Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Disperazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Disperazione. Mostra tutti i post

09/07/2025

Guerra in Ucraina - I guerrafondai “democratici” ora sperano in Trump, per disperazione

Almeno una volta ogni quindici giorni il piccolo mondo ipocrita dei “democratici per il genocidio e la Terza guerra mondiale” scopre che Trump, in fondo, è ancora dei “nostri”. Degli euro-atlantici, insomma, anche se “ci” fa penare con ‘sta storia dei dazi, la fissazione degli immigrati, il disprezzo per i contrappesi costituzionali e il conflitto di interessi, l’atteggiamento verso il mondo Lgbtq ecc., le università più prestigiose e via elencando.

Basta poco per farlo rientrare tra “i nostri”: armare l’Ucraina e prolungare la guerra. Tutto qui? Tutto qui... 

Un’occhiata ai giornali mainstream conferma pienamente questa certezza – temporanea, per carità – e la folla dei “Rambini” (con o senza bretelle) si sbraccia per festeggiare il ritorno dell’America.

Si sa che The Donald vorrebbe metter fine a quelle due guerre che doveva chiudere in 24 ore e dopo sei mesi stanno ancora lì, ad intralciare il suo vero obiettivo strategico (“Make America great again”) a colpi di ricatti per imporre accordi commerciali squilibrati che portino soldi per contenere il debito pubblico statunitense.

Ma da un lato si ritrova Netanyahu, che vuole completare il genocidio con il suo consenso in modo da rendere “meritata” la candidatura a premio nobel per la pace (la minuscola è d’obbligo...), dall’altra una Russia che non vuol saperne di accordicchi che riproducono i pasticci di Minsk I e II. Ovvero che lasciano aperta la possibilità di ricostruire l’Ucraina come potenza militare delegata a “premere” su Mosca – anche se quasi soltanto con iniziative terroristiche magari dolorose, ma di nessuna valenza strategica.

Perciò ogni tanto ecco il mondo Maga fare un piccolo e temporaneo passo indietro verso la visione guerrafondaia “neocon” – comune a “democratici” e “repubblicani classici” alla Bush –, mostrarsi “deluso” da Putin e riaprire il flusso di armi verso Kiev.

Ad uno sguardo più attento, però, nella pratica la “svolta” è meno radicale delle parole (un classico dello stile trumpiano, del resto). In realtà il boss della Casa Bianca non ha specificato quali dispositivi verranno inviati, parlando genericamente di “alcune armi”, per giunta “difensive”.

Una specificazione che probabilmente si riferisce a qualche batteria di Patriot anti-missile e poco altro, più che altro un gesto pubblicitario per far scendere la pressione neocon (con effetto immediato, sui media di quell’area). In definitiva, però, non si tratta di nuovi pacchetti di armi approvati dal Congresso, ma piuttosto di una ripresa graduale del vecchio accordo firmato da Biden e ormai agli sgoccioli.

Anche perché – come riporta non solo l’inglese Guardian – il Pentagono dispone attualmente solo del 25% dei Patriot necessari per la difesa Usa. Ucraina e Israele hanno insomma svuotato i magazzini degli States, e non è così semplice ripianare le scorte (anche perché si tratta di armi costose e dai tempi di fabbricazione piuttosto lunghi).

In dettaglio: Lockheed Martin, l’unico produttore di missili PAC-3 MSE, ne ha prodotte solo 500 unità l’anno scorso. Un nuovo contratto mira ad aumentare la produzione a 650. Poca roba rispetto ai 3.376 mancanti nella “pianta organica”.

Qualcosa a Kiev arriverà, insomma, ma quanto basta a far placare le polemiche interne, non certo a cambiare l’andamento della guerra sul campo. Tanto meno a garantire a Kiev capacità “offensive” aggiuntive.

Dall’altra parte, in Russia, nel frattempo, si vanno costruendo nuove fabbriche di droni “economici” ma non per questo meno efficaci, in modo da permettere nuovi “record” di attacchi in contemporanea. Cosa che – come dimostrato anche dall’Iron Dome israeliano durante la “guerra dei 12 giorni” con l’Iran – rende le difese anti-missile numericamente inferiori ed economicamente insostenibili sul medio periodo.

Una situazione che, come si capisce facilmente, non è cambiata di molto, anche se le parole sembra disegnare una “svolta”. Ma dal poco che basta per risollevare il morale dei guerrafondai “democratici” si comprende il grado di disperazione cui sono arrivati...

Fonte

28/09/2023

La disperazione spinge la competizione a destra

La “classe politica” italiana, lo diciamo spesso, è la peggiore dell’Occidente neoliberista. Eppure riesce a peggiorare ogni giorno che passa.

Prendiamo lo “notizia” del giorno: “Stanno cercando di destabilizzare il governo attraverso il finanziamento delle ong per riempirci di clandestini e far scendere il consenso del centrodestra in Italia“.

Parola del vicesegretario della Lega Andrea Crippa, in evidente missione di avanscoperta per conto di Matteo Salvini.

“Ottant’anni fa il governo tedesco decise di invadere gli stati con l’esercito ma gli andò male, ora finanziano l’invasione dei clandestini per destabilizzare i governi che non piacciono ai social-democratici“.

È “evidente che” il governo tedesco “non vuole che in Italia governi il Centrodestra“, fanno “di tutto per mettere in difficoltà il governo italiano nella speranza di farlo cadere“.

Di fronte a questo delirio si possono utilizzare diversi piani di analisi, che quasi sempre derivano da diversi obiettivi politici (con una inversione evidente tra analisi oggettiva e azione politica).

L’area “democratica” si scandalizza e basta, convoca linguisti e storici per dimostrare quella che purtroppo non è più conoscenza sociale diffusa (dover spiegare che la Germania nazista non ci ha “invasi” perché già era qui, visto che era l’alleato del fascismo “nostrano”, è quasi imbarazzante). Tutto per sostanziare una opposizione evanescente e quasi invisibile su tutti i temi sociali, in vista delle epocali “elezioni europee” del prossimo giugno.

L’area ex missina, ora alla guida del governo e perciò costretta a tenere suo malgrado un “profilo istituzionale” compatibile con gli equilibri con il resto dell’Unione Europea – a consolidata ‘trazione franco-tedesca’ – gioca a sua volta la carta della “responsabilità”, mantenendo toni diplomaticamente accettabili per sostenere grosso modo la stessa narrazione.

L’argomento polemico con la Germania è infatti identico: il finanziamento statale di Berlino alla ong Sos Humanity, registrata per l’appunto in quel paese, che è tra i soggetti che si dedicano al salvataggio in mare, nel Mediterraneo.

Il che è certamente una sgrammaticatura pesante (una ong è un'”organizzazione non governativa” se riceve finanziamenti solo da soggetti privati), che oltretutto espone gli attivisti di quella ong nel mondo a ritorsioni di ogni genere, visto che la loro “terzietà” è smentita dai fondi governativi del paese d’origine.

Sia i leghisti più imbufaliti che i fascisti “ripuliti” stigmatizzano però questo sostegno in tutt’altro modo. I meloniani sostenendo che questo “aumenta le partenze e le tragedie in mare”, secondo la narrazione per cui i migranti sarebbero informatissimi – nel loro paese di provenienza – sul grado di ostilità del governo italiano in carica e sull’efficienza dei salvataggi in mare garantiti dalle ong (oltre che dalla guardia costiera e dai pescherecci...).

La smentita fornita dalla realtà è solare: da quando esiste questo governo, il più duro contro l’immigrazione, al punto da costringere le navi umanitarie a sbarcare i naufraghi in porti del centro nord, lontanissimi dal teatro più drammatico (il Canale di Sicilia); il governo che rifiuta i soccorsi diretti come a Cutro; il governo che risponde programmando altri lager in cui rinchiudere i naufraghi in attesa dell’espulsione... Beh, da quando esiste questo governo ferocissimo gli arrivi via mare sono quasi triplicati.

Persone normalmente razionali si chiederebbe dove hanno sbagliato (nell’interpretazione e nella gestione del fenomeno). Leghisti e fascisti cercano invece un nemico. Che, ahiloro, questa volta non è per nulla “debole”, come la Germania.

C’è un evidente disperazione, dietro questo incremento suicida della conflittualità con paesi-partner che determinano le politiche europee. Specie se fatte mentre bisogna sottoporre al vaglio della Commissione una “legge di stabilità” complicata, farraginosa, in deficit, e un PNRR che riduce seppur di poco gli obiettivi per l’impossibilità/incapacità di realizzarli.

È una disperazione non solo della miserabile classe politica che ci ritroviamo, ma anche e soprattutto della “base sociale” che rappresenta: la piccola e media borghesia, ormai vaso di coccio in una tempesta economica che va montando anche grazie alle scelte “manualistiche” della Bce.

Ma nella disperazione questa base sociale slitta progressivamente verso scelte sempre più irrazionali, improvvisate, mitologiche, muscolari. Insomma: reazionarie.

La complicazione è però data dalla “competizione a destra”, visto che due dei tre partiti della maggioranza – inutile considerare anche la microscopica pattuglia di Lupi... – condividono e si spartiscono i consensi sull’identica piattaforma “valoriale”.

Per chi è abituato al progressivo slittamento a destra anche del sedicente “centrosinistra” si può quasi prevedere il momento in cui qualcuno proporrà di stringere accordi o convogliare voti verso la Meloni pur di “fermare la Lega e Salvini”. La madre degli imbecilli, com’è noto...

Sta di fatto, comunque, che il percorso verso le elezioni europee sarà parecchio tempestoso, soprattutto a causa di questa competizione tra fascistoidi. Con Salvini che prova a costruire il “fronte” di ultradestra con Le Pen e i nazionalisti tedeschi dell’AfD, mentre Giorgia Meloni si “democristianizza” per navigare meglio tra gli scogli di Bruxelles.

Queste elezioni europee perciò rischiano di diventare moderatamente importanti, non perché il Parlamento europeo conti qualcosa (non è dotato del potere legislativo, unico al mondo, ma può solo non approvare alcune delle decisioni della Commissione), ma per il “segno” che verrà impresso ad una Unione Europea sotto stress tra crisi economica, guerra in Ucraina, incertezze sull’orientamento dell’”alleato americano” (a sua volta in piena campagna elettorale tra due anziani tromboni), crisi climatica e demografica.

Ma tutta unita nel tutelare gli interessi prioritari delle grandi imprese multinazionali e nel comprimere le condizioni di vita dei ceti popolari.

Fonte

29/06/2017

Torino: le «politiche sociali» alla base di una tragedia

Concetta lavorava per la “Befed Brew Up”, una catena di ristorazione, come addetta alle pulizie. Qualche mese fa, la direzione ha deciso di ridurre i costi e di appaltare le pulizie dei locali ad una cooperativa esterna (limitare le spese aziendali sulla pelle dei lavoratori è ormai pratica comune) e così, a gennaio, dopo circa dieci anni di servizio, la donna è stata licenziata.

Si trovava all’Inps perché, da tempo, era in attesa di alcuni arretrati della Naspi: per chi non lo sapesse, la “Nuova prestazione di Assicurazione Sociale per l’Impiego” è l’indennità di disoccupazione che, in seguito alla legge Fornero, è andata a sostituire anche il trattamento di mobilità spettante ai lavoratori che hanno subito procedure di licenziamento collettivo.

Quest’indennità è erogabile per una durata di 24 mesi, e arriva ad un importo massimo di 1.300 euro, che si riduce del 3% mensile a partire dal quarto mese di erogazione.

È a causa delle difficoltà nell’ottenere questo sostegno al reddito necessario per vivere, che Concetta ha cercato di uccidersi, dandosi fuoco in un ufficio dell’Inps di Torino. La donna, attualmente, è ricoverata presso il centro grandi ustionati del CTO.

In Italia perdere il lavoro significa essere condannati alla miseria, così come avere 46 anni, essere donna e disoccupata, vuol dire non avere quasi più speranze. Anni di “politiche sul lavoro”, con esaltazione della flessibilità, della competitività, l’emanazione del jobs-act che ha definitivamente cancellato ogni tutela e diritto a chi lavora, la legge Fornero, la totale mancanza di un aiuto reale e concreto verso quelle che vengono definite “fasce deboli”, termine dietro il quale vi sono persone che vivono, lavorano e sono le prime vittime del taglio degli ammortizzatori sociali, sono tutti fattori che stanno alla base di tragedie come quella accaduta a Torino.

I drammi causati dalla disoccupazione e dal crescente impoverimento della maggior parte delle persone nel nostro paese sono evidenti da tempo, non solo negli eventi più tragici.

Gli sfratti per morosità sono aumentati del 3,2 % e, secondo i dati rilasciati dal Ministero dell’Interno, ci sono state in Italia 158.720 richieste di esecuzione di sfratto. Essere disoccupati, oggi, vuol dire perdere, oltre il lavoro e il reddito, anche il diritto di avere un tetto sopra la testa. Nel comparto sanitario sono in costante crescita le persone che rinunciano alle cure per motivi economici – 12 milioni solo nell’ultimo anno – come è emerso dai dati presentati dal Censis.

La precarietà lavorativa, la perdita di una casa, le difficoltà di potersi curare in un paese in cui, da anni, è in corso una “macelleria sociale”, in un paese in cui è scomparsa la solidarietà e il legame tra le classi povere, molto (troppo spesso) sfociano in eventi tragici.

Fonte

28/06/2017

L’inferno di Concetta, dentro il girone infernale del welfare dei miserabili

Concetta Candida, 46 anni, ieri mattina si è presentata allo sportello della sede Inps di Torino Est (zona Barriera di Milano) per chiedere notizie sull’indennità di disoccupazione (Naspi) per cui aveva inoltrata domanda lo scorso 24 gennaio, una data che però coincideva con l’ultimo giorno di malattia.

La legge esistente prevede che prima di poter erogare l’assegno, l’Inps deve ricevere la documentazione che attesta la riacquistata capacità lavorativa che all’Inps era giunta però solo lo scorso 25 maggio. Pertanto, chiusa la pratica, il primo assegno di disoccupazione era stato liquidato a Concetta lo scorso 1 giugno. Ma l’incertezza che ha tormentato Concetta, era quella sul pagamento dei mesi arretrati ed è con questa ansia – che può far male a se e agli altri – che si è presentata allo sportello dell’Inps. Dalle testimonianze, emerge che l’impiegata non avrebbe avuto neppure il tempo di spiegarle che i soldi dei mesi precedenti non sarebbero andati persi (e infatti sarebbero arrivati perché la domanda è di gennaio) perché sarebbe subito nata una discussione durante la quale Concetta dopo essersi cosparsa di liquido infiammabile si è data fuoco. L’intervento dei presenti ha spento le fiamme ma le ustioni sono purtroppo diffuse in ampia parte del corpo. I vestiti leggeri dell’estate non hanno opposto quella minima barriera di indumenti più pesanti. Un particolare non irrilevante è che il primo a intervenire per salvare Concetta è stato un immigrato presente anche lui nel salone dell’Inps. Lo ricorda con splendide parole il fratello di Concetta:
“Innanzitutto vorrei ringraziare quel magrebino che questa mattina intervenendo con lo spirito che è tipico delle persone perbene, indipendentemente da colore della pelle e credo religioso, ha permesso a mia sorella di essere ancora qui, grave, ma sembra meno di quello che mi avevano detto appena accaduto il fatto”.
Ma quanto accaduto all’Inps di Torino non è un episodio a sé, è la possibile e quotidiana conseguenza di quanto si respira e si vive ogni giorno in quella trincea che sono i servizi di welfare e la accresciuta e disperata domanda sociale della gente. Gli sportelli dell’Inps sono praticamente la prima linea di questa trincea. A volte a parti rovesciate. Tre giorni fa un impiegato della sede Inps del Flaminio (Roma, una delle meno congestionate essendo in una zona a medio/alto reddito), è stato aggredito a sediate da un utente. Tensioni simili, ripetute, quotidiane avvengono nelle sedi di frontiera come a Casilino, Tiburtino, Ostia, cioè nei quadranti della povertà e della disoccupazione di massa esplosa negli ultimi anni e dove i lavoratori sono in agitazione ormai da un mese e mezzo.

Lo stesso si può affermare in molte sedi Inps del Meridione, ma anche in quelle delle ex città industriali oggi in via di desertificazione produttiva come Genova o Livorno.

A questa domanda di prestazioni sociali in crescita esponenziale, il governo e la direzione dell’Inps rispondono con misure fuorvianti che acutizzano i problemi invece di dargli soluzione.

Il governo riscrive continuamente le regole degli ammortizzatori sociali (peggiorandole con il Jobs act), complicando la vita alla gente e a chi deve lavorare alle prestazioni da fornire alla gente. Obiettivo dichiarato è quello di ridurre la spesa e di sfornare bonus su bonus invece che veri strumenti di sostegno al reddito (vedi il reddito minimo garantito).

Alla direzione dell’Inps piace invece giocare con gli algoritmi senza tenere conto della situazione reale di un istituto cardine del sistema di welfare, complicando la vita e il lavoro ai dipendenti e complicando la vita agli utenti. Per i dirigenti dell’Inps la filosofia di servizio pubblico – cioè fondato sulla priorità dell’utenza – è diventato un disvalore da sostituire con una logica aziendalista che privilegia l’apparenza e i parametri macroeconomici piuttosto che le soluzioni alla domanda sociale.

Di fatto si va creando un cortocircuito tra una domanda sociale in crescita esponenziale (dovuta all’impoverimento e alla disoccupazione) e una offerta sempre minore di servizi a causa dei tagli agli organici (migliaia di lavoratori andati in pensione non vengono sostituiti) e della crescita di complessità delle procedure e dei controlli incrociati tra Inps, Ministero delle Finanze e di Giustizia.

Il risultato è che la gente può rimanere settimane o mesi senza reddito o sostegno al reddito e non sa dove sbattere la testa. Quando ci si trova in questa situazione le difficoltà o i ritardi “di procedura” nella soluzione innescano la sensazione di trovarsi senza via d’uscita, imprigionati tra un presente pesante e un futuro ancora più incerto. Concetta ha scelto di darsi fuoco, un altro utente quello di colpire l’impiegato che si trovava di fronte a lui. I veri responsabili di tutto questo sono sempre “fuori tiro” e continuano a ritenere che tutto questo è un falso problema. Fino a quando? Mettere fine a tutto questo lo dobbiamo a Concetta che si è data fuoco e all’impiegato dell’Inps di Roma aggredito.

Fonte