Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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14/08/2025

Iveco preoccupa

Trattativa lampo degli elkann con gli indiani

Si è cercato di far passare alla svelta la notizia della (s) vendita della Iveco, realtà industriale storica e strategica per il comparto automotive, nata negli anni Settanta.

La famigerata famiglia Elkann aveva colto di sorpresa un po’ tutti, del resto, chiudendo la trattativa con gli Indiani di Tata nel giro di un paio di settimane, tempi che possono andare bene forse per vendere un’auto usata, ma non di certo un’azienda così importante.

I “tavoli di settembre”

Era allora uscito dalle nebbie uno dei ministri invisibili del governo Meloni, Adolfo Urso, che dichiarava che l’esecutivo avrebbe “vigilato” sull’operazione. Annunciava inoltre “tavoli permanenti da settembre” con aziende, regioni e parti sociali, rassicurando sull’impegno per la tutela occupazionali, la salvaguardia delle competenze italiane e finanche vaneggiando sulla opportunità che la cessione apra scenari di rilancio industriale e produttivo. 

Eppure, se avesse voluto fare sul serio, al governo sarebbe bastato esercitare la facoltà del cosiddetto golden power, ovvero la possibilità per lo Stato di mettere il veto sulla vendita di una determinata azienda, entrandovi come azionista di maggioranza.

Una volta ci sarebbero state semplicemente le nazionalizzazioni, ma nell’epoca dell’Unione Europea tale termine è stato sottoposto ad una sorta di damnatio memoriae, è diventato una delle parole proibite dall’ordine nuovo capitalismo europeo.

La grande paura

Man mano che passano i giorni, tuttavia, a Brescia la consapevolezza della gravità di ciò che è accaduto comincia a diffondersi e cresce la paura.

Ultimamente si sono fatte sentire anche le Acli provinciali, con un lungo comunicato. Nel testo esprimono forti preoccupazioni “per le pesanti ricadute occupazionali su chi lavora sia direttamente in Iveco sia sull’intero indotto”. Perfino alle tranquille e collaborative Acli viene il dubbio di trovarsi, pensa un po’, “di fronte all’ennesimo episodio di eccellenze industriali italiane cedute a multinazionali o ad aziende estere le quali, nonostante i piani di sviluppo e le garanzie di tenuta occupazionale, hanno deciso alla fine di seguire tutt’altra direzione.
Così i settori della produzione dei grandi macchinari industriali, della componentistica, dell’elettronica, delle telecomunicazioni, sono stati venduti e poi sempre più ridimensionati, con multinazionali estere che avevano tutto l’interesse ad acquisire brevetti e tecnologia, conoscenze, marchi, mercati, per poi trasferire e chiudere le attività e lasciar morire produzioni concorrenti alle proprie. Il tutto con conseguenze di degrado e smantellamento di pezzi del sistema industriale”
.

Le promesse dei mercanti indiani

Ma c’è poco da arrovellarsi e porsi domande. È sicuro che finirà così. Si è venuti in questi giorni infatti a conoscenza di un dettaglio non da poco.

Gli impegni assunti da Tata Motors per salvaguardare stabilimenti e dipendenti evitando sovrapposizioni produttive in Europa, sottoscrivendo clausole finalizzate a rispettare l’identità aziendale, a mantenere la sede principale di Iveco a Torino, a non chiudere alcun impianto e a non ridurre l’occupazione, nonché a rispettare i diritti dei dipendenti, saranno validi per due anni!

Quindi sul lungo termine non si scongiurano in alcun modo i rischi tipici delle operazioni di acquisizione. Abbiamo già avuto del resto in Italia un esempio eclatante e mostruoso di tutto ciò con la vicenda dell’ex-Ilva di Taranto, finita anch’essa, guarda caso, nelle mani di imprenditori indiani.

Allarme sindaci

Tanto è vero che l’ allarme alla fine è scattato pure nelle amministrazioni dei Comuni sede degli stabilimenti Iveco – da Torino a Foggia, passando per Brescia e Suzzara. I sindaci di queste città hanno deciso di unire le forze, chiedendo – al termine di una riunione tenutasi il 5 agosto – di avere un ruolo attivo e concreto nei “tavoli di confronto nazionali” preannunciati dal Governo

Le richieste sono precise: garanzie sulle prospettive produttive e occupazionali di Iveco, e definizione delle condizioni che il Paese intende porre “a tutela dell’industria italiana”.

Gli occhi, ora, sono puntati sul Governo, al quale si chiede di prendere in mano la situazione.

Rispetto all’attivazione del golden power, è opportuno peraltro ricordare che il centrosinistra oggi all’opposizione non se ne avvalse quando nacque Stellantis. La coerenza dovrebbe valere sempre, soprattutto se in gioco c’è il futuro dell’industria italiana. Ma sappiamo che dalle nostre parti non è così.

Il governo dei camerieri

Ci sono comunque alcune considerazioni di carattere più generale, ma fondamentali se si vuole considerare realisticamente la situazione e cercare di formulare ipotesi su come si potrebbe reagire allo sfascio cui stiamo assistendo.

Esiste una gerarchia nell’apparato comunitario, e l’Italia fa parte suo malgrado dei figli del dio minore di Maastricht.

Se l’Italia fosse stata la Germania o la Francia, allora una eventuale azione di governo per nazionalizzare l’Iveco o una delle altre aziende perse in 24 anni di moneta unica, non ci sarebbe stata nessuna reprimenda da parte della Commissione Europea. Ma il problema qui non si pone nemmeno, perché non esistono proprio un governo e una classe politica che soltanto pensino di fare una cosa simile.

A Roma, ci sono dei camerieri di sala.

Dall’estero, gli viene detto come disporre le posate sul tavolo, e poi una volta eseguiti i vari ordini, lo straniero di turno si porta via l’argenteria. Nella situazione attuale “il Presidente del Consiglio” Giorgia Meloni rimonta sul suo aereo e inizia di nuovo i suoi inutili viaggi in giro per il mondo.

Oggi come oggi, Giorgia Meloni è “il Presidente del Consiglio” che non c’è. “Fate voi” – dice – “ma non chiamatemi in causa, perché io non mi prendo nessuna responsabilità”.

Si sta vedendo di conseguenza tutto il disastro del modello nato a Maastricht nel 1992, che ha trasformato lo Stato in un simulacro giuridico occupato da una classe politica completamente eterodiretta dall’estero.

Le origini della bugie neoliberali

Il motto del “meno Stato, più mercato”, iniziato a diventare più insistente dagli anni ’80 in poi, non serviva altro che a questo.

Uomini come Milton Friedman, fondatore della Scuola di Chicago, membro di un esclusivissimo club economico quale la Mont Pelerin Society, consigliere di Ronald Reagan, servivano ad inculcare nella mente delle masse l’idea, falsa, che lo Stato era il loro nemico e che ci si dovesse schierare con il privato ad ogni costo.

A favorire l’avvento della stagione delle privatizzazioni in Italia sono stati certamente i vari think tank neoliberali che hanno a poco a poco occupato le varie università della Penisola.

Quello che si sente oggi è perciò solo un coro di servi che scrivono sulle pagine degli organi di stampa, che non provano nessuna vergogna a tessere le lodi dell’Unione e a dire che l’euro avrebbe salvato l’Italia.

Fare affermazioni simili adesso significa soltanto dimostrare tutta la propria sottomissione ai predoni della finanza che hanno saccheggiato l’Italia. Anche il comune uomo della strada che ricorda gli anni '80 e gli inizi degli anni '90 sa come intorno a lui all’epoca ci fosse un po’ di benessere, mentre oggi c’è soltanto un deserto economico e morale.

Eppure un’ alternativa esisterebbe. Non si può non riprendere in considerazione un modello che un certo sviluppo ha garantito all’Italia tra gli anni '60 e gli anni '90 del secolo scorso.

Si tratta di un modello tutt’altro che eversivo, cui non interessa costruire un’economia che annienti la proprietà privata.

Occorre piuttosto ricostruire un equilibrio tra pubblico e privato con l’intervento diretto dello Stato in economia, attraverso la creazione di società pubbliche in grado di dare ossigeno ad una economia messa in ginocchio dai vari speculatori della finanza.

Il miracolo economico italiano figlio dell’IRI

Non si può negare una pacifica evidenza. Gli anni della rinascita del Secondo Dopoguerra sono stati possibili soltanto grazie al modello economico dello Stato imprenditore, dentro il quale c’era una quantità di eccellenze da far paura.

In esso si trovavano l’Alfa Romeo, la STET, Finmeccanica, Fincantieri, le Autostrade e le banche di interesse nazionale quali il Banco di Roma, il Credito Italiano e la Banca Commerciale Italiana.

All’inizio degli anni ’60, l’IRI era divenuto uno dei gruppi industriali più importanti al mondo perché l’idea partorita dallo statistico Alberto Beneduce negli Anni Trenta era quella di consentire allo Stato di diventare un imprenditore e investire nei settori strategici nazionali che non potevano crescere senza investimenti pubblici.

L’intero cuore pulsante economico ed industriale dell’Italia era lì. Soltanto lì c’era il segreto del miracolo economico italiano e della quarta potenza industriale al mondo.

Se si fossero seguiti a quell’epoca i “parametri di Maastricht” o piuttosto il “patto di stabilità interno”, l’Italia ancora oggi sarebbe in mezzo alle macerie, come capita di vedere, ad esempio, in alcuni siti colpiti dai vari terremoti degli Anni Duemila, nei quali non si sono nemmeno tolte di mezzo le rovine.

Dagli anni ’90 in avanti infatti si è manifestato un processo di trasferimento di ricchezza, passata dalle mani pubbliche alle mani private.

Le bugie neoliberali

Affermavano i neoliberali che lo Stato si sarebbe arricchito con le privatizzazioni, ma a vedere cresciuto il proprio portafoglio sono stati fondi quali BlackRock e Vanguard, nei quali ci sono i capitali dei Rothschild, del Rockefeller, e dei DuPont, dove oggi sono parcheggiate molte ex partecipazioni dell’IRI.

È improprio quindi definire il neoliberismo come una scuola economica.

Esso è soltanto un costrutto di pensiero partorito da economisti vicini alla finanza internazionale, quale il citato Friedman, per fornire le false premesse ideologiche “necessarie” a far credere che le privatizzazioni sarebbero state la panacea ad ogni male.

Alla vigilia di un disastro

Oggi ci si ritrova sotto certi aspetti ad un punto della storia non molto dissimile da quello dell’Italia uscita dalla Prima Guerra Mondiale, in mano alle consorterie liberali.

La corruzione, allora come oggi, impera. Non c’è una vera classe dirigente nel senso autentico del termine, poiché al potere ci sono soltanto dei rappresentanti dell’alta finanza.

La principale differenza tra allora ed oggi è che Londra non è più la capitale dell’anglosfera e che il suo successore, Washington, non è più interessato a garantire nulla.

L’attuale sistema si sta inevitabilmente disgregando, dal momento che sono venute meno le condizioni politiche internazionali che consentivano la sua esistenza. Ci troviamo nella fase terminale della democrazia liberale, quella nella quale gli speculatori cercano di aumentare il proprio bottino prima del crollo generale.

La svolta possibile

L’Italia può ancora farcela se rientra in possesso degli strumenti economici e monetari indispensabili. Sarà impossibile ripartire, un domani, senza tenere a mente un principio essenziale. Non ci sarà rinascita senza Stato imprenditore. E non ci sarà tale passaggio se prima non si metterà al bando l’intera classe politica nei suoi due schieramenti contrapposti per le questioni secondarie, ma concordi in quelle essenziali.

Fino a quando sarà ad essa consentito di occupare i vertici della cosa pubblica, la cosa pubblica non sarà pubblica.

In questo contesto, la morte dell’Iveco italiana non può finire commemorata in un necrologio. Non può passare sotto silenzio. Deve diventare consapevolezza. Deve insegnarci ad agire davvero.

Fonte

01/08/2025

Razza predona

di Giorgio Cremaschi

La famiglia Elkann Agnelli ha ricavato ben 5,5 miliardi dalla completa cessione del gruppo Iveco. Sono tutti soldi che finiscono all’estero, perché la finanziaria di famiglia EXOR, che incassa tutto, ha sede legale e fiscale in Olanda dal 2016.

È questo l’ultimo (per ora) affare della famiglia Agnelli a danno del Paese.

Il gruppo industriale Iveco era nato negli anni '70, quando la FIAT era ancora una potenza industriale, prima che la proprietà decidesse di passare alla finanza, continuando a fingere altro grazie al controllo e alla complicità dei media e del sistema politico.

Così un poco alla volta tutto quello che era un patrimonio del Paese è stato ceduto a multinazionali estere, che avevano tutto l’interesse ad acquisire brevetti e tecnologia e a trasferire e chiudere le attività.

La produzione del treno Pendolino, quella dei grandi macchinari industriali, la componentistica, l’elettronica le telecomunicazioni sono state vendute e poi sempre più ridimensionate.

Parallelamente allo smantellamento dell’IRI c’è stato quello del gruppo FIAT, sostenuti con le stesse argomentazioni: ci si doveva adeguare al mercato, alla modernità e al progresso. Il tutto con le stesse conseguenze: il degrado e lo smantellamento del sistema industriale del Paese.

Solo una era la differenza: mentre le perdite erano di tutti, la famiglia Agnelli maturava sempre nuovi guadagni. Nell’epoca della flessibilità, la rigidità dei profitti di casa Agnelli è sempre stata la costante.

Anche la produzione delle auto è stata venduta ad una multinazionale estera, Stellantis. Questo del resto era lo scopo principale di Sergio Marchionne: rendere presentabile il gruppo FIAT in modo da poterlo vendere bene, per la proprietà naturalmente.

Il ricatto ai lavoratori, “rinunciate al contratto nazionale sennò delocalizziamo la produzione”, serviva solo a garantire profitti in attesa della ricollocazione del gruppo sul mercato.

La colossale messa in scena del piano Fabbrica Italia, con il quale Marchionne promise 20 miliardi di investimenti nell’auto, servì solo a mostrare la dabbenaggine e il servilismo del sistema mediatico e politico. Che esaltò un programma di investimenti di cui non venne realizzato neppure un centesimo.

Ora tocca al veicolo industriale, che era stato presentato come una eccellenza produttiva che sarebbe rimasta al nostro paese, per compensarlo del disastro dell’auto. Era ancora fumo per chi non voleva vedere.

Il gruppo TATA, che ha acquistato la produzione civile di Iveco, ha gli stessi interessi e obiettivi che aveva il gruppo ARCELOR MITTAL per l’Ilva. Acquisire conoscenze, marchi e mercati, e poi lasciar morire produzioni concorrenti alle proprie.

E le chiacchiere del ministro Urso, che garantisce un grande futuro per le fabbriche italiane di camion? Hanno lo stesso valore di quelle che fece a suo tempo Calenda per l‘acciaio. Cambiano i governi, ma non la loro obbedienza verso i ricchi ed i potenti.

Una menzione a parte merita poi l’acquisizione dello stabilimento di veicoli militari di Bolzano da parte di Leonardo. Il gruppo controllato dallo Stato ha pagato ben 1,7 miliardi alla famiglia Agnelli, per un’azienda che ne fattura meno della metà in un anno: quasi 25 anni di profitti anticipati. Un prezzo che meriterebbe una spiegazione in Parlamento e che dimostra che i soldi si trovano e si buttano solo per gli affari militari.

Tutti i costi economici e sociali dell’affare Iveco li pagheranno i lavoratori ed i cittadini italiani, tutti i colossali guadagni andranno invece alla famiglia off shore Elkann Agnelli. Non un euro ne verrà al Paese.

È il capitalismo italiano, dominato da una classe imprenditoriale rispetto alle quali i baroni delle campagne di un secolo fa sembrano virtuosi e socialmente responsabili.

Grazie alla complicità e al servilismo di politici e governanti, l’Italia è un Paese saccheggiato da una razza predona.

Fonte

10/04/2024

Molinari sotto accusa. Stavolta non dagli studenti, ma dai suoi giornalisti

Il testa a testa questa volta non è tra gli studenti solidali con la Palestina e il direttore de La Repubblica Molinari noto per le sue simpatie filo-israeliane. La notizia semmai è ancora più clamorosa e significativa e ci restituisce la molta ipocrisia di quando si invoca la “libertà di parola” ma solo per i potenti e i loro portavoce.

Questa volta Molinari deve vedersela con il comitato di redazione del suo giornale – anzi del giornale di proprietà della rissosa famiglia Agnelli-Elkann – che non ha gradito l’intervento del direttore per bloccare un articolo, non lusinghiero sulle relazioni economiche tra Italia e Francia, che metteva in imbarazzo la famiglia proprietaria del giornale e indirettamente i suoi rapporti “asimmetrici” dentro Stellantis.

Ma oltre a bloccare e sostituire un articolo, è arrivato l’ordine di buttare al macero le copie già stampate e pronte per essere distribuite lunedì mattina.

“L’assemblea delle giornaliste e dei giornalisti di Repubblica ha approvato a larga maggioranza (164 sì, 55 no, 35 astenuti) una mozione di sfiducia al direttore Maurizio Molinari e proclamato per 24 ore uno sciopero delle firme. Uno sciopero proclamato dal Comitato di redazione per denunciare la gravità dei fatti che hanno portato alla censura del servizio di apertura di Affari&Finanza nel numero dell’8 aprile”, è quanto si legge nella nota del Cdr di Repubblica emessa l’8 aprile.

Il comunicato prosegue affermando che: “Il direttore ha la potestà di decidere che cosa venga pubblicato o meno sul giornale che dirige, ma non di intervenire a conclusione di un lavoro di ricerca, di verifica dei fatti e di confronto con le fonti da parte di un collega, soprattutto se concordato con la redazione.
In questo modo viene lesa l’autonomia di ogni singolo giornalista di Repubblica e ciò costituisce un precedente che mette in discussione, per il futuro, il valore del nostro lavoro. Il Cdr considera altrettanto grave che l’intervento abbia portato a bloccare la stampa del giornale, in particolare perché la direzione aveva già dato il via libera alla pubblicazione. È indice di una mancata organizzazione che espone ad arbitrarietà incontrollata il lavoro di tutti”
.

Il Comitato di redazione di Repubblica è insorto perché il numero dell’inserto economico settimanale Affari&Finanza, già pronto per la distribuzione nelle edicole l’8 aprile, è stato ritirato all’ultimo momento dalla direzione, inviato al macero, e sostituito da una nuova versione.

Il motivo? L’articolo in prima pagina dedicato agli intrecci economici tra Italia e Francia. E soprattutto sul ruolo negativo di Stellantis, ex Fiat,in cui è presidente John Elkann, ossia la famiglia Agnelli (casualmente proprietaria anche di Repubblica).

L’articolo, in questione già firmato da un giornalista di fama come Giovanni Pons, è stato pesantemente corretto e sostituito da un articolo sullo stesso argomento, ma con contenuti diversi, firmato dal vicedirettore di Repubblica, Walter Gabbiati.

La versione originale dell’articolo parlava esplicitamente del fatto che l’Italia e le aziende italiane sono state trattate negli ultimi vent’anni come “terra di conquista” da governi e imprenditori francesi. Il caso della Stellantis, che si è presa la FCA/Fiat, è solo uno dei più clamorosi.

Nell’articolo originale ad esempio era scritto che “I casi Stm, Tim e la fuga di ArcelorMittal dall’Ilva riaccendono le polemiche sul rapporto sbilanciato tra Italia e Francia”. Dopo l’intervento della direzione è stato invece riscritto così: “I casi Stm, Tim e la fuga di Arcelor dall’Ilva riaccendono le polemiche. Funzionano quando è il business a guidare”.

Inoltre risulta tagliato anche il capoverso in cui veniva affrontato il tema di come aggiustare il rapporto di forza sbilanciato della Francia sulle aziende italiane.

E Molinari ha pensato bene di non disturbare i sonni del proprio padrone.

Fonte

09/02/2024

Le porcate degli Agnelli non finiscono mai...

È difficile delineare con grande chiarezza la propria natura con solo tre notizie nella stessa giornata. Ma alla famiglia Agnelli-Elkann certi miracoli riescono, specie se l’immagine che deve venir fuori è un orrore.

Qualche giorno fa Carlos Tavares, amministratore delegato di Stellantis – la multinazionale dell’auto che riunisce ora Fiat, Maserati, Chrysler, Citroen, Peugeot, ecc) – ha chiesto seccamente al governo italiano “incentivi”, altrimenti la produzione del gruppo avrebbe lasciato molti degli stabilimenti ancora presenti in Italia.

Proprio come faceva “l’Avvocato” ai bei tempi in cui in Fiat lavoravano oltre 200.000 persone.

Il governo Meloni, in pubblico, ha fatto finta di indignarsi ma, come vedremo, si è messo a lavorare per accontentarlo senza dare spunto ai titoli sui giornali. Intanto ha inserito in manovra un miliardo per gli “ecobonus”, qualcuno direbbe “col favore delle tenebre”.

Ieri le tre notizie.

A Mirafiori l’azienda ha comunicato che dal 31 marzoterminerà la produzione del Maserati Levante, il Suv di lusso lanciato nel 2016. Numeri di vendite e di occupati non grandissimi, come è ovvio per un marchio del lusso, ma un segnale preciso a governo e sindacati: “facciamo sul serio, siamo una multinazionale e andiamo da un’altra parte, se ci conviene”.

Gli operai del primo e del secondo turno sono immediatamente entrati in sciopero dopo un’assemblea, ma è scontato che la partita si giochi soprattutto in campo politico (e qui Cgil-Cisl-Uil non toccano palla da decenni, dopo aver a suo tempo calato completamente le brache).

La seconda notizia è assai meno “muscolare”, perché se una madre – Margherita Agnelli, figlia dell’Avvocato – fa causa al figlio (John Elkann) significa che in quella famiglia volano più coltelli che fratelli.

Ma non è più neanche una dolorosa causa civile, ma una ben più scabrosa inchiesta penale. John Elkann, presidente della Fiat, della Ferrari, del gruppo editoriale Gedi nonché amministratore delegato di Exor è indagato dalla procura delle Repubblica di Torino per presunte violazioni fiscali riguardanti l’eredità di sua nonna, Marella Caracciolo, la vedova di Gianni Agnelli.

In pratica, secondo l’ipotesi accusatoria, avrebbe manipolato il testamento del Nonno assicurando a se stesso (ai danni dei fratelli Lapo e Ginevra, nonché della madre) la quota azionaria di controllo che era appartenuta all’Avvocato.

E quindi la Guardia di Finanza ha perquisito lo studio del commercialista Gianluca Ferrero, storico consulente degli Agnelli e oggi presidente della Juventus.

Sempre le Fiamme Gialle si sono recate nello studio del notaio Remo Morone, anche lui un professionista legato alla Famiglia (ha redatto il testamento dell’Avvocato) e poi negli uffici della Fiduciaria Nomen, del gruppo Ersel, proprietà della famiglia Giubergia, che gestisce in maniera riservata e fiduciaria attività finanziarie e partecipazioni riconducibili anche agli Elkann.

Vedremo gli sviluppi, ma se questo è quello che avviene in “famiglia”, figuriamoci cosa possono combinare costoro nei confronti di dipendenti, fornitori, società italiana nel suo complesso.

La terza è stata prodotta dal ministro Urso, che per dimostrare il suo fattivo interessamento alla permanenza produttiva della Fiat nel paese ha rivelato di aver incontrato per due volte Tavares e tre volte Elkann. Il quale ultimo gli avrebbe giurato di voler raggiungere l’obiettivo produttivo in Italia di un milione di veicoli. Si è visto subito a Mirafiori con la Maserati, no?

Non pago, Urso ha riferito che la promessa è avvenuta in Francia, “quando hanno inaugurato la prima gigafactory. Mi aspetto che presto sia realizzata anche nel nostro Paese“. Ma ne ha parlato soltanto lui, nessuno di Stellantis. Qualche sospetto che sia una balla… viene.

Anche perché lo stesso Urso ha confermato indirettamente che gli incentivi chiesti da Tavares sono già quasi pronti: “Il piano straordinario per sostenere l’acquisto di auto sarà attuato a breve, prevede quasi un miliardo e ora è alla concertazione con gli altri ministri. Dal prossimo anno gli incentivi non saranno più al consumo ma alla produzione per incentivare chi voglia produrre nel nostro Paese sia auto che componentistica“.

Diciamo ancora più chiaramente: fin qui, quando si parlava di incentivi alla rottamazione, i soldi venivano destinati agli acquirenti di un’auto nuova (il che ovviamente era un vantaggio per tutte le case automobilistiche, che potevano vendere di più).

Il governo che dice di star “litigando con la Fiat”, invece, ha deciso di dare quei soldi direttamente all’azienda. Senza alcuna seria garanzia produttiva e occupazionale. Così, per marcare la propria “incazzatura”, no?

Fonte

03/02/2024

Che fine ha fatto la Fiat? Dietro al nuovo ricatto di Tavares, un sonno di decenni

Il confronto pubblico che si è aperto sulla crisi occupazionale e produttiva di Stellantis in Italia è una fotografia impietosa del degrado e del ridicolo della classe politica e di quella imprenditoriale del nostro paese.

Tutto è finto e strumentale: la destra attacca Stellantis perché Meloni ce l’ha coi giornali della famiglia Elkann-Agnelli, il centrosinistra non sa che dire e qualcuno se la prende con Landini, che tra i sindacalisti di Cgil Cisl e Uil è il meno colpevole.

Come in un improvviso risveglio dopo un sonno di decenni, il palazzo politico, imprenditoriale, mediatico e anche sindacale sobbalza e grida: ma come, non c’è più la Fiat? Che pena.

Si scopre improvvisamente che gli stabilimenti italiani di produzione auto sono un decentramento produttivo di quelli francesi, che a loro volta seguono la logica spietata di una multinazionale, Stellantis, metà europea e metà americana.

Una multinazionale certamente più debole degli altri grandi gruppi dell’auto, da Toyota a Volkswagen, alle company Usa e soprattutto a quelli cinesi. La Cina produce 26/27 milioni di auto all’anno, l’Italia 500.000. In Italia 30.000 lavoratori sono scomparsi dagli stabilimenti dell’auto negli ultimi venti anni.

I buoi sono ben lontani dalla stalla, e come avviene per tutte le improvvise scoperte dei disastri italiani, dalla caduta dei salari allo smantellamento dei sistemi sanitario e pensionistico pubblici, bisogna tornare indietro di almeno trent’anni per vedere quando si sono spalancate le staccionate.

All’inizio degli anni '90 la famiglia Agnelli progettava già di abbandonare l’auto o comunque di renderla marginale nei propri interessi. Telecom, Banca San Paolo, turismo, servizi, qui si concentravano gli interessi della famiglia, che stava costituendo una vera e propria seconda Fiat, con altri interessi produttivi e finanziari rispetto a quelli dell’auto.

Naturalmente gli appoggi di tutto il sistema politico, destra centro e sinistra, erano fondamentali e scontati per questo progetto, così come il servile incensamento mediatico, che presentava queste operazioni finanziarie come un meraviglioso progetto innovativo.

Il progetto fallì clamorosamente, la famiglia Agnelli dovette abbandonare tutti i nuovi terreni di intervento e tornare all’auto. Nacque lo stabilimento di Melfi che, per il solito regime propagandistico, era il segno del futuro, mentre per chi ci lavorava era un luogo di sfruttamento come quello di Charlot in Tempi moderni.

Tuttavia l’inizio degli anni '90 aveva già definito un cambiamento strutturale del ruolo dell’industria dell’auto nel nostro paese: l’Italia era diventata un consumatore, più che un produttore di automobili.

A differenza dei grandi paesi industriali europei, Germania, Francia, Spagna, che producevano più auto di quelle che venivano acquistate nel paese, in Italia si compravano più di 2 milioni di auto all’anno e se ne producevano meno di 1 milione e mezzo.

Il mercato italiano dell’auto era diventato un passivo per il paese, mentre fino ad allora era stata una delle principali voci di attivo.

Questo dato di fondo non è più cambiato, ma è solo peggiorato, anche se è stato nascosto dalla solita propaganda, che ha dipinto la crisi della produzione di auto in Italia come la fine mondiale del prodotto auto.

Balle, gli italiani compravano auto come non mai, solo che gran parte di queste auto erano estere, perché la Fiat aveva perso tutti gli autobus degli investimenti e dell’innovazione di prodotto, perché la proprietà assenteista degli Agnelli non scuciva soldi, nonostante gli enormi sostegni pubblici, i miliardi di ore di cassa integrazione, tutti ottenuti con consenso bipartisan.

Lo stesso meccanismo di oscuramento propagandistico si scatenò nel 2010, quando Sergio Marchionne, a cui la famiglia Agnelli aveva affidato i propri interessi, lanciò contro il sindacato il ricatto di Pomigliano.

Come si sa Marchionne chiese ai lavoratori ed ai sindacati di rinunciare al contratto nazionale, in cambio della costruzione, nello stabilimento Fiat di Pomigliano, della nuova Panda, destinata inizialmente agli stabilimenti polacchi del gruppo.

Tutto il sistema politico, anche quelli che oggi brontolano contro gli Agnelli, e gran parte dei sindacati con la sola eccezione della Fiom e dei sindacati di base, accettarono l’ultimatum dell’Amministratore Delegato della Fiat e lo presentarono come una grande scelta di progresso. Era invece l’inizio della fine.

Con quella scelta gli stabilimenti italiani dell’auto diventavano definitivamente ‘fabbriche cacciavite’, cioè reparti produttivi in competizione, al ribasso dei costi, con gli altri del gruppo.

Marchionne presentò questo percorso di deindustrializzazione come il suo esatto contrario, inventando il progetto “Fabbrica Italia”. Tra lucidi, video e commozione di giornalisti e politici, vennero annunciati più di 20 miliardi di investimenti per rilanciare la produzione dell’auto in Italia.

Anche questo era tutto fumo, non se ne fece nulla, ma nessuna autorità ne chiese conto agli Agnelli e a Marchionne. Che nel frattempo acquisirono a prezzi di saldo e con finanziamenti di stato la Chrysler, in crisi negli Usa.

I sindacalisti americani furono corrotti per ottenere contratti di lavoro favorevoli al padrone e alla fine nacque la FCA, di cui la fabbriche italiane erano oramai un decentramento di quelle oltre oceano.

A sua volta la FCA fallì nel tentativo di acquisire l’Opel in Germania: governo e sindacati di quel paese respinsero la proposta di Marchionne, considerandola non credibile e distruttiva sul piano industriale.

Poi, di fronte alle nuove sfide dell’elettrico che richiede ricerca ed investimenti, la famiglia Elkann-Agnelli ha deciso di abbandonare definitivamente il campo, realizzando lauto profitto dalla incorporazione di FCA nel gruppo Stellantis, dove dominano Peugeot e Citroen.

E così siamo alla crisi drammatica di oggi, segnata da un nuovo ricatto padronale, la richiesta di soldi pubblici da parte dell’ad del gruppo, Tavares. Se volete che si produca ancora in Italia, pagate! Sono trent’anni che in Italia ed in Fiat si deindustrializza, con i padroni che ci guadagnano, i politici che consentono, i giornalisti che incensano gli uni e gli altri.

La crisi Fiat è parte della crisi politica e morale del paese. E potrà essere affrontata solo con una rottura radicale con tutte le politiche degli ultimi trent’anni. Altrimenti avremo ancora chiacchiere, regalo di soldi pubblici e licenziamenti.

Fonte

08/01/2023

Gli Agnelli hanno una fame da lupi

Secondo Carlos Tavares, Ceo di Stellantis, – la società automobilistica sorta dalla fusione tra Peugeot e FCA, che a sua volta era nata dall’incorporazione tra Fiat e Chrysler, per diventare così il sesto gruppo mondiale nel mercato e che ha in pancia ben quattordici marchi: Abarth, Alfa Romeo, Chrysler, Citroën, Dodge, Ds Automobiles, FIAT, Jeep, Lancia, Maserati, Opel, Peugeot, Ram Trucks, e Vauxhall – ha deciso, bontà sua, di spiegarci come bisogna intervenire sulla questione della produzione e del mercato delle auto elettriche:

“Tutti i governi del mondo, incluso quello italiano, dovrebbero capire che hanno un interesse diretto a sostenere le dimensioni del mercato dell’automobile, perché altrimenti i loro Paesi ne soffriranno le conseguenze in termini di occupazione e crescita economica.

L’ideale sarebbe se potessero aiutare il settore, con sussidi diretti nelle tasche dei consumatori. Solo con aiuti e tagli dei costi l’auto elettrica sarà per tutti”
. (fonte: Repubblica, giornale di famiglia).

Detto in soldoni, vogliono i soldi pubblici; per loro la transizione ecologica è “dateci più soldi”, non solo del PNRR, ma anche, e soprattutto, incentivi a pioggia per vendere più auto.

Che tanto la loro sede fiscale è ad Amsterdam, e quindi i soldi che escono dallo Stato e dalle vostre tasche col cavolo che rientrano con la fiscalità.

Non è mica un caso che il presidente di Stellantis sia John Elkann e che l’azionista di maggioranza sia Exor, la cassaforte della famiglia Agnelli.

Gli Agnelli, si sa, son lupi che non perdono mai né pelo né vizio.

Fonte

14/10/2020

40 anni dopo il golpe sociale fortunato dei “quarantamila”

Nel 1994 incontrai a Torino alcuni dei partecipanti alla marcia dei quarantamila. La FIAT di Cesare Romiti, in una delle sue periodiche ristrutturazioni con taglio di personale, aveva deciso di liberarsi della preziosa collaborazione di impiegate, impiegati, capi e capetti che il 14 ottobre 1980 avevano manifestato contro la lotta ai cancelli, costringendo (conducendo semmai) il sindacato confederale a firmare la resa.

La riconoscenza del padrone non è mai infinita, e quattordici anni dopo migliaia di coloro che avevano sfilato furono dichiarati “esuberi” ed espulsi dal lavoro.

Finiva così la stagione dei “quadri”, cioè i capetti aziendali, che dopo la sconfitta sindacale alla FIAT sui mass media erano diventati la nuova figura sociale centrale, che la sociologia dominante esaltava al posto degli operai.

Era il futuro del lavoro che era sceso in corteo a Torino e la vecchia sinistra della lotta di classe non aveva capito niente, attardandosi a difendere quei dinosauri degli operai della catena di montaggio.

Questo fu il motivo guida ideologico che dominò la scena politica e sociale dopo il 14 ottobre 1980, la base delle laceranti autocritiche e delle epurazioni nei gruppi dirigenti sindacali e della svolta a favore delle imprese e del mercato da parte della sinistra.

Una manifestazione di crumiri precettati e organizzati dal padrone, amplificata a dismisura nel numero e nel significato dai mass media, cambiava in pochi giorni il paese e la sua politica, come fu possibile?

Quel corteo fu una spallata reazionaria data al momento giusto, che riuscì a colpire con forza un sistema i cui gruppi dirigenti erano già predisposti o rassegnati alla restaurazione padronale e liberista che si stava diffondendo nel mondo.

Un atto fortunato, perché proprio in quegli ultimi dei trentacinque giorni nei quali gli operai avevano bloccato la FIAT, il padrone stava per cedere. Cesare Romiti nelle sue successive memorie affermò che la famiglia Agnelli gli aveva concesso tre giorni per chiudere la vertenza, anche a costo di accettare un compromesso con il sindacato.

Claudio Sabattini, allora segretario della FIOM responsabile dell’auto, anch’egli confermò che anche dal lato sindacale si raccoglievano segnali che quel compromesso fosse possibile. Perché, è bene ricordarlo, lo scontro non era tra un gruppo industriale in crisi e un sindacato che quella crisi la negava.

Lo scontro era su COME gestire quella crisi, se con i licenziamenti di massa oppure con la redistribuzione del lavoro e la solidarietà sociale. Anni dopo la Volkswagen, posta di fronte ad una crisi di sovrapproduzione analoga a quella della FIAT, avrebbe concordato la riduzione dell‘orario di lavoro proprio per non licenziare nessuno.

Il compromesso era dunque praticabile e possibile, e in FIAT questo compromesso era la cassa integrazione a rotazione tra tutti i dipendenti, invece che l’espulsione definitiva di una parte di essi attraverso la cassa integrazione a zero ore. Che giustamente i lavoratori consideravano un licenziamento mascherato finanziato dallo Stato. Come del resto testimoniavano le stesse posizioni della proprietà, che nel giugno del 1980 in un’intervista a Repubblica di Umberto Agnelli, aveva chiesto la mano libera sui licenziamenti di massa (come Bonomi oggi) e la svalutazione della lira.

Beniamino Andreatta, che dopo due mesi sarebbe diventato ministro del tesoro e avrebbe con Ciampi guidato la svolta liberista nella politica economica – separando la Banca d’Italia dal Tesoro – aveva risposto che la svalutazione della moneta non si poteva più fare, perché l’Italia era entrata nel processo di costruzione della moneta unica europea.

Nessun accenno ai licenziamenti e così la FIAT si sentì autorizzata a procedere e alla fine delle ferie estive ne annunciò 14.000.

Dopo alcune settimane di lotta nei suoi stabilimenti e in tutto il paese, con Berlinguer che agli operai ai cancelli portò l’appoggio del PCI anche se avessero occupato le fabbriche, il gruppo dirigente aziendale capì che non ce l’avrebbe fatta a passare.

Allora la FIAT ritirò i licenziamenti, ma subito dopo mise in cassa integrazione a zero ore 24.000 persone. Era una mossa feroce e furba, perché da un lato espelleva dal lavoro ancora più persone che con i licenziamenti, dall’altro però provava a dividere i lavoratori, puntando sul fatto che fosse più semplice la solidarietà con chi veniva anche formalmente privato del lavoro, rispetto a quella con chi stava a casa pagato dallo Stato.

Ma la mossa non riuscì, la solidarietà e la lotta tennero nonostante tutto e quindi la vertenza si avviò verso quel finale dove avrebbe vinto chi avrebbe resistito un minuto di più. La marcia dei quarantamila spostò la lancetta dell’orologio dal lato del padrone.

Era inevitabile? Certo che no, le forze sindacali e democratiche allora erano enormi e in pochissimi giorni centinaia di migliaia di lavoratori avrebbero potuto a Torino controbilanciare la marcia, come inizialmente minacciò Pierre Carniti.

Ma fu un istante, perché poi tutto il gruppo dirigente sindacale, e quello del PCI, ebbero paura di essere coinvolti in uno scontro al di sopra delle proprie volontà. Allora, secondo le memorie di Cesare Romiti, Luciano Lama chiamò l’azienda e affermò: “abbiamo perso scrivete voi l’accordo“.

La cassa integrazione a rotazione non sarebbe certo stata indolore per i lavoratori, ma sarebbe stata un compromesso sociale nel quale le ragioni dell’impresa sarebbero state attenuate e bilanciate da quelle del lavoro. Che invece vennero totalmente soppresse con l’accordo che espelleva per sempre 24.000 lavoratori.

Il compromesso sociale veniva negato alla radice, chi era fuori perdeva il lavoro chi era al lavoro perdeva ogni diritto di fronte al potere dell’impresa. L’attuale sistema ricattatorio e spietato contro il lavoro nasceva allora.

La successiva gestione sindacale della sconfitta la trasformò in disfatta. I consigli dei delegati e i lavoratori, in drammatiche assemblee, respinsero l’accordo, che però fu dichiarato approvato e firmato. Saltava così quell’equilibrio democratico tra organizzazione sindacale e lavoratori che si fondava sul ruolo centrale dei delegati aziendali, scelti liberamente da tutti i lavoratori tra tutti i lavoratori.

Pochi anni dopo, con il taglio della scala mobile, i consigli di fabbrica furono definitivamente soppressi.

La restaurazione del comando assoluto del padrone nei luoghi di lavoro, la fine del sindacato democratico e partecipato degli anni '70, accompagnarono la svolta liberista sul piano economico, sociale, politico e culturale. Gli operai scomparvero da ognuno di questi piani, visto che la marcia dei quarantamila, per il pensiero dominante, ne aveva decretato l’estinzione.

Diventava passatista e sovversivo non solo rivendicare i loro diritti, ma persino affermare che gli operai esistessero ancora. Al posto del lavoro, il centro di tutto diventava l’impresa e con l’impresa il mercato, il privato, il profitto.

Il mondo liberista ingiusto, senza senso e senza futuro di oggi nasceva in Italia con il successo della marcia dei quarantamila. Naturalmente è impensabile che un atto in fondo così limitato abbia potuto produrre effetti negativi così vasti, se non ci fosse stato un sistema predisposto ad amplificare tutti gli effetti. Se non ci fosse stata una diga già lesionata in molti punti, la sapiente opera di un artificiere non sarebbe stata in grado di farla crollare.

La marcia del 14 ottobre 1980 diede il via alla restaurazione del potere degli affari su quello delle persone, così come avveniva in tutto il mondo. Quella restaurazione poteva essere fermata? Probabilmente no. Poteva essere rallentata, attenuata, circoscritta? Sicuramente sì, ma qui fu il successo particolare della marcia: quello di smontare ogni motivazione alla resistenza, di renderla perdente prima ancora di essere esercitata, soprattutto nei gruppi dirigenti del sindacalismo confederale e della sinistra.

Uno di coloro che avevano marciato nel 1980, quando fu messo in cassa integrazione nel 1994, mi disse: se avessi saputo cosa sarebbe successo dopo, non avrei partecipato. Non gli credetti molto allora, però oggi è ancora più chiaro che fare i conti con quel golpe sociale fortunato è necessario, per liberarci dalle sue conseguenze che quarant’anni dopo ancora ci fanno male.

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01/12/2019

Affari di famiglia e multinazionali minacciano la democrazia più di Salvini

La famiglia Agnelli-Elkann si prepara a ricevere una nave container di soldi. Infatti la vendita di FCA a PSA, frutterà alla famiglia ed in particolare alla sua finanziaria, la EXOR, diversi miliardi.

Queste “plusvalenze”, parola che nel linguaggio per bene degli affari si usa per definire guadagni sfacciati, cominciano a cercare impiego e così la famiglia Agnelli-Elkann si comprerà il primo polo informativo italiano, quello di La Repubblica, L’Espresso, la Stampa e altri 13 giornali, più radio e altro ancora.

Tutto questo era della famiglia De Benedetti, che però si è rotta, con uno scontro tra padre e figli degno delle serie televisive americane degli anni '80. Così i figli hanno deciso di cedere il controllo di GEDI, la società padrona dei giornali, alla EXOR che si riprende La Stampa, giornale storico della famiglia Agnelli ceduto a De Benedetti e che ora torna a casa con la dote.

La famiglia Agnelli-Elkan ha sempre meno interessi nell’auto, a parte titoli onorifici e plusvalenze, e pertanto si lancia in altri campi, come avrebbe da tempo voluto fare. Altri affari seguiranno, ma intanto un bel pezzo di carta stampata cambia padrone e viene venduto a Elkann che ha venduto la FIAT.

A questo punto tre persone – Berlusconi, Cairo, Elkann – saranno proprietarie del 95% del sistema informativo italiano.

Naturalmente non uno solo dei partiti di maggioranza e opposizione ha detto alcunché sulla vicenda. Sono tutti assieme impegnati ad offrire regali ad ArcelorMittal, figuriamoci se si preoccupano del fatto che un'informazione così gestita e controllata è un problema centrale per la nostra democrazia.

Che è più minacciata dagli affari delle famiglie e delle multinazionali che da Salvini. Anche perché in questa finta democrazia i leader politici vengono consumati in fretta, mentre il potere dei soldi no. Anzi si rafforza sempre di più.

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08/06/2019

Il fallimento FCA con Renault

Passano le stagioni e i governi, ma la subordinazione del potere politico e mediatico verso la famiglia Agnelli resta una costante. Così ora la notizia del fallimento della fusione FCA Renault viene presentata come un danno terribile per la casa francese, il cui governo ha impedito un matrimonio vantaggioso. Ah, che guaio lo Stato nell’economia...

La realtà è molto più complessa e quasi opposta. FCA è oramai un gruppo multinazionale USA con stabilimenti in Italia. Il cuore produttivo e progettuale oramai sta oltreoceano, la sede legale in Olanda, quella fiscale, ancora, in Gran Bretagna. La famiglia Agnelli è italiana solo per le origini, anche la sua finanziaria di casa, la Exor, ha trasferito la sede all’estero.

In questi anni gli Agnelli hanno fatto grandi profitti, ma FCA e FIAT hanno perso colpi decisivi. Il gruppo ha saltato un’intera stagione di innovazione tecnologica – ibrido, elettrico, informatizzazione – per la semplice ragione che gli Agnelli hanno preferito guadagnare piuttosto che investire.

In questo è stato fondamentale Marchionne, immeritatamente beatificato, che ha costruito l’operazione Chrysler con grande ingegneria finanziaria e senza ingegneria reale. In Italia ci sono sei stabilimenti FIAT, ma i nuovi modelli non ci sono e la produzione reale è sufficiente per la metà degli impianti e dei lavoratori.

Si stava quindi preparando una nuova crisi industriale del gruppo, quando è nata la possibilità della fusione FCA Renault. Il gruppo francese alleato con la giapponese Nissan oggi è nella condizione opposta di quello controllato dalla famiglia Agnelli. Tanta produzione, tanti investimenti in innovazione, soprattutto sull’elettrico, ma minori guadagni, tanto è vero che l’alleanza con i giapponesi scricchiola. Il matrimonio era quindi davvero conveniente per entrambi: gli Agnelli ci mettevano un po’ di soldi e la presenza negli USA, la Renault le fabbriche e le tecnologie.

Solo che alla fine l’accordo è saltato e non certo perché la FCA sia stata rigida sulla difesa della produzione in Italia, anzi questa sarebbe stato il classico vaso di coccio. No. L’accordo è saltato perché lo stato francese, principale azionista Renault, voleva un ruolo decisionale importante nel nuovo gruppo e la FCA per questo è scappata.

È vero che a suo tempo la FIAT aveva fatto un accordo con Obama per la Chrysler, ma quell’accordo era esclusivamente finanziario, lo Stato ci metteva i soldi e la FIAT aveva la piena gestione, con l’impegno di restituirli. Cosa che effettivamente la FIAT ha fatto, ovviamente al prezzo del dimezzamento dei salari e di condizioni terribili per gran parte dei lavoratori.

La famiglia Agnelli non è invece abituata ad uno Stato che voglia controllare ciò che fa. In questo la politica italiana l’ha educata davvero male, fino ad oggi, con il governo gialloverde che sì è dato per disperso e con i balbettii di CGILCISLUIL.

In Francia non andata così, la CGT si è mobilitata e assieme ad un vasto movimento di opinione pubblica ha costretto il governo ad alzare la posta nella gestione del gruppo. Una cosa simile era avvenuta un decennio fa in Germania. Marchionne aveva tentato di acquisire la Opel, ma sindacati e governi locali avevano fatto saltare la trattativa, perché consideravano la FIAT produttivamente non affidabile.

La realtà è che la famiglia Agnelli ha buona fama solo in Italia. Altrove, soprattutto nei paesi più grandi d’Europa, no. E purtroppo in Italia la FIAT è stata abituata ad avere tutti i soldi ed i favori pubblici gratis, con un potere politico servile che ha concesso tutto senza chiedere nulla. All’estero non sempre è cosi ed allora ecco che la fusione FCA- Renault salta.

Ora sarebbe necessario che un governo italiano degno di questo nome convocasse FCA ad un tavolo per chiedere conto di ciò che è successo e garanzie per il futuro. Perché è evidente che i contraccolpi del mancato accordo li pagheranno i lavoratori, nella stessa misura in cui avrebbero pagato quelli di un accordo.

Perché l’Italia per le multinazionali è una repubblica delle banane dove si può fare ciò che si vuole, dove le perdite sono pubbliche e i profitti privati. Fino a che la politica non troverà il coraggio di ricostruire ed affermare regole ed intervento pubblico nell’economia e nelle imprese.

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27/07/2018

E’ morto il padrone

Con la sua casimirra
Il padrone è defunto
D’incenso e di mirra
Nauseante il suo cunto

Nato in Abruzzo
Diventò canadese
In Isvizzera il puzzo
Dei profitti d’imprese

150.000 gli euro in un giorno
54 i milioni in un anno
Gli operai gettava nel forno
I sindacati non facero danno

Con la Fiat ha scalato la borsa
Ai lavoratori ha tolto la vita
In Ferrari non ha vinto la corsa
Ha massacrato chi campava in salita

Con l’America strinse il suo patto
Abbracciando un negro venduto
L’Italia gli ha servito su un piatto
Da Mirafiori gli gridaron cornuto

Degli Agnelli egli fu il Consigliori
I Corleone del grande Lingotto
Piani industriali da taglieggiatori
I diritti facevan fagotto

Pranzi brevi riposi azzerati
A pisciare non ci puoi andare
Punizioni dai suoi camerati
In malattia ti facea licenziare

Pomigliano è ormai una caserma
Un lager di tipo nazista
La catena non resta mai ferma
L’uomo/merce del Marchio schiavista

Landini ora esprime cordoglio
La Cgil tesse quasi le lodi
La sinistra senza l’orgoglio
Ha oramai la faccia di Prodi

Dalla Patria fuggì con la cassa
Ricattando politici e servi
In Polonia l’operaio fu massa
Gli stipendi da fame ed impervi

Il capitale ha le sue leggi
Non lo fanno neanche morire
Moribondo non ha privilegi
Solitario lo fanno perire

Un feroce di nome Marchionne
Il vil Sergio era solo un rapace
Nessuna pietà per questo Assalonne
Che all’inferno non trovi mai pace

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26/07/2018

Marchionne, Romiti, Valletta e la famiglia Agnelli


Sergio Marchionne è stato un funzionario del capitale ed in particolare della famiglia Agnelli, in assoluta continuità con la storia dell’azienda e della sua proprietà. Così vanno giudicati la sua opera e gli effetti di essa, oltre il rispetto che sempre si deve di fronte alla morte dolorosa e prematura di una persona.

Nel dopoguerra il gruppo Fiat e la famiglia Agnelli hanno usufruito di tre manager che hanno fatto la storia dell’azienda e segnato quella del paese. Il primo fu Vittorio Valletta, che assunse il potere assoluto in Fiat nel 1945, dopo che il proprietario dell’azienda e capostipite della famiglia, il senatore del regno Giovanni Agnelli, fu epurato per la sua smaccata identificazione e collaborazione col regime fascista.

Valletta fu il primo dei manager che salvarono la Fiat e soprattutto la famiglia proprietaria. La salvò dall’esproprio per collaborazionismo coi nazisti, esproprio che invece toccò alla Renault in Francia, e poi la rilanciò facendo dell’azienda uno dei grandi motori dello sviluppo industriale del paese. Per realizzare questo obiettivo Valletta perseguì la sottomissione totale degli operai ai ritmi più feroci dello sfruttamento, usò le risorse del paese e in particolare l’immigrazione di massa al nord, ed infine fece della persecuzione contro la Fiom e i suoi militanti la propria bandiera. Con le discriminazioni, i reparti confino, i licenziamenti ed anche con strumenti eversivi, come le schedature e lo spionaggio delle persone, usando persino apparati dello stato deviati che poi sarebbero stati coinvolti nella strategia della tensione degli anni 70. Per questa sua scelta ferocemente antisindacale e autoritaria Valletta divenne un emblema della politica e dei governi degli anni ‘50.

Nel 1966 Valletta fu destituito da Gianni Agnelli, il nipote di Giovanni che voleva riprendere le redini dell’azienda dopo una lunga esperienza di playboy internazionale, e solo un anno dopo morì. Le celebrazioni sui grandi giornali di allora furono uguali a quelle attuali per Marchionne.

Alla fine degli anni ‘70 la Fiat era di nuovo in crisi, perché di fronte alla sfida delle grandi lotte operaie e alla conquista da parte del lavoro di diritti e dignità, non era stata in grado né di rispondere con adeguata innovazione ed investimenti, né con un vero cambiamento nella gestione aziendale e nelle relazioni con i dipendenti. I fratelli Agnelli, Gianni ed Umberto, si fecero da parte nella gestione diretta del gruppo che fu affidata a Cesare Romiti.

In una intervista a La Repubblica nell’estate del 1980 Umberto Agnelli preannunciò licenziamenti di massa per rendere l’azienda competitiva e ricevette il sostegno del ministro del tesoro Andreatta. Romiti condusse l’attacco frontale al sindacato e alla fine di trentacinque giorni di lotta vinse, mettendo decine di migliaia di dipendenti in cassa integrazione. E così negli anni ‘80 l’impresa assunse nella società italiana quella centralità che prima aveva conquistato il lavoro. La sconfitta operaia di fronte alla Fiat di Romiti aveva indicato la direzione di marcia a tutto il potere politico, la svolta liberista che avrebbe conquistato tutto il paese cominciava in fabbrica. Craxi colpì il salario con il taglio e l’avvio della distruzione della scala mobile e poco dopo Prodi, da presidente IRI, donò l’Alfa Romeo alla Fiat, che così divenne il solo produttore italiano di automobili.

Ma la cura Romiti, se aveva risanato i profitti della famiglia Agnelli, non aveva fatto crescere adeguatamente la forza industriale del gruppo, che già all’inizio degli anni ‘90 era di nuovo in crisi. Nel 1994 la Fiat colpiva con la cassa integrazione la massa di quegli impiegati e capi che nel 1980 avevano organizzato una decisiva manifestazione contro gli operai in lotta. La gratitudine non è mai stata una caratteristica aziendale.

La Fiat aveva ancora una volta bisogno di investimenti e ricerca e ancora una volta la proprietà si mostrava assolutamente sorda a questo richiamo. Anche perché in quegli anni la famiglia Agnelli aveva tentato di creare una seconda corporation, entrando nella Telecom, in Banca Intesa e in tante altre imprese che con la produzione di auto nulla avevano a che fare. Fu un’operazione fallimentare, la seconda conglomerata Fiat crollò e la famiglia Agnelli dovette abbandonare tutte le aziende che credeva conquistate, mentre nel frattempo la prima Fiat, quella industriale, perdeva posizioni per mancanza di adeguati prodotti.

Nel 1998 Cesare Romiti lasciò l’azienda, e anche per lui, per sua fortuna vivente, ci furono pubblici elogi come salvatore dell’azienda e come manager che aveva saputo indirizzare non solo la Fiat, ma tutto il paese verso la via della competitività, distruggendo i vincoli e lacciuoli dei contratti e dei diritti del lavoro.

La gestione Fiat tornò alla famiglia Agnelli e a vari manager avvicendati e l’azienda precipitò verso il fallimento. Nel 2004 la Fiat era di proprietà delle banche, che si erano svenate per un piano di salvataggio senza precedenti nel paese, e al suo capezzale venne chiamato il vice presidente dell’Unione Banche Svizzere, Sergio Marchionne.

Marchionne ha salvato la Fiat come azienda industriale italiana? Sicuramente no. Seguendo la traccia dei suoi predecessori, Valletta e Romiti, Marchionne ha lavorato prima di tutto per gli interessi della famiglia Agnelli, oramai assai numerosa e fermamente interessata in tutte le sue componenti ad una quota certa di profitti. Se nel passato era stato ancora possibile far parzialmente coincidere gli interessi della proprietà familiare con quelli dello sviluppo industriale dell’azienda, ora questo non si poteva più fare.

La proprietà, che addirittura aveva cercato di sbarazzarsi della produzione di automobili rifilandola a General Motors, non aveva certo intenzione di svenarsi per recuperare l’enorme gap tecnologico e di prodotti accumulato dal gruppo. Ci sarebbero voluti almeno 20 miliardi di investimenti, quelli che Sergio Marchionne avrebbe promesso successivamente, quando decise di abolire il contratto nazionale. Di quei 20 miliardi, che avrebbero dovuto rilanciare quella che Marchionne chiamò Fabbrica Italia, si sono perse tutte le tracce in azienda e anche sui giornali di questi giorni.

La Fiat è stata salvata in un altro modo, con l’intervento dello Stato, non di quello italiano ma di quello statunitense. Fu il salvataggio pubblico della Chrysler voluto da Obama a permettere alla Fiat di evitare il fallimento e di questo va dato merito alla intelligenza politico-finanziaria di Marchionne, che seppe vedere l’affare là dove la Mercedes era fuggita.

La Fiat salvò la Chrysler e fu salvata, naturalmente al prezzo di essere assorbita nella multinazionale americana, di cui ora è la succursale povera. Non esiste più una industria automobilistica italiana e non solo perché la sede fiscale del gruppo FCA, nel quale la Fiat è assorbita, sta a Londra e quella legale in Olanda. Dove si è localizzata anche la finanziaria della famiglia Agnelli, la Exxor.

Anche la famiglia Agnelli, ora guidata da John Elkann, non è più una famiglia imprenditorialmente italiana. E’ diventata una famiglia del capitalismo globale proprio durante la gestione Marchionne, anche se il progetto probabilmente veniva da lontano. Perché tra i soci fondatori del gruppo Bildeberg, la famigerata lobby finanziaria internazionale, figurava proprio Vittorio Valletta.

Oggi la produzione di auto in Italia è ridotta al lumicino, con l’occupazione dimezzata da quando Marchionne divenne amministratore delegato della Fiat. Progettazione e ricerca sono state smantellate e non vi sono nuovi modelli in arrivo, tanto è vero che in tutti gli stabilimenti residui dilaga la cassa integrazione. Certo resta la gallina delle uova d’oro Ferrari, che non a caso è stata scorporata dalla Fiat e val più di essa. Ma anche Ferrari oramai è stata finanziarizzata all’estero e in ogni caso non potrà mai avere una produzione industriale di massa.

Il lascito industriale di Marchionne è quello della trasformazione della Fiat in una multinazionale americana con l'Italia come sede marginale, quello finanziario è l’esternalizzazione delle proprietà della famiglia Agnelli, e quello sociale e politico?

Qui c’è il tratto più comune tra i tre manager che hanno fatto la storia della Fiat dal 1945 ad oggi: il rifiuto del sindacato solidale e di classe e la lotta feroce per eliminarlo dagli stabilimenti Fiat. Tutti e tre gli amministratori delegati si sono ispirati a modelli esteri in questa loro opera. Valletta alla violenza antisindacale di Henry Ford e alla costruzione di sindacati di comodo in azienda, con cui stipulare contratti al ribasso. In realtà Valletta realizzò tutti i suoi obiettivi, la messa al confino della Fiom, la costituzione di un sindacato aziendale giallo da una scissione della Cisl con il Sida, oggi Fismic, la soppressione di ogni libertà dei lavoratori; tutti tranne uno: la realizzazione di un contratto solo per i lavoratori Fiat.

Obiettivo che fu invece raggiunto da Marchionne, quando con il ricatto della chiusura degli stabilimenti, con la complicità di Cisl-Uil e di tutta la politica ufficiale, impose ai lavoratori la rinuncia al contratto nazionale, mentre la Fiat abbandonava la Confindustria.

Romiti avrebbe invece voluto che nelle sue fabbriche si applicasse il modello giapponese di collaborazione e valorizzazione di un lavoro capace di essere fedele all’azienda. Dopo la dura repressione antisindacale degli anni ‘80, di cui elemento fondamentale fu l’uso discriminatorio della cassa integrazione, Romiti tentò di introdurre il modello di lavoro giapponese in particolare nello stabilimento di Rivalta a Torino e nella nuova fabbrica insediata a Melfi negli anni '90. Ora però Rivalta è chiusa, ciò che resta di essa non è più Fiat, mentre a Melfi, sotto la gestione Marchionne è stato introdotto il sistema di tempi chiamato Ergo Was, cioè il più brutale e faticoso metodo fordista di lavoro.

In un certo senso dunque Marchionne ha portato a compimento il modello di Valletta, con una differenza fondamentale. Nel secolo scorso quel modello autoritario e discriminatorio si realizzava in un gruppo ed in un paese in grande espansione, tanto è vero che allora i salari Fiat erano più alti rispetto alla media del paese. Oggi invece il salario di un operaio Fiat è tra i più bassi, ed il gruppo riduce progressivamente occupazione e produzioni in Italia.

Sia con Valletta, che con Romiti e Marchionne la persecuzione dei lavoratori ribelli o scomodi ha prodotto drammi e tragedie. I licenziati per discriminazione politica e sindacale degli anni ‘50 subirono sofferenze enormi. I cassaintegrati degli anni ‘80 pure e decine di essi si suicidarono, così come accaduto di nuovo recentemente. Maria Baratto si uccise pochi anni fa a Pomigliano dopo anni di cassa integrazione discriminatoria. E cinque operai che protestavano contro quel suicidio furono licenziati per offese a Marchionne.

Non è una questione di essere buoni o cattivi, è che non si governa la Fiat innocentemente.

Oggi Sergio Marchionne viene presentato come un innovatore a cui il paese avrebbe dovuto dare maggiore ascolto. Ma in realtà lo ha fatto: il Jobsact, come ha affermato lo stesso Renzi, è stato ispirato dalle posizioni sindacali e contrattuali di Marchionne. Come nel passato, le vittorie contro i diritti dei lavoratori dei manager Fiat sono diventate l’esempio da seguire per tutta la società. Un esempio regressivo.

Marchionne, come tutti i suoi predecessori, non ha difeso gli interessi del lavoro o del paese, ma quelli della proprietà. Una proprietà, quella della famiglia Agnelli, sempre più gaudente ed avara, della quale tutto si può dire tranne che faccia gli interessi di tutti.

È questa proprietà che periodicamente i grandi manager Fiat hanno salvato, ultimo Marchionne. Era la loro missione e questa hanno realizzato.

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24/07/2018

Ego te absolvo, in nomine Ceo

Se potessimo racchiudere in una sola notizia, in un solo evento, lo spirito dei tempi che corriamo, questa sarebbe la vicenda Marchionne. Non si tratta, in questo momento, di prendere parte ai commenti estasiati tanto per il suo lavoro (figuriamoci) quanto per la sua prossima morte (per quanto…). Va da sé che a noi della vita di uno come Marchionne ci interessa il giusto, senza per questo sconfinare nella facile battuta che risulta, per l’appunto, fin troppo facile. Quello che non torna, persino rimanendo completamente dentro la cultura media dell’attuale crisi liberista, è l’esaltazione politica, economica, giornalistica, culturale, del manager. La beatificazione del Ceo, questa davvero ci mancava. Un tempo, neanche troppo lontano, avremmo assistito ad un più ossequioso e compiaciuto silenzio. Marchionne non è il padrone della Fiat, oggi Fca. Non assistiamo dunque all’agiografia del capitano coraggioso, dello spirito animale, dell’imprenditore visionario. Non subiamo le magnifiche sorti e progressive di un Agnelli, di uno Steve Jobs, o di qualche altro capitalista in grado di riattivare il ciclo di valorizzazione del proprio capitale al prezzo di licenziamenti, decurtazione salariale, delocalizzazioni e innovazione tecnologica. Siamo qui all’onanismo manageriale, alle laudi del tecnicismo finanziario, incarnazione dello spirito bocconiano della business school e del risk management. Questo salto di qualità descrive una trasformazione ideologica che si fa antropologica. Perché se un tempo ad essere oggetto di venerazione capitalista era il concetto di “rischio”, cioè la mobilitazione di capitali sottratti alla rendita patrimoniale, oggi siamo in presenza di qualcos’altro. Siamo all’apoteosi della gestione aziendale, punto d’incontro tra capitali sottovalorizzati e moltiplicatore finanziario. L’altra, grande ma non completamente inaspettata, novità è l’incanto manageriale dell’ex socialdemocrazia. Se il Corriere dedica otto pagine d’apertura alle condizioni di salute del Nostro, è Repubblica a farsi portavoce servile degli interessi non tanto (o non solo) del gruppo industriale Fca, quanto nell’innalzare l’edificio culturale della sua divinazione. Repubblica sa svolgere il suo compito. Se nelle pagine dello schieramento confindustriale la venerazione viene espressa per bocca dei suoi simili (altri imprenditori, politici collusi, ingegneri invidiosi), dal giornale-partito centrosinistro la divinazione procede per bocca dei suoi presunti avversari. Oscar Farinetti e Fausto Bertinotti, certamente. Ma soprattutto gli operai. Soltanto loro, chi altri d’altronde, possono intronare definitivamente Marchionne col titolo di “difensore del lavoro”, delle scelte “dure ma necessarie”, del “salvatore dell’azienda” e, nientemeno, della “italianità” di una delle ultime grandi imprese del paese. Bisogna riconoscere al manifesto il coraggio di non essersi arreso al quieto vivere, almeno in questo caso. Sta morendo un affamatore di lavoratori, qualsiasi cosa possa dire la mobilitazione ideologica schierata a difesa del management aziendale. Perché non dirlo? Si può essere civili – non sghignazzare cioè sulla morte altrui – senza venire meno alla verità. Ma è proprio questa civiltà ad essere oggetto di ricontrattazione in questo momento. Chi non si adegua all’acclamazione è posto fuori dal confronto civile. Che vede nel Ceo bilingue l’unica possibile sopravvivenza di un capitalismo senza più capitali da valorizzare.

[Così vanno le cose dalle parti di casa Marchionne]

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14/01/2018

Paolo Sollier: “Dov’è scritto che un calciatore non debba avere idee?”

Paolo Sollier nasce a Chiomonte il 13 gennaio 1948. Nasce in Val Susa, terra orgogliosamente antifascista custode delle lotte partigiane prima e della resistenza No Tav poi.

Sollier è figlio di operai e a 20 anni inizia a lavorare nello stabilimento Fiat a Mirafiori, Paolo lavora, milita in Avanguardia Operaia e gioca a calcio in Serie C.

Paolo Sollier diventerà un calciatore professionista nelle file del Perugia nel 1974, addio fabbrica, addio padrone Agnelli. Paolo Sollier è un calciatore di serie B, un buon centrocampista ma soprattutto un comunista militante, il primo calciatore italiano che fa apertamente politica, perchè è quello che vuole, quello che per lui rappresenta il giusto.

Paolo è un antidivo, rifiuta di firmare autografi, non vuole essere un feticcio, la sua firma d’autore è rappresentata dal saluto a pugno chiuso con cui si presenta ad ogni pubblico in ogni partita.

Paolo è comunista e questo è giusto per lui; anche se è il solo ad esporsi così tanto in un mondo già troppo patinato per i suoi gusti. Si fa nemiche gran parte delle tifoserie avversarie, ma fa quello che per lui è giusto, da comunista militante.

Paolo gioca e fa volare il Perugia dalla serie B alla massima serie nel 1975 per la prima volta nella storia la squadra umbra gioca in serie A. Questo non cambia di una virgola la militanza di Sollier, anzi lo spronerà soprattutto nel guidare la sua squadra contro la Juventus del padrone Agnelli, combattuto in fabbrica e poi sconfitto sul campo di calcio. Quello scudetto a fine stagione andrà al Torino, per la Juve fatale la sconfitta contro il Perugia di Paolo Sollier, centrocampista comunista.

Nel 1976 esce il suo libro “Calci e sputi e colpi di testa” che lo rende celebre in tutto il movimento italiano, vendendo in pochi mesi trentamila copie. Andatelo a cercare quel libro e scoprirete la vita e la carriera di un calciatore militante che ha sempre fatto quello che riteneva giusto, per la squadra, per il comunismo.

Buon compleanno Paolo Sollier, a pugno chiuso.

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30/11/2016

“Rapo” Elkann

Lapo Elkann è stato arrestato e poi rilasciato dalla polizia di New York per aver simulato un sequestro allo scopo di ottenere dalla famiglia 10mila dollari dopo aver speso tutto insieme a un escort con cui avrebbe fatto due giorni di bagordi a Manhattan, consumando alcol e droga: lo scrivono tre testate Usa, citando fonti di polizia. L'accusa è di falsa denuncia.

Il nipote di Gianni Agnelli e imprenditore nel mondo della moda sarebbe sbarcato a New York giovedì per la festa del Thanksgiving, contattando un escort di 29 anni (una donna transgender, secondo il New York Daily News) e trascorrendo con lui due giorni di eccessi tra alcol e droga (marijuana e cocaina).

Finiti i soldi, l'escort avrebbe pagato per altra droga ed Elkann avrebbe promesso di restituire i soldi. Poi, sempre secondo i media Usa che citano fonti della polizia, avrebbe escogitato il piano del falso sequestro, raccontando ai propri famigliari di essere trattenuto contro la sua volontà da una donna che gli avrebbe fatto del male se non gli avessero fatto pervenire 10mila dollari.

Secondo la ricostruzione dei giornali americani, un rappresentante della famiglia si sarebbe quindi rivolto alla polizia, che avrebbe organizzato la finta consegna del denaro bloccando la coppia. Gli investigatori avrebbero accertato che l'idea era stata di Lapo, chiudendo il caso per il suo accompagnatore, ma non per il 39enne imprenditore, al quale e' stata consegnato una citazione davanti ad una corte.

Fin qui la notizia, su cui diciamo poche ma sentite parole.

Dei gusti di Lapo Elkann non ce ne frega niente. La famiglia Agnelli, compresi i suoi manager (da Valletta a Romiti, fino a Marchionne) si è guadagnata l'odio e il disprezzo dei lavoratori per motivi decisamente più seri. Tant'è che il movimento operaio italiano non ha mai rimproverato neanche al nonno – che notoriamente sapeva "gestire" meglio anche certi vizi – l'analoga frequentazione delle piste... di coca.

Semmai Lapo, nei suoi momenti di lucidità, si è dimostrato migliore degli altri componenti pari-età, se non altro in fatto di creatività (pare proprio che la "500" rivisitata sia stata una sua idea; una delle poche a funzionare anche sul mercato del marchio Fiat, da oltre 30 anni a questa parte...).

In famiglia, però, non devono avergli reso la vita facile, se per trovare la miseria di 10.000 dollari in contanti non ha saputo fa altro che inventarsi un sequestro.

Ecco, sul piano finanziario "Rapo" Elkann ha dimostrato di aver capito l'idea generale del fare "imprenditoria all'italiana", ma il know how ancora gli sfugge...

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06/03/2016

Ue, Repubblica, Marchionne, Renzi, Agnelli, Partito della nazione, Fiat, Pd…

Gli “intellettuali” italiani, se non ci fossero, bisognerebbe inventarli. Dopo aver gridato allo scandalo mondiale per la paventata fusione tra Mondadori e Rizzoli, oggi tacciono compiaciuti di fronte alla fusione tra L’Espresso-Repubblica e La Stampa (nonché un’altra miriade di giornali locali e Il secolo XIX). Che, ovviamente, non è solo il matrimonio incestuoso tra due big dell’informazione mainstream, ma il suggello di un vortice di interessi comuni che assumono da oggi la veste organica di un polo dell’informazione senza precedenti.

Il problema non sta tanto nel monopolio concreto dell’informazione generalista che controllerà il nuovo gruppo guidato da De Benedetti, anche se una certa “intellettualità” scossa dalla minaccia di “mondazzoli” avrebbe dovuto fare barricate in nome della libertà d’opinione stroncata di fatto da questa alleanza. 

L’informazione è un’industria come un’altra, che tende inevitabilmente all’accentramento di capitali e di risorse. Il problema è la visione organica del mondo formata dal principale gruppo industriale del paese, la Fiat della famiglia Agnelli, il principale quotidiano del paese, La Repubblica, organo ufficioso del principale partito del paese, il Pd. In altre parole da oggi il capitale egemone del paese, il partito di riferimento e i suoi strumenti di controllo dell’opinione pubblica, sono organicamente fusi in un’unica azienda. Nei fatti, anche qui, la novità non sta tanto nell’emersione plateale di interessi comuni, tanto economici quanto politici, ma nel fatto che questi non necessitano più di un mascheramento per essere portati avanti.

La Repubblica non ha più l’esigenza di presentarsi come quotidiano avverso in qualche modo ai poteri forti, “alternativo”, “d’élite”, così come il Partito democratico non ha più il bisogno di presentarsi come partito “di sinistra”, “progressista” e, allo stesso modo, il capitale transnazionale italiano non sente più la necessità di mascherare i propri referenti politici (che, guarda il caso, sono tutti centrosinistri). Perché continuare in tale opera di camuffamento se nessuna opposizione sente l’impellente bisogno di indagare i rapporti tra grande capitale e politica? O, per meglio dire, se nessuno valuta negativamente tali rapporti di potere, giudicati quantomeno secondari per decretare la posizione di un soggetto politico?

Oggi “scopriamo” che gli interessi di Marchionne, Agnelli, Repubblica e Pd sono convergenti. Grazie al cazzo, direte voi. Eppure per anni chi cercava di svelarne le contiguità veniva accusato di complottismo o, per altri versi, di ideologismo sorpassato dalla post-modernità. E invece, come volevasi dimostrare, i poteri economici si servono di una specifica visione del mondo, quella liberale del Pd e Repubblica, per controllare meglio opinione pubblica e corpi intermedi della società, d’altronde ormai completamente assuefatti al dominio ideologico di classe. Quegli stessi interessi che hanno costruito l’ideologia dell’europeismo, fuori dalla quale continuano a menarcela con la catastrofe o i populismi para-nazisti alle porte fermati solo da Junker e Renzi.

Nessuno sembra chiedersi in questi giorni come può darsi un tale intreccio di poteri, che impedisce sul nascere ogni possibile inchiesta, critica o valutazione sulla principale industria del paese. Peraltro, il fatto che Rcs un minuto prima (in realtà ancora oggi e chissà per quanto altro tempo, sebbene abbia dichiarato l’uscita dal patto sindacale) controllasse l’altro grande organo informativo italiano, il Corriere della Sera, sembra non destare scandalo. Ma come, i due quotidiani concorrenti e apparentemente su posizioni diverse sono di fatto controllati economicamente dallo stesso intreccio di poteri, e la cosa non suscita neanche uno scandalino? Neanche, per dire, qualche appello pubblico, una raccolta firme, un girotondo annoiato, un Moretti che sale sulle barricate in compagnia del corpo ancora caldo di Eco, un Flores D’Arcais imbavagliato al cavallo di viale Mazzini? Gli intellettuali italiani…

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02/01/2014

Fiat, Marchionne sbanca Chrysler. Colpo grosso con 1,75 miliardi di dollari cash

La Fiat conquista il 100% della società dopo l'accordo con il sindacato americano Uaw. Il centro di gravità delle decisioni del gruppo si sposta definitivamente fuori dall'Italia. L'ad del Lingotto: "Siamo finiti nei libri di storia"

Gli Agnelli mettono a segno il colpo grosso. Rilevando l’intero capitale della Chrysler, infatti, completano l’avventura americana con un successo. L’accordo con il sindacato americano Uaw, che deteneva, tramite il fondo sanitario Veba, il 41,5% dell’azienda automobilistica salvata da Obama e ceduta alla Fiat, è stato raggiunto ieri. La casa torinese, ora, possiede il 100% dell’azienda di Detroit con un esborso tutto sommato minimo, 4,35 miliardi di dollari la maggior parte dei quali provengono dalle stesse casse della Chrysler. Come da comunicato ufficiale, l’accordo riguarda il 41,4616% della casa americana detenuto da Veba Trust e acquistato dalla controllata Usa della Fiat, la Fiat North America Llc (Fna). “A fronte della vendita della partecipazione, si legge, il Veba Trust riceverà un corrispettivo complessivo pari a 3,65 miliardi di dollari Usa”. Ma non saranno tutti soldi che fuoriescono dai forzieri degli Agnelli. Solo 1,75 miliardi, infatti , verranno versati “al closing”, cioè a chiusura di tutta l’operazione mentre 1,9 miliardi, cioè più della metà, saranno il frutto “di un’erogazione straordinaria che Chrysler Group pagherà a tutti i soci”.

L’azienda, insomma, verserà un dividendo straordinario, possibile grazie ai risultati fin qui raggiunti, e la quota di pertinenza della Fiat verrà girata al Veba costituendo parte del prezzo di acquisto. Quella che al Lingotto è definita “la magia di Marchionne” è dunque un’abile operazione finanziaria che consente alla società degli Agnelli di ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo. Dall’inizio dell’operazione Chrysler, infatti, e grazie alle scelte di Obama e del sindacato Usa, la Fiat ha sborsato complessivamente “solo” 3,7 miliardi di dollari. La Daimler aveva dovuto tirare fuori ben 36 miliardi mentre il fondo Cerberus, quando acquistò l’80% dell’azienda di Detroit, pagò 7,4 miliardi. Inoltre, non ci sarà aumento di capitale. L’unica concessione fatta al sindacato di Bob King – che per gestire la trattativa si è affidato alla Deutsche Bank mentre la Fiat ha fatto affidamento su Ron Bloom che aveva gestito il piano di salvataggio dell’auto per Obama – è un contributo di 700 milioni di dollari al Veba Trust, versati in quattro rate annuali. In questo modo si arriva ai 4,35 miliardi di dollari. In cambio, però, il sindacato “si impegnerà a sostenere le attività industriali della società e l’ulteriore implementazione dell’alleanza Fiat-Chrysler, in particolare il programma World Class Manufacturing”. Insomma, una garanzia di massima collaborazione.

In questo quadro l’entusiasmo delle dichiarazioni di casa Fiat è del tutto comprensibile. “Aspetto questo giorno sin dal primo momento – ha detto il presidente John Elkann – sin da quando nel 2009 siamo stati scelti per contribuire alla ricostruzione della Chrysler”. Ancora più entusiasta il regista dell’operazione, Sergio Marchionne: “Nella vita di ogni grande organizzazione ci sono momenti importanti che finiscono nei libri di storia. L’accordo raggiunto è senza dubbio uno di questi momenti”. Apprezzamenti sono giunti anche da Fim e Uilm, protagonisti dell’intesa Fiat in Italia, dal sindaco di Torino, Piero Fassino e dal presidente della Regione Piemonte , Roberto Cota. In conseguenza dell’intesa, infine, sia Fna che Veba ritireranno l’azione legale che entrambi avevano presentato davanti al tribunale del Delaware – sede legale di Chrysler – per spuntare il massimo prezzo dalla trattativa.

Con il successo dell’operazione, Marchionne raggiunge l’obiettivo fondamentale che si era dato all’inizio dell’operazione “americana”. Innanzitutto ottiene il controllo pieno della liquidità della Chrysler, molto importante soprattutto se sommata a quella della Fiat. In questo modo potrà gestire, da un’unica plancia di comando e con un’unica visione, le strategie del gruppo. Il secondo passaggio che gli è reso possibile è quello della quotazione in borsa. Non è chiaro se ci sarà. Si tratta di capire se Fiat procederà o meno alla fusione delle due società creando davvero il polo mondiale dell’automobile – a oggi il settimo o l’ottavo. In ogni caso, l’accordo di ieri ha comportato una valutazione “ufficiale” della Chrysler in 8,6 miliardi di dollari. Una parte dei quali potrebbero rientrare nelle casse Fiat in seguito a una quotazione vincente in borsa. Tutto quanto, però, andrà guardato alla luce delle prospettive complessive che Marchionne e gli Agnelli vorranno disegnare per il gruppo automobilistico. La vittoria negli Usa comporta grandi potenzialità ma significa anche che d’ora in avanti il centro di gravità delle decisioni si sposta definitivamente. L’Italia è davvero una provincia e come tale verrà gestita. Quattro anni dopo il varo del piano “Fabbrica Italia” successivamente rimangiato, il prossimo aprile Marchionne presenterà il suo nuovo “piano quinquennale”. Solo allora si saprà davvero se e quanto in Italia c’è da gioire per il colpo grosso di Detroit.

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21/07/2013

Caso Scarano: “Il Vaticano rimpatriò illegalmente soldi degli Agnelli”

Anche la famiglia Agnelli avrebbe usato il Vaticano per rimpatriare capitali. La rivelazione è stata fatta da monsignor Nunzio Scarano, ex contabile dell’Apsa in Vaticano finito in carcere con l’accusa di corruzione, al suo amico Massimiliano Marcianò. Quest’ultimo lo ha riferito ai pm di Salerno in un interrogatorio finora segreto che il Fatto ha visionato. Il 3 luglio Marcianò, 45 anni, imprenditore nel settore degli eventi, amico stretto di Scarano del quale conosce tutti i segreti e i conti, si siede davanti agli investigatori salernitani. A Roma Scarano è indagato per corruzione dell’agente dei servizi segreti Giovanni Zito in relazione alla vicenda del tentato rimpatrio dalla Svizzera di 20 milioni di euro, per i pm forse appartenenti agli armatori D’Amico.

L’inchiesta per riciclaggio della Procura di Salerno, guidata da Franco Roberti, invece parte dai 560mila euro in contanti prelevati dal conto Ior e trasformati in assegni circolari grazie a finte donazioni. Quando Marcianò si siede di fronte al pm Elena Guarino e al colonnello Antonio Mancazzo, comandante del nucleo di Polizia Tributaria di Salerno della Guardia di Finanza, Scarano è dietro le sbarre. L’amico del monsignore, sentito a sommarie informazioni con l’obbligo di dire la verità, riporta le confidenze di Scarano a partire dalla storia degli Agnelli e dei trucchi per spostare capitali e documenti col timbro della Santa Sede.

“Scarano mi ha raccontato che le operazioni di rimpatrio di capitali dall’estero fatte per gli armatori D’Amico (i cugini Cesare e Paolo D’Amico indagati per infedele dichiarazione dei redditi dai pm di Roma. I magistrati sospettano che i 20 milioni detenuti dal broker Giovanni Carenzio, che dovevano rientrare in Italia con l’aereo noleggiato dallo 007 Giovanni Zito, pagato da Scarano, appartengono ai due armatori, ndr), le aveva già fatte in passato anche per la nota famiglia Agnelli”. La rivelazione lascia di stucco gli investigatori. Potrebbe anche trattarsi di una millanteria di Scarano, magari basata su uno scenario suggestivo e noto.

Nell’indagine milanese dei pm Fusco e Ruta alcuni testimoni hanno raccontato che in una banca svizzera esisteva una provvista riferibile a Giovanni Agnelli di 800 milioni di euro e che dietro poteva esserci la Fondazione Alkyone di Vaduz, in Liechtenstein che indicava come protectors oltre a Giovanni Agnelli anche l’avvocato Franzo Grande Stevens, da sempre legale della Fiat e anche dello Ior. Chissà se Scarano, quando raccontava a Marcianò del rimpatrio dei capitali all’estero degli Agnelli, alludeva a queste storie pubblicate dai giornali. Marcianò spiega anche il metodo usato per spostare i capitali delle grandi famiglie del capitalismo italiano nascondendone l’origine grazie all’immunità diplomatica vaticana.

“Scarano mi spiegò – racconta Marcianò ai pm – che per fare ciò utilizzava un sistema con il cosiddetto ‘plico diplomatico’. Per quanto ho capito tale sistema consentiva di eludere ogni tipo di controllo per far rimpatriare in Italia capitali o anche documenti”. Il sistema adottato sembra preso da un film di 007: “Scarano dettava, non so se a piloti di aerei o a dei funzionari di banca, una password o codici identificativi formati da diversi caratteri numerici, che per quanto ho potuto capire, servivano per operare sui conti correnti”. Marcianò racconta di avere assistito a questa scena: “Eravamo in macchina nella seconda metà del 2011 io e Nunzio e rispondendo al telefono Scarano disse a un interlocutore: ’aspetta che ti do i codici’; Nunzio riferì a memoria un codice e riferì i nominativi di personale che sarebbe stato presente su un volo privato che trasportava i plichi diplomatici. Nella seconda metà del 2011, Nunzio Scarano mi ha riferito di essersi recato in Lussemburgo, per portare documentazione contabile del Vaticano”.

Con un amico monsignore così, Marcianò non si stupiva troppo quando vedeva girare furgoni con i lingotti d’oro nascosti tra gli ortaggi: “In Vaticano nel piazzale-parcheggio antistante la palazzina dello Ior, ebbi modo di notare nell’estate del 2012 delle borse di cuoio semiaperte dalle quali si intravedevano chiaramente lingotti d’oro. Venivano caricate su furgoni obsoleti. Ciò avvenne in due circostanze: una volta fu caricato un Fiat Ducato contenente ortaggi tra i quali furono caricati tre o quattro borsoni contenenti i lingotti d’oro. In un’altra circostanza invece fu utilizzato un furgone-frigo, sul quale però non ricordo quanti borsoni vennero caricati”. Marcianò si sorprende e chiede a Scarano “dove portassero i borsoni contenenti i lingotti d’oro. Nunzio non mi rispose e rimase in silenzio anche quando gli dissi: ‘fate tutti questi impicci in Vaticano!!!’”.

Dopo queste rivelazioni, Scarano è stato convocato d’urgenza dai pm romani. Come il Fatto ha già raccontato, nell’interrogatorio dell’8 luglio con i pm Nello Rossi e Stefano Pesci nel carcere di Regina Coeli, ha esteso il discorso all’Apsa dove faceva il capo contabile prima di essere sospeso per l’indagine. Ai pm ha detto: “Arrivai 22 anni fa. Di recente ho chiesto udienza al Santo Padre perché non ero soddisfatto di come andavano le cose all’Apsa”. A questo punto i pm chiedono particolari e seguono nel verbale lunghi omissis. Al Fatto risulta che Scarano abbia nominato nell’interrogatorio anche il direttore dell’Apsa, Paolo Mennini, figlio dell’ex direttore dello Ior Luigi Mennini e fratello del nunzio apostolico a Londra, Antonio Mennini, del quale ha illustrato i rapporti con la famiglia romana dei Nattino, titolare di società fiduciarie e di una banca di investimento, ma attiva anche nel settore immobiliare con fondi che gestiscono anche patrimoni pubblici.

Scarano sarà sentito ancora dai pm romani la prossima settimana: ha deciso di collaborare e dopo l’indagine sullo Ior si annuncia un’inchiesta bis sull’Apsa. Non a caso papa Francesco ha creato una commissione per mettere mano a tutti gli enti economici del Vaticano.

Fonte

"fate tutti questi impicci in Vaticano!!!"
Gli impicci sono il core business del Vaticano, da sempre.