Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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22/11/2025

La mobilità militare al cuore della trasformazione della UE

Il 19 novembre, attraverso un comunicato stampa, la Commissione Europea ha reso noto un nuovo pacchetto di misure per procedere verso la costruzione di una “Schengen militare”, collegata alla trasformazione dell’industria europea della difesa. Quello della mobilità militare è stato un tema molto frequentato da Bruxelles, ma nasconde anche particolari complessità che è bene far emergere.

Innanzitutto, le novità. Il Commissario UE alla Difesa, Andrius Kubilius, ha riassunto le nuove misure così, usando le parole del generale statunitense John Pershing: “la fanteria vince le battaglie, la logistica vince le guerre”. E la logistica, a suo avviso, è messa in difficoltà dai limiti imposti da una UE che si vuole armata, ma che deve fare i conti con i confini di 27 paesi.

Questo è il primo obiettivo: ridurre i tempi dei permessi e semplificare le procedure per l’attraversamento dei confini da parte di soldati comunitari. L’Alto rappresentante per gli Affari Esteri della UE, Kaja Kallas, ha fatto notare che alcuni membri dell’area “richiedono ancora un preavviso di 45 giorni prima che le truppe di altri paesi possano attraversare il loro territorio per svolgere esercitazioni”, e “undici anni dopo l’annessione della Crimea da parte della Russia, semplicemente non va bene”.

Già qui comincia a emergere la realtà che si cela dietro questo nuovo allarmismo bellicista, ma le fila le tireremo alla fine. Qui, riportiamo che l’idea della Commissione è quella di ridurre tali tempi a soli tre giorni. Ciò significherebbe introdurre le prime norme armonizzate a livello comunitario per i movimenti militari transfrontalieri. Significherebbe, dunque, anche fare un salto ulteriore, in un ambito sensibile come quello della difesa, alla costruzione della UE come un soggetto politico unitario.

Il Commissario di Bruxelles ai Trasporti, Apostolos Tzitzikostas, ha poi fatto alcuni concreti esempi, e tra di essi va di certo sottolineato quello della semplificazione delle “norme sul trasporto di merci pericolose”. Elemento assai critico, se si considera non solo il pericolo che deriverà da ciò per i lavoratori, ma anche che alcune delle lotte più radicali e di successo a cui abbiamo assistito negli ultimi mesi sono partite proprio dal blocco dei traffici bellici lungo i principali snodi di trasporto.

Le forze armate avrebbero poi un accesso prioritario alle infrastrutture, in particolari condizioni. La Commissione, con l’approvazione degli stati membri interessati, avrà il potere di formalizzare situazioni di emergenza del genere. Un ulteriore accentramento di prerogative nell’esecutivo europeo attraverso una verticalizzazione delle decisioni.

Ovviamente, accanto alla semplificazione e alla “prioritarizzazione” delle attività militari, ci sarà anche un importante investimento infrastrutturale. “Se un ponte non è in grado di sostenere un carro armato da 60 tonnellate, se una pista è troppo corta per un aereo cargo, abbiamo un problema”, ha detto Kallas. Il problema è semmai che la politica estone si riferisce a ponti e piste civili.

Tzitzikostas ha infatti confermato che “nella maggior parte dei casi si tratterà di potenziare le infrastrutture esistenti”, perché “nel 99,9% dei casi” la rete servirà per cittadini e merci. Ma in una profonda trasformazione dual use della vita civile, sempre più militarizzata, quello 0,01% determinerà gli indirizzi strategici – e dunque anche infrastrutturali – dei prossimi anni.

La traccia da seguire già esiste. È quella della rete TEN-T, nella quale sono stati individuati quattro corridoi militari fondamentali e ben 500 nodi nevralgici da rinforzare. Questa rete è stata indicata da tempo come elemento di interesse per la NATO, e tra i cantieri che la riguardano ci sono anche la TAV Torino-Lione e il Ponte sullo Stretto di Messina.

Tzitzikostas ha chiarito che, per svolgere i lavori preventivati, serviranno circa 100 miliardi di euro. Nel quadro finanziario pluriennale 2028-2034 ne sono stati stanziati solo 17: gli altri dovranno essere reperiti attraverso altri strumenti, che sia riorientando altri fondi o per mezzo del SAFE.

Il dibattito sul piano per la mobilità militare è previsto già in settimana col Parlamento Europeo, ed entro dicembre con gli stati membri. Una fretta che risponde certo ai tempi del Readiness 2030, ma è anche espressione di una nuovo “modo” di far politica. È il modo del pericolo – inventato – di invasione russa per forzare dei passaggi altrimenti difficili da far digerire alle 27 opinioni pubbliche dei paesi UE.

L’accenno al mese e mezzo di preavviso necessario per il passaggio di truppe tra un paese e un altro è illuminante in questo senso: è ovvio che si tratta di una misura da tempo di pace, e che se ci fosse davvero un conflitto gli spostamenti delle forze armate non avverrebbero di certo secondo le norme attuali.

Questo progetto spiega anche l’accanimento in Italia contro il movimento No Tav che da anni si oppone a questa grande opera devastante ma che a questo punto è leggibile come parte di una logistica funzionale a logiche militari e della Nato.

Da una parte, perciò, lo spauracchio di Mosca viene usato per semplificare le procedure, rendere meno visibili i traffici di armi, e dunque meno “attaccabili” da chi vuole protestare contro la deriva bellicista di Bruxelles. Dall’altra, sempre con lo stesso spauracchio si opera una chiara verticalizzazione delle scelte, accompagnata da un’ulteriore spinta alla conversione verso un’economia di guerra, pensata come unica alternativa al deserto industriale creato in decenni di politiche industriali inesistenti o fallimentari.

Il tutto, mettendo in campo anche risorse che possono essere conteggiate per i target NATO, mentre la UE cerca ancora di costruirsi come attore unitario e dirimente della competizione globale attraverso il riarmo. Un crinale che non può che portare al disastro.

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06/06/2025

La Commissione UE approva l’austerità italiana e invita a investire nella difesa

In quello che è chiamato il Pacchetto di Primavera del Semestre Europeo vengono analizzate le principali tendenze economiche dei membri UE, e vengono date anche delle Raccomandazioni sugli orientamenti che ogni paese dovrebbe tenere rispetto agli obiettivi e alle regole poste da Bruxelles. Sulla carta non sono vincolanti, ma di fatto sono il preludio ad altre misure.

La pagella della Commissione era molto attesa dall’Italia, così come da tutti i governi che sono finiti sotto procedura di infrazione per disavanzo eccessivo. Questa volta, il nostro paese, insieme a Francia, Ungheria, Malta, Polonia e Slovacchia, ha ricevuto l’approvazione di Palazzo Berlaymont, mentre Belgio e soprattutto Romania devono avviarsi su di un nuovo percorso correttivo.

È interessante però vedere cosa abbia portato alle note positive della Commissione. Innanzitutto, i tipici complimenti per l’austerità: “la crescita della spesa netta è destinata a essere marginalmente al di sotto del tasso di crescita massimo raccomandato”. I conti italiani sono però ancora in squilibrio, a causa dell’alto debito e della bassa produttività del lavoro.

Poi l’inaspettata raccomandazione che sembra essere vicina alle esigenze dei settori popolari. Bruxelles, infatti, invita a promuovere salari adeguati, a ridurre la precarietà e le barriere all’accesso al lavoro, in particolare per donne e giovani. Per farlo, si chiede di rafforzare le politiche attive e i servizi per l’infanzia e la cura di lungo termine.

Lasciamo da parte il discorso articolato sul perché le politiche attive non sono la soluzione alla disoccupazione e al basso tasso di occupati italiani. Il discorso della Commissione ha una contraddizione di fondo: non si può elogiare la compressione della spesa pubblica per poi chiedere che ci sia un maggiore impegno nelle spese sociali... soprattutto se queste spese stesse vengono stigmatizzate.

Il nostro paese è chiamato, ad esempio, a “mitigare gli effetti dell’invecchiamento sulla crescita potenziale e sulla sostenibilità fiscale […] limitando l’uso dei regimi di prepensionamento”. In un paese in cui già l’età pensionabile si avvicina sempre più ai 68 anni, accanirsi sui pochi strumenti che permettono di accorciare la vita lavorativa è una logica da massacro sociale.

Bruxelles chiede poi di “affrontare le restrizioni rimanenti alla concorrenza, comprese quelle nei servizi pubblici locali, nei servizi alle imprese e nelle ferrovie”. In pratica, la UE spinge per un’ulteriore ondata di privatizzazioni. Una soluzione che non solo ha fatto uscire i soldi pubblici per altre vie – ad esempio attraverso sussidi alle imprese – ma che peggiorerà nettamente il servizio.

Per ciò che riguarda ancora la concorrenza, si vuole un mondo della formazione sempre più sottomesso al profitto. Per la Commissione bisogna “sostenere l’innovazione rafforzando ulteriormente i legami tra imprese e università, gli appalti innovativi, il capitale di rischio aziendale e le opportunità per i talenti”, oltre a “migliorare il ruolo delle università nella commercializzazione dei risultati della ricerca”.

Infine, la contraddizione principale deriva dal fatto che poi, in concreto, i vertici europei invitano a investire i margini dei bilanci pubblici in difesa. L’Italia viene infatti chiamata a “rafforzare la spesa complessiva per la difesa e la prontezza operativa”, in linea con le conclusioni del Consiglio europeo del marzo scorso.

La Commissione ha sottolineato che la spesa monitorata dal Patto di stabilità nel conteggio 2024-2025 dovrebbe essere circa lo 0,4% in meno rispetto a quanto chiesto all’Italia per il Piano strutturale di bilancio. Si tratta di una cifra che si aggira intorno ai 4 miliardi: non un ammontare di fondi risolutivo, ma di certo potrebbe dare una mano a voci compresse del bilancio.

E allora bisognerebbe far sì che la pressione popolare imponga al governo che questi soldi vengano messi in spese sociali. Ma stando a quel che ha chiesto Bruxelles, appunto, finiranno nel riarmo e nella difesa europea. È questa la contraddizione, quella tra le esigenze strategiche della UE e l’interesse generale, che allora va denunciato.

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24/04/2025

“Illegittimo scavalcare il Parlamento Europeo”, ma non è una battuta d’arresto del riarmo

In una sessione a porte chiuse la Commissione Affari Giuridici del Parlamento Europeo (JURI) ha bocciato all’unanimità la decisione di Ursula von der Leyen di eludere il voto dell’Eurocamera per il piano Readiness 2030, ovvero quello che prima era il ReArm Europe. La scelta del vertice della Commissione Europea era già stato indicato come illegittimo dal servizio giuridico dell’Assemblea.

von der Leyen aveva deciso di attivare l’articolo 122 del Trattato sul funzionamento dell’UE (TFUE), che esclude il Parlamento Europeo dalle procedure di consultazione per le misure proposte dalla Commissione, sulla base di criteri di urgenza del provvedimento. Cosa che non è stata riscontrata in questo caso specifico – parliamo di un piano che porta il 2030 nel nome....

Bisogna però leggere bene tra le righe delle grandi dichiarazioni che si sono susseguite in merito a questa decisione. Ad esempio, da parte di Lega e pentastellati, tale votazione è stata accolta come la sanzione dell’antidemocraticità e dell’abuso di potere perpetrato da Bruxelles. Cosa che è sicuramente vera, ma che è una cifra scritta nella stessa organizzazione istituzionale della UE.

La scelta del JURI, infatti, è semplicemente una raccomandazione non vincolante, a ricordarci il ruolo insignificante del Parlamento. Per la sua commissione, l’uso dell’articolo 122 è considerato non adeguato legalmente per ciò che compete lo strumento SAFE, ovvero il fondo da 150 miliardi per fornire prestiti garantiti dal bilancio UE che, in teoria, dovrebbero aiutare acquisti congiunti.

Il famoso piano da 800 miliardi è stato già approvato dal Parlamento Europeo con una netta maggioranza (419 voti a favore, 204 contrari e 46 astenuti), insieme al Libro bianco sulla difesa. L’adozione dell’articolo 122 era semmai il tentativo di von der Leyen di rispondere alla richiesta di Draghi di muoversi in fretta, senza però considerare i mal di pancia che avrebbe creato tra gli europarlamentari.

Ora lo JURI invierà le proprie decisioni alla presidente dell’Aula di Strasburgo, Roberta Metsola. La quale potrà cercare una mediazione con Bruxelles sul fatto che, per quanto si può ad ora evincere, il Parlamento individui nell’articolo 173 del TFUE, riguardante la competitività dell’industria nella UE, la base giuridica sottostante il SAFE. È una questione di affari, non di urgenza improrogabile tale da bypassare l’Assemblea.

Rimane il fatto che sarà la Commissione a decidere su cosa fondare le proprie proposte. Quello che potrebbe succedere, se von der Leyen procedesse spedita sulla propria strada, è che i parlamentari europei potrebbero ricorrere alla Corte di Giustizia Europea, e in questo caso davvero rallenterebbero il percorso già deciso e approvato del piano Readiness 2030.

Al centro del dibattito c’è perciò lo strumento finanziario che garantirebbe anche ai paesi più indebitati di poter usufruire di una fetta del riarmo europeo e della conversione bellica dell’industria comunitaria. A conferma di come le prospettive militaresche unioneuropeiste siano tutte interne alla gabbia dei trattati e al processo di gerarchizzazione continentale.

Il voto della Commissione di Strasburgo avvenuto ieri non ha nulla a che vedere, nella sostanza, con l’antidemocraticità delle istituzioni comunitarie e con i meccanismi di funzionamento rodati della UE, ma si configura come un gioco politicista tutto interno ai vari organi e alle compagini politiche: così va letta l’unanimità arrivata anche da rappresentanti della maggioranza Ursula.

I parlamentari vogliono poter discutere nei dettagli la parte che coprirà gli acquisti comuni, perché è evidente sarà quella più delicata negli equilibri interni della UE, al di là della parte di cui tutti potranno avvantaggiarsi in virtù delle proprie capacità di bilancio (che sappiamo essere importanti solo per la Germania). Saranno quei 150 miliardi su cui potranno davvero esaudire i desiderata delle lobbie che agiscono direttamente sui gangli comunitari.

È una questione di spartirsi il bottino tra consorterie varie, senza mettere in discussione la strada imboccata. Sarà comunque interessante vedere, nel caso in cui si arrivasse a un voto in Parlamento, cosa faranno, ad esempio, gli esponenti del campo largo: sulla difesa comune, in varie accezioni, c’è meno distanza, ma potrebbe essere un’ulteriore occasione di divisione.

Nella crisi della UE si agitano fenomeni da tenere d’occhio per chi vuole costruire un’alternativa politica realmente indipendente.

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13/03/2025

La Commissione europea decreta: armatevi e partite

Lo scorso 4 marzo la Presidente Von der Leyen ha annunciato alla Commissione europea il ReArm Europe Plan. Un nome che non lascia molto spazio all’immaginazione, tant’è che nella conferenza stampa non ha sentito nemmeno il bisogno di giustificare tale scelta storica, limitandosi ad una lunga e sconclusionata successione di allusioni: “Non ho bisogno di descrivere la natura grave delle minacce che affrontiamo o le conseguenze devastanti che dovremo sopportare se tali minacce si concretizzassero. Perché la domanda non è più se la sicurezza dell’Europa sia minacciata in modo molto reale o se l’Europa debba assumersi una maggiore responsabilità per la propria sicurezza. In verità, conosciamo da tempo le risposte a queste domande.”

Quel che importa, d’altronde, sono le conclusioni: “Siamo in un’era di riarmo. E l’Europa è pronta ad aumentare massicciamente le spese per la difesa.”

Insomma, dalla Dichiarazione di Schuman del 1950, che proponeva l’istituzione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA) per intrecciare la catena del valore dell’industria bellica francese e tedesca con l’obiettivo di perseguire addirittura la pace mondiale, al Trattato di Lisbona, secondo cui – all’articolo 3 – “l’Europa promuove la pace, i suoi valori e il benessere dei suoi popoli”, passando per il Premio Nobel per la pace conferito alla stessa Unione europea, nel 2012, per “aver contribuito per oltre sei decenni all’avanzamento della pace e della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani in Europa” – con poche, concise parole la Commissione europea ha mandato in fumo circa mezzo secolo di narrazione costruita intorno alla decantata Europa degli 80 anni di pace.

E se alcuni si sfregano le mani alla possibilità di un ritorno al “keynesismo di guerra”, con un imponente piano di investimenti diretti all’industria bellica nel tentativo di rilanciare produzione e occupazione attraverso l’impegno militare, vale la pena chiarire una cosa. L’orizzonte strategico del keynesismo di guerra rappresenta, ai nostri occhi, nient’altro che un orizzonte di morte per i popoli europei, che troverebbe nella tendenza alla piena occupazione solo ed unicamente la coesione sociale che serve a marciare disciplinatamente verso il precipizio della macelleria della guerra e delle funeste ambizioni imperialiste.

Come vedremo, però, l’Unione europea pretende di mandare al macello i suoi popoli senza neanche il buon gusto di un pasto caldo.

Il primo punto del Piano per il riarmo europeo consiste nella clausola di flessibilità, inserita nel Patto di stabilità e crescita, che consente agli Stati membri di derogare ai vincoli europei alla spesa pubblica nella misura in cui tale spesa viene indirizzata all’incremento della produzione bellica. Il secondo punto è un fondo comune destinato a prestare risorse agli Stati membri che desiderino investire nella spesa militare. Il terzo punto è un’ulteriore deroga alle regole europee – questa volta per consentire agli Stati membri di deviare le risorse europee della politica di coesione sugli investimenti in armamenti. Chiudono il cerchio non meglio precisate iniziative per mobilitare il capitale privato, sia attraverso un rafforzamento del mercato dei capitali europeo (la cosiddetta Savings and Investment Union) che attraverso un qualche intervento della Banca europea per gli investimenti, dunque altri prestiti destinati allo sforzo bellico. Se quindi le stringenti regole europee dovevano essere un dogma irremovibile, tanto da portare Grecia, Spagna, Italia e Portogallo allo smantellamento del proprio stato sociale, ecco che, se invece la spesa pubblica viene indirizzata verso la corsa agli armamenti, allora si può subito trovare un modo per chiudere un occhio perché ora sì che sono soldi ben spesi.

Ma i conti non tornano. Gli 800 miliardi di euro millantati dalla Von der Leyen sembrano essere la somma dei 150 miliardi di euro del secondo pilastro del Piano, il fondo per gli investimenti bellici, e 650 miliardi di euro che la stessa Von der Leyen cita nel suo intervento a titolo meramente esemplificativo quando, descrivendo il primo pilastro – ovvero la clausola di flessibilità sui vincoli alla spesa pubblica – immagina gli effetti “su quattro anni” (!) della realizzazione dell’ipotesi che ciascuno Stato membro aumenti la spesa per armamenti dell’1,5% del proprio PIL.

Ecco che il keynesismo di guerra della Commissione europea finisce per assomigliare tragicamente all’operazione “Oro alla patria”, quando il fascismo provò a finanziare la vergognosa impresa coloniale in Etiopia con le fedi nuziali degli italiani.

Già, perché da un lato i 150 miliardi di euro di prestiti non sono altro che le risorse avanzate dall’altra fallimentare iniziativa europea, NextGenerationEU, il piano di 800 miliardi di euro (un numero che evidentemente piace a Bruxelles) varato nel 2021 per superare la crisi pandemica. Rimanenze dovute al fatto che la maggior parte degli Stati membri disse “grazie, ma no grazie”, così da evitare le riforme strutturali che quel debito ha imposto. Fondi che restarono in buona parte nei cassetti della Commissione europea per essere rispolverati ora: ma ciò significa che quei 150 miliardi erano già negli 800 miliardi del NextGenerationEU, e se pure venissero usati – questa volta – non genererebbero alcun impatto aggiuntivo rispetto a quelli già stimati sulle risorse stanziate nel 2021.

D’altro canto, gli altri 650 miliardi di euro millantati dalla Von der Leyen sono, per sua stessa ammissione, spalmati su quattro anni; dunque, corrispondono a meno dell’1% del PIL annuo dell’Unione europea: non solo rappresentano una mera ipotesi di scuola, ma anche se venissero effettivamente mobilizzati costituirebbero uno stimolo davvero limitato alla crescita e all’occupazione.

Tirando le fila di questo Piano per il riarmo dell’Unione europea, appare evidente che tale iniziativa non modifica di una virgola il contesto di austerità fiscale che impone precarietà, disoccupazione e povertà ai popoli europei da oltre trent’anni.

Inserendosi nelle maglie strette del Semestre europeo, che scandisce tempi e ritmi dei tagli alla spesa pubblica degli Stati membri, il Piano si limita a sfruttare i pochi margini esistenti nei conti pubblici per vincolarli o reindirizzarli alla spesa militare: l’Unione europea ci sta dicendo non solo che dobbiamo tagliare sanità, trasporti, scuola, cultura, servizi sociali, ma anche che ogni euro disponibile deve necessariamente trasformarsi in un proiettile, per alimentare una guerra al confine orientale dell’Europa che continua a rappresentare l’unico reale orizzonte offerto dalle élites europee alle prossime generazioni.

Per tutto questo, per dire no alla follia bellicista e al baratro nel quale la retorica guerrafondaia europea ci vuole spingere, per la pace e per il futuro, sabato 15 marzo alle 15 ci vediamo a Piazza Barberini.

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31/01/2025

La Bussola per la competitività europea “per vincere la corsa al vertice”

È arrivata la Bussola per la competitività della UE, una prima grande iniziativa di Bruxelles per cercare di seguire le indicazioni che aveva dato Mario Draghi nel rapporto redatto per la Commissione e presentato lo scorso settembre.

Più che un vero e proprio piano, si tratta di una “dottrina economica per i prossimi cinque anni”, come ha detto il vicepresidente esecutivo della Commissione per la Prosperità e la Strategia industriale, Stéphane Séjourné. Durante il secondo mandato von der Leyen verrà concretizzata con misure specifiche.

La politica tedesca ha dichiarato: “l’Europa ha tutto quel che serve per vincere la corsa al vertice. Ma allo stesso tempo deve superare le sue debolezze per riconquistare competitività”. Che tradotto, significa che nella frammentazione del mercato mondiale, la UE è indietro rispetto agli altri attori globali, ovvero USA e Cina.

Von der Leyen ha continuato: “la bussola per la competitività concreta le eccellenti raccomandazioni della relazione Draghi in una tabella di marcia. Ora abbiamo un piano. Abbiamo la volontà politica. Ci servono rapidità e unità. Il mondo non ci aspetterà”.

Che di nuovo, tradotto, significa che o la UE coglie questa finestra per fare un salto di qualità, o il progetto imperialistico europeo è fallito. Anche se molti potrebbero obiettare che è già così, viste le difficoltà del Vecchio Continente e l’incapacità della sua classe dirigente di immaginare una via alternativa al modello mercantilista in crisi.

In ogni caso, sono tre le aree su cui si indica di agire in maniera prioritaria: innovazione, decarbonizzazione e sicurezza. Come si legge nel comunicato della rappresentanza in Italia della UE, “la bussola definisce l’impostazione da seguire per ciascuna e presenta una selezione di misure faro per rispondervi”.

Per quanto riguarda l’innovazione, la Commissione lavorerà sulle gigafactory e l’applicazione dell’intelligenza artificiale, e proporrà “piani d’azione sui materiali avanzati, le tecnologie quantistiche, le biotecnologie, la robotica e le tecnologie spaziali”. Grande attenzione sarà riposta anche sulle start-up e sull’emergere di nuove imprese d’avanguardia.

Riguardo a questo, c’è forse l’elemento più interessante di quel che per ora è stato reso pubblico, ovvero la definizione di un 28° regime d’impresa, accanto ai 27 dei membri della UE. Questo sarà un regime pienamente comunitario, applicabile a tutte le società, così che le “imprese innovative potranno fruire di un unico complesso di norme ovunque investano e operino nel mercato unico”.

Un passo non indifferente nel saldarsi di una borghesia transnazionale europea, che guiderà le politiche e le prospettive di tutte le filiere facenti capo a Bruxelles. Che ovviamente deve comunque fare i conti con le debolezze ormai conclamate dell’industria continentale.

Il “patto per l’industria pulita” e il “piano d’azione per l’energia a prezzi accessibili” serviranno a rendere attraente per gli investimenti il mercato europeo, e a ridurre i costi dell’energia. Verranno anche implementati dei programmi specifici per “settori ad alta intensità energetica, come la siderurgia, la metallurgia e l’industria chimica, che costituiscono la colonna portante del sistema manifatturiero”.

Sempre per ridurre le dipendenze e diversificare le fonti di approvvigionamento, la UE proporrà nuovi partenariati per accedere più facilmente a “materie prime, energia pulita, combustibili sostenibili per i trasporti e tecnologie pulite da tutto il mondo”. Bruxelles rivedrà anche le norme sugli appalti pubblici per “introdurvi una preferenza europea nei settori e tecnologie critici”: una sorta di “buy European”.

Accanto ai tre pilastri descritti, vi sono anche cinque “attivatori trasversali per la competitività”. Si tratta della semplificazione per le imprese, “per ridurre l’onere di rendicontazione – ha detto von der Leyen –: almeno il 25% per tutte le aziende e almeno il 35% per le PMI”, con un risparmio calcolato in 37,5 miliardi di euro.

Parliamo, tra gli altri, degli obblighi di rendicontazione sulla sostenibilità, inclusi quelli relativi a due diligence e tassonomia: insomma, ciò che rende “green” le attività imprenditoriali, almeno sulla carta. Per questo in molti hanno intravisto i segnali dell’ormai chiaro passo indietro sulla retorica della transizione profusa negli ultimi anni.

Tra gli “attivatori” si annoverano poi interventi per una maggiore integrazione del mercato unico e del mercato dei capitali, nonché del “capitale umano” (formazione, mobilità e attrazione di talenti più facile dentro la comunità europea). E infine uno “strumento di coordinamento per la competitività”.

Quest’ultimo, nel prossimo quadro finanziario pluriennale, verrà affiancato da un fondo per la competitività che sostituirà diversi strumenti finanziari oggi esistenti. Anche se nel concreto bisognerà capire cosa significa, probabilmente si parla di un’altra tappa del processo di centralizzazione del potere nelle mani di Bruxelles.

Da dove debbano arrivare i soldi per operazioni del genere rimane però dubbio. La volontà è quella di mobilitare gli investimenti privati attraverso il volano di quelli pubblici, ma se seguiamo le indicazioni di Draghi si dovrebbero trovare almeno 700 miliardi di euro l’anno entro il 2030.

La Bussola ricorda che ci sono circa 300 miliardi di euro che finiscono fuori dai confini europei ogni anno, di cui molti attratti da maggiori opportunità di profitto al di là dell’Atlantico. E i rapporti tra Washington e Bruxelles sembrano destinati a infiammarsi, di certo non a trovare un punto d’incontro per le esigenze dell’industria europea.

Molti di questi miliardi dovrebbero comunque finire nella Difesa Europea, per la quale si aspetta il Libro bianco promesso nei primi 100 giorni del suo mandato da von der Leyen. E dunque nel rilancio di un modello di guerra, non di sostegno ai lavoratori, che dovranno lottare per ribaltare questi indirizzi.

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17/12/2024

UE - Debutto di Kallas al posto di Borrell, nel segno della guerra

Si è svolto ieri il primo Consiglio Affari Esteri (CAE) della nuova Commissione Europea, a cui ha fatto il suo debutto Kaja Kallas come Alto rappresentante per gli affari Esteri al posto di Josep Borrell, il teorico del “giardino” contro la “giungla”. L’approccio seguito dall’ex prima ministra dell’Estonia ha fatto presagire un mandato forse ancora più aggressivo del suo predecessore.

Alla riunione dei ministri degli Esteri UE sono state annunciate alcune novità gravide di conseguenze, sia sul piano del metodo sia su quello della sostanza. Partiamo dal metodo, che dimostra la volontà di una certa centralizzazione delle scelte in materia di rapporti internazionali, una verticalizzazione che ormai si vuole riguardi tutti i membri dell’Unione.

“Per avere discussioni più franche e aperte, propongo che alcune discussioni si svolgano in formato per soli ministri”, scrive Kallas in una lettera intitolata proprio “Metodo di lavoro”. Così da poter parlare più francamente di tematiche sensibili, senza il codazzo di funzionari che potrebbero far trapelare dichiarazioni informali un po’ troppo “scomode” per l’opinione pubblica.

La politica estone ha aggiunto anche che intende “invitare, quando necessario, l’Unità di analisi dell’intelligence del Servizio Europeo per l’Azione Esterna a informarci sul quadro delle minacce in un formato ristretto”. E poi concludere le riunioni con indicazioni operative e messaggi da usare nella comunicazione pubblica dei risultati degli incontri.

Insomma, maggior segretezza – e dunque minor capacità di verifica democratica delle scelte politiche – maggior peso delle visioni maturate all’interno dei servizi segreti, e scelte operative da portare al Consiglio Europeo, dove i vari capi di stato e di governo decidono gli effettivo indirizzi strategici e di intervento.

“Ci troviamo di fronte a sfide sempre più complesse, con altre potenze che lavorano insieme contro i nostri interessi e valori: la nostra risposta deve essere decisa e completa per soddisfare le nostre esigenze di sicurezza e prosperità”, conclude la lettera dell’Alto rappresentante. “In questo contesto è necessario adattare i nostri strumenti, i nostri bilanci e i nostri modi di lavorare”.

Arrivando perciò alla sostanza, a queste “potenze che lavorano insieme contro i nostri interessi”, i temi sul tavolo del CAE di ieri hanno evidenziato di nuovo come con questa formula si intenda “l’Asse del male“, ovvero Iran, Russia, Cina (e Corea del Nord, anche se stavolta non è stata citata).

Cominciamo dall’unico dossier che, per ora, è rimasto fermo: quello delle sanzioni a funzionari della Georgia, dopo che è stato chiesto al governo di Tbilisi di far ripetere le elezioni che hanno visto trionfare l’opzione non filo-occidentale. I rappresentanti di Ungheria, come già era stato preannunciato, e Slovacchia hanno posto il veto, e dunque la proposta di Kallas è stata bloccata.

Un’altra decisione è però passata, perché a differenza delle sanzioni richiedeva solo una maggioranza qualificata: la sospensione del regime di esenzione dal visto per i titolari di passaporti diplomatici. Lo scopo rimane la pressione sui vertici del paese caucasico affinché decidano di allinearsi alla politica di scontro nei confronti della Russia.

Proprio intorno alla questione russa girano le altre decisioni prese, assai più importanti e significative. Innanzitutto, è stato approvato il quindicesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca e contro quelle entità ed individui che sono accusati di sostenere, in maniera più o meno diretta, lo sforzo bellico russo.

Per la prima volta, la UE ha deciso di imporre misure sanzionatorie a pieno titolo anche ai cinesi, non in maniera indiretta. Gli obiettivi sono state sette tra aziende e personalità del Dragone: quattro avrebbero fornito a Mosca componenti microelettroniche e apparati sofisticati per la produzione di droni, mentre tre si sarebbero impegnate per trovare un modo di aggirare le sanzioni imposte alla Russia.

Infine, il dossier più delicato trattato dai ministri degli Esteri è stato sicuramente quello della Siria. Kallas ha fatto sapere che ha dato mandato al servizio diplomatico della UE di prendere contatto con il nuovo governo di Damasco, anche se viene confermato che ad ora i rapporti rimangono al piano diplomatico più basso, ovvero di incaricato d’affari.

L’atteggiamento nei confronti dei nuovi vertici siriani è stato diviso su due tronconi. Il primo riguarda le sanzioni che erano state implementate negli anni scorsi per strozzare il governo di Assad, e la cui revoca viene posta in collegamento diretto con la presenza in Siria.

Questa proposta è stata presentata dall’Olanda, ed è stata fatta subito propria da buona parte del consesso. La preoccupazione non riguarda solo l’influenza di Mosca (e di Teheran) negli affari siriani e mediorientali in generale, ma anche il fatto che le basi di Tartus e Latakia sono utilizzare dalla Russia per proiettarsi sul Mediterraneo e in Africa, che la UE considera il proprio “cortile di casa”.

In futuro poi, con tutta calma, verrà valutato l’atteggiamento dell’HTS nei confronti dei diritti civili, delle donne e delle minoranze etniche, e sulla base di un loro giudizio si deciderà come far evolvere le relazioni, dal mantenerle al minimo indispensabile al garantire pieno sostegno ai nuovi governanti di Damasco.

È chiaro che tale valutazione penderà da una parte o dall’altra in base al primo nodo, quello dell’allineamento in politica estera. Se la Siria romperà i rapporti con la Russia, allora magicamente i jihadisti diveranno dei “jihadisti democratici”, altrimenti ancora una volta i diritti civili verranno strumentalizzati per mascherare e legittimare le mire di potenza dell’imperialismo europeo.

La prima prova di Kallas è, in sostanza, una dichiarazione di guerra a tutto campo, a partire da quella commerciale. La crisi e il suo scivolamento verso una spirale bellica è l’unica promessa che manterrà la seconda Commissione von der Leyen.

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24/11/2024

Nel dramma UE c’è anche un momento di farsa

Il governo della UE sarà ufficialmente LIBERALFASCISTA.

Dai socialdemocratici, ai liberali, ai conservatori, ai reazionari, staranno tutti assieme al governo con Ursula von der Leyen.

Sarà un governo di centroestremadestra con in programma la guerra alla Russia, la complicità con Israele, l’economia di guerra, l’austerità, la devastazione dell’ambiente e dei diritti sociali, la deportazione dei migranti. Uno schifo assoluto che, come altre tragiche volte nella storia europea, vede la sinistra socialdemocratica vendersi al peggio della destra.

In questo dramma c’è però anche un momento di farsa.

Meloni e Schlein voteranno e sosterranno assieme Fitto, fedelissimo della Presidente del Consiglio, come vice presidente della Commissione UE.

Sarà allora divertente vedere Giorgia Meloni (ex antieuropeista) esaltare l’Europa e i successi italiani in essa.

Mentre Elly Schlein (europeista fanatica) dovrà minimizzare e nascondere; in fondo sarà costretta a sostenere che quel che succede nella UE non è poi così importante e che, anche se lì governa con Meloni, in Italia è duramente all’opposizione.

Si chiama trasformismo e come il fascismo è una invenzione italiana. Che è stata anche esportata all’estero.

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21/11/2024

La nascita forzata del “von der Leyen 2”

Partirà dal primo dicembre la Commissione Europea “Von der Leyen 2”, ma ha rischiato fino a notte fonda – dopo numerosi rinvii – di non partire affatto.

Il nuovo “governo” dell’Unione è anche visivamente un pastrocchio degno dei vecchi inciuci democristiani anni ‘60, pesantemente squilibrato a destra, e non per caso proprio i “democristiani europei” ne sono stati i protagonisti assoluti.

Hanno infatti fatto propria, per giorni, l’ostilità dei “popolari” spagnoli – in realtà gli eredi del franchismo, appena riverniciati – alla nomina della connazionale Teresa Ribera, “socialista” e vicepresidente del governo Sanchez, nonché ministro della Transizione ecologica e della sfida demografica.

Hanno preteso che Ribera si presentasse davanti al Parlamento iberico per “provare” la sua innocenza rispetto alla catastrofica alluvione di Valencia (oltre 200 morti), con l’eventuale rimozione dall’incarico europeo in caso di messa in stato d’accusa da un tribunale spagnolo. Un modo per tenere sempre sotto tiro la commissaria, visto che nella magistratura iberica non sembra difficile trovare una “toga nera” disponibile ad aprire un procedimento anche farlocco...

La cosa allucinante è che in Spagna tutti sono consapevoli che il responsabile principale di quel disastro è il presidente della provincia di Valencia, Mazòn che, da convinto negazionista del cambiamento climatico si era rifiutato di lanciare l’allerta alla popolazione nonostante le ripetute segnalazioni dell’agenzia meteo nazionale.

Mazòn, guarda caso, è un “popolare” di destra e la sua giunta si regge con i voti dei fascisti di Vox (quelli che accolgono da anni trionfalmente Giorgia Meloni). Non che il governo nazionale sia completamente innocente, naturalmente, ma la priorità nella scala delle responsabilità è chiara.

A fare sponda con la destra spagnola è stato soprattutto il partito popolare tedesco – quello di von der Leyen, peraltro – che ha usato il nome e l’appartenenza partitica di Ribera per contrastare la spinta dei “progressisti europei” (chiamarli “socialisti” è un insulto alla storia) contro la nomina del meloniano Raffaele Fitto tra i sei vicepresidenti della Commissione, anche se con un portafoglio minore a quello fin qui tenuto dal connazionale “progressista” Paolo Gentiloni.

Poi, nella notte, pace fatta. Almeno per ora. A rimetterci di più è stato alla fine l’altro ultradestro in Commissione – l’ungherese Oliver Varhelyi, uomo di Orbàn – al quale sono state tolte le deleghe sulla DG Hera, inclusa la gestione e la preparazione alle crisi, e la competenza sui diritti sessuali e riproduttivi. Resta in pratica Commissario alla sanità e al benessere animale...

Giochini da quattro soldi, dicevamo, in pieno stile tardo impero. E dire che la nuova Commissione dovrà – o dovrebbe – affrontare un prossimo futuro estremamente agitato, tra recessione economica che morde ormai apertamente Germania e Francia (non proprio due pesi leggeri, nella UE), azzoppa l’Italia e un po’ tutta l’area.

Ma che, soprattutto, sta per essere investita dai dazi promessi da Trump non appena si insedierà alla Casa Bianca, dalla crescita dei Brics+ e del resto del mondo che non ne può più del suprematismo occidentale, ecc.

Che questa congrega di personaggi improbabili, o comunque minori, possa essere in grado di pensare e trovare le soluzioni adeguate, appare una mission impossible. Meglio concentrasi sulle liti di cortile, insomma. In fondo è il loro ambiente naturale...

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18/11/2024

Gas russo: la Commissione europea spinge l’Ucraina verso suicidio

I vertici della Commissione europea, dopo aver convinto l’Ucraina a fermare il transito del gas russo, hanno raggiunto l’obiettivo di limitare il flusso di idrocarburi russi verso l’UE. Bruxelles sembra sia convinta di potercela fare senza il gas russo che ancora per un paio di mesi, ovvero, fino alla fine di dicembre 2024 transiterà verso l’Europa attraverso il territorio dell’Ucraina. Ma dopo la “chiusura del rubinetto” l’Ucraina rischia un collasso energetico.

Il transito del gas russo attraverso il territorio dell’Ucraina sta per giungere al termine. Ma ci aspettano ancora eventi interessanti

Con l’avvicinarsi del nuovo anno, un evento – atteso da tempo – attira sempre più attenzione: l’Ucraina non rinnoverà l’accordo con la Russia sul transito del gas russo attraverso il suo territorio. Vale a dire che dall’inizio del 2025 i consumatori europei non riceveranno più 14 miliardi di metri cubi di gas.

Questa perdita riguarda tutti gli operatori del mercato del gas. Per Kiev questo significa la perdita nel 2025 di circa un miliardo di dollari, che venivano pagati dalla Russia per il transito del gas russo, mentre la Russia perderà circa 6 miliardi di dollari di entrate da esportazioni. L’operatore slovacco Eustream e il trader SPP perderanno fino a 1,5 miliardi di dollari all’anno in pagamenti di transito e margini commerciali dalla rivendita del gas.

I prezzi del gas aumenteranno in tutta Europa e alcuni Paesi dovranno far fronte alla carenza di gas. In questo gioco a somma zero, l’unica vincitrice sarà la Commissione europea, che si avvicinerà ancora di più al suo obiettivo a lungo termine di far sì che l’Europa rifiuti tutta l’energia dalla Federazione Russa entro il 2027. In tutta questa storia, la sorpresa più grande è la posizione dell’Ucraina che, come mostrerò di seguito, perderà molto di più dei pagamenti di transito.

La Commissione europea è fiduciosa che l’Europa farà a meno del gas russo, che riceve attraverso l’Ucraina

Come ho già notato nell’articolo pubblicato su Pluralia il 6 settembre, la decisione di fermare il transito non è stata una decisione sovrana dell’Ucraina, ma le è stata imposta dalla Commissione europea. Che questa decisione sia stata un’improvvisazione emotiva o un capriccio da parte ucraina, come potrebbe sembrare dall’esterno, l’Unione Europea ha fermato molto rapidamente qualsiasi minaccia alla sicurezza energetica dei suoi membri.

Ma in questo caso, l’UE non fermerà l’Ucraina: queste sono esattamente le azioni che ci si aspetta dall’Ucraina. Il mancato rinnovo del contratto di transito è il risultato del lavoro sistematico dei politici europei con la leadership dell’Ucraina.

La prova documentale di ciò può essere trovata nelle dichiarazioni del membro della Commissione europea per l’energia Kadri Simson dell’11 settembre 2024. Riassumendo il lavoro dei vecchi commissari europei sul mercato europeo del gas, ha affermato quanto segue: “Rimaniamo pienamente impegnati a completare l’eliminazione graduale del gas russo, cosa che può essere fatta senza mettere a repentaglio la sicurezza dell’approvvigionamento energetico per l’Europa. Come primo passo, insieme agli Stati membri, ci stiamo preparando a rescindere l’accordo sul transito del gas attraverso l’Ucraina. Lo facciamo ormai da diversi mesi. Abbiamo iniziato a prepararci per questo due anni fa. L’UE è pronta a vivere senza il gas russo fornito attraverso la via di transito ucraina”.

C’è la possibilità che all’ultimo momento sia possibile mantenere il transito attraverso l’Ucraina?

Dopo aver rifiutato categoricamente di trasportare il gas russo in Europa, l’Ucraina ha proposto uno schema alternativo per l’utilizzo del proprio sistema di trasporto del gas. La condizione principale che l’Ucraina ha accettato è stata la sostituzione del gas russo con il gas azero. L’acquirente europeo, ad esempio, la Slovacchia, lo acquista al punto di ingresso dall’Azerbajdžan alla Russia o dalla Russia all’Ucraina.

L’acquirente del gas negozia quindi il trasporto del gas attraverso il territorio russo e lo pompa negli impianti di stoccaggio sotterranei ucraini. Successivamente potrà utilizzare il gas a sua discrezione, compresa la vendita all’Europa. Pertanto, l’Ucraina in questo schema agisce non solo come operatore del suo sistema di trasporto del gas, ma anche come riesportatore di gas.

Oltre a quanto sopra, si richiede ai partecipanti a questo progetto che il venditore di gas, l’Azerbajdžan, e i suoi acquirenti europei ricevano garanzie dalla Russia riguardo alla sicurezza degli impianti del sistema di trasporto del gas ucraino, cioè gli forniscano effettivamente protezione in condizioni di ostilità.

Lo schema proposto dall’Ucraina per l’utilizzo dei suoi gasdotti di transito non è fattibile. L’essenza delle proposte dell’Ucraina è la seguente: se qualcuno vuole utilizzare i suoi gasdotti, deve assumersi tutto il lavoro di organizzazione del transito, nonché tutti i rischi associati a questo transito. La stessa Ucraina è esclusa dal processo del trattato.

Ma non ci sono ancora persone disposte ad assumersi l’onere di organizzare tale transito. E l’attuazione della proposta ucraina richiede un lavoro congiunto e accordi complessi tra tutti i Paesi interessati; la mancata partecipazione anche di uno di essi rende impossibile l’attuazione del piano ucraino.

Secondo i resoconti dei media, da diversi mesi l’Azerbajdžan non partecipa ai negoziati sulla partecipazione a questo sistema di transito. All’inizio di ottobre 2024 la Russia, rappresentata dal vice primo ministro della Federazione Russa Novak, ha dichiarato di non aver ricevuto alcuna proposta in merito da parte dei Paesi europei e dell’UE.

È ovvio che il piano proposto dall’Ucraina è meno attraente per la Russia rispetto al mantenimento di contratti a lungo termine con i suoi partner. Non è noto se la Russia accetterà lo “schema ucraino”, anche se proposto. In effetti, l’Austria ha annunciato la sua non partecipazione a questo programma. La direzione dell’OMV austriaca insiste affinché il punto di consegna del gas rimanga al confine austriaco, come previsto dal contratto con Gazprom.

È impossibile non notare le evidenti contraddizioni nello schema ucraino. Non importa quanto l’Ucraina voglia non avere alcun contatto con la Russia, dovrà negoziare con lei la conclusione di un accordo sull’adesione dei sistemi di trasporto del gas dei due Paesi.

Un accordo di interconnessione non è una semplice formalità; oltre alle questioni legali, stabilisce in dettaglio molti dettagli tecnici dell’interazione degli operatori GTS. Per coordinare questi dettagli è necessario creare uno speciale gruppo di lavoro russo-ucraino con il compito di prescrivere varie normative.

Ricordiamo anche il motivo addotto per il rifiuto di estendere il contratto di transito: l’intenzione di privare il “Paese occupante” delle entrate derivanti dalle esportazioni di gas verso l’Europa. Ma l’Azerbajdžan non ha gas in eccesso; lo fornisce già all’Europa al limite delle sue capacità. Dovrà inevitabilmente acquistarlo dalla Russia o stipulare con essa un accordo di agenzia, il che significa che i proventi delle esportazioni dell’“occupante” non scompariranno.

Questa è la principale contraddizione dello schema proposto dall’Ucraina. Ciò crea un precedente per la comparsa in Europa del gas pseudo-azero, che in sostanza rimarrà russo.

Proponendo uno schema deliberatamente irrealizzabile per preservare il corridoio di transito, l’Ucraina apparentemente imita la sua intenzione di incontrare i suoi partner europei. Ciò viene fatto al fine di rimuovere le accuse di provocare un aumento dei prezzi europei del gas naturale e addirittura di creare minacce alla loro sicurezza energetica. Tali accuse potrebbero avere anche conseguenze legali.

La Slovacchia, ad esempio, ha recentemente ricordato all’Ucraina che ha firmato un accordo di associazione con l’UE ed è quindi obbligata a mantenere il transito. L’Ucraina, in risposta alle accuse di creare situazioni di crisi, risponderà di aver offerto la propria opzione per continuare il transito, ma di non aver ricevuto sostegno. Allo stesso tempo, l’Ucraina può contare pienamente anche sul sostegno della Commissione europea.

L’Ucraina sta affrontando la chiusura del suo sistema di trasporto del gas

Allora perché l’Ucraina soffrirà di più se il corridoio di transito che collega la Russia con l’Europa cesserà di funzionare? Il punto non è solo la perdita di circa 1 miliardo di dollari in pagamenti di transito, che l’Ucraina non riceverà.

Ad un esame più attento, l’utile netto derivante dal transito è basso. Pertanto, nel rapporto aziendale per la prima metà del 2024, l’ucraina Naftogaz riporterà un fatturato di 20,4 miliardi di grivne (496 milioni di dollari) derivante dal transito del gas russo, che è aumentato del 6% rispetto alla prima metà dello scorso anno. Ma allo stesso tempo, il costo del servizio di transito ammontava a 19,2 miliardi di grivne – ovvero 377 milioni di dollari.

A giudicare da questi dati, il reddito netto derivante dal transito del gas russo è piccolo, solo 119 milioni di dollari (496 milioni di dollari meno 377 milioni di dollari) per il gas russo per metà dell’anno, a quanto pare, ed aumenterà di 240 milioni di dollari. Tale importo non è paragonabile in termini di dimensioni al volume degli aiuti all’Ucraina da parte dell’UE e degli Stati Uniti.

Va tenuto presente che gli alti costi per sostenere il transito dimostrano l’inefficienza del sistema di trasporto del gas dell’Ucraina, che non è stato adeguatamente finanziato per molti anni. La componente principale di questi costi è il pagamento del gas combustibile (il cosiddetto “fuel gas”). Di conseguenza, per il pompaggio del gas viene spesa una quantità di gas molte volte superiore a quella richiesta dallo standard. L’usura del sistema porta anche ad elevate perdite da fughe di gas durante il trasporto.

Sembrerebbe che se l’Ucraina rifiutasse di far transitare il gas russo, perderebbe poco. Non ci sarà transito e non ci saranno costi associati. Ma non è vero. Il valore del transito russo non risiede solo nel profitto, ma anche nell’opportunità di ottimizzare i flussi di gas naturale all’interno dell’Ucraina.

In primo luogo, è il gas russo a fornire la pressione nel sistema che, se scende sotto i 30 bar, porterà alla chiusura completa delle unità di pompaggio del gas ucraino. Ciò significa che in assenza di transito, l’Ucraina dovrà mantenere la pressione nel sistema utilizzando le proprie riserve di gas.

In secondo luogo, con la cessazione del transito, l’Ucraina perde i risparmi sul trasporto del gas all’interno del Paese. L’approvvigionamento interno di gas ucraino è legato al transito. Il risparmio deriva dal fatto che il gas proveniente dal flusso di transito rimane parzialmente nella parte orientale e centrale del Paese, e la differenza sul confine occidentale è coperta dal gas proveniente dagli impianti di stoccaggio ivi situati. Con la scomparsa del transito, l’Ucraina dovrà organizzare l’approvvigionamento dell’Ucraina centrale e orientale in senso inverso, partendo dal confine occidentale.

Sebbene il consumo di gas in Ucraina sia diminuito a causa dell’emigrazione e della chiusura degli impianti di produzione, la precedente stagione di riscaldamento ha dimostrato che la domanda nelle centrali termoelettriche rimane ancora a un livello elevato. E quest’inverno potrebbe essere necessario ancora più gas, poiché dopo gli attacchi dell’esercito russo non sono rimaste quasi più centrali termoelettriche a carbone, e quindi il carico sulle centrali termoelettriche a gas dovrebbe aumentare. Nella moderna Ucraina il gas ha preso il secondo posto nella bilancia dopo le centrali nucleari, sostituendo il carbone.

Ma ci sono problemi significativi con l’approvvigionamento di gas dell’Ucraina durante la stagione di riscaldamento, iniziata il 15 ottobre. A questa data, gli impianti di stoccaggio del gas ucraino avevano accumulato 13 miliardi di metri cubi di gas. Si tratta di 200 milioni di metri cubi inferiori al piano precedentemente stabilito dal governo per Naftogaz.

L’Ucraina non può contare sul gas dei commercianti europei nei suoi impianti di stoccaggio sotterraneo. Le aziende dell’UE, nonostante il fatto che l’Ucraina offra alcune delle tariffe di stoccaggio più basse, non rischiano di immagazzinare gas qui, temendo sia attacchi alle infrastrutture che accessi non autorizzati utilizzando il proprio gas. Se l’anno scorso, prima dell’inizio della stagione di riscaldamento, i commercianti europei di gas avessero pompato nello stoccaggio 3 miliardi di metri cubi, quest’anno ne hanno portato via 60 milioni di metri cubi più di quanti caricati.

Con cosa finiamo?

La leadership della Commissione europea (CE), dopo aver convinto l’Ucraina a fermare il transito del gas russo, ha raggiunto l’obiettivo di limitare il flusso di beni energetici russi nell’UE. L’Europa riuscirà a farcela senza che il gas russo passi attraverso l’Ucraina, ritiene la Commissione europea.

Ma se l’Ucraina alla fine eviterà un collasso del gas, che non richiederebbe nemmeno il bombardamento russo dei suoi gasdotti, è di scarso interesse per l’attuale CE. Del resto, di questo problema si occuperanno i nuovi Commissari europei per l’Energia, che riceveranno i loro poteri a novembre. Anche se, forse, hanno altri problemi più importanti.

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14/11/2024

Quella gabbia di matti chiamata Unione Europea

Vista da fuori, appare come una gabbia di matti. E lo è, come comportamenti.

L’Unione Europea, di fatto, risulta incapace di darsi un “governo” – la Commissione – a cinque mesi dalle elezioni. E non è detto, a questo punto, che il “von der Leyen 2” prenda davvero il via.

Ieri tutte le contraddizioni interne, tra paesi e maggioranze politiche diverse, sono esplose facendo saltare mediazioni che sembravano blindate.

La miccia è arrivata dalle vicepresidenze, ben sei, da concedere in modo da accontentare tutti (paesi e famiglie politiche). Anche questo allargamento numerico – in precedenza erano sempre state soltanto cinque – era sembrato un capolavoro democristiano tessuto dalla “cavallerizza” tedesca, piombata in politica dopo i 40 anni e subito investita di incarichi pesanti (ministro della difesa in Germania).

Per rabberciare una maggioranza, infatti, Von der Leyen aveva proposto una sesta vicepresidenza da affidare all’italiano Raffaele Fitto, a sua volta ex democristiano ma oggi membro influente del partito (post?)-fascista guidato a Giorgia Meloni, seppure con un mandato molto meno importante (“la coesione”) rispetto a quello lasciato da Paolo Gentiloni (gli affari economici).

La cosa aveva fatto storcere il naso ai socialisti europei, ma non ai loro rappresentanti in Italia (il PD, non a caso). Una maggioranza con “dentro tutti” – socialisti, verdi, liberali, democristiani, conservatori e fascisti – poteva essere certamente forte sul piano numerico, ma debolissima su quello politico-operativo. Facile prevedere che ogni decisione sarebbe stata complicata da molti distinguo e altrettante indispensabili mediazioni, al dunque piuttosto paralizzanti. E infatti si è impantanata già sulle nomine...

Anche il rappresentante dell’ungherese Orbàn, Oliver Varhelyi, per quanto sullo strapuntino della “salute e del benessere animale”, disturbava parecchio i gruppi “progressisti”. Due commissari neofascisti (anche se Fitto, ricordiamo, ha origini più moderate) erano in effetti un po’ troppo per presentare la nuova Commissione come “campione della democrazia, dei diritti umani, ecc.”.

Soprattutto se – e questa è forse la ragione principale – il gruppo Ecr cui appartengono non ha votato per Ursula von der Leyen a luglio, quando si era formata la nuova-vecchia maggioranza.

Il casino, però, alla fine l’ha fatto il democristiano tedesco Friedrich Merz che, recependo i maldipancia dei “popolari” spagnoli (in realtà dei post-franchisti in doppiopetto), minacciava per ritorsione di votare contro la nomina di Teresa Ribera, fin qui vicepresidente nel governo “socialista” di Sanchez. Motivazione ufficiale: la Ribera, il 20 novembre, dovrà dimostrare nel Parlamento spagnolo di non aver avuto nessuna responsabilità per la tragedia di Valencia (colpa che tutti attribuiscono al sindaco “popolare” della città, che si era rifiutato di lanciare l’allerta meteo fin quando la gente non ha cominciato a morire).

A quel punto è saltato completamente il tavolo. I delegati “progressisti” dichiaravano morta la candidatura di Fitto a vicepresidente, “non lo voteremo in nessun caso, la fiducia è rotta. Il pacchetto per noi è di cinque vicepresidenti, il Ppe lo voti con l’estrema destra”.

Von der Leyen si è quindi esibita nella parte che sa fare meglio: silenzio e scomparsa dalla scena, forse in cerca di ordini o consigli superiori. Ed è stato persino divertente vedere qualche parlamentare del PD sbottare in pubblico con un “Parli, dica qualcosa, c...”.

Un branco di matti parecchio incompetenti, certo, ma anche una struttura istituzionale – i trattati europei – che manifestamente sono stati pensati per “gestire” autoritariamente decisioni politiche ed economiche prese in altra sede. Ma che risultano inservibili per affrontare divergenze politiche serie o semplicemente problemi imprevisti.

Un baraccone di 27 paesi governati da coalizioni molto differenti o addirittura contrapposte, interessi economici e “nazionali” ormai palesemente divergenti (persino la Germania e la Francia sono andate in crisi e non riescono ad uscirne per colpa di quell’“austerità” che avevano voluto imporre a tutti), trattati e regole che concedono il potere di veto a chiunque nel mentre si impongono politiche che danneggiano alcuni e favoriscono altri (non solo “paesi”, ma anche comparti economici e produttivi)...

Il tutto in una situazione che vede due guerre alle porte di casa, una delle quali richiede grandi esborsi in soldi, armi e rischi di guerra mondiale; con un “alleato” che ora minaccia di scaricare la patata ucraina su Bruxelles mentre impone dazi sulle esportazioni europee.

In una situazione del genere, sembra banale, servono decisioni rapide, lungimiranti, strategicamente sensate e con possibilità di articolazione operativa su grande scala (qualsiasi sia la scelta strategica: reazionaria, riformista, rivoluzionaria, conservatrice, ecc.).

Servirebbe perciò statisti di caratura molto superiore a quelli che, maldestramente, disegnarono l’Unione Europea alle sue origini o la folle “gabbia di Maastrcht”.

E invece abbiamo questa banda di nanerottoli miopi o ciechi. Selezionati per vincere la televendita elettorale, a forza di promesse e menzogne. Attori di serie zeta, buoni per uno spot pubblicitario e troppo scarsi perfino per i cinepanettoni.

Anche per questo, probabilmente, l’“ombra di Banquo” è riapparsa nei corridoi di Bruxelles. Ed anche questa volta si chiama Mario Draghi...

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07/10/2024

Von der Leyen prepara un piccolo golpe nella UE

L’Unione Europea, così come è stata costruita, non regge la competizione internazionale, né con la Cina né con gli Usa. Dopo l’inizio delle guerra in Ucraina, il sabotaggio del gasdotto North Stream e le sanzioni alla Russia (che hanno azzoppato soltanto le aziende europee che avevano sviluppato i rapporti con Mosca) la situazione è precipitata senza che nessuno dei poteri e dei “piloti automatici” riuscisse ad arrestare una caduta che diventa ogni giorno più grande.

Il “rapporto Draghi” ha fotografato questa situazione suggerendo correzioni così drastiche (centralizzazione del debito, investimenti pubblici comuni, selezione dei settori industriali da privilegiare, meccanismi istituzionali da riscrivere, ecc.) che servirebbe una straordinaria stagione di dibattito pubblico per costruire intorno a quel progetto (o altro con le stesse dimensioni strategiche) un consenso sufficiente a garantire che non ci siano terremoti sociali incontrollabili. Compito difficile, per chi predica neoliberismo e austerità di bilancio, ma comunque necessario se non si vuol rischiare il fallimento.

La strada scelta dalla Commissione Europea sotto la guida di Ursula von der Leyen è invece quella – solita – dell’imposizione senza discussione.

Un documento programmatico interno, di cui è entrato in possesso la testata Politico (statunitense, non “putiniana”), è abbastanza dettagliato – circa le linee evolutive – da non lasciare molto spazio alle interpretazioni minimizzanti.

“L’idea principale è che Bruxelles imporrà condizioni molto più severe rispetto ai bilanci precedenti. Secondo il testo, circa 530 programmi attualmente in vigore per ogni Paese dell’UE saranno riuniti in un’unica cassa nazionale, che determinerà la spesa in settori che vanno dai sussidi agricoli all’edilizia sociale.”

In pratica Ursula von der Leyen sta definendo il modo in cui intende fare pressione sui Paesi affinché attuino “riforme economiche fondamentali” se vogliono accedere alla cassa settennale da 1.200 miliardi di euro dell’UE. Sequestrando appunto le fonti di bilancio che fin qui avevano garantito una distribuzione dei fondi al tempo stesso “austera” ma “attenta alle esigenze” dei diversi paesi.

Per capirci. “Il cambiamento più importante rispetto alle regole attuali è che i Paesi riceveranno i fondi solo se attueranno le riforme preferite da Bruxelles.”

Il meccanismo decisionale per riuscire nel sequestro è piuttosto semplice e ruvido: il documento prevede un “gruppo direttivo ad hoc che gestirà il processo di bilancio. Questo sarà composto dalla von der Leyen, dal Dipartimento del Bilancio e dalla Segreteria Generale, che opera sotto la diretta autorità del Presidente”.

I vicepresidenti (tra cui Raffaele Fitto, la cui nomina era stata venduta da Giorgia Meloni come un riconoscimento della “centralità italiana in Europa”) e gli altri Commissari potranno essere coinvolti di volta in volta, ma come semplici “ospiti”.

Come accennato, la materia concreta del contendere è composta dai circa 530 programmi attualmente in vigore per ogni Paese dell’UE, che saranno riuniti in un’unica cassa nazionale, che determinerà la spesa in settori che vanno dai sussidi agricoli all’edilizia sociale. Un bottino che vale 1.200 miliardi e da cui non uscirà un centesimo se non in cambio di “riforme” ad hoc, unitarie nello spirito neoliberale ma ovviamente graduate sulle caratteristiche – o la distanza del modello ideale – dei singoli paesi.

Il rapporto tra voci di finanziamento e “riforme” sembra però decisamente aleatorio. Uno dei pochi esempi fatti nel documento riguarda per esempio il fatto che “i Paesi dovranno affrontare il divario di genere per ricevere fondi per l’edilizia sociale o promuovere l’agricoltura biologica per accedere ai finanziamenti agricoli”. Un collegamento così improbabile – specie in questi due settori il divario di genere è tra i più consistenti, per ragioni storiche e produttive piuttosto evidenti – da garantire una opposizione feroce, purtroppo declinata in senso profondamente reazionario e passatista.

Abbiamo dunque davanti la prospettiva di un duro scontro sociale che allargherà a dismisura lo spazio per le destre nazifasciste e nazionaliste, oltretutto impazzite sul piano strategico dal fatto di dover sostenere la logica di impresa ultraliberista, i sogni di impossibile ripristino della “sovranità nazionale” all’interno di quella logica e l’ostilità per qualsiasi cambiamento dipinto – solo dipinto, naturalmente – come un “fattore di progresso”.

Ma c’è da sottolineare anche il dato propriamente istituzionale. L’accentramento del potere politico – e il controllo del bilancio è il più politico dei poteri – in pochissime mani avviene a dispetto di ogni pretesa di “democraticità” e persino di “trasparenza”.

Per di più questa centralizzazione – se passerà in questa forma, cosa di cui si può dubitare – arriva al termine di processi decisionali sempre più distanti da qualsiasi legittimazione popolare. Il voto per il cosiddetto “parlamento europeo” è servito solo a definire un arco di maggioranza che però non ha definito la selezione dei Commissari (indicati dai singoli governi ma utilizzati e posizionati da von der Leyen senza ulteriori confronti). Le biografie politiche dei singoli “ministri” presentano perciò molte eccezioni rispetto all’impianto che si vorrebbe “liberale”.

Ma anche questa composita pattuglia di personaggi non eletti – “nominati” – è a sua volta bypassata da un potere “misterioso” che muove le scelte politiche anche in contrasto con i paesi “forti” dell’Unione (vedi il voto contrario della Germania ai dazi sulle auto cinesi, ma che verranno comunque imposti dalla Commissione motu proprio). Per comodità, è il potere dei “mercati”, ovvero dei grandi gruppi industriali e soprattutto del capitale finanziario.

La narrazione che dipinge il “giardino occidentale” come il tempio della “democrazia” contrapposto alle “dittature” sta giungendo al capolinea finale. “Avevamo scherzato”, ci diranno un giorno o l’altro. “Non diteci che ci avevate creduto...”

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04/10/2024

La Commissione europea deferisce l’Italia per lo sfruttamento degli insegnanti precari

Lo Stato italiano sfrutta quasi mezzo milione di insegnanti precari mediante un utilizzo estensivo e abusivo di contratti a tempo determinato e a condizioni di lavoro discriminatorie.

Questo è quanto ha affermato, qui tradotto con parole meno politically correct, la Commissione europea, che ha deferito l’Italia alla Corte di giustizia dell’Ue sul tema del lavoro precario nella scuola.

Le motivazioni del deferimento

“L’Italia”, si legge nel deferimento, “non ha adottato le norme necessarie per vietare la discriminazione in merito alle condizioni di lavoro e l’uso abusivo di successivi contratti a tempo determinato”.

Nelle scuole pubbliche del Paese infatti la normativa “non prevede progressioni salariali basata sui precedenti periodi di servizio”, rivelando una forte “discriminazione rispetto agli insegnanti assunti a tempo indeterminato”.

Come se non bastasse, secondo la Commissione difronte a questa palese ingiustizia l’Italia non ha adottato misure volte al contrasto dell’uso ripetuto di contratti a tempo determinato anche del personale amministrativo, tecnico e ausiliario del comparto, violando la già blanda direttiva Ue in materia.

Lo “zelo” italiano nella precarizzazione del lavoro

In questa condizione, sembra il colmo come un campione del liberismo e dell’austerità come la Commissione riesca a impartire, almeno formalmente, lezioni di giustizia sociale allo Stato italiano.

A dispetto delle parole infatti non bisogna dimenticare che è stata proprio la Commissione, ossia l’organo esecutivo dell’Ue, la maggiore responsabile dell’introduzione di ampie forme di precariato e flessibilità nell’ordinamento italiano sul tema del lavoro.

Il fatto è che tali indirizzi sono stati ben eseguiti dai vari esecutivi succedutosi negli ultimi 30 anni al governo dello Stivale. In quest’ottica, la Commissione sembra riprendere l’Italia per un “eccesso di zelo” nella precarizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici del settore.

La svalutazione generale del sistema educativo

In Italia sono 400 mila gli insegnanti precari colpiti da questo abuso. Ciò si inserisce pienamente nel contesto della “svalutazione generale” in cui è caduto il sistema educativo italiano, tra alternanza scuola-lavoro, sfruttamento del personale, strutture fatiscenti, aumento dell’abbandono scolastico e dell’analfabetismo funzionale.

Se cambio di rotta dovrà essere, allora questo non potrà che passare dall’unione degli interessi degli studenti con quelli degli insegnanti. Sempre che questi ultimi siano in grado di emanciparsi dal ruolo di formatori di cittadini incoscienti necessari al capitalismo e assumersi la responsabilità di riconoscersi come lavoratori sfruttati in grado di inceppare il meccanismo di sfruttamento direttamente dall’interno.

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17/09/2024

UE - Ursula vara la Commissione, SuperMario sorveglia da vicino

L’arte democristiana del compromesso a porte chiuse è l’unica cosa chiara che ha portato Ursula von der Leyen a presentare in tempo utile la sua “squadra” per la Commissione Europea (il “governo” dell’Unione).

Ufficialmente, nel corso dell’ultima settimana, i nodi erano stati soltanto due. Il ruolo da attribuire a Raffaele Fitto, indicato dal governo Meloni e appartenente al gruppo ECR (conservatori di estrema destra), contro cui erano insorti soprattutto governi e gruppi parlamentari verdi e socialisti (meno il PD, che si conferma la solita inguardabile poltiglia di “chiacchiere e distintivo”).

E, all’ultimo momento, la porta sbattuta da Thierry Breton, vecchio liberal-liberista francese già commissario, sostituito all’ultimo momento con il consenso di Macron, che ha proiettato il giovane Stephane Se’journé (ex ministro degli esteri ed ex marito dell’ex premier Laval, a proposito di “amichettismo” o “compagnia di ventura”), nell’incarico alla “prosperità e alla strategia industriale” con tanto di vicepresidenza esecutiva.

L’arte del compromesso accontenta-tutti si è vista proprio intorno a questi due scogli affioranti.

Fitto ha avuto come previsto una delle vicepresidenze, ma queste si sono magicamente moltiplicate da quattro a sei, diminuendone dunque il peso relativo. In più – o in meno – il suo incarico prevede solo la delega alla Coesione e alle Riforme (compreso ciò che resta del NextGenerationUe varato in piena pandemia), e non gli “affari economici” con il pieno controllo dei fondi del PNRR.

Un depotenziamento forse non troppo appariscente ma sostanziale, visto che nella lettera di missione scritta da von der Leyen gli si chiede espressamente di “lavorare a contatto” con Valdis Dombrovskis, l’arcigno “falco” baltico da sempre schierato per l’austerità e il controllo rigido dei conti dei paesi mediterranei.

Ironicamente, Dombrovskis perde la vicepresidenza tenuta fin qui, ma guadagna un ruolo di supervisore e controllore del “meridionale di estrema destra” che in realtà Fitto non è mai stato (nasce democristiano, poi naviga tra i berlusconiani e altri gruppi fino ad approdare alla corte di Meloni).

Al suo fianco, oltretutto, ci sarà lo slovacco Maros Sefcovic, titolare del Commercio e della Sicurezza economica. Da sottolineare il fatto che il gruppo dei sedicenti “socialisti” (PSE) non riconosce più come membro il partito di Sefcovic (quello del premier Fico), perché contrario ad armare ulteriormente l’Ucraina e ai progetti di guerra contro la Russia.

Chiaro che queste due soluzioni sono collegate tra loro e servivano a stemperare almeno un po’ il malumore “progressista” (con duecento virgolette) per la presenza di un rappresentante di quel governo che ha votato contro la conferma di Ursula von der Leyen e che dunque è “fuori e contro la maggioranza” europea.

Per il governo Meloni c’è un incasso minore dello sperato, ma comunque è un risultato da festeggiare perché ora il suo partito è stato sdoganato anche in Europa. Come già detto mille volte, chi sperava che la UE fosse un “baluardo” contro il fascismo e i suoi nostalgici è un imbecille che spera nel “cavaliere bianco” per liberarsi di quello nero. Che si mettono d’accordo senza problemi...

Ma non è stato facile neanche difendere le postazioni più ambite (quelle economiche, naturalmente, pretese da un po’ tutti gli Stati) o aumentare la “rappresentanza di genere” fino a un passabile 40%, visto che le proposte iniziali dei vari paesi indicavano un misero 22%, a conferma del fatto che “i valori” tanto sbandierati sono ben poco tenuti in reale considerazione.

La lista dei vari incarichi è ovviamente lunga, visto che ci sono 27 nomi con 27 deleghe per 27 paesi.

Gli altri quattro vicepresidenti sono la spagnola Teresa Ribera (prima inter pares) con la delega a “una transizione pulita, giusta e competitiva”. La finlandese Henna Virkkunen avrà la delega alla sovranità digitale, la sicurezza e la democrazia. La estone Kaja Kallas, come già annunciato, sarà l’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza, a presidio del riarmo per la guerra, al posto del comunque fomentatissimo Borrel. La romena Roxana Minzatu avrà la delega alle persone, alle competenze e alla preparazione.

Seguono tutti gli altri.

La croata Dubravka Suica (PPPE) sarà commissaria per il Mediterraneo, un nuovo ruolo che prima non esisteva. ‘Sarà anche responsabile del più ampio vicinato meridionale’, e ‘collaborerà a stretto contatto con Kaja Kallas e molti altri commissari per sviluppare i nostri interessi comuni con la regione’, un modo mellifluo per indicare il controllo stretto dell’immigrazione.

L’ungherese Olivér Várhely sarà commissario per la Salute e il benessere degli animali, oltre che responsabile per l’Unione europea della salute.

L’olandese Wopke Hoekstra (PPE) sarà commissario per il Clima, la decarbonizzazione (‘zero emissioni nette’) e la ‘crescita pulita’. Sarà anche responsabile della tassazione.

Il lituano Andrius Kubilius (PPE) sarà il commissario per la Difesa (nuovo portafogli) e lo Spazio. Lavorerà allo sviluppo dell’Unione europea della Difesa e al rafforzamento della capacità industriale e di investimento in questo settore. Ancor prima di essere esaminato dal Parlamento e di entrare in carica, Kubilius si è subito fatto notare per questa dichiarazione di guerra: «La Russia costituisce la più grande minaccia alla sicurezza dell’Europa. L’Ue deve essere pronta a qualunque evenienza avendo a disposizione nei nostri depositi abbastanza equipaggiamento militare e sufficiente personale militare pronto per la mobilitazione».

La slovena Marta Kos (Renew), sarà commissaria per l’Allargamento dell’Ue, responsabile anche del Vicinato orientale.

Il ceco Jozef Síkela (indipendente, ma indicato da un governo che fa parte del gruppo conservatore ECR) sarà il commissario per i Partenariati internazionali. ‘Guiderà il lavoro su ‘Global Gateway’ e assicurerà che sviluppiamo partenariati’ con i paesi terzi, in particolare in Africa.

Il cipriota Costas Kadis (PPE) sarà Commissario per la Pesca e gli Oceani, e dovrà presentare il primo ‘Patto europeo per gli oceani’.

La portoghese Maria Luís Albuquerque (Ppe) sarà commissaria per i Servizi finanziari e l'Unione per il risparmio e gli investimenti’. Il suo ruolo, ha sottolineato von der Leyen “sarà fondamentale per rafforzare e completare la nostra Unione dei mercati dei capitali e garantire che gli investimenti privati ​​alimentino la nostra produttività e innovazione”.

La belga Hadja Lahbib (Renew) sarà commissaria per la Preparazione alle crisi e la loro gestione, con la responsabilità per la protezione civile in caso di catastrofi naturali e per gli aiuti umanitari.

L’austriaco Magnus Brunner (PPE) sarà Commissario per gli Affari interni e l’Immigrazione. ‘Si concentrerà ovviamente sull’attuazione del Patto Ue sull’asilo e l’immigrazione, ma anche sul rafforzamento dei nostri confini e sullo sviluppo di una nuova strategia di sicurezza interna’.

La svedese Jessika Roswall (PPE) sarà commissaria per l’Ambiente, la ‘resilienza idrica’ e ‘un’economia circolare competitiva’.

Il polacco Piotr Serafin (PPE) sarà il commissario per il Bilancio UE, la lotta alle frodi e la Pubblica amministrazione. Sarà responsabile della preparazione del prossimo bilancio pluriennale dell’Unione.

Il danese Dan Jørgensen (S&D) sarà il commissario per l’Energia e l’Edilizia abitativa (nuovo portafoglio).

La bulgara Ekaterina Zaharieva (PPE) sarà commissaria per la Ricerca e l’Innovazione. Secondo la presidente della Commissione, ‘contribuirà a garantire che investiamo di più e concentriamo la nostra spesa su priorità strategiche e su innovazioni rivoluzionarie’.

L’irlandese Michael McGrath (Renew) sarà commissario per la Democrazia, la Giustizia e lo stato di diritto. Si occuperà anche di lotta alla corruzione e tutela dei consumatori.

Il greco Apostolos Tzitzikostas (PPE) sarà il commissario per i Trasporti e il Turismo sostenibili.

Il lussemburghese Christophe Hansen (PPE) sarà commissario per l’Agricoltura e l’alimentazione.

Il maltese Glenn Micallef ‘(Renew) sarà Commissario per l'Equità intergenerazionale, la cultura, la gioventù e lo sport.

SuperMario, il supervisore

Ma quasi a rubarle la scena è ben presto arrivato Mario Draghi, pronto a esercitare un ruolo da “consigliori esterno” per determinare le linee essenziali della politica europea prossima ventura. Col consenso della stessa von der Leyen, in evidente crisi di grandi idee, che pure aveva esordito indicando la volontà di seguire “le raccomandazioni del rapporto Draghi” per un’Europa “più fluida, più interconnessa, più coordinata” nelle sue “diverse politiche.

Fuor di metafora, però, SuperMario è intervenuto nel Parlamento di Strasburgo parlando delle questioni strategiche, non del Cencelli per comporre una Commissione folta di mezzi parvenu.

“Affinché l’Europa rimanga libera, dobbiamo essere più indipendenti [come se lo fosse mai stata, dalla fine della Seconda Guerra mondiale, ndr]. Dobbiamo avere catene di approvvigionamento più sicure per le materie prime e le tecnologie critiche. Dobbiamo aumentare la capacità produttiva europea nei settori strategici ed espandere la nostra capacità industriale per la difesa e lo spazio. La pace è il primo e principale obiettivo dell’Europa tra i propri confini e all’estero e dobbiamo continuare in questo sforzo costante. Le minacce alla sicurezza però aumentano e dobbiamo prepararci”.

Si vis pacem, para bellum... nulla di nuovo sotto il sole, se non la scala dimensionale su cui questo preistorico discorsetto viene riproposto: un intero continente.

Soprattutto, Draghi cogliendo con quasi compiaciuto tempismo la crisi profonda dell’industria tedesca, ci ha tenuto a ribadire uno dei punti fondamentali del suo “rapporto”, quello che risulta più indigeribile per Berlino (il governo) e Budesbank: il debito comune.

“Se ci si oppone alla costruzione di un vero mercato unico, all’integrazione del mercato dei capitali e all’emissione del debito comune, ci si oppone ai nostri obiettivi Ue”, ha detto ancora Draghi.

“Il debito comune”, ha sottolineato, “non è per la spesa pubblica generale o per i sussidi” (e quando mai qualcosa per le popolazioni impoverite...), ma “per realizzare gli obiettivi fondamentali” per la nostra futura competitività, “sui quali abbiamo tutti già concordato”.

Il conflitto, oltre che con il “nemico esterno” e con le classi popolari, è insomma anche dentro al capitale finanziario e tra gli Stati che compongono l’Unione. Non proprio il miglior viatico per il “von der Leyen 2”, che palesemente si mostra come la foglia di fico del potere dei “mercati”. Alla faccia della “democrazia”...

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16/09/2024

Si dimette Thierry Breton, la “von der Leyen 2” torna in alto mare

L’Unione Europea non sta più tanto bene. E la nuova Commissione (il “governo”), la cui presentazione ufficiale era già slittata di una settimana, difficilmente vedrà la luce domani, come era stato promesso.

Il nuovo stop non dipenderà però dal motivo che già aveva provocato il primo intoppo, rappresentato dal ruolo da attribuire a Raffaele Fitto, proposto dal governo Meloni e per il quale si pretendeva anche una “vicepresidenza operativa” oltre ad un portafoglio estremamente ricco ed importante (la gestione degli affari economici).

In quel caso il problema era stato sollevato da diversi governi che fanno parte della “maggioranza Ursula” (socialdemocratici, verdi, liberali, popolari) e trovavano (trovano ancora) troppo “premiante” un ruolo così importante per un paese che ha votato contro la nomina di von der Leyen a capo della Commissione.

Per fare un paragone, sia pure un po’ stiracchiato, con la situazione italiana è come se al posto di Giorgetti al Mef venisse indicato qualcuno del Pd o dei Cinque Stelle.

Ma la novità di oggi viene dalla Francia, paese ancora più “pesante” nell’architettura europea. Thierry Breton, indicato dal governo Macron per un secondo mandato, si è dimesso da Commissario europeo ancor prima di entrare in carica ufficialmente.

Ma la notizia bomba, si fa per dire, è che accusa apertamente la stessa von der Leyen di essere sostanzialmente una vipera incapace di mettere al centro della sua azione “l’interesse comune europeo”.

Scrive infatti su X: «Negli ultimi cinque anni mi sono impegnato senza sosta per sostenere e promuovere il bene comune europeo, al di sopra degli interessi nazionali e di partito. È stato un onore. Tuttavia, alla luce di questi ultimi sviluppi, ulteriore testimonianza di una governance discutibile, devo concludere che non posso più esercitare i miei doveri nel Collegio».

Poi, rivolgendosi direttamente a von der Leyen, «il 24 luglio, avete scritto agli Stati membri chiedendo loro di nominare candidati per il Collegio dei Commissari 2024-2029, specificando che gli Stati membri che intendono suggerire il membro in carica della Commissione non sono tenuti a suggerire due candidati. Il 25 luglio, il presidente Emmanuel Macron mi ha designato come candidato ufficiale della Francia per un secondo mandato nel Collegio dei Commissari, come aveva già annunciato pubblicamente a margine del Consiglio europeo del 28 giugno».

Fin qui tutto normale, ma... «Pochi giorni fa, nella fase finale dei negoziati sulla composizione del futuro Collegio, avete chiesto alla Francia di ritirare il mio nome per motivi personali, di cui non avete mai discusso direttamente con me, e avete offerto, come compromesso politico, un portafoglio presumibilmente più influente per la Francia nel futuro Collegio. Ora vi verrà proposto un candidato diverso. Pertanto, mi dimetto dalla mia posizione di Commissario europeo, con effetto immediato».

Sarebbe però fuorviante credere che a questo livello si rischi di mandare all’aria molto soltanto per “questioni personali” o di etichetta. Sembra chiaro che la quadratura del cerchio a livello continentale – dovendo tener conto del diverso colore politico di quasi tutti i governi nazionali, pur in gran parte costretti dentro la camicia di forza dei trattati europei, di chi è dentro la maggioranza e chi è fuori, della rappresentanza di genere, ecc. – si sta rivelando più complicata che mai per ragioni decisamente più serie.

Ci sono due guerre alle porte d’Europa, una crisi sottotraccia che in Germania si sta mostrando anche come “recessione tecnica” (sei mesi di crescita negativa del Pil), una necessità di “riforme” – vedi il “rapporto Draghi” – che comunque verranno declinate romperanno molti equilibri, rapporti di forza, posizioni privilegiate (a livello di “sistemi paese”).

I Commissari da nominare dovranno essere comunque i driver di un processo complicato e “doloroso”. E la ex cavallerizza “scesa in politica” dopo i 40 anni in virtù della sua posizione aristocratica e altolocata non sembra proprio la “stratega” più adeguata alla bisogna.

Il che apre uno scenario ancora più complesso e potenzialmente negativo per quello che veniva descritto come un “pilota automatico” in grado di attraversare qualsiasi tempesta.

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14/09/2024

La UE contro le Big Tech statunitensi: tasse arretrate e multe per Apple e Google

Ogni tanto ci sono degli avvenimenti che ricordano come – nonostante la filiera euroatlantica sia fermamente unita sotto l’ombrello della NATO, necessario per la guerra da muovere all’emergente mondo multipolare – dal lato prettamente economico Stati Uniti e UE siano in competizione serrata.

Lo ricordano continuamente politici e documenti di Bruxelles, che accanto alla Cina citano sempre l’alleato d'oltreoceano tra i soggetti contro cui bisogna sviluppare competitività e autonomia tecnologica e di risorse. E ci sono poi, appunto, anche eventi che lo mostrano in maniera netta.

La Corte di giustizia UE ha confermato da pochi giorni le decisioni prese dalla Commissione Europea alcuni anni fa, inferendo un duro colpo a due delle cinque grandi compagnie Big Tech a-stelle-e-strisce, Apple e Google.

Quest’ultima aveva fatto ricorso contro la multa di 2,4 miliardi comminata per aver abusato della posizione dominante nello Spazio economico europeo nel comparto delle ricerche generiche sul web. Google aveva presentato i risultati di ricerca del suo comparatore di prodotti in prima posizione.

Un primo ricorso era già stato respinto nel novembre 2021, e ora la decisione è stata confermata. Da Google hanno fatto sapere che sono delusi da come si sia conclusa la vicenda, considerato che hanno inoltre apportato modifiche per conformarsi alle indicazioni della Commissione Europea.

Per quanto riguarda Apple, alcune società appartenenti al suo gruppo nel 2016 erano finite sotto accusa per aver beneficiato, tra il 1991 e il 2014, di una serie di vantaggi fiscali in Irlanda, poi caratterizzati come un illecito aiuto di Stato da parte della Corte.

Nel 2020 il Tribunale dell’Unione Europea aveva annullato tale decisione, ritenendo non fosse stata adeguatamente dimostrata l’esistenza di un reale vantaggio per queste società. Ma a Margrethe Vestager, Commissaria UE alla Concorrenza, questa sentenza non era andata giù.

Il ricorso presentato dalla rappresentante di Bruxelles è arrivato infine a una conclusione: la Corte ha annullato la decisione del Tribunale e ha invece confermato quella della Commissione. L’Irlanda deve dunque recuperare 13 miliardi di tasse non versate da Apple.

In una nota della compagnia fondata da Steve Jobs si legge: “questo caso non ha mai riguardato la quantità di tasse che paghiamo, ma il governo a cui siamo tenuti a pagarle. Paghiamo sempre tutte le tasse che dobbiamo ovunque operiamo e non c’è mai stato un accordo speciale”.

Il testo continua con un attacco diretto a Bruxelles: “la Commissione Europea sta cercando di cambiare retroattivamente le regole ignorando che, come previsto dal diritto tributario internazionale, il nostro reddito era già soggetto a imposte negli Stati Uniti”.

Alla fine del marzo 2024, la Commissione Europea ha avviato anche altre indagini di non conformità alle norme sulla concorrenza nei confronti di Alphabet – la società madre di Google – Apple e Meta, ai sensi del Digital Markets Act (DMA).

In altre occasioni, la Commissione (che esprime l’orizzonte di una UE che vuole fare un salto di qualità nella competizione globale) ha dovuto cedere di fronte al tentativo di assestare un colpo alle Big Tech statunitensi. Senza considerare che, ad ogni modo, aziende del genere non esistono in Europa.

Alla fine del 2023 il Lussemburgo ha vinto un caso su tasse non pagate con la Commissione, relativo al rapporto del paese con Amazon. Per quello così come per altri procedimenti simili la Corte ha contestato – ed è interessante sottolinearlo – il metodo e i criteri adottati dalla Commissione.

Bruxelles ha infatti connesso in modo disordinato i nodi della concorrenza e del fisco per contestare un ipotetico aiuto di Stato illegittimo e costringere le multinazionali a pagare i tributi.

Come affermato dalla Corte riguardo a un processo che coinvolgeva Fiat Chrysler, per contestare l’alterazione delle regole di mercato mediante la leva fiscale, l’Antitrust deve dimostrare che un paese ha adottate misure in contrasto con la “sua propria legislazione fiscale”.

Insomma, la Vestager si è appellata spesso a un inesistente diritto fiscale dalle forme armonizzate in UE. Cosa che non esiste anche perché la sua mancanza è stata la fortuna di molte multinazionali continentali, che anche in virtù del dumping fiscale hanno avuto la possibilità di assumere un peso maggiore a livello internazionale.

Queste asimmetrie su cui è stato costruito il polo europeo non sempre fanno comodo a un organo politico che ora si pone il tema di diventare un soggetto che si muove in maniera meglio organizzata e coerente in uno scenario globale segnato da guerra e feroce competizione.

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11/09/2024

La UE in crisi spiazza il governo Meloni

In un continente in crisi, con due guerre in cui è coinvolto senza avere in entrambe un reale diritto di parola, un governo nazionale altrettanto in crisi di credibilità – sia interna che internazionale – si ritrova agganciato (anche per propria responsabilità) a un degrado generale della governance.

Andiamo con ordine. La nuova Commissione europea doveva essere presentata ieri da Ursula von der Leyen, confermata nel ruolo di presidente da una maggioranza che da quasi sei anni porta il suo nome ed è parecchio eterogenea: popolari, socialisti, liberali e qualche “indipendente” per raggiungere il numero minimo.

Ma all’ultimo minuto la presentazione della nuova commissione è stata rinviata di (almeno) una settimana. Sono stati addotti problemi formali (la Slovenia aveva cambiato il suo candidato per migliorare la “rappresentanza di genere”, e deve ancora ricevere l’ok del suo parlamento), ma specie socialisti e verdi – tedeschi e non solo – hanno esplicitato il loro rifiuto di attribuire a Raffale Fitto una “vicepresidenza operativa”, ossia un ruolo da protagonista nel “governo” europeo. Anche perché le deleghe di cui disporrebbe valgono nell’insieme circa 1.000 miliardi...

Il gruppo parlamentare cui appartiene – Ecr, quasi all’estrema destra – ha votato contro la presidenza von der Leyen, dunque non fa parte della maggioranza.


È necessario sapere che i “ministri” europei (chiamati “commissari”) vengono proposti dai singoli paesi e devono passare un “esame” da parte del presunto parlamento di Strasburgo (l’unico al mondo privo del potere legislativo!), che riguarda anche l’adesione o meno ai “valori” ufficialmente dichiarati dalla UE.

E tutti ricordano il caso della bocciatura di Rocco Buttiglione, proposto da un governo Berlusconi, a causa delle sue notorie posizioni omofobe.

Raffaele Fitto, di suo, è un classico democristian-berlusconiano disponibile a farsi concavo e convesso pur di emergere e galleggiare. Ma proprio questa attitudine “plastica” l’ha portato, alla fine del suo peregrinare tra liste elettorali “vincenti”, alla corte di Giorgia Meloni e dunque tra i nostalgici mussoliniani (quello significa la “fiamma” nel simbolo di FdI).

Assomma quindi due difetti: a) rappresenta la destra estrema contro cui, nei diversi paesi, si invoca di “fare muro” (anche se poi Macron in Francia sta facendo un governo con i voti di Marine Le Pen), b) questa destra non fa parte della “maggioranza Ursula”.

È insomma tollerabile che possa comunque avere una delega da “commissario semplice”, ma non una delle quattro vicepresidenze operative che costituiscono il nucleo dirigente della UE.

La storia reale è ovviamente più intricata, per interessi nazionali e di schieramento politico, ma ufficialmente la motivazione è questa. In qualche misura è anche un “avvertimento” a von der Leyen, un po’ troppo disinvolta nell’aprire porte alla destra (non solo sul “caso Fitto”).

L’errore di partenza, insomma, l’ha fatto Giorgia Meloni quando ha provato a tenere un piede in due staffe: da un lato col voto pubblico contrario a von der Leyen e dall’altro con la cucitura di un rapporto di fiducia personale con “la cavallerizza” tedesca. Come se la seconda postura potesse compensare la prima.

Se ci fosse una situazione normale, in Europa, probabilmente questo giochino sarebbe passato sotto silenzio. Ma come dimostrano sia il “rapporto Draghi sulla competitività”, sia le reazioni fredde o contrarie (soprattutto di Germania e “frugali” del Nord), la UE si trova a un insieme di bivi di carattere politico, economico, militare e quindi strategici.

O prova a trasformarsi in un vero “super-Stato” capace di reagire in tempo reale ai problemi, oppure il suo palese declino diventa occasione di deflagrazione. Per riuscire a cambiare – secondo il rapporto Draghi – deve stringere i bulloni della sua governance eliminando le decisioni all’unanimità (27 paesi guidati da governi diversi), istituendo un “debito pubblico comune”, un esercito e un’industria militare omogenei, ecc.

Cambiare o non cambiare, oppure come cambiare, è una partita tutta aperta. Sul “debito comune”, è partito immediatamente l’alt tedesco, anche se da parte del leader di un partito – i liberali – che oggi non supera la soglia di sbarramento, ma su questo punto rappresenta la storica posizione di vantaggio dell’economia tedesca (rifinanziare il proprio debito pubblico a costo zero, o comunque molto inferiore alla media degli altri paesi).

Dunque il varo della nuova Commissione deve necessariamente tenere insieme non solo le esigenze dei diversi governi dei diversi paesi, ma anche definire preventivamente una linea di evoluzione della stessa Unione Europea che va ben oltre la normale amministrazione prevista dal famoso “pilota automatico” costruito da trattati ormai chiaramente inadeguati ai tempi di guerra.

Ogni Commissario, infatti, al momento dell’insediamento riceve una “lettera di missione” che definisce non solo le deleghe di cui dispone, ma anche la direzione che dovrà rispettare e far rispettare ad ogni paese. Ed è questa, forse, la cosa più complicata che von der Leyen e il gruppo dirigente di Bruxelles si trova ad affrontare.

L’Unione Europea deve insomma decidere cosa vuol essere e questo mette in discussione tutti gli equilibri e gli interessi consolidati, mentre solleva attese di rivincita o riequilibrio tra chi aveva fin qui pagato dazio senza toccare palla. Se ci aggiungiamo anche l’ansia di apparire di parvenu che non sanno distinguere tra funzione pubblica e interessi privati (il governo Meloni è da record in questa materia…), si comprende come le diffidenze siano tali da paralizzare tutto.

Ovvio che una Commissione dovrà comunque prendere forma al più presto. La terza area economica del mondo non può permettersi di restare ancora a lungo senza un “governo” (sono passati tre mesi dalle elezioni europee).

Ma la battaglia per determinare la direzione del “cambiamento” comincia soltanto ora. E non sarà un gioco per absolute beginners. Il governo Meloni, insomma, già minato dalla sua stessa inconsistenza prepotente (il caso dell’allontanamento dei poliziotti dalle “stanze chiave” di Palazzo Chigi ne dimostra lo spirito da “infiltrato nel potere”), si avvia come un vaso di coccio allo scontro tra carri armati.

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