Quando Stati Uniti, Messico e Canada hanno presentato la candidatura congiunta per i Mondiali di calcio, gli organizzatori avevano assicurato che i biglietti per la fase a gironi sarebbero partiti da 21 dollari. Dopo le oscure edizioni in Russia e in Qatar, il calcio sarebbe finalmente tornato vicino alle persone, era la promessa. È andata diversamente.
Il 19 luglio si gioca infatti la finale della Coppa del mondo tra Spagna e Argentina e i tifosi che vorranno assistere alla partita dagli spalti del MetLife Stadium non lontano da New York dovranno spendere per un posto ritenuto scadente almeno 4.185 dollari. Mentre il prezzo minimo necessario per vedere dal vivo tutte le partite della competizione si è aggirato intorno ai 6.900 dollari.
Briciole in ogni caso in confronto ai costi raggiunti dai biglietti messi in rivendita sulla piattaforma ufficiale della Fifa, dove i posti più prestigiosi hanno toccato i 2,3 milioni di dollari. Un meccanismo che non riguarda solamente la Coppa del mondo ma che sta trovando sempre più spazio in campionati e competizioni internazionali, rendendo la possibilità di assistere dal vivo a quello che un tempo era lo sport popolare per eccellenza un’esperienza sempre più esclusiva.
Il Balanced economy project, realtà non profit che si batte contro i monopoli e per un’economia realmente democratica, ha messo in fila alcuni numeri sulla crescita esponenziale del costo dei biglietti, collegandola al monopolio della Fifa e all’utilizzo di un sistema di prezzo “dinamico”.
“Lo sport è uno dei settori più redditizi che abbiamo in Europa e il calcio è lo sport più importante in assoluto – ha spiegato Rasmus Andresen, eurodeputato impegnato in diverse iniziative contro il monopolio nel mondo del calcio in un’intervista al Balanced economy project –. Trovo strano che da un lato si parli di determinati settori e si concordi sulla necessità di contrastare i comportamenti anticoncorrenziali ma dall’altro, quando si tratta di calcio, questa consapevolezza sembri mancare”.
Con riferimento ai Mondiali la Fédération internationale de football association guidata da Gianni Infantino ha infatti utilizzato un sistema di “pricing dinamico” in cui i prezzi si adeguano in tempo reale alla domanda e alle disponibilità residue. Di conseguenza con l’avvicinarsi degli eventi la disponibilità si riduce e i prezzi salgono alle stelle. Non solo: la Fifa controlla sia l’assegnazione iniziale dei biglietti sia la piattaforma di rivendita, su cui applica una commissione del 15%, e quindi trae profitto direttamente da questo aumento incontrollato. Il sistema è progettato per creare artificialmente la scarsità e accaparrarsi il sovrapprezzo che ne deriva, è la denuncia del Balanced economy project.
Una pratica che non ha riguardato appunto solo il costo dei biglietti. “Si possono notare molti aspetti del torneo che sono interamente dettati dal profitto: a cominciare dalle ‘pause per l’idratazione’, effettuate indipendentemente dalla temperatura o dalle condizioni meteorologiche all’interno dello stadio, che sono chiaramente pensate per favorire le inserzioni pubblicitarie a scapito delle partite stesse”, ha lamentato ancora Andresen. Una posizione ribadita da Harry Brown, ricercatore presso l’Heat and health research centre dell’Università di Sydney, in un suo editoriale sulla rivista scientifica Nature, dove criticava la mancanza di una solida base scientifica dietro gli “hydration break”.
Qualcosa comunque si è mosso. Nel marzo di quest’anno un gruppo di 23 parlamentari europei ha sollecitato la Commissione von der Leyen a indagare sulle pratiche di vendita dei biglietti della Fifa, denunciando l’abuso di posizione dominante nel mercato. Hanno chiesto inoltre se i consumatori possano prendere decisioni di acquisto informate quando non dispongono di “alcun modo chiaro per conoscere il prezzo finale prima di mettersi in coda”. Questa iniziativa ha fatto seguito a una denuncia presentata sempre nel marzo 2026 da Football supporters Europe (FSE) e dall’organizzazione per i diritti dei consumatori Euroconsumers, che esprimeva le stesse preoccupazioni. Negli Stati Uniti i procuratori generali di New York e del New Jersey hanno avviato un’indagine separata sulle pratiche della Fifa. “La pressione normativa proviene da diverse giurisdizioni e prospettive, con le autorità di regolamentazione sia europee sia statunitensi che si stanno attivando – fa sapere il Balanced economy project –. Questi sforzi dimostrano che esistono i presupposti giuridici e politici per un intervento. La questione è se le autorità di regolamentazione provvederanno a farlo rispettare”.
Tuttavia il monopolio dei padroni del pallone non si limita alla Fifa ma coinvolge anche le leghe nazionali europee. A partire dai cinque maggiori campionati – Inghilterra, Spagna, Francia, Italia e Germania – dove quasi il 42% di tutte le società fa capo a un regime di un multi-club ownership, ovvero un singolo investitore o entità societaria detiene partecipazioni in diverse squadre contemporaneamente. Ad esempio Red Bull possiede l’Rb Leipzig in Germania, l’Rb Salzburg in Austria e i New York Red Bulls negli Stati Uniti. Mentre il City football group controlla il Manchester City, il New York City, il Girona in Spagna e il Melbourne City in Australia.
In questa struttura societaria i club più piccoli vengono utilizzati solamente per “allevare” i talenti per le squadre più blasonate, permettendo a queste ultime di controllare il “calciomercato”. I giovani calciatori, spesso provenienti da Paesi a reddito medio-basso, vengono quindi individuati e convogliati attraverso queste reti, per poi essere rivenduti quando la loro “quotazione di mercato” è al massimo, realizzando così profitti. Uno schema che non solo danneggia la competizione ma mette gli obiettivi finanziari e i profitti a breve termine davanti allo sviluppo dei talenti e ai valori dello sport. “Ritengo che nel calcio non si debbano più consentire le proprietà multiple, perché anche se si regolamentassero questi modelli la competizione non sarebbe più equa, dato che metterebbe a confronto i grandi club con quelli più piccoli che non hanno le stesse possibilità in campo”, è l’opinione di Andresen.
La più evidente conseguenza di questa politica è l’aumento del costo dei biglietti per le partite dei campionati. Un fenomeno che diventa particolarmente evidente per quanto riguarda la massima competizione inglese, la Premier league. Nel 1990 assistere a un incontro del campionato di calcio più antico del mondo ad Anfield, Liverpool, uno dei palcoscenici più prestigiosi per questo sport, aveva un costo minimo di quattro sterline. Dopo 35 anni lo stesso biglietto ha raggiunto le 39 sterline (pari a 46 euro), un aumento dell’859%. Inoltre tra i “big six” della Premier league – Arsenal, Chelsea, Liverpool, Manchester City, Manchester United e Tottenham Hotspur – il prezzo medio di un biglietto per una partita è ora di 74 sterline (87 euro). Se si aggiungono i costi di cibo e trasporti si arriva a un totale di 500 sterline (quasi 600 euro) per una famiglia di quattro persone, una spesa intorno al reddito settimanale di una famiglia inglese di “fascia bassa”.
In parallelo i diritti di trasmissione della Premier sono stati venduti per cinque miliardi di sterline (quasi sei miliardi di euro) per il ciclo 2022-2025. Un esborso che si riversa sui costi degli abbonamenti: l’emittente Sky sports addebita ad esempio circa 264 sterline (310 euro) all’anno e Tnt sports richiede tariffe simili. Ne consegue che una famiglia della classe operaia che un tempo guardava la propria squadra dagli spalti acquistando un biglietto a prezzi accessibili ora è costretta a seguire le partite da casa pagando abbonamenti televisivi spesso proibitivi.
Per il parlamentare europeo Rasmus Andresen esiste tuttavia un modello positivo da cui prendere esempio. La Bundesliga tedesca applica la “regola del 50+1”, secondo la quale i tifosi devono detenere almeno il 50% più uno dei diritti di voto del club. Riuscendo di conseguenza a mantenere contenuto il costo di biglietti e abbonamenti. Il prezzo medio dei biglietti nella Bundesliga era di 29 euro per la stagione 2024-2025, meno della metà dell’equivalente della Premier league. Il Borussia Dortmund, una delle squadre più titolate, offre un abbonamento in piedi per tutte le partite casalinghe di campionato a 260 euro, una cifra inferiore al costo di tre biglietti medi per una giornata di campionato della Premier league. Un modello che riesce ad attirare numerosi spettatori. La scorsa stagione il calcio professionistico tedesco ha stabilito il suo record storico di affluenza con quasi 21 milioni di biglietti venduti nelle due serie principali. L’affluenza media a partita è stata di 34.288 spettatori, la più alta di tutti i tempi. Anche nella stagione precedente la media delle vendite di biglietti a partita aveva superato i dati della Serie A italiana e della Premier league inglese.
“Credo che l’opzione tedesca sia la migliore. Sarebbe opportuno applicare una norma del genere in tutto il calcio europeo, in modo che gli investitori stranieri non possano acquisire il controllo di una squadra – ha concluso Andresen –. Le squadre di calcio hanno un impatto sulla società e sul territorio. Non si tratta solo di una manciata di calciatori professionisti ma anche dello sviluppo della comunità e del coinvolgimento dei giovani”.
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