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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/07/2026

Tre proposte per una riforma fiscale che rispetti la Costituzione più che coccolare i miliardari

di Alessandro Volpi 

I miliardari in Italia sono 91 e possiedono un patrimonio di 484 miliardi di dollari; erano 51 nel 2021 e il loro patrimonio era di 204 miliardi. Di questi 91, 29 hanno residenza fiscale all’estero, ma il dato impressionante è che questi 29 detengono il 58% della ricchezza globale dei miliardari italiani. Le sedi preferite sono Svizzera, Lussemburgo e Principato di Monaco.

Colpiscono poi due ulteriori fattori: circa il 64% dei 91 miliardari ha ereditato la propria ricchezza e la composizione dei patrimoni è fatta per il 7% da asset immobiliari e per 93% da altri asset, di cui quelli tangibili (le aziende) sono il 52% e il 48% quelli finanziari. Nel 2021 gli asset immobiliari coprivano il 14% e degli altri asset quelli tangibili erano il 76%.

Per chiudere: i primi 10 miliardari possiedono una ricchezza pari a quella di 18 milioni di italiani che rappresentano il 30% più povero della popolazione. Non mi sembra che il modello economico che ha prodotto questi dati possa definirsi democratico solo perché esistono le elezioni “libere”.

Nel 2025 il totale delle entrate tributarie è stato di 662 miliardi di euro, di cui l’Irpef ha coperto 227 miliardi, con un incremento di quasi 10 miliardi rispetto al 2024. Di questi 227 miliardi, quasi il 90% deriva da lavoratori dipendenti e pensionati. Sempre nel campo delle imposte dirette, le cosiddette imposte “sostitutive”, sui guadagni finanziari, sugli affitti etc., hanno generato 21 miliardi, mentre l’Ires, l’imposta sui profitti, è stata pari a 60 miliardi. Il quadro è completato dalle imposte locali per un gettito di circa 17 miliardi. Ci sono poi le imposte indirette, quelle che colpiscono i consumi e non sono legate al reddito, che sono state di 270 miliardi di euro, con l’Iva e le accise che hanno incassato 230 miliardi di euro.

È evidente che una composizione delle entrate tributarie di questa natura non sia sostenibile perché ha una base imponibile troppo squilibrata e perché il gettito delle imposte sui profitti è davvero troppo basso, così come è ridottissimo quello delle imposte sostitutive i cui contribuenti, peraltro, beneficiano della possibilità di scegliere il regime fiscale a cui sottoporsi.

È altrettanto chiaro che un sistema del genere sia per il peso delle imposte indirette sia per i troppi regimi di flat tax – quello delle sostitutive – non sia coerente con i principi costituzionali della progressività previsti dall’articolo 53 della Costituzione. Dunque la riforma fiscale è davvero indispensabile a beneficio della stragrande maggioranza della popolazione italiana e andrebbe rivendicata con forza in termini politici.

Provo quindi a elaborare una proposta articolata in tre punti a mio modo di vedere complementari e non alternativi tra loro.

Primo: occorre riportare sotto il regime Irpef le imposte sostitutive per consentire l’effetto cumulo dei redditi e quindi ripristinare il principio di progressività. Con l’attuale sistema, i guadagni delle plusvalenze finanziarie non si sommano al reddito e dunque beneficiano i redditi più alti, così come le cedolari secche sugli affitti. In merito al regime Irpef, sarebbe opportuno aumentare gli scaglioni più alti concependo altre due aliquote del 50% per i redditi superiori ai 75mila euro e del 55% sopra i 100mila euro.

Secondo: occorre alzare le aliquote Ires, per le banche, le società energetiche e quelle della difesa, in modo da avere un tax rate effettivo del 35%. Infine, è necessaria un’imposta patrimoniale con aliquota dell’1% sui patrimoni che superano i due milioni di euro per la parte eccedente questa quota, con aliquote fino al 3,5% per la parte eccedente i 20 milioni di euro. In sintesi, si tratterebbe di una platea di meno di 500mila contribuenti su un totale di 42 milioni: quei 500mila contribuenti hanno un patrimonio imponibile di oltre 3.600 miliardi di euro. Si tratta, in pratica, dell’unico modo per tassare gli aumenti di patrimonio finanziario. Con le maggiori entrate garantite da queste misure, sarebbe possibile azzerare l’Iva sui prodotti di prima necessità e ridurre l’aliquota ordinaria. Il tema fiscale è davvero un nodo politico centrale nella costruzione di una “Sinistra popolare”.

Vorrei soffermarmi sulla questione dell’Irpef. Gli ultimi interventi sul tema, comprese le riduzioni per determinate fasce di reddito, hanno generato il maggiore beneficio per i redditi superiori ai 50mila euro proprio perché hanno goduto della riduzione delle aliquote della loro parte di reddito fino a quella soglia e per il resto hanno continuato a godere di un’aliquota massima del 43%. Servirebbero aliquote marginali più alte con la crescita dei redditi superiori ad almeno 80mila euro.

Per essere chiari: chi ha un reddito lordo superiore agli 80mila euro potrebbe pagare un’aliquota del 45% sulla parte del reddito che eccede gli 80mila euro e chi ha un reddito superiore ai 100mila euro potrebbe pagare, sulla parte eccedente il 47%. Questo contribuirebbe a restituire progressività al sistema fiscale secondo quanto previsto dall’articolo 53, con la possibilità di ridurre l’Iva sui servizi essenziali.

Ma il tema dell’Irpef ha un risvolto ancora più paradossale. Dal Governo Berlusconi IV, poi dal Governo Renzi, dal Governo Conte-Salvini e dal Governo Meloni sono stati introdotti i cosiddetti regimi sostitutivi per cui alcune tipologie di contribuenti hanno potuto scegliere il regime fiscale a cui sottostare. Stiamo parlando della flat tax sugli affitti, del regime forfettario per le partite Iva, l’imposta sostitutiva sulle plusvalenze finanziarie.

Ciò configura una triplice anomalia. In primo luogo in Italia esistono contribuenti che possono scegliersi il regime fiscale e altri no; in particolare non possono scegliere quanto pagare i lavoratori dipendenti e i pensionati che ricevono il prelievo all’origine senza alcuna possibilità di scelta. Inoltre, le aliquote forfettarie a parità di entrata sono assai diverse se si paga la flat tax, che non si cumula al reddito, o se si paga l’Irpef: nel primo caso sono decisamente più basse.

Infine, chi sceglie il regime sostitutivo non paga le addizionali Irpef, né quella comunale né quella regionale che sono pagate invece per intero da chi paga l’Irpef. Allora, se esaminiamo l’Irpef, è evidente che l’imposta è pagata, come emerge dai numeri, per il 95% da lavoratori dipendenti e pensionati che non possono ricorrere a regimi sostitutivi ed è altrettanto chiaro che i regimi sostitutivi tolgono all’Irpef e quindi alla comunità 10-12 miliardi di euro l’anno.

In tale ottica, come accennato, l’imposta patrimoniale è decisamente indispensabile se si intende restituire giustizia sociale perché è pressoché l’unico modo che permette di avere un gettito fiscale dall’arricchimento finanziario. Provo a spiegarmi meglio.

Un plurimilionario possiede un importante pacchetto di azioni e di strumenti finanziari che compongono una fetta importante del suo patrimonio. Si tratta di titoli di banche, società energetiche, società di armi, o prodotti finanziari ad esse legati, che nel giro di un anno hanno conosciuto una crescita media del 50%. Dunque, il suo patrimonio si è accresciuto del 50%, ma questo incremento, se il plurimilionario non vende i titoli, paga qualche imposta aggiuntiva, a parte l’impercettibile imposta di bollo?

La risposta è assolutamente no. I contrari alla patrimoniale obiettano: ma in realtà l’incremento di valore non arreca benefici di per sé, quindi perché tassarlo? La risposta è altrettanto semplice: non è vero che quel plurimilionario non ha benefici perché può utilizzare il maggior valore per ottenere un prestito bancario a condizioni molto meno onerose se mette in garanzia titoli che valgono di più o può rinegoziare a condizioni favorevoli i prestiti che già ha, liberando risorse senza alcun aggravio fiscale.

In sintesi, può operare senza vendere e senza pagare tassazione. Del resto, così fanno le scalate le banche che propongono lo scambio di azioni e così sta cercando di fare Leonardo Maria Del Vecchio per comprare quote di Delfin con i soldi delle banche mettendo in garanzia azioni proprio di Delfin. Aggiungerei un dato. Gli avversari della patrimoniale sostengono che si tratti di una doppia tassazione perché colpisce prima il reddito e poi il patrimonio, tassando due volte la stessa cosa. Ora è evidente che nel caso di un’imposizione sull’aumento di valore finanziario una tale doppia imposizione non esiste affatto.

Rimango sulla questione della patrimoniale per rispondere al tema della sua difficile applicazione. L’introduzione di un’imposta patrimoniale dell’1% sui patrimoni superiori ai due milioni di euro rappresenta una sfida che richiede anche una metodologia tecnica capace di coniugare rigore analitico e snellezza operativa.

Per risultare efficace, questa misura dovrebbe configurarsi non come un prelievo sul possesso indiscriminato, ma come un’imposta sulla ricchezza netta globale, calcolata esclusivamente sulla parte di valore che eccede la franchigia stabilita. Il pilastro fondamentale di una simile metodologia risiede nell’automatizzazione dei processi di valutazione, eliminando la necessità di perizie soggettive che rallenterebbero la riscossione e alimenterebbero infiniti contenziosi legali. Per i beni immobili, il sistema più snello consiste nell’utilizzare le rendite catastali opportunamente rivalutate attraverso coefficienti aggiornati, un dato oggettivo già presente nei database dello Stato.

Per quanto riguarda le attività finanziarie, la base imponibile verrebbe determinata attraverso la fotografia delle consistenze al 31 dicembre, integrando i dati che gli istituti di credito trasmettono regolarmente all’Anagrafe dei rapporti finanziari. Anche il nodo complesso della valutazione delle aziende non quotate potrebbe essere sciolto adottando il criterio del patrimonio netto contabile risultante dall’ultimo bilancio depositato, garantendo così un riferimento certo e verificabile.

Una scelta metodologica cruciale per mantenere il sistema semplice sarebbe l’esclusione dei beni mobili non registrati, come opere d’arte o gioielli: sebbene costituiscano quote rilevanti di ricchezza, la loro catalogazione e stima risulterebbero talmente onerose da rendere il costo amministrativo dell’imposta superiore al beneficio economico. La gestione pratica del tributo dovrebbe quindi seguire il modello della dichiarazione precompilata, in cui l’amministrazione finanziaria incrocia le proprietà immobiliari, i conti titoli e le partecipazioni societarie per presentare al contribuente un calcolo già definito, riducendo l’onere burocratico per i cittadini.

Per garantire l’equità ed evitare crisi di liquidità per quei soggetti che possiedono grandi asset ma scarsi flussi monetari, la metodologia dovrebbe infine prevedere clausole di salvaguardia, come la possibilità di rateizzare il versamento o di differirlo parzialmente al momento della vendita dei beni. Un impianto così strutturato, basato sulla trasparenza dei flussi informativi internazionali e sulla digitalizzazione dei dati esistenti, permetterebbe di colpire con precisione la grande ricchezza minimizzando l’elusione e assicurando allo Stato un gettito stabile e prevedibile.

Un’ultima nota. Il possessore di un patrimonio di 2,5 milioni di euro pagherebbe, per effetto della patrimoniale, circa seimila euro annui aggiuntivi. Se quello stesso milionario dovesse recarsi in un Pronto soccorso pubblico, in codice rosso, riceverebbe servizi per circa 20mila euro. Mi sembra evidente che lo sforzo sostenuto con la patrimoniale è decisamente inferiore al costo per la collettività del suo accesso al pronto soccorsi. Forse se i super ricchi se ne vanno (e non lo fanno) a perderci sono soprattutto loro.

Fonte 

26/06/2026

Italia - Le disuguaglianze sulla ricchezza giustificano una tassa patrimoniale

Sull’ultimo numero della rivista Sbilanciamoci, Pier Giorgio Ardeni analizza la distribuzione inuguale della ricchezza in Italia ma soprattutto la natura di queste disuguaglianze e le caratteristiche di ricchezze spesso ottenute per via ereditaria e non certo per “laboriosità”, smentendo così la demagogia da quattro soldi espressa dalla Meloni al congresso della Confcommercio.

Riproduciamo qui di seguito l’articolo.

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L’Italia disuguale e le tasse

di Pier Giorgio Ardeni 

In questi giorni si è tornato a parlare di ricchezza e della sua distribuzione. Come si origina la ricchezza? Come si accumulano i patrimoni? E non è forse vero che – per come si accumula e distribuisce – non è adeguatamente tassata?

Qualche giorno fa la Banca d’Italia ha pubblicato i dati aggiornati sulla distribuzione della ricchezza in Italia, evidenziando un quadro ormai noto e in peggioramento: «la distribuzione della ricchezza si conferma concentrata: il 10 per cento più ricco delle famiglie detiene il 60,6 per cento della ricchezza netta totale, mentre la metà meno abbiente delle famiglie solo il 7,2 per cento. La disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza (misurata dall’indice di Gini) è lievemente aumentata rispetto al 2024 (da 71,5 a 72,2)» – e l’1% più ricco possiede il 24%.

Nel 2025 la ricchezza netta delle famiglie italiane ha raggiunto i 12.326 miliardi di euro – l’equivalente di circa 8,5 volte il Pil del Paese – di cui gli immobili rappresentano circa la metà. La ricchezza finanziaria (non immobiliare) complessiva degli italiani, quindi, supera oggi i 6.000 miliardi di euro.

Questo capitale è dato dal risparmio che viene allocato secondo tre modalità:
- conti correnti bancari o postali (circa un terzo);
- azioni, fondi e gestioni patrimoniali;
- titoli di Stato e obbligazioni.
Sui conti correnti, nonostante gli importi elevati, la distribuzione è disomogenea: circa 4 italiani su 5 possiedono meno di 12.500 euro sul proprio conto, mentre solo una piccola percentuale supera i 250mila euro.

La ricchezza del 10% più benestante delle famiglie è in forma soprattutto finanziaria, poi ci sono gli immobili di pregio, seconde e terze case. Gli individui con una ricchezza netta superiore a 1 milione di euro sono 470mila e quelli con più di 2 milioni tra i 180.000 e i 200.000. Se guardiamo invece alle famiglie, secondo i dati di Bankitalia, il top 5% delle famiglie italiane (circa 1,2 milioni di nuclei) dispone di una ricchezza netta ampiamente superiore alla soglia dei 2 milioni di euro, attestandosi su una media di circa 3,5 milioni.

La classe media – ovvero il 40% sotto il 10% più ricco – detiene circa il 33% della ricchezza totale (3.600 miliardi), per il 70% sotto forma immobiliare: la ricchezza della classe media è infatti quasi interamente concentrata nella casa di proprietà. La parte finanziaria è per lo più in forma di liquidità o titoli di Stato. Il 50% inferiore della distribuzione, ovvero la fascia più povera, possiede invece una ricchezza immobiliare ridotta (molti componenti di questa fascia vivono in affitto) e chi possiede una casa ha spesso un patrimonio immobiliare di modesto valore commerciale e gravato da un mutuo significativo.

In sintesi, dall’analisi di Bankitalia emerge una media generale di 453.000 euro per famiglia: il 10% più ricco ha un patrimonio medio di € 2.745.180; la fascia media (40%) di € 364.665 e la fascia più povera (50%) di € 65.232 per famiglia.

L’origine della ricchezza

Da dove viene la ricchezza posseduta dalle famiglie? Per l’1% più ricco, tra il 60 e il 64% della ricchezza è ereditata, una quota enorme. Per il 10% più ricco, invece, circa il 45-50% della ricchezza è ereditata. Questi beneficiano di lasciti strutturati (es. seconde e terze case, portafogli azionari corposi) che consolidano la loro posizione di vantaggio economico. Per la fascia media di proprietari (il 40% più ricco, ad esclusione del 10% al top), circa il 30-35% della ricchezza è ereditata, dove la componente ricevuta in eredità è legata quasi unicamente alla casa di famiglia (spesso divisa tra più fratelli) o a piccoli risparmi liquidi. Il 50% più povero non ha quasi nessun patrimonio e riceve eredità nulle o insignificanti, quando non addirittura debiti, basando la propria minima ricchezza solo sul lavoro quotidiano.

Gli immobili

Sebbene l’Italia sia storicamente un Paese di piccoli proprietari (circa l’80% delle famiglie vive in una casa di proprietà), la distribuzione del valore è fortemente sbilanciata: il 5% dei proprietari immobiliari più ricchi detiene da solo un quarto dell’intero valore monetario del patrimonio residenziale italiano. Al contrario, il 50% dei proprietari più poveri possiede complessivamente solo il 18,7% del valore immobiliare totale, concentrato in case di modesto valore in periferie o piccoli comuni. Inoltre, una quota rilevante dei “grandissimi” patrimoni immobiliari (complessi di decine o centinaia di appartamenti) non risulta intestata direttamente a singoli individui, bensì a persone giuridiche (società immobiliari di gestione, fondi o holding familiari). Questa strategia viene adottata per ottimizzare la tassazione sui redditi da locazione ed efficientare la futura tassa di successione.

In Italia, le persone fisiche che possiedono più di due abitazioni sono circa 1,2 milioni, poco meno del 5% dei circa 26 milioni di cittadini che hanno almeno un immobile residenziale intestato.

Come si accumula un patrimonio?

Chi possiede ricchezza, dunque, la riceve in eredità o l’accumula. Ma come si accumula un patrimonio?

Ai tassi di rendimento attuali, sfruttando un rendimento medio annuo realistico del 7% (tipico di un portafoglio in titoli diversificato globale), con € 500 euro al mese ci vorrebbero 33 anni per accumulare un milione, con € 1.000 al mese circa 25 anni, con € 2.500 al mese circa 16 anni.

Ma chi può risparmiare mille euro al mese? Tra l’altro, se è vero che anche i redditi da capitale sono tassati, lo sono solo al momento della liquidazione, con un’aliquota sulle plusvalenze che è pari ad un 26% fisso (e non vanno a cumularsi agli altri redditi). Una tassazione di favore che premia chi ha redditi alti e può permettersi di investirne una parte. Non solo quindi la ricchezza patrimoniale è sbilanciata, come sottolinea la Banca d’Italia, ma la sua accumulazione favorisce chi ha redditi alti e viene tassato in misura proporzionalmente minore.

Perché ha senso tassare i patrimoni?

In queste ultime settimane si è tornati a parlare di “patrimoniale”, la famigerata tassa sui patrimoni, tanto aborrita perché «colpirebbe il ceto medio» e perché “ingiusta”, si dice, in quanto andrebbe a colpire redditi già tassati e poi accumulati, perché una tassa sugli immobili esiste già (l’Imu). Ora c’è una proposta di legge per tassare i grandi patrimoni, quelli sopra i 2 milioni di euro (esclusa la prima casa) – denominata “1% equo” – che va ad aggiungersi ad una proposta di Oxfam per tassare i patrimoni sopra i 5,4 milioni, oltre alla nota “proposta Zucman”.

Partiamo dall’Imu. L’aliquota ordinaria a livello nazionale è fissata allo 0,86% del valore catastale, ma i singoli Comuni italiani hanno la facoltà di modificarla, aumentandola fino al 1,14% o azzerandola del tutto. I contribuenti totali che versano l’IMU in Italia sono circa 25,8 milioni.

Considerando la composizione del patrimonio immobiliare tassato, l’imposta viene applicata su circa 19,7 milioni di abitazioni complessive, ovvero seconde case e altri immobili ad uso abitativo e abitazioni principali di lusso (circa 72.000 unità). Le restanti oltre 20 milioni di abitazioni, considerate “principali”, ovvero di residenza, sono per legge interamente esenti.

In Italia, le abitazioni che raggiungono una rendita catastale tale da superare i 2 milioni di valore catastale sono circa 15-20mila unità (meno dello 0,05% dell’intero stock residenziale di 35,6 milioni di case). Pertanto, dei più di 19,6 milioni di seconde case già soggette ad imposta IMU, pochissime potrebbero avere un valore catastale sopra ai 2 milioni.

Il valore commerciale delle case in Italia è mediamente 3,4 volte superiore a quello catastale, il che significa che le case con un valore di mercato superiore ai 2 milioni di euro sono diverse decine di migliaia e non 15-20mila.

Tassare il patrimonio immobiliare sopra una certa cifra, quindi, non colpirebbe il ceto medio, che non arriva a quei valori e compenserebbe una fallacia dell’attuale sistema fiscale che consente una tassazione separata – e favorevole – per i redditi da capitale, che sono all’origine dell’accumulazione di ricchezza. Sarebbe solo una misura nel segno dell’equità.

Fonte

11/06/2026

Risposte alle obiezioni sull’introduzione di una tassa sulle grandi ricchezze

di Marco Veronese Passarella

a) “È una misura illegittima perché introduce una doppia tassazione”
Si tratta di un equivoco concettuale. Anche l’IVA normalmente pagata sui consumi grava su redditi che sono già stati tassati. In generale, ogni sistema fiscale moderno prevede una pluralità di strumenti di imposizione che possono gravare, in momenti diversi, sulla stessa base economica.
Il problema non è quante volte una determinata ricchezza venga tassata, ma quali fasce sociali siano chiamate a contribuire e in quale proporzione. La vera questione è dunque quella della distribuzione del carico fiscale e della sua coerenza con i principi di equità e capacità contributiva.

b) “È una misura inutile perché chi deve pagare troverà il modo di non farlo”
Evasione ed elusione fiscale sono problemi che riguardano qualunque forma di tassazione, sia essa applicata ai redditi, ai consumi o ai patrimoni. Se l’esistenza dell’evasione fosse una ragione sufficiente per rinunciare a un’imposta, allora bisognerebbe abolire l’intero sistema fiscale. Il punto non è rinunciare a tassare, ma contrastare evasione ed elusione attraverso strumenti adeguati di controllo e cooperazione internazionale. Una maggiore tassazione dei grandi patrimoni può, anzi, essere accompagnata da misure che riducano la pressione sui redditi da lavoro e al contempo rendano più efficace il contrasto ai comportamenti opportunistici.

c) “È una misura inutile perché i capitali finanziari possono essere spostati altrove con un clic”
In assenza di controlli sui movimenti di capitale, la possibilità che una parte delle ricchezze finanziarie venga trasferita all’estero è reale. Tuttavia, la letteratura economica più recente tende a mostrare che tali fenomeni, pur esistendo, sono generalmente modesti e non annullano gli effetti positivi sul gettito fiscale.
Del resto, se i flussi di capitale fossero determinati esclusivamente dalla convenienza fiscale, già oggi essi dovrebbero concentrarsi interamente nei paesi a più bassa imposizione, cosa che evidentemente non avviene.
Le decisioni di investimento dipendono infatti da molti altri fattori: dimensione del mercato, qualità delle istituzioni, disponibilità di infrastrutture, stabilità politica e prospettive economiche.
Semmai, questa obiezione dovrebbe spingere ad aprire una discussione seria, in ambito europeo, sulla necessità di contrastare la concorrenza fiscale tra Stati e di limitare il ruolo dei paradisi fiscali.

d) “È una misura che finisce per erodere progressivamente i patrimoni”
Questa obiezione trascura il fatto che le aliquote generalmente proposte per i grandi patrimoni sono molto inferiori ai rendimenti medi che tali patrimoni ottengono nel lungo periodo. Una tassa moderata sul patrimonio non ha quindi carattere confiscatorio e non impedisce la crescita della ricchezza.
Naturalmente, sia le aliquote sia le soglie di esenzione sono aspetti che devono essere oggetto di discussione e valutazione democratica. L’obiettivo non è eliminare d’un tratto i grandi patrimoni, ma fare in modo che essi contribuiscano in misura più significativa al finanziamento della collettività.
Il punto centrale non è quantitativo, ma qualitativo: riequilibrare un sistema fiscale che negli ultimi decenni ha fatto gravare una quota crescente del prelievo sui redditi da lavoro e sui ceti medi.

e) “Sul giornale X scrivono che un’imposta simile nel paese Y si è associata a fughe di capitali, buchi di bilancio o altri effetti negativi”

Nessuna politica economica dovrebbe essere valutata sulla base di aneddoti, articoli di giornale o episodi isolati. I mezzi di informazione svolgono una funzione importante, ma operano anche all’interno di specifiche linee editoriali e strutture proprietarie che possono influenzare la selezione e l’interpretazione delle notizie.
Non sorprende che proposte di tassazione delle grandi ricchezze incontrino spesso l’opposizione di gruppi economici che potrebbero esserne direttamente interessati. Per questa ragione, il modo più affidabile per valutare tali misure consiste nell’esaminare l’insieme delle evidenze empiriche disponibili e non i singoli casi portati a sostegno di una determinata tesi.
La letteratura economica mostra che le imposte sui grandi patrimoni possono produrre effetti distorsivi, come accade per qualunque imposta, ma che tali effetti non sono generalmente tali da annullarne i benefici in termini di gettito, progressività fiscale e riduzione delle disuguaglianze.
Inoltre, i risultati osservati nei diversi paesi dipendono in larga misura dal disegno concreto dell’imposta, dal livello di cooperazione internazionale e dall’efficacia delle misure di contrasto all’elusione e all’evasione fiscale.

f) “Queste imposte falsano la concorrenza e deprimono l’attività di impresa”
Al contrario, una concorrenza effettiva presuppone che i punti di partenza siano uguali o almeno simili. Un sistema economico nel quale grandi ricchezze si accumulano e si trasmettono di generazione in generazione senza limiti tende a rafforzare le rendite di posizione e a ridurre la mobilità sociale.
In queste condizioni, il successo economico dipende sempre meno dall’innovazione, dall’iniziativa imprenditoriale e dalle capacità individuali, e sempre più dalla disponibilità di patrimoni ereditati.
Non è un caso che i più grandi economisti liberali e social-liberali – da Adam Smith a John Stuart Mill, da John Maynard Keynes a James Meade, da Joseph Stiglitz a Anthony Atkinson, fino a Thomas Piketty – abbiano guardato con preoccupazione all’eccessiva concentrazione della ricchezza e del potere economico. La tassazione dei grandi patrimoni può contribuire a limitare tali dinamiche e a favorire una società più aperta e dinamica.

g) “Chi ha accumulato quella ricchezza l’ha meritata e tassarla è ingiusto”
Nessuna grande ricchezza è il prodotto esclusivo dello sforzo individuale. Ogni patrimonio si forma all’interno di una società che fornisce infrastrutture, istruzione, ricerca scientifica, tutela giuridica, sicurezza, una moneta stabile e un insieme di istituzioni senza le quali l’attività economica sarebbe impossibile.
La tassazione non nega il contributo dell’iniziativa individuale, ma riconosce che la ricchezza è sempre il risultato di una cooperazione tra sforzo privato e organizzazione collettiva. Non va poi dimenticato che la gran parte dei grandi patrimoni viene trasmessa per via ereditaria e che l’attuale sistema fiscale italiano è regressivo per il 5% più ricco della popolazione.
Chiedere ai grandi patrimoni un contributo maggiore significa riconoscere il ruolo che la società nel suo complesso ha avuto nella loro formazione.

Conclusione
La questione decisiva non è se una tassa sulle grandi ricchezze sia perfetta. Nessuna imposta lo è. Ogni forma di tassazione produce effetti collaterali e richiede continui aggiustamenti.
La vera domanda è un’altra: è ragionevole che il peso principale del finanziamento dello Stato continui a gravare sui redditi da lavoro e sui ceti medi, mentre patrimoni enormi, spesso cresciuti grazie alla rivalutazione degli attivi e ai processi di accumulazione finanziaria, contribuiscono in misura relativamente limitata?
La proposta di tassare le grandi ricchezze nasce da questa esigenza di riequilibrio. Non si tratta di punire il successo economico, ma di costruire un sistema fiscale più equo, più progressivo e maggiormente coerente con il principio secondo cui ciascuno dovrebbe contribuire in base alla propria effettiva capacità economica.

Fonte

09/06/2026

Predicare il mercato coltivando il monopolio. A proposito delle fusioni delle banche italiane

di Alessandro Volpi

Ai primi di giugno Banco Bpm ha proposto a Monte dei Paschi di Siena una “fusione tra pari”. L’obiettivo sarebbe quello di “valorizzare” Anima Sgr, da poco acquisita da Bpm, per farne il veicolo della raccolta del risparmio dei due istituti e per orientarlo all’acquisto dei prodotti di BlackRock, naturalmente azionista di entrambe le banche.

Questa “proposta” ha subito mosso Intesa Sanpaolo che ha avanzato un’offerta pubblica di scambio rivolta agli azionisti di Mps, valutata circa 30 miliardi di euro. Anche qui l’obiettivo è chiaro: evitare la creazione di un concorrente forte ma anche potenziare il monopolio perché l’ipotesi di Intesa prevede l’acquisizione di Mps, che verrebbe poi, in parte, ceduta a Unipol, con cui Intesa ha stabilito un patto. L’operazione avrebbe incluso anche Bper, legatissima a Unipol, che ne è principale azionista con quasi il 20% del capitale. In sintesi: un super colosso con il fine di raccogliere il risparmio, svuotando Anima e affidando la gestione, ancora più direttamente a BlackRock.

Da questa vicenda emergono almeno cinque considerazioni.

La prima. Il cosiddetto “risiko bancario” è possibile perché le banche hanno macinato utili incredibili negli ultimi anni. Solo nel biennio 2024-2025, Intesa, Bpm, Banco Bper, Mps, Unicredit hanno registrato utili per oltre 30 miliardi di euro, distribuiti per il 70% in dividendi agli azionisti che hanno quindi una montagna di liquidità.

La seconda. La concentrazione monopolistica è possibile perché esiste una forte sovrapposizione tra gli azionariati delle banche italiane, soprattutto del grande azionariato. BlackRock è presente in tutte e cinque queste realtà, così come un peso importante hanno un nucleo limitatissimo di grandi famiglie, a cominciare da Del Vecchio e Caltagirone.

La terza. Nella vicenda incide moltissimo la volontà di questi soggetti di arrivare al controllo di Generali, soprattutto dopo l’acquisizione da parte di Mps di Mediobanca. Controllare Generali significa controllare un altro pezzo dell’ormai pressoché unica linfa vitale del capitalismo finanziario, ovvero il risparmio diffuso.

La quarta. L’azione del Governo Meloni è decisamente favorevole al processo di concentrazione perché spera di avere un appoggio rilevante da parte della grande finanza italiana e di quella internazionale di BlackRock. A forza di immaginare “polini” nazionali si procede a grandi passi verso la natura assolutamente monopolistica del sistema bancario italiano, del resto ampiamente auspicata dalla Commissione europea, da Mario Draghi, da Enrico Letta e dal governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta.

La quinta. In tutta questa vicenda ha un ruolo centrale il sistema fiscale: le banche pagano un tax rate decisamente basso in relazione ai mega profitti e godono di una deducibilità degli interessi passivi, che ha generato incredibili crediti verso lo Stato, in grado di costituire uno degli elementi di attrazione dei fenomeni di fusione. Le banche si fondono, si dividono i crediti fiscali e pagano meno tasse.

La linea della maggioranza di centrodestra è chiara: sta con i grandi azionisti delle banche – e questo certo giova ai Vannacci di turno – ma l’opposizione dove sta? Forse troppo vicino a quelle stesse banche e alla narrazione favolistica del mercato. E anche questo favorisce la destra più radicale. Ma a sinistra –sottolineo a sinistra – si può elaborare un modello del tutto diverso.

Provo quindi a definire una proposta generale articolata in tre punti a mio modo di vedere complementari e non alternativi tra loro, dove il tema bancario è ben presente.

1) Occorre riportare sotto il regime Irpef le imposte sostitutive per consentire l’effetto cumulo dei redditi e quindi ripristinare il principio di progressività. Con l’attuale sistema, i guadagni delle plusvalenze finanziarie non si sommano al reddito e dunque favoriscono i redditi più alti, così come le cedolari secche sugli affitti. In merito al regime Irpef, sarebbe opportuno aumentare gli scaglioni più alti concependo altre due aliquote del 50% per i redditi superiori ai 75mila euro e del 55% sopra i 100mila euro.

Occorre alzare le aliquote Ires per le banche, le società energetiche e quelle della difesa, in modo da avere un tax rate effettivo del 35%.

Occorre poi un’imposta patrimoniale con aliquota dell’1% sui patrimoni che superano i 4 milioni di euro e del 2% sopra gli 8 milioni, al netto della prima casa. Si tratta, in pratica, dell’unico modo per tassare gli aumenti di patrimonio finanziario. Con le maggiori entrate garantite da queste misure, sarebbe possibile azzerare l’Iva sui prodotti di prima necessità e di ridurre l’aliquota ordinaria al 20%, avendo a disposizione poco meno di 30 miliardi in più da destinare alla spesa sociale.

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12/06/2024

Italia al primo posto in Occidente per disuguaglianze ereditate

Si è svolta a Bari la conferenza internazionale “Eguaglianza delle opportunità e mobilità intergenerazionale. Una prospettiva globale“. L’evento è stato organizzato da un’ampia collaborazione tra l’università della città, la Regione Puglia, il ministero dell’istruzione, l’Ance e persino la London School of Economics.

L’obiettivo era quello di elaborare analisi e richieste da fare attivar ai capi di governo che si incontreranno al G7 che si svolgerà dal 13 al 15 giugno. Oltre cento accademici si sono riuniti in tre sessioni plenarie per discutere le ultime ricerche su problemi socio-economici e sulle politiche necessarie per affrontarli.

Con questa finalità è stato presentato anche il “Global estimates of opportunity and mobility” (Geom), un database online nato proprio dalle sinergie tra università di Bari e London School of Economics. Questo strumento raccoglie informazioni sulla mobilità intergenerazionale e sulla disuguaglianza di opportunità di 70 paesi del mondo.

Riguardo l’Occidente, i dati parlano di un aumento delle disparità molto più veloce che altrove. Dal 1980 al 2022 l’1% più ricco della popolazione mondiale ha visto il proprio reddito passare dal 16% al 20% di quello totale, mentre in Italia è quasi triplicato, passando dal 5% al 14% (la ricchezza dal 13% al 22%).

Il 50% più povero della popolazione ha invece visto il proprio reddito abbassarsi dal 22% al 15% e la propria ricchezza dal 12% al 2%. Ma l’Italia presenta anche un record negativo, quello delle disuguaglianze ereditate.

Il 40% delle disuguaglianze reddituali, nel nostro paese, sono spiegate dalla condizione di partenza delle persone: non solo soldi, ma famiglia, genere, luogo in cui si risiede, il colore della pelle. A ciò vanno aggiunte le disuguaglianze territoriali, nell’accesso all’istruzione (dove almeno è stato segnalato qualche progresso) e alla sanità.

L’Italia fa peggio degli altri paesi europei. Ed è chiaro ormai che in tutto l’Occidente la prospettiva di una ‘democrazia sociale‘ è stata abbandonata per la massimizzazione del profitto e la guerra, con l’istruzione che non è più un ascensore sociale, ma serve solo a formare gli ‘operai‘ di produzioni che incorporano alte esigenze di know how.

A integrare questi dati, possiamo leggere quelli dell’Associazione Italiana del Private Banking, che stima che il 55% dei patrimoni da essa gestiti appartenga a persone con oltre 65 anni: entro il 2028 180 miliardi andranno agli eredi, cifra che salirà a 300 miliardi entro il 2033.

Gianpiero Succi, legato a BonelliErede, uno degli studi legali più grandi e rinomati d’Italia, ha da poco ricordato “sotto il profilo tributario, la disciplina che regola le successione in Italia è particolarmente favorevole”. Che, quando si tratta dell’unica casa di proprietà è un bene, ma se si tratta di patrimoni miliardari, significa sottrarre ricchezza alla collettività.

Si può continuare su una strada in cui una fetta minuscola della popolazione si appropria di questi progressi, oppure si può virare verso una distribuzione più equa dei suoi frutti. Sta tutto nella costruzione di un’alternativa politica indipendente e di rottura con questo modello ingiusto.

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23/07/2023

Il governo Meloni e il fisco: austerità e regali ai ricchi

La Camera dei Deputati ha approvato in prima lettura (manca quindi ancora l’approvazione da parte del Senato) la delega fiscale predisposta dal Governo Meloni. Si tratta appunto di una legge delega, quindi uno strumento con cui il Parlamento si limita a enunciare dei principi e delle linee guida, affidando poi direttamente al Governo il potere di approvare (entro 24 mesi) gli atti legislativi definitivi che daranno corpo e sostanza precisa alle novità introdotte nel fisco italiano. E su questo aspetto si gioca uno dei primi nodi irrisolti della questione: scorrendo il testo della delega infatti una delle espressioni più utilizzate è “…fermo restando il rispetto degli obiettivi programmatici di finanza pubblica e di riduzione del debito…”. In altre parole è lo stesso Governo che, nel chiedere poteri delegati al Parlamento, mette in chiaro che la riforma del fisco avverrà nel pieno rispetto delle compatibilità di bilancio e in ossequio alla strategia di riduzione del debito richiesta dall’Unione Europea e serenamente fatta propria dalla compagine governativa: insomma, un poco edificante passaggio in cui la volontà di una controriforma del fisco si potrebbe arrestare solamente davanti al moloch dell’austerità. E se fosse davvero così, “poco male” si potrebbe pensare, visti i contenuti “pessimi” della delega fiscale: purtroppo però, e ci torneremo nelle conclusioni, la realtà rischia di essere ancora peggiore.

La delega esce dalla Camera dei Deputati con poche novità rispetto a come era entrata, confermando quindi il suo carattere iniquo e classista che già avevamo commentato, ma che vale comunque la pena richiamare, almeno nelle sue componenti più odiose:

  • Attacco a quel poco di progressività rimasta nel nostro sistema fiscale, attraverso un’ennesima riduzione delle aliquote e il continuo restringimento della base imponibile assoggettata ad IRPEF (sempre più destinata a riguardare solamente i redditi da lavoro dipendente e da pensione);
  • Ulteriori regimi di vantaggio al reddito proveniente dall’impiego di capitale, sia quando questo si indirizza verso forme di impiego finanziario sia quando riguarda redditi da fabbricati dati in affitto (es. estensione della cedolare secca anche per gli immobili locati ad uso commerciale);
  • Ennesima riduzione dell’imposta sui profitti delle società, in calo costante ormai da 20 anni a questa parte;
  • Strizzatina d’occhio agli evasori, attraverso una riduzione delle sanzioni e sistemi di accertamento e di concordato preventivo pensati apposta per favorire quei contribuenti che possono permettersi di pagare consulenti migliori.

Con questo quadro di partenza, sembrava impossibile poter peggiorare le cose. Eppure, le poche novità introdotte durante il dibattito parlamentare sono riuscite in questo intento. Alcuni esempi:

  • Per poter diminuire il numero di aliquote IRPEF, e quindi per dare un ulteriore colpo alla progressività, il Governo deve racimolare le risorse da qualche parte. Ecco, quindi, che la delega prevede di ridurre le tipologie di spese che danno diritto alle detrazioni di imposta (almeno per il momento, spese sanitarie o per ristrutturazione sarebbero salvaguardate, e quindi dovrebbero continuare a dare diritto a detrazioni). Oltre al danno, però, c’è anche la beffa. Se è vero che da un lato, per poter tagliare le tasse ai più ricchi, vengono ridotte le categorie di spese detraibili, dall’altro si aggiunge alla lista delle spese detraibili un nuovo protagonista. All’articolo 5, infatti, si spiega come rientreranno in tale categoria le “misure volte a favorire la propensione a stipulare assicurazioni aventi per oggetto il rischio di eventi calamitosi, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica”. Tradotto: la messa a riparo dagli effetti di calamità naturali è affidato (per chi può permetterselo) a sistemi di assicurazioni private, per di più rimborsate in parte dal sistema fiscale; dopo anni di disinvestimento pubblico nella cura del territorio, e a due mesi dalla tragedia dell’alluvione in Emilia Romagna, una scelta che semplicemente grida vendetta.
  • La legge delega dovrebbe, per sua natura, limitarsi a principi ispiratori, eppure alcuni passaggi aggiunti sono straordinariamente precisi: all’articolo 10 ad esempio si prevede “l’eventuale e progressivo superamento dell’addizionale erariale sulla tassa automobilistica per le autovetture e gli autoveicoli destinati al trasporto promiscuo di persone e cose, aventi potenza superiore a 185 chilowatt, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica a carico del settore delle tasse automobilistiche”. Si tratta dell’abolizione del cosiddetto Superbollo, misura poco significativa dal punto di vista del complesso delle entrate erariali, ma dall’evidente valore simbolico per il Governo: ai “loro” garantiscono uno sconto delle tasse sui macchinoni, agli “altri” (che magari la macchina non possono proprio usarla perché vecchia e inquinante e non possono permettersi di cambiarla) niente...
  • Anzi, agli altri resta – in maniera subdola – la promessa di avere una particina alla fiera della riduzione delle tasse, attraverso la promessa (art. 5) di una minore tassazione delle tredicesime mensilità. Una promessa infida, non solo perché rischia di valere pochi euro per i redditi più bassi, ma perché segue la stessa logica del “cuneo fiscale” il cui taglio – come lo stesso Governo ha candidamente ammesso – serve non a far crescere i salari, ma al contrario proprio a garantire la loro moderazione.

La vicenda della delega fiscale ci consegna dunque, al momento, almeno due conferme e una conclusione:

  1. La prima conferma è quella di un Governo la cui linea economica è totalmente appiattita sull’accettazione dell’austerità e dei “conti in ordine”, anche quando questa impone di rallentare rispetto ai propositi urlati in campagna elettorale (la flat tax da subito per tutti...).
  2. La seconda conferma è di una sostanziale continuità anche in materia fiscale. Al netto di alcune misure più simboliche che altro, o di obiettivi ambiziosamente perversi ma da realizzarsi “senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica” (quindi probabilmente mai), la delega infatti è sostanzialmente identica a quella predisposta dal Governo Draghi, al punto da essere votata anche da parte delle “opposizioni” (Azione e Italia Viva).
  3. La conclusione discende dalle due conferme precedenti: siccome il Governo sembra comunque intenzionato a “saldare il debito” con il proprio elettorato, cui aveva promesso tagli di tasse di vario tipo ed entità, è evidente che a pagare il conto saranno proprio i lavoratori, attraverso un meccanismo duplice: un sistema fiscale sempre più sbilanciato a favore dei più ricchi, e la promessa di ulteriori tagli alla spesa sociale proprio per finanziare un sistema fiscale ancora più iniquo.

Il sistema fiscale è una rappresentazione plastica dei rapporti di forza esistenti nella società. La proposta oggi sul tavolo non è (solamente) la visione di una destra becera e un po’ casareccia, ma il punto di arrivo “naturale” di anni di ideologia neoliberista all’insegna di “meno Stato e più mercato”. L’agenda di questo Governo è chiara e trasparente: elargire alle classi dominanti tutto quello che si può raschiare dal barile dell’austerità imposta dai vincoli di bilancio europei, scaricando tutto il costo sulle spalle di chi lavora, studia o cerca di tirare a campare con una pensione. Proprio per questo, il sistema fiscale può e deve diventare parte del campo di battaglia per recuperare salario reale e servizi pubblici per tutta la collettività, facendo sentire al Governo il fiato sul collo durante l’iter di approvazione della legge delega e soprattutto nei prossimi mesi quando la compagine governativa adotterà i vari decreti delegati.

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31/03/2023

Delega fiscale: Meloni fa pagare solo i lavoratori (prima parte)

È stata presentata nei giorni scorsi, dopo diversi annunci, la delega fiscale predisposta dal Governo Meloni. Si tratta di una proposta di legge, che dovrà essere approvata dal Parlamento, che delega il Governo ad adottare una serie di atti (decreti legislativi) sulla riforma del sistema fiscale. La legge delega si limita, come noto, a stabilire i principi e i criteri ai quali i decreti legislativi, che avranno il valore di vere e proprie leggi, dovranno attenersi. Molti dettagli, dunque, sono ancora incompleti, mentre ben chiara è, come vedremo, la direzione di marcia.

È un documento importante, non solo perché interviene a 360 gradi sul fisco, ma anche perché è forse il primo atto di politica economica interamente addebitabile a questo Governo, che finora era soprattutto intervenuto (ovviamente sempre in modo peggiorativo) in modalità parziale su singoli istituti (i casi più evidenti sono state le pensioni e il reddito di cittadinanza).

I primi articoli sono dedicati alla riforma dell’IRPEF e in generale della tassazione delle persone fisiche, e questa è la parte che forse meglio di tutte chiarisce la profonda iniquità di questa riforma.

Accompagnata dalla promessa della “flat tax per tutti”, la delega si traduce immediatamente in un enorme colpo a quel poco di progressività che residuava nel nostro sistema, con vantaggi evidenti per i redditi più alti.

Da subito (cioè, probabilmente, già dal prossimo anno), avremo una prima riduzione degli scaglioni, passando dagli attuali 4 (erano 5 solo 2 anni fa) a soli 3, “nella transizione del sistema verso l’aliquota unica”, come recita la proposta di legge. Per capire cosa significa, ricordiamo che gli scaglioni di reddito sono lo strumento con cui l’IRPEF pensata originariamente assicurava la progressività del sistema, sottoponendo il reddito ad aliquote di imposizione via via più elevate a mano che il reddito complessivo aumentava. Per avere un’idea della perdita di progressività, è utile ricordare che al momento della sua introduzione negli anni ’70 l’IRPEF prevedeva ben 32 aliquote, partendo da un livello molto basso (il 10%) fino ad arrivare a prelievi consistenti (fino al 72%) sui redditi più alti. Un sistema, quindi, che da un lato, soprattutto sui redditi bassi, prevedeva numerosi scaglioni di importo modesto in mondo da evitare che piccoli aumenti di reddito fossero neutralizzati da aumenti consistenti del prelievo fiscale, dall’altro, con aliquote elevate sui redditi più alti, era capace di garantire un’effettiva capacità redistributiva del sistema fiscale. Dall’anno prossimo, invece, avremo probabilmente solo 3 aliquote, dal 23% per i redditi più bassi al 43% per quelli più alti; rispetto ad oggi, si accorperanno le due aliquote centrali (per il livello preciso occorrerà aspettare ancora qualche mese, ma si parla di un’aliquota compresa fra il 27% e il 33%). Ogni volta che si riduce il numero delle aliquote (anche quando questo avviene accorpando quelle centrali) la perdita di progressività è dovuta al fatto che anche i redditi più alti beneficiano di tale “sconto”, mentre niente cambierà per i redditi più bassi.

Ma questa è solo una gamba dell’attacco alla progressività. L’altra è rappresentata dalle profonde mutazioni che hanno interessato l’IRPEF. Quest’ultima, infatti, all’epoca della sua istituzione, doveva essere un’imposta omnicomprensiva, sotto cui sottoporre a tassazione tutti i redditi personali, qualunque fosse la loro origine. Nel tempo, invece, si è trasformata in un’imposta quasi esclusivamente sul reddito da lavoro dipendente (e da pensione), mentre quasi tutti gli altri tipi di reddito (sia gli altri redditi da lavoro, come i redditi dei professionisti o delle imprese individuali, che i redditi da impiego di capitale, compresi i redditi da fabbricati, in primis gli affitti) sono stati sottoposti a regimi separati. E, rispetto a questo, cosa fa la delega? In maniera spudorata, con l’obiettivo edulcorato di “passare a un sistema compiutamente dualistico”, sottrae ulteriori forme di reddito alla tassazione progressiva, per sottoporli a forme di tassazione separata, ovviamente ad aliquote ben più basse di quelle previste dall’IRPEF.

Clamorosa in questo senso è l’estensione del regime della “cedolare secca” anche per gli affitti dei locali commerciali. Ricordiamo che la cedolare secca è un regime fiscale facoltativo, che permette ai padroni di casa di non pagare l’Irpef sul reddito che percepiscono sotto forma di affitto, ma una più conveniente imposta sostitutiva dell’Irpef e delle addizionali (10% nelle grandi città per gli affitti a “canone concordato”, 21% negli altri casi). In più, optando per tale regime viene meno l’obbligo di pagare tutta una serie di imposte catastali. Ebbene, se nel caso dei contratti di locazione abitative la cedolare secca può essere giustificata con la “scusa” di aiutare a far emergere il nero, nel caso delle attività commerciali la ragione di questo regime di favore viene meno, giacché nessuna attività commerciale ha interesse ad occultare i propri costi.

Con questa delega, quindi, è pienamente compiuta la separazione fra redditi da lavoro dipendente (quelli da lavoro autonomo già erano stati messi al riparo con l’estensione del regime forfettario) e tutti gli altri redditi, una separazione così netta che ha il solo pregio di restituire plasticamente la natura classista di questi interventi: da una parte chi vive di lavoro dipendente, dall’altra il resto del mondo, cui assicurare un trattamento fiscale sempre più benevolo.

Infine, si prevede anche per il lavoro dipendente il meccanismo della “flat tax incrementale”, cioè una tassazione minore (pari al 15%) su eventuale reddito “extra” conseguito in un anno rispetto agli anni precedenti; un ulteriore strumento di iniquità e divisione anche all’interno del mondo del lavoro dipendente, in quanto si tratta di un meccanismo probabilmente applicabile solamente alle mansioni più qualificate e ai redditi più elevati. Per i redditi bassi e medi, infatti, non ci sono, in genere, sensibili aumenti di reddito da un anno all’altro, data la minore dinamicità delle carriere di chi percepisce redditi di minore entità.

Per chiudere con la parte dedicata alle persone fisiche, la delega sembra accantonare per un momento il sempiterno cuneo fiscale; è probabilmente solamente un’apparenza, perché il tema tornerà di attualità in occasione di emanazione dei decreti delegati attraverso cui la delega fiscale prenderà forma, in particolare quando insieme alla revisione degli scaglioni necessariamente occorrerà ritoccare anche il sistema delle detrazioni (in particolare quelle da lavoro dipendente e da pensione) e, sicuramente, occorrerà ripensare anche il mini-taglio contributivo operato dal Governo Draghi e confermato poi da quello Meloni, ma sempre in modalità transitoria e quindi che “scade” (in mancanza di altri interventi) a fine anno.

Sui limiti della riduzione del cuneo fiscale per difendere i salari abbiamo scritto più volte. Qui vogliamo solo sottolineare come un intervento di quel tipo è perfettamente compatibile con la logica di una delega come questa, tutta improntata, come visto, ad una perdita di progressività e che facilmente troverà il modo di riproporre il tema del cuneo argomentando che “le tasse si abbasseranno per tutti, due spiccioli li troveremo pure per voi...”. Contestare la delega sul fronte della sua “timidezza” verso la riduzione del cuneo è quindi ingenuo e fuorviante, specie in periodi come questi di alta inflazione quando, per difendere i salari, dal Governo andrebbero pretesi scala mobile e salario minimo. Non certo un provvedimento che, lungi dall’essere una soluzione, è una parte del problema.

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11/03/2023

Il fisco secondo il governo Meloni: uno strumento di ingiustizia sociale

Prosegue inesorabile la strada verso lo smantellamento della funzione sociale e redistributiva del Fisco. Dopo la riforma fiscale del governo Draghi che ha ridotto le aliquote Irpef da 5 a 4, agevolando il segmento medio alto (ovvero chi guadagna dai 55.000 euro in su), è ora la volta della riforma fiscale del governo Meloni.

Dopo l’estensione della flat tax ai redditi dei lavoratori autonomi fino a 85.000 euro, dopo la truffa del taglio del cuneo fiscale che, a fronte di una emergenza salariale senza precedenti, ha portato nelle tasche dei lavoratori dipendenti dai 20 ai 30 euro mensili in più, è ora la volta dell’annunciata riforma fiscale che dovrebbe arrivare in Consiglio dei ministri nelle prossime settimane e intervenire principalmente su tre aspetti: ulteriore riduzione degli scaglioni e delle aliquote Irpef, revisione dell’Ires e abolizione dell’Irap.

Sul fronte della riduzione degli scaglioni Irpef sono allo studio due ipotesi che hanno, comunque, come obbiettivo comune accorpare i due scaglioni centrali: (redditi da 15mila a 28mila euro con aliquota Irpef attualmente al 25% e da 28mila a 50mila euro con aliquota attualmente al 35%).

Attualmente, come è noto, le fasce Irpef sono quattro: il 23% fino a 15mila euro, il 25% da 15mila a 28mila euro, il 35% da 28mila a 50mila euro e il 43% oltre questa.

Nella prima ipotesi di riforma resterebbe l’aliquota al 23% per i redditi fino a 15mila euro, poi ci sarebbe uno scaglione del 27% fino a 50 mila euro e un’imposta al 43% per i redditi oltre i 50mila euro. In questo caso i vantaggi reali si avvertirebbero solo per i redditi superiori ai 34 mila euro perché al di sotto di questa soglia si finirebbe addirittura per pagare di più rispetto ad oggi.

Nella seconda ipotesi, il primo scaglione si fermerebbe a quota 28mila euro di reddito, con un’aliquota al 23%. Il secondo scaglione arriverebbe a 50mila euro con un’Irpef al 33% mentre, al di sopra di questa soglia, resterebbe ferma l’attuale Irpef al 43%: in questo caso i risparmi sarebbero distribuiti su tutte le fasce di reddito, sia pure con vantaggi in termini assoluti superiori per chi guadagna di più.

La sostanza è semplice: in ambedue i casi i maggiori vantaggi sarebbero in capo ai redditi più alti mentre per i redditi medio bassi, a seconda delle ipotesi, l’operazione potrebbe essere svantaggiosa o risibile in termini di risparmio di imposte.

Sul fronte Irap (già ridotta dal precedente Governo) si punta alla sua totale abolizione, con tutto quelle che ne conseguirebbe per il già martoriato sistema sanitario nazionale.

Infine, ciliegina sulla torta, riduzione dell’attuale aliquota Ires al 24 percento (una vera e propria flat tax per le imprese) per le aziende che investono in sviluppo e beni strumentali: l’ennesima conferma di un sistema fiscale smaccatamente pro impresa.

Il segno marcatamente regressivo di tale progetto di riforma è evidente ed ancora una volta viene confermata la principale causa di iniquità sociale del nostro sistema fiscale: l’elevata aliquota media pagata dai redditi medio bassi e la scarsa distanza tra questa e quella pagata da chi percepisce redditi elevatissimi.

La questione salariale, e all’interno di questa anche la necessità di rilanciare il Fisco come strumento di giustizia sociale sarà al centro del Convegno organizzato a Roma da USB il 31 marzo dal titolo “Il salario che non c’è“ che vuole essere un passaggio fondamentale per continuare ed intensificare un percorso di mobilitazione che metta al centro il tema dell’emergenza salariale e del carovita.

Ciò che ormai da un mese sta accadendo in Francia con scioperi e mobilitazioni che stanno paralizzando l’intero paese ci indica la strada da seguire.

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26/04/2022

La riforma del fisco di Draghi è l’ennesima presa in giro

La riforma del fisco avviata a dicembre 2021 con le modifiche delle aliquote Irpef e del sistema di detrazioni sui figli a carico vede in questi giorni ulteriori sviluppi tramite una serie di emendamenti sulla legge delega. Di particolare rilievo, tra le varie questioni trattate, è il tema della tassazione delle cosiddette rendite finanziarie e immobiliari, attorno al quale si è scatenato un tipico esempio di dibattito fuorviante in cui si scontrano posizioni che eludono completamente il macroscopico problema di giustizia fiscale che si cela nella struttura più profonda del fisco italiano.

L’obiettivo dell’intervento del governo in un’ottica di medio periodo sarebbe quello di giungere ad una “coerente tassazione duale”, aggiustando le aliquote attuali in vista di un’unica aliquota che colpisca le cosiddette rendite finanziarie e immobiliari allo stesso modo. A ciò si opporrebbero Lega e Forza Italia, terrorizzate dal rischio di un aumento del carico fiscale sui redditi immobiliari.

Vale la pena ripartire dalle origini della questione. Cosa si cela, anzitutto, dietro l’espressione “tassazione duale”? La tassazione duale, spesso denominata dual income tax (DIT), è un sistema alternativo a quello della comprehensive income tax. Quest’ultimo prevede che tutti i redditi afferenti ad un soggetto, di qualunque natura siano, si cumulino per costituire il reddito complessivo, che verrà tassato progressivamente, ossia con aliquote percentuali crescenti al crescere del reddito personale. In Italia l’imposta che, teoricamente, potrebbe ricomprendere tutti i redditi percepiti dai contribuenti è l’IRPEF.

Nella dual income tax si separano invece i redditi da lavoro da quelli da capitale, prevedendo per questi ultimi un regime proporzionale (aliquota unica senza progressività) distinto da quello generale progressivo, entro cui ricadrebbero solo i redditi da lavoro.

Quando il governo Draghi parla di riforma tesa a riprodurre il modello di tassazione duale si riferisce più in generale alla rigida separazione dei redditi derivanti dal capitale finanziario e immobiliare (fuori quindi dall’attività d’impresa) rispetto agli altri redditi (da lavoro e d’impresa).

L’attuale sistema fiscale in realtà già prevede tutta una serie di eclatanti eccezioni alla logica della comprehensive income tax che la riforma del 1974 avrebbe dovuto perseguire, coerentemente con il dettato costituzionale (art. 53). Nel concreto significa che molte tipologie di reddito sono escluse dalla base imponibile dell’Irpef progressiva e soggette a tassazione sostitutiva agevolata: è il caso dei redditi derivanti da affitto di immobili (con aliquota al 21% e addirittura al 10% per affitti a canoni concordati nel regime della cedolare secca).

Ma anche dei redditi da dividendi azionari (guadagni percepiti in quanto azionista di una società per azioni), da interessi (guadagni percepiti in quanto possessore di titoli obbligazionari) e da plusvalenze azionarie e immobiliari (guadagni percepiti sulla differenza tra prezzo di acquisto e prezzo di vendita di attività finanziarie e immobiliari). Per tutte queste tipologie vi è ad oggi un’aliquota del 26%, ridotta al 12,5% per i titoli di Stato italiani o di paesi esteri inseriti in una specifica lista e titoli di risparmio postali. A ciò si aggiunge la presenza di un’imposta, l’IRES, che colpisce i redditi delle società di capitali al 24%, redditi che in seguito al momento della distribuzione sotto forma di dividendi verranno ritassati in capo al socio al 26%.

Si tratta con tutta evidenza di un sistema odiosamente iniquo che comporta due forme di disparità di trattamento. In primo luogo, la presenza di aliquote proporzionali (invarianti al variare del reddito tassato) per tutte le tipologie di reddito elencate crea un’equiparazione tra piccoli redditi derivanti dall’uso del capitale e redditi plurimilionari, disattendendo il principio di equità verticale (per cui redditi di diversa entità andrebbero trattati in modo diverso) e violando la prescrizione costituzionale di progressività del sistema impositivo. In secondo luogo, e di maggior rilievo, trattare con aliquote agevolate redditi derivanti dall’impiego di capitale finanziario e immobiliare e redditi sorti da attività di imprese sotto forma di società di capitali (in genere imprese di dimensioni grandi o grandissime) significa accordare un privilegio fiscale ad una parte cospicua dei redditi da capitale – non solo i più elevati, ma anche quelli più slegati dalla logica produttiva e occupazionale – in rapporto ai redditi da lavoro (dipendente e autonomo) che vengono invece tassati, assieme ai redditi d’impresa non società di capitali, in forma ben più severa e attuando la progressività dell’imposta.

Significa cioè fare esattamente l’opposto di ciò che la giustizia sociale ed economica richiederebbe di fare: ovvero colpire con maggior severità i redditi legati al mero uso del capitale e in modo più leggero i redditi derivanti da sforzo, capacità e impegno lavorativo.

La giustificazione di questo oltraggio alla giustizia e al buon senso comune risiede nello spauracchio della fuga dei capitali. I redditi da capitale, infatti, in particolare i più “mobili” (redditi finanziari e redditi legati e grandi società multinazionali) avrebbero un’elevata propensione alla migrazione verso i paesi che garantiscono le migliori condizioni fiscali. La paura di fughe massicce di capitali giustificherebbe allora la necessità di trattarli fiscalmente con i guanti.

Questo argomento, sistematicamente usato per giustificare l’ingiustificabile, è però di una bassezza argomentativa disarmante. Come se un uomo che indossa delle pesanti catene si rammaricasse di non poter correre, asserendo che non ci sono soluzioni al suo problema. Tutti sanno però, anche se non lo dicono, che le catene possono essere tolte, così come la libera circolazione dei capitali può essere rimossa modificando le regole del gioco. La verità è allora un’altra: che la libera circolazione dei capitali è stata ed è tutt’ora il più potente dispositivo di disuguaglianza sociale usato per mantenere costantemente funzionante l’arma del ricatto sui livelli salariali e sul carico fiscale sopportato dalle diverse classi sociali.

Ebbene, di fronte allo scandalo degli sfacciati privilegi fiscali di cui oggi i redditi da capitale godono, qual è l’obiettivo del governo Draghi quando asserisce di voler perfezionare la Dual income tax? L’obiettivo è quello di arrivare ad un’unica aliquota omogenea che colpisca tutti i redditi da capitale estranei all’attività d’impresa, ovvero i redditi immobiliari e finanziari, eliminando la giungla di aliquote sostitutive multiple divise per sotto-tipologia di reddito. Per farlo si propone di procedere in due tempi. In un primo momento si dovrebbe transitare ad un sistema a due aliquote: 15% per tutti i redditi di natura finanziaria (dividendi, interessi, plusvalenze) accorpando le precedenti aliquote del 12,5% e del 26% ed eliminando così il vantaggio fiscale accordato sino ad oggi ai titoli di Stato; 26% per i redditi di natura immobiliare eliminando le due aliquote al 10% e al 21%. In un secondo momento si dovrebbe poi convergere verso un’aliquota unica, la cui entità non è nota (si ventila il 23% o una percentuale inferiore) sia per i redditi immobiliari che per quelli finanziari.

È chiaro che né la fase transitoria né quella definitiva inciderebbero sul carico fiscale complessivo medio sopportato dalle categorie di reddito suddette che, sebbene con proporzioni diverse da oggi, con un ulteriore vantaggio per i redditi finanziari e un piccolo svantaggio per quelli immobiliari, continuerebbero a godere di uno status di privilegio enorme rispetto alla tassazione che colpisce i redditi da lavoro e continuerebbero ad essere sottratte al meccanismo della progressività dell’imposta.

E non finisce qui. Nello schema proposto verrebbe meno il vantaggio fiscale accordato ai titoli di Stato rispetto alle attività finanziarie private, fino ad oggi gelosamente conservato nella normativa al fine di sostenere l’attrattività delle obbligazioni pubbliche da parte degli investitori, in un periodo di rendimenti netti molto bassi. La fine di questo “privilegio”, giudicata necessaria dagli epigoni del libero mercato, potrebbe sicuramente rappresentare, nell’angusto quadro di finanza pubblica attuale, un problema non banale sulla gestione del debito pubblico.

Lega e Forza Italia hanno alzato gli scudi asserendo che nessuno deve pagare un euro in più di imposte in questa transizione e minacciando di ingaggiare una dura battaglia per difendere la cedolare secca sugli affitti al 10% e al 21%. Tutto il dibattito che ne è nato tra fautori e detrattori della riforma oscura, tuttavia, drammaticamente il vero punto della questione: il fatto che i redditi da capitale sfuggono completamente alla tassazione progressiva e godono di indecenti privilegi al cospetto dei redditi da lavoro.

Rovesciando questo punto apparentemente fermo che tutti i partiti politici prendono come dato ineliminabile, bisognerebbe ripartire per una proposta di drastica revisione del nostro sistema tributario in senso progressivo e universalistico.

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30/11/2021

La riforma fiscale di SuperMario: regressiva e sfregio alla Costituzione

L’articolo 53 della Costituzione della Repubblica recita testualmente “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva.”

Dunque, in punta di Costituzione, il sistema tributario dovrebbe essere informato a criteri di progressività. E Il principio di progressività è il criterio generale a cui secondo l’art. 53, co. 2, della Costituzione si ispira il sistema tributario.

Tale principio deve essere inteso come una particolare accezione del criterio di eguaglianza sostanziale, di cui all’art. 3, co. 2, della Costituzione, in quanto contribuisce a eliminare all’interno della comunità statale tutti gli ostacoli che di fatto impediscono il pieno sviluppo della persona umana.

In base a esso, infatti, il sistema tributario dovrebbe prediligere i tributi progressivi, vale a dire quelli che incidono in misura superiore sui soggetti che mostrano una maggiore attitudine alla contribuzione (nelle imposte progressive l’aliquota aumenta con il crescere della base imponibile).

Un sistema tributario caratterizzato dalla progressività dovrebbe, pertanto, pesare in modo più che proporzionale nei soggetti dotati di maggior ricchezza e meno che proporzionale nei soggetti più poveri.

Ciò comporta una redistribuzione della ricchezza stessa, con riduzione delle disuguaglianze tra i cittadini contribuenti (evasori ed elusori a parte).

Insomma, il carattere della progressività è riferito al sistema tributario nel suo complesso, non a specifici tributi o a singoli profili degli stessi. In buona sostanza, si richiede che ai tributi a struttura progressiva sia assegnato valore caratterizzante del sistema.

Ma in che direzione va la riforma fiscale del governo Draghi che introduce una revisione delle aliquote Irpef nel 2022?

Secondo le notizie che circolano da qualche settimana, le nuove aliquote Irpef 2022 prevederanno una riduzione, passando dagli attuali 5 scaglioni ai 4 stabiliti dal taglio Irpef. Ci sarà la cancellazione dell’aliquota Irpef al 41% e il taglio di tre punti di quella del 38% che passa al 35%.

I nuovi scaglioni Irpef 2022 cambierebbero nel nodo seguente:

– I redditi fino a 15mila euro restano con una aliquota al 23%

– lo scaglione compreso tra 15mila e 28mila euro passa dal 27% al 25%

– la fascia 28-50mila cambia aliquota dal 38% al 35%.

Ma la novità più odiosa e fortemente iniqua delle nuove aliquote Irpef è quella che riguarda le fasce più facoltose. Chi ha un reddito di oltre 50mila euro passa direttamente al 43%. Ed anche le detrazioni verranno “profilate” per portare un vantaggio anche per i redditi sopra i 50mila euro.

Con le nuove aliquote Irpef, senza tener conto dell’impatto che potrà avere la revisione anche della no tax area e delle detrazioni, si prospetterebbe la situazione seguente:

– fino al primo scaglione di reddito (15.000 euro): tassazione invariata;

– da 15.000 a 50.000 euro: risparmio d’imposta crescente fino al picco massimo (920 euro l’anno in meno) per redditi pari a 50.000 euro;

– da 50.000 a 75.000 euro: risparmio di imposta decrescente fino a 270 euro per redditi pari a 75.000 euro;

– da 75.000 euro in poi: risparmio “fisso” d’imposta pari a 670 euro.

Per l’Unione Sindacale di base “resta quindi in piedi e per certi versi si approfondisce un impianto fiscale regressivo, mentre naturalmente permane per le imprese quella vergognosa flat tax di fatto (24 per cento) e per i redditi di capitale la sottrazione al meccanismo della progressività dell’imposta [...]

Alcuni conti circolati in queste ore già evidenziano che il vantaggio sarà chiaramente nullo per il primo scaglione, ammonterà a pochi euro di riduzione fiscale per chi guadagna poco oltre i 15.000 euro, circa 260 euro l’anno per chi guadagna sui 28.000 euro, fino a circa 1070 euro per chi guadagna sui 55.000 euro e circa 670 euro per coloro che superano i 75.000 euro.

La fotografia è chiarissima: si avvantaggia il segmento medio alto, le fasce di reddito che avrebbero più bisogno di un effetto redistributivo vengono completamente ignorate e soprattutto si assesta un ulteriore colpo alla progressività verso l’alto poiché si equipara un reddito di 50.000 euro a quelli milionari magari percepiti da un top manager.

In sintesi si conferma la principale causa di iniquità sociale del nostro sistema fiscale: l’elevata aliquota media pagata dai redditi medio bassi e la scarsa distanza tra questa e quella pagata da chi percepisce redditi elevatissimi...”
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Insomma, un bel governo Robin Hood alla rovescia che prende ai poveri per dare ai ricchi.

Un paio di decenni fa un certo Cossiga si atteggiava a “picconatore” della Costituzione. Mario Draghi non si accontenta di metterla in discussione; forte del mandato blindato conferitogli dall’Unione Europea e dall’endorsement della grande finanza internazionale, la deturpa, a suo piacimento, per mezzo di una legge ordinaria – la legge di bilancio – e i costituzionalisti muti.

Certo, cos’altro ci si poteva aspettare da uno come Draghi che ora tutti, da destra a “sinistra”, vedono come una divinità?

In fondo Mario Draghi è lo stesso uomo che, dal 1991 venne chiamato dall’allora ministro Guido Carli a fare il direttore generale del Tesoro, su suggerimento del governatore di Bankitalia Carlo Azeglio Ciampi e che avviò un’ondata di privatizzazioni selvagge: chiusura dell’IRI, Eni, Enel e, soprattutto, l’allora Sip.

Una serie di cessioni, rimpalli, rimbalzi di responsabilità che decuplicò il debito, a ridusse del 40% gli investimenti industriali bruciando più di 70mila posti di lavoro.

Lo stesso uomo che, dal 2002 al 2005, fu vicepresidente e membro del management del Committee Worldwide di Goldman Sachs, proprio nel periodo in cui in America le banche d’affari erano scatenate in manovre speculative e scavavano il baratro finanziario che si è materializzato nel 2008, trascinando in rovina il resto del mondo.

Lo stesso uomo che, nel 2015, da presidente della Banca centrale europea, decretò l’esclusione della Grecia dal programma di quantitative easing. Un provvedimento che avrebbe potuto evitare il disastroso ‘terzo memorandum’.

Una decisione fondata sull’assunto (sbagliato, naturalmente) che quella greca fosse una “crisi incontrollabile” e che contribuì – sotto la minaccia della cacciata della Grecia dall’eurozona – a seminare il panico (chiusura delle banche e dalle limitazioni ai prelievi bancomat) in un Paese già da tempo ricattato e messo in ginocchio con l’unico scopo di imporgli i diktat dei suoi creditori.

E che produsse la definitiva capitolazione di un popolo costretto a subire l’ennesimo piano di “salvataggio” da parte di quelle istituzioni europee che, in cambio, pretesero un’ulteriore ondata di tagli e macelleria sociale in un paese già devastato da cinque anni di “riforme” e feroce austerità.

Insomma, SuperMario non è mai stato un filantropo e l’ottima reputazione (la cosiddetta accountability) di cui gode presso i maggiori circoli finanziari mondiali, il nostro “divino” Presidente del Consiglio se l’è guadagnata mandando al macero fondamentali beni comuni ed al massacro sociale milioni di persone ingannate dalle false promesse di gente tipo “Lupi di Wall Street”.

Contro le misure economiche del governo Draghi, contro i licenziamenti, le privatizzazioni, le delocalizzazioni ed il carovita, per la giustizia climatica e sociale, il sindacalismo di base propone una Giornata di protesta nazionale per il prossimo 4 dicembre denominata “No Draghi Day” ed ha invitato tutti i movimenti e le realtà sociali e politiche a costruire la mobilitazione in forma unitaria e condivisa.

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18/12/2020

Brancaccio - La classe capitalista va in Paradiso

Rai radio uno – eresie – 18 dicembre 2020 – Il marxista rivoluzionario Labriola sosteneva che perseguire la giustizia attraverso le tasse è “l’utopia dei cretini”. Aveva qualche ragione. Tuttavia, il ritiro dell’emendamento per introdurre una piccola imposta patrimoniale sulle ricchezze suscita un interrogativo: come siamo arrivati a un sistema fiscale che ormai praticamente redistribuisce all’incontrario, dai poveri ai ricchi? Una delle ragioni è che per evitare le tasse i ricchi possono facilmente fuggire all’estero, e con pochi garbugli legali persino nei paradisi fiscali. Forse oggi Elio Petri direbbe che è la classe capitalista, che va in paradiso. Il commento dell’economista Emiliano Brancaccio dell’Università del Sannio.


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07/12/2020

Come tassare i ricchi in quattro mosse

Premessa. Due elementi di fondo vanno tenuti presenti, senza la risoluzione dei quali tutte le altre misure indicate rischiano di essere solo provvedimenti straordinari e di non produrre cambiamenti sistemici.

Il primo riguarda la trappola del debito pubblico. Il nostro debito pubblico ha raggiunto nel 2020 i 2.500 miliardi e su di esso ogni anno paghiamo una cifra variabile tra i 60 e i 70 miliardi di interessi (è la terza voce del bilancio nazionale, dopo la previdenza e la sanità, ed è superiore a quanto investiamo nell’istruzione).

Di tutto il debito pubblico accumulato, la parte reale prodotta dai deficit di spesa non supera i 266 miliardi (pari all’11% del totale). Il resto è in gran parte dovuto al meccanismo infernale degli interessi.

Occorre di conseguenza una campagna rivolta alla cancellazione del debito (che comporta la trasformazione della Bce in una vera banca centrale che assuma il debito degli Stati membri).

Il secondo riguarda la riforma fiscale. Abbiamo un sistema fiscale che, dal 1974, ha perso la progressività stabilita dalla Costituzione, aumentando le tasse per le fasce deboli della popolazione e diminuendole drasticamente per i super ricchi: se avessimo mantenuto i criteri di allora, oggi le aliquote Irpef andrebbero dal 12% all’86%, invece che avere l’attuale vergognosa forbice che va dal 23% al 43%.

Un sistema fiscale che, dal 1974 ad oggi, ha comportato 146 miliardi in meno di gettito, per ovviare al quale lo Stato è ricorso ai mercati finanziari, accollandosi, in virtù degli interessi composti, quasi 300 miliardi di debito, pari al 13% di tutto il debito accumulato.

Occorre di conseguenza una campagna per un nuovo sistema fiscale fortemente progressivo.

Fatta questa premessa, vediamo quali provvedimenti vanno immediatamente presi per redistribuire la ricchezza e recuperare risorse che affrontino l’emergenza economica e sociale.

1. Paperoniale

Attualmente, la ricchezza finanziaria privata è pari a 4.400 miliardi. Questa ricchezza è molto concentrata: 307.000 famiglie (pari all’1,2%) detengono portafogli finanziari del valore superiore a 880mila euro (pari al 20,9% della ricchezza finanziaria complessiva).

La situazione attuale

In Italia, la rendita finanziaria è tassata con aliquota fissa del 26%, ovvero meno di un reddito da lavoro di 16.000 euro/anno.

La proposta

Proponiamo una tassa straordinaria del 3% su tutti i portafogli finanziari con valore superiore a 880.000 euro. L’introito previsto è di 10 miliardi.

La tassa rimarrebbe in vigore per tre anni, durante i quali dovrebbe divenire operativa una riforma fiscale progressiva che elimini l’aliquota fissa del 26% e inserisca la rendita finanziaria nell’imponibile Irpef.

2. Patrimoniale

Secondo i dati dello studio 2019 del Boston Consulting Group sulla ricchezza privata, in Italia le persone “affluenti” (con un reddito tra i 200mila e il milione di euro) sono 1,5 milioni. Oltre a queste, 400.000 persone detengono oltre il milione di euro e 36 di loro sono “Paperoni” che possiedono oltre il miliardo di euro.

La situazione attuale

In Italia vige una tassazione, molto favorevole ai ceti più alti, che prevede cinque scaglioni di aliquote comprese fra il 23% e il 43%.

La proposta

Proponiamo una tassa straordinaria del 0,5% sulla ricchezza patrimoniale compresa fra i 500mila e 1 milione di euro; del 2% su quella compresa fra 1 milione e 100 milioni di euro; del 3% sulla ricchezza patrimoniale compresa fra 100 milioni e 1 miliardo; del 5% su quella superiore al miliardo di euro.

L’introito previsto è di 25 miliardi (3 mld dalla prima fascia, 6 mld dalla seconda, 14 mld dalla terza e 2 mld dalla quarta).

La tassa rimarrebbe in vigore per tre anni, durante i quali dovrebbe divenire operativa una riforma fiscale progressiva complessiva.

3. Web Tax

Nel periodo 2015-2019 i giganti del web e del software hanno più che raddoppiato il proprio fatturato, ad un ritmo dieci volte superiore a quello delle aziende manifatturiere.

Il fatturato mondiale del 2019 dei primi 25 colossi ha raggiunto 1.014 miliardi, con una concentrazione che vede i primi tre, Amazon, Google e Microsoft, fare la metà dei ricavi e con Amazon da sola che raggiunge un quarto del fatturato mondiale (249,7 miliardi).

Poiché circa la metà dell’utile è tassato da paesi a fiscalità agevolata, i colossi del web hanno risparmiato 46 miliardi nel quinquennio 2015-2019, avvalendosi di fatto di un’aliquota fiscale pari al 16,4% (per dare l’idea, l’aliquota che paga un lavoratore con stipendio annuo pari a 15.000 euro è il 23%).

A tutto questo vanno aggiunti i sovraprofitti (+ 30%) realizzati durante quest’anno, nel quale le misure di contrasto alla pandemia hanno di fatto permesso loro una sorta di monopolio.

La situazione attuale

In attesa di una normativa europea, l’Italia ha approvato una web tax con la Legge di Bilancio 2019, poi modificata con la Legge di Bilancio 2020. La legge prevede un’aliquota del 3% per società che hanno un ammontare complessivo di ricavi annui non inferiore ai 750 milioni di euro e un ammontare di ricavi da servizi digitali non inferiori ai 5,5 milioni di euro. L’introito previsto è di 700 milioni.

La proposta

Proponiamo una web tax con un’aliquota del 30% per società che hanno un ammontare complessivo di ricavi annui non inferiore ai 500 milioni di euro e un ammontare di ricavi da servizi digitali non inferiori ai 2,5 milioni di euro. L’introito previsto è di 8 miliardi.

4. Tassa sulle transazioni finanziarie

La tassa sulle transazioni finanziarie è una battaglia portata avanti da oltre 20 anni dai movimenti. La TTF è una piccola tassa che verrebbe applicata a tutte le transazioni sui mercati finanziari (scambi di azioni, obbligazioni, scambi valutari e contratti derivati) sia sui mercati regolamentati che over the counter (OTC). I tassi proposti variano dallo 0,01% allo 0,5%.

La situazione attuale

In attesa di una normativa europea, in Italia la tassa è stata approvata nel 2012, ma in una versione molto distante da quella proposta dai movimenti e in discussione a livello europeo. È una tassa che si applica solo ad alcune fattispecie di transazioni finanziarie, lasciando intatte quelle speculative. L’introito previsto è di 500 milioni.

La proposta

Proponiamo una TTF completa. L’introito previsto è di 4 miliardi.

Conclusione

L’insieme di questi quattro provvedimenti produrrebbe un gettito di 47 miliardi/anno per i prossimi tre anni, consentendo di avere le risorse necessarie per affrontare la crisi economica e sociale e per intraprendere la strada della trasformazione ecologica, sociale e culturale del modello di società.

Il processo andrà accompagnato da una radicale riforma fiscale complessiva, in sintonia con i principi stabiliti dalla Costituzione, e basata su tre pilastri:

a) no tax area (per i redditi fino a 10.000 euro);

b) una tassa progressiva individualizzata (come da modello tedesco);

c) un tetto massimo di aliquota pari al 65%.

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Tutto corretto, ma senza alcun controllo pubblico dei movimenti nel mercato dei capitali, non si capisce come, nel concreto, sarebbe possibile attuare queste proposte.

24/06/2020

Brancaccio su IVA e ricette anti-crisi: “Il ritardo dell’Europa è spaventoso”

Il Mattino, 23 giugno 2020

L’economista Emiliano Brancaccio dell’Università del Sannio sulla proposta di riduzione dell’IVA: “Per ragioni di equità meglio ridurla piuttosto che aumentarla. Ma per uscire dalla crisi non è la soluzione”. Sulla riforma del fisco: “Un tempo le aliquote erano 22, ora appena 5 e c’è chi vorrebbe scendere a un’unica flat tax. Questa tendenza favorisce solo i ricchi e non aiuta lo sviluppo. Piuttosto bisognerebbe rafforzare il principio costituzionale di progressività delle imposte, ma per farlo ci vorrebbe una lotta senza quartiere contro chi fa sparire i soldi nei paradisi fiscali, cioè l’esatto opposto dei condoni di Colao”. E sull’Europa: “il grosso dei finanziamenti non arriverà prima del 2023, mentre il Pil sta crollando adesso”. Come già scritto nell’appello sul Financial Times, l’unica cosa da fare è un piano moderno di investimenti pubblici, e per finanziarlo non c’è bisogno di tagliare l’assistenza sociale.

Intervista di Nando Santonastaso

Professor Brancaccio, si torna a parlare e a dividersi in sede politica sul taglio dell’Iva. Si può fare sperando di rilanciare i consumi? E con quali coperture?

L’IVA è definita dagli economisti un’imposta “regressiva” perché applica le stesse aliquote a tutti i consumatori, ricchi o poveri che siano, e quindi in percentuale favorisce i primi a danno dei secondi. Dunque, per ragioni di equità è sempre meglio ridurla piuttosto che aumentarla. Ma se lo scopo è riattivare lo sviluppo economico, allora la riduzione delle imposte non è mai la soluzione ideale. Molto più efficace sarebbe una ripresa degli investimenti pubblici.

Ma cosa vuol dire applicare il taglio dell’IVA ai pagamenti digitali?

L’IVA è l’imposta su cui si concentra la maggior parte dell’evasione fiscale, circa il 35 percento del totale, in parte favorita dall’uso del contante. Riducendo l’aliquota sui soli pagamenti elettronici si spera di disincentivare l’uso delle banconote. Francamente mi sembra un modo un po’ tortuoso di combattere l’evasione.

Sulla riduzione dell’IVA, Bankitalia ha espresso le sue perplessità. Ha ragione il governatore Visco a frenare?

Sul metodo Visco ha ragione: da troppi anni si interviene sul fisco con una pletora di misure scoordinate, imposta per imposta, mentre ci vorrebbe una riforma complessiva di sistema. Ovviamente c’è riforma e riforma.

E per una riforma generale del fisco Lei da dove partirebbe?

Da un contrasto più serrato all’evasione e dal rafforzamento del principio costituzionale di progressività delle imposte: chi guadagna di più deve pagare aliquote più alte, una regola semplice ed equa che da decenni è sotto attacco. Mentre negli anni ’70 esistevano ben 22 aliquote di imposta sul reddito con la più alta al 72 percento, oggi abbiamo appena 5 aliquote con la più alta al 43 percento. E c’è chi vorrebbe andare persino oltre, introducendo una flat tax unica per tutti, ricchi o poveri che siano. Questa tendenza è sbagliata, favorisce solo i percettori di redditi più alti e non aiuta lo sviluppo. Bisognerebbe tornare a un sistema con più aliquote, a carico soprattutto di rendite e profitti. Ovviamente per far questo occorrerebbe in primo luogo intraprendere una lotta contro chi fa sparire i soldi nei paradisi fiscali.

Dopo gli Stati generali si ha la sensazione che non esista ancora una visione su come rilanciare il Paese. Alla fine ci salverà l’Europa?

Da Villa Pamphilj non è uscito nessun piano organico, per lo più si è discusso di ricette già sperimentate e sbagliate, come gli incentivi sui contratti a termine e i condoni sull’esportazione illegale di capitali all’estero o sul lavoro nero. Ma se in Italia navighiamo ancora nel buio, non mi pare che in Europa si veda la luce. Come ha mostrato l’influente Istituto Bruegel, se anche gli stanziamenti del “recovery fund” saranno approvati senza tagli, nel 2020 non vedremo nemmeno un euro, nel 2021 riceveremo appena l’8 percento delle risorse e nel 2022 un restante 14 percento. Questo significa che più di tre quarti dei finanziamenti europei non arriveranno prima del 2023. Considerato che il Pil sta cadendo adesso, a una velocità mai vista nella storia del capitalismo, il ritardo nella risposta di politica economica è spaventoso.

In un appello pubblicato sul Financial Times, lei e altri economisti avete sostenuto l’urgenza di un piano di investimenti pubblici per uscire dalla crisi. Ma come segnalato da varie parti, nel Decreto rilancio del governo proprio gli investimenti scarseggiano. Può un Paese già zavorrato dal debito pubblico concentrarsi soprattutto su misure di assistenza come quelle varate finora?

Come pure Mario Draghi ha riconosciuto, l’aumento del debito pubblico sarà inevitabile, in Italia e non solo, e per lungo tempo sarà compito delle banche centrali governare i mercati per garantire la sua sostenibilità. In questa espansione generalizzata dei debiti statali, sarebbe logico destinare la parte principale dei finanziamenti verso un moderno piano di investimenti pubblici nelle infrastrutture materiali e immateriali, nella ricerca scientifica e tecnica, nell’istruzione, nel recupero delle periferie. Del resto questa operazione si potrebbe compiere senza tagli all’assistenza sociale. Come ormai persino il Fondo Monetario Internazionale ammette, se viene bene indirizzato l’investimento pubblico finanziato con debito si ripaga da solo, tramite un maggior sviluppo dell’occupazione e del reddito. È una lezione keynesiana minima, di buon senso, di certo non sufficiente ma più che mai valida in questa catastrofe.

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15/11/2019

Lavoratori e pensionati dovrebbero impugnare la clava della “rognosa” questione fiscale

I capitali finanziari e le rendite immobiliari pagano molte meno imposte di un lavoratore o di un pensionato. Possibile? Si, anzi vero.

Una sala inaspettatamente gremita di lavoratori ha accolto due giorni fa il convegno dell’Usb su “Fisco: giustizia sociale o aumento delle disuguaglianze sociali?”

Il convegno è stata l’occasione per l’Usb di illustrare le proprie proposte su una materia strategica, dirimente e di classe come quella fiscale, per cercare di riavvicinarla al dettato costituzionale invece che alle logiche liberiste e alle minacce di appesantirne ancora gli effetti antipopolari ed a favore dei ricchi.

Il dibattito ha visto gli interventi del prof. Luciano Vasapollo (Sapienza univ. Roma – Dir. Scientifico CESTES – Centro studi USB) dell’avv. Carlo Guglielmi del “Forum Diritti Lavoro”, del dott. Walter Paternesi Ricercatore universitario in Economia Politica e i contributi dell’autorità politica con la prof.ssa Maria Cecilia Guerra Sottosegretario al MEF e l’Onorevole Stefano Fassina che hanno ulteriormente arricchito il confronto.

Ma quali sono le proposte che l’Usb intende mettere sul piatto e nell’agenda politica? Innanzitutto l’abolizione dell’IVA sui beni di prima necessità, una forte progressività dell’imposta e una patrimoniale sulle grandi ricchezze. Si tratta, come si dice, del minimo sindacale attorno alle quali costruire un sistema fiscale redistributivo e socialmente equo.

La forte partecipazione al Convegno costituisce un ottimo viatico per allargare tra i lavoratori e nel Paese la discussione su un sistema fiscale davvero progressivo.

“È paradossale che la polemica anti tasse abbia prodotto nel corso degli anni uno sbilanciamento della tassazione a favore delle società di capitali riducendo la tassazione di queste ultime (dal 50% del 1974 all’attuale 24% realizzando per le imposte sulla società nei fatti una flat tax) ed invertendo la tendenza a recepire nella legislazione il principio della progressività dell’imposta” ha detto nella relazione introduttiva Alessandro Giannelli dell’Usb. “Per quel che riguarda l’Irpef, se confrontiamo le 32 aliquote della riforma fiscale del 1974 con una progressività che andava dallo scaglione più basso con un’aliquota del 10% a quello più alto del 72%, con le attuali 5 aliquote che vanno dal 23% al 43%, abbiamo una rappresentazione plastica di questa tendenza”.

Qui potete leggere e scaricare il testo completo della relazione introduttiva curata da Alessandro Giannelli dell’Usb.

A sostegno di questa analisi, abbiamo provato a sistematizzare i dati sul prelievo fiscale dovuto alle imposte dirette e indirette. Si conferma che a portarne il carico non sono i capitali né le imprese, ma lavoratori, pensionati e “consumatori”. Fatti i conti questo è il quadro che emerge.


Le imposte che sono aumentate rispetto allo scorso anno, nonostante la recessione conclamata, sono state l’Irpef (su stipendi e pensioni), l’Iva (che colpisce i consumi senza alcuna progressività) e, più lievemente l’Imu (sugli immobili).

Le imposte su imprese e capitali (Ires e Isos), anche a livello locale (Irap) sono invece diminuite.

Difficile da spiegare la diminuzione degli importi delle addizionali locali dell’Irpef visto che gli importi nazionali dell’Irpef sono invece aumentati. Può essere che alcuni comuni e regioni abbiano deciso di abbassarle, ma visto così il dato appare incongruente.

Sono aumentati invece gli importi delle accise su benzina, gas e luce. In particolare quelle sul gas e l’energia elettrica, quasi ferme quelle sulla benzina.

Nel loro complesso le imposte dirette sono passate dai 247 miliardi e rotti del 2018 a 249 miliardi nel 2019, le imposte indirette sono passate dai 522 miliardi del 2018 ai 524 del 2019, quasi quattro miliardi in più di imposte caricate soprattutto su Irpef (salari e pensioni) e Iva (consumi).

Se andiamo a vedere i dati, con una ricchezza privata di 9.743 miliardi di euro, costituita al 95% da ricchezza finanziaria e immobiliare, dai profitti su attività finanziarie e immobili, oggi si ricavano solo più o meno 25 miliardi di imposte.

E allora di cosa stiamo parlando? Lasciare le cose come stanno o, peggio ancora, introducendo la Flat Tax, questa insopportabile disuguaglianza sociale non può che aumentare. E noi invece vogliamo ridurla, con ogni mezzo necessario.

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