Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/05/2023

Alla linea

di Edoardo Todaro

Alla linea di Joseph Ponthus – Romanzo Bompiani, pp. 256, ed. 2022, € 17,00

Leggere, in questi giorni, questo romanzo autobiografico ha la sua importanza. Prima di tutto, anche se in ritardo, diamo il valore che si merita ad un bellissimo libro ed al suo autore, Joseph Ponthus, purtroppo deceduto a soli 43 anni nel 2021. Oltre a questo, la cronaca di queste settimane, rende il libro di stringente attualità. La Francia e lo sfruttamento capitalista. A scanso di equivoci, non ci troviamo di fronte ad libro che narra delle lotte che si innescano all’interno del conflitto capitale/lavoro; né della partecipazione ad esse di Joseph.

Nonostante ciò, lo sfruttamento del lavoro precario, del lavoro interinale, emerge con forza, come del resto la questione, che potrebbe essere ritenuta prettamente ideologica ed invece è ad alto tasso di concretezza, del tempo, la cognizione del tempo, il tempo vita ed il tempo lavoro, la notte al lavoro, che diviene un incubo, invece che poter star bene da altre parti. Il lavoro, di merda o meno, come alienazione subìta. La fabbrica, e non solo lei, che consuma e non fa riposare, che impone il ritmo della propria vita e di conseguenza delle proprie scelte, che scandisce i giorni della settimana non facendoti mai staccare completamente, con il lunedì in agguato; il “non se ne può più” che da osservazione/riflessione diviene constatazione e slogan liberatorio, visto che hai a che fare con lo sfinimento, sei sopraffatto dalla fatica, sei schiantato dalla stanchezza e dormiresti in piedi, perché la fabbrica sconvolge fisico e cervello.

Di fronte a tutto questo non resta che cantare che non solo aiuta a stare allegri, ma di sicuro aiuta a pensare ad altro, rende sopportabile l’inferno dei tempi moderni; ed il sognare, quando ciò riesce, è un qualcosa che aiuta: il sognare un mondo senza fabbrica Alla LINEA, perché è la linea che fa continuare la produzione, nonostante che la produzione non sia elemento di riferimento, e quella linea va interrotta. Un interinale che scopre cosa sia, la riappropriazione operaia, che non è rubare, almeno per la legalità operaia, non certo per i codici della legislazione capitalista. A questa presa d’atto, si accompagna la contestazione della gerarchia aziendale, perché non sono i capi che mancano ma ben altro ad esempio i soldi, motivo fondamentale per cui vai a lavorare in fabbrica. Ponthus può anche cambiare lavoro, come infatti è accaduto passando dai bastoncini di pesce ai “piatti pronti“ ma i gesti meccanici, quelli restano tali. Ponths descrivendo la vita di fabbrica non poteva non parlarci degli infortuni sul lavoro, delle malattie professionali; della paura, in quanto precario/interinale, di perdere il lavoro, paura che silenzia ogni velleità protestaria.

Il tutto, anche se poteva svolgersi in qualsiasi parte del mondo capitalista, si svolge in Francia, con le lotte contro la costruzione del grande aeroporto, contro la CPE, la precarietà istituzionalizzata tramite legge che vide milioni di francesi scendere in piazza per contestarla e farla ritirare ... ed il lavoro ti obbliga a non essere parte della protesta ma essere parte del famoso, e sempre presente, esercito di riserva. Possiamo scommettere che Ponthus ci avrebbe parlato delle lotte che avvengono in Francia, dell’autorganizzazione e dei metodi di lotta di cui si stanno dotando milioni di francesi, a partire dagli spazzini che stanno praticando quello che in Italia è stato definito lo sciopero a singhiozzo e/o a scacchiera con il massimo danno al padrone ed il minimo per i lavoratori, perché all’orizzonte si intravede qualcosa che ci fa capire che dopo tutto si può fare; che i benefici, collettivi, si possono anche ottenere, ma niente ci viene regalato, si ottiene qualcosa attraverso la lotta, una dura lotta imposta dai rapporti di forza che possono divenire favorevoli proprio dalla determinazione messa in campo. Anche in Italia abbiamo avuto a che fare con scrittori che si sono misurati con il dare voce alla “questione operaia”.

Ma su tutti, il modo di scrivere di Ponthus, mi porta alla mente Nanni Balestrini con l’assenza di punteggiatura. Nanni Balestrini che a proposito di conflittualità operaia ci ha lasciato, a futura memoria, “VOGLIAMO TUTTO“, che definire il primo libro vero, pubblicato in Italia sugli operai non credo sia sbagliato affatto. Il rifiuto del lavoro ripetitivo e l’intravedere all’orizzonte che qualcosa è ottenibile. Oggi un libro come questo è inserito nella cosiddetta produzione letteraria “working class“. Mi voglio concedere l’essere bastian contrario di fronte ai tanti nomi che vengono usati, o abusati, io definirei questo romanzo come appartenente alla classe proletaria, come l’operaio non è operatore di produzione; né il capo è il referente; né, appunto, lo spazzino operatore ecologico

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20/05/2019

Ricordando Nanni Balestrini. Una interpretazione controcorrente del Novecento

La scomparsa di Nanni Balestrini non colpisce, esclusivamente, per la perdita di un compagno – un intellettuale – che seppe narrare l’ascesa dell’operaio massa di Mirafiori che veniva dal Sud, oppure la stagione degli invisibili nel turbine del movimento del ’77 o, ancora, il militante di formazioni politiche di quella che si definiva la sinistra rivoluzionaria più forte di un paese dell’occidente capitalista.

Nanni Balestrini è stato un uomo che ha percorso criticamente il Novecento nel campo delle arti, della letteratura e dell’impegno politico pratico. I suoi libri, le sceneggiature dei film e più compiutamente il complesso del suo articolato profilo culturale hanno arricchito il sapere di diverse generazioni di militanti ma – soprattutto – sono stati “aria nuova e pulita” nell’immaginario di quanti hanno aspirato, ed aspirano tutt’ora, al rovesciamento di questi odiosi rapporti sociali.

Notevole è stato il suo contributo all’asfittico e paludato universo della letteratura italiana la quale – nei primi anni sessanta – guardava con un mix di stupore e spocchia intellettualoide a questa giovane generazione di poeti, scrittori, registi e critici d’arte che si definivano “neo avanguardia” perché osavano accostare il campo della letteratura e della poesia al costume, alle scienze umane e all’universo della politica.

Si andava proponendo ed esplicitando concretamente – nelle scuole, nel cinema, nelle università e, finanche, con incursioni nei giornali della borghesia – una rottura con gli anacronistici steccati formali che impedivano quella ricca e feconda cooperazione sociale che è alla base di qualsivoglia progetto/allusione rivoluzionaria, non solo sul versante artistico ma verso l’intero arco delle contraddizioni sociali.

Balestrini e l’intera compagine di poeti, teatranti, scrittori e professori che si adoperarono per affermare questi concetti operarono – controcorrente – una dichiarata rottura con la reazionaria concezione dell’intellettuale “rinchiuso nella sua torre d’avorio” ma realizzarono anche un ulteriore arricchimento metodologico e di merito rispetto all’interpretazione, spesso ricorrente in quegli anni con una declinazione dogmatica e scolastica, “dell’intellettuale organico”.

Questo enorme lavoro critico è raccolto in riviste, libri, opere teatrali e scenografie che segnarono positivamente quel periodo storico, né raccontarono i fermenti tracciando anche idee/forza utili ad una nuova grammatica della trasformazione della contemporaneità capitalistica.

Nanni Balestrini, come migliaia di altri compagni che in quel contesto scelsero di essere in prima fila nello scontro politico e nella generale battaglia per le idee, ha sempre intrecciato impegno politico e sociale con lo studio, la sperimentazione e la continua ricerca di nuove forme di espressione e di configurazione delle attività umane. Mai, però, questa ricerca – anche ardita in alcune sue particolari espressioni – divenne eclettismo, pura ed impotente astrazione oppure un ammiccamento alle mode ricorrenti del momento.

Neanche Nanni scampò alla vendetta statale che – sul finire degli anni settanta – si scatenò contro quanti avevano interpretato e partecipato a quel moto di cambiamento della società. Balestrini fu colpito da un mandato di cattura, emesso dal sostituto procuratore Calogero, nell’ambito della famigerata “inchiesta del 7 aprile ‘79” che lo costrinse ad una forzata latitanza in Francia mentre una intera generazione di militanti e compagni veniva seppellita sotto secoli di galera. Nanni – quindi – ha vissuto intensamente la sua vita e le sue scelte anche pagando prezzi umani e materiali di non poco conto.

Colpisce oggi la sua scomparsa e lo ricordiamo con affetto ed immensa stima.

Il miglior ricordo, a parere di chi scrive, è riprendere la sua produzione (numerosi suoi testi sono stati ripubblicati dall’editore Derive/Approdi), farla conoscere alle nuove generazioni ed assumere il metodo del suo punto di vista che fu – sempre – multiforme, aperto alle innovazioni, alle sperimentazioni ma profondamente partigiano!

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07/03/2016

Nanni Balestrini: "Caro Nichi Vendola, con il piccolo Tobia fai trionfare la logica capitalistica..."

Ogni tanto anche nei giornali mainstream ci si sente soffocare. Il marciume in cui il giornalista medio è costretto a mettere le mani è talmente nauseabondo che viene la necessità di respirare un po' d'aria fresca. Non è per nulla strano che quest'aria arrivi da lontano, addirittura dagli anni '60 e '70. E il fatto che dopo sia stato prodotto poco di lungimirante e significativo – sul piano intellettuale, della comprensione e critica del presente – dovrebbe preoccupare le nuove generazioni molto più di quanto non possa far inorgoglire quelle più vecchie le quali hanno certamente perso, ma – come si dice – "ci hanno provato". Le nuove, se non si inerpicano almeno su queste non possenti spalle, non avranno neanche quella magrissima consolazione.

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Nanni Balestrini per prima cosa ricorda: “Nell’antichità, gli esseri umani che si compravano e si vendevano erano gli schiavi, individui che non avevano né identità né libertà. Oggi gli schiavi offerti sul mercato sono i bambini”.

Scrittore, poeta, saggista, pittore, Balestrini è stato insieme a Umberto Eco uno dei fondatori del Gruppo 63, la macchina che ha impiantato nella letteratura italiana l’avanguardia. In politica, è stato un militante nella sinistra extraparlamentare degli anni settanta su cui ha scritto romanzi (“Gli invisibili”, “Vogliamo tutto”, “La violenza illustrata” – tutti ripubblicati da DeriveApprodi) e saggi (“L’orda d’oro”, insieme a Primo Moroni).

Non si può dire che sia un tradizionalista. Eppure, la scelta di Nichi Vendola di avere un figlio da una madre che ha partorito per lui alimenta i suoi dubbi: “I commenti fatti su questa vicenda – dice all’Huffington Post, che l’ha incontrato nel suo studio a Roma, tra i quadri e la scrivania su cui lavora – sono di due tipi. Da una parte ci sono quelli maschili, secondo cui l’uomo ha il diritto a una discendenza. Dall’altra quelli femminili, che dicono: la donna è libera di vendere il proprio corpo, prostituirsi e anche affittare il proprio utero. Nessuno prende in considerazione i diritti della persona più interessata a questa scelta: il figlio. Che viene considerato alla stregua di un oggetto, come un cagnolino nato da una madre e poi regalato, non un soggetto che ha dei diritti sin dal terzo mese dal concepimento».

Anche la donna, però, ha diritto di disporre del proprio corpo.

Ma la madre non è proprietaria del bambino che partorisce. Anche quando affitta il suo utero, il bimbo non è suo, non è qualcosa di cui può disporre. Alcuni dicono: “È come vendere un rene”. Ma il bambino non è un organo interno. È altro da te. Non puoi nemmeno dire che vuoi fare un figlio e poi regalarlo a un altro, per generosità, perché il bambino non è nemmeno un pacco dono. Provi a immaginare quando diventerà grande, un bambino così, e andrà in giro a dire che è stato comprato e venduto. Che ferita si ritroverà?

È contro questa pratica?

A me non piace l’idea dell’utero in affitto. Credo, però, che il non regolarla giuridicamente renda tutto molto più confuso. Serve una normativa che metta in primo piano i diritti del nascituro, spingendo le persone ad adottare i bambini già nati, orfani, che non hanno una famiglia. Non è entusiasmante ricorrere a questi mezzi per avere un figlio. Quest’idea di volersi creare un bimbo su misura, sceglierselo come lo si vuole, diventa un atto di egoismo. Non voglio dire che non sia legittimo desiderare di avere un figlio. E ci tengo a specificare che secondo me Nichi Vendola lo alleverà nel migliore dei modi possibili. Ma non è questo il punto. Il punto è che la logica capitalistica, l’idea che tutto si possa comprare e vendere sul mercato non solo è penetrata negli aspetti più intimi della nostra vita, ma ormai ci domina. E non a caso questa storia si svolge in America, il paese in cui tutto ha un prezzo, anche la vita di un bimbo.

Lei appartiene a una generazione politica – quella degli anni settanta – che è stata sconfitta. Che cos’è oggi, per lei, la politica?
La politica è stata completamente trasformata. Le lotte collettive sono finite. Se guardo la realtà, avverto la necessità che la generazione dei giovani precari si organizzi, si rivolti: ma mi rendo conto che è difficilissimo. Gli operai stavano tutti insieme in un luogo fisico, la fabbrica. I precari dove stanno? Ognuno ha il suo luogo di lavoro. Non c’è un luogo di aggregazione. Come si possono unire?

L’esperienza del Gruppo 63 è stata anche attraversata dalla questione generazionale. Vi opponevate a quelli più vecchi di voi per rinnovare la letteratura. Su un altro piano, dovrebbe accadere la stessa cosa oggi?

La mia generazione, come ha detto Umberto Eco, aveva dietro cinquanta milioni di morti. Di fronte a noi abbiamo trovato il campo libero. Molti hanno avuto la cattedra universitaria a trent’anni, oggi non ce l’hanno neanche a sessanta. Entravamo nella Rai. Facevamo le case editrici. Questa generazione si trova di fronte a una situazione bloccata. Ma i giochi non sono mai fatti. Lo scontro frontale è sempre utile. Però bisogna costruirlo, organizzarlo, inventarsi un modo per farlo durare.

Vede qualcuno che può farlo? Per esempio, il Movimento Cinque stelle: la su base sociale, in gran parte, è costituita da giovani.

È un movimento interessante, ma vuoto politicamente. La protesta, se non è organizzata, non porta a niente. A maggior ragione, se è fatta con un personale politico mediocre e incapace. Se hai più del venti per cento e ti riduci a far vedere in televisione che urli in parlamento, senza avere una teoria politica né una strategia, tutto finisce lì.

E la sinistra?


Non ne parliamo: lì ci sono solo macerie.

Le sottopongo un parallelo: voi del Gruppo ’63 spingete per il cambio generazionale con la letteratura d’avanguardia. Renzi con la sua politica di rottamazione. Vede una similitudine?

Ogni presa del potere – seppur la nostra sia stata minima e non duratura – è determinata e favorita da situazioni storiche. Noi avevamo davanti l’Italia che cambiava, la necessità d’inventare una lingua per rappresentare una nuova società, mandando a quel paese quelli più vecchi di noi. Nel caso di Matteo Renzi il passaggio storico è diverso. E bisogna tornare alla fine degli anni settanta per decifrarlo. Allora, ci sono state due generazioni (quella del ’68 e del ’77) che non sono state solo sconfitte, ma sono state decimate: trentamila persone passate per le carceri, i suicidi, il dilagare dell’eroina. Bisogna ricordare che la parte migliore di quella generazione stava nel movimento, non nei partiti politici. Voglio dire: le persone più preparate, i migliori teorici della politica. In quei movimenti, c’era una classe dirigente che è stata completamente distrutta dalla repressione, dalla disperazione della sconfitta, dalla droga. Dall’altra parte, il massimo che il partito comunista è riuscito a esprimere sono stati D’Alema e Veltroni: non proprio due geni. Ecco dove inizia il declino della classe politica italiana. Che ha favorito l’ascesi di Renzi, il quale sostanzialmente si è trovato di fronte la strada spianata. Perché, diciamoci la verità, la rottamazione non è stata poi così complicata. Chi aveva contro? Il povero Bersani? L’hanno definito un parroco di campagna. Io non voglio arrivare a tanto. Ma, insomma, non mi sembra nemmeno lui una grande figura politica.

Il suo romanzo sugli ultrà, I furiosi, è stato adattato in un’opera teatrale che è in giro per l’Italia. Com’è cambiato il tifo calcistico?

Negli anni ottanta mi avevano affascinato quei tifosi che parlavano delle loro trasferte in maniera mitica. Celebravano il senso della comunità. Si sentivano parte di qualcosa. Oggi, però, il tifo è diventato un luogo di manifestazione dell’estremismo fascista. Colpa della quantità enorme di denaro che ha cominciato a circolare. Che ha trasformato anche il tifo in una lotta per il potere. Il potere di determinare la fortuna di un giocatore, l’indirizzo della squadra, influenzando la società. La tifoseria che io ho rappresentato, probabilmente, esiste ancora da qualche parte. Ma anche nel calcio è cambiato tutto.

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