Con un decreto firmato il 5 agosto, il ministro della Salute, Orazio Schillaci, ha nominato i nuovi componenti del Gruppo tecnico consultivo nazionale sulle vaccinazioni (NITAG), che dovrebbe supportare le politiche vaccinali nazionali con raccomandazioni basate su evidenze scientifiche e valutazioni indipendenti. L’incarico di vertice passa a Roberto Parrella, presidente della Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali. Riguardo ai ventidue membri del Comitato, a far discutere sono due nomi in particolare, che segnano una novità rispetto al passato, avendo difeso posizioni critiche nei confronti dei vaccini, compresi quelli contro il Covid. I due profili che hanno innescato un’aspra polemica sono quelli di Paolo Bellavite, ex docente di Patologia Generale all’università di Verona e di Eugenio Serravalle, specialista in Pediatria preventiva e Neonatologia, presidente dell’associazione dell’Associazione di studi e informazione sulla salute (Assis). Con attacchi durissimi, sia di colleghi che a mezzo stampa, sulla presenza di due “no vax” nel Comitato, mentre nessuna eco hanno avuto altre nomine che mostrano come Schillaci abbia aperto le porte del NITAG a esponenti che sono diretta espressione dell’industria farmaceutica.
La cornice mediatica, costruita chirurgicamente, ha innescato una sorta di macchina del fango: le opinioni dei due medici vengono presentate come “antiscientifiche”, mentre il racconto punta tutto sull’indignazione, la levata di scudi dell’opposizione e la reazione stizzita della “comunità scientifica”. Tra etichette diffamatorie di “no vax” e “terrapiattisti”, petizioni lampo e pressioni su Schillaci per spingerlo a revocare le nomine e le dimissioni di Francesca Russo, dirigente del Veneto, con un ultimatum al ministro: “O loro o me”. Una sorta di maccartismo, in cui il confronto si trasforma in tribunale virtuale e il dibattito scientifico in una gogna pubblica. Ironia della sorte, il prestigio scientifico di Bellavite, misurato internazionalmente attraverso il suo punteggio H-Index (l’indice che classifica i ricercatori in base alle pubblicazioni effettuate e alle citazioni dei loro lavori scientifici), che è di 51, è nettamente superiore a quello di diverse virostar come Roberto Burioni (fermo a 38) e Fabrizio Pregliasco (che ha 29 punti). Tuttavia, invece di analizzare il merito della produzione scientifica di Bellavite, è stata suonata la tromba dell’ennesima caccia alle streghe, con titoli a effetto che tuonano in merito al rischio dell’insinuarsi strisciante delle “pseudoscienze nelle istituzioni”, e articoli del calibro: “Schillaci senza vergogna nomina gli idoli dei no-vax nel comitato per le politiche vaccinali” (Il Domani).
A guidare le proteste è il Patto Trasversale per la Scienza, promosso da Guido Silvestri e Roberto Burioni, che ha lanciato una petizione per chiedere la revoca delle nomine su Change.org che, in pochi giorni, ha raccolto oltre 14 mila firme.
Quella messa in atto è la tecnica che negli studi sui media viene definita character assassination (distruzione della reputazione), con l’utilizzo di tecniche di manipolazione per screditare i due medici “eretici”, in modo da dipingerli come dei mezzi stregoni, etichettati dall’opposizione a “ultrà no vax” e ridotti dai quotidiani a “due esperti di omeopatia schierati al fianco dei gruppi no vax più rumorosi”.
Qual è la loro colpa? Aver espresso critiche e richieste di prudenza durante la gestione della pandemia e sulle vaccinazioni pediatriche anti-Covid. Già nel 2021, Bellavite aveva messo in dubbio la relazione tra rischi e benefici, parlando dei vaccini contro il Covid-19 nella trasmissione diMartedì su La7 («Chi ha paura del vaccino ha ragione, in un certo senso, perché mancavano informazioni su rischi e benefici»). Anche Serravalle ha sollevato questioni etiche e scientifiche riguardo alla moltiplicazione dei vaccini pediatrici, arrivando a paventare un tema tabù, ossia, una possibile correlazione con alcuni casi di autismo, senza però superare mai il limite della riflessione critica. Proprio Serravalle, con una decennale esperienza sul campo, ha deciso di adottare il principio di cautela, ricordando che «I vaccini possono causare reazioni avverse anche gravi» e che «Come tutti i farmaci non sono esenti da effetti collaterali». In un contesto sano, ciò dovrebbe alimentare un dibattito basato su dati, non essere motivo di esclusione. Invece, la prudenza metodologica viene impacchettata dentro il frame “no vax”, sinonimo di pericolo pubblico.
E, mentre si demonizza chi esprime un pensiero scientifico non omologato, si adotta il doppio standard e si chiude un occhio su possibili conflitti di interesse di altri membri del comitato legati a industrie farmaceutiche, come Emanuele Montomoli, ordinario di igiene presso l’Università degli Studi di Siena, fondatore, presidente (non con funzione esecutiva) e direttore scientifico di VisMederi, un’azienda biotecnologica che si occupa di sviluppo clinico di vaccini e di progetti nell’ambito delle malattie infettive emergenti, in collaborazione con le più importanti aziende farmaceutiche internazionali.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/08/2025
22/07/2025
Avvocati e giuristi contro Maurizio Molinari, “giornalista”, per le parole spese contro Francesca Albanese
Abbiamo assistito, con crescenti sconcerto ed indignazione, a un’intervista rilasciata dall’ex direttore di Repubblica Maurizio Molinari, che attacca la relatrice speciale sui diritti umani nei Territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, con argomentazioni di stampo nettamente diffamatorio, quali il preteso finanziamento da parte di Hamas, il presunto “antisemitismo”, accusa oramai mossa senza misura e vergogna a chiunque osi criticare il governo israeliano, e perfino l’insinuazione di gravi e ipotetiche divergenze, mai in realtà emerse, tra Francesca Albanese e il Segretario delle Nazioni Unite Guterres, peraltro a sua volta vittima di accuse e attacchi di questo genere.
Siamo con ogni evidenza di fronte a un tentativo, sia pure maldestro, di vera e propria “moral assassination” che si accompagna alle misure coercitive unilaterali recentemente decretate nei confronti di Francesca Albanese da parte del governo statunitense.
La Relatrice Speciale viene attaccata per aver rivelato, in modo coraggioso e scientificamente inappuntabile, le molteplici responsabilità, sia di governi, a partire ovviamente da quello israeliano, che di imprese multinazionali, che sono dietro all’attuale massacro del popolo palestinese a Gaza, che va più propriamente definito “genocidio” ai sensi della Convenzione del 1948 delle Nazioni Unite in materia. Francesca Albanese ha diritto ad affermare la sua onorabilità di fronte a tali intollerabili attacchi e ha diritto a continuare e completare il suo lavoro, nell’interesse della comunità internazionale a contrastare le violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani che da molto tempo avvengono in Palestina.
Per tali motivi dichiariamo la nostra piena disponibilità ad appoggiare Francesca Albanese in tutte le azioni di ordine politico, informativo e giudiziario che riterrà opportuno intraprendere, approfondendo in particolare i modi e le forme attraverso cui un alto funzionario delle Nazioni Unite possa tutelare giudizialmente in Italia la propria onorabilità e quella della Sua istituzione contro questo attacco da parte di quanti nell’informazione operano nell’interesse di poteri economici e politici coinvolti negli scandali che il Suo rapporto denuncia.
La divulgazione di affermazioni false e prive di ogni riscontro con il chiaro intento di diffamare una persona e far partire la macchina del fango al fine di negare la veridicità delle sue affermazioni, peraltro ormai universalmente evidenti è un atto grave e chiediamo espressamente all’ordine dei giornalisti di intervenire.
Aderiscono:
avv. Ileana Alesso, avv. Cesare Antetomaso, avv. Michela Arricale, copresidente del Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia ( CRED), avv. Martina Bianchi, avv. Angela Maria Bitonti, avv. Nadia Buso, avv. Vincenzo Caponera, avv. Carlo Cappellari, avv. Matteo Carbonelli, già docente di diritto internazionale, avv. Annalisa Carli, avv. Marco Cavallone, avv. Lorenza Cescatti, avv. Kiran Chaudhuri , avv. Elisa Costanzo, avv. Simonetta Crisci, avv. Aurora D’Agostino, copresidente Associazione nazionale giuristi democratici ( GD), avv. Maurizio de Stefano, già Segretario della Consulta per la Giustizia Europea dei Diritti dell’Uomo, avv. Matilde Di Giovanni, avv. Roberto Di Giovanni, avv. Veronica Dini, avv. Attilio Doria, avv. Francesca Doria, avv. Giuliana Doria, avv. Maria Esposito, avv. Giorgio Fontana, professore ordinario di diritto del lavoro , avv. Andrea Matteo Forte, avv. Fausto Gianelli, avv. Claudio Giangiacomo, avv. Ugo Giannangeli, avv. Nicola Giudice, avv. Marzia Guadagni, avv. Luca Guerra, avv. Alessandro Iannelli, avv. Roberto Lamacchia, copresidente Associazione nazionale giuristi democratici ( GD), avv. Enrico Lattanzi , avv. Aaron Lau, avv. Joachim Lau, avv. Valerio Maione, avv. Fabio Marcelli, ricercatore senior presso l’Istituto di studi giuridici internazionali del CNR e copresidente del Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia (CRED), avv. Marco Melano, avv. Paolo Mauriello, avv. Carlo Augusto Melis-Costa, avv. Ezio Menzione, avv. Alberta Milone, avv. Liana Nesta, avv. Gilberto Pagani, avv. Valentina Pieri, avv. Roberta Pierobon, avv. Barbara Porta, avv. Paola Regina, avv. Emanuele Ricchetti, avv. Silvia Ricci, avv. Francesco Romito, avv. Dario Rossi, avv. Flavio Rossi Albertini, avv. Elisabetta Rubini, Libertà e Giustizia, avv. Arturo Salerni, avv. Luca Saltalamacchia, avv. Paolo Solimeno, avv. Sonia Sommacal, avv. Armando Sorrentino, avv. Barbara Spinelli, copresidente dell’Associazione europea dei giuristi e delle giuriste per la democrazia e i diritti umani nel mondo, avv. Salvatore Tesoriero, avv. Enrico Tonolo, avv. Francesca Trasatti, avv. Agnese Usai, avv. Maria Teresa Vallefuoco, avv. Francesca Venditti, avv. Gianluca Vitale, avv. Luca Vuolo, avv. Nazzarena Zorzella, Alessandra Algostino, professoressa ordinaria di diritto costituzionale presso l’Università di Torino, Paola Altrui, giurista, Margherita Cantelli, giurista, Riccardo Cardilli, professore ordinario di diritto romano all’Università di Roma Due, Fabrizio Clementi, già dirigente ANCI, Luigi Daniele, professore associato di diritto internazionale Università del Molise, Micaela Frulli, Professoressa ordinaria di diritto Internazionale all’Università di Firenze, Domenico Gallo, già senatore e già magistrato, Teresa Lapis, giurista, Samuele Marcucci, giurista, Triestino Mariniello, professoree ordinario di diritto penale internazionale presso la Liverpool John Moores University, Ugo Mattei, professore di diritto civile all’Università di Torino e di diritto internazionale e comparato all’Università della California, Chantal Meloni, professoressa associata di diritto penale all’Università di Milano, Gianluca Schiavon, giurista, Eugenio Zaniboni, professore associato di diritto internazionale presso l’Università di Foggia, Maurizio Acerbo, già deputato,, Stefania Ascari, deputata, Michela Becchis, professoressa associata di Storia dell’arte medievale all’Università di Chieti, Sandra Bonsanti, Presidente emerita di Libertà e Giustizia Giuseppe De Cristofaro,senatore, Roberta De Monticelli, già professoressa ordinaria di Filosofia della persona presso l’Universita’ San Raffaele di Milano, Emilio De’ Capitàni, già segretario Commissione Libertà Civili (LIBE) del Parlamento Europeo, Francesca Ghirra, deputata, Luisa Morgantini, già vicepresidente del Parlamento europeo, Daniela Padoan, scrittrice e presidente di Libertà e Giustizia, Silvia Petrucci, architetto, Widad Timimi, scrittrice, Presidente dell’Associazione Ioien “che io possa andare oltre”.
Fonte
Siamo con ogni evidenza di fronte a un tentativo, sia pure maldestro, di vera e propria “moral assassination” che si accompagna alle misure coercitive unilaterali recentemente decretate nei confronti di Francesca Albanese da parte del governo statunitense.
La Relatrice Speciale viene attaccata per aver rivelato, in modo coraggioso e scientificamente inappuntabile, le molteplici responsabilità, sia di governi, a partire ovviamente da quello israeliano, che di imprese multinazionali, che sono dietro all’attuale massacro del popolo palestinese a Gaza, che va più propriamente definito “genocidio” ai sensi della Convenzione del 1948 delle Nazioni Unite in materia. Francesca Albanese ha diritto ad affermare la sua onorabilità di fronte a tali intollerabili attacchi e ha diritto a continuare e completare il suo lavoro, nell’interesse della comunità internazionale a contrastare le violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani che da molto tempo avvengono in Palestina.
Per tali motivi dichiariamo la nostra piena disponibilità ad appoggiare Francesca Albanese in tutte le azioni di ordine politico, informativo e giudiziario che riterrà opportuno intraprendere, approfondendo in particolare i modi e le forme attraverso cui un alto funzionario delle Nazioni Unite possa tutelare giudizialmente in Italia la propria onorabilità e quella della Sua istituzione contro questo attacco da parte di quanti nell’informazione operano nell’interesse di poteri economici e politici coinvolti negli scandali che il Suo rapporto denuncia.
La divulgazione di affermazioni false e prive di ogni riscontro con il chiaro intento di diffamare una persona e far partire la macchina del fango al fine di negare la veridicità delle sue affermazioni, peraltro ormai universalmente evidenti è un atto grave e chiediamo espressamente all’ordine dei giornalisti di intervenire.
Aderiscono:
avv. Ileana Alesso, avv. Cesare Antetomaso, avv. Michela Arricale, copresidente del Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia ( CRED), avv. Martina Bianchi, avv. Angela Maria Bitonti, avv. Nadia Buso, avv. Vincenzo Caponera, avv. Carlo Cappellari, avv. Matteo Carbonelli, già docente di diritto internazionale, avv. Annalisa Carli, avv. Marco Cavallone, avv. Lorenza Cescatti, avv. Kiran Chaudhuri , avv. Elisa Costanzo, avv. Simonetta Crisci, avv. Aurora D’Agostino, copresidente Associazione nazionale giuristi democratici ( GD), avv. Maurizio de Stefano, già Segretario della Consulta per la Giustizia Europea dei Diritti dell’Uomo, avv. Matilde Di Giovanni, avv. Roberto Di Giovanni, avv. Veronica Dini, avv. Attilio Doria, avv. Francesca Doria, avv. Giuliana Doria, avv. Maria Esposito, avv. Giorgio Fontana, professore ordinario di diritto del lavoro , avv. Andrea Matteo Forte, avv. Fausto Gianelli, avv. Claudio Giangiacomo, avv. Ugo Giannangeli, avv. Nicola Giudice, avv. Marzia Guadagni, avv. Luca Guerra, avv. Alessandro Iannelli, avv. Roberto Lamacchia, copresidente Associazione nazionale giuristi democratici ( GD), avv. Enrico Lattanzi , avv. Aaron Lau, avv. Joachim Lau, avv. Valerio Maione, avv. Fabio Marcelli, ricercatore senior presso l’Istituto di studi giuridici internazionali del CNR e copresidente del Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia (CRED), avv. Marco Melano, avv. Paolo Mauriello, avv. Carlo Augusto Melis-Costa, avv. Ezio Menzione, avv. Alberta Milone, avv. Liana Nesta, avv. Gilberto Pagani, avv. Valentina Pieri, avv. Roberta Pierobon, avv. Barbara Porta, avv. Paola Regina, avv. Emanuele Ricchetti, avv. Silvia Ricci, avv. Francesco Romito, avv. Dario Rossi, avv. Flavio Rossi Albertini, avv. Elisabetta Rubini, Libertà e Giustizia, avv. Arturo Salerni, avv. Luca Saltalamacchia, avv. Paolo Solimeno, avv. Sonia Sommacal, avv. Armando Sorrentino, avv. Barbara Spinelli, copresidente dell’Associazione europea dei giuristi e delle giuriste per la democrazia e i diritti umani nel mondo, avv. Salvatore Tesoriero, avv. Enrico Tonolo, avv. Francesca Trasatti, avv. Agnese Usai, avv. Maria Teresa Vallefuoco, avv. Francesca Venditti, avv. Gianluca Vitale, avv. Luca Vuolo, avv. Nazzarena Zorzella, Alessandra Algostino, professoressa ordinaria di diritto costituzionale presso l’Università di Torino, Paola Altrui, giurista, Margherita Cantelli, giurista, Riccardo Cardilli, professore ordinario di diritto romano all’Università di Roma Due, Fabrizio Clementi, già dirigente ANCI, Luigi Daniele, professore associato di diritto internazionale Università del Molise, Micaela Frulli, Professoressa ordinaria di diritto Internazionale all’Università di Firenze, Domenico Gallo, già senatore e già magistrato, Teresa Lapis, giurista, Samuele Marcucci, giurista, Triestino Mariniello, professoree ordinario di diritto penale internazionale presso la Liverpool John Moores University, Ugo Mattei, professore di diritto civile all’Università di Torino e di diritto internazionale e comparato all’Università della California, Chantal Meloni, professoressa associata di diritto penale all’Università di Milano, Gianluca Schiavon, giurista, Eugenio Zaniboni, professore associato di diritto internazionale presso l’Università di Foggia, Maurizio Acerbo, già deputato,, Stefania Ascari, deputata, Michela Becchis, professoressa associata di Storia dell’arte medievale all’Università di Chieti, Sandra Bonsanti, Presidente emerita di Libertà e Giustizia Giuseppe De Cristofaro,senatore, Roberta De Monticelli, già professoressa ordinaria di Filosofia della persona presso l’Universita’ San Raffaele di Milano, Emilio De’ Capitàni, già segretario Commissione Libertà Civili (LIBE) del Parlamento Europeo, Francesca Ghirra, deputata, Luisa Morgantini, già vicepresidente del Parlamento europeo, Daniela Padoan, scrittrice e presidente di Libertà e Giustizia, Silvia Petrucci, architetto, Widad Timimi, scrittrice, Presidente dell’Associazione Ioien “che io possa andare oltre”.
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20/06/2024
Il killeraggio mediatico-politico contro uno dei più noti scienziati italiani
Lo affermiamo in apertura, senza se e senza ma: siamo pienamente solidali con il prof. Massimo Zucchetti.
Il linciaggio mediatico contro il prof. Massimo Zucchetti era stata avviato alcuni giorni fa, in questo caso, dal giornale Il Riformista, seguito immediatamente a ruota dalla stampa di destra, ma alla fine non si è tirato indietro neanche il Tg de La7 di Mentana, che ieri ha mostrato “come prova” un articolo di Zucchetti su Contropiano relativo all’Ucraina.
Subito dopo si era accodata la “politica” con il senatore Paolo Marcheschi (FdI) che ha definito Massimo Zucchetti un pessimo esempio di insegnante e una prova di quanto sia pericoloso avere “cattivi maestri” nelle università italiane, seguito all’unisono da Augusta Montaruli, vice capogruppo FdI alla Camera. Insomma i compagni di partito di quelli che hanno aggredito un deputato in Parlamento pochi giorni fa.
È cominciato così un fuoco di batteria che ha mischiato e mixato frasi estrapolate dai contesti e battute al vetriolo dalla pagina Facebook del prof. Massimo Zucchetti. Una pagina che né i media killer della destra né i loro esponenti politici si erano mai presi la briga di andare a guardare fino a quando il prof. Zucchetti non si era incatenato ai cancelli del Politecnico – dove insegna – insieme agli studenti per chiedere – e questa è la vera linea rossa che ha “superato” – di bloccare gli accordi con istituzioni israeliane. Non solo.
Il prof. Zucchetti ha inoltre rotto anche un altro tabù, dichiarando inimicizia per l’Ucraina di Zelenski sul terreno di gioco in occasione dei campionati europei di calcio. Siccome il nostro governo fornisce armamenti e consensi a Kiev, queste cose non si possono dire.
A quel punto si sono aperte le cateratte di tutto il marcio che alligna nella politica, nell’informazione e nell’accademia nel nostro paese.
Da quel momento in poi il prof. Zucchetti – del quale siamo onorati di avere la collaborazione per il nostro giornale – è stato sottoposto ad un fuoco di fila vergognoso, fino a chiedere che l’università cacciasse via uno dei massimi scienziati italiani. Esattamente come durante i regimi nazifascisti in Europa.
In questo clima di caccia alla streghe non ha tardato a muoversi il Senato accademico del Politecnico di Torino.
Secondo quanto diffuso dalle agenzie, adesso il rettore Stefano Corgnatiora dovrà verificare gli incarichi di nomina e procedere con la rimozione. Il Senato ha anche chiesto «di avviare le opportune istruttorie per gli eventuali procedimenti disciplinari».
Il prof. Zucchetti si è scusato per «l’uso improprio dei social», ma per il Senato le affermazioni sono “lesive dei valori che animano la comunità politecnica”.
Lo abbiamo detto nei giorni in cui si è incatenato insieme agli studenti al Politecnico di Torino e lo ribadiamo in queste ore: la redazione di Contropiano esprime la piena solidarietà con il prof. Massimo Zucchetti e gli chiediamo di continuare a collaborare con il nostro giornale dove può godere di piena libertà di espressione.
Il linciaggio mediatico contro il prof. Massimo Zucchetti era stata avviato alcuni giorni fa, in questo caso, dal giornale Il Riformista, seguito immediatamente a ruota dalla stampa di destra, ma alla fine non si è tirato indietro neanche il Tg de La7 di Mentana, che ieri ha mostrato “come prova” un articolo di Zucchetti su Contropiano relativo all’Ucraina.
Subito dopo si era accodata la “politica” con il senatore Paolo Marcheschi (FdI) che ha definito Massimo Zucchetti un pessimo esempio di insegnante e una prova di quanto sia pericoloso avere “cattivi maestri” nelle università italiane, seguito all’unisono da Augusta Montaruli, vice capogruppo FdI alla Camera. Insomma i compagni di partito di quelli che hanno aggredito un deputato in Parlamento pochi giorni fa.
È cominciato così un fuoco di batteria che ha mischiato e mixato frasi estrapolate dai contesti e battute al vetriolo dalla pagina Facebook del prof. Massimo Zucchetti. Una pagina che né i media killer della destra né i loro esponenti politici si erano mai presi la briga di andare a guardare fino a quando il prof. Zucchetti non si era incatenato ai cancelli del Politecnico – dove insegna – insieme agli studenti per chiedere – e questa è la vera linea rossa che ha “superato” – di bloccare gli accordi con istituzioni israeliane. Non solo.
Il prof. Zucchetti ha inoltre rotto anche un altro tabù, dichiarando inimicizia per l’Ucraina di Zelenski sul terreno di gioco in occasione dei campionati europei di calcio. Siccome il nostro governo fornisce armamenti e consensi a Kiev, queste cose non si possono dire.
A quel punto si sono aperte le cateratte di tutto il marcio che alligna nella politica, nell’informazione e nell’accademia nel nostro paese.
Da quel momento in poi il prof. Zucchetti – del quale siamo onorati di avere la collaborazione per il nostro giornale – è stato sottoposto ad un fuoco di fila vergognoso, fino a chiedere che l’università cacciasse via uno dei massimi scienziati italiani. Esattamente come durante i regimi nazifascisti in Europa.
In questo clima di caccia alla streghe non ha tardato a muoversi il Senato accademico del Politecnico di Torino.
Secondo quanto diffuso dalle agenzie, adesso il rettore Stefano Corgnatiora dovrà verificare gli incarichi di nomina e procedere con la rimozione. Il Senato ha anche chiesto «di avviare le opportune istruttorie per gli eventuali procedimenti disciplinari».
Il prof. Zucchetti si è scusato per «l’uso improprio dei social», ma per il Senato le affermazioni sono “lesive dei valori che animano la comunità politecnica”.
Lo abbiamo detto nei giorni in cui si è incatenato insieme agli studenti al Politecnico di Torino e lo ribadiamo in queste ore: la redazione di Contropiano esprime la piena solidarietà con il prof. Massimo Zucchetti e gli chiediamo di continuare a collaborare con il nostro giornale dove può godere di piena libertà di espressione.
*****
Qui di seguito alcuni articoli del prof. Zucchetti, candidato al Premio Nobel nel 2015, autore di innumerevoli lavori scientifici citati e studiati a livello internazionale. I killer politico-mediatici leggano... e imparino qualcosa invece di starnazzare e fare danni alla comunità scientifica e democratica nel nostro paese.
I rischi inaccettabili di una guerra nucleare
Per inerzia verso nuove bombe termonucleari
Non siamo più pacifisti
Un piano di pace nucleare per la guerra in Ucraina
Uranio impoverito, tracciante morale di malafede
Il mestiere più antico del mondo
Fonte
20/08/2023
La macchina del fango contro Jorit
Fino a ieri Jorit veniva osannato, chiamato ovunque dal centro sociale al comitato di quartiere. Prime pagine dei giornali progressisti di mezzo mondo sulla sua Human Tribe, ora sembra essere diventato il nemico numero uno.
Può piacere o meno, ognuno ha i suoi gusti e può avere le sue opinioni su ciò che vede.
Però non vi sembra un po’ curioso che fino a tre mesi fa il main stream lo osannava come il nuovo Caravaggio e ora è diventato il nemico pubblico numero 1?
Mi sembra evidente che dopo il suo viaggio in Donbass e le sue parole sulle guerra in Ucraina, ci sia una chiara volontà denigratoria nei suoi confronti, in particolare sul suo pensiero, che condivisibile o meno dovrebbe essere tutelato in ogni modo da chi si dice di sinistra e invece accade il contrario.
La cosa assurda è che ci sono centinaia di persone che lo hanno esaltato per i suoi murales su Cucchi, Angela Davis ecc. Mentre oggi sarebbero disposte a vederlo bruciare sul rogo solo perché ha messo la sua firma su una nuova opera.
Ognuno quando utilizza i social network dovrebbe riflettere seriamente sul potere che hanno i grandi media di determinare il dibattito e di scegliere le priorità su cui tutti devono discutere a seconda delle convenienza del momento.
Ad esempio: da due giorni mezza Italia discute sul libro di un generale mezzo “abbonato” (espressione del dialetto napoletano per indicare un soggetto con problemi di comprensione della realtà materiale) che se non avesse avuto tutto questa eco di indignazione non l’avrebbe letto neanche la moglie.
Secondo voi davvero oggi il fango su Jorit è il prodotto delle vostre opinioni sull’arte? Credete veramente che importi a qualcuno? Credete che davvero esprimere opinioni sulla linea artistiche delle mura cittadine su Facebook sia fare dibattito sull’arte e voi attori di questa cosa?
Non avete mai il dubbio di essere gli ennesimi nessuno utili come massa per screditare qualcuno o qualcosa in un gioco un po’ più grande di voi?
Quando il main stream decide l’agenda setting, i vostri post e le vostre osservazioni servono solo a sostenere lo scopo dominante della comunicazione in quel momento.
Per me Jorit resta un grande artista, un ragazzo di Napoli che è riuscito con la sua arte a diventare uno dei pittori contemporanei più famosi del mondo che porta in giro una visione del mondo molto vicina alla mia. Posso avere anche opinioni diverse dalle sue su tante cose ma preferirò sempre i suoi murales ad un cartellone pubblicitario o ad una ristrutturazione con sotto il nome dell’impresa che l’ha realizzata.
E non parlo di arte, perché non ne capisco nulla e non ci voglio nemmeno entrare, ma di messaggi semplici che si possono diffondere anche con un murale commissionato dalla peggiore delle istituzioni.
Jorit è un patrimonio di una visione politica altermondialista, antimperialista (che sicuramente ha sfondato il main stream) che ormai in Italia sta scomparendo sotto i colpi dell’omologazione neoliberista.
Fonte
Può piacere o meno, ognuno ha i suoi gusti e può avere le sue opinioni su ciò che vede.
Però non vi sembra un po’ curioso che fino a tre mesi fa il main stream lo osannava come il nuovo Caravaggio e ora è diventato il nemico pubblico numero 1?
Mi sembra evidente che dopo il suo viaggio in Donbass e le sue parole sulle guerra in Ucraina, ci sia una chiara volontà denigratoria nei suoi confronti, in particolare sul suo pensiero, che condivisibile o meno dovrebbe essere tutelato in ogni modo da chi si dice di sinistra e invece accade il contrario.
La cosa assurda è che ci sono centinaia di persone che lo hanno esaltato per i suoi murales su Cucchi, Angela Davis ecc. Mentre oggi sarebbero disposte a vederlo bruciare sul rogo solo perché ha messo la sua firma su una nuova opera.
Ognuno quando utilizza i social network dovrebbe riflettere seriamente sul potere che hanno i grandi media di determinare il dibattito e di scegliere le priorità su cui tutti devono discutere a seconda delle convenienza del momento.
Ad esempio: da due giorni mezza Italia discute sul libro di un generale mezzo “abbonato” (espressione del dialetto napoletano per indicare un soggetto con problemi di comprensione della realtà materiale) che se non avesse avuto tutto questa eco di indignazione non l’avrebbe letto neanche la moglie.
Secondo voi davvero oggi il fango su Jorit è il prodotto delle vostre opinioni sull’arte? Credete veramente che importi a qualcuno? Credete che davvero esprimere opinioni sulla linea artistiche delle mura cittadine su Facebook sia fare dibattito sull’arte e voi attori di questa cosa?
Non avete mai il dubbio di essere gli ennesimi nessuno utili come massa per screditare qualcuno o qualcosa in un gioco un po’ più grande di voi?
Quando il main stream decide l’agenda setting, i vostri post e le vostre osservazioni servono solo a sostenere lo scopo dominante della comunicazione in quel momento.
Per me Jorit resta un grande artista, un ragazzo di Napoli che è riuscito con la sua arte a diventare uno dei pittori contemporanei più famosi del mondo che porta in giro una visione del mondo molto vicina alla mia. Posso avere anche opinioni diverse dalle sue su tante cose ma preferirò sempre i suoi murales ad un cartellone pubblicitario o ad una ristrutturazione con sotto il nome dell’impresa che l’ha realizzata.
E non parlo di arte, perché non ne capisco nulla e non ci voglio nemmeno entrare, ma di messaggi semplici che si possono diffondere anche con un murale commissionato dalla peggiore delle istituzioni.
Jorit è un patrimonio di una visione politica altermondialista, antimperialista (che sicuramente ha sfondato il main stream) che ormai in Italia sta scomparendo sotto i colpi dell’omologazione neoliberista.
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28/12/2022
Palestina - La relatrice speciale dell’Onu sotto l’attacco degli apparati israeliani
Francesca Albanese è una persona assolutamente ammirevole. È un avvocato internazionale, un’esperta di rifugiati palestinesi e relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei territori palestinesi occupati, un incarico che svolge pro bono. Attualmente è sotto attacco feroce sulla stampa israeliana e sui social media per presunto antisemitismo, che si dice la escluda dall’agire come rappresentante delle Nazioni Unite.
In assenza di qualsiasi prova di antisemitismo, il Times of Israel ha ripescato un post su Facebook del 2014, in cui scriveva “America ed Europa, una soggiogata dalla lobby ebraica, l’altra dal senso di colpa per l’Olocausto , rimangono in disparte”. Questo è stato scritto a titolo personale, otto anni prima che assumesse la sua posizione alle Nazioni Unite. Il contesto, invariabilmente tralasciato dai critici, è stato un brutale assalto israeliano a Gaza che ha causato la morte di oltre 2.000 palestinesi, tra cui 550 bambini.
La Albanese aveva tutte le ragioni per criticare l’America e l’Europa per non aver fatto nulla per frenare l’aggressore. Sarebbe stato meglio parlare di ‘lobby israeliana’ piuttosto che di ‘lobby ebraica’ e la Albanese ha ammesso il suo errore. Ma non si può negare che la lobby israeliana eserciti un’enorme influenza nella politica americana. È infatti la lobby di politica estera più potente degli Stati Uniti. Né può esserci alcun dubbio che il senso di colpa per l’Olocausto continui a impedire all’Europa di denunciare Israele per le sue violazioni quotidiane del diritto internazionale umanitario.
Gli attacchi alla sig.ra Albanese sono politicamente motivati. Nel settembre 2022 ha presentato al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite un rapporto di 23 pagine sulla “Situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967”. Gli attacchi non si riferiscono all’analisi di questo eccellente rapporto; fanno riferimento solo a dichiarazioni come il post di Facebook del 2014. Equivalgono all’assassinio della reputazione. Il loro scopo è screditarla, distoglierla dall’adempiere al suo mandato ONU e minare i suoi sforzi per ritenere Israele responsabile rispetto agli standard universali dei diritti umani.
Gli attacchi alla signora Albanese sono solo l’esempio più recente di una campagna globale in corso condotta dal governo israeliano e da organizzazioni ideologicamente allineate con esso con l’obiettivo di confondere le legittime critiche alle politiche israeliane nei confronti dei palestinesi con il fanatismo antiebraico.
Israele ha già perso la battaglia davanti al tribunale dell’opinione pubblica. Negli ultimi due anni, quattro importanti organizzazioni per i diritti umani hanno concluso che Israele commette il crimine di apartheid nei confronti dei palestinesi. Il documento di presa di posizione pubblica del gennaio 2021 di B’Tselem, l’organizzazione israeliana per i diritti umani molto rispettata, è significativamente intitolato “Un regime di supremazia ebraica dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo: questo è l’apartheid”.
Israele è anche sotto inchiesta da parte della Corte penale internazionale per crimini di guerra in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Più vengono smascherate le azioni brutali e criminali di Israele, più aggressivi diventano i suoi portavoce e sostenitori nei loro sforzi per diffamare e delegittimare i suoi critici.
Oggi è Israele ad essere sul banco degli imputati, non il relatore delle Nazioni Unite. Alla signora Albanese non va altro che il merito del coraggio e della dedizione dimostrati nell’espletamento del suo mandato ONU. Può indossare gli attacchi su di lei come distintivo d’onore.
I tre pilastri principali dell’ebraismo sono la verità, la giustizia e la pace. La signora Albanese personifica questi valori in misura straordinariamente alta. E ci saranno molti ebrei in tutto il mondo, turbati dal tradimento di Israele di questi fondamentali valori ebraici, che possono avere motivo di ringraziarla per averli sostenuti.
Fonte
In assenza di qualsiasi prova di antisemitismo, il Times of Israel ha ripescato un post su Facebook del 2014, in cui scriveva “America ed Europa, una soggiogata dalla lobby ebraica, l’altra dal senso di colpa per l’Olocausto , rimangono in disparte”. Questo è stato scritto a titolo personale, otto anni prima che assumesse la sua posizione alle Nazioni Unite. Il contesto, invariabilmente tralasciato dai critici, è stato un brutale assalto israeliano a Gaza che ha causato la morte di oltre 2.000 palestinesi, tra cui 550 bambini.
La Albanese aveva tutte le ragioni per criticare l’America e l’Europa per non aver fatto nulla per frenare l’aggressore. Sarebbe stato meglio parlare di ‘lobby israeliana’ piuttosto che di ‘lobby ebraica’ e la Albanese ha ammesso il suo errore. Ma non si può negare che la lobby israeliana eserciti un’enorme influenza nella politica americana. È infatti la lobby di politica estera più potente degli Stati Uniti. Né può esserci alcun dubbio che il senso di colpa per l’Olocausto continui a impedire all’Europa di denunciare Israele per le sue violazioni quotidiane del diritto internazionale umanitario.
Gli attacchi alla sig.ra Albanese sono politicamente motivati. Nel settembre 2022 ha presentato al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite un rapporto di 23 pagine sulla “Situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967”. Gli attacchi non si riferiscono all’analisi di questo eccellente rapporto; fanno riferimento solo a dichiarazioni come il post di Facebook del 2014. Equivalgono all’assassinio della reputazione. Il loro scopo è screditarla, distoglierla dall’adempiere al suo mandato ONU e minare i suoi sforzi per ritenere Israele responsabile rispetto agli standard universali dei diritti umani.
Gli attacchi alla signora Albanese sono solo l’esempio più recente di una campagna globale in corso condotta dal governo israeliano e da organizzazioni ideologicamente allineate con esso con l’obiettivo di confondere le legittime critiche alle politiche israeliane nei confronti dei palestinesi con il fanatismo antiebraico.
Israele ha già perso la battaglia davanti al tribunale dell’opinione pubblica. Negli ultimi due anni, quattro importanti organizzazioni per i diritti umani hanno concluso che Israele commette il crimine di apartheid nei confronti dei palestinesi. Il documento di presa di posizione pubblica del gennaio 2021 di B’Tselem, l’organizzazione israeliana per i diritti umani molto rispettata, è significativamente intitolato “Un regime di supremazia ebraica dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo: questo è l’apartheid”.
Israele è anche sotto inchiesta da parte della Corte penale internazionale per crimini di guerra in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Più vengono smascherate le azioni brutali e criminali di Israele, più aggressivi diventano i suoi portavoce e sostenitori nei loro sforzi per diffamare e delegittimare i suoi critici.
Oggi è Israele ad essere sul banco degli imputati, non il relatore delle Nazioni Unite. Alla signora Albanese non va altro che il merito del coraggio e della dedizione dimostrati nell’espletamento del suo mandato ONU. Può indossare gli attacchi su di lei come distintivo d’onore.
I tre pilastri principali dell’ebraismo sono la verità, la giustizia e la pace. La signora Albanese personifica questi valori in misura straordinariamente alta. E ci saranno molti ebrei in tutto il mondo, turbati dal tradimento di Israele di questi fondamentali valori ebraici, che possono avere motivo di ringraziarla per averli sostenuti.
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06/02/2021
Ecuador - La macchina del fango contro il candidato correista Arauz
Come spiegavamo nell’articolo di ieri, Andrés Arauz, candidato correista alle elezioni che si terranno questa domenica (7 febbraio) in Ecuador, è dato in testa da quasi tutti i sondaggi e non troppo distante dal traguardo della vittoria al primo turno.
Oltre alle manovre “giudiziarie” del Consiglio Nazionale Elettorale (CNE) il quale, per esempio, ha proibito all’ex Presidente Correa di apparire negli spot della campagna di Arauz, e le pressioni del Presidente uscente Lenin Moreno per posticipare le elezioni temendo una schiacciante vittoria elettorale delle forze progressiste, si è messa in moto la macchina mediatica del fango.
Una tempesta di fake news e presunti scandali creati ad hoc dalla stampa nazionale ed internazionale: in entrambi i casi – se non direttamente pilotata – quantomeno al servizio degli interessi politici ed economici dell’imperialismo statunitense; si tratta dell’ormai rodato arsenale mediatico per screditare all’opinione pubblica un candidato avverso a questi interessi e per tentare di influenzare il voto di eventuali indecisi.
I montaggi mediatici ai danni di Evo Morales in Bolivia e di Nicolas Maduro in Venezuela dimostrano quale sia il ruolo strutturale dei mezzi di comunicazione all’interno della “guerra non convenzionale” e della strategia del “soft power” contro le esperienze progressiste e socialiste in America Latina.
Nel contesto dello scontro tra il Socialismo e la Barbarie che attraversa le Americhe, una vittoria di Arauz rappresenterebbe un ulteriore rafforzamento nella mappa progressista latinoamericana, con il rilancio di strumenti di integrazione a livello continentale come l’UNASUR e il consolidamento della cooperazione politica della CELAC, contro il potere dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), la quale ha avuto un ruolo centrale nel riconoscere “l’autoproclamatosi Presidente” Juan Guaidó in Venezuela o ancora nel legittimare il colpo di Stato in Bolivia a novembre 2019.
Per questo motivo, a pochi giorni dalle elezioni, si stanno intensificando le campagne mediatiche contro il candidato correista Andrés Arauz. Tra le tante bugie, ci sono quelle diffuse dal giornale argentino Clarín, secondo cui ”l'entourage politico di Arauz sarebbe impegnato a distribuire 250 dollari in cambio di voti oppure che il candidato correista abbia beneficiato di una dose esclusiva del vaccino anti-Covid russo ‘Sputnik V’ in Argentina.”
Anche nella Colombia del Presidente Iván Duque, fedele galoppino della politica imperialista di Washington e alleato chiave nella guerra economica contro il Venezuela bolivariano, la rivista Semana ha deciso di partecipare alla sporca campagna contro Arauz.
La rivista ha accusato le forze correiste, raggruppate nella lista Unión por la Esperanza (UNES), di aver ricevuto una somma pari 80.000 dollari da parte dell’Esercito di Liberazione Nazionale colombiano per finanziare la campagna elettorale in Ecuador.
Secondo l’articolo, il leader della guerriglia Andres Vanegas, alias “Uriel”, ucciso recentemente, avrebbe avuto colloqui con l’ex presidente Correa. “Non so chi sia Uriel, non so di cosa stiano parlando. Quando ho avuto una chiara possibilità di vincere in Ecuador nel 2006, hanno detto che sono stato finanziato dalle FARC? È una telenovela ripetuta”, ha risposto Rafael Correa. Un giornalista di Semana ha confessato che l’informazione era “assolutamente non vera”.
Riportiamo le considerazioni di Atilio Borón, sociologo e politologo argentino, nonché autore di diversi saggi sulle strategie dell’imperialismo targato Washington in America Latina, tra cui “América Latina en la Geopolítica del Imperialismo”, disponibile gratuitamente sul suo sito, riguardo l’ennesimo tentativo della stampa mainstream al servizio delle forze imperialiste di infangare un candidato progressista come Andrés Arauz (da Página/12).
Oltre alle manovre “giudiziarie” del Consiglio Nazionale Elettorale (CNE) il quale, per esempio, ha proibito all’ex Presidente Correa di apparire negli spot della campagna di Arauz, e le pressioni del Presidente uscente Lenin Moreno per posticipare le elezioni temendo una schiacciante vittoria elettorale delle forze progressiste, si è messa in moto la macchina mediatica del fango.
Una tempesta di fake news e presunti scandali creati ad hoc dalla stampa nazionale ed internazionale: in entrambi i casi – se non direttamente pilotata – quantomeno al servizio degli interessi politici ed economici dell’imperialismo statunitense; si tratta dell’ormai rodato arsenale mediatico per screditare all’opinione pubblica un candidato avverso a questi interessi e per tentare di influenzare il voto di eventuali indecisi.
I montaggi mediatici ai danni di Evo Morales in Bolivia e di Nicolas Maduro in Venezuela dimostrano quale sia il ruolo strutturale dei mezzi di comunicazione all’interno della “guerra non convenzionale” e della strategia del “soft power” contro le esperienze progressiste e socialiste in America Latina.
Nel contesto dello scontro tra il Socialismo e la Barbarie che attraversa le Americhe, una vittoria di Arauz rappresenterebbe un ulteriore rafforzamento nella mappa progressista latinoamericana, con il rilancio di strumenti di integrazione a livello continentale come l’UNASUR e il consolidamento della cooperazione politica della CELAC, contro il potere dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), la quale ha avuto un ruolo centrale nel riconoscere “l’autoproclamatosi Presidente” Juan Guaidó in Venezuela o ancora nel legittimare il colpo di Stato in Bolivia a novembre 2019.
Per questo motivo, a pochi giorni dalle elezioni, si stanno intensificando le campagne mediatiche contro il candidato correista Andrés Arauz. Tra le tante bugie, ci sono quelle diffuse dal giornale argentino Clarín, secondo cui ”l'entourage politico di Arauz sarebbe impegnato a distribuire 250 dollari in cambio di voti oppure che il candidato correista abbia beneficiato di una dose esclusiva del vaccino anti-Covid russo ‘Sputnik V’ in Argentina.”
Anche nella Colombia del Presidente Iván Duque, fedele galoppino della politica imperialista di Washington e alleato chiave nella guerra economica contro il Venezuela bolivariano, la rivista Semana ha deciso di partecipare alla sporca campagna contro Arauz.
La rivista ha accusato le forze correiste, raggruppate nella lista Unión por la Esperanza (UNES), di aver ricevuto una somma pari 80.000 dollari da parte dell’Esercito di Liberazione Nazionale colombiano per finanziare la campagna elettorale in Ecuador.
Secondo l’articolo, il leader della guerriglia Andres Vanegas, alias “Uriel”, ucciso recentemente, avrebbe avuto colloqui con l’ex presidente Correa. “Non so chi sia Uriel, non so di cosa stiano parlando. Quando ho avuto una chiara possibilità di vincere in Ecuador nel 2006, hanno detto che sono stato finanziato dalle FARC? È una telenovela ripetuta”, ha risposto Rafael Correa. Un giornalista di Semana ha confessato che l’informazione era “assolutamente non vera”.
Riportiamo le considerazioni di Atilio Borón, sociologo e politologo argentino, nonché autore di diversi saggi sulle strategie dell’imperialismo targato Washington in America Latina, tra cui “América Latina en la Geopolítica del Imperialismo”, disponibile gratuitamente sul suo sito, riguardo l’ennesimo tentativo della stampa mainstream al servizio delle forze imperialiste di infangare un candidato progressista come Andrés Arauz (da Página/12).
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La destra internazionale, con il suo grande direttore d’orchestra che risiede a Washington, ha concentrato tutti i suoi cannoni per impedire il trionfo del binomio Andrés Arauz – Carlos Rabascall, facendo appello a qualsiasi risorsa.
Una frase erroneamente attribuita a Donald Trump, “tutte le opzioni sono sul tavolo”, è vecchia quanto la storia delle ex tredici colonie inglesi che diventarono gli Stati Uniti d’America quando divennero indipendenti. Nel mondo di oggi una di queste opzioni, oserei dire la preferita nell’era del “soft power” (che è altrettanto o più letale dell’altra), è l’attacco con l’artiglieria mediatica che la destra ha a disposizione senza contrappesi.
È noto, anche se a volte lo si dimentica, che questa non è mai solo una forza politica nazionale, ma è sempre protetta dalla strategia globale progettata e orchestrata dalla Casa Bianca, consapevole che per trionfare in una battaglia nazionale è necessario che sia installata nel grande scacchiere geopolitico mondiale dove gli Stati Uniti possono far valere tutta la loro influenza.
Questa introduzione arriva in relazione alla campagna che il giornale di Buenos Aires Clarín ha lanciato contro la figura di Andrés Aráuz. L’ultima è stata una pubblicazione nella sua edizione del 2 febbraio quando ha titolato, nel suo solito stile pieno di ambiguità maliziose, che “In Ecuador assicurano che il candidato di Rafael Correa è stato vaccinato in Argentina con lo Sputnik V”.
Fonti non identificate hanno diffuso questa versione infondata ma mirata a suscitare una reazione popolare avversa allo strano “privilegio” di cui il candidato dell’UNES, Unión por la Esperanza, avrebbe goduto in un paese devastato dall’assalto del virus a causa dell’inettitudine dimostrata per affrontare la pandemia dal governo corrotto di Lenín Moreno.
Sottolineo “strano” perché tutti sanno che il vaccino Sputnik V richiede l’applicazione di due dosi, cosa che l’articolo di Clarín è attento ad evitare. Quindi, non solo il fatto che il successivo contagio di Arauz dimostra che non è stato vaccinato in Argentina, ma anche che avrebbe dovuto essere una persona molto maldestra per inocularsi una dose di un vaccino la cui efficacia richiede una seconda applicazione.
La cosa più vergognosa di Clarín è la mancanza di informazione che contrastata quando menzionano il consulente politico Amauri Chamorro: “Il nesso, secondo le fonti coinvolte e appartenenti al Movimiento Centro Democrático, è stato il consulente politico locale Amauri Chamorro, che lavora all’interno della squadra della campagna e ha facilitato il contatto con il Ministero della Salute dell’Argentina”.
Chamorro ha immediatamente smentito la versione sul suo account Twitter affermando che: “Secondo Clarín mi sono coordinato con Putin e Fernández per far vaccinare Andrés Arauz contro il Covid-19. Apprezzo la ‘stampa libera’ ma questo è FALSO. Nonostante il fatto che metà dell’Argentina ha il mio cellulare, Clarín non mi ha mai contattato per controllare le informazioni, cosa abituale quando i media mentono”.
In breve, siamo in presenza dell’ennesima “fake news” destinata a danneggiare l’immagine di Arauz. La fonte della notizia, secondo lo stesso giornale, “era un discorso, riprodotto da fonti che hanno scelto di preservare la loro identità e che hanno partecipato a una riunione tra le principali autorità del Movimiento Centro Democrático”, un’organizzazione alleata dell’UNES.
Notate bene che non c’è nessuna identificazione della fonte, nessun doppio controllo dell’informazione e nemmeno la minima cura di prendere in considerazione la cronologia degli eventi, mostrando che Arauz è stato infettato dal virus dopo aver viaggiato in Argentina ed essere stato ipoteticamente immunizzato con lo Sputnik V.
Niente di nuovo sotto il sole: purtroppo, la prostituzione della stampa egemonica al servizio dell’imperialismo e dei grandi patrimoni dei nostri paesi produce questo tipo di “fake news” su base quotidiana.
E lo fanno perché sono consapevoli che in Ecuador si sta giocando una battaglia che, se si risolve favorevolmente per le forze progressiste di quel paese, rafforzerà il processo di recupero democratico e di autodeterminazione nazionale in un altro paese sudamericano, non meno nel paese che fu sede dell’UNASUR!
Per questo motivo, l’unica cosa che possiamo aspettarci dai sicari dei media sono attacchi di questo stampo e bugie di ogni tipo. Questo significa che Arauz è un ottimo candidato. Questo è confermato dal fatto che ha contro di lui i nemici che ogni politico onesto e progressista deve avere in America Latina.
Ed è per questo che stanno sparando sulla sua figura con intensità.
Fonte
10/12/2019
Gran Bretagna - Militari e servizi segreti britannici mobilitati per fermare Corbyn
Secondo una nuova ricerca i funzionari dell’establishment militare e dell’intelligence del Regno Unito sono state le fonti di almeno 34 importanti storie mediatiche nazionali che hanno indicato Jeremy Corbyn come un pericolo per la sicurezza britannica.
Le storie – che citano ex o attuali membri dell’esercito, della marina e delle forze speciali, così come l’MI5, l’MI6 e un ex-alto funzionario – hanno avuto una media di pubblicazione ogni sei settimane da quando Jeremy Corbyn venne eletto leader del Partito Laburista nel settembre 2015. Tuttavia, ci sono stati picchi significativi di frequenza durante le campagne elettorali generali del 2017 e del 2019.
Ci sono molti indizi che per alcune storie, i funzionari dell’intelligence abbiano fornito loro stessi documenti segreti ai giornalisti come parte di quella che sembra essere una campagna. Ogni storia è stata raccolta attraverso la stampa nazionale, spesso fissando l’agenda delle notizie e facendo eco alle dichiarazioni dei ministri del governo conservatore. Quasi ogni storia è comparso in quattro testate: Il Daily Telegraph, The Times, il Daily Mail e The Sun.
La nostra ricerca ha anche trovato 440 articoli sulla stampa britannica da settembre 2015 che menzionano specificamente Corbyn come una “minaccia alla sicurezza nazionale”.
I servizi di intelligence e le forze armate dovrebbero attenersi al “principio costituzionale” del non coinvolgimento negli affari politici. Ma i numerosi casi in cui sono state fornite informazioni ai funzionari della sicurezza nazionale contro Corbyn nei media sollevano dubbi sul rispetto di questo principio.
Corbyn diventa leader laburista
Una settimana dopo che Jeremy Corbyn venne eletto leader laburista, il Sunday Times riportava una storia in cui si citava un “generale in servizio” che avvertiva che le forze armate avrebbero preso “azioni dirette” per fermare un governo Corbyn. Il generale aggiunse “Ci sarebbero dimissioni di massa a tutti i livelli e la prospettiva molto reale di un evento che sarebbe effettivamente un ammutinamento”.
La storia del Times citava anche una “fonte di intelligence senior” senza nome che diceva che i servizi di sicurezza avrebbero rifiutato di far vedere a Corbyn informazioni sulle operazioni in diretta a causa della “sua simpatia per alcuni terroristi”.
Il documento ha poi riferito di “un dossier trasmesso al Sunday Times”, in cui si afferma che Corbyn ha votato contro 13 progetti di legge antiterrorismo poiché il Prevention of Terrorism Act del 1984 ha reso illegale sostenere l’IRA, il gruppo terroristico repubblicano nell’Irlanda del Nord. Non è stato menzionato chi ha passato questo dossier al Times.
Lo stesso articolo citava anche l’ex comandante della marina britannica, Lord West di Spithead, dicendo che avrebbe potuto dimettersi dal partito se Corbyn non fosse stato abbastanza determinato nelle politiche della difesa. “Dovrò aspettare e vedere quali sono le politiche di difesa di Labour”, disse.
L’ex capo dell’MI6 Sir John Scarlett si è unito al consiglio di amministrazione del quotidiano The Times nel dicembre 2010, l’anno dopo aver lasciato la sua posizione di capo del servizio segreto. Corbyn guidò personalmente la campagna parlamentare nel 2004 per bloccare la nomina di Scarlett a capo dell’MI6 a causa dei suoi legami con il “dossier malvagio” che è stato usato da Tony Blair per spingere per la guerra in Iraq.
L’attenzione dei militari nei confronti di Jeremy Corbyn è continuata poco più di un mese dopo con l’articolo del Times, quando il generale Sir Nicholas Houghton, allora capo dello staff della difesa, dichiarò al giornalista della BBC Andrew Marr Show che l’intenzione di Corbyn di non usare mai armi nucleari “mina la credibilità del deterrente”.
Nel giro di una settimana, il Daily Telegraph ha realizzato e pubblicato una storia costruita attorno alla testimonianza di “ex capi militari” intitolata “Jeremy Corbyn condannato dai capi militari e dai propri parlamentari laburisti per caos della politica di difesa”. Lord Richards di Herstmonceux, ex capo dello staff di difesa del Regno Unito, ha dichiarato al giornale: “Jeremy Corbyn ... ha dimostrato perché non ci si dovrebbe fidare di lui in ordine ad una sua responsabilità ultima del governo – quella della difesa e della sicurezza della nazione”.
Mentre era in carica, Lord Richards è stato uno dei principali responsabili del “programma segreto di guerra cibernetica” del Ministero della Difesa, esaurito il MOD Corsham nel Wiltshire, che include la “propaganda online”. L‘ex ammiraglio che aveva rilasciato un’intervista al The Times nel 2015, dichiarò che Corbyn rischiava di alienarsi le forze armate. In proposito disse: “[Corbyn] fa pensare al dito medio alle forze armate... Questo ragazzo ci sta sostenendo o no?”.
Il 20 maggio 2017, poco più di due settimane prima delle elezioni, il Daily Telegraph è stato alimentato con un’altra storia, questa volta dalle agenzie di intelligence. Il quotidiano riportò la notizia che “l’MI5 (Military Intelligence Sezione 5 è l’ente per la sicurezza e il controspionaggio del Regno Unito) aveva aperto un file su Jeremy Corbyn a causa delle preoccupazioni per i suoi collegamenti con l’IRA”.
Si trattava di un’indagine del Telegraph che pretendeva di rivelare “i pieni legami di Corbyn con l’IRA”. Quella storia era stata acquisita da un individuo “vicino” all’indagine dell’MI5 che affermava che “un file gli era stato aperto nei primi anni '90”. Si diceva che anche la filiale speciale della polizia metropolitana stesse monitorando Corbyn nello stesso periodo.
Queste storie sono state usate dal governo conservatore per far ritenere Corbyn una “minaccia” per la sicurezza nazionale del Regno Unito e sarebbero diventate una delle principali linee di attacco del governo nella campagna elettorale del 2017. Ad esempio, una settimana dopo il servizio “esclusivo” del Telegraph, a fine maggio 2017, la Press Association riferì: “I Tories prendono di mira le questioni di sicurezza relative a Jeremy Corbyn mentre i sondaggi suggeriscono l’avanzamento del Labour”.
Quindi alla vigilia delle elezioni generali, l’ex capo dell’MI6, Sir Richard Dearlove, dettò la strategia conservatrice mentre il Daily Telegraph pubblicava un suo articolo sotto il titolo: “Jeremy Corbyn è un pericolo per questa nazione. All’MI6, che ho guidato una volta, Corbyn eliminerebbe il controllo di sicurezza”.
I risultati migliori del previsto di Corbyn nelle elezioni generali del 2017 hanno portato a un aumento significativo del numero di interventi sui media da parte del personale militare e dell’intelligence attivo e in pensione. I documenti di destra iniziarono a sostenere che gli archivi dell’intelligence negli ex paesi del blocco orientale contenevano file incriminanti sul presunto tradimento di Corbyn.
Il 1° ottobre 2017, The Sun affermò che Corbyn aveva precedenti connessioni con la famigerata polizia segreta della Germania orientale, la Stasi. Ha riferito che un “file Stasi sul leader laburista che potrebbe renderlo vulnerabile al ricatto viene tenuto segreto”. E aggiunse: “I documenti segreti sono stati passati a The Sun e mostrano che Corbyn è collegato ai soci e ai gruppi del Partito laburista alleati delle spie della Stasi”. Il documento non diceva, tuttavia, né dove né come avesse ottenuto queste informazioni.
Due settimane dopo, Lord Richard Dannatt, ex capo dell’esercito, disse a LBC che Corbyn aveva un “passato negativo” sulla sicurezza nazionale.
Quello stesso mese, mentre Corbyn stava godendo di un rialzo di popolarità, Stella Rimington, che gestiva l’MI5 tra il 1992 e il 1996, disse che alcune persone che l’agenzia aveva spiato in passato erano ora coinvolte in Momentum, un movimento popolare pro-Corbyn. “Ora vedo in Momentum alcune delle persone che stavamo guardando nelle organizzazioni trotskite negli anni ’80 [...] Ora sono cresciuti e stanno dando consigli al nostro aspirante primo ministro, Corbyn, su come prepararsi al potere. È una svolta ironica degli eventi”.
Qualche mese dopo, nel febbraio 2018, The Sun pubblicò un’esclusiva – intitolata “Corbyn and the Commie Spy” – che affermava che “Jeremy Corbyn incontrò una spia comunista durante la guerra fredda ed informò il malvagio regime della repressione da parte dell’intelligence britannica”. Si diceva che Corbyn avesse il suo nome in codice dell’intelligence ceca – COB – e “presumibilmente è stato inserito in un elenco di agenti e fonti della squadra di sicurezza dello stato cecoslovacco”. Si dice che la rivelazione provenisse da “file segreti ottenuti da The Sun”, ma il documento non indicava come li ottenesse o da chi.
Una settimana dopo, Richard Dearlove – che parla correntemente il ceco e ha prestato servizio nel MI6 – scrisse un altro articolo per il The Daily Telegraph sull’argomento delle accuse ceche, intitolato “Prendilo da un’ex spia: le accuse contro Jeremy Corbyn dovrebbero essere prese molto sul serio”.
Sempre a febbraio, il blog di destra Guido Fawkes ha ripetuto l’affermazione secondo cui la Stasi della Germania dell’Est deteneva un fascicolo su Corbyn. La storia è stata ampiamente ripresa dalla stampa britannica, ma questa volta il commissario federale tedesco per la Stasi Records ha emesso una confutazione ufficiale, smentendo totalmente il fake su Corbyn.
Più tardi, nel settembre 2018, due fonti governative anonime di alto livello riferirono al Sunday Times che “Corbyn era stato convocato per questioni di terrorismo” dal capo del MI5 Andrew Parker. L’MI5 è stato probabilmente coinvolto nella fuga di notizie poiché l’articolo ha rivelato ciò su cui il capo dell’agenzia voleva informare Corbyn. I giornalisti hanno anche basato la storia su una “fonte di sicurezza” che “ha riconosciuto che alcune delle dichiarazioni pubbliche del leader laburista sul terrorismo avevano turbato i servizi di sicurezza”.
Due settimane dopo, il Daily Mail ha pubblicato un servizio “esclusivo” basato su fonti e documenti ottenuti dall’intelligence ucraina secondo il quale “…al più influente consigliere della Camera dei Comuni di Jeremy Corbyn è stato vietato l’ingresso in Ucraina perché è una minaccia alla sicurezza nazionale” . L’articolo riguardava anche Andrew Murray, che aveva lavorato nell’ufficio di Corbyn per un anno ma non aveva ancora ricevuto un pass di sicurezza per entrare nel parlamento del Regno Unito. Il Mail ha anche riferito, sulla base di ciò che chiamava “una fonte parlamentare senior”, che l’applicazione di Murray aveva riscontrato “problemi di verifica”.
È noto che le agenzie di intelligence usano “ritagli” come una “fonte parlamentare” o un “funzionario di Whitehall” per ottenere informazioni nei media. Murray in seguito ha dedotto che i servizi di sicurezza avevano fatto trapelare la storia tramite il servizio postale. “Chiamami scettico se devi, ma non vedo un’impresa giornalistica dietro l’improvvisa capacità della Posta di prendere in giro informazioni oscure dal [servizio di sicurezza ucraino]” scrisse Murray sul New Statesman.
Una settimana dopo la pubblicazione della storia del Mail, il Daily Telegraph pubblicò un articolo intitolato “Jeremy Corbyn sarebbe un problema per la sicurezza, afferma lo storico dell’MI5”. Questa è stata un’intervista esclusiva con il professor Christopher Andrew, un accademico di Cambridge che è stato nominato dall’MI5 come suo storico ufficiale nel 2002 e ha “accesso praticamente illimitato” agli archivi del servizio di sicurezza. Gli fu chiesto se pensava che l’MI5 e l’MI6 sarebbero stati riluttanti a riferire al primo ministro Corbyn tutto ciò che avrebbe dovuto sapere. “Una domanda è: fino a che punto Corbyn vorrebbe essere informato?”, ha risposto Andrew. “Non sembra un argomento che attiri la sua attenzione. Ci sono alcune persone nel gabinetto ombra che hanno chiesto la chiusura dell’MI5”.
Nel novembre 2018, il Daily Telegraph ha “nuovamente” appreso da una fonte non specificata che Corbyn aveva “recentemente incontrato” Alex Younger, capo dell’MI6, durante il quale cercò di chiarire “l’importanza del lavoro dell’agenzia e la gravità delle minacce che la Gran Bretagna deve affrontare ”. Corbyn era stato accusato di nuovo di essere un ingenuo davanti alle minacce che incombono sul Regno Unito. Era probabile che l’MI6 fosse coinvolto nella fuga di notizie mentre un “funzionario di Whitehall” divulgava “la sensazione” all’interno dell’agenzia “che era giunto il momento per Corbyn di conoscere il funzionamento dell’istituto di intelligence”.
Anche quelli intorno a Corbyn sono stati oggetto di articoli, in particolare il suo direttore delle comunicazioni Seumas Milne, un ex giornalista del Guardian che era critico nei confronti dei servizi di sicurezza mentre era al giornale. Il 23 febbraio 2019, il Daily Mail ha pubblicato “ indagini” in Milne, affermando di rivelare “sorprendenti nuove prove di legami di lunga data tra Jeremy Corbyn e il suo più vicino consigliere e gruppi terroristici del Medio Oriente, insieme ad una difesa senza peli sulla lingua degli interessi russi risalenti decenni”. Il dossier di prove includeva i dettagli di una vacanza universitaria nel 1977.
L’ex capo dell’MI6 Richard Dearlove è stato intervistato dal Mail per questa storia ed ha dichiarato: “Chiunque con il suo tipo di esperienza non poteva essere lasciato vicino a informazioni classificate. Sarebbe fuori discussione. Sono abbastanza allarmato dalle passate associazioni di Corbyn, ma Milne lo ha messo oltre il limite. Ciò significa che Corbyn non potrebbe prendere le decisioni e le decisioni che un PM deve prendere se non smette di consultarlo”.
Pochi mesi dopo, a luglio 2019, un altro ex capo dell’MI6, Sir John Sawers, ha criticato Corbyn, dicendo alla BBC che il leader laburista “non aveva i requisiti e a cui siamo abituati nella nostra massima leadership”.
La Gran Bretagna torna alle urne
L’annuncio di un’elezione il 28 ottobre 2019 ha spinto almeno 13 nuove storie da parte dei servizi di sicurezza e di individui legati al servizio militare che hanno minato il leader laburista.
Il 6 novembre, The Times ha pubblicato una serie di storie provenienti da personale militare e dell’intelligence. Uno era intitolato “I servizi di sicurezza temono che Corbyn siluri Trident” e affermava che “le figure di spicco dell’esercito sono preoccupate che se arriva al numero 10 scriverà memo insistendo sul fatto che i missili non dovrebbero mai essere lanciati”. Lord West ha nuovamente dichiarato al giornale che Corbyn ha posto la Gran Bretagna in una “posizione straordinaria e pericolosa”, aggiungendo: “Non capisce cosa significhi deterrenza”.
Ha inoltre osservato che l’MI5 e l’MI6 avevano “serie preoccupazioni sul fatto che l’intelligence si sarebbe prosciugata sotto una premiership di Corbyn, rendendo il paese più vulnerabile”. Una preoccupazione condivisa nelle intelligence dell’alleanza “Cinque Eyes” che comprende gli Stati Uniti, Australia, Canada e Nuova Zelanda.
La seconda storia è iniziata in un modo simile: “I servizi di intelligence ... temono che la sicurezza nazionale sarebbe messo seriamente a rischio se Jeremy Corbyn divenisse primo ministro”. Al Times è stato scritto, citando un ex funzionario in un dipartimento governativo che si diceva avesse “stretti legami con i servizi di intelligence” che ... “se Corbyn vincesse le elezioni avrebbe un effetto agghiacciante. Ciò ci metterebbe a rischio maggiore”.
Tre giorni dopo, con la campagna elettorale in pieno svolgimento, è apparsa un’altra “esclusiva” basata su materiale presumibilmente trovato negli archivi di sicurezza dello stato ceco. Questa volta era il Daily Mail che apparentemente aveva inviato un giornalista di lingua ceca nel paese per una storia elettorale nel Regno Unito. L’articolo era intitolato “Rivelazione: il principale aiutante di Corbyn tenne quattro incontri con la spia ceca negli anni ’80 ed era un amico dell’ambasciata sovietica e un nemico degli Stati Uniti”.
Le accuse riguardavano di nuovo il consigliere di Corbyn Andrew Murray, che era stato accusato di aver incontrato un agente ceco negli anni ’80, simile all’accusa che era stata presentata da The Sun l’anno scorso nei confronti di Corbyn.
Due giorni dopo, l’11 novembre, il Daily Mail ha pubblicato altre preoccupazioni dell’ex capo della marina Lord West in un articolo intitolato “Mi fa male dirlo, ma non possiamo affidare la difesa della nostra nazione a Jeremy Corbyn”.
Quindi, il 16 novembre, il segretario di casa Priti Patel si è unito al coro, avvertendo del rischio per la sicurezza nazionale se i laburisti formassero il prossimo governo. Il ministro, facendo eco ai servizi segreti e militari negli ultimi quattro anni, ha detto The Sun: “Il solo pensiero di Jeremy Corbyn e del segretario ombra ombra Diane Abbott responsabili della nostra sicurezza nazionale mi fa stare male. Si sono schierati e hanno difeso alcuni degli individui e dei gruppi terroristici più spaventosi”. Ed ha aggiunto: “In qualsiasi altra circostanza, non sono sicuro [che] otterrebbero anche il nulla osta di sicurezza. I loro passati sarebbero sufficienti per far suonare le campane d’allarme”.
Una settimana dopo, con le elezioni a meno di tre settimane di distanza, Richard Dearlove fece un altro intervento sul Daily Mail . L’articolo era intitolato “Jeremy Corbyn è un pericolo per la sicurezza nazionale, non è adatto a diventare Primo Ministro, avverte l’ex capo dell’MI6”. L’ex spia ha avvertito il pubblico britannico: “Non pensare nemmeno di correre il rischio di consegnare a questo politico le chiavi del n. 10”. Questa dichiarazione ha segnato l’agenda delle notizie nei giorni successivi.
Tre giorni dopo, il 26 novembre, il Daily Telegraph ha pubblicato un altro servizio “esclusivo” affermando che “Israele potrebbe interrompere la sua cooperazione di intelligence con il Regno Unito se Jeremy Corbyn diventerà primo ministro e si impegnerà a imporre un embargo sulle armi a Israele”.
L’articolo, basato su un’intervista con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, conteneva anche un’intervista con un ex ufficiale dell’MI6 che affermava che un premierato di Corbyn “avrebbe probabilmente visto i rapporti di intelligence tra la Gran Bretagna e Israele ‘bloccati’ per la durata della sua carica”. Il Telegraph ha quindi ribadito la minaccia rappresentata dal primo ministro Corbyn rilevando che “un suggerimento del [servizio di intelligence israeliano] Mossad ha portato la polizia britannica in una casa nel nord-ovest di Londra nel 2015 dove agenti collegati a Hezbollah hanno ritrovato tonnellate di materiale esplosivo”.
A metà novembre, il giornalista del Daily Telegraph Con Coughlin aveva scritto un’articolo intitolato “Corbyn come primo ministro metterebbe a rischio la sicurezza nazionale britannica” in cui sosteneva che “un governo Corbyn avrebbe conseguenze disastrose per la capacità della Gran Bretagna di difendersi”. Due settimane dopo, il 29 novembre, gli fu assegnato uno scoop – intitolato “SAS (Special Air Service è il principale corpo speciale dellʼEsercito Britannico) potrebbe perdere la base di addestramento nel Brunei se Corbyn diventasse primo ministro secondo importanti addetti ai lavori presso il Ministero della Difesa […] Perdere la nostra base in Brunei rappresenterebbe una battuta d’arresto significativa per l’esercito”.
Il 1° dicembre 2019, meno di due settimane prima delle elezioni, il Times ha lanciato un altro avvertimento, questa volta proveniente dagli ex comandanti militari, con il titolo “Jeremy Corbyn distruggerà le forze armate” . Cinque eminenti comandanti militari hanno avvertito in una dichiarazione rilasciata al giornale che Jeremy Corbyn è “pericoloso per la sicurezza nazionale” e che “è stato un amico dei nemici del nostro paese: che si tratti di Hamas o dell’IRA”.
Tra i firmatari c’era il tenente generale Jonathon Riley, che era vice comandante della forza di sicurezza internazionale in Afghanistan; Il maggiore generale Tim Cross, comandante delle truppe britanniche in Iraq; Il maggiore generale Julian Thompson, che guidò le forze di terra britanniche nelle Falkland; Il contrammiraglio Roger Lane-Nott, che guidò le forze navali britanniche durante le ultime fasi della guerra del Golfo; e, il colonnello Richard Kemp, un comandante di 300 truppe britanniche in Afghanistan, che aveva anche lavorato per il comitato congiunto di intelligence.
Le elezioni generali del Regno Unito si svolgeranno il 12 dicembre 2019.
Fonte
Le storie – che citano ex o attuali membri dell’esercito, della marina e delle forze speciali, così come l’MI5, l’MI6 e un ex-alto funzionario – hanno avuto una media di pubblicazione ogni sei settimane da quando Jeremy Corbyn venne eletto leader del Partito Laburista nel settembre 2015. Tuttavia, ci sono stati picchi significativi di frequenza durante le campagne elettorali generali del 2017 e del 2019.
Ci sono molti indizi che per alcune storie, i funzionari dell’intelligence abbiano fornito loro stessi documenti segreti ai giornalisti come parte di quella che sembra essere una campagna. Ogni storia è stata raccolta attraverso la stampa nazionale, spesso fissando l’agenda delle notizie e facendo eco alle dichiarazioni dei ministri del governo conservatore. Quasi ogni storia è comparso in quattro testate: Il Daily Telegraph, The Times, il Daily Mail e The Sun.
La nostra ricerca ha anche trovato 440 articoli sulla stampa britannica da settembre 2015 che menzionano specificamente Corbyn come una “minaccia alla sicurezza nazionale”.
I servizi di intelligence e le forze armate dovrebbero attenersi al “principio costituzionale” del non coinvolgimento negli affari politici. Ma i numerosi casi in cui sono state fornite informazioni ai funzionari della sicurezza nazionale contro Corbyn nei media sollevano dubbi sul rispetto di questo principio.
Corbyn diventa leader laburista
Una settimana dopo che Jeremy Corbyn venne eletto leader laburista, il Sunday Times riportava una storia in cui si citava un “generale in servizio” che avvertiva che le forze armate avrebbero preso “azioni dirette” per fermare un governo Corbyn. Il generale aggiunse “Ci sarebbero dimissioni di massa a tutti i livelli e la prospettiva molto reale di un evento che sarebbe effettivamente un ammutinamento”.
La storia del Times citava anche una “fonte di intelligence senior” senza nome che diceva che i servizi di sicurezza avrebbero rifiutato di far vedere a Corbyn informazioni sulle operazioni in diretta a causa della “sua simpatia per alcuni terroristi”.
Il documento ha poi riferito di “un dossier trasmesso al Sunday Times”, in cui si afferma che Corbyn ha votato contro 13 progetti di legge antiterrorismo poiché il Prevention of Terrorism Act del 1984 ha reso illegale sostenere l’IRA, il gruppo terroristico repubblicano nell’Irlanda del Nord. Non è stato menzionato chi ha passato questo dossier al Times.
Lo stesso articolo citava anche l’ex comandante della marina britannica, Lord West di Spithead, dicendo che avrebbe potuto dimettersi dal partito se Corbyn non fosse stato abbastanza determinato nelle politiche della difesa. “Dovrò aspettare e vedere quali sono le politiche di difesa di Labour”, disse.
L’ex capo dell’MI6 Sir John Scarlett si è unito al consiglio di amministrazione del quotidiano The Times nel dicembre 2010, l’anno dopo aver lasciato la sua posizione di capo del servizio segreto. Corbyn guidò personalmente la campagna parlamentare nel 2004 per bloccare la nomina di Scarlett a capo dell’MI6 a causa dei suoi legami con il “dossier malvagio” che è stato usato da Tony Blair per spingere per la guerra in Iraq.
L’attenzione dei militari nei confronti di Jeremy Corbyn è continuata poco più di un mese dopo con l’articolo del Times, quando il generale Sir Nicholas Houghton, allora capo dello staff della difesa, dichiarò al giornalista della BBC Andrew Marr Show che l’intenzione di Corbyn di non usare mai armi nucleari “mina la credibilità del deterrente”.
Nel giro di una settimana, il Daily Telegraph ha realizzato e pubblicato una storia costruita attorno alla testimonianza di “ex capi militari” intitolata “Jeremy Corbyn condannato dai capi militari e dai propri parlamentari laburisti per caos della politica di difesa”. Lord Richards di Herstmonceux, ex capo dello staff di difesa del Regno Unito, ha dichiarato al giornale: “Jeremy Corbyn ... ha dimostrato perché non ci si dovrebbe fidare di lui in ordine ad una sua responsabilità ultima del governo – quella della difesa e della sicurezza della nazione”.
Mentre era in carica, Lord Richards è stato uno dei principali responsabili del “programma segreto di guerra cibernetica” del Ministero della Difesa, esaurito il MOD Corsham nel Wiltshire, che include la “propaganda online”. L‘ex ammiraglio che aveva rilasciato un’intervista al The Times nel 2015, dichiarò che Corbyn rischiava di alienarsi le forze armate. In proposito disse: “[Corbyn] fa pensare al dito medio alle forze armate... Questo ragazzo ci sta sostenendo o no?”.
Il 20 maggio 2017, poco più di due settimane prima delle elezioni, il Daily Telegraph è stato alimentato con un’altra storia, questa volta dalle agenzie di intelligence. Il quotidiano riportò la notizia che “l’MI5 (Military Intelligence Sezione 5 è l’ente per la sicurezza e il controspionaggio del Regno Unito) aveva aperto un file su Jeremy Corbyn a causa delle preoccupazioni per i suoi collegamenti con l’IRA”.
Si trattava di un’indagine del Telegraph che pretendeva di rivelare “i pieni legami di Corbyn con l’IRA”. Quella storia era stata acquisita da un individuo “vicino” all’indagine dell’MI5 che affermava che “un file gli era stato aperto nei primi anni '90”. Si diceva che anche la filiale speciale della polizia metropolitana stesse monitorando Corbyn nello stesso periodo.
Queste storie sono state usate dal governo conservatore per far ritenere Corbyn una “minaccia” per la sicurezza nazionale del Regno Unito e sarebbero diventate una delle principali linee di attacco del governo nella campagna elettorale del 2017. Ad esempio, una settimana dopo il servizio “esclusivo” del Telegraph, a fine maggio 2017, la Press Association riferì: “I Tories prendono di mira le questioni di sicurezza relative a Jeremy Corbyn mentre i sondaggi suggeriscono l’avanzamento del Labour”.
Quindi alla vigilia delle elezioni generali, l’ex capo dell’MI6, Sir Richard Dearlove, dettò la strategia conservatrice mentre il Daily Telegraph pubblicava un suo articolo sotto il titolo: “Jeremy Corbyn è un pericolo per questa nazione. All’MI6, che ho guidato una volta, Corbyn eliminerebbe il controllo di sicurezza”.
I risultati migliori del previsto di Corbyn nelle elezioni generali del 2017 hanno portato a un aumento significativo del numero di interventi sui media da parte del personale militare e dell’intelligence attivo e in pensione. I documenti di destra iniziarono a sostenere che gli archivi dell’intelligence negli ex paesi del blocco orientale contenevano file incriminanti sul presunto tradimento di Corbyn.
Il 1° ottobre 2017, The Sun affermò che Corbyn aveva precedenti connessioni con la famigerata polizia segreta della Germania orientale, la Stasi. Ha riferito che un “file Stasi sul leader laburista che potrebbe renderlo vulnerabile al ricatto viene tenuto segreto”. E aggiunse: “I documenti segreti sono stati passati a The Sun e mostrano che Corbyn è collegato ai soci e ai gruppi del Partito laburista alleati delle spie della Stasi”. Il documento non diceva, tuttavia, né dove né come avesse ottenuto queste informazioni.
Due settimane dopo, Lord Richard Dannatt, ex capo dell’esercito, disse a LBC che Corbyn aveva un “passato negativo” sulla sicurezza nazionale.
Quello stesso mese, mentre Corbyn stava godendo di un rialzo di popolarità, Stella Rimington, che gestiva l’MI5 tra il 1992 e il 1996, disse che alcune persone che l’agenzia aveva spiato in passato erano ora coinvolte in Momentum, un movimento popolare pro-Corbyn. “Ora vedo in Momentum alcune delle persone che stavamo guardando nelle organizzazioni trotskite negli anni ’80 [...] Ora sono cresciuti e stanno dando consigli al nostro aspirante primo ministro, Corbyn, su come prepararsi al potere. È una svolta ironica degli eventi”.
Qualche mese dopo, nel febbraio 2018, The Sun pubblicò un’esclusiva – intitolata “Corbyn and the Commie Spy” – che affermava che “Jeremy Corbyn incontrò una spia comunista durante la guerra fredda ed informò il malvagio regime della repressione da parte dell’intelligence britannica”. Si diceva che Corbyn avesse il suo nome in codice dell’intelligence ceca – COB – e “presumibilmente è stato inserito in un elenco di agenti e fonti della squadra di sicurezza dello stato cecoslovacco”. Si dice che la rivelazione provenisse da “file segreti ottenuti da The Sun”, ma il documento non indicava come li ottenesse o da chi.
Una settimana dopo, Richard Dearlove – che parla correntemente il ceco e ha prestato servizio nel MI6 – scrisse un altro articolo per il The Daily Telegraph sull’argomento delle accuse ceche, intitolato “Prendilo da un’ex spia: le accuse contro Jeremy Corbyn dovrebbero essere prese molto sul serio”.
Sempre a febbraio, il blog di destra Guido Fawkes ha ripetuto l’affermazione secondo cui la Stasi della Germania dell’Est deteneva un fascicolo su Corbyn. La storia è stata ampiamente ripresa dalla stampa britannica, ma questa volta il commissario federale tedesco per la Stasi Records ha emesso una confutazione ufficiale, smentendo totalmente il fake su Corbyn.
Più tardi, nel settembre 2018, due fonti governative anonime di alto livello riferirono al Sunday Times che “Corbyn era stato convocato per questioni di terrorismo” dal capo del MI5 Andrew Parker. L’MI5 è stato probabilmente coinvolto nella fuga di notizie poiché l’articolo ha rivelato ciò su cui il capo dell’agenzia voleva informare Corbyn. I giornalisti hanno anche basato la storia su una “fonte di sicurezza” che “ha riconosciuto che alcune delle dichiarazioni pubbliche del leader laburista sul terrorismo avevano turbato i servizi di sicurezza”.
Due settimane dopo, il Daily Mail ha pubblicato un servizio “esclusivo” basato su fonti e documenti ottenuti dall’intelligence ucraina secondo il quale “…al più influente consigliere della Camera dei Comuni di Jeremy Corbyn è stato vietato l’ingresso in Ucraina perché è una minaccia alla sicurezza nazionale” . L’articolo riguardava anche Andrew Murray, che aveva lavorato nell’ufficio di Corbyn per un anno ma non aveva ancora ricevuto un pass di sicurezza per entrare nel parlamento del Regno Unito. Il Mail ha anche riferito, sulla base di ciò che chiamava “una fonte parlamentare senior”, che l’applicazione di Murray aveva riscontrato “problemi di verifica”.
È noto che le agenzie di intelligence usano “ritagli” come una “fonte parlamentare” o un “funzionario di Whitehall” per ottenere informazioni nei media. Murray in seguito ha dedotto che i servizi di sicurezza avevano fatto trapelare la storia tramite il servizio postale. “Chiamami scettico se devi, ma non vedo un’impresa giornalistica dietro l’improvvisa capacità della Posta di prendere in giro informazioni oscure dal [servizio di sicurezza ucraino]” scrisse Murray sul New Statesman.
Una settimana dopo la pubblicazione della storia del Mail, il Daily Telegraph pubblicò un articolo intitolato “Jeremy Corbyn sarebbe un problema per la sicurezza, afferma lo storico dell’MI5”. Questa è stata un’intervista esclusiva con il professor Christopher Andrew, un accademico di Cambridge che è stato nominato dall’MI5 come suo storico ufficiale nel 2002 e ha “accesso praticamente illimitato” agli archivi del servizio di sicurezza. Gli fu chiesto se pensava che l’MI5 e l’MI6 sarebbero stati riluttanti a riferire al primo ministro Corbyn tutto ciò che avrebbe dovuto sapere. “Una domanda è: fino a che punto Corbyn vorrebbe essere informato?”, ha risposto Andrew. “Non sembra un argomento che attiri la sua attenzione. Ci sono alcune persone nel gabinetto ombra che hanno chiesto la chiusura dell’MI5”.
Nel novembre 2018, il Daily Telegraph ha “nuovamente” appreso da una fonte non specificata che Corbyn aveva “recentemente incontrato” Alex Younger, capo dell’MI6, durante il quale cercò di chiarire “l’importanza del lavoro dell’agenzia e la gravità delle minacce che la Gran Bretagna deve affrontare ”. Corbyn era stato accusato di nuovo di essere un ingenuo davanti alle minacce che incombono sul Regno Unito. Era probabile che l’MI6 fosse coinvolto nella fuga di notizie mentre un “funzionario di Whitehall” divulgava “la sensazione” all’interno dell’agenzia “che era giunto il momento per Corbyn di conoscere il funzionamento dell’istituto di intelligence”.
Anche quelli intorno a Corbyn sono stati oggetto di articoli, in particolare il suo direttore delle comunicazioni Seumas Milne, un ex giornalista del Guardian che era critico nei confronti dei servizi di sicurezza mentre era al giornale. Il 23 febbraio 2019, il Daily Mail ha pubblicato “ indagini” in Milne, affermando di rivelare “sorprendenti nuove prove di legami di lunga data tra Jeremy Corbyn e il suo più vicino consigliere e gruppi terroristici del Medio Oriente, insieme ad una difesa senza peli sulla lingua degli interessi russi risalenti decenni”. Il dossier di prove includeva i dettagli di una vacanza universitaria nel 1977.
L’ex capo dell’MI6 Richard Dearlove è stato intervistato dal Mail per questa storia ed ha dichiarato: “Chiunque con il suo tipo di esperienza non poteva essere lasciato vicino a informazioni classificate. Sarebbe fuori discussione. Sono abbastanza allarmato dalle passate associazioni di Corbyn, ma Milne lo ha messo oltre il limite. Ciò significa che Corbyn non potrebbe prendere le decisioni e le decisioni che un PM deve prendere se non smette di consultarlo”.
Pochi mesi dopo, a luglio 2019, un altro ex capo dell’MI6, Sir John Sawers, ha criticato Corbyn, dicendo alla BBC che il leader laburista “non aveva i requisiti e a cui siamo abituati nella nostra massima leadership”.
La Gran Bretagna torna alle urne
L’annuncio di un’elezione il 28 ottobre 2019 ha spinto almeno 13 nuove storie da parte dei servizi di sicurezza e di individui legati al servizio militare che hanno minato il leader laburista.
Il 6 novembre, The Times ha pubblicato una serie di storie provenienti da personale militare e dell’intelligence. Uno era intitolato “I servizi di sicurezza temono che Corbyn siluri Trident” e affermava che “le figure di spicco dell’esercito sono preoccupate che se arriva al numero 10 scriverà memo insistendo sul fatto che i missili non dovrebbero mai essere lanciati”. Lord West ha nuovamente dichiarato al giornale che Corbyn ha posto la Gran Bretagna in una “posizione straordinaria e pericolosa”, aggiungendo: “Non capisce cosa significhi deterrenza”.
Ha inoltre osservato che l’MI5 e l’MI6 avevano “serie preoccupazioni sul fatto che l’intelligence si sarebbe prosciugata sotto una premiership di Corbyn, rendendo il paese più vulnerabile”. Una preoccupazione condivisa nelle intelligence dell’alleanza “Cinque Eyes” che comprende gli Stati Uniti, Australia, Canada e Nuova Zelanda.
La seconda storia è iniziata in un modo simile: “I servizi di intelligence ... temono che la sicurezza nazionale sarebbe messo seriamente a rischio se Jeremy Corbyn divenisse primo ministro”. Al Times è stato scritto, citando un ex funzionario in un dipartimento governativo che si diceva avesse “stretti legami con i servizi di intelligence” che ... “se Corbyn vincesse le elezioni avrebbe un effetto agghiacciante. Ciò ci metterebbe a rischio maggiore”.
Tre giorni dopo, con la campagna elettorale in pieno svolgimento, è apparsa un’altra “esclusiva” basata su materiale presumibilmente trovato negli archivi di sicurezza dello stato ceco. Questa volta era il Daily Mail che apparentemente aveva inviato un giornalista di lingua ceca nel paese per una storia elettorale nel Regno Unito. L’articolo era intitolato “Rivelazione: il principale aiutante di Corbyn tenne quattro incontri con la spia ceca negli anni ’80 ed era un amico dell’ambasciata sovietica e un nemico degli Stati Uniti”.
Le accuse riguardavano di nuovo il consigliere di Corbyn Andrew Murray, che era stato accusato di aver incontrato un agente ceco negli anni ’80, simile all’accusa che era stata presentata da The Sun l’anno scorso nei confronti di Corbyn.
Due giorni dopo, l’11 novembre, il Daily Mail ha pubblicato altre preoccupazioni dell’ex capo della marina Lord West in un articolo intitolato “Mi fa male dirlo, ma non possiamo affidare la difesa della nostra nazione a Jeremy Corbyn”.
Quindi, il 16 novembre, il segretario di casa Priti Patel si è unito al coro, avvertendo del rischio per la sicurezza nazionale se i laburisti formassero il prossimo governo. Il ministro, facendo eco ai servizi segreti e militari negli ultimi quattro anni, ha detto The Sun: “Il solo pensiero di Jeremy Corbyn e del segretario ombra ombra Diane Abbott responsabili della nostra sicurezza nazionale mi fa stare male. Si sono schierati e hanno difeso alcuni degli individui e dei gruppi terroristici più spaventosi”. Ed ha aggiunto: “In qualsiasi altra circostanza, non sono sicuro [che] otterrebbero anche il nulla osta di sicurezza. I loro passati sarebbero sufficienti per far suonare le campane d’allarme”.
Una settimana dopo, con le elezioni a meno di tre settimane di distanza, Richard Dearlove fece un altro intervento sul Daily Mail . L’articolo era intitolato “Jeremy Corbyn è un pericolo per la sicurezza nazionale, non è adatto a diventare Primo Ministro, avverte l’ex capo dell’MI6”. L’ex spia ha avvertito il pubblico britannico: “Non pensare nemmeno di correre il rischio di consegnare a questo politico le chiavi del n. 10”. Questa dichiarazione ha segnato l’agenda delle notizie nei giorni successivi.
Tre giorni dopo, il 26 novembre, il Daily Telegraph ha pubblicato un altro servizio “esclusivo” affermando che “Israele potrebbe interrompere la sua cooperazione di intelligence con il Regno Unito se Jeremy Corbyn diventerà primo ministro e si impegnerà a imporre un embargo sulle armi a Israele”.
L’articolo, basato su un’intervista con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, conteneva anche un’intervista con un ex ufficiale dell’MI6 che affermava che un premierato di Corbyn “avrebbe probabilmente visto i rapporti di intelligence tra la Gran Bretagna e Israele ‘bloccati’ per la durata della sua carica”. Il Telegraph ha quindi ribadito la minaccia rappresentata dal primo ministro Corbyn rilevando che “un suggerimento del [servizio di intelligence israeliano] Mossad ha portato la polizia britannica in una casa nel nord-ovest di Londra nel 2015 dove agenti collegati a Hezbollah hanno ritrovato tonnellate di materiale esplosivo”.
A metà novembre, il giornalista del Daily Telegraph Con Coughlin aveva scritto un’articolo intitolato “Corbyn come primo ministro metterebbe a rischio la sicurezza nazionale britannica” in cui sosteneva che “un governo Corbyn avrebbe conseguenze disastrose per la capacità della Gran Bretagna di difendersi”. Due settimane dopo, il 29 novembre, gli fu assegnato uno scoop – intitolato “SAS (Special Air Service è il principale corpo speciale dellʼEsercito Britannico) potrebbe perdere la base di addestramento nel Brunei se Corbyn diventasse primo ministro secondo importanti addetti ai lavori presso il Ministero della Difesa […] Perdere la nostra base in Brunei rappresenterebbe una battuta d’arresto significativa per l’esercito”.
Il 1° dicembre 2019, meno di due settimane prima delle elezioni, il Times ha lanciato un altro avvertimento, questa volta proveniente dagli ex comandanti militari, con il titolo “Jeremy Corbyn distruggerà le forze armate” . Cinque eminenti comandanti militari hanno avvertito in una dichiarazione rilasciata al giornale che Jeremy Corbyn è “pericoloso per la sicurezza nazionale” e che “è stato un amico dei nemici del nostro paese: che si tratti di Hamas o dell’IRA”.
Tra i firmatari c’era il tenente generale Jonathon Riley, che era vice comandante della forza di sicurezza internazionale in Afghanistan; Il maggiore generale Tim Cross, comandante delle truppe britanniche in Iraq; Il maggiore generale Julian Thompson, che guidò le forze di terra britanniche nelle Falkland; Il contrammiraglio Roger Lane-Nott, che guidò le forze navali britanniche durante le ultime fasi della guerra del Golfo; e, il colonnello Richard Kemp, un comandante di 300 truppe britanniche in Afghanistan, che aveva anche lavorato per il comitato congiunto di intelligence.
Le elezioni generali del Regno Unito si svolgeranno il 12 dicembre 2019.
Fonte
09/04/2017
7 aprile 1979: il teorema Calogero
Ecco i capi di imputazione formulati dal PM Calogero. Dodici degli imputati sono incriminati “per aver... organizzato e diretto un’associazione denominata ‘Brigate Rosse’... al fine di promuovere l’insurrezione armata contro i poteri dello Stato e mutare violentemente la Costituzione e le forme di governo sia mediante propaganda di azioni armate contro persone e cose, sia mediante la predisposizione e la messa in opera di rapimenti e sequestri di persona, omicidi e ferimenti e danneggiamenti, di attentati contro istituzioni pubbliche e private”. Tutti gli imputati, per avere organizzato e diretto “Potere Operaio” e “Autonomia Operaia” al fine “di sovvertire violentemente gli ordinamenti costituiti dello Stato sia mediante la propaganda e l’incitamento alla pratica cosiddetta dell’illegalità di massa di varie forme di violenza e di lotta armata, espropri e perquisizioni proletarie, incendi e danneggiamenti ai beni pubblici e privati, rapimenti e sequestri di persona, pestaggi e ferimenti, attentati a carceri, caserme, sedi di partito, associazioni e cosiddetti ‘covi di lavoro nero’ sia mediante l’addestramento all’uso delle armi, munizioni, esplosivi, ordigni incendiari e, infine, mediante il ricorso ad atti di illegalità, di violenza e di attacco armato contro taluni degli obbiettivi sopra precisati”.
A sostegno di queste imputazioni, sempre secondo il PM Calogero: “esistono sufficienti indizi di colpevolezza, desumibili: 1) dalla copiosa documentazione sequestrata o acquisita soprattutto nelle parti in cui esalta e si programma la lotta armata, si annunciano e si rivendicano atti di violenza o attentati terroristici, si predispongono mezzi e organizzazioni di tipo paramilitare, si promuove e si incita alla insurrezione armata contro lo Stato; 2) dalle riviste Rosso e Controinformazione, e di altri numerosi giornali e opuscoli, volantini e scritti di evidente contenuto sovversivo; 3) dalle testimonianze assunte e dalle risultanze delle indagini di polizia giudiziaria comprovanti sia la natura, le modalità e i mezzi dell’attività criminosa svolta da ciascun imputato, sia rapporti associativi intercorrenti tra l’uno e l’altro e il comune disegno antigiuridico, sia infine la loro consumata e attuale partecipazione in qualità di dirigenti e organizzatori ad associazioni delittuose meglio configurate nei capi di imputazione”.
Tra i capi d’imputazione più rilevanti ed eclatanti nei confronti di Toni Negri (il più in vista degli arrestati) vi fu quello di essere stato telefonista delle BR durante il sequestro Moro. Altri arresti si ebbero nei restanti mesi del 1979, da giugno a dicembre, e ancora nel 1980. In tutto, agli imputati furono comminati quasi 300 anni di carcerazione preventiva. Il processo, per via dell’interferenza con le inchieste sulle BR, fu in parte trasferito a Roma. Le accuse di Calogero, pur accolte nel processo romano di primo grado del 1984, caddero quasi del tutto nell’appello del 1987: ne rimasero, argomentati sulla base di fattispecie assai dubbie, i 12 anni per Toni Negri (in primo grado erano 30: Negri, com’è noto, andò esule in Francia, donde tornò a scontare la pena residua nel 1997) e altre condanne minori per presunti reati connessi. Nel troncone padovano il processo di primo grado portò direttamente all’assoluzione di tutti gli imputati il 30 gennaio del 1986 (quasi sette anni dopo gli arresti): tra gli assolti vi furono anche i coimputati di Pietro Greco (detto Pedro), che nel frattempo il 9 marzo 1985, da latitante, era stato ucciso a Trieste da agenti della Digos e del Sisde. Il crollo del cosiddetto “teorema Calogero” fu ulteriormente e definitivamente sancito dalla sentenza d’appello presso la Corte di Venezia nel marzo 1988.
Tra le caratteristiche del 7 aprile vi fu – cosa relativamente nuova per l’epoca – la gogna mediatica: i giornali non si risparmiarono titoli cubitali del tipo “Scoperti ed arrestati gli assassini di Moro”, e sopirono d’un balzo l’eco del delitto Pecorelli di qualche settimana prima; pochissimi furono coloro che rimasero lucidi, tra loro alcuni del Manifesto e, a Repubblica, il solo Giorgio Bocca. Il resto appartiene – come oggi con l’uomo politico evocato in apertura – piuttosto al reame del grottesco: i fotomontaggi, i goffi tentativi di smontare gli alibi, le improbabili perizie foniche sulle telefonate dei carcerieri di Moro (si scoprirà a posteriori che la voce era quella di Valerio Morucci), la mediocrità professionale degli esecutori giudiziari e polizieschi. Di fatto l’arresto di Toni Negri e di molti suoi compagni il 7 aprile 1979 è stato il primo atto di una persecuzione giudiziaria e di un linciaggio mediatico che non aveva precedenti nella storia d’Italia dal 1945 ad allora e non ha avuto eguali nei trent’anni successivi. Colpevoli in quanto comunisti, rivoluzionari e quindi sovversivi. E come ai tempi del fascismo repressi in maniera spietata non per le proprie azioni ma soltanto per le proprie idee, alla faccia del buon liberalismo borghese che dovrebbe concedere a tutti libertà di pensiero e di parola. L’ennesima dimostrazione che la borghesia, quando si sente minacciata, non esita a difendere sé stessa con la maggiore repressione e violenza possibile, utilizzando ogni arma a disposizione, anche quelle illegali e fasciste.
Fonte
22/12/2016
La “macchina del fango” lavora h24...
E' proprio vero quel che scrive Giuseppe Aragno, nell'intervento che stamattina abbiamo ripreso dal suo blog:
Basta guardare le prime pagine e il numero di articoli che viene dedicato alla giunta pentastellata di Roma, al livello dei suoi guai e dei reati contestati o ipotizzati, e fare un confronto con il trattamento nobiliare riservato – ad esempio – al sindaco piddino di Milano, Giuseppe Sala.
Ci sembra inutile premettere anche noi che “il movimento di Grillo non è in cima ai nostri sogni”, perché basterebbe il lungo elenco di articoli pubblicati a chiarire cosa pensiamo (due per tutti: qui e qui), oltre alla nostra conclamata identità politica.
C'è una “macchina del fango” – la stessa, fin nei nomi degli articolisti – che aveva martoriato un sindaco altrettanto “lunare” come Ignazio Marino. E' puntata sulla giunta Raggi ad un unico scopo: stoppare la crescita di consensi agli “antisistema”, ai “fuori dai giochi” E il lavoro ai fianchi sta dando qualche risultato, se dobbiamo dar retta ai sondaggi Demos – pubblicati stamattina, e sempre su Repubblica, quindi altamente sospetti – relativi alle intenzioni di voto ai partiti. Il M5S è dato in calo dell'1,5% a causa degli impicci capitolini, mentre il Pd sembrerebbe aver passato indenne la batosta del referendum di appena due settimane fa.
La “macchina del fango” picchia con sistematicità e professionalità. Sempre Repubblica – un ex giornale, ormai – ha già allargato il bersaglio, mettendo nel mirino “Colomban, "furbetto" con i fondi Ue per l'area di Manfredonia”. L'assessore veneto, un imprenditore voluto da Casaleggio e Grillo, incaricato di mettere il naso e forse anche ordine nelle aziende partecipate dal Comune di Roma, a cominciare dall'Atac (trasporto urbano), viene citato per un tentativo fallito di investimento in Puglia, da effettuare chiedendo di godere di finanziamenti europei che non gli sarebbero spettati.
Com'è noto, non abbiamo proprio nessun affetto per gli imprenditori italiani, che in genere classifichiamo come “prenditori” (zero rischi di impresa, solo soldi facili tramite rapporti politici...). E anche la scelta di Colomban come assessore era stata accolta malamente sia da noi che dai movimenti romani (vedi qui).
Però non possiamo non notare due cose; a) quell'investimento non è andato in porto, quindi la “furbata” è stata certamente pensata, ma non realizzata (è insomma un'indicazione sulla statura morale del personaggio, non un reato); b) i fatti risalgono a... diciassette anni fa. Roba da prescrizione per reati ben più gravi.
Stamattina, Il Fatto Quotidiano, aveva intervistato l'altro pilastro del “raggio magico”, quel Daniele Frongia rimasto comunque tenacemente abbarbicato alla giunta grazie all'assessorato allo sport (certamente meno importante del ruolo di vicesindaco, ma insomma...). E – tra molte autodifese assai poco credibili – riferisce qualche dettaglio che la dice lunga su quanto viene fatto girare per le redazioni in questi giorni:
La “macchina” sa dove colpire per far salivare il pubblico guardone, ammiccando senza dire, buttando lì quintalate di sussurri che alla fine – come teorizzava Goebbels (non proprio un esempio di democraticità, diciamo...) – qualcosa di sporco lo producono lo stesso.
Il Movimento 5 Stelle è fragile, come notano tutti. Non solo nell'organizzazione – originariamente “aperta” a chiunque fosse incensurato e senza una storia politica nota – ma soprattutto nell'identità. Nessuno sa bene quali siano i fondamenti ideali e programmatici dei pentastellati, a parte “onestà e laglità”. Aria fritta, diciamolo pure. Cosa c'è di più semplice – per un sistema corrotto e corruttore – che far spirare il “venticello sottile” attraverso i condotti fognari dell'informazione italiana? Alla fin fine, se nessuno è davvero onesto e nessuno può o sa rispettare la legalità, perché affidarsi a degli incompetenti? Tanto vale tornare a dare fiducia alla “casta”.
Impossibile? È quello che prova a fare, oggi, La Stampa, casualmente organo di casa Fiat/Fca, Agnelli e Marchionne uniti nella lotta per mantenere il governo in mano agli omini di sempre (vedi qui). Non senza una verniciatura di “pensiero nobile”, incensando un reazionario aristocratico come Ortega y Gasset, teorico delle élites che debbono solo “ammansire” il popolo, non dargli voce o ascolto.
Non è un trattamento “esclusivo” riservato ai Cinque Stelle. È il regime bellezza. Chiunque non venga direttamente scelto come “casta”, verrà manganellato a dovere dai “liberi informatori” a libro paga dei veri padroni della politichetta italica.
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E’ sotto gli occhi di tutti ormai: il tiro a segno sull’Amministrazione romana non conosce soste. Fin qui, nulla di nuovo sotto il sole. Il caso Marino dovrebbe averci insegnato qualcosa e non mi importa nulla se in tanti gongolano soddisfatti: chi di spada ferisce, di spada perisce... Non m’importa, perché, parliamoci chiaro, qui non stanno infilzando solo i grillini. Stanno praticando in maniera modernissima il metodo squadrista e ogni giorno è una purga. Fissato il principio e collaudata la medicina, prima o poi la manganellata toccherà a chiunque si azzardi a mettersi di traverso. Mi pare di sentire la replica auto-tranquillizzante: Ma dai! E che sono la Raggio io? Ok, non sei la Raggi, ma un eccesso di sicurezza potrebbe costarci caro.Non è per nulla difficile vedere in trasparenza quel che si agita nelle redazioni dei giornali mainstream, filogovernativi per professione (Corriere della Sera) o per scelta partitica (La Repubblica, gruppo L'Espresso, proprietà di Carlo De Benedetti, tessera numero 1 del Partito Democratico, almeno fino a qualche tempo fa...).
Basta guardare le prime pagine e il numero di articoli che viene dedicato alla giunta pentastellata di Roma, al livello dei suoi guai e dei reati contestati o ipotizzati, e fare un confronto con il trattamento nobiliare riservato – ad esempio – al sindaco piddino di Milano, Giuseppe Sala.
Ci sembra inutile premettere anche noi che “il movimento di Grillo non è in cima ai nostri sogni”, perché basterebbe il lungo elenco di articoli pubblicati a chiarire cosa pensiamo (due per tutti: qui e qui), oltre alla nostra conclamata identità politica.
C'è una “macchina del fango” – la stessa, fin nei nomi degli articolisti – che aveva martoriato un sindaco altrettanto “lunare” come Ignazio Marino. E' puntata sulla giunta Raggi ad un unico scopo: stoppare la crescita di consensi agli “antisistema”, ai “fuori dai giochi” E il lavoro ai fianchi sta dando qualche risultato, se dobbiamo dar retta ai sondaggi Demos – pubblicati stamattina, e sempre su Repubblica, quindi altamente sospetti – relativi alle intenzioni di voto ai partiti. Il M5S è dato in calo dell'1,5% a causa degli impicci capitolini, mentre il Pd sembrerebbe aver passato indenne la batosta del referendum di appena due settimane fa.
La “macchina del fango” picchia con sistematicità e professionalità. Sempre Repubblica – un ex giornale, ormai – ha già allargato il bersaglio, mettendo nel mirino “Colomban, "furbetto" con i fondi Ue per l'area di Manfredonia”. L'assessore veneto, un imprenditore voluto da Casaleggio e Grillo, incaricato di mettere il naso e forse anche ordine nelle aziende partecipate dal Comune di Roma, a cominciare dall'Atac (trasporto urbano), viene citato per un tentativo fallito di investimento in Puglia, da effettuare chiedendo di godere di finanziamenti europei che non gli sarebbero spettati.
Com'è noto, non abbiamo proprio nessun affetto per gli imprenditori italiani, che in genere classifichiamo come “prenditori” (zero rischi di impresa, solo soldi facili tramite rapporti politici...). E anche la scelta di Colomban come assessore era stata accolta malamente sia da noi che dai movimenti romani (vedi qui).
Però non possiamo non notare due cose; a) quell'investimento non è andato in porto, quindi la “furbata” è stata certamente pensata, ma non realizzata (è insomma un'indicazione sulla statura morale del personaggio, non un reato); b) i fatti risalgono a... diciassette anni fa. Roba da prescrizione per reati ben più gravi.
Stamattina, Il Fatto Quotidiano, aveva intervistato l'altro pilastro del “raggio magico”, quel Daniele Frongia rimasto comunque tenacemente abbarbicato alla giunta grazie all'assessorato allo sport (certamente meno importante del ruolo di vicesindaco, ma insomma...). E – tra molte autodifese assai poco credibili – riferisce qualche dettaglio che la dice lunga su quanto viene fatto girare per le redazioni in questi giorni:
Cosa c'è negli omissis delle intercettazioni per l'inchiesta su Marra?È il tocco finale che ancora non sale alla ribalta delle prime pagine, ma viene fatto fermentare nel chiacchiericcio tra “colleghi”. In fondo, siamo tutti uguali, no? Un favoritismo qua, una relazione là, una strizzata d'occhio su...
So che raccontano di una relazione tra lui e la sindaca, ma è solo fango. È la terza o la quarta relazione che le viene attribuita in questo mesi; e su questo c'è molto maschilismo.
La “macchina” sa dove colpire per far salivare il pubblico guardone, ammiccando senza dire, buttando lì quintalate di sussurri che alla fine – come teorizzava Goebbels (non proprio un esempio di democraticità, diciamo...) – qualcosa di sporco lo producono lo stesso.
Il Movimento 5 Stelle è fragile, come notano tutti. Non solo nell'organizzazione – originariamente “aperta” a chiunque fosse incensurato e senza una storia politica nota – ma soprattutto nell'identità. Nessuno sa bene quali siano i fondamenti ideali e programmatici dei pentastellati, a parte “onestà e laglità”. Aria fritta, diciamolo pure. Cosa c'è di più semplice – per un sistema corrotto e corruttore – che far spirare il “venticello sottile” attraverso i condotti fognari dell'informazione italiana? Alla fin fine, se nessuno è davvero onesto e nessuno può o sa rispettare la legalità, perché affidarsi a degli incompetenti? Tanto vale tornare a dare fiducia alla “casta”.
Impossibile? È quello che prova a fare, oggi, La Stampa, casualmente organo di casa Fiat/Fca, Agnelli e Marchionne uniti nella lotta per mantenere il governo in mano agli omini di sempre (vedi qui). Non senza una verniciatura di “pensiero nobile”, incensando un reazionario aristocratico come Ortega y Gasset, teorico delle élites che debbono solo “ammansire” il popolo, non dargli voce o ascolto.
Non è un trattamento “esclusivo” riservato ai Cinque Stelle. È il regime bellezza. Chiunque non venga direttamente scelto come “casta”, verrà manganellato a dovere dai “liberi informatori” a libro paga dei veri padroni della politichetta italica.
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