Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/06/2026

Israele interrompe i contatti con Kallas, sputando sulla UE dei complici

Il ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar, ha annunciato ufficialmente l’interruzione di ogni contatto con l’Alta Rappresentante dell’UE per gli Affari Esteri, Kaja Kallas. La presa di posizione è arrivata tramite un post sul suo canale X, nel quale Sa’ar ha accusato la diplomatica europea di muoversi da tempo “in modo ossessivo e con una palese mancanza di imparzialità” nei confronti di Israele.

La goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso, secondo gli Esteri israeliani, è stato quando, in alcune discussioni a porte chiuse con rappresentanti governativi del Messico, durante una visita tra il 20 e il 22 maggio, Kallas avrebbe paragonato il trattamento riservato da Israele ai palestinesi nei territori occupati della Cisgiordania al regime razzista di apartheid che ha storicamente segnato il Sudafrica.

“Ad oggi – ha scritto Sa’ar – da parte sua non è stata pubblicata alcuna smentita, precisazione o risposta in merito a questa grave affermazione”. E così il politico israeliano ha deciso di sospendere ogni canale di comunicazione con Kallas “finché non ritirerà la calunnia di sangue che ha rivolto all’unico Stato ebraico del mondo, che è anche l’unica democrazia del Medio Oriente”.

Alcune prime osservazioni. Oltre al solito adagio per cui ogni critica a Israele è un attacco alla sua “ebraicità” – è, cioè, antisemitismo – e anche un attacco a un “pilastro della democrazia”, bisogna aggiungere che le parole di Kallas rispondono molto timidamente a quel che dice una sfilza infinita di rapporti di organizzazioni umanitarie e documenti ONU, in sostanza. Ed è inoltre solo un’indiscrezione uscita da dialoghi confidenziali, neanche una dichiarazione ufficiale.

L’Alta Rappresentante europea ha scelto di replicare a sua volta sulla piattaforma X, cercando tuttavia di farsi perdonare rivolgendosi direttamente al ministro israeliano con un informale “caro Gideon”, e ribadendo l’importanza del dialogo con Tel Aviv. Allo stesso tempo, nella sua nota Kallas ha ricordato la posizione ufficiale della UE, ovvero una “soluzione a due stati” e la condanna degli insediamenti illegali in Cisgiordania, che rendono impossibile questo obiettivo.

E qui si mostra tutta l’inutilità della UE, e in particolare quella di Kaja Kallas, forse la peggiore tra i suoi esponenti. Proprio perché ci sono prove a non finire sugli atti criminali commessi di Israele, con la violazione sistematica di diritti umani e mandati di cattura per crimini di guerra da parte della Corte Penale Internazionale, i rapporti con Tel Aviv dovevano essere già stati recisi da tempo.

L’Alta Rappresentante ha invece subito con la coda tra le gambe il trattamento che Bruxelles avrebbe dovuto promuovere verso Sa’ar e tutto il governo israeliano. Con la beffa ulteriore per cui alcune voci interne hanno rimarcato l’inadeguatezza della diplomatica. Cosa su cui non c’è alcun dubbio, ma non certo per aver nominato un dato di fatto – l’apartheid – che ormai è difficile non riconoscere, se non pescando nella fogna del negazionismo.

Kallas, nella sua nullità politica, invece di difendere quanto detto in virtù del diritto internazionale e della posizione ufficiale della UE, imponendo anche una visione autonoma degli Esteri di Bruxelles, ha evidentemente tirato i remi in barca e si è predisposta a incassare il colpo.

E si ha così il mondo alla rovescia: uno stato genocida sospende i rapporti con la UE, mentre la UE implora di “dialogare”, ricorda quasi scusandosi le “criticità” sul colonialismo israeliano, ma senza poi prendere alcuna misura concreta, incagliata com’è nella sua complicità con il sionismo e con l’economia del genocidio e dell’apartheid.

Risulta evidente che il congelamento dei contatti ha come obiettivo il mettere una significativa pressione sui vertici europei, visto che ora appare possibile si arrivi a discutere almeno di restrizioni commerciali sui prodotti che provengono dalle colonie nella West Bank.

Nonostante la UE sia stata incapace di imporre sanzioni persino a Ben Gvir, e più di un paese abbia già messo in chiaro di aver dubbi sull’utilità di colpire gli insediamenti illegali, Tel Aviv è passata all’attacco preventivo. E Kallas, ovviamente, è l’obiettivo più facile da colpire.

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15/03/2026

La UE mette in soffitta il diritto internazionale e getta la maschera

Le parole pronunciate da Ursula von der Leyen in occasione della Conferenza annuale degli ambasciatori UE, che si è chiusa due giorni fa, rappresentano una di quelle rare volte in cui potremmo sentire una – parziale – verità uscire dalla bocca della politica tedesca: “l’Europa non può più essere un custode del vecchio ordine mondiale, di un mondo che se n’è andato e non tornerà”.

La presidente della Commissione Europea ha poi aggiunto: “difenderemo sempre e sosterremo il sistema basato sulle regole che abbiamo contribuito a costruire con i nostri alleati, ma non possiamo più fare affidamento su di esso come unico modo per difendere i nostri interessi”.

Le verità sono solo nel fatto che il vecchio ordine internazionale è superato, e che il “sistema basato sulle regole” (che non è sinonimo di diritto internazionale, sia chiaro) era uno strumento per “difendere i nostri interessi”. Tale ordine, con Washington al centro, è stato usato con piacere dai paesi europei, anche se sapevano che era costruito con un doppio standard, per favorire sempre il più forte, come ha detto il primo ministro canadese al Forum di Davos.

Ora che gli USA pretendono che il Vecchio Continente torni un vassallo e non un competitor, l’ordine e le regole non sono più convenienti perché gli europei non sono più nello schieramento del più forte. Anzi, ne sono il primo bersaglio. E allora sono altri gli strumenti che la UE deve trovare per diventare un attore della competizione globale a pieno titolo.

Sono tre le priorità indicate dalla presidente della Commissione: la nuova Strategia della Sicurezza europea, i rapporti commerciali con paesi terzi per diversificare le fonti di approvvigionamento, una diplomazia che sia pensata in maniera pratica per raggiungere risultati. “L’obiettivo è renderci più resilienti – ha detto von der Leyen – più sovrani e più potenti”.

Chi voleva capire, lo poteva già fare nel gennaio 2021. Allora, il ministro francese dell’Economia aveva pubblicato da un paio d’anni un libro in cui parlava della UE come di un “nuovo impero”, e in concomitanza con un viaggio in Italia aveva affermato: “l’Europa deve dimostrare di poter usare la potenza al servizio di buoni propositi”.

Le Maire non si stava inventando nulla di nuovo. Riproponeva, nella formula da XXI secolo, la stessa trita retorica imperialista e anche imbevuta di suprematismo, che indica la necessità di una politica di potenza che porti la civiltà lì dove manca. Ovviamente, uccidendo e depredando tutto ciò di cui si ha bisogno.

Che la UE fosse un progetto imperialistico è stato detto esplicitamente da uno dei principali esponenti della classe dominante europea. Ma nel frattempo, sono passati cinque anni piuttosto turbolenti. Anni in cui i dirigenti di questa costruzione continentale, sia a Bruxelles che nelle capitali nazionali, si sono dimostrati privi di una solida visione strategica, e anzi talentuosamente capaci di sbagliare quasi ogni scelta significativa.

Ora i vertici europei devono trovare una qualche soluzione, e von der Leyen è tornata sul tema dell’assetto istituzionale, come fosse una panacea a tutti i mali, ma ha volontariamente ignorato i profondi problemi strutturali delle economie europee. La loro crisi vuole essere superata col riarmo, e difatti solo la proiezione geopolitica è evidenziata dalla politica tedesca.

“Abbiamo urgente bisogno – ha detto – di riflettere sul fatto se la nostra dottrina, le nostre istituzioni e il nostro processo decisionale – tutti progettati in un mondo post-bellico di stabilità e multilateralismo – abbiano mantenuto il passo con la velocità del cambiamento che ci circonda. Se il sistema che abbiamo costruito – con tutti i suoi tentativi benintenzionati di consenso e compromesso – sia più un aiuto o un ostacolo alla nostra credibilità come attore geopolitico”.

Sarebbe interessante sentire l’elenco dei “tentativi benintenzionati di consenso e compromesso”. Chissà se c’è lo smembramento della Jugoslavia, la guerra in Libia, gli accordi di Minsk usati per prendere tempo e armare l’Ucraina, parola di Merkel... Ma lasciamo perdere una tale affermazione.

Ciò che qui interessa sottolineare è che, secondo la presidente della Commissione, una politica estera costruita sulla risoluzione pacifica dei conflitti ti fa apparire debole. Questo problema sembra non colpire solo la Cina, ma tant’è. C’è “bisogno di una politica estera più realistica e dettata dagli interessi. […] La sicurezza deve diventare il principio organizzativo della nostra azione, deve essere il nostro mindset predefinito”.

A rincarare la dose è arrivata anche l’Alta rappresentante per gli Affari Esteri, Kaja Kallas. Forse la più guerrafondaia degli alti uffici della UE, Kallas ha dato dimostrazione del suo acume politico affermando che l’attacco russo all’Ucraina ha reso chiaro al mondo “che non c’è più responsabilità per le proprie azioni, le regole sono state buttate fuori dalla finestra”.

Per quello, poco prima, la sua collega alla Commissione ha detto che il loro stesso ordine basato su regole e una postura mediatrice ha reso la UE debole, e che vanno appunto gettate dalla finestra per trovare nuove leve per fare gli interessi del capitale su base continentale.

In contraddizione l’una con l’altra, ma del resto Kallas è arrivata pure a dire che la pace è la principale priorità di Bruxelles, mentre von der Leyen ha detto che è una perdita di tempo disquisire se l’aggressione all’Iran sia “una guerra scelta o una guerra di necessità”. Insomma, anche il tema delle responsabilità, nel caso di Washington e Tel Aviv, lascia il tempo che trova, e vale solo per gli “altri”.

A chiudere il cerchio, e a confermare questo punto di vista, ci ha pensato l’ultima “signora della guerra” della UE, ovvero la presidente del Parlamento Europeo, Roberta Metsola. In una recente intervista al giornale Avvenire ha infatti affermato che, per Strasburgo, “il diritto internazionale è la pietra fondante, ma bisogna evitare di abusarne per giustificare un regime tirannico che uccide la sua gente”.

Abbastanza scontato concludere che se il “regime tirannico” non uccide la sua gente, ma quella altrui, come nel caso dei criminali di guerra sionisti che stanno perpetrando un genocidio, allora va tutto bene. Soprattutto se chi uccide è bianco e di cultura occidentale. Insomma, anche Metsola segue la linea di Tajani, per il quale il diritto vale “fino a un certo punto”.

Purtroppo, c’è poco da scherzare in realtà. La presidente del Parlamento ha anch’essa ribadito la necessità che la UE rafforzi competitività e sicurezza. Il che significa, di nuovo, riarmo e politiche antipopolari per finanziarlo, insieme agli investimenti nei settori strategici della produzione attuale.

Uscite così fuori dagli schemi dalla solita propaganda europeista che vuole l’Europa come il “giardino” della democrazia e dei diritti che persino il presidente del Consiglio Europeo, António Costa, si è espresso contro le parole della presidente della Commissione. La quale, ovviamente, col suo discorso cercava di attribuire maggiore centralità a una politica estera decisa da Bruxelles, piuttosto che dai singoli paesi.

Rimangono le mancanze strutturali delle economie europee, oltre al fatto che mettere d’accordo tutti i membri della UE sui passi da fare in un frangente così tempestoso non è di certo facile. Forze centrifughe si sono già mostrate. Ma per von der Leyen, Kallas e Metsola l’unica cosa che importa è ricordare che serve armarsi per fare quel che il diritto internazionale impedisce. Al lettore le conclusioni.

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09/12/2025

Kaja Kallas è un regalo al Cremlino

Alla fine, anche i commentatori europei dovranno ammetterlo: la guerra in Ucraina è stata una sconfitta strategica di quello che a volte viene definito l’Occidente collettivo, o della NATO, se vogliamo dirla in altro modo. La seconda in pochi anni, dopo la fuga dall’Afghanistan nel 2021.

Se la ritirata scomposta da Kabul ha segnato l’inizio della rottura dello stallo tra le grandi potenze in competizione, la seconda presidenza Trump, con i suoi nuovi indirizzi strategici, che riguardano un po’ tutti gli alleati ma che hanno la ricaduta più pesante sul teatro europeo, ufficializza la frattura irricucibile tra Washington e Bruxelles, con tutto il suo seguito.

E inoltre, sbatte in faccia a tutti l’insignificanza della UE nel suo insieme, come del gruppo informale dei “volenterosi” sulla guerra in Ucraina, per comprendere nell’equazione anche il Regno Unito. Un’insignificanza rappresentata perfettamente dal loro continuo sbraitare senza avere un peso reale nelle trattative di pace, ma anche per l’assenza di un qualsiasi piano, per quanto spericolato o complesso possa essere, per permettere a Kiev di continuare davvero il proprio sforzo bellico.

Nell’articolo che riportiamo qui sotto, tradotto dal britannico Telegraph, Owen Matthews delinea perfettamente quale sia uno dei motivi principali di questa insignificanza: una classe dirigente incapace, che non è davvero abituata ad avere una visione strategica. Kaja Kallas fa parte di questa élite europea grazie a von der Leyen, e dal giornalista britannico viene indicata come una dei principali “alleati involontari” delle scelte strategiche del Cremlino, che invece sa bene cosa vuole e cosa può ottenere, e lo persegue con coerenza.

Lo abbiamo scritto più volte: sul nostro giornale pubblichiamo contributi che non necessariamente esprimono la linea della redazione, allo stesso modo in cui dire le cose come stanno per ciò che riguarda il conflitto ucraino non significa parteggiare per Putin e l’establishment nato dallo smantellamento dell’Unione Sovietica.

Questo vale anche per l’articolo di Owen Matthews, che però fa emergere anche un altro elemento che, con un paio di altre righe prima di lasciarvi alla traduzione, è utile sottolineare. Il giornalista britannico parla dell’irritazione dei funzionari della Casa Bianca a causa della “estonizzazione” della politica estera della UE.

Che tradotto, significa aver spinto l’intera diplomazia europea sui binari determinati dalle specifiche condizioni, politiche e storiche, della piccola Estonia, e della carriera politica di Kaja Kallas. Significa, in sostanza, l’aver costruito una governance istituzionale che ha fatto sì che un paese con meno abitanti di Roma possa determinare le scelte politiche dell’intera UE.

Se sul conflitto in Ucraina, magari, c’è un sostanziale accordo, su tanti altri dossier questo non c’è. E a dir la verità, anche la questione dei beni russi congelati, al cui uso si è opposto il Belgio, esprimono un dato di fatto con cui, anche da questa parte della barricata, bisogna fare i conti: nell’accelerazione storica che viviamo, emergono sempre più le contraddizioni del progetto imperialistico europeo incarnato dalla UE.

Paradossalmente, un cambio di meccanismo di voto, che abbandoni l’unanimità sui temi fondamentali, potrebbe accelerare il movimento centrifugo dei paesi intorno a Bruxelles. Per mantenere l’unità, è davvero rimasta solo la propaganda ideologica sul “giardino” europeo. Ma la crisi egemonica di una narrazione del genere, di fronte al sostegno dato al genocidio dei palestinesi, è anch’essa irreversibile.

Allora forse l’adesione a questa propaganda ideologica, che significa il sacrificio dell’Ucraina, sapendo benissimo di non contare nulla nelle decisioni che verranno prese, è davvero l’unica cosa che è rimasta in mano a una classe dirigente che non sa che fare per riprodurre il proprio puro e nudo dominio, ma ha bisogno di mantenersi unita per non autodichiarare la propria morte.

*****

Kaja Kallas, capa della politica estera dell’Unione europea, sa fin troppo bene che nulla è più fatale per il futuro dell’Ucraina che la disunione tra gli alleati occidentali di Kiev. “La Russia vuole vedere gli Stati Uniti e l’Europa divisi”, ha avvertito a marzo. “Non diamo loro questo”.

Eppure, ora, mentre inizia lo spiacevole processo di discussione approfondita di un vero e proprio accordo di pace, gli Stati Uniti e l’Europa difficilmente potrebbero essere più lontani. E la colpa deve essere attribuita al rifiuto dell’Europa di affrontare la realtà.

Mentre Kallas e altri leader europei parlano tra di loro, rimuovendo tutti i pezzi più dolorosi del piano di pace in 28 punti di Trump, i veri negoziati si stanno svolgendo tra Mosca, Washington e Pechino.

L’Europa non è al tavolo anche se lì viene delineata la futura architettura di sicurezza del continente. Piuttosto che impegnarsi con l’orribile realtà di dover parlare con i russi, Kallas e i suoi colleghi leader europei hanno preferito la purezza ideologica alla diplomazia pratica.

La risposta di Kallas al piano di Trump è stata che l’Europa sostiene “una pace giusta e duratura” e che la politica di Bruxelles è quella di “rafforzare l’Ucraina e indebolire la Russia”. Sembra buono. A parte per il fatto che il rafforzamento dell’Ucraina ha bisogno di denaro, armi e, ancor più urgentemente, di una disponibilità di giovani ucraini disposti a continuare a combattere e morire.

In concreto, i 27 membri dell’UE si sono dimostrati ostinatamente riluttanti a sborsare più denaro per colmare il deficit di bilancio di 60 miliardi di euro che ha Kiev. Viktor Orbán ha guidato la resistenza ai continui finanziamenti dell’UE per Kiev, ma i nuovi governi di destra in Slovacchia, Cechia e Austria si stanno unendo agli europei scettici sull’Ucraina. Anche l’italiana Giorgia Meloni, convinta sostenitrice di Kiev, ha rinviato un voto del governo su un nuovo pacchetto di armi mentre si sta discutendo di un accordo di pace.

Il piano di ripiego di Kallas per finanziare lo sforzo bellico dell’Ucraina è stato quello di spingere verso un prestito da 140 miliardi di euro garantito coi beni russi congelati detenuti in Belgio. Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, ha persino proposto di utilizzare poteri d’emergenza per superare l’opposizione dei membri a sostenere il prestito con i propri soldi.

Ma sia la Banca Centrale Europea che il Fondo Monetario Internazionale hanno dichiarato che il “Reparations Loan” è illegale. Inoltre, Bart De Wever, primo ministro del Belgio, ha annunciato senza mezzi termini che l’idea che la Russia possa essere sconfitta in Ucraina è “una completa illusione”.

Sia come primo ministro dell’Estonia che ora come responsabile degli Esteri della UE, Kallas ha guidato i falchi del continente in merito alla questione Russia. Ha insistito sul fatto che la Russia ha “un piano a lungo termine per un’aggressione a lungo termine” e “pone una minaccia esistenziale per la nostra sicurezza”.

Ha affermato che “la Russia ha invaso almeno 19 paesi […] nessuno dei quali ha mai invaso o attaccato la Russia”. Ma trascurare la piccola questione dell’invasione dell’URSS da parte di Hitler nel 1941 – in alleanza con Romania, Italia, Ungheria e Finlandia – significa ignorare la sorgente della paranoia e dell’intransigenza che ancora oggi domina il pensiero strategico del Cremlino.

Mesi prima di essere nominata, ha anche lanciato l’idea di dividere la Russia in paesi più piccoli, facendo direttamente il gioco delle affermazioni del Cremlino riguardo a una minaccia esistenziale proveniente dall’Occidente.

Alla fine, l’unica domanda davvero importante è se la posizione intransigente di Kallas stia aiutando o meno l’Ucraina. Il suo costante rifiuto di parlare con Putin e il suo insistere sul fatto che la giustizia è più importante della pace ha contribuito a garantire che l’Europa sia effettivamente esclusa dal momento conclusivo rappresentato dai negoziati. Il pensiero magico e l’inflessibilità di Kallas e dei suoi compagni falchi ha prodotto esattamente la fatale disunione occidentale da cui lei stessa aveva messo in guardia all’inizio della presidenza Trump.

Secondo quanto riferito, alti funzionari della Casa Bianca sono irritati da quella che descrivono come la “estonizzazione” della politica estera europea. Inoltre, la nuova Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti pubblicata questa settimana fa segnala un importante cambiamento nell’atteggiamento di Washington nei confronti dei paesi in Europa, che erano un tempo i suoi più stretti alleati.

Il documento pone il raggiungimento di una fine negoziata della guerra in Ucraina come priorità assoluta, esorta la NATO a smettere di essere un’alleanza in continua espansione e insiste sul fatto che l’Europa assuma pienamente la responsabilità della propria difesa. Washington incolpa anche i governi dell’UE per lo stallo degli sforzi di pace e, soprattutto, afferma ufficialmente che “la crescente influenza dei partiti patriottici europei” – in altre parole, la destra scettica sull’Ucraina – dà agli Stati Uniti “motivo di grande ottimismo”.

Anche in Ucraina c’è frustrazione per l’appello di Kallas a combattere fino alla vittoria, ma senza produrre un piano realistico né fornendo denaro sufficiente per ottenere un tale risultato. “Il mio paese si sta dissanguando”, ha scritto Iuliia Mendel, ex addetta stampa di Volodymyr Zelensky. “Molti che si oppongono di riflesso a ogni proposta di pace credono di difendere l’Ucraina. Con tutto il rispetto, questa è la prova più chiara che non hanno idea di cosa stia realmente accadendo in prima linea e all’interno del paese in questo momento”.

Molti saranno d’accordo con il profondo sospetto di Kallas nei confronti del Cremlino e condivideranno le sue speranze di vittoria, riparazione e di processo per Putin. Ma nessuna di queste cose è davvero realizzabile – anche perché l’Europa ha costantemente inviato molti più soldi al Cremlino per pagare petrolio e gas di quanto abbia dato a Kiev per difendersi. Il tempo per l’ideologia è finito. A questo punto molti, forse la maggior parte degli ucraini preferirebbero una pace ingiusta a una guerra senza fine.

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14/10/2025

Kallas VS Merkel: sull’Ucraina va bene solo la propaganda guerrafondaia

Fa un po’ sorridere sentire Kaja Kallas, Alto rappresentante per gli Affari Esteri UE, fare la ramanzina ad Angela Merkel. Fosse anche solo per il fatto che, mentre la prima è stata primo ministro di un paese che conta circa la metà degli abitanti del comune di Roma, la seconda è stata per 16 anni alla guida della principale potenza economica europea.

Ma quando il nodo del contendere è come la posizione dei paesi Baltici, tra cui l’Estonia di Kallas, e la Polonia abbiano bloccato anche le idee tedesche intorno alla possibilità di composizione diplomatica dei contrasti con la Russia, lasciando come unica opzione quella che fossero le armi a parlare, il sorriso se ne va in fretta.

È stata la ricostruzione dei fatti che Merkel ha fatto in Ungheria, dove è andata a presentare la sua autobiografia Libertà, uscita alla fine dello scorso anno, che ha sollevato polemiche e la reazione dell’Alta rappresentante europea. La quale rappresenta la linea più oltranzista contro Mosca, nello spirito che discende sin dal bisnonno, il quale guidò la Kaitseliit, un’organizzazione paramilitare nazionalistica ora integrata nelle forze armate estoni.

Queste le parole dell’ex cancelliera: “a giugno 2021 sentivo che Putin non stava più prendendo sul serio l’accordo di Minsk. Ed è per questo che volevo un nuovo formato in cui noi, come Unione Europea, potessimo parlare direttamente con Putin”. Ma questa posizione, dice Merkel, “non era sostenuta da tutti. Principalmente dai Paesi baltici, ma anche la Polonia era contraria”.

Apriti cielo. A partire dal fatto che Merkel abbia fatto queste dichiarazioni in Ungheria (poco importa che siano apparse in un’intervista a Partizán, canale famoso proprio per le sue critiche a Orbán), da più parti si è gridato allo scandalo, per il fatto che la politica tedesca – la quale sa sicuramente cosa accadeva all’epoca, dato che era al governo – abbia parlato di opzioni diplomatiche, e chi gli si è opposto.

L’intervista che, in risposta a Merkel, Kallas ha rilasciato a EER News, il servizio pubblico estone d’informazione in lingua inglese, dovrebbe essere presa ad esempio della propaganda guerrafondaia europeista, ma anche della manipolazione della comunicazione e delle contraddizioni di una narrazione egemonica occidentale e suprematista che è ormai marcita e irrecuperabile... per fortuna!

L’Alta rappresentante ribadisce che ogni responsabilità della guerra in Ucraina è in capo alla Russia, che ha deciso di “attaccare un’altra nazione sovrana. Quanto alle loro cosiddette ragioni, non ci sono giustificazioni. Il diritto internazionale non dà a nessuno il diritto di usare la forza contro un altro paese”. Sarebbe da ricordare la prossima volta che a Bruxelles parleranno di cosa ha fatto Israele a Libano, Siria, Iran.

Ma è al limite del distopico la risposta appena precedente. Kallas dice di aver da poco letto un libro su U Thant, terzo segretario generale delle Nazioni Unite e il primo asiatico, di cui sottolinea un passaggio su come sia i paesi africani sia quelli asiatici percepiscano in coloro che provengono dal ‘Primo Mondo’ una pretesa per cui, secondo loro, l’Occidente ha sempre ragione. “E penso che da questo tipo di mentalità derivi forse anche questa [opinione della Merkel]”.

Espressione del senso di superiorità occidentale non è l’intransigenza guerrafondaia e vendicativa di chi si sente di aver diritto di imporre il proprio volere alla Russia, in quanto sconfitta della Guerra Fredda (ma pur sempre potenza atomica). Lo sarebbero invece le parole di Angela Merkel, le quali esprimono il dubbio sul fatto che un’opzione diplomatica perseguita coerentemente nel 2021 avrebbe potuto evitare la conflagrazione del conflitto in Ucraina.

A rimarcare il ribaltamento della realtà operato dalle affermazioni della politica estone ci pensa poi un’altra frase espressa nero su bianco nell’intervista: “siamo certamente dalla parte giusta della storia”. Sicuramente un’altra convinzione che non ha nulla a che vedere con la pretesa occidentale che i bianchi europei, e i loro discendenti in giro per il mondo, abbiano sempre ragione.

A ribadire l’assurdità della propaganda guerrafondaia ci si è aggiunto anche Marko Mihkelson, presidente della commissione Affari esteri del parlamento estone. A suo avviso, “se mai ci fosse stato un momento o un modo per fermare Putin, sarebbe potuto accadere al vertice NATO del 2008 a Bucarest. Purtroppo, fu la Merkel a bloccare la concessione di un Piano d’azione per l’adesione alla NATO a Ucraina e Georgia”.

Esattamente il contrario della realtà: le preoccupazioni sulla sicurezza del Cremlino ignorate dalla NATO che passano dall’essere causa del conflitto a ostacolo alla pace. E sia chiaro che qui non si sta osannando l’operato di Angela Merkel o di altri politici che si sono sempre distinti per le proprie politiche antipopolari. Qui si sta mettendo sul piatto la concretezza dei processi storici.

Su questo, un ultimo appunto. Con la guerra in Ucraina, la UE si è ritrovata a dover inseguire un riarmo impossibile per pensare di poter contare ancora qualcosa, mentre la rottura degli equilibri precedenti al 2022 ha spinto nuovamente Trump alla Casa Bianca e a una guerra commerciale che sta incancrenendo ancora di più la crisi economica e industriale del Vecchio Continente.

L’accordo sui dazi con Washington e il finanziamento dello sforzo militare ucraino hanno sancito il fallimento del progetto europeista come costruzione di un soggetto al pari degli altri nella competizione globale, mentre anche a livello interno le mobilitazioni per la Palestina e, per fare un esempio, la crisi francese mostrano la perdita di legittimità sempre maggiore da parte delle classi dirigenti continentali.

Paradossalmente, se la UE avesse assunto un ruolo diplomatico autonomo, capace di disinnescare un conflitto ai propri confini, avrebbe ottenuto il ruolo internazionale che cercava, e diversi altri guadagni economici e geopolitici. Invece, l’oltranzismo guerrafondaio, in primis di paesi baltici e Polonia, ci ha condotto dove siamo ora.

Se Kallas dicesse che ciò significa che bisogna armare ancora di più la UE, a nostro avviso è la dimostrazione lampante di come Bruxelles abbia perso il proprio appuntamento con la Storia, e di come la gabbia europeista sia un ostacolo allo sviluppo interno, ma anche a una diplomazia di pace alternativa e finalizzata alla crescita comune.

Insomma, una prova ulteriore di come la rottura della UE sia fondamentale per ogni esperienza che si voglia instradare su una via diversa rispetto al baratro della guerra imperialista, che Bruxelles ha fatto proprio in tutto e per tutto.

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30/09/2025

Guerra in Ucraina - Il “pacco” di Trump è stato consegnato. Contiene dinamite

Sul conflitto in Ucraina è importante seguire i giornali europei più “bideniani” e guerrafondai per capire quale sia il “clima” all’interno dei vertici della UE (più la Gran Bretagna), e quali soluzioni siano in ballo sia per la prosecuzione della guerra che per la sua eventuale conclusione.

L’evento più rilevante delle ultime settimane è stata certamente la “svolta” verbale di Trump, che si è prima detto “deluso” da Putin (come se nelle relazioni tra superpotenze i sentimenti avessero anche solo un minimo di ruolo), quindi ha dichiarato che “l’Ucraina può vincere” (tre mesi prima Zelenskij aveva ammesso che proprio non era possibile), poi ha detto “sì” all’eventuale abbattimenti di “oggetti volanti russi” sul territorio della Nato, poi ha rimproverato la stessa UE perché continua a comprare gas e petrolio da Mosca anziché da Washington, esortando a mettere dazi al 100% sulle merci di Cina e India perché fanno la stessa cosa.

Nell’insieme queste sconclusionate affermazioni erano state accolte positivamente, dai guerrafondai nostrani. Poi anche i più entusiasti hanno cominciato a rifarsi i conti.

Tenuta sottotraccia come notizia, a Bruxelles hanno comunque dovuto registrare che gli Stati Uniti, nel frattempo, stavano smettendo di mandare armi “efficaci” – anche se pagate dalla UE – per scarsità di produzione e mutate esigenze yankee. E questo mentre l’attore di Kiev chiedeva nientepopodimeno che i missili Tomahawk per bombardare direttamente Mosca o San Pietroburgo. A quel punto mancava solo la richiesta di testate nucleari e il sogno poteva arrivare in fondo... 

Non serve aver studiato alla scuola del “realismo politico” – basta aver appreso qualcosa da Lenin – per sapere che molto prima di quei “trasferimenti” di armi saremmo già dentro la Terza Guerra Mondiale. E subito oltre(tomba), perché col nucleare non si scherza... 

Fantasie belliche a parte, è cominciato a serpeggiare il sospetto che la “svolta di Trump” fosse in realtà la versione yankee del “vieni avanti, cretino!” dell’antica tv anni ‘60. Insomma, un “pacco”, come si dice a Napoli.

Ha cominciato il Donald dei poveri, il polacco Tusk, avvertendo che la svolta trumpiana in realtà maschera “una promessa di ridotto coinvolgimento americano e un trasferimento di responsabilità all’Europa per porre fine alla guerra”. Poi, su X, ha sintetizzato: “Meglio la verità che le illusioni”. Detto da quello che aveva fatto bombardare una casa polacca per dimostrare che era riuscito ad abbattere dei “droni russi” non è poco... 

Ma la sveglia è suonata anche a Bruxelles. “Questo è l’inizio di un gioco delle colpe”, ha detto un funzionario sotto anonimato. “Gli USA sapevano che i dazi su Cina e India sarebbero stati impossibili” da accettare per l’UE. Trump “sta costruendo la via di uscita” per “poter incolpare l’Europa del fallimento, quando e se ne avrà bisogno”.

Insomma, “Trump vuole evitare che, dopo nove mesi al potere, questa guerra diventi anche la sua guerra” e non sia più solo “la guerra di Biden”, ha spiegato Carlo Masala, professore di affari internazionali all’Università della Bundeswehr (l’esercito tedesco) di Monaco.

Persino Kaja Kallas – cosiddetta “alto rappresentante della UE per la politica estera” – a lungo considerata fedele esecutrice dei desiderata Usa, sentita da POLITICO, sembra colta da dubbi amletici prima inammissibili: “Capisco ciò che stanno dicendo gli americani – che non possono esercitare pressioni sulla Russia perché ciò chiuderebbe i canali di comunicazione che hanno con la Russia, e loro sono gli unici a mediare”.

Però, se “offri tutto questo affinché [la Russia] venga al tavolo delle trattative, ma loro in realtà non fanno che escalare... questa buona volontà viene abusata da Putin. Ora la domanda è: cosa si fa a questo punto?”

Il problema è che proprio mancano le basi per impostare una risposta realistica, visto che il ragionamento si fonda su presupposti buoni per la propaganda spicciola, non certo per una postura strategica razionale.

Parte infatti dalle balle messe su dalla stessa UE (“Putin ci sta mettendo alla prova, per vedere fino a che punto può spingersi. Vuole vedere la nostra reazione”), per poi ammettere che “Se la tua risposta è troppo forte, anche questo ha un effetto [negativo, ndr] sulle nostre società”, perché i cittadini sono in ansia per un possibile tracimare della guerra nei loro territori (in realtà, come dicono i sondaggi, sono totalmente contrari a stragrande maggioranza). “Quindi questo è l’equilibrio che i leader devono trovare: non alimentare la paura all’interno della nostra società”. Pur alimentando la corsa alla guerra...

Gente che ragiona così ha problemi gravi. Da una parte partecipi entusiasticamente ad una guerra “fino all’ultimo ucraino”, spingi perché la Nato venga coinvolta più direttamente, metti in piedi una campagna di falsi allarmi che avrebbe l’unico scopo di creare consenso per un riarmo che altrimenti verrebbe rifiutato a furor di masse... E dall’altra ti preoccupi perché la paura – contrariamente ai tuoi obbiettivi – sta moltiplicando l’ostilità sociale alla guerra.

Dei governanti seri – non “comunisti”, ma almeno seri – si fermerebbero a ragionare sulla pesantezza del “pacco” consegnato via Casa Bianca (oltrepassava di molto i limiti di Amazon). E invece questi si mettono a ragionare su come espropriare 300 miliardi di depositi di cittadini o società russe fermi nelle banche europee.

E lo spiegano anche con un altro ragionamento delirante: “Se abbiamo raggiunto la conclusione per cui nessuno attorno al tavolo possa nemmeno lontanamente immaginare che la ricostruzione dell’Ucraina venga pagata dalle tasche dei nostri contribuenti, allora abbiamo bisogno di soluzioni. La Russia dovrebbe pagare per i danni che ha causato”.

Suona quasi logico, nel mondo astratto dei format propagandistici: prendiamo i soldi dei russi e li diamo agli ucraini, senza che noi ci rimettiamo un soldo. Anzi... 

Peccato che nel mondo reale del capitalismo tutto funziona in un altro modo. Se un intero continente decide di sequestrare beni finanziari depositati nelle proprie banche o, in altre “attività”, in base a una decisione politica fondata su qualsiasi motivo (non importa se eticamente condivisibile o meno, sapete come sono fatti i miliardari...), è certo che dal giorno dopo cominceranno le manovre di qualsiasi altro investitore straniero per evitare in anticipo di finire nel mirino di politici così volubili. Anzi, sono probabilmente già cominciate per il solo fatto che se ne stia parlando... 

Per esempio: quelle centinaia o migliaia di miliardi appartenenti a soggetti sauditi, secondo voi, resteranno lì in attesa che magari un giorno Bruxelles si ricordi di un giornalista dissidente – Kashoggi – fatto a pezzi in un’ambasciata di Bin Salman? O non correranno piuttosto verso lidi meno ciclotimici e senza doppio standard?

Il rischio che la signora Kallas e i suoi co-equipier non vedono – non importa se per ignoranza o suprematismo deficitario – è che il capitale finanziario europeo si ritrovi in tempi medi svuotato di asset di passaggio.

Ma c’è sempre di peggio, per dimostrare l’insufficiente Q.I, di questa classe politica presa sugli scaffali dei supermercati. Non si erano neanche accorti che abbiamo vissuto per oltre tre decenni nella “globalizzazione”, quando era possibile spostare capitali praticamente ovunque. E dunque, come Mosca ha voluto ricordare, se è pur vero che 300 miliardi russi sono investiti in Europa, ci sono pur sempre 150 miliardi di capitali europei investiti in Russia.

Sono la metà, e quindi un danno ci sarebbe. Ma vuoi mettere la dimensione del danno per “l’Europa” che dovrà sommare ai 150 miliardi bloccati in Russia anche quelli che fuggiranno da questo continente per normale “cautela dell’investitore”?

Resta perciò senza soluzioni la domandina della signora Kallas: chi paga il costo della guerra e della ricostruzione in Ucraina se gli Usa si sfilano e metterli a conto dei contribuenti potrebbe generare terremoti sociali?

Non c’è il classico mattone in quel “pacco”, ma dinamite...

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07/09/2025

La Corea del Nord esce dall’isolamento e torna protagonista a Mosca e Pechino

Un pugno di morti per sedersi al tavolo dei grandi. A Pechino il leader nordcoreano Kim Jong-un passa trionfalmente all’incasso dopo aver inviato munizioni, armi e truppe in aiuto ai russi in guerra contro gli ucraini ottenendo un pieno e vistoso ritorno sulla scena internazionale.

Secondo quanto riferito il 2 settembre dal governo della Corea del Sud, circa 2.000 militari nordcoreani inviati in Russia per partecipare ai combattimenti nella regione di Kursk invasa in piccola parte dalle truppe ucraine sarebbero stati uccisi.

Il Servizio di Intelligence Nazionale di Seul ha inoltre segnalato che Pyongyang prevede di inviare un ulteriore contingente di circa 6.000 soldati a sostegno delle operazioni russe e che circa 1.000 genieri sono già arrivati in territorio russo.

Le truppe già presenti sarebbero impiegate principalmente come forze di supporto. Secondo Seul, da ottobre dello scorso anno la Corea del Nord avrebbe inviato circa 13.000 militari in Russia per supportare le operazioni russe, e il regime di Pyongyang ha confermato la perdita di circa 350 soldati durante le prime fasi del conflitto. In una recente cerimonia in onore dei caduti, alla presenza di Kim Jong-un erano esposte le fotografie di 101 militari rimasti uccisi.

Benché spesso si parli in Occidente di truppe nordcoreane impiegate in Ucraina tutti i riscontri sembrano confermare che le forze militari di Pyongyang hanno combattuto solo sul territorio russo, nella regione di Kursk, dove peraltro oggi Mosca intende schierare 6mila genieri nordcoreani per bonificare da mine e ordigni inesplosi i mille chilometri quadrati che vennero occupati dagli ucraini tra l’agosto 2024 e il marzo 2025.

Un dispiegamento che consentirà a Mosca di utilizzare i propri reparti di guastatori del Genio in prima linea, a supporto dell’offensiva in corso su diversi fronti in Ucraina.

In passato i genieri nordcoreani realizzarono una missione simile per bonificare aree della regione ucraina di Donetsk occupate dai russi. Pyongyang avrebbe inviato ai russi, secondo l’intelligence sudcoreana, milioni di proiettili d’artiglieria, decine di obici e missili balistici a corto raggio.

Al di là del numero reale di perdite subite, le truppe nordcoreane hanno maturato una reale esperienza bellica in questo conflitto che ha caratteristiche inedite. Nei giorni scorsi infatti il generale Kyrylo Budanov, alla testa dell’intelligence militare ucraino (HUR) ha affermato che “solo tre eserciti al mondo sono in grado di combattere la guerra di oggi: ucraino, russo e nordcoreano”, riconoscendo implicitamente l’ampio valore militare dell’intervento nordcoreano al fianco dei russi e aggiungendo che la Russia sta aiutando la Corea del Nord a produrre i droni kamikaze a lungo raggio Garpiya e Geran, basati sul modello iraniano Shahed-136 e già da tempo prodotti ed evoluti in Russia.

Un recente video di propaganda di 19 minuti proveniente da Pyongyang, illustra l’influenza delle lezioni apprese nel conflitto a Kursk nel corso di alcune esercitazioni, mostrando un ampio impiego di droni multilivello sia a livello tattico che operativo, missili anticarro mobili adattati a veicoli leggeri e soprattutto capacità ISR e di comunicazione ampliate. Elementi analizzati da Frontelligence Insight hanno evidenziato l’impatto dell’addestramento impartito dai russi circa impiego e controllo dei droni in diverse tipologie di missioni, la gestione di sistemi anti-drone cinetici ed elettronici e l’adozione di tattiche tese a ridurre l’esposizione dei militari.

Le preoccupazioni di Seul

Non è un quindi un caso che la Corea del Sud sia preoccupata dall’esperienza bellica maturata dalle forze d Pyongyang.

Il ministero della Difesa sudcoreano ha annunciato oggi un ambizioso programma per formare mezzo milione di soldati nell’uso dei droni, sottolineando il ruolo crescente dei sistemi senza pilota nei teatri bellici e l’obiettivo di rafforzare l’industria nazionale dei droni.

La base della 36ma Divisione di fanteria dell’Esercito a Wonju, Gangwon, sarà il primo centro militare dedicato all’addestramento ai droni. Il progetto prevede di dare a ogni soldato la possibilità di ottenere competenze operative e certificazioni nel pilotaggio di droni, oltre a favorire la collaborazione con l’industria locale. Il ministero ha stanziato circa 20,5 miliardi di won (15 milioni di dollari) per acquisire migliaia di droni da addestramento e sviluppare infrastrutture e programmi didattici.

Programmi pilota partiranno entro l’anno in tutti i rami delle forze armate, con la 36ma Divisione come modello centrale per testare nuove tecnologie, inclusi droni potenziati dall’intelligenza artificiale. L’iniziativa mira non solo a rafforzare le capacità militari, ma anche a fornire ai soldati competenze spendibili nel settore civile, analogamente a quanto avvenuto negli anni Novanta con l’addestramento informatico promosso dall’ex presidente Kim Dae-jung.

Intese più forti con la Russia

Oggi il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, ha ribadito che i militari nordcoreani “non sono dispiegati in Ucraina ma sul territorio della Federazione russa” all’Eastern Economic Forum (EEF), dove il presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato la realizzazione di nuovi ponti tra Russia e Corea del Nord.

“I piani includono anche la costruzione di nuovi ponti, incluso uno verso la Repubblica Popolare Democratica di Corea sul fiume Tumen, che dovrebbe essere inaugurato il prossimo anno. Vorrei anche sottolineare eventi significativi, come il ripristino dei voli tra Vladivostok e Pyongyang dopo la pandemia di Covid, nonché l’avvio dei voli diretti tra le capitali della Russia e della Repubblica Popolare Democratica di Corea. Il primo volo su questa rotta si è svolto alla fine di luglio e un mese prima erano già stati ripristinati i collegamenti ferroviari diretti tra Mosca e Pyongyang. Sono convinto che queste decisioni serviranno ad avvicinare ulteriormente i nostri Paesi e a consolidare i legami”.

Il supporto militare offerto a Mosca dalla Corea del Nord sarebbe stato ricompensato non solo con aiuti economici ma forse anche con tecnologie militari avanzate nel campo missilistico, aeronautico e subacqueo.

La Commissione militare centrale della Corea del Nord ha ordinato alla Flotta del Mare orientale (Mar del Giappone) di avviare il collaudo di droni sottomarini armati di testate nucleari, secondo quanto riportato da una fonte militare informata al sito d’informazione “Daily NK” citato in Italia da Agenzia Nova.

Il progetto, che segue le indicazioni di Kim Jong-un di dotare la marina di armi nucleari, prevede l’impiego del drone Haeil (“tsunami”), lungo 13 metri e largo 1,5 metri, capace di trasportare una singola testata nucleare.

Le prove sarebbero iniziate il 27 agosto presso un laboratorio dell’Accademia di scienze per la difesa nazionale, coinvolgendo selezione e addestramento del personale, ricognizione delle rotte marittime e aggiornamento delle strutture di carica. Il programma prevede tre fasi: operazioni sperimentali limitate, valutazione e miglioramento, e infine aumento del numero dei droni in servizio.

Il drone subacqueo (UUV) Haeil è concepito come arma strategica contro obiettivi fissi come porti e ancoraggi navali.

Il riavvicinamento a Pechino

Le conseguenze della guerra in Ucraina e il successivo approccio di Europa e Stati Uniti nei confronti delle nazioni amiche di Mosca ha determinato numerosi effetti politico – strategici imprevisti. I dazi di Donald Trump all’India hanno favorito un inaspettato avvicinamento in vista di ampie intese tra New Delhi e Pechino ma anche tra Corea del Nord e Cina.

Xi Jinping e Kim Jong-un hanno oggi messo da parte la reciproca diffidenza e, nel loro primo incontro dopo sei anni, hanno promesso di rafforzare i rapporti strategici. Il presidente cinese ha accolto il più giovane leader nordcoreano nella Grande Sala del Popolo di Pechino, all’indomani della grande parata militare che ha celebrato l’80° anniversario della vittoria sul Giappone nella Seconda guerra mondiale.

“Il Partito comunista cinese e il governo attribuiscono grande importanza all’amicizia tradizionale tra Cina e Repubblica Democratica Popolare di Corea e sono disposti a mantenere, consolidare e sviluppare le relazioni tra i due Paesi”, ha detto Xi, citato dall’agenzia di stampa statale Xinhua.

“Questa posizione non cambierà indipendentemente da come si evolverà la situazione internazionale”. Xi ha descritto Cina e Corea del Nord come “buoni vicini”, affermando che Pechino continuerà a rafforzare il coordinamento con Pyongyang per mantenere la pace e la stabilità nella penisola coreana.

“Cina e Corea del Nord dovranno rafforzare il coordinamento strategico negli affari internazionali e regionali per salvaguardare gli interessi reciproci”, ha ribadito. “La Cina è disposta a incrementare gli scambi ad alto livello e la comunicazione strategica con la Corea del Nord, ad approfondire lo scambio di esperienze nella gestione del partito e dello Stato e a rafforzare la comprensione reciproca e l’amicizia. Inoltre, la Cina rafforzerà le interazioni a tutti i livelli e realizzerà una cooperazione pratica in vari settori”.

Un riavvicinamento che sgombra il campo dalle voci circa le titubanze della Cina in seguito all’intesa strategica tra Russia e Corea del Nord che prevede il reciproco aiuto militare in caso aggressione straniera.

Il leader nordcoreano dopo 20 ore di viaggio sul suo treno blindato è giunto a Pechino con la figlia di 10 anni Kim Ju Ae (che molti considerano la sua più probabile erede) dove ha affermato di apprezzare la “posizione imparziale” di Pechino sulla questione della Penisola Coreana e ha sottolineato che “l’amicizia tra i due Paesi rimarrà immutata” indipendentemente dall’evoluzione dell’ambiente internazionale.

Pochi i dettagli sui contenuti dei colloqui bilaterali ma è noto che Pechino non ama avere la potenza nucleare nordcoreano ai suoi confini e vorrebbe il disarmo atomico della Penisola anche se Pyongyang non tornerà indietro sul proprio programma atomico. In luglio, la sorella di Kim, Yo Jong, ha dichiarato che qualsiasi tentativo di negare lo status della Corea del Nord come potenza nucleare sarebbe stato “rigorosamente respinto”.

Il ritorno con piena dignità della Corea del Nord sulla scena internazionale grazie alle intese con Mosca e Pechino rappresenta il vero successo di Kim, ottenuto con l’invio di truppe nordcoreane nella regione di Kursk.

Quei caduti (indipendentemente dal fatto che siano 101, 350 o 2mila) definiti tutti “eroi” dal regime, costituiscono quindi il prezzo pagato per un successo politico e strategico che porta Pyongyang fuori dall’isolamento internazionale e la proietta verso una inedita fase di sviluppo economico e di strette relazioni con tutte le grandi potenze se si concretizzeranno le voci di un possibile riavvio dei colloqui con gli Stati Uniti interrottisi dopo il primo mandato di Trump.

I “miracoli” dell’Occidente

Solo pochi anni or sono sarebbe apparso impossibile ipotizzare un asse tra Cina, Corea del Nord e Russia o tra India e Cina, eppure la politica dell’Occidente è riuscita a compiere anche questo “prodigio” oltre a riunire intorno a Russia, Cina e India gran parte delle nazioni africane, asiatiche e dell’America Latina.

Prima i proclami di Joe Biden e degli europei a isolare la Russia ha determinato l’effetto opposto a quello desiderato con una crescita senza precedenti delle nazioni che aderiscono o vogliono aderire ai BRICS+ e alla Shangai Cooperation Organization (SCO).

Il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, con la sua aggressiva politica economica, ha intimidito l’Europa ma ha inasprito le relazioni con Cina e India. Le immagini della parata di Pechino in cui Xi Jinping aveva alla sua destra Putin e a sinistra Kim hanno determinato duri commenti da parte della UE dove l’Alta rappresentante per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Kaja Kallas, ha accusato Pechino di costituire con Russia, Iran e Corea del Nord “un’alleanza autocratica” che sfida l’ordine globale.

La Cina ha respinto come “estremamente illecite e irresponsabili” le dichiarazioni della Kallas, ormai sbeffeggiata con cadenza regolare dalla diplomazia e dai media cinesi per la sua profonda inadeguatezza a ricoprire il ruolo di “ministro degli Esteri” della UE.

Puerile l’accusa di autocrazia formulata da una UE che, solo per fare un esempio, mantiene e consolida stretti rapporti con monarchie assolute e simil-monarchie nostri fornitori energetici in Medio Oriente e Asia Centrale.

Il portavoce del ministero degli Esteri cinesi Guo Jiakun ha risposto alle dichiarazioni di Kallas definendole “intrise di pregiudizi ideologici e prive di un basilare buon senso storico. È una mancanza di rispetto per la storia della Seconda guerra mondiale e danneggia gli interessi dell’Ue”, ha aggiunto il portavoce, invitando i rappresentanti di Bruxelles a “promuovere solide relazioni con Pechino, piuttosto che fare il contrario”.

L’aspetto più grave per la UE, oltre che sul piano dei rapporti con la Cina e circa le possibili conseguenze economiche per un’Europa già in profonda crisi e in balìa dei “capricci” di Trump, è non aver partecipato (anche con delegazioni di minor livello) alla parata militare di Pechino per la vittoria contro il Giappone e i suoi alleati (cioè Italia e Germania) nella Seconda guerra mondiale.

L’assenza degli europei rafforzerà la narrazione, ora non più solo russa, che dipinge un’Europa impegnata a riscrivere la Storia di quella guerra e afflitta dal ritorno del nazismo come dimostra il sostegno all’Ucraina che ha come eroe della patria Stepan Bandera, alleato (anche se scomodo) del Terzo Reich.

In questo contesto non aiuta l’Europa il fatto che a mal gestire l’intera vicenda sia un Alto rappresentane apertamente russofoba che auspicò lo sfaldamento della Russia in 16 repubbliche in guerra tra loro, per giunta proveniente da quelle repubbliche baltiche che fecero parte prima dell’Impero zarista e poi dell’URSS e che accolsero i nazisti come liberatori offrendo migliaia di volontari alle SS.

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03/09/2025

Record di spese militari nella UE, Kallas inaugura “l’era della difesa europea”

L’Agenzia Europea per la Difesa (EDA) ha pubblicato il proprio rapporto annuale sui dati relativi alle spese militari dei 27 membri UE nel biennio 2024-2025. Lo scorso anno i paesi europei hanno raggiunto il record di ben 343 miliardi di euro collocati nella difesa, con un incremento di ben il 19% rispetto al 2023.

La spesa in percentuale del PIL sfiora il 2% che, fino a giugno scorso, era il target previsto dalla NATO, mentre per l’anno in corso viene previsto un ulteriore aumento (le stime parlano di 381 miliardi). Secondo l’EDA, i numeri riflettono “la determinazione degli Stati membri a rafforzare le capacità militari dell’Europa in risposta all’evoluzione del contesto di sicurezza”.

L’aumento della spesa è dovuto innanzitutto al livello record di acquisti di attrezzature militari e agli investimenti in ricerca e sviluppo (13 miliardi). Gli investimenti in generale, nel comparto militare, hanno superato quota 100 miliardi (106, per l’esattezza), e rappresentano ormai quasi un terzo delle spese totali.

È il livello più alto dall’inizio della raccolta dei dati da parte dell’EDA, ma non è ancora abbastanza per stare al passo di una superpotenza come gli Stati Uniti. Soprattutto, rimangono le problematiche di un complesso militare-industriale frammentato: per l’EDA serve “una maggiore collaborazione per massimizzare l’efficienza e garantire l’interoperabilità tra le forze armate dell’UE”.

L’Alto rappresentante per gli Affari Esteri di Bruxelles, Kaja Kallas, che in tale veste è anche a capo dell’EDA, lo ha detto chiaro e tondo: “l’Unione Europea sta utilizzando tutti gli strumenti finanziari e politici a sua disposizione per sostenere gli Stati membri e le aziende europee in questo sforzo. La difesa oggi non è un optional, ma è fondamentale per la protezione dei nostri cittadini. Questa deve essere l’era della difesa europea”.

Non l’era della lotta alla povertà o l’era della tutela dell’ambiente, è l’era delle imprese belliche. Del resto, è questa la via che le cancellerie europee hanno deciso di imboccare per cercare di dare un po’ di ossigeno all’asfittica industria del Vecchio Continente, ora che il modello export-oriented è fallito (ma non possono dirlo, dopo aver imposto decenni di austerità).

Austerità che si farà ancora più stringente, per destinare ancora più risorse proprio verso questo approccio da keynesismo militare. Il direttore esecutivo dell’EDA, André Denk, ha dichiarato: “il raggiungimento del nuovo obiettivo della NATO del 3,5% del PIL richiederà uno sforzo ancora maggiore, con una spesa totale di oltre 630 miliardi di euro all’anno. Tuttavia, dobbiamo anche cooperare strettamente, trovare economie di scala e aumentare l’interoperabilità”.

La mole di risorse pubbliche da destinare al complesso militare-industriale, e il salto di qualità per ciò che riguarda una vera e propria difesa europea sono i nodi che Bruxelles deve sciogliere per poter mostrare i muscoli, come millanta di voler fare.

Millanta, perché la velleità di presentarsi come un attore autonomo della competizione globale si è schiantata di fronte al ‘fuoco amico’ di Washington e all’incapacità delle classi dirigenti europee di saper imprimere le necessarie trasformazioni al progetto comunitario nei passaggi storici degli ultimi decenni.

Nell’impossibilità di ammettere il proprio fallimento, la spinta è quella a invischiarsi sempre di più in questo braccio di ferro militare, sperando di recuperare terreno a suon di armi. Del resto, il presidente del Consiglio Europeo, Antonio Costa, l’ha scritto in un post su X, un paio di giorni fa: “il ‘soft power’ da solo non è sufficiente in un mondo dove il ‘hard power’ prevale troppo spesso”.

Una corsa verso il disastro, però armati fino ai denti.

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12/07/2025

Sanzioni alla Russia ma non a Israele, un doppio standard inaccettabile. Denuncia di 27 ex ambasciatori europei

In una lettera inviata ai responsabili delle istituzioni europee, 27 ex ambasciatori della UE hanno denunciato l’inaccettabilità della riluttanza dell’Unione Europea nel prendere provvedimenti di sanzione nei confronti di Israele per la sua condotta a Gaza e in Cisgiordania.

Nel testo gli ex diplomatici scrivono che “La reazione di Israele è stata, come affermato da diverse istanze delle Nazioni Unite, indiscriminata e completamente sproporzionata. Notiamo che la Corte internazionale di giustizia, nelle sue ordinanze provvisorie dello scorso anno, ha concluso che esiste un rischio plausibile di genocidio”.

“La mancata adozione di provvedimenti concreti comprometterà ulteriormente la reputazione già danneggiata dell’UE nella regione e, più in generale, la sua politica estera nel Mondo”, si legge nella conclusione della lettera degli ex ambasciatori, dove viene sottolineato il rischio che l’UE venga accusata di doppi standard, in contrasto con la sua posizione intransigente sull’invasione russa dell’Ucraina.

È bene ricordare che dal 2000, esiste un Accordo di associazione che regola il dialogo politico e la cooperazione economica tra UE e Israele. A maggio, Bruxelles ha avviato una revisione dell’intesa, rilevando “indicazioni” di violazioni israeliane dei diritti umani a Gaza e in Cisgiordania, basate sui rapporti di organizzazioni internazionali indipendenti.

Gli ex diplomatici criticano l’Alta rappresentante per la politica estera UE, Kaja Kallas per non avere dato seguito a queste conclusioni con misure concrete, chiedendo invece che l’Accordo sia sospeso per inviare “un chiaro messaggio al governo israeliano”, anche in caso di cessate il fuoco.

“Se la sospensione totale non è possibile, si proponga almeno la sospensione degli elementi dell’accordo che rientrano nella competenza comunitaria, come le preferenze commerciali e il programma di ricerca Horizon”.

Per sospendere le preferenze commerciali, servirebbe una maggioranza qualificata del Consiglio: almeno il 55 per cento degli Stati membri (15 su 27), o i rappresentanti di almeno il 65 per cento della popolazione dell’Ue.

La lettera propone il divieto assoluto di commerciare con gli insediamenti israeliani illegali in Cisgiordania, incluse merci, servizi e transazioni commerciali.

Per martedì prossimo a Bruxelles è prevista una riunione dei ministri degli Esteri dell’UE per discutere sulle possibili azioni da intraprendere verso Israele.

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17/04/2025

Chi sarà a Mosca nel Giorno della Vittoria e chi invece celebra gli avi filo-hitleriani

«L’Alto rappresentante UE per gli affari esteri Kaja Kallas mette in guardia i leader UE dal partecipare alle celebrazioni del Giorno della Vittoria a Mosca in maggio... Io andrò a Mosca il 9 maggio...

Signora Kallas, vorrei informarla che sono il legittimo Primo ministro della Slovacchia – uno Stato sovrano. Nessuno può dirmi dove devo o non devo andare. Andrò a Mosca per rendere omaggio alle migliaia di soldati dell’Esercito Rosso morti nella liberazione della Slovacchia. Così come milioni di altre vittime della furia nazista. Proprio come ho reso omaggio alle vittime dello sbarco in Normandia o nel Pacifico, o come andrò a rendere omaggio ai piloti della RAF.

Ricordo anche che, tra i pochi nella UE, parlo sempre della necessità della pace in Ucraina e non sono tra gli ardenti sostenitori della continuazione di questa guerra insensata. Le parole della signora Kallas sono irrispettose e le respingo».
Con queste dirette e univoche parole il Primo ministro slovacco Robert Fitso ha respinto al mittente il vero e proprio “Verbot”, diramato in perfetto stile squadrista, con cui l’estone Kallas (erede, ricordiamolo, di Komplizen estoni filo-hitleriani e non, come ripete la lacrimevole versione europeista, “vittime innocenti dello stalinismo”) minaccia “conseguenze” per quei rappresentanti di paesi europei che si azzardassero ad andare a Mosca il 9 Maggio per le celebrazioni in occasione della vittoria sul nazismo.

Con ciò stesso, si può dire, l’erede di quei Komplizen, se ancora ce ne fosse stato bisogno, sbandiera la vera natura, sua e dell’intero impianto “liberal-europeista” degli organismi di vertice UE.

Alla riunione dei ministri, ha digrignato la signora Kallas «vari stati membri hanno detto molto esplicitamente che qualsiasi partecipazione alla parata o alle celebrazioni in occasione del 9 maggio a Mosca non rimarrà senza reazioni da parte degli europei».

Uno di quei «vari stati membri» è la Lettonia, paese in cui, ogni 16 marzo, sfilano ufficialmente a Riga i continuatori della legione lettone filo-hitleriana: 15° e 19° Waffen-Grenadier-Divisionen der SS che in quella data, nel 1944, ebbero il primo scontro con l’Esercito Rosso.

Il suo Ministro degli esteri, Baiba Braže, ha vietato a una serie di paesi di partecipare alle celebrazioni, in quanto tale passo «non corrisponde ai valori UE». Più chiaro di così. Ricordare la vittoria sul nazismo contraddice i «valori UE» che, evidentemente, vanno in direzione opposta.

Ha quindi “buon gioco” Julija Vitjazeva, su quella che Bruxelles definisce “l’ammiraglia della propaganda russa”, ossia RT, a replicare come le parole delle due “babe baltiche” non rappresentino affatto una novità e quanto le celebrazioni per il 9 maggio rimangano loro in gola di traverso. Purtuttavia, è questa la prima volta che arrivano a rivolgere aperte minacce a chi contraddica il “Verbot”: segno che sono costretti a ricorrere agli «ultimi argomenti».

Specificamente per le celebrazioni in occasione dell’anniversario della Vittoria e dell’acrimonia che quelle suscitano nei liberal-retrivi di Bruxelles, c’è da dire che se RT parla quasi principalmente di russofobia da parte dei portatori di “valori UE”, non si può però dimenticare il vecchio livore antisovietico che anima tutt’oggi quei signori.

Un astio dovuto alla consapevolezza – a dispetto di ogni affermazione contraria – di come la vittoria sul nazifascismo, ottenuta a carissimo prezzo dal popolo sovietico, sia stata possibile proprio grazie all’azione non di fetidi “valori UE”, ma di ben più limpide aspirazioni scaturite dalla Rivoluzione d’Ottobre, vive e operanti nelle coscienze di ogni cittadino dell’URSS e di come quegli stessi sentimenti e aspirazioni di rivoluzione sociale avessero animato la stragrande maggioranza dei combattenti antifascisti e antinazisti degli altri paesi europei.

Ammettere questo, per i guerrafondai reazionari e antipopolari delle cancellerie europee, significherebbe screditare se stessi e ridurre a zero (cioè: a quello che davvero valgono) quei “valori” che altro non esprimono se non gli interessi dei monopoli. Ha quindi buon gioco, ancora una volta, nel caso in questione, Julija Vitjazeva, a qualificare la signora Kallas per quello che è: la «nazista Kallas e i suoi scagnozzi».

Concretamente, pare si apprestino a disobbedire al vero e proprio “Bannfluch” squadrista ben pochi leader di paesi UE (al momento, il solo Robert Fitso), i cui rappresentanti, invece, come d’obbligo “europeista”, verrebbero “caldamente invitati” a prender parte alla “parata” indetta a Kiev dal nazigolpista Vladimir Zelenskij.

A oggi, stando a Komsomol’skaja Pravda, è prevista la partecipazione a Mosca di Xi Jinping, del Presidente serbo Aleksandar Vucic, del brasiliano Lula da Silva, del kazakho Tokaev, del palestinese Mahmoud Abbas, del premier indiano Narendra Modi, del bielorusso Alexandr Lukašenko, del premier armeno Nikol Pašinjan, del Segretario generale del PC del Vietnam Tho Lam, oltre ai presidenti di Tadžikistan, Cuba, Repubblica Srpska, Burkina Faso, Kirghizistan, Uzbekistan, Azerbaidžan, Turkmenistan, Venezuela, Egitto, Mongolia, Etiopia, insieme al Primo ministro della Malesia.

Insomma, non proprio una “misera” rappresentanza” di una “piccola parte” del mondo: solo in termini di PIL, ci sarà il nucleo forte dei BRICS e dei paesi che guardano a quell’organismo, infischiandosene dei “valori UE”.

E se il convenire a Kiev dei leader di quella davvero misera parte del mondo che si reputa al centro dell’Universo dovrebbe servire a ribadire alla cerchia nazigolpista ucraina l’impegno a sostenerla nella prosecuzione della guerra, pare proprio, però, che le aspirazioni di quella cerchia vengano frustrate nel suo maggior anelito: l’adesione alla NATO.

Il segretario dell’Alleanza atlantica, Mark Rutte, ha ribadito che «all’Ucraina non è mai stato promesso che parte dell’accordo di pace sarà costituito dall’adesione alla NATO». Per Kiev, scrivono gli osservatori di Cronache di guerra, la NATO è l’unico modo per continuare a ricevere sostegno esterno, senza il quale crollerebbero fronte, bilancio, apparato statale e lo stesso Stato.

Le élite ucraine sanno bene che nessuno farà entrare Kiev a pieno titolo nella NATO; ma «non ne hanno bisogno. Hanno bisogno del rituale dell’attesa, con cui possono spiegare tutto: mobilitazione, repressione, distruzione dell’economia, totale militarizzazione della vita e una politica della “guerra fino all’ultimo uomo”. Dopo di che non potranno più vivere in Ucraina»; si metteranno in tasca abbastanza denaro, oltre tutto quello che hanno già accumulato in questi anni con le creste sulle forniture di guerra, con le laute bustarelle per sfuggire alle mobilitazioni, con le truffe ai danni dei cittadini, e lasceranno il paese.

Anche l’ex consigliere militare dell’ex cancelliera tedesca Angela Merkel, Erich Wade, generale di brigata a riposo della Bundeswehr, ha dichiarato al podcast “Im Gespräch” che, oggi, il succo della questione, è quello di come le trattative possano riflettere gli interessi di sicurezza russi.

E, in sostanza, tali interessi consistono nell’escludere l’adesione di Kiev alla NATO, il dispiegamento di sistemi d’arma occidentali ai suoi confini e di garantire il controllo strategico su Donbass, Crimea e regioni del mar Nero.

Del resto, ricorda Wade, anche lo statuto della NATO non consente a un paese in guerra di aderire all’organizzazione. Persino l’avvicinamento di Kiev alla UE è «ovviamente possibile a lungo termine, ma credo che si tratterà di un partenariato privilegiato piuttosto che di una piena adesione», dal momento che l’adesione significherebbe per la UE «l’emergere di obblighi d’alleanza molto seri nei confronti dell’Ucraina».

Alla UE rimane comunque un’alternativa: se Bruxelles venisse esclusa dai colloqui USA-Russia – proclamano al European Council on Foreign Relations (ECFR) – allora si dovrà far di tutto per far saltare le trattative e «indirizzarle sulla giusta strada»: parola dell’ex diplomatica francese, Marie Dumoulin.

A suo dire, risultato del processo negoziale russo-americano dovrebbe essere una sorta di garanzia «di conservazione di un’Ucraina sovrana e vitale», in grado di combattere, ricostituirsi e integrarsi nell’Unione Europea; di contro, dovrebbero essere invece limitate le possibilità della Russia. Questo, attraverso l’impegno europeo a fornire «future garanzie di sicurezza all’Ucraina, contribuire finanziariamente alla sua ricostruzione e a integrarla nella UE»; con ciò, l’Europa riuscirebbe a «influenzare l’esito dei negoziati USA-Russia».

Anche questo ennesimo “piano brillante” europeo, però, nota Elena Panina su News-front.su, dimentica un piccolo particolare: l’assenso di Mosca a conservare un’efficiente Ucraina nazista, che la UE si incarica di ripristinare per futuri attacchi alla Russia.

In breve, l’Europa può davvero “disturbare” i negoziati Russia-USA solo capovolgendo il tavolo delle trattative; ad esempio, organizzando una serie di attacchi terroristici da parte degli ucraini, su una scala tale che i negoziati divengano semplicemente impossibili.

Il che, dopotutto, è proprio quello a cui hanno teso sin dal 2022 i tagliagole anglo-europeisti e cui tendono tutt’oggi i guerrafondai delle cancellerie europee, impegnati a rimpinguare le casse dei complessi militar-industriali, mentre strangolano le masse popolari pesino nei loro i minimi bisogni vitali: sociali e privati.

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13/02/2025

La “pace in Ucraina” è lontana, ma basta parlarne per mandare in panico la UE

Svegliarsi una mattina e scoprire che il tuo bel mondo non sta più in piedi. Sembra proprio questa la situazione del’Unione Europea subito dopo l’ennesimo annuncio di Donal Trump, secondo cui – dopo aver parlato al telefono con Vladimir Putin – i colloqui con il leader russo per porre fine alla guerra in Ucraina inizieranno “immediatamente” e saranno ovviamente coronati da un grande successo.

Le reazioni europee, dicevamo, sono state isteriche e guerrafondaie esattamente come prima (quando c’era Biden), denotando non solo un comprensibile sconcerto – tre anni di guerra, soldi e armi buttate in un calderone acceso da Washington non sono sono il massimo come investimento politico – ma soprattutto una rabbia impotente.

Andiamo con ordine, altrimenti è facile perdersi.

La telefonata stavolta c’è stata, ma abbiamo soltanto il resoconto di Trump, leggibile qui di fianco. È presumibile che, secondo il suo stile inconfondibile, i risultati siano stati un tantinello “gonfiati” per accreditare ancora una vola la sua molto presunta capacità risolutiva, da mr. Wolf (chiedere a Quentin Tarantino).

Ma anche prima di fare la tara alla solita autocelebrazione, leggendo bene, bisogna constatare che il dossier ucraino ha rappresentato all’incirca un terzo della chiacchierata tra i due presidenti. Trump riferisce infatti di aver amabilmente chiacchierato di Medio Oriente, energia, intelligenza artificiale e varie altre cose. Ricordando en passant la grande storia delle due nazioni, la comune vittoria nella Seconda Guerra Mondiale, nonché la grande “forza” (nucleare ma non solo) dei due paesi.

Dopo di che avrebbe dato disposizioni ai suoi uomini per portare avanti quanto serve ad avviare discussioni più concrete, raccogliendo nel frattempo un primo scambio di prigionieri (l’americano Marc Fogel contro il russo Alexander Vinnik).

Che qualcosa tra i due paesi stia cambiando rispetto all’era Biden appare possibile, che questo qualcosa sia da considerare un “presto fatto” è un po’ più incerto. Lo stesso Trump, parlando poi con i giornalisti, ha limitato la portata dell’“accordo” con Putin alla comune volontà di “porre fine alle uccisioni”. Ossia qualcosa che si può dire in qualsiasi momento...

Molto più concreto e dettagliato è stato invece il nuovo ministro della difesa Usa, anche se fa un po’ ridere pensare a Pete Hegseth in questo ruolo (ex militare della “guardia nazionale” e conduttore televisivo, senza alcuna esperienza “strategica”).

Parlando all’Ukraine Defense Contact Group di Bruxelles, Hegseth ha demolito completamente sia la strategia fin qui seguita dall’“Occidente collettivo”, sia – e soprattutto – le attese per poter considerare l’esito del conflitto come una “vittoria”.

Sinteticamente:
a) bisogna fare “una valutazione realistica del campo di battaglia. Vogliamo, come voi, un’Ucraina sovrana e prospera, ma dobbiamo partire dal riconoscere che tornare alle frontiere ucraine di prima del 2014 è un obiettivo irrealistico”. In pratica, il territorio perso (tra autodetrminazione del Donbass e referendum in Crimea, oltre che per effetto della guerra) va considerato perso. Non c’è nulla che Kiev possa “riconquistare”.

b) “Gli Stati Uniti non credono che l’ingresso dell’Ucraina nella NATO sia una risultato realistico dopo un accordo negoziato”, addio quindi anche al principale obiettivo di Zelenskij, fatto proprio sia dall’ex segretario generale Stoltenberg che dall’attuale, Rutte.

c) “Ogni garanzia di sicurezza [per l’Ucraina futura, ndr] deve essere sostenuta da truppe capaci, europee e non europee. Se queste truppe saranno schierate come peacekeepers in Ucraina, dovranno esservi schierate come parte di una missione non-NATO e non dovranno essere coperte dall’Articolo 5. Ci dovrà essere una robusta sorveglianza internazionale della linea di contatto e, per essere chiari, non ci saranno truppe USA schierate in Ucraina come parte di qualsiasi garanzia di sicurezza”. Cazzi europei, insomma, senza se e senza ma. Come del resto ribadito subito dopo: la sicurezza in Europa “deve essere un imperativo dei membri europei della NATO. Per parte sua, l’Europa deve provvedere alla parte preponderante [“overwhelming”] dell’aiuto letale e non letale all’Ucraina”, cioè armi e finanziamenti non saranno più a carico degli Usa.

Davanti a questa raffica di disimpegni, suona decisamente stonata e vacua la serie di patetiche dichiarazioni – in senso stretto: parole al vento – seminate da mezza UE. Consideriamo solo quelle di Kaja Kallas (“ministro degli esteri”, teoricamente) perché paradigmatiche dell’irrazionalità assoluta con cui è stata messa su questa compagine: “l’Europa deve essere presente al tavolo dei negoziati perché l’esito ci influenzerà molto”.

Che “l’esito” sia decisivo per la UE è certo, ma non dipende neanche per un grammo da quel che la UE ha fatto o farà. Si è schierata come un alleato decerebrato qualsiasi, assumendo una postura bellicista che – in proprio – non si poteva neanche permettere, per debolezza militare e autonomia decisionale. E Kaja Kallas rappresenta emblematicamente questa irrilevanza strategica mescolata con una aggressività verbale: ex primo ministro di un piccolissimo paese con la metà degli abitanti di Roma, ex sovietico ma storicamente ricco di collaborazionisti con i nazisti (compreso il nonno della Kallas), da anni leader della russofobia europea che spinge per la guerra contro Mosca, ma fatta dall’intera Nato.

Ora si ritrovano – sia la UE che la Kallas – con un “progetto” malpensato da bruciare immediatamente perché il padrone Usa ha cambiato idea strategica, anche se pure prima (con Biden) era esclusa l’ipotesi che soldati americani potessero mettere boots on the ground. Con oltretutto la certezza che anche provocando lo scontro in prima persona – ci sono pazzi su questa linea, per esempio in Polonia, Lettonia, Lituania – gli Usa non applicheranno l’art. 5 della Nato (quello che in teoria vincola ad entrare in guerra per difendere uno dei paesi membri).

Gli analisti più scafati, per valutare quanto l’annuncio trumpiano corrisponda o no alla realtà, guardano però anche alla Russia, com’è del resto doveroso fare. E anche qui le sorprese – rispetto alla narrazione tossica “liberal-democratica” – non mancano.

In primo luogo l’intervento russo in Ucraina è arrivato dopo numerosi “tradimenti” occidentali (“nemmeno un pollice verso est”, gli “accordi di Misk” mai attuati, ecc.) e dunque non avrebbe senso un “accordo” che si limita a congelare la situazione militare sul terreno. Resterebbero aperte tutte le questioni fondamentali, a cominciare dal possibile posizionamento di truppe Nato (europee o “miste”) sui confini.

Soprattutto non serve un accordo “non strategico”, che potrebbe essere annullato dal prossimo presidente Usa. Tanto più che numerosi parlamentari statunitensi dell’area “neocon” (sia “democratici” che “repubblicani”) insistono anche ora sulla necessità di non fare accordi strategici con Mosca (e neanche con Pechino, peraltro), seminando così ancora più dubbi sulla credibilità statunitense sul medio periodo.

Resta sullo sfondo l’Ucraina. Si sa che Zelenskij non viene più riconosciuto da Mosca come controparte legittimata dal voto popolare (il suo mandato è scaduto a maggio 2024), ma contemporaneamente esiste anche una legge – voluta proprio dall’attore prestato alla presidenza – che vieta trattative con Putin.

La sua rimozione appare insomma necessaria per arrivare a qualsiasi tipo di pace. Nel frattempo cerca di fare buon viso a pessimo gioco. Ha “intuito”, diciamo, che a Trump l’Ucraina interessa solo per le terre rare che possiede e da cui vorrebbe tirar fuori quei 500 miliardi che – sostiene – l’America avrebbe investito su Kiev. Si mostra disponibile a parlarne, ma questo contemporaneamente semina lo sconcerto tra le truppe al fronte: una cosa è combattere e morire “per difendere la patria”, tutt’altra è farsi massacrare per garantire a Washington il possesso di future miniere in Ucraina...

I nodi stanno arrivando tutti insieme al pettine. E quindi una cosa appare davvero chiara: anche stavolta Trump ha “venduto” la pelle di un orso ben lontano dall’essere catturato. Ma intanto ha seminato il panico tra “alleati” troppo stupidi per fare altro che seguire borbottando...

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29/01/2025

“Parlare la lingua di Trump”: dagli Esteri UE il rinnovo dello scontro con la Russia

Si è concluso due giorni fa il Consiglio Affari Esteri della UE, che è andato di pari passo con una serie di importanti incontri diplomatici con al centro la guerra in Ucraina e il braccio di ferro con Mosca. E in generale, l’aumento dell’impegno di Bruxelles nella difesa euroatlantica.

Scrivevamo recentemente dei guerrafondai europei che preparano il terreno alla precipitazione bellica del modello europeo – da tempo, inoltre – e ora Kaja Kallas ha rincarato la dose, rifacendosi al rapporto da tenere con l’altro e principale ‘azionista’ della NATO.

“La nuova amministrazione americana usa un linguaggio transazionale – ha detto – e dobbiamo parlare quella lingua anche noi: l’UE è una potenza economica, siamo forti e non dobbiamo sottostimare la nostra forza, sia quando abbiamo a che fare con gli avversari sia quando trattiamo con i partner”.

Parlare la lingua di Trump ha significato innanzitutto rinnovare le sanzioni alla Russia su petrolio, carbone, tecnologia, finanza, beni di lusso, trasporti e trasmissioni radiotelevisive, oltre al congelamento dei beni della Banca centrale russa, usati per garantire prestiti a Kiev.

Per la decisione serve l’unanimità, stando alle regole europee, e lunedì dal Consiglio è arrivato il via libera, dopo che l’Ungheria ha ritirato il proprio veto. Lo stallo si è risolto dopo che Budapest ha ottenuto garanzie per le forniture di gas dall’Azerbaijan attraverso l’Ucraina.

La dichiarazione sulla “integrità dell’infrastruttura energetica” è stata però indicata da una fonte UE come una promessa a continuare a discutere, più che come una reale garanzia. Ma ad ogni modo, sembra facilitata la strada anche per l’approvazione del sedicesimo pacchetto di sanzioni.

Bruxelles sta prendendo di mira in maniera sempre più ampia quella che è considerata la ‘flotta ombra’ con cui Mosca starebbe riuscendo a eludere le sanzioni. E che è stata accusata anche dei recenti sabotaggi dei cavi sottomarini nel Mar Baltico, da cui è originato l’annuncio di una nuova missione NATO in quelle acque.

Kallas ha ricordato che sono stati già forniti 134 miliardi di aiuti all’Ucraina, “ma è chiaro che l’Ucraina ha bisogno di più. La linea del fronte si sta spostando verso ovest, ma dovrebbe spostarsi verso est”: il solito invito a continuare il conflitto, a costo delle vite ucraine, si intende.

Intanto, il presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa ha incontrato a Cracovia Zelensky, ribadendo che “l’UE starà al fianco dell’Ucraina finché sarà necessario”, cioè finché sarà utile. Ma intanto ha incoraggiato Kiev a continuare a lavorare all’adesione alla comunità europea.

Nel frattempo, a Madrid il segretario generale della NATO, Mark Rutte, ha incontrato il primo ministro spagnolo Sanchez. Il governo iberico ha diffuso una nota tramite la quale fa sapere che “ora più che mai la Spagna sosterrà Kiev” e promuoverà “l’unità della NATO”.

Sanchez ha ricordato che nell’ultimo decennio Madrid ha aumentato del 70% le proprie spese militari, ed è pronta a raggiungere l’obiettivo del 2% del PIL. Ma ha anche sottolineato come sia necessario che la NATO “presti attenzione al Sud e al Piano d’azione per il Sud”.

Anche la Danimarca si è mossa, in seguito alle pressioni provenienti dal nuovo inquilino della Casa Bianca. Kallas ha rassicurato che quando Trump parla di Groenlandia non bisogna “prendere quanto viene affermato parola per parola”, ma a Copenhagen hanno deciso di attrezzarsi di conseguenza.

Troels Lund Poulsen, il ministro della Difesa danese, ha infatti annunciato un investimento di quasi 2 miliardi di euro per potenziare la presenza militare del proprio paese nell’Artico e nell’Atlantico settentrionale. È previsto il dispiegamento di altre tre nuove navi militari, due droni di sorveglianza a lungo raggio e l’implementazione di una migliore capacità satellitare.

Un lunedì denso di eventi sulla strada della guerra totale su cui si è incamminato l’Occidente...

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23/01/2025

I volenterosi guerrafondai di Bruxelles che ambiscono…alla guerra

Nell’Unione Europea ormai si è consolidato un partito trasversale della guerra contro la Russia. A guidarlo sono soprattutto alcuni paesi dell’Europa dell’Est (Polonia, Estonia, Lituania) da sempre molto connessi agli USA ma che, con enorme senso di irresponsabilità, la nuova Commissione Europea ha collocato ai posti di comando in materia di politica estera e difesa.

Questi volenterosi guerrafondai d’Europa godono però di sostegni e consensi nel resto dei paesi membri, vuoi perché sono molti a pensare che l’industria militare possa essere la via d’uscita dalla crisi industriale in atto, vuoi perché nella crisi di prospettive della stessa Ue di fronte alla crisi e alla competizione globale, più di qualcuno pensa che la guerra possa essere una delle soluzioni possibili.

È avvenuto in passato ed ora lo scenario si ripresenta, un po’ come negli anni Trenta del '900, alimentato anche da un ritorno alla competizione, al protezionismo ed agli sgambetti “tra alleati” come sembra annunciare l’amministrazione Trump.

Abbiamo provato a sintetizzare alcune delle dichiarazioni rilasciate negli ultimi giorni dai responsabili europei e della Nato che restituiscono piuttosto chiaramente – purtroppo – l’idea di quello che andiamo denunciando da tempo.

“Se l’Europa deve sopravvivere, deve essere armata”, ha dichiarato il premier polacco Tusk al Parlamento di Strasburgo nel suo discorso di insediamento come presidente di turno del Consiglio europeo. “Non è una nostra scelta. Non sono un militarista. La Polonia è un luogo sulla terra dove nessuno vuole che si ripeta una guerra. Abbiamo sofferto di più in Europa” – ha proseguito Tusk – “Ma forse è per questo che capiamo così bene che per evitare una tragica ripetizione della storia, dobbiamo essere tutti forti, armati e determinati. Forti nello spirito, ma anche forti nelle nostre capacità di difesa”, ha dichiarato il premier polacco.

Quando Tusk ha provato a dettagliare il ragionamento, ne sono uscite cose destinate a pesare sulle priorità della stessa Unione Europea, o almeno di quella che abbiamo conosciuto fino ad oggi.

Ad esempio l’aumento delle spese militari potrebbe comportare l’emissione di un debito a livello europeo, come sostenuto da Polonia e Francia, ossia quegli eurobond che proprio la Ue si era rifiutata di emettere per far fronte alla crisi finanziaria negli anno scorsi. Non solo. Secondo il primo ministro polacco, in linea con l’aria trumpista che spira dagli USA, alcuni dei regolamenti ambientali introdotti dall’Ue negli ultimi cinque anni sono responsabili dei prezzi energetici “proibitivi” che i consumatori e le imprese devono affrontare oggi e che, a suo dire, danneggiano la competitività del blocco rispetto a Stati Uniti e Cina.

“L’Europa non può perdere la competizione globale. Non può diventare un continente di persone e idee ingenue. Se andiamo in bancarotta, nessuno si preoccuperà più dell’ambiente naturale nel mondo”, ha detto Tusk.

Il premier polacco ha chiesto al Parlamento europeo di intraprendere una “revisione completa e molto critica” di tutte le leggi sul Green Deal, suscitando gli applausi dei deputati di destra e la disapprovazione degli altri. Con argomenti che in Italia coincidono con quelli della destra di governo, Tusk ha avvertito che i prezzi elevati dell’energia potrebbero provocare un malcontento popolare tale da “spazzare via” i governi democraticamente eletti e ha implorato i legislatori di abbandonare “dottrine e ideologie dure” a favore del “buon senso”.

In questa rassegna degli aneliti guerrafondai non poteva mancare l’estone Kaja Kallas, nominata Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’UE, la quale durante la conferenza annuale della European Defence Agency a Bruxelles, ha sottolineato l’urgenza di armarsi, dichiarando che l’Europa deve sostenere Kiev e rafforzare la propria difesa, poiché l’Ucraina rappresenta il fronte della difesa europea e Mosca rimarrà una minaccia esistenziale finché continueremo a sottoinvestire nella nostra difesa.

L’UE, secondo Kallas, deve investire di più e meglio nella difesa, non solo per rispondere alle minacce esterne, ma anche per placare le preoccupazioni del nuovo presidente degli Stati Uniti, che ha minacciato di tagliare i fondi alla NATO. “Il presidente Trump ha ragione a dire che non spendiamo abbastanza”, ha sottolineato Kallas, riferendosi alla richiesta del presidente Usa di accrescere gli investimenti in difesa fino all’equivalente del 5 per cento del Pil di ogni Paese membro della Nato. “La difesa è un’industria altamente qualificata e ad alta intensità che richiede denaro, persone e tempo. Noi abbiamo soldi e persone, ma non abbiamo tempo. L’Ucraina ci sta facendo guadagnare tempo”, ha sostenuto Kallas.

Insomma l’industria e le spese militari possono diventare una possibilità di crescita economica sulla quale puntare.

Gli ha fatto eco – e non poteva essere altrimenti – il neo-commissario europeo per la Difesa e lo Spazio, il lituano Andrius Kubilius, il quale ritiene che un approccio comune europeo può fare una grande differenza per la preparazione della Ue alle minacce militari ed anche alle “guerre ibride”.

“Non possiamo più permetterci un approccio frammentato. Abbiamo bisogno di un vero e proprio approccio Big Bang per aumentare la produzione e l’acquisizione della difesa”, ha detto il lituano Kubilius alla conferenza dell’Agenzia per la Difesa Europea.

Kubilius ha sottolineato la necessità di sistemi d’arma interoperabili, di una domanda aggregata per l’industria militare e di un maggior numero di progetti di interesse comune europeo, come lo scudo di difesa aerea, lo scudo informatico e l’iniziativa per i confini settentrionali e orientali.

Nel prossimo decennio l’Ue avrà bisogno di almeno 500 miliardi di euro per rimanere competitiva nel settore della difesa. Ma dove si vanno a prendere tutti questi soldi?

Il nuovo segretario della Nato Mark Rutte (uno dei fomentati delle politiche di rigore economico quando era premier olandese) a dicembre scorso ha affermato che “i cittadini europei dovranno fare sacrifici” come tagli alle pensioni, alla sanità e ai sistemi di sicurezza sociale, per pagare l’aumento delle spese per la difesa e garantire la sicurezza a lungo termine in Europa.

Rutte ha ammesso che, pur non essendoci una minaccia imminente per gli alleati, il pericolo si sta muovendo “a tutta velocità” verso l’Alleanza atlantica. “Non siamo in guerra, ma certamente non siamo nemmeno in pace”, aveva dichiarato il segretario della Nato.

Infine e proprio riferendosi a queste dichiarazioni, il neo comandante del comitato militare della Nato, l’ammiraglio italiano Cavo Dragone ha affermato in una intervista che Rutte “parla di mentalità di guerra. Potrà farci paura, ma sicuramente non potremo avere una mentalità di pace. Non so come possiamo chiamarla per essere politicamente corretti, però non più una mentalità di pace. Perché vediamo che cosa ha generato adesso”.

Ed è in questo tripudio di dichiarazioni e indicazioni guerrafondaie che anche in Italia, prima il Senato e poi la Camera, hanno votato in questi giorni a stragrande maggioranza a favore del decreto che proroga a tutto il 2025 l’invio di armamenti all’Ucraina.

Alla Camera, dopo che PD e destra al governo si sono votati o astenuti entrambi a favore delle rispettive risoluzioni, il voto definitivo è previsto per martedì 28 gennaio. Ed è così che il partito trasversale della guerra continua a trascinare il nostro paese dentro questo gorgo.

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17/12/2024

UE - Debutto di Kallas al posto di Borrell, nel segno della guerra

Si è svolto ieri il primo Consiglio Affari Esteri (CAE) della nuova Commissione Europea, a cui ha fatto il suo debutto Kaja Kallas come Alto rappresentante per gli affari Esteri al posto di Josep Borrell, il teorico del “giardino” contro la “giungla”. L’approccio seguito dall’ex prima ministra dell’Estonia ha fatto presagire un mandato forse ancora più aggressivo del suo predecessore.

Alla riunione dei ministri degli Esteri UE sono state annunciate alcune novità gravide di conseguenze, sia sul piano del metodo sia su quello della sostanza. Partiamo dal metodo, che dimostra la volontà di una certa centralizzazione delle scelte in materia di rapporti internazionali, una verticalizzazione che ormai si vuole riguardi tutti i membri dell’Unione.

“Per avere discussioni più franche e aperte, propongo che alcune discussioni si svolgano in formato per soli ministri”, scrive Kallas in una lettera intitolata proprio “Metodo di lavoro”. Così da poter parlare più francamente di tematiche sensibili, senza il codazzo di funzionari che potrebbero far trapelare dichiarazioni informali un po’ troppo “scomode” per l’opinione pubblica.

La politica estone ha aggiunto anche che intende “invitare, quando necessario, l’Unità di analisi dell’intelligence del Servizio Europeo per l’Azione Esterna a informarci sul quadro delle minacce in un formato ristretto”. E poi concludere le riunioni con indicazioni operative e messaggi da usare nella comunicazione pubblica dei risultati degli incontri.

Insomma, maggior segretezza – e dunque minor capacità di verifica democratica delle scelte politiche – maggior peso delle visioni maturate all’interno dei servizi segreti, e scelte operative da portare al Consiglio Europeo, dove i vari capi di stato e di governo decidono gli effettivo indirizzi strategici e di intervento.

“Ci troviamo di fronte a sfide sempre più complesse, con altre potenze che lavorano insieme contro i nostri interessi e valori: la nostra risposta deve essere decisa e completa per soddisfare le nostre esigenze di sicurezza e prosperità”, conclude la lettera dell’Alto rappresentante. “In questo contesto è necessario adattare i nostri strumenti, i nostri bilanci e i nostri modi di lavorare”.

Arrivando perciò alla sostanza, a queste “potenze che lavorano insieme contro i nostri interessi”, i temi sul tavolo del CAE di ieri hanno evidenziato di nuovo come con questa formula si intenda “l’Asse del male“, ovvero Iran, Russia, Cina (e Corea del Nord, anche se stavolta non è stata citata).

Cominciamo dall’unico dossier che, per ora, è rimasto fermo: quello delle sanzioni a funzionari della Georgia, dopo che è stato chiesto al governo di Tbilisi di far ripetere le elezioni che hanno visto trionfare l’opzione non filo-occidentale. I rappresentanti di Ungheria, come già era stato preannunciato, e Slovacchia hanno posto il veto, e dunque la proposta di Kallas è stata bloccata.

Un’altra decisione è però passata, perché a differenza delle sanzioni richiedeva solo una maggioranza qualificata: la sospensione del regime di esenzione dal visto per i titolari di passaporti diplomatici. Lo scopo rimane la pressione sui vertici del paese caucasico affinché decidano di allinearsi alla politica di scontro nei confronti della Russia.

Proprio intorno alla questione russa girano le altre decisioni prese, assai più importanti e significative. Innanzitutto, è stato approvato il quindicesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca e contro quelle entità ed individui che sono accusati di sostenere, in maniera più o meno diretta, lo sforzo bellico russo.

Per la prima volta, la UE ha deciso di imporre misure sanzionatorie a pieno titolo anche ai cinesi, non in maniera indiretta. Gli obiettivi sono state sette tra aziende e personalità del Dragone: quattro avrebbero fornito a Mosca componenti microelettroniche e apparati sofisticati per la produzione di droni, mentre tre si sarebbero impegnate per trovare un modo di aggirare le sanzioni imposte alla Russia.

Infine, il dossier più delicato trattato dai ministri degli Esteri è stato sicuramente quello della Siria. Kallas ha fatto sapere che ha dato mandato al servizio diplomatico della UE di prendere contatto con il nuovo governo di Damasco, anche se viene confermato che ad ora i rapporti rimangono al piano diplomatico più basso, ovvero di incaricato d’affari.

L’atteggiamento nei confronti dei nuovi vertici siriani è stato diviso su due tronconi. Il primo riguarda le sanzioni che erano state implementate negli anni scorsi per strozzare il governo di Assad, e la cui revoca viene posta in collegamento diretto con la presenza in Siria.

Questa proposta è stata presentata dall’Olanda, ed è stata fatta subito propria da buona parte del consesso. La preoccupazione non riguarda solo l’influenza di Mosca (e di Teheran) negli affari siriani e mediorientali in generale, ma anche il fatto che le basi di Tartus e Latakia sono utilizzare dalla Russia per proiettarsi sul Mediterraneo e in Africa, che la UE considera il proprio “cortile di casa”.

In futuro poi, con tutta calma, verrà valutato l’atteggiamento dell’HTS nei confronti dei diritti civili, delle donne e delle minoranze etniche, e sulla base di un loro giudizio si deciderà come far evolvere le relazioni, dal mantenerle al minimo indispensabile al garantire pieno sostegno ai nuovi governanti di Damasco.

È chiaro che tale valutazione penderà da una parte o dall’altra in base al primo nodo, quello dell’allineamento in politica estera. Se la Siria romperà i rapporti con la Russia, allora magicamente i jihadisti diveranno dei “jihadisti democratici”, altrimenti ancora una volta i diritti civili verranno strumentalizzati per mascherare e legittimare le mire di potenza dell’imperialismo europeo.

La prima prova di Kallas è, in sostanza, una dichiarazione di guerra a tutto campo, a partire da quella commerciale. La crisi e il suo scivolamento verso una spirale bellica è l’unica promessa che manterrà la seconda Commissione von der Leyen.

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