La vicenda della complessa truffa di “ingegneria sociale” condotta ai danni di Paolo Molesini, all’epoca presidente di Fideuram, l’istituto di private banking controllato dal gruppo Intesa Sanpaolo, lascia davvero perplessi.
I truffatori si sono inizialmente spinti a inviare alla vittima un messaggio da un finto profilo WhatsApp attribuito direttamente a Carlo Messina, Amministratore Delegato di Intesa Sanpaolo, chiedendo l’impiego urgente e “confidenziale” dei fondi di tesoreria per una presunta e riservatissima operazione finanziaria.
L’inganno è stato poi puntellato da una telefonata di conferma effettuata da un complice che, utilizzando l’Intelligenza Artificiale, ha clonato alla perfezione la voce di un autorevole legale d’affari.
Convinto di seguire direttive urgenti e riservatissime impartite dai vertici assoluti del gruppo, Molesini ha quindi disposto una sequenza di bonifici per un totale di circa 95 milioni di euro verso conti esteri collocati in Asia.
Nonostante l’intervento della magistratura milanese sia riuscito a congelare e recuperare ben 59 milioni di euro, oltre 36 milioni di euro sono rimasti dispersi, convertiti in criptovalute.
Ciò che rende surreale e al tempo stesso sconcertante questo episodio, sfociato nelle dimissioni di Molesini nel marzo 2026, risiede nell’incredibile e totale anomalia procedurale di un’operazione finanziaria di tale portata, gestita interamente al di fuori di ogni regola bancaria, di compliance e di governance aziendale, palesando falle enormi nei meccanismi di controllo che dovrebbero invece blindare qualsiasi istituto di credito di importanza sistemica.
Un flusso di denaro pari a quasi cento milioni di euro non può e non deve essere movimentato sulla base di un messaggio di testo estemporaneo ricevuto su una chat e di una chiamata telefonica confermata da una voce artificialmente clonata, scavalcando deliberatamente delibere consiliari, pareri dei comitati rischi, contratti scritti, autorizzazioni formali e i più basilari riscontri incrociati che in un contesto finanziario normale rappresentano il muro di cinta invalicabile contro frodi di ogni genere.
La gravità dell’anomalia è acuita dalla destinazione dei bonifici, disposti in fretta e furia verso conti esteri opachi situati in giurisdizioni complesse come Cina e Hong Kong, un percorso del tutto estraneo ai circuiti interbancari ordinari e trasparenti del gruppo Intesa Sanpaolo.
Come mai una procedura così sbrigativa? il finto Messina scrive un messaggino e partono bonifici per milioni di euro? Era un’abitudine?
I truffatori hanno fatto leva su una manipolazione psicologica spregiudicata, fondata sulla cosiddetta “truffa del CEO”, brandendo lo scudo intimidatorio della massima urgenza e della totale segretezza per paralizzare lo spirito critico della vittima e convincerla che l’eccezionalità della situazione giustificasse l’accantonamento temporaneo delle normali procedure di controllo interno.
È proprio questo cortocircuito istituzionale e comportamentale, in cui la parola e l’autorevolezza simulata di un vertice aziendale veicolate tramite messaggistica bastano a smuovere casse milionarie senza lasciare traccia documentale ufficiale, a costituire il vero epicentro anomalo di un raggiro milionario.
Di nuovo la domanda: era un’abitudine? Un filo diretto? Senza lasciare traccia documentale???
Mah! Forse non siamo davanti solo ad un fatto di cronaca...
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
26/09/2026
Il sistema bancario in mano a una classe dirigente incapace
25/09/2026
23/09/2026
Il senso della fine
Possiamo prenderla da qualsiasi angolo di questo Occidente in crisi: il modello neoliberista che si è imposto dagli anni ‘80 – Thatcher e Reagan, poi a valanga tutti gli altri – è arrivato al termine del suo ciclo vitale.
È comprensibile che la lettura dei dati macroeconomici sia troppo difficoltosa per quasi tutti, e quindi che la tendenza storica sia poco individuabile. Ma le modificazioni della rappresentanza politica – il sistema dei partiti, i risultati elettorali, ecc. – dovrebbero essere molto più familiari e leggibili.
Gli ultimi dieci anni presentano ormai un disegno organico. Ovunque, sulle due coste dell’Atlantico, l’“opinione pubblica” si va radicalizzando sulle estremità mentre il “grande centro” si dissolve.
L’America di Trump ha reso questo processo un format. La crisi di egemonia sul resto del mondo si è tradotta in regressione sociale reale, un impoverimento generale sia delle classi subalterne che del “ceto medio”, conseguenza diretta di delocalizzazioni produttive ciclopiche alla ricerca del minimo salariale possibile combinato con infrastrutture logistiche di buon livello.
La reazione più immediata e semplice è stata ed è quella ben nota: riprendersi il posto di comando, ovvero recuperare quote di reddito imperiale ed eliminare “gli sprechi” fisicamente rappresentati dagli “stranieri” in casa. Rapinare il petrolio venezuelano, disporre liberamente di una Groenlandia solo formalmente “sovrana” e danese, deportare a forza migliaia di immigrati, ecc., sono facce della stessa medaglia, momenti dello stesso processo e dello stesso tentativo.
Ma gli interessi sociali sono più articolati di quanto le soluzioni reazionarie, immaginate per ripristinare senza più abbellimenti retorici un modello suprematista vacillante, possano coprire.
E così, insieme alla destra più estrema che va al potere, emerge un risposta diametralmente opposta – anche se per ora assai meno radicale – che vede nella correzione sostanziale del modello l’unica soluzione socialmente accettabile. Chiamare questa ambizione “socialismo” è forse eccessivo, ma resta un fatto che l’enciclopedia della politica offra solo questo termine come relativamente appropriato. Non ce ne sono altri. Poi, certo, ci si possono aggiungere aggettivi molto diversi...
Lo abbiamo detto spesso, ma giova tornarci sopra. Il problema non è quanto Mamdani e gli altri personaggi emergenti siano soggettivamente dei “veri socialisti” o disordinatori consapevoli del sistema. Il problema sono gli interessi sociali fin qui non rappresentati, negati, repressi, che chiedono soluzioni non previste dal modello neoliberale, e che trovano per ora questo tipo di rappresentanza.
Sta qui la radice del crollo dell’establishment politico sia negli Usa che in Europa.
Quello che viene chiamato così, infatti, è o era semplicemente la faccia politica del sistema di interessi dominanti (finanza, multinazionali, “mercati”, piattaforme, ecc.), articolato quanto basta per dare l’impressione di un bipolarismo che all’atto del governare si è dimostrato perfettamente identico, tranne aspetti “estetici” o “civilistici”, ottimi per animare un talk show ma spesso lontanissimi dall’avere effetti pratici sulla vita dei popoli.
Ogni elezione ci ripropone la stessa lezione.
In quelle statunitensi di midterm – il 6 novembre – a meno di sorprese dell’ultim’ora (vecchie o nuove guerre scatenate appositamente), si dovrebbe vedere con molta più chiarezza una polarizzazione tra una destra “Maga” ora in crisi e l’avanzata “socialista” fatta di personaggi che hanno scalzato, nelle primarie, decine di vecchi arnesi dell’ala “democratica” dell’establishment.
In Germania, dove sembrava che solo la destra neonazista potesse monopolizzare il malessere sociale crescente in un modello mercantilista finito in suicidio, è invece emerso un sentiment opposto capace non solo di maledire – com’è giusto – il fascismo, ma di proporre un programma fatto di istanze sociali vitali (casa, trasporti, servizi, ecc.). Anche a dispetto dei vertici nazionali di un partito – la Linke – ormai ad un passo dall’omologazione totale con l’establishment.
Ad aprile, in Francia, avremo una più robusta e socialmente articolata contrapposizione tra lepenisti malamente ripuliti e una sinistra autenticamente battagliera riunita intorno al vecchio leone Mélénchon.
E così in Spagna, quando si voterà, tra i franchisti di Vox e un insieme un po’ confuso che sarà probabilmente costretto a riunirsi intorno a Sanchez, al di là dei suoi ben pochi meriti.
Nella derelitta Italia questo processo di radicalizzazione premia per ora quasi soltanto la destra fascista (con una gara a chi lo è di più, tra “remigrazione” impossibile e “lotta al burka” che non c’è). Ma intanto i Cinque Stelle sembrano aver fiutato l’aria e, furbescamente, provano a mettere il cappello sulla strabordante maggioranza esistente contro la guerra, le armi e i soldi all’Ucraina, nonché contro il genocidio perpetrato da Israele.
Qui l’establishment – tutti quelli che condividono “l’agenda Draghi”, di fatto, dalla Meloni alla Schlein – sembra ancora molto consistente. Ma intanto si blinda con una legge elettorale mirante ad impedire nuovi ingressi nella politica parlamentare. Un divieto che si somma e spiega quelli contro il diritto a manifestare, scioperare, organizzarsi, pensare, parlare (vedi la legge sull’“antisemitismo”, con voto bipartisan).
Fiutano l’aria, sentono il bisogno di alternativa che ha animato le piazze nello scorso autunno e che minaccia di fare altrettanto quest’anno. Alzano i muri...
Ma non si può fermare a lungo un processo di dissoluzione che deriva dalla caduta dell’egemonia neoliberista sul resto del mondo. Ovunque si guardi, da queste parti, si avverte che il senso della fine di un’epoca pervade ogni azione e parola pubblica. L’orizzonte della guerra si avvicina, spaventa i più, appare una soluzione ai peggiori, ma schiaccia tutti e costringe a pensare in modo radicale. Senza sconti né illusioni.
Servirebbe una visione alta, capace di traguardare oltre il presente. Ma è impossibile chiederla a questa classe dirigente selezionata in base al criterio dell’individualismo predatorio e dell’obbedienza al “pensiero unico” neoliberale. Da qui non può uscire altro che il sogno impossibile di un ritorno al passato, variamente condito (con camicie nere o bianche o a pois).
Da qui non può arrivare neanche un’“alternativa riformista”, per assenza di cultura e presupposti.
Non ci saranno soluzioni vere senza un’alternativa all’altezza e nessuno ce la regalerà mentre stiamo a guardare. È finito anche il tempo dell’attesa di tempi migliori...
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18/09/2026
Ursula von der Leyen si incorona führer europeo
Fin dalle prime battute del “Discorso sullo stato dell’Unione Europea” letto da Ursula von der Leyen davanti al Parlamento continentale è difficile, per un cittadino-suddito di questo insieme, non provare imbarazzo e rabbia.
Sentirsi dire che “Si tratta di un’Europa che sta assicurando la sua prosperità. Che si sta liberando dalla sua dipendenza tossica dai combustibili fossili russi. Questa è diventata la più grande potenza commerciale del pianeta. Ciò sta trasformando la sua politica industriale, pur sostenendo il nostro modello sociale unico” fa dubitare fortemente della sanità mentale della facente funzioni di presidente della Commissione (il “governo” della UE).
Un continente che vede sciogliersi come neve al sole il suo apparato industriale, a partire proprio da quella Germania che ha scelto questa aristocratica a digiuno di politica fin oltre i 40 anni (i 100.000 licenziandi di Volkswagen sono solo la prima pietra di una frana ciclopica). Che paga l’energia, ora, quattro volte di più rispetto a meno di cinque anni fa. Che ha perso valanghe di partner commerciali per seguire le sanzioni imposte dagli Usa o quelle decise in proprio. Che è costretto a sperare nella costruzione di droni e carri armati per sostituire quella di automobili ed elettrodomestici. Un continente così, la prosperità, la trova solo nei lontani ricordi...
E infatti VdL prosegue suonando la tromba di guerra: “Questa è un’Europa più capace di difendersi che mai. Un [soggetto] che ha radicalmente rivisto il proprio approccio per mettere in sicurezza le nostre terre. Che ha aumentato la spesa per la difesa di quasi l’80% solo negli ultimi cinque anni”. In barba all’austerità di bilancio, ottenuta tagliando (o prevedendo di farlo) tutta la spesa sociale che caratterizzava il “modello europeo”. Ossia la sua prosperità sociale...
Ma questo è solo l’incipit, e non serve a molto seguire le contorsioni ridicole del suo discorso. Meglio evidenziarne le “novità”.
La signora ha infatti annunciato, tra grandi cenni di assenso del premier Mark Carney, ospite d’onore in aula, che il Canada diventerà presto ‟membro associato” dell’Unione Europea.
Piccolo problema: nessuno degli attuali paesi membri ne sapeva ufficialmente nulla. Certo, è possibile che in qualche misura fosse stato accennato ai vari premier, ma le facce stupite di buona parte degli europarlamentari dimostra che questa “informazione secretata” non era circolata granché. Quindi non ha le caratteristiche di una “decisione concordata”, neanche informalmente.
Secondo problemino, più istituzionale. La formula del “membro associato” non esiste in nessun trattato costitutivo dell’Unione. O sei effettivo, o sei “candidato”, ovviamente sottoposto ad una serie di verifiche (cambiamenti delle leggi nazionali per adeguare la struttura interna compatibilmente con i trattati europei).
Ma il Canada non è il Kosovo o l’Albania, bensì un membro autorevole del G7. Ergo “si deve” fare uno strappo alle regole, anche perché il contrasto tra quel paese e l’America di Trump è questione freschissima, che richiede risposte in tempo reale.
Qui cascano – ci sembra – tutti gli asini “europeisti”, quelli che ancora adesso passano il tempo nei talk show a spiegarci che questa UE è una costruzione favolosa, rispettosa delle regole e della legalità, fondamentalmente paritaria e “democratica” ancorché “di secondo grado” (la formazione del “governo” continentale avviene distribuendo incarichi ai personaggi indicati da ogni singolo Stato nazionale, uno per paese).
Che la presidente della Commissione possa decidere in autonomia di ammettere un nuovo membro secondo una formula non prevista da alcun trattato – se la UE fosse una cosa seria – è certamente un atto illegale.
E non è l’unico, né forse il principale. Von der Leyen sembra insomma muoversi come se fosse Donald Trump, ossia un presidente reazionario, proto fascista, ma ufficialmente eletto con voto popolare. Mentre lei, oltre ad avere un indice di gradimento decisamente basso tra i cittadini europei (solo il 20% le dà un giudizio positivo), è persino sconosciuta ad altrettanti intervistati da un sondaggio di Public First. Un führer poco amato e semi-sconosciuto, ancora nell’ombra...
Ma non è la sola “illegalità” indicata nel suo discorso. Né forse la più grave.
Tutta l’esistenza della UE viene infatti declinata in termini di guerra. Lo spunto sono ovviamente le “minacce ibride” che, giura, ‟diventano sempre meno ibride e sempre meno minacce”. Inutile fare l’elenco quotidiano degli avvistamenti di droni “presumibilmente russi”, blackout elettrici, disturbi alla telecomunicazioni, articoli di giornale non graditi, e quant’altro viene registrato dai media sotto questo titolo.
La signora passa direttamente alle contromisure. Tutte ovviamente militari e informative, per sviluppare capacità “contro ibride” non meglio specificate.
Il tutto per dar vita ad un ‟Protocollo di sicurezza d’emergenza”, sulla falsariga dell’articolo 4 della Nato, che vincoli tutti gli Stati membri ad applicare le misure decise dal braccio militare della Commissione. Che ancora non esiste, ma sarà presto creato, ovvio...
Un protocollo, fra l’altro, attivabile ogni volta che ‟secondo uno dei Paesi membri” sia minacciata la sua integrità territoriale, la sua indipendenza politica o la sua sicurezza. “Secondo”… Non serve un fatto o una prova, basta una “impressione”...
Immaginiamo l’Estonia della svalvolata “ministra degli esteri” Kaja Kallas – un milione e 300mila abitanti, meno della sola Milano – chiamare aiuto perché “secondo il governo” si stanno accumulando “minacce” nei suoi confronti. Che si fa? Si va tutti in guerra?
No, prima bisogna creare e far comandare un Consiglio di Sicurezza Europeo che valuterà l’entità delle “minacce” e disporrà le opportune contromisure. Vincolanti per tutti e 27 i paesi.
Come per la politica di bilancio dei singoli Stati, insomma, ci sarà un’“agenzia militare” composta secondo i normali criteri UE (uno o più rappresentanti per ogni paese) che deciderà della vita e della morte di quasi mezzo miliardo di persone – i cittadini UE sono 450 milioni – sulla base delle convinzioni più o meno informate di un gruppetto di “esperti”.
In barba ad ogni Parlamento e quindi ad ogni rappresentanza popolare, concentrando tutti i poteri decisivi – quello di far guerra è in cima a qualsiasi lista – in pochissime mani. Per di più manipolabili, vista la quantità di lobbies legali e non che circonda i palazzi della UE.
Ma “è necessario, per difendere la democrazia”, no?
P.s. Intervenendo stamattina al Parlamento Europeo, Mark Carney ha preso in misura sostanziale le distanze dalla “frettolosa” scelta di Ursula VdL di ammettere il Canada nell’Unione Europea come “paese associato”. Ha educatamente apprezzato l’offerta – “Accogliamo con favore questa ambizione”, anche perché “I sondaggi mostrano che una stragrande maggioranza dei canadesi è favorevole a legami molto più stretti”.
Stretti, ma ancora indeterminabili e comunque tutti da discutere nelle sedi istituzionali del suo Paese. “Ci saranno dibattiti e ci sarà una votazione in Parlamento, ma a questo punto, questo è solo l’inizio del processo”.
Il che ripropone la domanda iniziale: ma la signora VdL, ci sta con la testa?
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17/09/2026
Corruzione e appalti truccati sulle forniture militari all’Ucraina
Il Procuratore generale, Ruslan Kravchenko, è scappato all’estero dopo essere finito al centro di un’indagine che sa più di regolamento dei conti con il NABU e il SAPO, gli uffici anti-corruzione di Kiev. Ieri, anche Kyrylo Budanov, capo dell’ufficio presidenziale di Zelensky, è apparso sui media ucraini come il principale sospettato per attività di riciclaggio denunciate dalla testata Bihus.info.
Ma ciò che dovrebbe interessare di più ai cittadini europei è una notizia a cui non è stata data tanta rilevanza, anche se riguarda le frodi sul bilancio militare ucraino. Bilancio che viene costantemente rimpolpato con i soldi dei contribuenti del Vecchio Continente, dicendo di assolvere a un dovere di “difesa” dell’alleato sotto attacco. Raccontare ai quattro venti che la corruzione colpisce anche questa voce, spacciata come “esistenziale”, non farebbe di certo bene al sostegno alla giunta di Kiev.
A sollevare il velo su una gestione opaca delle risorse è stata invece un’inchiesta del New York Times, che ha diffuso le informazioni presenti nei rapporti di vari audit condotti dal Servizio statale di audit ucraino e dall’unità di audit interno del Ministero della Difesa.
Stando agli stessi numeri ucraini, solo nel 2024 le perdite stimate per frodi, sprechi e cattiva amministrazione degli appalti per la Difesa ammonterebbero a circa 1,2 miliardi di dollari. A questi si sommano almeno 126 milioni di dollari dissipati a causa di prezzi eccessivi e del rifiuto inspiegabile di offerte più vantaggiose sul mercato.
Dai documenti emerge che sette dei dieci maggiori fornitori militari del paese hanno continuato a ricevere commesse pur essendo al centro di procedimenti penali per frode o inadempienze contrattuali, o persino dopo l’arresto dei rispettivi dirigenti. In totale, sarebbero 18 le società a cui sono stati affidati nuovi contratti pur non avendo onorato quelli precedenti; sei di queste non avevano portato a termine neppure una fornitura. Alcune aziende non avevano nemmeno le licenze necessarie.
Gli audit hanno portato a scossoni ai vertici: Arsen Zhumadilov, a capo dell’Agenzia per gli appalti della Difesa incaricata di assegnare i contratti, si è dimesso a fine agosto dopo aver rifiutato di commentare le rivelazioni. Un ex consulente dell’Agenzia, Tamerlan Vahabov, ha denunciato al New York Times un vero e proprio “schema ricorrente” di frode ai danni delle casse statali.
Lo scorso giugno, un’indagine congiunta del NABU e del SAPO ha rivelato che, tra il 2022 e il 2024, una parte di forniture dal valore di oltre 350 milioni di grivne (intorno ai 70 milioni di euro) di pezzi di ricambio per mezzi corazzati consegnate da un gruppo di società, provenivano in realtà da materiale militare già appartenente alle forze armate presso la regione di Kharkiv, registrato fittiziamente come “perduto” durante i bombardamenti russi e poi rivenduto allo stato da intermediari compiacenti.
Se lo schema è ricorrente, significa che sono innanzitutto le aziende ucraine con la compartecipazione di pezzi importanti della politica a speculare sulla guerra, mentre continuano a battere cassa facendo leva sulla “minaccia russa”. Le notizie di armi inviate a Kiev e finite sul mercato nero girano da anni, ma questi casi provenienti dalle stesse indagini ucraine dovrebbero sollevare più di un vespaio sui miliardi e miliardi di forniture date all’Ucraina, senza il controllo su dove finivano quei soldi.
Invece, sui media dei “volenterosi” continua a vedersi una minimizzazione degli eventi, e bisogna affidarsi al New York Times per sapere che, alla luce delle inchieste citate, c’è stato un certo sgomento da parte dei vertici europei per la richiesta di 23 miliardi fatta da Kiev per coprire i buchi nel bilancio della Difesa.
Anche nel caso del giornale stelle-e-strisce bisogna mettere in chiaro una cosa: la denuncia della dimensione della corruzione ucraina, a discapito delle capacità militari nella guerra con la Russia, hanno oggi una cassa di risonanza significativa oltreoceano perché ci si prepara a scaricare il prima possibile Zelensky e compagnia, con tutto il loro paese. Bisogna solo trovare le modalità, ma intanto si prepara il terreno dell’opinione pubblica.
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16/09/2026
Saldi guerrafondai di fine stagione, si spera...
La situazione si complica e gli improvvisatori si moltiplicano. Da un lato abbiamo gli Stati Uniti che si vanno ripiegando sui loro equilibri interni, ormai a ridosso delle elezioni di midterm. Dall’altra l’Unione Europea alle prese con l’“abbandono” della protezione americana, che lascia loro in mano la bomba ucraina.
Se vivessimo in un mondo razionale, anziché nell’epoca in cui cala vistosamente l’egemonia occidentale sul pianeta, sarebbe abbastanza semplice pensare all’avvio di diversi processi di pace per metter fine ai numerosi conflitti che risultano ormai ingestibili e impossibili da vincere (Iran, Palestina, Ucraina, Libano, ecc.).
Ma funziona tutto al contrario. Negli Usa il Congresso ha dato un segno di vita, approvando una mozione che imporrebbe a Trump di metter fine alla guerra contro Teheran, dopo sette mesi altalenanti in cui i bombardamenti si sono fatti via via più sporadici e meno intensi, intervallati da dichiarazioni roboanti sulla vicina “vittoria”.
Anche stamattina, per dire, un costoso drone-spia è stato abbattuto dalla contraerea iraniana (quella che “non esiste più”, diceva Trump) mentre sorvolava l’isola di Qeshm, nello Stretto di Hormuz.
Sette repubblicani si sono uniti ai “dem”, evidenziando l’insofferenza per un conflitto che ha reso evidente agli occhi del mondo la caduta di “efficienza” della macchina militare Usa, con tutte le infinite conseguenze che questo potrebbe comportare a medio termine.
Ma i dubbi crescono anche dentro l’amministrazione Trump, con il vicepresidente J.D. Vance che ha accompagnato l’ennesimo carico di armi a Israele con l’avviso: Washington non può permettere che la sua politica estera in Medio Oriente sia “subordinata allo Stato di Israele”. Che – e sembra significativo anche l’uso dei verbi al passato – “è stato un partner importante per quanto riguarda la tecnologia militare e la condivisione di informazioni di intelligence”, ma “il popolo americano ha bisogno che prendiamo una direzione diversa”.
Dopo le elezioni, sia a Washington che a Tel Aviv, ci saranno probabilmente alcune novità...
In Europa, invece, sale la febbre guerrafondaia. Invece di ragionare seriamente sugli interessi immediati dell’insieme malfermo chiamato UE – costi dell’energia moltiplicati, problemi di rifornimenti stabili, crisi economica in parte autoimposta aderendo alle “sanzioni” unilaterali Usa, crollo del modello mercantilista continentale, assenza di un arsenale nucleare anche lontanamente paragonabile a quello russo, minorità assoluta sul fronte missilistico (gli ipersonici di Mosca non sono intercettabili), ecc. – tutto l’impegno appare concentrato sull’alimentare una escalation di allarmi che sta diventando ridicola per un verso, preoccupante per l’altro.
Non passa giorno, o anche mezzo, che non venga segnalato un “drone presumibilmente russo” che sorvola le aree di confine dell’est. Mai che venga fornita una mezza prova sull’origine effettiva, anche se l’analisi dei pezzi eventualmente caduti a terra potrebbe stabilirlo in tempi rapidissimi (ogni componente reca codici stampati inequivocabili).
In un caso, sulla Lituania, si trattava di uno stormo di uccelli, e si potrebbe ironizzare pesantemente su sistemi radar che non riescono a distinguere tra volatili con piume e velivoli con bombe...
I media ormai raggruppano tutte le notizie di guasti infrastrutturali sotto la voce “guerra ibrida”. In un paese si verificano danni alle rotaie di una ferrovia? È un “sabotaggio” da far risalire a Mosca... La rete telefonica funziona male? È un “attacco ibrido”. C’è un blackout elettrico? Idem... Le elezioni vanno male per chi è al governo? Colpa delle interferenze russe...
Ultima di stamattina: «Mosca prepara omicidi mirati in Usa e Ue», copiando – presumibilmente – quel che i servizi segreti ucraini fanno da quasi cinque anni a questa parte (bombe a Mosca, al gasdotto North Stream nel Baltico, contro un socio d’affari a Montecarlo, ecc.).
L’unico “avvertimento” vero arrivato dalla Russia – il drone che con precisione chirurgica, e dopo un preavviso, ha colpito la locomotiva del treno con a bordo i “consiglieri europei”, a partire dal solito Boris Johnson che già fece fallire di accordi di Istanbul nel 2022 – è stato invece derubricato a “ci vogliono spaventare”.
Ecco, questo scarto abissale tra realtà sul campo e “messaggistica pubblica” è forse la dimostrazione più chiara della miseria politica dominante nelle classi dirigenti del Vecchio Continente. Miseria complessiva, in senso stretto, su tutti i piani che contano (realismo, valori, equilibrio, etica, responsabilità, serietà, “professionalità diplomatica”, visione strategica, ecc.).
Giustamente gli analisti più seri – Lucio Caracciolo, per esempio, – sono ormai pronti a scommettere che questi “volenterosi europei” saranno velocissimi nel girare le spalle all’Ucraina e a chiunque altro non appena realizzeranno che loro, in questo mondo teso e tetro, non contano veramente niente.
La fine dell’Occidente “uber alles” richiederebbe serietà, non spataffiate retoriche recitate con l’antica postura coloniale, come se il mondo stesse ancora lì ad attendere che qualcun altro gli porti la “civiltà” insieme a un po’ di bombe e massacri.
A partire, ovviamente, dal fatto che se vuoi vivere in pace, sarà bene parlare con le controparti. Che ormai sono tante, numerose, tecnologicamente superiori o quasi (la Cina certamente), con popolazioni sterminate, mediamente giovani, acculturate.
Fonte
15/09/2026
L’IA sfugge al controllo, soprattutto della “politica”
Il mantra “decide il mercato” ha eliminato finanche l’idea che lo Stato potesse dire la sua sulle questioni economiche e finanziarie. Al massimo doveva occuparsi di rendere più facile la vita agli “investitori”, eliminando regole e lasciando che il debito pubblico fosse in balia della speculazione.
Su questa strada, scriviamo spesso, sono andate perdute anche le capacità – le mitiche “competenze” – del “pubblico” in materia di regolamentazione.
La prova regina arriva in queste ore dal Congresso degli Stati Uniti – non proprio un’istituzione secondaria nell’architettura della politica occidentale – cui gli amministratori delegati delle principali società che vanno sviluppando l’intelligenza artificiale si sono rivolti chiedendo di fissare regole per impedire che i loro stessi prodotti, ormai abituati a sfuggire di mano, possano magari “prendere il controllo di internet entro i prossimi sei o dodici mesi”.
Calcolando i tempi di elaborazione di un qualsiasi Parlamento occidentale, possiamo dire che i buoi sono già scappati. Ogni eventuale intervento sarà tristemente in ritardo. Il problema è così serio che OpenAI e Anthropic, le società americane che gestiscono ChatGPT e Claude, i due modelli occidentali più diffusi, pur non essendo ancora quotate a Wall Street, hanno visto precipitare di oltre 270 miliardi di dollari le loro “quotazioni virtuali” sulla piattaforma Hyperliquid (quelle in base alle quali si decide oppure no di “fare il salto” in borsa).
In ogni caso “la politica” ha risposto con un “io dovrei regolare ‘sta roba? Ma che scherzate?”.
Il presidente della Camera, il repubblicano Mike Johnson, ha infatti dichiarato domenica che il Congresso non guiderà l’iniziativa per regolamentare la sicurezza dell’IA. Perché un intervento del Congresso “non è la risposta” e “le aziende di IA possono fermare il loro lavoro in qualsiasi momento”. “Decida il mercato”, insomma, ossia gli amministratori delegati di OpenAi, Anthropic, X-AI (“Grok” di Elon Musk), Gemini (Google) e Llama (Meta-Facebook).
L’impotenza della politica si dimostra qui un penoso intreccio tra incompetenza e ideologia di tempi ormai passati, dove si parlava per slogan facendo conto sul fatto che i processi andavano avanti per conto loro. Ora che ci sarebbe necessità di inventare soluzioni nuove per problemi quasi inconcepibili, “i politici” Usa non sanno che pesci prendere e ripetono le frasi mandate a memoria.
Parlando con la NBC, Johnson ha ammesso che richiamerebbe i membri della Camera e programmerebbe un voto sulla regolamentazione dell’IA “se avessimo una soluzione”. Ma non ne vede neanche una...
“Dobbiamo mettere in atto alcune linee guida, alcune misure di sicurezza per garantire che l’IA non sfugga al controllo... Ma allo stesso tempo, dobbiamo assicurarci di non perdere il nostro vantaggio nella competizione globale su questo tema con la Cina. Perché quella sarebbe una minaccia alla sicurezza nazionale”.
Ecco che il “nemico esterno”, il competitore principale diventa lo spauracchio – ideologico, ma anche operativo – per non fare nulla sul fronte regolatorio.
È la stessa reazione ottusa di Donald Trump, del resto. Il tycoon, impegnato ad assistere a un torneo di golf in Irlanda, ha evocato “forze negative” che vogliono rallentare lo sviluppo dell’IA (gli amministratori delegati che la producono!) e ha rivendicato la posizione di forza degli Stati Uniti: “Siamo all’avanguardia rispetto alla Cina nell’Intelligenza Artificiale, siamo il Paese più avanzato al mondo. E francamente, voglio che rimanga così, perché chi vince nel campo dell’IA, vince su tutto”.
L’idea sottostante è preistorica, semplicemente. Vede l’IA come si poteva guardare qualsiasi altra innovazione tecnologica o arma più avanzata: una “cosa” manovrabile, sotto il pieno controllo umano. Dove se “noi abbiamo l’arma più devastante”, allora non ce n’è per nessuno...
Ma l’IA non è una “cosa” che sta lì in attesa di essere utilizzata. È “generativa” di applicazioni e di “agenti” in grado di muoversi persino in autonomia o contrasto con le scelte dei programmatori.
In più la subcultura di Trump confonde tragicamente tra “prestazioni maggiori” e superiorità tecnologica, proprio perché non ha capito la natura dell’IA.
E questo è addirittura un problema “filosofico”. L’impostazione cinese dello sviluppo in questo campo risente invece sia della distinzione tra “conoscenza” e “saggezza” – come spiegato da Vladimiro Giacché nel dibattito ospitato in “Figli della stessa rabbia” –, ovvero tra produzione materiale di tecnologie e capacità umana di interrogarsi sul senso di quel che viene costruito, scegliendo il cosa, il come e il quanto; sia del controllo della politica statuale sull’azione degli imprenditori privati.
In altre parole, lo Stato decide cosa va prodotto e a cosa deve servire, i privati “competono” tra loro per realizzare ciò che serve allo scopo indicato. Ne vien fuori una IA non meno “prestazionale”, ma decisamente più utilizzabile per esigenze molto diverse, non necessariamente “di competizione”. Persino “socialmente utili”, come il miglioramento della sanità pubblica...
Nel sistema di produzione capitalistico occidentale – il “nostro” insomma – funziona in modo praticamente opposto: i “privati” vedono l’occasione di fare profitti colossali con un nuovo prodotto-tecnologia, si impegnano per vincere la competizione e poi lo Stato – eventualmente – si occupa di vedere se servono regole e se quel che è stato prodotto serve agli scopi (residuali) del pubblico. Di fatto ridotto a problemi di sorveglianza, controllo, schedatura, risparmio sui costi e sul personale...
Che la politica Usa sia completamente a digiuno in materia di IA lo dimostrano anche i “competitor” di Trump. Obama prova ancora a fare il guru, ma i suoi suggerimenti non vanno oltre il generico “buttiamoci un occhio”.
Parlando ad una cena di raccolta fondi elettorali – lo scopo decide sempre anche il “merito” – è riuscito a dire soltanto che “È una cosa che si sta diffondendo molto rapidamente in mani private e, se non riusciamo a tenerla sotto controllo, penso che possa diventare pericolosa”. Azz...
Tutt’al più se Hakeem Jeffries, attuale leader della minoranza democratica, dovesse diventare speeker della Camera al posto del derelitto Johnson (in caso i “dem” vincano le lezioni di midterm a novembre), ‘‘esorterei vivamente i Democratici a definire un quadro di riferimento per un dialogo pubblico”. Incisivo, vero?
Andando più a sinistra la situazione migliora, ma non di molto. Bernie Sanders, il “socialista” senatore del Vermont, ha presentato una proposta legislativa per il temporary ban, ossia per mettere in stand-by lo sviluppo delle super-intelligenze artificiali. Se non altro nell’attesa di creare una nuova agenzia federale, appositamente dedicata all’IA e al monitoraggio del suo sviluppo, che stabilirà regole, revisioni e un pacchetto di salvaguardie di sicurezza forte dell’acquisizione – da parte dello Stato – di una partecipazione del 50% delle società del settore.
Ovvero: si coglie la necessità, ma poi sono i rapporti di forza sociali e politici a decidere...
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05/09/2026
Per il “corpo estraneo” militare è l’ora delle procure
Ora questo groviglio di problemi esplode, anche se nei tempi e nei modi felpati del Palazzo.
Due diversi esposti – uno alla Procura militare, l’altro a quella ordinaria – chiedono di verificare:
a) se i militari in servizio attivo con ruoli di direzione in Futuro Nazionale abbiano o no violato l’obbligo di neutralità politica previsto per il personale militare;
b) se Futuro Nazionale rappresenti o no un tentativo di “ricostituzione del partito fascista”, espressamente vietato dalla “legge Mancino”.
Gli “accertamenti preliminari” disposti dalla Procura militare riguardano la prima ipotesi, sulla base appunto dell’esposto di un sindacato dei militari che denuncia: “vengono segnalati possibili problemi legati all’assunzione di incarichi politici da parte di militari in servizio, all’uso della qualifica o del grado in attività di propaganda e alla compatibilità di alcune attività organizzative con i vincoli previsti dall’ordinamento militare”.
In particolare vengono citati i casi di Luigi Avveduto, sottufficiale e segretario del sindacato Sim Carabinieri, che è anche consigliere del VII municipio di Roma (eletto nelle fila dell’Udc e poi passato al “gruppo misto”), e di Antonsergio Belfiori, ufficiale dell’Aeronautica e segretario nazionale di un altro sindacato militare.
La Costituzione italiana garantisce il diritto di associarsi liberamente in partiti politici a tutti i cittadini (art. 49), ma stabilisce anche una “riserva di legge”, consentendo al Parlamento di introdurre delle limitazioni a questo diritto per alcune categorie di pubblici dipendenti, tra cui i “militari di carriera in servizio attivo” (art. 98).
La ragione di questa “riserva” è evidente: in una democrazia parlamentare il potere politico è in capo all’amministrazione civile (Parlamento, Governo, Presidente della Repubblica, ecc.), mentre ai militari tocca obbedire a chiunque ricopra quelle cariche, comunisti compresi.
L’esperienza dei colpi di stato, ovviamente, sconsiglia la confusione dei ruoli e la possibilità di un rovesciamento delle funzioni (generali o colonnelli che esercitano il potere politico disponendo anche di quello armato).
In questo divieto c’è anche una ragione funzionale chiara: la “cultura militare” – diciamo così – è particolarmente semplificata, riducendosi all’obbedienza gerarchica (certo accompagnata da valanghe di retorica sull’“onore”, la “difesa della patria”, ecc.), ma in completa assenza di competenze minime sulla gestione di una società complessa, fatta di classi, ceti sociali, figure e individualità con interessi spesso divergenti e conflittuali, ma tutti altrettanto legittimi.
Un militare a guidare i civili, insomma, può combinare solo disastri o, più di frequente, far decidere ai poteri economici dominanti la direzione di marcia di un Paese (quelli del Forum di di Cernobbio lo sanno meglio di tutti, pare...).
Il problema italiano è che la disposizione costituzionale (la “riserva di legge”) non è mai stata tradotta in leggi vere e proprie. Il divieto di ricoprire ruoli di direzione in un partito, insomma, è stato esplicitato – e in modo incerto – solo in base ad una sentenza del Consiglio di Stato (un tribunale amministrativo), la n. 5845 del 2017.
La semplice iscrizione ad un partito viene lì considerata legittima, mentre l’assunzione di ruoli direttivi, anche solo “onorifici”, no.
I coordinatori locali di Futuro Nazionale che indossano ancora la divisa (ma anche quello che era stato eletto con l’Udc), dunque, sarebbero fuori da ogni possibile legittimità di comportamento. Non sarebbero però perseguibili per un “reato”, visto che una legge non è stata mai varata.
Dunque l’iniziativa della Procura militare potrebbe addirittura diventare un “boomerang”, perché potrebbe persino concludersi con un nulla di fatto che legittimerebbe i militari a costituire e dirigere partiti, candidarsi alle elezioni e assumere eventualmente cariche politiche di qualsiasi importanza (ministri e sottosegretari, per esempio), pur restando in servizio (con stipendio e funzione di comando su uomini armati).
Un pastrocchio indigeribile, ma che diventa “possibile” in uno Stato alla frutta come questo...
Il secondo esposto – “possibile ricostituzione del partito fascista” – è più logico, se non altro, viste le posizioni espresse su un ampio ventaglio di questioni sociali (dall’immigrazione ai programmi scolastici), chiaramente sovrapponibili con l’ormai centenario immondezzaio fascistoide.
Il tutto è però completamente affogato in una gigantesca operazione di “distrazione di massa” che vorrebbe far passare questa congrega di militari e reazionari come “filorussi”, “cavalli di troia del Cremlino” e amenità del genere.
Come giornale, ripetiamo, abbiamo già pubblicato inchieste che ricostruiscono per filo e per segno la lunga fila di personaggi – militari e non – che collegano direttamente Futuro Nazionale alle prime file trumpiane, a cominciare da Steve Bannon. Vi abbiamo trovato altri alti ufficiali, magari “in congedo”, appartenenti alla “Folgore” (il corpo di paracadutisti comandato a suo tempo dal generale diventato europarlamentare). Militari iscritti anche alla massoneria, “coordinatori” in contatto con Bannon, ecc.
Ah, già... viviamo in Europa, dove una classe politica di imbecilli senza consenso popolare (né maggioranza di governo) pretende di portarci alla guerra con la Russia e dipinge la Washington di Trump come “alleata” di Putin nel voler “distruggere l’Unione Europea”.
Come direbbero in tanti: non ce n’è bisogno, si distruggerà da sola continuando così...
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Dal drone di Lipsia ai droni di Zelensky, il sapore amaro della disperazione
di Fulvio Scaglione
Ma davvero lo sento solo io il puzzo acre di disperazione che si leva dalle ultime finto-bellicose iniziative europee nel confronto con la Russia? Finto-bellicose perché, se davvero credi che un Paese straniero mandi droni esplosivi in uno dei tuoi principali aeroporti, vuol dire che stai subendo un’aggressione armata, un tentativo di strage. E se per di più sei membro di un’alleanza militare chiamata NATO, e il bersaglio dell’aggressione armata era un aereo carico di rifornimenti militari destinati da quell’alleanza all’Ucraina, anche la NATO (dov’è finito il famoso articolo 5?) dovrebbe intervenire, reagire. E tu reagisci chiudendo un consolato e la Casa Russia? È pur vero che sei la Germania, ovvero il Paese che si è fatto saltare sotto il sedere il gasdotto Nord Stream che ti aveva reso ricca e quasi dicevi grazie agli attentatori, ma le conclusioni possibili sono solo due.
La prima: sei una pippa. La seconda: è tutto inventato. Inventato perché i russi non avrebbero il pelo o le capacità di commettere un gesto simile? Dipende. Il pelo certamente. Le capacità… parliamone, perché in molti casi non è che si siano rivelati abilissimi. Pensiamo al “caso Litvinenko”, l’ex agente del KGB avvelenato con il polonio a Londra nel 2006, con i responsabili (Andrej Lugovoj e Dmitrij Kovtun) prontamente individuati. O al “caso Skripal”, altro ex agente del KGB colpito con il gas nervino Novichok ma sopravvissuto, e i due colpevoli (Anatolij Chepiga e Aleksandr Mishkin, agenti del servizio segreto militare) identificati. Per di più, in entrambe i casi le inchieste hanno tirato in ballo una responsabilità diretta del Cremlino, non un gran risultato per i russi.
Però quello di Lipsia sembra un pasticcio troppo grande anche per quei pasticcioni dei russi: il drone esplosivo che non esplode, il tizio che lo prende a calci, il piano molto raffinato però affidato a due pirla qualunque, i passaporti, il transito per l’Italia che invece no, e così via. Compresa la grottesca conferenza stampa dei ministri tedeschi Alexander Dobrindt (Interni) e Johann Wadephul (Esteri), i quali non dicono perché sono così sicuri che si tratti di un attentato di Mosca ma parlano cinque minuti e poi se ne vanno, senza accettare domande. È piena la Rete di Osint, di considerazioni più o meno fondate, di dubbi ragionevoli, noi qui non ci dilunghiamo. Giornali e Tv, ovviamente, hanno reagito come un sol uomo (e forse non è un modo di dire): Russia colpevole, lo dice la Germania. A mettere qualche mano avanti sulla versione dominante sono rimasti solo quelli che se ne intendono: per esempio Stephen Bryen, già fondatore dell’agenzia anti-spionaggio tecnologico del Pentagono, sentito dal nostro Roberto Vivaldelli.
Il fatto è che che tutto questo serve poco e conviene ancor meno a Vladimir Putin, che con l’invasione dell’Ucraina nel 2022 si è messo in una grana da cui può uscire solo andando avanti e sperando nella vittoria (Quale? quando? A che prezzo?), mentre conviene molto a una serie di disperati che stanno dalle nostre parti. Prendiamo il Governo tedesco. La popolarità del cancelliere Friedrich Merz ormai si conta sulle dita (tra il 13 e il 22% a seconda dei sondaggi, comunque al minimo storico: al suo confronto il povero Olaf Scholz era un gigante) mentre il 6 settembre si vota in Sassonia-Anhalt con il rischio di vedere la destra di Alternative für Deutschland (AfD) andare al governo da sola nel land celebre per la sua industria chimica. Afd, a parte le altre caratteristiche, si distingue per aver sempre criticato lo scontro europeo con la Russia: non pare anche a voi che il caso del drone di Lipsia caschi fin troppo a fagiolo per il disperato Merz? E la disperazione dalle sue parti dev’essere enorme se il ministro della Difesa Boris Pistorius si è spinto a chiedere di aprire la procedura per mettere al bando l’AfD. Quanto dev’essere disperato, un Governo, per tentare una mossa come quella ai danni del secondo partito di Germania? Cioè per preferire il suicidio politico a un’onorevole (e poi perniciosa, ma questo è un altro discorso) sconfitta sul campo? D’altra parte, parlando sempre di disperazione. Pistorius è quello che ha inviato lettere a 298.200 diciottenni nell’ambito del nuovo programma di servizio militare volontario per il 2026 e ha raccolto 530 arruolamenti (tasso di adesione: 0,18%) e da fine politico che conosce il Paese ha subito proposto la leva obbligatoria.
Il drone di Lipsia, poi, ha rivitalizzato gli zombie del radicalismo europeo, prima fra tutti Kaja Kallas, responsabile per la politica estera Ue, e si vede. La Kallas è subito partita all’attacco con i suoi cavalli di battaglia. Per esempio: bloccare l’ingresso nella Ue ai cittadini russi che, dice lei, sono “ospiti” dei nostri Paesi ma ne approfittano per fare le loro porcherie da spie. Per carità, fate pure. Tenete però presente che i viaggiatori russi in Europa nel 2025 sono stati più di 500 mila, dei quali 161.121 in Italia, 156.547 in Francia (ma Macron non se li mangiava a colazione, i russi?) e 123,359 in Spagna (dati Die Welt). A parte alcune decine di spie acquattate nell’ombra, gli altri sono turisti paganti, non “ospiti”, e quasi sempre paganti pure bene. Glielo dice la Kallas agli operatori turistici e agli agenti di viaggio? La Kallas non lo sa ma siamo messi così bene che abbiamo la benzina a 2,039 euro al litro (se ti fai il pieno da solo fuori dalle autostrade, altrimenti vai a 2,124 se la fai in autostrada) e il diesel a 2,146, pur godendo del taglio delle accise. Sono gli stessi prezzi del 2022: quattro anni e mezzo di guerra per ritrovarci allo stesso punto.
Sempre la Kallas (mai un momento libero, la signora...) riporta in vita l’idea di prendere i 210 miliardi di asset russi “immobilizzati” (non “congelati”, tra poco vedremo perché) in Europa e passarli all’Ucraina. Anche qui il tempismo è tutto. Il 24 agosto, trentacinquesimo anniversario dell’indipendenza del Paese, Volodymyr Zelensky ha detto che all’Ucraina “servono molti più soldi” per difendersi dalla Russia. Salta fuori il drone di Lipsia e la Kallas propone di passargli 210 miliardi. Un’altra mossa della disperazione: nulla di quanto intrapreso finora dall’Europa ha raggiunto lo scopo prefissato (non dimentichiamo che era: sconfiggere la Russia sul campo) e quindi adesso proviamo con i soldi.
Intanto l’idea di riversare una tale montagna di denaro in un’Ucraina che, sia più o meno simpatico dirlo, è crivellata dagli scandali di corruzione fino a lambire la porta della Presidenza, e proprio nei settori in cui quei denari dovrebbero essere impiegati, lascia almeno perplessi. Ma poi la Kallas forse ignora quanto ha detto proprio nei giorni scorsi il Primo Ministro belga Bart De Wever: “I fondi della Banca Centrale Russa sono immobilizzati, non congelati. La maggior parte di essi si trova in Belgio, presso il depositario Euroclear. Sono immobilizzati per un periodo indeterminato. Questa è stata una decisione molto importante, perché non si possono semplicemente prelevare i soldi di qualcun altro. Non siamo in guerra con la Russia. L’Europa non è in guerra con la Russia. Non si possono semplicemente confiscare i soldi di qualcuno, sarebbe un atto di guerra. Non bisogna sottovalutare queste cose. Nella storia, non ci sono precedenti simili. Anche durante la Seconda Guerra Mondiale, i fondi immobilizzati non sono stati confiscati. Se si facesse questo ora, sarebbe qualcosa di inaudito e comporterebbe gravi conseguenze”. A quanto pare, dunque, la Kallas vuole entrare in guerra con la Russia. Geniale.
Nel grande catino della disperazione, poi, entra anche l’unico che abbia diritto a provarne, ovvero il presidente ucraino Zelensky, che da quattro anni e mezzo fa di tutto per difendere il proprio Paese. Negli ultimi tempi ha provato ogni cosa: colpire le navi russe, e i russi hanno cominciato a colpire le sue e i suoi porti. Colpire le raffinerie russe, e i russi hanno colpito le sue centrali elettriche. Colpire i magazzini e le aziende, e i russi si sono messi a fare altrettanto. Alla fine è sbottato e ieri ha dichiarato quanto segue: “Oggi vogliamo avvertire ogni compagnia aerea che utilizza lo spazio aereo russo, ogni assicuratore e tutti coloro che utilizzano ancora i principali aeroporti russi: lo spazio aereo russo sta diventando completamente insicuro... I giorni sicuri nei cieli della Russia sono finiti”. Ha detto comunque che non colpirà aerei civili, ma «la presenza dei droni nei cieli della Russia sarà su una scala che deve essere considerata».
Molti si sono subiti sperticati a dire che Zelensky non ha minacciato di abbattere voli civili nei cieli della Russia. Ma alla fin fine quel che Zelensky ha detto in sostanza è: Noi lanciamo i nostri droni, se ci va di mezzo un vostro aereo sono cazzi vostri. O giù di lì. Disperazione pura. Su Mosca e altre città della Russia volano compagnie turche, qatariote, cinesi, emirati, bielorusse, indiane... Glielo dice lui a Modi o a Xi Jinping che gli ha abbattuto un aereo e sono cazzi suoi?
E alla via così, spacciando per strategia rattoppi sempre più colorati ed evidenti. Il nostro ministro Crosetto prende come consulente l’ex enfant prodige della politica ucraina, Mychaylo Fedorov, appena prima che salti fuori che da ministro della Difesa questi ha aperto una voragine da 27 miliardi nel budget del ministero della Difesa. Uscito da lì, il patriota Fedorov si è fatto fare un’esenzione dal servizio militare da una Ong finanziata dagli americani, dai quali si è subito recato per mettersi in affari. Gli americani dicono che l’ex generale Vannacci è un agente della Russia e subito il vice-premier Tajani si lancia a paventare influenze russe sulle elezioni del 2027, come se non fosse dal 2016, prima elezione di Trump, che andiamo avanti con queste pagliacciate. E come se non fosse chiaro che i voti a Vannacci serviranno soprattutto a impedire la formazione di un governo politico per farci tornare a un Mario Draghi o Mario Monti d’antan.
E Trump? Gli era andata bene con il Venezuela e non ha resistito a farla fuori dal vaso. Si è cacciato in un colossale pantano con la guerra contro l’Iran e ora, non sapendo più quale panzana sparare, ricicla ai giornalisti la storia che “tre mesi fa, secondo i dati disponibili, in Iran sono stati uccisi 52.000 manifestanti. Ora sento che il numero dei morti è aumentato di altri 20-25.000. Pertanto, il numero totale dei manifestanti uccisi è di circa 65.000”. Dimostrando tra l’altro di conoscere male non solo l’Iran ma anche l’aritmetica.
Va così, facendo finta di essere sani. A proposito: tante polemiche per la presenza del ministro delle Finanze russo, Anton Siluanov, al G20 negli Usa. Avrebbero dovuto ascoltarlo, invece. Soprattutto quando diceva: “Negli ultimi quattro anni, le spese per interessi sostenute dai Paesi del mondo per il servizio del debito pubblico sono aumentate del 50%, e i Paesi sviluppati stanno già destinando fino all’80% dei nuovi prestiti al rifinanziamento del debito esistente”. Lui ci spiega che siamo nei debiti fino alle ascelle e loro lo escludono dalla foto finale del G20, come se fossero in quinta elementare. E poi dicono il Titanic...
03/09/2026
Germania - La paura di perdere le elezioni scatena l’escalation contro la Russia
La “crisi dei droni” all’aeroporto di Lipsia, capitale del Land della Germania orientale in cui si vota domenica, è venuta crescendo di giorno in giorno, con il chiaro obiettivo di indicare nella “guerra ibrida” della Russia il convitato di pietra di un risultato elettorale che nei sondaggi vede in testa la formazione di destra AfD e il crollo dei partiti della coalizione di governo (Cdu e Spd).
Del resto, come scrive Guido Olimpio sul Corriere della Sera, “la guerra ibrida è una coperta, molto lunga, estendibile a seconda dei momenti e senza confini”. Talmente estendibile che può essere giocata anche in una campagna elettorale in salita per le attuali classi dirigenti e utilizzata contro i propri avversari politici.
Oggi tutto il fronte europeo guerrafondaio saluta l’ulteriore escalation di ostilità scatenata dal cancelliere Merz contro la Russia, augurandosi che questa metta in difficoltà sia la destra in ascesa nei lander tedeschi ma anche chi si oppone allo scatenamento della guerra in Europa che proprio i servizi di intelligence tedeschi – e la Nato – prevedono entro il 2030.
L’alleanza di guerra ha dichiarato di essere solidale con la Germania “dopo l’attacco ibrido della Russia”, ha scritto il Segretario Generale NATO Mark Rutte.
La Russia dal canto suo ha negato il coinvolgimento nell’incidente di Lipsia e vede una provocazione che “serve esclusivamente gli obiettivi di Kiev e dell’ala militarista della classe politica europea”.
“Mosca mostra una “aperta ostilità” verso la Germania e nessuna volontà di compromessi”, ha dichiarato ieri a Berlino il ministro degli Esteri tedesco Wadephul. “Al contrario, con l’attacco con droni a Lipsia, la leadership russa aveva deciso consapevolmente di danneggiare ulteriormente il rapporto”.
“Sono spariti i mormorii sulle potenze straniere” – scrive il quotidiano economico Handesblatt – ora la colpa ufficiale del fallito attacco all’aeroporto di Lipsia è ufficialmente la Russia. “In Germania, i partiti AfD e BSW stanno già facendo un favore al governante del Cremlino chiedendo la cessazione degli aiuti all’Ucraina. Vengono applauditi sui social network dai troll di Putin” chiosa il giornale portavoce del crescente complesso militare-industriale tedesco.
L’utilizzo sul fronte interno del pretesto della guerra ibrida è diventato ormai spudorato. La logica del nemico all’interno manovrato dagli agenti esteri è un format classico di tutte le guerre e delle misure repressive che di conseguenza vengono adottate all’interno dei paesi coinvolti. Secondo questo schema, come scrive Olimpio sul Corriere della Sera, “sono gli agenti di influenza stranieri quelli che commissionano compiti sul campo come campagne di disinformazione, gesti per suscitare polemiche interne ai Paesi considerati ostili”.
In pratica ogni critica ai governi in carica, alle loro alleanze internazionali, alle loro leggi, non è più esercizio della lotta politica ma diventa “intelligenza con il nemico”.
Questa visione – e le misure repressive che ne conseguono – del resto erano state illustrate fin troppo esplicitamente anche nel dossier sulle guerre ibride che il ministro Crosetto ha consegnato nel novembre scorso fa al Consiglio Supremo della Difesa al Quirinale.
Come nei bui anni Trenta del secolo scorso, anche oggi in Europa è quanto accade in Germania a dare il ritmo.
Ci siamo detti spesso che la storia non si ripete se non come farsa, ma qui abbiamo davanti agli occhi delle classi dirigenti in Europa che non hanno né il senso della storia né quello della farsa. Al contrario siamo in presenza di quell’avventurismo delle classi dirigenti che ha sempre trascinato i popoli dentro il baratro. Fermiamoli!
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26/08/2026
Ucraina - Soldi europei ma armamenti extraUe. L’autolesionismo di Bruxelles
L’Ucraina ha ottenuto da Bruxelles alcune deroghe che le consentono di procurarsi equipaggiamenti militari anche fuori dall’Europa nell’ambito dell’Ukraine Support Loan (il prestito comunitario per il sostegno bellico a Kiev).
La Francia sta ora cercando di limitare la durata di queste deroghe, nel tentativo di fare in modo che una quota maggiore dei fondi garantiti dall’Ue sostenga la produzione della difesa europea e, potenzialmente, francese, secondo quanto risulta a Euronews.
L’Ukraine Support Loan approvato ad aprile dai Paesi dell’Ue prevede ben 90 miliardi di euro per sostenere lo sforzo bellico ucraino nel 2026 e 2027. È suddiviso in 30 miliardi di euro di sostegno economico e 60 miliardi di euro di assistenza militare.
Secondo le condizioni del prestito, l’Ucraina non dovrebbe coprire più del 35% del costo totale di un prodotto per la difesa con forniture provenienti al di fuori dell’Ue e dello Spazio economico europeo.
Mentre la Francia chiede limiti precisi alle deroghe e rispetto delle quote di acquisto di armamenti europei all’Ucraina, con una forte dose di autolesionismo i ministri della Difesa di Svezia, Paesi Bassi, Germania, Danimarca, Estonia, Polonia, Lettonia, Finlandia e Lituania hanno scritto all’Alta rappresentante dell’Ue per la politica estera Kaja Kallas e al commissario alla Difesa Andrius Kubilius, chiedendo che l’Ucraina abbia la massima flessibilità possibile per acquistare gli equipaggiamenti di cui ha bisogno.
“Continuiamo a sottolineare che la rapida approvazione dei piani di fornitura è fondamentale, anche attraverso un uso pragmatico della deroga per l’acquisto di materiali prodotti da Paesi terzi”, si legge nella lettera.
La Francia al contrario sta invece facendo pressione sulla Commissione affinché, alla fine, le deroghe lascino più spazio alla produzione europea di armamenti.
Le ripetute ambiguità della Commissione europea in materia di forniture militari e assistenza economica all’Ucraina, hanno fatto si che la Commissione dovrà trovare un equilibrio delicato tra interessi divergenti: da un lato vorrebbe approfittare della guerra in Ucraina per rafforzare la produzione europea nel settore della difesa e ridurre la dipendenza strategica dai fornitori esteri nel medio-lungo periodo, dall’altro vuole assicurarsi che l’Ucraina disponga comunque degli armamenti necessari per proseguire la guerra con la Russia.
Dunque i ripetuti e cospicui finanziamenti comunitari all’Ucraina per proseguire la guerra con la Russia, che teoricamente intendevano essere un volano per le industrie militari europee, rischiano di diventare una ulteriore fonte di finanziamento per le industrie belliche statunitensi o israeliane.
Sul fronte interno il governo Meloni, dopo aver negato per settimane, ha invece deciso di utilizzare 8 miliardi dei crediti di guerra europei (il fondo Safe) sui 14,9 disponibili per l’Italia. Ufficialmente è per ricostruire le scorte di magazzino degli armamenti inviati in Ucraina, in realtà serviranno all’acquisto di nuovi armamenti.
Intanto relativamente all’annuncio dato due giorni fa da Macron sulle manovre militari ai confini e all’interno dell’Ucraina dei paesi “volenterosi” per ottobre/novembre, la Russia ha fatto sapere di ritenere l’ipotesi inaccettabile.
“Non è la prima volta che si discute dell’intenzione di schierare contingenti militari provenienti da paesi membri dell’Alleanza Atlantica sul territorio ucraino” – ha dichiarato il portavoce del Cremlino Peskov – “La condizione è ‘dopo la fine del conflitto’. Ma abbiamo ripetutamente ribadito a vari livelli la nostra posizione, ovvero che lo schieramento di contingenti militari stranieri provenienti da paesi dell’Alleanza Atlantica è per noi inaccettabile”.
In queste ore Mosca è al centro di un frenetico via via diplomatico dagli Stati Uniti e dal Vaticano. Su questo vedi l’articolo pubblicato in altra parte del giornale.
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21/08/2026
Mentre discutevamo della fine della storia, la Cina costruiva il futuro
di Pasquale Liguori
Appunti di un mese in Cina, con Arlacchi come compagno di viaggio.
Una sensazione precisa mi ha accompagnato lungo quasi un mese di viaggio in Cina, da Pechino a Xi’an, da Chengdu alla vertigine di Chongqing, poi verso Guilin e Yangshuo, fino alla modernità di Shenzhen e alla stratificazione anomala di Hong Kong, prima del ritorno alla capitale.
Lo stupore per le dimensioni del Paese, per la velocità dei treni, per la densità delle metropoli, per la tecnologia ormai fusa con i gesti più ordinari della vita quotidiana si consuma in fretta, come ogni meraviglia turistica.
Quello che resta, e che continua a lavorare sottopelle giorno dopo giorno, è più profondo: è l’impressione di attraversare una società che tratta il presente come materia ancora plasmabile e considera il futuro una costruzione politica e organizzativa, un orizzonte da conquistare.
Questa percezione nasce da fatti molto concreti, dalla puntualità dei trasporti alla pulizia degli spazi pubblici, dalla qualità di infrastrutture capaci di servire una popolazione immensa alla continuità dei servizi, dall’ordine di stazioni attraversate ogni giorno da masse umane di dimensioni per noi inconcepibili alla capacità di rendere semplice ciò che, dalle nostre parti, sembra complicarsi anno dopo anno.
E, tuttavia, il punto decisivo cade oltre l’efficienza. Soprattutto, oltre la formula caricaturale dell’efficienza autoritaria con cui buona parte del discorso occidentale crede di aver già liquidato tutto. Colpisce piuttosto la persistenza di una volontà organizzatrice, il fatto che dietro la materialità delle cose sopravviva l’idea di una direzione collettiva dello sviluppo.
Ancora più sorprendente risulta il verde. Oltre a quello sovrabbondante di Guilin e Yangshuo, dove il paesaggio carsico e i fiumi sembrano appartenere a un’immagine della Cina anteriore di secoli alla modernità, colpisce il verde incorporato nelle grandi città, lungo le arterie e sulle pendici, dentro l’incredibile sovrapposizione verticale di Chongqing e perfino nella Shenzhen cibertecnologica che l’immaginario europeo ridurrebbe volentieri a cemento ed elettronica.
Smette di funzionare come ornamento e diventa il segno materiale di quella “civiltà ecologica” entrata da anni nel lessico istituzionale e costituzionale cinese, capace di trasformare la gigantesca questione ambientale prodotta dall’industrializzazione in un nuovo terreno dello sviluppo.
Questo non significa fabbricare una Cina immaginaria, priva di tensioni e conflitti. Il punto sta altrove. Una società può essere attraversata da contraddizioni enormi e conservare insieme la capacità politica di intervenire su di esse.
È forse questa la prima cosa che il viaggio rende difficile dimenticare, soprattutto per chi proviene da una parte del mondo educata a trattare i problemi strutturali come fenomeni meteorologici, eventi da subire, gestiti negli effetti con la correzione di qualche coefficiente, invocando la crescita e la benevolenza dei mercati.
Durante il viaggio avevo con me La Cina spiegata all’Occidente di Pino Arlacchi, scelto senza intenzione di farne una guida e senza cercare nel Paese reale la conferma meccanica di una tesi.
È accaduto qualcosa di più serio, perché quelle pagine hanno allargato le domande che il viaggio poneva da sé, dando profondità storica a impressioni altrimenti destinate a restare in superficie e rendendo sempre più difficile liquidare come episodico ciò che continuava a ripresentarsi davanti agli occhi.
Arlacchi ha funzionato da vero compagno di viaggio, capace di amplificare l’esperienza senza diventarne il centro. Mentre attraversavo una Cina violentemente contemporanea, il libro riportava lo sguardo indietro di secoli e mostrava quanto poco si comprenda questo Paese facendolo cominciare nel 1949, oppure nel 1978 con Deng Xiaoping.
A Xi’an la profondità storica diventa quasi fisica, perché l’Esercito di Terracotta si sottrae allo statuto di reperto monumentale di una civiltà scomparsa, così come la Città Proibita rifiuta di ridursi al residuo museale di un ordine cancellato. In entrambi i casi si avverte una continuità inquieta, dove le rotture gigantesche della storia, rivoluzione compresa, rielaborano gli strati precedenti invece di azzerarli.
L’appassionata insistenza di Arlacchi sul lungo filo della costituzione materiale cinese, sul ruolo dello Stato e sulla tradizione amministrativa, sulla selezione delle classi dirigenti e sul valore attribuito alla competenza, rischierebbe di irrigidirsi in un’essenza immobile dell’“essere Cina” qualora venisse presa come chiave unica.
Resta però difficile negare che la Cina contemporanea nasca da una combinazione singolare tra questa lunga durata, la cesura rivoluzionaria del Novecento e la straordinaria sperimentazione istituzionale ed economica degli ultimi decenni.
Forse è proprio la capacità di tenere insieme ciò che il nostro pensiero separa con ostinazione a rendere la Cina tanto difficile da interpretare in Occidente. Confucio e Mao convivono con uno Stato fortissimo e un’economia di mercato, la continuità millenaria procede insieme alla trasformazione tecnologica più rapida del pianeta, la centralizzazione politica si accompagna a una sperimentazione locale di frontiera.
Il lessico occidentale pretende ogni volta di costringere il fenomeno dentro un’alternativa: socialismo o capitalismo, mercato o pianificazione, democrazia liberale o dittatura. La Cina, invece, elude il bivio. Sicché, quando un oggetto storico resiste alle nostre categorie, preferiamo sospettare dell’oggetto piuttosto che interrogarci sui pregiudizi e sulla natura delle categorie.
Così la formula “socialismo con caratteristiche cinesi” viene trattata come un espediente propagandistico. Mercato, impresa privata e grandi ricchezze sembrano autorizzare un verdetto già scritto, capitalismo, e il potere saldamente in mano al Partito Comunista aggiorna la sentenza in capitalismo autoritario. Si tratta di una definizione comoda soprattutto perché permette di risparmiare l’analisi.
La domanda seria riguarda invece il posto che il mercato occupa dentro la formazione sociale cinese, il rapporto tra capitale privato e potere politico, il controllo del credito e delle grandi infrastrutture, della terra, dell’energia, delle reti strategiche e della direzione complessiva dell’investimento. A questo punto il problema si fa tagliente, perché smette di ruotare attorno alla semplice presenza del mercato e tocca il nodo essenziale: chi comanda chi.
Shenzhen offre l’illustrazione più istruttiva dell’intero viaggio. A uno sguardo distratto sembra la prova definitiva del successo capitalistico cinese, metropoli vertiginosa cresciuta nel segno della tecnologia, dell’impresa e del consumo. Basta spostare di poco la domanda perché l’immagine cambi natura.
Da quale decisione politica è nata Shenzhen? Quale intreccio tra Stato, territorio, credito, ricerca, manifattura e capitale ha consentito di costruire una città di quella scala in pochi decenni? All’improvviso quella che sembrava una “vittoria spontanea del mercato” si rivela come una delle più gigantesche operazioni di pianificazione e di politica industriale della storia contemporanea.
L’interesse del caso cinese sta esattamente nella capacità di impiegare strumenti diversi subordinandoli a una strategia più ampia. Il mercato viene usato e orientato, privato di quella sovranità politica che il neoliberismo occidentale ha elevato a dogma. Da noi lo Stato si presenta ogni mattina davanti al tribunale dei mercati, mentre in Cina è il mercato a operare dentro una cornice che lo Stato rivendica ancora il potere di modificare.
Dopo decenni in cui ci è stato somministrato che privatizzare significava modernizzare, che la pianificazione apparteneva al museo delle ideologie e che la proprietà pubblica era per natura inefficiente, trovarsi davanti a una società capace di usare massicciamente il mercato senza consegnargli il comando produce un cortocircuito inevitabile.
Il cortocircuito si aggrava osservando che proprio questa società ha costruito in poco più di quarant’anni infrastrutture, filiere tecnologiche e progetti urbani che alle nostre latitudini richiederebbero ere geologiche.
Viaggiando, questa densità politica dello spazio torna di continuo, mentre nelle città europee si percepisce sempre più raramente. La trasformazione conserva lo statuto di azione possibile e le città vengono ampliate, riforestate, connesse, ripensate in rapporto ai prossimi decenni da chi evidentemente immagina di abitarli.
E così la questione cinese smette di riguardare soltanto la Cina. Riguarda noi, il trasferimento di una parte enorme del potere reale dalla decisione politica al complesso privato tecnico-militare-finanziario-industriale, il paradosso di sistemi che si dicono “democrazie” mentre riducono la libertà alla scelta periodica di chi amministrerà un quadro di compatibilità dichiarato intoccabile.
Da qui la povertà della rappresentazione occidentale della Cina. L’informazione dominante raramente sembra interessata a comprendere la specificità di quella formazione sociale e lavora piuttosto a ricondurre ogni fenomeno alla conferma di un verdetto pronunciato in anticipo, funzionando da megafono ideologico dell’ordine che l’ha prodotta, fatto di deregolamentazione, finanziarizzazione e mercato elevato a principio superiore di razionalità sociale.
Una Cina compresa nella sua complessità risulterebbe assai più disturbante di una Cina demonizzata, perché costringerebbe a domandarsi se l’evoluzione occidentale degli ultimi decenni sia davvero l’unica forma possibile della modernità.
Molto più economico spiegare ogni risultato cinese con la parola “autoritarismo”, come se una parola bastasse a produrre una ferrovia, una politica industriale, una rivoluzione energetica o una metropoli.
A dare forma teorica a queste domande ha contribuito la teoria della “tripla rivoluzione” proposta dai marxisti cinesi Cheng Enfu e Yang Jun, secondo i quali la storia della Repubblica Popolare rifiuta di lasciarsi leggere come una rivoluzione originaria seguita da una lunga normalizzazione e infine da una restaurazione capitalistica.
Propongono una continuità più inquieta e più fertile, dalla rivoluzione per la conquista del potere alla rivoluzione della riforma, fino alla rivoluzione della nuova fase storica, dove la trasformazione delle forme economiche e istituzionali coincide con la ridefinizione storica dell’orizzonte socialista piuttosto che con il suo abbandono.
La tesi obbliga a una verifica costante dei rapporti di proprietà, delle condizioni del lavoro, dell’autonomia o subordinazione del capitale, del potere reale delle istituzioni pubbliche, e resta comunque immensamente più feconda della formula pigra del “capitalismo di Stato”, perché rimette in movimento ciò che il pensiero occidentale ha già archiviato.
La domanda decisiva riguarda la possibilità che una rivoluzione continui dopo la presa del potere, cambiando gli strumenti della propria politica economica senza dissolversi, usando il mercato senza riconoscergli sovranità, attraversando compromessi, ritirate e accelerazioni pur continuando a concepirsi come trasformazione di lunga durata.
Sono esattamente le domande che la sinistra occidentale ha smesso di porsi nel momento in cui ha smesso di immaginare concretamente la trasformazione.
Il caso italiano, osservato dalla scala cinese, assume tratti quasi caricaturali. Arlacchi ha notato con una certa perfidia che buona parte della nostra classe politica, sottoposta ai criteri di selezione vigenti in Cina, faticherebbe ad amministrare qualche centro urbano minore.
La valutazione mi pare persino indulgente, perché il problema italiano precede ormai la competenza: la capacità di governare trasformazioni complesse è stata sostituita dal teatrino social, dal posizionamento quotidiano, dal talk show e dal sondaggetto.
Il risultato sta sotto gli occhi di tutti, con un Paese che invecchia, servizi pubblici impoveriti, ricerca e università trattate come costi superflui, salari stagnanti da trent’anni, giovani spinti all’estero e un dibattito pubblico infinitamente più occupato da ridicole polemiche che dalla domanda su cosa possa diventare l’Italia fra venti o trent’anni. Osservata dalla scala cinese, questa irrilevanza diventa quasi fisica.
Ancora più impressionante è il contrasto con la direzione dello spazio euroamericano. Di fronte all’ascesa di una potenza economica, tecnologica e politica che marginalizza la centralità occidentale, la risposta prevalente evita accuratamente di aprire una nuova stagione di investimenti sociali, scientifici e industriali e preferisce barriere, dazi, sanzioni, militarizzazione, riarmo.
Per decenni ci hanno spiegato che le risorse per sanità, welfare e istruzione andavano razionalizzate fino alla scarsità e, davanti alla succulenta possibilità di business per i signori della guerra, i limiti di bilancio diventano improvvisamente elastici.
Siamo alla furia regressiva. Un Occidente che ha edificato nel sangue la propria grandezza, presentandola poi come forma definitiva della modernità politica, reagisce alla perdita di centralità irrigidendo le proprie strutture, alza barriere dopo avere predicato il libero mercato, impone arbitrariamente dazi mentre accusa gli altri di violare la concorrenza, investe nel riarmo dopo avere smantellato per decenni la capacità sociale dello Stato, proclama diritti universali mentre convive con la distruzione di intere popolazioni.
Niente di tutto questo santifica la Cina. Serve piuttosto a vedere quale mondo continua a progettare il futuro e quale si limita a difendere, per giunta in pessimo modo, il proprio privilegio passato. Una società che, dentro contraddizioni e conflitti aperti, continua a progettare infrastrutture, transizione energetica, città e sviluppo produttivo su orizzonti generazionali si confronta con società che hanno sostituito il progetto del futuro con la difesa sempre più aggressiva di un primato ereditato.
Resta la sensazione di avere incontrato dal vivo un Paese che tratta la storia come un campo ancora aperto e riconosce alla politica una facoltà che noi abbiamo dimenticato, quella di decidere una direzione e di organizzare il tempo lungo.
Arlacchi non mi ha consegnato la spiegazione della Cina: ha fatto qualcosa di più utile, impedendo che ciò che vedevo restasse semplice stupore, costringendo ogni impressione a misurarsi con la lunga durata e demolendo la pretesa che l’Occidente possieda già tutte le categorie necessarie per giudicare quanto accade altrove.
Guardare davvero la Cina significherebbe sospendere almeno per un momento l’abitudine di giudicare il mondo dal centro di un Occidente che chiama universali le proprie categorie mentre perde la capacità di trasformarsi.
Vorrebbe dire ammettere che il mercato non costituisce una legge naturale, che la pianificazione può appartenere al futuro, che lo Stato può essere qualcosa di diverso dall’amministratore della redditività privata e che la modernizzazione rifiuta di coincidere con l’occidentalizzazione.
Soprattutto imporrebbe di accettare la possibilità che il nostro sistema culturale e mediatico lavora a rimuovere: mentre discutevamo se la storia fosse finita, uno dei suoi centri più antichi tornava a orientarne il movimento.
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13/08/2026
Lezioni dall’America: “al centro si perde”
Quindi va seguita e analizzata, perché fornisce anche involontariamente indicazioni di massima sul nostro prossimo futuro. Una premessa è però indispensabile: bisogna lasciare la tentazione della tifoseria – antica piaga del cosiddetto “dibattito politico” italiano – fuori dalla porta.
Sappiamo che negli Usa la svolta reazionaria ormai ha una storia pluridecennale. Trump ha vinto una prima volta nel 2016, il mondo “Maga” ha lentamente condensato varianti inguardabili che vanno dal neonazismo al Ku Klux Klan, seminando in America e nel mondo idee deliranti che sono dichiarazioni di guerra (tipo la “remigrazione”, lì fisicamente istituzionalizzata nell’ICE, una forza paramilitare dipendente solo dal presidente).
Questa svolta ha praticamente eliminato la sponda repubblicana del cosiddetto establishment – quell’insieme di istituzioni, abitudini, istituti di ricerca, parlamentari, funzionari, militari, idee, ricette economiche e di governo del mondo, ecc. – che aveva garantito per la sua parte un’alternanza senza scosse al vertice politico statunitense.
Dagli anni ‘80 in poi, esaurita la fase hard della restaurazione conservatrice – Thatcher in Gran Bretagna e Reagan negli Usa – il neoliberismo era diventato pensiero unico, determinando sia gli indirizzi economici che la gestione amministrativa degli Stati, demolendo e cancellando ogni traccia di “stato sociale”.
Sul versante politico-partitico ciò si è velocemente tradotto in “taglio delle ali estreme” – sia di destra che “di sinistra” – e nella presunta legge non scritta della politica elettorale occidentale: si vince al centro.
Il principale corollario “democratico” è ben noto: si partecipa alle elezioni per “battere la destra”, e questo significa per prima cosa rinunciare a qualsiasi pretesa di “cambiamento”. L’ultimo esempio fuori tempo è di questi giorni, con la deputata Elisabetta Piccolotti in Fratoianni (Avs), pronta a spiegare che “la priorità è battere la destra, del disarmo ci occuperemo dopo” (cioè: mai).
Poi, improvvisamente, dall’America sono partite le onde d'urto di un big bang totalmente inaspettato. Un musulmano che si definisce apertamente “socialista” e pro-palestinese diventa sindaco di New York, mobilitando attivisti sociali con un programma fatto di asili nido, trasporti pubblici gratuiti o quasi, supermercati a prezzi popolari, ecc.
A seguire arriva la “collega” Katie Wilson a Seattle (sede, insieme alla Silicon Valley del settore big-tech), e poi una valanga di candidati alle elezioni di midterm (primo martedì di novembre) che stracciano alle primarie le vecchie cariatidi che occupavano da più mandati le poltrone “dem” al Congresso.
Ci sono Chris Rabb, nel 3° Distretto della Pennsylvania che vuole la sanità per tutti e l’abolizione dell’ICE. Melat Kiros, nel 1° Distretto del Colorado, che ha sconfitto la deputata in carica da 29 anni, Diana DeGette, aggiungendovi la fine degli aiuti militari a Israele.
Cori Bush, nel 1° Distretto del Missouri. Claire Valdez, nel 7° Distretto dello Stato di New York, sostenuta da Zohran Mamdani. Darializa Avila Chevalier, nel 13° Distretto di New York. Donavan McKinney, nel 13° Distretto del Michigan (capitale Detroit, “città dell’auto” e della residua classe operaia statunitense). Oliver Larkin, nel 25° Distretto della Florida.
Spiccano su tutti Abdul El-Sayed – anche lui in un distretto del Michigan, medico di chiare origini arabe e apertamente a favore dei palestinesi – e Peggy Flanagan, nella foto d’apertura, della White Earth Nation (Ojibwe) nel Wisconsin, che potrebbe diventare la prima donna “pellirossa” ad entrare nel Congresso.
È andata male di pochissimo (4.000 voti di scarto) a Francesca Hong, origini sudcoreane, malvista anche da alcuni “socialisti” per diverse prese di posizione ritenute “eccessive”.
Si tratta – ricordiamo sempre – di “socialisti con caratteristiche americane”, che sulla politica estera magari dicono sconcezze inascoltabili. Ma segnano comunque un “cambio di direzione” del senso comune e del discorso pubblico statunitense, recuperando una certa percentuale di quel “riformismo socialdemocratico” che agli occhi dell’elettorato sembra “comunismo trinariciuto”. E che così viene combattuto da Trump e dai “Maga”.
Se non si cede alla stupidaggine da tifosi ci si può accorgere che tutti costoro hanno vinto potendo contare su pochi soldi, al contrario dei loro avversari nelle primarie e ancor più alle prossime elezioni (l’Aipac, il fondo israeliano, ha finanziato 361 dei 535 deputati o senatori attuali), ma grazie ad una folla di attivisti che hanno battuto casa per casa, porta a porta, social per social.
Significa che non serve mettersi a questionare sulla percentuale di “spirito rivoluzionario” o riformista presente nelle loro dichiarazioni e/o idee. Tutti costoro non sono e non hanno la “soluzione” per i problemi delle classi povere americane, ma sono il sintomo della gravità della situazione.
Il sintomo, cioè, dell’impossibilità di migliorare la loro condizione seguendo le ricette sia dell’establishment neoliberista (la residua fazione che controlla ancora il “partito democratico”), sia quelle del neofascismo Maga.
Non per caso molti di questi candidati e prossimi parlamentari è di origini unamerican, ossia non bianchi, non anglosassoni e non protestanti. Evidentemente la “faglia del colore” o della cultura da cui si discende rende più semplice spostare i veli ideologici che nascondono le discriminazioni di classe, etniche, “religiose”.
La lezione da trarre, insomma, non consiste nel “copiare” quel che dicono o fanno, ma nel capire che “al centro si perde”. Perché l’adesione al neoliberismo – in versione hard (tipo Pd, insomma) o “moderata” (tipo Avs) – è la ragione che ha portato le “sinistre” a perdere la capacità di rappresentare i ceti popolari.
Una verifica immediata di questa nuova “legge della politica occidentale” viene dalla Francia, dove ci si prepara al dopo-Macron (un banchiere) con un’alternativa radicale alle presidenziali: i fascisti di Le Pen contro la sinistra radicale di Jean-Luc Mélénchon.
In mezzo – “al centro” ci sono solo frattaglie sparse di formazioni che al neoliberismo hanno sacrificato la loro ragion d’essere. Tipo i “gollisti”, i “socialisti” alla Glucksmann, e altri detriti senza più credibilità sociale, incapaci sia di “federarsi” che di esprimere un qualsiasi progetto differente dal semplice “non disturbare le imprese” e “sostenere l’Ucraina”.
Ma se “al centro si perde” – è questo a rendere ridicoli i maneggioni alla Renzi e Calenda, qui da noi – allora è necessario produrre una visione credibile del cambiamento necessario. Perché il malessere popolare che si aggrava nella crisi e nell’avvicinarsi delle guerre non può essere catalizzato con discorsi vaghi, nel solco della “continuità”, con facce da traditori seriali.
Con la crisi del neoliberismo si inverte insomma anche la tendenza principale della politica. Non si tratta più di “ridurre le differenze” ma di esaltarle nella loro radicalità di classe. La destra fascista lavora come sempre per i committenti (“i padroni” di qualsiasi livello, quanto a ricchezza). Sarà bene offrire qualcosa di realmente e completamente opposto.
Lo chiedono persino in America...
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Joe Biden dovrebbe morire di cancro all’Aja
Secondo Hunter, figlio dell’ex presidente, il cancro di Joe Biden si sta sviluppando in una fase avanzata.
Secondo quanto riportato dall’AP: “Il cancro alla prostata dell’ex presidente degli Stati Uniti Joe Biden si è diffuso ad altre parti del corpo e gli causa dolore, nonostante continui a esprimersi su questioni pubbliche”, ha dichiarato suo figlio Hunter in un’intervista.
In un’ampia intervista alla BBC andata in onda venerdì sera, Hunter Biden si è commosso parlando delle condizioni di salute del padre, descrivendole come molto triste da vedere:
«Il cancro si è diffuso, ha metastatizzato alle ossa e oltre», ha detto. «È molto doloroso ed è molto debilitante sotto molti aspetti».
Ho visto molte persone sui social media esprimere tristezza e dolore per la notizia della situazione di Biden, e sono d’accordo sul fatto che sia molto triste che stia accadendo. Joe Biden non dovrebbe stare a casa a morire di cancro, dovrebbe essere rinchiuso in una cella all’Aia a morire di cancro.
Il mondo è un disastro perché uomini come Joe Biden possono morire serenamente di cancro nelle loro case.
Vivono a lungo, liberi dalle conseguenze delle loro azioni mostruose.
Non trascorrono i loro ultimi giorni a marcire in una gabbia per crimini di guerra.
Nessuno li farà pagare per quello che hanno fatto.
Le persone peggiori del pianeta vengono elevate dall’impero capitalista ai più alti livelli di potere in ogni campo, peggiorando la vita di tutti, per poi morire serenamente di vecchiaia, circondate dai propri cari.
Questa è la vera fonte dei nostri problemi. Non gli immigrati. Non il “politicamente corretto”. Non le elezioni che premiano il partito politico sbagliato. La fonte dei nostri problemi è che siamo governati da psicopatici assassini e non usiamo il potere del nostro numero per rovesciarli con la forza. Che permettiamo ai tiranni di farla franca con il genocidio.
👉 Dave DeCamp @DecampDaveDecampDave
Tuo padre ha aiutato quel tizio a far crollare interi palazzi pieni di donne e bambini
Clash Report @ clashreport
Hunter Biden: Se è antisemita far notare che Bibi Netanyahu è la personificazione del male, allora non so più cosa dire alla gente. Voglio dire, aprite gli occhi. Aprite il cuore per un minuto.
Joe Biden ha appoggiato un olocausto trasmesso in diretta streaming sotto gli occhi del mondo intero, e ora se ne va da questo mondo senza aver subito alcuna conseguenza. Lo abbiamo visto tutti. Lo abbiamo visto diffondere menzogne sull’aver visto bambini decapitati e uccisi il 7 ottobre e sul fatto che il bilancio delle vittime a Gaza fosse falso, per giustificare le sue atrocità genocidarie.
E siamo in tanti. Ma non lo abbiamo fermato. Non gli abbiamo fatto pagare. Non lo useremo come esempio per mostrare a tutti perché nessuno dovrebbe mai fare quello che ha fatto lui.
Sta succedendo ovunque. Stiamo assistendo a persone potenti che scatenano guerre e genocidi, distruggono il nostro ecosistema, ci impongono l’intelligenza artificiale e ci circondano con tecnologie di sorveglianza tiranniche, e lo fanno alla luce del sole, e noi sostanzialmente lo accettiamo passivamente.
Come disse Utah Phillips: “La Terra non sta morendo, viene uccisa. E le persone che la stanno uccidendo hanno un nome e un indirizzo”.
Non è solo che la rivoluzione non si sia materializzata, è che non si è nemmeno lontanamente avvicinata a materializzarsi. Ci danno giusto il pane e i giochi circensi necessari per placarci, e poi ce ne stiamo lì seduti a sgranocchiare patatine e guardare Netflix mentre il mondo brucia.
La natura non permetterà che questa situazione continui ancora a lungo. Risveglieremo la ferocia che è in noi, oppure la ferocia della natura renderà presto questo pianeta molto meno abitabile.
O supereremo questa prova o la falliremo. E finché i Joe Biden di questo mondo vivranno a lungo senza subire conseguenze, noi stiamo fallendo.
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06/08/2026
Ancora sul Venezuela e su quanto può insegnarci quella capitolazione
di Carlo Formenti
Qualche giorno fa, commentando su questa pagina la svolta reazionaria del nuovo governo venezuelano, genuflesso ai piedi dell'imperialismo USA, citavo un articolo di Contropiano che prendeva atto della nuova situazione politica nel Paese caraibico. Nell’occasione scrivevo di condividere in gran parte, ma non del tutto, la posizione della rivista vicina alla Rete dei Comunisti. Per chiarire le ragioni di quel “non del tutto”, cito qui di seguito la parte conclusiva (che avevo tralasciato nel post in questione) dell’articolo di Contropiano:
“Dover assistere a questo processo controrivoluzionario in un paese che, insieme a Cuba, aveva dato un contributo decisivo all’ondata progressista in America Latina, all’Alba e all’ipotesi del Socialismo nel XXI Secolo, è indubbiamente doloroso per migliaia di compagne e compagni ma, purtroppo, non è una novità né una sorpresa: è una conferma del carattere sempre contraddittorio del processo storico, incluso dei processi rivoluzionari in cui è debole la soggettività che li orienta e li guida. È la conferma di come i partiti-Stato e i partiti di massa senza la selezione dei quadri, incorporino tutte le contraddizioni della società, inclusi l’opportunismo, la corruzione, la disponibilità al tradimento quando cambiano le condizioni. Lo abbiamo visto a cavallo degli anni Ottanta/Novanta in Europa, lo abbiamo visto nella stessa America Latina negli anni recenti in Ecuador, Bolivia, Perù”.Che quanto è successo in Venezuela (e ancor prima in Ecuador e Bolivia) sia doloroso per tutti coloro che auspicano la vittoria del socialismo è indubbio, così come è indubbio che il processo storico sia contraddittorio, anche se io aggiungerei che, oltre a essere contraddittorio, non è animato da alcun principio di necessità immanente, come presumono le versioni “evoluzioniste” del marxismo: ogni rottura rivoluzionaria incorpora la possibilità e non la necessità di una transizione al socialismo. Ciò non vale solo quando sussistano certe “debolezze” (sulle quali tornerò a breve) dei soggetti politici alla guida del processo rivoluzionario, vale anche se e quando le soggettività in questione sono “forti”, come quelle auspicate dagli autori dell’articolo che sto commentando.
Ma quali sono, secondo gli autori, le caratteristiche che dovrebbe avere un soggetto politico adeguato alla propria missione rivoluzionaria? Lo deduciamo dai seguenti indizi: i soggetti che incorporano rischi di opportunismo, corruzione e tradimento, sarebbero “i partiti Stato e i partiti di massa senza la selezione dei quadri”.
Eppure. A meno che non si voglia adottare quale unico esempio “corretto” di partito il modello del partito bolscevico (ma meglio sarebbe definirlo leninista, vista l’insostituibile ruolo di leadership che Lenin esercitava in tale partito), che non lo si voglia cioè elevare a modello astratto, “idealtipico”, dell’organizzazione rivoluzionaria, si è indotti a riconoscere che esso (parliamo di un pugno di rivoluzionari “di professione”, selezionati da esperienze durissime e sottoposti a una ferrea disciplina interna) ha funzionato solo ed esclusivamente nelle particolarissime condizioni storiche della Russia durante la Prima Guerra mondiale. Tutti i tentativi di clonarlo nei Paesi a capitalismo avanzato, al pari dei movimenti rivoluzionari cui tali tentativi hanno hanno dato vita, sono falliti. Viceversa, tutte le rivoluzioni socialiste vittoriose, avvenute in Paesi periferici o semiperiferici, sono state guidate da partiti che avevano caratteristiche diverse dal modello leninista.
Parto dall’America Latina. In tutte le rivoluzioni del subcontinente il ruolo dei partiti comunisti è stato marginale: non solo perché divisi in correnti ideologiche in competizione reciproca (stalinisti, trotzkisti, maoisti ecc.) ma anche e soprattutto perché si sono rivelati incapaci di radicarsi nelle masse contadine (e solo in una certa misura nelle minoranze operaie sindacalizzate) e di elaborare programmi politici in grado di raccogliere un diffuso consenso popolare. I processi rivoluzionari sono stati guidati da leader carismatici che hanno capeggiato movimenti populisti che sono riusciti a sfruttare la crisi dei regimi neoliberali di fine millennio per vincere le elezioni e andare al potere per vie legali.
La debolezza di questi regimi, più che al carattere populista (quindi interclassista) delle forze politiche che li hanno instaurati, era dovuta:
- al fatto che, malgrado abbiano varato costituzioni avanzate, non hanno costruito un nuovo Stato, come è avvenuto nella Russia del '17 e nella Cina del '49, bensì ereditato le istituzioni dello Stato borghese (già corrotte dalle loro origini postcoloniali e neocoloniali). Esercito, magistratura, università, ecc. sono rimaste saldamente in mano alle classi dominanti e hanno agito da quinta colonna dell'imperialismo appena ne hanno avuto la possibilità;
- il persistere del meccanismo elettorale della democrazia borghese li esponeva al rischio costante di essere rovesciati nel momento in cui le difficoltà economiche ne avessero eroso i loro margini di consenso;
- in simili circostanze questi margini erano destinati a ridursi perché la base sociale “strutturalmente” (o almeno virtualmente) anticapitalista (contadini, etnie originarie, classe operaia) di questi regimi non godeva di una schiacciante maggioranza numerica nei confronti della piccola media borghesia urbana tradizionale e paradossalmente – come evidenziato all’ex vicepresidente boliviano Linera[1] – delle stesse nuove classi medie, cresciute grazie alle riforme realizzate nei primi anni in cui avevano avuto il potere.
In poche parole: né lo Stato – partito (magari ne avessero messo in piedi uno!), ne il partito massa (non erano veri partiti ma movimenti interclassisti che, del resto, se non fossero stati tali, non avrebbero potuto vincere le elezioni) sono stati la vera causa della sconfitta, bensì i fattori appena elencati, assieme alla poderosa pressione esercitata dall’imperialismo Usa.
Non meno significativo il caso (o meglio i casi, perché ogni singola esperienza andrebbe analizzata nella sua specificità) dell’Africa. Qui, come cerco di spiegare nella parte del mio ultimo libro[2] dedicata alle rivoluzioni antimperialiste di quel continente, seguendo le analisi di autori come Cabral[3], Rodney[4] e Samir Amin[5], il nodo fondamentale era la lotta per l’autonomia nazionale, e il tentativo di associarla allo sforzo di costruire il socialismo, “saltando” la fase dello sviluppo capitalistico[6].
In questo caso non si può nemmeno parlare di populismo interclassista, dato che le classi operaie erano inesistenti, più che minoritarie, mentre protagoniste della lotta erano le larghe masse popolari, perlopiù di origine contadine e piccolo borghese, e le etnie oppresse guidate strati intellettuali sfuggiti al controllo dei colonizzatori[7]. Parlare di stati partito è ancora più improprio, nel senso che quei processi rivoluzionari sono stati schiacciati prima che potessero essere costruiti dei veri Stati indipendenti. Al loro posto sono sorti regimi retti da borghesie compradore al servizio delle potenze neocoloniali, mentre gli embrioni dei partiti rivoluzionari sono stati sterminati fisicamente. Parlare di stato-partito e di fallimenti dovuti all’adozione di modelli “eurocentrici”, come fanno i critici di matrice postcoloniale e decoloniale, è un’idiozia, come spiega bene un libro di Kevin Okoth[8]. I movimenti rivoluzionari africani non sono stati sconfitti per “troppo Stato”, bensì, per dirla con Said Bouamama[9], per troppo poco Stato (socialista).
Quanto all’Unione Sovietica e alla Cina, non è possibile liquidare la questione nelle poche righe di un articolo.
Per l’Unione Sovietica rinvio a quanto scritto (e ai miei commenti in merito) da Vladimiro Giacché in vari testi[10] in cui riprende la polemica di Lenin contro le “sinistre” che definivano il sistema sovietico come “capitalismo di Stato”, e nei quali analizza lo sviluppo dell’economia sovietica fino alla crisi degli anni Settanta.
Per quanto riguarda la Cina, rinvio all’ultima parte di Oltre l’Occidente vol. II in cui mi confronto con le tesi di chi definisce la Cina un sistema tout court capitalista (o addirittura imperialista), totalitario, antidemocratico, ecc.
Qui ribadisco solo che, a mio avviso, l’esperimento cinese è la prova più evidente che la questione non è partito di massa sì o partito di massa no (quello di Togliatti era di massa e riformista, quello cinese è di massa e rivoluzionario), e aggiungo che, per fortuna, il regime cinese si fonda su un partito-Stato dotato delle risorse economiche, politiche (egemoniche) e militari sufficienti a schiacciare i tentativi occidentali di rovesciarlo sfruttando le contraddizioni di classe che, inevitabilmente, si prolungano in una formazione sociale che vive un processo di transizione.
Note
1) Cfr. A. G. Linera, Democrazia, Stato, rivoluzione, Meltemi, Milano 2020.
2) C. Formenti, Oltre l’Occidente (vol. II). L’alba di una nuova storia, Meltemi, Milano 2026.
3) Cfr. A. Cabral, Return to the Source, Monthly Review Press, New York 2022.
4) Cfr. W. Rodney, Decolonial Marxism, Verso Books, London-New York 2022.
5) Cfr. S. Amin, Classe et Nation, Editions Numériques Africaines, Dakar 2015.
6) Marx prese in considerazione tale possibilità intervenendo nel dibattito fra populisti e socialdemocratici russi in merito al ruolo che le comunità contadine originarie (obscina) avrebbe potuto avere in una rivoluzione socialista in Russia, favorendo la transizione diretta al socialismo “senza passare dalle forche caudine del capitalismo”.
7) Cabral sottolinea il ruolo dirigente dell’intellighenzia urbana piccolo borghese nelle rivoluzioni di liberazione nazionale dei popoli coloniali ma, al pari di Fanon, aggiunge che questi strati di classe avrebbero dovuto “suicidarsi” una volta ottenuta l’indipendenza.
8) Cfr. K. O. Okoth, Red Africa. Questione coloniale e politiche rivoluzionarie, Meltemi, Milano 2024.
9) Cfr. S. Bouamama, Pour un panafricanisme révolutionnaire, Syllepse, Paris 2023.
10) Cfr. in particolare, la rivoluzione economica sovietica, in Elogio del Comunismo del Novecento, Atti del Forum della Rete dei Comunisti, Roma 4,5,6 ottobre 2024.
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