di Alessandro Volpi
I miliardari in Italia sono 91 e possiedono un patrimonio di 484 miliardi di dollari; erano 51 nel 2021 e il loro patrimonio era di 204 miliardi. Di questi 91, 29 hanno residenza fiscale all’estero, ma il dato impressionante è che questi 29 detengono il 58% della ricchezza globale dei miliardari italiani. Le sedi preferite sono Svizzera, Lussemburgo e Principato di Monaco.
Colpiscono poi due ulteriori fattori: circa il 64% dei 91 miliardari ha ereditato la propria ricchezza e la composizione dei patrimoni è fatta per il 7% da asset immobiliari e per 93% da altri asset, di cui quelli tangibili (le aziende) sono il 52% e il 48% quelli finanziari. Nel 2021 gli asset immobiliari coprivano il 14% e degli altri asset quelli tangibili erano il 76%.
Per chiudere: i primi 10 miliardari possiedono una ricchezza pari a quella di 18 milioni di italiani che rappresentano il 30% più povero della popolazione. Non mi sembra che il modello economico che ha prodotto questi dati possa definirsi democratico solo perché esistono le elezioni “libere”.
Nel 2025 il totale delle entrate tributarie è stato di 662 miliardi di euro, di cui l’Irpef ha coperto 227 miliardi, con un incremento di quasi 10 miliardi rispetto al 2024. Di questi 227 miliardi, quasi il 90% deriva da lavoratori dipendenti e pensionati. Sempre nel campo delle imposte dirette, le cosiddette imposte “sostitutive”, sui guadagni finanziari, sugli affitti etc., hanno generato 21 miliardi, mentre l’Ires, l’imposta sui profitti, è stata pari a 60 miliardi. Il quadro è completato dalle imposte locali per un gettito di circa 17 miliardi. Ci sono poi le imposte indirette, quelle che colpiscono i consumi e non sono legate al reddito, che sono state di 270 miliardi di euro, con l’Iva e le accise che hanno incassato 230 miliardi di euro.
È evidente che una composizione delle entrate tributarie di questa natura non sia sostenibile perché ha una base imponibile troppo squilibrata e perché il gettito delle imposte sui profitti è davvero troppo basso, così come è ridottissimo quello delle imposte sostitutive i cui contribuenti, peraltro, beneficiano della possibilità di scegliere il regime fiscale a cui sottoporsi.
È altrettanto chiaro che un sistema del genere sia per il peso delle imposte indirette sia per i troppi regimi di flat tax – quello delle sostitutive – non sia coerente con i principi costituzionali della progressività previsti dall’articolo 53 della Costituzione. Dunque la riforma fiscale è davvero indispensabile a beneficio della stragrande maggioranza della popolazione italiana e andrebbe rivendicata con forza in termini politici.
Provo quindi a elaborare una proposta
articolata in tre punti a mio modo di vedere complementari e non
alternativi tra loro.
Primo: occorre riportare sotto il regime Irpef
le imposte sostitutive per consentire l’effetto cumulo dei redditi e
quindi ripristinare il principio di progressività. Con l’attuale
sistema, i guadagni delle plusvalenze finanziarie non si sommano al
reddito e dunque beneficiano i redditi più alti, così come le cedolari
secche sugli affitti. In merito al regime Irpef, sarebbe opportuno
aumentare gli scaglioni più alti concependo altre due aliquote del 50%
per i redditi superiori ai 75mila euro e del 55% sopra i 100mila euro.
Secondo: occorre alzare le aliquote Ires, per le banche, le società energetiche e quelle della difesa, in modo da avere un tax rate effettivo del 35%. Infine, è necessaria un’imposta patrimoniale con aliquota dell’1% sui patrimoni che superano i due milioni di euro per la parte eccedente questa quota, con aliquote fino al 3,5% per la parte eccedente i 20 milioni di euro. In sintesi, si tratterebbe di una platea di meno di 500mila contribuenti su un totale di 42 milioni: quei 500mila contribuenti hanno un patrimonio imponibile di oltre 3.600 miliardi di euro. Si tratta, in pratica, dell’unico modo per tassare gli aumenti di patrimonio finanziario. Con le maggiori entrate garantite da queste misure, sarebbe possibile azzerare l’Iva sui prodotti di prima necessità e ridurre l’aliquota ordinaria. Il tema fiscale è davvero un nodo politico centrale nella costruzione di una “Sinistra popolare”.
Vorrei soffermarmi sulla questione dell’Irpef. Gli ultimi interventi sul tema, comprese le riduzioni per determinate fasce di reddito, hanno generato il maggiore beneficio per i redditi superiori ai 50mila euro proprio perché hanno goduto della riduzione delle aliquote della loro parte di reddito fino a quella soglia e per il resto hanno continuato a godere di un’aliquota massima del 43%. Servirebbero aliquote marginali più alte con la crescita dei redditi superiori ad almeno 80mila euro.
Per essere chiari: chi ha un reddito lordo superiore agli 80mila euro potrebbe pagare un’aliquota del 45% sulla parte del reddito che eccede gli 80mila euro e chi ha un reddito superiore ai 100mila euro potrebbe pagare, sulla parte eccedente il 47%. Questo contribuirebbe a restituire progressività al sistema fiscale secondo quanto previsto dall’articolo 53, con la possibilità di ridurre l’Iva sui servizi essenziali.
Ma il tema dell’Irpef ha un risvolto ancora più paradossale. Dal Governo Berlusconi IV, poi dal Governo Renzi, dal Governo Conte-Salvini e dal Governo Meloni sono stati introdotti i cosiddetti regimi sostitutivi per cui alcune tipologie di contribuenti hanno potuto scegliere il regime fiscale a cui sottostare. Stiamo parlando della flat tax sugli affitti, del regime forfettario per le partite Iva, l’imposta sostitutiva sulle plusvalenze finanziarie.
Ciò configura una triplice anomalia. In primo luogo in Italia esistono contribuenti che possono scegliersi il regime fiscale e altri no; in particolare non possono scegliere quanto pagare i lavoratori dipendenti e i pensionati che ricevono il prelievo all’origine senza alcuna possibilità di scelta. Inoltre, le aliquote forfettarie a parità di entrata sono assai diverse se si paga la flat tax, che non si cumula al reddito, o se si paga l’Irpef: nel primo caso sono decisamente più basse.
Infine, chi sceglie il regime sostitutivo non paga le addizionali Irpef, né quella comunale né quella regionale che sono pagate invece per intero da chi paga l’Irpef. Allora, se esaminiamo l’Irpef, è evidente che l’imposta è pagata, come emerge dai numeri, per il 95% da lavoratori dipendenti e pensionati che non possono ricorrere a regimi sostitutivi ed è altrettanto chiaro che i regimi sostitutivi tolgono all’Irpef e quindi alla comunità 10-12 miliardi di euro l’anno.
In tale ottica, come accennato, l’imposta patrimoniale è decisamente indispensabile se si intende restituire giustizia sociale perché è pressoché l’unico modo che permette di avere un gettito fiscale dall’arricchimento finanziario. Provo a spiegarmi meglio.
Un plurimilionario possiede un importante pacchetto di azioni e di strumenti finanziari che compongono una fetta importante del suo patrimonio. Si tratta di titoli di banche, società energetiche, società di armi, o prodotti finanziari ad esse legati, che nel giro di un anno hanno conosciuto una crescita media del 50%. Dunque, il suo patrimonio si è accresciuto del 50%, ma questo incremento, se il plurimilionario non vende i titoli, paga qualche imposta aggiuntiva, a parte l’impercettibile imposta di bollo?
La risposta è assolutamente no. I contrari alla patrimoniale obiettano: ma in realtà l’incremento di valore non arreca benefici di per sé, quindi perché tassarlo? La risposta è altrettanto semplice: non è vero che quel plurimilionario non ha benefici perché può utilizzare il maggior valore per ottenere un prestito bancario a condizioni molto meno onerose se mette in garanzia titoli che valgono di più o può rinegoziare a condizioni favorevoli i prestiti che già ha, liberando risorse senza alcun aggravio fiscale.
In sintesi, può operare senza vendere e senza pagare tassazione. Del resto, così fanno le scalate le banche che propongono lo scambio di azioni e così sta cercando di fare Leonardo Maria Del Vecchio per comprare quote di Delfin con i soldi delle banche mettendo in garanzia azioni proprio di Delfin. Aggiungerei un dato. Gli avversari della patrimoniale sostengono che si tratti di una doppia tassazione perché colpisce prima il reddito e poi il patrimonio, tassando due volte la stessa cosa. Ora è evidente che nel caso di un’imposizione sull’aumento di valore finanziario una tale doppia imposizione non esiste affatto.
Rimango sulla questione della patrimoniale per rispondere al tema della sua difficile applicazione. L’introduzione di un’imposta patrimoniale dell’1% sui patrimoni superiori ai due milioni di euro rappresenta una sfida che richiede anche una metodologia tecnica capace di coniugare rigore analitico e snellezza operativa.
Per risultare efficace, questa misura dovrebbe configurarsi non come un prelievo sul possesso indiscriminato, ma come un’imposta sulla ricchezza netta globale, calcolata esclusivamente sulla parte di valore che eccede la franchigia stabilita. Il pilastro fondamentale di una simile metodologia risiede nell’automatizzazione dei processi di valutazione, eliminando la necessità di perizie soggettive che rallenterebbero la riscossione e alimenterebbero infiniti contenziosi legali. Per i beni immobili, il sistema più snello consiste nell’utilizzare le rendite catastali opportunamente rivalutate attraverso coefficienti aggiornati, un dato oggettivo già presente nei database dello Stato.
Per quanto riguarda le attività finanziarie, la base imponibile verrebbe determinata attraverso la fotografia delle consistenze al 31 dicembre, integrando i dati che gli istituti di credito trasmettono regolarmente all’Anagrafe dei rapporti finanziari. Anche il nodo complesso della valutazione delle aziende non quotate potrebbe essere sciolto adottando il criterio del patrimonio netto contabile risultante dall’ultimo bilancio depositato, garantendo così un riferimento certo e verificabile.
Una scelta metodologica cruciale per mantenere il sistema semplice sarebbe l’esclusione dei beni mobili non registrati, come opere d’arte o gioielli: sebbene costituiscano quote rilevanti di ricchezza, la loro catalogazione e stima risulterebbero talmente onerose da rendere il costo amministrativo dell’imposta superiore al beneficio economico. La gestione pratica del tributo dovrebbe quindi seguire il modello della dichiarazione precompilata, in cui l’amministrazione finanziaria incrocia le proprietà immobiliari, i conti titoli e le partecipazioni societarie per presentare al contribuente un calcolo già definito, riducendo l’onere burocratico per i cittadini.
Per garantire l’equità ed evitare crisi di liquidità per quei soggetti che possiedono grandi asset ma scarsi flussi monetari, la metodologia dovrebbe infine prevedere clausole di salvaguardia, come la possibilità di rateizzare il versamento o di differirlo parzialmente al momento della vendita dei beni. Un impianto così strutturato, basato sulla trasparenza dei flussi informativi internazionali e sulla digitalizzazione dei dati esistenti, permetterebbe di colpire con precisione la grande ricchezza minimizzando l’elusione e assicurando allo Stato un gettito stabile e prevedibile.
Un’ultima nota. Il possessore di un patrimonio di 2,5 milioni di euro pagherebbe, per effetto della patrimoniale, circa seimila euro annui aggiuntivi. Se quello stesso milionario dovesse recarsi in un Pronto soccorso pubblico, in codice rosso, riceverebbe servizi per circa 20mila euro. Mi sembra evidente che lo sforzo sostenuto con la patrimoniale è decisamente inferiore al costo per la collettività del suo accesso al pronto soccorsi. Forse se i super ricchi se ne vanno (e non lo fanno) a perderci sono soprattutto loro.
Nessun commento:
Posta un commento