Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/04/2026

Romano Luperini, il dialogo e il conflitto

Oggi il mondo della scuola, della cultura, ma anche della politica di questo paese piangono, con la morte di Romano Luperini, la perdita di una delle ultime grandi figure ancorate al Novecento, provenienti da una storia che ha a che fare, non anagraficamente in maniera diretta ma culturalmente e per storia familiare, con la resistenza partigiana, con il comunismo, poi con la Nuova Sinistra e gli anni Settanta, senza rimanere mai prigioniera di una identità nostalgica, ma capace di attraversare anche le stagioni del riflusso e della sconfitta senza rinnegare nulla, e poi di riapparire con un portato di proposta culturale e di prospettiva capace di parlare a generazioni di studiosi militanti.

Chi ha avuto il piacere e l’onore di sentirlo parlare tante volte, fino al convegno dell’anno scorso del gruppo da lui animato, La letteratura e noi, ha sempre scorto una lucidità e una forza visionaria che aveva a che fare con la dimensione dei “destini generali”, nella denuncia della aberrazione del genocidio palestinese, argomento di quella occasione.

Parlava spesso con gli occhi chiusi, Romano Luperini, ma il suo sguardo era totalmente aperto alla realtà, perché niente di umano gli era alieno, compreso il riconoscimento leopardiano e timpanariano della fragilità umana, come parte del suo materialismo integrale. Una lezione anche questa, per noi e per la scuola e anche gli studenti.

Critico letterario, storico e teorico della letteratura, intellettuale politico, grande organizzatore culturale di riviste, collane, divulgatore nel senso migliore del termine attraverso anche la manualistica scolastica, insegnante prima della scuola e poi, molto più a lungo, dell’università, militante, scrittore.

Difficile riconoscere un primato ad una di queste attività, svincolarla dal resto, e siamo certi che tanti saranno i contributi e i momenti in cui attingere alla ricchezza di una produzione intellettuale di prim’ordine.

La lotta mentale, titolo di un suo magnifico profilo di Franco Fortini, è stata anche la sua, contro quello che chiamava il nichilismo morbido e confortevole a cui si era ridotta gran parte della intellettualità di questo paese dopo l’89 e il cambio di fase storica.

C’era da ripartire dalle scuole, così come c’era da ripartire dai testi, dall’analisi alla interpretazione, dalla Scuola, dalla sua funzione, dalla consapevolezza troppo spesso assente tra gli insegnanti di potere essere e dovere essere intellettuali che operano in una delle più nobili attività sociali, di farlo con orgoglio e consapevolezza di una funzione civile.

Sapeva troppo bene che questo era un pezzo, sia pur fondamentale, e che l’altro pezzo era l’organizzazione, la capacità di dare struttura e sedimentazione alle forze che lavorano per il cambiamento, tra le quali certamente metteva gli insegnanti e il dialogo costante e non paternalistico con gli studenti, quelli che affollavano le sue lezioni, le sue conferenze e i suoi interventi in dibattiti politici.

Ci sarebbe tantissimo da dire sui suoi studi sui classici, i suoi autori, il suo Novecento letterario, sul rapporto tra letteratura e allegoria, titolo di una rivista che è stata scuola e riferimento, sulla fine del postmoderno che ci riporta al mondo in fiamme in cui viviamo oggi.

Di dialogo e conflitto, mutuando quasi alla lettera il titolo di un suo volume, abbiamo tanto bisogno oggi, specie dentro le scuole, e di entrambi insieme perché c’è da ricostruire rapporti, pratiche, scambi, cultura, ma anche di conflitto, perché il nemico è entrato da tempo dentro le scuole e spinge perché siano enormi non luoghi di parcheggio o di avviamento al lavoro.

La lezione di Luperini è uno strumento fondamentale per chi non è disposto ad accettare tutto questo e lavora per una scuola ed un mondo diverso.

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17/08/2024

Non, je ne regrette rien. Per Emilio Quadrelli (1956-2024)

di Sandro Mezzadra

C’era una rivista che leggevo da ragazzino, una rivista di musica che si chiamava Rockerilla. La sede, tra l’altro, era a Cairo Montenotte, non lontano da Savona dove vivevo. È sulle pagine di quella rivista che ho incontrato per la prima volta il nome di Emilio Quadrelli. Doveva essere il 1980, e mi colpì moltissimo un suo articolo, intitolato se non ricordo male “Rock e proletariato”. Certo, a catturare la mia attenzione era stato anche il fatto che l’autore scrivesse da non so più quale carcere speciale della Repubblica. Ma avevo già cominciato a leggere i dispacci che provenivano da quei luoghi di segregazione e annientamento. E l’articolo di Emilio mi colpì per la diversa prosa, per la freschezza con cui trasformava una canzone come I can get no, satisfaction nella colonna sonora di un’insorgenza proletaria globale.

Avrei conosciuto Emilio non molti anni dopo, quando nel 1983 uscì per la prima volta dal carcere. E diventammo subito molto amici. Era cresciuto in Via Monterosa, in uno scorcio proletario di Marassi, a Genova, e aveva cominciato giovanissimo a vivere sul crinale tra legalità e illegalità. Soprattutto, giovanissimo era diventato un militante rivoluzionario. Legato a una figura fondamentale della Genova di quegli anni, Gianfranco Faina, si muoveva all’interno dell’autonomia guardando a Senza tregua più che ad altre componenti. Voleva agire, voleva far saltare pullman di lusso spagnoli mentre il regime di Franco metteva in atto le ultime esecuzioni, voleva colpire un’associazione anti-abortista legata alla curia, voleva organizzare un’evasione. Emilio condivideva, negli anni intorno al 1977, una tensione a quella che allora si definiva la “verticalizzazione” dello scontro, diffusa e certo non minoritaria. Questa tensione lo portò ad aderire alla prospettiva della lotta arma, a Prima Linea in particolare. E poi in carcere, per lunghi anni.

Sono solo pochi cenni, a una vicenda complessa che Emilio visse con determinazione senza mai prendere alcuna distanza dalle ragioni delle sue scelte. Al contrario, si può dire che ha mantenuto fino alla fine, fino agli ultimi giorni della sua vita, una estrema fedeltà a quelle scelte. Ma qui sta la peculiarità di Emilio: per lui fedeltà non ha mai significato né ripiegamento agiografico sul passato né dogmatismo. Al contrario, ha sempre cercato di riprendere dagli anni Settanta italiani esperienze e intuizioni teoriche da tradurre nel presente, con la consapevolezza degli scarti radicali e dell’esigenza di un’innovazione altrettanto radicale per rendere efficace quella traduzione.

Uscito dal carcere, Emilio si è impegnato in quest’opera di traduzione ponendosi in ascolto della realtà sociale (ovvero, per lui, della realtà di classe) e dialogando con le componenti che gli parevano di volta in volta più interessanti dei movimenti e delle organizzazioni comuniste. Lo ha fatto per quarant’anni, alcuni trascorsi come ricercatore alla Facoltà di Magistero dell’Università di Genova (La città e le ombre, scritto con Alessandro Dal Lago, è forse il frutto più significativo di quell’esperienza), altri a proseguire un lavoro quotidiano di inchiesta attraverso i suoi due osservatori privilegiati: la palestra, dove oltre a praticare ad alti livelli il powerlifting aveva cominciato ad allenare nella seconda metà degli anni Ottanta, e la comunità dove ha lavorato a lungo con ragazzi prevalentemente di estrazione migrante. I suoi moltissimi libri, anche quando sono intitolati a Lenin o all’autonomia operaia, portano i segni di questo lavoro quotidiano di osservazione, scambio e condivisione.

Negli ultimi mesi Emilio aveva combattuto con coraggio la malattia che lo stava consumando. Lavorava, dialogava, coltivava amicizie e complicità, faceva progetti per il futuro. Tra le altre cose ha preparato la nuova edizione di Andare ai resti. Banditi, rapinatori, guerriglieri nell’Italia degli anni Settanta (DeriveApprodi), scrivendo un nuovo capitolo con Bruno Turci. È un libro straordinario, davvero unico sugli anni Settanta italiani, in cui lo sguardo retrospettivo mette a fuoco i caratteri di una rivolta che investiva e trasformava anche il carcere e i mondi extralegali. Una scrittura nervosa, a tratti quasi cinematografica restituisce lo spirito di un’epoca illuminandone potenzialità ancora inespresse.

Abbiamo appena salutato Emilio, al cimitero di Staglieno a Genova. È il 16 agosto, ma il “tempio laico” non riusciva a contenere la moltitudine di compagne e compagni che si sono stretti attorno a lui. Generazioni lontane, molti giovani e giovanissimi; mondi diversi, la palestra, la comunità, il carcere, le molte stagioni della sua militanza. Non avevano nulla di retorico i pugni chiusi e l’Internazionale, che abbiamo cantato insieme dopo aver ascoltato La mia banda suona il rock e Non, je ne regrette rien. Alla retorica, del resto, Emilio era profondamente estraneo, così come alla nostalgia: troppo forte era la sua ironia, corrosiva in particolare quando si rivolgeva a lui stesso. Ma Emilio era un compagno, era un comunista che dalla frequentazione di mondi diversi derivava sempre nuove motivazioni per rinnovare la sua militanza e la politica di classe. È questa pratica che lascia a noi che restiamo, mentre la sua dolcezza e la sua sensibilità le porterà sempre con sé chi ha avuto il privilegio di averlo vicino.

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06/03/2024

Rovesciare il mondo rovesciato

4 marzo 2024: in un giorno qualsiasi ci raggiunge subito la triste notizia della morte di Barbara Balzerani.
In questo “mondo rovesciato”, giornalisti e opinionisti ci racconteranno di lei, che non si era pentita, che non si era dissociata...
Noi invece la vogliamo ricordare con le sue parole.
Quando con grande generosità ha ragionato con noi di donne, ruoli, scelte, punti di rottura, femminismi, etc. a partire dalle questioni che “Faster, Pussycat! Kill! Kill!” (il numero 50 di «Zapruder» 50 dedicato alle storie di donne che agiscono violenza) poneva e in cui l’intervista che vi proponiamo di leggere/rileggere è pubblicata.
Ciao Barbara!

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Rovesciare il mondo rovesciato

Barbara Balzerani (a cura di Lidia Martin)

Partirei dalla scelta di entrare nelle Br...

Una scelta del genere non avviene per motivi facili da spiegarsi e spiegare. È frutto di un processo lungo fatto di riflessioni sulla storia scritta, sulle storie raccontate, sulle esperienze vissute, sugli eventi della politica. Io sono vissuta in una famiglia operaia dove ho ascoltato raccontare la fatica, la preoccupazione di non arrivare a fine mese, la paura della disoccupazione, l’orrore della guerra, lo spaesamento dell’emigrazione, il non contare nulla.

Ma anche l’orgoglio del saper fare e l’insostituibilità di chi costruisce gli strumenti del vivere, a fronte del parassitismo di chi ne fruisce per diritto proprietario. Eravamo poveri ma io non ne ho capito le conseguenze finché non sono uscita dall’ambito familiare per andare a scuola. Avevo sei anni e imparavo l’ingiustizia e l’irrilevanza sociale di quelli come me. Imparavo il disprezzo per chi occupava gli ultimi banchi e il servilismo nei confronti del potere. Un mondo rovesciato, insieme ai suoi valori. Chi era in grado di determinare la qualità della mia vita era chi stava anche a un solo gradino più alto della scala sociale, così, senza meriti o capacità. Erano gli anni Cinquanta, quelli della restaurazione padronale dopo la Resistenza al nazifascismo, i licenziamenti politici, la Dc che governava con le destre, in un paese-fabbrica costruito secondo le norme della razionalità produttiva industriale, prima tra tutti la divisione netta tra le classi. Case, scuole, luoghi di ritrovo, negozi, tutto rigidamente separato e, soprattutto, tutto apparentemente immodificabile. In gioco, prima ancora di che vivere, la possibilità di inventarsi percorsi di vita, di rompere col determinismo dei ruoli, di liberarsi dalla subalternità, dall’invisibilità. Il luogo di nascita a decretare il destino già stabilito di ciascuno e, ancora di più, di ciascuna. Per le ragazze di scarsa scolarizzazione e dote oltre al matrimonio e la maternità non c’era altro. Modestia, contegno e, soprattutto, illibatezza [erano, ndr] le virtù indispensabili per assicurarsi il ruolo di moglie e madre.

Può sembrare incredibile ma questo veniva imposto dalla morale di sacrestia di Piazza del Gesù [sede storica della Dc a Roma, ndr], quella che animava le sue campagne elettorali sulla pelle di Maria Goretti. E anche se sentivo ammonire da mia madre di studiare e cercarci un lavoro per non dover dipendere da un marito e finire a contenderci un uomo con le nostre simili, il modello rimaneva quello sacrificale. Ma questo e altro non sarebbe bastato se non ci fosse stata la rottura del decennio successivo. La mia indisponibilità a distogliere la mente di fronte ai segni di illibertà e ingiustizia che mi circondavano mi aveva formato un carattere spigoloso ma che al massimo mi avrebbe portato verso una ribellione marginale, in un contesto provinciale malato di conformismo e ipocrisia. È stata l’insorgenza delle lotte degli operai senza tessere di piazza Statuto e degli studenti proletari a scompaginare il quadro fino a farlo saltare.

La mia piccola rivoluzione esistenziale si rafforzava grazie alla politica rivoluzionaria e conquistava spazi inimmaginabili. Lo studio, le discussioni e le lotte mi emancipavano dalla confusa coscienza della mia condizione sociale che avevo assimilato tra le mura domestiche. E soprattutto davano prospettiva alla mia rabbia per le umiliazioni e la violenza del potere che avevo presto imparato a conoscere. Capire una scelta come la mia non è difficile, basterebbe non fare ricorso al senno del poi, alla prevedibilità della sconfitta, alla retorica delle masse e, soprattutto, quando non alla condanna morale della violenza che diventa giudizio di scelta antinatura, quando riferita alle donne combattenti. Bisognerebbe ricordare che quelli erano gli anni di conquiste mai viste, gli anni delle rivoluzioni socialiste, della decolonizzazione, dell’internazionalismo. Gli anni in cui piccoli paesi come Cuba e Vietnam battevano l’esercito più forte a livello mondiale e le organizzazioni guerrigliere erano in grado di scompaginare il funzionamento del sistema capitalistico anche nel cuore dell’occidente. La risposta del nemico è stata all’altezza: il colpo di stato in Cile, seguito da quello in Argentina, ha dato la prima lezione pratica alle elaborazioni economiche del liberismo dei Chicago boys di cui Reagan e Thatcher sono stati in seguito ottimi interpreti. Stroncare la legittimità di esistenza del conflitto sociale a fronte di un attacco radicale alle condizioni di vita e di agibilità politica del proletariato è stato il primo dogma di quella nuova formula di governo. Da perseguire con ogni mezzo e in ogni ambito, mostrando la faccia sanguinaria del potere in tempo di pace.

Non era certo la prima volta che il sistema democratico-borghese si mostrava nella sua non riformabilità e nell’evidenza che le vie legali sono trappole di sua invenzione per autoconservarsi, ma era una di quelle volte in cui la disponibilità a usare la forza per abbatterlo era tanto estesa. A quel vasto movimento rivoluzionario si ponevano poche alternative: o ripiegare o attrezzarsi al livello dello scontro, ponendo al centro la questione del potere e del monopolio statale della violenza. Quelli non erano tempi di compatibilità di interessi, era guerra guerreggiata in cui ognuno ha scelto come collocarsi e la politica che ha ritenuto più adeguata per poterla combattere. In quegli stessi anni un movimento femminista a egemonia pacifista, interclassista ed eurocentrica riempiva le piazze, a ribadire la cultura politica del progresso lineare, a supportare la gerarchia delle donne nell’universale modello occidentale neutralizzato da questioni di collocazione sociale fino a quelle razziali, riaffermando la delega istituzionale che non ha mai liberato nessuna, se non le elette. Consapevoli o no.

Non voglio fare un raffronto tra la tua esperienza e quella delle partigiane combattenti, che è una pista interpretativa già usata – e a volte anche usata male – però leggendo te, ci ho trovato delle continuità...

Sì, è vero, è esistita una continuità. Nei primi passi della militanza il “filo rosso” con la Resistenza è stato un legame forte. Soprattutto nell’accezione della Resistenza tradita e del dover riprendere lì dove era stata interrotta e svenduta. Questo ha posto fin da subito l’inconciliabilità con il Pci e il parlamentarismo. Ma, in un contesto mutato, contavano anche le differenze. Per me, come donna, la scelta non è stata compiuta in solitudine o contro la cultura politica vigente. Io ero una giovane degli anni settanta, la generazione che ha fatto meno figli e più cercato alternative al matrimonio, avevo battuto ogni strada che mi consentiva spazi di libertà e maturato una forte consapevolezza che potevo decidere della mia vita. Avevo sofferto e combattuto il machismo dei gruppettari, soprattutto dei capetti, e mal sopportato i ruoli di supporto “militari” in quell’apprendistato alla lotta armata. Ma non mi sono mai sentita inadeguata o ostacolata, in quanto donna, a decidere di far parte delle Brigate rosse. Decisione presa insieme al mio compagno di allora e al gruppo di cui facevo parte, in qualche misura giocando anche un ruolo influente.

La continuità l’ho vista anche nel fatto che le partigiane combattenti hanno spesso parlato di sé mettendo in luce episodi della loro infanzia o giovinezza in cui si evidenziava che fossero ragazze ribelli e fuori dalla norma già prima di diventare partigiane. E questo lo hai fatto anche tu...

Quando ho cominciato a scrivere ho voluto presentarmi tutta intera, a partire dalle mie origini, del tutto simili ai miei compagni, non tanto per sottolineare la formazione di un carattere ribelle ma per contrappormi alla vulgata che ci stava dipingendo come degli alieni, venuti da chissà dove, privi di un’appartenenza di classe, al soldo di chissà chi, che una mattina avevano deciso di andare a via Fani a sequestrare il presidente della Dc. Ho inteso restituire il contesto in cui la scelta della lotta armata è maturata per tanti e tante, risalendo agli anni dell’incubazione del potenziale che ha fatto esplodere le contraddizioni del vecchio mondo. Forse sono gli atti di ribellione in contesti che non li prevedono i più difficili, non quelli conseguenti a un processo di convincimenti in cui ci si arriva in tanti. Ho sempre pensato che una come mia madre, la cui ribellione contro gli oneri familiari l’ha espressa solo in vecchiaia, se fosse vissuta in un periodo storico diverso dal suo avrebbe dato il meglio di sé anche molto prima.

Il tuo rapporto con un certo tipo di femminismo, quello della differenza, quello delle quote rosa, lo avevi già raccontato in “Compagna luna”, nel capitolo che proprio si intitola “Femminismo? No, grazie!”. Rispetto alla tua non percezione di una differenza di genere nelle Br, ti sei data come risposta che dentro la lotta armata non c’era un ruolo di potere da conquistare, una leadership, una carriera da fare...

Il potere si può esercitare in tanti modi e a diversi livelli. Quando ci sono in ballo differenze di autorità e non di autorevolezza scatta il meccanismo della supremazia e della subordinazione. L’ho visto anche in alcuni gruppi femministi, con una gerarchia interna che non c’era neanche in un gruppo clandestino come le Br e un rapporto docente/discente della peggior scuola. Credo che il meccanismo sia sempre lo stesso: quando le maggiori conoscenze e capacità si traducono in aumento della privatizzazione dei saperi e la collocazione sociale consente qualche riparazione alla disparità, ecco riprodursi la posizione di potere, il monopolio del pensiero e dell’ultima parola. Non è un problema di buona volontà ma di condizioni strutturali che si ereditano dal sistema di dominio in cui viviamo: carrierismo, visibilità, concorrenzialità, autoreferenza, mai individuati e combattuti del tutto. La rottura vera dipende dalla sovversione del funzionamento sociale, della subordinazione del lavoro manuale a quello intellettuale, dei ruoli che il patriarcato ha imposto alle donne. Per questo posso dire che nella clandestinità non ho conosciuto la discriminazione sessista. Non poteva esserci perché a coprire le spalle di ogni compagno poteva esserci una donna.

L’altro elemento rilevante è lo stato di sospensione della quotidianità che mette in crisi la rigidità dei ruoli, praticando crepe e fessure. La violenza agita è secondo te una di queste crepe/fessure?

Non credo che sia la violenza la crepa in cui si annida la possibile libertà femminile. Ma la sovversione dei ruoli che fanno funzionare il sistema, perché bisogna sempre ricordare che il capitalismo è un sistema sociale, in cui tutti/e interagiscono, e non un mero ingranaggio produttivo e di mercato. In tutta evidenza in un gruppo guerrigliero come le Br dove ogni militante racchiudeva in sé capacità politico-militari e non esistevano famiglie, non avrebbero avuto senso discriminazioni in base al sesso. La stessa dinamica l’ho conosciuta in carcere, dove il ruolo di moglie e madre è impedito di per sé, o nelle lotte, specie le occupazioni, in cui la vita è comunitaria e tutti fanno tutto. Ho ancora ben vivido il ricordo di donne che si lamentavano per la fine della loro carcerazione o delle lotte perché dovevano tornare a occuparsi solo dei mestieri di casa, restando escluse dalla politica.

Quanto all’esercizio della violenza, certo femminismo, di cultura occidentale, ne ha fatto un problema di assimilazione al modello maschile di tipo psicanalitico, un difetto del comportamento. Io sono entrata in un’organizzazione che ha avuto tra i suoi fondatori Mara Cagol che, pur essendo morta combattendo, è difficile conformare allo stereotipo di una disturbata sanguinaria. Il punto vero è la teoria per cui l’esercizio della violenza, e soprattutto quella femminile, in contesti democratici non sia ammissibile. Dunque non sarebbe il capitalismo il sistema che più ha perfezionato il servilismo delle donne, dunque con qualche accorgimento si potrebbe sanare la disparità, dunque si potrebbe ricavare il proprio agio di donne decorando la cella. Al massimo si concepisce una battaglia culturale, simbolica, ma guai a sovvertire il meccanismo di un sistema che è in grado di assorbirla e neutralizzarla. Io credo che bisognerebbe ragionare in termini più materialistici e ricordare che certi modelli sono storicamente determinati. Nel cammino dell’umanità le donne non sono sempre state l’angelo del focolare, destinate per “natura” a creare la vita e quindi incapaci di dare la morte, ci sono diventate quando sono state estromesse dalla gestione delle attività produttive e dalla signoria dei saperi necessari alla vita collettiva, che ha significato anche la perdita della capacità di conduzione delle comunità, cioè della cosa pubblica. Il problema vero riguarda la fatica delle donne di poter esprimere la propria autodeterminazione in un mondo fondato sulla loro debolezza. Fatica che può essere superata solo abbattendo le regole del gioco e ponendosene fuori.

Ma non per tutte la fatica è la stessa e il potere ha spesso un volto di donna.

È possibile un equilibrio tra identità politica e identità di genere?

Sì, penso ci possa essere un equilibrio tra identità politica e di genere, anzi che l’una si rifletta nell’altra. Penso che le donne abbiano un interesse massimo nella morte del capitalismo, perché non è una grande prospettiva poter essere libere solo in condizioni straordinarie se non proprio poco felici. Ma parlare di “donne”, come genere indifferenziato, ha prodotto identità come quelle di portacqua dei partiti o quelle che mettono insieme la Bonino, le clintoniane americane e le combattenti del Rojava. Non esiste “il femminismo”, esistono tanti “femminismi”, diversi modi di affrontare e, soprattutto, esercitare la libertà femminile.

Scegliere l’alleanza con le più discriminate è già un primo passo.

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25/07/2023

È morto il compagno Angelo Baracca, scienziato e attivista contro la guerra

Ci è giunta da poco la notizia della morte di Angelo Baracca da tempo in lotta contro la malattia. Lo avevamo sentito due settimane fa e con molta lucidità ci aveva detto di essere consapevole di trovarsi alla fine della sua vita. Con grande dignità lo aveva anche scritto in un breve messaggio del 15 luglio: “Non mi dispiace – aveva scritto – lo desideravo, finalmente ci siamo... voglio solo silenzio. Non credete, sono su di morale”.

Da lottatore per la pace e contro la guerra ci aveva anche tenuto a sottolineare che “la nonviolenza non abbia senso, sia una velleità vuota che sussiste solo in Europa, è velleità vuota in America, non una prospettiva reale, andate a praticarla in Africa nera”.

Con Angelo Baracca era viva da tempo la collaborazione con Contropiano, che ha pubblicato molti dei suoi articoli. Quello a cui teneva in modo particolare è stato L’orologio ticchetta verso l’apocalisse.

Angelo, da scienziato e attivista, ha collaborato con entusiasmo alle iniziative degli studenti di Cambiare Rotta di cui seguiva con entusiasmo le attività.

L’ultima iniziativa comune è stato l’appello lanciato ad aprile scorso “Fermare la guerra, imporre la pace” che ha rilanciato la lotta contro la guerra in un momento di stanchezza del movimento per la pace e al quale intendiamo dare continuità nei prossimi mesi, proprio per contrastare in ogni modo il coinvolgimento dell’Italia nella guerra della Nato in Ucraina.

Con Angelo Baracca se ne va uno degli scienziati che si è prestato con convinzione alla lotta politica, socializzando con la cortesia che lo caratterizzava sia la conoscenza che la militanza. Insieme ad altri scienziati aveva dato vita a “Scienziati contro la guerra” che dalla guerra in Jugoslavia in poi hanno fornito montagne di materiali e documentazioni utili nella denuncia delle devastazione umane, politiche e ambientali della guerra.

Ciao Angelo, siamo sicuri che con te la terra sarà lieve.

La Redazione di Contropiano

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02/07/2023

Il ricordo del 30 giugno 1960 e l’antifascismo militante

Il 30 Giugno 1960 dopo un grande comizio tenuto da Sandro Pertini in piazza della Vittoria (u brichettu, fu appellato in quell’occasione il futuro Presidente della Repubblica) Genova scendeva nelle strade per respingere il tentativo fascista di svolgere il proprio congresso nella città medaglia d’oro della Resistenza.

Seguirono giorni di grande tensione e mobilitazione popolare in tutto il Paese, con una forte repressione poliziesca: vi furono 5 morti a Reggio Emilia, a Roma i carabinieri a cavallo caricarono i partecipanti a una manifestazione antifascista a Porta San Paolo ferendo deputati comunisti e socialisti, vi furono altri morti a Licata, Palermo e Catania.

Alla fine di quei giorni convulsi la democrazia vinse e il governo Tambroni fondato sull’alleanza tra democristiani e fascisti fu costretto alle dimissioni e si aprì, per il nostro Paese, una pagina nuova.

Non dobbiamo mai dimenticare quei fatti in particolare adesso, nella più stretta attualità: in Italia è in atto, ormai da molto tempo ma ora in maniera molto più esplicita e diretta una vera e propria svolta autoritaria attaccando i capisaldi della Costituzione Repubblicana.

Serve subito la messa in campo di una forte opposizione sociale e politica.

Sotto questo aspetto non si può perdere altro tempo: siamo chiamati a ritrovare subito una nostra identità e una nostra autonoma capacità d’iniziativa.

L’esempio del Luglio ’60 non dovrà rappresentare un semplice riferimento al passato ma un modello cui richiamarsi.

Occorre creare le condizioni per una forte tensione sociale sui grandi temi del lavoro, della sanità, del welfare, della qualità della democrazia, della pace cui collegare una altrettanto decisa prospettiva politica.

Senza indulgere nella retorica serve un’opposizione consapevole del fatto che prima di tutto è in gioco l’idea di Repubblica nata dalla Resistenza ed espressa nella Costituzione.

Mai come adesso il ricordo di quelle giornate dell’estate 1960 si deve collegare ad un’azione di indispensabile antifascismo militante.

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11/01/2022

Robert Wyatt - Il comunista

Per raccontare la variegata storia di Robert Wyatt servirebbe un libro di diverse centinaia di pagine. Qui, invece, vogliamo approfondire un aspetto della sua vita poco conosciuto, che ha a che fare con la musica solo in modo marginale, e cercheremo di farlo soprattutto attraverso le interviste che ha rilasciato nel corso degli anni, lasciando trapelare di volta in volta piccole parti delle sue idee, del suo modo di pensare e di porsi di fronte alla politica.

Bisogna anzitutto premettere che Wyatt non è mai stato un “politico” nel senso stretto del termine, non ha mai visto la politica come un lavoro; è stato semplicemente un'artista che, in una ristretta fase della sua vita, ha percepito con estrema urgenza la necessità di impegnarsi contro il razzismo, l’imperialismo occidentale, il capitalismo dilagante e in generale contro le enormi ingiustizie e diseguaglianze sociali. Per questo motivo si iscrive al Partito Comunista inglese - non come dirigente o come personaggio di spicco - bensì da semplice militante che amava parlare, scambiare opinioni, approfondire argomenti con altri iscritti al partito. Ma soprattutto per lui la politica è un potenziale strumento per difendere i più deboli, una missione ideale fatta senza mai pensare, neanche per un attimo, ai propri interessi personali.

Robert Wyatt - Matching MoleLa passione di Wyatt per la politica nasce tardi ed è una conseguenza di vari eventi che fanno crescere in lui una fortissima insofferenza verso tutti i generi di ingiustizia, soprattutto se rivolta verso gli strati più deboli e indifesi della società. I suoi genitori si occupavano di politica in modo superficiale ma avevano le loro idee: “Erano due liberal immagino, mi avvertivano sempre di lavarmi le mani dopo aver toccato una copia del Daily Express. Per loro il Welfare State rappresentava tutto il senso del secolo scorso, tutto quello per cui era valso la pena combattere nel Novecento”. Nella sua giovinezza Robert pensa sopratutto alla musica, ma la sua formazione esula da quella di un musicista rock; la sua vera passione è il jazz,la musica dei neri americani. Ecco cosa dice in un’intervista del 1988: “La musica che prima di tutti mi ha ispirato è stato il jazz e i suoni ad esso imparentati. Oggi si parla tanto di world music, ma secondo me il jazz era già world music. La musica popolare occidentale è stata completamente trasformata dall’apporto dei neri americani, cioè gli afro-americani. All’inizio, sebbene non mi interessassi di politica, non mi capacitavo della disparità tra l’immensa ispirazione che traevo dalla meravigliosa cultura nero-americana e le condizioni delle persone di colore nel mondo che mi circondava. Non riuscivo a capirne il senso e così assunsi un atteggiamento protettivo. E quando cominci a difendere una musica, va a finire che prendi le parti di chi la fa. Perciò se la gente che nella vita ti ha dato più piacere di chiunque altro viene trattata come un problema e senti sempre qualcuno che dice che bisogna ridurne il numero, bè... ti arrabbi. Non perché sei buono o gentile, ma perché difendi ciò che ami”.

Il giovane Wyatt comincia quindi con un semplice senso di protezione verso i musicisti che ama, discriminati per motivi razziali. Ma è solo un sentimento iniziale; Wyatt non pensa affatto alla politica, abbandona addirittura la scuola prima del diploma perché, dice lui stesso: “Ero troppo impegnato a vivere”. La sua vita è pienissima, suona con i Wilde Flowers, registra i primi quattro album dei Soft Machine, due con i Matching Mole e uno solista, partecipa a vari altri album tra i quali i solisti di Syd Barrett, suona dal vivo svariate volte con i Pink Floyd che insieme ai Soft Machine erano le band britanniche più famose della scena psichedelica di quegli anni. Partecipa al tour americano di Jimi Hendrix suonando insieme ai Soft Machine come gruppo di supporto. Finito il tour resta ospite di Hendrix in America, dove conosce, tra gli altri, Frank Zappa, al quale resta legato da un ottimo rapporto.

Nel 1972 pubblica il primo album in cui fa trapelare le sue idee politiche; lo splendido secondo album dei Matching Mole, la piccola registrazione rossa, “Little Red Record”. L’album - dalla copertina chiaramente ideologica - vede i quattro musicisti impegnati nella difesa di Taiwan. “Little Red Record” è un disco emblematico, che segna il superamento del periodo d’oro degli anni 60 e degli ideali della Summer of Love, che si sono scontrati contro un muro che appare indistruttibile, se non con cambiamenti radicali di mezzi e proposte. Il passo è breve ma segna il superamento di un’epoca: si passa dai fiori californiani a Robert Wyatt che imbraccia un mitra.

Robert Wyatt and friendsGli eventi si susseguono e l’episodio più tragico della vita del musicista inglese avviene il primo giugno del 1973. Wyatt cade da una finestra del quarto piano, ma miracolosamente sopravvive e resta paraplegico: non potrà mai più suonare la sua batteria. Questo non può che portare grandi cambiamenti nella sua vita. Inizialmente sembra ovvia la scelta di abbandonare la musica, ma poi con l’aiuto della compagna Alfie e di vari amici, tra cui Nick Mason, decide di continuare e pubblica il suo capolavoro, “Rock Bottom”; ma purtroppo il destino ha in serbo per lui un secondo trauma. L’album - che nell’ambiente di Canterbury è reputato un capolavoro (oggi è considerato uno dei più importanti della storia del rock) - è seguito dalla pubblicazione di un singolo, la cover di un brano dei Monkees, “I’m A Believer”. Il successo è tale che Robert viene invitato a Top of Pops (1974). Ecco come lui stesso racconta gli eventi: “Andai a Top of the Pops e c’era quel balordo (il produttore Robin Nash) che mi disse: ‘Le dispiacerebbe sedersi su un’altra sedia? Non sta bene mostrare una sedie a rotelle in uno spettacolo d’intrattenimento per famiglie’. Mi venne una rabbia! Mi pareva di perdere il controllo della mia vita. Rimasi atterrito da Top of the pops, dal mondo dei 45 giri, da quell’industria. Ero sopravvissuto senza classifiche fino ad allora e, fin tanto che avessi avuto i soldi per un buon tè e per le mie sigarette avrei potuto continuare a vivere felice”.

Dopo questa assurda esperienza i suoi amici organizzano un concerto in suo onore diffondendo manifesti dove sono tutti fotografati in sedia a rotelle per solidarietà (tra loro, vedete Mike Oldfield e Nick Mason).

Questo episodio fa rinascere in lui una forte avversione verso ogni tipo di discriminazione. Pochi mesi dopo un altro evento decisivo, la morte del suo migliore amico; il grande trombettista Mongezi Feza. Un evento che desta molti sospetti: è effettivamente molto strano pensare come un giovane di trent’anni che ha sempre goduto di buona salute sia potuto morire in un ospedale britannico senza che nessun medico si accorgesse delle sue gravi condizioni. Ecco cosa ci dice Wyatt: “La morte di Mongezi mi colpì molto drammaticamente. Il motivo reale della tragedia va ricercato nel fatto che era venuto in Inghilterra per sfuggire alla tirannia del razzismo e vi aveva invece trovato la madre e il padre dell’apartheid. Credeva di scappare dagli orrori del Sudafrica e venne a vivere in quello che continuiamo a chiamare ‘mondo libero’. In Inghilterra, anche se non esiste un razzismo ufficiale, è molto difficile adattarsi, se non si è bianchi. Nel suo caso, dovette rivolgersi a un ospedale psichiatrico, dove gli venne diagnosticata una forma di schizofrenia e dove morì inaspettatamente di polmonite doppia. È un fatto inaudito: la morte per polmonite doppia di una persona giovane che già si trova in ospedale è tutt’altro che inevitabile. Qualcosa mi dice che se fosse stato il principe Carlo non sarebbe morto; o anche, semplicemente, se fosse stato bianco. Credo che da ciò il mio processo di politicizzazione abbia ricevuto una forte spinta”. Siamo nel 1975, Wyatt comincia a cambiare totalmente il suo modo di pensare: “A partire dalla metà degli anni 70, mi sentii molto confuso. La mia musica mi pareva totalmente inadeguata. Trovavo immensamente presuntuosa e ridicola l’idea della generazione degli anni 60 che si potesse migliorare il mondo con le sole canzoni di protesta. Cominciai a interessarmi maggiormente alla seria attività rivoluzionaria, cioè quella tesa al rovesciamento del potere”. Wyatt decide di riprendere e completare gli studi che aveva interrotto da giovanissimo, sono anni in cui la sua attività musicale si fa molto più sporadica: dal 1975 al 1982 non pubblica più alcun album solista. “In quegli anni ero molto più interessato a leggere, studiare e guardare in tv quelle bellissime lezioni universitarie di alcuni professori di storia, letteratura o filosofia. Ritenevo che farlo fosse molto più utile di suonare”.

Robert WyattNel 1979 Wyatt decide quindi di iscriversi al Partito Comunista inglese. “La gente mi diceva: ‘Come è possibile partecipare a un partito che ha le stesse probabilità di sopravvivenza di un cubetto di ghiaccio in un forno?’ Io rispondevo: ‘Se sei stato un fan del free jazz e andavi ai concerti free jazz, dove il pubblico era regolarmente in numero inferiore ai componenti del gruppo, anche quando era costituito da sole tre persone, allora puoi anche pensare di unirti al Partito Comunista’”. La verità è che Wyatt si iscrive al Partito Comunista come una sorta di extraterrestre, la sua visione ideale è talmente estrema da essere incompresa persino in quel partito. I suoi pensieri principali sono rivolti alla lotta al razzismo e alle politiche liberiste e colonialiste degli Stati Uniti, ma è in particolare l’apartheid sudafricana a occupare gran parte dei suoi pensieri. Wyatt nutre grande stima dei veri combattenti rivoluzionari, come ad esempio i leader Sudafricani Joe Slovo e Nelson Mandela, ascolta con assiduità la radio appassionandosi ai vari problemi del terzo mondo. È ormai convinto che la carica rivoluzionaria del rock degli anni Sessanta abbia perso ogni credibilità.

Wyatt non sarà mai una figura di spicco del partito, la sua natura schiva, introversa glielo impedisce. Dobbiamo immaginarcelo come un semplice attivista che preferisce la compagnia di un operaio che legge i libri di Marx nel tempo libero, piuttosto che di un leader del partito. In ogni caso, si dedica con particolare attenzione ai problemi del Terzo Mondo e in particolare del Sudafrica, ha una fitta corrispondenza con prigionieri politici sparsi in tutto il mondo, organizza e partecipa a convegni, tra i quali Art against Racism and Fascism, oltre che a varie manifestazioni e dibattiti in difesa dell’African National Congress. Wyatt devolve gli utili di due Ep del 1984 ai minatori in sciopero contro il governo Thatcher e continua a farlo a ogni successiva tiratura, si occupa con grande passione della sanguinosa guerra del Guatemala, finanziata dagli Stati Uniti, della difesa della Namibia. Vede nell’Occidente ricco e prosperoso la causa principale del razzismo e della povertà dei paesi meno sviluppati: “Credo che l’Inghilterra sia particolarmente colpevole di quelle che succede in Sudafrica, cosi come lo sono i francesi nella parte orientale dell’Africa e il fatto che ora ci sono molti africani che vivono a Londra ci aiuta a parlare con questa gente e questa è un’occasione culturale importante”. Dell’America dice: “Io penso che se non fosse per il jazz, sarebbe stato meglio che l’America non fosse mai esistita. Ma poiché il jazz è esistito, personalmente gliene sono grato”.

Le sue iniziative sono innumerevoli, a volte come protagonista, a volte come semplice attivista: a Wyatt non sono mai interessate le luci della ribalta, così è possibile vederlo in foto in cui vende per le strade il giornale del suo partito, il Morning Star.

Negli anni Ottanta il musicista inglese pubblica, in formato 45 giri, varie reinterpretazioni di vecchie canzoni politiche che poi raccoglierà nell’album “Nothing Can Stop Us”. Tra i brani, c’è anche “Arauco”, canzone folk della songwriter cilena Violeta Parra, grido di disperazione dei capi indiani contro il colonialismo dei cristiani che, dice Wyatt, “prosegue da quattrocento anni”. “Red Flag” è un traditional irlandese, divenuta successivamente inno dei partiti laburisti. “Strange Fruit” è un grande classico degli anni 30, nonché una delle prime canzoni in cui si parlasse apertamente del razzismo in America. “Caimanera” è una versione della cubana “Guantanamera”, dedicata ai cubani che hanno deciso di restare a Cuba in contrapposizione ai politici inglesi e americani che elogiavano chi espatriava negli Stati Uniti. “Stalin Wasn’t Stallin” è il brano più ideologico; un elogio del regime sovietico, la reinterpretazione di un brano del 1943 scritto da un autore che è ancor oggi sconosciuto, o perlomeno quello che si crede essere l’autore, Bill Johnson, nega di esserlo: “Mi aveva divertito molto sapere che c’era questa canzone di cui non si riusciva a scoprire l’autore, perché lui stesso non osava confessarlo, neppure per riscuotere le proprie percentuali”. Il testo è uno sperticato elogio di Stalin, descritto come un grande orso che agguanta e uccide la bestia di Berlino, vale a dire ovviamente Adolf Hitler, sorta di essere demoniaco partorito dal diavolo in persona. “Shipbuilding” è un brano contro la guerra delle Falkland, composto per Wyatt da Elvis Costello. “Trade Unions” è un inno sindacale suonato per convincere gli operai inglesi a iscriversi al sindacato. “Born Again Cretin”, unico brano del lotto scritto da Wyatt stesso, suona come una rivendicazione della sua libertà di parola. Ma Wyatt sa benissimo che il suo diritto di espressione è solo una faccia della medaglia del capitalismo: lui può parlare ma Mandela marcisce in carcere; mentre il titolo ironizza sui “Born Again” americani, i rinati in Cristo, che rappresentano una faccia ambigua e inquietante di una società ormai allo sbando, che non ha niente in cui credere ed è quindi capace di credere a qualunque cosa.

Se esaminiamo questi anni e i suoi brani politici, Wyatt appare come un marxista ottimista che ha la vera speranza di cambiare la società. Questa, però, col tempo è destinata a svanire. A un certo punto il musicista inglese acquista la consapevolezza che le sue idee siano destinate a scontrarsi con la dura realtà. Wyatt è un'idealista che crede fermamente in tutto quello che fa, ma il mondo intorno a lui sta cambiando; soprattutto stanno cambiando le persone che gli stanno intorno. Una nuova generazione di giovani si sta facendo strada; siamo alla fine degli anni Ottanta e un personaggio come Wyatt sta diventando un vecchio arnese di cui disfarsi. Nel 1987, così, il musicista inglese esce dal partito: “Me ne sono andato dal Partito Comunista perché era ormai diventato solo un trampolino di lancio per sapientoni da tribune televisive o giornalistiche. Non vedo più alcuna differenza tra le posizioni del partito comunista-marxista e quelle dei socialdemocratici. Quando entrai nel partito, alla fine degli anni Settanta, le persone che mi piacevano davvero erano spesso i vecchi e gloriosi antifascisti che si erano iscritti negli anni Trenta e ne avevano viste tante. C’era un idraulico che, malgrado l’opportunità di fare carriera, aveva preferito rimanere un militante di base e viveva fino in fondo i propri ideali. Andavamo ai mercatini del Morning Star e mi innamorai perdutamente delle persone che li frequentavano. Ma poi rimasi deluso, quando arrivò un bel po’ di gente molto più alla moda, quelli della generazione post-Beatles; se ne stavano lì a fare battute sarcastiche sui vecchi che ascoltavano Paul Robeson (cantante e attivista civile americano). Non mi piaceva affatto quella gente! Mi trattavano con apparente simpatia, ma in realtà non avevano niente in comune con me: ‘Oh, abbiamo un musicista, un fiore all’occhiello per la nostra immagine!’. Non mi interessava unirmi allo scherno della destra verso i vecchi comunisti”.

Manca poco al crollo del comunismo, ma le idee di Wyatt non cambiano. “Molti di noi sono diventati bird-watcher, ma io non sono cambiato affatto. Morirò col marchio marxista-leninista impresso sulla mia spina dorsale. Non si tratta di quel che faccio o dico: è come il mondo mi appare, non mi aspetto che le altre persone mi seguano, ma io non abiurerò mai. Non vedo ancora alcuna altra seria analisi del mondo, per me l’abbandono del Marxismo sarebbe come se i creazionisti seguissero Darwin. Sono molto grato al Marxismo, lo considero inestimabile nella lotta contro l’apartheid. E penso che Joe Slovo (leader del partito comunista sudafricano), sia stato un vero gigante tra gli uomini, un comunista di successo che ha saputo guardare la realtà”.

La storia politica di Robert Wyatt, dunque, resterà sempre segnata dalla sincerità e dalla fortissima autonomia, le stesse caratteristiche che hanno contraddistinto la sua carriera musicale. Wyatt non è mai stato interessato a fare cose che avessero un seguito, non ha mai cercato proseliti, sia nella musica che nella politica, ha sempre fatto quello che riteneva giusto fare, il senso di competizione che esiste tra i musicisti non ha mai fatto parte della sua mentalità.

Chiudiamo con un passaggio da un’intervista che descrive perfettamente la personalità di Wyatt e che dovrebbe essere d’insegnamento a tanti giovani musicisti: “Non ho mai sopportato la divisione tra successo e fallimento di cui parla l’industria pop, per loro un disco è un successo o un completo fallimento. Il mondo della cultura da cui vengo, che ho nella mia testa, non ha niente a che fare con tutto questo. Si tratta solo di persone che fanno il loro lavoro giorno per giorno. Invece ho visto musicisti andare nel panico per avere venduto meno copie di un loro collega. Tutto questo non mi riguarda. Non significa nulla per me l’avere molto, la ricchezza, il grande profitto. Voglio solo avere abbastanza soldi per vivere e stare con i miei amici. Se una persona compra un mio disco, è molto gentile da parte sua e gliene sono molto grato. Se a una persona piace ciò che faccio, questo è meraviglioso. Altrimenti vuol dire che ascolterà qualcos’altro”.

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07/12/2020

Lidia Menapace, partigiana, comunista, femminista

“Aver ripercorso senza rigore ma addirittura a capriccio il tratto della mia vita fino a qui a me ha fatto pensare quanto sia stata fortunata a nascere quando e dove nacqui, si da poter partecipare nel corso di una sola vita alla Resistenza, al Sessantotto, alla crisi del capitalismo”.

Queste sono le parole che Lidia Menapace scrisse sulla copertina del “romanzo della mia vita” (Canta il merlo sul frumento, San Cesareo di Lecce, Manni, 2015).

Forse proprio le sue stesse parole possono aiutarci a ricordare, ricostruendone pur sommariamente la vita, questa compagna che in quasi un secolo ha attraversato con intelligenza e sensibilità, forza e passione, i momenti decisivi della storia del nostro paese.

Il suo impegno non è mai venuto meno, nemmeno in tarda età. Solo due anni fa accettò di candidarsi al Senato nelle liste di Potere al Popolo.

Nata a Novara nel 1924, Lidia Menapace fu una giovane staffetta partigiana nella gloriosa quanto terribilmente contesa Val d’Ossola, sede di una Repubblica Partigiana. Ha testimoniato la sua esperienza in un libro che andrebbe letto nelle scuole, per la semplicità con cui si spiega la scelta partigiana, per la libertà, di una giovane donna e per la modestia con cui descrive il suo contributo alla Resistenza (Io, partigiana. La mia Resistenza, San Cesareo di Lecce, Manni, 2014).

Lidia Brisca Menapace (questo secondo cognome era quello del marito, con cui condivise la vita), fu la prima donna eletta nel consiglio provinciale di Bolzano, poi assessore alla sanità e ai servizi sociali. Il suo partito era allora la Democrazia Cristiana, che lasciò nel 1968.

Dai primi anni sessanta aveva avuto un incarico di Metodologia degli Studi Letterari all’Università Cattolica di Milano e il sessantotto rappresentò per quella università e per il mondo cattolico un vero terremoto.

La Cattolica fu la culla del Movimento Studentesco a Milano e in quell’università si formarono diversi dirigenti del movimento, tutti presto espulsi dalle loro facoltà. Fu uno dei segnali della scomposizione dell’unità politica del mondo cattolico, generalmente sino ad allora sottomesso alla DC e dell’emancipazione dei suoi settori più vivi da quel partito.

A Lidia Menapace, autrice di un documento dal titolo Una scelta marxista non fu rinnovato l’incarico d’insegnamento presso la Cattolica.

Fu proprio l’anno seguente che Lidia Menapace s’incontrò con il gruppo del Manifesto, radiato dal PCI, con cui iniziò un sodalizio politico che, pur tra diverse occasioni di dissenso, continuò sino al marzo 1984.

Infatti, in quel momento, non condivise la scelta congressuale del PDUP per il Comunismo, i cui dirigenti provenivano in gran parte dal gruppo del Manifesto, di confluire nel PCI, e fondò il Movimento Politico per l’Alternativa.

Si ritroveranno, con quei compagni, dopo il 1989, in Rifondazione Comunista. Sarebbe grave non ricordare, facendo un passo indietro, che nel 1973 Lidia Menapace aveva contribuito alla fondazione del movimento dei “Cristiani per il Socialismo” che ebbe un ruolo importante in quella frattura del mondo cattolico a cui ho già accennato che trovò espressione nella vittoria progressista nel referendum sul divorzio del maggio 1974.

È proprio del 1974 un libro di Menapace dal titolo La Democrazia Cristiana. Natura, struttura e organizzazione, che contribuì a formare molti militanti sulla natura del sistema di potere democristiano (Milano, Mazzotta, 1974)

Nel 2006 Lidia Menapace fu eletta senatrice per Rifondazione Comunista e proposta per la carica di presidente della commissione Difesa. Certamente sarebbe stato interessante vedere come una pacifista quanto lei avrebbe gestito tale commissione, ma le fu preferito Di Gregorio, dell’Italia dei Valori, che poi passò al campo avverso quando Berlusconi gli versò tre milioni di euro.

Purtroppo, di quel mandato senatoriale restano le ombre di quando una pacifista come Menapace, non si sa se per convinzione o per disciplina di partito (Rifondazione faceva parte della maggioranza), votò a favore del finanziamento della missione militare in Afganistan, un atto che le fu ripetutamente contestato.

Lidia Menapace è stata un militante femminista, riferimento per diverse generazioni di donne. Esiste un aneddoto divertente sulla discussione della sua tesi di laurea, quando un componente della commissione definì il suo elaborato “frutto di un ingegno davvero virile” provocando una risposta irata della giovane candidata.

Più seriamente, Menapace ha contribuito al movimento femminista, dal suo punto di vista marxista, sottolineando che l’indipendenza economica è il fattore decisivo della liberazione della donna. Non è un caso che uno dei suoi molti contributi significativi al movimento femminista sia proprio Economia poltica della differenza sessuale (Roma, Felina, 1987).

Dal punto di vista culturale, Menapace fu una decisa sostenitrice della necessità di rinnovare il linguaggio e l’espressione in direzione non sessista.

Negli ultimi anni della sua vita si impegnò nella campagna referendaria contro le modifiche costituzionali proposte da Renzi nel 2016 e, come ho scritto, fu candidata al Senato per Potere al Popolo. Fu proposta per la nomina a senatrice a vita, ma questa non arrivò.

Forse meglio così, per noi senatrice a vita lo era già, nel movimento e nelle lotte e non nelle istituzioni.

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08/06/2020

Puntellare il marxismo

Il prof. Giovanni Marco Giuliano ha realizzato un’impresa singolare, che nel suo stesso costituirsi diventa emblema di una visione dei rapporti sociali. Non ha scritto un libro, ma ne ha letti e studiati tanti; non ha firmato una pubblicazione, ma ha lasciato parlare le proprie letture dedicando anni della sua vita alla costruzione di uno strumento di lavoro, di studio, di curiosità.

In altri termini, ha lasciato che la sua individualità si dissolvesse in un servizio per altre soggettività, ha accettato di divenire strumento. E questo, in termini generali, è un atto politico.

Finalmente, grazie a questo sforzo personale, è stata realizzata per la prima volta una raccolta digitale, ragionata ed esaustiva, di tutte le principali citazioni dirette di alcuni grandi classici del marxismo (Marx, Engels, Lenin, Stalin, Mao).

Il sito (citazionimarxiste.it) è di semplice consultazione, e impressionante utilità. Nonostante la sua riservatezza, non ho resistito, e ho chiesto all’autore di rilasciare un’intervista per Contropiano.

*****

Vorrei entrare subito nel merito delle questioni più pregnanti. Certamente questo sito si rivela un’ottima risorsa per studiosi, ma anche semplici lettori o curiosi a caccia di citazioni. Tuttavia pare evidente che uno sforzo di questo tipo sia stato originato da forti motivazioni politiche. Quali sono?

Tra compagni la sincerità è d’obbligo, anche quando può sembrare arroganza. Consapevole di questo rischio, accetto di correrlo e ti rispondo che la ragione politica fondamentale di questa raccolta nasce dalla convinzione che quel poco di marxismo in circolazione è in gran parte adulterato. Naturalmente posso sbagliarmi e non di poco, né ho mai pensato di essere io a proporre una sorta di lettura “autentica” del marxismo stesso.

Quello che invece ho pensato di poter fare è di trovare un modo per stimolare un viaggio, per alcuni un ritorno, alle fonti del marxismo, senza alcuna mediazione. Non sono riuscito a trovare nulla di meglio, di più efficace, e alla mia portata, di una raccolta di citazioni.

Sicuramente rileggere quella montagna di volumi e pazientemente annotare i passaggi principali deve essere stato un percorso interessante, ma anche segnato da non poche difficoltà. Quali sono state le fasi più complicate del lavoro?

Il sito è frutto di quattro anni di lavoro, tre per la ricerca vera e propria delle citazioni, l’ultimo per trascriverle e mettere a punto il sito. Naturalmente per riuscire a “vedere” le citazioni ci sono i decenni di studio precedenti. In questi quattro anni ho potuto dedicarvi solo il tempo libero dal mio lavoro, quello che faccio per vivere.

Ho avuto difficoltà a procurarmi una parte dei testi che non erano già in mio possesso, e ancor prima nel mettere da parte i soldi necessari per acquistarli, difficoltà assai diffusa tra i compagni. Se devo fare un bilancio non penso però al termine “difficoltà”, perché in realtà mi sono fatto un bellissimo regalo, ho trovato il modo di spendere bene buona parte di questi ultimi quattro anni della mia vita.

Questo sicuramente potrebbe incoraggiare altri a spendere analogamente il proprio tempo. Ma se si tratta di un’avventura così entusiasmante, come ti spieghi il fatto che nessuno, prima d’ora, abbia tentato un’impresa simile?

Mi sono chiesto anch’io, prima di iniziare la raccolta delle citazioni, perché non esistesse ancora qualcosa di simile, anzi, qualcosa di migliore, più ricco, fatto da più persone anziché nascere da un lavoro individuale.

Tra i motivi penso ci sia il fatto che la quasi totalità dei gruppi, delle organizzazioni, dei partiti, dei singoli che si autodefiniscono marxisti o che comunque si richiamano ad esso, pur avendone abbandonati dei capisaldi, non abbiano voluto esplicitarne i motivi, preferendo esporre e riproporre solo quei temi del marxismo che ancora condividono e che ai loro occhi giustificano il loro definirsi marxisti.

In questo quadro, una raccolta di citazioni marxiste che voglia anche solo sfiorare la completezza, richiamerebbe temi e contenuti da tempo lasciati cadere nel dimenticatoio.

Inutile dire che io non la penso così, perché ritengo che il marxismo non sia un pollo o un coniglio ben cucinati da cui ognuno sceglie la parte o le parti che più gli piacciono, ma una scienza i cui principi fondamentali si reggono l’un l’altro.

Questo non significa che la mia raccolta di citazioni comprenda tutti i temi principali, ma quelli che ho “tagliato” li ho rimossi perché penso non siano di attualità, ad esempio la questione del partito rivoluzionario, delle sue caratteristiche politiche, organizzative, ecc.

Tutte le idee politiche sono vitali se coinvolgono le giovani generazioni, altrimenti sono già morte. Pensi che queste citazioni siano ancora in grado, oggi, di parlare ai millennial? Se tu dovessi consigliare a uno studente un itinerario nel tuo glossario, che percorso tracceresti?

Penso proprio che i giovani non amino i consigli, così come non li amavo io quando ero giovane, e per quanto riguarda gli esempi non è nemmeno il caso di parlarne. Posso solo dare un suggerimento di tipo “operativo”, rivolto in particolare a quei giovani che hanno deciso di cominciare a farsi o ad approfondire la loro cultura marxista, ma fanno fatica a comprendere da dove iniziare.

A loro in particolare suggerisco di partire dalle proprie personalissime esigenze, curiosità e simili e cercare tra gli argomenti della raccolta quelli che vi si avvicinano, leggere la/le citazioni di tali argomenti, risalire quindi ai libri da cui sono tratte e che sono elencati nella bibliografia e iniziare da quelli. In effetti è proprio pensando ai giovani che ho scelto di strutturare la raccolta per argomenti e di organizzarli semplicemente in ordine alfabetico.

Ho pensato che questa fosse la forma migliore per esprimere una mia convinzione, cioè quella per cui non è importante da dove ci si avvicina al marxismo, quanto iniziare a conoscerlo e, ripeto, a conoscerlo dalle fonti. Naturalmente esistono tante strade per avvicinarsi al marxismo, io ne indico una.

Rivelaci infine quelle che a tuo avviso siano le citazioni più significative in cui ti sei imbattuto, una o due frasi che possano subito raccontarci qualcosa del nostro presente.

Il marxismo è una scienza che comprende diverse discipline, dall’economia alla filosofia, dalla politica alla sociologia. Vi sono gruppi di citazioni significative in ogni campo, intendendo per significativo il fatto che esprimono i capisaldi del marxismo in quella specifica disciplina.

L’elenco sarebbe perciò molto lungo, ad esempio quelle riguardanti la concezione marxista dello Stato in politica; quelle sul materialismo storico-dialettico in filosofia; quelle che individuano i capisaldi dell’economia capitalistica in economia, ecc. No, non ho risposta a questa tua domanda, né penso che ci sia.

Fonte

16/04/2020

Addio, compagno Sepulveda

Ennesima vittima della pandemia, ci ha lasciati Luis Sepulveda, bravo scrittore cileno ma soprattutto compagno combattente. Ci conforti che la poetessa Carmen Yañez, sua compagna amatissima di vita, tanto che Sepulveda la sposò due volte, sia fuori pericolo.

Sepulveda è ben noto nel nostro paese, dove i suoi romanzi hanno avuto grande successo, Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, Le rose di Atacama, Patagonia express, Incontro d’amore in un paese in guerra sono diventati libri di culto per i lettori italiani, storie che hanno saputo portarli in un Sudamerica affascinante e talvolta desolato, ma mai rassegnato.

Una letteratura certamente anche di memoria, non scevra da un’intima (ma non intimistica) nostalgia. Una nostalgia che certamente Luis Sepulveda aveva vissuto per 31 anni da apolide, dopo che gli era stata tolta la cittadinanza cilena.

Presentatosi una mattina al consolato di Amburgo, dove doveva andare ogni tre mesi per rinnovare il passaporto marcato con la lettera “L”, quello dei cileni che non potevano rientrare nel paese, fu accolto da alcuni “gorilla” che gli dissero sbrigativamente che lui cileno non lo era più. Solo nel 2017 Sepulveda, quasi per caso, accompagnando sua moglie all’ambasciata di Madrid, apprese che la cittadinanza gli era stata restituita.

Dei “gorilla” e degli sgherri di Pinochet, Sepulveda aveva già esperienza. Militante socialista, molto vicino a Salvador Allende, faceva parte della guardia personale del presidente assassinato dai golpisti. Fu imprigionato e torturato per sette mesi, prima di essere liberato grazie alle pressioni internazionali. Riprese la sua attività come regista di teatro incorrendo dopo qualche tempo in una condanna all’ergastolo, poi commutata in otto anni di prigione e l’espulsione dal paese.

Partì in aereo per andare in Svezia, dove aveva ricevuto asilo politico, ma al primo scalo lasciò tale itinerario per iniziare una lunga peregrinazione tra Uruguay, Brasile e Paraguay che terminò solo quando alla fine fu ospitato da un amico in Ecuador.

In quel paese ebbe un’esperienza importante poiché partecipò a una missione dell’Unesco che lo portò a vivere diversi mesi presso gli indios Shuar, che divennero indirettamente protagonisti del suo primo romanzo, Il vecchio che leggeva storie d’amore.

In quel romanzo il vecchio Antonio José Bolivar Proano serba come ricordo più prezioso della sua vita l’avere vissuto a lungo presso gli Shuar, esperienza che gli ha insegnato il rispetto dei ritmi e dei tempi della natura e della grande foresta, che i gringos invece sanno solo sfruttare e distruggere.

Quell’esperienza, ancor prima dell’uscita del romanzo, portò Sepulveda alla militanza ambientalista con Greepeace, dove si impegnò negli anni '80 a diversi livelli, prima come membro di uno degli equipaggi dell’organizzazione, poi in ruoli di coordinamento. Da quella militanza nacque poi il libro Il mondo alla fine del mondo.

Nel frattempo, c’era stata la partecipazione alle Brigate Simon Bolivar del Nicaragua, riallacciando un’esperienza combattente che lo aveva già portato in Bolivia nelle fila dell’esercito di Liberazione Nazionale, alla fine degli anni '60.

Infine, dal 1989, la carriera di scrittore, giunta dopo varie esperienze giornalistiche, durante la quale ha saputo parlare a lettori molto diversi, anche bambini, con romanzi, racconti di viaggio, fiabe. La scrittura di Sepulveda è semplice, immediata e diretta, proprio per questo efficace e raggiunge con facilità tutti.

Una vita, quella di Sepulveda, ribelle già dall’infanzia, come ci racconta ne La frontiera scomparsa, dove il nonno, anarchico andaluso scappato in Sudamerica per sfuggire a una condanna a morte, lo porta a pisciare sulle porte delle chiese. Ribelle e anche contrastata, poiché Luis nacque in una camera d’albergo dove si erano rifugiati i genitori in fuga da una denuncia del nonno materno che era invece un ricco possidente.

Mi piace concludere questo ricordo proprio con un riferimento al racconto di Sepulveda Un uomo chiamato Vidal , dalla raccolta di racconti Le rose di Atacama (Guanda, Parma, 2000). Parlando di Vidal, un sindacalista con cui fece amicizia in un mercato dell’Ecuador, dove quest’ultimo era stato fermato dalla polizia, ricorre alle parole di Brecht “Ci sono uomini che lottano tutta la vita: è di loro che non si può fare a meno”.

Non faremo a meno di Luis Sepulveda, dei suoi libri e del suo messaggio di combattente.

Fonte

20/05/2019

Ricordando Nanni Balestrini. Una interpretazione controcorrente del Novecento

La scomparsa di Nanni Balestrini non colpisce, esclusivamente, per la perdita di un compagno – un intellettuale – che seppe narrare l’ascesa dell’operaio massa di Mirafiori che veniva dal Sud, oppure la stagione degli invisibili nel turbine del movimento del ’77 o, ancora, il militante di formazioni politiche di quella che si definiva la sinistra rivoluzionaria più forte di un paese dell’occidente capitalista.

Nanni Balestrini è stato un uomo che ha percorso criticamente il Novecento nel campo delle arti, della letteratura e dell’impegno politico pratico. I suoi libri, le sceneggiature dei film e più compiutamente il complesso del suo articolato profilo culturale hanno arricchito il sapere di diverse generazioni di militanti ma – soprattutto – sono stati “aria nuova e pulita” nell’immaginario di quanti hanno aspirato, ed aspirano tutt’ora, al rovesciamento di questi odiosi rapporti sociali.

Notevole è stato il suo contributo all’asfittico e paludato universo della letteratura italiana la quale – nei primi anni sessanta – guardava con un mix di stupore e spocchia intellettualoide a questa giovane generazione di poeti, scrittori, registi e critici d’arte che si definivano “neo avanguardia” perché osavano accostare il campo della letteratura e della poesia al costume, alle scienze umane e all’universo della politica.

Si andava proponendo ed esplicitando concretamente – nelle scuole, nel cinema, nelle università e, finanche, con incursioni nei giornali della borghesia – una rottura con gli anacronistici steccati formali che impedivano quella ricca e feconda cooperazione sociale che è alla base di qualsivoglia progetto/allusione rivoluzionaria, non solo sul versante artistico ma verso l’intero arco delle contraddizioni sociali.

Balestrini e l’intera compagine di poeti, teatranti, scrittori e professori che si adoperarono per affermare questi concetti operarono – controcorrente – una dichiarata rottura con la reazionaria concezione dell’intellettuale “rinchiuso nella sua torre d’avorio” ma realizzarono anche un ulteriore arricchimento metodologico e di merito rispetto all’interpretazione, spesso ricorrente in quegli anni con una declinazione dogmatica e scolastica, “dell’intellettuale organico”.

Questo enorme lavoro critico è raccolto in riviste, libri, opere teatrali e scenografie che segnarono positivamente quel periodo storico, né raccontarono i fermenti tracciando anche idee/forza utili ad una nuova grammatica della trasformazione della contemporaneità capitalistica.

Nanni Balestrini, come migliaia di altri compagni che in quel contesto scelsero di essere in prima fila nello scontro politico e nella generale battaglia per le idee, ha sempre intrecciato impegno politico e sociale con lo studio, la sperimentazione e la continua ricerca di nuove forme di espressione e di configurazione delle attività umane. Mai, però, questa ricerca – anche ardita in alcune sue particolari espressioni – divenne eclettismo, pura ed impotente astrazione oppure un ammiccamento alle mode ricorrenti del momento.

Neanche Nanni scampò alla vendetta statale che – sul finire degli anni settanta – si scatenò contro quanti avevano interpretato e partecipato a quel moto di cambiamento della società. Balestrini fu colpito da un mandato di cattura, emesso dal sostituto procuratore Calogero, nell’ambito della famigerata “inchiesta del 7 aprile ‘79” che lo costrinse ad una forzata latitanza in Francia mentre una intera generazione di militanti e compagni veniva seppellita sotto secoli di galera. Nanni – quindi – ha vissuto intensamente la sua vita e le sue scelte anche pagando prezzi umani e materiali di non poco conto.

Colpisce oggi la sua scomparsa e lo ricordiamo con affetto ed immensa stima.

Il miglior ricordo, a parere di chi scrive, è riprendere la sua produzione (numerosi suoi testi sono stati ripubblicati dall’editore Derive/Approdi), farla conoscere alle nuove generazioni ed assumere il metodo del suo punto di vista che fu – sempre – multiforme, aperto alle innovazioni, alle sperimentazioni ma profondamente partigiano!

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07/12/2018

Ciao, Gian Maria. E graze!


Ventiquattro anni fa, si spegneva Gian Maria Volonté. Un attore contro, senza fraintendimenti, senza tentennamenti, senza ambiguità. Rinunciò a Novecento di Bernardo Bertolucci e a Il Padrino di Francis Ford Coppola, per esempio, pur di costruire progetti altri, e girare film piccoli, in cui credeva.

Un attore militante, la cui passione politica, dichiaratamente comunista, mette i brividi – e personalmente mi inumidisce gli occhi – al cospetto dell’odierno sfacelo artistico, politico, culturale, ideale. Un deserto in cui cinema, teatro, letteratura, arte sono soggiogati dalla bastarda legge del denaro, della merce, del profitto. E dell’ego idolatrato e sovraesposto.

Un attore contro, dunque, Gian Maria. Innanzitutto, contro il sistema produttivo-mercantile di un Capitale che ha imposto le sue logiche asfissianti e miserande, reazionarie e omologanti, oltre che alla struttura economica, anche e soprattutto alla sovrastruttura culturale. E quindi alla creatività, al pensiero critico e dissidente, alla bellezza. Declinando il tutto, ormai, in cadenze di oscenità. Un immaginario da postribolo dannunziano – direbbe il commissario di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto – con intellettuali adagiati comodamente sul pavimento di casa dei potenti. Attori cortigiani. Registi à la page. Scrittori da salotto. Artisti museificati. Giornalisti tappetino. Poeti da canzonetta.

Ma anche un attore partigiano, Gian Maria. Dalla parte della Classe Operaia. Dalla parte del Proletariato. Dalla parte degli ultimi. Un compagno che non ha temuto la galera e ha sempre saputo da che parte stare. Come quando aiutò Oreste Scalzone ad espatriare in Francia. Gian Maria morì quasi dimenticato da un cinema italiano già in declino verticale.

Da tempo era costretto a lavorare fuori dai confini patri. Il suo ultimo film fu Lo sguardo di Ulisse, di Theo Angelopoulos. Un cinema italiano ingrato col suo figlio più generoso e geniale. Ma già pronto ad osannare – in anni di riflusso e smobilitazione ideologica – le emergenti mediocrità, cui nel nome del mercato si attribuiscono allori, oscar, premi. Con l’eccezione di pochi. Tra cui vale la pena ricordare un amico di Gian Maria. Quel Renato Carpentieri, splendido attore di teatro, impetuoso interprete de La Tenerezza di Amelio, che sincere lacrime versò per Volonté al suo funerale. Attori diversi, ma simili nella passione politica e nell’impegno.

Quell’impegno che portò Gian Maria a dire: «Io accetto un film o non lo accetto in funzione della mia concezione del cinema. E non si tratta qui di dare una definizione del cinema politico, cui non credo, perché ogni film, ogni spettacolo, è generalmente politico. Il cinema apolitico è un’invenzione dei cattivi giornalisti. Io cerco di fare film che dicano qualcosa sui meccanismi di una società come la nostra, che rispondano a una certa ricerca di un brandello di verità. Per me c’è la necessità di intendere il cinema come un mezzo di comunicazione di massa, così come il teatro, la televisione. Essere un attore è una questione di scelta che si pone innanzitutto a livello esistenziale: o si esprimono le strutture conservatrici della società e ci si accontenta di essere un robot nelle mani del potere, oppure ci si rivolge verso le componenti progressive di questa società per tentare di stabilire un rapporto rivoluzionario fra l’arte e la vita».

Un pensiero che i tanti, troppi attori che, oggi, celebrano il nome di Volonté, dichiarando di ispirarsi alla sua concezione artistica, dovrebbero ripassare. Le idee per sopravvivere devono camminare sulle gambe della realtà. Altrimenti le si umilia, con la propria incoerenza. Ciao Gian Maria. E grazie!

*****

Per aiutare a capire cosa si intenda per “militanza politica” di un attore straordinario, ci sembra un dovere riproporvi questo cortometraggio girato da Gian Maria Volonté insieme ad un gruppo di altri straordinari attori di quegli anni. Ricostruisce l’omicidio di Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico, provocatoriamente accusato per la strage di Piazza Fontana (12 dicembre 1969), eseguita dai fascisti su indicazione dei servizi segreti italiano e statunitense. La scena si svolge nell’ufficio del commissario Luigi Calabresi, al quarto piano della Questura di Milano.


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01/10/2018

Una lotta continua... I 70 anni di Giorgio Cremaschi

Giorgio Cremaschi – una vita passata tra Fiom e movimenti, fino alla costituzione prima di Eurostop e subito dopo di Potere al Popolo (di cui è uno dei portavoce nazionali) – compie oggi 70 anni.

L’intervista di Contropiano prova a fissare i passaggi utili a tutti gli attivisti, oggi, di una esperienza certamente non comune.

*****

70 anni passati militando, cominciando quindi grosso modo dal ’68. Che vuol dire?

Da prima. Ancora prima, perché mi sono iscritto alla Fgci nel 1967, quindi prima che iniziasse il ’68, e avevo cominciato da studente a partecipare alle manifestazioni per il Vietnam.

In che città?

A Bologna. A Bologna, da studente bolognese, liceale, ho partecipato al ’66 alle prime manifestazioni, per lo meno da parte mia. Ce n’erano state altre, ma le mie prime manifestazioni sono iniziate nel ’66 contro la guerra nel Vietnam. Non avevo ancora 18 anni, ma diciamo che per me – al di là del fatto di aver fatto una scelta di campo, di classe, di considerarmi comunista più o meno da quando ho messo i calzoni lunghi – il mio impegno militante inizia sul Vietnam. Penso che sia tipico di una generazione.

Assolutamente sì... Diciamo quando è stata la svolta, il momento in cui si comincia a dire: va bene, dedico la mia vita a questo tipo di attività?

Ma... Da un lato ho sempre fatto il militante, nel senso che io ero studente-lavoratore, stavo nella sezione universitaria del Pci, lavoravo non per lavorare, ma semplicemente per poter essere libero... Allora si poteva, questa è la differenza con l’oggi. Uno trovava un lavoro e poi quel lavoro gli permetteva di fare quel che cavolo voleva, questo è il vero cambiamento. Oggi, invece, devi fare tutto quello che vogliono per trovare un lavoro. Cioè, il lavoro era allora il punto di partenza, oggi è il punto di arrivo nella vita di un giovane. Questo dice anche quanto siamo tornati indietro. Quindi, da studente di scienze politiche – in realtà poi abbastanza trascurato, e soprattutto da lavoratore – partecipavo al ’68, ’69, ‘70, i movimenti, le lotte... Forse, se posso dire, se c’è un segno del destino che riguarda la mia vita è quando il 2 ottobre del 1968 sono stato arrestato e ho fatto qualche giorno di galera, perché siamo andati come studenti a Bologna a contestare il congresso dei medici del lavoro. Dicevamo che la malattia principale dei lavoratori era lo sfruttamento; ma i medici del lavoro era la prima malattia che negavano. Ci furono scontri con la polizia... Io fui arrestato, ma poi ho continuato a fare il militante...

Una svolta professionale, diciamo... Ma quando diventa una professione militante, dentro un’organizzazione?

Ho iniziato allora e da allora ho continuato a seguire come studente le lotte sociali ecc. La mia svolta vera invece è stata nel sindacato, nel sindacato vero e proprio. Sono entrato, come succedeva allora, quasi per caso... Nel 1974 l’Flm (i tre sindacati dei metalmeccanici si erano unti in una sola federazione, ndr) aveva appena conquistato le 150 ore (per gli operai che volevano acquisire un titolo di studio, ndr). Claudio Sabattini – che è stato uno dei miei maestri, anzi il mio maestro sindacale e politico, anche se poi ci ho litigato un vita, ma insomma... – era segretario della Fiom di Brescia. Claudio Sabattini è stato il mio maestro politico sin dai tempi dell’università a Bologna e per un lungo tempo siamo stati nella stessa collocazione a sinistra nel sindacato e nel PCI. Ci divise poi profondamente la svolta della Bolognina di Occhetto, che Sabattini approvò e che io invece contrastai duramente. In quell’occasione ci dividemmo anche in CGIL perché io partecipai con Fausto Bertinotti alla costruzione della mozione alternativa di sinistra di Essere Sindacato, mentre Sabattini si schierò con la maggioranza. Fu anche un conflitto tra amici, con dei momenti dolorosi per me e credo anche per lui.

Ma torniamo al 1974.. Allora non avevano nessuno a Brescia che in quel momento fosse in grado di fare il lavoro di organizzazione dei corsi, e quindi l’ho fatto io. Mi sono trasferito a Brescia, facendo questa scelta per un breve stage, come si dice, che aveva il compito specifico di organizzare i corsi delle 150 ore. Un’esperienza bellissima...

E quindi ti sei presentato a Brescia...

Mi sono presentato a Brescia... Devo dire che qui c’è una storia terribile da raccontare... Ci sono quei segni del destino che ti segnano. Avrei dovuto essere a Brescia il 28 maggio perché dovevo incontrare gli insegnanti che avevano una parte rilevante di quelli nei corsi che avrei dovuto organizzare. Quelli che sono in piazza della Loggia, nell’attentato fascista, facevano parte di un gruppo di insegnanti che poi avrebbero fatto i corsi delle 150 ore. E io dovevo andare alla manifestazione con loro... Solo che la sera prima, il 27 maggio, mi è venuta la febbre a 40. E quindi non sono andato...

Non sei andato in piazza...

Non sono andato in piazza con loro, altrimenti avrei dovuto essere insieme a quelli che poi sono morti nella strage. Intendo questo, quando dico che sono segni nella vita...

Gli esordi hard che ti segnano...

Esatto. I casi della vita, ecc. Da allora sono rimasto a Brescia. Poi ho avuto varie vicissitudini. A Brescia ho imparato la concretezza della lotta di classe. A Brescia allora c’era una classe operaia di una generosità enorme...

Citiamo qualche fabbrica, di quelle di allora...

Tutte le siderurgiche, a cominciare dall’Iveco. Io ricordo sempre – anzi, l’anno prossimo mi hanno detto i compagni che vogliono festeggiare – le 30 ore di sciopero, nel 1979, alla Om-Iveco, allora si chiamava ancora Om così. Perché la Fiat aveva rifiutato un collocamento obbligatorio di un disabile. Mario Bianchi, si chiamava. Riuscimmo a organizzare una lotta. Lui fece un presidio con la tenda, con un suo calessino davanti alla fabbrica; ci fu il ricorso, ma nel frattempo ci furono 30 ore di sciopero. Sciopero e corteo per Mario Bianchi, fatti solo per quello. E alla fine vincemmo la vertenza. Mario Bianchi entrò dentro la Fiat.

Ed erano anni molto complicati... Nel ’79 siamo in un passaggio storico complesso, diciamo...

Diciamo che sì, nel ’79 c’è una storia duplice... Il ’79, da un lato, è l’anno dell’ultimo contratto vincente dei metalmeccanici.

Poi arriva l’80...

Esatto. L’ultimo contratto vincente fatto con l’occupazione delle fabbriche. L’Italsider di Taranto fu occupata, fu una grandissima lotta, presìdi nelle strade... Io ricordo allora le critiche della Cgil alle nostre forme di lotta. Mi ricordo una riunione in cui un segretario della Cgil disse che certe forme di lotta che noi avevano adottato...

E chi era?

Neanche uno dei peggiori, era Rinaldo Scheda... Il quale però disse che certe forme di lotta come il blocco dei treni, cose che noi avevamo fatto, “non erano le forme di lotta naturali del movimento operaio”.

Beh, c’era stato già il ’76, la svolta della Cgil sui “sacrifici”...

Sì, certo. Però Brescia era, in quel caso lì, un po’ diversa... Perché a Brescia – forse per tante ragioni – lo scontro del ’69–70 si era ri-alimentato dopo la strage. Bisogna ricordare che la strage aveva comportato un’insorgenza operaia enorme. Tutte le fabbriche erano state occupate, c’erano stati mesi e mesi in cui la città era controllata dagli operai. Quindi, il mio battesimo del fuoco nasce da quel mondo lì. Allora ho visto la durezza dello scontro di classe per conquistare risultati... Si parla oggi delle domeniche al lavoro... Allora i siderurgici bresciani lavoravano tutti la domenica. Si decise di fare una lotta dei siderurgici per avere un turno di riposo la domenica, che voleva dire – per capirci – il passare da 21 a 20 turni. E questo avrebbe permesso – non che non si lavorasse mai la domenica – che non tutti lavorassero sempre la domenica.

Lì c’è una specificità, perché l’altoforno non si può spegnere mai...

Esatto. Costò 300 ore di sciopero questa lotta e portò alla conquista della domenica. Ecco, questo per dire cosa furono in grado di fare i siderurgici bresciani. A Brescia c’era una classe operaia, ripeto, di una grande forza e generosità, che aveva contro un padronato particolarmente feroce. Nel quale nasceva anche il mondo di oggi. Io ricordo gli anni ’80 a Brescia. Brescia era dominata dallo scontro sociale di classe tra noi – l’Flm, non solo la Fiom, la Flm – e Lucchini, che era il “padrone nuovo”... Lucchini rappresentava a Brescia in qualche modo l’impresa e il mercato. Lucchini era un padrone terribile, feroce nelle sue aziende; che però politicamente era vicino alla “sinistra”, a una sua parte, ossia al gruppo dirigente “migliorista” del Pci. Uno che si presentava cioè come un “antisistema nel sistema”, contro i vecchi padroni...

Chi erano i migliorisiti del Pci? Spiegamolo per i più giovani...

I miglioristi... Lucchini era amico di Napolitano e di tutto il gruppo dirigente. Io negli anni ’80 ero segretario della Fiom di Brescia. Il segretario della federazione del Pci, con cui litigavo su tutto, parlo degli anni ’80, si chiamava Giampiero Borghini, che poi è diventato di Forza Italia. Questo per capirci. Però quello che voglio dire è che a Brescia si poteva vedere, in qualche modo – già alla fine degli anni ’70 – la nascita del craxismo e poi del berlusconismo... Cioè forze del potere che, stando dentro il potere, si presentano come “contro il potere”. Lucchini era contro l’establishment tradizionale degli industriali, si presentava come “nuovo”, apriva... Aveva con sé tutta una serie di personaggi della “sinistra” del Pci e soprattutto del Psi di allora. Quelli che spiegavano che bisognava stare con Lucchini perché “c’era il mercato”, ecc. Dico questo perché l’esperienza con Lucchini mi ha vaccinato. Mi ha vaccinato da tutti i successivi 30 anni, dalle svolte pro-mercato della “sinistra”... Forse per questo che mi sono conservato come che sono...

Hai fatto un overdose di “sinistra di mercato”...

Esatto.

Quindi non ti potevi più ammalare...

La formazione che ho avuto, tra la metà degli anni ’70 e la metà degli anni ’80 a Brescia, dove c’era un lotta di classe durissima contro padroni che all’esterno si presentavano come “progressisti”, mi ha vaccinato contro tutte le degenerazioni successive della “sinistra”. Mi ha messo in una condizione – poi – di tenere quella che in tutta la mia vita ho considerato la “linea guida” dei miei comportamenti (anche se non sono sempre ci sono riuscito). Cioè la “lotta su due fronti”, come la chiamava anche un grande rivoluzionario come Victor Serge. La lotta su due fronti è una lotta contro il nemico di classe, ma anche contro le degenerazioni, le complicità e le svendite che ci sono nel tuo campo. E devo dire che è quello che ho fatto fino ad adesso.

Ho vissuto direttamente e pianto, dai cancelli della OM IVECO di Brescia la sconfitta alla Fiat e subito l’ho sentita come un punto di svolta strategico a favore dei padroni. Tuttavia negli anni ‘80 Brescia, dove ero segretario della Fiom, era un punto di resistenza e tenuta a livello nazionale. E anche di scontro con la svolta moderata del sindacato in quegli anni. Allora ho avuti i miei più duri conflitti con Lama, Trentin e una volta persino con Garavini. Da quelle dure battaglie politiche – allora si scherzava assai meno di oggi – ho imparato molto. Ma sinceramente se ci ripenso alla luce dell’oggi, beh, credo di aver avuto ragione.

E' in questo percorso che a a un certo punto – siamo già negli anni ’90, quindi dopo la caduta del Muro – tutto precipita molto più velocemente. Vissuti dall’interno della Fiom, e quindi della Cgil, come te li sei vissuti fino a che non hai messo la parola fine a quel tipo di militanza?

La dico brutalmente. Non mi sono mai considerato della Cgil, mi sono sempre considerato della Fiom. Non sono mai stato un dirigente dalla Cgil. Poi ovviamente so perfettamente che le due cose si intrecciavano. Però io sono sempre stato della Fiom. E penso che la Fiom abbia vissuto stagioni diverse. Mentre negli anni ’80 la Cgil ha subito sull’onda della sconfitta alla Fiat, il processo di normalizzazione del sindacato. Penso che negli anni ’90 la Fiom sia stata la forza che ha provato ad andare in controtendenza, proprio insieme ad altre, ma io credo sia stata la più grande. Non voglio nascondere i meriti di tanti altri – il sindacalismo di base, ecc – che hanno fatto una battaglia enorme in quegli anni...

Ma in altri settori...

In altri settori, certo... Però nell’immaginario, nella lotta contro le imprese, contro il padronato, la Fiom degli anni ’90 – fino a metà degli anni 2000 – è stata un’organizzazione che ha cercato di andare in controtendenza. E’ andata in controtendenza sul piano sociale e contrattuale, cercando di forzare i limiti della concertazione, con scioperi, vertenze, lotte. E’ andata in controtendenza anche sul piano politico... Negli anni '70 la FLM unitaria era l’anima e la forza della sinistra sindacale, critica verso le politiche delle compatibilità e di unità nazionale che si andavano realizzando. Ricordo i grandiosi sciopero e manifestazione dei metalmeccanici a Roma il 2 dicembre del 1977, rivolti esplicitamente contro il governo Andreotti sostenuto dall’astensione del PCI. Dentro la Fiom eravamo tra i contrari al compromesso storico, e ricordo che noi vicini politicamente a Claudio Sabattini, venivamo chiamati “sandinisti” dal socialista Del Turco, perché accusati di volere conflitto a tutti i costi. Poi i sandinisti vinsero in Nicaragua e Del Turco abbandonò la definizione... Voglio sempre ricordare che nel 2001 a Genova, la Fiom, dopo l’uccisione di Carlo Giuliani, decise – e questo è uno dei meriti di Claudio Sabattini – di rimanere in manifestazione, mentre Cofferati e la Cgil si ritirarono. E’ bene ricordarlo questo perché oggi sento una storia che dice: “la Fiom e la Cgil...” Per la Cgil è vero; per la Fiom non è vero. Non è assolutamente vero. Per 15 anni c’è stata una polarizzazione tra ciò che rappresentava la Fiom e ciò che rappresentava la Cgil. Questa polarizzazione alla fine è stata conclusa, è stata normalizzata, questa è la verità, io penso... Oggi la Fiom e la Cgil non sono più distinguibili.

Hai fatto l’esperienza anche con l’opposizione all’interno della Cgil, fino a “Il sindacato è un ‘altra cosa”. Attualmente questo tipo di di dissenso interno, è rimasto significativo o è, come dire, il margine dell’”opposizione della corona”?

Guarda, non voglio giudicare il lavoro di altri compagni che rispetto, con cui ho buoni rapporti... Fanno una battaglia difficilissima dentro la Cgil. Ai tempi di Essere sindacato (così si chiamava allora l’opposizione interna alla Cgil, ndr), quella battaglia mi costò il posto nella segreteria nazionale della FIOM, e fui mandato a Torino. Che allora, come scrisse Loris Campetti era la “Sardegna” in cui si mandavano i sindacalisti “cattivi” a rieducarsi. Invece fu una esperienza bellissima, che mi permise di partecipare alla costruzione di quel ruolo di lotta e rifermento sociale che ebbe la Fiom per quasi una quindicina di anni, dalla metà degli anni '90 al 2010. A volte in collaborazione, a volte in conflitto con Sabattini, che diresse la Fiom negli anni '90. E poi con Rinaldini, con cui tornai in segreteria nazionale, abbiamo fatto credo lotte e scelte importanti, sia sul piano delle vertenze contrattuali e di fabbrica, sia sul piano politico; e qui ricordo di nuovo la decisione della FIOM, contro la CGIL di Cofferati, di manifestare a Genova durante il G8 dopo l’assassinio di Carlo Giuliani. E poi le manifestazioni sul lavoro e contro la precarietà negli anni dei governi Berlusconi e Prodi. Nel 2010 la Fiom disse di no a Marchionne su Pomigliano e Mirafiori e diventò un enorme punto di riferimento del paese che voleva lottare. C’erano enormi potenzialità, ma bisognava scegliere una strada di aperta rottura con la direzione della CGIL. Invece la direzione di Landini, mi dispiace doverlo dire, fece la scelta opposta e progressivamente guidò la FIOM verso una autonormalizzazione.

Ovviamente penso che, strategicamente, la ripresa del movimento operaio in Italia richieda non solo i lavoratori della Cgil, ma anche quelli della Cisl e della Uil. Onestamente penso anche però che a questo non ci si arriva con una battaglia interna, ma con cambiamenti, rotture, crescite di organizzazioni sindacali alternative che costruiscano una alternativa alla complicità del sindacalismo confederale, e quindi costringano anche questo a cambiare. Perché io ho presente che la Fiom ha resistito negli anni ’50-’60. La sua resistenza da sola, spesso minoritaria... Quando c’è stata la ripresa delle lotte ha portato anche la Fim e la Uilm a radicalizzarsi. Quindi, se mi dici: per il futuro si può prescindere dai lavoratori che fanno parte delle grandi organizzazioni sindacali? No. E’ possibile però portarli con una battaglia interna? Io mi baso sulla mia esperienza, e quindi dico: no. Anzi, io penso, ti dico sinceramente, che tutte le principali scelte che ho fatto nella mia vita le rifarei tutte, da quelle di 14 anni ad oggi. Però, qualcuna la modulerei nel tempo diversamente. Per dire, probabilmente dalla Cgil avrei dovuto andarmene via prima, quando era chiaro che si veniva normalizzata l’esperienza della Fiom.

Però non hai fatto solo il sindacalista, hai provato a mettere insieme dei fronti di lotta che erano più politici. Ricordiamo l’esperienza del movimento No Debito, il tentativo con Ross@, poi con Eurostop e ora Potere al Popolo. Quest’altra parte della tua vita come la vedi?

Questa, diciamo, si è sviluppata progressivamente di fronte alla caduta e al crollo delle organizzazioni ufficiali della sinistra. Cioè, detto brutalmente: io non sono mai stato un dirigente politico, nel senso puro del termine. Ho cercato sempre di fare politica sia quando ero nel Pci, sia dopo. Perché ovviamente la politica è tutto... Ho cercato di fare politica partendo dalla mia esperienza sociale, quindi prima come studente, come militante dei movimenti studenteschi, poi come sindacalista. Ho sempre fatto politica partendo dal sociale e dalla condizione sociale. Diciamo che in questi ultimi anni mi sono reso conto che questo si poteva fare finché la politica c’era. Però siccome la politica è scomparsa...

Tocca a noi farla...

La politica è scomparsa e bisognava costruire, dare una mano per costruire di nuovo un referente politico per le lotte, per i movimenti sociali, per tutti coloro che non si arrendono. Ho partecipato a tanti tentativi, oggi trovo che quello più entusiasmante che c’è è quello di Potere al Popolo, in cui vedo delle energie, delle potenzialità che da molti anni non vedevo. Naturalmente siamo nell’Italia di Salvini, di Di Maio, in cui come come abbiamo detto nel dibattito qui adesso (alla festa di Bologna, 22/9, ndr) “la sinistra è stata distrutta dalla sinistra”. Piccole forze hanno avuto il coraggio e la forza di reagire e di resistere, e di questo va dato loro merito. Però bisogna costruire qualcosa di diverso. Potere al Popolo è quello che è, in continuità con i valori della sinistra anticapitalista, di coloro che criticano il sistema; però esercita anche un punto di forte rottura con le esperienze tradizionali. Perché, se siamo arrivati a questo punto, è evidente che non si può pensare semplicemente di ricongiungersi alle storie della sinistra italiana che si è autodistrutta.

Appunto... Qual è la differenza principale per definire la discontinuità necessaria, anche se è ancora in formazione?

Beh... costruire un movimento politico che da un lato abbia fermissimi i principi di fondo, cioè la critica alla società capitalistica, la rottura con il sistema, l’opposizione alle due facce del sistema, una quella del Pd e l’altra quella Lega-5Stelle – perché sono le due facce che sostanzialmente si scambiano i ruoli nello stesso sistema – e dall’altra, però, un movimento che abbia la forza della coerenza. Credo che questo sia il punto: la coerenza dei comportamenti. Posso dire che la sinistra in Italia è morta prima di tutto per incoerenza tra ciò che diceva e ciò che faceva, quindi... Se posso dire, il primo punto è la coerenza nei comportamenti, sia quelli collettivi sia anche quelli personali. Che contano, sempre. Non è che ci si può nascondere dietro la bandiera del partito per dire, come dicevano i gesuiti, "fate quel che dico non fate quel che faccio”.

Questo non è più ammesso...

Non si può più fare... Bisogna ricostruire la coerenza dei comportamenti. Noi abbiamo di fronte una malvagità politica organizzata, che è la Lega Nord, che come tutte le malvagità vive dell’incoerenza di coloro che la contrastano. Cioè i leghisti possono dire: “io adesso me la piglio con i neri, con gli africani perché tanto anche tu, quando si tratta di fare le cose pratiche, hai le tue incoerenze... Mi faccio dare la sanatoria in 82 anni perché tanto anche tu...”. Ecco: se non gli togli quell’”anche tu”, non sei in grado di combattere questa malvagità organizzata, che oggi è il pensiero leghista. E io, arrivato a 70 anni, mi auguro di poter rivedere – e in ogni caso auguro ai giovani che stanno entrando e governando Potere al Popolo – di poter rivedere quello che ho visto io quando avevo 20 anni. La gente tirare su la testa, le persone normali diventare rivoluzionarie. Le persone normali, non i militanti. Le persone normali che dicevano: adesso basta, ci organizziamo e in un quartiere, in una scuola, in una fabbrica dove c’erano i licenziamenti ecc, non si mettevano a discutere di chi si poteva “scaricare” oppure no, ma dicevano: stiamo tutti assieme e andiamo da chi ci fa male e tutti uniti, e non si molla e non si lascia nessuno indietro. Io sono sicuro che questo tornerà, però bisogna lavorarci. Certo, arrivati a 70 anni onestamente non sono in grado di dire: “lo vedrò sicuramente”. Però i giovani lo dovranno vedere e dobbiamo lavorare anche perché, francamente, ci sono cose che mi colpiscono e mi fanno venire una rabbia terribile. Ad esempio ieri (21/9), l’aggressione dei fascisti a Bari. Ho visto la fotografia di Antonio Perillo con la retina in testa dopo le bastonate e mi è venuto i mente un giovane universitario che nel 1973 era stato aggredito e bastonato a più non posso dai fascisti a Bologna, con i manici di piccone, e che per lungo tempo dovette portare una retina sulla testa. Voglio dire... ne sono uscito io, ne usciranno anche i compagni di oggi, ancora più determinati di prima. Però...

Questa volta con una possibilità di vincere, magari...

Esatto. Se c’è una cosa che a quelli della mia generazione, come a tutti gli anziani, fa venire rabbia, è rivedere i vecchi mostri che tornano fuori e sentirli presentare come “nuovi”. No, sono lo schifo di sempre e solo le nostre debolezze, le nostre paure, e ovviamente la complicità altrui, li presenta come nuovi.

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