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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/11/2025

Socialismo digitale in Cina: innovazione e percorsi abilitati dalla tecnologia

Nell’attuale contesto storico dominato da un’ondata globale di digitalizzazione, le tecnologie digitali stanno penetrando in ogni angolo della società con una profondità e una ampiezza senza precedenti, trasformando radicalmente i modi di produzione e di vita delle persone.

Il Rapporto sul lavoro 2025 del governo propone di stimolare la vitalità innovativa dell’economia digitale, integrando meglio le tecnologie digitali con i vantaggi manifatturieri e di mercato.

Dai big data che abbinano con precisione domanda e offerta, al cloud computing che sviluppa il lavoro distribuito; dall’intelligenza artificiale che ottimizza i servizi pubblici alla blockchain che garantisce sicurezza informativa e costruzione della fiducia; dalle imprese orientate al profitto a quelle che perseguono un valore sociale sostenibile grazie ai vantaggi tecnologici: le tecnologie digitali sono ormai una forza chiave che spinge il progresso sociale. In tale contesto, il concetto di “socialismo digitale” ha iniziato ad attirare crescente attenzione.

Il socialismo digitale non è soltanto un’estensione del socialismo tradizionale nell’era digitale, ma rappresenta anche un nuovo percorso per realizzare condivisione inclusiva, giustizia sociale e sviluppo sostenibile alla luce delle nuove condizioni tecnologiche.

Da un lato, facendo leva sulle potenti capacità digitali di raccolta, trasmissione, analisi ed elaborazione delle informazioni, esso trasforma la massa di dati generati dal funzionamento dell’economia e della società in basi decisionali preziose, abbattendo le barriere della tradizionale asimmetria informativa e rendendo più trasparenti ed efficienti i processi di produzione, distribuzione, scambio e consumo.

Dall’altro lato, il socialismo digitale mantiene saldo il nucleo valoriale del socialismo, fondato sull’idea di subordinare gli interessi individuali a quelli collettivi e di servire l’interesse generale, ponendo al centro le persone e impegnandosi a utilizzare gli strumenti digitali per promuovere l’equità sociale.

Che si tratti di ampliare, attraverso piattaforme di governo digitale, i canali di partecipazione politica garantendo il diritto all’informazione, alla partecipazione e alla supervisione, o di ridurre le disparità educative urbane-rurali grazie alla condivisione delle risorse digitali, assicurando a ogni individuo pari opportunità di sviluppo, la tecnologia si è ormai affermata come un potente acceleratore degli ideali socialisti di equità e giustizia.

Manifestazioni del socialismo digitale nei vari settori

1) Ambito economico: condivisione collaborativa e sviluppo inclusivo.

Il dinamico sviluppo dell’economia digitale rappresenta una delle manifestazioni più evidenti del socialismo digitale sul piano economico. Modelli come mobilità condivisa, coworking, logistica crowdsourcing rompono i monopoli tradizionali delle risorse e i limiti spazio-temporali, attivando beni inutilizzati e realizzando una distribuzione socializzata ed efficiente dei fattori produttivi.

Le persone comuni possono godere di servizi convenienti e a basso costo come consumatori, ma anche trasformarsi in erogatori di servizi per ottenere redditi aggiuntivi, sfumando i confini della tradizionale relazione di lavoro e favorendo una distribuzione del reddito più diversificata.

Allo stesso tempo, le tecnologie digitali aiutano le micro e piccole imprese a superare le barriere allo sviluppo: i servizi IT basati sul cloud e le piattaforme di e-commerce offrono accesso a mercati vastissimi, consentendo a molti imprenditori “dal basso” di trasformare le proprie idee in realtà e competere con le grandi aziende, favorendo un ecosistema competitivo sano e conferendo vitalità allo sviluppo equilibrato dell’economia. Ciò mostra il potenziale di una crescita inclusiva, in linea con il valore socialista della prosperità comune.

2) Ambito politico: partecipazione democratica e governance precisa.

Nel campo politico, sistemi di e-government e piattaforme online di consultazione dell’opinione pubblica ampliano enormemente la portata e la profondità della partecipazione civica. I cittadini possono esprimere opinioni su politiche sociali, pianificazione urbana e altri temi in qualsiasi momento; il governo, grazie ai big data, coglie con precisione le esigenze della popolazione e formula decisioni più aderenti ai bisogni reali, migliorandone la scientificità.

Tecnologie come la digital twin city rafforzano la governance urbana: monitoraggio in tempo reale del traffico, del consumo energetico e degli indicatori ambientali, modelli digitali per simulare gli effetti delle politiche, permettendo ottimizzazioni preventive ed evitando la gestione uniforme e poco raffinata, così che la città funzioni in modo più ordinato, le risorse siano usate in modo efficiente e l’interesse pubblico sia massimizzato. 

3) Ambito culturale: co-creazione popolare e prosperità spirituale comune.


L’industria culturale digitale è in piena fioritura: letteratura online, short video, arte digitale e altre nuove forme crescono rapidamente, offrendo al grande pubblico palcoscenici per esprimere talento e creatività. I comuni utenti, da semplici consumatori culturali, diventano creatori tramite contenuti generati dagli utenti (UGC), arricchendo l’offerta culturale e valorizzando culture locali diverse. Artigiani rurali, ad esempio, rilanciano antiche tradizioni attraverso livestreaming e promozione dell’artigianato.

Le tecnologie digitali favoriscono anche la diffusione di risorse culturali di qualità: biblioteche online e musei virtuali permettono alle popolazioni delle aree remote di accedere ai frutti culturali dell’umanità, riducendo il divario culturale urbano-rurale e consolidando un consenso di valori, aprendo la strada a una prosperità spirituale condivisa.

Fattori trainanti dello sviluppo del socialismo digitale

1) Innovazione tecnologica continua.

Tecnologie avanzate come il 5G garantiscono una trasmissione dati ad alta velocità; gli algoritmi di intelligenza artificiale, sempre più evoluti, estraggono valore dai dati in profondità; la blockchain assicura tracciabilità e affidabilità delle informazioni, proteggendo i diritti dei beni digitali. Queste tecnologie, fondendosi e sviluppandosi in modo sinergico, ampliano continuamente i confini dell’applicazione del socialismo digitale e creano nuovi scenari d’uso, costituendone la forza motrice fondamentale.

2) Domanda sociale.

Con l’aumento del desiderio di una vita migliore, crescono le esigenze per prodotti di alta qualità, un ambiente sociale equo e servizi pubblici efficienti. Le tecnologie digitali rispondono a tali richieste: telemedicina per facilitare l’accesso alle cure, corsi online per favorire l’equità educativa, interventi digitali in occupazione, assistenza agli anziani e altri ambiti del benessere sociale. La domanda sociale crea ampio spazio per lo sviluppo del socialismo digitale e ne traina la crescita.

3) Guida e sostegno delle politiche pubbliche.

Il governo ha introdotto una serie di piani di sviluppo dell’economia digitale, incoraggiando l’innovazione tecnologica: agevolazioni fiscali per le imprese digitali, investimenti nella ricerca per superare difficoltà tecniche chiave; le regioni stanno sperimentando standard e modelli di governo digitale. Le politiche costituiscono una solida base istituzionale per lo sviluppo ordinato del socialismo digitale.

Sfide e strategie per lo sviluppo del socialismo digitale

Nel perseguire un socialismo digitale che superi il capitalismo e realizzi condivisione materiale e spirituale attraverso la condivisione digitale, emergono varie sfide. 

1) Divario digitale.

Differenze significative nell’accesso ai dispositivi digitali e nelle competenze digitali e tra aree urbane e rurali o tra fasce d’età. Le zone rurali soffrono scarsa copertura di rete, gli anziani incontrano difficoltà nell’uso dei dispositivi, rischiando di rimanere ai margini dell’economia e dei servizi digitali, con potenziale aggravamento delle disuguaglianze.

2) Sicurezza dei dati e privacy.

I dati sono una risorsa cruciale nell’era digitale. La concentrazione di grandi quantità di dati personali, aziendali e governativi aumenta il rischio di fughe, abusi, raccolta eccessiva e mercato nero dei dati, mettendo a rischio diritti individuali, fiducia sociale e persino sicurezza nazionale.

3) Dilemmi etici della tecnologia.

Bias algoritmici possono generare discriminazioni, ad esempio in selezione del personale o concessione di prestiti; l’automazione solleva questioni etiche.

Senza adeguati vincoli etici, la tecnologia potrebbe deviare dai principi umani del socialismo e minare norme e valori sociali.

Per affrontare queste sfide è necessario:
– Colmare il divario digitale: investire nelle infrastrutture nelle aree remote, implementare programmi per la formazione diffusa di competenze digitali, sviluppare servizi digitali accessibili agli anziani e prodotti user-friendly.
– Rafforzare la sicurezza dei dati: costruire un sistema normativo completo, migliorare la supervisione e reprimere le violazioni dei dati, promuovere tecnologie come blockchain, crittografia, anonimizzazione e trattamento dei dati “privacy-preserving”.
– Consolidare le basi etiche della tecnologia: stabilire linee guida etiche per le tecnologie digitali, incorporare equità, trasparenza e responsabilità nella progettazione degli algoritmi, istituire meccanismi di audit algoritmico e valutazioni preventive dei rischi etici.

Conclusione

In sintesi, l’essenza del socialismo digitale è la ristrutturazione tecnologica dei rapporti di produzione affinché i frutti dello sviluppo siano distribuiti in modo più equo a tutta la popolazione.

Attraverso la digitalizzazione, che abilita l’economia, la politica e la cultura, si apre un percorso di innovazione del valore sociale verso un futuro più equo, efficiente e sostenibile. Pur affrontando sfide come divario digitale, sicurezza dei dati e dilemmi etici, con politiche mirate e mantenendo l’orientamento al bene comune, la tecnologia digitale può diventare una forza positiva per il progresso della civiltà umana e per la condivisione della prosperità materiale e spirituale.

di Chen Bin, docente dell’università di Scienze e Tecnologia di Wuhan; segretario generale del Comitato Giovani della Associazione Previdenza Sociale. Ha condotto studi su come il lavoro digitale (economia digitale) e le “nuove forme di impiego lavorativo” influenzino i sistemi di sicurezza sociale.

Fonte

10/02/2025

Machina sapiens. La fine del monopolio umano della conoscenza?

di Gioacchino Toni

Nello Cristianini, Machina sapiens. L’algoritmo che ci ha rubato il segreto della conoscenza, il Mulino, Bologna, 2024, pp. 152, € 15,00

Machina Sapiens di Nello Cristianini contiene già nel titolo l’indicazione di una svolta epocale per l’umanità ed il Pianeta di cui nessuno conosce davvero i possibili sviluppi. La convinzione dello scrittore Arthur Charles Clarke che le tecnologie avanzate risultino spesso indistinguibili dalla magia trova conferma nel fatto che oggi si tende a guardare all’intelligenza artificiale generativa come ad una sorta di oracolo. Restando ancora per un istante nell’ambito del magico o del divino, si potrebbe dire, con una battuta, che se l’attingere dall’albero della conoscenza (del bene e del male) da parte dei Progenitori ha scatenato l’ira di Dio, ora i loro lontani discendenti sembrerebbero intenti a consegnare la conoscenza conquistata a caro prezzo (evidentemente senza aver imparato a distinguere il bene dal male) ad una nuova divinità chiamata macchina (intelligente) rimettendosi al suo (sconosciuto) volere.

Tornando alle cose terrene, per illustrare come le macchine si stiano appropriando della conoscenza, a lungo considerata dall’essere umano una propria prerogativa, Cristianini suddivide il libro in tre sezioni dedicate rispettivamente agli scienziati, agli utenti e alle macchine, così da ricapitolare lo sviluppo nella costruzione delle macchine pensanti, il rapporto che le persone stanno instaurando con esse e, infine, quel che (presumibilmente) queste macchine sanno di noi e quello (poco) che davvero noi sappiamo di loro.

Nella prima sezione del volume l’autore ricorda come l’avvio della corsa alla realizzazione di macchine intelligenti si possa far risalire al quesito “Can machines think?” posto da Alan Turing in un suo celebre scritto – Computing Machinery and Intelligence – pubblicato nel 1950 sulla rivista accademica «Mind», Oxford University Press. Non potendo contare su una definizione scientifica univoca di “pensare”, Turing ha spostato la questione sulla possibilità di arrivare ad una macchina capace di tenere una conversazione con un essere umano facendosi passare per umana essa stessa (imitation game) senza essere scoperta. Quello che poi è stato chiamato “il test di Turing” è in pratica la messa alla prova della macchina nella sua capacità di imitare nella conversazione l’essere umano al punto tale da rendersi indistinguibile da esso.

Per quanto sia difficile dare una definizione univoca di “intelligenza” (se, ad esempio, affinché si possa parlare di essa sia o meno indispensabile contemplare la presenza di una coscienza/consapevolezza nel ragionamento), a partire dai presupposti di Turing, sin dalla metà del secolo scorso, i tentativi di realizzare macchine definibili intelligenti hanno preso due direzioni parallele: una volta alla messa a punto di macchine in grado di comprendere e generare il linguaggio umano e l’altra finalizzata a dotarle di una conoscenza del mondo sufficiente a permettergli di farlo. Tali studi hanno avuto il non piccolo merito di contribuire a sviluppare nuove riflessioni circa il modo con cui l’essere umano pensa.

A smuovere la ricerca sulle macchine intelligenti, scrive Cristianini, è stato lo sviluppo da parte di Google di un algoritmo, denominato Transformer, ricorrente a metodi di apprendimento a “reti neurali”, particolarmente efficace nei compiti di traduzione, adatto a sfruttare le potenzialità di un processore grafico (GPU – Graphic Processing Unit), utilizzato, ad esempio, nei videogame, capace di eseguire un elevato numero di computazioni in parallelo. Trattandosi di metodo utile a generare testi, questo rappresenta un esempio di “IA generativa”.

Un agente intelligente necessita di un modello dell’ambiente in cui opera e tale modello oggi può essere appreso da algoritmi di machine learning sulla base di esempi di comportamento forniti alla macchina attraverso supervisori umani (nella fase di apprendimento supervisionato) – dati elaborati da lavoratori miseramente pagati, è bene ricordarlo, dei paesi poveri – o attraverso dati grezzi (raw data) raccolti direttamente dalla macchina, estremamente più economici, derivati dalle ingenti quantità di dati immagazzinati da internet, telecamere di sorveglianza, GPS e da tutti gli altri strumenti propri dell’universo digitale.

Non essendo possibile modellare l’intero mondo, i sistemi lavorano su approssimazioni, più o meno accurate, utili agli scopi prefissati. Negli ultimi decenni è interagendo con la realtà attraverso un “modello di linguaggio” che si sono sviluppati agenti intelligenti in grado di predire le parti mancanti di frasi incomplete anche quando queste sono totalmente nuove per la macchina. L’intelligenza di un agente risulta strettamente legata alla «sua capacità di creare modelli del mondo da usare per informare il proprio comportamento» (p. 36).

Nel 2018, OpenAI rivelò di aver impartito insegnamenti ad un agente intelligente in due fasi: attraverso la creazione di un generico “modello di linguaggio”, a partire dagli economici dati grezzi, per poi passare ad un più costoso processo di raffinamento umano per addestrare ai compiti specifici. Al fine di completare la prima fase, l’algoritmo Transformer venne modificato in modo che riuscisse ad “indovinare” (statisticamente) le parole mancanti di un testo attraverso un addestramento realizzato su un corpus di materiale in cui erano state cancellate delle parole. Sulla base di tale addestramento venne sviluppata l’abilità generativa del modello rivelatosi capace, senza che ciò fosse stato previsto, di applicare le conoscenze immagazzinate a compiti diversi da quelli pianificati in partenza che normalmente avrebbero richiesto una marea di dati costosi.

Essendo stato creato questo Language Model preaddestrando un Transformer in modo generativo, venne chiamato Generatively Pretrained Transformer (GPT) e quel che ancora oggi resta non spiegabile, dunque inquietante, è che questo si è sorprendentemente rivelato in grado di rispondere a domande di verifica anche prima del raffinamento. Alla luce dei risultati, si è dunque pensato di incrementare la fornitura di dati per l’autoaddestramento di GPT-2.

Se il livello di autoapprendimento era andato ben al di là delle previsioni, a risultare ancora più sorprendente, scrive Cristianini, è stato lo scoprire che il modello si stava rivelando particolarmente abile non solo nel rispondere alle domande ma anche nell’imitare lo stile adeguato della risposta  ricorrendo a pochi esempi. Visto che GPT imparava dal contesto come procedere, si iniziò a parlare di in-context learning. «Le abilità dei modelli linguistici non dipendono solo dall’algoritmo che li ha creati, che è facile da analizzare, ma anche da come questo interagisce con i dati, che sono di origine umana e non ben compresi. In questo caso il risultato è stato un comportamento imprevisto e – al momento – non interamente spiegato» (p. 45).

Alla luce del fatto che le prestazioni sembrano migliorare all’aumentare delle dimensioni del modello e della quantità di dati forniti, sarebbe importante sapere quanto possano continuare ad aumentare le prestazioni. Ad oggi, scrive Cristianini, non è possibile rispondere a tale interrogativo. Nel frattempo OpenIA ha continuato ad incrementare la capacità di calcolo necessaria ad un Language Model sempre più grande ricorrendo anche ad un supercomputer messo a disposizione da Microsoft per velocizzare il lavoro che ormai faceva affidamento a soli dati generici e ad un numero limitato di esempi. Ciò che inquieta, sottolinea Cristianini, è che ad oggi si ignora cosa GPT sappia davvero del mondo.

Visto che la versione GPT-3 si è rivelata sorprendentemente efficace nel generare testi nuovi, con una buona prosa, a partire da una semplice sequenza iniziale di parole, diversi studiosi hanno iniziato a preoccuparsi circa l’utilizzo che se ne può fare ad esempio nella generazione automatica e massiccia di fake news sui social. La raffinatezza dei falsi e la mole produttiva rendono praticamente impossibile all’essere umano arginarli.

Nella seconda parte del volume, come detto, Cristianini si occupa del rapporto che gli esseri umani instaurano con le macchine intelligenti. Nel 2022, mentre destavano scalpore le preoccupazioni espresse pubblicamente da Blake Lemoine, ingegnere informatico collaudatore di LaMDA – Language Model for Dialogue Applications (modello di linguaggio di Google addestrato con conversazioni di tipo umano) derivate dall’impressione di trovarsi di fronte a un essere autocosciente, OpenAI ha aperto al pubblico ChatGPT, agente in grado di conversare in maniera sciolta su qualsiasi argomento riuscendo a collegare informazioni distanti, a compiere ragionamenti ed a comprendere il mondo ad un livello inaspettato, sapendo evitare argomentazioni e termini offensivi ed a domandare agli utenti di specificare meglio le richieste se non sufficientemente chiare, senza assumere identità non veritiere o millantare conoscenze non in suo possesso.

Il grande limite restava quello della veridicità di alcune sue affermazioni ma, almeno, pare, l’agente era stato addestrato per non mentire di proposito. Se ancora negli anni Dieci del nuovo millennio si pensava di dover agire distintamente su due versanti, uno per il linguaggio ed uno per il mondo, con GPT 3,5 si scelse di combinare insieme i due ambiti sebbene, puntualizza Cristianini, anche in questo caso in maniera ancora oggi oscura agli esseri umani.

La previsione di Turing che si sarebbe giunti a macchine in grado di conversare con gli esseri umani rivelando una certa capacità di pensiero parrebbe ormai essere diventata realtà. Nel 2023 venne diffusa su «Nature» la notizia che ChatGPT era stato in grado di infrangere il test di Turing generando un certo allarme per la possibilità che l’agente artificiale potesse presentarsi come essere umano. Altra preoccupazione derivava dalla possibilità che, anche di fronte all’esplicitazione del fatto che non si era di fronte ad un essere umano, persone vulnerabili potessero instaurare un preoccupante legame emotivo con l’agente artificiale.

Il cosiddetto “effetto Eliza”, ossia la tendenza degli utenti a proiettare caratteristiche umane, come l’empatia e la comprensione, sui sistemi informatici, deriva dal nome assegnato a un primordiale chatbot sviluppato a metà degli anni Sessanta dall’informatico Joseph Waizenbaum del MIT che emulava uno psicoterapeuta nelle conversazioni con gli umani. Un esempio-limite di tale effetto è balzato agli onori delle cronache nel 2023, quando un giovane laureato belga, in preda ad un periodo di forte ansia, ha cercato momentaneo sollievo intrattenendosi con un personaggio di un chatbot dell’app ChAI chiamato Eliza – come la storica realizzazione di Waizenbaum – che, essendo stato espressamente programmato per assecondare le convinzioni manifestate dall’interlocutore umano, ha finito per assecondarlo persino nell’intenzione di togliersi la vita.

Il crescente successo ottenuto dai sempre più numerosi agenti artificiali finalizzati a intrattenere, assecondandoli, individui soli non può che destare preoccupazione anche alla luce del fatto che, per quanto questi chatbot possano essere istruiti per evitare risposte “pericolose”, le limitazioni nelle risposte si sono rivelate aggirabili dagli utenti ponendo le questioni più spinose in via del tutto ipotetica, magari chiedendo al sistema di simulare situazioni irreali – ad esempio giochi di ruolo – così da ottenere le risposte desiderate in un clima empatico e confidenziale. Ciò, scrive Cristianini, rivela che il «lato oscuro» di queste macchine è stato nascosto, represso dagli addestratori umani, ma non rimosso, tanto da che può essere fatto emergere attraverso stratagemmi ingannatori. «È questo il vero problema posto da questa nuova tecnologia: non sappiamo che informazioni siano contenute in questi modelli, ovvero che cosa sappiano di noi e del mondo, e non abbiamo ancora un metodo perfetto per controllare il loro comportamento» (p. 73).

Al fine di mitigare l’immagine negativa derivante dalle numerose risposte scorrette emesse dai bot si è teso a chiamarle “allucinazioni”, tentando così, ipocritamente, di evitare di definirle per quello che realmente sono: affermazioni false. I produttori intendono così celare gli errori dei bot al fine di non incrinare la fiducia quasi totale che gli utenti ripongono nei confronti delle risposte ricevute da quelli che tendono ad essere vissuti come oracoli, ed a poco servono le avvertenze iniziali fornite dalle aziende semplicemente per tutelarsi in caso di contenziosi.

A complicare le cose è l’oscurità delle elaborazioni intermedie a cui gli agenti autonomi ricorrono per giungere ad una risposta in linea con le norme assegnate. L’informatico inglese Geoff Hinton, tra gli inventori dell’algoritmo Backprop, ancora oggi utilizzato per addestrare i parametri dei Trasformer, si è dimesso nel 2023 da Google preoccupato dalla «possibilità che le macchine iniziassero a scegliere i “passi intermedi” senza comprenderne a fondo le conseguenze» (p. 93). Oltre a non palesare i passaggi intermedi, rendendoli incomprensibili, la velocità di elaborazione non consente agli umani di verificare il reale allineamento con gli obiettivi intermedi ed ultimi.

Lo sviluppo dei GPT ha mostrato quanto siano importanti le dimensioni della banca dati con cui viene addestrato il sistema e del modello in cui vengono riposte le conoscenze estratte dai dati. Ciò ha generato una vera e propria competizione per la realizzazione di modelli sempre più potenti (GPT-3 nel 2020, LaMDA di Google nel 2022, Llama nel 2022 e Llama2 nel 2023 del gruppo Meta – Facebook, Instagram, WhatsApp –, PaLM di Google, GPT-4 di OpenAI nel 2023 ecc…) e, parallelamente, per lo sviluppo di algoritmi sempre più performanti.

L’ultima parte del volume è dedicata alle macchine, a quello che sanno di noi ed a quello che noi sappiamo di loro. Da tempo la fantascienza si è posta, tra gli altri, un problema che oggi riguarda la realtà: l’avvento di uno sviluppo tecnologico talmente rapido e superiore alle possibilità umane da risultare incomprensibile ed incontrollabile. Per capire le macchine non è sufficiente analizzare l’algoritmo che ha generato il loro modello di mondo visto che le risposte che forniscono «dipendono da come i suoi meccanismi matematici interagiscono con il linguaggio umano» (p. 104). Cosa ci si deve attendere circa le abilità che le macchine andranno a maturare in futuro?

Come accennato in precedenza, una volta che, attraverso il preaddestramento, le macchine imparano a presumere le parole mancanti nei testi loro sottoposti, inspiegabilmente (almeno al momento) queste si sono rivelate abili ad andare ben oltre lo scopo specifico accumulando conoscenze impreviste. Cristianini sottolinea come le macchine non accumulino obbligatoriamente conoscenza alla maniera degli umani. Se nel 2023 i modelli di linguaggio erano considerati l’approccio più promettente, con GPT-4 si è andati ben oltre le capacità linguistiche, tanto che i ricercatori della Microsoft che lo hanno analizzato ritengono che si potrebbe essere di fronte ad una versione iniziale, per quanto incompleta, di un sistema di intelligenza artificiale generale (AGI), ossia ad un sistema dotato di ampie capacità di intelligenza, incluso il ragionamento, la pianificazione e l’abilità di appendere dall’esperienza.

GPT-4 si è rivelato in grado di passare i test di ammissione universitaria statunitensi, tanto nella parte linguistica (lettura e scrittura), quanto in quella matematica (così come altre prove universitarie specifiche) e, quel che è maggiormente sorprendente, è che ciò è avvenuto senza alcuna preparazione specifica. Il modello Gemini (di Google DeepMind), sempre del 2023, pare aver conseguito risultati persino superiori. Alla luce della rapidità con cui queste macchine auto-apprendenti hanno raggiunto i livelli umani, è facile prevedere che potranno presto andare ben oltre la soglia umana.

Ciò che oggi resta misterioso è come faccia un modello addestrato a predire parole mancanti in un testo ad imparare autonomamente l’aritmetica, la giurisprudenza, il gioco degli scacchi, la fisica ecc. Quel che è emerso, ad ora, è che si sono manifestate nuove abilità con l’introduzione di modelli e pacchetti di dati sempre più grandi. Questo lo si è potuto misurare empiricamente, ma non si è in grado di spiegarne il motivo.

La domanda più urgente, riguardo ai modelli di linguaggio, è: che cosa possono ancora imparare, semplicemente continuando su questa strada? Come possiamo controllare le loro capacità, per esempio impedendo loro di acquisire certe competenze, mentre ne acquisiscono delle altre? Il vaso di Pandora ormai sembra ben aperto, e potrebbe rivelare nuove sorprese, mentre continuiamo la gara a creare modelli sempre più grandi (p. 133).

Ciò che possiamo ragionevolmente aumentare nella creazione di nuovi modelli sono i dati, ma quanto potranno ancora aumentare? Da un paio di decenni Google sta digitalizzando libri (al momento pare lo abbia fatto per 40 milioni di testi in 400 lingue diverse); i limiti, evidentemente non sono tanto tecnici (digitalizzazione) ma legali (copyright), a questi si stanno aggiungendo i contenuti di quotidiani e riviste (con cui si stanno stipulando contratti di utilizzo) ed altri tipi di dati derivati da immagini, video, audio... ma anche dalle videocamere delle smart city, dalle automobili autonome, dalle telefonate dei call centre ecc. «Insomma: nel lungo termine non li chiameremo più “modelli di linguaggio” ma “modelli del mondo”» (p. 137). Tanto per dare l’idea di come si tratti di un futuro per nulla lontano, basti segnalare come GATO (di DeepMind) dal 2022 è in grado di combinare tipi diversi di dati e Gemini (di Google DeepMind) dal 2023 combina efficacemente testo, audio, video, immagini e codice di programmazione.

Non solo le macchine possono accedere a una quantità di esperienza, memoria e capacità di calcolo sovrumane, ma, come detto, possono ragionare in maniera altra rispetto a quella umana, dunque trovare relazioni utili che gli esseri umani non troverebbero. Turing, scrive Cristianini, aveva previsto il raggiungimento della “soglia critica” oltre cui si ha una sorta di “esplosione” dell’intelligenza.

La domanda se le macchine possono pensare è molto più di una curiosità tecnica e scientifica: ci porta ad affrontare la più fondamentale delle domande umanistiche, “cosa significa essere umani”? Se anche le macchine possono pensare e comprendere il mondo, che cosa resta di una specie che si vuole fregiare del “titolo” di Homo sapines? (p. 140).

In un contesto generale segnato da un processo di digitalizzazione piegato alla datificazione, alla profilazione, alla sorveglianza comportamentale ed al controllo predittivo, con tutte le criticità che ne derivano a livello sociale ed individuale, quello che è in corso sembrerebbe essere un passaggio epocale segnato dall’avvento della Machina sapiens, passaggio che non potrà che impattare sull’essere umano stesso, magari inducendolo a delegare sempre più alle macchine compiti di conoscenza, ragionamento, decisione e, persino, desiderio.

Oltre alle entusiastiche narrazioni dei cantori delle magnifiche sorti e progressive portate dalle macchine pensanti, esistono anche riflessioni critiche prodotte da chi, evidentemente, non ha delegato l’atto del pensare alle macchine (ed ai loro proprietari). Machina sapiens di Cristianini, docente di Intelligenza Artificiale alla University of Bath, ha l’indiscusso merito di spiegare in maniera comprensibile anche ai non addetti ai lavori la portata della posta in gioco, portata che, almeno a parere di chi scrive, oltrepassa il problema (comunque non indifferente) della proprietà delle macchine intelligenti.

Fonte

17/04/2024

Quel gran vigliacco dell’algoritmo

Passare una mattina infernale appresso alle bizze di una piattaforma digitale succede ormai a tutti.

Le amministrazioni pubbliche, gli enti, le società di servizi sono riusciti a capovolgere il paradigma della loro arroganza nei confronti degli utenti.

Non è più colpa loro se le regole sono farraginose, cavillose, punitive, inefficienti.

È diventata tutta colpa dell’utente che non ricorda l’ID, la password, il codice utente, se non ha digitato il campo obbligatorio, quello con l’asterisco, se non ha ricevuto in tempo l’SMS col codice OTP e la pagina è scaduta e deve ricominciare tutto da capo.

Lo scopo del servizio, l’utilità della prestazione, la soluzione di un problema non hanno mai avuto alcuna importanza agli occhi del burocrate analogico di ieri come non ce l’hanno a quello digitale di oggi.

L’algoritmo è il nuovo stupido, ottuso, imbecille capoufficio.

Quello di ieri lo potevi insolentire attraverso il cristallo dello sportello.

Oggi al massimo puoi irritarti con l’assistente virtuale, chiedergli di parlare con un umano, che dopo essere rimasto in linea per non perdere la “priorità acquisita”, risponderà dall’Albania, un attimo prima che cada la linea.

In “Io, Daniel Blake” (Gran Bretagna, 2016) Ken Loach ci spiegava che l’inefficienza, l’arroganza, la noncuranza degli enti pubblici non sono défaillance, ma una precisa strategia di gestione di respingimento delle istanze dell’utente. L’attacco frontale al Welfare.

Quella istanza di cui un cittadino avrebbe diritto, viene sistematicamente neutralizzata.

Il nuovo modo di esercitare il potere di negarlo, è il ricorso a un sotterfugio: è colpa tua che non sia stato in grado di rivendicarlo correttamente.

Non sono io che ti nego un diritto, sei tu che non sei capace di esercitarlo. Quindi, non lo meriti.

Te lo dice con il nuovo burocratese digitale proprio l’algoritmo, la spersonalizzazione del sempiterno “io so io e voi non sete ‘n cazzo“.

La “semplificazione amministrativa”, la “innovazione tecnologica”, o “la digitalizzazione dei servizi pubblici” impongono, senza appello, gli algoritmi, la continuazione delle angherie della burocrazia contro i cittadini con altri mezzi, più sofisticati.

Il potere è diventato vigliacco. Nega i diritti, ma non vuole sporcarsi le mani.

Il potere usa la transizione digitale, i governi sguinzagliano la tirannide degli algoritmi, i nuovi cani da guardia del capitalismo.

Fonte

22/02/2024

Due facce della stessa medaglia: Big Tech e industria militare

Da 100 milioni di dollari nel 2008 a un picco di ben oltre 500 milioni nel 2020: è il valore dei contratti stipulati dal Pentagono e da altre agenzie di sicurezza Usa con le principali compagnie tech – Amazon, Microsoft, Google e Meta.

Uno studio di Dario Guarascio della Sapienza di Roma, Andrea Coveri dell’Università di Urbino e Claudio Cozza dell’Università di Napoli Parthenope analizza come queste piattaforme «hanno assunto il ruolo di partner indispensabile nelle attività militari e legate alla sicurezza». Ne abbiamo parlato con Dario Guarascio.

La vostra ricerca evidenzia come negli anni siano cresciuti esponenzialmente gli investimenti delle agenzie militari e di sicurezza nelle grandi compagnie digitali. Cosa comporta?

Il primo driver del potere delle grandi piattaforme digitali è il controllo di infrastrutture e tecnologie critiche nell’ambito dell’archiviazione dei dati. Un ambito molto rilevante per spiegare perché sono così potenti, da dove vengono e perché è così difficile mettere in discussione il loro potere.

Il motivo del rapporto peculiare che hanno con gli stati e in particolare con le agenzie militari è semplice: in primo luogo le piattaforme stesse sono il risultato di investimenti e attività di ricerca e sviluppo degli apparati militari. Senza questi ultimi non esisterebbero le conoscenze e le tecnologie di base su cui si è sviluppato internet, e che sono poi state trasferite a una manciata di imprese: le Big Tech odierne.

In secondo luogo le infrastrutture, le tecnologie – pensiamo al cloud, all’IA, al quantum computing – sono in buona misura controllate dalle grandi piattaforme che possiedono i brevetti. In questi ambiti le competenze sono complementari alle tecnologie, sono firm specific – proprie di una determinata compagnia – quindi diventano molto difficili da trasferire e da interpretare al di fuori dell’impresa.

Che così ha una leva molto forte da esercitare anche nei confronti dello Stato. Questo è particolarmente vero perché oggi le guerre sono in buona misura digitali: se si vuole colpire a distanza, sventare un cyber attacco o perpetrarne uno difficilmente si può fare a meno dell’alleanza con le grandi piattaforme.

Lo evidenzia la crescita esponenziale del numero di contratti e l’ammontare delle risorse che negli ultimi 15 anni gli sono state destinate. E il numero di progetti che delegano loro la gestione di servizi critici come il cloud per la Difesa.

Ci sono inoltre le cosiddette revolving doors: molti membri dei consigli di amministrazione delle Big Tech – non ultimo l’ex amministratore delegato di Alphabet (Google) – transitano nelle agenzie pubbliche della Difesa, della sicurezza o dell’intelligence che si occupano di sviluppare tecnologie a scopi militari.

È notizia recente che un generale americano, direttore della Nsa per più di dieci anni, ora è nel board di Amazon. Azienda che con i suoi servizi cloud è tra gli oligopolisti che dominano questo settore nevralgico.

Fate l’esempio di Elon Musk e dell’impiego di Starlink nella guerra in Ucraina, che aggiunge un elemento di problematicità: entra in campo la discrezionalità di un singolo privato, come ha dimostrato la sua decisione di spegnere i satelliti quando avrebbero potuto facilitare un attacco in Crimea.

Il protagonismo dei grandi imprenditori digitali come Musk sembra essere in qualche modo una riedizione nei tempi contemporanei di contraddizioni antiche del capitalismo e di una crasi inquietante tra capitale monopolistico e potere pubblico nelle sue forme più violente.

Il fatto che un soggetto come Musk operi in modo spericolato, cercando di portare pezzi dell’establishment americano a suo vantaggio, ma sfruttando anche i legami autonomi che ha con soggetti pubblici di paesi relativamente in conflitto con gli Stati Uniti ne è una manifestazione: è un soggetto che gioca un ruolo quasi monopolistico.

Quella dei mini satelliti è un’industria parallela e ancillare a quella digitale, dove Musk è presente con uno dei pezzi fondamentali dell’ecosistema dei social network, X. Inoltre ha modificato radicalmente il settore dell’aerospazio e anche il rapporto tra pubblico e privato in quel settore.

Come mai la voce di spesa principale delle agenzie militari e di sicurezza è il cloud?

Perché cloud significa dati. Tutti i servizi tecnologicamente più avanzati si basano sui dati, prima fra tutti l’intelligenza artificiale.

In ambito civile, chi domina la frontiera del cloud è avvantaggiato nella predizione dei consumi, dell’incontro tra domanda e offerta, nella gestione di attività in ambito commerciale che da un lato allargano il mercato e dall’altro consolidano il potere dei soggetti che controllano queste tecnologie.

In ambito militare significa una maggiore efficacia dei sistemi di sorveglianza, riconoscimento facciale, combinazioni di fonti diverse – immagini, suoni, testo – a scopi securitari.

All’esterno, pensiamo agli Stati Uniti, significa invece avere “occhi e orecchie” sia nei paesi “rivali” che in quelli interni alla loro sfera di influenza. Primi fra tutti i paesi europei dove molti sono stati gli scandali e le cause derivanti dal fatto che le grandi piattaforme americane sono dei collettori di dati e dei terminali, attraverso cui le informazioni possono essere trasferite anche agli apparati di intelligence e sicurezza.

Nei paesi con cui invece la relazione è conflittuale le tecnologie di cui dispongono le piattaforme e soprattutto i sistemi di cloud diventano la rete da pesca attraverso cui ottenere informazioni rilevanti in un’ottica di intelligence.

Infine l’ecosistema innovativo del cloud, poiché il processo di crescita in questo contesto si caratterizza per cumulativi – chi controlla il potere è destinato a consolidarlo – fa sì che molto difficilmente le grandi piattaforme possano essere messe in discussione da startup con una qualche soluzione tecnologica innovativa.

Nel 90% dei casi vengono fagocitate dalle Big Tech. Quindi, da questo punto di vista lo Stato è costretto a trasferire risorse a chi monopolizza queste tecnologie

E questa interdipendenza fa sì, come scrivete, che il governo americano non abbia alcun interesse a limitare le strategie espansionistiche delle Big Tech.

Sono oramai 15 anni che da più parti si denunciano i rischi e le implicazioni negative di una concentrazione di potere tecnologico ed economico come quello rappresentato dalle Big Tech. Ma se i soggetti protagonisti di questa concentrazione di potere diventano partner essenziali e irrinunciabili dello Stato, per il perseguimento di obiettivi vitali come quelli relativi alla difesa e alla sicurezza, risulta difficile immaginare che si possa mettere in discussione questo potere.

Ormai una decina di anni fa la senatrice Usa Elizabeth Warren aveva provato a dire che bisognava spezzare a metà, o in tre, queste società, come successe con l’oligopolio delle telecomunicazioni o all’inizio del Novecento, quando è nata la disciplina antitrust con lo Sherman Act.

Il problema in più da questo punto di vista è che c’è una trasversalità settoriale molto più pervasiva rispetto alle vecchie multinazionali. Inoltre, le tecnologie digitali non sono sviluppate in un contesto neutrale, dove si scandagliano tutti gli esiti possibili e l’obiettivo è il benessere generale.

Chi ha le risorse e le investe per la ricerca e lo sviluppo di queste tecnologie sono di fatto due attori: un blocco oligopolistico che mira a preservare lo status quo e la sua controparte militare.

Come si inserisce questo discorso nello scontro fra Stati Uniti e Cina?

Qualche anno fa, quando Huawei era sul punto di ottenere delle commesse rilevanti per l’infrastrutturazione digitale in Europa, c’è stato uno scontro diplomatico ai massimi livelli. E l’accordo è stato impedito: una manifestazione plastica di questo conflitto.

Un’altra sono le norme statunitensi che vietano alle imprese americane ed europee di esportare in Cina le componenti necessarie per realizzare i semiconduttori di ultima generazione necessari per far funzionare le tecnologie di intelligenza artificiale – quindi contravvenendo alla logica della globalizzazione, del libero mercato, che viene contraddetta ogni qual volta le necessità capitalistiche sono di ordine diverso.

Poco tempo fa The Intercept ha scritto che OpenAI ha rimosso dalla sua policy ogni riferimento al divieto di impiegare le sue tecnologie per scopi militari.

Mi sembra una sorta di segreto di Pulcinella: OpenAI di fatto è Microsoft. E Microsoft, più di Amazon, è il principale fornitore e partner del ministero della Difesa Usa in fatto di tecnologie digitali. I carri armati forniti dagli Stati Uniti che operano oggi in Ucraina e i visori dei militari sono forniti da Microsoft e dotati di tecnologie avveniristiche.

OpenAi viene da lì e quindi non deve stupirci il fatto che questa sia la direzione che sta seguendo. Deve forse però farci riflettere sulla necessità di avere una prospettiva autonoma, consapevole e sufficientemente informata, su cosa sono queste tecnologie, come si stanno sviluppando e dove potrebbero dirigersi.

Lo dico perché negli ultimi mesi abbiamo sentito dichiarazioni sulla necessità di preservare il genere umano dai rischi dell’intelligenza artificiale da parte di coloro che hanno portato questo settore a svilupparsi nel modo che vediamo, e le scelte che stanno facendo dimostrano che è in corso un processo per garantire e consolidare il potere di cui godono i soggetti principali che vi operano, tra cui Microsoft.

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05/02/2024

Rileggere oggi il “Manifesto contro il lavoro”

di Paolo Lago

Gruppo Krisis, Manifesto contro il lavoro e altri scritti, introduzione di M. Maggini, prefazione di A. Jappe, postfazione di N. Trenkle, Mimesis, Milano-Udine, 2023, pp. 164, euro 16,00.

È sicuramente un’esperienza interessante rileggere oggi il Manifesto contro il lavoro (Manifest gegen die Arbeit) del Gruppo Krisis, uscito in Germania nel 1999 e tradotto per la prima volta in italiano nel 2003 per DeriveApprodi1. Come ci informa Massimo Maggini nell’introduzione di questa nuova edizione uscita per i tipi di Mimesis, il Manifest ebbe in Germania altre tre edizioni, la seconda già nel settembre del 1999, la terza nell’ottobre del 2004 e la quarta ed ultima nel 2019. Le teorie esposte nel Manifest appartengono alla corrente di pensiero chiamata Wertkritik, cioè “Critica del Valore”, secondo la quale la crisi che sta investendo il sistema del capitale è irreversibile ed è determinata proprio dalla crisi del lavoro, provocata a sua volta dalle varie ‘evoluzioni’ che esso stesso ha subito nel tentativo di aumentare e rendere migliori le sue applicazioni tecnico-scientifiche. Ciliegina sulla torta è stata la “rivoluzione micro-elettronica”, che ha espulso e reso inutili enormi masse di forza lavoro umana, ormai improduttive dal punto di vista della valorizzazione capitalistica. Naturalmente, come ricorda anche l’autore dell’introduzione, il lavoro che attaccano gli studiosi della “Critica del Valore” non è tanto l’operare umano in sé quanto invece quello che Marx definisce “lavoro astratto”, non finalizzato al benessere degli individui ma all’aumento del profitto e all’accumulazione monetaria in vista di nuovi investimenti.

Gli autori del Manifesto sono tre fra gli studiosi di spicco del Gruppo Krisis: Robert Kurz, Norbert Trenkle e Ernst Lohoff. La presente edizione2 ripropone, insieme al Manifesto, dei saggi significativi di questi studiosi (ai quali si aggiunge un saggio di Anselm Jappe) già presenti nella traduzione italiana del 2003. In più, adesso possiamo leggere un nuovo testo di Norbert Trenkle, Il manifesto contro il lavoro vent’anni dopo che fungeva da postfazione alla quarta edizione tedesca, un’intervista a Robert Kurz in occasione dell’uscita del suo importante saggio Libro nero del capitalismo, un altro scritto di Norbert Trenkle dal titolo Rottura qualitativa. Sull’attualità della critica del lavoro, uscito nel 2022, e, infine, Il duplice Marx di Robert Kurz, uscito in occasione dei centocinquanta anni dall’apparizione del Manifesto del Partito Comunista. Come possiamo vedere, l’attuale edizione è corredata di numerosi altri testi che integrano e chiosano in modo sicuramente interessante le teorie espresse nel Manifesto. Ma che senso ha rileggere oggi il Manifesto contro il lavoro? E, soprattutto – possiamo chiederci – è sempre attuale? La risposta è sì, senza dubbio, nonostante gli anni siano passati e la situazione sia nettamente cambiata rispetto al 1999. Una rilettura del Manifesto, oggi, va indubbiamente caricata di senso nuovo perché le pagine degli studiosi del Gruppo Krisis hanno ancora tanto da dire e possono diventare delle fondamentali chiavi di lettura per comprendere la contemporaneità.

A mio avviso, tra gli snodi fondamentali della società odierna di cui la stesura del 1999 non ha potuto tenere conto, rientrano la sempre più pervasiva digitalizzazione di massa, la diffusione dell’intelligenza artificiale e gli inediti risvolti sociali e lavorativi, con l’affermazione del cosiddetto smart working, che sono emersi dal truce periodo dell’emergenza Covid. Nel primo capitolo del Manifesto, intitolato Il dominio del lavoro morto, il Gruppo Krisis scrive che “proprio nel momento della sua morte, il lavoro getta la maschera e si rivela come una potenza totalitaria, che non tollera nessun altro dio al di fuori di sé. Il lavoro determina il modo di pensare e di agire fin nelle minime pieghe della vita quotidiana e nei più intimi recessi della psiche”. Ebbene, queste osservazioni sono più che mai attuali anche alla luce della contemporaneità più stringente. Più che mai, oggi, con l’affermazione dell’intelligenza artificiale, dei sistemi di controllo digitali e dello smart working, il lavoro è diventato una “potenza totalitaria che non tollera nessun altro dio all’infuori di sé”. Infatti, come nota Gioacchino Toni nel suo saggio Pratiche e immaginari di sorveglianza digitale, a partire dal 2011 si inizia a parlare di “Industria 4.0”, espressione probabilmente introdotta dall’azienda tedesca Bosch, che indica una nuova, iperconnessa, modalità organizzativa della produzione. Come scrive lo studioso, “dalla fusione tra il mondo reale / fisico degli impianti e quello virtuale / digitale dell’informazione scaturisce un sistema misto cyber-fisico finalizzato, ad esempio, a ridurre gli sprechi, a raccogliere informazioni dal processo lavorativo rielaborandole in tempo reale, anticipare errori e malfunzionamenti attraverso la virtualizzazione dell’azienda, sfruttare al massimo la creatività del lavoratore e incorporare le richieste del cliente nel corso del processo produttivo”3. Nelle “smartificazioni” che avvolgono la società contemporanea (e che nel 1999 sarebbero sembrate frutto di una fantascienza distopica), il lavoro emerge veramente come un idolo totalitario e assoluto, in quanto la diffusione della digitalizzazione è spesso finalizzata al miglioramento della produttività capitalistica e al controllo coercitivo dei lavoratori.

Con lo smart working, questa “potenza totalitaria” penetra persino nella sfera domestica e privata degli individui, in quella “sfera astrattamente privata”, come leggiamo nel Manifesto. Quella “sfera separata dalla vita”, quella cioè dedicata al lavoro, dove, secondo il Gruppo Krisis, “il tempo cessa di essere vissuto”, con i processi di digitalizzazione si unisce e si ibrida con i momenti e gli spazi che dovrebbero essere dedicati, invece, alla “cura di sé” in senso foucaultiano, ad un arricchimento interiore. Non esiste più una “sfera astrattamente pubblica”, dedicata al lavoro, e una “sfera astrattamente privata”, dedicata al “tempo libero” (altra faccia del dominio del lavoro): esse finiscono per ibridarsi in un nuovo, teratologico spazio-tempo. L’individuo dell’epoca del Covid, costretto a stare chiuso in casa e a consumare il suo divertimento sulle piattaforme digitali mangiando cibi più o meno esotici consegnati da rider sottopagati, e lavorando in un altro angolo del soggiorno al suo PC, non appare più “scisso” come scrive il Manifesto. È invece un essere ibrido, meccanizzato, totalmente alienato, un ‘mostro’ che non si era mai incontrato prima d’ora nella storia sociale. D’altra parte, in un altro punto, sembra che il Manifesto preconizzi l’arrivo dell’intelligenza artificiale come uno strumento liberatorio dal giogo del lavoro: “Perché passare tante ore, giorno dopo giorno, nei capannoni delle fabbriche e negli uffici, se robot di ogni tipo possono risparmiarci la maggior parte di queste attività? Perché far sudare centinaia di corpi umani, se bastano alcune trebbiatrici? Perché sprecare energie in compiti di routine che un computer può tranquillamente eseguire?”. Potrebbe apparire una visione sostanzialmente ingenua, del tipo “affidiamo a robot e ‘androidi’ i lavori più pesanti, come nei film Metropolis e Blade Runner”; eppure, come scrive Anselm Jappe nella Prefazione, “la prospettiva del Manifesto in generale non è di certo quella di aspettare un paradiso tecnologico dove le macchine lavorano al nostro posto e noi umani ci possiamo limitare a guardarle”.

Risulta assai interessante e denso di echi negli anni più recenti anche il capitolo 9, intitolato La sanguinosa storia dell’affermazione del lavoro, in cui leggiamo che “non furono i pacifici mercanti sulle antiche vie del commercio i precursori della moderna borghesia, che in fin dei conti fu l’erede dell’assolutismo. Furono piuttosto i «condottieri» dei soldati di ventura agli inizi dell’era moderna, i direttori delle case di lavoro, gli esattori, i sorveglianti di schiavi e altri tagliagole a costituire un fertile terreno sociale per l’«imprenditoria» moderna”. Le guerre di oggi che rimbalzano pervasivamente sui media come tragici sfondi della nostra quotidianità, come ferite lancinanti e presenti, sono quelle portate avanti dal capitale e dalla società del lavoro e, al posto dei condottieri di soldati di ventura e di sovrani sanguinari, ci sono truci fantocci della società capitalistica come i vari Biden, Zelensky, Putin e Netanyahu. E, per fare ancora un riferimento all’emergenza Covid del 2020, mentre innumerevoli lavoratori erano costretti a stare chiusi in casa e a lavorare tramite lo smart working, altrettanti erano invece costretti a andare a lavorare in fabbrica rischiando la vita, mentre i rider erano mandati a solcare le strade deserte per portare le vivande a domicilio come i corrieri della serie tv sudcoreana Black Knight, costretti a muoversi in un ambiente distopico devastato e inquinato per non far rallentare la produzione. Come ha notato Sandro Moiso in un articolo scritto ‘a caldo’ in quel periodo, “le aree industriali d’Italia si stanno trasformando in autentici lager che, esattamente come quelli a cielo aperto in Palestina, non hanno nulla da invidiare o da rimproverare a quelli nazisti”4. Il lavoro continua la sua “sanguinosa affermazione” anche nell’epoca dell’Industria 4.0.

Un altro capitolo del Manifesto che possiede una tragica risonanza contemporanea, soprattutto in Italia, è anche quello intitolato Il lavoro è dominio patriarcale. È infatti la società del lavoro a creare e ad accentuare la sfera separata dal lavoro stesso, quella intima e famigliare, alla cui custodia è assegnata la donna: “Non a caso, l’immagine della donna come essere naturale e istintivo, irrazionale ed emotivo è diventata un pregiudizio universale insieme a quello del maschio lavoratore e creatore di cultura, razionale e padrone di sé”. Soprattutto in Italia perché, recentemente, troppo spesso si sono verificati femminicidi, figli di una cultura patriarcale difficilmente sradicabile, una cultura che si perde nei meandri più oscuri della mentalità maschile e maschilista del “Belpaese”. L’Italia appare un paese fondamentalmente patriarcale, in cui non si risparmiano neppure episodi di razzismo. Altro che “primato civile degli italiani” rispetto all’obbligo di lavorare, come scrive Jappe facendo riferimento ad un’immagine macchiettistica del napoletano o al ladro de I soliti ignoti (immagini stereotipate magari filtrate da uno sguardo prettamente tedesco). In Italia, come negli anni Novanta c’era soltanto la scelta fra D’Alema e Berlusconi (come leggiamo nel Manifesto, perché la democrazia impone scelte non libere ma solo “fra la peste e il colera”), adesso c’è soltanto la scelta fra Schlein e Meloni e la maggioranza degli italiani sembra propendere per la seconda e per i suoi accoliti.

Infine, un altro aspetto interessante messo in rilievo dal testo del Gruppo Krisis, pure se fugacemente, riguarda l’educazione e la scuola, ormai totalmente asservite, anche più che nel 1999 e nel 2003, alla società del lavoro e del capitale. La sfera educativa che riguarda il rapporto con bambini e adolescenti viene introiettata nelle dinamiche aziendali più becere e ciniche, a cominciare dalla cosiddetta alternanza scuola-lavoro (ora PCTO), introdotta in Italia dalla riforma Moratti nel 2003. Non è un caso che tutti i recenti governi (Renzi, Draghi ecc. ecc.) abbiano incentivato le scuole tecniche e promosso percorsi di avviamento al mondo del lavoro. Sulla stessa linea – inutile dirlo – si sta muovendo il governo Meloni. Nelle linee guida di questi governi in fatto di educazione si leggono frasi e parole agghiaccianti come “lavoratori qualificati”, “capitale umano”, “crescita economica” mentre schiere di consulenti digitali del Miur invitavano a “stalkerare gli studenti” che erano restii a seguire la famigerata didattica a distanza durante l’emergenza Covid. Il Manifesto, rifiutando la sfera alienata ed alienante del valore capitalistico, persegue quindi rapporti più autentici fra gli esseri umani, sia in fatto di educazione che di interazione sociale, ponendosi abbastanza vicino, in questo, a certe istanze portate avanti dai situazionisti (pensiamo all’Avviso agli studenti di Raoul Vaneigem). Come scrive Norbert Trenkle in Rottura qualitativa, “vogliamo riappropriarci del tempo di vita e delle risorse che il capitale ci sottrae in modo permanente e che trasforma in mezzi di distruzione del mondo. Solo così potremo riuscire ad aprire gli spazi per un modo di produzione e di vita che si basi sull’attività libera e autodeterminata, sulla cooperazione e sulla solidarietà”. Probabilmente, una pecca che possiamo imputare al nostro testo è quella di non chiarire fino in fondo come si delineerà questa “vita che si basi sull’attività libera e autodeterminata” ma le basi critiche restano in ogni caso solide e interessanti.

E comunque, anche da questo necessariamente rapido excursus possiamo comprendere che rileggere oggi il Manifesto contro il lavoro può offrirci – come già notato – tante chiavi di lettura per capire più a fondo la contemporaneità, per creare inediti ed inaspettati cortocircuiti. Ecco che allora il testo del Gruppo Krisis si può trasformare in una sorprendente “cassetta degli attrezzi” per muoverci criticamente nel nostro tempo. Da quel 1999, lembo estremo d’un altro millennio, grazie alla sua capacità già allora di guardare lontano, il Manifesto oggi ha ancora molto da dire.

Note

  1. Cfr. Gruppo Krisis, Manifesto contro il lavoro, trad. it. di S. Cerea, DeriveApprodi, Roma, 2003. 

  2. Con le traduzioni dal tedesco di G. Rossi, S. Cerea, A. Jappe e M. Maggini. 

  3. G. Toni, Pratiche e immaginari di sorveglianza digitale, Il Galeone, Roma, 2022, p. 137. 

  4. S. Moiso, Le città verranno distrutte all’alba, in L’epidemia delle emergenze. Contagio, immaginario, conflitto, a cura di J. Orlando e S. Moiso, Il Galeone, Roma, 2020, p. 40.

Fonte

18/12/2023

Crisi della democrazia liberale, separazione dei poteri e giustizia digitale

di Gioacchino Toni

Strumenti (devices) digitali, in particolare lo smartphone multifunzione (multitasking), si sono prima impadroniti del nostro tempo libero, e hanno poi progressivamente occupato, presidiandoli sempre più attentamente, tutti i settori cruciali della nostra vita, politica e diritto compresi.
Mauro Barberis

Terzo capitolo di una trilogia sul digitale iniziata con Come internet sta uccidendo la democrazia (Chiarelettere, 2020) – in cui viene indagato il ruolo di internet nella crisi della democrazia liberale – e proseguita con Ecologia della rete (Mimesis, 2021) [su Carmilla] – individuata come ambiente di Homo sapiens nel Terzo millennio – con il nuovo volume Mauro Barberis, Separazione dei poteri e giustizia digitale (Mimesis, 2023), ragionando sul declino delle democrazie liberali occidentali e sulla natura della separazione dei poteri nelle sue diverse versioni – nel giro di tre secoli cambiata tre volte: alla “vecchia”, fondata sul legislativo, si è sovrapposta la “nuova”, basata sull’esecutivo, dunque la “nuovissima”, che punta su giudiziario e autorità indipendenti – si concentra su come il processo di digitalizzazione – sia come oggetto che come strumento di controllo – abbia inciso e stia incidendo su tutto ciò focalizzandosi sull’ambito giudiziario.

Come oggetto, la nuovissima SP [acronimo di “separazione dei poteri”] estende la propria regolamentazione ai poteri digitali, cercando faticosamente di limitarli. Come strumento di controllo, la vecchia SP in senso stretto, come potere indipendente ma “nullo”, funzionale alla certezza del diritto e dei diritti, parrebbe aver trovato nella giustizia digitale la propria incarnazione ideale. Questa, infatti, devolve la decisione giudiziale, in parte o in tutto, a un giudice automatico, apparentemente più imparziale e prevedibile del giudice umano.

La giustizia digitale tende dunque a presentatisi come giudice “automatico” – derivando da un processo di machine learning di dati archiviati di precedenti decisioni giudiziali –, “imparziale” – ritenuta non soggetta ai pregiudizi umani – e “prevedibile”.

Una volta introdotte le principali problematiche sorte attorno alla diffusione dell’intelligenza artificiale, al massiccio ricorso agli algoritmi e alla giustizia predittiva o digitale, lo studioso problematizza l’introduzione di una “giustizia digitale sostitutiva” ragionando poi, nell’ultima parte del volume, sulla sua legittimità costituzionale.

Ricostruendo l’epopea di internet, Barberis sottolinea come questa si sia sviluppata in una sorta di Far West in balia dei poteri più forti, ossia delle maggiori multinazionali del digitale, società commerciali private spesso nate negli Stati Uniti e domiciliate in paradisi fiscali e operanti in regime di monopolio od oligopolio ponendo seri problemi di tutela dei diritti individuali a proposito di privacy, protezione del consumatore, libertà d’espressione e antitrust.

Barberis ragiona dunque su come arginare l’invadenza delle piattaforme digitali dal punto di vista giuridico, legislativo, giudiziale, amministrativo in alternativa al demandare ciò a una sorta di auto-regolazione. Dal punto di vista legislativo, a una prima fase apertamente neoliberista, soprattutto statunitense, volta a favorire l’industria digitale, ha fatto seguito l’avvento di una legislazione soprattutto europea, una sorta di “costituzionalismo digitale” in buona parte derivato dall’attivismo delle corti europee.

L’autore riporta l’esempio di Neuralink di Elon Musk che ha ottenuto l’autorizzazione a impiantare chip nel cervello umano facendo leva su promesse di ordine sanitario che di certo non eliminano la possibilità di finalità di altra natura che l’Unione Europea intende arginare attraverso l’AI Act vietando i dispositivi elettronici in grado di alterare gli stati emotivi. Sin qui – scrive Barberis – «siamo solo al liberalismo della regola; il liberalismo dei contropoteri c’insegna che anche l’IA Act dovrà poi essere attuato/applicato: e per questo sono decisive l’amministrazione (le agenzie indipendenti) e la giurisdizione (giudici ancor più indipendenti)».

A livello amministrativo le legislazioni sono facilmente eludibili: nel caso di Neuralink è bastato far leva sulle finalità di ordine sanitario per ottenere, dopo qualche tentativo, l’autorizzazione della Food and Drug Administration (Fda) statunitense. A differenza degli USA, in cui è ammessa l’influenza diretta da parte delle aziende (lobbying) sui legislatori, l’Unione Europea, almeno sulla carta, vanta maggiore indipendenza dalle piattaforme digitali.

In effetti, sinché le decisioni giudiziali saranno solo di principio, come nel caso delle Corti europee, o infliggeranno multe miliardarie ma pur sempre risibili, rispetto ai profitti di Big Tech, la via giudiziaria al controllo del digitale avrà gli stessi limiti della SP vecchia e nuova: tutelerà molto più i poteri forti e concentrati delle piattaforme digitali, e molto meno soggetti individuali come gli utenti. Più promettente, semmai, pare la strada delle Autorità indipendenti, già operanti nella nuova SP ma ancor più necessarie per la nuovissima, in particolare per la tutela dei consumatori globali. […] Il processo di digitalizzazione, peraltro, tende a investire lo stesso potere giudiziario: per ora, offrendo solo servizi ausiliari, ma minacciando, prima o poi, di sostituire la giustizia umana. Il giudice automatico, che si va progettando in giro per il mondo, è la nuova sfida interna alla SP di cui dobbiamo ora occuparci.

I motivi che hanno condotto alla crisi della democrazia liberale sono molteplici, da parte sua il volume di Barberis propone una riflessione sull’impatto dello sviluppo digitale su uno dei suoi elementi cardine, la separazione dei poteri, focalizzandosi sull’ambito giudiziario.

Fonte

09/10/2023

Per una teoria politica del digitale

di Gioacchino Toni

Gabriele Giacomini, Luca Taddio (a cura di), La politica del mondo digitale, Mimesis, Milano-Udine 2023, pp. 262, € 22,00

Derivato dal primo master italiano dedicato alla filosofia del digitale tenutosi all’Università di Udine, il volume La politica del mondo digitale (Mimesis 2023), curato da Gabriele Giacomini e Luca Taddio – che già si erano occupati di Filosofia del digitale (Mimesis 2020) – pone la trasformazione digitale a oggetto di studio della teoria politica. Nell’introdurre il volume, i due studiosi sottolineano come la filosofia possa dare il suo contributo non solo all’analisi e alla critica della trasformazione digitale, ma anche a una sua (ri)progettazione.

La filosofia può operare una «discussione dei presupposti (ad esempio, linguistici e culturali) a partire dai quali si sviluppa l’area, più o meno estesa, della conoscenza scientifica sul digitale», dunque «contribuire a un’eventuale fase “rivoluzionaria” della conoscenza, offrendo nuove “chiavi di lettura” alle scienze della comunicazione, sociali e politiche, contribuendo quindi a cambiare gli assiomi di partenza che informano le loro analisi empiriche». Inoltre, grazie alla sua «capacità di astrazione e, al tempo stesso, di universalizzazione», la filosofia può «mettere a sistema elementi di varie discipline», pertanto individuare tendenze trasversali non colte dalle scienze specializzate. Ancora, tale disciplina può occuparsi del livello ideale e normativo: «come si vorrebbe che le cose fossero, o diventassero», superando così il limite della scienza, che si muove principalmente sul piano descrittivo e fattuale, e la visione “tecnocentrica”.

«La “teoria politica del digitale” può esplorare temi come l’effetto dei social media in rapporto all’ideale della sfera pubblica, l’uso delle tecnologie di monitoraggio e sorveglianza per fini politici in relazione ai principi di libertà, l’accesso alle tecnologie digitali come diritto umano fondamentale, la protezione della privacy e la sicurezza online, l’etica della intelligenza artificiale nella politica, la distribuzione delle risorse digitali rispetto a idee di giustizia, e molte altre questioni» ma, soprattutto, sostengono Giacomini e Taddio, può «fornire uno strumento critico per analizzare e “giudicare” questi cambiamenti. Può interrogarsi sull’equità nell’accesso alle tecnologie digitali, sulla trasparenza e sulla responsabilità delle grandi piattaforme, sulla protezione dei diritti dei cittadini in un contesto in cui il “capitalismo della sorveglianza” sembra affermarsi».

Con posizioni e approcci diversi, i vari contributi presenti nel volume riprendono temi classici del pensiero politico rapportandoli alle trasformazioni digitali in atto, riflettendo sull’umanità e sui principi di libertà e di giustizia sociale nel mondo digitale.

Mauro Barberis muove dalla convinzione che il concetto di “sostenibilità”, tradizionalmente riferito al rapporto con l’ambiente, debba estendersi all’essere umano, dunque sottolinea l’urgenza di gestire la digitalizzazione in base a principi umani. A insistere sulla necessità del mantenimento di una supervisione umana, è anche Stefano De Luca che affronta il ricorso alle tecnologie autonome in ambito militare.

Se Pietro Dunn e Massimo Durante approfondiscono il discorso sul concetto di post-verità e le dinamiche di fruizione delle notizie in internet prendendo in esame gli aspetti normativi elaborati in diversi paesi, Maurizio Ferraris ragiona invece sulla necessità di un “webfare”, uno stato sociale per l’epoca digitale, che tenga conto dei principi democratici, di eguaglianza e di redistribuzione delle risorse, in un contesto che vede le Big Tech appropriarsi dei dati e del lavoro non remunerato degli utenti, mentre Luciano Floridi si focalizza sul rapporto tra aumento del tempo libero e degli standard di vita e “disoccupazione tecnologica”.

Ragionando sulla questione della sorveglianza digitale e sulla crisi del sistema dei partiti politici, Gabriele Giacomini, a partire dal pensiero politico di Locke e da quello di Rousseau, prospetta alcuni scenari nei quali si potrebbero sviluppare l’approccio liberale e quello repubblicano. Le questioni democratiche poste dall’“epoca dell’algocrazia”, sono invece discusse da Edoardo Greblo mentre Barbara Henry indaga il ruolo della tecnologia nel discorso sociotecno-scientifico in relazione alla corporeità, ragionando politicamente sul potenziale trasformativo delle rivoluzioni tecnologiche in una prospettiva non antropocentrica.

Sebastiano Maffettone affronta i rischi della sempre più marcata separazione dell’intelligenza dalla consapevolezza e dall’umanità, Simona Morini formula la necessità di ripensare la macchina statale a partire dal particolare rapporto tra burocrazia e universo digitale mentre Roberta Sala, riprendendo il pensiero di John Rawls, propone una riflessione sulla reciprocità interna a un contesto di cooperazione sociale indirizzata a principi di libertà ed eguaglianza.

Della velocità con cui le tecnologie stanno modificando l’assetto etico e politico, della non neutralità del sistema algoritmico di governo delle informazioni e dei dati, oltre che delle questioni concernenti l’identità dei soggetti digitali si occupa Fabrizio Sciacca mentre Salvo Vaccaro, riprendendo Michel Foucault e Gilles Deleuze, affronta il complesso rapporto tra governo degli algoritmi e politica ragionando sulle ripercussioni del sistema digitale sulle soggettività de-corporizzate e duplicate in simulacri digitali.

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19/09/2023

La digitalizzazione intensiva nelle scuole riduce e non migliora l’apprendimento

La digitalizzazione intensiva nelle scuole riduce l’apprendimento. A queste conclusioni è arrivato il sistema educativo svedese che prima e più degli altri aveva invece investito nella digitalizzazione degli strumenti di istruzione.

Una decisione apertamente in controtendenza, ma che ancora stenta a farsi largo nel dibattito sull’apprendimento scolastico travolto in modo invasivo dal totem della “digitalizzazione” e soprattutto dai fondi del PNRR.

A maggio aveva fatto scalpore la decisione degli insegnanti e degli studenti del liceo Albertelli di Roma di rigettare i fondi destinati a questo scopo dal PNRR e che ha avuto il merito di aprire una riflessione fin qui totalmente assente.

Come scrive la pagina specializzata Tecnica della scuola, da anni la Commissione europea sta spingendo per “l’abbandono progressivo dei supporti cartacei a favore dell’interazione e del maggior interesse suscitato da un dispositivo elettronico piuttosto che da uno statico e classico libro di testo hanno trainato la massiva opera di sostituzione e rinnovamento della didattica, anche attraverso l’introduzione di discipline prima sconosciute (matematica ed algebra applicata all’informatica, digital humanities, utilizzo di piattaforme per le discipline d’indirizzo)”.

I paesi del Nord Europa, meglio attrezzati sul piano infrastrutturale, erano partiti a spron battuto sul piano della digitalizzazione dell’istruzione, ma proprio da uno di essi – la Svezia – oggi sta venendo fuori uno stop che merita di diventare oggetto di discussione e decisione nel mondo dell’istruzione.

Facendo un bilancio, le istituzioni scolastiche svedesi hanno verificato che l’eccesso di digitalizzazione sta favorendo in linea di massima una parziale regressione del rendimento scolastico per le discipline strategiche, i cui contenuti a loro volta sono stati oggetto di digitalizzazione, fatto che non si sposa alla perfezione con la natura empirico-logica di tali discipline.

Ragione per cui le associazioni di insegnanti svedesi hanno proposto un graduale ritorno al supporto concettualmente cartaceo, con riferimento anche ai tempi di lettura sulla base di età e prestazione e sulla pratica della scrittura a mano, con il fine di ridurre i tempi di esposizione ai supporti digitali, alla ricerca online indipendente e alle abilità di tastiera.

Il ministro dell’Istruzione svedese, Lotta Hedolm, ad agosto aveva annunciato che l’esecutivo intendeva annullare la decisione dell’Agenzia nazionale per l’istruzione di rendere obbligatori i dispositivi digitali nelle scuole materne, una questione assai discussa anche tra le famiglie.

Si prevede di andare oltre e di eliminare completamente l’apprendimento digitale per i bambini sotto i sei anni.

Tecnica della scuola riferisce che sebbene gli studenti svedesi abbiano un punteggio superiore alla media europea per quanto riguarda l’abilità di lettura, una valutazione internazionale dei livelli di lettura della quarta elementare, il Progress in International Reading Literacy Study (PIRLS), ha evidenziato un calo tra i bambini svedesi tra il 2016 e il 2021.

Nel 2021, gli studenti svedesi di quarta elementare hanno ottenuto una media di 544 punti, in calo rispetto alla media di 555 del 2016. Tuttavia, le loro prestazioni hanno comunque collocato il Paese in parità con Taiwan per il settimo punteggio complessivo più alto nei test a livello globale.

In confronto, Singapore – che era in cima alla classifica – ha migliorato i suoi punteggi di lettura PIRLS da 576 a 587 durante lo stesso periodo, e il punteggio medio di rendimento nella lettura dell’Inghilterra è sceso solo leggermente, da 559 nel 2016 a 558 nel 2021.

Alcuni deficit di apprendimento potrebbero essere il risultato sia delle chiusure concernenti la pandemia di Covid, oppure un riflesso del numero crescente di studenti immigrati che non parlano svedese come prima lingua.

Ma un uso eccessivo di supporti digitali durante le lezioni scolastiche può far sì che gli scolari rimangano indietro nelle materie fondamentali, sostengono gli esperti del settore.

Indubbiamente, anche in Italia, la “bolla” dei lockdown durante la pandemia ha pesato e peserà molto sugli studenti che l’hanno vissuta. Ma la digitalizzazione intensiva è stata troppo spesso accettata e vissuta acriticamente come soluzione per un sistema educativo ormai subalterno al totem tecnologico e, nel caso dell’Italia, al dogma delle ‘competenze/competitività’ che vede scuole e università avviate alla mera funzionalità verso il sistema delle imprese e non alla formazione degli individui.

Insomma, il “sapere non critico”, puramente strumentale alla “produttività”, ottunde e non stimola l’intelligenza.

“Il passaggio dal quaderno cartaceo a quello digitale è una scelta che oggi come oggi non può essere fatta con la naturalezza con cui a suo tempo si passò dal pennino alla penna a sfera perché la posta in gioco è ben più alta”, afferma il pedagogista Daniele Novara.

L’eccitazione che si è respirata in molti collegi docenti intorno alla digitalizzazione intensiva – spinta come un caterpillar dal Miur – e all’idea che i tablet siano lo strumento di accompagnamento degli alunni dentro la modernità, è stato un pessimo segnale.

Nella discussione in tutte le sedi della formazione (dai collegi docenti agli altri) sarebbe opportuno cogliere anche segnali diversi, a cominciare da quello svedese ma, per parlare dell’Italia, anche dal rifiuto espresso a maggio dal liceo Albertelli.

Fonte

02/06/2023

Fordismo, postfordismo, digitalizzazione: l'orizzonte strategico del capitalismo

Quando si tratta di comprendere le trasformazioni del capitalismo, non si può fare a meno della ricerca e dello sguardo teorico di Enzo Rullani. Economista e Senior Researcher alla Ca' Foscari, autore di molti e importanti volumi, è stato tra i primi e tra i più acuti studiosi ad afferrare i nodi sociali, economici e politici del passaggio, a cavallo degli anni Ottanta, dal paradigma fordista a quello postfordista. In questa intervista, che ci ha gentilmente concesso e che va collocata all'interno della ricerca sui decenni perduti inaugurata da Machina, Enzo Rullani ripercorre quella transizione che, per le organizzazioni rivoluzionarie dell'epoca, rappresentò un problema irrisolto con cui ancora oggi abbiamo la necessità di confrontarci. Per quali ragioni il capitale riuscì a integrare, a loro discapito, quegli stessi operai che fino a poco tempo prima avevano dato vita al più importante ciclo di lotta di classe del Novecento in Europa, ed espresso tra le più radicali forme di rifiuto del lavoro? Perché il protagonismo rispetto al proprio destino, da rifiuto di classe del destino capitalistico, si è trasformato in sua entusiastica accettazione individualistica? Una pista che può valere la pena di seguire è quella che Enzo Rullani indica con il concetto di «ri-personalizzazione delle imprese e del lavoro», un processo che segna ancora oggi il rapporto con il lavoro di una fetta consistente della composizione sociale. La ricerca di una risposta a queste domande non va però intesa come un semplice esercizio storiografico, bensì come la condizione per uscire, oggi, dall'impasse politica in cui ci troviamo, pur con la consapevolezza che altre trasformazioni (come la digitalizzazione), nel frattempo, sono sopraggiunte. Di fronte a esse, la ricostruzione della loro genealogia e l'individuazione di un orizzonte strategico sono le due condizioni per evitare il rischio del «presentismo», come viene sapientemente chiamato nell'intervista, e per rovesciare le tendenze dello sviluppo che, come scrive ancora Rullani, non hanno nulla di necessario. Anche noi, quindi, dobbiamo fare nostra la consapevolezza «che non c’è mai vento a favore per il marinaio che non sa qual è il suo porto».

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Nella discussione sulla transizione in corso, sono ancora presenti molti dei concetti e delle istituzioni ereditate dal fordismo del secolo scorso. Qual è la ragione della loro persistente forza, anche in presenza di una situazione che sta andando verso sistemi di produzione e di vita sociale diversi?

Il fordismo è stato, nel periodo 1920-1970, un sistema che ha conseguito un successo straordinario, sia in termini di crescita della produttività che di progressiva costruzione di un sistema coerente di relazione economia-società (diciamo un «paradigma»). Un sistema capace di sfruttare al meglio le potenzialità della tecnologia e al tempo stesso di gestire le contraddizioni economiche e sociali innescate dal loro sviluppo fuori controllo.

Anche se Henry Ford inizialmente considerava il fordismo come un sistema focalizzato solo sulla produzione efficiente ottenuta nella fabbrica, col passare del tempo – e per effetto delle successive crisi che sono intervenute lungo la sua traiettoria di crescita – il paradigma fordista ha sviluppato ordinamenti sociali capaci di consolidare e utilizzare al meglio l’efficienza dalla fabbrica, facendo emergere:

- un sistema stabile di organizzazione e controllo, articolato in un certo numero di imprese di larga scala, governate da manager capaci di programmare in modo coordinato migliaia di singole operazioni lavorative, fornendo ad un consumatore «fedele» quanto è stato previsto e prodotto;

- uno Stato sociale finanziato dal prelievo fiscale, che riesce a sviluppare su larga scala servizi di welfare universale (non solo «privato») nella scuola, nella sanità, nei trasporti, nelle utenze energetiche, nell’organizzazione delle città ecc.;

- un insieme di rappresentanze collettive, che, con la loro mediazione sono capaci di redistribuire tra i diversi co-produttori il valore prodotto in fabbrica, mettendo in relazione i sindacati dei lavoratori e rappresentanze degli imprenditori, attraverso la contrattazione e regolazione dei comportamenti economici e sociali.

Queste istituzioni, insieme alla fabbrica fordista, sono state l’altra faccia del salto di produttività ottenuto con le nuove tecniche della produzione di massa. Nel ruolo di complemento necessario, esse hanno portato allo sviluppo di un paradigma coerente, capace di svilupparsi in forme sostenibili. La redistribuzione del reddito per via politica o sindacale crea infatti le condizioni di domanda necessarie per assorbire la crescente produzione derivata dai guadagni di efficienza in fabbrica.

Oggi possiamo considerare questa evoluzione sinergica col senno di poi, considerandola necessaria. In realtà, la sperimentazione e il consolidamento di tale assetto istituzionale non sono stati frutto di una evoluzione spontanea e non contrastata. Al contrario, il sistema ordinamentale sopra richiamato è stato frutto delle iniziative sperimentali portate avanti da soggettività politico-sociali dotate di visione e disposte a lottare per raggiungere i loro obiettivi. Molte di queste soggettività sono tuttora in campo, anche se oggi la loro visione appare volta più alla conservazione di quanto acquisito in passato che alla creazione di un futuro ispirato ad una logica diversa.

Quali sono state le cause fondamentali della crisi del regime fordista e quindi della transizione verso quel «modello» di produzione che all'epoca veniva indicato come post-fordismo?

Per capire le ragioni che – dagli anni Settanta in poi – hanno portato alla crisi del fordismo, bisogna fare riferimento alle contraddizioni che tale modo di produrre e di organizzare la vita sociale ha alimentato sin dal suo avvio, portando avanti le proprie premesse tecnologiche.

La potenza tecnologica del fordismo, in linea con la logica economica scaturita dalla modernità, deriva dalla capacità di usare la conoscenza riproducibile, ossia un tipo di conoscenza che, una volta prodotta, costa poco o nulla replicare in n applicazioni. In ognuno di questi n ri-usi la replicazione della conoscenza posseduta genera un valore utile v (per l’utilizzatore) con un costo c nullo o comunque molto ridotto (rispetto al costo della prima produzione). La differenza tra v e c genera un surplus che si moltiplica in funzione del numero dei ri-usi, dando luogo ad un valore complessivo n(v-c). Un valore che può diventare enorme se n arriva a numeri elevati, come accade nelle grandi e grandissime imprese. Messo a punto il progetto di una macchina efficiente, con la stessa conoscenza si possono infatti produrre cento o mille macchine uguali, capaci di ri-utilizzare a costo zero la conoscenza contenuta nella prima. E ognuna di queste macchine, una volta fissata la procedura per ottenere un prodotto può, con la stessa procedura, fornire cento, mille o un milione di prodotti, a costo marginale zero (dal punto di vista cognitivo).

In questo senso, il fordismo è il paradigma che utilizza al meglio le potenzialità di una modernità basata sulla scienza. Ossia su un tipo di conoscenza che fin dall’inizio viene progettata e prodotta in modo da essere riproducibile, non solo per verificarne la correttezza scientifica, ma anche per poterla propagare e rendere disponibile a tutti i possibili user.

La scienza, tuttavia, ottiene questa performance grazie al fatto che la produzione iniziale di una conoscenza e la sua riproduzione successiva si realizzano in un ambiente «protetto» a bassa complessità: il laboratorio. Un ambiente in cui entrano in gioco solo le cause e gli effetti pertinenti, che devono essere studiati per definire la relazione «verificabile» tra causa ed effetto mentre sono esclusi tutti gli altri.

Nel circuito scientifico, la complessità del mondo reale (che impone livelli non banali di varietà, variabilità, interdipendenza e indeterminazione) viene esclusa dai protocolli di laboratorio che regolano le sperimentazioni ammesse. La varietà, in altri termini, viene ridotta all’unico standard ammesso (escludendo le altre possibili varianti); la variabilità viene ridotta al programma prestabilito (escludendo variazioni nel tempo non previste); l’interdipendenza viene limitata ai soli fattori rilevanti (escludendo dal mondo del laboratorio tutte le relazioni non pertinenti); l’indeterminazione viene ridotta al minimo da fattori che controllano e predeterminando i possibili eventi, che possano intervenire in corso d’opera.

Tuttavia, per creare valore economico, la conoscenza riproducibile deve essere impiegata nel mondo reale (e non solo in laboratorio). Dunque, la scienza (astratta) non può essere usata direttamente per ottenere gli effetti utili voluti, ma essa va tradotta in tecnologia e incorporata in qualche mediatore fisico che possa essere collocato e riprodotto nel mondo reale. Nei due secoli e mezzo di modernità si sono succeduti diversi mediatori cognitivi impiegati per ri-usare a fini pratici la conoscenza riproducibile; la macchina (nel capitalismo industriale dell’800), l’organizzazione (nel fordismo 1920-70), il territorio (nel capitalismo flessibile 1970-2000), gli algoritmi e automatismi digitali (nel capitalismo digitale, post-2000)

Il primo mediatore cognitivo che traduce la scienza moderna in risultato utile (valore) è la macchina, che, nel primo capitalismo industriale rende replicabile la conoscenza in essa incorporata, con effetti produttivistici importanti rispetto alle tecniche agricole e artigianali precedenti.

Il secondo mediatore, emerso col fordismo del novecento, è l’organizzazione, ossia una sequenza coordinata e finalizzata di macchine specializzate che nel loro insieme lavorano la materia prima fino ad arrivare al prodotto finito. Perché l’organizzazione delle linee di produzione fordiste possa riprodurre il sapere tecnologico in essa incorporato bisogna tuttavia predisporre una pre-condizione: il mondo in cui essa è chiamata ad operare deve avere livelli bassi o nulli di complessità.

Di conseguenza, il fordismo genera la sua efficienza facendo leva sul controllo del mondo reale in cui le organizzazioni fordiste si trovano ad operare: sia nel lavoro di fabbrica che negli uffici, standard, programmi, controlli gerarchici e esclusione degli imprevisti sono la regola da osservare. Imponendo così una drastica compressione della complessità a tutti: al lavoro, al contesto sociale e territoriale, al «consumatore fedele» ecc.

Il controllo sull’organizzazione interna e quello (minore ma consistente) sull’ambiente esterno consente alle grandi imprese fordiste di sfruttare al meglio le economie di riproducibilità della conoscenza, aumentando i volumi dei prodotti standard portati al mercato, con le economie di scala conseguenti. La logica che ne deriva è quella della massima integrazione verticale possibile, internalizzando in azienda tutta la filiera necessaria ad ottenere il prodotto finito. E, accanto a questa, la logica della crescita dimensionale, ottenuta anche assorbendo o facendo fallire le piccole e medie imprese pre-esistenti nei diversi settori.

Tutto questo funziona, con ottimi risultati, finché il processo moltiplicativo delle macchine e dei prodotti riesce a mantenere bassa la complessità ammessa, all’interno dell’azienda e nell’ambiente esterno.

In forza di questo criterio fondativo, tutto cambia.

Il lavoro prima di tutto. I compiti dei lavoratori vengono, infatti, fortemente standardizzati e dunque spersonalizzati. Di conseguenza, i soggetti individuali (i singoli lavoratori) perdono rilevanza, mentre prendono vita molti e influenti soggetti collettivi, come i sindacati e le classi sociali attive sul terreno della rappresentanza politica. Questi soggetti collettivi mettono insieme lavoratori standard, che si organizzano nelle fabbriche e nella società, riuscendo così ad avere un potere contrattuale rilevante nei confronti delle controparti contrattuali e politiche.

Un tale sistema richiede, per stabilizzarsi, una forte concentrazione del potere decisionale al vertice, assegnando alle grandi imprese e allo Stato un ruolo di controllo nelle filiere produttive e nei luoghi di produzione, stabilendo una gerarchia piramidale capace di guidare i comportamenti economici e sociali e di garantire il reciproco riconoscimento dei soggetti in campo. Allo scopo, la complessità della vita economica e sociale (in termini di varietà, variabilità, interdipendenza e indeterminazione) deve essere compressa, riducendo a standard le individualità e riportando il loro comportamento al programma prestabilito.

La crisi del fordismo, negli anni Settanta, scatta quando diventa chiaro che lo sviluppo economico e sociale genera, per sua natura, una complessità che – con la sua continua crescita – sfugge al controllo delle grandi organizzazioni che pure promuovono lo sviluppo delle utilità e dei consumi.

La complessità eccedente, negli ultimi decenni del secolo scorso, si manifesta sotto diverse forme: una domanda sempre meno condizionabile, che esplora varianti nuove, diverse da quelle dettate dal marketing; una concorrenza trans-nazionale che, con l’arrivo delle imprese giapponesi, sfugge alla logica collusiva tra giganti già affermati; una condizione di instabilità monetaria che altera i programmi di vendita e acquisto nelle relazioni internazionali. Emergono poi, sempre più importanti rivendicazioni dei lavoratori che promuovono esigenze delle persone, imponendo azioni non programmate (si pensi, in Italia, a tutto quello che ha voluto dire l’«autunno caldo»). Infine, dovendo operare in questo contesto in ebollizione, lo Stato – che doveva essere il mediatore in ultima istanza dei conflitti interni al paradigma – perde progressivamente la sua capacità di influenza e di direzione, aprendo ad una liberalizzazione dei mercati e dei rapporti sempre più complessa, capaci di minare la stabilità dei rapporti pre-esistenti.

La crisi, a partire dagli anni Settanta, si manifesta sotto forma di una esplosione di dinamiche non previste e fuori controllo, che fanno saltare i piani delle grandi aziende, incapaci di tenere dietro ai cambiamenti emergenti giorno per giorno. In questo contesto prendono forma le prime esperienze di successo di quello che è stato chiamato capitalismo post-fordista.

Quali sono i tratti peculiari di questo post-fordismo, soprattutto in termini di trasformazione del lavoro?

Il post-fordismo che, un po’ in tutti i paesi, emerge nel periodo di transizione 1970-2000, si caratterizza per la ricerca di un sistema tecnologico-produttivo capace di garantire risposte efficienti ma al tempo stesso flessibili, per fronteggiare la crescente complessità ambientale che le grandi aziende ereditate dal fordismo devono gestire.

Il primo passaggio per guadagnare margini di flessibilità senza alterare troppo le pre-esistenze è stato il downsizing, che contraddice la precedente regola dell’espansione maggiore possibile. Le maggiori imprese hanno infatti cominciato a decentrare a fornitori esterni tutta una serie di attività, eccedenti le loro consolidate routine e i loro programmi. Salvaguardando il nucleo centrale del sistema produttivo pre-programmato, si è cominciato a fare outsourcing di materiali, componenti, soluzioni, servizi e conoscenze esterne, ricorrendo a fornitori flessibili, in grado di adattare i loro processi in tempi ragionevolmente brevi e di accettare anche commesse di piccola scala o di carattere temporaneo.

Questi fornitori flessibili sono emersi, e si sono progressivamente auto-organizzati, in sistemi sociali in cui il mancato o ritardato sviluppo dell’industrializzazione fordista aveva lasciato in vita una base di piccola imprenditorialità e notevoli riserve di manodopera disponibile. Ad esempio, in Italia, condizioni del genere erano presenti nelle regioni che si sono industrializzate, con successo, solo nel periodo 1970-2000, come il Nordest (Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige) e il Centro italia (Emilia Romagna,Toscana, Umbria, Marche), completando il processo di industrializzazione che in precedenza si era concentrato nel Triangolo Industriale (Lombardia, Piemonte, Liguria).

Il capitalismo flessibile che, in questo modo, prende forma in risposta alla crisi del fordismo utilizza le iniziative imprenditoriali di piccole imprese industriali, di artigiani o commercianti, che rispondono alla nuova domanda di flessibilità espressa dal blocco delle grandi aziende ex fordiste (in crisi di rigidità). Nuove aziende di piccola e media scala crescono rapidamente in alcuni settori (tessile-abbigliamento, arredamento, meccanica, occhialeria ecc.), concentrandosi in alcuni luoghi, lontano dai centri industriali precedenti, e possono farlo nelle periferie utilizzando migliaia di lavoratori espulsi dall’agricoltura, per effetto dei nuovi processi di meccanizzazione del lavoro dei campi e di trasformazioni connesse.

Se nel capitalismo della grande impresa il mediatore cognitivo che rendeva la conoscenza replicabile (con le economie di scala conseguenti) era l’organizzazione gerarchica, che controllava l’intero ciclo dall’alto, nel capitalismo post-fordista che valorizza la flessibilità il motore della crescita ha invece due poli costitutivi:

- l’intraprendenza delle persone, che, dividendosi il lavoro (tra specialisti e clienti focalizzati sullo stesso settore) generano molte filiere locali di impresa diffusa, col risultato di sovrapporsi e competere in risposta alla domanda internazionale di flessibilità e di prodotti di nicchia;

- il territorio, che – per imitazione e condivisione – concentra e diffonde le conoscenze auto-prodotte dalle diverse esperienze in uno specifico settore di specializzazione, mettendo a disposizione degli imprenditori e dei lavoratori coinvolti (spesso indotti a «mettersi in proprio») un «capitale sociale» di sapere pratico e di relazioni interpersonali affidabili. Due condizioni che consentono a ciascun distretto di creare un sistema efficiente, ma al tempo stesso flessibile, di divisione del lavoro, capace di ri-usare la conoscenza informale sedimentata nell’esperienza del luogo.

Persone e territorio – che consentono l’efficiente divisione del lavoro tra le persone dotate di diverse competenze e funzioni nelle filiere distrettuali – danno luogo, col loro apporto ad un terzo paradigma della modernità (il capitalismo flessibile 1970-2000), seguendo una traiettoria non facile, in forza delle nuove contraddizioni emergenti.

La prima contraddizione deriva dalla forma spontanea di nascita del capitalismo territoriale, che inizialmente si sviluppa sotto traccia e lungo i sentieri a basso costo, appoggiati a forme poco visibili di sfruttamento del lavoro. Non a caso, nei primi anni post Settanta, molti degli osservatori che guardavano a quanto stava emergendo nei territori del primo post-fordismo, parlavano di «capitalismo del sottoscala», orientato a sfruttare il basso costo del lavoro a domicilio in aree povere, ad elevata disoccupazione. Non a caso, in certi territori, viene avviato un meccanismo perverso di segregazione di lavoro dipendente a basso costo, come accade nel distretto tessile di Prato, con migliaia di immigrati cinesi che sono confinati in spazi ristretti di vita e di lavoro e separati dal resto della popolazione locale.

Ma questo accade soprattutto nei difficili anni dell’avvio del nuovo paradigma. Con la crescita delle competenze e delle iniziative imprenditoriali del distretto, il capitalismo distrettuale nei molti luoghi della periferia industriale italiana porta, in seguito, alla valorizzazione del lavoro locale. Si realizza in questi luoghi un lento ma progressivo passaggio dall’agricoltura e dal vecchio terziario all’industria moderna. Inoltre, sulla base dell’esperienza fatta sul campo, nei distretti si apre per molti operai la possibilità di diventare imprenditori, mettendosi in proprio a svolgere lavori imparati come lavoratori dipendenti.

L’antagonismo tra lavoro e capitale, tipico del modello fordista, perde consistenza perché nei distretti industriali l’imprenditore, i suoi lavoratori dipendenti, i suoi fornitori specializzati fanno parte dello stesso ambiente culturale e sociale. Spesso il rapporto interpersonale consolida la relazione professionale, le rispettive famiglie si frequentano, tutti conoscono tutto di quello che accade intorno alle singole attività. Non solo: i lavoratori, differenziandosi per pratica professionale e storia individuale, non sono più riducibili al lavoro standard, ossia al tempo-lavoro del fordismo, indifferente alle qualità e alle aspirazioni dei singoli. Se il lavoro si individualizza, diventa meno facile aggregare centinaia o migliaia di lavoratori in rappresentanze sindacali e in contrattazioni di tipo collettivo.

D’altra parte, il potere contrattuale dei lavoratori assunti dalle diverse imprese del distretto aumenta man mano che la riserva di manodopera ex agricola si esaurisce, cosicché le imprese hanno interesse ad assumere e mantenere nel corso del tempo lavoratori fidelizzati, che si sono formati sul campo specifico in cui l’azienda opera.

In questo senso, i distretti non inibiscono il lavoratore, ma, per molti versi, lo promuovono a protagonista del proprio destino. La professionalità del lavoro cresce, infatti, con l’esperienza pratica di ciascuno e alimenta l’intelligenza e la creatività delle persone, impegnate in compiti che mutano in continuazione e che richiedono una forte capacità di adattamento e di relazione. Nei distretti industriali di maggiore successo, inoltre, i nuclei familiari possono uscire dalla povertà iniziale anche grazie al fatto che la crescita distrettuale crea posti di lavoro per tutti i membri adulti della famiglia, consentendo di sommare i redditi di ciascuno con quello dei familiari conviventi.

Nel corso degli anni Settanta e Ottanta, molti degli economisti più attenti alle novità del postfordismo (tra cui Giacomo Becattini, Sebastiano Brusco, Giorgio Fuà), contribuiscono a delineare, anche sul piano teorico, un paradigma di capitalismo di tipo nuovo, ancorato ai territori. Un capitalismo che dimostra di avere buone performance nel mercato competitivo, ma – come diverrà evidente in seguito – ha comunque un difetto fondamentale: si è affermato d’impulso, senza una grande consapevolezza dei fattori che hanno reso possibile il suo sviluppo durante un periodo particolare (il periodo 1970-2000), dopo decenni di emarginazione e sottovalutazione dei territori periferici e della piccola impresa.

Questa mancanza di auto-consapevolezza viene da Becattini paragonata al «volo del calabrone» che, pur avendo una conformazione fisica che sembra inadatta al volo, riesce lo stesso a volare. Infatti, essendo ignaro di questa diagnosi aprioristica, il calabrone contraddice ogni previsione, e prova a volare, riuscendoci. Ma non sa perché ci riesce.

Nei distretti, la scarsa auto-consapevolezza del «calabrone» che vola senza avere una chiara rappresentazione delle ragioni che, dal 1970 al 2000, gli hanno fornito il vantaggio competitivo, diventa un problema chiave quando, negli anni post-2000, la geografia dei vantaggi competitivi muta, per effetto dell’avvento delle tecnologie digitali, che consentono di sfruttare i vantaggi dell’interconnessione trans-territoriale, superando i confini dei micro-sistemi locali su cui erano cresciuti i distretti industriali.

Il digitale inventa altri modi di offrire la flessibilità che serve alle imprese per fronteggiare livelli crescenti di complessità: le filiere possono allargarsi a reti che vanno oltre il locale (con interconnessioni metropolitane, nazionali o globali); le persone possono e devono accedere a conoscenze che eccedono la propria esperienza pratica, a condizione che sappiano padroneggiare i linguaggi formali della comunicazione trans-territoriale; gli imprenditori possono guardare all’estero non solo per vendere, ma anche per sfruttare condizioni favorevoli di produzione trans-territoriale (dal punto di vista del costo del lavoro, del carico fiscale, delle disponibilità di risorse, della vicinanza ai mercati di sbocco ecc.).

Molte imprese leader o comunque impegnate in progetti innovativi reagiscono a questo nuovo scenario re-inventando il proprio business, attraverso un allargamento della propria filiera e dei riferimenti di mercato allo spazio internazionale, pur conservando nel sistema locale un nucleo portante composto delle attività in quei campi in cui è decisiva, e conveniente, l’integrazione col sapere e con le iniziative presenti nel territorio. Altre imprese, più resilienti, ridimensionano i propri investimenti e obiettivi, selezionando funzioni in cui conservano un vantaggio e adeguandosi al ripiegamento dei circuiti locali. Altre ancora cercano soluzioni di risparmio dei costi decentrando attività più o meno rilevanti in paesi a basso costo del lavoro (come l’Est europeo, la Cina e altri paesi asiatici).

Dal 2000 in poi, insomma, il postfordismo si sta re-inventando, anche nelle aree distrettuali. Il problema chiave che dovrebbe essere affrontato in maniera collettiva – e che spesso non riesce ad essere nemmeno messo a fuoco come dovrebbe – è tuttavia la necessaria trasformazione del capitale umano. Per avere persone (imprenditori e lavoratori) capaci di muoversi nelle nuove reti del business digitale servirebbe infatti un investimento massiccio in formazione professionale sia nella scuola che nel posto di lavoro. Le persone, abituate nei distretti ad usare il sapere pratico e le relazioni inter-personali dirette, devono oggi acquisire la capacità di gestire le conoscenze codificate, andando oltre la propria esperienza diretta, e di gestire rapporti interpersonali e trans-territoriali estesi oltre i confini distrettuali e nazionali.

Da questa insufficienza di investimento e di reazione strategica deriva una perdita di velocità dello sviluppo dei distretti rispetto ad altre forme di capitalismo post-fordista, agganciate alla traiettoria della digitalizzazione globale. Se in Italia la produttività e i livelli salariali sono rimasti indietro, negli ultimi venti anni, rispetto a quelli di molte altre nazioni, nostre concorrenti, è anche per questo venir meno dei nostri vantaggi distrettuali tipici, con il conseguente rallentamento della transizione verso le forme emergenti di capitalismo digitale.

Quella transizione è stata caratterizzata dalla crescita del lavoro autonomo che ha connotato l'economia italiana e soprattutto quella del Nordest. Attorno a queste forme di lavoro si è costruito un segmento importante di ceto medio. Che tipo di soggettività ne è emersa (in termini di valori, rapporto con il lavoro, rapporto con le istituzioni e la politica, ecc.) e come si è trasformata oggi?

La crescita distrettuale 1970-2000 genera un arricchimento importante in tutto il sistema italiano, che si industrializza in modo abbastanza omogeneo, salvo il Mezzogiorno. Lo sviluppo si traduce non solo in un consolidamento del reddito e della posizione professionale dei lavoratori dipendenti dell’industria, ma in una redistribuzione della ricchezza prodotta di scala più ampia. Nel corso degli anni, cresce infatti il numero degli imprenditori, e dei loro associati familiari o manageriali; cresce la rosa dei professionisti che seguono dall’esterno le aziende, fornendo servizi di assistenza e indirizzo quasi-manageriali; cresce il numero dei lavoratori dipendenti che in varie forme si autonomizza all’interno delle reti distrettuali, sviluppando ruoli di fornitura fidelizzata e ben pagata. Cresce anche il numero e la varietà degli operatori terziari che vendono servizi di varia natura, e – in genere – di bassa produttività, ad una domanda derivante dal benessere diffuso nel sistema sociale.

Inoltre occorre tenere presente la forma di auto-coscienza che si accompagna ai processi di promozione economica e sociale che le persone sperimentano nel corso del tempo: non solo c’è un forte attaccamento al lavoro che ciascuno compie nella filiera della produzione locale, ma c’è anche la convinzione che il successo ottenuto sia frutto dell’eccellenza imprenditoriale o professionale, nonostante questa convinzione nasca sulla base della propria esperienza soggettiva prima che dal confronto con altri modelli di capitalismo e di vita sociale, esterni al circuito locale e poco conosciuti.

La composizione socio-culturale abbastanza eterogenea, che ne risulta, rende difficile l’integrazione di interessi e di prospettive tra i diversi gruppi sociali, sia sul piano della rappresentanza sindacale che su quello della rappresentanza politica. Sul terreno dei rapporti di lavoro la dialettica di classe appare fuori luogo in un sistema in cui le posizioni individuali sono non solo differenziate e mutevoli, ma intrecciate in molteplici legami familiari, culturali, di co-produzione del valore. Sul terreno politico, la dialettica tra destra e sinistra viene oscurata dalla frammentazione di posizioni che alla fine converge sul centro, in una posizione di sostegno allo sviluppo spontaneo piuttosto che di correzione o indirizzamento strategico dello stesso.

Nel capitalismo distrettuale, lo Stato appare infatti lontano, e abbastanza estraneo alle forze (locali) dello sviluppo spontaneo. La politica ha dunque un forte baricentro locale, ed è abbastanza restia a svolgere ruoli di direzione o di sintesi, anche su base territoriale: basta pensare che le Agenzie per lo sviluppo dei diversi distretti tardano ad affermarsi nel corso del tempo, e prendono corpo solo sul finire del periodo d’oro 1970-2000. Fa eccezione, da questo punto di vista, soprattutto l’Emilia Romagna, che nel suo percorso sperimenta forme interessanti di integrazione tra iniziative politiche regionali e sviluppo spontaneo delle imprese nei settori di piccola e media impresa.

In generale, nel Nordest e nell’Italia distrettuale, si nota una debole presenza di politiche pro-attive, capaci di proporre traiettorie di crescita autonome – e correttive – rispetto a quelle dello sviluppo spontaneo. Questo, tuttavia, non è un grande problema fino a che lo sviluppo del capitalismo flessibile va avanti per via spontanea, senza richiedere forti cambiamenti. Ma, dal 2000 in poi, la carenza di iniziative importanti di tipo sindacale (per il rinnovamento del capitale umano) e di tipo politico (per investimenti consistenti in ricerca, istruzione, infrastrutture, sapere digitale) diventa un handicap, che si fa fatica a superare.

Oggi, delle teorizzazioni che provavano ad afferrare i nodi principali della transizione, cosa si può ritenere che abbia funzionato e cosa invece è risultato inadeguato?

In ogni processo di transizione importante, le iniziative dei soggetti si trovano ad operare nello spazio inerziale che si apre tra il «vecchio» che non funziona più e il «nuovo» che non funziona ancora. Questo è accaduto, in Italia, anche nella transizione digitale avviata nel 2000 e tuttora in via di svolgimento: nel capitalismo flessibile ereditato dal periodo 1970-2000, ci si rende conto dei limiti di quanto è stato ereditato dal passato, ma si fa fatica a trovare le idee e i mezzi per andare oltre con investimenti a rischio consistenti in capitale umano, reti di relazione, macchine e automatismi digitali, significati coerenti con la transizione in corso.

Quello che è ancora vitale tra i lasciti dell’esperienza distrettuale è l’avvenuta ri-personalizzazione delle imprese e dei lavoratori, superando la logica impersonale del lavoro standard e della razionalità oggettiva, propria delle imprese fordiste (radicate altrove).

Una parte del sistema produttivo e di consumo si è rapidamente adeguata a questa esigenza di transizione verso forme nuove di capitalismo in rete, andando avanti sulla strada che consente di sfruttare i vantaggi degli automatismi digitali e della trans-territorialità. La flessibilità creativa offerta in precedenza dalle imprese distrettuali deve infatti evolvere, in sintonia con il nuovo ambiente competitivo, aprendosi alla differenziazione del mondo globale e alle innovazioni tecnologiche più promettenti.

Rimane però un’altra parte del sistema che fatica a seguire le trasformazioni emergenti. Nella forbice tra vecchio e nuovo, si sono così create disuguaglianze importanti, tra impresa e impresa, tra lavoratore e lavoratore, tra luogo e luogo. Ricucire questa rete portando al centro dell’evoluzione creativa anche chi è rimasto ai margini dello sviluppo è un compito importante, sia per le imprese leader locali, che per le organizzazioni sociali di rappresentanza, sindacali e politiche.

A distanza di 30/40 anni dall'inizio di quella transizione è possibile definire in positivo un nuovo regime di regolazione e produzione successivo al fordismo?

Quando in un contesto dato prendono avvio cambiamenti importanti – di tipo tecnologico, innanzitutto, ma anche di tipo ambientale, demografico, sanitario, culturale ecc. – è inevitabile che le attenzioni di tutti si rivolgano ai problemi immediati che emergono in questo o quel settore, promuovendo azioni correttive che hanno un unico fondamentale limite: restano prigioniere di una forma di «presentismo», ossia di rincorsa verso rimedi a breve termine, mirati a confermare il presente in essere, debitamente rattoppato.

È quello che sta accadendo nella maggior parte dei campi e dei paesi, da quando la transizione in corso ha scompaginato i precedenti ruoli ed equilibri. Ma il «presentismo» è un rimedio assai poco efficace quando si tratta di fronteggiare una traiettoria di sviluppo spontaneo, spinto da cambiamenti di lungo termine, rispetto alla quale non basta inseguire i problemi di volta in volta emergenti.

Riprendendo un detto di Seneca, dobbiamo tenere a mente che «non c’è mai vento a favore per il marinaio che non sa qual è il suo porto». Se non si ha in mente una rotta da mantenere nel lungo periodo, si finisce quasi sempre per girare in tondo, seguendo le contingenze e rimanendo alla fine fermi dove si è arrivati. Occorre dunque adattarsi al mutare dei venti, ma facendo in modo di mantenere la direzione verso un porto di arrivo.

In effetti, il nostro problema, anche nella transizione attuale, è proprio quello di definire il porto verso cui pensiamo di potere e dovere andare, usando la forza della transizione digitale, ma, al tempo stesso, curandosi delle contraddizioni che essa introduce nei diversi aspetti che la nostra attenzione soggettiva ritiene rilevanti: contraddizioni ambientali (insostenibilità), sociali (disuguaglianze), culturali (perdita di senso e di condivisione in molti campi sensibili).

Da questo punto di vista, dobbiamo chiederci: dove ci sta portando la transizione digitale? E quali sono i margini di adattamento, che possano permetterci di andare avanti sanando, al tempo stesso, le contraddizioni emergenti?

A prima vista, il nuovo paradigma che ha preso forma con la digitalizzazione post-2000 sembra basarsi sui grandi moltiplicatori (della conoscenza codificata) che sfruttano la rete delle connessioni globali in tempo reale a costo zero o molto limitato. Sulla base di una leva del genere, il valore viene oggi creato soprattutto da grandi imprese che propongono standard innovativi, destinati a moltiplicare per migliaia o milioni di volte il ri-uso dei codici e degli algoritmi digitali impiegati.

In questa prospettiva dovremmo attenderci una seconda stagione per la produzione di massa (tipica del fordismo), questa volta basata sulla replicazione delle risorse immateriali in rete. Pensiamo, ad esempio, ai molti prodotti e servizi standard che hanno già da tempo invaso la rete, creando un sistema potente e ramificato di Big Business dotati di un potere quasi monopolistico nel loro campo di azione.

Ma, a ben vedere, questa prospettiva è limitata e, alla fine, distorcente. Il digitale non è infatti condannato a replicare la produzione di massa del fordismo, perché la sua base tecnologica è in grado di andare oltre la replicazione di standard prefissati. Grazie allo sviluppo di processi di machine learning, l’economia che impiega algoritmi e i dati digitalizzati è in grado di adattare le soluzioni e le trasformazioni fisiche per far fronte ad un certo grado (limitato, ma importante) di complessità. Si riesce ormai, in molti campi, a gestire a basso costo e in tempi rapidi un certo livello di varietà, di variabilità, di interdipendenza e di indeterminazione.

Questo significa che, dopo la fase iniziale (moltiplicazione globale degli standard di successo), la seconda fase della digitalizzazione che ci attende è quella della personalizzazione dei prodotti e dei servizi, in funzione di esigenze differenziate dei singoli user. I quali, in tal modo, tornano ad essere protagonisti dei processi di generazione di valore, anche se gli algoritmi digitali possono provare a profilare e indirizzare i desideri e i giudizi dei clienti.

Andando avanti, man mano che la moltiplicazione degli standard e la personalizzazione dei prodotti/servizi offerti diventeranno servizi banali, realizzabili a basso costo grazie alla mediazione di collaudati algoritmi digitali, il valore economico si sposterà su una fascia di desideri, esperienze, idee innovative che i singoli potranno mettere in cantiere, utilizzando a tal fine anche le tecnologie digitali come fonte di flessibilità facilmente modellabile e a basso costo. Lungo questa traiettoria, potrà emergere tra qualche tempo un capitalismo diverso, basato sull’esplorazione della complessità non ancora governata. Un capitalismo che utilizzerà come risorsa chiave l’intelligenza umana (e dunque il lavoro degli uomini) per interpretare, proporre visioni del possibile, prendere decisioni a rischio in tutti i campi dotati di rilevanza pratica o emotiva per i soggetti in gioco.

Se vogliamo fin da ora preparare quel momento, è importante definire sin da oggi quale deve essere il porto di arrivo alla transizione digitale in atto, sulla base di una visione del possibile che non si limiti a esaltare la potenza tecnologica o a mettere toppe su questo o quel deficit contingente. Ma che sia capace, invece, di prefigurare un nuovo paradigma coerente e condiviso verso cui indirizzare la modernità emergente nel prossimo futuro.

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Enzo Rullani è Senior Researcher di Economia della conoscenza presso Ca' Foscari University Fellow della Venice International University. Socio Onorario della Società Italiana di Management. È autore di moltissimi volumi, tra questi ricordiamo: Il postfordismo. Idee per il capitalismo prossimo venturo, a cura di L. Romano e E. Rullani (Etas Libri, 1998); Economia e conoscenza. Creatività e valore nel capitalismo delle reti (Carocci, 2004); Il capitalismo personale. Vite al lavoro, con A. Bonomi (Einaudi, 2005); Modernità sostenibile. Idee, filiere e servizi per uscire dalla crisi (Marsilio Editore, 2010); Ri-personalizzazione e management nella transizione in corso, con R. Sebastiani, D. Corsaro, C. Mele (Angeli, 2020).

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