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02/06/2023

Fordismo, postfordismo, digitalizzazione: l'orizzonte strategico del capitalismo

Quando si tratta di comprendere le trasformazioni del capitalismo, non si può fare a meno della ricerca e dello sguardo teorico di Enzo Rullani. Economista e Senior Researcher alla Ca' Foscari, autore di molti e importanti volumi, è stato tra i primi e tra i più acuti studiosi ad afferrare i nodi sociali, economici e politici del passaggio, a cavallo degli anni Ottanta, dal paradigma fordista a quello postfordista. In questa intervista, che ci ha gentilmente concesso e che va collocata all'interno della ricerca sui decenni perduti inaugurata da Machina, Enzo Rullani ripercorre quella transizione che, per le organizzazioni rivoluzionarie dell'epoca, rappresentò un problema irrisolto con cui ancora oggi abbiamo la necessità di confrontarci. Per quali ragioni il capitale riuscì a integrare, a loro discapito, quegli stessi operai che fino a poco tempo prima avevano dato vita al più importante ciclo di lotta di classe del Novecento in Europa, ed espresso tra le più radicali forme di rifiuto del lavoro? Perché il protagonismo rispetto al proprio destino, da rifiuto di classe del destino capitalistico, si è trasformato in sua entusiastica accettazione individualistica? Una pista che può valere la pena di seguire è quella che Enzo Rullani indica con il concetto di «ri-personalizzazione delle imprese e del lavoro», un processo che segna ancora oggi il rapporto con il lavoro di una fetta consistente della composizione sociale. La ricerca di una risposta a queste domande non va però intesa come un semplice esercizio storiografico, bensì come la condizione per uscire, oggi, dall'impasse politica in cui ci troviamo, pur con la consapevolezza che altre trasformazioni (come la digitalizzazione), nel frattempo, sono sopraggiunte. Di fronte a esse, la ricostruzione della loro genealogia e l'individuazione di un orizzonte strategico sono le due condizioni per evitare il rischio del «presentismo», come viene sapientemente chiamato nell'intervista, e per rovesciare le tendenze dello sviluppo che, come scrive ancora Rullani, non hanno nulla di necessario. Anche noi, quindi, dobbiamo fare nostra la consapevolezza «che non c’è mai vento a favore per il marinaio che non sa qual è il suo porto».

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Nella discussione sulla transizione in corso, sono ancora presenti molti dei concetti e delle istituzioni ereditate dal fordismo del secolo scorso. Qual è la ragione della loro persistente forza, anche in presenza di una situazione che sta andando verso sistemi di produzione e di vita sociale diversi?

Il fordismo è stato, nel periodo 1920-1970, un sistema che ha conseguito un successo straordinario, sia in termini di crescita della produttività che di progressiva costruzione di un sistema coerente di relazione economia-società (diciamo un «paradigma»). Un sistema capace di sfruttare al meglio le potenzialità della tecnologia e al tempo stesso di gestire le contraddizioni economiche e sociali innescate dal loro sviluppo fuori controllo.

Anche se Henry Ford inizialmente considerava il fordismo come un sistema focalizzato solo sulla produzione efficiente ottenuta nella fabbrica, col passare del tempo – e per effetto delle successive crisi che sono intervenute lungo la sua traiettoria di crescita – il paradigma fordista ha sviluppato ordinamenti sociali capaci di consolidare e utilizzare al meglio l’efficienza dalla fabbrica, facendo emergere:

- un sistema stabile di organizzazione e controllo, articolato in un certo numero di imprese di larga scala, governate da manager capaci di programmare in modo coordinato migliaia di singole operazioni lavorative, fornendo ad un consumatore «fedele» quanto è stato previsto e prodotto;

- uno Stato sociale finanziato dal prelievo fiscale, che riesce a sviluppare su larga scala servizi di welfare universale (non solo «privato») nella scuola, nella sanità, nei trasporti, nelle utenze energetiche, nell’organizzazione delle città ecc.;

- un insieme di rappresentanze collettive, che, con la loro mediazione sono capaci di redistribuire tra i diversi co-produttori il valore prodotto in fabbrica, mettendo in relazione i sindacati dei lavoratori e rappresentanze degli imprenditori, attraverso la contrattazione e regolazione dei comportamenti economici e sociali.

Queste istituzioni, insieme alla fabbrica fordista, sono state l’altra faccia del salto di produttività ottenuto con le nuove tecniche della produzione di massa. Nel ruolo di complemento necessario, esse hanno portato allo sviluppo di un paradigma coerente, capace di svilupparsi in forme sostenibili. La redistribuzione del reddito per via politica o sindacale crea infatti le condizioni di domanda necessarie per assorbire la crescente produzione derivata dai guadagni di efficienza in fabbrica.

Oggi possiamo considerare questa evoluzione sinergica col senno di poi, considerandola necessaria. In realtà, la sperimentazione e il consolidamento di tale assetto istituzionale non sono stati frutto di una evoluzione spontanea e non contrastata. Al contrario, il sistema ordinamentale sopra richiamato è stato frutto delle iniziative sperimentali portate avanti da soggettività politico-sociali dotate di visione e disposte a lottare per raggiungere i loro obiettivi. Molte di queste soggettività sono tuttora in campo, anche se oggi la loro visione appare volta più alla conservazione di quanto acquisito in passato che alla creazione di un futuro ispirato ad una logica diversa.

Quali sono state le cause fondamentali della crisi del regime fordista e quindi della transizione verso quel «modello» di produzione che all'epoca veniva indicato come post-fordismo?

Per capire le ragioni che – dagli anni Settanta in poi – hanno portato alla crisi del fordismo, bisogna fare riferimento alle contraddizioni che tale modo di produrre e di organizzare la vita sociale ha alimentato sin dal suo avvio, portando avanti le proprie premesse tecnologiche.

La potenza tecnologica del fordismo, in linea con la logica economica scaturita dalla modernità, deriva dalla capacità di usare la conoscenza riproducibile, ossia un tipo di conoscenza che, una volta prodotta, costa poco o nulla replicare in n applicazioni. In ognuno di questi n ri-usi la replicazione della conoscenza posseduta genera un valore utile v (per l’utilizzatore) con un costo c nullo o comunque molto ridotto (rispetto al costo della prima produzione). La differenza tra v e c genera un surplus che si moltiplica in funzione del numero dei ri-usi, dando luogo ad un valore complessivo n(v-c). Un valore che può diventare enorme se n arriva a numeri elevati, come accade nelle grandi e grandissime imprese. Messo a punto il progetto di una macchina efficiente, con la stessa conoscenza si possono infatti produrre cento o mille macchine uguali, capaci di ri-utilizzare a costo zero la conoscenza contenuta nella prima. E ognuna di queste macchine, una volta fissata la procedura per ottenere un prodotto può, con la stessa procedura, fornire cento, mille o un milione di prodotti, a costo marginale zero (dal punto di vista cognitivo).

In questo senso, il fordismo è il paradigma che utilizza al meglio le potenzialità di una modernità basata sulla scienza. Ossia su un tipo di conoscenza che fin dall’inizio viene progettata e prodotta in modo da essere riproducibile, non solo per verificarne la correttezza scientifica, ma anche per poterla propagare e rendere disponibile a tutti i possibili user.

La scienza, tuttavia, ottiene questa performance grazie al fatto che la produzione iniziale di una conoscenza e la sua riproduzione successiva si realizzano in un ambiente «protetto» a bassa complessità: il laboratorio. Un ambiente in cui entrano in gioco solo le cause e gli effetti pertinenti, che devono essere studiati per definire la relazione «verificabile» tra causa ed effetto mentre sono esclusi tutti gli altri.

Nel circuito scientifico, la complessità del mondo reale (che impone livelli non banali di varietà, variabilità, interdipendenza e indeterminazione) viene esclusa dai protocolli di laboratorio che regolano le sperimentazioni ammesse. La varietà, in altri termini, viene ridotta all’unico standard ammesso (escludendo le altre possibili varianti); la variabilità viene ridotta al programma prestabilito (escludendo variazioni nel tempo non previste); l’interdipendenza viene limitata ai soli fattori rilevanti (escludendo dal mondo del laboratorio tutte le relazioni non pertinenti); l’indeterminazione viene ridotta al minimo da fattori che controllano e predeterminando i possibili eventi, che possano intervenire in corso d’opera.

Tuttavia, per creare valore economico, la conoscenza riproducibile deve essere impiegata nel mondo reale (e non solo in laboratorio). Dunque, la scienza (astratta) non può essere usata direttamente per ottenere gli effetti utili voluti, ma essa va tradotta in tecnologia e incorporata in qualche mediatore fisico che possa essere collocato e riprodotto nel mondo reale. Nei due secoli e mezzo di modernità si sono succeduti diversi mediatori cognitivi impiegati per ri-usare a fini pratici la conoscenza riproducibile; la macchina (nel capitalismo industriale dell’800), l’organizzazione (nel fordismo 1920-70), il territorio (nel capitalismo flessibile 1970-2000), gli algoritmi e automatismi digitali (nel capitalismo digitale, post-2000)

Il primo mediatore cognitivo che traduce la scienza moderna in risultato utile (valore) è la macchina, che, nel primo capitalismo industriale rende replicabile la conoscenza in essa incorporata, con effetti produttivistici importanti rispetto alle tecniche agricole e artigianali precedenti.

Il secondo mediatore, emerso col fordismo del novecento, è l’organizzazione, ossia una sequenza coordinata e finalizzata di macchine specializzate che nel loro insieme lavorano la materia prima fino ad arrivare al prodotto finito. Perché l’organizzazione delle linee di produzione fordiste possa riprodurre il sapere tecnologico in essa incorporato bisogna tuttavia predisporre una pre-condizione: il mondo in cui essa è chiamata ad operare deve avere livelli bassi o nulli di complessità.

Di conseguenza, il fordismo genera la sua efficienza facendo leva sul controllo del mondo reale in cui le organizzazioni fordiste si trovano ad operare: sia nel lavoro di fabbrica che negli uffici, standard, programmi, controlli gerarchici e esclusione degli imprevisti sono la regola da osservare. Imponendo così una drastica compressione della complessità a tutti: al lavoro, al contesto sociale e territoriale, al «consumatore fedele» ecc.

Il controllo sull’organizzazione interna e quello (minore ma consistente) sull’ambiente esterno consente alle grandi imprese fordiste di sfruttare al meglio le economie di riproducibilità della conoscenza, aumentando i volumi dei prodotti standard portati al mercato, con le economie di scala conseguenti. La logica che ne deriva è quella della massima integrazione verticale possibile, internalizzando in azienda tutta la filiera necessaria ad ottenere il prodotto finito. E, accanto a questa, la logica della crescita dimensionale, ottenuta anche assorbendo o facendo fallire le piccole e medie imprese pre-esistenti nei diversi settori.

Tutto questo funziona, con ottimi risultati, finché il processo moltiplicativo delle macchine e dei prodotti riesce a mantenere bassa la complessità ammessa, all’interno dell’azienda e nell’ambiente esterno.

In forza di questo criterio fondativo, tutto cambia.

Il lavoro prima di tutto. I compiti dei lavoratori vengono, infatti, fortemente standardizzati e dunque spersonalizzati. Di conseguenza, i soggetti individuali (i singoli lavoratori) perdono rilevanza, mentre prendono vita molti e influenti soggetti collettivi, come i sindacati e le classi sociali attive sul terreno della rappresentanza politica. Questi soggetti collettivi mettono insieme lavoratori standard, che si organizzano nelle fabbriche e nella società, riuscendo così ad avere un potere contrattuale rilevante nei confronti delle controparti contrattuali e politiche.

Un tale sistema richiede, per stabilizzarsi, una forte concentrazione del potere decisionale al vertice, assegnando alle grandi imprese e allo Stato un ruolo di controllo nelle filiere produttive e nei luoghi di produzione, stabilendo una gerarchia piramidale capace di guidare i comportamenti economici e sociali e di garantire il reciproco riconoscimento dei soggetti in campo. Allo scopo, la complessità della vita economica e sociale (in termini di varietà, variabilità, interdipendenza e indeterminazione) deve essere compressa, riducendo a standard le individualità e riportando il loro comportamento al programma prestabilito.

La crisi del fordismo, negli anni Settanta, scatta quando diventa chiaro che lo sviluppo economico e sociale genera, per sua natura, una complessità che – con la sua continua crescita – sfugge al controllo delle grandi organizzazioni che pure promuovono lo sviluppo delle utilità e dei consumi.

La complessità eccedente, negli ultimi decenni del secolo scorso, si manifesta sotto diverse forme: una domanda sempre meno condizionabile, che esplora varianti nuove, diverse da quelle dettate dal marketing; una concorrenza trans-nazionale che, con l’arrivo delle imprese giapponesi, sfugge alla logica collusiva tra giganti già affermati; una condizione di instabilità monetaria che altera i programmi di vendita e acquisto nelle relazioni internazionali. Emergono poi, sempre più importanti rivendicazioni dei lavoratori che promuovono esigenze delle persone, imponendo azioni non programmate (si pensi, in Italia, a tutto quello che ha voluto dire l’«autunno caldo»). Infine, dovendo operare in questo contesto in ebollizione, lo Stato – che doveva essere il mediatore in ultima istanza dei conflitti interni al paradigma – perde progressivamente la sua capacità di influenza e di direzione, aprendo ad una liberalizzazione dei mercati e dei rapporti sempre più complessa, capaci di minare la stabilità dei rapporti pre-esistenti.

La crisi, a partire dagli anni Settanta, si manifesta sotto forma di una esplosione di dinamiche non previste e fuori controllo, che fanno saltare i piani delle grandi aziende, incapaci di tenere dietro ai cambiamenti emergenti giorno per giorno. In questo contesto prendono forma le prime esperienze di successo di quello che è stato chiamato capitalismo post-fordista.

Quali sono i tratti peculiari di questo post-fordismo, soprattutto in termini di trasformazione del lavoro?

Il post-fordismo che, un po’ in tutti i paesi, emerge nel periodo di transizione 1970-2000, si caratterizza per la ricerca di un sistema tecnologico-produttivo capace di garantire risposte efficienti ma al tempo stesso flessibili, per fronteggiare la crescente complessità ambientale che le grandi aziende ereditate dal fordismo devono gestire.

Il primo passaggio per guadagnare margini di flessibilità senza alterare troppo le pre-esistenze è stato il downsizing, che contraddice la precedente regola dell’espansione maggiore possibile. Le maggiori imprese hanno infatti cominciato a decentrare a fornitori esterni tutta una serie di attività, eccedenti le loro consolidate routine e i loro programmi. Salvaguardando il nucleo centrale del sistema produttivo pre-programmato, si è cominciato a fare outsourcing di materiali, componenti, soluzioni, servizi e conoscenze esterne, ricorrendo a fornitori flessibili, in grado di adattare i loro processi in tempi ragionevolmente brevi e di accettare anche commesse di piccola scala o di carattere temporaneo.

Questi fornitori flessibili sono emersi, e si sono progressivamente auto-organizzati, in sistemi sociali in cui il mancato o ritardato sviluppo dell’industrializzazione fordista aveva lasciato in vita una base di piccola imprenditorialità e notevoli riserve di manodopera disponibile. Ad esempio, in Italia, condizioni del genere erano presenti nelle regioni che si sono industrializzate, con successo, solo nel periodo 1970-2000, come il Nordest (Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige) e il Centro italia (Emilia Romagna,Toscana, Umbria, Marche), completando il processo di industrializzazione che in precedenza si era concentrato nel Triangolo Industriale (Lombardia, Piemonte, Liguria).

Il capitalismo flessibile che, in questo modo, prende forma in risposta alla crisi del fordismo utilizza le iniziative imprenditoriali di piccole imprese industriali, di artigiani o commercianti, che rispondono alla nuova domanda di flessibilità espressa dal blocco delle grandi aziende ex fordiste (in crisi di rigidità). Nuove aziende di piccola e media scala crescono rapidamente in alcuni settori (tessile-abbigliamento, arredamento, meccanica, occhialeria ecc.), concentrandosi in alcuni luoghi, lontano dai centri industriali precedenti, e possono farlo nelle periferie utilizzando migliaia di lavoratori espulsi dall’agricoltura, per effetto dei nuovi processi di meccanizzazione del lavoro dei campi e di trasformazioni connesse.

Se nel capitalismo della grande impresa il mediatore cognitivo che rendeva la conoscenza replicabile (con le economie di scala conseguenti) era l’organizzazione gerarchica, che controllava l’intero ciclo dall’alto, nel capitalismo post-fordista che valorizza la flessibilità il motore della crescita ha invece due poli costitutivi:

- l’intraprendenza delle persone, che, dividendosi il lavoro (tra specialisti e clienti focalizzati sullo stesso settore) generano molte filiere locali di impresa diffusa, col risultato di sovrapporsi e competere in risposta alla domanda internazionale di flessibilità e di prodotti di nicchia;

- il territorio, che – per imitazione e condivisione – concentra e diffonde le conoscenze auto-prodotte dalle diverse esperienze in uno specifico settore di specializzazione, mettendo a disposizione degli imprenditori e dei lavoratori coinvolti (spesso indotti a «mettersi in proprio») un «capitale sociale» di sapere pratico e di relazioni interpersonali affidabili. Due condizioni che consentono a ciascun distretto di creare un sistema efficiente, ma al tempo stesso flessibile, di divisione del lavoro, capace di ri-usare la conoscenza informale sedimentata nell’esperienza del luogo.

Persone e territorio – che consentono l’efficiente divisione del lavoro tra le persone dotate di diverse competenze e funzioni nelle filiere distrettuali – danno luogo, col loro apporto ad un terzo paradigma della modernità (il capitalismo flessibile 1970-2000), seguendo una traiettoria non facile, in forza delle nuove contraddizioni emergenti.

La prima contraddizione deriva dalla forma spontanea di nascita del capitalismo territoriale, che inizialmente si sviluppa sotto traccia e lungo i sentieri a basso costo, appoggiati a forme poco visibili di sfruttamento del lavoro. Non a caso, nei primi anni post Settanta, molti degli osservatori che guardavano a quanto stava emergendo nei territori del primo post-fordismo, parlavano di «capitalismo del sottoscala», orientato a sfruttare il basso costo del lavoro a domicilio in aree povere, ad elevata disoccupazione. Non a caso, in certi territori, viene avviato un meccanismo perverso di segregazione di lavoro dipendente a basso costo, come accade nel distretto tessile di Prato, con migliaia di immigrati cinesi che sono confinati in spazi ristretti di vita e di lavoro e separati dal resto della popolazione locale.

Ma questo accade soprattutto nei difficili anni dell’avvio del nuovo paradigma. Con la crescita delle competenze e delle iniziative imprenditoriali del distretto, il capitalismo distrettuale nei molti luoghi della periferia industriale italiana porta, in seguito, alla valorizzazione del lavoro locale. Si realizza in questi luoghi un lento ma progressivo passaggio dall’agricoltura e dal vecchio terziario all’industria moderna. Inoltre, sulla base dell’esperienza fatta sul campo, nei distretti si apre per molti operai la possibilità di diventare imprenditori, mettendosi in proprio a svolgere lavori imparati come lavoratori dipendenti.

L’antagonismo tra lavoro e capitale, tipico del modello fordista, perde consistenza perché nei distretti industriali l’imprenditore, i suoi lavoratori dipendenti, i suoi fornitori specializzati fanno parte dello stesso ambiente culturale e sociale. Spesso il rapporto interpersonale consolida la relazione professionale, le rispettive famiglie si frequentano, tutti conoscono tutto di quello che accade intorno alle singole attività. Non solo: i lavoratori, differenziandosi per pratica professionale e storia individuale, non sono più riducibili al lavoro standard, ossia al tempo-lavoro del fordismo, indifferente alle qualità e alle aspirazioni dei singoli. Se il lavoro si individualizza, diventa meno facile aggregare centinaia o migliaia di lavoratori in rappresentanze sindacali e in contrattazioni di tipo collettivo.

D’altra parte, il potere contrattuale dei lavoratori assunti dalle diverse imprese del distretto aumenta man mano che la riserva di manodopera ex agricola si esaurisce, cosicché le imprese hanno interesse ad assumere e mantenere nel corso del tempo lavoratori fidelizzati, che si sono formati sul campo specifico in cui l’azienda opera.

In questo senso, i distretti non inibiscono il lavoratore, ma, per molti versi, lo promuovono a protagonista del proprio destino. La professionalità del lavoro cresce, infatti, con l’esperienza pratica di ciascuno e alimenta l’intelligenza e la creatività delle persone, impegnate in compiti che mutano in continuazione e che richiedono una forte capacità di adattamento e di relazione. Nei distretti industriali di maggiore successo, inoltre, i nuclei familiari possono uscire dalla povertà iniziale anche grazie al fatto che la crescita distrettuale crea posti di lavoro per tutti i membri adulti della famiglia, consentendo di sommare i redditi di ciascuno con quello dei familiari conviventi.

Nel corso degli anni Settanta e Ottanta, molti degli economisti più attenti alle novità del postfordismo (tra cui Giacomo Becattini, Sebastiano Brusco, Giorgio Fuà), contribuiscono a delineare, anche sul piano teorico, un paradigma di capitalismo di tipo nuovo, ancorato ai territori. Un capitalismo che dimostra di avere buone performance nel mercato competitivo, ma – come diverrà evidente in seguito – ha comunque un difetto fondamentale: si è affermato d’impulso, senza una grande consapevolezza dei fattori che hanno reso possibile il suo sviluppo durante un periodo particolare (il periodo 1970-2000), dopo decenni di emarginazione e sottovalutazione dei territori periferici e della piccola impresa.

Questa mancanza di auto-consapevolezza viene da Becattini paragonata al «volo del calabrone» che, pur avendo una conformazione fisica che sembra inadatta al volo, riesce lo stesso a volare. Infatti, essendo ignaro di questa diagnosi aprioristica, il calabrone contraddice ogni previsione, e prova a volare, riuscendoci. Ma non sa perché ci riesce.

Nei distretti, la scarsa auto-consapevolezza del «calabrone» che vola senza avere una chiara rappresentazione delle ragioni che, dal 1970 al 2000, gli hanno fornito il vantaggio competitivo, diventa un problema chiave quando, negli anni post-2000, la geografia dei vantaggi competitivi muta, per effetto dell’avvento delle tecnologie digitali, che consentono di sfruttare i vantaggi dell’interconnessione trans-territoriale, superando i confini dei micro-sistemi locali su cui erano cresciuti i distretti industriali.

Il digitale inventa altri modi di offrire la flessibilità che serve alle imprese per fronteggiare livelli crescenti di complessità: le filiere possono allargarsi a reti che vanno oltre il locale (con interconnessioni metropolitane, nazionali o globali); le persone possono e devono accedere a conoscenze che eccedono la propria esperienza pratica, a condizione che sappiano padroneggiare i linguaggi formali della comunicazione trans-territoriale; gli imprenditori possono guardare all’estero non solo per vendere, ma anche per sfruttare condizioni favorevoli di produzione trans-territoriale (dal punto di vista del costo del lavoro, del carico fiscale, delle disponibilità di risorse, della vicinanza ai mercati di sbocco ecc.).

Molte imprese leader o comunque impegnate in progetti innovativi reagiscono a questo nuovo scenario re-inventando il proprio business, attraverso un allargamento della propria filiera e dei riferimenti di mercato allo spazio internazionale, pur conservando nel sistema locale un nucleo portante composto delle attività in quei campi in cui è decisiva, e conveniente, l’integrazione col sapere e con le iniziative presenti nel territorio. Altre imprese, più resilienti, ridimensionano i propri investimenti e obiettivi, selezionando funzioni in cui conservano un vantaggio e adeguandosi al ripiegamento dei circuiti locali. Altre ancora cercano soluzioni di risparmio dei costi decentrando attività più o meno rilevanti in paesi a basso costo del lavoro (come l’Est europeo, la Cina e altri paesi asiatici).

Dal 2000 in poi, insomma, il postfordismo si sta re-inventando, anche nelle aree distrettuali. Il problema chiave che dovrebbe essere affrontato in maniera collettiva – e che spesso non riesce ad essere nemmeno messo a fuoco come dovrebbe – è tuttavia la necessaria trasformazione del capitale umano. Per avere persone (imprenditori e lavoratori) capaci di muoversi nelle nuove reti del business digitale servirebbe infatti un investimento massiccio in formazione professionale sia nella scuola che nel posto di lavoro. Le persone, abituate nei distretti ad usare il sapere pratico e le relazioni inter-personali dirette, devono oggi acquisire la capacità di gestire le conoscenze codificate, andando oltre la propria esperienza diretta, e di gestire rapporti interpersonali e trans-territoriali estesi oltre i confini distrettuali e nazionali.

Da questa insufficienza di investimento e di reazione strategica deriva una perdita di velocità dello sviluppo dei distretti rispetto ad altre forme di capitalismo post-fordista, agganciate alla traiettoria della digitalizzazione globale. Se in Italia la produttività e i livelli salariali sono rimasti indietro, negli ultimi venti anni, rispetto a quelli di molte altre nazioni, nostre concorrenti, è anche per questo venir meno dei nostri vantaggi distrettuali tipici, con il conseguente rallentamento della transizione verso le forme emergenti di capitalismo digitale.

Quella transizione è stata caratterizzata dalla crescita del lavoro autonomo che ha connotato l'economia italiana e soprattutto quella del Nordest. Attorno a queste forme di lavoro si è costruito un segmento importante di ceto medio. Che tipo di soggettività ne è emersa (in termini di valori, rapporto con il lavoro, rapporto con le istituzioni e la politica, ecc.) e come si è trasformata oggi?

La crescita distrettuale 1970-2000 genera un arricchimento importante in tutto il sistema italiano, che si industrializza in modo abbastanza omogeneo, salvo il Mezzogiorno. Lo sviluppo si traduce non solo in un consolidamento del reddito e della posizione professionale dei lavoratori dipendenti dell’industria, ma in una redistribuzione della ricchezza prodotta di scala più ampia. Nel corso degli anni, cresce infatti il numero degli imprenditori, e dei loro associati familiari o manageriali; cresce la rosa dei professionisti che seguono dall’esterno le aziende, fornendo servizi di assistenza e indirizzo quasi-manageriali; cresce il numero dei lavoratori dipendenti che in varie forme si autonomizza all’interno delle reti distrettuali, sviluppando ruoli di fornitura fidelizzata e ben pagata. Cresce anche il numero e la varietà degli operatori terziari che vendono servizi di varia natura, e – in genere – di bassa produttività, ad una domanda derivante dal benessere diffuso nel sistema sociale.

Inoltre occorre tenere presente la forma di auto-coscienza che si accompagna ai processi di promozione economica e sociale che le persone sperimentano nel corso del tempo: non solo c’è un forte attaccamento al lavoro che ciascuno compie nella filiera della produzione locale, ma c’è anche la convinzione che il successo ottenuto sia frutto dell’eccellenza imprenditoriale o professionale, nonostante questa convinzione nasca sulla base della propria esperienza soggettiva prima che dal confronto con altri modelli di capitalismo e di vita sociale, esterni al circuito locale e poco conosciuti.

La composizione socio-culturale abbastanza eterogenea, che ne risulta, rende difficile l’integrazione di interessi e di prospettive tra i diversi gruppi sociali, sia sul piano della rappresentanza sindacale che su quello della rappresentanza politica. Sul terreno dei rapporti di lavoro la dialettica di classe appare fuori luogo in un sistema in cui le posizioni individuali sono non solo differenziate e mutevoli, ma intrecciate in molteplici legami familiari, culturali, di co-produzione del valore. Sul terreno politico, la dialettica tra destra e sinistra viene oscurata dalla frammentazione di posizioni che alla fine converge sul centro, in una posizione di sostegno allo sviluppo spontaneo piuttosto che di correzione o indirizzamento strategico dello stesso.

Nel capitalismo distrettuale, lo Stato appare infatti lontano, e abbastanza estraneo alle forze (locali) dello sviluppo spontaneo. La politica ha dunque un forte baricentro locale, ed è abbastanza restia a svolgere ruoli di direzione o di sintesi, anche su base territoriale: basta pensare che le Agenzie per lo sviluppo dei diversi distretti tardano ad affermarsi nel corso del tempo, e prendono corpo solo sul finire del periodo d’oro 1970-2000. Fa eccezione, da questo punto di vista, soprattutto l’Emilia Romagna, che nel suo percorso sperimenta forme interessanti di integrazione tra iniziative politiche regionali e sviluppo spontaneo delle imprese nei settori di piccola e media impresa.

In generale, nel Nordest e nell’Italia distrettuale, si nota una debole presenza di politiche pro-attive, capaci di proporre traiettorie di crescita autonome – e correttive – rispetto a quelle dello sviluppo spontaneo. Questo, tuttavia, non è un grande problema fino a che lo sviluppo del capitalismo flessibile va avanti per via spontanea, senza richiedere forti cambiamenti. Ma, dal 2000 in poi, la carenza di iniziative importanti di tipo sindacale (per il rinnovamento del capitale umano) e di tipo politico (per investimenti consistenti in ricerca, istruzione, infrastrutture, sapere digitale) diventa un handicap, che si fa fatica a superare.

Oggi, delle teorizzazioni che provavano ad afferrare i nodi principali della transizione, cosa si può ritenere che abbia funzionato e cosa invece è risultato inadeguato?

In ogni processo di transizione importante, le iniziative dei soggetti si trovano ad operare nello spazio inerziale che si apre tra il «vecchio» che non funziona più e il «nuovo» che non funziona ancora. Questo è accaduto, in Italia, anche nella transizione digitale avviata nel 2000 e tuttora in via di svolgimento: nel capitalismo flessibile ereditato dal periodo 1970-2000, ci si rende conto dei limiti di quanto è stato ereditato dal passato, ma si fa fatica a trovare le idee e i mezzi per andare oltre con investimenti a rischio consistenti in capitale umano, reti di relazione, macchine e automatismi digitali, significati coerenti con la transizione in corso.

Quello che è ancora vitale tra i lasciti dell’esperienza distrettuale è l’avvenuta ri-personalizzazione delle imprese e dei lavoratori, superando la logica impersonale del lavoro standard e della razionalità oggettiva, propria delle imprese fordiste (radicate altrove).

Una parte del sistema produttivo e di consumo si è rapidamente adeguata a questa esigenza di transizione verso forme nuove di capitalismo in rete, andando avanti sulla strada che consente di sfruttare i vantaggi degli automatismi digitali e della trans-territorialità. La flessibilità creativa offerta in precedenza dalle imprese distrettuali deve infatti evolvere, in sintonia con il nuovo ambiente competitivo, aprendosi alla differenziazione del mondo globale e alle innovazioni tecnologiche più promettenti.

Rimane però un’altra parte del sistema che fatica a seguire le trasformazioni emergenti. Nella forbice tra vecchio e nuovo, si sono così create disuguaglianze importanti, tra impresa e impresa, tra lavoratore e lavoratore, tra luogo e luogo. Ricucire questa rete portando al centro dell’evoluzione creativa anche chi è rimasto ai margini dello sviluppo è un compito importante, sia per le imprese leader locali, che per le organizzazioni sociali di rappresentanza, sindacali e politiche.

A distanza di 30/40 anni dall'inizio di quella transizione è possibile definire in positivo un nuovo regime di regolazione e produzione successivo al fordismo?

Quando in un contesto dato prendono avvio cambiamenti importanti – di tipo tecnologico, innanzitutto, ma anche di tipo ambientale, demografico, sanitario, culturale ecc. – è inevitabile che le attenzioni di tutti si rivolgano ai problemi immediati che emergono in questo o quel settore, promuovendo azioni correttive che hanno un unico fondamentale limite: restano prigioniere di una forma di «presentismo», ossia di rincorsa verso rimedi a breve termine, mirati a confermare il presente in essere, debitamente rattoppato.

È quello che sta accadendo nella maggior parte dei campi e dei paesi, da quando la transizione in corso ha scompaginato i precedenti ruoli ed equilibri. Ma il «presentismo» è un rimedio assai poco efficace quando si tratta di fronteggiare una traiettoria di sviluppo spontaneo, spinto da cambiamenti di lungo termine, rispetto alla quale non basta inseguire i problemi di volta in volta emergenti.

Riprendendo un detto di Seneca, dobbiamo tenere a mente che «non c’è mai vento a favore per il marinaio che non sa qual è il suo porto». Se non si ha in mente una rotta da mantenere nel lungo periodo, si finisce quasi sempre per girare in tondo, seguendo le contingenze e rimanendo alla fine fermi dove si è arrivati. Occorre dunque adattarsi al mutare dei venti, ma facendo in modo di mantenere la direzione verso un porto di arrivo.

In effetti, il nostro problema, anche nella transizione attuale, è proprio quello di definire il porto verso cui pensiamo di potere e dovere andare, usando la forza della transizione digitale, ma, al tempo stesso, curandosi delle contraddizioni che essa introduce nei diversi aspetti che la nostra attenzione soggettiva ritiene rilevanti: contraddizioni ambientali (insostenibilità), sociali (disuguaglianze), culturali (perdita di senso e di condivisione in molti campi sensibili).

Da questo punto di vista, dobbiamo chiederci: dove ci sta portando la transizione digitale? E quali sono i margini di adattamento, che possano permetterci di andare avanti sanando, al tempo stesso, le contraddizioni emergenti?

A prima vista, il nuovo paradigma che ha preso forma con la digitalizzazione post-2000 sembra basarsi sui grandi moltiplicatori (della conoscenza codificata) che sfruttano la rete delle connessioni globali in tempo reale a costo zero o molto limitato. Sulla base di una leva del genere, il valore viene oggi creato soprattutto da grandi imprese che propongono standard innovativi, destinati a moltiplicare per migliaia o milioni di volte il ri-uso dei codici e degli algoritmi digitali impiegati.

In questa prospettiva dovremmo attenderci una seconda stagione per la produzione di massa (tipica del fordismo), questa volta basata sulla replicazione delle risorse immateriali in rete. Pensiamo, ad esempio, ai molti prodotti e servizi standard che hanno già da tempo invaso la rete, creando un sistema potente e ramificato di Big Business dotati di un potere quasi monopolistico nel loro campo di azione.

Ma, a ben vedere, questa prospettiva è limitata e, alla fine, distorcente. Il digitale non è infatti condannato a replicare la produzione di massa del fordismo, perché la sua base tecnologica è in grado di andare oltre la replicazione di standard prefissati. Grazie allo sviluppo di processi di machine learning, l’economia che impiega algoritmi e i dati digitalizzati è in grado di adattare le soluzioni e le trasformazioni fisiche per far fronte ad un certo grado (limitato, ma importante) di complessità. Si riesce ormai, in molti campi, a gestire a basso costo e in tempi rapidi un certo livello di varietà, di variabilità, di interdipendenza e di indeterminazione.

Questo significa che, dopo la fase iniziale (moltiplicazione globale degli standard di successo), la seconda fase della digitalizzazione che ci attende è quella della personalizzazione dei prodotti e dei servizi, in funzione di esigenze differenziate dei singoli user. I quali, in tal modo, tornano ad essere protagonisti dei processi di generazione di valore, anche se gli algoritmi digitali possono provare a profilare e indirizzare i desideri e i giudizi dei clienti.

Andando avanti, man mano che la moltiplicazione degli standard e la personalizzazione dei prodotti/servizi offerti diventeranno servizi banali, realizzabili a basso costo grazie alla mediazione di collaudati algoritmi digitali, il valore economico si sposterà su una fascia di desideri, esperienze, idee innovative che i singoli potranno mettere in cantiere, utilizzando a tal fine anche le tecnologie digitali come fonte di flessibilità facilmente modellabile e a basso costo. Lungo questa traiettoria, potrà emergere tra qualche tempo un capitalismo diverso, basato sull’esplorazione della complessità non ancora governata. Un capitalismo che utilizzerà come risorsa chiave l’intelligenza umana (e dunque il lavoro degli uomini) per interpretare, proporre visioni del possibile, prendere decisioni a rischio in tutti i campi dotati di rilevanza pratica o emotiva per i soggetti in gioco.

Se vogliamo fin da ora preparare quel momento, è importante definire sin da oggi quale deve essere il porto di arrivo alla transizione digitale in atto, sulla base di una visione del possibile che non si limiti a esaltare la potenza tecnologica o a mettere toppe su questo o quel deficit contingente. Ma che sia capace, invece, di prefigurare un nuovo paradigma coerente e condiviso verso cui indirizzare la modernità emergente nel prossimo futuro.

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Enzo Rullani è Senior Researcher di Economia della conoscenza presso Ca' Foscari University Fellow della Venice International University. Socio Onorario della Società Italiana di Management. È autore di moltissimi volumi, tra questi ricordiamo: Il postfordismo. Idee per il capitalismo prossimo venturo, a cura di L. Romano e E. Rullani (Etas Libri, 1998); Economia e conoscenza. Creatività e valore nel capitalismo delle reti (Carocci, 2004); Il capitalismo personale. Vite al lavoro, con A. Bonomi (Einaudi, 2005); Modernità sostenibile. Idee, filiere e servizi per uscire dalla crisi (Marsilio Editore, 2010); Ri-personalizzazione e management nella transizione in corso, con R. Sebastiani, D. Corsaro, C. Mele (Angeli, 2020).

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23/04/2023

Crisi di alternative e confusione ideologica al tempo della Scuola 4.0

Due episodi tra loro slegati, avvenuti a distanza di tempo l’uno dall’altro, mi spingono a stendere le seguenti considerazioni sulle crisi che attraversano l’universo scolastico e a proporle a questo giornale.

Il primo riguarda quanto avvenuto in sede di Collegio docenti in una scuola, di cui non citerò né il nome né la città per ragioni che possono ben essere comprese, e durante il quale il Dirigente scolastico sottoponeva al Collegio l’adozione della strategia del piano “Scuola 4.0” (punto 3.2 del PNRR) necessaria per ottenere i fondi previsti per interventi di rinnovamento tecnologico dei laboratori e delle aule e per l’istituzione di figure specifiche (pedagogiche, tecniche, operative) per l’attuazione pratica della strategia e per l’orientamento scolastico.

Durante la lunga discussione prima della votazione un rappresentante della RSU (afferente al sindacato “maggiormente rappresentativo” all’interno dell’istituto) interveniva con un discorso di principio contro la visione neoliberista sottostante all’impianto del PNRR che contrastava i principi di emancipazione sociale che la scuola della Costituzione dovrebbe garantire.

Rispondendo alla RSU, il Dirigente scolastico faceva notare che, pur approvando in linea di principio le finalità sociali sottostanti al dettato costituzionale sulla scuola, l’intervento era fuori luogo perché ideologico (suppongo per il riferimento al neoliberismo) e perché la votazione richiesta era necessaria (pro forma) altrimenti non si sarebbe potuto perfezionare l’iter procedurale che aveva portato all’approvazione di progetti per “migliorare la scuola” (si tratta di ammodernamenti tecnologici e interventi contro la dispersione scolastica e l’orientamento, per una somma che si aggira intorno al mezzo milione di euro per la singola scuola. I dati di tutte le scuole sono disponibili on line).

Di fronte a queste somme, vuoi perderti in questioni ideologiche e di principio? L’approvazione quasi bulgara fa cadere nel vuoto quel discorso politico e “ideologico”.

Il secondo episodio è relativo a uno striscione affisso sui muri esterni della scuola da un’organizzazione studentesca fascista (di cui non faccio il nome per non farle pubblicità) che recita “Rovesciare la scuola dell’omologazione”.

A leggerlo veniva da sorridere, perché la destra fascista, a parte il razzismo e il nazionalismo, storicamente non ha mai avuto argomenti originali sul fronte sociale, ma si è sempre appropriata del lessico e delle parole d’ordine del movimento operaio, socialista e comunista, svuotandoli del loro significato originario.

Un esempio ne sono le stesse etichette politiche “fascismo” e “nazional-socialismo”, in cui si ruba letteralmente la terminologia socialista (si ricorderà che i “fasci” erano inizialmente organizzazioni di lavoratori ampiamente richiamantesi al socialismo di fine Ottocento). Vale lo stesso discorso anche per la “rivoluzione fascista”, l’odio per “l’imperialismo” delle plutocrazie, l’“Italia proletaria”, ecc.

La lotta contro la “scuola dell’omologazione”, proclamata da chi si ispira al movimento politico che ha coniato il motto “libro e moschetto fascista perfetto”, sembra davvero un controsenso. Non solo. Ma andare a rispolverare uno slogan che richiama il movimento studentesco degli anni Sessanta, che non poteva certo richiamarsi al fascismo, appare un’altra operazione di svuotamento di senso del lessico politico della sinistra.

Certo, anche il neoliberismo lotta da mezzo secolo contro la scuola dell’omologazione, quella nata col fordismo (si rimanda alle pagine di Antonio Gramsci in Americanismo e fordismo), e non certo perché improvvisamente aveva assunto la visione libertaria del pedagogista austriaco anarco-cristiano Ivan Illich, il quale, proprio quando iniziava l’assalto liberista a livello mondiale alla scuola tradizionale, sosteneva che per creare una società non omologata occorreva “descolarizzare la società”, vedendo nella scuola l’origine dell’omologazione sociale.

In realtà il tramonto della società fordista, basata sulla concentrazione produttiva incarnata dal grande stabilimento di fabbrica e sull’organizzazione manageriale verticistica (detto con due immagini architettoniche: Mirafiori e il Pirellone), ha reso obsoleto quel modello di scuola fortemente omologante nelle sue funzioni operative.

Di fronte alla frantumazione produttiva che ha raggiunto il suo massimo sviluppo con la globalizzazione liberista degli ultimi trent’anni, si è cercato di “flessibilizzare” la scuola per conformarla (e omologarla...) al mercato del lavoro, esso stesso flessibile, precario e fluttuante.

Se non si tiene presente questo passaggio, non si capirebbe l’importanza data alle “competenze”, che altro non indicano quale livello di capacità adattiva (la c.d. “occupabilità”) ha raggiunto il futuro lavoratore che deve immettersi in un mercato del lavoro sempre più competitivo (per il restringersi dei posti di lavoro disponibili).

Di fronte a questi processi semi-secolari, si infrangono definitivamente visioni politiche come quella della “scuola della Costituzione”, che aveva un senso fintanto che era ancora viva l’opzione del socialismo nel mondo, la quale, checché se ne possa dire, fungeva da sponda internazionale a ogni movimento politico e sindacale di sinistra.

Così come si infrange la critica anarcoide alla scuola dell’omologazione, ormai svuotata di senso e per ciò riassorbibile prima dalla visione neoliberista e infine dai Qui Quo Qua del fascismo nostrano.

La crisi di prospettive produce crisi politiche e confusioni ideologiche, tipiche delle fasi di crisi più generali che preludono a transizioni storiche di vasta portata e investono la società a diversi livelli.

Sarebbe ora di abbandonare visioni e parole d’ordine che sono state destituite di valore dagli stessi processi sociali, economici e culturali e che rischiano di alimentare quella medesima confusione che è diventata parte del problema.

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17/04/2023

Cile - I sindacati rifiutano la flessibilità imposta dalla «Legge 40 ore»

“Noi organizzazioni firmanti la presente dichiarazione sosteniamo il nostro rifiuto alle misure di flessibilità del lavoro contenute nel disegno di legge che sarà votato questo martedì nella seduta plenaria della Camera dei Deputati.”

Sotto il titolo di riduzione della giornata lavorativa a “40 ore”, il progetto nasconde gravi battute d’arresto che ledono gravemente i diritti dei lavoratori, in particolare la loro certezza sulla giornata lavorativa e il controllo del loro tempo libero.

Le 40 ore non saranno più nella settimana, ma piuttosto una media in un ciclo di 4 settimane, dando così al datore di lavoro la scelta dei turni di lavoro e il preavviso di una sola settimana nonché la possibilità che in determinate settimane si debbano lavorare fino a 52 ore (a parte la pausa pranzo), al fine di risparmiare il pagamento degli straordinari, incorporando come unico requisito l’accettazione da parte di sindacati senza alcun requisito di forza o rappresentanza.

Si tratta di misure di flessibilità senza precedenti che non erano contenute nel progetto originale né sono correlate con le idee fondanti del progetto. Né facevano parte del programma di governo proposto alla cittadinanza e sono più gravi di quelle promosse dagli ultimi 5 governi.

Il progetto è carente anche perché non viene eliminata l’esclusione della giornata lavorativa di cui al secondo comma dell’articolo 22 e come soluzione si prospetta un ricorso amministrativo e un successivo processo in tribunale.

Né viene ridotta la giornata lavorativa ai lavoratori a tempo parziale (poiché questa resta fissata a 30 ore), cosicché decine di migliaia di lavoratori rimarranno senza diritto ad un’effettiva riduzione dell’orario di lavoro, con il commercio e la vendita al dettaglio ad essere i più colpiti.

Inoltre, entrerà in pieno vigore solo tra cinque anni (2028) e interi settori produttivi non subiranno alcuna riduzione fino a quella data.

È anche incoerente, perché le “giornate lavorative eccezionali” sono mantenute in pratica in medie di 42 ore (non vengono abbassate a 40), promuovendo così il fatto che i giorni di riposo concessi in compensazione ai lavoratori siano barattati con denaro.

Si fraziona fino a 4 ore la pausa pranzo (non retribuita) per i lavoratori di alberghi e circoli, il che comporterà l’anticipo dell’orario di ingresso o il posticipo dell’orario di uscita dal lavoro, e questo nella pratica aumenta le ore a disposizione del datore di lavoro.

Sosteniamo la rivendicazione della riduzione della giornata lavorativa, è necessario per il benessere e il miglioramento della produttività del lavoro, ma questo non può zittire le critiche quando avvertiamo che sotto l’apparenza di una bandiera si finisce per tutelare delle formule di precarizzazione del lavoro.

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09/06/2020

La precarietà del lavoro non crea occupazione. Una ricerca sfata il mito della flessibilità

“Confindustria e alcuni consiglieri del governo vorrebbero fronteggiare la crisi con dosi ulteriori di precarizzazione del lavoro. Ma la ricerca scientifica ha dimostrato che questa ricetta non favorisce l’occupazione e alimenta solo le disuguaglianze”. L’economista Emiliano Brancaccio contesta alla radice la proposta di Marco Leonardi - consigliere del ministro dell’Economia Roberto Gualtieri - di sospendere le causali sui contratti a tempo determinato per stimolare le assunzioni. Intellettuale critico abituato a confrontarsi con i massimi esponenti dell’ortodossia economica, nel marzo scorso Brancaccio ha pubblicato sul Financial Times un appello per un “piano anti-virus” finalizzato a contrastare la grande crisi con strategie alternative rispetto alle ricette liberiste prevalenti. Lo interpelliamo all’indomani dell’uscita di una sua importante ricerca - realizzata con Fabiana De Cristofaro e Raffaele Giammetti e pubblicata sulla Review of Political Economy - che sfata il mito della flessibilità del lavoro come panacea contro la disoccupazione.

Professor Brancaccio, nel vostro studio avete esaminato l’ampia letteratura accademica che ha indagato sugli effetti occupazionali delle politiche di deregolamentazione del lavoro. Con quali scopi e a quali risultati siete giunti?

La deregulation del lavoro è lo “spirito del tempo” che ha dominato la politica economica dell’ultimo trentennio. È stata la riforma “strutturale” più pervasiva, che ha reso i mercati del lavoro sempre più precari e più simili tra loro. Nei Paesi OCSE dal 1990 abbiamo assistito a un crollo medio degli indici di protezione dei lavoratori di oltre il 20 percento e a una riduzione della loro variabilità internazionale di quasi il 60 percento. Questa politica è stata sempre giustificata con lo stesso slogan: la precarizzazione dei contratti di lavoro non è piacevole ma è necessaria per stimolare le imprese ad assumere e ridurre così la disoccupazione. Ebbene, il nostro studio evidenzia che questo slogan non ha solide basi scientifiche. Il 72% delle analisi empiriche pubblicate tra il 1990 e il 2019 non conferma che la flessibilità crea occupazione, una percentuale che addirittura sale all’88% se osserviamo gli studi tecnicamente più avanzati che sono usciti nell’ultimo decennio. Questo risultato è sempre valido, quali che siano le citazioni degli articoli, gli impact factors delle riviste scientifiche esaminate o le tecniche di indagine utilizzate.

È la prima volta che viene realizzata una rassegna del genere?

La nostra è la prima meta-analisi che si sofferma esclusivamente su papers accademici sottoposti alla cosiddetta revisione tra pari e che segue rigorosamente gli standard scientifici in materia. Ma il risultato a cui siamo giunti non è del tutto nuovo. Nel nostro paper ricordiamo che già la Banca mondiale nel 2013 riconosceva che “l’impatto della flessibilità del lavoro è inferiore all’intensità che il dibattito suggerirebbe. Per la maggior parte, le stime tendono ad essere insignificanti o modeste”. Anche il Fondo monetario internazionale, nel 2016, è giunto alla conclusione che le deregolamentazioni del lavoro “non hanno, in media, effetti statisticamente significativi sull’occupazione”. E l’OCSE, nello stesso anno, ha ammesso che “la maggior parte degli studi empirici che analizzano gli effetti a medio-lungo termine delle riforme di flessibilizzazione del lavoro, suggeriscono che esse hanno un impatto nullo o limitato sui livelli di occupazione nel lungo periodo”. Insomma, le stesse istituzioni che per anni hanno propugnato la deregulation, oggi ammettono che questa politica non crea posti di lavoro.

Se la flessibilità non stimola l’occupazione, quali sono i suoi effetti reali?

L’evidenza mostra che i contratti precari rendono i lavoratori più docili, e quindi provocano un calo della quota salari e più in generale un aumento delle disuguaglianze. Anche questo risultato trova conferme in alcuni studi pubblicati dalle principali istituzioni, dal National bureau of economic research al Fondo monetario internazionale.

Già prima del Covid-19, alcuni esponenti del mainstream avevano riconosciuto la validità delle critiche che lei ed altri avanzate alla dottrina liberista prevalente. L’ex capo FMI Olivier Blanchard si è dichiarato “al 100% d’accordo” con lei sugli effetti nefasti di una politica anti-crisi basata sulla deflazione dei salari e ha pure condiviso l’esigenza di una “rivoluzione” della politica economica per evitare la catastrofe.

L’ex presidente del Consiglio Mario Monti si è spinto addirittura ad affermare che lei ha ragione sul fatto che il capitalismo ha dato il peggio di sé da quando è venuto a mancare il pungolo della minaccia socialista. Ora che siamo nel mezzo di una nuova gravissima crisi mondiale, pensa che ci siano finalmente le condizioni per un cambiamento dello “spirito del tempo”?

Qualche segno di cambiamento c’è. I sondaggi indicano che soprattutto tra le giovani generazioni si registra una crescente sfiducia nelle virtù taumaturgiche del cosiddetto libero mercato, e sembra pure diffondersi un certo interesse verso forme moderne di “socialismo”. Ma per il momento l’azione dei governi resta ancorata ai vecchi slogan dell’ideologia liberista, come quello secondo cui la precarietà crea occupazione. Nonostante l’enormità della crisi e i danni provocati dalle ricette mainstream, siamo ancora ottenebrati da quelle che il Faust di Goethe definiva “le massime di vita che stanno bene in bocca ai burattini”.

In Italia la nuova Confindustria di Bonomi chiede di mettere di nuovo mano al diritto del lavoro, eliminando le causali per i contratti a tempo determinato. Qualcuno si spinge oltre e propone di abolire il reintegro dei licenziati senza giusta causa assunti prima del Jobs Act. Sul Sole 24 Ore l’economista Marco Leonardi, consigliere del ministro Gualtieri, propone di congelare le causali per “rimuovere ogni ostacolo normativo alla ripresa”. Alla luce degli studi in materia, come giudica queste iniziative?

L’idea che le tutele del lavoro rappresentino un ostacolo alla ripresa dell’occupazione non ha adeguate basi scientifiche. Anzi, insistendo con la precarizzazione dei contratti si corre il rischio opposto: una depressione dei salari tale da scatenare una deflazione da debiti. Se davvero Confindustria punta a recuperare margini di profitto con questa strategia retriva e fallimentare, bisogna augurarsi che nessuno la prenda in seria considerazione. E il ministro Gualtieri farebbe bene a chiarire che il suo consigliere parla solo a titolo personale.

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Piano Colao, al paradiso delle multinazionali

Analizzare, anche sommariamente, il “Piano Colao” – le proposte individuate da un gruppo di manager per far “ripartire l’Italia” – è indispensabile.

Non perchè tutte quelle misure diventeranno leggi o “riforme”, ma per capire il segno che la grande industria multinazionale intende imporre allo sviluppo futuro, “cogliendo l’occasione” della pandemia per ridisegnare questo Paese. La “logica” di una ricostruzione, al solito, chiarisce quali interessi vengono messi in primo piano e quali dovrebbero essere sacrificati, o lasciati all’eventualità che “tutto vada bene”...

Si entra subito nell’inferno, sappiatelo.

Scudo penale per i contagi sul lavoro

La prima misura che il gruppo Colao suggerisce è infatti “Escludere contagio COVID da responsabilità penale e ridurre temporaneamente il costo delle misure organizzative anti contagio”. Una delle richieste più gridate del nuovo presidente di Confindustria, Carlo Bonomi.

Di che si tratta? Le aziende sono responsabili delle malattie professionali contratte durante o a causa del lavoro dai loro dipendenti. Una responsabilità limitata, perché alla verifica e gli eventuali risarcimenti ci pensa l’Inail, ma in alcuni casi – quando venga accertata la negligenza o il dolo – anche diretta. Sia civile (risarcimenti) sia penale.

Quasi tutte le aziende hanno cercato di continuare a produrre in piena pandemia (in Lombardia, epicentro del terremoto Covid, non è mai stata dichiarata una sola “zona rossa”, dopo quelle iniziali e limitate di Codogno, Lodi, ecc.), con o senza adottare misure di protezione individuale per i dipendenti, né condizioni di lavoro commisurate alla necessità del “distanziamento sociale”.

E infatti un numero altissimo di lavoratori – dai dati Inail – risultano contagiati sul posto di lavoro; altrettanti, o di più, “in itinere” (su bus, metro e treni locali strapieni).

Confindustria pretende uno “scudo penale”, tale che nessuna azienda possa mai essere “disturbata” per una quisquilia come il contagio, la malattia o la morte di un dipendente. E il gruppo Colao suggerisce di accontentarla.

Anzi, per completare l’opera, suggerisce anche di “neutralizzare fiscalmente, in modo temporaneo, il costo di interventi organizzativi (ad es. turnazione, straordinari) conseguenti all’adozione dei protocolli di sicurezza e al recupero della produzione perduta per il fermo, per non penalizzare la competitività dell’impresa e i redditi dei lavoratori”.

L’ultima frase è la chiave retorica costante del “piano”, fin da titolo (“Un’Italia più forte, resiliente ed equa”): imprese e lavoratori sarebbero “nella stessa barca”, dunque si indicano misure che aiutano le prime perché possano prosperare e dunque, prima o poi, lasciar cadere qualche briciola verso chi lavora.

Smart working

Si riconosce che l’improvvisa accelerazione del “lavoro da casa”, per quelle attività possibili in questa forma, è avvenuta in un clima da far west, per cui ai lavoratori (e soprattutto alle donne) sono stati richiesti e imposti condizioni, orari, ecc. fuori da ogni norma. Qui, pudicamente si suggerisce di “osservare” le modalità in cui questo è avvenuto, in modo da poter aggiornare i contratti di lavoro e arrivare a un “codice etico”.

Naturalmente non ci sono indicazioni su parametri e criteri, che saranno affidati alla “contrattazione tra le parti” e dunque ai rapporti di forza vigenti.

Contratti a tempo determinato da rinnovare

L’ipocrisia regna sovrana. Si finge infatti di assumere il punto di vista dei lavoratori, molti dei quali “assunti con contratti a termine vedranno sopraggiungere la scadenza del termine e quindi la cessazione del contratto in questa fase di crisi”.

Altre aziende, invece, pur uscendo bene dal momento peggiore, eviteranno di trasformare i contratti brevi in assunzioni a tempo indeterminato (cosa obbligatoria per legge dopo 12 o 24 mesi), “nella attuale situazione di incertezza”. Licenziando quindi questi precari per assumerne altri o nessuno.

Dunque, suggerisce il gruppo Colao, “si tratta di allentare, in via temporanea, questi vincoli almeno per i contratti a termine in corso la cui scadenza sopraggiungerà entro il 2020”. Una piccola forzatura alla legge, e precarietà prolungata, che volete che sia...

Compensazioni fiscali, ecc.

Segue una lista di misure tecniche pro aziende, tutte orientate a sollevarle dagli obblighi fiscali immediati, fornire liquidità, garanzie Sace estese oltre i limiti attuali (si fa un gran uso dell’inglese e del latino per nascondere di che si tratta...).

E poi facilitazione dell’accesso alla liquidità per le imprese in crisi, rinegoziazione dei contratti di affitto (ma non per le abitazioni...), disincentivazione delle procedure concorsuali (ossia fallimentari, spesso “finte”, per ripulire le aziende stesse dai debiti), e via “semplificando”, derogando, incentivando...

Una vera cascata di misure univocamente orientate a favorire le imprese piccole e grandi, in alcuni casi persino apprezzabili, in altri niente affatto. Per esempio...

Emersione del lavoro nero e del contante da redditi non dichiarati

La piaga secolare dovrebbe essere ridotta, se non eliminata, condonando molto e istituendo “sanzioni innovative”. Il meccanismo immaginato ricalca quello per il rientro dei capitali nascosti all’estero, ossia una “voluntary disclosure” giocata “da un lato su un meccanismo di sanatoria, per il pregresso, sulla scorta di quanto previsto nel decreto rilancio per l’emersione del lavoro irregolare degli immigrati in alcuni settori; dall’altro, un periodo medio di riduzione contribuzione e cuneo fiscale su retribuzione”.

Immaginiamo frotte di caporali che corrono ad autodenunciarsi per timore della “revoca dei benefici non ancora concessi o pervenuti, obbligo di restituzione di quelli già percepiti”...

Comunque, lo “scudo fiscale” è una fissazione costante, visto che viene riproposto anche per “La regolarizzazione tramite Voluntary Disclosure del contante e di altri valori derivanti da redditi non dichiarati (anche connessa all’emersione del lavoro nero)”.

Altre misure pro-imprese

Seguono poi vecchi cavalli di battaglia come il “Passaggio a pagamenti elettronici”, ovviamente motivato con la necessità di “Ridurre significativamente l’economia sommersa per liberare risorse e garantire concorrenza equa” (equa concorrenza, non equità sociale, si chiaro!).

E non poteva mancare il capitolo su “Innovazione tecnologica e proprietà intellettuale”, nel solco di industria 4.0, con “Ripristino integrale e potenziamento di iper-ammortamento (incremento del 150%-200% del costo di acquisto) e superammortamento (incremento del 40%-60% del costo di acquisto)”.

E ovviamente il “Sostegno a Start-up innovative”, le “Competenze gestionali e assunzioni specialistiche”, per poi approdare alla sempreverde “Riqualificazione disoccupati/CIG”. Dove i soliti “corsi di formazione” dovrebbero essere affiancati da misure “incentivanti”, come il divieto di cumula tra Cig e retribuzione nel caso che la nuova assunzione avvenga grazie alla “riqualificazione” ottenuta. In pratica, uno sconto sul costo del lavoro per l’azienda che assume o “riqualifica”.

Prime osservazioni

Ci fermiamo qui, perché il testo è sconfinato e andremmo oltre i limiti di un articolo. Possiamo intanto individuare “la logica”: c’è moltissimo per le aziende, quasi esclusivamente per quelle di grandi dimensioni e orientate alle esportazioni; e nulla, letteralmente nulla, per i lavoratori. Tutto dipende dall’azienda, che se funziona e fa profitti pagherà ovviamente salari. Altrimenti licenzierà e delocalizzerà, come prima...

Tutto il mondo delle piccole e medie imprese sarà cointeressato solo marginalmente (misure fiscali e pagamenti più rapidi della pubblica amministrazione), ma in una prospettiva di sostanziale marginalità.

Del resto, se chiami a fare da “consigliori” l’amministratore delegato di una multinazionale – Vittorio Colao, per dieci anni alla guida di Vodafone, amministratore di Unilever, tra “gli eletti” ammessi alle riunioni del Gruppo Bilderberg (insieme a Mario Monti, Chicco Testa, Lilli Gruber...) – non è che puoi aspettarti un briciolo di attenzione verso lavoratori e artigiani, no?

Alla faccia degli equilibri sociali e dell’equità

Come sintetizza il nostro Kartana, questo piano è “Mercantilismo, deflazione, riduzione costo del lavoro, ricerca appannaggio delle imprese, tutto lo Stato appannaggio delle imprese private, distruzione piccoli operatori. Uno scenario da deflazione da debito. Mi ricorda Hartz IV”.

Al che, comincia a svanire qualunque differenze tra i “programmi” di Lega-Berlusconi-FdI e quelli del governo attuale.

Ci vediamo alla seconda puntata...

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19/12/2017

Destre al governo in Austria

L’Austria ha un nuovo governo. Nel fine settimana, i vertici del partito popolare ÖeVP, conservatore, e del partito della libertà FPOe, estrema destra, hanno concordato un programma. Sabato gli organi dirigenti dei due partiti hanno approvato l’accordo. Infine, il capo dell’OeVP e futuro cancelliere, Sebastian Kurz, e il capo dell’FPOe, Heinz-Christian Strache, lo hanno reso pubblico, insieme ai nomi dei ministri. Ieri, lunedì, la nuova coalizione ha prestato giuramento nelle mani del presidente federale, Alexander Van der Bellen. A differenza di quanto lasciato trapelare nei giorni scorsi, quest’ultimo ha assicurato che tutti i ministri proposti avranno la sua fiducia. Van Der Bellen aveva chiesto a OeVP e FPOe di pronunciarsi in favore dell’Unione Europea. Nel preambolo del loro programma di governo, Kurz e Strache hanno soddisfatto questo desiderio.

Nel corso della scorsa settimana erano filtrati nomi e contenuti del programma. Aveva destato non poche reazioni la notizia che l’FPOe avrebbe ottenuto diversi ministeri-chiave. In futuro l’Austria avrà un ministro di estrema destra, Herbert Kickl, agli Interni, ed il suo degno compare Mario Kunasek alla Difesa. Il monopolio della violenza statale sarà in mano alla Destra. Da anni Kickl è lo stratega dell’FPOe, responsabile dei manifesti con slogan razzisti che insudiciano i muri.

Il programma di governo corrisponde largamente a quanto OeVP e FPOe hanno annunciato in campagna elettorale e nelle scorse settimane. Il governo delle destre intende imporre le esigenze che associazioni degli imprenditori e degli industriali avanzano da anni. In futuro, la «flessibilizzazione» dell’orario di lavoro dovrà permettere agli imprenditori di far lavorare i dipendenti 12 ore al giorno e 60 ore alla settimana. Accordi in questo senso devono essere conclusi a livello aziendale o direttamente fra imprenditori e singoli dipendenti, il che comporterà un indebolimento dei sindacati e dei regolamenti collettivi.

In complesso, la coalizione OeVP-FPO attacca frontalmente le componenti più deboli della società. Contemporaneamente, gli oneri fiscali per gli imprenditori saranno alleggeriti e le disposizioni che tutelano il lavoro ammorbidite. Mentre in quasi tutti i settori si prevedono drastici tagli, l’esercito federale e la polizia riceveranno più fondi e potranno procedere a migliaia di assunzioni. Inoltre, il nuovo governo intende ristrutturare il sistema di previdenza sociale. La «assicurazione minima», una prestazione sociale per quanti non hanno titolo ad ottenere l’indennità di disoccupazione, sarà ridotta a livello federale. Finora ne erano responsabili i singoli Stati federali. I percettori di indennità di disoccupazione saranno controllati con maggiore severità. Inoltre la loro indennità si ridurrà col tempo.

Anche i progetti relativi al diritto d’asilo sono eloquenti. I richiedenti asilo devono consegnare in futuro tutto il contante in loro possesso. Lo stesso per i telefoni cellulari, che devono essere esaminati dalle autorità per trovare elementi relativi all’identità ed alla provenienza dei loro proprietari. OeVP e FPOe intendono migliorare la ”efficienza” dei rimpatri. Ieri, lunedì, numerose organizzazioni hanno messo in atto una serie di manifestazioni. Rappresentanti dei sindacati e di organizzazioni non governative hanno annunciato che intendono opporsi ai progetti della coalizione delle destre.

L’Austria democratica entra in resistenza.

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07/10/2016

“Renzi lavora per noi”, assicura l’Unione Europea

C'è chi ancora crede che la sede del potere, qui in Italia, sia a Palazzo Chigi. C'è insomma chi non si è accorto, o non ha capito, quel che è avvenuto negli ultimi 25 anni. Il potere vero, ossia la possibilità di decidere e far rispettare le proprie decisioni, si è progressivamente trasferito dalle singole capitali dell'eurozona a Bruxelles. In specifico nella sede della Commissione Europea, guidata da Jean-Claude Juncker e condizionata fin qui soprattutto dalla Germania.

I governi nazionali, insomma, che beneficino o no del consenso popolare, non contano quasi un tubo. Per lo meno non nella materia principale di ogni scelta politica: economia e finanza. Senza soldi non si possono fare scelte, dunque chi determina gli indirizzi economici e finanziari (i bilanci dei singoli Stati) determina anche le scelte politiche nazionali. Quantomeno riguardo ai saldi finali e alle voci di spesa considerate "inutili" (quelle sociali, ovvio...).

La riprova si è avuta in queste ore, quando il commissario europeo agli affari economici (il "ministro dell'economia" europeo), Pierre Moscovici ha spiegato che l'attuale governo in carica otterrà tutta o quasi la "flessibilità sui conti pubblici" che va chiedendo da tempo. Perché in Italia “c’è una minaccia populista. E’ per questo che sosteniamo gli sforzi di Renzi affinché sia un partner forte all’interno dell’Ue”.

Non ci sarebbe da aggiungere altro. E' "populismo" tutto ciò che fa riferimento – strumentale o meno – alle condizioni vita dei singoli popoli. E quindi il pensiero mainstream considera tali sia gli euroscettici un po' razzisti di destra, sia i movimenti politici e sociali della sinistra più o meno radicale che vanno consolidandosi in diversi paesi, soprattutto Piigs.

In specifico, Moscovici ha voluto rassicurare i mercati – gli investitori finanziari – sull'eventualità che la legge di bilancio presentata da Padoan e Renzi, con cifre previsionali chiaramente inventate, possa essere stracciata e riscritta dalla Commissione. In teoria meriterebbe questa sorte, ha fatto capire, ma siccome c'è "la minaccia populista" si concederà qualcosa in più di quanto è previsto dai trattati.

I capitoli che favoriscono questa interpretazione benevola dei trattati sono quelli già individuati dal governo italiano: terremoto e migranti. Spese impreviste in un caso (come se in Italia i terremoti fossero un evento eccezionale e inconsueto...) e spese per fare da "cuscinetto selettivo" dei flussi migratori dall'Africa verso l'Europa.

Naturalmente questa flessibilità non può essere infinita. “Abbiamo detto chiaramente cosa è la flessibilità nel gennaio 2015. Dobbiamo incoraggiare i Paesi che creano molti investimenti, lo abbiamo fatto con l’Italia. Aiutare i Paesi che portano avanti riforme strutturali affinché possano avere più tempo, lo abbiamo fatto con l’Italia. Abbiamo detto che saremmo pronti a considerare spese per la crisi di rifugiati o un terremoto o un Paese che soffre attacchi terroristici come il Belgio. Si tratta di flessibilità precise, limitate e chiaramente spiegate. In generale un Paese deve rispettare i criteri e ridurre il debito, è il principale problema di Italia e Belgio”.

Guinzaglio corto, insomma. Anche a Bruxelles sanno benissimo che questo contafrottole è capace di tutto. Persino di minacciare l'Unione Europea quando parla in casa e di chiedere la carità quando si presenta in alto loco...

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19/09/2016

Weidmann blinda l’Unione Europea com’è

Se il presidente della Bundesbank – la banca centrale tedesca – convoca di domenica, per dare un'intervista, gli inviati di quattro grandi quotidiani europei (La Stampa, Süddeutsche Zeitung, The Guardian e Le Monde) c'è una svolta politica alle porte. E vuole comunicarne le direttrici fondamentali.

Scorrendo le risposte, però, non si trova quasi nulla che possa essere definito “nuovo”. Alcune frasi potevano esser dette otto anni fa – dopo l'inizio della più grave congiuntura di crisi della storia capitalistica – e ci si trova a pensare che Jens Weidmann non sia, per questo motivo, quel gran genio dell'economia che dovrebbe essere per sedere su quella poltrona.

Dire, solo per fare un esempio, che “Una politica di austerity ambiziosa c’è stata soltanto in pochissimi Paesi. La Francia o la Spagna oltrepassano già da anni, con la loro politica di bilancio, i requisiti del patto di stabilità. In Italia il deficit è sceso negli ultimi tempi solo perché il Paese ha dovuto pagare meno interessi sul debito. I tassi più bassi hanno contribuito anche al pareggio di bilancio in Germania” sembra una risata in faccia a tutti quei paesi – a cominciare dalla Grecia per arrivare infine a Italia e Francia – che hanno pagato prezzi durissimi a una linea di politica economica che si è rivelata materialmente suicida.

Di tutto quello che questi paesi hanno fatto, crocifiggendo le rispettive popolazioni, Weidmann salva soltanto la precarizzazione del lavoro e la concentrazione del potere politico in poche mani e per sempre: “Il Jobs Act, così come l’Italicum hanno un approccio corretto”.

Rispondere, di fronte alla domanda “Roma ha già annunciato di voler correggere al ribasso le stime di crescita. Bisogna proseguire con l’austerity?” con una battuta da avanspettacolo come “La domanda è semmai: c’è stata davvero una politica di austerity in Italia?” comporterebbe – come contrappasso – l'esibizione del fine dicitore davanti a un uditorio popolare nostrano, particolarmente salace e dalle mani pronte al lancio.

Insistere nel ripetere che «Una moneta comune stabile ha molti vantaggi per i cittadini e le imprese» equivale al voler provocare moti di piazza anche in popolazioni di solito intente ad altre occupazioni.

E infine, mentire spudoratamente sulla “sovranità di bilancio” che sarebbe – purtroppo, secondo lui – ancora nelle mani dei governi nazionali significa voler nascondere la brutale realtà dei fatti, come dovranno verificare ancora una volta, a novembre, tutti i governi dell'Unione Europea; quando verranno presentate le leggi di bilancio (non a caso chiamate ora “di stabilità”) perché vengano vagliate e all'occorrenza corrette brutalmente dai funzionari di Bruxelles.

Resta il fatto certo che Weidmann non è affatto cretino. Dunque non resta che accettare l'alternativa: rappresenta interessi. Interessi che hanno determinato la situazione attuale, che intendono continuare a ridisegnare le catene del valore e della produzione nel Vecchio Continente, oltre che le mappe del potere finanziario (“le banche devono verificare i loro modelli di business e ridurre i costi. Le uscite dal mercato non devono essere un tabù”. Traduzione: debbono esser lasciate fallire, se non sono tedesche, ovvio…).

Ci si chiedeva, in questi mesi post Brexit, in piena tensione con vari paesi sulla politica dei migranti, ecc, se l'Unione Europea avrebbe provato – almeno provato – a cambiare qualcosa nella sua catastrofica politica. Weidmann si è fatto subito avanti per dire un secco “neanche per sogno, per noi le cose vanno bene così; anzi saremo ancora più duri”.

Ottimi motivi, insomma, per sbrigarsi ad andare in direzione opposta.

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“L’Italia ha già abusato della flessibilità. E non ha tagliato il debito pubblico”

ALESSANDRO ALVIANI – LA STAMPA

BERLINO

Dodicesimo piano della sede della Bundesbank a Francoforte. Jens Weidmann riceve La Stampa, Süddeutsche Zeitung, The Guardian e Le Monde per un colloquio di un’ora e mezza in cui si sofferma a lungo sulle decisioni della Bce e sulla Brexit, ma anche sull’Italia e l’austerity.

Il governo italiano spera in una maggiore flessibilità, che alla fine tornerebbe utile anche ad altri Paesi.
«Il patto di stabilità e crescita non è affatto rigido. Contiene numerose eccezioni, non solo in caso di oneri imprevisti. Tale flessibilità è già stata stravolta e abusata, la funzione disciplinante del patto sui bilanci pubblici ne ha risentito notevolmente. Finanze statali solide sono però importanti per la sostenibilità futura dei singoli Paesi e per la stabilità dell’unione monetaria. Un fuoco di paglia congiunturale finanziato col debito non rimuoverebbe la debolezza strutturale della crescita in Italia. Quello di cui c’è bisogno è che il governo italiano applichi e porti avanti le riforme strutturali che ha già iniziato. Il Jobs Act, così come l’Italicum hanno un approccio corretto».

Roma ha già annunciato di voler correggere al ribasso le stime di crescita. Bisogna proseguire con l’austerity?
La domanda è semmai: c’è stata davvero una politica di austerity in Italia? Visto l’elevato debito pubblico il consolidamento di bilancio rappresenta un compito prioritario – anche per evitare che sorgano dubbi sulla sostenibilità del debito pubblico.

In Europa molti cittadini chiedono la fine dell’austerità.
Unapolitica di austerity ambiziosa c’è stata soltanto in pochissimi Paesi. La Francia o la Spagna oltrepassano già da anni, con la loro politica di bilancio, i requisiti del patto di stabilità. In Italia il deficit è sceso negli ultimi tempi solo perché il Paese ha dovuto pagare meno interessi sul debito. I tassi più bassi hanno contribuito anche al pareggio di bilancio in Germania.

Quando, se non adesso, i governi europei dovrebbero spendere?
In Europa abbiamo troppi debiti, non troppo pochi. E i bassi tassi di interesse continuano a fiaccare la disciplina di bilancio. Le montagne di debiti possono diventare un problema al più tardi nel momento in cui i tassi di interesse riprendono a crescere, perché a quel punto potrebbero essere non più sostenibili.

Molti chiedono al governo tedesco di investire di più – per l’Europa.
L’idea che la Germania possa dare una spinta alla congiuntura europea attraverso un programma di investimenti pubblici è ingenua. Da una parte gli effetti di ricaduta economica sugli altri Paesi sono troppo bassi. Dall’altra per una crescita sostenibile sono determinanti le condizioni locali – intendo non solo strade e ponti, ma anche un’amministrazione ben funzionante, una giustizia efficiente e un elevato livello d’istuzione».

Crede sia possibile un accordo a livello europeo per consentire agli Stati membri di ristrutturare il proprio settore bancario, eventualmente anche tramite il ricorso ai fondi dell’Esm, affinché i problemi della scarsa redditività e dei crediti deteriorati possano essere finalmente risolti?
«Affrontare con decisione in Italia il problema dei crediti deteriorati rappresenta un’importante premessa affinché il sistema bancario possa adempiere senza limitazioni alla sua funzione economica, in quanto i crediti deteriorati rappresentano un ostacolo alla crescita. Ciò però non deve portare a distorcere laconcorrenza o far sì che proprietari e creditori possano sottrarsi alle loro responsabilità a danno dei contribuenti. Per questo devono essere rispettate le norme europee sugli aiuti di Stato e le disposizioni del Brrd (la direttiva sulla gestione delle crisi, ndr.). E, come ovunque in Europa, le banche devono verificare i loro modelli di business e ridurre i costi. Le uscite dal mercato non devono essere un tabù».

La Bce immetterà sui mercati 80 miliardi di euro al mese fino a marzo 2017. Il programma di acquisto dei titoli andrebbe esteso, visto che l’inflazione resta bassa?
«Nella sua ultima riunione il consiglio della Bce ha discusso le nuove previsioni. Dal momento che quelle sull’inflazione sono cambiate in modo solo impercettibile non ha visto – a ragione – nessun motivo per rilanciare sul fronte della politica monetaria».

A marzo la Bce dovrebbe interrompere del tutto il programma e alzare in breve tempo i tassi di interesse o Lei preferirebbe una fase d’uscita più lunga?
«La decisione presa prevede che il programma di acquisto dei titoli duri almeno fino al marzo del 2017. Quello che succederà dopo lo discuteremo e decideremo nel consiglio della Bce sulla base dei dati di cui disporremo in quel momento. Non dobbiamo però ignorare i rischi di una politica monetaria ultraespansiva, che diventano tanto più grandi quanto più dura la fase dei bassi tassi di interesse. I tassi non devono in nessun caso restare così bassi più a lungo di quanto sia necessario per la stabilità dei prezzi. I possibili problemi di singoli istituti finanziari o bilanci statali non devono impedirci di normalizzare la politica monetaria non appena necessario».

A volte pensa a come ci si sentirebbe a essere presidente della Bce?
«Nel consiglio della Bce pensiamo tutti insieme, indipendentemente che si tratti del presidente della Bundesbank o della Bce, a come gestire la politica monetaria europea».

Vorrebbe succedere a Draghi?
«Sono il presidente della Bundesbank – e lo faccio molto volentieri. Inoltre considero fuori luogo discutere della successione a Mario Draghi a metà del suo mandato».

Quanto è dannoso il protrarsi delle trattative per la Brexit?
«È indubbio che l’incertezza relativa al momento e alle modalità del divorzio pesino sull’economia. Per questo bisognerebbe far chiarezza quanto prima. Al tempo stesso l’uscita di un Paese dalla Ue è qualcosa che avviene per la prima volta e comporta negoziati complessi che devono svolgersi, nell’interesse di tutti, in modo equo. La Ue non dovrebbe stabilire una punizione esemplare né può esserci un precedente per il quale un Paese seleziona le parti a lui più vantaggiose».

La Brexit non ha provocato finora nessuna catastrofe.
«Finora la Gran Bretagna non ha presentato la richiesta di uscita. Dalle reazioni finora moderate al voto non bisogna concludere che l’uscita resterebbe senza conseguenze negative. Dal punto di vista economico la Gran Bretagna è legata in modo molto stretto alla Ue e alla Germania. Se si rende più difficile l’accesso reciproco ai rispettivi mercati si frena la crescita soprattutto in Gran Bretagna».

Londra potrà conservare i diritti di passporting se lascierà la Ue?
«I diritti di passporting (gli accordi che permettono di svolgere un’attività economica in tutti i paesi comunitari senza il bisogno di ottenere permessi specifici per ogni nazione, ndr) sono legati al mercato interno e vengono automaticamente meno se la Gran Bretagna non dovesse restare quanto meno nello spazio economico europeo. Ciò influenzerebbe di sicuro in modo decisivo anche il futuro della City».

Non ci sono alternative all’euro oppure nel peggiore dei casi bisogna concludere questo esperimento?
«Una moneta comune stabile ha molti vantaggi per i cittadini e le imprese. Per questo mi impegno affinché l’unione monetaria sia un’unione della stabilità, così come la politica ha promesso ai cittadini. Speculazioni su ipotetici scenari estremi non ci portano da nessuna parte».

Mario Draghi chiede l’unione politica.
«Ancor prima della nascita dell’unione monetaria Helmut Kohl disse che bisognava completarla con l’unione politica. Ciò presupporrebbe la cessione di diritti di sovranità all’Europa da parte degli Stati, in particolare il diritto fondamentale del Parlamento: la sovranità di bilancio. In questo momento non vedo però la disponibilità a compiere questo passo. Al contrario, ultimamente è stato posto semmai l’accento sui margini d’azione nazionali. I governi e i parlamenti non vogliono intromissioni da Bruxelles. Lo dimostra anche il modo in cui sono affrontate le regole europee di bilancio, che vengono messe sempre più in discussione».

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16/01/2016

Renzi alla guerra con la Ue? Per finta...

C'è qualcosa di ridicolo nell'aria ogni volta che Renzi apre bocca. Vien voglia di non prenderlo sul serio, anche se poi di danni veri ne ha fatti a tonnellate (Jobs Act e riforme anticostituzionali della Costituzione, tanto per stare ai più grandi), quindi bisogna farci caso per forza.

Dopo aver giocato la parte del “poliziotto buono dell'Unione Europea” contro la Grecia guidata da Syriza in versione originale (fino al referendum di luglio, insomma), ora sta giocando la parte del “ribelle” o del “nazionalista” con Bruxelles. Dichiarazioni forti, strafottenti e in fondo stupide (espressione dal sen fuggita a Federica Mogherini, Lady Pesc per volere proprio di Renzi), ma rilasciate rigorosamente a media casalinghi. Come se non esistesse un “eco della stampa” continentale, a Bruxelles, in grado di segnalare le sortite più rilevanti o problematiche dei leader europei. Forse per inesperienza, forse perché sente crescere la pressione “antieuropeista” nella popolazione di questo paese, Renzi si comporta quasi come il Berlusconi che straparlava in casa e faceva figure barbine in Europa, un po' come avviene nei circoli massonici dove si può dire una cosa “fra noi” certi o quasi che non arriverà alla luce del sole.

I temi su cui delinea un percorso “conflittuale” con l'Unione Europea sono abbastanza chiari: flessibilità nella manovra di stabilità (pari allo 0,8% del Pil, appena dentro i limiti massimi scritti nei trattati, ma facendo appello a un po' troppe giustificazioni per esser credibile) e rifiuto di versare la quota nazionale per due dei tre miliardi da dare alla Turchia perché si tenga in casa i profughi siriani e iracheni. Il tutto condito con un frasario che certo non trova buona accoglienza nelle ovattate suite di Bruxelles: «Non ci facciamo intimidire. L’Italia merita rispetto», «La stagione in cui l’Italia poteva essere telecomandata da Bruxelles è finita», «rappresento non il mio partito ma l’intero Paese: è finito il tempo in cui l’Italia andava a Bruxelles con il cappello in mano», «non sono uno che si fa intimidire da dichiarazioni a effetto. Ho l’onore di guidare un grande Paese che dà un sacco di soldi all’Europa e chiede che siano spesi bene», «L’Italia non ha bisogno di essere salvata da nessuno, men che mai delle istituzioni comunitarie. Che invece devono fare di più sulle partite vere: immigrazioni, politiche economiche, cultura e valori, innovazione».

Un Caimano giovane, insomma, nemmeno troppo originale.

Il vecchio Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione Europea, rotto ad ogni esperienza e compromesso, non può ceto preoccuparsi dell'ennesimo leaderino straparlante, ma ci ha tenuto a ribadire chi è che comanda: «Esito a esprimermi con lo stesso vigore che viene utilizzato nei miei confronti. Ciò non consentirebbe di fare avanzare le cose (…) Ciò detto, trovo che il primo ministro italiano ha torto a criticare la Commissione. Non capisco il suo comportamento, forse perché da tempo ho lasciato il teatro della politica nazionale».

Tradotto dal diplomatese: “quelle di Renzi sono chiacchiere ad uso interno, ce ne fottiamo”.

In effetti sono chiacchiere, ma a Bruxelles non si può vedere di buon occhio un “grande malato” (nonostante l'ottimismo renziano il debito pubblico è pur sempre sopra il 130% del Pil) che rompe anche le scatole atteggiandosi a grande potenza. Ci sono già troppi problemi “nazionalistici” per consentire di moltiplicarli.

Non a caso i grandi media padronali si sono subito preoccupati di ricordare che, sì, l'Unione Europea commette tanti sbagli e che bisognerebbe farla finita presto con misure di austerità che – palesemente – aggravano la situazione delle imprese nazionali, ma non è prudente entrare in conflitto “soli contro tutti”. Anche perché, negli altri paesi della Ue, presso le opinioni pubbliche nazionali l'Italia gode di una popolarità quasi al livello della disperata Grecia. Quindi un qualsiasi leader in difficoltà interne può pensare di riguadagnare consensi attaccando il più grande e problematico dei Piigs “meridionali” (Salvini compreso, of course).

Quindi adottando “toni” troppo critici verso la Ue – questo il ragionamento dei suoi supporters-ispiratori – Renzi rischia di guadagnare pochi consensi in casa e di perdere la benevolenza dei paesi più forti, Germania in testa. Oltre che delle burocrazie infernali attraverso le cui maglie, in ogni caso, devono passare sia la legge di stabilità che il progettino di bad bank per i prossimi salvataggi di istituti in crisi.

A noi sembra evidente che il contafrottole di Rignano stia accumulando sul tavolo una lunga serie di problemi che non hanno soluzione. Abituato ad agire all'impronta, supportato dalla batteria mediatica più compatta che si sia mai vista dal tempo del fascismo, ha sviluppato un grande dinamismo tattico senza avere alle spalle alcuna strategia. I suoi obiettivi sono in fondo puramente distruttivi del “vecchio” ordinamento costituzionale, già pesantemente smantellato da un quarto di secolo di “europeismo” applicato con alterne convinzioni da centrodestra e centrosinistra. Gioco facile, vista la nulla resistenza offerta dai “corpi intermedi”.

Ma quando si tratta di muoversi in un campo già occupato da interessi strutturati e consolidati, al di fuori del tuo controllo, senza strategia non vai da nessuna parte. Specie se, è vero, ti "hanno messo lì" Marchionne e soci, ma tu non sei nessuno...

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13/05/2015

Le bufale neoliberiste alla prova dei fatti: i risultati della “flessibilità” per l’Fmi

Ebbene si, alla fine l’ha detto anche il Fondo monetario internazionale. Certo, non è che un pezzo della troika può dirla proprio in questi termini, che hanno millantato per anni una cagata pazzesca, e quindi ha dovuto mimetizzare l’ammissione inserendo in un anonimo box di una pagina sperduta del World Economic Outlook una frase che tuttavia suona molto precisa: “il livello di regolamentazione del mercato del lavoro non ha rivelato effetti statisticamente significativi sulla produttività complessiva”. Alias, la flessibilità del lavoro non c’entra una mazza con la produttività del paese, e quindi sulla crescita e sull’occupazione.

Eggià. Dopo anni di proclami di Fmi, Bce e Commissione Europea per convincere il mondo che dare lavori precari e licenziare più facilmente – aumentare la flessibilità in entrata e uscita dal mercato del lavoro, a parole loro – avrebbe comportato un mirabolante aumento della crescita e dell’occupazione, ora il Fmi sbaraglia le certezze. Certezze che poi buona parte del mondo non ha mai avuto, sia per semplice buonsenso sia perché, nell’acceso dibattito pubblico degli ultimi anni, gli economisti di stampo liberista non sono riusciti a portare tesi convincenti a supporto della troika, mentre di contro si sono moltiplicati articoli e analisi di dimostrazione del fatto che non esiste una relazione diretta tra flessibilità e produttività, e che in certe circostanze (come nei paesi più deboli) è addirittura inversa: + flessibilità – occupazione – crescita. Tra parentesi, le analisi prodotte erano tutto tranne che roba da complottisti di sinistra, essendo supportate da dati dell’Ocse e riprese ad esempio da economisti tipo Tito Boeri (il nemicoamico di Renzi presidente dell’Istat) o Blanchard (ex capo dello stesso Fmi!), insomma non proprio antagonisti della prima ora. Motivo per cui probabilmente non è stato più possibile far finta di niente sull’argomento. Oltre al fatto evidente che a questo punto poco importava al Fmi di far uscire la verità, visto che tanto ormai la propaganda pro-flessibilità aveva avuto i suoi effetti. La deregolamentazione e la flessibilità del mercato del lavoro hanno infatti attraversato e attecchito in tutti i paesi europei, attraverso riforme nazionali e politiche regionali dell’Unione Europea, e nello specifico dell’Italia ci hanno regalato probabilmente il massimo capolavoro, il Jobs Act.

A ricordarci bene, una cosa simile è successa anche per l’austerity. Non era tanto tempo fa quando Monti e la cricca europea con Germania in testa sventagliavano orgogliosi sui mass media la teoria che l’unico modo per uscire dalla crisi fosse una sana e rigorosa austerità, mentre il buonsenso comune, dalle periferie delle città alle scuole economiche più affermate indicasse esattamente l’opposto. In seguito, a distanza di qualche anno e a disastro sociale e occupazionale avvenuto, hanno timidamente fatto intendere che, ops, la strategia non aveva avuto gli effetti sperati e quindi addio austerità da mass media e dibattito pubblico e benvenuta flessibilità.

Ora, siccome pensiamo che i partecipanti al teatrino europeo siano tutto tranne che ingenui ci verrebbe da dire che forse questo giochetto è ben ragionato e che la figura di merda (prontamente occultata) di dover dire a posteriori che le stime erano sbagliate vale la pena rispetto ai benefici che ne derivano. Riforma dopo riforma i governi e le borghesie europee hanno visto abbassarsi il costo del lavoro, ridurre al minimo i diritti dei lavoratori, crearsi un esercito di disoccupati disposti a lavorare in qualsiasi condizione (anche gratis, vedi Expo), tagliare la spesa per il welfare, azzerare la contrattazione sindacale e congelare il conflitto sociale mettendolo costantemente sotto ricatto. Poco importa se bisogna poi svelare che quelle riforme non sono servite allo scopo presunto, tanto ormai è andata, e poi la gente ha la memoria corta.

Quello che ci viene da notare poi di questa storia è la potenziale replicabilità all’infinito di questo sistema sfruttando di volta in volta nuove “emergenze” (immigrazione? pensioni?) e nuove finte soluzioni, con il supporto dello strapotere dei media che al primo schiocco di dita sono pronti a imbastire la nuova moda europea del momento. Nulla di nuovo sotto al sole ma tanto basta per ricordarci che, dal canto nostro, abbiamo parecchio da discutere sui mezzi comunicativi e sulle possibili azioni di contrasto alle strategie europee: in sostanza, serve capire come fare i Fantozzi della situazione e dire apertamente come stanno le cose sulla nostra corazzata Potemkin – che invece, è un grandissimo film – e riprenderci il consenso.

07/01/2015

Il futuro? Flessibilità totale...

La tecnologia cambia il mondo, il modo di lavorare, i mestieri, il modo stesso di pensare. Lo dicono tutti, ce lo ripetono ad ogni angolo. L'unica cosa che non ci dicono è come si fa a sopravvivere nel cambiamento costante, rapido, che non concede tempi lunghi di apprendimento perché - banalmente - le competenze da acquisire per essere "appetibili" dureranno probabilmente meno del tempo necessario a farle proprie.

Facciamo un esempio? Cambiamo il cellulare spesso - i maniaci almeno una volta l'anno - i sistemi operativi si susseguono (solo cinque-sei anni fa nessuno sapeva che Google stavano mettendo a punto Android), le apps coprono campi infinitamente superiori a qualsiasi necessità ci venga in testa (non importa se vera, derivata, instillata, ecc). Il 90% di quel che ci si può fare, con uno smartphone, eccede l'uso che ne fa anche il pubblico più "nativo digitale". Persino l'adolescente che non riesce a scollare gli occhi dallo schermo, a guardarlo da fuori, scorazza al massimo tra alcuni giochi, la chat, la messaggistica e qualche informazione su Internet.

Così è per tutto. Nelle automobili non c'è più lo spinterogeno, non puoi più regolare il minimo a mano, non ti devi più preoccupare nemmeno di saper parcheggiare (manca poco perché venga generalizzata anche questa "app"). In compenso, si fa per dire, quando la macchina si ferma non sai più nemmeno perché. Né come farla ripartire.

Sì, va bene, ma cosa c'è di sbagliato? Nulla, ci mancherebbe, è l'evoluzione del sistema, non si può fermarla. Basta essere consapevoli di quel che accade a noi umani "semplici", senza ruoli direttivi nel mondo del capitale, delle grandi multinazionali finanziarie e non, degli organismi sovranazionali che pretendono di decidere anche quante volte ci possiamo soffiare il naso.

Un articolo per esemplificare la situazione ("I mestieri del futuro? Non esistono ancora", di Paolo Mastrolilli, La Stampa). Una volta fatta la tara all'ideologia del nuovismo tecnologico, quel che resta è assai semplice. Anzi, assai poco: inutile star lì a pensare a cosa vorrete fare da grandi, a studiare per fare un mestiere preciso. L'unica vostra salvezza sta nell'esser disponibili a tutto, flessibili fino all'inverosimile.

E' proprio così? Non per tutti. I ruoli direttivi, creativi, inventivi, così come le "professioni liberali" (dagli avvocati agli architetti, dai medici agli ingegneri, ecc), dovranno cambiare soltanto il desk con cui lavorano. Ovviamente usando più strumenti tecnologici, che verranno messi a disposizione a cadenza stagionale. Ai grandi finanzieri - riguardatevi Margin call, per capire di cosa stiamo parlano - o ai grandi chief executive delle multinazionali, così come al personale direttivo degli Stati, servirà come sempre soltanto capire "dove tira l'aria" e dare le disposizioni ai sottoposti affinché indirizzino tecnicamente la barca là dove indicano.

Per tutti gli altri esseri umani - la quasi totalità dei miliardi di persone che abitano il mondo - sarà invece aperta la gara della flessibilità universale, in cui l'unica dote richiesta è la "docilità" associata alla rapidità nell'apprendimento della mansione richiesta. Per un po' di tempo, a termine, perché presto diventerà obsoleta e sostituibile; anzi, da sostituire. Proprio come ognuno di voi. Se non reggete lo stress, cazzi vostri...

Vi piace questo futuro?

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I mestieri del futuro? Non esistono ancora

Il Labor Department Usa: non basta studiare, il segreto è la flessibilità

La prossima volta che uno studente vi chiede consigli sul futuro della sua carriera, non vergognatevi di non avere risposte: il 65 per cento dei ragazzi che sono oggi a scuola, infatti, farà un mestiere che non è stato ancora inventato. Preoccupatevi piuttosto di offrire suggerimenti su come diventare più «impiegabili» possibile, che poi valgono pure per chi oggi un lavoro ce l’ha, ma fra dieci anni potrebbe vederlo sparire. Tanto la chiave, per tutti, resta quella di cambiare l’istruzione e l’aggiornamento.

Il primo avvertimento di questo tipo lo aveva lanciato Cathy Davidson, oggi direttrice della Futures Initiative alla City University of New York, e codirettrice delle MacArthur Foundation Digital Media and Learning Competitions. Lo aveva fatto con il libro «Now You See It», ma simili concetti poi sono stati ripresi un po’ ovunque, compresi gli studi del Labor Department americano. La tecnologia sta provocando un mutamento storico del mondo del lavoro, e quindi è naturale aspettarsi che i nostri figli sceglieranno mestieri che ancora non esistono. Per fare un esempio banale, dieci anni fa chi avrebbe puntato ad una carriera nei social media tipo Facebook o Twitter? A tutto ciò adesso si aggiungono i robot che portano via i posti agli esseri umani, e la preoccupazione diventa panico.

Cambiare l’istruzione

Per ritrovare la serenità David Tuffley, specialista di Applied ethics and socio-technical Studies alla Griffith University, ha offerto qualche consiglio sul «Washington Post». Come aveva suggerito la stessa Davidson, per i più giovani la chiave è cambiare l’istruzione. L’approccio seguito finora non regge più, non solo perché bisogna introdurre nelle classi la tecnologia e il digitale. E’ necessario cambiare il modo di affrontare i problemi e risolverli, puntare sul lavoro di gruppo, sulla capacità di pensare fuori dagli schemi. L’abilità di ragionare con l’efficacia di un laser, mirando al cuore pratico delle questioni per realizzare risultati concreti, sarà fondamentale. Stesso discorso per la capacità di gestire i nuovi media e l’informazione, sempre più abbondante e quindi sempre più difficile da selezionare e usare, nel mare dei big data a nostra disposizione. Decisiva anche la predisposizione a costruire e lavorare in ambienti virtuali, perché il luogo fisico dove si svolge il lavoro somiglierà sempre meno a quello a cui ci siamo abituati nell’ultimo secolo.

Molti mestieri che facciamo oggi resteranno, dall’ingegnere all’avvocato, dal medico al programmatore, ma il modo di farli cambierà al punto di escludere alcuni lavoratori ed esaltarne altri. Non basterà più la laurea, in sostanza, ma diventerà decisiva la capacità di usare e trasmettere le conoscenze possedute.

Multidisciplinarietà

La realtà però è che se il 65 per cento dei lavori dei prossimi dieci anni non è stato ancora inventato, non sappiamo di cosa stiamo parlando. Possiamo provare ad immaginarli, ma la realtà finirà sempre per battere la nostra limitata fantasia. L’unico rimedio logico quindi è prepararsi ad adeguarsi, essere malleabili e pronti a cogliere le occasioni che ancora non possiamo neppure intravedere. A questo scopo la scuola deve offrire gli strumenti più ampi possibili, e puntare sulla multidisciplinarietà, in modo da stimolare la creatività dei ragazzi, aiutarli a capire in quale direzione vogliono andare, e garantire loro la capacità seguire diversi percorsi. Ci sarà tempo, poi, per specializzarsi nel settore scelto, una volta scoperto che esiste, ci piace, e ci vuole. Sono consigli ancora vaghi, certo, però rendono l’idea. Del resto stiamo parlando di una realtà che ancora non c’è, ma arriverà e ci stupirà.

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