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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/02/2026

Open-Mentana, i controllori italiani della visibilità su Facebook

C’è una riga nella pagina “Chi Siamo” di Open, il sito di informazione fondato da Enrico Mentana, che la maggior parte dei lettori in genere supera senza fermarsi.

“Dal 2021,” si legge, “riceviamo un contributo da parte di Facebook all’interno del Third-Party Fact-checking Program della nostra sezione Open Fact-checking.“

La frase è burocratica. Il potere che descrive non lo è.

Quando i fact-checker di Open valutano un post su Facebook o Instagram come “Falso,” “Alterato,” o “Contesto mancante,” l’algoritmo di Meta non si limita ad aggiungere un’etichetta. Riduce drasticamente la distribuzione del post su ogni piattaforma Meta nel mercato italiano.

Il contenuto resta, tecnicamente, online. Ma il numero di persone che lo vedono crolla a una frazione di quello che altrimenti sarebbe.

Per i contenuti valutati “Falso” o “Alterato,” il Transparency Center di Meta stesso descrive la riduzione come “drastica.” Il post viene anche escluso dai suggerimenti, bloccato dalla pubblicità, e innesca penalizzazioni per la pagina o l’account che lo ha condiviso.

Open è una delle due sole organizzazioni certificate per svolgere questa funzione per Meta in Italia. L’altra è Facta (già Pagella Politica).

Tra le due, controllano quali post su Gaza, su Israele, sulla guerra, sull’occupazione (e altro, ovviamente) raggiungono il pubblico italiano sulle piattaforme social più utilizzate del paese, e quali vengono algoritmicamente sepolti.

La domanda non è se Open svolga questa funzione con competenza. La domanda è se un’organizzazione il cui fondatore e direttore editoriale ha posizioni pro-Israele documentate, pubbliche e costanti, possa svolgerla senza bias strutturale.

E se la relazione finanziaria tra Open e Meta, il cui importo non è mai stato reso pubblico, crei incentivi che rendono quel bias non un rischio, ma una caratteristica identitaria.

L’uomo

Enrico Mentana è uno dei volti più riconoscibili del giornalismo italiano. Direttore del TG di La7, il telegiornale della rete di Urbano Cairo, dal 2010. Ex direttore del TG5 sul Canale 5 di Berlusconi. Fondatore di Open nel dicembre 2018, concepito come “impresa sociale” per impiegare giovani giornalisti nel digitale (o, almeno, questo è quello che ha dichiarato Mentana).

La sua voce su Wikipedia nota, nel registro neutro dell’enciclopedia, che è “figlio primogenito di Franco Mentana, noto corrispondente della Gazzetta dello Sport, e di Lella, di origini ebraiche. È stato battezzato cattolico, sebbene mostrerà sempre grande vicinanza al popolo ebraico.“

La posizione di Mentana su Israele non è una questione di interpretazione: è una questione di documentazione.

Nell’ottobre 2024 Contropiano, analizzando lo speciale di Mentana su TG La7 per il primo anniversario del 7 ottobre, intitolato “L’orrore di un anno“, ha documentato quella che hanno definito una strategia editoriale sistematica: tre quarti d’ora di immagini del 7 ottobre quasi senza mai menzionare l’assedio, la distruzione, o i bambini palestinesi uccisi nella campagna successiva.

Gli analisti hanno argomentato che Mentana utilizza una tecnica in cui le dichiarazioni verbali offrono critiche nominali a ogni tipo di violenza, mentre il contenuto visivo umanizza esclusivamente le vittime israeliane. Le parole dicono una cosa, le immagini un’altra. Il pubblico ricorda, ovviamente, le immagini.

Nel maggio 2025, Il Fatto Quotidiano lo ha detto in modo piuttosto diretto: “Mentana non è mai stato ambiguo sulla Palestina: è sempre stato apertamente sionista.“

Nel marzo 2025, la giornalista Paola Caridi ha documentato come il TG La7 di Mentana si riferisse ai coloni israeliani in Cisgiordania come “settlers” che “conducono una vita di frontiera“, sanificando il più grande sistema organizzato di furto di terra nel mondo contemporaneo presentandolo come una scelta di stile di vita.

Niente di tutto questo è insolito per i media mainstream italiani.

Ciò che è insolito è che l’uomo che fa questa (dis)informazione controlla anche un’operazione di fact-checking con il potere di sopprimere algoritmicamente contenuti su Facebook e Instagram, le piattaforme dove la maggior parte degli italiani legge le notizie.

La struttura

Open è pubblicato da G.O.L. Impresa Sociale S.r.l. (Giornale On Line), con sede a Milano. Mentana detiene il 99% del capitale. Il restante 1% appartiene a Giampiero Falasca, partner di DLA Piper, lo studio legale internazionale, che ha fornito servizi legali pro bono (o meglio, pro 1%) al lancio.

L’investimento iniziale è stato modesto: Mentana ha messo 250.000 euro di tasca propria. La pubblicità è stata gestita fin dal lancio da Cairo Pubblicità, il braccio pubblicitario di Urbano Cairo, che possiede La7 (dove Mentana dirige il TG) ed è azionista di maggioranza di RCS MediaGroup, editore del Corriere della Sera. La Fondazione Cariplo ha contribuito con un importo non dichiarato tra il 2019 e il 2020.

Nel 2022, l’operazione Open generava 2,2 milioni di euro di ricavi annui, impiegava tra 20 e 49 persone, con costi del personale di circa un milione di euro. L’utile netto dichiarato era di 150.000 euro.

La struttura di “impresa sociale” significa che gli utili non possono essere ridistribuiti, ma vanno reinvestiti. Ma l’operazione non è benefica: è – e rimane – una società media commerciale, con una porzione significativa dei suoi ricavi che proviene da un singolo cliente: Meta.

L’importo esatto che Meta paga a Open non è mai stato reso pubblico. A livello globale, il Third-Party Fact-Checking Program di Meta finanziava nel 2023 oltre 90 organizzazioni in più di 60 lingue, spendendo ciò che Bill Adair, co-fondatore dell’International Fact-Checking Network, ha descritto come “milioni di dollari.”

NPR ha riportato che i singoli contratti sono talmente sostanziosi da aver suscitato preoccupazioni sulla dipendenza in diverse organizzazioni.

La dichiarazione di Open riconosce il pagamento di Meta, ma non fornisce alcuna cifra.

Non è un dettaglio, perché la dipendenza finanziaria crea un incentivo strutturale. Open ha bisogno dei soldi di Meta. Meta ha bisogno dei fact-check di Open per dimostrare ai regolatori europei, in particolare sotto il Digital Services Act dell’UE, che prende la disinformazione sul serio. La relazione è simbiotica, e la simbiosi modella cosa viene verificato e come.

Il conflitto

C’è una definizione per ciò che accade quando la stessa persona, politicamente molto schierata, contemporaneamente dirige un importante telegiornale nazionale e controlla un’operazione di fact-checking con potere di enforcement sulle piattaforme social dominanti del paese.

Nella maggior parte dei quadri regolamentari, la definizione sarebbe “conflitto di interessi.” In Italia, si chiama Open, di Enrico Mentana.

Mentana dirige il TG La7, di proprietà di Urbano Cairo. Cairo Pubblicità vende la pubblicità di Open. Cairo controlla anche RCS, l’editore del Corriere della Sera. Un singolo impero mediatico fornisce la piattaforma editoriale (La7), i ricavi pubblicitari (Cairo Pubblicità) e l’infrastruttura di fact-checking (Open) che determina quali contenuti raggiungono il pubblico italiano sulle piattaforme Meta e quali no.

Lo stesso uomo siede al centro di tutti e tre.

Il team di fact-checking di Open lavora sotto la direzione editoriale di Mentana.

Quando valutano un post su Gaza come “Contesto mancante” o “Parzialmente falso”, la decisione porta il peso dell’algoritmo di Meta: soppressione della distribuzione a milioni di utenti italiani.

Questo non è un editoriale che i lettori possono scegliere di ignorare. È un intervento a livello infrastrutturale che opera sui contenuti ben prima che gli utenti li possano vedere.

David Puente, il principale fact-checker di Open, ha dichiarato a MasterX nel febbraio 2025 di ricevere critiche da entrambe le parti: “I filo-israeliani mi chiamano filo-palestinese o addirittura filo-Hamas, i filo-palestinesi mi chiamano ebreo e sionista.” Questo è il framing standard del fact-checker che rivendica obiettività attraverso l’equidistanza.

Ma l’equidistanza non è neutralità, soprattutto quando un lato sta conducendo un’operazione militare che la Corte Internazionale di Giustizia ha giudicato plausibilmente genocidaria, e l’altro è la popolazione civile che viene uccisa, in massima parte donne e bambini.

L’equidistanza tra l’atrocità documentata e la sua negazione non è una metodologia. È una posizione politica.

La posizione strutturale del direttore editoriale, le cui opinioni su Israele sono pubblicamente documentate come costantemente pro-Israele, modella la cultura organizzativa in cui quelle decisioni di fact-checking vengono prese.

Non deve essere una direttiva. Non deve essere scritta in un memorandum. Deve solo essere l’orientamento compreso dell’istituzione, l’aria che la redazione respira.

È così che funziona l’influenza editoriale in ogni organizzazione mediatica del mondo e non c’è ragione di supporre che Open ne sia esente.

Il bias della piattaforma

Il conflitto strutturale si approfondisce quando si esamina ciò che le piattaforme Meta fanno con i contenuti su Israele-Palestina, indipendentemente da qualsiasi fact-checking.

Nel maggio 2024, l’Adversarial Threat Report di Meta ha riconosciuto la rimozione di 510 account Facebook e 32 account Instagram collegati a STOIC: un’operazione di influenza contrattata dal governo israeliano, che conduceva campagne coordinate rivolte al pubblico negli Stati Uniti, Canada e Regno Unito.

L’operazione promuoveva contenuti pro-Israele e anti-palestinesi, usando account falsi e personaggi generati dall’IA.

Molteplici ricercatori e organizzazioni, tra cui Human Rights Watch, 7amleh (il Centro Arabo per l’Avanzamento dei Social Media) e i ricercatori di The Markup, hanno documentato la soppressione algoritmica di contenuti palestinesi sulle piattaforme Meta.

Giornalisti, attivisti e utenti comuni palestinesi hanno segnalato shadowbanning, rimozione di contenuti e restrizioni degli account a tassi di gran lunga superiori a quelli applicati a contenuti israeliani comparabili. La revisione interna di Instagram, nel 2021, ha scoperto che un cambiamento tecnico aveva “accidentalmente” soppresso contenuti sulle proteste di Sheikh Jarrah e che l'”incidente” si allineava con un pattern.

Open è il contractor pagato da Meta per la moderazione dei contenuti in Italia.

Opera all’interno di un ecosistema di piattaforma che ha un bias documentato contro le voci palestinesi.

I giudizi individuali dei fact-checker non esistono nel vuoto. Esistono all’interno di un sistema i cui default sono chiaramente orientati. Quando il fact-checker condivide l’inclinazione, quando le posizioni pubbliche del direttore editoriale si allineano con il bias documentato della piattaforma, il sistema non corregge l’errore. Lo amplifica.

Cosa ha cambiato il gennaio 2025 e cosa no

Nel gennaio 2025, Mark Zuckerberg ha annunciato che Meta avrebbe terminato il suo Third-Party Fact-Checking Program negli Stati Uniti, sostituendolo con un sistema crowdsourced di “Community Notes” modellato su quello usato da X di Elon Musk.

L’annuncio è stato ampiamente raccontato come una capitolazione alla pressione politica della nuova amministrazione Trump.

Ciò che è stato meno raccontato è stato l’ambito geografico. La dichiarazione di Meta è stata precisa: il cambiamento si applicava solo agli Stati Uniti. “Fino a quando le Community Notes non saranno lanciate in altri paesi, il programma di fact-checking di terze parti rimarrà attivo.”

Ad oggi (febbraio 2026), le Community Notes non sono state lanciate in Italia, quindi Open continua a operare come fact-checker certificato di Meta per il mercato italiano.

Il meccanismo di enforcement algoritmico, la soppressione della distribuzione per i contenuti valutati falsi o fuorvianti, resta pienamente attivo.

Negli Stati Uniti, la funzione di gatekeeping è stata rimossa dalla destra sotto pressione politica. In Italia, persiste.

Il potere che Open esercita su ciò che gli utenti italiani di Facebook e Instagram vedono su Gaza non è terminato nel gennaio 2025. Continua ogni giorno.

Lo scudo dell’impresa sociale

La forma giuridica di Open, impresa sociale, merita attenzione non per ciò che significa, ma per ciò che segnala.

La designazione di “impresa sociale” ha una certa aura di no-profit nel diritto societario italiano. Suggerisce interesse pubblico, missione civica, giornalismo come servizio.

La forma proibisce la distribuzione degli utili, il che sembra confermare il framing altruistico.

Ma la designazione non impedisce all’impresa di ricevere pagamenti commerciali sostanziosi da una delle più potenti corporation tecnologiche del mondo.

Non impedisce all’impresa di funzionare come contractor di moderazione dei contenuti, le cui decisioni editoriali portano a un enforcement algoritmico. Non impedisce al fondatore dell’impresa di dirigere un telegiornale su una rete posseduta dall’uomo che vende anche la pubblicità della sua impresa.

La forma di impresa sociale non è una garanzia di indipendenza. È una struttura giuridica che fornisce benefici fiscali e posizionamento reputazionale, permettendo le stesse relazioni commerciali (e le stesse dipendenze strutturali) che operano in qualsiasi società mediatica.

La missione sociale è verificabile: Open impiega, di fatto, giovani giornalisti. La domanda è se la missione si estenda alla funzione editoriale che dà all’impresa il suo potere (il fact-checking) o se quella funzione serva un diverso insieme di interessi che l’etichetta di impresa sociale oscura.

Ciò che non è noto

Ciò che è ben documentato è il posizionamento editoriale costantemente pro-Israele di Mentana, attestato da molteplici fonti mediatiche italiane, lungo ormai più di un decennio.

La relazione finanziaria di Open con Meta, dichiarata sul suo stesso sito. Il conflitto strutturale tra advocacy editoriale e neutralità del fact-checking. Il bias documentato di Meta contro i contenuti palestinesi sulle proprie piattaforme. La continuazione del programma di fact-checking in Italia dopo la sua terminazione negli Stati Uniti.

Ciò che non è documentato è l’importo esatto che Meta paga a Open fin dal 2021.

Se qualsiasi ente governativo israeliano, organizzazione pro-Israele, o fondo legato all’hasbara, abbia qualsiasi relazione finanziaria o istituzionale con Open, il suo staff, o le sue operazioni editoriali.

Se Mentana abbia mai ricevuto comunicazioni dirette da organizzazioni diplomatiche o di advocacy israeliane riguardo alla copertura di Open.

Sia ben chiaro: non c’è evidenza di finanziamento israeliano diretto a Open. A differenza de Il Riformista, che pubblica un conto corrente, diffonde contenuti di JNS, e ospita esponenti di think tank del governo israeliano, Open non mostra alcuna impronta istituzionale israeliana visibile.

Il caso non è di finanziamento occulto o coordinamento formale. È di allineamento strutturale: un fact-checker il cui orientamento editoriale, la cui dipendenza dalla piattaforma, e il cui potere algoritmico si combinano per creare un sistema in cui la soppressione di contenuti pro-palestinesi non è uno scandalo, come dovrebbe essere, ma un’impostazione di base.

Questa è una forma di controllo narrativo ben più sottile e potenzialmente molto più importante di qualsiasi campagna dichiarata di advocacy.

Il Riformista ti dice chiaro e tondo cosa è: il braccio dell’Hasbara in Italia. Open ti dice cosa non è, ma esercita un potere che Il Riformista può solo invidiare.

Il problema del gatekeeping

Quando l’IDMO, l’Osservatorio Italiano dei Media Digitali, ha pubblicato il suo rapporto dell’ottobre 2025, ha rilevato che Israele-Palestina era il singolo tema più frequente nelle verifiche sulla disinformazione in Italia, rappresentando il 24,3% di tutta l’attività di debunking. Open ha contribuito a una porzione molto significativa di quelle verifiche.

La statistica invita a fare due letture.

La prima è che la disinformazione sul conflitto è genuinamente dilagante, e che quindi i fact-checker stanno svolgendo un lavoro comunque utile e necessario. C’è disinformazione su ogni aspetto del conflitto, e correggerla serve l’interesse pubblico.

La seconda lettura è meno confortevole.

Quando un quarto di tutta l’attività di fact-checking in un paese è diretta a un singolo tema geopolitico, uno su cui il direttore editoriale di una delle principali organizzazioni di fact-checking ha posizioni politiche pubbliche e ben documentate, la concentrazione stessa diventa la domanda. Chi decide quali affermazioni su Gaza vengono verificate?

Chi decide cosa è un “contesto mancante”?

Quando un post documenta la distruzione di un ospedale da parte dell’IDF e viene etichettato come “contesto mancante” perché non menziona i tunnel di Hamas, è fact-checking o è framing?

Quando un post condivide le cifre delle vittime dal Ministero della Salute di Gaza e viene etichettato come “necessita contesto aggiuntivo” perché la fonte è Hamas, è accuratezza o delegittimazione?

Queste non sono domande ipotetiche. Sono le decisioni quotidiane che determinano cosa milioni di utenti italiani possono vedere sui loro schermi. E sono prese da un’organizzazione il cui direttore editoriale non è mai stato ambiguo su dove si colloca.

Il potere di decidere cosa è vero non è la stessa cosa del potere di decidere cosa è visibile. Open ha entrambi.

Nell’ecosistema informativo italiano, la distanza tra fact-checking e controllo narrativo, di fatto, è inesistente.

Fonte

06/01/2026

Il narco-traffico Trump ce l’ha in casa: la carriera di Marco Rubio

Abbiamo visto Washington impegnarsi nel sequestro di un capo di stato, ovvero il presidente venezuelano Nicolás Maduro, accusandolo di essere a capo del fantomatico “Cartel de los Soles”. Una finzione hollywoodiana, secondo un esperto di mafie e trafficanti di droga come Pino Arlacchi.

L’amministrazione Trump ha preparato il terreno impiegando la categoria passepartout di “terrorismo”, facendo così diventare un capo di stato un obiettivo “legittimo” (sempre secondo la fantasiosa giurisdizione della Casa Bianca). Non è qualcosa di nuovo, ma di certo è un salto di qualità nell’arbitrio piratesco portato avanti dagli Stati Uniti.

Il punto, ad ogni modo, non è mai stato se colpire il Venezuela bolivariano e socialista fosse utile a fermare i flussi delle sostanze stupefacenti diretti verso gli USA – perché, difatti, non fermerà assolutamente nulla. Quanto piuttosto rubare il petrolio e cercare di far crollare un’esperienza di solida resistenza antimperialista ai desiderata stelle-e-strisce, al centro di quello che gli States considerano il proprio “cortile di casa”.

Anche perché, se c’è qualcuno che il narcotraffico lo ha portato in casa statunitense, non è il chavismo, ma i gusanos “filo-occidentali” fuggiti dalla rivoluzione castrista (come tanti di quei borghesi venezuelani che hanno visto crollare i loro profitti, e che vogliono farci scambiare la loro libertà di speculare con la democrazia).

Trump dovrebbe saperlo bene, dato che nella casa di uno di quei gusanos ci ha passato diversi anni il suo attuale Segretario di Stato, Marco Rubio. Il quale non si è limitato a vivere vicino a loro (chi potrebbe incolpare qualcuno per essere nato in una specifica comunità?), ma ha anche garantito per uno di loro, che era guarda caso il marito della sorella maggiore.

Orlando Cicilia è stato infatti una figura di spicco della criminalità della Florida, condannato a 35 anni di carcere nel 1989, per un traffico di cocaina da milioni di dollari. Lui gestiva fra l’altro la copertura per questo commercio ovviamente illegale: un negozio di animali esotici, dove anche il giovane Marco Rubio ha lavorato.

“Mi pagavano dieci dollari a settimana per ogni cane che lavavo e usavo i miei guadagni per comprare i biglietti per tutte e otto le partite casalinghe della stagione regolare nel 1985”, avrebbe ammesso ai tempi lo stesso Rubio, facendo riferimento ai suoi amati Dolphins, squadra di football di Miami.

Lo si può capire, poverino. Da ragazzo ha messo insieme qualche soldino facendo un semplice lavoretto in un negozio dove, però sono certamente passati anche personaggi e pacchetti loschi. Quello che non torna è che Rubio non si è mai accorto di nulla. Nemmeno quando lui e la sua famiglia, di ritorno da Las Vegas dove il padre aveva lavorato in un bar, hanno vissuto nella casa di Cicilia per qualche tempo, tra giugno e luglio del 1985.

Quella casa a West Kendall era il centro operativo di Cicilia nel periodo in cui era al culmine delle sua carriera criminosa. Uno dei suoi collaboratori avrebbe poi testimoniato al processo, affermando di aver tagliato e conservato enormi quantità di cocaina nella “camera degli ospiti”, tra marzo 1985 e gennaio 1986. Ma Marco non si è mai accorto di nulla, nemmeno quando visitava la casa settimanalmente per lavoretti saltuari, come scrive nella sua autobiografia An American Son.

Inutile dire che più di una voce uscita dalle forze dell’ordine – come Dade, un ex detective di Miami – aveva riferito che, vista l’entità del business a cui Cicilia era legato (75 milioni di dollari, a metà anni Ottanta), questa versione risulta tutto molto inverosimile. Anzi, letteralmente una “totale stronzata”. Comunque, dei 35 anni che Cicilia avrebbe dovuto scontare, ne ha passati in carcere soltanto 12, venendo rilasciato nel 2000.

Ma lasciamo pure perdere la sua giovanile cecità rispetto ad un traffico che avveniva sotto il suo naso... Salta agli occhi almeno un atto ufficiale di Marco Rubio considerabile come “conflitto di interessi”. Nel 2002, da capogruppo repubblicano nel “Parlamento” statale della Florida, ha scritto una lettera di raccomandazione per il cognato – ovviamente senza palesare il legame familiare né le motivazioni giuridiche della sua condanna definitiva – con il quale Orlando Cicilia ha ottenuto una licenza per attività immobiliari.

“Narco Rubio”, come viene chiamato dai venezuelani, cerca in tutti i modi di mettere a tacere chi parla di questi suoi storici legami “opachi”. Quando Univision ha rivelato le attività di Cicilia, nel 2011, Rubio ha cercato di zittire la storia e poi ha esortato i repubblicani a boicottare i dibattiti ospitati dalla rete televisiva in lingua spagnola.

“Orlando ha commesso degli errori gravissimi quasi 30 anni fa, ha scontato la sua pena e ha saldato il suo debito con la società”, aveva dichiarato Todd Harris, portavoce di Rubio durante la campagna presidenziale del 2016, al Washington Post. “Oggi è un privato cittadino, marito e padre, che cerca semplicemente di guadagnarsi da vivere”.

Non ci sarebbe nulla da eccepire, se solo questo discorso venisse ritenuto valido per tutti. Lo scorso luglio Juan Erles González, un immigrato cubano di 56 anni che circa vent’anni fa aveva scontato 18 mesi di carcere per “cospirazione finalizzata al possesso di cocaina” (!) ha vissuto in un limbo detentivo e poi è stato espulso, secondo le indicazioni della nuova amministrazione statunitense.

Il mese prima, un certo Isidro Pérez, 75 anni, è morto mentre era sotto custodia dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) degli Stati Uniti, dopo che gli ufficiali dell’immigrazione lo avevano prelevato in un centro comunitario con l’accusa di non essere abilitato alla permanenza negli USA, secondo le leggi sulla migrazione. Il motivo addotto: era stato trovato in possesso di marijuana in due occasioni... nella prima metà degli anni Ottanta.

I propri familiari, secondo Rubio, meritano una licenza immobiliare. Un vecchio pescatore merita invece di morire in custodia dell’ICE, per un po’ di erba trovata 40 anni prima. Un doppio standard che, del resto, Rubio non avrebbe problemi a rivendicarsi, vista l’onestà con cui la sua amministrazione, ormai, parla della propria pirateria.

Fonte

22/10/2025

Come FMI e USA hanno intrappolato l’Argentina con il debito

L’Argentina è tornata alla ribalta della cronaca con un’ennesima turbolenza finanziaria innescata dalla scarsa posizione politica del Presidente Milei. Questa posizione precaria è il prodotto della rabbia per le disastrose performance economiche dell’Argentina e della massiccia corruzione all’interno dell’amministrazione Milei, e non fa presagire nulla di buono per la performance del suo partito nelle imminenti elezioni dell’ottobre 2025.

In risposta, il FMI e gli USA si sono messi in moto per salvare il governo Milei. Il FMI aveva già fornito un salvataggio da 20 miliardi di dollari nell’aprile 2025. Ora, il governo USA ne ha fornito un altro da 20 miliardi (sotto forma di una linea di swap valutario tra banche centrali). Inoltre, gli USA hanno espresso la disponibilità a fornire credito stand-by aggiuntivo e persino ad acquistare il debito governativo argentino.

I media si sono concentrati sulla lunga e travagliata storia finanziaria dell’Argentina, sulla difficile situazione inflazionistica ereditata dal presidente Milei e sull’affinità politica del Presidente Trump con Milei. Tuttavia, questo non spiega perché il FMI e gli USA abbiano fornito un’assistenza così ingente all’Argentina, data la sua mancanza di merito creditizio.

Il sostegno a Milei dovrebbe essere inteso come una continuazione dei prestiti passati ai Presidenti Macri (2015-2019) e Menem (1989-1999). Lo scopo è consolidare il Neoliberismo in Argentina e intrappolarla con il debito in dollari. È appoggiato dalle élite locali perché sono le beneficiarie del Neoliberismo, e inoltre hanno la possibilità di saccheggiare lo stato argentino attraverso il processo di intrappolamento del debito.

1. La complicata verità in Argentina

Arrivare alla verità in Argentina è come “pelare una cipolla”. Per prima cosa bisogna scoprire la reale situazione economica, fondamentalmente diversa da quella descritta dai media mainstream. Poi bisogna introdurre la politica e portare in superficie le agende reali che guidano gli eventi. Quindi, bisogna spiegare come funzionano quegli eventi e le loro conseguenze.

Una volta pelata la cipolla, il quadro che emerge è che l’assistenza finanziaria del FMI e degli USA è un’interferenza elettorale finalizzata a salvare il Presidente Milei e il suo estremo programma Neoliberista; a diminuire l’influenza economica della Cina; e ad ammanettare finanziariamente l’Argentina attraverso l’intrappolamento con il debito in dollari.

Inoltre, l’assistenza permette il saccheggio tacito dello stato da parte delle élite argentine e delle multinazionali statunitensi. Questo è un quadro enormemente diverso da quello presentato dai media e dagli economisti mainstream.

2. Il mito del miracolo economico di Milei

Il punto di partenza è la performance economica dell’Argentina, che è stata descritta con entusiasmo dai media mainstream come un “miracolo economico”. Ad esempio, il New York Times dichiara che Milei era “in procinto di realizzare un miracolo economico” prima delle recenti turbolenze finanziarie. Questa cornice è fondamentale perché distorce la percezione pubblica, dando legittimità economica ai prestiti del FMI e degli USA.

La verità è che non c’è stato alcun miracolo.

Le politiche di Milei sono state una catastrofe sia per gli argentini comuni che per il futuro del Paese. Questa realtà spiega l’impopolarità politica di Milei che ha innescato le paure dei mercati finanziari.

Milei ha assunto l’incarico nel dicembre 2023, e da allora l’Argentina è in profonda recessione. La recessione è stata causata da un’estrema austerità fiscale che ha tagliato servizi pubblici e investimenti; un tasso di cambio enormemente sopravvalutato che ha indebolito la bilancia commerciale; e una deregolamentazione che ha aumentato i profitti a scapito dei salari.

La recessione è visibile nel crollo della produzione industriale e del PIL. La produzione industriale rimane in calo, ma finalmente è tornata un po’ di crescita del PIL (come era inevitabile che accadesse perché le economie non si contraggono per sempre). Tuttavia, la ripresa è stata debole e l’economia si è di nuovo contratta.

Inoltre, il quadro è ancora peggiore perché il PIL non cattura la miseria, la fame e l’insicurezza. L’insicurezza alimentare e la fame inizialmente sono aumentate, con un aumento dello scorbuto tra i poveri. Il tasso di povertà ufficiale ora è ridisceso, ma sottostima la situazione poiché non riconosce i prezzi enormemente più alti di acqua, gas ed elettricità. Gli assegni dei pensionati sono stati decimati, i prezzi dei farmaci da prescrizione sono lievitati, e il governo Milei ha anche represso brutalmente le proteste dei pensionati.

Non solo le politiche di Milei hanno causato una recessione economica, ma hanno anche sabotato il futuro dell’Argentina. Il crollo degli investimenti pubblici e privati significa uno stock di capitale inferiore. Il taglio della spesa per istruzione e sanità significa una popolazione meno istruita e più malata. E il taglio dei sostegni a università e arti è un attacco alle industrie ad alto valore del futuro (come la tecnologia dell’informazione, le scienze mediche e la produzione cinematografica), e ha contribuito all’ulteriore fuga di cervelli dall’Argentina.

L’indebitamento estero di Milei significa anche maggiori pagamenti di interessi futuri che graveranno sul bilancio governativo, limiteranno le possibilità di politica economica e minacceranno perennemente una crisi finanziaria.

L’unico risultato economico positivo è il tasso di inflazione che è sceso significativamente, ma anche qui la storia è complicata. Inizialmente l’inflazione è aumentata in modo significativo con Milei. Sebbene sia ridiscesa, viaggia ancora al 35% annuo.

Il precedente governo Fernández aveva perso il controllo dell’inflazione, ma aveva anche ereditato un tasso di inflazione del 50% dal precedente governo Macri. Inoltre, l’inflazione è accelerata solo nel 2022 quando hanno fatto effetto le conseguenze della pandemia di Covid-19.

Il tasso di inflazione argentino è quintuplicato, come è accaduto anche in altri paesi. Tuttavia, dato l’alto tasso di inflazione iniziale dell’Argentina e la sua vulnerabilità strutturale all’inflazione, l’aumento assoluto è stato molto più grande.

In sintesi, non c’è stato alcun “miracolo economico”. Il programma di Milei non poteva né intendeva produrre prosperità condivisa in Argentina. Invece, è un programma ultra liberista mirato ad abbassare l’inflazione attraverso una profonda recessione e un tasso di cambio sopravvalutato; ad aumentare i profitti a scapito dei salari attraverso la deregolamentazione e l’indebolimento del lavoro; a permettere al capitale di sfruttare le risorse naturali dell’Argentina; e a usare l’austerità fiscale per svuotare le istituzioni sociali che promuovono il benessere e il progresso della società.

3. Il FMI e gli USA: la politica del saccheggio e dell’intrappolamento del debito

Il carattere disastroso del programma economico di Milei solleva la questione del perché FMI e USA si siano affrettati a fornire un salvataggio. Qui entra in gioco la politica. Per Milei, un salvataggio è essenziale per il suo futuro politico. Anche le élite argentine sono favorevoli in quanto beneficiarie del programma. Ma per quanto riguarda il FMI e gli USA?

3.a Il FMI come strumento utile per gli USA

Il FMI è il più facile da capire. È dominato dagli USA ed è da tempo una roccaforte neoliberista, che ha aiutato a diffondere e imporre globalmente il neoliberismo negli ultimi quarant’anni. Questo lo rende facilmente incline a sostenere Milei, che è sia sottomesso agli USA che allineato con l’estremo neoliberismo.

L’aspetto insolito del momento attuale è la scoperta complicità del FMI, che lo ha portato a violare i propri protocolli in modi che lo mettono in futuro a rischio legale. Le impronte della corruzione politica sul prestito da 20 miliardi del FMI sono ovunque.

In primo luogo, nonostante una significativa opposizione al prestito all’interno del Consiglio Esecutivo del FMI sulla base del fatto che il prestito non soddisfaceva gli standard creditizi, è stato comunque spinto da USA e suoi alleati.

Se aggiunto ai prestiti preesistenti, oltre il 40 percento del totale dei prestiti del FMI sarà destinato all’Argentina, il che potenzialmente mette a rischio la solvibilità finanziaria del FMI.

In secondo luogo, il nuovo prestito è stato concesso senza le dure condizionalità economiche che sono una parte standard dei pacchetti di prestito del FMI. Questa assenza non dipende dal fatto che il FMI abbia cambiato la sua disposizione neoliberista. È perché tale condizionalità avrebbe minato l’economia argentina, sminuendo così lo scopo politico del prestito, che è aiutare Milei a vincere le elezioni dell’ottobre 2025.

Lo scopo del prestito del FMI, scopertamente politico, è evidente nei commenti dell’aprile 2025 della Direttrice Generale del FMI Kristalina Georgieva, che ha pubblicamente dichiarato all’incontro di primavera annuale del FMI: “Il paese andrà alle elezioni in ottobre ed è molto importante che non deraglino la volontà di cambiamento. Finora, non vediamo il rischio materializzarsi, ma esorterei l’Argentina: restate sulla rotta”.

Le sue dichiarazioni violano i protocolli fondamentali del FMI che proibiscono l’interferenza politica.

3.b Gli USA e l’interferenza elettorale in Argentina

La fornitura di assistenza finanziaria da parte degli USA non supera i test economici convenzionali, e il suo scopo è politico. L’obiettivo è salvare il governo Milei, escludere la Cina e intrappolare l’Argentina con il debito in dollari.

Gli USA sono intervenuti in favore di Milei perché è ideologicamente filo-USA e filo-affari USA, mentre i suoi rivali sono nazionalisti argentini pragmatici. Essi credono che le imprese (incluse le multinazionali USA) debbano rispondere allo Stato argentino, e sono disposti a trattare con la Cina se è a beneficio dell’Argentina. Ma questo è un anatema agli occhi di Washington.

Per gli USA, Milei è “il nostro uomo” che sta dalla parte degli USA e tratta favorevolmente le corporazioni multinazionali statunitensi. Prestare all’Argentina è interferenza elettorale. La speranza è che un prestito massiccio possa scongiurare una crisi finanziaria fino dopo le elezioni congressuali di ottobre, salvando così il governo di Milei.

Inizialmente, gli USA pensavano di poter far superare la linea del traguardo a Milei con prestiti da FMI, Banca Mondiale e Banca Interamericana di Sviluppo (BID). Tuttavia, ciò si è rivelato insufficiente, costringendo il Tesoro USA a intervenire direttamente.

Per inciso, questo processo di prestiti del FMI (e di Banca Mondiale e BID) per scopi di interferenza elettorale non è nuovo. Le stesse tattiche furono usate nel 2019 per sostenere il Presidente Macri, che allora era il candidato favorito dagli USA. Il FMI prestò 40 miliardi di dollari al governo Macri, che fu il prestito più grande nella storia del FMI. Macri perse le elezioni, i 40 miliardi di dollari svanirono, e l’amministrazione successiva fu appesantita dall’onere che ne derivò.

L’astio anti-cinese che motiva la politica USA è evidente dal fatto che l’assistenza USA è condizionata alla sostituzione dell’accordo di swap valutario esistente dell’Argentina con la Cina con un accordo sostenuto dagli USA.

L’accordo di swap Cina–Argentina fu stabilito nel 2009. È radicato nella logica commerciale poiché i paesi hanno un enorme scambio reciprocamente vantaggioso che coinvolge manufatti e prodotti agricoli argentini. Gli USA vogliono sabotare quella relazione in quanto protegge l’Argentina dagli USA, riducendo così il potere statunitense.

Infine, ci sono suggerimenti di trattative private improprie da parte del Segretario al Tesoro USA Bessent. Si riporta che Bessent abbia spinto sia per il prestito del FMI di aprile che per la proposta USA di settembre per salvare il suo associato d’affari a Wall Street, Robert Citrone, e altri fondi di Wall Street che avevano scommesso speculativamente sui bond argentini.

Quelle scommesse erano andate in fallimento con le crescenti difficoltà politiche di Milei. Il salvataggio di Bessent ha alimentato un rimbalzo dei prezzi dei bond argentini che ha salvato e avvantaggiato Wall Street.

4. La meccanica del saccheggio e dell’intrappolamento del debito dell’Argentina

La parte evidente di questi affari è l’interferenza elettorale e l’intrappolamento del debito in dollari. La parte meno evidente è la meccanica del saccheggio.

Il processo di saccheggio si concentra sul tasso di cambio sopravvalutato che rende artificialmente più prezioso il peso. Ciò significa che quelli con pesos in eccesso (cioè l’élite argentina) possono trarre profitto dalla sopravvalutazione comprando dollari a un prezzo sussidiato. Il conto è pagato dallo Stato argentino che vende i dollari che ha preso in prestito e si indebita in dollari.

Questo processo è stato usato ripetutamente da passati governi argentini pro-affari e filo-USA. Spiega come il precedente prestito del FMI del 2019 di 40 miliardi di dollari al Presidente Macri sia svanito senza lasciare traccia.

Il processo è stato alla luce del sole dopo il nuovo prestito del FMI. L’Argentina ha immediatamente sospeso la maggior parte dei suoi controlli sui capitali, permettendo ad affari e individui facoltosi di acquistare dollari sussidiati.

Il processo è stato anche in mostra dopo la dichiarazione di sostegno degli USA. L’Argentina ha temporaneamente sospeso la tassa sull’esportazione di grano e soia, e c’è stata un’istantanea massiccia ondata di esportazioni. Quelle esportazioni sono uscite esentasse, avvantaggiando i grandi esportatori agricoli che sostengono Milei.

Lo Stato argentino ha perso un’enorme quantità di entrate fiscali sulle esportazioni che sono centrali per le finanze pubbliche argentine. Dati i controlli sui capitali più deboli, quelle vendite record di esportazioni potevano poi essere convertite in dollari, con un doppio colpo. Gli esportatori agricoli hanno evitato le tasse e hanno comprato dollari sussidiati. Lo Stato argentino ha perso entrate fiscali e si è indebitato in dollari.

Il dollaro sopravvalutato è stato anche usato per saccheggiare la classe media argentina. Quelle famiglie accumulano dollari come una forma di fondo “per i giorni di pioggia”. La recessione economica causata dalle politiche di Milei li ha costretti a vendere dollari per arrivare a fine mese. Il tasso di cambio sopravvalutato significa che hanno ricevuto di meno, e i loro dollari sono stati aspirati da quelli con pesos in eccesso. Ha così contribuito a un’ulteriore redistribuzione inversa della ricchezza all’interno dell’Argentina.

5. I prestiti del FMI e degli USA sono “debito odioso”

Il debito odioso, anche noto come debito illegittimo, è una dottrina nel diritto internazionale in base alla quale il debito contratto illegittimamente non deve essere ripagato. Di solito, è visto attraverso la lente del carattere del mutuatario, ma la frode può anche essere commessa da finanziatori e mutuatari che collaborano. In effetti, è più facile quando lo fanno.

Per garantire un uso corretto del credito, i finanziatori hanno una responsabilità legale e un dovere di assicurare che i fondi siano usati correttamente e che i mutuatari siano in grado di ripagare. I prestiti del FMI e degli USA falliscono questo test fondamentale, rendendoli “debito odioso”. I prestiti sono stati esplicitamente fatti per scopi politici piuttosto che commerciali, e non superano gli appropriati test di merito creditizio.

Inoltre, il prestito del FMI dell’aprile 2025 ha aggirato una legge argentina del 2021 che richiedeva l’approvazione congressuale per i prestiti del FMI. Quella legge fu esplicitamente approvata per prevenire una ripetizione del saccheggio avvenuto con il prestito del FMI del 2019 di 40 miliardi di dollari al Presidente Macri.

Tuttavia, Milei ha autorizzato i negoziati per decreto esecutivo che può essere annullato solo da una maggioranza di due terzi in entrambe le camere del Congresso. Il FMI e gli USA sono entrambi a conoscenza di quella manovra politica, il che li accusa ulteriormente.

A questo punto, per fermare l’ulteriore saccheggio e l’intrappolamento del debito in dollari dell’Argentina, l’opposizione politica dovrebbe dichiarare che i nuovi debiti con FMI e USA saranno trattati come odiosi e non rimborsati. Anche se la dichiarazione manca di forza legale immediata, dovrebbe scoraggiare prestiti aggiuntivi e delegittimare ulteriormente che avvenga qualsiasi prestito aggiuntivo.

6. Colonizzazione tramite debito: quo vadis Argentina?

La storia di Milei è la storia dei presidenti Macri e Menem, solo più crudele. Ognuno ha perseguito politiche Neoliberiste estreme fondate su un tasso di cambio sopravvalutato, indebitamento estero, spremitura della classe lavoratrice, e privatizzazione e deregolamentazione.

Ognuno di quei periodi è stato presentato come un “miracolo economico”, ma non è mai stato così. Ogni volta lo Stato argentino è stato dipinto come il problema fondamentale, e ogni volta lo Stato è stato saccheggiato e ulteriormente intrappolato con il debito in dollari, mentre la sua ricchezza veniva trasferita alle élite economiche. E ogni volta, il FMI e gli USA sono stati facilitatori chiave della manovra.

I Presidenti Milei, Macri e Menem fanno tutti parte di una storia comune. Quella storia è il saccheggio Neoliberista e l’intrappolamento del debito dell’Argentina. L’interferenza elettorale di FMI e USA potrebbe ancora assicurare la vittoria a Milei.

Se ciò accadrà, l’Argentina diventerà una colonia debitrice degli USA. Diventerà anche più disuguale con un Neoliberismo estremo radicato. I media mainstream e gli economisti lo descriveranno come un miracolo, ma sarà miseria per quelli che vivranno “il miracolo”.

Fonte

13/10/2025

Boris Johnson e le donazioni dell’industria bellica per sacrificare l’Ucraina

Riportiamo qui sotto, in forma integrale, l’articolo del giornalista investigativo Tom Burgis, apparso sul The Guardian il 10 ottobre. A cui, ovviamente, i media nostrani hanno dedicato poca attenzione, nonostante evidenzi un nodo che andiamo ripetendo da tempo: gli interessi delle aziende del complesso militare-industriale nel far incancrenire i conflitti e guadagnare sulla vendita di armi e armamenti.

Il conflitto nell’Est Europa ha origini lontane, nella linea aggressiva della NATO e nel continuo ignorare le preoccupazioni di sicurezza del Cremlino. La sua causa, insomma, è nelle contraddizioni che hanno continuato a macinare nella Storia, andando di pari passo con la crisi dell’imperialismo occidentale e l’intensificarsi della competizione globale.

Ma abbiamo anche visto come questa, essendo ormai debordata sul piano direttamente militare, ha reso l’industria bellica un settore ancor più strategico del passato. I legami stretti con i suoi colossi e i loro profitti si fanno più importanti, anche per le scelte della politica, che è stimolata al mantenimento di uno stato di guerra continuo.

Eleggere la filiera militare a soluzione di politica industriale l’ha resa perno del corso politico propagandato oggi come via da imboccare nella competizione globale. Ma che siano gli interessi dell’industria della morte ad avere la priorità in un modello di sviluppo porta anche a inevitabili “fenomeni morbosi”, come direbbe Gramsci. Basti pensare al ribasso borsistico dei titoli legati alla difesa con l’accordo tra Hamas e Israele in Palestina: la pace non fa guadagnare.

Il caso riportato dal The Guardian riguardo a Johnson mostra come il lavoro di lobbying, che si avvicina alla corruzione, dei grandi padroni delle armi, in una società che della guerra ha fatto una normalità e persino una necessità, può mettere a rischio possibili processi di pace per un calcolo di bilancio. Con tutti i pericoli che ne conseguono, e soprattutto con le sofferenze che ne derivano per i popoli.

Gli ucraini non sono soltanto usati come carne da cannone nello scontro tra NATO e Russia, ma ora scopriamo che la loro diplomazia è stata determinata anche da chi ci ha visto un arricchimento personale. Aspettiamo i paladini di Kiev come ‘baluardo della democrazia’, che ci spieghino come ogni possibilità di pace sia stata boicottata da Mosca, e non dall’Occidente guerrafondaio.

Tolte le valutazioni dell’autore del Guardian che, come ogni buon lettore di Contropiano sa benissimo, la redazione non può condividere (come quelle su Maduro che troverete nell’articolo), il suo contributo è un’altra pietra posta sopra la propaganda atlantista sull’Ucraina. Buona lettura.

***** 

Mentre saliva sul treno notturno per l’Ucraina, Boris Johnson aveva il solito entourage di collaboratori e guardie del corpo – più l’uomo che gli aveva dato 1 milione di sterline.

Era passato meno di un anno da quando Johnson ha accettato quella che si pensa essere la più grande donazione di sempre a un singolo parlamentare. Era di Christopher Harborne, uno dei più grandi donatori privati alla politica del Regno Unito. Harborne, i cui milioni hanno contribuito a finanziare la Brexit, ha effettuato il pagamento a una società privata che Johnson ha istituito dopo le dimissioni da primo ministro.

Ora i file trapelati mostrano che Johnson, un campione dell’Ucraina sin da quando era in carica, è stato accompagnato nel settembre 2023 dal suo benefattore in una visita di due giorni che includeva incontri con alti funzionari. Ciò che i file non spiegano è perché. E né l’ex primo ministro né il suo sostenitore lo diranno.

Gli organizzatori dell’incontro di alto livello a cui hanno partecipato a Kyiv dicono che Harborne è stato registrato come “consigliere, Ufficio di Boris Johnson”. Harborne ha una vasta esperienza: si auto-definisce un “nomade digitale”, le sue attività spaziano dalla criptovaluta e un centro benessere, al carburante per jet e partecipazioni in almeno tre appaltatori militari. Il suo unico apparente legame con l’Ucraina è come maggiore azionista di un produttore di armi britannico i cui robot e droni sono forniti alle sue forze armate.

I Boris Files, documenti trapelati dall’ufficio privato di Johnson, hanno rivelato come l’ex premier abbia cercato di arricchirsi da quando ha lasciato l’incarico sedendosi con il despota venezuelano (venendo pagato da un manager di un fondo speculativo, non dal “despota”, ovvero Maduro, ndr) e corteggiando Mohammed bin Salman, il principe ereditario saudita accusato di aver ordinato l’omicidio di un giornalista.

La causa ucraina, al contrario, è “sacra” per Johnson, dice un consulente politico, una fonte duratura di autorità morale per un politico che è stato costretto a lasciare Downing Street in mezzo allo scandalo. I file trapelati sollevano domande sul fatto che, anche qui, abbia sfumato le linee tra servizio pubblico e fare soldi.

In una dichiarazione straordinaria al Guardian quando gli è stato chiesto della sua relazione con Harborne, Johnson ha detto: “Le vostre patetiche non-storie ... sembrano per lo più derivare da qualche scadente lavoro illegale di matrice russa. Voi dovreste vergognarvi di voi stessi”. Distributed Denial of Secrets (DDoS), il gruppo che si occupa di trasparenza con sede negli Stati Uniti che ha ottenuto i file trapelati, ha dichiarato di non conoscere la loro provenienza. Johnson ha aggiunto: “Perché non cambiate semplicemente il vostro nome in Pravda? Le vostre storie sono spazzatura e state facendo il lavoro di Putin”

“Solo Boris e Chris”

A Downing Street, Johnson ha radunato le potenze occidentali mentre gli eserciti di Vladimir Putin si sono riversati in Ucraina nel febbraio 2022. Da quando si è dimesso, ha continuato a viaggiare nel paese est-europeo, impegnandosi a mantenere l’impegno degli alleati, e rimane così popolare che viene festeggiato per le strade.

Quando è sceso dal treno notturno a Kyiv l’8 settembre 2023, Johnson ha avuto il tempo per una doccia veloce nel suo hotel prima di dirigersi verso il forum Yalta European Strategy (YES), indica un itinerario nei file trapelati. Secondo un elenco di partecipanti reso pubblico, i ministri ucraini, esperti di spionaggio e i capi militari si sono mescolati con diplomatici stranieri, politici, industriali e dirigenti.

L’itinerario indica “solo Boris e Chris [Harborne]” come partecipanti alla sessione di apertura del summit di alto livello. Le immagini mostrano che Volodymyr Zelenskyy e Johnson si sono rivolti ai luminari riuniti e l’itinerario suggerisce che si siano poi ritirati per un incontro privato. L’ufficio di Zelenskyy non ha risposto quando gli è stato chiesto se il benefattore di Johnson si fosse unito a loro.

In seguito, Zelenskyy ha pubblicato una sua foto con Johnson. “Fin dalle prime ore della guerra su vasta scala, Boris Johnson sostiene sinceramente l’Ucraina e l’aiuta a difendersi dall’aggressione russa”, ha scritto Zelenskyy. “E ora continua ad aggiungere sostegno internazionale all’Ucraina. Grazie per la tua energia, amico!”

L’itinerario di Johnson dice che aveva in programma ulteriori incontri quel giorno con il ministro degli Esteri di Zelenskyy, che ha detto di non poter ricordare se Harborne abbia partecipato, e l’oligarca che gestiva il forum. Il giorno dopo Johnson si diresse a ovest, a Leopoli, per deporre fiori sulle tombe dei morti in guerra, visitare i feriti e ricevere una laurea onoraria.

Il filmato mostra Harborne in piedi nelle vicinanze mentre Johnson saluta le truppe. Una fotografia mostra un incontro con un altro alto funzionario ucraino, il sindaco di Leopoli, Andriy Sadovyy. Harborne guarda mentre Johnson si intrattiene con lui.

La donazione di 1 milione di sterline

In un recente procedimento giudiziario contro il Wall Street Journal, Harborne si definisce una “persona profondamente legata a una dimensione privata”. Sebbene abbia vissuto in Thailandia per più di 20 anni, detenga un passaporto thailandese e a volte usi un nome thailandese, Harborne ha investito denaro considerevole nella politica britannica.

Ha dato 10 milioni di sterline al partito Brexit di Nigel Farage – ora Reform UK – e 1 milione ai conservatori mentre Johnson stava completando le procedure di uscita del Regno Unito dall’UE. E Johnson sembra aver nutrito la relazione benefica mentre era al n. 10 di Downing Street.

Harborne visitò Chequers (casa di campagna del primo ministro, ndr) almeno due volte durante il mandato di Johnson. Una volta, è arrivato al ritiro del primo ministro in elicottero. La seconda volta è stato per un barbecue per megadonatori Tory nell’agosto 2022. In pochi giorni, il mandato di Johnson sarebbe finito, ma il suo rapporto con Harborne ha resistito e la donazione personale di 1 milione di sterline è arrivata poco dopo.

Una copia dei pagamenti per le attività di consulenza finanziaria ricevuti da Johnson subito dopo aver lasciato Downing Street solleva domande al riguardo. Mentre Johnson era ancora un parlamentare ha costituito una società privata, The Office of Boris Johnson Ltd. I documenti della consulenza finanziaria rivelano che si aspettava un “pagamento per finanziare i primi anni della società”.

Gli è stato consigliato di valutare se ciò rappresentasse una donazione politica o se “potesse essere più semplice per l’azienda fatturare la società del donatore per i servizi resi”. Il mese successivo, nel novembre 2022, la voce di Johnson nel registro degli interessi detenuti dai parlamentari registra una donazione di 1 milione alla sua società da Harborne.

Il pagamento non compare nel database delle donazioni della Commissione elettorale, in qualità di denaro “dato verso le attività politiche del destinatario” come parlamentare. Questo sembra suggerire che potrebbe essere stato un contributo per le attività economiche di Johnson. Il mese del pagamento da 1 milione, Johnson e Harborne hanno cenato insieme due volte a Singapore. Una voce del gennaio 2023 nel programma di Johnson indica una mezz’ora spesa per una chiamata con il suo sostenitore. È stata etichettata come “Ukraine readout”.

Quel settembre, quando Johnson aveva lasciato il parlamento, lui e Harborne salirono a bordo di un Dassault Falcon all’aeroporto di Stansted, indicano i file trapelati. Il jet privato, apparentemente gestito da Harborne, li ha portati nella Polonia orientale per prendere un treno notturno fino a Kyiv.

Gli avvocati di Harborne hanno dichiarato: “La donazione di Mr Harborne è stata data per consentire al signor Johnson di rimanere attivamente impegnato nella politica del Regno Unito. È ed è stata una donazione, e la sua segnalazione in quanto tale è appropriata”. Hanno aggiunto: “Harborne non aveva e non ha alcuna aspettativa di guadagno personale. Qualsiasi insinuazione diversa è completamente priva di prove, e materialmente e consapevolmente falsa”.
 
La lettera

Gli avvocati di Harborne non hanno dato risposte sostanziali alle domande sul perché sia andato in viaggio in Ucraina, oltre a dire che “sembrano avere poche fondamenta nella realtà”. Ma ci sono possibili indizi nei file trapelati. L’itinerario prevede un “incontro chiuso presso il centro di ricerca e sviluppo militare-tecnologico”. Non dice se Harborne ha partecipato, ma questa è un’area che conosce bene.

Mentre la sua posizione di maggiore azionista in QinetiQ, con il 13%, non gli conferisce un ruolo nella gestione quotidiana dell’unità di ricerca privatizzata delle forze armate del Regno Unito, la sua partecipazione finanziaria nelle operazioni è significativa. QinetiQ ha interessi in Ucraina, anche se non è il suo maggiore interesse.

Le forze dell’Ucraina stesse riportano l’utilizzo dei droni Banshee della compagnia e i robot per lo smaltimento delle bombe. Nell’aprile 2025, il Ministero della Difesa britannico ha annunciato che QinetiQ avrebbe aiutato l’esercito ucraino a realizzare kit con stampanti 3D.

Johnson si riferisce al viaggio in uno dei documenti più misteriosi dei Boris Files. Una lettera che porta la sua firma, datata 23 ottobre 2023, il mese dopo la visita (per lo YES, ndr). “Scrivo a sostegno di Christopher Harborne”, scrive Johnson. “È sia un amico che un sostenitore del mio lavoro... È venuto con me in un recente viaggio in Ucraina e lo conosco per essere un appassionato avversario del regime di Putin”.

Johnson afferma nella lettera che è “non è a conoscenza di alcun indizio o prova di sorta che Christopher sia in alcun modo favorevole al governo russo, o abbia legami commerciali con la Russia o altro”. Non c’è nulla che indichi perché qualcuno potrebbe pensare il contrario. Non sono emerse connessioni di questo tipo e gli avvocati di Harborne dicono che non esistono.

Gli avvocati non hanno voluto dire per chi è stata scritta la lettera, indirizzata solo a “Cari signori”. “Il signor Johnson ha fornito un profilo per il signor Harborne in risposta agli attacchi alla figura di Mr Harborne”, hanno detto. “Il signor Harborne è grato al signor Johnson”.

Fonte

30/09/2025

Che cos’è il Golden Dome, lo scudo spaziale di Donald Trump

Raggi laser sparati dai satelliti. E altri satelliti “sentinella” a sorvegliare il cielo statunitense, oltre a batterie antimissile in allerta 24 ore su 24. Il Golden Dome Shield – la “Cupola d’oro” di Donald Trump – sarà una rivoluzione per la Difesa a stelle e strisce. E potrebbe anche sancire l’avvio di una nuova Guerra Fredda, questa volta combattuta in orbita.

Il faraonico scudo spaziale del presidente degli Stati Uniti sta però dividendo il Paese, con una battaglia su un budget da 175 miliardi di dollari e con una raffica di critiche sull’efficacia militare di questo arsenale che “proteggerà la nostra patria”, come ha detto Trump a metà maggio dagli hangar della Al Udeid Air Base, nel deserto del Qatar. Per poi aggiungere, prima dallo Studio Ovale e poi al vertice Nato dell’Aja, che “avremo il miglior sistema mai costruito”. La Cupola d’oro intercetterà i missili “anche se vengono sparati dall’altra parte del mondo” e persino dallo spazio.

Trump mira a realizzare oggi il sogno delle Star Wars di Ronald Reagan negli anni ’80: un “ombrello spaziale” che protegga gli Stati Uniti dalla grande paura di un attacco missilistico sferrato dai suoi nemici: Iran, Corea del Nord, Cina o Russia.

Oltre al programma del suo predecessore, la Cupola d’oro ha un’altra fonte di ispirazione: l’Iron Dome, lo scudo di Israele che – nonostante i dubbi sollevati sulla sua reale efficacia – ha intercettato razzi e missili dall’Iran e dalle milizie proxy filo-iraniane. Secondo Jeffrey Lewis, esperto di Difesa del californiano Middlebury Institute, la differenza tra quest’ultimo e la proposta di Trump sarebbe pari a quella tra “un kayak (l’Iron Dome) e una corazzata (il Golden Dome)”.

L’allarme del Pentagono

Da anni, il Pentagono sostiene che gli Stati Uniti non abbiano tenuto il passo con gli ultimi missili sviluppati da Cina e Russia, che tradotto vuol dire: sono necessarie nuove contromisure. I generali statunitensi hanno rivelato che Mosca e Pechino possiedono centinaia di missili balistici intercontinentali, oltre a migliaia di missili da crociera in grado di colpire la terraferma da New York a Los Angeles.

I sistemi di difesa missilistica a terra statunitensi, in Alaska e in California, hanno fallito quasi la metà dei test. All’inizio dell’anno, un alto ufficiale ha avvertito che – in caso di conflitto, magari legato a un’invasione di Taiwan – i missili cinesi potrebbero colpire la base aerea di Edwards, in California.

In un’analisi dettagliata sulla rivista Defense News, gli esperti Chuck de Caro e John Warden hanno spiegato perché la Cupola d’oro non è sufficiente per fermare un attacco cinese contro gli Stati Uniti: “Oggi gli Stati Uniti potrebbero trovarsi in una situazione simile a quella della Corea nell’ottobre 1950: sebbene il presidente Donald Trump stia compiendo sforzi intensi per rafforzare la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, con iniziative che vanno dall’F-47 e dal B-21 Raider alla promessa di un sistema di difesa aerospaziale denominato Golden Dome, questi sistemi non sono ancora operativi”. Comunque, proseguono gli analisti, “la Cina ha costantemente aumentato il proprio potere offensivo sotto la guida del presidente Xi Jinping”.

Golden Dome: come funziona

Il Golden Dome Shield, sfruttando una costellazione di centinaia di satelliti e grazie a sensori e intercettori sofisticati, potrebbe neutralizzare i missili nemici in arrivo anche subito dopo il loro decollo e prima che raggiungano gli States.

Un esempio? Proviamo a immaginare che un giorno la Cina decida di lanciare un missile contro gli Stati Uniti. Grazie al Golden Dome, i satelliti americani rileverebbero le sue scie luminose. E, mentre il missile sarebbe ancora nella sua fase di “spinta”, uno degli intercettori spaziali tramite un raggio laser, o una munizione alternativa, farebbe esplodere il missile eliminando la minaccia.

Il nuovo sistema di difesa si estenderà su terra, mare e spazio. Servirà per neutralizzare un’ampia gamma di minacce aeree “di nuova generazione”, tra cui missili da crociera, balistici e ipersonici. Questi ultimi, in particolare, sono i più difficili da abbattere per la loro manovrabilità ad alta velocità.

Il Golden Dome dovrebbe fermare i missili in tutte e quattro le fasi di un potenziale attacco: rilevamento e distruzione prima di un’offensiva, intercettazione precoce, arresto a metà volo e arresto durante la discesa verso un obiettivo. E lo farà grazie a una flotta di satelliti di sorveglianza e a una rete separata di satelliti d’attacco. La “Cupola d’oro” fermerà anche i sistemi di fractional orbital bombardment (Fob, Sistema di Bombardamento Orbitale Frazionale) in grado lanciare testate dallo spazio.

In campo i giganti delle armi

Fiutando un’opportunità di business senza precedenti, i giganti dell’industria militare americana – L3Harris Technologies, Lockheed Martin e RTX Corp – si sono già schierati in prima fila. L3Harris ha investito 150 milioni di dollari nella costruzione di un nuovo stabilimento a Fort Wayne, nell’Indiana, dove produce satelliti per sensori spaziali che fanno parte degli sforzi del Pentagono per rilevare e tracciare le armi ipersoniche.

Al 40esimo Space Symposium di Colorado Springs, Lockheed Martin ha invece diffuso un video promozionale che mostra una Cupola d’oro che scherma le strade deserte e notturne delle città americane. Per 25 miliardi di dollari, la Booz Allen Hamilton, società di consulenza tecnologica della Virginia, sostiene di poter lanciare in orbita duemila satelliti per rilevare ed eliminare i missili nemici. Mentre dall’US Space Force, in qualità di vicecapo delle operazioni, il generale Michael A. Guetlein, a cui Trump ha affidato la regia del mega progetto, ha assicurato che il Golden Dome sarà operativo entro la fine del suo mandato nel 2030.

Il finanziamento di quest’opera, però, è una sfida enorme. Per ora sul piatto ci sono 25 miliardi di dollari: un settimo della spesa totale ipotizzata. Il governo stima infatti che la Cupola d’oro possa costare fino a 175 miliardi di dollari, una cifra che il Congressional Budget Office punta a far rientrare nel più corposo bilancio da 542 miliardi che gli Stati Uniti intendono spendere in progetti spaziali nei prossimi vent’anni. Un’iniziativa cara come l’oro, dunque. Anche perché Trump, sembra ossessionato dal prezioso metallo (il suo ufficio alla Casa Bianca è stato del resto letteralmente dorato: dalle tende al telecomando della Tv).

Uomini d’oro e conflitto di interesse

Mentre i colossi della difesa e dello spazio fiutano l’affare, nel resto degli Stati Uniti divampano gli scontri su costi e appalti. Perché a costruire la Cupola d’oro si sono candidati uomini d’oro: in pole position c’è il miliardario Elon Musk, proprietario di SpaceX e della costellazione Starlink, ex braccio destro di Trump prima che la loro liaison finisse, con il magnate che ha lasciato la Casa Bianca sbattendo la porta.

Un voltafaccia che il presidente non ha digerito: sebbene SpaceX rimanga il frontrunner del settore, l’amministrazione USA è a caccia di nuovi partner spaziali da imbarcare nel progetto, a cominciare dal Project Kuiper di Amazon di Jeff Bezos, insieme alle startup Stoke Space e Rocket Lab, mentre la Northrop Grumman sta alla finestra consapevole di poter essere il vincitore nel lungo periodo.

Siccome il Golden Dome sarà un concentrato tecnologico, in campo ci sono anche Palantir, società di analisi dei big data del tycoon conservatore Peter Thiel, e Anduril di Palmer Luckey, azienda specializzata in sistemi autonomi avanzati, dall’intelligenza artificiale alla robotica.

Intanto un gruppo di 42 membri del partito Democratico ha scritto all’ispettore generale del Pentagono per aprire un’indagine, dopo che si è saputo che SpaceX potrebbe aggiudicarsi un maxi contratto per la costruzione del Golden Dome. Con in testa la senatrice Elizabeth Warren, i democratici chiedono trasparenza ed esprimono timori per possibili “conflitti di interesse” tra l’amministrazione Trump, Musk e le altre aziende americane.

Lo scetticismo dei militari

Passando dal fronte economico a quello militare, più di un esperto è scettico sull’efficacia del Golden Dome Shield: malgrado Trump continui a dire che frenerà le minacce al 97%, sul progetto aleggia più di un interrogativo. Anzitutto, come saranno gli intercettori? È ancora da decidere. Un dirigente della stessa Lockheed Martin non ha nascosto, parlando con il sito Defense One, che intercettare un missile nella sua fase di spinta è “terribilmente difficile” e che si potrebbe metterlo fuori combattimento solo “nelle fasi relativamente lente dopo il suo lancio”.

Per Thomas Withington, esperto di electronic e cyber warfare del Royal United Services Institute, i raggi laser sono preferibili ai missili, pesano meno e riducono il costo di lancio dell’intercettore. Ma ammette che questa tecnologia non è mai stata testata nello spazio.

Un gruppo indipendente dell’American Physical Society ha calcolato che servirebbero 16mila intercettori per mettere fuori uso 10 missili intercontinentali simili all’ipersonico Hwasong-18 nordcoreano. Per questo motivo, su The Spectator, Fabian Hoffmann, ricercatore di tecnologia missilistica del Centre for European Policy Analysis, ha definito il Golden Dome un “progetto mangiasoldi”.

Una nuova Guerra Fredda

Negli Stati Uniti non mancano i perplessi. L’ufficio indipendente del bilancio del Congresso ha avvertito che il progetto potrebbe costare fino a 524 miliardi di dollari e richiedere 20 anni per essere realizzato. Ma i dubbi riguardano anche la validità e utilità dello scudo spaziale. Scienziati come Laura Grego, intervistata dal MIT Technology Review, definiscono il progetto, da sempre, “tecnicamente irraggiungibile, economicamente insostenibile e strategicamente poco saggio”.

E poi ci sono le conseguenze geopolitiche, che potrebbero minare gli equilibri delle superpotenze. La Cina ha già espresso la sua preoccupazione su questo progetto. Il Cremlino è pronto a parlare con Washington di armi tattiche e nucleari. Nel prossimo decennio, il pericolo è che si inneschi una spirale incontrollata, con una corsa agli armamenti anti-satellite per bucare il Golden Dome.

Come all’inizio di una nuova Guerra Fredda, è possibile che Trump stia cercando di costringere i suoi nemici a investire in tecnologie costose al fine di indebolirne l’economia, così come le “guerre stellari” di Reagan avevano contribuito a mandare in bancarotta l’Unione Sovietica.

Ma c’è anche il rovescio della medaglia: se la prossima amministrazione statunitense decidesse di cancellare il Golden Dome, a quel punto a finire in un buco nero sarebbero decine di miliardi di dollari statunitensi.

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12/08/2025

Media e virostar insorgono per alcune nuove nomime nel NITAG

Con un decreto firmato il 5 agosto, il ministro della Salute, Orazio Schillaci, ha nominato i nuovi componenti del Gruppo tecnico consultivo nazionale sulle vaccinazioni (NITAG), che dovrebbe supportare le politiche vaccinali nazionali con raccomandazioni basate su evidenze scientifiche e valutazioni indipendenti. L’incarico di vertice passa a Roberto Parrella, presidente della Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali. Riguardo ai ventidue membri del Comitato, a far discutere sono due nomi in particolare, che segnano una novità rispetto al passato, avendo difeso posizioni critiche nei confronti dei vaccini, compresi quelli contro il Covid. I due profili che hanno innescato un’aspra polemica sono quelli di Paolo Bellavite, ex docente di Patologia Generale all’università di Verona e di Eugenio Serravalle, specialista in Pediatria preventiva e Neonatologia, presidente dell’associazione dell’Associazione di studi e informazione sulla salute (Assis). Con attacchi durissimi, sia di colleghi che a mezzo stampa, sulla presenza di due “no vax” nel Comitato, mentre nessuna eco hanno avuto altre nomine che mostrano come Schillaci abbia aperto le porte del NITAG a esponenti che sono diretta espressione dell’industria farmaceutica.

La cornice mediatica, costruita chirurgicamente, ha innescato una sorta di macchina del fango: le opinioni dei due medici vengono presentate come “antiscientifiche”, mentre il racconto punta tutto sull’indignazione, la levata di scudi dell’opposizione e la reazione stizzita della “comunità scientifica”. Tra etichette diffamatorie di “no vax” e “terrapiattisti”, petizioni lampo e pressioni su Schillaci per spingerlo a revocare le nomine e le dimissioni di Francesca Russo, dirigente del Veneto, con un ultimatum al ministro: “O loro o me”. Una sorta di maccartismo, in cui il confronto si trasforma in tribunale virtuale e il dibattito scientifico in una gogna pubblica. Ironia della sorte, il prestigio scientifico di Bellavite, misurato internazionalmente attraverso il suo punteggio H-Index (l’indice che classifica i ricercatori in base alle pubblicazioni effettuate e alle citazioni dei loro lavori scientifici), che è di 51, è nettamente superiore a quello di diverse virostar come Roberto Burioni (fermo a 38) e Fabrizio Pregliasco (che ha 29 punti). Tuttavia, invece di analizzare il merito della produzione scientifica di Bellavite, è stata suonata la tromba dell’ennesima caccia alle streghe, con titoli a effetto che tuonano in merito al rischio dell’insinuarsi strisciante delle “pseudoscienze nelle istituzioni”, e articoli del calibro: “Schillaci senza vergogna nomina gli idoli dei no-vax nel comitato per le politiche vaccinali” (Il Domani).

A guidare le proteste è il Patto Trasversale per la Scienza, promosso da Guido Silvestri e Roberto Burioni, che ha lanciato una petizione per chiedere la revoca delle nomine su Change.org che, in pochi giorni, ha raccolto oltre 14 mila firme.

Quella messa in atto è la tecnica che negli studi sui media viene definita character assassination (distruzione della reputazione), con l’utilizzo di tecniche di manipolazione per screditare i due medici “eretici”, in modo da dipingerli come dei mezzi stregoni, etichettati dall’opposizione a “ultrà no vax” e ridotti dai quotidiani a “due esperti di omeopatia schierati al fianco dei gruppi no vax più rumorosi”.

Qual è la loro colpa? Aver espresso critiche e richieste di prudenza durante la gestione della pandemia e sulle vaccinazioni pediatriche anti-Covid. Già nel 2021, Bellavite aveva messo in dubbio la relazione tra rischi e benefici, parlando dei vaccini contro il Covid-19 nella trasmissione diMartedì su La7 («Chi ha paura del vaccino ha ragione, in un certo senso, perché mancavano informazioni su rischi e benefici»). Anche Serravalle ha sollevato questioni etiche e scientifiche riguardo alla moltiplicazione dei vaccini pediatrici, arrivando a paventare un tema tabù, ossia, una possibile correlazione con alcuni casi di autismo, senza però superare mai il limite della riflessione critica. Proprio Serravalle, con una decennale esperienza sul campo, ha deciso di adottare il principio di cautela, ricordando che «I vaccini possono causare reazioni avverse anche gravi» e che «Come tutti i farmaci non sono esenti da effetti collaterali». In un contesto sano, ciò dovrebbe alimentare un dibattito basato su dati, non essere motivo di esclusione. Invece, la prudenza metodologica viene impacchettata dentro il frame “no vax”, sinonimo di pericolo pubblico.

E, mentre si demonizza chi esprime un pensiero scientifico non omologato, si adotta il doppio standard e si chiude un occhio su possibili conflitti di interesse di altri membri del comitato legati a industrie farmaceutiche, come Emanuele Montomoli, ordinario di igiene presso l’Università degli Studi di Siena, fondatore, presidente (non con funzione esecutiva) e direttore scientifico di VisMederi, un’azienda biotecnologica che si occupa di sviluppo clinico di vaccini e di progetti nell’ambito delle malattie infettive emergenti, in collaborazione con le più importanti aziende farmaceutiche internazionali.

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18/07/2025

Crolla il modello Milano: un sistema corrotto di speculazione, che solo qualcuno denunciava...

Crolla il modello Milano, con 74 indagati in vari filoni giudiziari, che rimandano a un rodato sistema di favori e scambi immersi in conflitti di interessi, di cui ad avvantaggiarsi è stata la speculazione edilizia.

Si susseguono in queste ore le notizie sull’ennesimo scandalo riguardante una Milano in cui, ricorda La Repubblica, in un decennio si è costruito come in Piemonte e Toscana messi assieme.

Non era difficile accorgersi della colata di cemento continua sul capoluogo meneghino, e difatti se ne sono accorti i magistrati. Ma nelle parole di uno dei protagonisti della vicenda, quando doveva evocare i rappresentanti del ‘no’ alla speculazione, il pensiero andava solo a una forza: Potere al Popolo. Ma andiamo con ordine, e ricostruiamo brevemente la vicenda.

In realtà, la storia dovrebbe cominciare nel 2015 – appunto, un decennio fa – con la grande opera inutile dell’Expo. Ma per farla breve, il primo momento di svolta si è avuto nel marzo di quest’anno, quando è finito agli arresti domiciliari l’ex direttore dello Sportello unico edilizia del Comune di Milano ed ex componente della Commissione paesaggio, Giovanni Oggioni.

Da lì, ha cominciato a scoperchiarsi una fitta rete di relazioni opache e messaggi interessati che, per ora, fanno capo a Giuseppe Marinori e Giancarlo Tancredi, rispettivamente ex presidente della Commissione paesaggio e assessore alla Rigenerazione urbana. Sono 13 i casi di conflitti di interesse che vengono contestati a Marinoni, per un valore di 369 mila euro.

All’assessore Tancredi viene esteso il fatto che avrebbe saputo di tali conflitti di interessi, per i legami professionali che Marinori (e non lui solo: un altro nome è Alessandro Scandurra) aveva con diversi costruttori e progettisti coinvolti in progetti edilizi. Chiudere un occhio sugli interessi dell’ex presidente della Commissione Paesaggio sarebbe servito a ottenere altri favori.

Come ad esempio il via libera per il ‘Pirellino’, un enorme piano edilizio da 60 mila metri quadrati la cui realizzazione è affidata alla società immobiliare COIMA, di Manfredi Catella, sulla base di un progetto di Stefano Boeri (famoso per il ‘bosco verticale’ di Milano). Ci sarebbe addirittura un messaggio inviato via WhatsApp allo stesso sindaco meneghino, Giusepppe Sala.

Per Boeri c’era bisogno che Sala convocasse e facesse pressione su Marinori per il via libera al progetto, e aggiungeva che “da amico ad amico, c’è una situazione che mi fa paura, non fa bene”. Alla star dell’architettura, insomma, faceva paura che ci fosse qualche dubbio su di una ennesima e inutile colata di cemento.

Si apprende dai giornali che anche il primo cittadino di Milano è indagato. A suo carico, le ipotesi di reato sono di false dichiarazioni su qualità proprie o di altre persone, e di induzione indebita a dare o a promettere utilità. Tradotto: avrebbe saputo dei conflitti di interessi e avrebbe taciuto, e avrebbe approfittato della sua posizione per indurre determinati provvedimenti.

Ovviamente, come sempre succede in questi casi, mentre sono stati già disposti sei arresti, tra cui quello di Catella e Tancredi, Sala nega di aver avuto qualsiasi ruolo nella vicenda. Anzi, lui il numero di Mantinori non lo avrebbe mai nemmeno avuto. Intanto, la segretarie del PD Elly Schlein ha espresso la sua solidarietà e vicinanza a Sala.

Tutto questo mentre quest’ultimo ha ovviamente chiesto di bloccare l’iter di approvazione del ddl Salvamilano, approdato ormai al Senato. Il provvedimento serviva a regolarizzare i cantieri sorti a Milano in maniera conforme alla normativa urbanistica lombarda e al piano urbano della città, ma in contrasto con altre norme. Tra chi si è opposto al Salvamilano c’è stato innanzitutto Potere al Popolo.

È proprio Boeri a citare il partito politico, già qualche anno fa. Infatti, il 30 marzo 2023 Boeri scrive al dirigente comunale Giovanni Oggioni il suo disappunto per la mancata approvazione da parte della Commissione paesaggio del Pirellino, e dice: “ci bocciate tutto... ormai siete di Potere al Popolo”.

Una tale affermazione può far scattare una risata, come è giusto che sia, ma trasmette anche un’idea chiara. Che c’era un sistema sordido di via libera incondizionato alla speculazione edilizia, e che la forza che più di tutte rappresentava l’opposizione a questa rapina della città era Potere al Popolo, che invece aveva costruito la propria attività intorno al un programma di ‘città pubblica’.

È questa la realtà che si nasconde dietro le accuse che, molto spesso, vari movimenti e soggetti sociali, sindacali e politici ricevono se si oppongono a grandi e piccole opere inutili: “siete professionisti del no”, viene detto. Alla luce degli eventi milanesi, bisogna dire che ciò va tradotto come “siete professionisti dell’opposizione alla speculazione fatta sulla pelle di tutti a favore dell’interesse di pochi”.

Un titolo da rivendicare con orgoglio.

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07/07/2025

Musk in politica, come un Calenda qualsiasi

Dal punto di vista dello spettacolo il plot c’è tutto: Elon Musk critica Donald Trump per la sua Big Beautyful Bill – la “legge finanziaria” Usa, con una espansione monstre del debito – e fonda un nuovo partito.

Sul piano politico, invece, la notizia appare stantia. Con gli occhiali di 30-40 anni fa, quando il “difensore dei consumatori” Ralph Nader, o il miliardario Ross Perot, fecero il tentativo di rompere il ferreo bipolarismo statunitense proponendosi con un terzo partito.

Entrambi fallirono, com’è noto, perché “il sistema” politico Usa è disegnato apposta per limitare a solo due le proposte politiche, sostanzialmente simili o addirittura coincidenti (i “neocon”, inizialmente nati in ambito repubblicano, hanno poi informato anche l’establishment democrat, da Clinton a Obama e Biden).

E questa è stata la prima osservazione critica avanzata da Trump e dal mondo “Maga”: “Il sistema non è stato fatto per tre partiti. L’unica cosa a cui servono i Terzi Partiti è la creazione di CAOS...”

A vedere le dichiarazioni sugli obiettivi eventuali dell’“America Party” – il nome scelto per la nuova formazione – Musk sembra esserne perfettamente consapevole. D’altro canto non è nato negli Usa, e quindi non si potrebbe neanche candidare per la Casa Bianca. Ma ha la cittadinanza da abbastanza tempo per candidarsi alla Camera o al Senato. Nel suo primo tweet da “leader” è stato davvero esplicito: «Basterebbe concentrarsi sulla conquista di due o tre seggi al Senato e di otto-dieci alla Camera». Più un guastatore Calenda o un Renzi, insomma, che non un eversore della politica politicante che punta al bersaglio grosso... 

Ma chiaramente il tempo non passa invano e il capitalismo statunitense, compresa la sua sfera politica, non è più quello degli anni ‘80. Il neoliberismo ha eroso profondamente il rapporto tra “pubblico” e “privato”, favorendo la selezione delle politiche pubbliche più consone allo sviluppo del business privato. Fino a rendere il “conflitto di interesse” pienamente legittimo, anziché un reato o qualcosa di profondamente disdicevole.

Basterebbe citare il recentissimo affarone fatto proprio da Trump con l’istituzione di una criptovaluta col suo nome in prossimità delle elezioni e del ritorno alla Casa Bianca, rastrellando centinaia di milioni di dollari per poi “sgonfiare” la bolla e scappare con l’incasso. Nemmeno Berlusconi aveva avuto una simile faccia tosta, ossia disprezzo per la “normalità democratica”... 

È lo stesso Trump a rivelare come Musk lo avesse appoggiato in campagna elettorale proprio con un obiettivo simile: «[Abbiamo] appena approvato la legge più grande del suo genere nella storia del nostro Paese. È una legge grandiosa, ma, sfortunatamente per Elon, elimina il ridicolo mandato sui veicoli elettrici che avrebbe costretto tutti ad acquistare un’auto elettrica. Mi sono opposto fermamente a questo fin dall’inizio... Ho fatto campagna su questo argomento per due anni e quando Elon mi ha dato il suo appoggio totale e incondizionato, gli ho chiesto se sapesse o meno che avrei revocato il mandato».

Il problema, insomma, non è più di tipo “morale” – se sia lecito o no fare affari privatissimi usando il massimo potere politico – ma nella riduzione della “politica” a competizione tra grandi gruppi industriali e/o finanziari per dare un boost al proprio affare particolare.

In questa dinamica, alla lunga, scompare lo Stato come “comitato d’affari della borghesia”, mentre resta un apparato amministrativo-militare a disposizione di chi riesce a prenderne il timone, magari solo per sbarazzarsi dei concorrenti.

Ma scompare anche “l’interesse nazionale” che giustifica(va) tutte le varianti del “siamo tutti nella stessa barca” utili a compattare la popolazione facendo leva su sentimenti astratti senza alcuna corrispondenza con la realtà. E scompare, sempre più chiaramente, la capacità di formulare strategie di lungo periodo per il raggiungimento di obiettivi generali. Tutto decade a improvvisazione, interessi autocentrati, interventi spot che saranno rovesciati o implementati in modo occasionale.

Parlare ancora di “democrazia” in questo contesto è palesemente una presa per i fondelli. Lo stesso Corriere della Sera, resocontando la nuova impresa di Musk, è costretto a ricordare che “la politica americana costa”, certo più di quella di un paese periferico come l’Italia.

E fa anche i conti: “Elon nel 2024 ha stanziato 277 milioni per sostenere l’ex costruttore newyorkese... Quanto dovrebbe investire per tentare, per esempio, la scalata a due-tre seggi del Senato? Probabilmente servirebbero 250- 300 milioni di dollari, più o meno l’importo della donazione versata nelle casse di Trump”.

Non ci interessa ovviamente lanciarci nel toto-Musk. Il dato essenziale è che la competizione politica – in regime neoliberista, ossia nel capitalismo occidentale – è un affare che riguarda esclusivamente i possessori di grandi capitali (in proporzione all’importanza del paese interessato).

Sono loro gli unici davvero “liberi”, e l’unica “libertà” che sono pronti a difendere è la propria.

Gli altri – noi tutti – per loro siamo come il “parco buoi” in Borsa. Andiamo bene fino quanto portiamo i nostri spiccioli dentro il gioco che loro gestiscono. Ma non dobbiamo avere nulla a pretendere, perché “non contiamo un cazzo”.

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02/02/2025

Musk si prende la cassaforte federale USA

Corre a una velocità pazzesca la privatizzazione dello Stato. E non di uno qualsiasi, ma degli Stati Uniti. Il che cambia decisamente sia il rapporto tra Stato e cittadini (per quanto “ideologizzato” e non realistico potesse essere), sia tra i membri dell’élite di quel paese.

L’amministrazione Trump ha approvato i piani per concedere a funzionari del Tesoro affiliati al team di Elon Musk l’accesso al sistema federale che gestisce trilioni di dollari in pagamenti. Il nuovo Segretario del Tesoro, Scott Bessent, ha infatti consentito l’accesso al sistema di pagamento a un team guidato da Tom Krause, CEO di Cloud Software Group, che ora lavora per il Dipartimento del Tesoro e funge da collegamento con il nuovo dipartimento guidato da Musk denominato DOGE, che opera all’interno del United States Digital Service.

In pratica ad una società di Musk che già lavorava con il Tesoro, ma in funzione “tecnica” molto subordinata – e ben retribuita – senza poteri discrezionali e senza poter entrare nei database anche individuali di chi riceve quei pagamenti.

Ci sarebbe stato un duro scontro tra funzionari uscenti ed entranti nell’amministrazione del Tesoro, ma alla fine “l’approvazione del segretario è stata subordinata al fatto che si trattasse essenzialmente di un’operazione di sola lettura”. Ossia che il nuovo soggetto privato possa – per ora – leggere i dati (e copiarli, si presume), ma non modificarli o decidere quali pagamenti effettuare ancora e quali bloccare.

Si tratta infatti di un sistema vastissimo e altamente sensibile, cruciale per i pagamenti erogati dal governo federale a decine di milioni di americani ogni anno. Ma anche ad enti e destinatari internazionali considerati “utili” per le politiche Usa. Riguarda insomma la spesa sociale come quella internazionale. È il sancta sanctorum del governo statunitense, il centro della macchina per quanto riguarda ogni tipo di spesa. Il braccio operativo economico della superpotenza, la sua “cassaforte”.

L’amministrazione Trump aveva già cercato, con un “ordine operativo” molto perentorio e “universale”, di congelare i fondi per programmi precedentemente approvati ma sgraditi. Ha dovuto fare una parziale marcia indietro perché il carattere “totalitario” del blocco avrebbe impedito di far funzionare parti rilevanti e indispensabili dell’amministrazione pubblica (probabilmente anche il controllo aereo...).

David Lebryk, funzionario di lunga data che supervisionava le vaste operazioni di finanziamento e pagamento del Tesoro, si è improvvisamente dimesso venerdì dopo essersi scontrato con i funzionari di Trump sulla concessione dell’accesso al sistema di pagamento, che contiene dettagli molto riservati sulle persone che ricevono pagamenti governativi.

Il sistema gestisce infatti i pagamenti ai beneficiari della previdenza sociale, alle persone che hanno diritto a rimborsi fiscali, alle organizzazioni che ricevono sovvenzioni pubbliche, nonché ai dipendenti federali e agli appaltatori governativi. Come si vede, si tratta di un insieme altamente eterogeneo dove ci sono milioni di destinatari retribuiti regolarmente in virtù di “diritti acquisiti” nel tempo (pensionati, sussidiati, istituzioni, ecc.), sia soggetti scelti con criteri di opportunità politica per l’azione degli Usa nel mondo.

In via non troppo teorica, però, dopo un consistente incrocio di database che identifichi quanti – tra i retribuiti – siano anche oppositori di Trump (o schifati da Musk), la nuova squadra del DOGE potrebbe stilare lunghe liste di persone da portare alla fame tagliandole le erogazioni. Ma è solo una delle infinite possibilità di utilizzo di un database del genere...

La confusione su chi avrà accesso ai sistemi di pagamento del Tesoro, nonché sulla possibilità che le loro prerogative possano consentire di interrompere i pagamenti, ha così aperto un nuovo fronte nella battaglia politica sul Dipartimento per l’Efficienza Governativa (DOGE) affidato a Musk.

Il quale ha suggerito sabato che gli sforzi del suo dipartimento per l’efficienza governativa di ottenere un maggiore controllo sui pagamenti del Tesoro agli americani riguardavano l’eliminazione di frodi o pagamenti illeciti. Ovviamente seminando affermazioni “shokkanti” non accompagnate da alcuno straccio di prova: “Il team @DOGE ha scoperto, tra l’altro, che ai funzionari addetti all’approvazione dei pagamenti del Tesoro è stato ordinato di approvare sempre i pagamenti, anche a gruppi fraudolenti o terroristici noti. Letteralmente non hanno mai negato un pagamento in tutta la loro carriera. Nemmeno una volta.”

Non che siano mai mancati pagamenti Usa a gruppi terroristici (tutti i loro complici nei mille golpe operati nel mondo, Al Qaeda, Isis, dittature sudamericane e non, Majdan varie di ieri e di oggi, ecc.), ma è anche chiaro che questi “amici fedeli o temporanei” non usciranno mai dalla lista dei beneficiari. Almeno fin quando non commetteranno errori mortali...

L’Ufficio dei Servizi Fiscali, che gestisce il sistema di pagamento del Tesoro, ha comunque già un dipartimento per “l’integrità dei pagamenti”, incaricato di identificare, prevenire e recuperare frodi e pagamenti impropri. Secondo il Tesoro, questi sforzi hanno prevenuto pagamenti impropri per un totale di quasi 155 milioni di dollari e hanno contribuito al recupero di quasi 350 milioni di dollari.

Ad esempio, un portale Do Not Pay consente alle agenzie di verificare se un destinatario è deceduto, inserito nella lista nera per gli appalti governativi, sanzionato, incarcerato o altrimenti non idoneo. Lily Batchelder, una funzionaria che ha servito come segretario del Tesoro per la politica fiscale durante gli ultimi anni ha provato a spiegare che “è profondamente preoccupante che i funzionari politici nominati alla Casa Bianca stiano tentando di interferire con i benefici della previdenza sociale e i rimborsi fiscali delle persone”.

“Per dirla senza mezzi termini, questi sistemi di pagamento semplicemente non possono fallire, e qualsiasi interferenza politicamente motivata in essi rischia di causare gravi danni al nostro paese e all’economia”, ha scritto il senatore democratico dell’Oregon Ron Wyden al nuovo boss del Tesoro, Bessent, lanciando l’allarme sulla possibilità che gli alleati di Musk possano trovarsi in una posizione per ottenere informazioni che potrebbero aiutare il vasto impero commerciale del miliardario.

Oltre agli aspetti propriamente politici, insomma, che potrebbero facilitare le “vendette” del giro di Trump sugli avversari, c’è la gigantesca possibilità che una multinazionale privata – una o più, tra quelle che fanno capo a Musk e altri “capitalisti delle piattaforme” – possa disporre di informazioni esclusive su chiunque tali da permettere guadagni senza paragoni. E senza produrre nulla...

Il varco per l’assalto privatistico al Tesoro è stato però creato ed offerto da una gestione sempre molto problematica della macchina della spesa statunitense. I pagamenti impropri nei programmi federali sono stati un problema perenne che ha a lungo attirato l’attenzione dei controllori governativi e dei legislatori congressuali. Pagamenti che sono aumentati negli ultimi anni, quando il Congresso ha approvato enormi nuovi programmi di soccorso per la pandemia di Covid-19.

Durante l’amministrazione Biden, il Tesoro ha promosso nuovi sforzi per utilizzare l’intelligenza artificiale per rilevare frodi e pagamenti impropri. Il Tesoro ha dichiarato in ottobre che lo sforzo ha prevenuto e recuperato più di 4 miliardi di dollari nell’anno fiscale 2024.

Le agenzie federali hanno complessivamente riportato 236 miliardi di dollari in pagamenti impropri nel 2024. La maggior parte proveniva da Medicare, Medicaid, assicurazione contro la disoccupazione, prestiti di soccorso pandemico per piccole imprese, il credito d’imposta sul reddito guadagnato del Tesoro e i pagamenti della previdenza sociale.

Piccole e grandi truffe (tipo farsi pagare gli stipendi dei dipendenti privati dalla “cassa integrazione pubblica”, no?) che hanno offuscato la credibilità del “pubblico” lasciando campo aperto ad un “privato” che non vuole fare né mediazione sociale né prigionieri.

Il “comitato d’affari della borghesia” si restringe a pochi tecnomiliardari, da quelle parti. E saluta definitivamente “l’ordine basato su regole liberali”. Da oggi chi comanda acchiappa tutto. E se lo tiene.

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27/01/2025

SpaceX cancella la Nasa

Dalle eroiche esplorazioni spaziali all’uso commerciale (e militare) dello spazio. Musk sostiene che i diecimila dipendenti della sua SpaceX possono umiliare concorrenti venti volte più grandi come Boeing o Lockheed, i tradizionali fornitori della Nasa. I razzi riutilizzabili e le navette di SpaceX richiedono costi e tempi di sviluppo inferiori a quelli dei concorrenti. Come scrive su Limes l’analista Marcello Spagnulo, possibile che il prossimo allunaggio punti sulla navetta Starship di Musk rottamando vecchi giganti del complesso militare industriale Usa. Operazione non solo tecnica. Lo ‘Stargate’ di Trump.

‘Stella Elon’, costellazione Trump, destra intergalattica

«È nata una stella, Elon!’: così il neoeletto presidente Donald Trump nel suo primo discorso a urne chiuse». E l’accoppiata fa paura anche nei cieli, intesi come ‘Spazio’, senza scomodare il padreterno. «E se il patron di Tesla pare destinato a rifulgere come Sirio – scrive Marcello Spagnulo su Limes – un asteroide sta per abbattersi sull’agenzia spaziale più famosa al mondo». Anche la Nasa bersaglio, come le democrazie britannica e tedesca, in attesa di ‘trumpini locali’ da portare al potere nell’Universo Elon.

La Stazione spaziale internazionale, ISS

Il più impegnativo e costoso manufatto dell’umanità al di fuori del pianeta Terra. Lo è dal punto di vista ingegneristico per le dimensioni e per l’ambiente extraterrestre cui è sottoposto. Ma lo è anche dal punto di vista politico, perché frutto di una collaborazione internazionale tra americani, russi, europei, canadesi e giapponesi. Grido d’orgoglio, forse uno degli ultimi, della Nasa, l’Agenzia aerospaziale americana, l’unica al mondo ad aver inviato esseri umani sulla Luna. Oggi il simbolo ancora tangibile della sua primazia è proprio la ISS.

Space Shuttle e una nuvola di dollari

Ci sono voluti oltre cento miliardi di dollari e 37 missioni dello Space Shuttle per assemblare la Stazione spaziale in orbita a 400 chilometri di altezza da terra. La Nasa spende tre miliardi di dollari all’anno per mantenerla operativa ma dopo più di due decenni per aria, la stazione accusa gli acciacchi dell’età e dal 2019 una piccola fuga di ossigeno. Mentre la guerra in Ucraina ha incrinato la collaborazione Usa con Mosca, partner fondamentale della ISS, anche se non tale da mettere in pericolo gli astronauti che condividono la vita a bordo.

ISS in pensione nel 2030

Acciacchi pericolosi, e la Nasa ha deciso di mandare l’ISS in pensione nel 2030, ma anche la sua fine non sarà cosa tecnica da poco. Sarà riportata nell’atmosfera terrestre da uno speciale rimorchiatore spaziale, che la condurrà a frantumarsi in mille pezzi sopra il ‘Point Nemo’ – dal nome del capitano di Ventimila leghe sotto i mari – Pacifico meridionale, a oltre 1.500 miglia da ogni terra più vicina. E chi condurrà la gloriosa ISS alla scomparsa? SpaceX di Elon Musk, con un contratto da 850 milioni di dollari per il rimorchiatore spaziale da demolizione di ogni residua concorrenza.

Definitiva privatizzazione dello Spazio

«Una immagine fortemente simbolica – sottolinea Marcello Spagnulo  – quella del fondatore di SpaceX che accompagna verso il cimitero oceanico l’ultimo gioiello cosmico della Nasa». La definitiva «privatizzazione dello Spazio». E sarà l’imprenditore più ricco del mondo, astro nascente dell’amministrazione Trump, appena nominata al vertice del ‘Doge’ – dipartimento per l’Efficienza governativa – a fare le pulci economiche agli enti federali come la stessa Nasa.

Lottizzazione anche degli astronauti

Da subito via la ‘vecchia Nasa’: al posto di Bill Nelson, democratico ed ex astronauta, arriva Jared Isaacman, finanziatore di SpaceX (due voli a pagamento nello Spazio a bordo dell’astronave Dragon). Gigantesco conflitto d’interesse per SpaceX che ha un suo finanziatore a capo della Nasa. Ma questi sono gli Usa dell’era Trump-Musk. «Elon, fai partire quelle navi spaziali, perché vogliamo raggiungere Marte prima della fine del mio mandato!», ha detto più volte Trump durante la campagna elettorale. Un’accelerazione elettorale estranea alle procedure rigorose Nasa.

Government Accountability Office

Il programma lunare Artemis, che mezzo secolo dopo Neil Armstrong dovrebbe riportare gli americani sulla Luna, ha problemi. Artemis è in ritardo di anni, ha sforato di miliardi il budget previsto e sinora nessun astronauta è decollato da Cape Kennedy per la Luna. Elemento chiave del programma Artemis è il Gateway, una stazione spaziale che orbiterà intorno alla Luna. Costa cinque miliardi e un miliardo di manutenzione annuale. Partecipa anche l’Agenzia spaziale europea (Esa), tra cui l’Italia, che sta realizzando dei moduli che attraccheranno alla stazione. Ma anche qui, problema di costi.

Ricerca scientifica e planetaria

Il Jet Propulsion Laboratory di Pasadena, licenzia il 5% della forza lavoro per le cancellazioni della missione su Venere, il rover lunare Viper e il telescopio Neo Surveyor per la ricerca di asteroidi. Anche il programma Mars Sample Return per la raccolta e l’invio sulla Terra di campioni di suolo marziano è nella spirale dei ritardi e degli extracosti. Michael Griffin, ex amministratore Nasa e poi sottosegretario al Pentagono per la Ricerca, repubblicano: «Artemis è eccessivamente complesso, ha un prezzo irrealistico, ed è altamente improbabile che venga completato in modo tempestivo».

Tutto SpaceX e Musk al governo

Di fatto il governo americano si affida già a SpaceX per trasportare gli astronauti sulla ISS, per fornire la connessione satellitare alle Forze armate statunitensi e a quelle ucraine (presto anche a quelle italiane), e per un veicolo d'atterraggio lunare. Negli ultimi dieci anni la società di Musk ha avuto contratti governativi per circa 15 miliardi di dollari. E l’amministrazione Trump aumenterà questa co-dipendenza, inserendo il suo fondatore all’interno della governance statunitense. La Nasa governativa utilizza aziende private ma le comandava: oggi Trump vuole privatizzare le scelte sul futuro dei voli spaziali americani.

Deregulation selvaggia

Musk sul Wall Street Journal espone il piano «di riduzioni strutturali nel governo federale». Il Washington Post, di Jeff Bezos, rivale di Musk e anche lui impegnato nella corsa spaziale, pubblica un articolo sul neo capo della potente Federal Communications Commission, Brendan Carr, apertamente sostenitore di SpaceX. Nell’incarico, il potere di decidere sulle richieste di aumentare il numero di satelliti Starlink, con Musk che ne vorrebbe 30 mila in aggiunta ai 12 mila già approvati, e abbassare le loro orbite a poco più di 300 km di altezza da terra.

Non sono solo problemi americani

Non passerà molto tempo che anche i paesi europei riceveranno da SpaceX domande per costruire torri e rampe di decollo e atterraggio delle Starship. Mario Draghi, nel suo rapporto sulla competitività europea, diagnostica una lenta agonia se non si agisce subito spendendo 800 miliardi di euro all’anno in investimenti aggiuntivi. Un intero capitolo è dedicato allo Spazio, «settore all’avanguardia nell’innovazione tecnologica e che contribuisce ai progressi più avanzati, alla resilienza e alla sicurezza delle società moderne, sia direttamente che attraverso le ricadute».

Troppa burocrazia anche europea

Complessità del processo decisionale e troppe istituzioni: l’Esa (22 Stati), mentre la Commissione di Bruxelles (tutti i 27 Stati) ha creato l’agenzia Euspa (Eu Agency for the Space Programme) della direzione Difesa e Spazio. Infine, le agenzie nazionali degli Stati, ognuna con un ministero della Difesa che considera strategico lo Spazio ma esita – eufemismo – a collaborare con gli altri. Proposta Draghi: tagliare vincoli ‘in un contesto normativo di mercato unico’. Meno fronzoli e regole semplici ed uguali per tutti. Ma voi ci credete?

Piccola Europa tecnologica

Le due più grandi aziende spaziali europee in sofferenza. Airbus Defence and Space, franco-tedesco-spagnola, annuncia 2.500 esuberi, mentre alla franco-italiana Thales Alenia Space, ‘ristrutturazione’ dei siti francesi e belgi. Monito da ciò che sta accadendo nel settore dell’automobile dove operatori cinesi e statunitensi hanno innovato producendo nuovi veicoli ibridi ed elettrici che stanno sconvolgendo il mercato con crisi delle case automobilistiche tedesche, francesi e italiane che per decenni avevano dominato il mercato.

Iris europeo contro Starlink

Le due aziende spaziali stanno discutendo di una possibile fusione con un probabile restringimento del ‘perimetro occupazionale’. Il progetto ‘Iris -Infrastructure Resilience, Interconnectivity and Security by Satellite’– concorrente europeo di Starlink 25 – cioè una costellazione europea da trecento satelliti per le comunicazioni sicure da lanciare in orbita entro questo decennio. L’iniziativa costerebbe tra i sei e i dodici miliardi di euro ma, con tutta probabilità, diventerà operativa quando i satelliti di Elon Musk saranno verosimilmente già dodicimila. Iris potrà competere sul mercato?

Dall’esplorazione allo sfruttamento

Ciò che sembra mancare all’Europa non è solo una strategia sullo spazio, ma soprattutto un ente federatore in grado di attuarla. Mentre il resto del mondo va avanti. La Cina ha una sua stazione in orbita terrestre bassa, punta a inviare astronauti sulla Luna nel decennio, stimola la crescita di aziende commerciali con finanziamenti di capitali privati e sviluppano innovativi sistemi spaziali. Ed è stata aperta alle compagnie private la base di lancio di Hainan, sinora appannaggio delle missioni governative, per ospitare diversi tipi di razzi.

Astronave indiana e arabi coi sino-russi per la luna

L’India sta costruendo una sua astronave per lanciarla entro un paio d’anni. L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi investono sia in Artemis Usa, sia nel programma lunare sino-russo. Il Giappone spenderà più di due miliardi per una sua rete satellitare militare di comunicazioni. La Corea del Sud dispone di tecnologia missilistica spaziale anti Kim. In questo contesto è strategia vincente per l’Europa inseguire Starlink con dieci anni di ritardo? L’Italia, terzo contributore all’Esa e seconda realtà manifatturiera, ha di fronte rischi ma anche opportunità. Od opportunità rischiose.

Italia e innovazione tecnologica industriale

La nostra industria ha realizzato la metà dei moduli abitati della Iss e l’unica struttura vetrata da cui gli astronauti fotografano la Terra. Da quindici anni produce i cargo Cygnus che riforniscono la Stazione spaziale. In Europa queste capacità industriali esistono solo nel nostro paese. Resta il fatto che per la maggior parte dei decisori politici un progetto spaziale, l’idea di autonomia tecnologica e strategica europea può apparire velleitario e irrealistico. Ma li non c’è ballo solo la competitività del continente, ma quello della rilevanza geopolitica nei prossimi anni.

Stargate il progetto di Trump 2

100 miliardi di dollari di investimento per far muovere 500 miliardi in quattro anni nel settore dell’intelligenza artificiale, in una alleanza tra istituzioni e grandi multinazionali del tech. E non solo con i chiacchierati Elon Musk, Jeff Bezos e Mark Zuckerberg. «Trump, non vuole dipendere da un solo leader tecnologico ma lasciarli ‘sbranare’ tra loro» avverte qualcuno. Elon Musk è avvertito. Militarizzare l’industria tecnologica come risposta alla corsa degli investimenti cinesi. E la nostra Europa? Ad ascoltare Ursula von der Leyen a Davos, sembrava un aggiornamento della favola di Cappuccetto rosso e del lupo cattivo.

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