Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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07/06/2026
26/11/2025
Socialismo digitale in Cina: innovazione e percorsi abilitati dalla tecnologia
Nell’attuale contesto storico dominato da un’ondata globale di digitalizzazione, le tecnologie digitali stanno penetrando in ogni angolo della società con una profondità e una ampiezza senza precedenti, trasformando radicalmente i modi di produzione e di vita delle persone.
Il Rapporto sul lavoro 2025 del governo propone di stimolare la vitalità innovativa dell’economia digitale, integrando meglio le tecnologie digitali con i vantaggi manifatturieri e di mercato.
Dai big data che abbinano con precisione domanda e offerta, al cloud computing che sviluppa il lavoro distribuito; dall’intelligenza artificiale che ottimizza i servizi pubblici alla blockchain che garantisce sicurezza informativa e costruzione della fiducia; dalle imprese orientate al profitto a quelle che perseguono un valore sociale sostenibile grazie ai vantaggi tecnologici: le tecnologie digitali sono ormai una forza chiave che spinge il progresso sociale. In tale contesto, il concetto di “socialismo digitale” ha iniziato ad attirare crescente attenzione.
Il socialismo digitale non è soltanto un’estensione del socialismo tradizionale nell’era digitale, ma rappresenta anche un nuovo percorso per realizzare condivisione inclusiva, giustizia sociale e sviluppo sostenibile alla luce delle nuove condizioni tecnologiche.
Da un lato, facendo leva sulle potenti capacità digitali di raccolta, trasmissione, analisi ed elaborazione delle informazioni, esso trasforma la massa di dati generati dal funzionamento dell’economia e della società in basi decisionali preziose, abbattendo le barriere della tradizionale asimmetria informativa e rendendo più trasparenti ed efficienti i processi di produzione, distribuzione, scambio e consumo.
Dall’altro lato, il socialismo digitale mantiene saldo il nucleo valoriale del socialismo, fondato sull’idea di subordinare gli interessi individuali a quelli collettivi e di servire l’interesse generale, ponendo al centro le persone e impegnandosi a utilizzare gli strumenti digitali per promuovere l’equità sociale.
Che si tratti di ampliare, attraverso piattaforme di governo digitale, i canali di partecipazione politica garantendo il diritto all’informazione, alla partecipazione e alla supervisione, o di ridurre le disparità educative urbane-rurali grazie alla condivisione delle risorse digitali, assicurando a ogni individuo pari opportunità di sviluppo, la tecnologia si è ormai affermata come un potente acceleratore degli ideali socialisti di equità e giustizia.
Manifestazioni del socialismo digitale nei vari settori
1) Ambito economico: condivisione collaborativa e sviluppo inclusivo.
Il dinamico sviluppo dell’economia digitale rappresenta una delle manifestazioni più evidenti del socialismo digitale sul piano economico. Modelli come mobilità condivisa, coworking, logistica crowdsourcing rompono i monopoli tradizionali delle risorse e i limiti spazio-temporali, attivando beni inutilizzati e realizzando una distribuzione socializzata ed efficiente dei fattori produttivi.
Le persone comuni possono godere di servizi convenienti e a basso costo come consumatori, ma anche trasformarsi in erogatori di servizi per ottenere redditi aggiuntivi, sfumando i confini della tradizionale relazione di lavoro e favorendo una distribuzione del reddito più diversificata.
Allo stesso tempo, le tecnologie digitali aiutano le micro e piccole imprese a superare le barriere allo sviluppo: i servizi IT basati sul cloud e le piattaforme di e-commerce offrono accesso a mercati vastissimi, consentendo a molti imprenditori “dal basso” di trasformare le proprie idee in realtà e competere con le grandi aziende, favorendo un ecosistema competitivo sano e conferendo vitalità allo sviluppo equilibrato dell’economia. Ciò mostra il potenziale di una crescita inclusiva, in linea con il valore socialista della prosperità comune.
2) Ambito politico: partecipazione democratica e governance precisa.
Nel campo politico, sistemi di e-government e piattaforme online di consultazione dell’opinione pubblica ampliano enormemente la portata e la profondità della partecipazione civica. I cittadini possono esprimere opinioni su politiche sociali, pianificazione urbana e altri temi in qualsiasi momento; il governo, grazie ai big data, coglie con precisione le esigenze della popolazione e formula decisioni più aderenti ai bisogni reali, migliorandone la scientificità.
Tecnologie come la digital twin city rafforzano la governance urbana: monitoraggio in tempo reale del traffico, del consumo energetico e degli indicatori ambientali, modelli digitali per simulare gli effetti delle politiche, permettendo ottimizzazioni preventive ed evitando la gestione uniforme e poco raffinata, così che la città funzioni in modo più ordinato, le risorse siano usate in modo efficiente e l’interesse pubblico sia massimizzato.
3) Ambito culturale: co-creazione popolare e prosperità spirituale comune.
L’industria culturale digitale è in piena fioritura: letteratura online, short video, arte digitale e altre nuove forme crescono rapidamente, offrendo al grande pubblico palcoscenici per esprimere talento e creatività. I comuni utenti, da semplici consumatori culturali, diventano creatori tramite contenuti generati dagli utenti (UGC), arricchendo l’offerta culturale e valorizzando culture locali diverse. Artigiani rurali, ad esempio, rilanciano antiche tradizioni attraverso livestreaming e promozione dell’artigianato.
Le tecnologie digitali favoriscono anche la diffusione di risorse culturali di qualità: biblioteche online e musei virtuali permettono alle popolazioni delle aree remote di accedere ai frutti culturali dell’umanità, riducendo il divario culturale urbano-rurale e consolidando un consenso di valori, aprendo la strada a una prosperità spirituale condivisa.
Fattori trainanti dello sviluppo del socialismo digitale
1) Innovazione tecnologica continua.
Tecnologie avanzate come il 5G garantiscono una trasmissione dati ad alta velocità; gli algoritmi di intelligenza artificiale, sempre più evoluti, estraggono valore dai dati in profondità; la blockchain assicura tracciabilità e affidabilità delle informazioni, proteggendo i diritti dei beni digitali. Queste tecnologie, fondendosi e sviluppandosi in modo sinergico, ampliano continuamente i confini dell’applicazione del socialismo digitale e creano nuovi scenari d’uso, costituendone la forza motrice fondamentale.
2) Domanda sociale.
Con l’aumento del desiderio di una vita migliore, crescono le esigenze per prodotti di alta qualità, un ambiente sociale equo e servizi pubblici efficienti. Le tecnologie digitali rispondono a tali richieste: telemedicina per facilitare l’accesso alle cure, corsi online per favorire l’equità educativa, interventi digitali in occupazione, assistenza agli anziani e altri ambiti del benessere sociale. La domanda sociale crea ampio spazio per lo sviluppo del socialismo digitale e ne traina la crescita.
3) Guida e sostegno delle politiche pubbliche.
Il governo ha introdotto una serie di piani di sviluppo dell’economia digitale, incoraggiando l’innovazione tecnologica: agevolazioni fiscali per le imprese digitali, investimenti nella ricerca per superare difficoltà tecniche chiave; le regioni stanno sperimentando standard e modelli di governo digitale. Le politiche costituiscono una solida base istituzionale per lo sviluppo ordinato del socialismo digitale.
Sfide e strategie per lo sviluppo del socialismo digitale
Nel perseguire un socialismo digitale che superi il capitalismo e realizzi condivisione materiale e spirituale attraverso la condivisione digitale, emergono varie sfide.
1) Divario digitale.
Differenze significative nell’accesso ai dispositivi digitali e nelle competenze digitali e tra aree urbane e rurali o tra fasce d’età. Le zone rurali soffrono scarsa copertura di rete, gli anziani incontrano difficoltà nell’uso dei dispositivi, rischiando di rimanere ai margini dell’economia e dei servizi digitali, con potenziale aggravamento delle disuguaglianze.
2) Sicurezza dei dati e privacy.
I dati sono una risorsa cruciale nell’era digitale. La concentrazione di grandi quantità di dati personali, aziendali e governativi aumenta il rischio di fughe, abusi, raccolta eccessiva e mercato nero dei dati, mettendo a rischio diritti individuali, fiducia sociale e persino sicurezza nazionale.
3) Dilemmi etici della tecnologia.
Bias algoritmici possono generare discriminazioni, ad esempio in selezione del personale o concessione di prestiti; l’automazione solleva questioni etiche.
Senza adeguati vincoli etici, la tecnologia potrebbe deviare dai principi umani del socialismo e minare norme e valori sociali.
Per affrontare queste sfide è necessario:
– Colmare il divario digitale: investire nelle infrastrutture nelle aree remote, implementare programmi per la formazione diffusa di competenze digitali, sviluppare servizi digitali accessibili agli anziani e prodotti user-friendly.
– Rafforzare la sicurezza dei dati: costruire un sistema normativo completo, migliorare la supervisione e reprimere le violazioni dei dati, promuovere tecnologie come blockchain, crittografia, anonimizzazione e trattamento dei dati “privacy-preserving”.
– Consolidare le basi etiche della tecnologia: stabilire linee guida etiche per le tecnologie digitali, incorporare equità, trasparenza e responsabilità nella progettazione degli algoritmi, istituire meccanismi di audit algoritmico e valutazioni preventive dei rischi etici.
Conclusione
In sintesi, l’essenza del socialismo digitale è la ristrutturazione tecnologica dei rapporti di produzione affinché i frutti dello sviluppo siano distribuiti in modo più equo a tutta la popolazione.
Attraverso la digitalizzazione, che abilita l’economia, la politica e la cultura, si apre un percorso di innovazione del valore sociale verso un futuro più equo, efficiente e sostenibile. Pur affrontando sfide come divario digitale, sicurezza dei dati e dilemmi etici, con politiche mirate e mantenendo l’orientamento al bene comune, la tecnologia digitale può diventare una forza positiva per il progresso della civiltà umana e per la condivisione della prosperità materiale e spirituale.
di Chen Bin, docente dell’università di Scienze e Tecnologia di Wuhan; segretario generale del Comitato Giovani della Associazione Previdenza Sociale. Ha condotto studi su come il lavoro digitale (economia digitale) e le “nuove forme di impiego lavorativo” influenzino i sistemi di sicurezza sociale.
Fonte
Il Rapporto sul lavoro 2025 del governo propone di stimolare la vitalità innovativa dell’economia digitale, integrando meglio le tecnologie digitali con i vantaggi manifatturieri e di mercato.
Dai big data che abbinano con precisione domanda e offerta, al cloud computing che sviluppa il lavoro distribuito; dall’intelligenza artificiale che ottimizza i servizi pubblici alla blockchain che garantisce sicurezza informativa e costruzione della fiducia; dalle imprese orientate al profitto a quelle che perseguono un valore sociale sostenibile grazie ai vantaggi tecnologici: le tecnologie digitali sono ormai una forza chiave che spinge il progresso sociale. In tale contesto, il concetto di “socialismo digitale” ha iniziato ad attirare crescente attenzione.
Il socialismo digitale non è soltanto un’estensione del socialismo tradizionale nell’era digitale, ma rappresenta anche un nuovo percorso per realizzare condivisione inclusiva, giustizia sociale e sviluppo sostenibile alla luce delle nuove condizioni tecnologiche.
Da un lato, facendo leva sulle potenti capacità digitali di raccolta, trasmissione, analisi ed elaborazione delle informazioni, esso trasforma la massa di dati generati dal funzionamento dell’economia e della società in basi decisionali preziose, abbattendo le barriere della tradizionale asimmetria informativa e rendendo più trasparenti ed efficienti i processi di produzione, distribuzione, scambio e consumo.
Dall’altro lato, il socialismo digitale mantiene saldo il nucleo valoriale del socialismo, fondato sull’idea di subordinare gli interessi individuali a quelli collettivi e di servire l’interesse generale, ponendo al centro le persone e impegnandosi a utilizzare gli strumenti digitali per promuovere l’equità sociale.
Che si tratti di ampliare, attraverso piattaforme di governo digitale, i canali di partecipazione politica garantendo il diritto all’informazione, alla partecipazione e alla supervisione, o di ridurre le disparità educative urbane-rurali grazie alla condivisione delle risorse digitali, assicurando a ogni individuo pari opportunità di sviluppo, la tecnologia si è ormai affermata come un potente acceleratore degli ideali socialisti di equità e giustizia.
Manifestazioni del socialismo digitale nei vari settori
1) Ambito economico: condivisione collaborativa e sviluppo inclusivo.
Il dinamico sviluppo dell’economia digitale rappresenta una delle manifestazioni più evidenti del socialismo digitale sul piano economico. Modelli come mobilità condivisa, coworking, logistica crowdsourcing rompono i monopoli tradizionali delle risorse e i limiti spazio-temporali, attivando beni inutilizzati e realizzando una distribuzione socializzata ed efficiente dei fattori produttivi.
Le persone comuni possono godere di servizi convenienti e a basso costo come consumatori, ma anche trasformarsi in erogatori di servizi per ottenere redditi aggiuntivi, sfumando i confini della tradizionale relazione di lavoro e favorendo una distribuzione del reddito più diversificata.
Allo stesso tempo, le tecnologie digitali aiutano le micro e piccole imprese a superare le barriere allo sviluppo: i servizi IT basati sul cloud e le piattaforme di e-commerce offrono accesso a mercati vastissimi, consentendo a molti imprenditori “dal basso” di trasformare le proprie idee in realtà e competere con le grandi aziende, favorendo un ecosistema competitivo sano e conferendo vitalità allo sviluppo equilibrato dell’economia. Ciò mostra il potenziale di una crescita inclusiva, in linea con il valore socialista della prosperità comune.
2) Ambito politico: partecipazione democratica e governance precisa.
Nel campo politico, sistemi di e-government e piattaforme online di consultazione dell’opinione pubblica ampliano enormemente la portata e la profondità della partecipazione civica. I cittadini possono esprimere opinioni su politiche sociali, pianificazione urbana e altri temi in qualsiasi momento; il governo, grazie ai big data, coglie con precisione le esigenze della popolazione e formula decisioni più aderenti ai bisogni reali, migliorandone la scientificità.
Tecnologie come la digital twin city rafforzano la governance urbana: monitoraggio in tempo reale del traffico, del consumo energetico e degli indicatori ambientali, modelli digitali per simulare gli effetti delle politiche, permettendo ottimizzazioni preventive ed evitando la gestione uniforme e poco raffinata, così che la città funzioni in modo più ordinato, le risorse siano usate in modo efficiente e l’interesse pubblico sia massimizzato.
3) Ambito culturale: co-creazione popolare e prosperità spirituale comune.
L’industria culturale digitale è in piena fioritura: letteratura online, short video, arte digitale e altre nuove forme crescono rapidamente, offrendo al grande pubblico palcoscenici per esprimere talento e creatività. I comuni utenti, da semplici consumatori culturali, diventano creatori tramite contenuti generati dagli utenti (UGC), arricchendo l’offerta culturale e valorizzando culture locali diverse. Artigiani rurali, ad esempio, rilanciano antiche tradizioni attraverso livestreaming e promozione dell’artigianato.
Le tecnologie digitali favoriscono anche la diffusione di risorse culturali di qualità: biblioteche online e musei virtuali permettono alle popolazioni delle aree remote di accedere ai frutti culturali dell’umanità, riducendo il divario culturale urbano-rurale e consolidando un consenso di valori, aprendo la strada a una prosperità spirituale condivisa.
Fattori trainanti dello sviluppo del socialismo digitale
1) Innovazione tecnologica continua.
Tecnologie avanzate come il 5G garantiscono una trasmissione dati ad alta velocità; gli algoritmi di intelligenza artificiale, sempre più evoluti, estraggono valore dai dati in profondità; la blockchain assicura tracciabilità e affidabilità delle informazioni, proteggendo i diritti dei beni digitali. Queste tecnologie, fondendosi e sviluppandosi in modo sinergico, ampliano continuamente i confini dell’applicazione del socialismo digitale e creano nuovi scenari d’uso, costituendone la forza motrice fondamentale.
2) Domanda sociale.
Con l’aumento del desiderio di una vita migliore, crescono le esigenze per prodotti di alta qualità, un ambiente sociale equo e servizi pubblici efficienti. Le tecnologie digitali rispondono a tali richieste: telemedicina per facilitare l’accesso alle cure, corsi online per favorire l’equità educativa, interventi digitali in occupazione, assistenza agli anziani e altri ambiti del benessere sociale. La domanda sociale crea ampio spazio per lo sviluppo del socialismo digitale e ne traina la crescita.
3) Guida e sostegno delle politiche pubbliche.
Il governo ha introdotto una serie di piani di sviluppo dell’economia digitale, incoraggiando l’innovazione tecnologica: agevolazioni fiscali per le imprese digitali, investimenti nella ricerca per superare difficoltà tecniche chiave; le regioni stanno sperimentando standard e modelli di governo digitale. Le politiche costituiscono una solida base istituzionale per lo sviluppo ordinato del socialismo digitale.
Sfide e strategie per lo sviluppo del socialismo digitale
Nel perseguire un socialismo digitale che superi il capitalismo e realizzi condivisione materiale e spirituale attraverso la condivisione digitale, emergono varie sfide.
1) Divario digitale.
Differenze significative nell’accesso ai dispositivi digitali e nelle competenze digitali e tra aree urbane e rurali o tra fasce d’età. Le zone rurali soffrono scarsa copertura di rete, gli anziani incontrano difficoltà nell’uso dei dispositivi, rischiando di rimanere ai margini dell’economia e dei servizi digitali, con potenziale aggravamento delle disuguaglianze.
2) Sicurezza dei dati e privacy.
I dati sono una risorsa cruciale nell’era digitale. La concentrazione di grandi quantità di dati personali, aziendali e governativi aumenta il rischio di fughe, abusi, raccolta eccessiva e mercato nero dei dati, mettendo a rischio diritti individuali, fiducia sociale e persino sicurezza nazionale.
3) Dilemmi etici della tecnologia.
Bias algoritmici possono generare discriminazioni, ad esempio in selezione del personale o concessione di prestiti; l’automazione solleva questioni etiche.
Senza adeguati vincoli etici, la tecnologia potrebbe deviare dai principi umani del socialismo e minare norme e valori sociali.
Per affrontare queste sfide è necessario:
– Colmare il divario digitale: investire nelle infrastrutture nelle aree remote, implementare programmi per la formazione diffusa di competenze digitali, sviluppare servizi digitali accessibili agli anziani e prodotti user-friendly.
– Rafforzare la sicurezza dei dati: costruire un sistema normativo completo, migliorare la supervisione e reprimere le violazioni dei dati, promuovere tecnologie come blockchain, crittografia, anonimizzazione e trattamento dei dati “privacy-preserving”.
– Consolidare le basi etiche della tecnologia: stabilire linee guida etiche per le tecnologie digitali, incorporare equità, trasparenza e responsabilità nella progettazione degli algoritmi, istituire meccanismi di audit algoritmico e valutazioni preventive dei rischi etici.
Conclusione
In sintesi, l’essenza del socialismo digitale è la ristrutturazione tecnologica dei rapporti di produzione affinché i frutti dello sviluppo siano distribuiti in modo più equo a tutta la popolazione.
Attraverso la digitalizzazione, che abilita l’economia, la politica e la cultura, si apre un percorso di innovazione del valore sociale verso un futuro più equo, efficiente e sostenibile. Pur affrontando sfide come divario digitale, sicurezza dei dati e dilemmi etici, con politiche mirate e mantenendo l’orientamento al bene comune, la tecnologia digitale può diventare una forza positiva per il progresso della civiltà umana e per la condivisione della prosperità materiale e spirituale.
di Chen Bin, docente dell’università di Scienze e Tecnologia di Wuhan; segretario generale del Comitato Giovani della Associazione Previdenza Sociale. Ha condotto studi su come il lavoro digitale (economia digitale) e le “nuove forme di impiego lavorativo” influenzino i sistemi di sicurezza sociale.
Fonte
La “patrimoniale” non deve essere più un tabù ma un atto doveroso
I soldi ci sarebbero, e tanti. Il problema è andare a prenderli dove stanno e redistribuirli sulla base delle esigenze della collettività. Un obiettivo di buon senso che però incontra ostacoli feroci quando si pronuncia la parola/tabù “patrimoniale” ossia una tassazione sui grandi patrimoni.
Secondo la Banca d’Italia, la ricchezza privata in Italia nel 2022 (ultima rilevazione disponibile) era pari a 10.421 miliardi di euro, in flessione dell’1,7% rispetto all’anno precedente in termini nominali. Ma tenendo conto dell’inflazione, la perdita reale si aggrava, raggiungendo il 12,5%. Il rapporto tra ricchezza netta e reddito lordo disponibile è sceso da 8,7 a 8,1, tornando così ai livelli registrati nel lontano 2005, prima della grande crisi del 2008/2011.
In termini di composizione, il patrimonio privato è concentrato sulla proprietà immobiliare, che costituisce circa il 54% del totale. Il resto è costituito da attività finanziarie, mentre solo una piccola quota è costituita da beni durevoli non immobiliari.
La torta, costituita dalla ricchezza privata, è cambiata nel periodo preso in esame dalla Banca d’Italia, con il patrimonio abitativo che è diminuito dal 55,0% al 54,7%, mentre quello finanziario è cresciuto dal 32,8% al 44,3%. Le altre attività non finanziarie sono diminuite dal 14,2% al 10,6%.
Questa è la composizione dominante della ricchezza privata.
Le proprietà immobiliari rappresentano di gran lunga la quota più importante della ricchezza reale privata. L’Italia ha uno dei tassi di proprietà dell’abitazione più alti d’Europa (circa il 72%). Ma poi ci sono le altre proprietà immobiliari come le case per le vacanze, le case-vacanza con affitti brevi, gli appartamenti dati in affitto, i terreni, ecc. Un patrimonio che contribuisce a rendere il portafoglio immobiliare delle famiglie italiane molto consistente.
I cosiddetti beni durevoli come automobili, gioielli, opere d’arte, ecc. hanno un peso relativamente minore nella composizione totale della ricchezza privata.
Poi ci sono le attività finanziarie che costituiscono circa il 40% della ricchezza privata ma che, secondo il CorrierEconomia del 24 novembre, è cresciuta fino a quasi 6mila miliardi.
In queste attività finanziarie ci sono i conti correnti, libretti di risparmio, depositi a termine, nonostante i rendimenti molto bassi o nulli che rappresentano 1/3 della ricchezza finanziaria.
Poi ci sono i Titoli di Stato (BOT, BTP, CCT.) considerati un investimento relativamente sicuro, la cui proprietà è sia diretta che attraverso fondi comuni.
Un peso più ridotto ce l’hanno i capitali di rischio come azioni e quote di fondi, partecipazioni azionarie dirette (molto basse rispetto alla media internazionale), le quote di fondi di investimento. Ancora non paragonabili ai livelli di altri paesi europei, ci sono le assicurazioni e i fondi pensione, in crescita, ma ancora bassi.
La maggior parte del denaro detenuto dalle famiglie nelle banche, pari a circa 1.138 miliardi di euro, si concentra nei conti con saldi che vanno dai 50.000 ai 250.000 euro. Questa fascia però, pur rappresentando solo il 6,9% del numero totale dei conti, raccoglie ben il 43,5% della liquidità complessiva.
I conti con meno di 12.500 euro sono la maggioranza assoluta, con il 77,05%. Ma nonostante questa predominanza numerica, raccolgono solo l’11,4% della liquidità totale, pari a circa 129,87 miliardi di euro. Sono i conti con importi compresi tra i 250.000 e i 500.000 euro a raggiungere una media molto elevata, pari a 325.928 euro, mentre quelli che superano il mezzo milione di euro presentano una media di 906.992 euro.
Il valore reale dei conti correnti delle famiglie è calato rispetto al 2018, se analizzato in termini di potere d’acquisto, ma questo ha indubbiamente un impatto significativamente diverso se si hanno “al pizzo” meno di 12.500 euro o 906mila.
La concentrazione di questa ricchezza privata è altissima ed è cresciuta notevolmente negli ultimi quindici anni, facendo aumentare contestualmente anche le disuguaglianze sociali.
Tassare seriamente i patrimoni immobiliari e finanziari più elevati, non solo porterebbe soldi alle casse pubbliche per finanziare il welfare e migliori contratti per sanitari, vigili del fuoco, insegnanti, etc, ma sarebbe anche un fattore di “redistribuzione della ricchezza” – come vediamo abbondante ma molto concentrata nel nostro paese – che invece i vari governi (non solo quello della Meloni) mistificano e manipolano sempre con la “distribuzione del reddito” attraverso la leva fiscale.
Il problema è che anche questa mistificazione dal tono rassicurante alla fine si piega alla logica di una riorganizzazione fiscale che continua a privilegiare i più ricchi e i loro patrimoni.
Questi ultimi poi difendono sempre ferocemente i propri privilegi, come del resto ha spiegato molto bene Karl Marx. Ma nel nostro paese dispongono della singolare capacità di cooptare in questa difesa anche quelli che di tali privilegi non godono affatto (i proprietari della sola casa di abitazione o i correntisti bancari con pochi spicci), facendoli spesso sentire dalla stessa parte della loro barricata anche quando nessuno li minaccia.
Si fanno forti di questa capacità di manipolazione anche attraverso le forze politiche di destra che la alimentano o di quelle di “sinistra” che la denunciano con una eccessiva timidezza, alla fine dei conti del tutto inefficace.
Fonte
Secondo la Banca d’Italia, la ricchezza privata in Italia nel 2022 (ultima rilevazione disponibile) era pari a 10.421 miliardi di euro, in flessione dell’1,7% rispetto all’anno precedente in termini nominali. Ma tenendo conto dell’inflazione, la perdita reale si aggrava, raggiungendo il 12,5%. Il rapporto tra ricchezza netta e reddito lordo disponibile è sceso da 8,7 a 8,1, tornando così ai livelli registrati nel lontano 2005, prima della grande crisi del 2008/2011.
In termini di composizione, il patrimonio privato è concentrato sulla proprietà immobiliare, che costituisce circa il 54% del totale. Il resto è costituito da attività finanziarie, mentre solo una piccola quota è costituita da beni durevoli non immobiliari.
La torta, costituita dalla ricchezza privata, è cambiata nel periodo preso in esame dalla Banca d’Italia, con il patrimonio abitativo che è diminuito dal 55,0% al 54,7%, mentre quello finanziario è cresciuto dal 32,8% al 44,3%. Le altre attività non finanziarie sono diminuite dal 14,2% al 10,6%.
Questa è la composizione dominante della ricchezza privata.
Le proprietà immobiliari rappresentano di gran lunga la quota più importante della ricchezza reale privata. L’Italia ha uno dei tassi di proprietà dell’abitazione più alti d’Europa (circa il 72%). Ma poi ci sono le altre proprietà immobiliari come le case per le vacanze, le case-vacanza con affitti brevi, gli appartamenti dati in affitto, i terreni, ecc. Un patrimonio che contribuisce a rendere il portafoglio immobiliare delle famiglie italiane molto consistente.
I cosiddetti beni durevoli come automobili, gioielli, opere d’arte, ecc. hanno un peso relativamente minore nella composizione totale della ricchezza privata.
Poi ci sono le attività finanziarie che costituiscono circa il 40% della ricchezza privata ma che, secondo il CorrierEconomia del 24 novembre, è cresciuta fino a quasi 6mila miliardi.
In queste attività finanziarie ci sono i conti correnti, libretti di risparmio, depositi a termine, nonostante i rendimenti molto bassi o nulli che rappresentano 1/3 della ricchezza finanziaria.
Poi ci sono i Titoli di Stato (BOT, BTP, CCT.) considerati un investimento relativamente sicuro, la cui proprietà è sia diretta che attraverso fondi comuni.
Un peso più ridotto ce l’hanno i capitali di rischio come azioni e quote di fondi, partecipazioni azionarie dirette (molto basse rispetto alla media internazionale), le quote di fondi di investimento. Ancora non paragonabili ai livelli di altri paesi europei, ci sono le assicurazioni e i fondi pensione, in crescita, ma ancora bassi.
La maggior parte del denaro detenuto dalle famiglie nelle banche, pari a circa 1.138 miliardi di euro, si concentra nei conti con saldi che vanno dai 50.000 ai 250.000 euro. Questa fascia però, pur rappresentando solo il 6,9% del numero totale dei conti, raccoglie ben il 43,5% della liquidità complessiva.
I conti con meno di 12.500 euro sono la maggioranza assoluta, con il 77,05%. Ma nonostante questa predominanza numerica, raccolgono solo l’11,4% della liquidità totale, pari a circa 129,87 miliardi di euro. Sono i conti con importi compresi tra i 250.000 e i 500.000 euro a raggiungere una media molto elevata, pari a 325.928 euro, mentre quelli che superano il mezzo milione di euro presentano una media di 906.992 euro.
Il valore reale dei conti correnti delle famiglie è calato rispetto al 2018, se analizzato in termini di potere d’acquisto, ma questo ha indubbiamente un impatto significativamente diverso se si hanno “al pizzo” meno di 12.500 euro o 906mila.
La concentrazione di questa ricchezza privata è altissima ed è cresciuta notevolmente negli ultimi quindici anni, facendo aumentare contestualmente anche le disuguaglianze sociali.
Tassare seriamente i patrimoni immobiliari e finanziari più elevati, non solo porterebbe soldi alle casse pubbliche per finanziare il welfare e migliori contratti per sanitari, vigili del fuoco, insegnanti, etc, ma sarebbe anche un fattore di “redistribuzione della ricchezza” – come vediamo abbondante ma molto concentrata nel nostro paese – che invece i vari governi (non solo quello della Meloni) mistificano e manipolano sempre con la “distribuzione del reddito” attraverso la leva fiscale.
Il problema è che anche questa mistificazione dal tono rassicurante alla fine si piega alla logica di una riorganizzazione fiscale che continua a privilegiare i più ricchi e i loro patrimoni.
Questi ultimi poi difendono sempre ferocemente i propri privilegi, come del resto ha spiegato molto bene Karl Marx. Ma nel nostro paese dispongono della singolare capacità di cooptare in questa difesa anche quelli che di tali privilegi non godono affatto (i proprietari della sola casa di abitazione o i correntisti bancari con pochi spicci), facendoli spesso sentire dalla stessa parte della loro barricata anche quando nessuno li minaccia.
Si fanno forti di questa capacità di manipolazione anche attraverso le forze politiche di destra che la alimentano o di quelle di “sinistra” che la denunciano con una eccessiva timidezza, alla fine dei conti del tutto inefficace.
Fonte
11/01/2022
La crisi è qui: chi deve pagare?
La gravità di una crisi si può misurare anche da come alcuni pilastri del pensiero economico dominante – da tre decenni, non da poco – vengano ormai attraversati dal dubbio.
Il neoliberismo occidentale, in questo lungo periodo, è andato avanti schiacciando ostacoli (o provando a farlo), riproponendo sempre le stesse ricette anche quando il loro fallimento era palese. Privatizzazioni, riduzione del debito pubblico, lotta all’inflazione come unico obbiettivo della Bce (la Fed statunitense ne ha due, l’altro è un basso tasso di disoccupazione), austerità e taglio della spesa pubblica.
Ma il momento della verità arriva sempre. Un sistema che non funziona, visto dall’esterno o “da sotto” (da noi che ne subiamo le conseguenze), ad un certo punto si rivela disfunzionale anche per una parte dell’equipaggio seduto alla guida. Il quale, ovviamente, non ha alcuna intenzione di ritirarsi e cedere il volante a qualcun altro. Ma si rende conto che qualcosa bisognerà cambiare.
Questo articolo apparso sul quotidiano economico tedesco Handelsblatt – l’equivalente del nostrano Sole24Ore – dà conto degli infiniti dubbi che percorrono in questo momento la classe dominante in Europa, ovvero la grande borghesia multinazionale che ha tratto ogni possibile beneficio dalle “ricette” neoliberiste che conosciamo.
Dubbi che costringono addirittura a ripercorrere la Storia delle crisi precedenti, rovesciando alcuni giudizi che sembravano consolidati.
Per esempio sul debito pubblico e il suo finanziamento da parte delle banche centrali. Cosa ancora oggi formalmente vietata alla Bce – e contro le cui violazioni i rappresentanti tedeschi e olandesi si sono ferocemente battuti – anche se aggirata con i quantitative easing e le cosiddette politiche monetarie “non convenzionali”, rispolverate da Mario Draghi nelle vesti di presidente.
Ma persino dubbi sulla reale necessità di considerare sempre come un male la stessa inflazione, autentico incubo che in Germania viene associato al crollo della repubblica di Weimar e alla nascita del nazismo.
È curioso che nel ripercorrere quel momento e le sue ragioni l’editorialista Frank Wiebe dimentichi un elemento decisivo per spiegare l’incapacità/impossibilità dei governanti di Weimar di contenere l’inflazione entro limiti controllabili (si arrivò a un cambio di 4,2 miliardi di marchi per un dollaro, sicché per comprare un chilo di pane occorreva più di un chilo di banconote...).
Wiebe ricorda correttamente i “vincoli interni” che causarono quel disastro – la prima guerra mondiale era stata affrontata facendo, come sempre, una montagna di debiti e il sistema fiscale era sicuramente “antiquato” (e profondamente diseguale) – ma omette di nominare il “vincolo esterno” che aggravò lo squilibrio: il piano Dawes.
Ossia un maxi-programma di “riparazioni di guerra” che Francia e Gran Bretagna pretesero dalla Germania, comprendente non solo i danni arrecati ai civili, ma anche l’intero costo sopportato dai governi alleati per la prosecuzione della guerra, con l’ammontare di 132 miliardi di marchi oro (o Goldmark), da pagarsi a rate con l’interesse del 6%.
Una strategia che, non a caso, non fu ripetuta dopo la Seconda guerra mondiale, che invece segnò l’intervento del piano Marshall – finanziato anch’esso a debito – per favorire la ricostruzione dei paesi europei ed evitare così il risorgere di movimenti nazionalistici estremi.
L’omissione di Wiebe è tipica della cultura dominante in Germania, improntata ancora adesso alla logica per cui il debito è una colpa (si dice schuld in entrambi i casi), da espiare senza se e senza ma.
Del resto, lo stesso indebitamento della Germania pre-bellica aveva le stesse premesse del piano Dawes, come ricorda lo stesso Wiebe: “Il governo aveva finanziato la guerra mondiale tramite crediti che in seguito avrebbero dovuto essere ripagati con le riparazioni degli avversari sconfitti”.
Persa la guerra, fu la Germania a dover pagare i debiti contratti anche dai nemici... Di fatto, un piede sul tubo dell’ossigeno che aggravò l’asfissia dell’economia tedesca e, soprattutto, del bilancio dello Stato.
Una condizione cui è stata costretta un po’ tutta la “comunità europea”, sottoposta al “vincolo esterno” del Fiscal Compact (riduzione obbligatoria del debito pubblico degli Stati nella misura del 5% annuo, fino a tornare al livello del 60% rispetto al Pil), per quanto di fatto inapplicato con rigore anche prima della pandemia. Ma comunque “sorvegliante” le politiche economiche e fiscali nazionali, imponendo privatizzazioni, tagli alla spesa sociale (pensioni, sussidi vari, sanità pubblica, istruzione, ecc.).
Una politica alla Heinrich Brüning, il “cancelliere di ferro” che risparmiò fino alla rovina del paese e alla resistibile ascesa di Adolf Hitler.
Il timore che la Ue – e la sua guida di fatto, la Germania – si sia incamminata sull’identico percorso spinge Wiebe a mettere in dubbio la “giustezza” dell’ordoliberismo mercantilista che ha contrassegnato la politica economica europea degli ultimi 30 anni. “In dubbio”, non a criticarla radicalmente, come si conviene comunque ad un liberista confindustriale...
E l’incertezza, alla fine, in campo nemico resta la vera cifra con cui il potere europeo si va muovendo in questi due anni di pandemia.
Lo stesso Recovery Fund, da quelle parti, è concepito – sì – come un modo per aumentare il “vincolo esterno” sui singoli paesi, specie mediterranei (l’Italia è nominata proprio in questo senso), per obbligarli a “riforme” penalizzanti.
Ma quello stesso Recovery, che pure è un prestito a debito come tutti gli altri, porta con sé una piccola ma decisiva eccezione che dovrebbe funzionare, alle brutte, come valvola di salvataggio: è acquistabile dalla Bce, al bisogno.
Stampare moneta non è più tabu, un po’ di inflazione “non è il peggiore dei mali”, i debiti possono non essere ripagati in tempi rapidi (o resi “perpetui”, con il pagamento dei soli interessi), nessuno sa più bene cosa è giusto fare...
Siamo anni luce distanti dalla sicumera teutonica di un Dijsselbloem, un Rutte, un Weidmann o uno Schaeuble. Oggi, ammette Handelsblatt, “La politica monetaria e finanziaria nelle condizioni date da eventi straordinari come la pandemia di coronavirus corrispondono ad un volo alla cieca attraverso un pertugio stretto senza strumenti sufficienti.”
Vanno alla cieca, possono sbattere ad ogni ostacolo perché la strumentazione che si pensava infallibile – le ricette neoliberiste, le tabelle econometriche incentrate sul passato, i giochi matematici con cui si “prevede” il futuro in Borsa, ecc. – non danno più i risultati attesi. O almeno utili.
La crisi sistemica è qui, e bussa ai cervelli di tutti. I meno stupidi se ne accorgono. Altri – come i servi italiani, sempre in ritardo, nel bene come nel male – stanno ancora ragionando come prima della pandemia.
Il neoliberismo occidentale, in questo lungo periodo, è andato avanti schiacciando ostacoli (o provando a farlo), riproponendo sempre le stesse ricette anche quando il loro fallimento era palese. Privatizzazioni, riduzione del debito pubblico, lotta all’inflazione come unico obbiettivo della Bce (la Fed statunitense ne ha due, l’altro è un basso tasso di disoccupazione), austerità e taglio della spesa pubblica.
Ma il momento della verità arriva sempre. Un sistema che non funziona, visto dall’esterno o “da sotto” (da noi che ne subiamo le conseguenze), ad un certo punto si rivela disfunzionale anche per una parte dell’equipaggio seduto alla guida. Il quale, ovviamente, non ha alcuna intenzione di ritirarsi e cedere il volante a qualcun altro. Ma si rende conto che qualcosa bisognerà cambiare.
Questo articolo apparso sul quotidiano economico tedesco Handelsblatt – l’equivalente del nostrano Sole24Ore – dà conto degli infiniti dubbi che percorrono in questo momento la classe dominante in Europa, ovvero la grande borghesia multinazionale che ha tratto ogni possibile beneficio dalle “ricette” neoliberiste che conosciamo.
Dubbi che costringono addirittura a ripercorrere la Storia delle crisi precedenti, rovesciando alcuni giudizi che sembravano consolidati.
Per esempio sul debito pubblico e il suo finanziamento da parte delle banche centrali. Cosa ancora oggi formalmente vietata alla Bce – e contro le cui violazioni i rappresentanti tedeschi e olandesi si sono ferocemente battuti – anche se aggirata con i quantitative easing e le cosiddette politiche monetarie “non convenzionali”, rispolverate da Mario Draghi nelle vesti di presidente.
Ma persino dubbi sulla reale necessità di considerare sempre come un male la stessa inflazione, autentico incubo che in Germania viene associato al crollo della repubblica di Weimar e alla nascita del nazismo.
È curioso che nel ripercorrere quel momento e le sue ragioni l’editorialista Frank Wiebe dimentichi un elemento decisivo per spiegare l’incapacità/impossibilità dei governanti di Weimar di contenere l’inflazione entro limiti controllabili (si arrivò a un cambio di 4,2 miliardi di marchi per un dollaro, sicché per comprare un chilo di pane occorreva più di un chilo di banconote...).
Wiebe ricorda correttamente i “vincoli interni” che causarono quel disastro – la prima guerra mondiale era stata affrontata facendo, come sempre, una montagna di debiti e il sistema fiscale era sicuramente “antiquato” (e profondamente diseguale) – ma omette di nominare il “vincolo esterno” che aggravò lo squilibrio: il piano Dawes.
Ossia un maxi-programma di “riparazioni di guerra” che Francia e Gran Bretagna pretesero dalla Germania, comprendente non solo i danni arrecati ai civili, ma anche l’intero costo sopportato dai governi alleati per la prosecuzione della guerra, con l’ammontare di 132 miliardi di marchi oro (o Goldmark), da pagarsi a rate con l’interesse del 6%.
Una strategia che, non a caso, non fu ripetuta dopo la Seconda guerra mondiale, che invece segnò l’intervento del piano Marshall – finanziato anch’esso a debito – per favorire la ricostruzione dei paesi europei ed evitare così il risorgere di movimenti nazionalistici estremi.
L’omissione di Wiebe è tipica della cultura dominante in Germania, improntata ancora adesso alla logica per cui il debito è una colpa (si dice schuld in entrambi i casi), da espiare senza se e senza ma.
Del resto, lo stesso indebitamento della Germania pre-bellica aveva le stesse premesse del piano Dawes, come ricorda lo stesso Wiebe: “Il governo aveva finanziato la guerra mondiale tramite crediti che in seguito avrebbero dovuto essere ripagati con le riparazioni degli avversari sconfitti”.
Persa la guerra, fu la Germania a dover pagare i debiti contratti anche dai nemici... Di fatto, un piede sul tubo dell’ossigeno che aggravò l’asfissia dell’economia tedesca e, soprattutto, del bilancio dello Stato.
Una condizione cui è stata costretta un po’ tutta la “comunità europea”, sottoposta al “vincolo esterno” del Fiscal Compact (riduzione obbligatoria del debito pubblico degli Stati nella misura del 5% annuo, fino a tornare al livello del 60% rispetto al Pil), per quanto di fatto inapplicato con rigore anche prima della pandemia. Ma comunque “sorvegliante” le politiche economiche e fiscali nazionali, imponendo privatizzazioni, tagli alla spesa sociale (pensioni, sussidi vari, sanità pubblica, istruzione, ecc.).
Una politica alla Heinrich Brüning, il “cancelliere di ferro” che risparmiò fino alla rovina del paese e alla resistibile ascesa di Adolf Hitler.
Il timore che la Ue – e la sua guida di fatto, la Germania – si sia incamminata sull’identico percorso spinge Wiebe a mettere in dubbio la “giustezza” dell’ordoliberismo mercantilista che ha contrassegnato la politica economica europea degli ultimi 30 anni. “In dubbio”, non a criticarla radicalmente, come si conviene comunque ad un liberista confindustriale...
E l’incertezza, alla fine, in campo nemico resta la vera cifra con cui il potere europeo si va muovendo in questi due anni di pandemia.
Lo stesso Recovery Fund, da quelle parti, è concepito – sì – come un modo per aumentare il “vincolo esterno” sui singoli paesi, specie mediterranei (l’Italia è nominata proprio in questo senso), per obbligarli a “riforme” penalizzanti.
Ma quello stesso Recovery, che pure è un prestito a debito come tutti gli altri, porta con sé una piccola ma decisiva eccezione che dovrebbe funzionare, alle brutte, come valvola di salvataggio: è acquistabile dalla Bce, al bisogno.
Stampare moneta non è più tabu, un po’ di inflazione “non è il peggiore dei mali”, i debiti possono non essere ripagati in tempi rapidi (o resi “perpetui”, con il pagamento dei soli interessi), nessuno sa più bene cosa è giusto fare...
Siamo anni luce distanti dalla sicumera teutonica di un Dijsselbloem, un Rutte, un Weidmann o uno Schaeuble. Oggi, ammette Handelsblatt, “La politica monetaria e finanziaria nelle condizioni date da eventi straordinari come la pandemia di coronavirus corrispondono ad un volo alla cieca attraverso un pertugio stretto senza strumenti sufficienti.”
Vanno alla cieca, possono sbattere ad ogni ostacolo perché la strumentazione che si pensava infallibile – le ricette neoliberiste, le tabelle econometriche incentrate sul passato, i giochi matematici con cui si “prevede” il futuro in Borsa, ecc. – non danno più i risultati attesi. O almeno utili.
La crisi sistemica è qui, e bussa ai cervelli di tutti. I meno stupidi se ne accorgono. Altri – come i servi italiani, sempre in ritardo, nel bene come nel male – stanno ancora ragionando come prima della pandemia.
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L’eterna questione, anche nella pandemia, è: chi deve pagare?
L’eterna questione, anche nella pandemia, è: chi deve pagare?
All’inizio fu la crisi. La Banca d’Inghilterra fu istituita nel 1694, durante la cosiddetta “guerra dei 9 anni” che l’Inghilterra conduceva contro Luigi XIV di Francia. Dopo una battaglia navale perduta contro i francesi, a re Guglielmo III mancava il denaro per costruire una nuova flotta.
Il governo otteneva poche tasse e nella City di Londra non godeva di particolare credibilità. Per risolvere il problema, gli inglesi fondarono la Banca d’Inghilterra, una delle banche centrali più antiche del mondo. “Il denaro cartaceo era denaro a debito e il denaro a debito era denaro di guerra, e così fu da allora in poi“, commentò l’antropologo David Graeber, anarchico dichiarato, a posteriori.
Fin dall’inizio la storia delle banche centrali è connessa con una domanda decisiva: chi deve pagare? Alla base ci sono sempre conflitti redistributivi, che tramite la banca centrale vengono spostati in avanti nel tempo.
Se la corona avesse aumentato le tasse per finanziare la guerra, questo conflitto e chi ne sarebbe risultato perdente sarebbero stati immediatamente manifesti. La conseguenza sarebbe stata probabilmente una crisi politica di cui in guerra nessuno aveva bisogno.
Rispetto a questa problematica oggi non è cambiato nulla, e sullo sfondo di un’inflazione crescente vale la pena tenere ben presenti gli insegnamenti della storia. In una nota canzone carnevalesca dopo il “Chi deve pagare?” viene la strofa “Chi ha ordinato?”
Nel caso di inflazione e debiti si tratta quasi sempre del fatto che qualcuno ha “ordinato” qualcosa politicamente e alla fine rimane la questione di chi paghi. Alla domanda della canzone su chi abbia denaro a sufficienza la risposta ovvia è: le banche centrali.
La Banca d’Inghilterra alla sua fondazione ottenne il privilegio di stampare banconote, in questo modo poteva creare denaro e darlo in prestito alla corona. Questo è ciò che fanno le banche centrali ancora oggi, specialmente dalla grande crisi finanziaria di dieci anni fa. Esse non concedono alcun prestito diretto, ma comprano titoli di stato, potendo motivare questi acquisti con la necessità di abbassare i tassi di lungo periodo.
Ciò nonostante, dal punto di vista oggettivo, si tratta semplicemente di denaro che scorre dalla banca centrale al governo.
Alexander Hamilton, il primo ministro delle finanze statunitense, aveva visto la guerra rivoluzionaria e riconobbe il vantaggio che la corona inglese traeva dal poter finanziare le spese per i suoi soldati con l’aiuto di una banca centrale e di un mercato per titoli di stato liquido.
Egli cercò di introdurre questo sistema negli USA, ma non ebbe un successo duraturo, perché ai politici conservatori la cosa sembrava troppo poco seria. Più tardi ottenne ragione: oggi la potenza degli USA si basa in buona parte sul fatto che i suoi debiti sono titoli molto ricercati a livello mondiale.
L’Inghilterra e il finanziamento della guerra non sono l’unico parallelo storico. La Banca reale svedese è nata nel 1668. Fu creata per stabilizzare una crisi finanziaria che in definitiva aveva la sua origine già nella Guerra dei 30 anni.
La FED fu fondata negli USA nel 1913 come frutto dell’insegnamento della crisi finanziaria del 1907, la quale potè essere riassorbita solo grazie all’intervento del banchiere John Pierpont Morgan, il fondatore della banca statunitense J.P. Morgan.
Mai più l’economia statunitense avrebbe dovuto dipendere da un privato, per questo dovette entrare in gioco una banca centrale pubblica.
Anche questo è noto: la FED e gradualmente altre banche centrali come la Banca centrale europea (BCE) sono sempre intervenute massicciamente nei mercati in situazioni di crisi, per impedire un collasso del sistema finanziario.
Durante la crisi finanziaria fra i banchieri giravano detti come “La banca centrale compra tutto tranne le mutande“. Questa funzione, prestare denaro quando nessun altro può farlo, è sempre stato uno dei compiti essenziali delle banche centrali.
Già Walter Bageot nel 1873 ha fatto riferimento a questo fatto nel suo libro “Lombard Street” che ancora oggi è considerato una sorta di Bibbia dei banchieri centrali.
Teniamolo a mente: le banche centrali sono state create per finanziare governi a rischio di bancarotta o per salvare il sistema finanziario.
Per questa ragione il capo della FED Ben Bernanke ebbe il ruolo di salvatore nella grande crisi finanziaria del 2008 il presidente della BCE Mario Draghi lo ebbe nella successiva crisi dell’Euro.
Essi non hanno ricevuto solo applausi per questo.
L’inflazione è una soluzione o un problema?
In fondo si è sempre trattato di conflitti redistributivi, anche prima. Questo è il parallelo con le grandi inflazioni del XX secolo, ma anche con la crescita dei prezzi odierna.
Questo parallelo pone il problema: se vogliamo uscire dall’attuale accumulazione di debiti pubblici troppo alti, dalla presenza di troppa moneta e di prezzi troppo elevati, dobbiamo riconoscere i problemi redistributivi sottostanti, e possibilmente anche risolverli.
Proprio la grande inflazione tedesca degli anni ’20 è istruttiva. Il governo aveva finanziato la prima guerra mondiale tramite crediti che in seguito avrebbero dovuto essere ripagati con le riparazioni degli avversari sconfitti.
Siccome questo progetto è fallito nei suoi presupposti, la nuova repubblica tedesca dopo la guerra si è trovata una montagna di debiti. A ciò si aggiungeva il fatto che l’impero tedesco aveva lasciato un sistema fiscale completamente inadeguato.
Perciò la repubblica di Weimar si trovò davanti ad una cattiva scelta. Dichiarare bancarotta? Ciò avrebbe comportato l’espropriazione della borghesia che aveva combattuto diligentemente e patriotticamente. Contemporaneamente si sarebbero probabilmente verificati collasso economico, alta disoccupazione e di conseguenza il crollo della giovane democrazia, che nel decorso storico poi dipanatosi ebbe luogo nel 1933.
L’inflazione espropriò i possessori di obbligazioni, favorì i proprietari di case e colpì duramente i consumatori. Però almeno essa non tolse subito ai lavoratori il loro lavoro; inoltre molti salari erano accoppiati allo sviluppo dei prezzi. Essa procrastinò il tempo della stabilizzazione di alcuni anni, cosicché questa godette di migliori possibilità di quanto avrebbe fatto subito dopo la guerra.
Inoltre, nel frattempo, il ministro delle finanze Matthias Erzberge aveva riformato il sistema fiscale.
La storia in questo caso insegna: è possibile che la grande inflazione, lo spauracchio dei tedeschi, sia stata meno un problema che una soluzione, la quale tuttavia, purtroppo, è durata solo circa dieci anni.
Al contrario, negli anni ’30 l’economia fu rovinata prima di tutto da una rigida politica deflazionistica: il “cancelliere di ferro” Heinrich Brüning risparmiò fino alla rovina del paese.
Ciò conduce alla domanda provocatoria: anche l’inflazione odierna è più una soluzione che un problema? Non abbiamo alcuna guerra dietro di noi, ma la peggior pandemia dalla cosiddetta spagnola di circa 100 anni fa.
Anche adesso si ripropone la domanda: chi deve pagare? I governi hanno ordinato degli aiuti miliardari, per buone ragioni: volevano impedire il crollo dell’economia a causa dell’epidemia e del lockdown.
Quando si tratta di pagare dei conti aperti, ci sono due possibilità: li si paga subito, o li si lascia aperti. Detto altrimenti: lo Stato aumenta le tasse, o fa debiti e, nel dubbio, li fa finanziare dalla banca centrale. Nel migliore dei casi la seconda opzione conduce ad una dilazione così lunga del pagamento che nessuno se ne deve fare carico in maniera veramente percepibile.
Nel peggiore dei casi si arriva alla bancarotta, come è capitato alla Grecia durante la crisi dell’Euro, oppure si verifica un’inflazione, cosa di cui al momento stiamo risentendo.
Perciò, come nel caso della grande inflazione tedesca, ma in maniera di gran lunga meno drammatica si pone la domanda: quale sarebbe l’alternativa all’indebitamento e all’inflazione?
L’alternativa all’inflazione
Le banche centrali durante la crisi avrebbero anche potuto interrompere il finanziamento tramite debito pubblico. In tal caso almeno alcuni stati avrebbero difficilmente potuto sostenere la loro economia. La BCE avrebbe anche potuto chiudere il rubinetto prima o più energicamente di quanto abbia fatto. Che sarebbe accaduto allora?
Nel migliore dei casi i governi dell’Euro-zona avrebbero compreso che sarebbero dovuti giungere fra di loro ad una compensazione finanziaria piuttosto forte. Nel peggiore dei casi non l’avrebbero capito e avrebbero evocato una nuova crisi dell’Euro. Adesso è importante che gli stati dell’Euro-zona altamente indebitati usino lo spazio loro concesso dalla BCE per profonde riforme.
Nei fatti giungeremo in un qualche punto intermedio: un paio di tentativi di riforma, magari in Italia, che però normalmente non arrivano mai dove si auspicherebbe; un po’ più di comprensione del fatto che la coesione dell’Euro-zona serve anche agli stati-membri forti che vivono di esportazioni; una politica monetaria moderata, che forse lascia a desiderare nella lotta all’inflazione, ma che d’altra parte impedisce lo sfacelo dell’Euro-zona.
Così alla fine nel lungo periodo tutti pagheranno un po’ del grande conto. È il peggiore dei mondi possibili? O è una delle migliori alternative? Non lo sappiamo perché la storia passa una volta sola. Per questo non dovremmo giudicare con troppa fretta.
L’Euro-zona e gli USA soffrono entrambi a causa di problemi redistributivi irrisolti. L’hanno già mostrato la grande crisi finanziaria e la successiva crisi dell’Euro. La crisi finanziaria fu scatenata da crediti di scarso valore per immobili statunitensi.
In questo ha avuto un ruolo il fatto che gli USA invece di politiche sociali abbiano promosso la concessione di crediti a famiglie povere, di fatto non solvibili.
La crisi finanziaria e la connessa inondazione monetaria da parte delle banche centrali ne furono la conseguenza. Nella crisi dell’Euro la questione furono i problemi fra gli stati dell’Euro-zona. Per via di squilibri economici si erano accumulati debiti che anche in quel caso condussero ad un finanziamento a posteriori con l’aiuto della banca centrale.
Il coronavirus ha causato nuovi rivolgimenti. Stavolta i governi europei hanno siglato un pacchetto finanziario comune, ma esso viene finanziato essenzialmente con del debito che può essere acquistato anche dalla BCE.
Negli USA il presidente Joe Biden a sua volta ha avviato pacchetti di spesa che in parte sono tesi esplicitamente ad attenuare la disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza. Il conto anche in questo caso resta aperto: essi sono finanziati a debito.
I decenni trascorsi tramite l’esempio del Giappone hanno mostrato: i conti possono anche rimanere aperti molto a lungo. I cittadini lì finanziano, lo Stato acquistando direttamente o indirettamente obbligazioni. In questo modo è sorta una ricchezza apparente che già da lungo tempo non viene più coperta dalle potenzialità dell’economia. Fino a che la voglia di risparmio dei giapponesi durerà, questo sistema rimarrà stabile.
L’alternativa sarebbero alte imposte: fondamentalmente essa porterebbe a flussi finanziari di entità simile, ma incontrerebbe una maggiore resistenza. La banca centrale tramite gli acquisti massicci di obbligazioni aiuta a stabilizzare il sistema e ciò nonostante non ha ancora generato inflazione.
Bolle o saldi contabili?
Alla fine potrebbe dunque esserci una strategia alla Münchausen, in base alla quale stati e regioni potrebbero uscire dal pantano con l’aiuto di debiti e lo stampaggio di moneta? Oppure questo genererebbe una bolla talmente grande da dover prima o poi scoppiare? Debiti pubblici e bilanci rigonfi delle banche centrali sono solo saldi contabili che si possono reciprocamente cancellare?
Così afferma la Modern Monetary Theory (MMT). Anche in questo caso vale: non lo sappiamo. Comunque negli USA la MMT si trova già davanti a un muro. I debiti non sarebbero un problema se non ci fosse inflazione, si diceva. Adesso l’inflazione c’è.
La storia, anche quella della pandemia, ci lascia vari insegnamenti. Primo: non ha senso analizzare politica finanziaria e monetaria separatamente, anche se per buone ragioni esse sono organizzate separatamente. Su questo punto la MMT ha ragione.
Secondo: debiti e inflazione sono spesso espressione di problemi più profondi o persino la loro soluzione, sebbene una cattiva. Bisogna scoprire dove risiedono i problemi effettivi.
Facendo questo capiterà spesso di constatare che è difficile risolverli bene. E se sono possibili solo soluzioni cattive o temporanee; bisogna soppesare: qual è l’opzione meno cattiva?
Nel fare ciò si troveranno spesso delle vie che dal punto di vista della politica economica non sono affatto encomiabili. Questo rappresenterebbe forse un salvacondotto per produrre debito e moneta senza freni? No.
Ciò che da lungo tempo funziona in Giappone può pur sempre finir male e soprattutto non è trasponibile ad altre regioni. Bisogna mantenere capacità di giudizio e utilizzare ogni occasione per il consolidamento della situazione debitoria e la normalizzazione della politica monetaria.
Entrambe le cose richiedono un’enorme energia dal punto di vista politico, ma anche solidarietà, senza la quale i problemi redistributivi rimarrebbero irrisolvibili.
La politica monetaria e finanziaria nelle condizioni date da eventi straordinari come la pandemia di coronavirus corrispondono ad un volo alla cieca attraverso un pertugio stretto senza strumenti sufficienti. Perciò bisogna tenere gli occhi aperti, evitando di dare ai piloti troppi consigli insensati, ma esortandoli ad una prudenza estrema.
Fonte
21/11/2021
Italia - Un’economia forte, ma dipinta come debole per “fare le riforme”
Habemus Papam. Incredibile a dirsi c’è un sito che parla finalmente della posizione finanziaria netta estera del nostro Paese.
È il sito formiche.net, nella persona dell’economista Gianfranco Polillo che, come me ieri, cita il dato della Banca d’Italia di venerdì, la quale registra una posizione finanziaria netta estera positiva per quasi 90 miliardi: 3200 miliardi di euro di crediti contro 3111 miliardi di debiti nei confronti dell’estero.
Alla fine dello scorso anno il credito netto era circa 40 miliardi, in sei mesi è raddoppiato.
Scrive Polillo: “sorprende che a questa dinamica non si faccia il benché minimo cenno nel dibattito relativo alla situazione italiana. Sottovalutando, in tal modo, i punti di forza del nostro sistema economico“.
Su 27 paesi europei solo 9 hanno crediti netti; il nostro come valore assoluto è quarto a livello europeo, dietro Germania, Olanda e Belgio.
Polillo cita poi un altro dato, questo dal “forecast” della Commissione Europea nel 2023, secondo cui la posizione finanziaria netta estera d’Italia si collocherebbe al 12% del Pil (significa che viviamo molto al di sotto della nostra possibilità).
Ieri scrivevo che un Fanfani, con questi numeri, avrebbe speso un sacco di soldi per sanità, istruzione, alloggi popolari, assistenza, ricerca (perché, appunto, i soldi ci sono).
La stessa cosa, in teoria, la pensava Draghi quando ha affermato – in primavera – che “è il tempo di dare e non di prendere”. Ma questo motto si riferisce solo agli operatori economici, per il resto tagli al salario sociale, a partire dalle pensioni e alla sanità e nulla per le altre voci.
Le parole di Polillo chiariscono una volta per tutte un dato: scoppiamo di liquidità, che però non è redistribuita, anzi, si favorisce la rendita speculativa (lì vanno a finire perlopiù i profitti industriali, tra l’altro all’estero).
Quel che vado scrivendo su Lantidiplomatico e Contropiano da un anno trova conferma. Polillo è un economista di fama, un passato di sinistra, ora pendente verso la destra liberale, ma almeno dice le cose come stanno, tra l’altro con rimandi marxiani.
Queste considerazioni sono scritte da me da un anno su questo profilo e trovano molti lettori e condivisioni: a loro voglio dire, avevamo ragione. I fatti hanno la testa dura.
Fonte
È il sito formiche.net, nella persona dell’economista Gianfranco Polillo che, come me ieri, cita il dato della Banca d’Italia di venerdì, la quale registra una posizione finanziaria netta estera positiva per quasi 90 miliardi: 3200 miliardi di euro di crediti contro 3111 miliardi di debiti nei confronti dell’estero.
Alla fine dello scorso anno il credito netto era circa 40 miliardi, in sei mesi è raddoppiato.
Scrive Polillo: “sorprende che a questa dinamica non si faccia il benché minimo cenno nel dibattito relativo alla situazione italiana. Sottovalutando, in tal modo, i punti di forza del nostro sistema economico“.
Su 27 paesi europei solo 9 hanno crediti netti; il nostro come valore assoluto è quarto a livello europeo, dietro Germania, Olanda e Belgio.
Polillo cita poi un altro dato, questo dal “forecast” della Commissione Europea nel 2023, secondo cui la posizione finanziaria netta estera d’Italia si collocherebbe al 12% del Pil (significa che viviamo molto al di sotto della nostra possibilità).
Ieri scrivevo che un Fanfani, con questi numeri, avrebbe speso un sacco di soldi per sanità, istruzione, alloggi popolari, assistenza, ricerca (perché, appunto, i soldi ci sono).
La stessa cosa, in teoria, la pensava Draghi quando ha affermato – in primavera – che “è il tempo di dare e non di prendere”. Ma questo motto si riferisce solo agli operatori economici, per il resto tagli al salario sociale, a partire dalle pensioni e alla sanità e nulla per le altre voci.
Le parole di Polillo chiariscono una volta per tutte un dato: scoppiamo di liquidità, che però non è redistribuita, anzi, si favorisce la rendita speculativa (lì vanno a finire perlopiù i profitti industriali, tra l’altro all’estero).
Quel che vado scrivendo su Lantidiplomatico e Contropiano da un anno trova conferma. Polillo è un economista di fama, un passato di sinistra, ora pendente verso la destra liberale, ma almeno dice le cose come stanno, tra l’altro con rimandi marxiani.
Queste considerazioni sono scritte da me da un anno su questo profilo e trovano molti lettori e condivisioni: a loro voglio dire, avevamo ragione. I fatti hanno la testa dura.
Fonte
07/07/2021
Riforma fiscale: dietro la riduzione Irpef, tutto per le imprese
Le politiche fiscali messe in campo nei paesi a capitalismo avanzato vanno tutte nella stessa direzione: salvaguardare, anche attraverso una imposizione fiscale assolutamente irrisoria, i profitti delle grandi imprese.
Soltanto un mese fa la riunione del G7 a Londra ha concluso un accordo, pomposamente definito “storico”, con il quale è stata stabilita una tassazione minima globale del 15% per le multinazionali.
Una aliquota che non si discosta molto da quella già oggi applicata in quei paradisi fiscali collocati nel cuore dell’Europa (Irlanda, Olanda, Lussemburgo, Svizzera e non qualche strano paese esotico...) e che è sensibilmente inferiore alla tassazione minima (23%) prevista nel nostro paese per un lavoratore che percepisce un salario fino a 15.000 euro, ovvero un salario da fame.
La corsa a ridurre il carico fiscale nei confronti delle imprese è quindi un tratto caratteristico: nel nostro paese l’imposta societaria è progressivamente scesa dal 50% del 1974 sino ad arrivare con il governo Renzi al 24%, mentre i redditi dei soci delle società di capitali sono stati sottratti alla progressività dell’imposta e pagano di fatto una flat tax del 26%.
La proposta di “Riforma dell’imposta sul reddito delle persone fisiche ed altri aspetti del sistema tributario” presentata in questi giorni dalla Commissione Finanze, che fungerà da indirizzo politico per la legge delega che il Governo si è impegnato a presentare entro il 31 luglio 2021, si colloca in questa scia.
Chi si aspettava, quindi, una proposta di riforma fiscale che affrontasse la profonda diseguaglianza che pervade il nostro sistema di tassazione e che proprio gli effetti dell’emergenza sanitaria ha fatto deflagrare, è destinato a rimanere deluso.
Il documento si caratterizza da un lato per la palese mancanza di quegli interventi diretti a riequilibrare il carico fiscale e al contempo per la riproduzione di un modello che, dietro la foglia di fico della riduzione dell’Irpef per una determinata fascia di reddito, in realtà continua, come nulla fosse, a riaffermare un modello fondato sulla centralità dell’impresa e del profitto.
La propaganda sull'”eccesso di tassazione”, generalmente portata avanti da chi campa o fa largo uso dello strumento dell’evasione o dell’elusione fiscale, o sull’evasione ascrivibile all’eccessivo carico fiscale, approda quindi ad una proposta di riforma che si muove sui seguenti assi:
- abbassamento dell’aliquota media effettiva relativa ai contribuenti compresi nella fascia di reddito tra i 28.000 e i 55.000 euro (circa 7 milioni di contribuenti) e modifica della dinamica delle aliquote marginali effettive per eliminare le discontinuità più brusche; ma occorre non farsi alcuna illusione perché da un lato la “razionalizzazione” delle detrazioni fiscali potrebbe assorbire gli eventuali vantaggi fiscali della riduzione dell’aliquota in questione, e, dall’altro, in mancanza di una vera progressività dell’imposta la copertura di tale interventi si risolverà nell’ulteriore taglio dei servizi pubblici senza minimamente intaccare i redditi alti;
- superamento dell’Irap che, come è noto, costituisce una voce importante del finanziamento del SSN che, in tal maniera subirebbe un altro importante definanziamento proprio in una fase in cui la necessità del suo potenziamento è sotto gli occhi di tutti;
- riduzione del prelievo sulle rendite finanziarie (di 3 punti percentuali) attualmente fissato al 26% che, lungi dal produrre qualsiasi effetto redistributivo, favorirà i più ricchi, considerato che la ricchezza si concentra, e l’emergenza sanitaria ha acuito questa tendenza, in larghissima parte tra le fasce più abbienti della popolazione;
- reintroduzione dell’IRI (imposta sul reddito di impresa), ovvero della possibilità per le imprese individuali e società di persone in contabilità ordinaria di optare per l’applicazione di una aliquota proporzionale e previsione di incentivi per le società soggette ad Ires.
Quello che sarebbe necessario invece, e l’USB da tempo ha avanzato proposte puntuali in merito, è invertire radicalmente la natura profondamente classista del nostro sistema fiscale ed allinearlo al dettato costituzionale con:
- una vera progressività dell’imposta da attuare tramite una organica revisione delle aliquote e degli scaglioni di reddito al fine di aumentare, in un’ottica davvero redistributiva, la tassazione e quindi le aliquote applicabili nei confronti dei redditi più alti, alleggerendo al contempo il carico su quelli più bassi;
- la riconducibilità nell’ambito della progressività delle imposte di quei redditi da capitale (interessi sui titoli, dividendi, plusvalenze, ecc) che oggi sono tassati con cedolari secche e le cui aliquote la proposta di riforma del Governo addirittura abbassa;
- l’aumento dell’aliquota societaria e il ripristino del sistema del credito di imposta vigente prima del 2004;
- l’abolizione dell’Iva sui beni di prima necessità, relegando l’applicabilità di questa imposta ai beni di lusso e non necessari;
- una patrimoniale che colpisca le grandi ricchezze, facendo salve le prime case o le seconde case per mero valore d’uso frutto dei risparmi acquisiti nell’arco della vita lavorativa.
Queste proposte sono ora più che mai attuali e necessarie e confliggono frontalmente con gli interessi che esprime il governo Draghi e l’union sacree radunatasi attorno alla sua figura.
Un autunno che si annuncia particolarmente caldo per effetto dello sblocco dei licenziamenti, della totale mancanza di forme di sostegno al reddito e per gli effetti devastanti che il PNRR produrrà sugli assetti produttivi, non potrà non vedere al centro dell’iniziativa sindacale dell’USB anche il tema della profonda redistribuzione delle risorse del quale il Fisco costituisce uno strumento decisivo.
Fonte
Soltanto un mese fa la riunione del G7 a Londra ha concluso un accordo, pomposamente definito “storico”, con il quale è stata stabilita una tassazione minima globale del 15% per le multinazionali.
Una aliquota che non si discosta molto da quella già oggi applicata in quei paradisi fiscali collocati nel cuore dell’Europa (Irlanda, Olanda, Lussemburgo, Svizzera e non qualche strano paese esotico...) e che è sensibilmente inferiore alla tassazione minima (23%) prevista nel nostro paese per un lavoratore che percepisce un salario fino a 15.000 euro, ovvero un salario da fame.
La corsa a ridurre il carico fiscale nei confronti delle imprese è quindi un tratto caratteristico: nel nostro paese l’imposta societaria è progressivamente scesa dal 50% del 1974 sino ad arrivare con il governo Renzi al 24%, mentre i redditi dei soci delle società di capitali sono stati sottratti alla progressività dell’imposta e pagano di fatto una flat tax del 26%.
La proposta di “Riforma dell’imposta sul reddito delle persone fisiche ed altri aspetti del sistema tributario” presentata in questi giorni dalla Commissione Finanze, che fungerà da indirizzo politico per la legge delega che il Governo si è impegnato a presentare entro il 31 luglio 2021, si colloca in questa scia.
Chi si aspettava, quindi, una proposta di riforma fiscale che affrontasse la profonda diseguaglianza che pervade il nostro sistema di tassazione e che proprio gli effetti dell’emergenza sanitaria ha fatto deflagrare, è destinato a rimanere deluso.
Il documento si caratterizza da un lato per la palese mancanza di quegli interventi diretti a riequilibrare il carico fiscale e al contempo per la riproduzione di un modello che, dietro la foglia di fico della riduzione dell’Irpef per una determinata fascia di reddito, in realtà continua, come nulla fosse, a riaffermare un modello fondato sulla centralità dell’impresa e del profitto.
La propaganda sull'”eccesso di tassazione”, generalmente portata avanti da chi campa o fa largo uso dello strumento dell’evasione o dell’elusione fiscale, o sull’evasione ascrivibile all’eccessivo carico fiscale, approda quindi ad una proposta di riforma che si muove sui seguenti assi:
- abbassamento dell’aliquota media effettiva relativa ai contribuenti compresi nella fascia di reddito tra i 28.000 e i 55.000 euro (circa 7 milioni di contribuenti) e modifica della dinamica delle aliquote marginali effettive per eliminare le discontinuità più brusche; ma occorre non farsi alcuna illusione perché da un lato la “razionalizzazione” delle detrazioni fiscali potrebbe assorbire gli eventuali vantaggi fiscali della riduzione dell’aliquota in questione, e, dall’altro, in mancanza di una vera progressività dell’imposta la copertura di tale interventi si risolverà nell’ulteriore taglio dei servizi pubblici senza minimamente intaccare i redditi alti;
- superamento dell’Irap che, come è noto, costituisce una voce importante del finanziamento del SSN che, in tal maniera subirebbe un altro importante definanziamento proprio in una fase in cui la necessità del suo potenziamento è sotto gli occhi di tutti;
- riduzione del prelievo sulle rendite finanziarie (di 3 punti percentuali) attualmente fissato al 26% che, lungi dal produrre qualsiasi effetto redistributivo, favorirà i più ricchi, considerato che la ricchezza si concentra, e l’emergenza sanitaria ha acuito questa tendenza, in larghissima parte tra le fasce più abbienti della popolazione;
- reintroduzione dell’IRI (imposta sul reddito di impresa), ovvero della possibilità per le imprese individuali e società di persone in contabilità ordinaria di optare per l’applicazione di una aliquota proporzionale e previsione di incentivi per le società soggette ad Ires.
Quello che sarebbe necessario invece, e l’USB da tempo ha avanzato proposte puntuali in merito, è invertire radicalmente la natura profondamente classista del nostro sistema fiscale ed allinearlo al dettato costituzionale con:
- una vera progressività dell’imposta da attuare tramite una organica revisione delle aliquote e degli scaglioni di reddito al fine di aumentare, in un’ottica davvero redistributiva, la tassazione e quindi le aliquote applicabili nei confronti dei redditi più alti, alleggerendo al contempo il carico su quelli più bassi;
- la riconducibilità nell’ambito della progressività delle imposte di quei redditi da capitale (interessi sui titoli, dividendi, plusvalenze, ecc) che oggi sono tassati con cedolari secche e le cui aliquote la proposta di riforma del Governo addirittura abbassa;
- l’aumento dell’aliquota societaria e il ripristino del sistema del credito di imposta vigente prima del 2004;
- l’abolizione dell’Iva sui beni di prima necessità, relegando l’applicabilità di questa imposta ai beni di lusso e non necessari;
- una patrimoniale che colpisca le grandi ricchezze, facendo salve le prime case o le seconde case per mero valore d’uso frutto dei risparmi acquisiti nell’arco della vita lavorativa.
Queste proposte sono ora più che mai attuali e necessarie e confliggono frontalmente con gli interessi che esprime il governo Draghi e l’union sacree radunatasi attorno alla sua figura.
Un autunno che si annuncia particolarmente caldo per effetto dello sblocco dei licenziamenti, della totale mancanza di forme di sostegno al reddito e per gli effetti devastanti che il PNRR produrrà sugli assetti produttivi, non potrà non vedere al centro dell’iniziativa sindacale dell’USB anche il tema della profonda redistribuzione delle risorse del quale il Fisco costituisce uno strumento decisivo.
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28/12/2020
La Cina volta pagina con il salario sociale di classe
Si infittiscono i contributi di economisti cinesi a seguito della Work economic conference del 18 dicembre scorso. Oggi il People’s Daily dà voce a diversi di loro.
Un rapporto pubblicato domenica dall’Academic Center for Chinese Economic Practice and Thinking, presso la Tsinghua University, prevede che il PIL cinese dovrebbe espandersi del 2,1% anno su anno nel 2020, con una crescita del 5,5% nel quarto trimestre. Ha inoltre previsto che l’economia crescerà probabilmente tra l’8 e il 9% nel 2021.
Asse centrale della crescita saranno i consumi, mediante il rafforzamento del salario sociale di classe. A questo riguardo la politica fiscale 2021 sarà proattiva, con un minor deficit rispetto al 2020 (che è stato pari al 3,6%); ma la cosa determinante sarà l’allocazione della spesa governativa.
Probabilmente ci saranno minori investimenti infrastrutturali e maggiore spesa sociale in assistenza medica, supporto agli anziani (tipico dei cinesi, dove gli anziani hanno un posto speciale) e istruzione. Inoltre saranno smantellate alcune restrizioni ai migranti interni delle metropoli cinesi, in modo da garantire loro assistenza sociale, in particolare alloggi pubblici.
Zhang Bin, un ricercatore presso l’Istituto di economia e politica mondiale dell’Accademia cinese delle scienze sociali, in un’intervista rilasciata domenica, ha suggerito che gli sforzi per costruire una rete di sicurezza sociale più forte per i residenti a basso reddito, nonché per l’istruzione e l’assistenza sanitaria, avranno più peso in una struttura di spesa fiscale raffinata, per renderla più efficace e portare maggiori benefici.
“È necessaria una distribuzione del reddito più equa per garantire che l’espansione economica porti benefici a tutti”, ha detto Zhang, aggiungendo che sono necessari “maggiori sforzi sui servizi pubblici e sulla sicurezza sociale”.
Ormai, apertamente, gli economisti cinesi pongono la questione del salario sociale e dell’equa distribuzione del reddito come assi centrali di una futura crescita di “alta qualità”, anche al fine di ridurre il “risparmio precauzionale” (che è intorno al 41% del Pil) e indirizzarlo verso i consumi.
La staffetta, che ha caratterizzato la Cina negli ultimi 40 anni, tra investimenti (volti all’aumento della produttività totale dei fattori produttivi, al parti degli standard occidentali) e consumi lascia ora spazio al benessere della popolazione, preceduto negli ultimi 12 anni dalla reflazione (aumento) salariale.
Obiettivo: aumentare la classe media da 400 a 600 milioni di persone per non dipendere dal mercato mondiale.
La Cina dopo 40 anni volta pagina.
Fonte
Un rapporto pubblicato domenica dall’Academic Center for Chinese Economic Practice and Thinking, presso la Tsinghua University, prevede che il PIL cinese dovrebbe espandersi del 2,1% anno su anno nel 2020, con una crescita del 5,5% nel quarto trimestre. Ha inoltre previsto che l’economia crescerà probabilmente tra l’8 e il 9% nel 2021.
Asse centrale della crescita saranno i consumi, mediante il rafforzamento del salario sociale di classe. A questo riguardo la politica fiscale 2021 sarà proattiva, con un minor deficit rispetto al 2020 (che è stato pari al 3,6%); ma la cosa determinante sarà l’allocazione della spesa governativa.
Probabilmente ci saranno minori investimenti infrastrutturali e maggiore spesa sociale in assistenza medica, supporto agli anziani (tipico dei cinesi, dove gli anziani hanno un posto speciale) e istruzione. Inoltre saranno smantellate alcune restrizioni ai migranti interni delle metropoli cinesi, in modo da garantire loro assistenza sociale, in particolare alloggi pubblici.
Zhang Bin, un ricercatore presso l’Istituto di economia e politica mondiale dell’Accademia cinese delle scienze sociali, in un’intervista rilasciata domenica, ha suggerito che gli sforzi per costruire una rete di sicurezza sociale più forte per i residenti a basso reddito, nonché per l’istruzione e l’assistenza sanitaria, avranno più peso in una struttura di spesa fiscale raffinata, per renderla più efficace e portare maggiori benefici.
“È necessaria una distribuzione del reddito più equa per garantire che l’espansione economica porti benefici a tutti”, ha detto Zhang, aggiungendo che sono necessari “maggiori sforzi sui servizi pubblici e sulla sicurezza sociale”.
Ormai, apertamente, gli economisti cinesi pongono la questione del salario sociale e dell’equa distribuzione del reddito come assi centrali di una futura crescita di “alta qualità”, anche al fine di ridurre il “risparmio precauzionale” (che è intorno al 41% del Pil) e indirizzarlo verso i consumi.
La staffetta, che ha caratterizzato la Cina negli ultimi 40 anni, tra investimenti (volti all’aumento della produttività totale dei fattori produttivi, al parti degli standard occidentali) e consumi lascia ora spazio al benessere della popolazione, preceduto negli ultimi 12 anni dalla reflazione (aumento) salariale.
Obiettivo: aumentare la classe media da 400 a 600 milioni di persone per non dipendere dal mercato mondiale.
La Cina dopo 40 anni volta pagina.
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13/12/2020
Bolivia - Luis Arce abroga i decreti neoliberisti del governo golpista
Il presidente boliviano Luis Arce ha reso noto che il governo ha abrogato sette decreti supremi per abbattere l’impalcatura neoliberista creata dalla presidentessa de facto, Jeanine Áñez.
Il Ministero dell’Economia ha riferito che questi decreti “mancano di supporto tecnico e finanziario e sono destinati a favorire le grandi imprese”, mettendo a rischio la stabilità del Paese. Un mese dopo il suo insediamento, Arce cerca di far uscire la Bolivia da una profonda recessione economica tornando al modello di successo dell’ex presidente Evo Morales.
Con questo obiettivo in mente, la Camera dei deputati ha approvato la tassa sui grandi patrimoni. Nel frattempo, il governo ha iniziato a pagare il cosiddetto “Bono Contra el Hambre” (Bonus contro la fame) questo mese.
“Senza dubbio, Arce sta mantenendo molte promesse elettorali focalizzate sulla sfera strutturale: la crisi economica e le tasche malconce del popolo boliviano”, ha detto Gabriel Villalba, direttore del Centro de Estudios Geopolíticos de Bolivia, in un’intervista a Página12.
La necessità di una profonda riforma sta emergendo nell’orizzonte giudiziario, mentre l’arrivo di una missione della Comisión Interamericana de Derechos Humanos (CIDH) cerca di scoperchiare la cappa della repressione sulle proteste che hanno causato più di 30 morti dopo il colpo di Stato.
“Stiamo smantellando l’impalcatura del modello neoliberista instauratosi nel novembre 2019”, ha detto Luis Arce sul suo account Twitter, dando notizia degli accordi raggiunti nella riunione di gabinetto di mercoledì. Con la scusa di combattere il Coronavirus, il governo ad intermi di Jeanine Áñez aveva approvato decine di decreti durante l’emergenza sanitaria.
I sette decreti supremi che sono stati abrogati giovedì hanno facilitato i contratti privati all’interno del sistema sanitario, aumentato il sostegno alle grandi imprese per soddisfare i loro obblighi sociali e stabilito estensioni e agevolazioni per il pagamento delle tasse per gli esportatori. In breve, l’attuale governo ritiene che l’insieme di risoluzioni non fosse rivolta ai settori più vulnerabili del Paese: al contrario, ha portato ad un aumento della povertà e della disoccupazione.
Il presidente della Bolivia ha anche applaudito l’approvazione delle leggi per il rimborso dell’IVA ai lavoratori a basso reddito e la tassa prevista sui grandi patrimoni. “Accogliamo con favore il fatto che la Camera dei deputati abbia approvato due importanti progetti di legge volti a riattivare l’economia”, ha detto Arce, che si è insediato l’8 novembre dopo aver stravinto le elezioni di ottobre.
Nelle prime ore del mattino di giovedì, una parte della Camera si è opposta al progetto di Ley del Impuesto a las Grandes Fortunas. Il documento stabilisce un tributo sulle grandi ricchezze in tutto il territorio dello Stato Plurinazionale della Bolivia, che sarà applicato ai patrimoni accumulati di oltre 30 milioni di pesos boliviani delle persone fisiche (poco più di quattro milioni di dollari).
Il progetto andrà ora al Senato, che vede una maggioranza del MAS.
“Il sistema fiscale ha la possibilità di essere più progressista. Significa che chi ha di più dovrebbe contribuire maggiormente al Paese. In altre parti del mondo, i milionari chiedono alle autorità fiscali di aumentare le loro tasse perché sanno che la società è una questione sistemica e sinergica”, ha detto il ministro dell’Economia Marcelo Montenegro dopo il voto al Congresso.
“Ricostruiremo il modello economico che è un modello basato sull’attività produttiva del Paese”, ha detto Montenegro in una conferenza con i giornalisti. “L’economia boliviana è stata la prima a crescere nella regione. Un’impalcatura economica che sta cercando di ricostruirsi dopo la cesura neoliberista avvenuta in Bolivia per undici mesi”, ha dichiarato nella stessa ottica l’avvocato e politologo Gabriel Villalba.
Naturalmente, per sviluppare questo modello, che è stato virtuoso nelle mani di Luis Arce quando era al Dipartimento di Economia, è necessario innanzitutto occuparsi delle priorità. Per questo motivo il governo boliviano ha iniziato a pagare il “Bono contra el Hambre” (Bonus contro la fame) qualche giorno fa.
Durante la campagna, Arce aveva promesso il pagamento di questo bonus di mille boliviani (circa 144 dollari) come meccanismo per riattivare la domanda interna. Secondo Villalba, questo dimostra che “la strategia elettorale del MAS si sta realizzando ed è per questo che il governo ha un’alta percentuale di approvazione tra la popolazione”.
Oltre a denunciare il disordine economico e sociale lasciato dal regime di Áñez, il cambio di governo ha rivelato diverse irregolarità nel sistema giudiziario. Una valanga di procedimenti giudiziari avviati dal governo de facto contro i leader del MAS sono già stati respinti a causa di vizi procedurali.
Intanto, altri casi rimasti paralizzati per undici mesi, come quelli dei massacri di Sacaba e Senkata, cominciano lentamente a riattivarsi.
Per andare più a fondo, il Ministero della Giustizia guidato da Ivan Lima ha convocato un gruppo di esperti in diversi settori del diritto per affrontare la riforma giudiziaria. Lima ha detto che il cambiamento del sistema giudiziario si realizzerà “contro ogni contrasto e contro chiunque vi si opponga”, tuttavia “cercando l’unità”.
Gli analisti boliviani consultati si sono trovati d’accordo sui progressi compiuti dal governo di Luis Arce appena un mese dopo la sua inaugurazione. “Questo mese è più sociale che economico nella sua agenda, perché in primo luogo c’è la questione della riforma della giustizia e in secondo luogo il Bono contra el Hambre che ha a che fare con la ridistribuzione delle risorse”, ha detto il politologo Marcelo Arequipa, che ha anche evidenziato un nuovo elemento di questo processo.
“Per la prima volta nella storia politica di questo paese, le funzioni sono divise. Una cosa è l’amministrazione del potere politico e un’altra è l’amministrazione dell’organizzazione politica, cioè il MAS. Nella prima funzione ci sono Luis Arce e David Choquehuanca e nella seconda Evo Morales”, ha detto Arequipa.
Per il suo collega Gabriel Villalba, il bilancio di questo mese è “positivo, anche se con molte sfide”. Villalba ha descritto il nuovo gabinetto come “qualcosa che sta emergendo”, poiché “ha il ruolo di preparare la strada per il prossimo gabinetto che entrerà in carica il 22 gennaio”.
In quella data, la Bolivia celebra la Giornata dello Stato Plurinazionale, dove viene nominato il gabinetto che accompagnerà il Presidente per un anno. “Forse molti degli attuali ministri rimarranno e altri no; non sarà una crisi di gabinetto, ma un’articolazione storica”, ha aggiunto Villalba.
Fonte
Il Ministero dell’Economia ha riferito che questi decreti “mancano di supporto tecnico e finanziario e sono destinati a favorire le grandi imprese”, mettendo a rischio la stabilità del Paese. Un mese dopo il suo insediamento, Arce cerca di far uscire la Bolivia da una profonda recessione economica tornando al modello di successo dell’ex presidente Evo Morales.
Con questo obiettivo in mente, la Camera dei deputati ha approvato la tassa sui grandi patrimoni. Nel frattempo, il governo ha iniziato a pagare il cosiddetto “Bono Contra el Hambre” (Bonus contro la fame) questo mese.
“Senza dubbio, Arce sta mantenendo molte promesse elettorali focalizzate sulla sfera strutturale: la crisi economica e le tasche malconce del popolo boliviano”, ha detto Gabriel Villalba, direttore del Centro de Estudios Geopolíticos de Bolivia, in un’intervista a Página12.
La necessità di una profonda riforma sta emergendo nell’orizzonte giudiziario, mentre l’arrivo di una missione della Comisión Interamericana de Derechos Humanos (CIDH) cerca di scoperchiare la cappa della repressione sulle proteste che hanno causato più di 30 morti dopo il colpo di Stato.
“Stiamo smantellando l’impalcatura del modello neoliberista instauratosi nel novembre 2019”, ha detto Luis Arce sul suo account Twitter, dando notizia degli accordi raggiunti nella riunione di gabinetto di mercoledì. Con la scusa di combattere il Coronavirus, il governo ad intermi di Jeanine Áñez aveva approvato decine di decreti durante l’emergenza sanitaria.
I sette decreti supremi che sono stati abrogati giovedì hanno facilitato i contratti privati all’interno del sistema sanitario, aumentato il sostegno alle grandi imprese per soddisfare i loro obblighi sociali e stabilito estensioni e agevolazioni per il pagamento delle tasse per gli esportatori. In breve, l’attuale governo ritiene che l’insieme di risoluzioni non fosse rivolta ai settori più vulnerabili del Paese: al contrario, ha portato ad un aumento della povertà e della disoccupazione.
Il presidente della Bolivia ha anche applaudito l’approvazione delle leggi per il rimborso dell’IVA ai lavoratori a basso reddito e la tassa prevista sui grandi patrimoni. “Accogliamo con favore il fatto che la Camera dei deputati abbia approvato due importanti progetti di legge volti a riattivare l’economia”, ha detto Arce, che si è insediato l’8 novembre dopo aver stravinto le elezioni di ottobre.
Nelle prime ore del mattino di giovedì, una parte della Camera si è opposta al progetto di Ley del Impuesto a las Grandes Fortunas. Il documento stabilisce un tributo sulle grandi ricchezze in tutto il territorio dello Stato Plurinazionale della Bolivia, che sarà applicato ai patrimoni accumulati di oltre 30 milioni di pesos boliviani delle persone fisiche (poco più di quattro milioni di dollari).
Il progetto andrà ora al Senato, che vede una maggioranza del MAS.
“Il sistema fiscale ha la possibilità di essere più progressista. Significa che chi ha di più dovrebbe contribuire maggiormente al Paese. In altre parti del mondo, i milionari chiedono alle autorità fiscali di aumentare le loro tasse perché sanno che la società è una questione sistemica e sinergica”, ha detto il ministro dell’Economia Marcelo Montenegro dopo il voto al Congresso.
“Ricostruiremo il modello economico che è un modello basato sull’attività produttiva del Paese”, ha detto Montenegro in una conferenza con i giornalisti. “L’economia boliviana è stata la prima a crescere nella regione. Un’impalcatura economica che sta cercando di ricostruirsi dopo la cesura neoliberista avvenuta in Bolivia per undici mesi”, ha dichiarato nella stessa ottica l’avvocato e politologo Gabriel Villalba.
Naturalmente, per sviluppare questo modello, che è stato virtuoso nelle mani di Luis Arce quando era al Dipartimento di Economia, è necessario innanzitutto occuparsi delle priorità. Per questo motivo il governo boliviano ha iniziato a pagare il “Bono contra el Hambre” (Bonus contro la fame) qualche giorno fa.
Durante la campagna, Arce aveva promesso il pagamento di questo bonus di mille boliviani (circa 144 dollari) come meccanismo per riattivare la domanda interna. Secondo Villalba, questo dimostra che “la strategia elettorale del MAS si sta realizzando ed è per questo che il governo ha un’alta percentuale di approvazione tra la popolazione”.
Oltre a denunciare il disordine economico e sociale lasciato dal regime di Áñez, il cambio di governo ha rivelato diverse irregolarità nel sistema giudiziario. Una valanga di procedimenti giudiziari avviati dal governo de facto contro i leader del MAS sono già stati respinti a causa di vizi procedurali.
Intanto, altri casi rimasti paralizzati per undici mesi, come quelli dei massacri di Sacaba e Senkata, cominciano lentamente a riattivarsi.
Per andare più a fondo, il Ministero della Giustizia guidato da Ivan Lima ha convocato un gruppo di esperti in diversi settori del diritto per affrontare la riforma giudiziaria. Lima ha detto che il cambiamento del sistema giudiziario si realizzerà “contro ogni contrasto e contro chiunque vi si opponga”, tuttavia “cercando l’unità”.
Gli analisti boliviani consultati si sono trovati d’accordo sui progressi compiuti dal governo di Luis Arce appena un mese dopo la sua inaugurazione. “Questo mese è più sociale che economico nella sua agenda, perché in primo luogo c’è la questione della riforma della giustizia e in secondo luogo il Bono contra el Hambre che ha a che fare con la ridistribuzione delle risorse”, ha detto il politologo Marcelo Arequipa, che ha anche evidenziato un nuovo elemento di questo processo.
“Per la prima volta nella storia politica di questo paese, le funzioni sono divise. Una cosa è l’amministrazione del potere politico e un’altra è l’amministrazione dell’organizzazione politica, cioè il MAS. Nella prima funzione ci sono Luis Arce e David Choquehuanca e nella seconda Evo Morales”, ha detto Arequipa.
Per il suo collega Gabriel Villalba, il bilancio di questo mese è “positivo, anche se con molte sfide”. Villalba ha descritto il nuovo gabinetto come “qualcosa che sta emergendo”, poiché “ha il ruolo di preparare la strada per il prossimo gabinetto che entrerà in carica il 22 gennaio”.
In quella data, la Bolivia celebra la Giornata dello Stato Plurinazionale, dove viene nominato il gabinetto che accompagnerà il Presidente per un anno. “Forse molti degli attuali ministri rimarranno e altri no; non sarà una crisi di gabinetto, ma un’articolazione storica”, ha aggiunto Villalba.
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09/12/2020
La giusta patrimoniale e l’Europa a difesa dei ricchi
In tempi di grave crisi economica e di urgente bisogno di risorse
per far fronte a tutte le conseguenze della pandemia, dalla spesa
sanitaria alla spesa indispensabile per il sostegno di tutti coloro che
hanno perso lavoro e reddito, ci si interroga da più parti su quale sia
il modo più efficace e più giusto per trovare questi soldi.
Sui grandi mezzi di informazione sembrano esserci pochi dubbi in merito: i soldi andrebbero presi dalle tasche dei lavoratori, che si tratti di pensionati o dipendenti pubblici oppure ancora di lavoratori costretti in smart working dall’emergenza. Noi la pensiamo diversamente. Oggi più che mai appare opportuna l’introduzione di un’imposta patrimoniale che colpisca gli elevati patrimoni dei ricchi, dei ricchissimi e dei milionari. Ricordiamo che un’imposta patrimoniale è un’imposta che colpisce la ricchezza, mobiliare e immobiliare, posseduta dalle persone, dunque titoli finanziari, conti correnti ed immobili di proprietà, e si distingue pertanto dalle forme di tassazione che colpiscono i redditi delle persone. Una giusta patrimoniale rappresenta uno strumento imprescindibile per contrastare l’ampliamento delle disuguaglianze che il normale funzionamento di un’economia di mercato costantemente genera, perché sottrae risorse a pochi ricchissimi e le mette a disposizione della stragrande maggioranza della popolazione.
Sappiamo bene che l’attuale dibattito sulla difficoltà di reperire le risorse per affrontare la crisi pandemica è un dibattito intossicato dalla retorica della scarsità delle risorse. Il progetto politico neoliberista, che ha assunto in Europa la forma storica dell’Unione europea e delle sue istituzioni, impone una scarsità di risorse del tutto artificiale, basata sull’impossibilità di ricorrere alla leva del debito pubblico per stimolare l’occupazione e sostenere l’espansione dello stato sociale. Ci vietano di sfruttare la spesa pubblica in deficit, perché questo gli consente di alimentare precarietà e disoccupazione – fondamentali strumenti di disciplina del lavoro – e poi si stupiscono che non vi siano i soldi per contrastare una pandemia globale. Ma nel rivendicare la piena sovranità di tutte le leve della politica fiscale, riteniamo sempre centrale il ruolo svolto da una giusta patrimoniale, che serve non solo e non tanto a raccogliere le risorse che l’Unione europea ci impedisce di prendere a debito, ma soprattutto come strumento redistributivo, un’arma in più da usare per contendere al profitto e alla rendita le quote di ricchezza accumulata grazie allo sfruttamento del lavoro. Resta insomma il fatto, duro e coriaceo, che le tasse sono tra i più preziosi strumenti di redistribuzione del reddito a disposizione di chi vuole ridurre l’insopportabile disuguaglianza generata dalle economie di mercato. A patto, naturalmente, che siano disegnate in modo tale da colpire in misura fortemente crescente al crescere del reddito e della ricchezza, togliendo tanto a chi ha tantissimo e nulla a chi ha pochissimo. Ed è proprio su questo aspetto che si deve innestare il dibattito sulla patrimoniale, oggi, nel particolare contesto storico e istituzionale di un Paese come l’Italia, membro dell’Unione europea.
Uno dei pilastri dell’architettura istituzionale europea è infatti costituito dalla libertà di circolazione dei capitali, un vero e proprio argine ad ogni istanza di redistribuzione del reddito attraverso la leva del fisco. Se provi a far pagare troppe (secondo loro) tasse agli straricchi, alle grandi imprese, alle multinazionali, alle banche, agli speculatori finanziari, questi hanno la libertà di spostare altrove i propri patrimoni (per quanto concerne la ricchezza accumulata) e le proprie sedi fiscali (per quanto concerne i loro redditi), in modo da garantirsi le più vantaggiose condizioni fiscali. Ogni tentazione a cambiare lo status quo attraverso lo strumento della tassazione si scontra dunque con l’impalcatura stessa dell’Unione europea, eretta a difesa delle disuguaglianze e disegnata per disarticolare qualsiasi dinamica redistributiva.
La vera domanda diventa allora: come disegnare nel particolare contesto storico in cui ci muoviamo una giusta patrimoniale capace di colpire realmente lo scandaloso accumulo di ricchezze concentrato nelle mani di una ristrettissima elite?
Delle varie forme di cattiva patrimoniale non vale neanche la pena parlare. Sarebbe una peste e la conosciamo già perché l’abbiamo sperimentata sulla nostra pelle nel recente passato, numerose volte, sotto vari nomi: ISI sui conti correnti e ICI sulle case, istituite dal Governo Amato come dono sacrificale offerto sull’altare dell’Europa di Maastricht, poi IMU del governo Monti offerta vent’anni dopo sullo stesso altare. Imposte fortemente regressive che ricadevano in primis e pesantemente sui piccoli patrimoni immobiliari (prima casa) e mobiliari (conti correnti) dei più poveri e della classe media.
Parliamo allora della giusta patrimoniale, quella che dovrebbe colpire solo le grandi ricchezze e non le prime case e i conti correnti piccoli e medi. In linea teorica, questa buona patrimoniale potrebbe essere perfettamente attuata e potrebbe raccogliere un importante gruzzoletto dai più ricchi, da redistribuire al resto della società. I numeri ci indicano infatti che il 20% degli italiani più benestanti (in termini di patrimoni posseduti) detiene oltre il 60% della ricchezza nazionale, e addirittura il 5% dei più ricchi possiede ben il 41% della ricchezza del Paese. La ricchezza di questo 5% di privilegiati, in termini assoluti, eccede la ricchezza dell’80% più povero degli italiani. Dati mostruosi che, oltre a darci l’idea di quanto sperequata sia la distribuzione delle risorse nel nostro paese, ci indicano come potenzialmente un’imposta patrimoniale sarebbe in grado di colpire in modo cospicuo chi davvero detiene ricchezze rilevanti. Altro che la famigerata classe media! Ora, concentrandoci soltanto sulla ricchezza mobiliare rappresentata da conti correnti e titoli finanziari, ipotizziamo un’imposta che colpisca il patrimonio (mobiliare) del 10% più ricco del paese. Ebbene, andremmo a raccogliere gettito da soggetti che in media detengono una ricchezza finanziaria di 800.000 euro a testa. Se restringessimo ancora di più il campo al 5% più ricco, avremmo a che fare con una ricchezza media pro capite di 1,35 milioni di euro: non parliamo dunque di semplici benestanti, ma di veri ricchi. Nessun dubbio, quindi, circa l’opportunità – oggi più che mai – di colpire con l’imposta patrimoniale la ricchezza di questi privilegiati.
Il problema è che questi patrimoni appartengono a una categoria di persone che verosimilmente gode di capacità organizzative sufficientemente consolidate da essere in grado di spostare, a costo pressoché nullo e senza difficoltà operative, il proprio denaro altrove non appena si subdori il rischio di una simile patrimoniale. Del resto, ed è questo il punto cruciale, l’architettura dei Trattati europei si fonda, come abbiamo avuto modo di spiegare, proprio su questa libertà di fuga dalle tasse: il Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) sancisce all’art. 63 il divieto di qualsiasi restrizione alla libera circolazione dei capitali, mentre l’art. 65 tutela esplicitamente quei Paesi interni all’UE che scelgono di attrarre capitali offrendo una tassazione agevolata ai capitali esteri. In parole povere, l’unica discriminazione ammessa per quanto concerne i movimenti di capitale è quella che favorisce le fughe di capitali verso i regimi caratterizzati dalla tassazione più moderata. Ed il sistema ha dimostrato di funzionare alla perfezione: ad esempio, in tempi recenti, quando il Governo Monti discuteva l’introduzione di una Mini-Patrimoniale ed ha visto sfilare sotto il proprio naso oltre 200 miliardi di euro in pochi mesi. Naturalmente non tutti i patrimoni finanziari dei più ricchi scapperebbero, ma le probabilità di fuga sarebbero direttamente proporzionali all’ammontare di quei patrimoni e, verosimilmente, rimarrebbe tassabile un numero esiguo di patrimoni, rappresentato peraltro dai meno elevati.
La giusta patrimoniale, dunque, si scontra apertamente con il contesto di libera circolazione di capitali sui cui si basano i Trattati europei. Se ci arrendessimo a quel contesto, se ragionassimo solo in termini di compatibilità con le regole europee che da oltre trent’anni mettono in ginocchio i lavoratori e lo stato sociale, saremmo condannati a combattere un’eterna guerra tra poveri per la spartizione delle poche briciole che questo sistema accidentalmente concede ai più deboli, mentre i ricchi continuano ad accumulare patrimoni sempre più consistenti.
La conclusione da trarne, allora, è che l’architettura dei Trattati europei è il nemico numero uno della giusta patrimoniale, è l’ostacolo più grande che abbiamo davanti alla strada che ci conduce verso una maggiore redistribuzione della ricchezza. Perché la battaglia per la giusta patrimoniale non sia vana, e non si risolva solo in uno slogan, occorre quindi chiarire immediatamente che la sua introduzione deve essere accompagnata da misure adeguate necessarie a contrastare la fuga di capitali. I ricchi vogliono scappare, noi possiamo impedirglielo, e riprenderci quello che ci è stato tolto, se decidiamo di mettere in discussione non solo la scandalosa disuguaglianza che abbiamo davanti agli occhi, ma anche le istituzioni che la rendono possibile, a partire dalla libertà di fuga dei capitali inscritta nei Trattati europei.
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Sui grandi mezzi di informazione sembrano esserci pochi dubbi in merito: i soldi andrebbero presi dalle tasche dei lavoratori, che si tratti di pensionati o dipendenti pubblici oppure ancora di lavoratori costretti in smart working dall’emergenza. Noi la pensiamo diversamente. Oggi più che mai appare opportuna l’introduzione di un’imposta patrimoniale che colpisca gli elevati patrimoni dei ricchi, dei ricchissimi e dei milionari. Ricordiamo che un’imposta patrimoniale è un’imposta che colpisce la ricchezza, mobiliare e immobiliare, posseduta dalle persone, dunque titoli finanziari, conti correnti ed immobili di proprietà, e si distingue pertanto dalle forme di tassazione che colpiscono i redditi delle persone. Una giusta patrimoniale rappresenta uno strumento imprescindibile per contrastare l’ampliamento delle disuguaglianze che il normale funzionamento di un’economia di mercato costantemente genera, perché sottrae risorse a pochi ricchissimi e le mette a disposizione della stragrande maggioranza della popolazione.
Sappiamo bene che l’attuale dibattito sulla difficoltà di reperire le risorse per affrontare la crisi pandemica è un dibattito intossicato dalla retorica della scarsità delle risorse. Il progetto politico neoliberista, che ha assunto in Europa la forma storica dell’Unione europea e delle sue istituzioni, impone una scarsità di risorse del tutto artificiale, basata sull’impossibilità di ricorrere alla leva del debito pubblico per stimolare l’occupazione e sostenere l’espansione dello stato sociale. Ci vietano di sfruttare la spesa pubblica in deficit, perché questo gli consente di alimentare precarietà e disoccupazione – fondamentali strumenti di disciplina del lavoro – e poi si stupiscono che non vi siano i soldi per contrastare una pandemia globale. Ma nel rivendicare la piena sovranità di tutte le leve della politica fiscale, riteniamo sempre centrale il ruolo svolto da una giusta patrimoniale, che serve non solo e non tanto a raccogliere le risorse che l’Unione europea ci impedisce di prendere a debito, ma soprattutto come strumento redistributivo, un’arma in più da usare per contendere al profitto e alla rendita le quote di ricchezza accumulata grazie allo sfruttamento del lavoro. Resta insomma il fatto, duro e coriaceo, che le tasse sono tra i più preziosi strumenti di redistribuzione del reddito a disposizione di chi vuole ridurre l’insopportabile disuguaglianza generata dalle economie di mercato. A patto, naturalmente, che siano disegnate in modo tale da colpire in misura fortemente crescente al crescere del reddito e della ricchezza, togliendo tanto a chi ha tantissimo e nulla a chi ha pochissimo. Ed è proprio su questo aspetto che si deve innestare il dibattito sulla patrimoniale, oggi, nel particolare contesto storico e istituzionale di un Paese come l’Italia, membro dell’Unione europea.
Uno dei pilastri dell’architettura istituzionale europea è infatti costituito dalla libertà di circolazione dei capitali, un vero e proprio argine ad ogni istanza di redistribuzione del reddito attraverso la leva del fisco. Se provi a far pagare troppe (secondo loro) tasse agli straricchi, alle grandi imprese, alle multinazionali, alle banche, agli speculatori finanziari, questi hanno la libertà di spostare altrove i propri patrimoni (per quanto concerne la ricchezza accumulata) e le proprie sedi fiscali (per quanto concerne i loro redditi), in modo da garantirsi le più vantaggiose condizioni fiscali. Ogni tentazione a cambiare lo status quo attraverso lo strumento della tassazione si scontra dunque con l’impalcatura stessa dell’Unione europea, eretta a difesa delle disuguaglianze e disegnata per disarticolare qualsiasi dinamica redistributiva.
La vera domanda diventa allora: come disegnare nel particolare contesto storico in cui ci muoviamo una giusta patrimoniale capace di colpire realmente lo scandaloso accumulo di ricchezze concentrato nelle mani di una ristrettissima elite?
Delle varie forme di cattiva patrimoniale non vale neanche la pena parlare. Sarebbe una peste e la conosciamo già perché l’abbiamo sperimentata sulla nostra pelle nel recente passato, numerose volte, sotto vari nomi: ISI sui conti correnti e ICI sulle case, istituite dal Governo Amato come dono sacrificale offerto sull’altare dell’Europa di Maastricht, poi IMU del governo Monti offerta vent’anni dopo sullo stesso altare. Imposte fortemente regressive che ricadevano in primis e pesantemente sui piccoli patrimoni immobiliari (prima casa) e mobiliari (conti correnti) dei più poveri e della classe media.
Parliamo allora della giusta patrimoniale, quella che dovrebbe colpire solo le grandi ricchezze e non le prime case e i conti correnti piccoli e medi. In linea teorica, questa buona patrimoniale potrebbe essere perfettamente attuata e potrebbe raccogliere un importante gruzzoletto dai più ricchi, da redistribuire al resto della società. I numeri ci indicano infatti che il 20% degli italiani più benestanti (in termini di patrimoni posseduti) detiene oltre il 60% della ricchezza nazionale, e addirittura il 5% dei più ricchi possiede ben il 41% della ricchezza del Paese. La ricchezza di questo 5% di privilegiati, in termini assoluti, eccede la ricchezza dell’80% più povero degli italiani. Dati mostruosi che, oltre a darci l’idea di quanto sperequata sia la distribuzione delle risorse nel nostro paese, ci indicano come potenzialmente un’imposta patrimoniale sarebbe in grado di colpire in modo cospicuo chi davvero detiene ricchezze rilevanti. Altro che la famigerata classe media! Ora, concentrandoci soltanto sulla ricchezza mobiliare rappresentata da conti correnti e titoli finanziari, ipotizziamo un’imposta che colpisca il patrimonio (mobiliare) del 10% più ricco del paese. Ebbene, andremmo a raccogliere gettito da soggetti che in media detengono una ricchezza finanziaria di 800.000 euro a testa. Se restringessimo ancora di più il campo al 5% più ricco, avremmo a che fare con una ricchezza media pro capite di 1,35 milioni di euro: non parliamo dunque di semplici benestanti, ma di veri ricchi. Nessun dubbio, quindi, circa l’opportunità – oggi più che mai – di colpire con l’imposta patrimoniale la ricchezza di questi privilegiati.
Il problema è che questi patrimoni appartengono a una categoria di persone che verosimilmente gode di capacità organizzative sufficientemente consolidate da essere in grado di spostare, a costo pressoché nullo e senza difficoltà operative, il proprio denaro altrove non appena si subdori il rischio di una simile patrimoniale. Del resto, ed è questo il punto cruciale, l’architettura dei Trattati europei si fonda, come abbiamo avuto modo di spiegare, proprio su questa libertà di fuga dalle tasse: il Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) sancisce all’art. 63 il divieto di qualsiasi restrizione alla libera circolazione dei capitali, mentre l’art. 65 tutela esplicitamente quei Paesi interni all’UE che scelgono di attrarre capitali offrendo una tassazione agevolata ai capitali esteri. In parole povere, l’unica discriminazione ammessa per quanto concerne i movimenti di capitale è quella che favorisce le fughe di capitali verso i regimi caratterizzati dalla tassazione più moderata. Ed il sistema ha dimostrato di funzionare alla perfezione: ad esempio, in tempi recenti, quando il Governo Monti discuteva l’introduzione di una Mini-Patrimoniale ed ha visto sfilare sotto il proprio naso oltre 200 miliardi di euro in pochi mesi. Naturalmente non tutti i patrimoni finanziari dei più ricchi scapperebbero, ma le probabilità di fuga sarebbero direttamente proporzionali all’ammontare di quei patrimoni e, verosimilmente, rimarrebbe tassabile un numero esiguo di patrimoni, rappresentato peraltro dai meno elevati.
La giusta patrimoniale, dunque, si scontra apertamente con il contesto di libera circolazione di capitali sui cui si basano i Trattati europei. Se ci arrendessimo a quel contesto, se ragionassimo solo in termini di compatibilità con le regole europee che da oltre trent’anni mettono in ginocchio i lavoratori e lo stato sociale, saremmo condannati a combattere un’eterna guerra tra poveri per la spartizione delle poche briciole che questo sistema accidentalmente concede ai più deboli, mentre i ricchi continuano ad accumulare patrimoni sempre più consistenti.
La conclusione da trarne, allora, è che l’architettura dei Trattati europei è il nemico numero uno della giusta patrimoniale, è l’ostacolo più grande che abbiamo davanti alla strada che ci conduce verso una maggiore redistribuzione della ricchezza. Perché la battaglia per la giusta patrimoniale non sia vana, e non si risolva solo in uno slogan, occorre quindi chiarire immediatamente che la sua introduzione deve essere accompagnata da misure adeguate necessarie a contrastare la fuga di capitali. I ricchi vogliono scappare, noi possiamo impedirglielo, e riprenderci quello che ci è stato tolto, se decidiamo di mettere in discussione non solo la scandalosa disuguaglianza che abbiamo davanti agli occhi, ma anche le istituzioni che la rendono possibile, a partire dalla libertà di fuga dei capitali inscritta nei Trattati europei.
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12/11/2020
Chi paga la crisi? Come nasce l’attacco agli stipendi pubblici
Negli ultimissimi giorni, da pulpiti
diversi e in salse varie, ci è capitato di ascoltare e leggere lo stesso
inquietante ritornello: tutti devono contribuire a pagare la crisi da Covid,
gli effetti nefasti della pandemia non devono ricadere solo su quella
parte di popolazione che ne subisce direttamente le conseguenze. Per
scongiurare il pericolo che la diffusione del virus e le misure di
contenimento colpiscano solo una parte della società, occorrerebbe
dunque togliere qualcosa a chi ancora non è stato
toccato da questa crisi. Benissimo, diremmo: andiamo a prendere i soldi
dagli sciacalli e dai profittatori che in questi mesi hanno visto le loro ricchezze crescere ancora. E
invece no: chi ci propina questa solfa suggerisce di andare a mettere
le mani nelle tasche dei dipendenti pubblici e, più in generale, di chi
ha un lavoro garantito, per poi redistribuire verso coloro che davvero
soffrono le conseguenze economiche delle chiusure.
C’è chi, come il commentatore de ‘Il Foglio’ Camillo Langone, dedica al tema un contributo dal titolo emblematico, “Togliere al pubblico per dare al privato: ecco la vera unità nazionale”. Chi, come il Professore di Economia Riccardo Puglisi, redattore de ‘La voce.info’, si augura che nel nuovo lockdown paghino anche i dipendenti pubblici. C’è anche Massimo Cacciari, che, intervistato a Piazza Pulita sui provvedimenti del Governo per il contrasto all’epidemia, si lascia sfuggire un: “non è possibile tenere la gente a zero euro al mese o a 700 euro al mese. Voglio dire ai miei colleghi dello Stato e del parastato, prima o dopo arriveranno a voi, per forza. E io spero che ci arrivino presto, perché è intollerabile che questa crisi la paghi metà della popolazione italiana”. Insomma, serpeggia l’idea per cui se la crisi morde su alcuni settori in particolare, chi ancora non è stato morso è ora che venga colpito dalla scure di tagli, sacrifici e austerità per fare giustizia.
Ora, al netto dell’evidente insulsaggine della contrapposizione tra pubblico e privato in quanto tali, visto e considerato che parti consistenti del settore privato non hanno ridotto i propri fatturati né messo i dipendenti in cassa integrazione con stipendi ridotti, è evidente che gli effetti della crisi da Covid-19 si stanno chiaramente concentrando su fette specifiche di popolazione: lavoratori precari a progetto, a collaborazione, a tempo determinato; false partita IVA non coperte da cassa integrazione; effettive piccole partite IVA precarie; piccoli commercianti, piccoli imprenditori dei settori più colpiti dalla chiusure; lavoratori in nero, lavoratori stagionali e occasionali. Un vasto mondo che vede coesistere insieme le ultime ruote del carro del sistema economico capitalistico e del lavoro subordinato non garantito, insieme a frammenti crescenti di piccola imprenditoria già in crisi da tempo, spazzata via prima dalle dinamiche competitive del capitalismo neoliberale e ora messi in ginocchio dalle chiusure e dal crollo del volume di vendite conseguenziali alla crisi pandemica
Partendo da questo ritratto della realtà, si invoca, come provvedimento salvifico, una miglior distribuzione dei costi della crisi usando come classico capro espiatorio i dipendenti pubblici: tra le proposte, più o meno rabbiose, l’introduzione di una cassa integrazione per i lavoratori pubblici che lavorano a distanza (presupponendo falsamente che ciò comporti a priori una minor efficienza e fatica), la riduzione lineare del 5% o 10% dello stipendio, o altre amene suggestioni. Idee, del resto, già spuntate qua e là in primavera, durante la prima ondata di virus, e che affondano le loro radici su un’idea tristemente sempreverde: quella del dipendente garantito e pubblico come vittima sacrificale dei mali della società. Vale al riguardo la pena ricordare che tra il 2009 e il 2018 i contratti del pubblico impiego sono rimasti bloccati, con un risparmio di spesa di almeno 25 miliardi di euro. Inoltre, negli ultimi 15 anni gli organici sono stati tagliati almeno del 30%. L’idea di tagliare gli stipendi pubblici, quindi, non solo è ripugnante di per sé, ma fa a cazzotti con i ‘risparmi di spesa’ che negli ultimi anni hanno contribuito a rendere la PA italiana una delle più sottodimensionate tra i Paesi più avanzati: nel 2015 in Italia si contavano poco più di 3 milioni di dipendenti pubblici, contro i 5,5 della Francia e i 5,1 del Regno Unito (Paesi paragonabili per numero di abitanti). In termini relativi, ciò corrisponde a circa 49 dipendenti pubblici ogni mille abitanti in Italia, contro gli 83 della Francia, i 78 del Regno Unito, i 71 degli Stati Uniti e i 60 della Spagna.
L’idea di tagliare gli stipendi ai dipendenti pubblici non è solo ripugnante, ma sottende, a ben vedere, una visione del sistema economico dominata da tre lampanti pregiudizi che vale la pena smontare uno ad uno.
1) Il falso mito delle risorse scarse. Le risorse economiche potenzialmente attivabili da parte dello Stato in un’economia di mercato non sono affatto scarse e, in prima battuta, non vi è alcuna necessità di andarle a togliere a qualcuno per darle a qualcun altro. Lo Stato può in qualsiasi momento mobilitare risorse sotto forma di investimenti pubblici o di trasferimenti monetari a favore di chi ha bisogno di sostegni al reddito generando così nuovi consumi, nuova produzione e nuova occupazione, in un circolo virtuoso. Ciò è possibile facendo ricorso alla spesa in deficit, emettendo titoli del debito pubblico il cui costo può essere reso contenuto, se non nullo, da una Banca Centrale che ne garantisce il sostegno sui mercati. Per giunta, in un sistema lontanissimo dal pieno impiego, con tassi di disoccupazione a due cifre già presenti ben prima della crisi attuale, e una sottoccupazione spaventosa, i rischi inflazionistici di tale intervento sono pressoché nulli.
2) La falsa rappresentazione della polarizzazione della ricchezza. Ammettiamo, ma solo per un attimo, l’esistenza di un vincolo stringente all’uso delle risorse pubbliche. Fermo restando che politiche di diretta redistribuzione del reddito tra chi ha tanto e chi ha poco sono sempre e comunque benemeriti strumenti di giustizia sociale con positivi effetti macroeconomici sulla crescita, analizziamo in modo serio il problema distributivo nella nostra società. L’esistenza di una pessima distribuzione delle risorse tra le persone è costitutiva del capitalismo e in particolare del capitalismo neoliberale dominante ormai da trent’anni. Esisteva prima del Coronavirus, ed esiste oggi, a maggior ragione, durante la crisi da Covid. Ma è davvero la dicotomia pubblico/privato la chiave di lettura per intendere la diseguale distribuzione del reddito? Davvero le grandi ricchezze del nostro Paese sono gli stipendi dei dipendenti pubblici? La domanda, per quanto ridicola, non meriterebbe nemmeno risposta se non fosse per il periodico riproporsi di questa orribile narrazione nel corso degli anni. Ovviamente, tutti sanno (compresi Cacciari, Puglisi e Langone) che i dipendenti pubblici non detengono la fortuna del Paese. Semplicemente, i cattivi maestri partono dal presupposto, esplicito o implicito, per cui le vere risorse concentrate, quelle dei redditi da capitale delle grandi imprese e delle banche, dei redditi finanziari e della grande ricchezza immobiliare sono semplicemente intoccabili. Vuoi perché, nella versione liberista più esplicita, quelle ricchezze vengono giudicate fonte e motore dello sviluppo economico, vuoi perché, date le regole vigenti, è normale che i capitali si spostino dove sono tassati di meno. Insomma, non soltanto si rimuove a priori la dicotomia capitale-lavoro nella lettura della realtà, ma, più clamorosamente, viene annichilita la stessa categoria di buon senso ricchi-poveri. Se a questo oblio si aggiunge un pizzico di retorica del dipendente pubblico fannullone, lavoratore improduttivo che succhia risorse dallo Stato per funzioni per lo più inutili, assieme alla retorica del conflitto eterno tra garantiti e precari, l’operazione ideologica è bell’e pronta: se abbiamo un problema di risorse scarse la miglior cosa da fare è toglierla ai più parassiti tra i garantiti del sistema economico, ovvero ai dipendenti statali.
3) La rimozione della memoria a breve termine. Che la crisi da Covid stia colpendo in particolare alcuni strati della popolazione è cosa indubbia. Così come è fuori discussione che in particolare i lavoratori precari nelle loro varie forme siano state le vittime preferenziali del neoliberismo negli ultimi tre decenni, ovvero da quando si è deciso di disintegrare il mondo del lavoro creando il precariato. Ben più dubbio è che “tutti gli altri”, i presunti privilegiati, non siano stati già reiteratamente bastonati nel recente passato a suon di riforme liberiste. Tutti i lavoratori dipendenti, tanto del settore privato quanto di quello pubblico, anche i meno sfortunati, dotati di un contratto a tempo indeterminato, sono stati bersagliati da tre decenni di ridimensionamento del potere sindacale, stagnazione dei salari, riduzione dei diritti accessori, per non parlare della campagna ideologica e legislativa contro il pubblico impiego avviato dal Ministro Brunetta con l’attacco al diritto alla malattia pagata, continuata con la Ministra Madia che introdusse il licenziamento rapido in 48 ore, e poi con la Ministra Bongiorno che individuava nel personale pubblico le cause delle inefficienze di sistema. Insomma, non sembra proprio, anche a volere dar retta alla narrazione di chi vorrebbe sostituire alle contraddizioni capitale-lavoro e ricchi-poveri la falsa contrapposizione tra garantiti e non garantiti e tra dipendenti pubblici e privati, che i garantiti o i pubblici dipendenti siano stati esenti dai danni materiali e dalle campagne ideologiche perpetrati dalle politiche neoliberiste.
A fronte di chi vorrebbe scatenare e rinfocolare periodicamente la guerra tra poveri, tra lavoratori pubblici e privati, tra ultimi e penultimi, tra chi ha perso meno e chi ha perso tutto, tra chi vive condizioni di vita decorose e chi vive nella miseria, bisogna ribaltare il tavolo e ricordare poche cose molto semplici. A fronte della crisi che stiamo vivendo e dell’ormai ineludibile necessità di protezione sanitaria della popolazione, anche per via dei tagli al sistema sanitario e di ciò che non si è fatto fino ad ora, servono risorse, ne servono tante, tantissime. Bisogna sostenere il reddito di tutti coloro che vengono colpiti dalla caduta del proprio reddito, non solo sotto la soglia della sopravvivenza, ma sotto quella di un normale e decoroso benessere. Bisogna sostenere il sistema economico nel suo complesso, salvare i settori produttivi in crisi tutelandone l’occupazione di breve e di lungo periodo. Bisogna promuovere forme massicce di intervento pubblico per sostenere produzione, occupazione e garanzia di piena continuità di tutti i servizi pubblici. Bisogna elevare la cassa integrazione al 100% per tutti i lavoratori coperti da tale istituto e provvedere a misure di garanzia di un reddito minimo su soglie decorose – ben oltre il Reddito di Cittadinanza – per tutti coloro che ne hanno bisogno: precari, false partite iva, piccole partite iva costrette alla chiusura, lavoratori in nero.
Bisogna aggiungere, non togliere. Livellare verso l’alto e non vero il basso. Rincorrere le tutele e i diritti per tutti, non sottrarli a qualcuno per darne le briciole ad altri. I soldi ci sono. Ce ne sono moltissimi ricorrendo allo strumento della spesa a deficit, ed altrettanti togliendoli dalle tasche dei veri ricchi. Ma per prenderli davvero, questi soldi, occorre entrare in aperto conflitto con quella gabbia, chiamata Unione Europea, che impietosamente e scientemente definisce quei vincoli di bilancio artificiali, tutti politici, che rendono apparentemente impossibile farlo. Se non ora, quando?
Fonte
C’è chi, come il commentatore de ‘Il Foglio’ Camillo Langone, dedica al tema un contributo dal titolo emblematico, “Togliere al pubblico per dare al privato: ecco la vera unità nazionale”. Chi, come il Professore di Economia Riccardo Puglisi, redattore de ‘La voce.info’, si augura che nel nuovo lockdown paghino anche i dipendenti pubblici. C’è anche Massimo Cacciari, che, intervistato a Piazza Pulita sui provvedimenti del Governo per il contrasto all’epidemia, si lascia sfuggire un: “non è possibile tenere la gente a zero euro al mese o a 700 euro al mese. Voglio dire ai miei colleghi dello Stato e del parastato, prima o dopo arriveranno a voi, per forza. E io spero che ci arrivino presto, perché è intollerabile che questa crisi la paghi metà della popolazione italiana”. Insomma, serpeggia l’idea per cui se la crisi morde su alcuni settori in particolare, chi ancora non è stato morso è ora che venga colpito dalla scure di tagli, sacrifici e austerità per fare giustizia.
Ora, al netto dell’evidente insulsaggine della contrapposizione tra pubblico e privato in quanto tali, visto e considerato che parti consistenti del settore privato non hanno ridotto i propri fatturati né messo i dipendenti in cassa integrazione con stipendi ridotti, è evidente che gli effetti della crisi da Covid-19 si stanno chiaramente concentrando su fette specifiche di popolazione: lavoratori precari a progetto, a collaborazione, a tempo determinato; false partita IVA non coperte da cassa integrazione; effettive piccole partite IVA precarie; piccoli commercianti, piccoli imprenditori dei settori più colpiti dalla chiusure; lavoratori in nero, lavoratori stagionali e occasionali. Un vasto mondo che vede coesistere insieme le ultime ruote del carro del sistema economico capitalistico e del lavoro subordinato non garantito, insieme a frammenti crescenti di piccola imprenditoria già in crisi da tempo, spazzata via prima dalle dinamiche competitive del capitalismo neoliberale e ora messi in ginocchio dalle chiusure e dal crollo del volume di vendite conseguenziali alla crisi pandemica
Partendo da questo ritratto della realtà, si invoca, come provvedimento salvifico, una miglior distribuzione dei costi della crisi usando come classico capro espiatorio i dipendenti pubblici: tra le proposte, più o meno rabbiose, l’introduzione di una cassa integrazione per i lavoratori pubblici che lavorano a distanza (presupponendo falsamente che ciò comporti a priori una minor efficienza e fatica), la riduzione lineare del 5% o 10% dello stipendio, o altre amene suggestioni. Idee, del resto, già spuntate qua e là in primavera, durante la prima ondata di virus, e che affondano le loro radici su un’idea tristemente sempreverde: quella del dipendente garantito e pubblico come vittima sacrificale dei mali della società. Vale al riguardo la pena ricordare che tra il 2009 e il 2018 i contratti del pubblico impiego sono rimasti bloccati, con un risparmio di spesa di almeno 25 miliardi di euro. Inoltre, negli ultimi 15 anni gli organici sono stati tagliati almeno del 30%. L’idea di tagliare gli stipendi pubblici, quindi, non solo è ripugnante di per sé, ma fa a cazzotti con i ‘risparmi di spesa’ che negli ultimi anni hanno contribuito a rendere la PA italiana una delle più sottodimensionate tra i Paesi più avanzati: nel 2015 in Italia si contavano poco più di 3 milioni di dipendenti pubblici, contro i 5,5 della Francia e i 5,1 del Regno Unito (Paesi paragonabili per numero di abitanti). In termini relativi, ciò corrisponde a circa 49 dipendenti pubblici ogni mille abitanti in Italia, contro gli 83 della Francia, i 78 del Regno Unito, i 71 degli Stati Uniti e i 60 della Spagna.
L’idea di tagliare gli stipendi ai dipendenti pubblici non è solo ripugnante, ma sottende, a ben vedere, una visione del sistema economico dominata da tre lampanti pregiudizi che vale la pena smontare uno ad uno.
1) Il falso mito delle risorse scarse. Le risorse economiche potenzialmente attivabili da parte dello Stato in un’economia di mercato non sono affatto scarse e, in prima battuta, non vi è alcuna necessità di andarle a togliere a qualcuno per darle a qualcun altro. Lo Stato può in qualsiasi momento mobilitare risorse sotto forma di investimenti pubblici o di trasferimenti monetari a favore di chi ha bisogno di sostegni al reddito generando così nuovi consumi, nuova produzione e nuova occupazione, in un circolo virtuoso. Ciò è possibile facendo ricorso alla spesa in deficit, emettendo titoli del debito pubblico il cui costo può essere reso contenuto, se non nullo, da una Banca Centrale che ne garantisce il sostegno sui mercati. Per giunta, in un sistema lontanissimo dal pieno impiego, con tassi di disoccupazione a due cifre già presenti ben prima della crisi attuale, e una sottoccupazione spaventosa, i rischi inflazionistici di tale intervento sono pressoché nulli.
2) La falsa rappresentazione della polarizzazione della ricchezza. Ammettiamo, ma solo per un attimo, l’esistenza di un vincolo stringente all’uso delle risorse pubbliche. Fermo restando che politiche di diretta redistribuzione del reddito tra chi ha tanto e chi ha poco sono sempre e comunque benemeriti strumenti di giustizia sociale con positivi effetti macroeconomici sulla crescita, analizziamo in modo serio il problema distributivo nella nostra società. L’esistenza di una pessima distribuzione delle risorse tra le persone è costitutiva del capitalismo e in particolare del capitalismo neoliberale dominante ormai da trent’anni. Esisteva prima del Coronavirus, ed esiste oggi, a maggior ragione, durante la crisi da Covid. Ma è davvero la dicotomia pubblico/privato la chiave di lettura per intendere la diseguale distribuzione del reddito? Davvero le grandi ricchezze del nostro Paese sono gli stipendi dei dipendenti pubblici? La domanda, per quanto ridicola, non meriterebbe nemmeno risposta se non fosse per il periodico riproporsi di questa orribile narrazione nel corso degli anni. Ovviamente, tutti sanno (compresi Cacciari, Puglisi e Langone) che i dipendenti pubblici non detengono la fortuna del Paese. Semplicemente, i cattivi maestri partono dal presupposto, esplicito o implicito, per cui le vere risorse concentrate, quelle dei redditi da capitale delle grandi imprese e delle banche, dei redditi finanziari e della grande ricchezza immobiliare sono semplicemente intoccabili. Vuoi perché, nella versione liberista più esplicita, quelle ricchezze vengono giudicate fonte e motore dello sviluppo economico, vuoi perché, date le regole vigenti, è normale che i capitali si spostino dove sono tassati di meno. Insomma, non soltanto si rimuove a priori la dicotomia capitale-lavoro nella lettura della realtà, ma, più clamorosamente, viene annichilita la stessa categoria di buon senso ricchi-poveri. Se a questo oblio si aggiunge un pizzico di retorica del dipendente pubblico fannullone, lavoratore improduttivo che succhia risorse dallo Stato per funzioni per lo più inutili, assieme alla retorica del conflitto eterno tra garantiti e precari, l’operazione ideologica è bell’e pronta: se abbiamo un problema di risorse scarse la miglior cosa da fare è toglierla ai più parassiti tra i garantiti del sistema economico, ovvero ai dipendenti statali.
3) La rimozione della memoria a breve termine. Che la crisi da Covid stia colpendo in particolare alcuni strati della popolazione è cosa indubbia. Così come è fuori discussione che in particolare i lavoratori precari nelle loro varie forme siano state le vittime preferenziali del neoliberismo negli ultimi tre decenni, ovvero da quando si è deciso di disintegrare il mondo del lavoro creando il precariato. Ben più dubbio è che “tutti gli altri”, i presunti privilegiati, non siano stati già reiteratamente bastonati nel recente passato a suon di riforme liberiste. Tutti i lavoratori dipendenti, tanto del settore privato quanto di quello pubblico, anche i meno sfortunati, dotati di un contratto a tempo indeterminato, sono stati bersagliati da tre decenni di ridimensionamento del potere sindacale, stagnazione dei salari, riduzione dei diritti accessori, per non parlare della campagna ideologica e legislativa contro il pubblico impiego avviato dal Ministro Brunetta con l’attacco al diritto alla malattia pagata, continuata con la Ministra Madia che introdusse il licenziamento rapido in 48 ore, e poi con la Ministra Bongiorno che individuava nel personale pubblico le cause delle inefficienze di sistema. Insomma, non sembra proprio, anche a volere dar retta alla narrazione di chi vorrebbe sostituire alle contraddizioni capitale-lavoro e ricchi-poveri la falsa contrapposizione tra garantiti e non garantiti e tra dipendenti pubblici e privati, che i garantiti o i pubblici dipendenti siano stati esenti dai danni materiali e dalle campagne ideologiche perpetrati dalle politiche neoliberiste.
A fronte di chi vorrebbe scatenare e rinfocolare periodicamente la guerra tra poveri, tra lavoratori pubblici e privati, tra ultimi e penultimi, tra chi ha perso meno e chi ha perso tutto, tra chi vive condizioni di vita decorose e chi vive nella miseria, bisogna ribaltare il tavolo e ricordare poche cose molto semplici. A fronte della crisi che stiamo vivendo e dell’ormai ineludibile necessità di protezione sanitaria della popolazione, anche per via dei tagli al sistema sanitario e di ciò che non si è fatto fino ad ora, servono risorse, ne servono tante, tantissime. Bisogna sostenere il reddito di tutti coloro che vengono colpiti dalla caduta del proprio reddito, non solo sotto la soglia della sopravvivenza, ma sotto quella di un normale e decoroso benessere. Bisogna sostenere il sistema economico nel suo complesso, salvare i settori produttivi in crisi tutelandone l’occupazione di breve e di lungo periodo. Bisogna promuovere forme massicce di intervento pubblico per sostenere produzione, occupazione e garanzia di piena continuità di tutti i servizi pubblici. Bisogna elevare la cassa integrazione al 100% per tutti i lavoratori coperti da tale istituto e provvedere a misure di garanzia di un reddito minimo su soglie decorose – ben oltre il Reddito di Cittadinanza – per tutti coloro che ne hanno bisogno: precari, false partite iva, piccole partite iva costrette alla chiusura, lavoratori in nero.
Bisogna aggiungere, non togliere. Livellare verso l’alto e non vero il basso. Rincorrere le tutele e i diritti per tutti, non sottrarli a qualcuno per darne le briciole ad altri. I soldi ci sono. Ce ne sono moltissimi ricorrendo allo strumento della spesa a deficit, ed altrettanti togliendoli dalle tasche dei veri ricchi. Ma per prenderli davvero, questi soldi, occorre entrare in aperto conflitto con quella gabbia, chiamata Unione Europea, che impietosamente e scientemente definisce quei vincoli di bilancio artificiali, tutti politici, che rendono apparentemente impossibile farlo. Se non ora, quando?
Fonte
04/04/2020
L’intervento pubblico non è garanzia di redistribuzione
di Ingar Solti
Negli Stati Uniti annunciano la maggiore manovra economica dal dopoguerra. In Europa viene sospeso il Patto di stabilità. Ma c'è il rischio che tutto ciò serva di nuovo a rafforzare i profitti
La crisi finanziaria del 2007-2008 – che è poi diventata un crollo globale e avrebbe dovuto essere la crisi del big bang – doveva essere un evento irripetibile. Eppure eccoci di nuovo qui. La scorsa settimana, economisti mainstream di Harvard come Kenneth Rogoff e Pankaj Mishra erano convinti che il mondo fosse già entrato in una nuova crisi economica globale. Interrompendo in modo massiccio le catene di approvvigionamento internazionali, la globalizzazione del Covid-19 ha chiaramente accelerato la recessione. Bisogna sottolineare la parola «accelerato». Già alla fine del 2019 gli indicatori – dalla crescita del Pil alla redditività del capitale fino al volume delle ore di lavoro – indicavano che stava arrivando la recessione. In Germania lo scorso anno c’è stata la crescita più bassa dal 2009. I licenziamenti di massa nell’industria automobilistica globale non erano più solo risultati dell’automatizzazione o della transizione alla mobilità elettrica, erano collegati a un più ampio crollo dell’attività economica.
La chiusura a causa del Coronavirus ha fatto capire che il mondo è tornato nel tipo di situazione che ha dovuto affrontare nel 2008. Nella seconda settimana di marzo, i mercati azionari sono crollati: dal 4 al 18 marzo, l’indice Dow Jones è sceso da 27.091 a 19.899 punti e il Dax tedesco da 12.128 a 8.442. Mentre economisti pro-labour come Stephan Kaufmann hanno chiesto la chiusura delle borse per arrestare la volatilità e la spirale al ribasso indotta dal panico (simile alla crisi asiatica del 1997 o allo schianto dell’11 settembre 2001), Wall Street ha richiesto subito «iniezioni shock» per arrestare l’impatto economico.
Proprio come dopo la crisi finanziaria globale del 2008, quando ci furono grandi lotte per gli effetti sociali della crisi, lo stesso è prevedibile per gli anni a venire. Le soluzioni, inoltre, dovranno tenere conto delle crisi che riguardano l’economia, la riproduzione sociale, la coesione sociale, la democrazia, l’ordine mondiale e il clima. Quindi cosa succederà dipende molto dalla capacità dei movimenti dei lavoratori in tutto il mondo di trasformare questa crisi in un’opportunità di radicali cambiamenti sociali ed ecologici.
Come ogni crisi del capitalismo grande e organica, quella attuale presenta molti pericoli e non è solo un’«opportunità». La borghesia si è dimostrata in grado di usare la crisi del 2008 per rafforzare il neoliberismo – non solo spogliando lo Stato, ma usandolo per incrementare il proprio potere. La breve rinascita keynesiana del 2008-2009 venne sostituita da una svolta di austerità quasi globale, spostando ulteriormente i rapporti di forza tra capitale e lavoro a favore del capitale.
Tornando al 2020, l’interruzione delle catene di approvvigionamento internazionali a causa del parziale blocco produttivo in Cina ha già creato gravi problemi nella sfera industriale, data la vulnerabilità della produzione just-in-time agli shock esterni. Le aziende del settore logistico del capitalismo globale sono entrate in una crisi profonda: il trasporto marittimo e le compagnie aeree sono sull’orlo della bancarotta e hanno già richiesto salvataggi statali. La chiusura a causa del Coronavirus sta spingendo verso il fallimento anche le società di vendita al dettaglio e commerciali. Stefan Genth, Ceo della Federal Retail Association tedesca, fa sapere di aver calcolato le perdite causate dalla chiusura del settore in 1,15 miliardi di euro. Ha annunciato un’ondata di fallimenti entro le prossime quattro settimane, in particolare nel settore tessile e dei beni commerciali durevoli.
La domanda, quindi, è chi pagherà questa crisi: se assisteremo al salvataggio della classe operaia o a quello di industrie e società finanziarie in difficoltà. All’indomani della crisi finanziaria globale del 2007-2008, divenne chiaro che sarebbero stati i lavoratori a pagare, sotto forma di austerità. I costi economici della crisi avevano assunto la forma di «svalutazione interna», tagliando costi e salari in nome della «competitività». In molti luoghi di lavoro, ciò ha comportato la revisione degli accordi di contrattazione collettiva e dei salari minimi, nonché tagli alle pensioni pubbliche, alle prestazioni sociali, all’istruzione pubblica e alle prestazioni sanitarie. Ciò ha implicato anche la riduzione del numero di letti di terapia intensiva negli ospedali pubblici, cosa che stiamo pagando mentre si sviluppa la crisi Covid-19 con migliaia di persone vulnerabili e anziane che muoiono.
Misure di stimolo, ma di che tipo?
Come hanno risposto i governi finora? Temendo, come il governo degli Stati Uniti, che la disoccupazione salirà alle stelle fino al 20% – e con l’Organizzazione internazionale del lavoro che avverte che la disoccupazione globale aumenterà di altri 24,7 milioni – i governi hanno risposto rapidamente con misure di salvataggio. Proprio come nel 2008, molti a sinistra hanno accolto con favore queste azioni per porre fine al neoliberismo, semplicemente perché le regole sul «pareggio di bilancio» sono state messe da parte.
Il solo fatto che gli Stati stiano muovendo denaro per fronteggiare la crisi non significa che il neoliberismo sia finito. Nel 2008, l’Economist ha affermato che durante la crisi non bisogna essere «spilorci», ma a questa dovrebbe seguire una rigorosa austerità una volta che la crisi «sarà finita». In altre parole, prima lo Stato dovrebbe socializzare le perdite, poi si tratterebbe di far pagare la classe lavoratrice per il debito delle imprese e i salvataggi bancari.
Finora, le risposte degli Stati alla crisi attuale hanno ampiamente seguito il modello del 2008. L’azione dello Stato è stata particolarmente rapida nella politica monetaria. Di solito, ciò ha implicato abbassare i tassi di interesse al fine di stimolare gli investimenti e la crescita, in base alla saggezza neoliberista che i capitalisti investiranno finché il denaro avrà bassi tassi d’interesse e la liquidità verrà preservata. Da qui la serie di misure di quantitative easing. Tuttavia, gli Stati non si limitano a seguire il modello del 2008, ma utilizzano meccanismi specifici derivanti da quella crisi.
Lo vediamo nel meccanismo implementato dalla Federal Reserve, che ora può elargire direttamente prestiti alle imprese capitaliste. Nel 2008, la Fed ha abbassato i tassi di interesse vicini allo zero per stimolare l’attività economica. Tuttavia, sulla base delle stime razionali del rischio di prestito a fronte di crescita stagnante, bassa redditività e volatilità economica, le banche commerciali non hanno trasmesso questi bassi tassi di interesse alle imprese, provocando una stretta creditizia e una crisi di liquidità. Per evitare che ciò accada ancora, il nuovo sistema elude le banche commerciali.
Ma un meccanismo simile, con la Fed che dispone di linee di credito dirette verso le imprese, ha anche un forte orientamento di classe. Fornisce denaro a basso costo per le grandi imprese, mentre le linee di credito si bloccano per i lavoratori, i lavoratori autonomi e i proprietari di piccole imprese che devono ancora cercare credito dalle banche commerciali avverse al rischio. In altre parole, la Fed sta perseguendo una politica di salvataggio per Wall Street a spese di Main Street. E questo salvataggio, risuonato in Gran Bretagna con un programma di garanzie di prestito di 300 miliardi di sterline per le imprese, è costoso. Il volume di questa massa di prestiti della Federal Reserve è stimato tra 700 miliardi e 1,5 trilioni di dollari.
Inoltre, il segretario al tesoro Steve Mnuchin, ex gestore di hedge fund di Wall Street e noto come il «re dei pignoramenti», ha annunciato il 17 marzo che il governo degli Stati Uniti avrebbe ripristinato il Primary Dealer Credit Facility (Pdcf). Prima di lui, Earlier, gli ex capi della Fed Ben Bernanke e Janet Yellen hanno unito le forze in un editoriale pubblicato sul Financial Times e sollecitato l’amministrazione Trump e il presidente della Fed Jerome Powell a proseguire tale azione. Nel 2008, il Pdcf ha visto il governo acquistare beni tossici da banche di investimento private e a scopo di lucro, che i banchieri di Wall Street hanno imparato ad apprezzare sotto la formula «Soldi in cambio di spazzatura».
Questa volta, Bernanke e Yellen hanno sostenuto che lo Stato dovrebbe acquistare «debiti societari classificati come investment grade» al fine di «aiutare a far ripartire la parte del mercato del debito societario sottoposta a tensioni rilevanti». Nel 2008, il governo ha sostenuto che tali acquisizioni fossero prestiti temporanei. I beni dovevano essere restituiti alle aziende di Wall Street una volta passata la buriana. L’argomento era che questi prestiti, emessi per un ammontare di 8,95 trilioni di dollari, avrebbero favorito i lavoratori e le compagnie americane.
Tuttavia, in realtà, almeno il 64% di quella somma (5,7 trilioni di dollari) è andato alle maggiori banche di Wall Street, come Citigroup, Morgan Stanley e Merrill Lynch, che avevano sfruttato le deregolamentazioni finanziarie per operazioni ad alto rischio e per il trading di derivati, per poi ricattare lo Stato chiedendo salvataggi bancari in quanto «Too big to fail». La maggior parte del denaro è stato utilizzato non per stimolare, ma piuttosto per aumentare la centralizzazione e la concentrazione del capitale attraverso fusioni e acquisizioni di banche più piccole, nonché pagamenti di bonus che giustamente oltraggiano il pubblico.
Gli economisti neoclassici e i liberali di destra – come Ron «Basta con la Fed» Paul – suggerirono che queste banche dovevano essere lasciate morire. Ma erano davvero diventate «troppo grandi per fallire» – e lasciarle crollare avrebbe provocato un tracollo finanziario con conseguenze orribili. Tuttavia, le azioni dello Stato hanno aiutato le banche a diventare ancora più grandi, garantendo che, dopo questo ricatto riuscito, da ora in poi avrebbero potuto contare su futuri salvataggi. Qui, vediamo che le banche che sono «troppo grandi per fallire» sono anche «troppo grandi per essere privatizzate». L’attuale crisi dimostra in modo sorprendente che se queste banche fossero state pubbliche avrebbero consentito agli Stati di dirigere gli investimenti verso finalità di pubblico interesse, ad esempio finanziando conversioni industriali e trasformazioni socio-ecologiche.
Ora, l’amministrazione Trump ha presentato un pacchetto di 1 trilione di dollari, oltre 200 miliardi in più rispetto all’American Recovery and Reinvestment Act del gennaio 2009 che era stato il più grande piano di investimenti nella storia degli Stati Uniti dal dopoguerra. Allo stesso modo, il governo tedesco ha annunciato che avvierà un programma di investimenti fino a 500 miliardi di euro attraverso la sua banca statale KfW. La Banca centrale europea (Bce) ha annunciato il 19 marzo che comprerà titoli sul mercato per un valore di 750 miliardi di euro entro la fine del 2020 alla fine di fermare il tracollo finanziario – anzi, investendo «quante (risorse) richieste, per tutto il tempo necessario». Christine Lagarde, presidente della Bce, ha aggiunto su Twitter: «Tempi straordinari chiedono attenzione straordinaria. Non ci sono limiti al nostro impegno nei confronti dell’euro. Siamo concentrati a mettere in campo tutto il potenziale dei nostri strumenti». I bei vecchi tempi dell’immissione di titoli tossici nei bilanci delle banche centrali sono tornati.
In generale, nel 2008 e di nuovo nel 2020, il mondo ha imparato la lezione della Grande Depressione. All’epoca l’amministrazione Hoover negli Stati Uniti, come il gabinetto di Heinrich Brüning in Germania, avevano risposto al crollo globalizzato di Wall Street implementando dure misure di austerità. Questo simultaneo taglio degli investimenti sia privati chesia pubblici provocò una spirale deflazionistica al ribasso che portò a licenziamenti di massa, seguiti da un’ulteriore riduzione della domanda aggregata, cui seguirono ulteriori licenziamenti di massa, con la disoccupazione negli Stati uniti che colpì il 24,9% della popolazione nel 1933. Come diceva il titolo del romanzo di John Fante, il 1933 fu Un anno terribile: l’austerità eliminò la maggior parte dei governi liberali al di fuori degli Stati Uniti e della Gran Bretagna e portò Hitler al potere. Ma se la lezione di non tagliare la spesa pubblica al momento della crisi è ormai appresa, ciò lascia aperte le domande su come vengono spesi i soldi e chi ne trarrà beneficio.
L’amministrazione Trump ha finora rivelato solo alcune cose contenute nel suo programma di investimenti. Prevede di includere un salvataggio di 50 miliardi di dollari del settore aereo in sofferenza e ulteriori 150 miliardi in prestiti garantiti ad altre industrie in difficoltà, nonché tagli fiscali per le grandi imprese. Inoltre, a partire da aprile, il governo degli Stati Uniti intende emettere pagamenti diretti alle famiglie americane, nonché prestiti destinati ai datori di lavoro con meno di cinquecento lavoratori per coprire sei settimane dei costi del personale, purché garantiscano di non licenziare nessuno per otto settimane.
Gli obiettivi specifici di tali pacchetti sono decisivi in termini di effetti sugli standard di vita della classe operaia e, in effetti, sul clima. Come ho già sostenuto, il pacchetto di stimolo di Obama del 2009 era caratterizzato da tre principali contraddizioni che lo distinguevano dalle misure keynesiane progressiste come quelle perseguite dal New Deal di Roosevelt, a cui pure spesso veniva paragonato.
In generale, nonostante i proclami dell’amministrazione Obama di una svolta verso il capitalismo verde e una «economia post-bolla», non fu affatto green (solo il 3,5% del totale di 787 miliardi di dollari è stato speso in ricerca e sviluppo nelle tecnologie verdi). Inoltre, non era abbastanza ambizioso (dato che si è limitato a prevenire il tracollo finanziario e la conseguente esplosione della disoccupazione di massa ai livelli degli anni '30, ma non ha assicurato che la «ripresa» evitasse il dilagare del contagio di lavori «part-time / a basso salario»). Questo pacchetto differiva fortemente dalle politiche di Roosevelt perché non conteneva programmi pubblici di occupazione per i disoccupati. Aveva una grande componente di riduzioni fiscali per il capitale, basata sull’ideologia neoliberista imperfetta secondo cui tagliare le tasse per il capitale e i ricchi porta a investimenti, occupazione e prosperità.
I limiti della politica monetaria
Insomma, dove ci porterà la crisi questa volta? Da molti punti di vista, il capitalismo globale è in condizioni peggiori rispetto alla crisi finanziaria del 2008. Le catene di approvvigionamento internazionali sono crollate. Se la crisi finanziaria globale aveva sottolineato le inefficienze dei mercati finanziari liberalizzati, questa volta, grazie a Covid-19, la crisi sta sottolineando le inefficienze del capitalismo globale caratterizzato da catene del valore transnazionali. La produzione just-in-time significa che le industrie di tutto il mondo trovano sempre più difficile gestire i propri cicli produttivi transnazionalizzati. Presumibilmente, in un paese come il Sud Africa, anche gli stuzzicadenti – precedentemente importati dalla Cina – si stanno esaurendo. La domanda è: come si sostituiscono le forniture in tali condizioni di volatilità internazionale?
La crisi del 2007-2008 ha colpito i mercati finanziari, per poi passare al settore manifatturiero e alla fine ha colpito duramente anche i lavoratori. Ciò che rende la crisi più grave questa volta è che sta colpendo le catene internazionali di fornitura – che hanno già subito un colpo a causa del tentativo di Donald Trump di tagliare la Cina dalle catene di approvvigionamento internazionali ad alta tecnologia (in particolare nei microchip utilizzati nella comunicazione mobile 5G ) – e la forza-lavoro a esse collegata. Colpisce anche i sistemi sanitari nazionali, anch’essi resi vulnerabili dalle catene transnazionalizzate. Inoltre, la crisi sta colpendo le società la cui ripresa economica in gran parte si era basata sulla diffusione di posti di lavoro precari e con bassi salari. Ad esempio, negli Stati Uniti, la Fed ha stimato che mentre il 21% di tutti i posti di lavoro persi durante la crisi globale erano nel settore dei salari bassi, il 59% di tutti i lavori di nuova creazione sono a basso salario.
Questo spiega perché negli Stati Uniti il numero di laureati tra i lavoratori a tempo pieno nel settore del fast food ha superato i tre quarti di milione. Queste aziende del settore a basso salario stanno esacerbando la diffusione di Covid-19, nella misura in cui si sono rifiutati di pagare la retribuzione per i loro lavoratori, costringendoli ad andare al lavoro. Le più grandi «aziende che mettono i profitti davanti alla salute pubblica» comprendono McDonald’s, con 517 mila lavoratori, Walmart (347 mila), Kroger (189 mila), Subway (180 mila) e Burger King (165 mila).
Tutto ciò si verifica in una situazione in cui, secondo un rapporto della Fed del maggio 2019, il 40% degli statunitensi non poteva sostenere una spesa di emergenza di 400 dollari senza prendere in prestito denaro – in altre parole, quasi la metà della popolazione è a un passo dall’essere senzatetto. Questa crisi minaccia la bancarotta per milioni di famiglie di lavoratori a basso reddito.
Lo stesso destino attende milioni di lavoratori autonomi e liberi professionisti, che essenzialmente avranno entrate pari a zero nei prossimi mesi di chiusura. Finora, sembra che solo pochi paesi, come Svezia, Norvegia e Italia, abbiano legiferato un sostegno minimo a questi gruppi vulnerabili di lavoratori; in Svezia, ad esempio, i lavoratori autonomi e quelli che lavorano a progetto possono ricevere un sussidio per malattia finanziato dal governo, sebbene per soli quattordici giorni.
Tutto ciò rende la nuova crisi potenzialmente molto peggiore del 2008, dato che il mondo sta affrontando una tripla crisi del debito che colpisce contemporaneamente il settore privato, le famiglie e gli Stati.
Allo stesso tempo, i meccanismi e le risorse statali per la gestione della crisi del capitalismo si sono andati riducendo. Innanzitutto, il quantitative easing ha sempre avuto dei limiti come strumento per stimolare investimenti, crescita e occupazione. Mentre ai sensi della regolamentazione keynesiana le banche centrali dovevano ancora salvaguardare la piena occupazione, la politica monetaria neoliberista è stata orientata a contenere l’inflazione e garantire la stabilità del valore del denaro. Ridurre i tassi di interesse delle banche centrali è stato un mezzo di ultima istanza per stimolare la crescita.
Il fatto che i tassi di interesse pari allo zero per cento (e inferiori) abbiano scarso effetto sugli investimenti, sull’occupazione e sulla crescita mette in evidenza la debolezza delle banche centrali. Come sottolinea Jeff Spross: «La banca centrale può impedire che il sistema finanziario salti, il che è sicuramente una buona cosa. Ma può fare poco per il sostentamento delle persone. Non solo è una situazione irritante e ingiusta, ma, come tutte le strategie trickle-down, ha un’importanza economica decisamente limitata». Finché la redditività del capitale globale è bassa come lo è oggi – in altre parole, finché il capitale è eccessivamente accumulato, come lo è oggi, e finché i lavoratori non possono far salire la domanda a causa dell’incapacità di fare crescere i salari – gli investimenti di capitale non avranno luogo, indipendentemente da quanto siano bassi i tassi di interesse. Il nuovo meccanismo della Fed della linea di credito diretta per le grandi imprese non cambierà la situazione.
In secondo luogo, l’ascesa dell’autoritarismo di destra in tutto il mondo e quattro anni di bilateralismo di Trump hanno gravemente danneggiato le istituzioni multilaterali, la fiducia nella cooperazione è stata sostituita dal passaggio all’unilateralismo e al nazionalismo a somma zero. La svolta dell’austerità competitiva globale ha creato un nuovo capitalismo globale in cui gli Stati hanno cercato di impadronirsi di un pezzo più grande della torta a spese dirette degli altri.
Le istituzioni che la sinistra ha giustamente criticato per decenni (come G2, G8 e G20) adesso potrebbero facilitare un coordinamento globale dei programmi nazionali di stimolo, ma sono in crisi. Tale coordinamento è tuttavia un presupposto per un’efficace gestione globale delle crisi. Poiché le idee sull’aumento del debito pubblico al fine di inviare assegni ai lavoratori sono problematiche dal punto di vista dei governi nazionali se ciò significa, ad esempio, che i lavoratori americani finiscono per acquistare prodotti non americani – cinesi o di altro tipo – aumentando l’attività economica e l’occupazione al di fuori degli Stati Uuniti. In breve, è possibile che i meccanismi di gestione delle crisi durante la crisi finanziaria globale si siano ampiamente esauriti.
Nell’Unione Europea, il nazionalismo in ripresa ha messo a dura prova la solidarietà: si può vedere, ad esempio, in Germania che all’inizio ha fermato l’esportazione di forniture mediche (già pagate) sia in Italia che in Austria. I limiti di questa solidarietà sono stati visibili quando Angela Merkel ha balenato l’idea degli Eurobond (affettuosamente conosciuti come «Corona-bond») prima di opporsi ad essi, e quando il capo della Bce Christine Lagarde ha inizialmente ipotizzato che l’Italia avrebbe potuto lasciare l’Eurozona invece di ricevere appoggio dalla Bce mediante acquisizioni di titoli di Stato.
Nel frattempo, gli Stati membri dell’Ue stanno lasciando morire i rifugiati di guerra nei campi pericolosamente sovrappopolati delle isole greche.
Il fatto che siano stati Cina, Cuba e Venezuela a venire in aiuto dell’Italia – con medici, medicine, respiratori, maschere e tutti i tipi di forniture – si aggiunge alla crisi della solidarietà europea e della sua superiorità morale nei confronti del resto del mondo. L’Fmi, tuttavia, ha pensato di ringraziare il Venezuela per il suo sostegno all’Italia negandole un prestito di emergenza di 5 miliardi di dollari necessari proprio per combattere il Coronavirus e sostenendo «la mancanza di certezza sulla legittimità del governo del presidente Nicolas Maduro».
Un’opportunità per la trasformazione
Data la profondità della crisi, non sorprende che gli Stati giochino il loro «all in». E che alcune delle posizioni possano sembrare sorprendenti, soprattutto quando provengono da politici di destra. Quando il ministro tedesco per l’economia cristiano-democratico, Peter Altmaier, ha annunciato che stava prendendo in considerazione le nazionalizzazioni, ha suscitato molta sorpresa e feedback positivi a sinistra. Su Twitter, il presidente della gioventù socialdemocratica Kevin Kühnert, che la scorsa estate aveva dichiarato di sperare di nazionalizzare la Bmw e altre società transnazionali, ha risposto che «bisognerebbe sicuramente discutere del nostro modello di economia e di come lavoriamo». Tuttavia, ha aggiunto, che questo non è «il momento degli ululati di trionfo. Esclamare ora ‘l’avevo detto’ sarebbe segno di mentalità ristretta».
La questione delle nazionalizzazioni è ovviamente tornata all’ordine del giorno, anche nell’agenda degli economisti tradizionali. Ma ci sono nazionalizzazioni e nazionalizzazioni. A ben guardare, interventi del genere sono abbastanza comuni come misure statali per proteggere le imprese ogni volta che il capitalismo è in crisi. Non sono queste le nazionalizzazioni che i socialisti propongono (basate sulla gestione dell’economia per il bene pubblico, non sui profitti), per non parlare delle socializzazioni per democratizzare l’economia. Queste nazionalizzazioni seguono il solito schema del capitalismo: «Socializzare le perdite, privatizzare i (guadagni come i) profitti».
L’idea alla base di tali nazionalizzazioni è che, con i suoi «fondi illimitati» (ricavati da fondi pensione pubblici e tassando ciò che i lavoratori portano a casa con i salari), lo Stato fornisce garanzie, progettate per impedire agli investitori di capitale di ritirarsi dagli investimenti durante i crolli del mercato azionario come quelli che abbiamo appena vissuto. L’obiettivo è stabilizzare le società sui mercati finanziari in modo che non entrino in crisi di liquidità, seguite da licenziamenti di massa, poi da una riduzione della domanda aggregata, poi da una contrazione degli investimenti, seguita ancora da licenziamenti.
Come riconosce l’economista tedesco Jens Suedekum, il crollo delle entrate mette le aziende davanti alla prospettiva del fallimento, ed è solo in questo momento specifico che le nazionalizzazioni entrano in gioco come ultima risorsa. Inoltre, nel caso di Altmaier, questi suggerimenti sono parte integrante della nuova strategia industriale della Commissione tedesca e dell’Ue – fortemente intrecciata con la militarizzazione dell’Ue – di creare «campioni» nazionali (o europei) in grado di sfidare la Cina emergente e iper-competitiva.
Abbiamo visto questo tipo di nazionalizzazione nella crisi finanziaria globale, dopo il 2007. I governi le hanno usate strettamente a favore delle imprese e non dei lavoratori. Solo un esempio: nel 2009, due delle tre grandi case automobilistiche degli Stati Uniti erano essenzialmente nazionalizzate perché in difficoltà. Le loro difficoltà furono accentuate dal fatto che avevano spostato la produzione verso i più redditizi Suv, visto che i prezzi della benzina erano bassi. Quando improvvisamente, durante le turbolenze della guerra in Iraq, il prezzo del greggio è salito alle stelle, queste compagnie hanno avuto grossi problemi. Barack Obama ha quindi disposto le nazionalizzazioni, ma le ha perseguite con quello che ha definito un «approccio a mani libere». Ciò significava che, nonostante i proclami ecologisti, sostanzialmente non vi era alcun intervento nelle decisioni di investimento di queste società, sebbene ovviamente non fossero né economicamente né ecologicamente sostenibili. Obama non è intervenuto neanche sulle nomine dei dirigenti, nonostante avessero preso decisioni chiaramente sbagliate. L’unico ad andare via è stato il Ceo di General Motors Rick Wagoner.
Obama è intervenuto con forza è in nome della competitività globale. Con l’accordo del sindacato dei lavoratori automobilistici, i salari per tutti i nuovi assunti sono stati dimezzati. Il concetto è uguale al Fiscal Compact dell’Ue e al Memorandum of Understanding con la Grecia: «svalutazione interna» dei costi e dei salari per il capitale al fine di ottenere una quota globale più ampia di un’industria generalmente in sovra-accumulo e guadagnare una via d’uscita dalla crisi globale.
Il punto è che queste nazionalizzazioni, se arrivano, sono un’opportunità, poiché ogni crisi è sempre un’opportunità e un pericolo sia per la borghesia che per le classi lavoratrici. Ma perché ne tragga benefici la classe lavoratrice e per aiutare a prevenire l’imminente catastrofe climatica, la sinistra deve spingere in avanti in modo che questi interventi siano resi permanenti e che siano vincolati a vasti programmi di trasformazione socio-ecologica.
La crisi del Coronavirus è, in un certo senso, un’opportunità per la sinistra per strappare un’agenda radicale in grado di affrontare contemporaneamente le varie dimensioni della crisi. Dopo la crisi del 2008, le classi economiche e politiche dominanti hanno finito per attuare politiche di svalutazione interna come strategie di uscita. La sinistra, invece, deve spingere per una rivalutazione verso l’alto, che ponga al centro il sostentamento dei lavoratori e la lotta ai cambiamenti climatici e, in particolare, rimetta all’ordine del giorno le nazionalizzazioni progressiste. Il clamoroso fallimento del «mercato autoregolamentato» diventa un disastro quando il capitalismo è «sano». Crea enormi disparità economiche e disparità regionali e conduce alla crisi attuale. Eppure, durante questi momenti di crisi, il mercato distrugge letteralmente la società e minaccia di uccidere vaste aree della classe operaia. Ciò evidenzia che per proteggere il bene comune, il mercato capitalista deve essere superato. E questo è ciò che l’attuale crisi rivela a milioni di persone in tutto il mondo.
E siccome le crisi sono opportunità, fu l’influenza spagnola del 1918 a facilitare la creazione dello stato sociale svedese. L’interruzione delle catene di fornitura internazionali dovuta a Covid-19 porta con sé l’opportunità di utilizzare questo piano della globalizzazione per far avanzare modelli più sostenibili, inclusa la ri-localizzazione della produzione in una de-globalizzazione selettiva. La crisi ci sta dimostrando quanto siano vulnerabili i servizi pubblici e come falliscano fintanto che la fornitura di assistenza sanitaria dipende dalle importazioni di tutti i tipi di forniture mediche da tutto il mondo. Inoltre, la necessità di ri-localizzare l’economia al fine di far fronte alle ricadute della crisi Covid-19 ha creato conversioni di emergenza di industrie che potrebbero fare impallidire il caso del riutilizzo degli impianti automobilistici statunitensi per costruire carri armati durante la Seconda guerra mondiale.
Oggi queste conversioni ridistribuiranno la produzione per il bene comune, aprendo lo spazio a nuovi dibattiti su come convertire l’industria automobilistica in modi sociali ed ecologici nella nostra lotta contro il cambiamento climatico. Naturalmente, queste misure sono all’opposto del marchio di re-localizzazione strategica del ministro tedesco Altmaier, parte della nuova strategia industriale dell’Ue di autarchia selettiva come mezzo per competere con la Cina.
Tuttavia, la crisi ha creato aperture storiche. Il compito della sinistra è vederle, afferrarle e spingerle. E mentre è in gioco la sopravvivenza della razza umana, il superamento del mercato capitalista dovrà includere nazionalizzazioni progressive, incluso il settore finanziario, come requisito minimo per il controllo degli investimenti socio-ecologici. Questa crisi mostra già ciò che è possibile in altre aree. Il governo di sinistra della Spagna ha appena legiferato sull’acquisizione di tutti gli ospedali privati e a scopo di lucro: finora è una richiesta temporanea, non una nazionalizzazione. Ma se queste manovre per far fronte alla crisi diventano permanenti, possono rappresentare un passo verso una società che non assecondi gli interessi del capitale ma faccia il bene della maggioranza dei lavoratori e del clima.
Fonte
I contenuti ci sono, ma gli attori sociali e politici che dovrebbero farsene carico non vengono nemmeno menzionati...
Negli Stati Uniti annunciano la maggiore manovra economica dal dopoguerra. In Europa viene sospeso il Patto di stabilità. Ma c'è il rischio che tutto ciò serva di nuovo a rafforzare i profitti
La crisi finanziaria del 2007-2008 – che è poi diventata un crollo globale e avrebbe dovuto essere la crisi del big bang – doveva essere un evento irripetibile. Eppure eccoci di nuovo qui. La scorsa settimana, economisti mainstream di Harvard come Kenneth Rogoff e Pankaj Mishra erano convinti che il mondo fosse già entrato in una nuova crisi economica globale. Interrompendo in modo massiccio le catene di approvvigionamento internazionali, la globalizzazione del Covid-19 ha chiaramente accelerato la recessione. Bisogna sottolineare la parola «accelerato». Già alla fine del 2019 gli indicatori – dalla crescita del Pil alla redditività del capitale fino al volume delle ore di lavoro – indicavano che stava arrivando la recessione. In Germania lo scorso anno c’è stata la crescita più bassa dal 2009. I licenziamenti di massa nell’industria automobilistica globale non erano più solo risultati dell’automatizzazione o della transizione alla mobilità elettrica, erano collegati a un più ampio crollo dell’attività economica.
La chiusura a causa del Coronavirus ha fatto capire che il mondo è tornato nel tipo di situazione che ha dovuto affrontare nel 2008. Nella seconda settimana di marzo, i mercati azionari sono crollati: dal 4 al 18 marzo, l’indice Dow Jones è sceso da 27.091 a 19.899 punti e il Dax tedesco da 12.128 a 8.442. Mentre economisti pro-labour come Stephan Kaufmann hanno chiesto la chiusura delle borse per arrestare la volatilità e la spirale al ribasso indotta dal panico (simile alla crisi asiatica del 1997 o allo schianto dell’11 settembre 2001), Wall Street ha richiesto subito «iniezioni shock» per arrestare l’impatto economico.
Proprio come dopo la crisi finanziaria globale del 2008, quando ci furono grandi lotte per gli effetti sociali della crisi, lo stesso è prevedibile per gli anni a venire. Le soluzioni, inoltre, dovranno tenere conto delle crisi che riguardano l’economia, la riproduzione sociale, la coesione sociale, la democrazia, l’ordine mondiale e il clima. Quindi cosa succederà dipende molto dalla capacità dei movimenti dei lavoratori in tutto il mondo di trasformare questa crisi in un’opportunità di radicali cambiamenti sociali ed ecologici.
Come ogni crisi del capitalismo grande e organica, quella attuale presenta molti pericoli e non è solo un’«opportunità». La borghesia si è dimostrata in grado di usare la crisi del 2008 per rafforzare il neoliberismo – non solo spogliando lo Stato, ma usandolo per incrementare il proprio potere. La breve rinascita keynesiana del 2008-2009 venne sostituita da una svolta di austerità quasi globale, spostando ulteriormente i rapporti di forza tra capitale e lavoro a favore del capitale.
Tornando al 2020, l’interruzione delle catene di approvvigionamento internazionali a causa del parziale blocco produttivo in Cina ha già creato gravi problemi nella sfera industriale, data la vulnerabilità della produzione just-in-time agli shock esterni. Le aziende del settore logistico del capitalismo globale sono entrate in una crisi profonda: il trasporto marittimo e le compagnie aeree sono sull’orlo della bancarotta e hanno già richiesto salvataggi statali. La chiusura a causa del Coronavirus sta spingendo verso il fallimento anche le società di vendita al dettaglio e commerciali. Stefan Genth, Ceo della Federal Retail Association tedesca, fa sapere di aver calcolato le perdite causate dalla chiusura del settore in 1,15 miliardi di euro. Ha annunciato un’ondata di fallimenti entro le prossime quattro settimane, in particolare nel settore tessile e dei beni commerciali durevoli.
La domanda, quindi, è chi pagherà questa crisi: se assisteremo al salvataggio della classe operaia o a quello di industrie e società finanziarie in difficoltà. All’indomani della crisi finanziaria globale del 2007-2008, divenne chiaro che sarebbero stati i lavoratori a pagare, sotto forma di austerità. I costi economici della crisi avevano assunto la forma di «svalutazione interna», tagliando costi e salari in nome della «competitività». In molti luoghi di lavoro, ciò ha comportato la revisione degli accordi di contrattazione collettiva e dei salari minimi, nonché tagli alle pensioni pubbliche, alle prestazioni sociali, all’istruzione pubblica e alle prestazioni sanitarie. Ciò ha implicato anche la riduzione del numero di letti di terapia intensiva negli ospedali pubblici, cosa che stiamo pagando mentre si sviluppa la crisi Covid-19 con migliaia di persone vulnerabili e anziane che muoiono.
Misure di stimolo, ma di che tipo?
Come hanno risposto i governi finora? Temendo, come il governo degli Stati Uniti, che la disoccupazione salirà alle stelle fino al 20% – e con l’Organizzazione internazionale del lavoro che avverte che la disoccupazione globale aumenterà di altri 24,7 milioni – i governi hanno risposto rapidamente con misure di salvataggio. Proprio come nel 2008, molti a sinistra hanno accolto con favore queste azioni per porre fine al neoliberismo, semplicemente perché le regole sul «pareggio di bilancio» sono state messe da parte.
Il solo fatto che gli Stati stiano muovendo denaro per fronteggiare la crisi non significa che il neoliberismo sia finito. Nel 2008, l’Economist ha affermato che durante la crisi non bisogna essere «spilorci», ma a questa dovrebbe seguire una rigorosa austerità una volta che la crisi «sarà finita». In altre parole, prima lo Stato dovrebbe socializzare le perdite, poi si tratterebbe di far pagare la classe lavoratrice per il debito delle imprese e i salvataggi bancari.
Finora, le risposte degli Stati alla crisi attuale hanno ampiamente seguito il modello del 2008. L’azione dello Stato è stata particolarmente rapida nella politica monetaria. Di solito, ciò ha implicato abbassare i tassi di interesse al fine di stimolare gli investimenti e la crescita, in base alla saggezza neoliberista che i capitalisti investiranno finché il denaro avrà bassi tassi d’interesse e la liquidità verrà preservata. Da qui la serie di misure di quantitative easing. Tuttavia, gli Stati non si limitano a seguire il modello del 2008, ma utilizzano meccanismi specifici derivanti da quella crisi.
Lo vediamo nel meccanismo implementato dalla Federal Reserve, che ora può elargire direttamente prestiti alle imprese capitaliste. Nel 2008, la Fed ha abbassato i tassi di interesse vicini allo zero per stimolare l’attività economica. Tuttavia, sulla base delle stime razionali del rischio di prestito a fronte di crescita stagnante, bassa redditività e volatilità economica, le banche commerciali non hanno trasmesso questi bassi tassi di interesse alle imprese, provocando una stretta creditizia e una crisi di liquidità. Per evitare che ciò accada ancora, il nuovo sistema elude le banche commerciali.
Ma un meccanismo simile, con la Fed che dispone di linee di credito dirette verso le imprese, ha anche un forte orientamento di classe. Fornisce denaro a basso costo per le grandi imprese, mentre le linee di credito si bloccano per i lavoratori, i lavoratori autonomi e i proprietari di piccole imprese che devono ancora cercare credito dalle banche commerciali avverse al rischio. In altre parole, la Fed sta perseguendo una politica di salvataggio per Wall Street a spese di Main Street. E questo salvataggio, risuonato in Gran Bretagna con un programma di garanzie di prestito di 300 miliardi di sterline per le imprese, è costoso. Il volume di questa massa di prestiti della Federal Reserve è stimato tra 700 miliardi e 1,5 trilioni di dollari.
Inoltre, il segretario al tesoro Steve Mnuchin, ex gestore di hedge fund di Wall Street e noto come il «re dei pignoramenti», ha annunciato il 17 marzo che il governo degli Stati Uniti avrebbe ripristinato il Primary Dealer Credit Facility (Pdcf). Prima di lui, Earlier, gli ex capi della Fed Ben Bernanke e Janet Yellen hanno unito le forze in un editoriale pubblicato sul Financial Times e sollecitato l’amministrazione Trump e il presidente della Fed Jerome Powell a proseguire tale azione. Nel 2008, il Pdcf ha visto il governo acquistare beni tossici da banche di investimento private e a scopo di lucro, che i banchieri di Wall Street hanno imparato ad apprezzare sotto la formula «Soldi in cambio di spazzatura».
Questa volta, Bernanke e Yellen hanno sostenuto che lo Stato dovrebbe acquistare «debiti societari classificati come investment grade» al fine di «aiutare a far ripartire la parte del mercato del debito societario sottoposta a tensioni rilevanti». Nel 2008, il governo ha sostenuto che tali acquisizioni fossero prestiti temporanei. I beni dovevano essere restituiti alle aziende di Wall Street una volta passata la buriana. L’argomento era che questi prestiti, emessi per un ammontare di 8,95 trilioni di dollari, avrebbero favorito i lavoratori e le compagnie americane.
Tuttavia, in realtà, almeno il 64% di quella somma (5,7 trilioni di dollari) è andato alle maggiori banche di Wall Street, come Citigroup, Morgan Stanley e Merrill Lynch, che avevano sfruttato le deregolamentazioni finanziarie per operazioni ad alto rischio e per il trading di derivati, per poi ricattare lo Stato chiedendo salvataggi bancari in quanto «Too big to fail». La maggior parte del denaro è stato utilizzato non per stimolare, ma piuttosto per aumentare la centralizzazione e la concentrazione del capitale attraverso fusioni e acquisizioni di banche più piccole, nonché pagamenti di bonus che giustamente oltraggiano il pubblico.
Gli economisti neoclassici e i liberali di destra – come Ron «Basta con la Fed» Paul – suggerirono che queste banche dovevano essere lasciate morire. Ma erano davvero diventate «troppo grandi per fallire» – e lasciarle crollare avrebbe provocato un tracollo finanziario con conseguenze orribili. Tuttavia, le azioni dello Stato hanno aiutato le banche a diventare ancora più grandi, garantendo che, dopo questo ricatto riuscito, da ora in poi avrebbero potuto contare su futuri salvataggi. Qui, vediamo che le banche che sono «troppo grandi per fallire» sono anche «troppo grandi per essere privatizzate». L’attuale crisi dimostra in modo sorprendente che se queste banche fossero state pubbliche avrebbero consentito agli Stati di dirigere gli investimenti verso finalità di pubblico interesse, ad esempio finanziando conversioni industriali e trasformazioni socio-ecologiche.
Ora, l’amministrazione Trump ha presentato un pacchetto di 1 trilione di dollari, oltre 200 miliardi in più rispetto all’American Recovery and Reinvestment Act del gennaio 2009 che era stato il più grande piano di investimenti nella storia degli Stati Uniti dal dopoguerra. Allo stesso modo, il governo tedesco ha annunciato che avvierà un programma di investimenti fino a 500 miliardi di euro attraverso la sua banca statale KfW. La Banca centrale europea (Bce) ha annunciato il 19 marzo che comprerà titoli sul mercato per un valore di 750 miliardi di euro entro la fine del 2020 alla fine di fermare il tracollo finanziario – anzi, investendo «quante (risorse) richieste, per tutto il tempo necessario». Christine Lagarde, presidente della Bce, ha aggiunto su Twitter: «Tempi straordinari chiedono attenzione straordinaria. Non ci sono limiti al nostro impegno nei confronti dell’euro. Siamo concentrati a mettere in campo tutto il potenziale dei nostri strumenti». I bei vecchi tempi dell’immissione di titoli tossici nei bilanci delle banche centrali sono tornati.
In generale, nel 2008 e di nuovo nel 2020, il mondo ha imparato la lezione della Grande Depressione. All’epoca l’amministrazione Hoover negli Stati Uniti, come il gabinetto di Heinrich Brüning in Germania, avevano risposto al crollo globalizzato di Wall Street implementando dure misure di austerità. Questo simultaneo taglio degli investimenti sia privati chesia pubblici provocò una spirale deflazionistica al ribasso che portò a licenziamenti di massa, seguiti da un’ulteriore riduzione della domanda aggregata, cui seguirono ulteriori licenziamenti di massa, con la disoccupazione negli Stati uniti che colpì il 24,9% della popolazione nel 1933. Come diceva il titolo del romanzo di John Fante, il 1933 fu Un anno terribile: l’austerità eliminò la maggior parte dei governi liberali al di fuori degli Stati Uniti e della Gran Bretagna e portò Hitler al potere. Ma se la lezione di non tagliare la spesa pubblica al momento della crisi è ormai appresa, ciò lascia aperte le domande su come vengono spesi i soldi e chi ne trarrà beneficio.
L’amministrazione Trump ha finora rivelato solo alcune cose contenute nel suo programma di investimenti. Prevede di includere un salvataggio di 50 miliardi di dollari del settore aereo in sofferenza e ulteriori 150 miliardi in prestiti garantiti ad altre industrie in difficoltà, nonché tagli fiscali per le grandi imprese. Inoltre, a partire da aprile, il governo degli Stati Uniti intende emettere pagamenti diretti alle famiglie americane, nonché prestiti destinati ai datori di lavoro con meno di cinquecento lavoratori per coprire sei settimane dei costi del personale, purché garantiscano di non licenziare nessuno per otto settimane.
Gli obiettivi specifici di tali pacchetti sono decisivi in termini di effetti sugli standard di vita della classe operaia e, in effetti, sul clima. Come ho già sostenuto, il pacchetto di stimolo di Obama del 2009 era caratterizzato da tre principali contraddizioni che lo distinguevano dalle misure keynesiane progressiste come quelle perseguite dal New Deal di Roosevelt, a cui pure spesso veniva paragonato.
In generale, nonostante i proclami dell’amministrazione Obama di una svolta verso il capitalismo verde e una «economia post-bolla», non fu affatto green (solo il 3,5% del totale di 787 miliardi di dollari è stato speso in ricerca e sviluppo nelle tecnologie verdi). Inoltre, non era abbastanza ambizioso (dato che si è limitato a prevenire il tracollo finanziario e la conseguente esplosione della disoccupazione di massa ai livelli degli anni '30, ma non ha assicurato che la «ripresa» evitasse il dilagare del contagio di lavori «part-time / a basso salario»). Questo pacchetto differiva fortemente dalle politiche di Roosevelt perché non conteneva programmi pubblici di occupazione per i disoccupati. Aveva una grande componente di riduzioni fiscali per il capitale, basata sull’ideologia neoliberista imperfetta secondo cui tagliare le tasse per il capitale e i ricchi porta a investimenti, occupazione e prosperità.
I limiti della politica monetaria
Insomma, dove ci porterà la crisi questa volta? Da molti punti di vista, il capitalismo globale è in condizioni peggiori rispetto alla crisi finanziaria del 2008. Le catene di approvvigionamento internazionali sono crollate. Se la crisi finanziaria globale aveva sottolineato le inefficienze dei mercati finanziari liberalizzati, questa volta, grazie a Covid-19, la crisi sta sottolineando le inefficienze del capitalismo globale caratterizzato da catene del valore transnazionali. La produzione just-in-time significa che le industrie di tutto il mondo trovano sempre più difficile gestire i propri cicli produttivi transnazionalizzati. Presumibilmente, in un paese come il Sud Africa, anche gli stuzzicadenti – precedentemente importati dalla Cina – si stanno esaurendo. La domanda è: come si sostituiscono le forniture in tali condizioni di volatilità internazionale?
La crisi del 2007-2008 ha colpito i mercati finanziari, per poi passare al settore manifatturiero e alla fine ha colpito duramente anche i lavoratori. Ciò che rende la crisi più grave questa volta è che sta colpendo le catene internazionali di fornitura – che hanno già subito un colpo a causa del tentativo di Donald Trump di tagliare la Cina dalle catene di approvvigionamento internazionali ad alta tecnologia (in particolare nei microchip utilizzati nella comunicazione mobile 5G ) – e la forza-lavoro a esse collegata. Colpisce anche i sistemi sanitari nazionali, anch’essi resi vulnerabili dalle catene transnazionalizzate. Inoltre, la crisi sta colpendo le società la cui ripresa economica in gran parte si era basata sulla diffusione di posti di lavoro precari e con bassi salari. Ad esempio, negli Stati Uniti, la Fed ha stimato che mentre il 21% di tutti i posti di lavoro persi durante la crisi globale erano nel settore dei salari bassi, il 59% di tutti i lavori di nuova creazione sono a basso salario.
Questo spiega perché negli Stati Uniti il numero di laureati tra i lavoratori a tempo pieno nel settore del fast food ha superato i tre quarti di milione. Queste aziende del settore a basso salario stanno esacerbando la diffusione di Covid-19, nella misura in cui si sono rifiutati di pagare la retribuzione per i loro lavoratori, costringendoli ad andare al lavoro. Le più grandi «aziende che mettono i profitti davanti alla salute pubblica» comprendono McDonald’s, con 517 mila lavoratori, Walmart (347 mila), Kroger (189 mila), Subway (180 mila) e Burger King (165 mila).
Tutto ciò si verifica in una situazione in cui, secondo un rapporto della Fed del maggio 2019, il 40% degli statunitensi non poteva sostenere una spesa di emergenza di 400 dollari senza prendere in prestito denaro – in altre parole, quasi la metà della popolazione è a un passo dall’essere senzatetto. Questa crisi minaccia la bancarotta per milioni di famiglie di lavoratori a basso reddito.
Lo stesso destino attende milioni di lavoratori autonomi e liberi professionisti, che essenzialmente avranno entrate pari a zero nei prossimi mesi di chiusura. Finora, sembra che solo pochi paesi, come Svezia, Norvegia e Italia, abbiano legiferato un sostegno minimo a questi gruppi vulnerabili di lavoratori; in Svezia, ad esempio, i lavoratori autonomi e quelli che lavorano a progetto possono ricevere un sussidio per malattia finanziato dal governo, sebbene per soli quattordici giorni.
Tutto ciò rende la nuova crisi potenzialmente molto peggiore del 2008, dato che il mondo sta affrontando una tripla crisi del debito che colpisce contemporaneamente il settore privato, le famiglie e gli Stati.
Allo stesso tempo, i meccanismi e le risorse statali per la gestione della crisi del capitalismo si sono andati riducendo. Innanzitutto, il quantitative easing ha sempre avuto dei limiti come strumento per stimolare investimenti, crescita e occupazione. Mentre ai sensi della regolamentazione keynesiana le banche centrali dovevano ancora salvaguardare la piena occupazione, la politica monetaria neoliberista è stata orientata a contenere l’inflazione e garantire la stabilità del valore del denaro. Ridurre i tassi di interesse delle banche centrali è stato un mezzo di ultima istanza per stimolare la crescita.
Il fatto che i tassi di interesse pari allo zero per cento (e inferiori) abbiano scarso effetto sugli investimenti, sull’occupazione e sulla crescita mette in evidenza la debolezza delle banche centrali. Come sottolinea Jeff Spross: «La banca centrale può impedire che il sistema finanziario salti, il che è sicuramente una buona cosa. Ma può fare poco per il sostentamento delle persone. Non solo è una situazione irritante e ingiusta, ma, come tutte le strategie trickle-down, ha un’importanza economica decisamente limitata». Finché la redditività del capitale globale è bassa come lo è oggi – in altre parole, finché il capitale è eccessivamente accumulato, come lo è oggi, e finché i lavoratori non possono far salire la domanda a causa dell’incapacità di fare crescere i salari – gli investimenti di capitale non avranno luogo, indipendentemente da quanto siano bassi i tassi di interesse. Il nuovo meccanismo della Fed della linea di credito diretta per le grandi imprese non cambierà la situazione.
In secondo luogo, l’ascesa dell’autoritarismo di destra in tutto il mondo e quattro anni di bilateralismo di Trump hanno gravemente danneggiato le istituzioni multilaterali, la fiducia nella cooperazione è stata sostituita dal passaggio all’unilateralismo e al nazionalismo a somma zero. La svolta dell’austerità competitiva globale ha creato un nuovo capitalismo globale in cui gli Stati hanno cercato di impadronirsi di un pezzo più grande della torta a spese dirette degli altri.
Le istituzioni che la sinistra ha giustamente criticato per decenni (come G2, G8 e G20) adesso potrebbero facilitare un coordinamento globale dei programmi nazionali di stimolo, ma sono in crisi. Tale coordinamento è tuttavia un presupposto per un’efficace gestione globale delle crisi. Poiché le idee sull’aumento del debito pubblico al fine di inviare assegni ai lavoratori sono problematiche dal punto di vista dei governi nazionali se ciò significa, ad esempio, che i lavoratori americani finiscono per acquistare prodotti non americani – cinesi o di altro tipo – aumentando l’attività economica e l’occupazione al di fuori degli Stati Uuniti. In breve, è possibile che i meccanismi di gestione delle crisi durante la crisi finanziaria globale si siano ampiamente esauriti.
Nell’Unione Europea, il nazionalismo in ripresa ha messo a dura prova la solidarietà: si può vedere, ad esempio, in Germania che all’inizio ha fermato l’esportazione di forniture mediche (già pagate) sia in Italia che in Austria. I limiti di questa solidarietà sono stati visibili quando Angela Merkel ha balenato l’idea degli Eurobond (affettuosamente conosciuti come «Corona-bond») prima di opporsi ad essi, e quando il capo della Bce Christine Lagarde ha inizialmente ipotizzato che l’Italia avrebbe potuto lasciare l’Eurozona invece di ricevere appoggio dalla Bce mediante acquisizioni di titoli di Stato.
Nel frattempo, gli Stati membri dell’Ue stanno lasciando morire i rifugiati di guerra nei campi pericolosamente sovrappopolati delle isole greche.
Il fatto che siano stati Cina, Cuba e Venezuela a venire in aiuto dell’Italia – con medici, medicine, respiratori, maschere e tutti i tipi di forniture – si aggiunge alla crisi della solidarietà europea e della sua superiorità morale nei confronti del resto del mondo. L’Fmi, tuttavia, ha pensato di ringraziare il Venezuela per il suo sostegno all’Italia negandole un prestito di emergenza di 5 miliardi di dollari necessari proprio per combattere il Coronavirus e sostenendo «la mancanza di certezza sulla legittimità del governo del presidente Nicolas Maduro».
Un’opportunità per la trasformazione
Data la profondità della crisi, non sorprende che gli Stati giochino il loro «all in». E che alcune delle posizioni possano sembrare sorprendenti, soprattutto quando provengono da politici di destra. Quando il ministro tedesco per l’economia cristiano-democratico, Peter Altmaier, ha annunciato che stava prendendo in considerazione le nazionalizzazioni, ha suscitato molta sorpresa e feedback positivi a sinistra. Su Twitter, il presidente della gioventù socialdemocratica Kevin Kühnert, che la scorsa estate aveva dichiarato di sperare di nazionalizzare la Bmw e altre società transnazionali, ha risposto che «bisognerebbe sicuramente discutere del nostro modello di economia e di come lavoriamo». Tuttavia, ha aggiunto, che questo non è «il momento degli ululati di trionfo. Esclamare ora ‘l’avevo detto’ sarebbe segno di mentalità ristretta».
La questione delle nazionalizzazioni è ovviamente tornata all’ordine del giorno, anche nell’agenda degli economisti tradizionali. Ma ci sono nazionalizzazioni e nazionalizzazioni. A ben guardare, interventi del genere sono abbastanza comuni come misure statali per proteggere le imprese ogni volta che il capitalismo è in crisi. Non sono queste le nazionalizzazioni che i socialisti propongono (basate sulla gestione dell’economia per il bene pubblico, non sui profitti), per non parlare delle socializzazioni per democratizzare l’economia. Queste nazionalizzazioni seguono il solito schema del capitalismo: «Socializzare le perdite, privatizzare i (guadagni come i) profitti».
L’idea alla base di tali nazionalizzazioni è che, con i suoi «fondi illimitati» (ricavati da fondi pensione pubblici e tassando ciò che i lavoratori portano a casa con i salari), lo Stato fornisce garanzie, progettate per impedire agli investitori di capitale di ritirarsi dagli investimenti durante i crolli del mercato azionario come quelli che abbiamo appena vissuto. L’obiettivo è stabilizzare le società sui mercati finanziari in modo che non entrino in crisi di liquidità, seguite da licenziamenti di massa, poi da una riduzione della domanda aggregata, poi da una contrazione degli investimenti, seguita ancora da licenziamenti.
Come riconosce l’economista tedesco Jens Suedekum, il crollo delle entrate mette le aziende davanti alla prospettiva del fallimento, ed è solo in questo momento specifico che le nazionalizzazioni entrano in gioco come ultima risorsa. Inoltre, nel caso di Altmaier, questi suggerimenti sono parte integrante della nuova strategia industriale della Commissione tedesca e dell’Ue – fortemente intrecciata con la militarizzazione dell’Ue – di creare «campioni» nazionali (o europei) in grado di sfidare la Cina emergente e iper-competitiva.
Abbiamo visto questo tipo di nazionalizzazione nella crisi finanziaria globale, dopo il 2007. I governi le hanno usate strettamente a favore delle imprese e non dei lavoratori. Solo un esempio: nel 2009, due delle tre grandi case automobilistiche degli Stati Uniti erano essenzialmente nazionalizzate perché in difficoltà. Le loro difficoltà furono accentuate dal fatto che avevano spostato la produzione verso i più redditizi Suv, visto che i prezzi della benzina erano bassi. Quando improvvisamente, durante le turbolenze della guerra in Iraq, il prezzo del greggio è salito alle stelle, queste compagnie hanno avuto grossi problemi. Barack Obama ha quindi disposto le nazionalizzazioni, ma le ha perseguite con quello che ha definito un «approccio a mani libere». Ciò significava che, nonostante i proclami ecologisti, sostanzialmente non vi era alcun intervento nelle decisioni di investimento di queste società, sebbene ovviamente non fossero né economicamente né ecologicamente sostenibili. Obama non è intervenuto neanche sulle nomine dei dirigenti, nonostante avessero preso decisioni chiaramente sbagliate. L’unico ad andare via è stato il Ceo di General Motors Rick Wagoner.
Obama è intervenuto con forza è in nome della competitività globale. Con l’accordo del sindacato dei lavoratori automobilistici, i salari per tutti i nuovi assunti sono stati dimezzati. Il concetto è uguale al Fiscal Compact dell’Ue e al Memorandum of Understanding con la Grecia: «svalutazione interna» dei costi e dei salari per il capitale al fine di ottenere una quota globale più ampia di un’industria generalmente in sovra-accumulo e guadagnare una via d’uscita dalla crisi globale.
Il punto è che queste nazionalizzazioni, se arrivano, sono un’opportunità, poiché ogni crisi è sempre un’opportunità e un pericolo sia per la borghesia che per le classi lavoratrici. Ma perché ne tragga benefici la classe lavoratrice e per aiutare a prevenire l’imminente catastrofe climatica, la sinistra deve spingere in avanti in modo che questi interventi siano resi permanenti e che siano vincolati a vasti programmi di trasformazione socio-ecologica.
La crisi del Coronavirus è, in un certo senso, un’opportunità per la sinistra per strappare un’agenda radicale in grado di affrontare contemporaneamente le varie dimensioni della crisi. Dopo la crisi del 2008, le classi economiche e politiche dominanti hanno finito per attuare politiche di svalutazione interna come strategie di uscita. La sinistra, invece, deve spingere per una rivalutazione verso l’alto, che ponga al centro il sostentamento dei lavoratori e la lotta ai cambiamenti climatici e, in particolare, rimetta all’ordine del giorno le nazionalizzazioni progressiste. Il clamoroso fallimento del «mercato autoregolamentato» diventa un disastro quando il capitalismo è «sano». Crea enormi disparità economiche e disparità regionali e conduce alla crisi attuale. Eppure, durante questi momenti di crisi, il mercato distrugge letteralmente la società e minaccia di uccidere vaste aree della classe operaia. Ciò evidenzia che per proteggere il bene comune, il mercato capitalista deve essere superato. E questo è ciò che l’attuale crisi rivela a milioni di persone in tutto il mondo.
E siccome le crisi sono opportunità, fu l’influenza spagnola del 1918 a facilitare la creazione dello stato sociale svedese. L’interruzione delle catene di fornitura internazionali dovuta a Covid-19 porta con sé l’opportunità di utilizzare questo piano della globalizzazione per far avanzare modelli più sostenibili, inclusa la ri-localizzazione della produzione in una de-globalizzazione selettiva. La crisi ci sta dimostrando quanto siano vulnerabili i servizi pubblici e come falliscano fintanto che la fornitura di assistenza sanitaria dipende dalle importazioni di tutti i tipi di forniture mediche da tutto il mondo. Inoltre, la necessità di ri-localizzare l’economia al fine di far fronte alle ricadute della crisi Covid-19 ha creato conversioni di emergenza di industrie che potrebbero fare impallidire il caso del riutilizzo degli impianti automobilistici statunitensi per costruire carri armati durante la Seconda guerra mondiale.
Oggi queste conversioni ridistribuiranno la produzione per il bene comune, aprendo lo spazio a nuovi dibattiti su come convertire l’industria automobilistica in modi sociali ed ecologici nella nostra lotta contro il cambiamento climatico. Naturalmente, queste misure sono all’opposto del marchio di re-localizzazione strategica del ministro tedesco Altmaier, parte della nuova strategia industriale dell’Ue di autarchia selettiva come mezzo per competere con la Cina.
Tuttavia, la crisi ha creato aperture storiche. Il compito della sinistra è vederle, afferrarle e spingerle. E mentre è in gioco la sopravvivenza della razza umana, il superamento del mercato capitalista dovrà includere nazionalizzazioni progressive, incluso il settore finanziario, come requisito minimo per il controllo degli investimenti socio-ecologici. Questa crisi mostra già ciò che è possibile in altre aree. Il governo di sinistra della Spagna ha appena legiferato sull’acquisizione di tutti gli ospedali privati e a scopo di lucro: finora è una richiesta temporanea, non una nazionalizzazione. Ma se queste manovre per far fronte alla crisi diventano permanenti, possono rappresentare un passo verso una società che non assecondi gli interessi del capitale ma faccia il bene della maggioranza dei lavoratori e del clima.
Fonte
I contenuti ci sono, ma gli attori sociali e politici che dovrebbero farsene carico non vengono nemmeno menzionati...
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