici, né europei né dello Stato) e di dirsi pronta a farlo perché può contare su una rete di solidarietà internazionale grandissima. Il dato di oggi è di 355.600€ e questa è una raccolta fatta in bassissimo profilo: il grosso di quella cifra è stato raggiunto in poche settimane nel corso di quest’estate, poi la cosa si è un po’ spenta per ovvi motivi, e adesso è ripartita. Quindi la forza di Riace è questa. Invece, la forza per l’Europa dipende da noi: se Riace può essere un’eccezione, dove noi ci mettiamo in pace la coscienza mandando dei soldi o sostenendola facendola conoscere, oppure può essere un esempio, un’avanguardia... e a quel punto bisognerebbe fare ognuno a casa sua quello che stanno facendo a Riace. La forza dell’esempio è la forza di Riace.

Spesso si parla quasi esclusivamente di accoglienza, caratterizzata come ‘degna’, senza discutere di un processo di integrazione e cooperazione. Riace in questo senso rappresenta un rilancio di una comunità dal punto di vista economico e sociale. Qual è il tuo punto di vista a riguardo?

Ti rispondo con le parole di Ada Colau, perchè non ne conosco di migliori. Lei, in modo netto, ha più volte detto che non abbiamo la scelta tra accogliere e non accogliere. L’unica scelta che abbiamo è tra accogliere bene ed accogliere male, e quello che fa Riace è accogliere bene. Quello che farà il resto d’Italia soprattutto a partire dal 23 novembre (quando verrà approvato il decreto Salvini) sarà accogliere male per legge. Riace è un’esperienza importante per quello che dici tu, ma non è un modello cucito esclusivamente sui rifugiati, sui beneficiari o sui migranti: è un modello universale che vale per tutta la comunità. L’arrivo di nuova umanità a Riace, che si stava spopolando, ha significato nuova cittadinanza in quel paese... quindi, l’integrazione non è altro che un pezzo di costruzione di comunità. Tutto questo, però, è possibile con quella che in Italia si chiama l’accoglienza ‘diffusa’ che oggi viene letteralmente messa al bando. Dunque, ci troviamo di fronte due possibilità, per riprendere Ada Colau: puoi fare l’accoglienza ‘parcheggio’ o puoi fare un’accoglienza di innesto dentro una comunità. I fondi pubblici, in quel caso, potrebbero rappresentare un investimento per l’intera comunità, soprattutto per le comunità completamente spopolate, dove non mancano soltanto gli abitanti all’interno delle case ma manca proprio la vita. Quindi queste persone possono trovare pace e riportare vita.

Di recente, alcuni esponenti politici della sinistra francese, tra cui Bénédicte Monville e Clémentine Autain de La France Insoumise, sono andati in delegazione a Riace per portare il loro sostegno ed incontrare Mimmo Lucano. Pensi che in questo modo sia possibile far conoscere l’esperienza di Riace e lanciare una campagna di solidarietà internazionale? Inoltre, pensi che il sostegno nazionale ed internazionale, economico e politico, che Riace sta ricevendo, abbia prodotto dei risultati concreti?

Secondo me, sì. Ultimamente ci siamo presi una bruttissima abitudine, che è quella di denigrarci tra di noi. In realtà, tutto è utile! Il ‘benaltrismo’ ha ucciso tutto in Europa, in questo momento. Per cui, se esiste un partito, quel partito fa la delegazione; se esiste un giornalista, il giornalista scrive; se esiste un attivista, fa l’attivista; se esiste un’organizzazione che ha un conto in banca, fa la raccolta fondi. Tutto ha pari dignità ed è tutto utile per Riace. È importantissimo capirlo, perché altrimenti ognuno si dirà che l’altro fa meno o fa qualcosa che serve meno o che non serve addirittura a nulla: ognuno fa la sua parte. Riace penso sia l’occasione per ricostruire un tessuto anche di relazione, non soltanto in quel territorio ma anche fra di noi. In quel frammento di terra del sud dell’Italia c’è un laboratorio politico da vent’anni, c’è più di un buon sistema di accoglienza. A Riace capitano cose incredibili! Capitano persone che magari fuori da quel paese farebbero finta di non vedersi, mentre lì si siedono ad un tavolo e discutono: questo è il grande laboratorio politico di Riace.

A cura di Giada Pistilli e Andrea Mencarelli (Potere al Popolo Parigi)

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25/10/2018

La giurisdizione alla prova del caso Riace

Le molte questioni aperte, anche sul versante giudiziario, dall’arresto di Mimmo Lucano rendono opportuno, dopo le prime considerazioni a caldo, un supplemento di riflessione.

I commenti degli opinion makers dei grandi giornali di informazione, come sempre, si barcamenano, dando atto a Lucano di “avere agito a fin di bene” e senza alcun interesse personale ma subito aggiungendo che le forzature da lui commesse sono inaccettabili e che l’intervento della magistratura era doveroso e inevitabile: «Nessun imbroglio, però regole violate. Questo è un punto fermo, un punto intorno al quale non ci sono spazi per discutere né piccoli né grandi. E non si può un giorno osannare la magistratura quando ha nel mirino Salvini e il giorno dopo demonizzarla quando il bersaglio è un personaggio come Lucano» (A. Bolzoni, Il sindaco e i confini della legge, La Repubblica, 3 ottobre); «C’è qualcosa di commovente in Mimmo Lucano, sindaco di Riace, che imbroglia le carte per salvare una prostituta nigeriana e offrirle un domani. Ma se, come diceva Lucano, l’idea personale di giustizia superasse l’idea collettiva di legge, avremmo sessanta milioni di codici penali in più e una democrazia in meno» (M. Feltri, L’errore di Antigone, La Stampa, 4 ottobre); «L’idea di fondo che ha mosso Lucano è molto difficile da contestare in buona fede. La strada assai vitale imboccata dal sindaco di Riace, però, sembra virare a un certo punto verso un’altra direzione, creando nel tempo una specie di repubblica autonoma sulle montagne calabresi. Del sindaco le carte mostrano, accanto a un grado quasi insostenibile di naïveté, una disinvoltura amministrativa spinta ben al di là dei fardelli penali. Il gip ha scagionato da altre e più gravi accuse (concussione, associazione per delinquere, truffa) il sindaco con parole che però ne velerebbero il profilo di amministratore quand’anche nelle prossime ore fosse revocata o alleggerita la misura cautelare» (G. Buccini, La triste storia di Riace che rende tutti più deboli, Corriere della Sera, 4 ottobre). Non diverso il commento di M. Travaglio su Il Fatto Quotidiano del 3 ottobre (I gonzi di Riace): «Domenico Lucano è un fuorilegge onesto. Ma ha violato la legge sull’immigrazione. E i magistrati non solo potevano, ma dovevano far rispettare la legge: guai se qualcuno, tanto più se è il primo cittadino, fosse autorizzato a calpestarle».

La strada è tracciata ed è un ghiotto assist per il ministro dell’interno Salvini, che invoca la par condicio con quanto accaduto in occasione dei suoi attacchi ai magistrati nella vicenda della nave Diciotti e si scopre difensore della magistratura sollecitando interventi dell’Anm e del presidente della Repubblica in difesa dei pubblici ministeri di Locri, a suo dire intimiditi dalle manifestazioni di solidarietà per Lucano.

È un approccio apparentemente equilibrato e di buon senso ma, a ben guardare, profondamente sbagliato che fa torto alla realtà, contribuisce a delegittimare l’esperienza di Riace e propone un modello inadeguato di rapporto tra opinione pubblica e magistratura (avallando l’idea che ogni critica all’operato di pubblici ministeri e/o giudici è un attacco all’indipendente esercizio della giurisdizione, assimilabile a quelli di chi pretende l’impunità per sé e per i suoi amici).

Partiamo dai fatti. Mimmo Lucano ha commesso forzature amministrative e contabili e violazioni della legalità formale.

È vero. Lo ha fatto – non di nascosto (come in molti vanno dicendo) ma alla luce del sole e finanche rivendicandolo ‒ in risposta a ottusità burocratiche, a provvedimenti amministrativi opinabili in tema di soggiorno, a clamorosi ritardi nei pagamenti dovuti dallo Stato (ritardi che integrano ‒ essi sì, anche se nessun commentatore lo dice ‒ una ingiustificata violazione della legge e dei più elementari doveri di correttezza amministrativa).

E tuttavia lo ha fatto. Nessuno lo contesta. Ma di qui ad affermare che l’iniziativa della Procura di Locri è un semplice e doveroso esercizio dell’azione penale e che criticarla o manifestare solidarietà a Lucano è inaccettabile e scorretto (magari facendo impropri paragoni con altre iniziative del presente o del passato) ce ne corre.

Indicarne le ragioni è importante per la lettura della vicenda specifica.

Non solo, ma può aiutare a mettere ordine nella grammatica istituzionale e ad aprire un confronto rigoroso sulle regole, che se valgono per tutti, sono particolarmente stringenti per i magistrati, la cui legittimazione è legata al loro rigoroso rispetto e la cui indipendenza ha il necessario contraltare nell’esposizione alla critica (puntuale e argomentata) delle iniziative e dei provvedimenti giudiziari.

Primo. L’esercizio dell’azione penale è obbligatorio in presenza di reati (fermo che non tutte le violazioni di legge lo sono) e le imputazioni formulate devono essere suffragate da un fumus di fondatezza.

Orbene, nel caso specifico è a dir poco incerto se gli strappi del sindaco Lucano restino nella sfera della discrezionalità amministrativa, integrino illeciti amministrativi e/o irregolarità contabili ovvero sconfinino nella rilevanza penale.

Il dubbio fa, dunque, da sfondo all’intera vicenda ma non ne costituisce il punto critico.

All’inizio delle indagini, infatti, il dubbio è la regola e in un caso come questo – aggiungo – sarebbe benvenuto anche il dibattimento.

Nell’interesse di Lucano (che potrebbe discutere pubblicamente, e contestualizzare, i fatti e le loro motivazioni) e della società intera, come accade in tutti i processi che coinvolgono valori e principi, legge e giustizia, solidarietà e “ordine” (sulla scia, per limitarsi alla nostra storia repubblicana, di quelli a carico di Danilo Dolci, di don Milani, dei responsabili dell’Isolotto o, da ultimo, di Marco Cappato).

Ad essere inaccettabili e fuori dalle regole del giusto processo è altro.
In particolare, alcune delle contestazioni mosse a Lucano, a cominciare dalla prima: quella di avere costituito, insieme ai suoi più stretti collaboratori, un’associazione «allo scopo di commettere un numero indeterminato di delitti (contro la pubblica amministrazione, la fede pubblica e il patrimonio)» orientando i progetti di accoglienza finanziati dallo Stato «verso il soddisfacimento di indebiti e illeciti interessi patrimoniali privati». Le parole sono pietre e l’imputazione così formulata criminalizza il sistema di accoglienza costruito da Lucano in quanto tale (e non eventuali reati commessi nel corso di un attività amministrativa complessivamente corretta).

È il modello Riace che diventa un delitto, con un teorema non sorretto dall’indicazione di elementi probatori coerenti, respinto dal giudice per le indagini preliminari, smentito da una storia ventennale sotto gli occhi di tutti.

Il filo logico che sostiene l’operazione è evidente: non la qualificazione giuridica più corretta ma quella più idonea a stigmatizzare la ritenuta gravità del fatto.

Non è certo la prima volta che ciò accade (da Torino a Catania) ma la cosa, lungi dall’essere una giustificazione, rende ancor più necessaria una presa di distanza critica.

Secondo. Lucano non è stato semplicemente sottoposto a processo.
È stato arrestato, e non è la stessa cosa.

Se l’esercizio dell’azione penale è (ricorrendone i presupposti) obbligatorio, non altrettanto è a dirsi per le modalità, che lo caratterizzano, per lo più discrezionali, cioè legate a scelte di pubblici ministeri e giudici (ovviamente all’interno dei parametri fissati dalle leggi sostanziali e processuali).

Ciò vale, in particolare, per le misure cautelari che possono essere applicate solo in presenza di specifiche e motivate esigenze cautelari (articolo 274 codice procedura penale) e che devono essere commisurate all’entità del fatto (articolo 275, comma 2).

Non solo ma la misura della custodia cautelare «non può essere disposta se il giudice ritiene che, in caso di condanna, possa essere disposta la sospensione condizionale della pena» (articolo 275, comma 2 bis).

Orbene, nel caso di Lucano, il giudice per le indagini preliminari ha motivato l’arresto evocando un rischio di commissione di reati legato esclusivamente al suo ruolo di sindaco, non ha spiegato perché quel rischio non possa essere fronteggiato con una misura meno afflittive ed ha concluso affermando che può “tranquillamente escludersi”, in caso di condanna, la concessione della sospensione condizionale della pena (quando chiunque sia entrato anche un sola una volta in un tribunale sa che, consentendolo l’entità della pena, la sospensione condizionale è una certezza per un imputato incensurato e che non ha agito per personale tornaconto).

In queste condizioni sottolineare il carattere meramente apparente della motivazione e la mancanza dei presupposti per la misura non è un attacco al giudice ma un legittimo (e, anzi, doveroso) esercizio del diritto di critica.

Superfluo aggiungere che l’arresto di Lucano (come di qualunque altro) non è una variabile secondaria del processo: per la sofferenza inflitta all’imputato, per l’immagine consegnata all’opinione pubblica, per la conseguente immediata sospensione dalla carica di sindaco (con le evidenti conseguenze sull’andamento del progetto Riace, in gran parte legato alla sua personalità).

Anche in questo caso non consola il fatto che si tratti di una prassi giudiziaria assai diffusa, da Nord a Sud: basti guardare ai processi per fatti legati al conflitto sociale in cui le misure cautelari sembrano essere la regola.

Terzo. L’obbligatorietà dell’azione penale è una cosa troppo seria per essere usata come spiegazione a prescindere.

Obbligatorietà significa, come risulta chiaramente dal dibattito in sede costituente, assenza di filtri politici tra la notizia di reato e il suo perseguimento, non anche – non lo è mai stato e non può esserlo – eguale impiego di mezzi e risorse per tutti i processi.

La cosa è tanto evidente che molti uffici di Procura si sono dati dei criteri di priorità per la trattazione degli affari, ritenuti legittimi e approvati dal Consiglio superiore della magistratura.

Orbene nel caso specifico – secondo le dichiarazioni del pubblico ministero – l’attività del sindaco di Riace è stata monitorata e scandagliata dalla Procura di Locri e dalla Guardia di finanza per oltre un anno e mezzo e facendo ricorso a prolungate intercettazioni telefoniche.

Nessun dubbio sulla legittimità della scelta, ma, appunto perché di scelta si tratta, non è un fuor d’opera chiedersi se in terra di ‘ndrangheta e in una regione in cui le condanne per corruzione si contano sulle dita di una o due mani, la vicenda di Riace meritasse il primo posto (o quasi) nelle priorità dell’ufficio.

Quarto. Non basta. Le indagini nei confronti di Lucano hanno imboccato, subito dopo l’arresto, la strada del più classico dei processi gestiti dagli inquirenti “a mezzo stampa”.

C’è stato infatti, quasi contestualmente alla misura, un anomalo comunicato stampa della Procura nel quale, oltre a pesanti giudizi sull’imputato, è riprodotto il testo di intercettazioni telefoniche (di cui pure l’articolo 114 del codice di proceduta penale non consente la pubblicazione: norma violata dai più, ma senza che ciò consenta che alla violazione si associno i titolari del processo).

Ad esso, poi, è seguita un’intervista del procuratore di Locri in cui si legge, tra l’altro: «Mimmo Lucano? Ha operato non come sindaco, rappresentando i cittadini nel rispetto delle regole, ma come un monarca, ammettendo di fregarsene di quelle regole che sono una garanzia per tutti. Abbiamo un’idea fondata che siano stati commessi reati ben più gravi, tra cui la sottrazione di somme che lo Stato aveva erogato per quel progetto, almeno 2 milioni. Quei soldi non sono stati rendicontati, sono spariti. Riteniamo che Lucano li abbia utilizzati per fini personali».

Smentito dal giudice, il pubblico ministero, forte del suo ruolo, usa la stampa e si rivolge direttamente all’opinione pubblica per riaffermare e definire fondate (sic!) le accuse che, nella sede propria, sono state ritenute improprie e prive di riscontri probatori. Ogni commento è davvero superfluo.

C’è una conclusione.

La critica all’iniziativa giudiziaria della Procura di Locri e al provvedimento di applicazione della misura cautelare nei confronti di Domenico Lucano non ha, alla luce di quanto si è detto, nulla di pregiudiziale e non si fonda su pretese di impunità per chicchessia (come invece spesso accade nel nostro Paese) ma ha a che fare, semplicemente, con il rispetto delle regole che presiedono al processo penale.

Non sorprende che finga di non capirlo il ministro dell’interno Salvini (il quale ignora, tra l’altro, che ‒ come ebbe a scrivere Norberto Bobbio in una polemica con l’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi ‒ la critica motivata dei provvedimenti giudiziari è consentita a tutti ma non a chi, come gli uomini di governo, è titolare di poteri che possono incidere sullo status dei giudici).

Sorprende, invece, che non lo capiscano tanti illustri commentatori.

Fonte

22/10/2018

L’ultimo nemico di Mimmo Lucano, maramaldo Di Maio

“Su Riace, fermo restando che bisogna aiutare le persone e sono contento che non ci sia alcuna deportazione, ricordo che c’è un inchiesta e che sono state violate molte leggi”. A chi dice che è un modello, vuol dire che gli altri sindaci sono fessi”. Lo ha detto il vicepremier Luigi Di Maio, a “Mezz’ora in più”, su Rai 3.

Con questa sortita il giovine democristiano abbandona definitivamente i panni del “capopopolo antisistema” per indossare quelli dell’establishment (“la kasta!”). E nella versione peggiore, quella salviniana, impastata di menzogne, razzismo, legalismo a senso unico (mai nei confronti dei potenti o dei ricchi, come dimostra il condono confermato dopo lo scandaletto della “manina”) e presa in giro quotidiana del “pubblico pagante”.

Un “difensore integerrimo della legalità”, oltretutto assurto al ruolo di bi-ministro e vicepremier, dovrebbe in teoria essere dotato di uno staff adeguato in grado di fornirgli le informazioni giuste per non fare figuracce in giro. Se esiste questo staff e gli passa le informazioni, il bi-ministro dovrebbe anche leggerle prima di sparare giudizi su vicende che sono giudiziariamente ancora aperte, quindi dall’esito non predeterminabile da un politico in vena di chiacchiere. Per esempio, per sua informazione, dopo il Tribunale del riesame, di 15 capi di imputazione ne è rimasto in piedi soltanto uno (altro che “sono state violate molte leggi“).

Se avesse trovato il tempo e l’interesse per informarsi sulla vicenda giudiziaria di Mimmo Lucano, il bi-ministro avrebbe potuto apprendere che tutto parte da un “piccolo” conflitto di interessi. Non a carico di Mimmo, ma della sua prima accusatrice, un’ispettrice ministeriale incaricata di monitorare tutti i progetti Sprar della Calabria (quindi anche quello di Riace), ma a sua volta co-interessata a far crescere il proprio Sprar, figurativamente intestato al compagno di vita una volta investita dell’autorità di ispezione da parte del ministero dell’interno.

Il tutto, ripetiamo, è iniziato al tempo in cui il ministro dell’interno non era ancora Salvini, ma Marco Minniti, forse futuro segretario di quel partito, ma certamente calabrese a sua volta. Con – diciamo così – una certa conoscenza degli ambienti politici, funzionariali e “imprenditoriali” di quella regione.

Ecco, Luigi Di Maio arriva decisamente ultimo, e in perfetta continuità, come un qualsiasi Maramaldo, nella fila dei nemici del “modello Riace” (nella foto, a colloquio con Mimmo, c’è l’eurodeputata del MoVimento 5 stelle, Laura Ferrara).

Un’esperienza, come spiega il giudice cosentino Emilio Sirianni, che fa risaltare la criminalità congenita del modello costruito negli anni dai diversi ministri dell’interno (Alfano, Minniti, Salvini), ovvero quello delle “mega strutture, rese inaccessibili dall’esterno e gestite con modalità note”.

A voi la ricostruzione della vicenda fatta Raiawadunia e dal giudice Sirianni.

Buona lettura, ministro!

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Riace: il giudice Sirianni spiega il conflitto d’interessi dell’ispettrice che ha inguaiato Lucano

Raiawadunia

Uno dei primi interventi a porre quantomeno la questione su chi ha prodotto l’infame relazione su Riace, alla base del clamoroso arresto di stamattina del sindaco Domenico Lucano, è stato il giudice cosentino Emilio Sirianni. Rimasto unico e solo. Dalle colonne del Manifesto, poco meno di due anni fa, e all’indomani della diffusione del famigerato video in cui Lucano si dice disponibile a dirottare un finanziamento regionale, il giudice spiega che quella in atto contro Lucano è una vera e propria guerra per togliergli la gestione dell’accoglienza a Riace, a favore di un sistema diverso che guarda solo ai profitti e poco all’umanità, e dice: “Perché l’affare funzioni, però, il modello deve essere quello delle mega strutture, rese inaccessibili dall’esterno e gestite con modalità note”. Perciò le realtà piccole come Riace danno fastidio. Impediscono il diffondersi del grande business sui migranti. Ed è per questo, secondo il giudice, che Lucano si trova nel bel mezzo di una tempesta. Il giudice, che è anche il responsabile di Magistratura Democratica di Catanzaro, è talmente convinto di ciò che dice che non ha problemi a suggerire ai “colleghi” di dare una occhiata su chi ha prodotto quella relazione, perché dalla firma apposta si può capire anche il perché.

E dice riferendosi ai “controllori”: “Peccato, questo nessuno lo dice, che tanto nella struttura regionale che fra gli addetti al servizio centrale Sprar, abbondino i conflitti di interessi, cioè siano presenti persone che hanno la gestione di enti o associazioni che beneficiano di contributi per l’accoglienza o che l’hanno avuta, per poi passarla a prossimi congiunti. Come nel caso dell’ispezione a Riace”.

Capito? Sirianni sprona i compagni e le istituzioni a fare il nome di questa ispettrice, senza però nulla sortire, infatti il suo appello cade nel vuoto. Ma allo steso tempo spiega che la relazione su Riace potrebbe non essere una relazione obiettiva dato che l’ispettrice, prima di diventare tale, ha gestito per lustri progetti Sprar, per poi passarli al compagno quando è diventata ispettrice. Il nome lo abbiamo fatto noi ieri: l’ispettrice si chiama Enza Papa e il compagno si chiama Alessandro Gordano, a cui ha passato il progetto Sprar di Cosenza che nessuno ha mai controllato proprio perché l’ispettrice è la compagna.

Quindi è il giudice, seppur con parole garbate, a suggerire un controllo sia ai progetti del compagno dell’ispettrice, sia sull’ispettrice stessa che ispeziona tutti i progetti Sprar della Calabria, tranne quello del suo compagno. In sostanza l’ispettrice fa risultare il progetto di Riace e tutti gli altri scadenti e truffaldini, col fine di favorire quello del suo compagno che non ricevendo ispezioni, risulta sempre il primo della classe. Un conflitto d’interessi grande quanto una montagna.

Di seguito l’intervento integrale del giudice Emilio Sirianni pubblicato dal Manifesto nel dicembre del 2016:

Fermo immagine sul viso di Mimmo Lucano, l’audio, quasi incomprensibile, lascia intendere la sua voce e quella di due interlocutori. Parlano in dialetto, si capisce solo che parlano di un’opera da realizzare con finanziamento pubblico. Il contesto iconico è del giornalismo d’inchiesta televisivo, in sovraimpressione didascalie come «Mimmo Lucano, l’uomo che ha preso per il culo il mondo!».

Riavvolgiamo il nastro. Alcuni mesi fa, rappresentanti del servizio centrale Sprar, dopo una verifica a campione sul sistema di accoglienza di Riace, muovono diversi rilievi critici. I principali, la non adeguatezza di talune abitazioni, l’uso della moneta locale inventata dal sindaco per evitare che i migranti risentano dei ritardi negli accrediti.

Avanti veloce ed eccoci ad oggi. Lucano denuncia gli attacchi ricevuti, manifesta tutta la sua amarezza e mette il mandato a disposizione dei suoi consiglieri e dei cittadini che chiama a un pubblico confronto per il giorno 30. Subito dopo l’annuncio, la Mediateca comunale che avrebbe dovuto ospitare l’incontro è devastata da ignoti. Questa, la premessa.

L’ALTRO FILM. E' da diversi anni che Mimmo Lucano mi onora della sua amicizia. Da quando vidi il cortometraggio dedicato a lui e alla sua Riace da Wim Wenders e lessi le parole pronunciate dal regista ad una platea di disorientati premi Nobel, accorsi alla porta di Brandeburgo per l’anniversario della caduta del muro. Wenders raccontò d’aver visto l’Utopia realizzata nella misera e dimenticata terra di Calabria, nella Riace di Lucano. Quasi mi precipitai lì e rimasi sopraffatto, come non può non esserlo chiunque sia dotato del minimo sindacale d’empatia per il dolore degli uomini e la loro capacità di riscatto.

EROE SCOMODO. Se, però, da un lato, Mimmo è celebrato come eroe anche da riviste importanti, se ogni anno centinaia di giovani raggiungono la sua Riace da tutta Europa per campi di volontariato e riceve lettere ammirate da Papa Francesco, dall’altro, quel modello d’accoglienza è scomodo nell’Europa dei muri e delle connesse fortune politiche, degli hotspot e della vetrina-Lampedusa, progettata per occultare gli interessi geopolitici e militari che presiedono al sistema del pattugliamento del Mediterraneo. È un modello scomodo anche nel Sud degli eterni Gattopardi, in cui il detto di Tomasi di Lampedusa s’incarna nel dilagare del business dell’accoglienza: milioni di euro sparsi a pioggia e centinaia di associazioni «umanitarie» a spartirsi il bottino.

IL BUSINESS. Perché l’affare funzioni, però, il modello dev’essere quello delle mega strutture, rese inaccessibili dall’esterno e gestite con modalità note. Nella mia Calabria sono decine gli alberghi ormai in disuso da anni convertiti allo scopo. Stipandovi i migranti, dopo qualche tinteggiatura di facciata, è agevole lucrare bei soldoni, facendo la cresta sulla qualità del cibo e sui servizi o violando impuniti le soglie di capienza.

RIACE, invece, ha i suoi nuovi cittadini nelle vecchie case degli emigrati, donate all’amministrazione e ristrutturare in economia, spesso con il lavoro degli stessi inquilini. Certo, non sono hotel a cinque stelle, ma vi si conduce la vita dignitosa di molti calabresi onesti. Soprattutto da eguali fra eguali. Riace non sconta i lunghi tempi morti fra un finanziamento e un altro, perché, come dice Mimmo, le persone mangiano tutti i giorni. Così ha inventato la moneta locale, un sistema semplice: banconote stampate dal Comune e distribuite ai migranti, che le usano presso gli esercizi del paese, i cui gestori collaborano, restituendole poi al Comune e ricevendone il controvalore, una volta giunti i finanziamenti. Si eliminano i tempi morti, ma non è previsto dal regolamento, ecco allora i rilievi.

I CONTROLLORI. Peccato, questo nessuno lo dice, che tanto nella struttura regionale che fra gli addetti al servizio centrale Sprar, abbondino i conflitti di interessi, cioè siano presenti persone che hanno la gestione di enti o associazioni che beneficiano di contributi per l’accoglienza o che l’hanno avuta, per poi passarla a prossimi congiunti. Come nel caso dell’ispezione a Riace.

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17/10/2018

Mimmo Lucano è libero, ma fuori da Riace

Una decisione attesa, ma col veleno nella coda. Il Tribunale della Libertà di Reggio Calabria ha revocato poco fa gli arresti domiciliari a Mimmo Lucano, il sindaco di Riace arrestato lo scorso 2 ottobre per “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”.

I giudici del Riesame hanno infatti accolto solo parzialmente il ricorso degli avvocati di Mimmo, Antonio Mazzone e Andrea D’Aqua, che avevano chiesto l’annullamento dell’ordinanza di custodia cautelare.

Gli arresti domiciliari sono stati sostituiti dal divieto di dimora nel Comune. Il provvedimento è stato subito notificato a Mimmo Lucano e alla sua compagna Tesfahum Lemlem. Un sindaco col Daspo non si era ancora visto, ma con questo governo – che parte della magistratura mostra di temere – tutto è possibile. Si attendono con ansia gli asini che volano...

Mimmo Lucano è insomma di nuovo un uomo completamente libero, ma l’unica cosa che gli viene vietata è esercitare la funzione per cui è stato eletto (lo farà per telefono, ma non si fermerà...). Che è poi l’unico obbiettivo che Minniti e Salvini volevano da sempre.

Non a caso negli ultimi giorni, oltre all’arresto, è arrivato anche lo stop ai contributi pubblici previsti dal piano Sprar, sempre ad opera del “ministero dell’Interno” (ossia Salvini), senza i quali la sopravvivenza del “modello Riace” diventa molto più difficile.

Anche dopo questo attacco Mimmo non ha fatto marcia indietro. “Non voglio avere a che fare con chi non ha fiducia e con questo governo che spesso non rispetta i diritti umani. Sono fiducioso nella scarcerazione, se esiste il diritto. E’ talmente distante quello che ha detto l’avvocato, che ha sviluppato come si è svolta la vicenda Riace arrivando poi agli argomenti alla base di queste misure fatte a me, e quello che ha detto il pm. C’è un abisso. Riace rappresenta un’idea che va contro la civiltà della barbarie. Anche senza contributi pubblici andiamo avanti lo stesso, da soli, perché negli anni abbiamo costruito dei supporti all’integrazione che oggi fanno la differenza. Faremo, non uno Sprar, ma un’accoglienza spontanea così com’era cominciata, senza soldi pubblici”.

“Quando si parla di uno degli argomenti che mi sono contestati dal Viminale, quello degli affidamenti diretti, il prefetto Morcone non si doveva dimenticare di quando, nel 2008, voleva portare 400 persone a Riace. Al prefetto dissi che Riace aveva 500 abitanti nella parte alta. In ogni caso ho avuto un rapporto cordiale con il Capo dipartimento Morcone. Però il 26 agosto 2008, quando ha telefonato a Riace, mentre altri comuni come Milano davano la disponibilità per 20 posti, noi ci siamo riuniti in vari comuni ed abbiamo dato la disponibilità di 300 posti. Il 26 agosto ci hanno telefonato ed il 28 agosto sono arrivati i pullman. Come facevamo a non fare gli affidamenti diretti alle coop o agli enti gestori. E adesso me lo contestano”.

Le motivazioni della sentenza arriveranno tra qualche settimana, ma è evidente che i giudici del riesame hanno condiviso la valutazione fatta a suo tempo dal Gip, che aveva annullato 14 capi di imputazione su 15: “Vaghezza e genericità del capo d’imputazione”.

Ma non hanno voluto prendersi la responsabilità di demolire completamente il castello accusatorio – e soprattutto il “fumus” del sospetto sulla testa di Mimmo – messo in piedi contro un sindaco che (caso abbastanza raro) le stesse carte dell’accusa ritengono “uno che non si è messo in tasca un centesimo”.

Forse per questo l’hanno arrestato.

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Giuseppe Fiorello: “Mimmo Lucano, il tempo ti darà ragione”

Mimmo Lucano il tempo ti darà ragione, hai regalato un sogno al mondo e presto lo faremo vedere a tutti, io ti conosco come pochi al mondo, io ho visto con i miei occhi una favola moderna che dava speranza, io so come tutti coloro che ti hanno voluto annientare che tu vivi per gli altri, tutti sanno che non hai mai toccato un centesimo per arricchimento personale, hai commesso l’errore di non volerti tutelare ma di agire con il cuore senza perder tempo dietro alle lentezze burocratiche, hai commesso l’errore della buona fede, hai commesso l’errore di non aver rispettato la legge, ecco questo è il punto cruciale in cui molti si sono improvvisamente trasformati in integerrimi accusatori, molti giornalisti che per anni hanno difeso a viso aperto i corrotti, politici che hanno conosciuto e collaborato spalla a spalla con i peggiori evasori e truffatori dello Stato, improvvisamente sono diventati garantisti, scrupolosi, attenti, cosa che invece non sono mai stati quando ha riguardato i loro interessi personali, ti hanno condannato per aver usato soldi pubblici in modo disordinato NON SCORRETTO, ti hanno accusato di aver tolto la possibilità di affidare la raccolta dei rifiuti alla n’drangheta per lasciarla a Riace sotto il tuo stretto controllo, ti hanno messo in un carcere a cielo aperto per aver salvato la vita ad una ragazza che altrimenti sarebbe morta bruciata viva come era già successo qualche anno prima in uno dei centri gestito dalle mafie e che ancora gode di totale libertà, ti hanno isolato e fatto fuori come fossi il peggiore dei mafiosi, come fossi uno di quelli che ha rubato 49milioni di euro allo Stato, come fossi stato un evasore, come fossi stato un sindaco che separa bambini di colore da quelli Italiani nella mensa di una scuola italiana, come fossi uno di quei politici che hanno trattato con la mafia negli anni di fuoco in cui furono uccisi Falcone e Borsellino, ecco tutti questi amico mio mio sono liberi, liberi di tornare a casa e vivere insieme a noi onesti. ‪Sei stato scomodo Mimmo perché hai il volto della #Calabria giusta, nuova, libera e felice, #iostoconriace per sempre e se vorrai ti ospiterò sul palco del mio spettacolo teatrale ogni sera, quando vorrai, dal 25 ottobre al 2 Dicembre in giro per l’Italia, il tuo paese.

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14/10/2018

Il dilemma della cittadinanza, tra Ungheria e Calabria

In Ungheria e Calabria sono successi fatti “tecnicamente” identici, ma che nel Governo italiano e in buona parte del Paese generano reazioni antitetiche. Rivelando cioè: la falsità di certe prese di posizione, una profonda meschinità e la miseria della politica.

In Ungheria il Governo di Orbàn (tanto caro alla Lega) sta attuando la stessa politica di penetrazione imperialistica dell’Austria: sta concedendo la cittadinanza a popolazioni d’origine ungherese e che risiedono in paesi che un tempo facevano parte dell’Impero Austro-Ungarico. In particolare, Orbàn sta distribuendo in maniera estremamente disinvolta passaporti ungheresi nella regione ucraina della Transcarpazia.

L’Ungheria vuole cioè approfittare della profonda e irreversibile crisi ucraina per dare sfogo alle mai sopite pulsioni imperialistiche che oggi sono particolarmente vigorose e puntano ad un espansione territoriale. La situazione è paradossale, in quanto l’Ungheria si scontra con la UE per aver chiuso le proprie frontiere ai migranti, ma poi regala documenti della UE a cittadini extracomunitari: la cosa potrebbe far sorridere se non si trattasse dell’ennesima riproposizione del concetto di “Stato etnico”, prodromo di tante sciagure.

A prescindere da ogni ovvia valutazione politica su questo preoccupante andazzo, si deve sottolineare un aspetto puramente tecnico: l’Ungheria sta forzando il Diritto concedendo la cittadinanza europea a degli extracomunitari (la Transcarpatia è in Ucraina, quindi fuori dalla Comunità Europea). Questa condotta di Orban non ha minimamente scandalizzato il Governo italiano o quelle forze politiche che con quell’individuo intrattengono ottimi rapporti.

Ciò che accade in Ungheria è “tecnicamente” identico a quanto fatto dal Sindaco di Riace, Mimmo Lucano, che dava i documenti a degli extracomunitari. Il Sindaco calabrese però da molti è trattato come un criminale. Senza voler entrare nel merito del caso calabrese o nel fatto se sia giusto o meno forzare il Diritto, è interessante fare un raffronto tra le due vicende.

Si è affermato un doppio standard dovuto al fatto che gli episodi sono “tecnicamente” identici, ma “politicamente” antitetici. Infatti quella di Orban è una politica razzista di penetrazione imperialistica, mentre quello di Riace (giusto o sbagliato che sia) è un gesto d’amore, inclusione e umanità.

Al Governo italiano questo doppio standard non fa esplodere alcuna contraddizione, perché quello che non può accettare di Riace non è l’aspetto tecnico (inerente la legalità), bensì quello politico. Dato che non hanno strumenti per colpire un gesto d’amore, sfruttano un tecnicismo che però si guardano bene dal far valere anche rispetto ai propri compari ungheresi. Infatti, dagli xenofobi italiani non si è udito levarsi alcun grido di protesta contro quell’Ungheria che fa entrare in Europa dei cittadini extracomunitari. Il motivo è semplicemente il razzismo, che se istituzionalizzato porta alla segregazione e alla creazione di stati “etnicamente puri”. Messa in questi termini, la questione si mostra in tutta la sua gravità.

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La vendetta di Salvini: deportare i migranti di Riace

Un misto di cavilli burocratici e iattanza militare al servizio di un ministro che riversa le sue antipatie personali in atti di Stato. Il risultato è uno solo: distruggere quello che funziona. E che funziona persino bene.

Dopo l’arresto del sindaco Mimmo Lucano, il Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del ministero dell’Interno (la similitudine con il linguaggio orwelliano è ormai esplicita: il nome significa l’opposto di quello che viene fatto davvero) ha deciso il trasferimento dei migranti ancora ospiti nello Sprar gestito dal comune calabrese.

La “base giuridica” è stata individuata in una folla di microscopiche “anomalie nella gestione”, sollevate nei mesi scorsi dallo stesso ministero (l’attacco al “modello Riace” è cominciato con il ministro “democratico” Marco Minniti, quello che “non possiamo lasciare il fascismo ai fascisti”, direbbe Crozza).

La circolare impone infatti di “Rendicontare spese fino a chiusura Sprar”, visto che i rilievi sollevati riguardano “soprattutto ad aspetti gestionali e organizzativi che prescindono dalla disponibilità delle risorse finanziarie“. Addirittura 34 punti di penalità vengono contestati al Comune calabrese, che vanno dal “mancato aggiornamento della banca dati” gestita dal Servizio centrale, alla “mancata rispondenza tra i servizi descritti nella domanda di contributo e quelli effettivamente erogati e/o mancata applicazione di quanto previsto dalle linee guida”, fino alla riscontrata “erogazione dei servizi finanziati dal Fondo a favore di soggetti diversi da quelli ammessi all’accoglienza” e alla “mancata presentazione della rendicontazione”.

Tutte contestazioni che dovrebbero essere affrontate mediante una verifica tra le parti, con l’amministrazione comunale messa in grado di controbattere e “difendersi”. Ma il ministero non vuol correre questi rischi, e dunque agisce saltando a pie’ pari la fase del “confronto amministrativo”.

E’ solare il fatto che sarebbero bastata anche la “scarsa pulizia” di alcuni locali pur di mettere sotto botta un “modello” che viene studiato nel mondo, ma aborrito dalle bestie della Lega. E infatti tra le microcontestazioni ci sono anche queste! Un’ispezione del maggio scorso – quando c’era ancora Minniti! – “trovava” abitazioni “non adeguate agli standard Sprar“ (notoriamente “alberghi 5 stelle”, nella fantasia piddin-leghista); “gli alloggi risultano essere in condizioni igieniche e di arredamenti precarie tanto da costringere le persone che vi dimorano a soluzioni di fortuna in condizioni degradanti di grave abbandono tra animali, insetti, cumuli di bottiglie... si riscontra anche una grave situazione di sporcizia nell’angolo cottura e bagno”.

Il tutto in un “sistema nazionale dell’accoglienza” che – condizioni igieniche infernali a parte – vede protagonisti quasi sempre personaggi poco chiari legati ai partiti momentaneamente al governo (ci sono “cooperative” che cambiano referenti nell’arco di una notte, normalmente quella dopo un’elezione), mafiosi di vario ordine e cosca, albergatori pigri e uno stuolo di “consulenti” con attività reali pari a zero. Ma il problema è far fuori Riace, mica realizzare un sistema che funziona...

E così Salvini ha dato ordine ai suoi solerti funzionari di elaborare una circolare che disponesse la deportazione immediata di tutti gli immigrati integrati nel comune di Riace – dove vivono in case vuote messe a disposizione con il consenso dei proprietari, a loro volta emigrati da anni o decenni – verso destinazione ignota, ovvero strutture sotto un controllo meno “dissonante” con l’indirizzo razzista del ministro.

L’attacco viene dopo che il 2 ottobre Mimmo Lucano era finito agli arresti domiciliari con l’accusa di “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e fraudolento affidamento del servizio di raccolta differenziata”. Ed è veramente difficile non vedere il collegamento operativo tra un magistrato che – a Locri! – non trova di meglio da fare che ipotizzare 15 fattispecie di reato (14 delle quali che non reggono nemmeno il primo sommario esame del Gip) per l’unica cosa decente che sopravvive in quel territorio, e un ministro impegnato nel dimostrare che nulla e nessuno può smentire (tantomeno nei fatti) gli assiomi ideologici razzisti che gli servono per distrarre la popolazione dai problemi reali.

La macchina militare di polizia è stata messa immediatamente in moto per bypassare anche ogni possibile ricorso (per esempio al Tar), con il chiaro intento di creare una situazione irreversibile. Una volta portati via da Riace, quei migranti fin qui “fortunati” diventeranno pulviscolo nella massa che già viene detenuta in prigioni chiamate con altro nome (“altri centri”, dice sommariamente la circolare stessa).

Salvini vorrebbe infatti che il tutto avvenisse nel giro di una settimana, ma la formulazione della circolare – e le leggi esistenti, evidentemente poco conosciute dagli stessi estensori – concede più tempo, entro il quale i ricorsi potrebbero essere attivati e soprattutto ammessi dagli organi competenti.

“Il Viminale ha stabilito un termine indicativo di sessanta giorni per la chiusura del progetto Sprar a Riace e per il trasferimento dei migranti, che non può essere dunque immediato. Le persone non sono pacchi postali e stanno seguendo a Riace un percorso d’integrazione e di formazione che deve essere completato per non danneggiarle”, spiega il giurista Gianfranco Schiavone, che opera da consulente a titolo gratuito del comune di Riace insieme all’avvocato Lorenzo Trucco.

Il “sindaco detenuto in casa” ha sintetizzato in poche parole il profluvio di microcontestazioni mosse alla sua gestione: “Vogliono soltanto distruggerci. Nei nostri confronti è in atto ormai un vero e proprio tiro incrociato. I nostri legali, comunque, stanno già predisponendo un ricorso al Tar contro la decisione del Viminale. Io mi chiedo come sia possibile pensare di distruggere in questo modo il ‘modello Riace’, descritto da innumerevoli personalità, politici, intellettuali, artisti, come un’esperienza straordinaria. Non si può cancellare una storia semplicemente straordinaria e che ha suscitato l’interesse e l’apprezzamento di tutto il mondo. Lo Stato continua incredibilmente a darci addosso. La mia amarezza è immensa. La persecuzione nei nostri confronti è cominciata già da qualche anno. Ci sono state due relazioni della Prefettura di Reggio Calabria che si sono contraddette l’una con l’altra, una positiva e un’altra negativa. Prima ci hanno elogiati e poi criticato. Tutto questo è assurdo“.

Solidale con Lucano è anche il governatore della Calabria, Mario Oliverio. “È una decisione assurda ed ingiustificata. Mi auguro che dietro tale decisione non si celi l’obiettivo di cancellare una esperienza di accoglienza, estremamente positiva, il cui riconoscimento ed apprezzamento è largamente riconosciuto anche a livello internazionale. Chiedo al Ministro dell’Interno di rivedere questa decisione”.

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09/10/2018

Il “riacese modello” di Salvini è un uomo dei clan

Lo sappiamo, i “tweet di Salvini” non li scrive di sua mano il ministro dell’interno. Vista la quantità, non avrebbe tempo di fare il ministro, né di andare in tutti i talk show e anche altrove. Il merito va dunque alla “Bestia”, come viene affettuosamente definito il mega-staff della comunicazione salviniana.

Ma non risulta che sia stato ancora licenziato qualcuno per un post che sarebbe stato osceno per chiunque, ma fatto dal ministro di polizia è una confessione di vicinanza con la ‘ndrangheta che dovrebbe stroncargli la carriera.

Nella fregola di rivendicare l’arresto di Mimmo Lucano, compagno e sindaco di Riace, sulla pagina di Salvini è stato pubblicato questo post in cui si “consiglia” di leggere quanto ha da dire, contro Lucano, tal Pietro Domenico Zucco, suo concittadino.

Nulla di sconvolgente, dobbiamo dire: “Lucano sperpera le risorse per i migranti e ha abbandonato le famiglie riacesi”. Del resto, uno che – riferiscono le voci di paese – gravita nel ristretto giro locale di “Noi con Salvini”, non è che potesse usare argomenti diversi.

Se la risposta a Zucco-Salvini potesse essere solo politica, basterebbe ricordare che le “famiglie riacesi” confermano Mimmo Lucano nel ruolo di sindaco da ben tre mandati. Quindi tanto male non si trovano...

Si potrebbe anche ricordare che il suddetto Zucco-Salvini, oltre a essere gestore di un ristorante (La Scogliera) è stato anche vicesindaco del paese nelle amministrazioni di destra che hanno assistito impassibili allo spopolamento e sono state poi spazzate via da Lucano.

Ma sarebbe poco. E anche sbagliato.
Il punto fondamentale è infatti un altro: Zucco era stato arrestato a sua volta, anni fa. E non per aver celebrato un matrimonio “di convenienza”, ma con l’accusa di essere il prestanome del clan locale della ‘ndrangheta, chiamato Ruga Metastasio. A quel tempo Zucco era infatti anche titolare di una cava (a Stilo) che invece sarebbe stata di proprietà di Vincenzo Simonetti, considerato “uomo di punta del clan”.

Anche il ristorante, in effetti, non era suo, ma del boss Cosimo Leuzzi. Tanto che era stato confiscato dalla Direzione Distrettuale Antimafia e affidato alla gestione del Comune. Ossia alla giunta guidata da Mimmo.

Che un cretino qualsiasi possa postare in rete cazzate prese a caso, senza verificare le “relazioni pericolose” tra chi le dice e i clan, in fondo, è cosa di tutti i giorni. Grave, certo, ma quasi inevitabile, perché non si può pretendere da un pirla qualsiasi la professionalità del giornalista o del poliziotto.

Se questa cazzata la fa lo staff del ministro di polizia, però, la cosa cambia segno. Vuol dire che, pur di “picchiare” un avversario politico che si è inventato un modello di accoglienza studiato in tutto il mondo, il ministro di polizia è disposto ad accettare qualunque “aiuto”. Persino quello di un uomo dei clan...

Come scrivono quelli della “Bestia”, GUARDA E CONDIVIDI!!

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