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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/03/2026

Quanta ipocrisia su un pezzo di cartone bruciato

Bruciata in piazza foto di Meloni e Nordio «C’è un clima d’odio» (Corriere della Sera)

Giustizia, tensioni a Roma bruciate foto di Nordio e Meloni i comitati del no: “Atto violento” La contestazione al corteo di Potere al popolo. Bignami: “Uno sfregio alle istituzioni” (La Repubblica)

Giustizia, tensioni a Roma bruciate foto di Nordio e Meloni i comitati del no: “Atto violento” La contestazione al corteo di Potere al popolo. Bignami: “Uno sfregio alle istituzioni” (La Stampa)

Questi sono i titoli dei principali quotidiani italiani di domenica, giornali che avrebbero accuratamente evitato di parlare di una manifestazione di migliaia di persone per il No al referendum, alla guerra e al governo liberticida (come avvenuto in moltissime altre occasioni) ma che hanno invece dovuto parlarne perchè una foto di cartone della premier e del ministro della Giustizia sono state bruciate in piazza.

Su questo pubblichiamo il comunicato di replica di Potere al Popolo:

“A leggere i giornali di domenica sembra che il problema principale per le forze politiche italiane sia un pezzo di carta bruciato durante il nostro corteo di sabato a Roma.
Sempre ieri Israele in Libano ha ammazzato 12 tra medici e paramedici. A Gaza ha fatto oltre 72mila vittime accertate. Oltre 20mila erano bambini. Di queste vittime, ben 630 sono state ammazzate dopo il “cessate il fuoco” e ben 202 erano bambine e bambini. Dall’inizio della nuova offensiva israeliana in Libano, due settimane fa, sono state sfollate 800mila persone, sono morte 826 persone di cui 100 bambini.
In Iran sono morte, dall’inizio della nuova guerra di Usa e Israele, ben 1200 persone, di cui 200 bambini.
Voteremo No non solo perché siamo convinti che in un paese dove ogni giorno avvengono casi di corruzione, di aziende che sfruttano i lavoratori, casi di evasione fiscale e lavoro nero a danno del nostro popolo, sia necessario impedire che il Governo possa controllare la magistratura e che questa resti indipendente dal potere esecutivo.
Ma anche perché vogliamo dare un segnale chiaro e mandare a casa questo Governo complice dell’orrore, che finge di piangere per un pezzo di carta bruciacchiato, ma che stringe la mano ai peggiori criminali della storia recente.
Sabato siamo scesi in piazza a Roma in 20mila per ribadirlo: l’Italia migliore, quella che si è mobilitata contro il genocidio, la guerra e la complicità del Governo, quella che crea la ricchezza di questo paese, quella che vorrebbe organizzare il futuro invece di amministrare il presente, dice No”.
Fonte

15/02/2026

Crollano le vendite dei giornali in Italia. Manipolare o insultare non paga

A dicembre, secondo gli ultimi dati diffusi dall’Ads sulla diffusione totale dei giornali nel nostro paese (sia nell’edizione cartacea che in quella digitale), i quotidiani registrano un quadro in prevalenza negativo rispetto a novembre: molte testate arretrano nelle vendite.

Tra le perdite più pesanti, si segnalano quelle de la Repubblica, i cui titoli sulla guerra in Ucraina o il Venezuela fanno spesso raddrizzare i capelli, la quale perde oltre 7 mila copie. A dicembre è scesa a 123.119 rispetto alle 130.708 di novembre (-5,8%). Un calo netto che la colloca in testa alla lista dei giornali che perdono lettori.

Ma le brutte notizie riguardano anche i giornali di destra del gruppo Angelucci, quotidiani che hanno fatto dell’aggressività e delle «iperbole» la loro caratteristica. I dati vedono arretrare Libero, il quale passa da 18.114 a 16.728 copie (-7,7%), mentre in caduta appare anche La Verità di Maurizio Belpietro con 22.790 copie vendute a dicembre contro le 23.733 di novembre (-4,0%). In controtendenza, e la cosa onestamente non ci fa piacere, c’è Il Giornale, che è passato da 25.530 a 25.894 copie (+1,4%).

Non va meglio a Il Messaggero, in mano al gruppo Caltagirone, che scende a 53.762 copie dalle 55.798 del mese precedente (-3,6%). Un leggero segno meno anche per La Stampa (67.180 contro 67.761, -0,9%), mentre il Corriere della Sera, resta sostanzialmente stabile ma comunque in calo: 207.963 copie rispetto alle 209.175 di novembre (-0,6%)

In positivo invece il dato più evidente è quello del Fatto Quotidiano, che a dicembre è salito a 57.983 copie dalle 54.437 di novembre, con un incremento di 3.546 copie (+6,5%).

Aumento di vendite anche per il quotidiano economico Il Sole 24 Ore, che è cresciuto leggermente da 115.387 a 116.195 copie (+0,7%).

Dunque crescono un giornale di opposizione e un giornale costretto spesso all’oggettività perchè parla di economia (e lì tante stupidaggini non si possono dire per non depistare gli investitori, ndr), mentre chi usa il giornale come un manganello mediatico o sceglie la propaganda di guerra invece di fare informazione perde punti e vende meno.

In Italia non saranno più tantissimi i lettori di giornali, ma almeno sembrano avere le idee chiare.

Nel nostro piccolo, quello di un quotidiano online gratuito e indipendente – per di più dichiaratamente comunista – le cose stanno andando decisamente bene, anche al di là delle nostre aspettative. Ci soddisfa la verifica positiva nello svolgere una funzione utile di informazione, analisi e orientamento in tempi decisamente turbolenti come quelli che stiamo vivendo.

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12/12/2025

Piazza Fontana, sono stati loro...

Milano, venerdì 12 dicembre 1969. A metà pomeriggio la Banca Nazionale dell’Agricoltura, in piazza Fontana, brulica ancora di correntisti. Chi vende bestiame, chi sementi, chi aziende intere. Il salone è un alveare. Le voci rimbalzano tra le colonne. Il fruscio delle carte si mescola ai passi. Poi: tutto si spezza.

Alle 16:37, ventitré minuti prima della chiusura, sotto un tavolone ottagonale al piano terra esplode una bomba. Dieci chili di tritolo. Dieci chili che spazzano via corpi e le illusioni di un Paese che ancora crede nella propria innocenza.

L’edificio vomita vetro e sangue. L’aria si riempie di schegge. I corpi volano in alto, sbattuti come manichini. Urla. Sangue. Panico. Nessuno capisce subito, ma tutti sanno: è una strage.

Il bilancio: diciassette morti e ottantotto feriti. La strategia della tensione ha bisogno di corpi da contare.

Ma Milano non basta. La regia è troppo ambiziosa per un solo atto. Roma trema alla stessa ora. Tre bombe. Tre colpi nel cuore della capitale.

La prima alle 16:45: Banca Nazionale del Lavoro, sotterraneo tra via Veneto e via San Basilio. Tredici feriti. Una strage mancata.

Alle 17:16, Altare della Patria, seconda terrazza, lato Fori Imperiali. Otto minuti dopo, di nuovo lì: lato scalinata dell’Ara Coeli. Come a dire: la vostra patria è una menzogna.

Anche a Milano, alla Banca Commerciale di piazza della Scala, c’è una bomba che aspetta il suo turno. Ma il caso la disinnesca: il timer si inceppa.

Alle 21:30 gli artificieri della polizia fanno brillare l’ordigno nel cortile interno. Distruggono le prove insieme alla bomba. Qualcuno ha fretta di cancellare le tracce, nascondere le firme, proteggere i veri colpevoli.

Quel 12 dicembre le bombe seguono una direttrice precisa: Milano-Roma. Denaro-Potere. È un messaggio in codice per chi sa leggere nel sangue.

Lo scopo: spingere il governo Rumor a consegnare le chiavi a chi promette ordine. Non vogliono il caos. Vogliono l’opposto: l’ordine della paura. La vera posta in gioco: fermare un Paese in movimento. Spegnere l’autunno caldo del lavoro organizzato. Arginare l’onda del ’68.

Un anno dopo, ancora complotti: è il turno del golpe Borghese, il colpo di Stato abortito all’ultimo minuto. Stessa logica: usare la paura per cambiare tutto, affinché nulla cambi.

E la regia? Cercare nelle stanze dei bottoni, dove si mescolano sette occulte, servizi marci, fascisti redivivi, fanatici d’America, signori dell’economia, generali coperti di stelle. Sono stati loro. E hanno continuato a esserlo.

*****

Le mele marce dell’informazione

1

I fatti sono noti. Il 12 dicembre 1969 a Milano esplode una bomba che devasta la Banca Nazionale dell’Agricoltura. 17 i morti. Una strage passata alla Storia come “la madre di tutte le stragi”. È l’inizio della “Strategia della tensione”.

Una guerra non ortodossa lunga un decennio, accompagnata da un’altra guerra, per certi versi, ancora più subdola: quella condotta dal “Sistema dell’Informazione ufficiale”. Missione: manipolare un’opinione pubblica disorientata e impaurita. Del resto una guerra senza propaganda non si è mai vista.

La paternità della strage è immediatamente attribuita agli anarchici. Facile. Sono loro i bombaroli per eccellenza. È particolarmente viva nel Paese la ferita provocata dall’esplosione di due ordigni il 25 aprile 1969, sempre a Milano. Nel giorno dell’anniversario della Liberazione, nel capoluogo lombardo, esplodono infatti due bombe: una alla Fiera Campionaria e l’altra all’Ufficio cambi della Banca Nazionale delle Comunicazioni, nella stazione di Porta Garibaldi, ferendo una ventina di persone.

Il quotidiano “Il Giorno”, titola subito: «Sono bombe anarchiche». Il “Corriere della Sera” opera con la stessa logica che proporrà solo qualche mese più tardi, all’indomani della strage di Piazza Fontana, suggerendo immediatamente ai suoi lettori i colpevoli. Alludendo addirittura alle bombe del 1928, che «anche allora fu un gesto criminale di un gruppo anarchico».

Allora sul selciato di piazzale Giulio Cesare, all’ingresso della Fiera di Milano, per una granata restarono a terra venti morti e più di quaranta feriti. Tutta gente che era venuta ad assistere alla visita di re Vittorio Emanuele III.

Tornando alle bombe del 25 aprile, si attestano subito sulla linea colpevolista oltre al “Corriere”, anche “Il Tempo” e “La Nazione”. Un millimetro più cauta “La Stampa” di Torino.

Seguono le bombe sui treni di agosto. L’8 ed il 9 agosto 1969 esplodono otto bombe posizionate su diversi treni delle Ferrovie dello Stato, presso le stazioni di Chiari, Grisignano, Caserta, Alviano, Pescara, Pescina e Mira, mentre altre due bombe vengono ritrovate, inesplose, nelle stazioni di Milano Centrale e Venezia Santa Lucia.

Nel racconto della carta stampata si trasmette l’idea che l’Anarchia è disordine, sangue, morte. Si prepara il terreno. Si costruisce una sorta di pregiudizio di colpevolezza.

Sul quotidiano di Via Solferino, Mario Cervi, il gemello di Indro Montanelli, tratteggia l’immagine di un Paese in attesa di «misure insieme repressive e preventive che oggi non sono più dilazionabili e rinunciabili».

Il collega Alberto Grisolia, sembrerebbe legato ai servizi segreti, nelle pagine interne della cronaca di Milano si prodiga nell’indicare la suggestione di un altro precedente storico, a suo avviso, di marca anarchica: «Un tragico precedente: lo scoppio del Diana. La bomba esplose la sera del 23 marzo 1921. Autori furono tre anarchici».

La suggestione rimbalza anche nelle altre testate di Destra come “Il Giornale d’Italia”, “La Notte”, “Il Resto del Carlino”. Anche “L’Osservatore Romano” soffia sul fuoco degli anarchici e più in generale sulla stagione della Contestazione. Scrive: «Un’ondata di anarchia si abbatte sul paese».

L’attentato alla Fiera di Milano di aprile, le bombe sui treni di agosto, la morte dell’agente Annarumma il 19 novembre, durante una mobilitazione di piazza, rappresentano una catena di atti terroristici che culminerebbero con la strage di Piazza Fontana. Di questa ricostruzione se ne fa interprete, nel discorso di fine anno, anche il capo dello Stato, Giuseppe Saragat. C’è bisogno di ordine, di ripristino dell’ordine pubblico. Bingo.

Per i quotidiani della sinistra storica “L’Unità”, “L’Avanti” e “Paese Sera” la matrice è invece inconfondibile: di marca fascista. Mentre i giornali della sinistra rivoluzionaria, sono ancora più espliciti: la Strage, non è solo fascista è di Stato.

È “La Stampa” a riportare le parole del commissario di Polizia, Luigi Calabresi, che a sole poche ore dall’attentato dichiara di guardare all’«estremismo di sinistra», perché «non sono certo quelli di destra che fanno queste azioni. Sono i dissidenti di sinistra: anarchici, cinesi, operaisti (Potere operaio, Lotta continua)».

Due giorni dopo «una spinta e l’anarchico Pinelli vola giù» da una finestra della Questura di Milano.

2

La strage di Piazza Fontana ha segnato inequivocabilmente una spaccatura nella storia della Repubblica. Un evento che darà il via alla strategia della tensione. Formula, coniata da una giornalista inglese, che ebbe come obiettivo, usando le parole di Aldo Moro, «di rimettere l’Italia nei binari della “normalità” dopo le vicende del ’68 e del cosiddetto autunno caldo».

La strage nella Banca Nazionale dell’Agricoltura ha rappresentato però, anche, il punto di non ritorno del giornalismo italiano. Infatti, come abbiamo abbozzato nella prima parte, la stampa italiana in larghissima parte ha deliberatamente sposato, sin dal primo minuto, le versioni ufficiali delle indagini che indicavano i colpevoli nella pista anarchica.

Scorrendo quindi le pagine della stampa nazionale nei primi giorni seguiti alla strage, il “Corriere della Sera”, è sempre il primo a pubblicare notizie sulle indagini, soprattutto grazie alla penna del cronista Giorgio Zicari, collaboratore del SID.

Sarà Giulio Andreotti in un’intervista rilasciata a “Il Mondo” del giugno 1974 a confermare le accuse che si stavano muovendo nei confronti di Zicari e Giannettini come informatori del SID, “Servizio informazioni difesa” (sciolto nel 1977 e al suo posto furono create due strutture: una civile e una militare SISDE e SISMI).

Altro snodo strategico dei servizi segreti saranno le agenzie di stampa, che inonderanno di redazionali, articoli in apparenza asettici e senza firma, i quotidiani locali.

La svolta narrativa è del 16 dicembre. Il mostro da sbattere in prima pagina ha un’identità: Pietro Valpreda. È davvero una pubblica gogna quella che il giornalismo italiano costruisce ai danni di un uomo le cui vicende più intime sono presentate come sintomi di un sordo rancore verso la società.

A dare agli italiani la notizia dell’arresto è la diretta Rai del telegiornale della sera, prima tramite le parole ripetute di Rodolfo Brancoli – “un appartenente al gruppo anarchico 22 marzo è stato riconosciuto da un testimone” – poi, con assoluta e perentoria certezza, dal giovane inviato Bruno Vespa che in collegamento dalla questura di Roma dichiara: «Pietro Valpreda è un colpevole, uno dei responsabili».

Il giorno successivo, il 17 dicembre, sulle prime pagine è un diluvio di titoli malvagi. Uno degli articoli che più ferocemente traccia l’identikit di Valpreda è a firma di Vittorio Notarnicola (La furia della bestia umana, “Corriere d’Informazione”, 17 dicembre 1969)
«La bestia umana è stata presa [...]. Il massacratore si chiama Pietro Valpreda, ha trentasette anni, mai combinato niente nella vita; rottura con la famiglia; soltanto una vecchia zia, che stira camicie e spazzola cappotti, gli dà una mano; viene dal giro forsennato del be-bop, del rock, un giro dove gli uomini sono quello che sono e le ragazze pure. S’è dimenato sulle piste delle balere fuori porta e sotto le strade del centro, faceva il boy, uno di quei tipi con le sopracciglia limate e ritoccate a matita grassa che fanno ala, in pantaloni attillatissimi, alla soubrette […]. Un passo dietro l’altro, Pietro Valpreda si avvia a diventare la bestia […] Così nasce un Pietro Valpreda. Da questo entroterra arriva al massacro».
Dal momento dell’arresto, Valpreda è oggetto di una campagna di criminalizzazione senza precedenti, nonostante abbia un alibi di ferro. La prozia Rachele ha testimoniato che il pomeriggio del 12 dicembre il nipote era a casa sua con l’influenza, e per questo è stata incriminata per falsa testimonianza nonostante il suo avvocato difensore Guido Calvi abbia fatto mettere a verbale al PM Vittorio Occorsio come il tassista Rolandi avesse dichiarato che, prima del confronto, gli era stata mostrata dai Carabinieri di Milano una fotografia del ballerino anarchico, dicendogli che era la persona che avrebbe dovuto riconoscere, un fatto che invalidava alla radice il riconoscimento.

Di fronte a questa ondata di fango il 23 dicembre si costituisce a Milano il “Comitato per la libertà di stampa e per la lotta contro la repressione”, cui aderiscono circa 150 giornalisti di differenti testate impegnati a denunciare le trame reazionarie del potere esecutivo e giudiziario. Aprendo la via alla controinformazione sollecitata dalla “discussa” morte dell’anarchico Pino Pinelli e dal “provvidenziale” arresto di Pietro Valpreda.

Nonostante l’emergere di lì a breve della pista neofascista alternativa a quella anarchica per la strage, Valpreda rimane in carcere fino al 1972. Sarà assolto in via definitiva soltanto nel 1987.

Il giornalismo di Stato è il peggiore dei giornalismi.

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23/09/2025

Una straordinaria giornata di indignazione stravolta sulle prime pagine dei giornali

Ecco come i principali quotidiani di oggi descrivono la straordinaria giornata di mobilitazione per Gaza di ieri. “Guerriglia a Milano su Gaza” (Corriere della Sera); “Piazze di pace e scontri a Milano” (Repubblica); “Palestina rivoluzione francese” e poi “Mezza Italia ferma per la pace a Gaza. Le famiglie in piazza e gli scontri a Milano” (La Stampa); “Marea pacifica, ma tutti parlano di 100 violenti” (Il Fatto); “Mezzo milione in piazza per Gaza L’urlo dell’Italia: “No al genocidio” (Il Domani).

Prevedibilmente più ignobili e con qualche torsione razzista i giornali della destra: “Centri sociali e giovani arabi. Delinquenti per Gaza” (Il Giornale); “Guerra a Gaza, guerriglia in Italia. Sinistra pacifista” (Libero). Per onestà occorre dire che anche il Corriere della Sera ha inseguito la stampa di destra su questo terreno accollando gli scontri di Milano ai “maranza”.

Se una persona in carne ed ossa dovesse valutare la straordinaria giornata di mobilitazione popolare di ieri in tutta Italia dai titoli di prima pagina dei quotidiani di oggi, sarebbe completamente portata fuori strada.

L’informazione mainstream, che tanto ha faticato nel cominciare a dare conto seriamente del genocidio dei palestinesi in corso a Gaza, sta cercando in tutti i modi di nascondere agli occhi dei propri lettori le responsabilità su quanto accade e il vero segnale di ripudio inviato dalle imponenti manifestazioni in occasione dello sciopero generale del 22 settembre.

Focalizzando l’attenzione e lo stigma sugli scontri di Milano dentro e intorno la stazione centrale, riescono ad assolvere ben tre soggetti dalle loro responsabilità e a rimuovere dati di fatto rilevanti.

Sparisce la complicità del governo Meloni con il genocidio e la politica israeliana che è stato il vero detonatore politico e morale dell’indignazione popolare vista nelle piazze.

Sparisce la responsabilità di editori, direttori e capi redattori che usano i fatti di Milano come tema principale per relativizzare il resto ed evitare di interrogarsi seriamente su quanto si è visto sulle piazze.

Sparisce ogni legittima domanda sul fatto che l’opposizione al governo si è manifestata al di fuori dei recinti e dei riti del “campo largo”, indicando una radicalità e partecipazione ben diversa dalla sterile e ossessiva richiesta “la premier venga in aula a riferire”.

Infine sparisce anche ogni domanda sull’atteggiamento della polizia alla stazione di Milano con quei lacrimogeni tirati in uno spazio chiuso e poi le cariche a spazzare la piazza antistante ma che ha visto migliaia di manifestanti tenere comunque la piazza. Un atteggiamento nella gestione dell’ordine pubblico sostanzialmente diverso da quello utilizzato in tutte le altre città dove pure alcune stazioni sono state bloccate dalle manifestazioni, ma emblematicamente diventato il centro delle feroci dichiarazioni degli esponenti del governo e della destra.

Quello che ogni serio giornalista avrebbe dovuto indagare e riferire, è la dimensione e la forza dell’indignazione popolare contro il genocidio dei palestinesi e il fatto che, per la prima volta, un’organizzazione sindacale abbia trovato il coraggio di convocare uno sciopero “politico” e combattivo su una questione apparentemente diversa e distante dai temi strettamente sindacali, infine diventa decisivo farsi qualche domanda sul come questa convocazione abbia raccolti consensi superiori ad uno sciopero tradizionale.

L’insopportabilità del genocidio del popolo palestinese e la spinta a fare qualcosa di fronte all’inerzia/complicità del governo, hanno fatto da detonatore ad una indignazione generale.

Di fronte all’evidenza di quanto i corrispondenti hanno visto davanti ai propri occhi (piazze stracolme di gente, grande determinazione nel bloccare le merci e snodi nevralgici delle città, enorme partecipazione giovanile e studentesca), i media mainstream non potevano nascondere le manifestazioni come avvenuto in altre occasioni, ma hanno strumentalizzato un singolo fatto – Milano – per relativizzare tutto il resto.

In troppi avevano dato per liquidata la dignità di lavoratrici e lavoratori e ritenuto definitiva la “letargia” del mondo del lavoro. Non solo. Lo sciopero e la straordinaria mobilitazione sociale sono nati dall’appello di un pezzo di quella classe operaia – i portuali – che molti ritenevano ormai incapace di dialogare e connettersi con il resto della società.

La giornata del 22 settembre è una smentita clamorosa, non è ancora un movimento ma è una rottura straordinaria che si è materializzata visibilmente. Sorprendentemente è avvenuta sul piano politico e non vertenziale, a conferma che le contraddizioni di questa fase storica chiedono un cambiamento politico e non un aggiustamento.

Ma è proprio questo che i giornali di oggi esorcizzano e che il governo Meloni comincia a temere seriamente.

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29/12/2024

Che fine hanno fatto i fatti?

Secondo i dati ufficiali, nel 2024 il Tg1 ha perso 163.414 ascoltatori, pari a meno 3,79%, mentre il Tg2 sprofonda a meno 8,88%, pari a 96.782 telespettatori in meno.

Anche il Tg3, scende dello 0,44% e perde 7.522 spettatori. Sembra poco, tuttavia risulterebbe che Rai 3 perda complessivamente molti telespettatori. Quanti?

Lo chiediamo a ChatGpt che cosi risponde:

“Non dispongo di dati aggiornati in tempo reale, compresi quelli sui telespettatori di Rai 3. Tuttavia, la perdita di telespettatori è un fenomeno che può verificarsi per vari motivi, come la concorrenza di altre reti, il cambiamento delle abitudini di visione, o la popolarità dei contenuti offerti. Ti consiglio di controllare fonti affidabili come articoli di notizie o rapporti di analisi sui media per avere informazioni aggiornate e precise.”

Ecco. Hai bisogno di fatti e ricevi commenti, addirittura consigli. È questa sarebbe intelligenza artificiale? O forse è solo artificiosa, per non dire arrogante. Insomma, sembrerebbe intelligenza col nemico, cioè la disinformazione.

Come quella che ci ha offerto, per esempio, Il Mattino di Napoli, rilanciato da Google, che scrive: “Il Tg1 diretto da Gian Marco Chiocci resta il telegiornale più seguito in Italia nel 2024”. Ci siamo scordati quei 163 mila telespettatori persi?

Cose che succedono quando il direttore (Roberto Napolitano) vuole compiacere l’editore (Gaetano Caltagirone) che a sua volta non vuole interferenze con Telemeloni.

Chissà perché poi i quotidiani perdono lettori, proprio come i telegiornali del servizio pubblico. Comunque sia, non provate nemmeno a chiederlo all’AI.

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16/03/2024

La miseria delle redazioni

Leggevo i quotidiani e m’è salita una tristezza, il senso di un incommensurabile miseria antropologica, a cominciare dal tristo Rampini che scrive che la tensione tra USA e Cina “per fortuna non dà segnali di scivolare verso una guerra”.

Un po’ come “Ambrogio, non è proprio fame, ma voglia di qualcosa di buono”. Grande giornalismo.

Poi, improvvisamente, mi imbatto ne Il Riformista, che scodella una intervista niente meno che a Claudio Martelli. Che dice: “Leader? Vedo solo leaderini”. Mi figuro, come un flash, il pulpito che rovinosamente crolla sui fedeli per il troppo peso della predica.

E allora non può che erompere una risata a pieni polmoni, alla faccia di tutti quelli che rinnegano il Sessantotto, quegli anni in cui sulla facciata della Statale di Milano, in via Festa del Perdono, apparve, a lettere cubitali, la scritta: “Martelli, cretino, gioca col trenino”.

Che lungimiranza!

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16/04/2023

Se la Francia viene riletta all’italiana...


Sul Fatto Quotidiano on line di ieri campeggia questo titolo “Francia, la Corte costituzionale dà via libera alla riforma delle pensioni: cortei in tutto il Paese“.

Peccato che si tratti del “Consiglio Costituzionale” e che abbia molto poco in comune con la nostra Corte Costituzionale, ovvero, che non si tratti affatto di un organismo terzo che giudichi, dunque, con effettiva terzietà, le leggi promulgate dal governo francese.

I nove membri che lo compongono vengono infatti nominati in questo modo: tre dal Presidente della Repubblica (che ne sceglie anche il presidente, il cui voto prevale in caso di parità), tre dal Presidente dell’Assemblea Nazionale e tre dal Presidente del Senato.

Non è richiesto il requisito della provenienza dalla magistratura, dal foro o dalle università. Il loro mandato dura nove anni e non è rinnovabile. Ne fanno inoltre parte come membri di diritto gli ex presidenti della Repubblica. Non è possibile essere contemporaneamente membro del Consiglio Costituzionale e parlamentare o ministro.

La composizione dell’organo, pertanto, è totalmente politica.

Ecco perché i sindacati francesi hanno risposto picche ad una richiesta di incontro avanzata dal presidente della Repubblica subito dopo la decisione del “Consiglio Costituzionale” francese annunciando un primo maggio di lotta oceanico contro la la riforma delle pensioni di Macron.

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15/01/2023

“Imboscati!” Il Corsera torna agli anni ’30 del secolo scorso...

L’editoriale del Corriere della Sera del 13 gennaio, anche letto con attraverso le lenti delle libertà costituzionali borghesi, è al limite del Codice penale, ancorché applicato soltanto in materia di richiami al ventennio fascista.

Lo stile e il tono (sul contenuto, dopo), intesi a un perentorio “serrare i ranghi”, rievocano perfettamente la retorica squadrista che, in tempo di guerra, avrebbe semplicemente esortato a passare per le armi chiunque avesse osato mettere in dubbio la “parola del Capo”.

Così, è scritto che «Sul decreto per gli aiuti all’Ucraina il voto è stato compatto, l’atteggiamento no» perché, a detta dell’editorialista, pare che nel dibattito al Senato qualcuno si sia comportato più da tenera Giovane Italiana che non, come la situazione richiede, da imperterrito e impettito Giovane del Littorio.

E che diamine! Si discute di guerra; di una guerra che “ci” vede impegnati nelle prime file del sostegno euroatlantico alla junta nazista di Kiev; e allora «serve avere anche una postura, un tono di voce e soprattutto un linguaggio convincente che sia coerente con la scelta», è scritto in grassetto.

Cosa possono pensare i milioni che già così sono contrari a esser coinvolti in uno scontro sempre più mondiale e che avrebbero bisogno di vedere il proprio malcontento meglio organizzato e indirizzato?

Cosa possono pensare, se già i Capi parlano non alla maniera ducesca, “chiaramente e in stile fascista”, ma con mezzi toni da rammolliti e imboscati e che, al posto di certezze dannunziane, inducono dubbi in «un’opinione pubblica che la politica ha il compito di guidare»?

Vergogna! È urgente convincere “gli itagliani”, che «l’inflazione, la penuria di materie prime, la contrazione dei mercati» sono spuntate d’incanto il 24 febbraio 2022 e non hanno origine dalla crisi capitalista che attanaglia l’economia occidentale da vent’anni, ma sono invece la conseguenza «del conflitto scatenato dalla Russia: famiglie e imprese pagano gli effetti dell’”operazione militare speciale” di Vladimir Putin».

Ciò è tanto più urgente, dato che, è costretto ad ammettere l’editorialista, «nei sondaggi si avverte un malumore crescente nel Paese». Dunque, solo degli smidollati, che ora parlano per bocca della Lega (!), possono accompagnare «il voto favorevole con l’avviso che non si potrà comunque pretendere la sconfitta di Mosca» e sposano così «la retorica russa».

Tutto ciò, ammonisce il Corriere, fa a cozzi con l’italico “noi tireremo diritto” e insospettisce anzi di oscure intese col nemico e quindi «offusca il ruolo internazionale dell’Italia, che in undici mesi di guerra si è guadagnata il rispetto degli alleati impegnati nella trincea della democrazia, e il ringraziamento di un popolo in lotta contro un invasore sanguinario».

Popolo italiano, corri alle armi! Non è tempo di attardarsi in dibattiti in un’aula sorda e grigia! Ricorda che «è oggi fondamentale l’aiuto che Roma fornisce a Kiev attraverso l’intelligence e la collaborazione tecnologica da remoto sul teatro di guerra, nelle azioni quotidiane di contrasto alle truppe di Putin. Tutte cose che sono valse il riconoscimento della Nato».

Altro che! Il rispetto lo ci si guadagna proprio così. Non certo col perseguire una politica autonoma e di pace, ma con il ripetuto e incrollabile ‘signorsì’ agli ordini di Washington e Bruxelles.

Basta con «la retorica della pace»! Basta con le moine leghiste all’indirizzo del «profilo tardo-pacifista dei Cinquestelle», perché comunque, qualche dubbio lo si può avere anche su «cosa sarebbe accaduto oggi se a palazzo Chigi si fosse trovato Giuseppe Conte?».

E anche perché che «senso ha autorizzare l’invio di armi agli ucraini se … si accompagna il voto favorevole con l’avviso che non si potrà comunque pretendere la sconfitta di Mosca?».

Orsù, petto in fuori e si rinverdiscano i proclami guerrieri che sul Corriere avevano accompagnato due guerre mondiali e il nero ventennio che sta in mezzo! Guerra fino alla vittoria completa!

Ancora uno sforzo e poi l’Itaglia potrà sedersi al tavolo dei vincitori e ambire alle commesse che i monopoli americani, inglesi, tedeschi avranno la compiacenza di lasciare anche agli altri per la ricostruzione dell’Ucraina, insieme alla spartizione delle risorse di una Russia ridotta a uno stato “agricolo e pastorale”, del tipo previsto nel 1945 dal Piano Morgenthau per la Germania.

E se alla seconda parte della scommessa forse non ci credono nemmeno quelli del Corriere, ecco che la prima sembra viaggiare già col vento in poppa, col Ministro delle imprese e del made in Italy Adolfo (tutto un programma!) Urso e il presidente di Confindustria Carlo Bonomi che stringono al mano a Vladimir Zelenskij, con l’acquolina in bocca per «i 10 settori alla luce dei primi progetti di ricostruzione». Questo, per cominciare, poi in Ucraina ci sono tante risorse da potersi accaparrare...

Forse al Corriere pensano che la faccenda debba andare proprio così. L’avevano pensato anche nel 1940 e nel 1941 e non ci avevano azzeccato. Oggi riprovano.

Dunque: armi alla junta nazista; armi sempre più pesanti. Dimenticata la retorica degli “aiuti per difendersi”, è ora tempo di compiere passi concreti e risoluti; e bisogna farlo in fretta, prima che sia troppo tardi per arginare il «malumore crescente nel Paese».

Bisogna vincere in fretta. Una volta ottenuta la vittoria, “a fianco dell’alleato germ” – ops – euroatlantico, i dubbi e i malumori degli itagliani scompariranno e si potrà dire che «l’inflazione, la penuria di materie prime, la contrazione dei mercati», conseguenza della «”operazione militare speciale” di Vladimir Putin» rimarranno, sì, ma con i necessari sacrifici, gli itagliani li sopporteranno con patrio stoicismo.

Dunque, si mandino le armi; tante armi e infischiamocene se la Svizzera potrà bloccare qualche invio, come ha fatto con l’ennesima partita di armi spagnole all’Ucraina.

Infischiamocene se l’Ungheria rifiuta di inviare armi a Kiev, per il timore della propria sicurezza e della possibile sorte degli ungheresi etnici che vivono nell’Oltrecarpazia ucraina, attraverso la quale dovrebbero passare le armi.

Freghiamocene se persino The Telegraph, dopo la presa russa di Soledar, coi suoi 200 km di tunnel delle miniere di sale che sembravano una fortezza imprendibile, cominciano ad avanzare qualche dubbio sull’opportunità dell’invio di carri armati alla junta. E, senza carri, ammettono gli “esperti occidentali”, è molto improbabile che Kiev riesca a riguadagnare terreno.

Francia, Germania e USA, osservano all’agenzia russa Rex, hanno annunciato l’invio di ulteriori armi e blindati, ma non hanno finora parlato di carri armati. Polonia e Finlandia sono disposte a inviare Leopard 2 (la Polonia, forse in cambio di ambiti territori che occupava dal 1920 al 1939?), ma non possono farlo senza il consenso tedesco.

Ora, Berlino sembra che debba in qualche modo tener conto dei malumori germanici per «l’inflazione, la penuria di materie prime, la contrazione dei mercati», visto che una forte maggioranza (67%) di persone, nonostante l’intensiva propaganda bellica, è contraria all’ulteriore invio di armi a Kiev.

Non solo. Secondo il portavoce dell’Ufficio federale per la famiglia e la società civile, il numero degli obiettori di coscienza (dalla fine della leva obbligatoria, nel 2011, si considerano tali solo i militari in servizio nella Bundeswehr) è quasi quintuplicato in un anno: dalle 201 domande del 2021 alle 951 del 2022.

Secondo il rapporto, molti giustificano la domanda con il fatto di non aver messo in conto l’eventualità di poter essere coinvolti in una guerra.

Rammolliti e imboscati!

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16/11/2021

Anche a destra “no vax” e “sì vax”, ma non fa notizia

In questi ultimi mesi ci siamo abituati a registrare – “a sinistra” – una crescente cacofonia sul tema “green pass”. Divisioni profonde, scomuniche reciproche, accuse deliranti (soprattutto, bisogna dirlo, da parte di chi sotto il “no green pass” nasconde un indicibile “no vax”, che contrasta – radicalmente – con la cultura derivante dal “socialismo scientifico” del Moro di Treviri).

Ci siamo così abituati ad ascrivere questa cacofonia al sempiterno “amore per la scissione” che caratterizza “la sinistra”. Soprattutto quella che si autodefinisce “radicale” o viene indicata come “estrema”, anche quando, tutto sommato, è moderatamente socialdemocratica (solo l’equivoco interessato sul PD come “sinistra” può far sembrare l’ultimo barlume di welfare state quasi un “accenno al socialismo”).

Ma anche a destra non scherzano. Due giornali protofascisti come La Verità (direttore l’orrido Belpietro) e Libero (codiretto da Vittorio Feltri, Pietro Senaldi e Alessandro Sallusti, in altri tempi guidato a turno anche da Belpietro) hanno sul tema vaccini due posizioni radicalmente opposte.





Magari solo per qualche giorno, magari solo perché guardano a due anime diverse del protofascismo italico (quella qualunquista o quella “governista comunque”), ma nessuno sembra accorgersi di questa divaricazione.

La spiegazione, da queste parti, appare abbastanza chiara. Sulle questioni secondarie si può e si deve “cercare di coprire” tutto il campo del consenso possibile. Su quelle serie, invece, comandano i padroni e non c’è niente da discutere. Al massimo da fare un po’ di “flanella”, giusto per guadagnarsi un gettone nei talk show.

Insomma, scanniamoci pure – per finta, sia chiaro – sul ddl Zan o “la terza dose”, tanto a gestire tutto ci pensa Draghi, cioè la Troika.

Decisamente più serio, non per caso, chi da 2.000 anni gestisce il rapporto con il potere andando al sodo, invece di perdersi nelle quisquilie e pinzillacchere...


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09/06/2021

Marcegaglia rinviata a giudizio per evasione, i giornali non proferiscono parola

In effetti si tratta di un classico esempio di giornalismo italiano. Se il padrone finisce nelle peste, che non si sappia in giro…

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da ilFattoQuotidiano

Per Emma Marcegaglia è stato chiesto il rinvio a giudizio per una presunta evasione fiscale Iva da 800mila euro. Ma non si dice. La notizia è comparsa sabato scorso su La Gazzetta di Mantova, poi è calato il silenzio, o quasi.

Le fatture si riferirebbero a lavori di pulizia e depurazione eseguiti sull’isola di Albarella (dove il gruppo dell’imprenditrice possiede un complesso immobiliare) dalla stessa Alba Tech nel 2007, una società che – secondo le accuse – mancherebbe di attrezzature, capitali e beni strumentali. L’accusa della Procura si basa su un’indagine della Guardia di Finanza che ha riguardato le dichiarazioni dei redditi dell’imprenditrice dal 2015 al 2018.

Non è ovviamente una condanna e la difesa dell’imprenditrice si dice certa di poter dimostrare che tutto è in regola. Sta di fatto che secondo i magistrati qualcosa da chiarire c’è.

Marcegaglia era e rimane una delle donne più potenti di Italia. È stata prima alla guida dei giovani imprenditori di Confindustria e poi, dal 2008 al 2012, alla presidenza della Confindustria vera. È ancora molto influente negli equilibri della galassia confindustriale e protagonista di alleanze e fazioni che hanno portato alla nomina dei suoi successori, Giorgio Squinzi, Vincenzo Boccia, Carlo Bonomi.

È stata presidente dell’Eni, società controllata al 30% dalla Stato, dal al 2014 al 2020. Oggi è a capo del G20 Business Summit ed è vicepresidente dell’impero industriale di famiglia, focalizzato sulla siderurgia e con un giro d’affari di 5,5 miliardi di euro l’anno.

La notizia del rinvio una qualche rilevanza dunque ce l’ha. Ma in più di una redazione diventa subito una patata non bollente, ma incandescente.

Il più in difficoltà è giocoforza il Sole 24 Ore, dove la questione è “politicamente” delicatissima. Non solo perché il quotidiano appartiene a Confindustria ma anche perché Emma Marcegaglia potrebbe presto sostituire Edoardo Garrone alla presidenza del gruppo editoriale degli industriali. E così la notizia rimane nel cassetto.

Non ce n’è traccia sul numero in edicola domenica e neppure sul sito dove pure il flusso delle news è costante. L’ultima notizia su IlSole24Ore.com relativa a Marcegaglia risale al 2 giugno 2021 ed è la ripresa di un’intervista in cui l’imprenditrice siderurgica afferma che l’acciaio diventerà 100% green (soprattutto grazie ai soldi stanziati dallo Stato con il Recovery plan, ndr).

L’attuale presidente di Confindustria Carlo Bonomi ha affermato nei mesi scorsi: “L’agenzia delle entrate stima la maggiore evasione su Iva e Irpef, non su Ires e Irap delle imprese e indica i settori e le parti d’Italia su cui intervenire”; e ancora “Se il governo deciderà di imboccare seriamente la strada della lotta all’evasione ci avrà dalla sua parte”. Appunto.

Ancora più incomprensibile il fatto che la notizia sparisca completamente anche dalle pagine cartacee e dal sito de la Repubblica, quotidiano controllato dalla famiglia Agnelli. Anche sul sito di Repubblica l’ultima notizia attinente ad Emma Marcegaglia riguarda la conversione verde della produzione di acciaio.

Diversa la scelta dell’altro quotidiano della dinastia torinese: La Stampa pubblica infatti la notizia del rinvio a giudizio nelle pagine economiche dell’edizione di domenica e sul sito Lastampa.it.

Nel mezzo sta il Corriere della Sera di Urbano Cairo. Neppure una goccia di inchiostro sull’edizione di domenica, ma la notizia è presente sul sito del quotidiano.

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22/05/2021

Cotroneo, pervicacemente anti-Lula

Davvero bizzarro intervento del giornalista Cotroneo sul giornale Domani, creatura neonata di una vecchia volpe del capitalismo italiano come Carlo De Benedetti. Infatti Cotroneo, in un suo recente articolo, persiste nell’inammissibile comparazione tra l'inchiesta Lava Jato in Brasile e Mani Pulite in Italia, parallelo giustamente rigettato dai protagonisti di quest’ultima, a cominciare da Gherardo Colombo.

Com’è noto il promotore di Lava Jato, il giudice Sergio Moro, è stato recentemente oggetto di una reprimenda del Tribunale supremo brasiliano per il carattere del tutto strumentale e politicamente mirato della sua indagine contro Lula da cui ha preso spunto la ben nota persecuzione giudiziaria.

Moro, come rivelato dal sito The Intercept, ha ordito una trama politico-giudiziaria destinata a mettere fuori combattimento quello che era il più quotato concorrente alla carica di presidente del Brasile, riuscendovi e concorrendo così alla nefasta elezione di Bolsonaro, che lo aveva prontamente ricompensato nominandolo Ministro della Giustizia.

La vicenda è stata chiarita da vari libri che dovremmo leggere tutti, a partire da quello dedicato al fenomeno del lawfare in genere, curato dagli avvocati di Lula, la cui traduzione italiana sarà prossimamente pubblicata a cura del Centro di Ricerca ed Elaborazione per la Democrazia, che dedica al caso Lula un capitolo di cruciale importanza.

Mentre vengono così definitivamente chiariti di fronte all’opinione pubblica brasiliana e internazionale i veri retroscena della persecuzione giudiziaria contro Lula, Cotroneo, in modo assolutamente e ridicolmente estemporaneo continua a sostenere, senza ovviamente portare lo straccio di una prova, che Lula non sarebbe comunque innocente e che quindi in fondo Moro aveva ragione.

Ignaro o, peggio ancora, consapevolmente intenzionato a non tenere conto della verità sul caso, Cotroneo non si rassegna e continua, con ostinazione degna di miglior causa, a perorare la colpevolezza di Lula e la bontà della sedicente Mani Pulite brasiliana e del suo creatore ad usum Bolsonari, il già biasimato giudice Moro.

Cotroneo non nega, né potrebbe in alcun modo farlo, che le accuse rivolte contro Lula si siano rivelate pienamente infondate, e neanche il carattere evidentemente politico dell’operazione volto a toglierlo di mezzo. Eppure il giornalista insiste sul fatto che in quanto capo del PT, Lula “non poteva non sapere” dei finanziamenti illeciti che sarebbero stati dati a personaggi vicini al partito.

Accusa estremamente vaga e infondata al pari delle altre. Di fronte a un tanto evidente sprezzo del ridicolo occorre quindi chiedersi cosa ci sia dietro l’ostinazione colpevolista di cui Cotroneo dà prova.

In buona sostanza, al di là dei paragoni tirati per i capelli con Mani Pulite e dell’evidente volontà di continuare nonostante tutto a tirare secchiate di fango sul più popolare presidente brasiliano della storia, il bizzarro intervento di Cotroneo e di Domani sembra in realtà rispondere a un’angoscia che cova negli animi dei capitalisti italiani, a partire dal ben noto De Benedetti, che finanziano questo giornale, peraltro non diffusissimo tra le larghe masse.

Quella che, per riprendere le parole rivelatrici dello stesso Cotroneo, alla fine il popolo brasiliano voterà in stragrande maggioranza per Lula dato che “qualsiasi brasiliano, ricco o povero, ricorda che dal 2002 al 2010 viveva assai meglio di adesso”.

Un’angoscia che abbiamo visto serpeggiare già in altre redazioni di altri, ancora più titolati, giornali italiani. Come La Repubblica che proprio nei giorni della strage di manifestanti a Cali e in altre città colombiane, intervistava la ministra degli esteri del governo responsabile delle stragi in questione.

O del suo “esperto” in questioni latinoamericane, l’ex ministro venezuelano ed esponente dell’opposizione antichavista più estrema, il signor Moisés Naim, che nella stessa pagina evocava il pericolo di un nuovo “populismo” latinoamericano.

Un’angoscia insomma che non ha a che vedere soltanto con Lula, e con la quale la farsesca riproduzione Made in Brasil di Mani Pulite non c’entra in realtà praticamente nulla. Un’angoscia che vedremo crescere e diffondersi oltremodo dopo i risultati delle elezioni recenti in Cile e di quelle che si annunciano tra poco in Perù.

La paura, degna di ogni capitalista che si rispetti, che l’America Latina si sottragga alle grinfie del capitale. È legittimo averla da parte vostra, per carità, signor De Benedetti e signor Cotroneo. Ma, per altrettanta carità, lasciate stare Mani Pulite, che è stata una cosa seria.

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18/01/2021

Conte ha nemici ingombranti ed amici inquietanti. Oggi la fiducia alla Camera

Che contro Conte sia all’opera una cordata trasversale è ormai evidente. La destra reclama la fine del suo governo. Ma anche altri ambienti convergono sullo stesso obiettivo – via Conte – ma senza passare dalle elezioni. Soprattutto nelle testate giornalistiche del mondo Fca (La Stampa, La Repubblica) o di ambienti collaterali (L’Espresso, La7, etc,).

Alla vigilia del voto di fiducia alla Camera (e martedi al Senato), dopo le pugnalate de La7, è stato il turno del quotidiano La Stampa, adesso diretto dall’ex de La Repubblica Massimo Giannini.

In un editoriale dal titolo “Aspettando il governo dei migliori” (definizione che nel 2010 fu evocata da Montezemolo, entrato in politica contro Berlusconi e finito nelle braccia di Monti, ndr), il direttore della Stampa va alla carica contro il presidente del Consiglio Giuseppe Conte che “cerca di evitare la sua uscita di scena da Palazzo Chigi con l’abilità e l’ambiguità che si convengono a un consumato notabile della Prima Repubblica: quaggiù tutto è zona grigia, partita di scambio, trattativa sotto banco”.

Fin qui tutto bene, siamo nel campo di legittime critiche al governo e al suo premier. Ma Giannini si immerge poi con tutte le scarpe proprio nella zona grigia che ha evocato, accusando Conte di scarsa trasparenza nell’affrontare il voto delle Camere scrivendo che: “Le cronache narrano di senatori contattati da noti legali vicini al premier, da presidenti di ordini forensi a nome dello Studio Alpa, da generali della Guardia di Finanza, dai amici del capo dei servizi segreti Gennaro Vecchione, da arcivescovi e monsignori vicini al cardinal Gualtiero Bassetti e altri prelati vicini alla Comunità di Sant’Egidio. È ‘trasparenza’, questa? O piuttosto moral suasion condotta con quel ‘favore delle tenebre’ sempre negato?”, chiede Giannini facendo appello al Partito democratico affinché dica qualcosa.

A sostegno dell’editoriale di Giannini arriva poi il taccuino dell’ex direttore de La Stampa, Marcello Sorgi, che aggiunge benzina sul fuoco raccontando di un premier che “ha delegato a figure improprie come cardinali, generali della Finanza vicini ai servizi segreti, avvocati in odor di massoneria” i suoi destini in Parlamento.

Alla batteria di fuoco de La Stampa si è aggiunta poi quella de Il Foglio che, fedele come sempre alla nuova guerra fredda e agli Usa, chiama in causa gli “ambienti filocinesi” che starebbero dando una mano a Conte per rimanere a galla.

Infine non poteva mancare Italia Viva di Renzi che manda avanti il deputato Michele Anzaldi, il quale facendo sponda all’editoriale de La Stampa arriva addirittura a dichiarare che “è doveroso che arrivino al più presto chiare e nette smentite, altrimenti sarebbe opportuno che sulla questione venisse convocato subito il Copasir”, ossia il Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti.

Palazzo Chigi ha risposto rapidamente con una nota in cui è scritto che: “In merito all’editoriale di quest’oggi del Direttore del quotidiano la Stampa sono completamente destituite di ogni fondamento le gravissime insinuazioni in cui, facendo genericamente riferimento a quanto narrato dalle ‘cronache’ di questi giorni, si evoca un presunto ‘network’ che farebbe capo al Presidente del Consiglio al fine di ampliare la maggioranza e reclutare nuovi senatori”, sottolineano a Palazzo Chigi.

“Tra le altre cose appare particolarmente grave il riferimento a un presunto coinvolgimento in queste attività anche dei vertici dell’intelligence. Il Presidente Conte, dopo aver consultato i vertici dell’intelligence, smentisce qualsiasi loro coinvolgimento e contatto, anche solo indiretto, con membri del Parlamento e per attività che risulterebbero in palese contrasto con la legge e con le finalità istituzionali proprie del comparto”.

Insomma si tratta di bordate a palle incatenate che chiamano in causa anche i servizi di intelligence, ambienti forensi e ambienti cattolici che sarebbero stati arruolati per fare quadrato intorno alla prosecuzione di un governo con Conte premier, dunque procurando dispiacere alla destra ma anche a un pezzo di mondo liberal, “progressista”, confindustriale e filostatunitense che Conte hanno mostrato di non gradirlo.

Occorre dire però che anche la strumentalità di questi attacchi a Conte, chiamando in causa i servizi di intelligence, una qualche ragione da indagare e chiarire la presenta eccome.

A nessuno sarà sfuggito che tra i motivi di contenzioso tra Renzi e Conte c’era anche la delega al coordinamento dei servizi segreti, oggi in mano al premier. Su questo Conte non ha mollato di un millimetro nonostante il pressing di Renzi (che in pubblico parla invece solo di Recovery Fund, Mes, scuola etc, a secondo dell’intervista o dell’interlocutore, ndr).

Perché Conte non ha concesso nulla su questo terreno così delicato? Sicuramente i vertici dei servizi segreti diffidano di Renzi. Era già accaduto nel gennaio del 2016 quando Renzi era a Palazzo Chigi e voleva mettere Marco Carrai, un suo fedelissimo – tra l’altro apertamente collegato con gli israeliani – a coordinare l’intelligence italiana. I vertici dei servizi di intelligence fecero barriera e il tentativo di Renzi venne respinto.

Poi nell’estate del 2019, con Conte premier, c’è stato l’incidente dei due incontri avuti dai vertici dei nostri Servizi con l’Attorney general Usa, William Barr, e il procuratore John Durham. Ufficialmente il tema era la controinchiesta sul Russiagate negli Usa. Il capo del Dis Vecchione partecipò ad entrambi, mentre al secondo erano presenti anche i direttori di Aise e Aisi, Luciano Carta e Mario Parente.

Su tale vicenda, Renzi era andato alla carica di Conte già nell’ottobre del 2019, chiedendo nuovamente che a coordinare i servizi di intelligence venisse messo un civile (come lui aveva provato a fare nel 2016), ma anche in quel caso la risposta di Conte fu picche.

Insomma, da un lato abbiamo Renzi che da almeno cinque anni tenta di imporre un civile e non un militare o un poliziotto al coordinamento dell’intelligence. Dall’altra Conte sembra godere di piena fiducia e grandi appoggi dentro i vertici dei servizi segreti.

Il suo progetto di una fondazione mista pubblico-privata, per gestire il comparto della cybersecurity, porterebbe di fatto alla creazione di un super servizio segreto sotto il comando del fidatissimo capo del Dis Gennaro Vecchione e obiettivamente ha rivelato l’anomalia pervicace di un Conte che tiene per sé la delega sul controllo dei Servizi di intelligence.

Insomma il distinto e autorevole Presidente del Consiglio sembra aver assunto le caratteristiche del classico “coniglio mannaro”. Chi lo sottovaluta potrebbe commettere un errore. Ma nella definizione e conclusione di questa fase politica occorre vedere come andrà la verifica sul suo governo prima alla Camera e poi al Senato.

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25/10/2020

La rivolta napoletana sconvolge l’immaginario veneto


Oggi pomeriggio l’edizione online de Il Gazzettino (storico giornale del veneto) se ne è uscita con un articolo sulla rivolta di Napoli che definire becero è dir poco.

Prima di tutto il titolo: «Napoli, scontri nella notte: condannati i due trentenni arrestati, avevano precedenti per droga».

Possiamo essere sicuri che se questi fantomatici precedenti per droga riguardassero qualcosa di più grave di una semplice canna, Il Gazzettino non avrebbe mancato di farcelo sapere.

Ma non per questo rinuncia al titolo ad effetto, in modo tale che il lettore distratto (cioè quello che legge solo i titoli, ovvero il 90% dei lettori) ricordi solo che questa rivolta ha qualcosa a che vedere con la malavita.

L’incipit dell’articolo poi è degno dell’oscar per la miglior mistificazione dell’anno: «Un migliaio di giovani a volto coperto sono scesi in strada».

Sì certamente con il volto coperto dalla mascherina chirurgica d’ordinanza, come da DPCM!

Ma non si può scrivere. Fosse mai che qualcuno potesse pensare che sono bravi ragazzi che ci tengono alla salute.

No, molto meglio quel “a volto coperto” che fa tanto anni ’70, oppure black bloc!

Ma fino a qui non c’è notizia. È dai tempi della DC che Il Gazzettino scrive articoli di questo tipo. Come tutti gli altri “grandi giornali italiani”, in questi giorni.

La notizia vera riguarda i commenti sulla pagina Facebook del quotidiano (www.facebook.com/gazzettino.).

Ora, chi non è avvezzo a frequentare la pagina FB de Il Gazzettino deve sapere che i commenti che vengono postati a centinaia sotto ogni articolo rappresentano lo Zaiastan profondo, quello che è così profondo che, di solito, è meglio non avventurarcisi.

«Roma ladrona», «terroni pelandroni», «immigrati tutti clandestini», «islamici assassini», «Zaia è il vero e unico profeta»... in questi commenti sembrano avere cittadinanza solo i luoghi comuni dell’immaginario leghista.

E invece questa volta no

Sotto questo articolo becero i commenti sono diversi. Lo specchio si è incrinato. L’immaginario leghista deve fare i conti con l’identità tra la situazione concreta vissuta in Campania e quella vissuta in Veneto.

Tatiana scrive «A tirar troppo la corda, alla fine si spezza». Simone invece «Chi semina vento raccoglie tempesta!». E Alessandro «Se portano la gente alla disperazione fame miseria cosa si aspettano una fiaccolata?». Per Samantha e per Cristina i manifestanti «Han fatto bene», e Enrico spera che «forse è l’inizio.»

Sui poliziotti che hanno denunciato di essere stati feriti Rita puntualizza che «potevano stare a casa così non gli facevano male». E Marco sottolinea che è «Comoda per le forze dell’ordine avere lo stipendio fisso ogni 27 del mese».

Non mancano le critiche all’articolo de Il Gazzettino. Gianni scrive «Vedete come funziona la propaganda? Due arrestati, fatalità avevano precedenti per droga, quindi chi protesta è sicuramente un delinquente che spaccia droga». E Davide aggiunge «La smettete col manipolare le notizie?? C’è stata una rivolta popolare contro il sistema e ce ne saranno ancora».

Ma soprattutto onore e gloria ai ribelli napoletani: Sabrina commenta «Applauso ai napoletani. Non “piegatevi” al “regime”». E Ime scrive un favoloso (per il contesto in cui risuona) «viva i terrun!»

Insomma sembra proprio che anche in Veneto ormai sia stia esaurendo l’illusione di avere un sistema economico più forte della pandemia e si diffonda invece la consapevolezza che NON andrà tutto bene. E che, forse, la soluzione potrebbe stare in una generalizzazione della rivolta napoletana.

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27/09/2020

L’aumento di Tridico, l’ipocrisia del potere

La vicenda dell’aumento di stipendio del Presidente dell’INPS è emblematica dello stato di qualunquismo e populismo che ormai si sta affermando in Italia grazie a un numero sterminato di mass media che, pur di attrarre qualche consenso e lettore, sparano a palle incatenate su tutto e tutti.

L’ INPS, di cui Tridico è presidente, è un Ente di importanza strategica per il Paese, gestisce un bilancio che è secondo solo a quello dello Stato ed è, volente o nolente, un baluardo nella difesa del welfare.

Per chi fa finta di dimenticarlo ricordo che gli emolumenti dei presidenti degli Enti pubblici non li stabiliscono gli interessati, ma una legge dello Stato e che quindi il provvedimento adottato dall’INPS è la diretta conseguenza dell’applicazione di una legge.

Ho quindi come l’impressione che il can can scatenato intorno al provvedimento sia dettato dalla volontà di togliere di mezzo dalla guida dell’INPS un personaggio che, in questo limitato periodo di tempo, si è distinto per la sua strenua difesa dei compiti istituzionali dell’Ente, per le sue posizioni certamente sgradite a Confindustria sul reddito minimo, sugli ammortizzatori sociali, sulla riduzione dell’orario di lavoro e cercando di far fronte a tutti gli adempimenti straordinari richiesti all’Istituto previdenziale dall’emergenza Covid nonostante la drammatica mancanza di personale.

Per di più, guarda caso, l’attacco prende corpo proprio mentre segretari generali di CGIL, CISL e UIL chiedono al Governo di riesumare il trucco del silenzio-assenso per scippare ai lavoratori il TFR/TFS da dirottare a quei fondi pensione negoziali, nei cui Consigli di Amministrazione siedono proprio loro e mentre si sta discutendo di una ulteriore modifica restrittiva del sistema pensionistico pubblico.

Mi viene il dubbio quindi che l’oggetto reale degli attacchi in corso non sia lo stipendio del Presidente dell’INPS, che mi sembra – nonostante tutto – ancora compatibile con i compiti del suo mandato e delle sue funzioni, ma la non acquiescenza di Tridico alle manovre in atto per continuare nell’aggressione al sistema previdenziale pubblico e al welfare.

*****

Dello stesso tenore anche due tweet di Marta Fana, apprezzata analista delle politiche sociali.

Ma dite, come mai lo stesso accanimento non avvenne e continua a non avvenire nei confronti dell’ex presidente Inps Boeri che fin da subito percepiva la stessa cifra? 103mila di base + 45mila di benefit.

Lungi da me giustificare qualsiasi aumento di stipendio dirigenziale oggi, però se @repubblica diffonde una notizia falsa, smentita da @INPS_it ufficialmente, bisognerebbe da giornalista cercare fonte e solo poi parlare. Altrimenti non è giornalismo.



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Tutto formalmente corretto, bisognerebbe però rendersi conto che al posto di fare la difesa di ufficio di Tridico, andrebbero difesi i pensionati italiani (soprattutto quelli al minimo) e gli aspiranti tali. In questo modo si potrebbe fare del populismo di quaità finendo pure per "difendere" anche Tridico.

01/12/2019

Affari di famiglia e multinazionali minacciano la democrazia più di Salvini

La famiglia Agnelli-Elkann si prepara a ricevere una nave container di soldi. Infatti la vendita di FCA a PSA, frutterà alla famiglia ed in particolare alla sua finanziaria, la EXOR, diversi miliardi.

Queste “plusvalenze”, parola che nel linguaggio per bene degli affari si usa per definire guadagni sfacciati, cominciano a cercare impiego e così la famiglia Agnelli-Elkann si comprerà il primo polo informativo italiano, quello di La Repubblica, L’Espresso, la Stampa e altri 13 giornali, più radio e altro ancora.

Tutto questo era della famiglia De Benedetti, che però si è rotta, con uno scontro tra padre e figli degno delle serie televisive americane degli anni '80. Così i figli hanno deciso di cedere il controllo di GEDI, la società padrona dei giornali, alla EXOR che si riprende La Stampa, giornale storico della famiglia Agnelli ceduto a De Benedetti e che ora torna a casa con la dote.

La famiglia Agnelli-Elkan ha sempre meno interessi nell’auto, a parte titoli onorifici e plusvalenze, e pertanto si lancia in altri campi, come avrebbe da tempo voluto fare. Altri affari seguiranno, ma intanto un bel pezzo di carta stampata cambia padrone e viene venduto a Elkann che ha venduto la FIAT.

A questo punto tre persone – Berlusconi, Cairo, Elkann – saranno proprietarie del 95% del sistema informativo italiano.

Naturalmente non uno solo dei partiti di maggioranza e opposizione ha detto alcunché sulla vicenda. Sono tutti assieme impegnati ad offrire regali ad ArcelorMittal, figuriamoci se si preoccupano del fatto che un'informazione così gestita e controllata è un problema centrale per la nostra democrazia.

Che è più minacciata dagli affari delle famiglie e delle multinazionali che da Salvini. Anche perché in questa finta democrazia i leader politici vengono consumati in fretta, mentre il potere dei soldi no. Anzi si rafforza sempre di più.

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10/12/2018

“Coperti a destra”. Sul caso Moro, al ridicolo non c’è mai fine


Rapiti dal furore mistico della fede in un dio/stato onnipotente e onnisciente, la cui Verità sarebbe un’evidenza ontologica da dimostrare, oltretutto, con certezza scientifica – essendone venuto meno il presupposto di aprioristico kantiano – giornalisti, giuristi, politici, magistrati, saggisti, periti, auto-investitisi della sacra missione di provare l’indimostrabile, continuano ad insultare la Verità Storica, la Ragione, l’Intelligenza e, con esse, quei principi illuministici da cui, pure, discenderebbe l’idea stessa di Stato moderno, liberale, borghese.

Come novelli Cartesio, Leibniz o Tommaso d’Aquino, essi si aggirano – per di più dotati di sofisticatissimi dispositivi tecnologici, di avanguardistiche strumentazioni laser o di postmodernisti marchingegni rivelatori, a loro dire, di tracce di realtà, smarrite nelle siderali galassie, oltre le dimensioni del Tempo e dello Spazio – per quella Via Fani che, quarant’anni or sono, fu teatro del riuscito sequestro, ad opera di undici proletari componenti le Brigate Rosse, del Presidente Dc, Aldo Moro.

Loro scopo, dimostrare il non detto, l’Indicibile. Le Br non erano sole. Con loro c’erano la Cia, il Mossad, il Kgb, il Sismi, il Kds bulgaro, la mafia, la ‘ndrangheta, la camorra. A volersi tenere stretti, ovviamente. Perché, a ben vedere, se proprio vogliamo dirla tutta questa indicibile verità, le Br non sarebbero state neanche le Br.

Insomma, la verità sensibile, l’apparenza è una cosa. La verità metafisica, iperuranica, tutt’altra. E che diamine! In tempi di oscurantismo medievale, dovrebbero essere concetti filosofici ed esistenziali digeriti anche dai bambini.

Dunque, perseguendo questo fanatico orientamento fideistico, si potrebbe arrivare a dire – non lo si fa, sol perché non si ritiene che i tempi e il popolo siano maturi per squarciare definitivamente il Velo di Maja – che Moretti non era Moretti. La Balzerani, ella non era. Gallinari, Fiore, Casimirri, Lojacono, Maccari, Morucci, Bonisoli, Seghetti, Algranati erano tutte false identità. Nella più suggestiva tradizione dei film di spionaggio. Avatar, potremmo dire oggi, usando categorie del virtuale allora sconosciute.

Peccato che, chi scrive, almeno tre dei succitati componenti il commando li abbia conosciuti e abbracciati di persona. E sulla loro effettiva esistenza, come sulla loro limpidezza, umana e intellettuale, nonché sul loro senso dell’orgoglio e di appartenenza – tanto da rivendicare e mai rinnegare la propria Storia – ci metterebbe la mano sul fuoco.

Come per tanti altri ex Br, dopo tutto. Donne e uomini che ho avuto l’onore di conoscere. Integerrimi compagni che hanno sacrificato – e, in taluni casi, continuano a sacrificare – una vita all’ideale comunista. Rischiando la pelle e scontando decenni di galera e di “carcere duro”. Ribadirlo non fa mai male!

Orbene, da quarant’anni, una manica di sbrigativi cacciatori di profitto cerca di avvalorare ridicole tesi dietrologiche, grotteschi cospirazionismi fumettistici, sensazionalistiche misteriosofie di ogni sorta; mistificando una verità ormai arcinota, almeno in un ambito giudiziario e storiografico serio e che voglia dirsi tale. E la Verità è che, quel 16 Marzo 1978, a Via Fani, a compiere il sequestro Moro, c’erano solo le Brigate Rosse.

Lo hanno ripetuto, negli anni, i protagonisti. Lo hanno accertato le fonti, dirette ed indirette. Lo hanno confermato storici come Clementi, Santalena, Armeni, Lofoco. Oltre a quel Vladimiro Satta che, da curatore dell’archivio della Commissione parlamentare d’inchiesta, è rimasto fin qui l’unico che abbia letto – per dovere istituzionale – il milione e mezzo di pagine raccolte.

Lo hanno scritto anche giornalisti di grandissima esperienza come Rossanda, Bianconi, Bocca, Zavoli. Ma a nulla è servito.

Continuano a istituirsi inutili commissioni parlamentari. Continuano ad essere scritti fiumi di menzogne. Continuano a fabbricarsi teorie fantasiose. Al solo scopo di falsificare la realtà dei fatti accaduti e di guadagnarci, naturalmente, qualcosa.

Perché per governare il presente e assicurare ai padroni la pace sociale, su cui poter fondare, indisturbati, il loro potere politico-finanziario, è indispensabile, in definitiva, annichilire ogni possibile sussulto, non dico apertamente rivoluzionario, ma che possa anche solo mettere in discussione l’attuale assetto istituzionale, italiano ed europeo. E per far ciò, bisogna adulterarla, avvelenarla, cancellarla, la Storia.

Bisogna svilire, fino e oltre la diffamazione, gli eventi e le azioni che segnarono l’insorgenza comunista degli anni ’70. Mentre, viceversa, bisogna che continui ad imporsi la narrazione. Quella fiction bulimica capace di incunearsi nell’immaginario collettivo della società italiana, edificando un castello dalla struttura verosimigliante, nelle cui stanze, occupate dal divino Potere dello Stato, furono concepiti quei deliranti teoremi della cospirazione che, sin dal lontano 1978, fondano i loro postulati sul cosiddetto Governo di Unità Nazionale, trovando la loro stabilità architettonico-istituzionale in quello scellerato patto Dc-Pci, passato alla storia coll’indigeribile nome – almeno per il movimento operaio e per il proletariato – di Solidarietà Nazionale. Solo per Berlinguer e il Pci, infatti, si trattava di un “compromesso storico”.

Esclusivamente in tal senso, può spiegarsi, quindi, come Sergio Flamigni, ex senatore Pci e padre di tutte le più meschine teorie complottistiche, possa continuare a dettare la linea storiografico-mistificatoria con i suoi scritti, in merito non solo al sequestro Moro ma all’intera storia delle Br. Come Gero Grassi, deputato piddino, possa averne raccolto il triste testimone e quindi recarsi in tour, per le scuole della Repubblica, a spargere le sue mefitiche menzogne sulla vicenda Moro, sulla Lotta Armata comunista e sugli anni ’70. O ancora, come Alberto Franceschini – fondatore delle Br, trasformatosi, poi, nel più sporco dei pentiti – possa continuare ad avallare, per suo egoistico tornaconto, tutte le elucubrazioni più estreme, ai limiti del teatro dell’assurdo, circa quella stessa vicenda. Contribuendo ad infangare, altresì, se stesso (e sarebbe il minimo, considerando il personaggio) e i suoi compagni. Aspetto, quest’ultimo, ben più grave ed inquietante.

Ed è proprio proseguendo su questa pista – che nulla di più potrebbe scoprire e nulla più avrebbe da dire, in una società sana e raziocinante – che si inserisce la nuovissima e clamorosa “inchiesta” giornalistica, rivelatrice e ammantata di pseudo valore scientifico.

Coperti a destra, questo il titolo della video inchiesta compiuta da Gianluca Cicinelli – illustre sconosciuto, fin qui, ma evidentemente ora in cerca di notorietà, visto che il caso Moro è, da quarant’anni, il più elastico trampolino di lancio per ciarlatani con velleità giornalistiche – che pretenderebbe di far luce su quei 90 secondi, durante i quali si svolse la sparatoria in via Fani e in cui morirono i cinque uomini della scorta di Aldo Moro. Video-inchiesta presentata, Venerdì 7 dicembre, alle ore 17, a Roma, in viale Regina Margherita.

Senza voler dar alcun lustro e ingiustificato credito a questo ennesimo, mendace personaggio – Cicinelli è stato, precedentemente, direttore di Radio Città Futura, da cui viene poi cacciato, e non facciamo fatica a comprenderne le ragioni – ci sembra però opportuno segnalare come la notizia dell’evento sia stata rilanciata niente di meno che dall’agenzia Ansa. Il che, a conti fatti, lascerebbe intendere che i media mainstream, come sempre d’altronde, siano ancora una volta pronti a cannibalizzare, da provetti sciacalli affamati, quella tragica vicenda.

Eventualità, questa, che dovrebbe offendere non solo noi, in quanto comunisti, ma l’intero corpo sociale e civile del paese. Compresi quei parenti delle vittime, i quali – come disse tempo fa la Balzerani, rimediando l’ennesima denuncia – dovrebbero pretendere che il potere, in tutte le sue articolazioni, contribuisca all’affermazione della verità e non al diffondersi dell’impostura, a mezzo stampa.

Le dichiarazioni di Cicinelli, difatti, sono sconcertanti. Afferma il nuovo Carneade del giornalismo d’inchiesta: «La scelta metodologica della videoinchiesta è di ripercorrere, in maniera scientifica e senza le dichiarazioni contraddittorie di testimoni e brigatisti, la dinamica della strage, dimostrando che quella comunemente ritenuta ‘la verità dicibile’ sul 16 marzo non è affatto dimostrata dalle perizie ufficiali, come ammette nelle carte desecretate dalla Commissione Moro 2 uno dei periti stessi».

E ancora: «Il titolo “Coperti a destra” si riferisce al lato destro di via Fani. Da sempre, la più grande preoccupazione dei brigatisti e delle perizie ufficiali è stata quella di smentire che qualcuno abbia sparato dal lato destro, altrimenti cadrebbe la versione ufficiale della strage. La videoinchiesta dimostra, invece, senza timore di smentita, che si è sparato da destra. Ma questa non è l’unica novità presente. Si dimostra, grazie alle prove di sparo effettuate in un poligono, che anche a sinistra c’era un killer in più rispetto alla versione ufficiale».

Senza le dichiarazioni di testimoni e brigatisti? Senza timore di smentita? Affermazioni assurde che, a conti fatti, si traducono nell’assenza totale d’inchiesta, in un totale disprezzo verso un rigoroso metodo storico di indagine, e nella più completa trascuratezza delle fonti.

Cicinelli, in definitiva, con la smaccata arroganza di chi sa di poter contare sulla benevolenza del Quarto Potere, in uno con quello politico, ha avuto la sfacciataggine di dedicare – senza avere la benché minima cognizione della portata Storica degli eventi che sarebbe andato ad affrontare – un docufilm di quasi un’ora e mezza ai 90 secondi dell’attacco, portato dalle Br alla scorta di Moro. La Storia di quindici anni di conflitto sociale e di guerra civile a bassa intensità, ridotta a 90 secondi. Un insulto per tutti. Brigate Rosse, Moro, vittime di entrambe le parti in guerra, superstiti, prigionieri, cittadini.

Per Cicinelli, in poche parole, gli anni di discussione per decidere di portare l’attacco alla Dc e al cuore dello stato, il lungo periodo trascorso per scremare gli obiettivi, i due anni e mezzo di preparazione, le ripetute modifiche nei piani per la messa a punto dell’azione che avrebbe dovuto portare al sequestro dell’on. Moro, i lunghi mesi di inchiesta, la meticolosa organizzazione dei giorni precedenti, l’elaborata via di fuga, tutto ciò non è mai esistito.

Perché, secondo il nostro, come per molti altri dilettanti allo sbaraglio, tutto si risolverebbe in quei 90 secondi. Nessuno di loro, però, viene a spiegarci come il presunto “sparatore da destra”, mai visto da nessun testimone, sia giunto sul posto, si sia dileguato, miracolosamente sopravvissuto al fuoco incrociato e non abbia mosso un dito contro l’agente Iozzino. Quello stesso agente Iozzino che pure, uscito dalla macchina, gli dava le spalle e dunque sarebbe stato da lui facilmente neutralizzato.

Enucleare un segmento di un lungo film è una vecchia tecnica per deformare i fatti. Restringere il campo di un’ immagine, facendo scomparire tutto ciò che le sta attorno, è il classico metodo della disinformazione.

Ma tutto questo, a Cicinelli, manifestamente non interessa. Come dire: l’unico detentore della verità sono io. A prescindere da qualunque confutazione possibile. E chi non dovesse essere d’accordo con me, peste lo colga. Una storica Cena delle beffe, in sostanza, alla cui tavola, il convitato di pietra risulta essere, ancora una volta, null’altro che la Verità!

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26/11/2018

Contrordine in redazione: in Siria sono “i ribelli” ad usare il gas!

E’ bellissimo leggere i giornali mainstream... Sì, proprio quelli che domenica hanno riempito il Brancaccio, a Roma, per lamentare l’attacco verbale subito dalla maggioranza di governo. Con tanto di direttori che sentenziavano “il potere non ama chi lo contesta”. Come se fossero all’opposizione dura e pura da mille anni; come se non avessero mai mentito; come se non oscurassero sistematicamente tutti i soggetti, politici e sociali, che il potere (non solo i governi sgraditi) lo contestano davvero; come se non fossero – ieri come oggi – zerbini sdraiati sull’interesse dei rispettivi editori (tutti “impuri”, in Italia; ossia imprenditori che hanno il proprio core business in tutt’altri comparti, ma necessitano di megafoni fedeli).

Giusto un esempio, fresco fresco, per evidenziare il problema.

Sentite dire da anni che in Siria avvengono spesso bombardamenti che non guardano troppo per il sottile e colpiscono spesso anche i civili (ed è verissimo). Sentite dire spesso che sono state usate armi chimiche (e qualche volta è vero). Sentite dire che ad usare le armi chimiche è l’esercito di Assad, che regolarmente smentisce, permette il controllo agli ispettori Onu, i quali a volte certificano che non hanno trovato tracce di armi chimiche o gas, altre volte lasciano il dubbio.

Non siamo degli ingenui. Sappiamo benissimo che nelle guerre contemporanee il confine tra gruppi combattenti e popolazioni civili è molto esile, sul terreno. E che ogni fazione armata bada prima di tutto a vincere, senza star lì a sottilizzare sui morti che provoca “dall’altra parte”. E’ orrendo, inumano, ma è così.

Dunque non ci ha mai persuaso la propaganda mainstream che, nel grande macello siriano, ci raccontava che c’erano da una parte “gli insorti buoni” e dall’altra gli “stragisti di Assad”. Anche perché, com’è ormai universalmente noto, gli “insorti buoni” erano in genere miliziani di Al Qaeda (do you remenber Bin Laden?) o dell’Isis, sostenuti a giorni alterni da Turchia, Stati Uniti e Israele, oltre ad alcuni emirati del Golfo.

Però, dopo anni di propaganda unilineare contro Assad, ci saremmo aspettati un attimo di riflessione da parte dei cronisti de La Stampa di Torino (storico giornale di casa Agnelli, oggi in pratica una dependance del gruppo De Benedetti-Repubblica) nel darci questa notizia: “Siria, i ribelli usano gas, 107 intossicati ad Aleppo”.

E’ un titolo che rovescia completamente una narrazione pluriennale consolidata, inverte il ruolo tra “buoni” e “cattivi”, o quantomeno rivela che i “buoni” non sono poi proprio angelicati. Ci sarebbe di che scusarsi per la menzogne sparate per anni...

E invece nulla. Si scrive, si va avanti, si fa finta di niente, poi seguirà un editoriale del direttore – quando ci sarà da sostenere gli interessi occidentali contro quelli russi o siriani – che ripeterà le solite giaculatorie, come se lo stesso giornale che dirige non ci avesse raccontato l’opposto.

Per chi è interessato anche ai dettagli, qui di seguito l’articolo a firma Giordano Stabile.

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Oltre cento persone sono rimaste intossicare da gas tossici dopo che i ribelli hanno colpito la periferia di Aleppo con proiettili al cloro lanciati da mortai. Il governo di Damasco parla di 30 “feriti gravi”, compresi molti bambini. La Russia ha chiesto alla Turchia di intervenire per fermare gli attacchi. L’aviazione di Mosca ha compiuto raid di rappresaglia su postazioni nella provincia di Idlib controllate da miliziani jihadisti, legati ad Al-Qaeda. Non è chiaro se ci siano state vittime civili in questi attacchi.

Sono i primi raid da due mesi nell’area di Idlib, da quando un accordo fra Mosca e Ankara ha portato all’istituzione di una zona cuscinetto fra le province di Aleppo e Idlib e a una tregua prolungata. I bombardamenti russi e l’attacco chimico dei ribelli sono stati entrambi confermati dall’Osservatorio per diritti umani in Siria, una ong con sede a Londra, vicina all’opposizione, che dispone di una rete di osservatori su tutto il territorio siriano. L’Osservatorio ha riportato testimonianze di “un forte cattivo odore” e persone con problemi respiratori.

L’agenzia statale siriana ha precisato che i proietti hanno colpito “tre distretti” della metropoli e ferito “107 persone”. E’ il bilancio più grave da quando le forze governative hanno riconquistato la città, la seconda della Siria per importanza dopo Damasco, nel dicembre del 2016. I ribelli però mantengono posizioni a poca distanza dalla periferia occidentale. “Non abbiamo certezza sul tipo di gas usato – ha detto Zaher Batal, un medico alepino citato dall’agenzia Reuters -. Ma sospettiamo che si tratti di cloro in base ai sintomi: difficoltà respiratorie, infiammazioni agli occhi, svenimenti”.

Nessun gruppo ha rivendicato l’attacco. I maggiori sospetti sono però su Hayat al-Tahrir al-Sham, la franchise siriana di Al-Qaeda, che non ha accettato l’accordo di settembre fra Russia e Turchia. I jihadisti conducono una campagna all’interno della provincia di Idlib contro gli altri gruppi di ribelli, finiti sotto l’influenza e in alcuni casi il controllo diretto turco. Ci sono stati una serie di omicidi mirati nei confronti di capi locali e i qadeisti sono sospettati anche dell’uccisione di un attivista anti-regime e anti-islamisti, Raed Fares.

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01/11/2018

Piccoli Goebbels crescono. Il caso di Libero contro Viola Carofalo

I cani da guardia della reazione insediata al potere non si smentiscono mai; anzi, alzano il livello ogni giorno.

Il cosiddetto giornale Libero, uno dei fogliacci peggiori che appestano edicole sempre meno frequentate, ha ideato un attacco davvero infame contro Viola Carofalo. Un attacco che dà – quasi involontariamente – la cifra della “disinvoltura” di un certo modo di fare propaganda in stile Goebbels (“mentite, mentite, qualcosa resterà...“). Chiamarla “informazione” sarebbe davvero un controsenso...

Tutto parte da un post di una compagna femminista, Rosa Pascale, che viene ripreso e ripostato dalla pagina Facebook di Potere al Popolo. Un commento sulla tragica vicenda di Desirée Mariottini, la giovanissima ragazza stuprata e uccisa in un edificio abbandonato del quartiere romano di San Lorenzo. Un commento che coglie il trattamento differenziale riservato da tutti i media – ma soprattutto quelli che aizzano ogni giorno la canea leghista – a ogni episodio di cronaca.

Se una ragazza, una donna, una moglie, viene stuprata, ammazzata, percossa – come avviene in oltre il 75% dei casi – da familiari e conoscenti (quindi da “itagliani”) il caso viene rapidamente derubricato a notizia in taglio basso, numero tra i numeri. Se invece la stessa vigliaccata infame viene commessa da stranieri, o addirittura da “negri”, allora scatta un coro parossistico dove salta ogni freno o limite alla violenza verbale, accompagnata spesso dall’invito alla violenza fisica (delegata alle “forze dell’ordine” ma già giustificata se esercitata “privatamente” da qualche zucca vuota, come nel caso del fascioleghista Traina, a Macerata).

Viola, in tutto questo, c’entra solo in quanto portavoce di Potere al Popolo, dunque “oggettivamente” responsabile di quanto pubblicato sulla pagina Facebook del movimento. Basta tagliare la frase incriminata, isolarla dal discorso – l’amara ironia con cui Rosa Pascale solidarizzava profondamente con Desirée scompare – cancellare l’autrice e attribuirla a lei. Et voilà, il servizio è bello pronto!

Per permettere ai nostri lettori di misurare l’abisso morboso abitato dai “signori” di Libero, riportiamo qui di seguito la paginata del fogliaccio e la risposta della stessa Viola. Cui va ovviamente tutta la nostra solidarietà.

A seguire la ricostruzione della vicenda fatta da Potere al Popolo!

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Stamattina ho aperto i giornali e ho visto con stupore questo titolo.

Il giornalismo di destra e aggressivo di Libero in questi anni ci ha abituato a tutto, ma questa è una gravissima diffamazione e calunnia.

Quel titolo va subito rimosso.

Pubblicare un virgolettato di parole che non ho mai detto è da querela.

E infatti procederò per vie legali. Ora basta.

Capiamo che contro un movimento politico in crescita si arrivi a usare ogni mezzo.

Ma non si può speculare sulla morte di una giovane vita per incassare consenso politico. Siamo all’ennesima strumentalizzazione sulla pelle delle donne e degli ultimi. Quello che abbiamo visto in questi giorni è uno schifo.

Ma c’è un limite a tutto.

Doneremo l’eventuale risarcimento della querela alle associazioni che si occupano di violenza di genere con cui collaboriamo ogni giorno.

E continueremo la nostra lotta contro tutti gli stupri, contro tutti gli abusi che ogni giorno subiscono le donne di questo paese dentro e fuori le mura domestiche, contro le discriminazioni sociali e l’assenza di servizi pubblici.

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Da giorni leggiamo le cose più assurde sul nostro conto sui giornali di destra, da giorni i loro lettori ci scrivono in privato augurandoci la morte, lo stupro, la tortura, e tante altre piacevolezze...

Stamattina poi il colmo. Libero, che negli ultimi anni si è distinto per un giornalismo violento, pubblica il titolo che vedete.

Mette in bocca alla nostra portavoce, Viola Carofalo, parole che non ha mai detto, diffamando e calunniando. Rappresentandoci esattamente al contrario di come siamo.

Addossare a qualcuno frasi che non ha mai detto è da querela, e infatti così procederemo. Abbiamo già dato mandato ai nostri avvocati.

Ma perché tutto questo schifo? Libero è stato il culmine, ma stamattina anche Matteo Salvini ci onora della sua attenzione dandoci dei “digustosi”. Tutti i gruppi e le testate di destra si sono mossi in maniera quasi coordinata per far scattare un “caso” inesistente...

Il perché ci sembra ovvio. La verità è che la destra di questo paese ha cavalcato, come purtroppo già accaduto con Pamela, il violento omicidio di Desiree. Lo ha usato per incassare consenso nei sondaggi, visto che le elezioni sono a breve. E per produrre legittimità intorno all’approvazione del Decreto Sicurezza la settimana prossima, che servirà a Salvini per chiudere la partita con i 5 Stelle, subordinando definitivamente il Governo alla propria direzione politica.

In quest’ottica deve essere distrutta ogni voce critica come la nostra. Il post che avevamo ripubblicato, prendendolo dalla bacheca di una militante di una associazione femminista, indignata e arrabbiata per la vergognosa speculazione sulla vita di Desiree, dava fastidio.

Dava fastidio perché è girato tantissimo, facendo notare a centinaia di migliaia di persone che il tragico caso di Desiree è assurto a questo livello di notorietà perché poteva essere strumentalizzato. Il post aveva l’ardire di constatare che quando gli stupratori e gli assassini sono italiani, stranamente l’attenzione dei politici e dei media è inferiore: si negano i fatti, si attacca la vittima, ci si profonde in giustificazione dei violentatori... Un fatto inoppugnabile, che chiunque abbia a che fare con il mondo dell’informazione sa: i like si fanno solo se c’è “l’uomo nero” di mezzo, mica se si parla della carenza di proposte dei nostri governanti, delle loro oscure manovre, del perché i giovani italiani emigrino, di come si lavora oggi in Italia, di quanta ricchezza ci venga sottratta per finire nelle tasche di poche famiglie...

Siamo stati fra i pochi ad avere il coraggio di dire quello che milioni di persone pensano: che non si può strumentalizzare politicamente la morte di una giovane vita per produrre ancora più odio, emarginazione e violenza.

Siccome siamo gli unici in Italia ad avere il coraggio di dire queste cose in modo chiaro, il nostro movimento è credibile e in crescita. E questo fa paura alla destra e ai fascisti, che vorrebbero un paese autoritario, in cui a comandare fossero solo loro. In cui le fake news possano creare un clima di istupidimento, di violenza e di paura.

Per questo devono rallentare, incrinare l’immagine e la fiducia, di un movimento politico giovane e pulito come il nostro. Per far questo sono disposti a tutto. Ma non ci faremo certamente spaventare, questi soggetti li conosciamo benissimo.

Invitiamo tutte e e tutti a farci sentire, a far sentire una voce di umanità, a non lasciare il monopolio della parola solo a chi diffonde bugie e odio per mantenere, grazie alla guerra fra poveri, il suo potere.

PS: doneremo l’eventuale risarcimento della querela alle associazioni che si occupano di violenza di genere con cui collaboriamo ogni giorno. E continueremo la nostra lotta contro tutti gli stupri, contro tutti gli abusi che ogni giorno subiscono le donne di questo paese dentro e fuori le mura domestiche, contro le discriminazioni sociali e l’assenza di servizi pubblici.

Fonte

Il caso in questione dimostra due cose:
1) l'informazione di mercato è diventata una cloaca pressoché totale, in special modo quella più orientata a destra, che fa profitto aizzando le flatulenze intestinali più profonde di un pubblico per sua sfortuna sempre più bue – e verso cui ogni genere di tutela va intrapresa senza alcuna remora –;
2) mette in luce che tra i compagni perdura una certa approssimazione nella gestione della comunicazione politica.

In una situazione mediaticamente delicata come quella che ha investito suo malgrado l'orribile fine di Desireé Mariottini, in cui la politica non si fa con i contenuti e il buonsenso, ma con gli slogan urlati con la bava alla bocca, Potere al Popolo, pur condividendo il contenuto del messaggio della compagna femminista, non doveva ripubblicarlo sulla propria bacheca.

Il motivo è presto detto: il tono profondamente ironico, ai limiti della satira del breve testo in questione, sarebbe stato certamente manipolato e ancor più certamente frainteso da un "pubblico elettorale" in cui l'analfabetismo funzionale è quasi il triplo del tasso di disoccupazione, e i baciapile abbondano.

La replica con cui in prima battuta Viola Carofalo ha tentato di difendersi,
"Chi ha un minimo grado di alfabetizzazione può capire il messaggio"
è una pezza peggiore del buco, sia perchè sembra esprimere l'incapacità di comprendere il genere di platea con cui si deve comunicare, sia perchè a questa platea si offre una percezione di se stessi spocchiosamente intellettuale, che la massa relega immediatamente dalla parte del torto.

Insomma in tempi di espressione compulsiva, di rapporto non ancora adeguatamente metabolizzato tra l'essere umano e la comunicazione social istantanea, certe uscite vanno ponderate con il freno a mano tirato anche correndo il rischio di non essere sul pezzo del "tema" del momento.

26/10/2018

I ministri della cronaca nera

La cronaca nera è una brutta bestia. Desirée Mariottini, 16 anni, stuprata e uccisa a San Lorenzo, Roma.

Il Giornale, ieri, attaccava il suo pezzo parlando del fatto che la ragazza è stata ritrovata “senza vestito né mutandine”, perché qualcuno si crede Truman Capote, e invece sta soltanto eccedendo nel particolare per fare paura ai lettori.

Il ministro di polizia Matteo Salvini è andato nel quartiere, qualcuno l’ha contestato, qualcun altro lo ha applaudito, lui ha promesso che tornerà con una ruspa. Perché pare che a San Lorenzo ci sia un cartello di sovietici e spacciatori che tiene in ostaggio la zona. Opinione che ha una qualche affinità con l’idea che i Parioli siano l’ultima riserva della sinistra mondialista.

Oggi viene fuori che, per l’omicidio di Desirée hanno fermato due uomini (entrambi senegalesi) e che si cercano comunque altri complici.

La cronaca nera è una brutta bestia. Dopo un caso per certi versi simile – l’omicidio di Pamela Mastropietro a Macerata del gennaio scorso – un tizio ha cominciato a sparare per strada alla cieca. Alla cieca nel senso che mirava soltanto a quelli con la pelle nera.

Quarant’anni fa, in Italia, si dice che si dormisse praticamente con le porte aperte, mentre fuori c’era davvero un morto ammazzato al giorno, e se non era un morto ammazzato, era un gambizzato, o un rapito, o un massacrato di botte.

Oggi, in Italia, le rapine seguite da omicidio dell’ultimo anno sono state trenta (30) e il Parlamento vuole rivedere in maniera espansiva la legge sulla legittima difesa.

La cronaca nera, dicevamo, è una brutta bestia. Gli omicidi avvengono, gli stupri pure, le rapine anche: a ogni latitudine, in ogni paese, in ogni città, per tanti motivi, tutti diversi tra loro, spesso e volentieri contraddittori com’è l’animo umano. Per occuparsi di cronaca nera bisogna accettare il fatto che l’esistenza sia piena di aporie, che non si può spiegare sempre tutto, che a volte le cose semplicemente accadono, e sono orribili, o meravigliose, ma questo non cambia la sostanza della faccenda.

La cronaca nera è bella, anche se fa male, perché pagine e pagine di cronaca politica non spiegheranno mai la società come un buon pezzo di cronaca nera. I vecchi caporedattori dicono che “la cronaca nera è la pancia del giornale”, Poi, aggiunge qualcuno, “la politica ti dà autorevolezza”.

E questo vale anche al contrario: la cronaca nera è uno strumento di propaganda potentissimo. Cioè, che succede se è la cronaca nera a darti autorevolezza?

La risposta potrebbe essere inquietante.

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