La Procura del dipartimento di Santa Cruz ha emesso un nuovo mandato di arresto nei confronti dell’ex presidente Evo Morales, accusandolo di terrorismo, sollevazione armata contro la sicurezza e la sovranità dello Stato e attentato alla sicurezza dei trasporti. Il provvedimento origina da una denuncia presentata dal gruppo conservatore Comité pro Santa Cruz, poi fatta propria dal Ministero dell’Interno.
Sotto la lente degli inquirenti ci sono i 53 giorni di blocchi stradali e imponenti mobilitazioni che tra maggio e giugno hanno paralizzato ampie zone del paese. Assieme a Morales sono stati incriminati diversi leader sindacali, tra cui Juan Carlos Huarachi, ex segretario della Central Obrera Boliviana (COB).
Le mobilitazioni di inizio estate sono state l’apice dell’attivazione di piazza dovuta a un largo malcontento sociale. Autotrasportatori, contadini e varie altre categorie di lavoratori hanno manifestato per settimane contro la grave crisi economica, l’inflazione e i tagli ai sussidi sui carburanti promossi dal presidente Rodrigo Paz, insediatosi alla guida del Paese con un programma economica nettamente neoliberista.
Secondo gli inquirenti, le proteste sarebbero state ordinate e coordinate da Morales con l’obiettivo di destabilizzare e far cadere il governo. Ovvero scambiano il possibile risultato politico della perdita di sostegno di massa per la mancata approvazione delle richieste di piazza con l’obiettivo politico dei movimenti popolari che hanno combattuto strenuamente le scelte economiche dell’esecutivo.
Attraverso i suoi canali social, Morales ha affermatoche “non ci faremo intimidire”. L’ex presidente ha qualificato le accuse come una manovra giudiziale di persecuzione politica orchestrata dal governo Paz per distogliere l’attenzione pubblica dalla drammatica crisi che vivono ampie fette del paese e nascondere la propria incapacità di gestione. “Continueremo a lottare al fianco del popolo, con la convinzione che la Bolivia meriti un cammino differente: fatto di dignità, sovranità e giustizia sociale”, ha aggiunto.
Morales si trova attualmente nella regione del Trópico de Cochabamba (nel Chapare), roccaforte dei suoi più fedeli sostenitori. La zona è presidiata da migliaia di contadini e volontari delle Seis Federaciones, che hanno istituito checkpoint, barricate e ronde di sorveglianza per impedire che il mandato d’arresto venga eseguito. Il paese si trova già evidentemente di fronte a una frattura profonda, con il rischio di sfociare in un’altra escalation dello scontro interno.
Il nuovo affondo della magistratura alza ulteriormente la temperatura di un clima politico già rovente, spingendo la Bolivia verso l’incertezza politica aggravata dall’ondata repressiva del governo, mentre l’economia annaspa. Le accuse rivolte a Morales, per cui la sua azione avrebbe tratti terroristici, segnala la volontà di fare definitivamente i conti con l’esperienza di governo popolare rappresentata dall’ex sindacalista.
Le scelte di Paz e le inchieste degli inquirenti risultano parte della più generale ondata reazionaria che, su spinta – e fondi – di Washington e anche Israele, ha condotto un attacco frontale alle opzioni popolari che negli ultimi 20 anni hanno conteso con forza il potere agli schieramenti della destra latinoamericana, sempre allineata ai voleri della Casa Bianca.
Per ora Morales rimane protetto, ma la situazione ecuadoriana rappresenta un tassello di un processo continentale. Con il recente lancio da parte del presidente argentino Milei del figlio di Bolsonaro, Flávio, nella sfida a Lula per le presidenziali brasiliane, viene fatto un ulteriore passo nell’aggressione imperialista statunitense nelle Americhe, che trova ancora oggi Cuba come il più strenuo baluardo dell’alternativa necessaria. Ma la situazione è grave, e l’attenzione verso gli eventi dall’altra parte dell’Atlantico deve rimanere alta.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
31/07/2026
Mandato d’arresto per Evo Morales, continua la persecuzione dopo le proteste
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