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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/10/2026

Più dell’onore potè il gasolio

La tentazione di estrapolare “scenari di cambiamento epocale”, a seguito di decisioni trumpiane sicuramente fuori dall’ordinaria amministrazione all’interno del mondo euro-atlantico, è sempre forte, ma quasi sempre sbagliata.

Non che manchino i cambiamenti radicali – il Venezuela è stato attaccato e reso una colonia senza più diritti sul proprio petrolio, la Groenlandia è stata acquisita con l’acquiescenza del governo danese e dell’Unione Europea, che fanno finta di mantenere la sovranità anche se solo formale, ecc. – ma la ragione non è mai un “nuovo pensiero strategico”. Al massimo interessi di brevissimo periodo del governante di turno e la nostalgia per i tempi in cui gli Stati Uniti controllavano e dava forma al Mondo.

Premesso questo, la decisione di sospendere le sanzioni sulle vendite internazionali di gasolio raffinato in Russia – fino all’aprile del 2027 – è quantitativamente secondaria, politicamente uno schiaffo in faccia all’Ucraina e alla UE, strategicamente spiazzante l’“asse occidentale”. Soprattutto perché accompagnata dal licenziamento in diretta dell’attore incaricato di ricoprire il ruolo di presidente a Kiev, Volodymir Zelenskij.

Partiamo dalle motivazioni urgenti secondo gli interessi di Trump (che sono anche quelli degli Usa, ma “fino ad un certo punto...”).

Il problema è sicuramente quello di far scendere i prezzi dei carburanti negli Stati Uniti, e solo indirettamente nel resto del Mondo, in vista delle elezioni di midterm del prossimo 3 novembre, quando verrà rinnovato metà del Congresso (sia alla Camera che al Senato). I sondaggi dicono che ormai è troppo tardi per evitare una sconfitta che lo metterebbe in minoranza, bloccandone parte delle scelte per i prossimi due anni di mandato, ma ovviamente, Trump non lascia nulla di intentato per evitare questo destino.

Venerdì il prezzo medio del gasolio era di 6,27 dollari al gallone, in calo di 10 centesimi rispetto alla settimana precedente, ma comunque 2,60 dollari in più rispetto all’anno scorso. E per l’automobilista americano questa è quasi una violazione dei suoi “diritti costituzionali”, visto che era abituato a pagarlo 3 dollari, al massimo.

La speranza di Trump (e dei suoi candidati) è quello di veder scendere quel prezzo in pochi giorni, come del resto ammette il presidente stesso in uno dei mille post su Truth: la Russia “fornirà immediatamente” il carburante “in base alle condizioni delle proprie raffinerie di gasolio”, ha scritto. E dunque “Tra il nostro CONTROLLO TOTALE dello Stretto di Hormuz e questo grande annuncio sull’energia russa, i prezzi del diesel per gli americani e, in effetti, per il mondo intero, SCENDERANNO, IN NUMERI RECORD E RAPIDAMENTE!”. Due balle colossali in poche righe, ma questo passa il convento...

Prima domanda: quanto gasolio sarà disponibile? 4.800.000 tonnellate, che valgono ai prezzi attuali circa 4,5 miliardi. Una briciola, per il bilancio russo, ma anche una briciola per i consumi statunitensi: circa 9 giorni.

Quella briciola, però, è un respiro di sollievo per i mercati finanziari – soprattutto occidentali – già sotto stress per le incertezze sulla redditività dell’iper-indebitata “banda dell’intelligenza artificiale”. Un effetto sui prezzi alla pompa (negli Usa…) ci sarà, ma piccolo e temporaneo, se non avverrà anche qualcos’altro.

E qui arriva il licenziamento pubblico di Zelenskij, reo di non aver accettato di fermare gli attacchi sulle raffinerie russe (da cui dovrebbe arrivare il gasolio per gli Usa), come gli aveva più volte chiesto-intimato il tycoon.

“Suggerisco loro [agli ucraini, ndr] di trovare un nuovo leader che sappia negoziare”, ha detto Trump ai giornalisti sabato. “E penso che sia ora che l’Ucraina abbia un nuovo presidente”. Non perché questo sia scaduto da ormai due anni e mezzo, ma solo perché non sa adattarsi alle mutate esigenze dell’amministrazione americana. La sua rimozione diventa così “indispensabile” per riportare normalità sui mercati dell’energia (come se la guerra all’Iran non fosse molto più determinante, sul punto).

Politicamente, dunque, la questione diventa rilevantissima. Non siamo ancora alla sospensione dell’assistenza militare (soprattutto satellitare, in buona parte fornita dalla rete privata di Elon Musk, ossia Starlink), ma è chiaro che a questo punto la junta di Kiev, già decimata dagli scandali per la ciclopica corruzione che la caratterizza, resta appesa al solo appoggio europeo. Che sarà anche molto “volenteroso”, ma tutt’altro che efficiente, viste le innumerevoli posizioni interne alla UE (si moltiplicano le iniziative di gruppi di Stati, senza che si intravveda una strategia unitaria) e i limiti di bilancio che hanno fatto dichiarare poco accettabili le richieste ucraine di altri 70 miliardi sull’unghia.

In qualche modo questo fronte di guerra si va avviando alla conclusione, è chiaro. Ma il modo dipende da interessi miserevoli e dalla vista cortissima (quelli di Trump, dei nazisti al governo ucraino, degli squinternati “leader europei” alle prese con piazze sempre più piene ed incazzate che stanno cambiando l’agenda politica interna, fin qui affidata alle cure amorevoli dell’ultradestra padronale con la “paura del migrante”).

È quel che accade quando si accetta – come UE e come Ucraina – una guerra sul proprio territorio per compiacere il “socio di maggioranza” nella Nato. Socio lunatico, come si sa, ma soprattutto da sempre obbediente soltanto ai propri interessi, e dunque abituato a “mollare sul ciocco” tutti i propri alleati, come ben sanno in Medio Oriente.

Sul piano della “narrativa” mediatica lo sconcerto è totale. Vediamo tg e talk show che rimasticano la vecchia sceneggiatura e non sano come adattarla alla nuova fase. È comprensibile, poveretti. Avevano portato il cervello all’ammasso riducendo la complicata rete di relazioni geopolitiche alla dicotomia “aggressore-aggredito”, cancellando la storia precedente ogni evento sgradito (che fosse il majdan per l’Ucraina o l’occupazione israeliana per Gaza).

Tutto appariva semplice e chiaro: bisognava difendere i “valori europei”, la “civiltà occidentale”, “il giardino dalla giungla”, “le democrazie dalle autocrazie”, anche a costo di accettare di pagare il triplo per gas o gasolio, e tutto – di conseguenza – poteva e doveva essere giustificato. Pure il genocidio e lo sdoganamento dei neonazisti come ascetici “lettori di Kant”.

Ora devono fare i conti con scelte imperiali che rendono evidente (e ingestibile) la vera dinamica sottostante l’intero Occidente neoliberista: quella tra esecutore e mandante. E quando il mandante ti manda a quel paese, per l’esecutore sono tempi grami...

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UE-Cina: una tregua commerciale con lo spettro della guerra

L’8 e 9 ottobre il commissario europeo per il Commercio, lo slovacco Maroš Šefčovič, è stato a Pechino per sostenere le richieste europee, ovvero la riduzione del surplus commerciale del Dragone, arrivato a circa un miliardo di euro al giorno. La visita è stata preceduta da due iniziative.

Da un lato, le pressioni di Macron e Merz, che hanno pubblicato una lettera per chiedere alla Commissione europea nuovi strumenti con cui difendere l’economia europea dall’uso del commercio come arma e dalla “distorsione sistematica del mercato”. La Cina non viene citata esplicitamente, per ragioni diplomatiche, ma la pubblicazione alla vigilia del viaggio di Šefčovič non è certo casuale.

Dall’altro, una risoluzione del Parlamento Europeo dai toni molto duri, che affronta non solo le questioni economiche, ma anche temi politici come Taiwan e i “diritti umani”, che ha portato anche a promuovere una presenza militare stabile a ridosso delle coste cinesi. Non esattamente il miglior biglietto da visita.

Eppure, dall’incontro si è usciti con una dichiarazione congiunta in 16 punti, che dovrebbe portare a tre traguardi:
  1. dimezzare le vendite di auto ibride cinesi nei paesi UE;
  2. facilitare le licenze per l’export di terre rare verso l’Europa;
  3. migliorare l’accesso reciproco ai mercati.
Al vertice dei capi di stato e di governo che è in programma a Bruxelles il 15 e 16 ottobre si discuterà questa nuova intesa, che sembra allontanare lo spettro della guerra commerciale. Ma come mai si è raggiunta questa possibile distensione, proprio mentre la UE intensifica le minacce al Dragone? Ripercorriamo i nodi strutturali dietro il rapporto tra UE e il gigante asiatico, per capirci qualcosa di più.

Poco meno di un anno fa, durante una visita a Pechino, Macron chiedeva a Xi di correggere unilateralmente gli squilibri commerciali. Prima ancora, l’allora cancelliere tedesco Scholz aveva tentato di ottenere un maggiore accesso al mercato cinese per le imprese tedesche. La situazione è paradossale: per decenni la UE, con la Germania in prima fila, ha difeso il libero scambio sulla base dell’idea che, di fronte a uno squilibrio commerciale, il problema non sia di chi esporta troppo, ma di chi esporta troppo poco.

Questo cambiamento di posizione mette in luce la dimensione politica della dottrina del libero scambio, diventata evidente quando l’Europa si è ritrovata dalla parte sbagliata dello scambio ineguale. La Germania sa bene che cosa significhi trovarsi in una posizione di surplus: per un paio di decenni ha costruito parte della propria forza economica su una strategia ordoliberista orientata alle esportazioni e alla moderazione salariale, perseguita con il consenso (o la complicità) dei sindacati.

Questa strategia ha contribuito agli squilibri interni della UE, a lungo taciuti dalla politica e da gran parte degli economisti mainstream europei. Obama iniziò a criticarla apertamente dal 2010, sostenendo che il modello tedesco contribuisse alla stagnazione europea, preoccupato ovviamente delle possibilità di esportazione degli Stati Uniti verso il mercato europeo.

Il surplus tedesco si reggeva anche su un mercato che assorbiva grandi quantità di merci tedesche, a partire dalle automobili: quello cinese. All’epoca, Merkel e Schäuble risposero alle critiche sostenendo che il surplus non derivasse da manipolazioni, ma dalla competitività e dalla qualità dell’industria tedesca.

È questa, in fondo, la logica che si continua a insegnare nei corsi di “international trade”: un paese in deficit commerciale può reagire aumentando la produttività oppure riducendo i salari. La UE, oggi, sembra aver imboccato una terza strada, fatta di suppliche e minacce. Per sostenere la propria posizione di svantaggio, insiste sulle pratiche scorrette della Cina.

L’accusa principale riguarda gli aiuti di Stato, perché la Cina ha un sistema economico in cui convivono imprese pubbliche e politiche industriali: una terribile “autocrazia” comunista che utilizza strumenti di intervento economico che fino ai primi anni '90 erano normalissimi anche per le socialdemocrazie europee.

Il surplus commerciale cinese non è nato dal nulla. Negli ultimi trent’anni, le imprese occidentali hanno delocalizzato la produzione ed esternalizzato all’estero intere fasi delle filiere, soprattutto in Cina appunto, per aumentare i margini di profitto sfruttando il differenziale salariale.

La “fabbrica del mondo” non è stata il risultato di un subdolo piano cinese concepito per conquistare i mercati occidentali: è stata in primis il prodotto delle scelte dei capitali occidentali, che hanno seguito la legge del “libero mercato” verso profitti crescenti. Per le società occidentali questo processo ha comportato una sorta di compromesso: minore occupazione manifatturiera e una riduzione della quota dei redditi destinata al lavoro, in cambio di beni importati a basso prezzo.

Il modello era sostenibile finché le imprese cinesi esportavano in Europa soprattutto beni a basso valore aggiunto, mentre la Cina acquistava beni europei ad alto valore aggiunto, in primo luogo le automobili tedesche. È stato a lungo un sistema vantaggioso per il capitale, soprattutto tedesco.

La Cina, però, ha utilizzato parte del valore generato da questi scambi per finanziare investimenti, ricerca e sviluppo, accumulazione di capacità tecnologiche. È così che gli equilibri si sono trasformati: la Cina è passata da produrre tendenzialmente solo beni a basso valore aggiunto a quella di prodotti ad alto contenuto tecnologico, dai telefoni cellulari alle infrastrutture di telecomunicazione, dai pannelli fotovoltaici alle automobili elettriche.

Il surplus cinese, dunque, non deriva dalla concorrenza sleale nei settori e nelle filiere europee, ma si concentra soprattutto in comparti che l’Europa ha progressivamente abbandonato o in settori nuovi nei quali non ha investito abbastanza.

In alcuni casi, come quello dei pannelli solari, importare a basso costo è sembrato più conveniente che sviluppare una capacità produttiva interna; in altri, come quello delle auto elettriche, la mancanza di investimenti degli ultimi decenni si combina oggi con il timore (ormai una certezza - ndR) di non riuscire a reggere la concorrenza.

Per la UE, e soprattutto per la Germania, c’è poi un ulteriore problema: non si tratta soltanto del fatto che le auto elettriche cinesi arrivino sul mercato europeo, ma anche che i consumatori cinesi inizino a preferire modelli elettrici BYD alle Volkswagen a benzina o gasolio. Queste ultime continuano a essere prodotte e vendute in Cina, anche attraverso joint venture, ma perdono quote di mercato significative.

La forte esposizione delle imprese tedesche al mercato cinese ha finora frenato una linea più aggressiva nei confronti di Pechino, ma questo equilibrio, tuttavia, appare sempre meno sostenibile per una parte del capitale tedesco.

Dazi, minacce e guerre commerciali possono essere strumenti per proteggere le imprese nazionali o per ottenere concessioni al tavolo negoziale. Ma quali imprese, filiere e settori vuole davvero difendere la UE? E che cosa accadrebbe se limitassimo le importazioni cinesi: saremmo in grado di produrre internamente quei beni? Cominceremmo a fabbricare pannelli fotovoltaici e auto elettriche su scala adeguata?

Stellantis ha appena presentato un piano industriale da 60 miliardi nel quale l’elettrico sembra avere un ruolo marginale, mentre Volkswagen ha annunciato possibili tagli fino a 100.000 posti di lavoro, addirittura con la chiusura o la vendita di stabilimenti produttivi in Germania.

Non si tratta semplicemente degli effetti della concorrenza cinese, ma anche delle conseguenze di scelte aziendali, sostenute dalla politica, che hanno privilegiato i profitti di breve periodo, puntando sulle esportazioni, sulla moderazione salariale e sul contenimento degli investimenti in ricerca e sviluppo. Il settore automobilistico è un caso emblematico, per il ruolo storico che ricopre nelle economie europee e per la crisi profonda che sta attraversando la Germania.

Ma il problema riguarda l’intera manifattura e si intreccia anche con le prospettive di riconversione industriale verso la produzione militare, in uno scenario internazionale di crescenti tensioni, in cui il riarmo europeo vuole essere usato velleitariamente come nuovo volano della crescita economica, inserendosi però anche nel quadro delle mire imperialistiche europee e rispondendo all’esplicita richiesta statunitense di una maggiore “proattività” europea.

Che cosa significa, allora, ridurre il deficit commerciale? Ricostruire le filiere che abbiamo smantellato? Crearne di nuove, nelle quali le imprese europee finora non hanno mostrato interesse a investire? Ricostituire una classe operaia dopo decenni di frammentazione del lavoro? Mentre la UE avanza le proprie richieste a Pechino, resta poco chiaro che cosa possa offrire in cambio o quali strumenti abbia a disposizione oltre ai dazi.

Questi ultimi finirebbero per colpire anche i consumatori europei e potrebbero provocare ritorsioni cinesi: non soltanto contro-dazi, capaci di danneggiare le imprese europee che esportano ancora in Cina, ma anche restrizioni all’esportazione di terre rare, uno strumento che Pechino ha già utilizzato nel confronto commerciale con Trump.

Anche un accordo che prevede una limitazione volontaria delle esportazioni cinesi (come sembra in questo caso) o un aumento dei prezzi, come già avvenuto nel settore delle auto elettriche, non risolverebbe il problema strutturale: la Cina dispone di capacità produttive che la UE, in molti settori, semplicemente non ha.

Pechino ha teso una mano, perché ha un mercato domestico in espansione per le proprie vetture e perché non ha interesse ad aumentare, ora, le tensioni sul mercato delle terre rare. Bisognerà vedere se tale mano verrà colta a Bruxelles. Continuare a puntare il dito contro la Cina rischia, in definitiva, di diventare un modo per evitare di guardare alle responsabilità europee: la deindustrializzazione, la carenza di investimenti, l’indebolimento del lavoro e l’assenza di una visione sociale e politica dell’economia.

Problemi strutturali sui quali la UE pare non avere soluzione al di fuori della militarizzazione dell’economia, dei rapporti internazionali, e del controllo sociale. Un crinale imboccato non solo da Bruxelles, ma anche da Londra, che ha deciso di sospendere ogni forma di collaborazione con il China General Technology Research Institute (CGTRI), ritenuto dai servizi segreti una copertura diretta del Ministero della Sicurezza dello Stato (MSS) di Pechino. Gli europei stanno punzecchiando un Dragone ben più grande di loro...

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Francia - Il fantasma di Messenger che smentisce Bardella

Parigi. I server non dimenticano. Soprattutto se ti credi già nominato Primo ministro. Jordan Bardella, attuale presidente del partito dell’estrema destra francese e rampollo politico di Marine Le Pen, lo sta imparando a sue spese. L’inchiesta di Mediapart è il suo incubo. L’accusa è pesante. Tra il 2013 e il 2015 avrebbe inviato messaggi privati su Messenger dal contenuto esplicitamente antisemita.
La prova della coincidenza

L’aspirante inquilino di Matignon respinge ogni accusa. Definisce i file “falsi grossolani” creati proprio per ostacolare la sua nomina a Premier. Una reazione indignata, insomma, roba che quasi ci si aspetterebbe di vederlo giurare sulla propria purezza digitale davanti alle telecamere. Ha anche sporto denuncia per diffamazione, ma Mediapart ha risposto pubblicando i dati estratti dai server di Meta, formalmente certificati da un ufficiale giudiziario.

Oggi, 9 ottobre, emerge un nuovo elemento nell’inchiesta: un legame diretto tra le chat private e l’attività pubblica del politico. Il 12 settembre 2013, il profilo Messenger incriminato invia un messaggio privato. Solo due minuti prima, l’account Twitter ufficiale di Bardella aveva pubblicato un post.

Entrambi i testi trattano lo stesso argomento con le medesime parole: «Le Conseiller Economique de François Hollande, employé par la Banque Rotschild» (“Il consigliere economico di François Hollande, impiegato dalla Banca Rotschild”). I due messaggi condividono anche la stessa, singolare grafia errata, con la parola «Rotschild» scritta senza la prima “h”.

Inoltre, le chat sono piene di dettagli intimi e familiari che all’epoca nessuno conosceva, ma che Bardella ha inserito molti anni dopo nella sua autobiografia. Per un politico ossessionato dal controllo millimetrico della propria immagine, farsi tradire da un copia-incolla sincronizzato è un vero capolavoro di sbadataggine.

Quattro testimoni e un colpo di spugna

La strategia della negazione totale vacilla. Mediapart schiera quattro nuovi testimoni. Sono ex militanti ed ex conoscenti dell’ambiente che gravita intorno al Front National (divenuto oggi Rassemblement National).

Tutti dicono la stessa cosa. Quel profilo Messenger era proprio dell’attuale presidente del partito dell’estrema destra francese. Lo usava lui in prima persona. Uno di loro ha persino mostrato le proprie vecchie chat con lo stesso Bardella. I tasselli coincidono.

I testimoni descrivono un giovane che esprimeva tesi razziste, affascinato dall’ideologo fascista e antisemita Alain Soral. I messaggi contengono scambi sul suo corso di studi, sulle sue attività associative e sulle beghe interne alla galassia del Front National.

A peggiorare la situazione del rampollo di Marine si aggiunge un altro retroscena svelato dal settimanale Le Canard enchaîné. Mentre Bardella proclama la sua totale estraneità, l’analisi dei dati rivela uno strano tempismo: il famigerato account Facebook è stato completamente svuotato proprio tra il 28 settembre, giorno del primo articolo di Mediapart, e il 2 ottobre.

Le conversazioni del 2013 e del 2014 sono sparite. Un’operazione di pulizia profonda che, secondo il giornale satirico, richiede necessariamente l’azione manuale e diretta del legittimo proprietario del profilo.

Il vicolo cieco tecnologico e i sondaggi

La replica di Bardella? Su LCI si difende con un’acrobazia dialettica di dubbia efficacia. Sostiene di non poter produrre i propri registri Facebook perché ha cancellato quel vecchio account molti anni fa. Una mossa comoda, che però fa acqua: cancellare il proprio profilo non elimina le chat dai server di Meta né dagli account di chi ha ricevuto i messaggi.

E non spiega in alcun modo come Mediapart abbia ottenuto file ufficiali, estratti tramite le leggi europee sulla privacy e certificati da un ufficiale giudiziario.

L’opinione pubblica francese non sorride affatto. Un sondaggio Ifop di oggi, 9 ottobre, gela lo stato maggiore del partito dell’estrema destra. Per il 74% dei francesi le accuse sono “gravi”. Il 21% degli intervistati ha già modificato in peggio la propria opinione sul Presidente del partito lepenista.

La corsa per la guida del governo si fa improvvisamente ripida, la storytelling del volto nuovo, il bel ragazzo perbene e moderato comincia a scricchiolare.

Ma scricchiolano anche e non poco, le certezze di Marine Le Pen che già si vedeva all’Eliseo. Adesso quel che sale è il soffio di rivolta che serpeggia nelle strade francesi ed è un vento anticapitalista di sinistra radicale.

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10/10/2026

Spagna - L’11 novembre sarà sciopero generale

Lo sciopero generale chiesto a gran voce dalle organizzazioni sindacali degli inquilini, appoggiato in un primo momento dalla libertaria CGT e sostenuto poi dalle due maggiori centrali sindacali spagnole CC.OO e UGT, si svolgerà l’11 novembre con la partecipazione di importanti realtà sindacali “regionali”, come la CIG gallega e le due organizzazioni sindacali basche ELA e LAB, oltre ai CO.BAS e Solidaridad Obrera.

Il Paro general per il diritto all’abitare e contro lo strapotere della rendita, è il risultato della costante pressione popolare che dal giorno dello sgombero di Maricarmen ha imposto all’agenda politico-sindacale le proprie istanze, riuscendo tra l’altro a far approvare all’interno dell’organismo di governo che sostituisce il parlamento sciolto, i due decreti che erano stati bocciati dalle Cortes a causa al voto congiunto della destra (PP e VOX) e degli autonomisti di Junts.

A poche ore dalla notizia, colei che è diventata il simbolo per il diritto all’abitare, la combattiva 87enne Maricarmen è deceduta, o meglio come sostiene legittimamente il movimento per il diritto all’abitare e la sinistra radicale “è stata assassinata”.

Maricarmen Abscal, è stata una dei più di 24 mila sfratti che annualmente si compiono in Spagna, più di 425 mila negli ultimi dieci anni a causa dell’emergenza prodotta dalla rendita immobiliare che ha fagocitato il patrimonio abitativo, rendendo la casa un veicolo di investimento per la speculazione e la fiorente industria turistica che ha cambiato il volto delle città, non solo spagnole.

Nonostante la sua grave infermità, Maricarmen Abascal è stata sfrattata il 23 settembre e da allora era ricoverata all’ospedale; è poi deceduta al Gregorio Marañon di Madrid.

Il suo violento sgombero è stata la scintilla che ha fatto saltare la polveriera iberica, agendo da detonatore per un movimento popolare in ascesa, che ha costretto il governo a fare quello che gli era riuscito in 8 anni per tamponare l’urgenza abitativa, finendo poi per convocare nuove elezioni il 29 novembre.

Un movimento organizzato di massa che ha imposto uno sciopero generale a cui aderiranno praticamente tutte le organizzazioni sindacali, costringendo la destra a mostrare il proprio volto ferocemente anti-popolare a discapito dei sentimenti di una parte del suo stesso bacino elettorale.

Contro il primo sciopero generale da 14 anni a questa parte si è alzato un coro unico delle organizzazioni padronali, dei sindacati corporativi e delle formazioni della destra che vorrebbe discreditare le ragioni delle rivendicazioni come “non attinenti al mondo del lavoro”!

Pepa Millán di Vox, ha detto con sommo sprezzo del ridicolo che le organizzazioni sindacali che l’hanno convocato “non rappresentano i veri lavoratori della Spagna”, mentre sui social dilagano i post pagati dalla destra per denigrare i sindacati e sabotare lo sciopero.

Eppure l’ultimo sciopero generale, è stato appunto il 12 novembre del 2012.

Non sono stati infatti molti gli scioperi generali nella Spagna “post-franchista” sostenuti dalle due più che moderate centrali sindacali maggiormente rappresentative in termini di adesioni: 14 dicembre del 1988 durante il governo socialista di Felipe González, il 28 maggio del 1992, il 24 gennaio del 1994, il 20 giugno del 2002, il 29 settembre del 2010.

Si tratterà, quindi di una giornata storica, ad appena due settimane e mezza dalle elezioni, tenuto conto del fatto che le stesse centrali sindacali (CC.OO e UGT) non avevano aderito allo sciopero generale del 15 ottobre scorso contro il genocidio a Gaza ed in appoggio alla Global Sumud Flotilla, promuovendo solo astensioni parziali.

Sul fronte elettorale, per ciò che concerne le formazioni alla sinistra del PSOE, formate per la maggioranza dal ribattezzato Frente Amplio – composto dalle organizzazioni che hanno appoggiato l’ultimo governo socialista entrando organicamente nell’esecutivo e da Podemos che aveva co-governato “imponendo” un accordo di programma in quello precedente – è possibile che venga raggiunto un accordo su una candidatura unica.

Mentre Podemos propone le primarie per il 13-14 ottobre per eleggere il o la leader della coalizione, si è ufficializzata da parte di Más Madrid la proposta della candidatura della ex sindaca di Barcellona, Ada Colau, che si è detta gratificata della proposta.

Se la rappresentanza politica della sinistra radicale non è ancora riuscita a “trovare” una quadra e sembra più impegnata a focalizzarsi su una comunque difficile prova elettorale, considerando i forti limiti dell’azione dei due governi socialisti degli ultimi otto anni e quella che sembrava l’ascesa impetuosa della destra, il movimento sociale che ha preso forma grazie alla costanza e caparbietà delle organizzazioni sociali e politiche attive, naviga col vento in poppa.

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09/10/2026

I placebo di Matignon e la rivolta nelle strade

Da Parigi. Il potere trema e distribuisce placebo. L’allocuzione televisiva del Primo Ministro Sébastien Lecornu, trasmessa con l’urgenza delle grandi crisi dall’Hôtel de Matignon [la sede del governo, ndr], ne è lo specchio fedele. Di fronte alla scossa sociale, l’esecutivo ha scelto la tattica del rinvio e dei proclami. Ma la realtà delle lotte non si cura della retorica ministeriale.

Riserve strategiche: un ammortizzatore di carta

Al centro della manovra di disinnesco governativa c’è l’annuncio dello sblocco straordinario di 10 milioni di barili di gasolio dalle riserve strategiche nazionali. L’obiettivo dichiarato? Determinare una riduzione automatica dei prezzi alla pompa da 12 a 18 centesimi al litro.

La promessa è altisonante: un calo “sostanziale” dei prezzi. La realtà economica, analizzata da osservatori più lucidi, è ben diversa.

Si tratta di un’operazione puramente psicologica. Un palliativo effimero. Il consumo globale di greggio divora queste cifre in poche ore. Soprattutto, la misura non tocca il vero nodo strutturale: il peso delle accise e dell’IVA, che il governo si rifiuta tassativamente di tagliare. Svuotare le riserve oggi significa doverle ricomprare domani, generando una futura domanda che farà risalire i prezzi.

Matignon offre un’aspirina a un malato cronico, sperando solo di guadagnare tempo.

Banchi e bilanci

Il secondo fronte dello scontro è quello delle scuola.

Da metà settembre, il movimento studentesco blocca centinaia di istituti. Le rivendicazioni sono sempre identiche: classi sovraffollate, istituti degradati, carenza di insegnanti, precarietà assoluta.

La risposta del Primo Ministro è stata un capolavoro di fumo negli occhi. Ha lodato le “parole preziose” dei giovani, ma ha difeso il suo bilancio per l’Istruzione e ha decretato una sospensione straordinaria delle lezioni per organizzare un ben astratto “tempo di democrazia interna”.

La reazione del fronte giovanile e dei sindacati degli insegnanti è stata una netta levata di scudi. I collettivi studenteschi hanno respinto l’offerta al mittente: “Vogliamo fatti, non scadenze a fine mese”. I sindacati hanno bollato la sospensione dei corsi come una “cacofonia irrispettosa” che aggrava il caos.

Ma è sulle cifre che lo scontro diventa un divario economico incolmabile: le organizzazioni dei liceali esigono un piano immediato da 10 miliardi di euro, liquidando la proposta sbandierata da Lecornu di aggiungere ancora 1,2 miliardi di euro per l’Éducation nationale, come un’elemosina già divorata dall’inflazione.

I blocchi e le manifestazioni continuano a oltranza.

La negazione della piazza e la rivendicazione della repressione

Il discorso di Lecornu ha toccato il punto di rottura assoluto proprio sulla gestione dell’ordine pubblico. Il Premier ha difeso ciecamente l’operato della polizia, sostenendo che le forze dell’ordine non hanno il mandato di aggredire i liceali, ma solo di contenere l’“ultraviolenza urbana”.

Una versione smentita dai fatti: i dati parlano di oltre 5.000 fermi e di minorenni mutilati nel corso delle cariche. Per i sindacati e i comitati dei genitori, la risposta di Matignon è solo violenza di Stato: è una promessa repressiva che però non spaventa i manifestanti, bensì salda la solidarietà tra giovani, professori e famiglie.

Il vero terrore di Matignon: la convergence des luttes

Perché questa fretta? Perché attingere alle riserve strategiche del Paese?

La risposta ha una data precisa, il 17 ottobre e un appello spontaneo, anonimo, ma ultracondiviso sui social, per una giornata di mobilitazione nazionale contro il rincaro del carburante e il caro vita.

L’esecutivo teme una nuova esplosione dei Gilets Jaunes. La «resurrezione» di un movimento di massa e spontaneo, innescato dalla miscela esplosiva tra il diesel oltre i 2,36 euro al litro e la rabbia sociale che diventa incontenibile.

La paura più grande del governo si chiama ormai convergence des luttes. Se la rivolta degli studenti si unisce agli scioperi dei lavoratori (i sindacati CFDT, CGT, FO, Unsa e FSU hanno indetto uno sciopero nazionale per il prossimo 5 novembre ), e dei sindacati agricoli, senza omettere “l’onda digitale de 17 ottobre”, il Paese si avvia verso un blocco totale, verso lo sciopero generale.

Senza una maggioranza in Parlamento, l’esecutivo cammina su un filo sottilissimo. Il dibattito sulla legge di bilancio è alle porte. Una mozione di sfiducia potrebbe far cadere il governo in qualsiasi momento. La retorica della pacificazione di Lecornu è fallita prima ancora che i televisori si spegnessero. La parola ora torna nelle piazze.

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07/10/2026

Il dibattito iraniano sul trattato di non proliferazione nucleare

Dopo due ondate di attacchi statunitensi e israeliani nell’arco di un anno, cresce la pressione sulla dirigenza iraniana affinché si ritiri dal Trattato di non Proliferazione Nucleare. I sostenitori affermano che il Trattato non è riuscito a proteggere il programma nucleare civile iraniano né i suoi scienziati.

Gli oppositori avvertono che il ritiro potrebbe fornire a Washington e Tel Aviv un pretesto per un nuovo attacco. Il dibattito ora va ben oltre il Majlis (il Parlamento iraniano).

“Una decisione importante in vista” è un modo per descrivere una mozione che giace da mesi nella presidenza del Parlamento iraniano. Un gruppo di parlamentari ha ora rilasciato una dichiarazione pubblica chiedendo al Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale e al Ministero degli Esteri di avviare il processo formale di ritiro dal Trattato di non Proliferazione Nucleare. Chiedono inoltre a Teheran di porre fine agli impegni nucleari volontari che vanno oltre gli obblighi previsti dal Trattato.

I parlamentari sostengono che il Trattato di non Proliferazione Nucleare e l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica non siano riusciti a salvaguardare il diritto dell’Iran alla tecnologia nucleare a fini pacifici. Accusano l’Agenzia di aver permesso che le informazioni ottenute tramite le ispezioni raggiungessero i nemici dell’Iran, esponendo impianti nucleari e scienziati ad attacchi.

La loro dichiarazione fa seguito ad anni di controversie sull’accesso dell’Agenzia ai siti iraniani e sull’utilizzo dei suoi risultati da parte dei governi occidentali. Invocano l’articolo 10 del trattato, che consente il ritiro quando uno Stato ritiene che eventi straordinari abbiano messo in pericolo i suoi interessi supremi. Un ritiro richiederebbe un preavviso di tre mesi alle altre parti e al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

A seguito di questa dichiarazione pubblica, il parlamentare di Isfahan Hussein-Ali Haji-Deligani ha rivelato che lui e i suoi colleghi hanno presentato mesi fa una proposta di legge sul ritiro dell’Iran dal Trattato di non Proliferazione Nucleare, e spetta al presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, sottoporla al dibattito in aula. Heji-Delogani ha ribadito: “Considerate le due guerre combattute contro l’Iran dai suoi nemici, la permanenza dell’Iran nel Trattato di non Proliferazione Nucleare è inutile, soprattutto dopo che il Consiglio dei governatori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica ha inviato il dossier sull’Iran al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Pertanto, l’Iran dovrebbe uscire dal trattato per evitare ulteriori danni”.

Altri parlamentari hanno rivolto le loro critiche alla dirigenza parlamentare. Il deputato di Teheran Kamran Ghazanfari ha accusato il presidium di aver impedito che la mozione venisse discussa in aula, un’accusa rivolta principalmente a Ghalibaf.

Ghalibaf si è allineato con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian su diverse questioni di politica statale, attirandosi le critiche degli ex alleati tra i Principalisti. La disputa sul Trattato di non Proliferazione Nucleare è diventata un ulteriore punto di contesa tra di loro.

Un altro parlamentare, Mohammad-Reza Sabaghian, ha dichiarato: “Dobbiamo usare il coraggio dimostrato e la giusta strategia per chiudere lo Stretto di Hormuz nella discussione sul ritiro dal Trattato di non Proliferazione Nucleare. Questo è il secondo passo che porterà al fallimento dei piani americani”.

Mohsen Sani, membro della Commissione Parlamentare per la Sicurezza Nazionale, si è spinto oltre: “A nostro avviso, il Trattato di non Proliferazione Nucleare non ha più alcun significato o rilevanza, sia che si voglia rimanervi che uscirne. Quando uno Stato membro del Trattato attacca un altro membro (l’Iran), significa ritirarsi da tutti gli impegni e i trattati che sono esistiti a questo riguardo. Le recenti pressioni suggeriscono che dovremmo riconsiderare l’arricchimento”.

La richiesta di ritiro ha incontrato resistenza all’interno del parlamento iraniano. Il parlamentare di Teheran Mohammad Seraj non vede alcun vantaggio nell’uscire. A meno che l’Iran non intenda costruire la bomba atomica, sostiene, tale passo danneggerebbe solo le sue relazioni con gli Stati amici.

Khorasan, un quotidiano vicino a Ghalibaf, ha criticato i parlamentari per aver “radicalizzato il clima politico del Paese e costretto la Repubblica Islamica a prendere una decisione così delicata”, definendola “un regalo a Trump”.

Il giornale sostiene che “qualsiasi passo verso l’uscita dal Trattato di non Proliferazione Nucleare fornisce a Trump e Netanyahu una giustificazione sufficiente per i loro futuri attacchi contro l’Iran, alienandosi al contempo amici come la Cina e la Russia, che hanno sempre sostenuto il legittimo diritto dell’Iran a un programma nucleare civile”.

Rouydad24, un sito di notizie con forti legami con il fronte riformista, ha attaccato i parlamentari definendoli “radicali” che “sono tornati con una ricetta controversa e costosa”.

Il sito di notizie riformista accusa Pezeshkian di aver trasformato “il ritiro dal Trattato di non Proliferazione Nucleare in uno slogan politico, senza considerare che si tratta di una questione complessa dal punto di vista economico, militare e internazionale”.

Il dibattito è diventato una sfida per Pezeshkian, il cui governo ha difeso la permanenza dell’Iran nel trattato. Ma il presidente non è l’unica voce in capitolo. Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, ha apertamente sollevato la possibilità di un ritiro.

Rezaei ha dichiarato: “Dopo che gli Stati Uniti hanno abbandonato il Memorandum d’Intesa di Islamabad del dopoguerra, siamo giunti alla conclusione che dobbiamo cambiare rotta. Non abbiamo ancora preso una decisione sul ritiro dal Trattato, perché il nostro ritiro dipende totalmente dal comportamento di Washington”.

Il Generale ammette che la Repubblica Islamica rimane fedele al divieto religioso sull’uso delle armi nucleari, sancito dalla Guida Suprema Ali Khamenei, e non ha modificato la sua dottrina nucleare; tuttavia, “nessuno può garantire il futuro”, precisa.

L’Iran sta cercando di dotarsi di armi nucleari?

In un’intervista esclusiva con Fox News, organo di stampa del Partito Repubblicano, Pezeshkian ha categoricamente negato che l’Iran stia cercando di dotarsi di una bomba atomica, aggiungendo che il suo Paese è persino disposto a diluire le scorte di uranio purificato al 60%, pari a 440 chilogrammi, e a consentire agli ispettori nucleari dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica di supervisionare il programma nucleare iraniano.

Pezeshkian ha rilasciato queste dichiarazioni mentre la Repubblica Islamica non permette agli ispettori internazionali di visitare i suoi impianti nucleari, distrutti da Stati Uniti e Israele durante le due guerre del giugno 2025 e del febbraio-marzo 2026.

Le rassicurazioni di Pezeshkian contrastano con l’avvertimento di Rezaei, secondo cui il futuro del Paese non può essere garantito. Le notizie provenienti da Teheran, secondo cui la Guida Suprema Mojtaba Khamenei avrebbe escluso colloqui sul nucleare con Washington, rimangono non confermate e non offrono alcun fondamento per considerare tale divieto come una politica consolidata.

L’adesione dell’Iran al Trattato di non Proliferazione Nucleare si è trasformata da questione tecnica e legale in un dibattito più ampio sulla deterrenza, dopo gli attacchi ai suoi impianti nucleari. Il disegno di legge parlamentare dà a questo dibattito una piattaforma pubblica, ma i soli legislatori non basteranno a risolverlo.

La decisione finale spetterebbe ai più alti livelli dell’istitutivo politico e di sicurezza della Repubblica islamica. Un voto al Parlamento potrebbe formalizzare una linea d’azione già definita altrove, come già accaduto con precedenti leggi sul nucleare.

La Legge sull’azione strategica per la revoca delle sanzioni del 2020, ad esempio, obbligava il governo ad ampliare le attività nucleari e a limitare le ispezioni qualora non si fosse concretizzata la revoca delle sanzioni. Essa ha drasticamente ridotto il margine di manovra dell’amministrazione Rouhani rispetto all’accordo sul nucleare del 2015, il Piano d’Azione Globale Congiunto. Il precedente è rilevante perché un disegno di legge presentato come iniziativa parlamentare può diventare una leva per politiche concordate tra le istituzioni di sicurezza dello Stato.

Per ora, le proposte di uscita dal Trattato di non Proliferazione Nucleare e gli appelli a costruire la bomba atomica circolano parallelamente. Ciò non dimostra che una delle due posizioni sia stata effettivamente adottata. Mostra però quanto posizioni un tempo relegate ai margini del dibattito pubblico siano entrate a far parte della discussione sulla sicurezza dell’Iran.

Il parlamentare Ahmad Bakhshayesh Ardestani ha sostenuto la necessità di costruire prima un’arma nucleare e poi ritirarsi dal Trattato di non Proliferazione Nucleare, “perché solo in questo caso si può garantire la deterrenza contro una rinnovata aggressione israelo-americana”.

Persino il Khorasan, che mette in guardia contro un’uscita immediata dal Trattato di non Proliferazione Nucleare, non esclude tale possibilità. La sua tesi è che l’Iran dovrebbe prima costruire e testare un’arma nucleare. Fino ad allora, afferma, Teheran sopporterebbe i costi di uno Stato dotato di armi nucleari senza possedere un deterrente nucleare.

Il disaccordo in Iran non si limita più alla questione se il Paese debba uscire dal Trattato. Riguarda anche il momento in cui ciò avverrà.

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Chi governa Berlino?

Il 20 settembre 2026, Die Linke entra nella storia. Con il 25,7% dei voti, il partito arriva per la prima volta in testa all’assemblea berlinese. I partiti tradizionali, CDU, SPD e Verdi, accusano il colpo. Un governo di sinistra, con Elif Eralp alla guida della città, è a portata di mano. Almeno in teoria.

Questo successo non ha nulla di misterioso. Si basa su un lavoro di fondo. Durante la campagna, migliaia di volontari di Die Linke hanno battuto i quartieri. Porta dopo porta. Palazzo dopo palazzo. Si sale, si scende, si risale. Niente belle brochure sotto il braccio, solo una domanda: cosa impedisce alla gente di dormire?

Per centinaia di migliaia di berlinesi, la risposta salta agli occhi, e fa male: l’affitto. Quella busta che cade nella cassetta delle lettere ogni mese. Quella certezza che una parte sempre più grande dello stipendio finisce dritta sul conto di un padrone di casa anonimo.

Die Linke vuole affitti accessibili, spezzare il potere dei giganti immobiliari quotati in Borsa e far finalmente rispettare il referendum. Nel 2021, più di un milione di berlinesi aveva votato per la socializzazione dei grandi parchi immobiliari privati.

Sul tema della casa, nessun altro partito ispira tanta fiducia ai berlinesi. I numeri parlano da soli: all’indomani del voto, il 37% di tutti i berlinesi ritiene che sia Die Linke ad avere le soluzioni migliori per abitare a un prezzo accessibile.

L’establishment contrattacca: il grande ribaltamento del dibattito

Die Linke ha vinto sul concreto: la casa, gli affitti, la proprietà. Ma in un batter d’occhio, la stampa e i salotti televisivi non ne parlano quasi più. Da un giorno all’altro, il dibattito politico ruota attorno ad accuse di antisemitismo.

Attorno alla Rote Hilfe, un’organizzazione di solidarietà di sinistra che fornisce sostegno legale a militanti e detenuti. Attorno a presunti legami con “clan” criminali. Attorno all’idea che parti del partito uscirebbero dal quadro democratico accettabile. Nei media, la questione non è più come far scendere gli affitti, ma se Die Linke sia «semplicemente in grado di governare».

È il grande ribaltamento. Non si parla più degli affitti inaccessibili, dell’onnipotenza dei gruppi immobiliari, della crisi abitativa. Si parla della legittimità del partito che ha vinto le elezioni proprio su quei temi. Nel frattempo, dietro le quinte, l’establishment federale si adopera per rendere giuridicamente impossibile qualsiasi socializzazione dei giganti immobiliari, la famosa Vergesellschaftung. Anche se l’articolo 15 della Legge fondamentale tedesca la consente in linea di principio.

Quello a cui assistiamo è una controffensiva organizzata dei blocchi di potere economici e politici in carica. Aprono diversi fronti contemporaneamente: economico, giuridico, politico e ideologico. Passiamo in rassegna le nove forze che si sono schierate in ordine di battaglia contro Die Linke a Berlino.

1. Il capitale immobiliare

Lo scontro più frontale oppone Die Linke al capitale immobiliare. Il partito vuole espropriare i gruppi immobiliari a scopo di lucro che possiedono più di tremila alloggi. Nella città sono interessati più di 200.000 alloggi. In prima linea: Vonovia, il più grande gruppo immobiliare d’Europa, che da sola detiene 138.000 appartamenti a Berlino.

Il 21 settembre, all’indomani del voto, il BFW Berlin-Brandenburg, la lobby dei promotori privati, lancia il segnale d’allarme. Denuncia «un ritorno indietro in materia di politica abitativa». L’espropriazione frenerebbe le costruzioni. Il capitale privato fuggirebbe.

La BBU, la federazione dei locatori di Berlino-Brandeburgo, è a sua volta sul piede di guerra. Sui giornali Handelsblatt, Die Welt, Die Zeit e Tagesspiegel, agita lo spettro di «massicci rischi di disinvestimento». In breve: se si minaccia anche solo minimamente il suo modello di proprietà e di profitto, la lobby immobiliare scende immediatamente in campo.

È la lotta di classe nella sua forma più materiale. Die Linke vuole passare il potere dei grandi proprietari immobiliari verso gli inquilini e la proprietà pubblica. Il settore immobiliare vuole mantenere il regno della proprietà privata, delle rendite locative e dei ritorni sugli investimenti.

La posta in gioco è quanto mai concreta: a chi appartengono gli alloggi, chi incassa gli affitti, dove vanno i soldi pubblici, e chi ha il diritto di deciderne?

2. Il capitale finanziario

Chi dice immobiliare dice banche. Lo stesso 21 settembre, Die Deutsche Kreditwirtschaft, la potente federazione del settore bancario tedesco, lancia un avvertimento ufficiale. Socializzare gli alloggi farebbe fuggire il capitale privato. Complicherebbe il finanziamento immobiliare. Farebbe lievitare i premi di rischio. E poiché l’ipocrisia non ha limiti, «ridurrebbe i mezzi disponibili per l’istruzione e la politica sociale».

Come se le banche tedesche si fossero mai preoccupate di questo genere di cose negli ultimi decenni.

I mercati reagiscono all’istante. Il titolo di Vonovia subisce un colpo e arretra dell’1,7% controcorrente rispetto al mercato, raggiungendo il livello più basso da giugno 2023. Anche Deutsche Wohnen ne risente. Perché? Perché per questi signori, un alloggio a Berlino non è un luogo dove si vive, dove si ama, dove si crescono i figli. Per il grande capitale, gli alloggi sono veicoli di investimento e garanzie che permettono in cambio di fare montagne di debiti.

Togliete questi alloggi dal mercato privato, e non colpirete solo il padrone di casa, ma anche il gestore di fondi, il banchiere e lo speculatore: tutto l’ecosistema parassitario di Francoforte. Anche questa è lotta di classe.

3. Il grande padronato berlinese

Il capitale berlinese tradizionale si era trincerato ben prima del voto. Le quattro grandi organizzazioni padronali, la Camera di commercio (IHK Berlin), la Camera delle arti e mestieri, la VBKI e l’UVB, avevano serrato i ranghi nella loro “Wahlarena der Berliner Wirtschaft”. In questo forum elettorale comune, i principali partiti venivano a difendere il loro programma economico davanti al padronato organizzato.

Il loro lobbismo non si ferma la sera delle elezioni. Dopo la vittoria di Die Linke, il presidente della VBKI, Harald Christ, monta sul suo cavallo di battaglia. Il suo messaggio? «Chi vuole espropriare la proprietà privata in questa città gioca con il nostro futuro». 

La VBKI è uno dei circoli più esclusivi della Berlino degli affari, di quelli che vivono più dei redditi delle loro proprietà e del lavoro altrui che del proprio lavoro. Per Harald Christ, che non è mai stato eletto a nulla, un partito «che non si distacca chiaramente dall’antisemitismo» non dovrebbe nemmeno governare.

Le due linee d’attacco dell’establishment convergono perfettamente qui. Da un lato, la difesa della sacrosanta proprietà privata. Dall’altro, il ricatto morale. Die Linke deve essere trattata da paria finché non si piega a tutte le esigenze dell’establishment.

4. L’industria degli armamenti

Secondo fronte economico: l’industria degli armamenti. I militaristi sognano di fare di Berlino un crocevia dell’industria bellica. Die Linke non vuole. Nessuna espansione dell’industria militare in città. Nessuna propaganda militare per le strade. Nessun reclutatore dell’esercito nelle scuole.

È bestemmiare in piena messa del militarismo tedesco. Avido di nuovi contratti miliardari, il complesso militare-industriale vuole fare della Regione Berlino-Brandeburgo un polo della difesa e dell’aeronautica. La ministra dell’Economia del Land del Brandeburgo, Martina Klement, ha già avvertito che il suo Land «andrà da solo se necessario» se Berlino bloccherà i suoi progetti. Punta il dito contro l’ostilità di Die Linke verso la Rüstungsindustrie, l’industria degli armamenti.

Anche questa è lotta di classe: Berlino diventerà un ingranaggio dell’economia di guerra in pieno sviluppo, o le farà da argine?

5. Lo Stato federale e il veto istituzionale

La pressione non viene solo dalle banche, dai promotori e dalle lobby. Interi pezzi dell’apparato statale entrano direttamente nella danza.

Che Die Linke non debba in nessun caso guidare la formazione del governo berlinese, sembra essere stato deciso prima ancora della chiusura dei seggi. Il 20 settembre, pochi minuti dopo le 18, a urne appena chiuse, il cancelliere Friedrich Merz pronuncia un discorso dal messaggio limpido: mantenere la rotta, qualunque cosa dicano gli elettori.

Il giorno dopo, Merz annuncia di voler accelerare una legge federale contro la socializzazione dei grandi gruppi immobiliari. La sua coalizione si era già accordata sul principio, ma con la vittoria di Die Linke, la questione diventa improvvisamente urgente.

Bisogna, secondo Merz, rassicurare gli investitori internazionali: in Germania, la proprietà privata è al sicuro e non si espropria alla leggera. Che questo messaggio venga da Merz non è banale. Prima del suo ritorno in politica, ha presieduto dal 2016 al 2020 il consiglio di sorveglianza della filiale tedesca di BlackRock, uno dei più potenti gestori di asset al mondo.

Tutto ruota attorno all’articolo 15 della Legge fondamentale. Dal 1949, prevede nero su bianco che il suolo, le risorse naturali e i mezzi di produzione possono, per legge, essere trasferiti alla proprietà collettiva o ad altre forme di economia collettiva, dietro indennizzo fissato dalla legge. Questo articolo non è mai stato applicato. Tutta la battaglia di Berlino è sapere se potrà esserlo, per la prima volta, contro i grandi gruppi immobiliari.

Altri responsabili non sono da meno. Il presidente del Consiglio bavarese Markus Söder (CSU) minaccia di rimettere in discussione i trasferimenti finanziari verso Berlino se la città virerà troppo a sinistra. La Baviera è uno dei Länder più ricchi e uno dei principali contributori netti alla redistribuzione tra i Länder. La Baviera è ricca, la Baviera paga. Quindi Söder vuole dettare a Berlino come votare. Una pericolosa «lega-nordizzazione» del federalismo tedesco: la regione ricca che si compra la democrazia della regione povera.

Anche alcuni ministri si intromettono, servendosi della loro funzione ufficiale. La ministra federale dell’Economia, Katherina Reiche, ha usato l’account Instagram del suo ministero per attaccare Die Linke sulle espropriazioni, l’antisemitismo e presunti legami con la criminalità organizzata. Die Linke ha agito le vie legali invocando il dovere di neutralità delle istituzioni pubbliche.

Persino la giustizia si invita nel dibattito. In piena polemica su presunti contatti tra Die Linke e “clan” criminali, la procuratrice generale di Berlino, Margarete Koppers, ha avvertito che le reti criminali cercano deliberatamente di avvicinare i responsabili politici. Non ha accusato Die Linke per nome, ma il suo intervento ha dato un peso istituzionale supplementare all’immagine che si stava fabbricando attorno al vincitore delle elezioni.

Merz e il suo vice-cancelliere e ministro delle Finanze, Lars Klingbeil (SPD), sanno benissimo cosa è in gioco: se la socializzazione dei grandi gruppi immobiliari riesce a Berlino, l’idea potrebbe farsi strada altrove, nell’automotive, nell’energia o in altri settori strategici.

È proprio questo precedente che bisogna uccidere sul nascere. Una vittoria elettorale di Die Linke non deve assolutamente scuotere l’ordine della proprietà, e ancor meno diventare un esempio che appiccherebbe il fuoco ad altre lotte sociali.

6. La polizia e l’apparato di sicurezza

Sesta linea di pressione: l’apparato di polizia. Dopo le elezioni, alcuni sindacati di polizia berlinesi hanno avvertito che un governo guidato da Die Linke rischierebbe di indebolire la polizia limando i suoi poteri, i suoi mezzi di sorveglianza e di repressione. La Gewerkschaft der Polizei (GdP) è andata oltre, avvertendo SPD e Verdi che «la sicurezza di questa città è in gioco». Ha persino lasciato intendere che agenti potrebbero lasciare Berlino per altri Länder.

La minaccia ha presto preso una piega molto concreta. I governi CDU del Baden-Württemberg e del Brandeburgo hanno apertamente invitato i poliziotti berlinesi a fare i bagagli, collegando esplicitamente la loro campagna di reclutamento alla prospettiva di un governo guidato da Die Linke.

È una pressione organizzata, un ricatto in piena regola da parte di alcuni sindacati di polizia e di governi regionali conservatori: adottate la nostra visione della polizia e della sicurezza, o svuoteremo i ranghi della vostra polizia.
 
7. L’ambasciata d’Israele

E poi c’è l’elefante nella stanza: la campagna sull’antisemitismo. Il 26 settembre, l’ARD, il grande network pubblico radiotelevisivo tedesco, constatava che la polemica sull’antisemitismo aveva «eclissato tutti gli altri temi dalla vittoria elettorale».

In linea di principio, un ambasciatore non deve immischiarsi direttamente nella vita politica del paese che lo ospita. Ciò non ha impedito all’ambasciatore d’Israele, Ron Prosor, di denunciare, dopo la vittoria di Die Linke, una «minaccia esistenziale immediata» per la comunità ebraica a Berlino. Fedele sostenitore di Netanyahu e fustigatore della Corte penale internazionale, Prosor accusa parti di Die Linke di «antisemitismo sfrenato» e di ostilità verso Israele.

Quasi nello stesso momento, Josef Schuster, presidente del Consiglio centrale degli ebrei in Germania, interpellava direttamente SPD e Verdi: chiunque aiuti Die Linke a entrare al Rotes Rathaus, il municipio rosso di Berlino, mette secondo lui in pericolo la coesione sociale e la comunità ebraica.

Nel SPD e nei Verdi, questa pressione israeliana trova un’eco. L’eletto SPD Martin Hikel giudica impossibile cooperare con un partito che, secondo lui, «tollera dichiarazioni antisemite». L’antisemitismo e la difesa di Israele sono ormai al centro delle prime discussioni tra Die Linke, il SPD e i Verdi. L’intervento israeliano pesa così direttamente sul clima in cui si negozia il futuro governo berlinese.

Dietro tutto ciò si delinea un intreccio strategico più ampio. Nonostante il genocidio a Gaza, la Germania e Israele rafforzano la loro cooperazione militare-industriale. Quest’anno, il produttore di armi israeliano Elbit Systems ha firmato nuovi accordi strategici con, tra gli altri, TKMS e Diehl Defence, in particolare per sistemi d’arma navali e droni destinati alla Bundeswehr. Elbit conta di aprire fino a otto nuovi siti in Germania negli anni a venire.

La battaglia attorno a Israele ha quindi anch’essa una dimensione materiale. Non si tratta solo di Gaza, dell’apartheid e del colonialismo di insediamento israeliano, ma anche di un intreccio militare e industriale sempre più stretto. In questo contesto, l’etichetta «antisemita» assume una carica politica del tutto particolare quando la si appiccica alle forze che si oppongono al governo israeliano, al riarmo tedesco o a questa crescente cooperazione militare-industriale.

8. ELNET: la rete di lobbying internazionale

Oltre all’ambasciata, esiste tutta un’infrastruttura di lobbying. E una cosa colpisce: ogni volta che una sinistra sfonda nelle urne, l’antisemitismo torna al centro del dibattito.

In Gran Bretagna, tre grandi quotidiani hanno affermato all’unisono, nel 2018, che un governo guidato da Jeremy Corbyn avrebbe rappresentato una «minaccia esistenziale» per la comunità ebraica. Bisognava delegittimare Corbyn perché rompeva con il consenso su Israele, sosteneva apertamente la causa palestinese e difendeva un programma socio-economico in rottura frontale con l’establishment britannico. L’accusa di antisemitismo è diventata un’arma in una battaglia più ampia: dichiararlo inabile al potere.

Stesso scenario in Francia. Nel 2024, Yonathan Arfi, presidente del Consiglio rappresentativo delle istituzioni ebraiche di Francia (CRIF), dichiarava che «La France Insoumise non ha posto al governo». Motivo invocato, anche qui: l’«antisemitismo».

In realtà, era la critica del genocidio a Gaza da parte della sinistra a essere presa di mira. Prima delle recenti elezioni municipali, il servizio francese di vigilanza e protezione contro le ingerenze digitali straniere Viginum ha persino portato alla luce una vasta campagna di disinformazione israeliana, orchestrata dall’oscuro ufficio Blackcore. Siti falsi, profili falsi, notizie false, bot dopati con l’IA: i candidati LFI sono stati sistematicamente infangati.

A Berlino, gli sguardi si rivolgono soprattutto verso ELNET Deutschland, un’organizzazione di lobbying che vuole stringere i legami tra Israele e l’Europa. Il finanziamento di questa impresa proviene principalmente dagli Stati Uniti. In un solo anno, l’ufficio tedesco ha ricevuto più di un milione di euro da ELNET US.

ELNET ha finanziato viaggi in Israele per almeno 51 deputati del Bundestag. Poco prima delle elezioni berlinesi, ha fatto venire sei ufficiali delle Tsahal nella capitale per incontrare responsabili politici, la Bundeswehr e i media. ELNET è così un anello chiave tra i circoli di sicurezza israeliani e l’establishment politico tedesco, con mezzi considerevoli e un accesso diretto ai decisori.

Nel dibattito politico berlinese attuale, questa infrastruttura contribuisce a creare un clima politico in cui l’atteggiamento verso Israele è sempre più usato come criterio per determinare chi può o non può governare.

9. Gli Stati Uniti

Resta l’ingerenza americana. Nella loro National Security Strategy ufficiale, gli Stati Uniti non fanno mistero del loro sostegno attivo alle forze di estrema destra e nazionaliste in Europa, dal Rassemblement national in Francia all’AfD in Germania. Per Trump, un’Europa simile presenta un doppio vantaggio: alleati più vicini a Washington, e un’Unione europea divisa, incapace di affermarsi come potenza autonoma.

Negli ultimi anni, pesi massimi americani, da Elon Musk a Donald Trump passando per JD Vance, Marco Rubio e l’ex ambasciatore Richard Grenell, si sono apertamente immischiati nella politica tedesca, il più delle volte per offrire all’AfD legittimità e spazio politico.

Quando l’AfD ha sfondato in Sassonia-Anhalt, Trump, Musk e Grenell erano in prima fila ad applaudire. Trump ha salutato pubblicamente il risultato, Musk ha scritto «Gut gemacht!» e Grenell ha parlato di «una grande vittoria e di un giorno nuovo per la Germania». Succedeva appena due settimane prima delle elezioni berlinesi.

Allo stesso tempo, l’ambasciata americana in Germania ha sbloccato quest’estate circa 400.000 dollari per organizzazioni della società civile, in particolare per progetti di lotta contro l’antisemitismo («countering antisemitism»). Fondi diplomatici per pesare sull’agenda politica interna. Su istruzione di Washington, le ambasciate americane in Europa alimentano la caccia alle streghe contro la sinistra, mentre mettono il piede nella staffa all’estrema destra.

Un’ammissione di debolezza

Sommate tutte queste forze, banche, gruppi immobiliari, padronato, industria degli armamenti, giustizia, governo federale, ambasciate, capitale internazionale, e vedrete cosa si sta giocando davvero a Berlino. Diverse frazioni della classe dominante, ciascuna con i propri interessi, fanno blocco non appena si toccano i rapporti di proprietà e di potere.

Il primo fronte è materiale. Il capitale immobiliare difende i suoi affitti e il suo patrimonio fondiario, le banche i loro crediti e le loro garanzie, gli investitori i loro rendimenti, l’industria degli armamenti i suoi contratti miliardari e i suoi ordini pubblici. I loro interessi divergono, ma convergono su un punto: Die Linke non deve toccare la presa del capitale privato sulla casa, sull’investimento e sul denaro pubblico.

Il secondo fronte è politico e ideologico. Non appena questi interessi materiali sono minacciati, il dibattito scivola verso l’antisemitismo, l’estremismo, la Rote Hilfe e presunti legami con i clan criminali. Non si tratta più solo di bloccare riforme concrete. Si tratta di spingere Die Linke fuori dal campo politico accettabile.

Ma siamo onesti: questa campagna di calunnie disperata è soprattutto una formidabile ammissione di debolezza. Le élite trascinano Die Linke nel fango per mancanza di argomenti. Nessuno può guardare i berlinesi negli occhi e dire loro che una topaia a 1.500 euro al mese è normale. La crisi abitativa non è una posizione estremista. È il quotidiano dell’immensa maggioranza della popolazione, compresi molti elettori del SPD, dei Verdi e della destra.

Poiché non può vincere quel dibattito, l’establishment tenta di imporne un altro. Le cortine fumogene si susseguono: «Antisemitismo!» «Clan!» «Islamisti!» «Rote Hilfe!» Meno si risponde alla questione sociale, più si grida sulla presunta incapacità di Die Linke di governare.

Il vero estremismo non è un partito che organizza gli inquilini. Il vero estremismo è una società in cui milioni di persone sono cacciate dalla loro città perché una manciata di avvoltoi reclama il suo rendimento. Il vero estremismo è un sistema che riduce la casa alla speculazione e la guerra a un business.

Die Linke ha vinto la battaglia sulla questione fondamentale: a chi appartiene Berlino? Chi fissa le regole, chi controlla gli immobili e a chi deve servire la città? La risposta dei berlinesi è stata chiara. La violenza della controffensiva mostra quanto il campo avverso comprenda bene cosa è in gioco.

Questa polarizzazione non deve spaventare nessuno. È semplicemente il rumore della lotta di classe: i poteri economici difendono i loro beni e il loro capitale, i poteri dello Stato tentano di blindare il perimetro entro cui un risultato elettorale ha il diritto di cambiare qualcosa.

Un profumo di panico aleggia nei circoli del potere. Non è il momento di mettersi sulla difensiva né di arretrare. È il momento, più che mai, di appoggiarsi alla popolazione e mobilitarsi. Perché è proprio qui che si gioca la questione decisiva: chi forma realmente la maggioranza a Berlino, e chi ha il potere di sbarrargli la strada?

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05/10/2026

La piazza di Potere al Popolo sfiducia il governo

“Questo Parlamento non sfiducerà il Governo Meloni. Per questo oggi abbiamo lanciato una sfiducia popolare, dalle piazze e dalle lotte sociali”, hanno affermato dal palco i militanti di Potere al Popolo concentratisi a Roma in Piazza Bocca della Verità contro la legge-truffa elettorale.

La giornata di “sfiducia popolare” verso il governo Meloni del 3 ottobre segna dunque l’inizio di un percorso di mobilitazione contro le modifiche alla legge elettorale ma, più in generale, contro il carovita, la guerra, i bassi salari, e dunque le politiche economiche, sociali e internazionali del Governo. Forti i riferimenti ai conflitti sociali in corso in Spagna e in Francia su questioni decisive come la casa, la scuola e il carovita con l’ambizione di aggiungere presto anche l’Italia a questo fronte di collera e lotta popolare a livello europeo.

La manifestazione era stata convocata apertamente contro la legge-truffa in discussione al Parlamento e l’eventualità del ricorso al voto di fiducia sulla riforma elettorale e al momento risulta essere l’unica manifestazione politica su questa ulteriore violazione della democrazia nel paese.

Dal palco si sono alternati gli interventi sia di esponenti di Potere al Popolo, Salvatore Prinzi e Giorgio Cremaschi (che hanno aperto e chiuso la manifestazione) sia di rappresentanti di movimenti politici e sociali, organizzazioni sindacali, associazioni, realtà studentesche e movimenti impegnati nelle vertenze sociali e territoriali. Tra questi l’avvocato Arturo Salerni; Pierpaolo Leonardi dell’USB; gli studenti di Cambiare Rotta e OSA e del Collettivo Autorganizzato Universitario; Vito Scalisi dell’ARCI Roma, Paolo Divetta del Movimento per l’Abitare; Valter Tucci del CUC; Fatima del Movimento Migranti e Rifugiati Napoli; Antonio Allegra, insegnante USB; le Donne Contro la Guerra e il Genocidio, Bassam Saleh della Comunità Palestinese.

I due portavoce di Potere al Popolo, Mart Collot e Giuliano Granato, erano impegnati in altre iniziativa concomitanti, come l’assemblea a Genova che sta preparando lo sciopero internazionale dei portuali del 30 ottobre.

Secondo Potere al Popolo le modifiche prospettate alla legge elettorale rischiano di produrre un sistema di esclusione delle forze politiche esterne ai due schieramenti maggiori e di rendere più difficile la partecipazione popolare sul piano elettorale. Al centro della manifestazione è stata posta proprio la questione democratica ma quella di Roma è stata anche piazza nata dalla denuncia delle condizioni sociali del Paese – dal costo del carburante al caro-affitti e al caro-vita, dai salari fermi alle spese militari e al sostegno italiano a Israele nel contesto della guerra a Gaza.

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04/10/2026

Moldavia - L’opposizione avvia il percorso per l’impeachment della Presidente Sandu

L’opposizione parlamentare della Moldavia ha avviato la procedura di impeachment della presidente Maia Sandu, definendola come l’obiettivo per “ripristinare lo stato di diritto” nel paese.

Nel progetto di legge che dichiara l’impeachment di Maia Sandu, il capo dello Stato è incriminata per la violazione dei seguenti articoli costituzionali:

  1. circa lo Stato di diritto sovrano, indipendente e democratico;
  2. circa l’usurpazione del potere;
  3. sul rendere instabile l’integrità territoriale;
  4. sulla violazione dei diritti e delle libertà umani;
  5. sul calpestare il pluralismo e imporre l’ideologia del potere dominante;
  6. sulla violazione del regime di separazione dei rami di potere;
  7. sulla mancata funzione da parte del Presidente della Repubblica di garante della sovranità e dell’integrità territoriale.

Di conseguenza, si rileva che la Sandu ha commesso una violazione delle norme sull’uguaglianza dei cittadini nei diritti costituzionali (art. 15); la violazione dell’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, indipendentemente dall’origine (art. 16); la violazione dei diritti alla cittadinanza della Moldova (art. 17); non ha garantito la protezione dei cittadini moldavi in patria e all’estero (art. 18); ha distrutto il meccanismo per il libero accesso alla giustizia (art. 20); ha violato le norme della presunzione di innocenza.

L’iniziativa è stata annunciata il 29 settembre dal deputato Ion Ceban. Secondo quanto dichiarato da Ceban, si tratta di avviare un procedimento per sottoporre il capo dello Stato a quella che ha definito «responsabilità politica, costituzionale e giuridica».

Secondo l’articolo 89 della Costituzione della Repubblica di Moldova, la proposta di sospensione del presidente deve essere presentata da almeno un terzo dei deputati del Parlamento. Per la sospensione dei poteri presidenziali sono necessari i voti di almeno due terzi dei deputati. In caso di approvazione della proposta, entro 30 giorni dovrebbe essere convocato un referendum sulla destituzione del presidente.

Il primo passaggio per l’opposizione consiste quindi nel raccogliere il numero di firme richiesto.

Secondo quanto dichiarato dai rappresentanti dei gruppi parlamentari di opposizione (Voronin, Dodon, Kiku, Cheban, Kostyuk e Usatyi ) durante una conferenza stampa congiunta, l’iniziativa per la rimozione di Maia Sandu sarebbe stata sostenuta da quasi la metà dei deputati del Parlamento.

Nel documento presentato dall’opposizione, la presidente viene accusata di tradimento dello Stato, usurpazione del potere, corruzione e divisione del Paese.

“I cittadini ritengono che il presidente del paese debba essere il garante del rispetto della Costituzione e della legislazione, il garante della sovranità, della neutralità e dell’indipendenza della Repubblica di Moldova, non di violarli ogni volta che questo corrisponde agli interessi di un unico partito”, hanno dichiarato.

Il presidente del Parlamento e leader del Partito d’Azione e Solidarietà (PAS), Igor Grosu, ha commentato la posizione espressa congiuntamente dai rappresentanti delle forze di opposizione, definendola come «vergognosa» e ha affermato che, a suo dire, dietro di essa vi sarebbero «ordini provenienti da Mosca», con l’obiettivo di indebolire la sovranità della Moldova e il suo percorso europeo. Ha inoltre accusato alcuni esponenti dell’opposizione di avere legami con la Russia e ha ribadito il pieno sostegno del PAS alla presidente Sandu.

In precedenza, i rappresentanti dell’opposizione avevano criticato le autorità per la disastrosa gestione della crisi energetica, le tariffe e l’introduzione dello stato di emergenza.

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La Spagna verso il voto, ma per “ragioni di classe”

I governi che restano a metà strada tra cambiamento radicale e compromessi con gli interessi costituiti non vanno mai molto lontano.

In Spagna il governo guidato da Pedro Sanchez – il più “a sinistra” nello sconquassato panorama europeo – è stato battuto in Parlamento proprio su due decreti legge che, bloccando ulteriori sfratti per le fasce più deboli, venivano incontro alle proteste dei movimenti sull’abitare dopo lo scandaloso sfratto di Maricarmen Abascal, un donna di 87 anni portata via in barella dalla casa che abitava da 70 anni ma i cui proprietari – un fondo immobiliare, che aveva comprato lo stabile di recente – pretendevano ora un affitto quintuplicato, impossibile da pagare.

Contro il decreto hanno votato ovviamente la destra – guidata curiosamente da un omonimo della signora sfrattata, Santiago Abascal, franchista a capo di Vox – e la pattuglia di Junts, ovvero la formazione di Carles Puigdemont, indipendentisti catalani centristi, schierati con gli speculatori immobiliari.

178 a 172 il risultato del voto, che costringerà probabilmente Sanchez alle dimissioni, lunedì, nel tentativo di cavalcare la piazza andando a nuove elezioni. Gioco rischioso, ma restare dopo la sconfitta parlamentare sarebbe una soluzione peggiore...

Nella vicenda si intrecciano interessi sociali, scelte politiche e nazionali, parecchia miopia politica da tutte le parti e gioco al massacro da parte delle destre, favorite da un establishment europeo che vede ormai come il fumo negli occhi tutto ciò che odora di “difesa degli interessi popolari”. Anche minimi, come in questo caso.

Lo sfratto di Maricarmen aveva innescato una protesta molto più consistente di quanto i movimenti per l’abitare spagnoli fossero stati in grado di costruire fin qui.

Sotto accusa è la turistificazione selvaggia delle principali città del paese (Barcellona e Madrid su tutte) che, insieme all’incremento della popolazione e alla scarsità di un patrimonio abitativo di proprietà pubblica, ha fatto levitare verso l’alto il prezzo delle case e conseguentemente anche degli affitti. Protagonisti sono insomma quelli che tutti, comunemente, chiamano ormai “fondi avvoltoio”.

I catalani centristi di Junts, ora guidati dall’imprenditrice tessile Miriam Noguera, dal canto loro, potevano forse a ragione dolersi del fatto che l’amnistia promessa da Sanchez per le vicende di ormai un decennio fa, e in assenza della quale Puigdemont resta esule a Bruxelles dove era andato da europarlamentare eletto, non è mai arrivata.

Ma certo non sembra una scelta intelligente far cadere l’unica coalizione che li poteva “tollerare”, e a cui avevano permesso di formare il governo attualmente in carica, pur di soddisfare gli appetiti degli immobiliaristi e “vendicarsi” di Sanchez. Un futuro governo di estrema destra non sarà certamente clemente con gli indipendentisti – sia catalani che baschi, o galiziani – dopo averne preteso gli arresti, la messa fuori legge e aver impedito ogni amnistia.

Il voto di Junts, fra l’altro, spacca verticalmente proprio gli indipendentisti catalani, con Gabriel Rufián di Esquerra Republicana che ha mostrato in aula una banconota da 50 euro a Noguera urlando che è quella la sua vera bandiera, uguale a quella di Vox e Partito Popolare.

Il ministro del consumo di Sumar (Podemos in altra veste), Pablo Bustinduy, ha in pratica aperto la campagna elettorale attaccando frontalmente la destra: «Non si tratta di aritmetica parlamentare: oggi è conflitto di classe. Voi difendete un’oligarchia internazionale che ricava il reddito dagli stipendi delle classi lavoratrici, guadagnati con il loro sforzo, per distribuirselo come dividendo. Si può gridare a squarciagola ‘Spagna’ o ‘Catalogna’, ma votare contro il decreto significa votare contro il proprio popolo per sventolare la bandiera della rendita».

Il dado politico sembra quindi ormai tratto e non è paradossale che la caduto del governo su una “questione di lotta di classe”, porti chiarezza nel altrimenti inguardabile scontro politico-parlamentare, di un livello appena meno imbarazzante di quello italico.

Le piazze spagnole sono in questi giorni occupate dalle “acampade” dei movimenti. La lotta per la casa è diventata l’innesco di una protesta politica generale, che spazza via le ambiguità – come “l’indipendentismo” interclassista – e rimette in piedi lo scontro che oppone interessi sociali che, nell’avanzare della crisi, soprattutto europea, stanno diventando apertamente inconciliabili.

Anche a dispetto dei felpati “socialisti” di Sanchez...

Intanto, il sindacato degli inquilini ha invitato “tutti i sindacati e i consigli di fabbrica, le associazioni di quartiere e scolastiche, i gruppi studenteschi universitari e la società spagnola in generale a scendere in piazza domani e a iniziare immediatamente a organizzare uno sciopero generale che paralizzi il paese”.

Ieri sera è stata convocata una grande assemblea all’accampada di Puerta del Sol, mentre a Barcellona una mobilitazione ha assediato la sede di “Junts per Catalunya” che in Parlamento ha votato contro la legge sulle abitazioni. Per oggi sono già indette una cinquantina di manifestazioni in altrettante città della Spagna.

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Germania - Migliaia di studenti manifestano contro la reintroduzione della leva militare

La scorsa settimana migliaia di studenti tedeschi sono scesi nuovamente nelle piazze in un centinaio di città contro la reintroduzione della leva militare. La scintilla delle proteste è scoccata quando alcuni 18enni di Kiel e Flensburg hanno ricevuto convocazioni ufficiali per l’esame medico nonostante avessero indicato chiaramente di non essere interessati al servizio.

Il Ministero della Difesa tedesco ha invece confermato che l’obbligo riguarda “tutti gli uomini nati dopo il 31 dicembre 2007”, indipendentemente dalle loro preferenze.

A sollecitare la mobilitazione degli studenti c’è l’alleanza «Schulstreik gegen Wehrpflicht» (sciopero studentesco contro la leva), che sotto lo slogan «No alla leva, al servizio civile e alla guerra» ha chiamato gli studenti in piazza.

Le richieste dei giovani, oltre al no alla guerra, sono due: il ritiro della nuova legge sul servizio militare e la sospensione immediata delle visite di reclutamento.

La nuova legge sulla leva militare, è stata approvata dal Bundestag – in un clima di crescente militarismo in Germania, il 5 dicembre 2025 – con 323 sì e 272 no ed è entrata in vigore dal 1° gennaio di quest’anno, avviando così una escalation da parte della Bundeswher.

Il primo passo è stato un questionario obbligatorio per tutti i maschi nati dal 2008 (facoltativo per le donne) su salute, studi e disponibilità; chi non lo compila rischia fino a 250 euro di multa.

Il secondo passo è la visita medica obbligatoria per gli uomini, a regime dal 1° luglio 2027. Il servizio militare resta volontario, ma se i volontari non bastano, il Bundestag può votare una “coscrizione basata sul fabbisogno”, con l’ipotesi di un sorteggio sul modello danese. L’obiettivo è di avere 255.000-270.000 soldati attivi entro il 2035 e 200.000 riservisti, fino a 460.000 uomini in caso di guerra, come chiede la Nato.

Secondo il ministero della Difesa tedesco, dei 298.200 questionari spediti ai diciottenni nel 2026, nei primi cinque mesi sono venute fuori solo 530 reclute. Lo scorso 18 settembre il ministero ha confermato che le prime visite ai diciottenni partiranno già da luglio 2027, tra loro ci saranno anche più di 1.000 giovani che nel questionario hanno indicato zero su dieci di interesse.

Con la legge, varata dal governo di Friedrich Merz la Germania “compie un ulteriore passo decisivo per la nostra capacità di difesa” ha affermato il ministro della Difesa Pistorius, avvertendo che il reclutamento è l’ostacolo principale agli impegni militari tedeschi e che la coscrizione obbligatoria può diventare necessaria.

Gli studenti in Germania, ma anche in Italia e Francia, si preparano ad una giornata di sciopero coordinato a livello europeo contro la leva militare per il prossimo 20 novembre. Dal marzo scorso la rete europea “We do not enlist” sta coordinando gli sforzi – perfezionati durante l’estate – tra gli studenti e i giovani in vari paesi contro il militarismo, la guerra e la reintroduzione della leva militare.

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03/10/2026

Bibi files: il lawfare in salsa kosher

Guardando il film Bibi files viene il sospetto che possa essere la componente mediatica di una sporca operazione di lawfare. Un qualcosa che per certi versi non è difforme dai tentativi di “regime change” che abbiamo visto in tanti paesi del mondo, in cui sono state usate inchieste giudiziarie (supportate dai media) per rimuovere dei personaggi politici.

La tesi del film è che Netanyahu abbia trascinato Israele in guerra per poter creare un clima di emergenza e unità nazionale che gli consentisse di non rispondere dei propri crimini economici (delle becere storie di corruzione). Il prossimo 27 ottobre in Israele ci saranno le elezioni e qualcuno vorrebbe togliersi di torno Netanyahu scaricando su di lui tutte le responsabilità del genocidio e assolvere così lo Stato d’Israele.

Dalle ricostruzioni del film appare plausibile che Netanyahu possa essere un corrotto, anche se si parla di regalìe di imprenditori per un totale di 250 mila dollari nell’arco di 10 anni, per lo più casse di champagne, scatole di sigari e qualche gioiello per la moglie. Nulla di così diverso da ciò che fanno tanti altri governanti in ogni parte del mondo.

Il film propone la mostrificazione di Netanyahu per aver preteso qualche dono e non per la mattanza che ha fatto a Gaza o in Libano. Questo è l’aspetto più stridente del film, il più inaccettabile.

Con tutte le critiche che si possono muovere a Netanyahu, non si può accettare una mostrificazione che non sia in primis per i crimini contro l’umanità.

In questa ottica risulta fastidioso anche il titolo che sembrerebbe ammiccare agli Epstein files. Con quella vicenda forse l’unico punto in comune è che non si tratta di normali inchieste giudiziarie, ma di operazioni di intelligence.

Tutto il film Bibi files si fonda su una serie di video degli interrogatori fatti a Netanyahu e alla sua corte. Video che non solo non potevano essere pubblicati, ma che soprattutto non potevano essere realizzati.

Si tratta di video fatti con telecamere nascoste nelle varie sale degli interrogatori e addirittura anche nello studio di Netanyahu – uno dei posti più vigilati al mondo ed in cui nessuno all’infuori dei servizi segreti potrebbe fare delle riprese – filmati in cui il Premier israeliano risponde anche su delicati temi di sicurezza nazionale.

In particolar modo in uno Stato come Israele – in cui operano alcune delle migliori agenzie di intelligence – non si può pensare che quelle riprese illegali non siano state fatte dai servizi segreti e che non siano state fatte uscire ad arte per interferire con le elezioni. Lì va quindi ricercato il senso dell’operazione.

Alla luce di ciò, si deve valutare come porsi rispetto al film, per scongiurare che in nome di una giusta rabbia ci si trasformi in strumento inconsapevole nelle mani del Mossad o parte di esso.

Giova anche segnalare che stando alla proposta di legge sull’antisionismo che è in discussione al Parlamento italiano, forse il film “Bibi files” potrebbe pure essere messo all’indice.

Infatti in un interrogatorio, il figlio di Netanyahu dice ai poliziotti che loro sono come la Gestapo. Risulta buffo dover dare ragione al figlio di Netanyahu, ma il paragone tra i sionisti e i nazisti è proprio una delle fattispecie che l’Italia vorrebbe vietare, etichettandola come antisemita.

Constatiamo che la stessa affermazione se la fa un sionista è legittima, ma se la fa un filo-palestinese no. Questo doppio standard riafferma l’ipocrisia di un provvedimento che non ha nulla a che fare con l’antisemitismo, ma è solo finalizzato a colpire chi critica lo stato di Israele e i suoi crimini.

Il film Bibi files sembrerebbe una operazione d’apparato che cerca di fare di Netanyahu il capro espiatorio dei crimini di Israele: toglierlo di scena per dare un grande colpo di spugna sul genocidio. Compito dei movimenti solidali con la Palestina è di ribadire che le responsabilità del genocidio sono dello Stato d’Israele e non di un singolo politico.

Dare visibilità a questo film può significare farsi usare in una operazione dei servizi segreti israeliani, pertanto sarebbe da non pubblicizzare almeno fino a dopo le elezioni. Cerchiamo di non fungere da strumento nelle mani dell’intelligence sionista.

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Il detonatore francese

Dopo 48 ore di scioperi e scontri persino i media italici, ormai tra i peggiori del mondo, si sono accorti che in Francia c’è una mobilitazione generale contro il governo. Nel nostro piccolo ce n’eravamo accorti subito, ma si sa, siamo “tendenziosi”.

Date a questi poveri servi ancora qualche giorno e si accorgeranno che la destra di Le Pen è completamente fuori da questo circuito di lotte, mentre “il centro” – il presidente uscente Macron, il premier Lecornu, i gollisti, i complici “socialisti” di Glucksmann, frattaglie varie – è ovviamente il bersaglio contro cui il popolo si va muovendo.

Lo si capisce per esclusione: tutti costoro hanno come nemico soltanto Jean-Luc Mélenchon e il suo partito-movimento, La France Insoumise. Il motivo è trasparente: ad aprile si vota per eleggere il nuovo presidente, e – per ora – non sembra poter essere un “centrista”.

Protagonisti delle mobilitazioni sono stati inizialmente i dipendenti pubblici, i cui salari sono fermi da tempo immemorabile. Al loro fianco sono scesi subito gli studenti delle superiori, soprattutto, alle prese con una scuola pubblica ormai fatiscente quasi quanto quella nostrana. Lo si capisce delle rivendicazioni: classi meno affollate, orario scolastico più breve, più risorse anche per l’aria condizionata.

Ma l’obiettivo principale resta il “Parcoursup”, un cervellone elettronico centralizzato che pretende di gestire il passaggio degli studenti dalle superiori all’università. Con un algoritmo sconosciuto che tende – ma guarda un po’ – a perpetuare le disparità sociali costringendo pressoché tutti i giovani “non benestanti” a restare in ambiti professionali di basso livello.

Alle proteste partecipano anche gli insegnanti, devastati da livelli salariali infimi (comunque superiori a quelli italiani…) e da una progressiva svalutazione del loro ruolo sociale.

Il governo ha reagito nel solito modo: scatenando la polizia, col risultato di brutalità contro i manifestanti e scontri durissimi in decine di città e circa 2.000 arresti, quasi tutti minorenni.

Quando qualcosa di simile avviene in Iran o in altri paesi “nemici”, sentiamo un coro unanime contro le “autocrazie che soffocano il desiderio di libertà”. Quando avviene nel “giardino europeo” sono i “nemici della libertà” che guiderebbero le rivolte.

Non vi sembra che sia ora di chiedersi della “libertà di chi” stiamo parlando?

Una mezza risposta arriva proprio dal governo francese, con Lecornu che deve elaborare una manovra finanziaria di fine anno pari a 54 miliardi, tra tagli al welfare e nuove tasse. Per i lavoratori, ovviamente…

Tra i primi obiettivi c’è come al solito il sistema pensionistico, con la previsione di un congelamento dell’indicizzazione al costo della vita. Né più né meno quel che già da molti anni avviene in Italia, ma ora i pensionati (e pensionandi) francesi vedranno dimagrire il portafoglio ad una velocità maggiore, perché il debito pubblico è arrivato al 119% del Pil e i rendimenti dei titoli di stato sono più alti di quelli italiani.

Facile prevedere che al fianco dei giovani e dei dipendenti pubblici vedremo presto in piazza anche gli ultrasessantenni. O, se non dovessero farcela fisicamente, se ne vedrà l’effetto sul voto alle presidenziali.

Un appuntamento che sembrava dall’esito già scritto, con Le Pen o Bardella (dipende dalla revisione o meno di una sentenza contro la “figlia di Vichy”) facilmente vincenti al ballottaggio contro chiunque, o addirittura al primo turno.

Che questo esito fosse comunque gradito all’establishment francese è diventato chiaro negli ultimi giorni, quando, preparando appunto “la legge di stabilità” per il 2027, ben quattro ministri – David Amiel, Roland Lescure, Stéphanie Rist e Jean-Pierre Farandou, e i funzionari al loro servizio – hanno insistito sul fatto che il testo della finanziaria è concepito in modo da poter essere rapidamente annullato o rivisto dopo le elezioni presidenziali.

Ammissione esplicita: “Si tratta di una libertà senza precedenti che desideriamo lasciare in eredità ai nostri successori, chiunque essi siano”, ha sottolineato David Amiel, Ministro dei Conti Pubblici. Strizzando l’occhio al Rassemblement National… Della serie: “potete promettere quel che volete, qualcosa potrete anche fare”. Tutto va bene, insomma, anche scassare ulteriormente i conti pubblici, pur di non mettere il potere politico nelle mani della sinistra insoumise.

Poi sono avvenute due cose impreviste. Della mobilitazione popolare e soprattutto giovanile si è appena detto. Ma altrettanto devastante rischia di essere la divisione dentro l’ultra-destra, innescata dalla pubblicazione – sulla testata Mediapart – di testi e messaggi antisemiti e complottisti prodotti proprio da Jordan Bardella, quando era ancora un giovane fascistello ai piani bassi del partito lepenista.

Le solite cose da fascisti non ancora convertiti al sionismo, come “gli ebrei controllano tutte le banche del pianeta”, oltre ad apprezzamenti per Alain Soral, teorico della “cospirazione” e “influencer” dei bassifondi. Bardella ha provato a smentire tutto, inseguito naturalmente dalle dichiarazioni indignate di quasi tutto il mondo politico francese.

Ma il problema principale viene dall’interno del suo stesso partito, dove gli avversari storici gli chiedono di “chiarire”, mentre monta il sospetto che dietro la “rivelazione” ci sia la stessa Marine Le Pen, che vorrebbe ridimensionare le ambizioni presidenziali di quello che figura come suo “delfino” e prendersi l’Eliseo.

Una spaccatura che, se si approfondirà, metterà in discussione le attese per le prossime elezioni. Una destra divisa, o comunque fortemente scossa nella credibilità “istituzionale” ed estranea ormai alla mobilitazione sociale, potrebbe non raccogliere i risultati sperati. Al tempo stesso, “al centro” ci sono più galli che elettori, tanto che nessuno al momento arriverebbe neanche al ballottaggio.

Sulla riva, o meglio sulla nave che cavalca la tempesta sociale, La France Insoumise (Lfi) va capitalizzando al massimo l’influenza sulla nuove generazioni e gli esordienti alle prossime elezioni. Oltre un terzo dei quali dichiara già apertamente di preferire Mélenchon…

Tra le buone intenzioni della Lfi c’è per esempio un ridimensionamento importante del potere dell’Unione Europea sullo Stato francese (fin qui parte integrante del “motore franco-tedesco”). Una sua vittoria, o un risultato tale da condizionare pesantemente chiunque vinca ad aprile, in quanto rappresentante politico del malessere sociale, sarebbe un detonatore potente contro un assetto antipopolare consolidato in oltre 30 anni (da Maastricht, 1992).

Sarà per questo che una parte consistente dell’establishment “macronista nel programma sociale” non vedrebbe male un’alleanza con la destra del Rassemblement National, deputato dall’”antisemita” Bardella (come se Marine Le Pen non venisse dalla stessa melma “culturale”).

Cento motivi, insomma, per tifare per il vecchio leone marsigliese...

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Romania - Tra ingovernabilità e ingerenze esterne, non russe ma statunitensi

I governi e le formazioni filo-UE non hanno consenso né vita facile in Romania. A maggio era stato sfiduciato il governo del leader liberale ed europeista Bolojan. Da allora il paese – alle prese con misure lacrime e sangue in nome dell’austerity imposta da Bruxelles – è diventato ingovernabile.

Anche il terzo incaricato dal presidente filo-UE Nicusor Dan di formare un nuovo governo non è riuscito nel compito. Il parlamentare europeo Siegfried Mureșan, non ce l’ha fatta a superare lo scoglio parlamentare.

Il 30 settembre scorso, Mureșan si è presentato all’aula con un “programma orientato alle riforme”, sostenuto dal suo Partito Nazionale Liberale (Pnl) di centro-destra, dal partito Unione Salva la Romania (Usr) e dal partito della minoranza ungherese Udmr. Ma non ha ottenuto i 233 voti necessari per ottenere la fiducia, anzi non ci si è nemmeno avvicinato.

Anche questa volta il Partito Socialdemocratico, che lo scorso maggio aveva fatto cadere il governo guidato dal liberale Ilie Bolojan, non lo ha sostenuto.

L’oligarchia romena filo Bruxelles continua a sperare in una collaborazione tra il Partito Liberale e il Partito Socialdemocratico come possibilità per evitare le elezioni anticipate che, nonostante le ingerenze esterne – e qui viene il bello – vedrebbero lo schieramento filo-Ue e filo Nato in seria difficoltà. Al momento il prossimo appuntamento elettorale per le legislative sarebbe nel 2028.

I socialdemocratici, al contrario, hanno dichiarato di non escludere più la possibilità di formare un governo con l’Aur (il partito nazionalista e antieuropeista) che a sua volta non ha detto ‘no’ a una collaborazione con i socialdemocratici pur chiedendo a gran voce di tornare alle urne.

Il presidente Dan, uomo di Bruxelles, sa bene che l’Aur nei sondaggi viene dato al 40%, e vuole scongiurare per questo le elezioni anticipate.

Difficile però passare sotto silenzio il fatto che la Romania ha già attraversato una fase politica piuttosto turbolenta a cavallo tra il 2024 e il 2025, quando vennero annullate dalla Corte Costituzionale le elezioni presidenziali vinte dal nazionalista filo-russo Călin Georgescu per le “interferenze di Mosca nel voto”.

Il “secondo turno” aveva poi visto vincere un fronte europeista guidato dal sindaco di Bucarest Nicușor Dan ma, in questo caso, le “interferenze” sul voto erano state europee, ma la Corte Costituzionale era riuscita a vedere – anche se non a dimostrare – solo quelle russe.

Adesso però è venuto fuori un vero e proprio colpo di scena. Le interferenze esterne sulla vita politica della Romania ci sono state ma sono quelle statunitensi.

A scuotere il vespaio sono state le parole dell’ambasciatrice statunitense Kimberley Guilfoyle, confidate al ministro dell’Energia greco Stravros Papastavrou durante una cena. Riferendosi all’imminente crollo del governo rumeno, l’ambasciatrice avrebbe dichiarato: “Possiamo farlo succedere dove vogliamo, anche qui”. A riferire il particolare sono stati sono il Wall Street Journal e il Financial Times, ripresi in Italia da un interessante articolo di Alex Lung su Quotidianonazionale.it.

Secondo l’articolo l’incontro avvenuto a fine marzo tra Guilfoyle e il leader dei socialdemocratici rumeni Sorin Grindeanu, riportato dall’emittente pubblica Tvr, assume contorni cupi.

“Lo scoop ha portato il caos nel panorama politico già turbolento della Romania, dove ora il Partito nazionale liberale e gli europeisti dell’Usr pretendono spiegazioni dagli ex alleati” – scrive Lung – “Grindeanu ha respinto ogni accusa, sostenendo che il governo sia stato sfiduciato (simbolicamente) dai cittadini rumeni: “Bolojan non è stato cacciato né dagli americani, né dai russi”. A gettare acqua sul fuoco anche il corpo diplomatico statunitense a Bucarest, che ha dichiarato di avere piena fiducia nella democrazia rumena, sottolineando che l’unico diplomatico autorizzato ad esprimersi sui rapporti con la Romania è l’ambasciatore”.

Su questo scenario pesano anche fattori economici rilevanti.

Da una parte la Romania rischia di vedersi tagliare il rating sui prestiti e deve decidere un piano di tagli e austerity per ridurre il deficit di bilancio, il più grande all’interno dell’Unione europea. In tal senso, come fu per la Grecia, il paese viene pressato pesantemente da Bruxelles per adottare misure “lacrime e sangue”. Il paese è stato attraversato da manifestazioni e proteste popolari contro l’austerity.

Dall’altra, l’ambasciatrice USA Guilfoyle (esponente del mondo Maga, ndr) è una aperta sostenitrice di un’infrastruttura strategica, un metanodotto che dovrebbe portare il gas naturale liquefatto statunitense dalla Grecia verso la Bulgaria, la Romania e l’Ucraina, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza dalle forniture russe.

“Durante le sue visite nella regione” riporta Lung nel suo articolo – “l’ambasciatrice statunitense avrebbe spinto per la firma di contratti di fornitura a lungo termine e per l’inclusione nelle trattative di Christos Marafatsos, un consulente e lobbista della società greca Aktor”, la cui presenza costante al fianco della Guilfoyle ha sollevato dubbi e perplessità in molti ambienti romeni. Tra questi ci sarebbe anche il premier in crisi Bolojan, il quale pur non essendo contrario al Corridoio si era opposto all’acquisto di massicce quantità di gas liquefatto statunitense, puntando piuttosto sulle risorse di gas rumene presenti nel Mar Nero.

La Romania, il paese più grande e popoloso del quadrante sud est dell’Unione Europea, è dunque dentro una sorta di tempesta perfetta. Fino a ieri i mass media e i politici europeisti avevano sempre e solo indicato il dito (la Russia) come fonte di interferenze esterne sulla vita politica del paese. Adesso si scopre che in queste ingerenze c’è anche una Luna assai pesante (gli USA).

E la memoria storica ci rammenta che il “Grande Gioco” sui Corridoi energetici in questa regione è stato sempre pesantissimo e sanguinoso, in particolare nei Balcani.

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