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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/08/2026

USA - I neocon di fronte al fallimento

Quando un progetto fallisce normalmente gli “architetti” che lo hanno partorito tacciono, si nascondono, farfugliano qualcosa assumendo una postura dimessa. Il fallimento di un progetto iper-ambizioso come il Project for the New American Century, dunque, avrebbe dovuto sancire la scomparsa dei protagonisti, o quanto meno una loro radicale “autocritica” per le valutazioni sballate.

Che, nel caso dei neocon – il gruppo degli “intellettuali” sia repubblicani che “democratici” che ha di fatto orientato l’establishment statunitense negli ultimi 40 anni – hanno prodotto decine di guerre e milioni di morti, senza peraltro riuscire a frenare il declino statunitense.

La “leggerezza” con cui chiama “errori” i disastri combinati in quasi mezzo secolo ricorda da vicino l’atteggiamento con cui Madeleine Albright – segretario di Stato della guerra in Iraq – definiva “un prezzo accettabile” la morte di mezzo milione di bambini in conseguenza dell’invasione del Paese.

E invece no. Supponente come sempre, Robert Kagan – marito di Victoria Nuland, famosa per quel “fuck the EU” che sentenziava l’inizio del majdan e quindi della guerra ucraina (nel 2014, non nel 2022) – alza il suo ditino ormai grassoccio per fare “l’autocritica degli altri”. In questo caso di Trump e del suo staff di improvvisati che sta affondando ancora più rapidamente gli States.

Questa eccellente intervista – che dovrebbe insegnare ai pennivendoli italiani i fondamenti deontologici del mestiere, ridotti come sono a “reggitori di microfono” – gira il coltello in tutte le piaghe di quella che è stata la leadership mondiale dopo la caduta dell’Unione Sovietica.

Buona lettura.

*****

Robert Kagan ha sorpreso alcune persone. Uno dei più influenti esponenti della corrente interventista e favorevole all’uso della forza negli Stati Uniti ha condannato la maldestra guerra dell’amministrazione Trump in Iran, suggerendo in un articolo pubblicato su The Atlantic a marzo che il coinvolgimento degli Stati Uniti in Medio Oriente sia stato un catalizzatore del terrorismo islamico, piuttosto che una risposta prudente ad esso.

Senior fellow presso la Brookings Institution e storico prolifico, Kagan sostiene da decenni la supremazia statunitense, a partire dal suo appoggio agli “insorti” Contras del Nicaragua quando era a capo dell’Office of Public Diplomacy del Dipartimento di Stato (1985-88).

Nel 1997, Kagan ha cofondato il Project for the New American Century, un think tank neoconservatore che faceva pressione a favore di una politica estera energica e del mantenimento dell’egemonia globale degli Stati Uniti. Il gruppo esercitò una notevole influenza nel promuovere il cambio di regime nell’Iraq di Saddam Hussein. L’orientamento di Kagan è sempre stato fondato sulla convinzione che il mondo precipiterebbe nel disordine senza la leadership americana, nonostante le avventure militari statunitensi abbiano ripetutamente destabilizzato alcune aree del mondo.

Dunque, Robert Kagan sta ora riconsiderando il suo precedente interventismo? L’ho intervistato per scoprirlo. La nostra conversazione è stata modificata per ragioni di lunghezza e chiarezza.

Martin Di Caro: Stai attraversando una sorta di conversione? È una definizione corretta?

Robert Kagan: Non credo, perché non ho mai negato che il blowback, cioè il contraccolpo, fosse una realtà. Anzi, dai miei scritti emerge che, quando gli Stati Uniti agiscono nel mondo, gli americani tendono a non essere nemmeno consapevoli dell’effetto che il potere americano esercita sugli altri Paesi. E quindi rimangono costantemente scioccati ogni volta che l’uso del potere americano provoca una reazione.
Il miglior esempio è il Giappone e Pearl Harbor. Molti americani reagirono come se l’attacco giapponese fosse arrivato dal nulla, quando in realtà gli Stati Uniti avevano perseguito politiche che con ogni probabilità avrebbero portato a un attacco giapponese. Lo stesso vale per l’11 settembre, nel senso che fu almeno in parte una risposta alla presenza americana in Medio Oriente.
La domanda è: bisogna agire anche sapendo che ci sarà un contraccolpo, perché la posta in gioco lo giustifica? Io non ne ho mai dubitato e, come ho detto, riconoscere l’effetto del potere americano sulle altre nazioni è una parte importante della mia storia.

Eppure per decenni hai sostenuto l’interventismo statunitense e, nel caso dell’invasione dell’Iraq del 2003, una guerra preventiva... 

Aspetta un momento. Possiamo fermarci qui? Quando dici che ho sostenuto l’interventismo per decenni, a cosa ti riferisci esattamente? Ho certamente sostenuto gli interventi in Bosnia e Kosovo, ma non è che chiedessi un intervento ovunque e in ogni momento. È una semplificazione che usi tu, ma è quello che la gente pensa, sai?

Non hai mai chiesto un’invasione dell’Iran, ma hai sostenuto i Contras quando eri membro del Dipartimento di Stato di Reagan, risalendo agli anni Ottanta.

Assolutamente. Esatto.

È a questo che mi riferisco.

Credo decisamente nell’esercizio del potere statunitense nel mondo. A volte questo significa intervenire, ma molto spesso non significa necessariamente intervenire.

Rifiuti l’etichetta di neoconservatore?

Sì, la rifiuto, non solo perché ha assunto connotazioni che considero francamente antisemite, ma perché è semplicemente una cattiva descrizione di ciò che sono.
Io sono un liberale. Lib-e-ra-le. La mia politica estera è liberale. Se guardi alla storia della politica estera americana, le persone che hanno perseguito le politiche che sostengo sono sempre state tendenzialmente progressiste e liberali. E la politica estera conservatrice in America è sempre stata orientata verso la moderazione.
Ho lavorato per i neoconservatori. Ho lavorato per Irving Kristol. Erano chiamati neoconservatori perché erano stati di sinistra e poi erano passati da poco a destra. Io non ho mai accettato che questa fosse una definizione ragionevole [delle mie posizioni].

Possiamo mettere da parte le questioni di definizione, perché potrebbe essere più importante parlare delle conseguenze delle politiche che hai sostenuto, indipendentemente dall’etichetta che ti si attribuisce. Non sei semplicemente un blogger: sei stato una voce influente nella politica estera. Alla luce dei tuoi recenti commenti sull’Iran, hai riconsiderato il tuo precedente sostegno alle guerre statunitensi, in particolare all’invasione dell’Iraq nel 2003?

Ho riflettuto sul mio sostegno alla guerra in Iraq molto prima che emergesse questa questione iraniana. Il punto fondamentale è che le circostanze dell’Iraq allora e quelle dell’Iran oggi sono completamente diverse da quelle del 2003.
Questo non significa che, col senno di poi, la guerra in Iraq non si sia rivelata un errore, ma gli argomenti strategici erano completamente diversi da quelli attuali e anche l’obiettivo generale della politica estera americana allora era del tutto diverso dall’obiettivo generale della politica estera di oggi.
Il contesto strategico era importante. Nel 2003 non eravamo preoccupati dalle crescenti sfide delle grandi potenze. La Russia era sostanzialmente ancora in difficoltà. I cinesi erano nella loro fase Hu Jintao-Wen Jiabao. Non c’era una particolare minaccia all’ordine mondiale quando gli Stati Uniti entrarono in guerra in Iraq.
Per rispondere alla tua domanda, non ho realmente cambiato idea in modo fondamentale. Le circostanze sono diverse. Dovresti presumere che io avessi una sorta di dottrina secondo cui bisogna sempre invadere il Medio Oriente ogni volta che se ne presenta l’occasione. Ma questa non è mai stata la mia dottrina.

Nel 2003 pensavo che invadere l’Iraq fosse giustificato. Mi vergogno di aver avuto un giudizio così scarso. La guerra in Iraq era inutile.

Dici che era inutile perché non prendi sul serio la natura della minaccia che si presentava.

Quale minaccia rappresentava Saddam Hussein? Era un dittatore da quattro soldi con un esercito ridotto all’osso.

Non sono d’accordo con te. Non era semplicemente un dittatore da quattro soldi. Era effettivamente un caso particolare. Aveva già compiuto due importanti atti di aggressione contro i suoi vicini. A proposito, è qualcosa che l’Iran non ha mai fatto. Saddam aveva invaso l’Iran [su “consiglio” statunitense, ndr]. Aveva invaso il Kuwait. Voleva chiaramente essere il Saladino del Medio Oriente. Puoi pensarla come vuoi, ma non ero certo l’unico ad aver sostenuto la guerra in Iraq.
È bizzarro guardare indietro e pensare che fosse in qualche modo un giudizio stravagante ritenere Saddam una minaccia, quando quasi tutti, compresa l’amministrazione Clinton, pensavano che Saddam fosse una minaccia. Era praticamente una posizione consensuale.
Quando la guerra andò male, molte persone vollero fingere di non averla mai sostenuta e decisero che fosse stata una cosa incredibilmente stupida da fare. Semplicemente non penso sia corretto tornare indietro e dire che si trattava di un’azione assurda quando una maggioranza così significativa degli americani, compresi membri del Congresso, pensava che fosse una cosa importante da fare.

Ma possiamo vedere quanto siano state disastrose le conseguenze. Secondo il Costs of War Project della Brown University, ci furono almeno 180.000 vittime civili dovute direttamente alla violenza della guerra, e fu l’invasione statunitense a innescare tutto il caos e la guerra civile che seguirono. Morirono 4.500 militari statunitensi e 3.600 contractor americani...

In dieci anni! Nell’arco di dieci anni.

...milioni di persone furono sfollate in tutto il Medio Oriente durante le guerre successive all’11 settembre. E trilioni di dollari per il Tesoro statunitense, se consideriamo decenni di assistenza a lungo termine per i nostri veterani. Faccio fatica a capire perché tu non possa ammettere che sia stato un errore.

Beh, non ho detto di non poter ammettere che sia stato un errore. Non sono sicuro di quale utilità abbia ammettere che sia stato un errore. Non riporterà in vita nessuno. Ma, sai, ci sono stati ovviamente elementi della guerra in Iraq che sono stati un errore.
Ne parlai molto chiaramente all’epoca, quando divenne evidente che l’amministrazione non solo non aveva inizialmente inviato abbastanza truppe, ma non aveva nemmeno capito quale ruolo quelle truppe dovessero svolgere, perché Donald Rumsfeld, dal momento stesso dell’invasione, voleva andarsene.
E quindi non ci assumemmo la responsabilità che, come disse Colin Powell, deriva dal principio: quando rompi qualcosa, ne diventi responsabile.
L’effetto più grande che rimpiango è il modo in cui la guerra ha influenzato l’atteggiamento degli americani verso la politica estera in generale... Col senno di poi è chiaro che gli americani erano diventati sempre meno entusiasti del ruolo che gli Stati Uniti stavano svolgendo nel mondo.

C’erano buone ragioni per cui gli americani si sono disillusi da quelle che io chiamo ‘avventure militari’. C’è il danno arrecato agli altri popoli, ma anche i risultati per gli Stati Uniti sono stati modesti.

Questo è ciò che dici tu, ma tutta la tua linea argomentativa dà per scontati tutti i modi in cui l’approccio complessivo americano al mondo ha prodotto enormi benefici sia per gran parte del mondo sia per gli Stati Uniti. Dai per scontato l’ordine mondiale che esisteva.
E ti dirò una cosa: non potremo più darlo per scontato, perché ora stiamo sperimentando il mondo che, immagino, tu pensi sarebbe stato migliore: un mondo nel quale gli Stati Uniti sostanzialmente restano a casa e si fanno gli affari propri.

Non è vero. La mia posizione è che gli Stati Uniti dispongono di altri strumenti oltre all’applicazione quasi esclusiva della forza e della coercizione.

Pensi che non abbiamo usato anche gli altri strumenti? Io penso che alla fine abbiamo usato la forza militare perché gli altri strumenti non stavano funzionando.

Il soft power. È qualcosa di cui ha parlato il politologo Robert Keohane... 

Adesso vuoi insegnarmi cos’è il soft power?

No, ma non sei d’accordo sul fatto che recentemente gli Stati Uniti abbiano trascurato il soft power?

No. No. E c’è un intero mito riguardo alla guerra in Iraq, secondo cui avrebbe in qualche modo provocato il disincanto del resto del mondo nei confronti degli Stati Uniti e, di conseguenza, avremmo subito un disastro reputazionale.
In realtà, le alleanze degli Stati Uniti, compresi i Paesi che si erano opposti alla guerra in Iraq, non erano soltanto solide, ma si rafforzarono effettivamente nella seconda metà della presidenza di George W. Bush.
Se la tua posizione è che gli Stati Uniti abbiano indebolito la propria posizione nel mondo, allora perché tutti gli alleati continuano a fare affidamento sugli Stati Uniti per la loro protezione, nonostante siano presumibilmente questo orco? Non c’è alcuna logica.
Mentre l’amministrazione Trump distrugge la posizione degli Stati Uniti, il resto del mondo è sostanzialmente in lutto per la perdita degli Stati Uniti che erano una volta.

Pensi che gli Stati del GCC vogliano ancora basi americane all’interno dei loro territori?

Non ora, ma non a causa della guerra in Iraq. È perché gli Stati Uniti hanno dimostrato [sotto Trump] di essere un alleato terribilmente inaffidabile. Non perché pensino che gli Stati Uniti siano immorali. Pensi che siano preoccupati della moralità americana? Ciò che li irrita è che gli Stati Uniti si siano dimostrati un protettore inadeguato.
Se l’Iran non fosse stato in grado di colpirli con tutti quei droni e quei missili, non credo che si sarebbero rivoltati contro gli Stati Uniti. Erano in gran parte favorevoli all’eliminazione del regime iraniano. Il problema è che gli Stati Uniti non sono riusciti né a farlo né a proteggerli.
Un’altra ragione per cui pensavo che fosse una cattiva idea, e che non riguarda un cambiamento di dottrina, è che l’unica cosa che abbiamo imparato negli anni Novanta è che non si può ottenere il successo in situazioni del genere semplicemente bombardando.
Quando attaccammo Slobodan Milošević [in Jugoslavia], ricordo di aver ricevuto un briefing dal [generale] Wesley Clark, il quale disse che dopo quattro giorni di bombardamenti Milošević avrebbe ceduto. E 90 giorni dopo fu necessaria la minaccia di una forza di terra americana per convincerlo a ritirarsi.
Quindi penso che sapessimo che non si poteva eliminare il programma nucleare [dell’Iran] e certamente non si poteva ottenere un cambio di regime semplicemente bombardando le persone.
Il mio problema con alcuni critici della politica americana è che non si interessano di ciò che accade quando l’America non è coinvolta. Si interessano solo quando l’America è coinvolta.
Quando Saddam Hussein, per esempio, stava uccidendo 200.000 curdi e altre minoranze in Iraq usando armi chimiche, nessuno si interessava di quei 200.000. Si interessano solo alle vite perse come conseguenza dell’azione americana. C’è un evidente doppio standard nel giudicare il comportamento americano... 

Hai menzionato Saddam e i curdi. Questo doppio standard vale anche per il governo statunitense.

Sì, lo so. Abbiamo anche abbandonato i curdi.

Gli Stati Uniti chiusero un occhio negli anni Ottanta quando Saddam gasò i curdi e, fino alla vigilia dell’invasione del Kuwait nell’agosto del 1990, George H.W. Bush inviava a Saddam Hussein lettere cordiali dicendogli quanto desiderasse coltivare le loro relazioni. Fu solo dopo l’invasione del Kuwait che Saddam Hussein divenne Adolf Hitler.

Sono d’accordo. Vuoi sostenere che gli Stati Uniti siano un Paese profondamente imperfetto che a volte fa la cosa sbagliata? Perché, se è questo che vuoi dire, sono perfettamente d’accordo.

Il mio punto è che la Guerra del Golfo fu una vittoria di Pirro. Gli Stati Uniti non sono mai riusciti a tirarsi fuori dal Medio Oriente. Alcuni sostengono che Israele sia una delle ragioni per cui gli Stati Uniti non sembrano riuscire a tirarsi fuori, almeno dal conflitto con l’Iran.

Beh, questo è certamente vero.

Perché le recenti amministrazioni statunitensi non sono riuscite assolutamente a frenare Israele, nonostante gli Stati Uniti dispongano di una notevole capacità di pressione?

Ci sono molteplici elementi nella risposta. Uno è ovviamente il ruolo degli ebrei nell’influenzare la politica americana, che è una realtà, proprio come irlandesi, italiani o greci hanno influenzato la politica americana.
L’altra cosa è che l’America è in generale islamofoba e quindi, per molti americani, qualsiasi nemico dell’Islam è un nostro amico. Penso che l’islamofobia sia una realtà negli Stati Uniti e che Israele sia considerato il baluardo contro l’Islam.
È un fatto spiacevole. La mia opinione è che non dovremmo avere una politica estera basata sull’islamofobia. Dovremmo poter avere rapporti perfettamente buoni con i Paesi islamici e con l’Islam stesso.

Qual è la tua opinione sulla condotta di Israele a Gaza? Come possiamo parlare di un “ordine basato sulle regole” dopo che il mondo ha permesso che accadesse? La condotta di Israele è stata resa possibile dagli Stati Uniti.

Io non parlo quasi mai di un ordine basato sulle regole, perché gli Stati Uniti hanno certamente applicato un doppio standard riguardo all’ordine basato sulle regole. Si potrebbe dire che abbiamo sostenuto l’ordine basato sulle regole tanto quando lo abbiamo violato quanto quando lo abbiamo rispettato.

Sembri un sostenitore della moderazione, adesso.

Beh, questo è di nuovo il punto. È come se riconoscere che l’America fa cose negative nel mondo ti trasformasse automaticamente in un “sostenitore della moderazione”. Secondo me significa semplicemente essere onesti dal punto di vista analitico.
Sapere che gli Stati Uniti fanno cose sbagliate non risponde alla domanda se gli Stati Uniti debbano essere coinvolti nel mondo.

La questione è come gli Stati Uniti dovrebbero essere coinvolti nel mondo.

Le critiche all’ordine americano sono legittime. La domanda è: quale alternativa sarebbe migliore? Se vuoi dirmi di non coinvolgerci mai più in Medio Oriente, direi: certo. Sono felicissimo di non essere mai più coinvolto in Medio Oriente.
Ma questo non è ciò di cui parlano fondamentalmente i sostenitori della moderazione. Parlano dell’uscita dall’intero sistema delle alleanze e della fine della natura della leadership americana dal 1945.
L’assunto alla base di questa posizione deve essere che il mondo sarà almeno altrettanto calmo, o più calmo, e che ci sarà meno conflittualità. E io respingo assolutamente questa idea. Penso che ci sarà più conflittualità.
E penso che ci siano molte cose che i sostenitori della moderazione non stanno prendendo in considerazione e che, dal mio punto di vista, la loro convinzione che un mondo multipolare possa esistere in una sorta di armonia pacifica sia quasi un po’ utopistica, quando penso che la storia suggerisca il contrario.

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Germania - AfD in crescita in Sassonia, il partito di Sara Wagenknecht nega sostegno ai moderati

Secondo un nuovo sondaggio elettorale condotto dall’istituto Insa per conto del Bild, l’AfD può puntare ad ottenere il 42 percento dei voti nelle prossime elezioni statali nel land della Sassonia-Anhalt.

Secondo il sondaggio, il partito di Sara Wagenknet (BSW) supererebbe per la prima volta la soglia del 5% ed entrerebbe nel parlamento statale di Magdeburgo.

Il candidato principale del BSW, Thomas Schulze, ritiene il suo partito come il fattore decisivo nella questione su chi assumerà la carica di primo ministro in Sassonia-Anhalt in futuro: “Solo se il BSW entrerà nel parlamento dello stato potrà essere impedito il prossimo mandato del primo ministro della CDU. Da solo l’AfD non ce la farà”, ha detto il politico del BSW.

Una dichiarazione che molti hanno interpretato come una “apertura” ad AfD ma che, per ora, dichiara solo che il BSW non sarà disponibile a sostenere un eventuale maggioranza dei partiti conservatori e liberali.

Il candidato della BSW Schulze sostiene un modello di cambiamento delle maggioranze e un “primo ministro non partigiano” nel parlamento statale “per ridurre la polarizzazione”. Una proposta che il candidato dell’AfD Siegmund rifiuta chiaramente: “Non ci penso molto, perché abbiamo bisogno di un governo stabile in questo paese”, ha detto Siegmund all’agenzia Dpa.

La fondatrice del BSW, Sahra Wagenknecht, aveva già fatto sapere che la principale candidata della CDU, Sven Schulze, non poteva contare sui voti del suo partito nel caso in cui BSW entrasse nel parlamento statale di Magdeburgo. Un risultato delle elezioni corrispondente a quello del sondaggio Insa, potrebbe aprire la strada al candidato principale dell’AfD, Ulrich Siegmund, nel diventare primo ministro della Sassonia.

Secondo lo stesso sondaggio la CDU raggiungerebbe solo il 22 percento e quindi perderebbe ulteriormente terreno a favore dell’AfD. La terza forza politica sarebbe la Linke, il Partito della Sinistra, con il 13 percento. Secondo i dati, i Verdi e il FDP non raggiungerebbero il quorum del 5% e quindi non entrerebbero nel parlamento statale.

Un vero e proprio capitombolo attende invece i socialdemocratici del SPD che scendono al 6%.

CDU, Linke e SPD avrebbero il 41%, quindi meno voti rispetto all’AfD, la quale potrebbe eleggere da sola il primo ministro della Sassonia al terzo turno qualora la BSW si astenesse. 

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10/08/2026

Il capitalismo fragile

di Guglielmo Forges Davanzati 

Nel panorama del dibattito macroeconomico contemporaneo, il libro di Dario Togati Il capitalismo fragile. La crisi della fiducia e l’America di Trump (Diarkos, 2026) presenta tratti di originalità; la sua chiarezza espositiva – derivante da uno stile piano e largamente privo di tecnicismi – è accentuata dal frequente ricorso a illustrazioni fumettistiche. Il tema centrale del libro è la fiducia e, al tempo stesso, la critica alla sostanziale assenza di questa categoria nella teoria economica dominante. Quest’ultima – come è noto e in estrema sintesi – di ispirazione liberista e di matrice utilitarista, si fonda sulla convinzione per la quale l’Economia sia una scienza con uno statuto metodologico affine alle “scienze dure” (fisica, matematica), dedita esclusivamente ai problemi attinenti all’allocazione di risorse scarse fra usi alternativi dati. Date queste premesse, si mostra che un’economia di mercato deregolamentata – ovvero in assenza di interventi esterni – tenda spontaneamente all’equilibrio. La concorrenza, vista in quest’ottica, è la precondizione per la generazione e la diffusione del benessere materiale e per la crescita economica, quest’ultima quantificata dall’andamento nel tempo del Prodotto Interno Lordo, definito come il valore dei beni e servizi finali prodotti da un’economia in un dato intervallo di tempo. L’assioma alla base di questa conclusione è quello dell’homo oeconomicus, ovvero di un agente economico rappresentativo che massimizza una funzione obiettivo con preferenze esogene (assioma motivato dal de gustibus non est disputandum), dati i vincoli esogeni di scarsità. L’agire economico viene così concepito secondo una dinamica di impulso-risposta basata su incentivi, ai quali gli agenti economici rispondono sempre calcolando. In tal senso, in questa struttura teorica, non si fa, a rigore, riferimento alla fiducia, ma al rischio.

Il libro si interroga, nella sezione introduttiva e poi nella parte conclusiva, sulla razionalità delle scelte che hanno portato Donald Trump alla Presidenza degli USA, sgombrando il campo dalla teoria del ‘pazzo al potere’. Non è, tuttavia, un testo strettamente su Trump, sugli effetti dei dazi, sulle cause delle guerre in corso o sul disordine globale attuale. La gran parte della trattazione – accessibile anche ai non addetti ai lavori – riguarda il dibattito macroeconomico fra neoclassici e keynesiani e attiene alla formazione delle aspettative, alla funzione degli investimenti e dei consumi, al commercio estero, al ruolo delle politiche fiscali e monetarie.

Togati ritiene che Trump non sia un “asteroide” e che, pure a fronte di consolidate opinioni nell’ambito dell’orientamento dominante, sia impossibile e sostanzialmente anche indesiderabile tornare alla globalizzazione per come l’abbiamo conosciuta; delle cui storture l’attuale Presidente USA è appunto, secondo l’autore, la massima espressione. L’emergere di Trump nella scena politica statunitense viene ricondotto da Togati a una crisi di sfiducia. Su questo tema, l’autore sposta correttamente l’attenzione su uno dei fondamentali discrimen fra l’approccio neoclassico e quello keynesiano, laddove quest’ultimo – soprattutto nella tematizzazione degli animal spirits – considera le fondamentali decisioni economiche come dominate da un’incertezza radicale, per sua natura non misurabile. E, infatti, la teoria economica dominante tende a presentarsi come scienza per sua natura assiomatica.

Il tema posto da Togati, con particolare riferimento al nesso fiducia-crescita, si presta ad alcune considerazioni che richiamano il fatto che la produzione politica di sfiducia da parte di Trump sia parte di un progetto ideologico di estremizzazione delle connotazioni liberali e liberiste dell’economia e della società statunitense.

  1. Sebbene la gran parte degli economisti abbiano sostanzialmente sempre pensato che la fiducia istituzionale sia un fondamentale presupposto per il corretto funzionamento di un sistema economico, il modello di Trump sposta l’angolo visuale sulla fiducia privata – al deal – ovvero all’accordo fra privati, nel quale il più abile riesce a ottenere il massimo tornaconto. In questo schema, l’apparato delle norme formali conta sempre meno, spingendo il sistema a un grado di deregolamentazione che probabilmente non si è mai conosciuto prima. Ciò potrebbe dar conto del superamento dei dispositivi che hanno governato, negli ultimi decenni, l’ordine internazionale (si pensi, all’estremo, all’idea dell’acquisto della striscia di Gaza da impiegare per fini turistici).
  2. L’incessante delegittimazione degli organi di stampa – e la continua produzione di fake news – sembra essere funzionale a far diventare la parola del leader l’unica fonte di discernimento fra ciò che è vero e ciò che è falso.

Per quanto possa apparire paradossale, la scommessa di Trump è ripristinare in pieno l’egemonia statunitense – e far fronte alla deindustrializzazione prodotta negli anni della globalizzazione – proprio mediante il ricorso alla produzione politica di incertezza e della correlata sfiducia. Ciò sia sul piano interno, sia sul piano esterno. In politica interna, lo smantellamento del settore pubblico – descritto come sola fonte di inefficienza (si pensi al piano Schedule F) – dovrebbe servire a stimolare gli investimenti privati, a ragione dei minori costi di produzione e della minore burocrazia. Per quanto attiene alla politica internazionale, il ricorso ai dazi, teorizzato in particolare dall’economista Steven Miran, consigliere di Trump, dovrebbe essere funzionale ad accrescere il gettito fiscale e a ridurre il passivo della bilancia dei pagamenti, a vantaggio – si suppone – della produzione manifatturiera USA. Il ricorso alle guerre non è, poi, estraneo a questa strategia, dal momento che – in modo intenzionale o meno – gli shock geopolitici che i conflitti producono tendono, di fatto, a rendere convenienti le rilocalizzazioni. Ciò per numerose ragioni: fra queste, soprattutto quella per la quale l’aumento (effettivo o atteso) del prezzo del petrolio, combinato con l’incremento dei costi della logistica, può spingere le imprese statunitensi a tornare in patria. A ciò si somma l’aumento della domanda di gas naturale da parte delle aree (Europa in primo luogo) fortemente dipendenti da energia importata, che stimola la produzione interna statunitense. È anche da considerare che l’instabilità geopolitica spinge verso il c.d. “friend-shoring” – fenomeno già in atto – e, dunque, verso la rilocalizzazione della produzione in Paesi politicamente non ostili.

Il testo di Togati consente di cogliere un fondamentale rischio associato a questa strategia: il continuo cambiamento delle regole del gioco, attuato mediante i canali social direttamente gestiti dalla Presidenza USA, può facilmente dar luogo a un crollo degli investimenti per effetto del deterioramento degli animal spirits e, dunque, come conseguenza proprio del venir meno del patto istituzionale della fiducia.

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08/08/2026

Cos’è l’antifascismo oggi?

di Giorgio Cremaschi

Se hanno ragione i principali esponenti di AVS, che ora affermano che la priorità sia “battere la destra”, allora l’alleanza che propongono con Renzi è anche troppo piccola. Infatti se la destra di governo dovesse ragionare come loro, si alleerebbe sicuramente con Vannacci, così come in fondo spera il centrosinistra. E allora anche Calenda e simili dovrebbero stare con il campo largo e naturalmente Rifondazione, la cui maggioranza è già disponibile, e chiunque altro.

Due schieramenti che si contendono il governo senza alcuna vera discriminante al proprio interno, se non quella di battere l’avversario. Il tutto nel quadro di una legge truffa che regalerebbe fino al 17% di deputati in più alla prima coalizione che raggiungesse il 42%.

Due campi opposti dove ci sarebbe tutto e il suo contrario in ogni schieramento. Due campi con Meloni da un lato, Schlein o Conte (o Salis) dall’altro, ad occupare tutta la scena, ognuno spiegando che “le differenze nel proprio schieramento sono fisiologiche” e che comunque “decide il capo”. Due campi che si contenderebbero la vittoria in un mare di astensionismo senza precedenti.

È questo che vogliono i “realisti” della “sinistra del campo largo”, mentre gli altri – gli euroatlantici puri e duri – hanno già fissato i loro punti insormontabili, dal riarmo europeo, alle armi all’Ucraina, al sostegno alla NATO e anche a Israele?

Se il rischio in Italia è quello di una dittatura fascista, in continuità con quella di Mussolini, AVS, il PD e quelli come loro nel M5S avrebbero ragione e anzi potrebbero essere accusati di non dire la verità con sufficiente chiarezza.

Ma se invece le spinte autoritarie fasciste e razziste del governo e in una parte della società hanno una origine nelle politiche economiche liberiste e in quelle di guerra, allora i fautori del campo larghissimo hanno torto marcio.

Il piano UE di 800 miliardi in armi serve a preparare la guerra totale alla Russia; entro il 2030 ha dichiarato ufficialmente il governo della Germania.

I paesi europei sono sottoposti alle ristrettezze delle politiche di austerità, dalle quali “si può uscire solo con le spese militari”. Le sanzioni alla Russia e la guerra commerciale alla Cina hanno sottomesso ancora di più l’economia europea a quella USA, alla faccia delle dichiarazioni di circostanza contro Trump. Tutto questo produce una crisi economica che alimenta rabbia, insicurezza e perciò domanda di “ordine”.

Poi ci sono i migranti, a cui tutta la UE risponde con una gara a chi è più efficace nei respingimenti e nelle deportazioni: “ne ho rimpatriati più io, no io!”

Infine c’è Israele, che continua il genocidio senza subire neanche una sanzione, neppure di quelle che non costano nulla.

Ecco se tutto questo non è decisivo, allora ci si può alleare con chi tutto questo lo sostiene, spesso a spada tratta. Si può fare il “campo larghissimo” anche se le posizioni di coloro con cui ci si allea sono le stesse che prevalgono nel campo avverso.

Se invece la guerra, il riarmo, l’economia di guerra, il sostegno a Israele, sono le prime discriminanti oggi, allora l’alleanza tra chi ha votato “no” alle armi e chi ne vuole “di più” è un danno alla stessa lotta per la democrazia.

La spinta reazionaria nelle società occidentali viene dalle ingiustizie sociali, dalle politiche di guerra, dai muri contro i migranti, dal modello israeliano sempre più importato. Se non si parte da qui, si opera di fatto per rafforzare la destra.

Negli USA la sinistra vince le primarie contro l’establishment democratico perché ha imparato lo lezione: non si combatte Trump sul suo terreno, ma su quello del rifiuto del riarmo, della guerra e del razzismo di Stato, a favore dei diritti sociali per tutte e tutti. Negli USA c’è una sinistra che si dichiara esplicitamente “socialista”, in Italia invece la sinistra ufficiale spera di vincere contro la destra contendendole il consenso dell’establishment guerrafondaio.

Se si tiene davvero alla democrazia, oggi più che mai bisogna rifiutare le unioni costruite solo “per vincere”, anziché per rappresentare.

Per la ripresa della democrazia sarebbe necessario che le coalizioni si scomponessero, che nessuna aggregazione raggiungesse la soglia che fa scattare il super-premio di maggioranza, cosicché il Parlamento fosse eletto in modo proporzionale, seppure con la falsificazione dello sbarramento al 3%.

Se non scattasse la legge truffa per nessuno, finalmente andrebbe in crisi quel sistema maggioritario che ha progressivamente svuotato la Costituzione antifascista. E finalmente il no alla guerra diventerebbe una grande discriminante politica e non solo una ipocrisia elettoralistica.

L’antifascismo oggi è prima di tutto ripudio della guerra e disarmo e se il campo largo non ci sta, è necessario che ci sia un campo indipendente che faccia propria questa discriminante. Serve alla pace e alla democrazia.

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Argentina - Milei scatena la repressione, ma la legge sulla proprietà agli stranieri si è fermata

Nonostante le condizioni meteorologiche ostili e l’annuncio del giorno prima che il governo avrebbe rimosso la legge sulla “stranierizzazione della terra” dal suo progetto, una folla di manifestanti ha riempito la Plaza de los Congresos per chiarire che “la patria non è in vendita”.

A quel punto il governo di Milei ha scatenato la repressione poliziesca contro la piazza.

Il primo impatto è avvenuto quando i cordoni della Polizia Federale, schierati dietro le recinzioni, sono avanzati verso la folla. I manifestanti, che occupavano la Plaza Congreso e le stradine laterali, hanno cercato di mantenere i cordoni,ma l’avanzata della polizia è stata accompagnata da proiettili di gomma e da gas lacrimogeni, il che ha costretto le prime file a ritirarsi. Il fumo dei lacrimogeni ha così iniziato a ricoprire la piazza e a disperdere i gruppi di manifestanti più grandi.

Ma l’operazione poliziesca si è estese anche ad altri punti. Su Hipólito Yrigoyen e Entre Ríos, un cannone ad acqua ha fatto irruzione con forza, lanciando getti d’acqua che hanno spinto i manifestanti verso i marciapiedi. A Callao e Bartolomé Mitre, la Gendarmeria è avanzata da dietro le recinzioni ed ha sparato nuovi proiettili di gomma e gas. Diversi giornalisti hanno riferito di essere stati direttamente presi di mira mentre cercavano di registrare gli episodi, il che ha sollevato preoccupazioni tra i media presenti.

Più di 250 persone sono state curate dal Health and Care Post e dal CeProDH,. Tra questi c’è un giornalista di La Izquierda Diario.

Nonostante la repressione, diversi gruppi di manifestanti hanno cercato di riorganizzarsi per sostenere la protesta. Leader politici come Axel Kicillof e Myriam Bregman si sono recati nell’area per affiancare i manifestanti e denunciare pubblicamente le azioni delle forze federali.

La giornata di giovedì si è conclusa in un clima di incertezza e preoccupazione. Sebbene il governo avesse ritirato il capitolo più controverso del disegno di legge – quello che permetteva la vendita di terreni a capitali stranieri – la protesta insisteva anche sugli altri articoli che rendevano la Fire Management Law più flessibile, consentono sfratti e modificano il Codice Civile.

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La rendita immobiliare è nemica dell’umanità… e delle città

La vicenda del palazzo occupato Spin Time a Roma, è emblematica di come la rendita immobiliare rappresenti un serio problema per lo sviluppo economico e sociale di questo paese.

Un paio di anni fa, un ottimo libro – Prigionieri del mattone – ha analizzato sistematicamente tutte i danni, sia in alto che in basso, che la predominanza della rendita immobiliare rappresenta per lo sviluppo economico e sociale del paese. Di più, il fatto che più della metà della ricchezza privata del paese sia costituito da rendita immobiliare ne rappresenta un vero e proprio ostacolo in termini di ascensore sociale, mobilità, crescita demografica e possibilità di gestione dell’urbanistica delle città.

Ultima notizia a confermare tale scenario, in ordine di tempo, è che la trattativa tra il Comune di Roma e i proprietari dell’edificio – ex Inpdap, cartolarizzato e comprato dallo Stato da uno dei tanti fondi privati nati e prosperati proprio sulle vendite di beni pubblici – è naufragata nel tardo pomeriggio di ieri.

Il sindaco Gualtieri parla di “un no irrevocabile” ricevuto dalla società Investire Sgr e si dice “molto amareggiato” per “una comunità che ha saputo integrarsi nel quartiere e integrare persone fragili” e che ora “è un peccato disperdere”.

In termini formali sarebbe come mettere la parola fine per Spin Time e la sua esperienza sociale e abitativa, che tredici anni fa portò all’occupazione dell’immobile ex Inpdap abbandonato da tempo ma situato in una zona centrale di Roma e dunque appetibilissima per ogni forma di speculazione immobiliare.

Per la “proprietà” dell’edificio “non ci sono le condizioni di legalità e sicurezza per consentire l’utilizzo dell’immobile”. Afferma che rimane la disponibilità a proseguire la collaborazione con l’amministrazione comunale per arrivare alla cessione dell’immobile in tempi brevi ma nessuna apertura sul rientro degli occupanti, nonostante secondo Gualtieri l’offerta del Comune fosse “la migliore possibile” perché “noi ci impegnavamo in modo vincolante a comprare l’immobile al prezzo dell’Agenzia delle Entrate e a pagare l’affitto durante i primi mesi”.

Dunque un immobile comprato a prezzi di svendita nel quadro delle cartolarizzazioni Scip messe in campo nei primissimi anni Duemila dal governo Berlusconi (ministro Tremonti all’economia, ndr), sarebbe oggi stato riacquistato da un soggetto pubblico (il Comune di Roma) ma ai prezzi di mercato del 2026.

Eppure di fronte alla protervia della “proprietà” dell’edificio – il fondo Investire SGR – neanche il Sindaco sembra poter fare qualcosa per far rientrare le famiglie che da giorni sono in mezzo alla strada e colpite dall’ondata di calore che arroventa le città. È bene saperlo, prendere atto e comprendere che con questa protervia – sostenuta in modo vergognoso dalla destra – che dovremo fare i conti nei prossimi mesi.

È utile rammentare che la cartolarizzazione dei beni pubblici – immobili soprattutto – fu una vera e propria operazione finanziaria che ha premiato le banche e la rendita immobiliare e l’ha portata ai massimi livelli di appropriazione dei beni pubblici.

Per gestire la cartolarizzazione degli immobili pubblici venne infatti costituita la SCIP S.r.l. (Società Cartolarizzazione Immobili Pubblici), una società di diritto con sede in Lussemburgo con un capitale sociale di appena 10 mila euro, detenuto in parti uguali da due fondazioni olandesi “gemelle” (la “Stichting Thesaurum” e la “Stichting Palatium”, costituite ad Amsterdam il 5 novembre 2001 e amministrate da un trust fund olandese, la “TMF Management BV”). Amministratore unico della società un cittadino britannico, il dott. Gordon E. C. Burrows.

Nella operazione SCIP 1 gli enti previdenziali (Inps, Inpdap etc.) cedettero 27.512 immobili (27.250 residenziali e 262 commerciali), con un valore stimato di 5,1 miliardi di euro e un prezzo di offerta rideterminato però in 3,8 miliardi per effetto degli sconti previsti dalla legge.

Nel 2002 parte l’operazione SCIP 2, definita dal ministro Tremonti “la più grande cartolarizzazione immobiliare fatta da uno Stato europeo”.

Con questa operazione sette enti previdenziali e lo Stato cedono alla SCIP S.r.l. 62.880 unità immobiliari (53.241 residenziali e 9.639 commerciali), con un valore di mercato pari a 10 miliardi di euro e un prezzo di offerta di 7,8 miliardi.

Ma l’operazione SCIP 2 va meno bene di quanto previsto e viene liquidata pochi anni dopo.

I risultati ci dicono che tranne le casse dello Stato, con le cartolarizzazioni ci hanno guadagnato soprattutto le banche (che hanno costituito appositamente i fondi SGR), gli investitori finanziari, gli immobiliaristi, le agenzie di rating, gli studi legali, in alcuni casi gli ex inquilini delle case degli enti previdenziali diventati proprietari.

Con le operazioni di cartolarizzazione una buona parte del patrimonio immobiliare pubblico (nel caso degli enti previdenziali, pagato dai contributi dei lavoratori) è stato venduto, con elevatissimi costi di gestione. I benefici per il pubblico, visti i presupposti, si sono rivelati inferiori alle previsioni iniziali e utilizzati per “fare cassa” e riempire i buchi del debito pubblico.

La liquidazione delle operazioni SCIP peggiorerà anche i conti pubblici dal 2009 per 1,7 miliardi di euro. Paradossalmente si tratta di soldi che serviranno agli enti previdenziali – e al Mef – per rientrare in possesso degli immobili messi in vendita e rimborsare i prestiti in scadenza.

Adesso la città di Roma – ma emblematicamente tutte le aree metropolitane alla prese con la questione abitativa e urbanistica – si trova di fronte ad una contraddizione insanabile se non rompendo le uova da qualche parte.

Da un lato ci sono centinaia di persone in mezzo alla strada, in emergenza abitativa e sanitaria a causa delle alte temperature, le quali formalmente hanno forzato la “legalità” in base ad un bisogno materiale occupando tredici anni fa un edificio inutilizzato ma con una “proprietà” riconosciuta ad un fondo speculativo immobiliare tramite le cartolarizzazioni. Dall’altra, appunto, un fondo immobiliare SGR che guadagna speculando sulle differenze di prezzo nell’acquisto e nella vendita, soprattutto per gli immobili in zone di pregio. Una cosa analoga, sempre a Roma, l’avevamo vista negli anni scorsi con la svendita di tutti gli immobili di pregio della Provincia ad un fondo SGR gestito da Bnp-Paribas.

Quindi intorno al palazzo dello Spin Time c’è una aperta contraddizione tra legalità e giustizia sociale, tra proprietà privata e interessi collettivi, si tratta di visioni della società, valori e interessi materiali che entrano in collisione tra loro.

Il fatto che per decenni si sia riconosciuta la priorità alla rendita speculativa immobiliare e l’intoccabilità della proprietà privata anche quando contrasta con gli interessi collettivi, hanno reso le città delle prede per gli squali della finanza, italiani ed internazionali, hanno fatto schizzare in alto gli affitti di abitazioni ed esercizi commerciali, mettono gente in mezzo alla strada ma lasciano degradare migliaia di case vuote, desertificano interi quartieri e ne stravolgono con la gentrificazione altri.

È dunque proprio nelle aree metropolitane che va fatto saltare il meccanismo perverso della rendita immobiliare. Esattamente come ne scriveva in modo eccellente Engels sulla “questione delle abitazioni” quasi centocinquanta anni fa e come fanno materialmente i movimenti sociali che occupano e riutilizzano a fini sociali e abitativi gli edifici lasciati inutilizzati dalla rendita immobiliare, suscitando però l’isteria del governo, della destra e dei suoi clienti.

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07/08/2026

Dal governo Meloni via libera alla clausola di salvaguardia per il riarmo, il campo largo è spaccato

Alla fine, l’Italia torna all’ovile di Bruxelles, o meglio prosegue sulla strada tracciata del riarmo europeo, ormai pilastro strategico centrale di come la classe dirigente si immagina dovrà apparire in futuro il Vecchio Continente: un “porcospino d’acciaio”, come ha avuto a dire Ursula von der Leyen dell’Ucraina, un blocco armato per cercare di imporsi nella competizione globale.

Mercoledì 5 agosto, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti si è presentato alle due ali del Parlamento per le comunicazioni con le quali ha annunciato la volontà di attivare la clausola di salvaguardia nazionale prevista dalle norme di bilancio UE per il riarmo. Si tratta, in sostanza, della possibilità di deviare temporaneamente dalle norme di bilancio del Patto di stabilità e crescita.

Era abbastanza scontato accadesse, dato che all’interno della clausola è prevista la flessibilità anche per gli investimenti volti a ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, modifica avvenuta all’inizio di giugno proprio su istanza di Palazzo Chigi. Una farsa architettata tra Roma e Bruxelles, che mostra come l’ormai abbandonata transizione ecologica venga ritirata fuori solo per giustificare l’accelerazione sul riarmo.

Il piano illustrato dal titolare del MEF prevede di sfruttare appieno la flessibilità consentita da Bruxelles sul fronte energetico, chiedendo il massimo possibile, ovvero lo 0,6% del PIL, pari a circa 14 miliardi di euro. Riguardo alle spese militari, invece, Italia si attesterà su una richiesta dello 0,9% del PIL (circa 21-22 miliardi di euro), cifra da intendersi in maniera cumulativa per il periodo da qui al 2028.

Entro metà agosto 2026 la richiesta formale di attivazione della clausola verrà inviata a Bruxelles con la stima dei costi e l’elenco di massima delle misure. A ottobre è previsto che in merito si esprima l’Ecofin, il Consiglio dell’Unione Europea nella sua configurazione “economica”, e se tutto filerà liscio allora avverrà il voto del Parlamento italiano a maggioranza assoluta, per autorizzare lo scostamento di bilancio vero e proprio.

L’esito del passaggio parlamentare di Giorgetti ha visto l’approvazione della risoluzione di maggioranza, ma la giornata ha messo a nudo le forti tensioni politiche che attraversano sia lo schieramento di governo sia il campo largo, dato che questa decisione rappresenta un vero e proprio cappio al collo del paese.

Rispondendo alle sollecitazioni delle opposizioni, Giorgetti ha rimarcato che l’obiettivo primario del governo rimane quello di chiudere la legislatura uscendo dalla procedura europea per deficit. È evidente che la scelta presentata al Parlamento non aiuterà a raggiungere questo traguardo, anche solo per le sollecitazioni che causerà sui costi per il rifinanziamento del debito.

Anche per questo, in un certo senso, si chiude la gabbia dei vincoli europei attraverso il SAFE. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha presentato il ricorso al programma di acquisti comuni europei come una scelta tecnica per risparmiare un po’ rispetto all’emissione di titoli di stato italiani. Ecco preparata la trappola: i quasi 15 miliardi di spesa prenotati diventeranno la panacea contro un eccessivo aumento del debito, legando per anni, in maniera vincolante, una fetta importante della spesa pubblica alla deriva bellicista europea.

Quella che è una scelta politica diventa un’operazione di bilancio. E tuttavia, con le elezioni che si avvicinano, le formazioni parlamentari non possono rinunciare al teatrino necessario per dissimulare il fatto che tutti appartengono al partito unico della guerra. Sia a destra sia a “sinistra” si è tentato di distinguersi, soprattutto per sembrare estranei a una decisione che verrà pagata colpendo pesantemente la spesa sociale.

Nel corso della mattinata, una sospensione dei lavori richiesta dal governo è servita a riformulare il testo della risoluzione di maggioranza per ridimensionare il riferimento al SAFE. Nel testo approvato, infine, è stato scritto che per pagare lo scostamento seguente alla clausola di salvaguardia si potrà “valutare il ricorso a diverse condizioni ivi incluse ove ritenute vantaggiose quelle incluse al programma SAFE preordinando in ogni caso in via prevalente l’utilizzo dei fondi a sistemi tecnologici difensivi e di sicurezza nazionale”.

Agitando un po’ di propaganda intorno a una “italica” spesa verso cui destinare il SAFE e, dunque, anche il maggiore impegno di bilancio, nei fatti anche il Carroccio ha aperto la porta al programma europeo. Ed è in sostanza la risoluzione stessa a confermare che la richiesta del SAFE avverrà proprio per coprire le maggiori spese dovute alla clausola di salvaguardia.

Il Partito Democratico ha criticato il governo per l’assenza di qualsiasi dettaglio sui reali interventi che intende fare, ma non ha messo in dubbio l’orizzonte bellicista. Il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, ha ribadito la ferma contrarietà della sua forza politica al riarmo, nonostante abbia aumentato lui stesso le spese militari e continui a sostenere lo sviluppo di una difesa europea (che è poi lo scopo del SAFE), ovvero della trasformazione della UE in un “porcospino d’acciaio”.

Per ora, qualsiasi resa dei conti interna al campo largo rispetto alle sfumature con cui aderiscono alla visione di una UE armata è stata rimandata proprio grazie alla votazione della risoluzione di centrodestra. Il testo unitario presentato da PD, M5S e AVS non è giunto al voto, e ciò è stato provvidenziale per la segreteria di Elly Schlein, dal momento che l’area riformista dem aveva già annunciato la propria contrarietà al testo, a loro avviso contrario agli impegni europei e atlantici.

C’è poco di alternativa nel campo largo, se posizioni così blandamente lontane dalle imposizioni di Bruxelles scatenano una tempesta nel PD, contro cui i pentastellati si giocano l’egemonia in un fronte sostanzialmente allineato con la deriva bellicista. Intanto, la stretta del riarmo fa un passo avanti.

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05/08/2026

Deng Xiaoping /2

Emoraggia di giovani laureati, a coprire il buco ci sono i migranti

Il report dell’Istat sulle migrazioni interna e internazionale, pubblicato il 3 agosto, conferma un dato di fatto ormai acclarato da oltre un decennio: l’Italia paga per formare giovani altamente qualificati per poi farseli “rubare” dai grandi centri del capitalismo europeo. È il fallimento della classe dirigente nostrana e insieme la vittoria del progetto unioneuropeista.

Va giustamente segnalato il ridimensionamento degli espatri, dopo i picchi registrati negli anni precedenti. Nel 2025 le cancellazioni anagrafiche a favore dell’estero sono scese a 144 mila unità, rispetto alle 189 mila del 2024 (-23,7%). Gli espatri dei cittadini italiani sono passati da 141 mila a 109 mila (-22,7%).

I paesi europei si confermano come la destinazione privilegiata dagli emigranti italiani. La prima meta è la Spagna, seguita da Germania, Svizzera, Regno Unito e Francia. Al di là del Vecchio Continente, il paese che accoglie più italiani sono gli Stati Uniti, con il 5,8% dei flussi.

Su varie testate giornalistiche si è riportata in maniera trionfalistica la contrazione degli italiani che lasciano il Belpaese, ma la realtà è che il saldo migratorio rimane negativo in maniera significativa: nel 2025 se ne sono andate “solo” 53 mila persone che, certo, sono comunque meno delle 83 mila del 2024.

I dati evidenziano come siano gli ingressi dall’estero a garantire la tenuta dei numeri della popolazione residente, con gli arrivi che sono quasi riusciti a pareggiare il divario tra il numero di nascite e quello dei decessi, anche se, a dire il vero, gli ingressi dall’estero nel 2025 si sono attestati in leggera flessione (-2,6%), a 440 mila unità. L’87% del totale è composto da cittadini stranieri.

Altro che la propaganda sulla natalità del governo para-fascista della “donna, madre, cristiana” Giorgia Meloni. Del resto, la natalità è un problema di “riproduzione della forza lavoro”, di salario, insomma. E su quel fronte, si sa, l’esecutivo difende gli interessi dei padroni e non mette un centesimo, a differenza di armi e armamenti.

È certamente questo uno dei motivi principali che contribuiscono al “furto” di cervelli italiani, accanto alla mancanza di qualsiasi politica industriale e la trasformazione del paese in un enorme parco turistico, con lavori precari e pagati una miseria. Ma proprio andando più a fondo sul nodo dei giovani – laureati – che fuggono in cerca di opportunità all’estero, c’è molto altro da evidenziare.

Nel periodo compreso tra il 2019 e il 2024, l’Italia ha subito una perdita netta di 161 mila giovani tra 25 e 34 anni. Tuttavia, il saldo dei giovani di cittadinanza straniera nello stesso periodo è risultato fortemente positivo (+454mila), garantendo al Belpaese un guadagno netto complessivo di 293 mila giovani.

Ma se si focalizza l’attenzione sui laureati, all’interno di questi insiemi, emerge un elemento di assoluta importanza. L’Italia ha perso 78 mila giovani laureati tra il 2019 e il 2024, emigrati all’estero. Allo stesso tempo, però, l’ingresso di 88 mila laureati stranieri non ha solo compensato la perdita, ma ha permesso di tenere un saldo positivo in questo settore, per quanto ammonti a solo 10 mila unità.

Il processo a cui si assiste è il seguente: le nostre università sfornano un (basso) numero di laureati, che a causa di imprenditori parassitari e l’abbandono di qualsiasi pianificazione economica pubblica sono spinti all’estero, mentre tanti laureati che arrivano in Italia in cerca di condizioni di vita migliori vengono messi a fare i lavori meno protetti e peggio pagati, perché l’unico orizzonte è quello dello sfruttamento intensivo.

Detto in altri termini, l’immigrazione straniera ha sostenuto la crescita demografica del paese, ma anche il bilancio della forza lavoro qualificata. Eppure, queste “risorse” intellettuali non vengono messe a sistema in un meccanismo virtuoso che possa permettere la crescita e l’innovazione del paese, che ormai è un’appendice di filiere che fanno capo altrove.

Ovviamente, non in tutta la penisola la situazione è uguale, dato che alcune regioni sono riuscite a integrarsi bene nel modello europeo. Ad approfittare maggiormente dei flussi migratori sono state le aree più dinamiche del paese, quelle del Nord-Ovest. Allo stesso tempo, si conferma la tradizionale direttrice che da Sud muove verso Nord anche gli italiani.

Il bilancio netto per il Mezzogiorno si chiude così con una perdita di circa 45 mila residenti nel 2025. Le regioni meridionali hanno perso 150 mila laureati tra il 2019 e il 2025: -122 mila per trasferimenti interni verso il Centro-Nord, -28 mila diretti all’estero. In questo modo, il Meridione è “rapinato” due volte, di giovani e di lavoratori pronti a immaginare uno sviluppo nuovo e diverso per i propri territori.

Che oggi si senta blaterare su tutti i media della crisi migratoria, intesa come l’arrivo di stranieri nel nostro paese, è davvero assurdo, di fronte a questi numeri. Bisognerebbe parlare del perché anche l’Italia è un paese di emigrati, e come elaborare un futuro per i nostri giovani.

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02/08/2026

La lingua tagliente dei Campi Flegrei

Nei Campi Flegrei la terra non ha mai smesso di parlare.

Per decenni le trasformazioni del territorio hanno seguito soprattutto la logica della rendita fondiaria, del mercato immobiliare e dell’accumulazione, relegando la consapevolezza della sua fragilità a una questione secondaria. Ogni nuova scossa ha alimentato dichiarazioni, rassicurazioni e promesse, prima che il silenzio tornasse a coprire una delle questioni più rimosse della storia urbanistica italiana.

Perché il problema dell’area flegrea nasce da quando un territorio la cui vulnerabilità era perfettamente conosciuta è stato trasformato, decennio dopo decennio, in uno degli spazi più densamente abitati del Mediterraneo.

Il vulcanologo Giuseppe De Natale insiste da anni su una questione che meriterebbe molta più attenzione di quella che riceve nel dibattito pubblico. La scienza non dispone degli strumenti per stabilire il giorno in cui potrà verificarsi un evento sismico di maggiore intensità.

Può però indicare con chiarezza dove si determinano i punti critici e quali interventi siano necessari per ridurre le conseguenze di un eventuale terremoto. In altre parole, ciò che sfugge alla previsione non coincide affatto con ciò che sfugge alla responsabilità.

È da questo punto in avanti che la geologia, da sola, non basta più a spiegare la realtà dei Campi Flegrei. Per comprendere perché una sequenza sismica generi oggi tanta preoccupazione occorre guardare alla storia del territorio, alle trasformazioni urbane, alle scelte amministrative, ai rapporti tra potere politico, e sviluppo edilizio.

I fattori di rischio non sono comparsi, infatti, con le ultime scosse ma sedimentati nell’arco di decenni, mentre un’area, la cui complessità geologica era ben nota, veniva progressivamente caricata di popolazione, cemento, infrastrutture e funzioni urbane.

E così: ogni piano regolatore rinviato, ogni variante piegata agli interessi della rendita, ogni occasione mancata di governare diversamente l’espansione della città ha contribuito a costruire il quadro con cui oggi ci confrontiamo.

Le radici di questa storia affondano molto lontano. Negli anni del cosiddetto “sacco di Napoli”, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, la città fu investita da una gigantesca espansione edilizia. Sotto le amministrazioni di Achille Lauro e, successivamente, della Democrazia Cristiana guidata da Carlo Gava, migliaia di licenze edilizie trasformarono il territorio in una gigantesca occasione di accumulazione immobiliare.

L’urbanista Vezio De Lucia ha raccontato per decenni come la pianificazione fosse sistematicamente subordinata agli interessi della rendita, denunciando una crescita urbana che sacrificava spazi pubblici, equilibrio territoriale e sicurezza collettiva.

La trasformazione urbana di Napoli seguì sempre più la geografia della rendita. L’espansione della città veniva misurata soprattutto attraverso il valore che il suolo era in grado di produrre, mentre arretravano le esigenze della pianificazione pubblica. Il territorio cessava gradualmente di essere considerato un bene comune da governare e assumeva sempre più il carattere di una risorsa economica da valorizzare. In quella stagione si consolidò un modello destinato a segnare per decenni la storia urbanistica dell’area metropolitana.

Questa impostazione non si è arrestata nemmeno con il terremoto dell’Irpinia del 1980. Quella tragedia avrebbe potuto rappresentare infatti una svolta culturale e politica. Avrebbe potuto inaugurare una stagione di messa in sicurezza diffusa del patrimonio edilizio campano, una riflessione sul rapporto tra rischio sismico e pianificazione urbana, una drastica riduzione della pressione abitativa nelle aree più vulnerabili.

Si aprì piuttosto una stagione che avrebbe inciso profondamente sulla storia economica e politica della Campania. Con la legge 219 del 1981 lo Stato destinò alla ricostruzione una massa di risorse senza precedenti. Accanto agli interventi che permisero di ricostruire interi centri abitati, prese forma un sistema nel quale una quota rilevante della spesa pubblica fu intercettata da reti clientelari, interessi imprenditoriali e organizzazioni camorristiche.

Processi, relazioni della Commissione parlamentare antimafia e numerosi studi hanno documentato come gli appalti e i subappalti della ricostruzione rappresentarono uno dei principali canali attraverso cui la criminalità organizzata consolidò il proprio peso nell’economia legale.

In quella fase operarono organizzazioni come la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo e, successivamente, i gruppi riconducibili alla Nuova Famiglia, all’interno della quale i Nuvoletta, Michele Zaza, i Bardellino e altri clan assunsero un ruolo crescente nell’economia degli appalti, del movimento terra, delle forniture e del calcestruzzo.

Isaia Sales ha individuato proprio negli anni della ricostruzione il passaggio decisivo attraverso il quale la camorra smise definitivamente di essere soltanto un potere criminale territoriale per trasformarsi in un soggetto economico capace di accumulare capitale, condizionare il mercato e intrecciare rapporti stabili con segmenti dell’imprenditoria e della politica.

La ricostruzione restituì case e infrastrutture a migliaia di cittadini (anche se il carattere “provvisorio” di molte sistemazioni si protrasse ben oltre le promesse iniziali: migliaia di terremotati vissero per oltre un decennio in container e prefabbricati. Nella sola provincia di Napoli sorsero insediamenti a Barra e Ponticelli; i campi di Barra furono smantellati soltanto alla fine degli anni Novanta, mentre a Ponticelli alcune famiglie continuarono ad abitare nei cosiddetti “bipiani” anche negli anni Duemila. Nei comuni del cratere irpino e lucano, inoltre, numerosi prefabbricati e container rimasero abitati fino alla metà degli anni Novanta e, in alcuni casi, persino oltre), ma lasciò sostanzialmente immutato il paradigma che aveva guidato fino ad allora le trasformazioni del territorio.

Quando, tra il 1982 e il 1984, il bradisismo costrinse all’evacuazione del Rione Terra e di altre aree di Pozzuoli, migliaia di persone dovettero abbandonare le proprie abitazioni. La costruzione di Monterusciello rispose all’urgenza di dare una sistemazione agli sfollati e rappresentò uno dei più grandi interventi di edilizia residenziale pubblica dell’epoca.

L’urgenza dell’intervento, tuttavia, non si tradusse in una revisione complessiva dell’assetto urbanistico dell’area flegrea. Terminata l’emergenza, il dibattito sulla instabilita dell’area flegrea perse rapidamente centralità.

Le dinamiche di espansione urbana ripresero il loro corso, la popolazione continuò a crescere e la speculazione edilizia tornò a esercitare un’influenza decisiva sulle trasformazioni del territorio. La natura della caldera era conosciuta; molto meno incisiva fu la volontà di trarne conseguenze nella pianificazione urbanistica.

La conclusione di quella stagione non coincise con l’avvio di una diversa politica del territorio. Nel corso dei decenni si sono alternate maggioranze, governi e amministrazioni appartenenti a culture politiche differenti, senza che prendesse forma una strategia capace di affrontare i nodi strutturali dell’area flegrea.

La straordinaria concentrazione della popolazione, le condizioni di una parte consistente del patrimonio edilizio, i ritardi nell’adeguamento sismico di edifici pubblici e privati, il consumo di suolo e l’assenza di una pianificazione orientata a ridurre progressivamente la vulnerabilità territoriale sono rimasti, nella sostanza, questioni irrisolte.

La storia dell’area flegrea ha dunque attraversato governi, stagioni politiche e classi dirigenti molto diverse tra loro. Antonio Bassolino, Stefano Caldoro e Vincenzo De Luca hanno guidato la Regione Campania in fasi profondamente differenti, senza che prendesse forma una politica del territorio capace di misurarsi davvero con le criticità accumulate nel corso dei decenni.

Un discorso analogo riguarda le amministrazioni che si sono succedute a Napoli, Pozzuoli, Bacoli e Quarto. Sono cambiati gli schieramenti, i programmi e i gruppi dirigenti; molto meno è cambiato il modo di intervenire su un’area la cui complessità geologica era nota da tempo.

L’amministrazione guidata da Gaetano Manfredi costituisce, oggi, l’ultimo capitolo di una lunga continuità amministrativa. Le responsabilità che gravano sull’attuale governo della città non cancellano quelle sedimentate nel corso di oltre mezzo secolo, così come il peso della storia non esonera dalle proprie scelte chi amministra oggi.

Negli ultimi anni il rilancio dell’immagine internazionale di Napoli, la crescita del turismo, i grandi eventi, l’attrazione di investimenti e la competizione tra città hanno occupato una posizione centrale nell’azione e nella comunicazione istituzionale.

Molto più defilata è rimasta la discussione sulla condizione del patrimonio edilizio, sulle particolari condizioni dell’area e sulla costruzione di una strategia pubblica di lungo periodo capace di ridurre il rischio (una nota a parte ma nello stesso orizzonte può essere letta anche la scelta di superare la gestione integralmente pubblica del servizio idrico cittadino, interpretata – più che legittimamente – da una parte del mondo associativo e dei movimenti come un ulteriore arretramento del controllo collettivo su un bene essenziale).

Nel capitalismo contemporaneo la prevenzione produce poco rendimento economico. Consolidare scuole, ospedali, case popolari e infrastrutture non genera i margini di profitto che possono derivare da nuove operazioni immobiliari, grandi opere o eventi capaci di attrarre investimenti e consenso. Per la manutenzione della città e la riduzione del rischio si è continuato a intervenire in modo episodico.

Ben diversa è stata, nel corso degli anni, la continuità con cui la valorizzazione ha orientato l’espansione e la trasformazione dello spazio urbano.

I quartieri popolari pagano il prezzo più elevato di questo modello. Bagnoli, Fuorigrotta, Soccavo, Pianura, Pozzuoli e buona parte dell’area concentrano centinaia di migliaia di persone, edifici costruiti in epoche differenti, infrastrutture spesso insufficienti, strade che in condizioni ordinarie risultano già congestionate e che, in uno scenario emergenziale, potrebbero trasformarsi in punti critici.

È questo il risultato di decenni nei quali edifici sono rimasti senza adeguamento, la pianificazione ha progressivamente perso forza, condoni e varianti urbanistiche hanno inciso sull’assetto della città, mentre manutenzioni e investimenti annunciati sono stati rinviati o sono rimasti incompiuti.

La geologia spiega il comportamento del sottosuolo, per comprendere ciò che accade in superficie bisogna guardare alla storia di questo territorio: all’espansione della città, alle scelte urbanistiche, all’uso delle risorse pubbliche e al rapporto che, per oltre mezzo secolo, ha legato politica, economia e governo dello spazio urbano.

I Campi Flegrei raccontano due storie che si intrecciano da secoli. La prima appartiene ai movimenti della sottosuolo, a un equilibrio naturale tanto complesso quanto antico. La seconda è molto più recente e porta l’impronta delle decisioni umane: la crescita della città, la concentrazione della popolazione, il primato della rendita, la pianificazione incompiuta, la prevenzione rimasta troppo spesso ai margini.

È nell’incontro fra queste due storie che prende forma il rischio con cui oggi convivono centinaia di migliaia di persone e per comprenderla bene bisogna tornare indietro a quell’evento di quasi cinquant’anni fa che ha rappresentato uno spartiacque.

Le grandi emergenze modificano sempre gli equilibri di una società. Spostano risorse, ridefiniscono rapporti di forza, aprono spazi economici nuovi. Il terremoto del 23 novembre 1980 non fece eccezione. Alla tragedia umana seguì una delle più imponenti mobilitazioni di denaro pubblico della storia repubblicana.

Migliaia di miliardi di lire iniziarono a scorrere verso la Campania e la Basilicata per finanziare abitazioni, infrastrutture, opere pubbliche, aree industriali e servizi. Intorno a quel flusso di risorse si mosse un universo molto più vasto delle sole imprese incaricate di ricostruire.

Ogni cantiere richiedeva progettisti, movimento terra, cave, trasporti, forniture di cemento, acciaio, guardiania, subappalti. Ogni appalto metteva in movimento una rete di imprese, professionisti, fornitori, intermediari e subappaltatori. Era in quel sistema di relazioni che, non di rado, finivano per intrecciarsi interessi politici, imprenditoriali e criminali.

Le relazioni della Commissione parlamentare antimafia, numerose inchieste giudiziarie e gli studi di storici come Isaia Sales hanno fatto luce su quel passaggio con grande precisione. La ricostruzione non rappresentò soltanto un gigantesco intervento pubblico.

Diventò anche uno dei luoghi nei quali la camorra consolidò la propria presenza nell’economia legale, abbandonando progressivamente l’immagine di organizzazione confinata al contrabbando o all’estorsione per assumere quella di un soggetto capace di investire, mediare, partecipare ai mercati e orientare quote rilevanti dell’economia locale.

La trasformazione era iniziata già negli anni Settanta, ma trovò nella ricostruzione un’accelerazione straordinaria. La Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo aveva costruito il proprio potere anche attraverso il controllo del territorio e delle attività economiche.

Dopo il suo ridimensionamento, i clan della Nuova Famiglia (tra i quali i Nuvoletta, i Bardellino, Michele Zaza e altri gruppi destinati a diventare protagonisti della successiva geografia camorristica) rafforzarono ulteriormente la loro presenza nei settori collegati all’edilizia, ai trasporti, al calcestruzzo, alle cave e al movimento terra.

Quella straordinaria stagione di investimenti pubblici non rappresentava soltanto un’occasione per esercitare il controllo della camorra sui cantieri. Diventava uno spazio nel quale accumulare capitale, investire, stringere alleanze economiche e consolidare una presenza stabile nell’economia legale.

Sarebbe però riduttivo leggere quella stagione come il semplice incontro tra una calamità naturale e una criminalità pronta ad approfittarne. Attorno alla ricostruzione si mise in moto un sistema assai più complesso, nel quale amministrazioni pubbliche, professionisti, imprese, consorzi, istituti di credito e società di costruzione finirono per condividere lo stesso spazio economico.

L’eccezionale afflusso di risorse pubbliche ridisegnò gli equilibri del potere locale e trasformò gli appalti in uno dei principali terreni di mediazione tra interessi politici, economici e, in diversi casi accertati, criminali.

In quel contesto si consolidò anche il peso della Democrazia Cristiana campana, uno dei principali centri di potere della Prima Repubblica. Figure come Ciriaco De Mita e Paolo Cirino Pomicino esercitarono, in ruoli diversi, un’influenza significativa sulle politiche per il Mezzogiorno e sulla distribuzione delle risorse pubbliche.

Le vicende giudiziarie che, negli anni di Tangentopoli, avrebbero coinvolto Pomicino appartengono alla storia della corruzione politica italiana: quella stagione racconta un sistema nel quale l’assegnazione di finanziamenti, appalti e interventi pubblici passava attraverso reti di consenso, mediazioni territoriali e rapporti di potere destinati a sopravvivere ben oltre la fase dell’emergenza.

Tra il 1982 e il 1984 il bradisismo tornò a modificare profondamente la vita dell’area flegrea. Il suolo di Pozzuoli continuava a sollevarsi, le scosse si susseguivano, gli edifici riportavano lesioni e la paura entrava progressivamente nella quotidianità di migliaia di persone.

L’evacuazione del Rione Terra non significò soltanto mettere in salvo una popolazione esposta al rischio. Interruppe una continuità urbana che durava da secoli. Intere famiglie lasciarono abitazioni affacciate sul porto, botteghe, luoghi di lavoro, relazioni di vicinato e una memoria collettiva costruita nell’arco di generazioni.

La costruzione di Monterusciello rispose alla necessità di dare una casa agli sfollati e rappresentò uno dei più grandi interventi di edilizia residenziale pubblica del dopoguerra. La rapidità con cui sorse il nuovo quartiere rispondeva a un bisogno reale e urgente, ma non poteva ricostruire ciò che lo spostamento di migliaia di persone aveva inevitabilmente spezzato: legami sociali, identità collettive, attività economiche e forme di appartenenza sedimentate nel tempo.

Con il progressivo esaurirsi della crisi bradisismica, anche la riflessione sull’assetto dell’area flegrea perse forza, mentre la crescita urbana riprese senza una revisione complessiva del rapporto tra sviluppo edilizio e rischio geologico.

Erano gli stessi anni nei quali un giovane cronista del Mattino stava seguendo un’altra geografia, meno visibile ma altrettanto decisiva. Giancarlo Siani aveva poco più di vent’anni e seguiva la cronaca di Torre Annunziata. Ben presto comprese che raccontare la camorra significava seguire il denaro molto più che gli omicidi. Dietro le guerre tra clan si muovevano interessi economici, rapporti con i centri decisionali locali, imprese, cantieri e grandi flussi di risorse pubbliche.

I suoi articoli ricostruivano connessioni, equilibri, alleanze. Gli omicidi e gli episodi di violenza non rappresentavano il punto d’arrivo del racconto, ma l’inizio di un’indagine sui rapporti tra economia, politica e criminalità organizzata.

Il 23 settembre 1985 Giancarlo Siani venne assassinato sotto casa, al Vomero. Le sentenze hanno accertato che l’ordine di ucciderlo provenne dal clan Nuvoletta. Con lui si tentò di mettere a tacere una delle prime voci che aveva intuito come il potere della camorra non si misurasse soltanto nella violenza esercitata sul territorio, ma anche nella capacità di inserirsi stabilmente nell’economia, negli appalti pubblici e nei rapporti con segmenti della politica e dell’imprenditoria.

Con il passare degli anni il bradisismo uscì lentamente dalle prime pagine. Anche il Rione Terra sembrò appartenere sempre più alla memoria che al presente. Restarono, invece, le conseguenze di quelle scelte: mentre quel territorio continuava a trasformarsi, nuove periferie prendevano forma, il patrimonio edilizio avanzava negli anni e la consapevolezza della sua fragilità geologica tornava, ancora una volta, ad affievolirsi con il progressivo esaurirsi della crisi.

Il terremoto del 31 luglio ha riportato i Campi Flegrei al centro dell’attenzione nazionale. Per qualche ora Napoli è tornata ad aprire i telegiornali e le prime pagine. Le immagini delle persone in strada, delle stazioni chiuse, delle verifiche sugli edifici pubblici hanno restituito al Paese la percezione di una precarietà che, in realtà, non si è mai allontanata da questo territorio.

Come è accaduto altre volte, l’emozione collettiva rischia però di avere un respiro molto più breve dei problemi che l’hanno generata.

Il nodo resta lo stesso da molti anni: è su questo terreno che si misurano il peso delle scelte urbanistiche accumulate nel tempo, la qualità del patrimonio edilizio, l’efficacia della pianificazione e la capacità delle istituzioni di prepararsi a uno scenario che la comunità scientifica invita da tempo a considerare con la massima serietà. Giuseppe De Natale lo ripete da anni.

Nessuno è oggi in grado di stabilire se o quando potrà verificarsi un terremoto più forte o un’evoluzione diversa dell’attuale crisi bradisismica. Esistono però conoscenze sufficienti per individuare le criticità del territorio, la vulnerabilità di una parte del patrimonio edilizio, le difficoltà che un’eventuale evacuazione di centinaia di migliaia di persone comporterebbe in un’area attraversata ogni giorno da una mobilità già fortemente congestionata.

È su questo terreno che il rischio sismico diventa anche una questione di classe. Le grandi calamità non distribuiscono le proprie conseguenze in modo uniforme. Seguono, quasi sempre, la mappa delle disuguaglianze già esistenti.

Chi dispone di patrimonio, risparmi, seconde case, reti professionali o attività facilmente trasferibili affronta una crisi con strumenti che altri non possiedono. Per chi vive del proprio salario, di un’occupazione provvisoria, di una pensione modesta o di un piccolo esercizio commerciale legato al territorio, anche pochi mesi di sospensione possono compromettere un equilibrio costruito nell’arco di anni.

Le classi subalterne arrivano a questi passaggi storici con margini di protezione estremamente ridotti. Un’evacuazione prolungata non significherebbe soltanto lasciare la propria abitazione. Potrebbe interrompere rapporti di lavoro, cancellare il reddito di migliaia di famiglie, mettere in difficoltà piccole attività, disperdere reti di solidarietà quotidiana costruite nel tempo e allontanare interi quartieri dai luoghi nei quali si svolge la loro vita sociale.

Ogni trasferimento modifica anche gli equilibri di una comunità: cambiano i percorsi casa-lavoro, cambiano le scuole, cambiano le relazioni di vicinato, cambiano quelle forme di mutuo aiuto che, soprattutto nei quartieri popolari, rappresentano una risorsa concreta molto prima di diventare una categoria sociologica.

Ogni ri-destinazione modifica anche gli equilibri economici. Alcuni soggetti troverebbero nuove occasioni di investimento, altri attenderebbero per anni il ritorno a una condizione di normalità.

L’esperienza italiana mostra quanto la distribuzione delle risorse pubbliche possa contribuire ad allargare oppure a ridurre le disuguaglianze già esistenti. La ricostruzione successiva al terremoto del 1980 rappresenta una lezione ancora attuale.

Accanto agli interventi che restituirono abitazioni e servizi a migliaia di persone, enormi quantità di denaro alimentarono interessi economici, clientele e infiltrazioni che modificarono profondamente gli equilibri della regione.

Pensare che una futura stagione di investimenti straordinari non susciterebbe anche oggi l’interesse della criminalità organizzata significherebbe ignorare la storia degli ultimi quarant’anni.

Le organizzazioni camorristiche di oggi non sono quelle degli anni di Cutolo, dei Nuvoletta o di Michele Zaza. Si sono trasformate insieme all’economia, investono in mercati differenti, utilizzano strumenti finanziari più sofisticati e operano spesso lontano dalla visibilità che caratterizzava la stagione delle guerre di camorra.

Una continuità, però, attraversa tutta la loro storia: la capacità di riconoscere i luoghi nei quali si concentrano grandi risorse pubbliche e di costruire, attorno a esse, relazioni economiche, imprenditoriali e politiche.

L’edilizia, il movimento terra, la logistica, i trasporti, lo smaltimento delle macerie, le forniture e la rete dei subappalti continuano a rappresentare settori particolarmente esposti a queste dinamiche. È proprio nei passaggi in cui la spesa pubblica si concentra e le procedure tendono ad accelerare che diventa più alta la pressione esercitata dagli interessi criminali, economici e clientelari.

Esiste, infine, una questione che riguarda il modo stesso in cui immaginiamo il futuro di questo territorio. Da decenni la comunità scientifica produce studi, dati e analisi sempre più raffinati. Urbanisti, geologi e vulcanologi descrivono con grande precisione le criticità dell’area flegrea.

Questa conoscenza continua però a scontrarsi con tempi politici molto più brevi, con priorità che cambiano rapidamente e con una pianificazione che fatica ad assumere il rischio come criterio permanente di governo del territorio.

La vicenda dei Campi Flegrei obbliga a guardare il rischio da una prospettiva diversa. Le scosse fanno emergere differenze che si sono accumulate nel corso dei decenni, dentro le trasformazioni della città, nelle politiche urbanistiche, nelle condizioni del lavoro, nella distribuzione delle risorse e nella qualità dei servizi pubblici.

È in questa prospettiva che la vicenda flegrea assume un significato più ampio. La storia di questo territorio attraversa certamente la propria peculiare conformazione ma porta impressi anche i segni delle forme che hanno governato lo sviluppo urbano, dell’influenza esercitata dalla rendita fondiaria, della progressiva perdita di centralità della pianificazione pubblica e di una politica che, troppo spesso, ha rincorso gli avvenimenti invece di anticiparli.

Le conoscenze scientifiche non sono mai mancate. Da tempo geologi, vulcanologi e urbanisti descrivono con precisione le criticità dell’area. Più difficile si è rivelato trasformare quel patrimonio di conoscenze in una visione capace di orientare stabilmente le scelte sul territorio.

Ogni volta che la terra trema si riapre una discussione che sembra ripartire sempre dall’inizio. Cambiano le dichiarazioni, si aggiornano i piani, si moltiplicano gli annunci. Intanto la città continua a portare sulle proprie spalle il peso delle decisioni accumulate nell’arco di oltre mezzo secolo.

È forse questa la continuità più ostinata della storia flegrea: non il movimento tellurico che appartiene alla natura di questo luogo, ma la difficoltà delle classi dirigenti nel fare della memoria uno strumento di governo e della prevenzione una scelta politica permanente.

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Ex Ilva, l’ennesimo capitolo nella dismissione coatta della fabbrica

Nei giorni scorsi, per la sesta volta consecutiva in 14 anni, la magistratura si è espressa per la chiusura delle aree a caldo dello stabilimento ex Ilva di Taranto.

La motivazione è sempre la stessa. Quelle aree produttive continuano a essere una bomba ambientale e sanitaria piazzata sotto i piedi dei lavoratori dell’impianto e degli abitanti di Taranto. La sentenza emessa il 27 luglio dalla Corte d’Appello di Milano certifica inesorabilmente che:
  • quella di “mercato” – la ricerca di un compratore/investitore privato che “rilanci” l’azienda – non è una soluzione, ma parte integrante del problema;
  • le forze politiche che hanno occupato gli scranni parlamentari negli ultimi tre lustri sono tutte equamente responsabili del disastro che in questi giorni, ancora una volta, è tornato alla ribalta nelle cronache giornalistiche;
  • al netto dei discorsi propagandistici sulla “resilienza” prima e la “sovranità” più di recente, l’unica politica industriale perseguita dalle suddette forze politiche è solo una e sempre uguale a sé stessa: la dismissione.
Se l’Italia è l’unico paese dell’area OCSE che a partire dagli anni ’90 ha registrato una riduzione costante del salario di lavoratrici e lavoratori, il motivo è proprio quello della dismissione generalizzata del tessuto produttivo che era stato ricostruito e sviluppato dal Paese nel secondo dopoguerra.

Una dismissione che ha trasformato l’Italia in un paese in via di sottosviluppo, dove i giovani hanno soltanto due alternative:
La situazione determinata dalla sentenza della magistratura milanese, ovviamente, minaccia anche il nostro territorio, perché la chiusura dell’area a caldo di Taranto bloccherebbe la produzione dei semilavorati che vengono poi finiti a Cornigliano e Novi Ligure.

Tale criticità è stata immediatamente colta da padroni e politica, ovviamente in senso regressivo. Confindustria Genova ha parlato esplicitamente di superamento dell’accordo quadro del 2005 e di vendita separata degli stabilimenti di Cornigliano e Novi su cui avrebbe messo gli occhi Arvedi (che non brilla per tutela ambientale e della salute, chiedere ai cremonesi per conferma).

Ma anche il governo per bocca di Urso ha citato pubblicamente l’ipotesi di mettere sul mercato solo le aree a freddo di AdI, prefigurando l’inevitabile spezzatino aziendale. Gli unici ad aver chiara la dimensione del problema sono i lavoratori che tramite l’USB hanno ribadito ancora una volta che:
  • il siderurgico in Italia ha futuro soltanto se rilanciato mediante una politica industriale pubblica e pianificata. Basta quindi con le dichiarazioni buone per i microfoni e si mettano finalmente al lavoro competenze e talenti per stabilire cosa produrre, in quali quantità, in quanto tempo, in quali stabilimenti e con quali tecnologie;
  • AdI, quindi, si salva soltanto con la nazionalizzazione completa dell’azienda;
  • a cui deve seguire la decarbonizzazione dell’intero processo produttivo;
  • tutto questo non deve gravare sulle tasche presenti e future dei lavoratori AdI e dell’indotto e nemmeno sulla salute degli abitanti dei territori in cui sono presenti gli impianti.
A quanto sopra ci preme aggiungere una riflessione. La lottizzazione di AdI, in un contesto di sovrapproduzione strutturale della siderurgia mondiale, potrebbe causare una riduzione o peggio uno smantellamento totale dell’impianto di Cornigliano.

Al contempo, le aree attualmente occupate dalla fabbrica, da anni sono oggetto degli appetiti dei terminalisti portuali attivi a Genova, che vedrebbero di buon grado l’espansione delle banchine dedicate ai traffici commerciali.

Quindi meno “produzione” e più “logistica”. Ma se la manifattura diventa sempre più residuale e a basso valore aggiunto quali merci dovrebbero essere movimentate? E verso quali mercati se la tendenza globale al protezionismo e ai dazi cresce senza sosta?

Saremmo ingenui se pensassimo che la classe dirigente italiana abbia competenze utili e interesse ad analizzare e mettere in pratica quanto abbiamo appena esposto. I fatti dimostrano l’esatto contrario, da troppi anni.

Restiamo quindi al fianco dei lavoratori e sosterremmo con tutti i mezzi a nostra disposizione le mobilitazioni che metteranno in campo nel tentativo di arginare, almeno nel loro settore, il declino di questo Paese.

Senza un’industria di qualità il paese muore, il futuro che hanno in mente in Parlamento è questo?

RdC Genova

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01/08/2026

L’Italia coinvolta nella guerra del Golfo. Militari e armamenti italiani già sul terreno

Gli articoli comparsi su La Repubblica e il Giornale hanno rivelato che in Arabia Saudita e nei paesi del Golfo, all’insaputa del Parlamento e di tutti i cittadini, ci sono ben settecento militari italiani che partecipano ai combattimenti “difensivi”.

La notizia in realtà era stata comunicata piuttosto in sordina dal capo di Stato maggiore Portolano in un’audizione in Parlamento poco più di un mese fa (il 16 giugno) ed era stata inserita nelle pieghe del decreto sulle missioni militari all’estero ma senza essere esplicitata. Probabile che anche in quel caso i parlamentari durante l’audizione fossero troppo impegnati a giocare sul cellulare per prestare la dovuta attenzione a quanto veniva detto da Portolano.

Dunque anche in questo caso – e come avviene troppo spesso – il Parlamento è stato messo davanti al fatto compiuto, così come era avvenuto per l’invio di armi all’Ucraina nel 2022 o per l’aggressione Nato alla Jugoslavia nel 1999.

Infatti è dalla metà di marzo che centinaia di militari italiani sono già presenti in Arabia Saudita e altri Paesi del Golfo impegnati contro gli attacchi iraniani, e per “proteggere gli interessi nazionali” nella regione.

Secondo quanto riportato, nei paesi del Golfo risultano già schierate batterie missilistiche antiaeree Samp-T, cannoni antidrone Skynex, caccia Eurofighter e l’aereo radar Gulfstream Caew. Il compito di renderli operativi spetta a 400 militari in Arabia Saudita e ad altri 300 distribuiti tra Kuwait e Bahrein.

La missione ha un nome “Task Force Air Arabia”, è operativa già dalla seconda metà di marzo ed è presentata con pochissime stringate righe sul sito del Ministero della Difesa. Proprio ai primi di marzo, i ministri della Difesa Crosetto e degli Esteri Tajani avevano comunicato al Parlamento che c’erano state richieste di aiuto all’Italia da parte delle petromonarchie del Golfo bersagliate dall’Iran in ritorsione agli attacchi di Usa e Israele, ma non avevano detto nulla sull’invio di militari e armamenti italiani sul campo.

Ma il coinvolgimento militare italiano nella guerra in Medio Oriente potrebbe non esaurirsi qui.

Di fronte al rischio che oltre Hormuz venga bloccato anche lo Stretto di Bab el Mandeb sul Mar Rosso, l’Arabia Saudita ha organizzato un vertice con 43 Paesi – presente anche una delegazione dell’Unione europea – con l’obiettivo di costruire una coalizione internazionale per la “libertà di navigazione” dello Stretto di Hormuz e di Bab el Mandeb. L’iniziativa saudita si viene a sovrapporre alla missione europea Aspides (in cui è presente l’Italia) e a quella annunciata da alcuni Stati europei, tra cui Regno Unito, Germania, Italia e Francia, ma potrebbe essere la “cornice” tanto attesa per avviare l’operazione militare contro l’Iran e gli Houthi yemeniti.

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31/07/2026

Sorvegliare e punire con l’intelligenza artificiale

Uno-due. Il decreto legislativo che recepisce il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale e lo rende una questione di polizia accelera e, con ogni probabilità, già oggi verrà licenziato. Nel frattempo Fratelli d’Italia presenta la sua proposta di legge per far sì che chi scende in piazza a manifestare possa essere accusato di associazione a delinquere.

Il primo caso è il più clamoroso, perché è destinato a finire in Gazzetta ufficiale prestissimo. Direttamente da palazzo Chigi, su impulso del sottosegretario Alfredo Mantovano, è discesa l’indicazione alle commissioni affari costituzionali, giustizia e affari europei di Camera e Senato di dare nel minor tempo possibile il proprio parere allo schema di decreto legislativo che dovrebbe armonizzare le leggi italiane alle disposizioni europee «sull’intelligenza artificiale, in materia di utilizzo dei sistemi di intelligenza artificiale per l’attività di polizia e di responsabilità penale e civile».

I punti caldi sono due: gli articoli 8 e 10. Uno parla dell’identificazione facciale «in tempo reale», l’altro la consente addirittura «a posteriori».

L’articolo 8 dice che «in casi di urgenza» (minacce di terrorismo, persone scomparse) la polizia può utilizzare i dati biometrici raccolti con l’IA integrati con i sistemi di videosorveglianza presenti nelle città attraverso una semplice «comunicazione, anche orale» al pubblico ministero, senza cioè dover passare per l’autorizzazione di un giudice.

L’articolo 10 è pure peggio: per «il contrasto dei reati» sarà infatti possibile effettuare una raccolta preventiva della durata di sette giorni dei dati biometrici di tutte le persone che accedono a un dato luogo. In sostanza, se in una strada o in una piazza è prevista una manifestazione, si potranno registrare ad esempio i tratti del viso e l’iride di chiunque passi di lì durante la settimana precedente. Tutto materiale che poi, eventualmente, sarà a disposizione dell’autorità giudiziaria.

«Siamo al grande fratello d’Italia», dice al manifesto il senatore del PD Filippo Sensi, che, oltre ad aver trovato la battuta giusta, ieri mattina in commissione affari europei di Palazzo Madama per primo si è accorto dell’enormità della faccenda e, con i colleghi dell’opposizione, ha vanamente cercato di opporsi al colpo di mano della maggioranza.

Ma nessuna discussione è stata concessa: il testo è blindato, le possibilità di rivederlo sono pressoché nulle e anche la controfirma del presidente della Repubblica sarà un atto sostanzialmente formale, avendo lui già concesso la delega al governo. Al limite, potrà prima o poi intervenire la Corte costituzionale, ma siamo nel campo delle ipotesi senza data di scadenza.

«Di tutto l’Ai Act europeo, che è un provvedimento enorme, qui si è deciso di occuparsi solo della parte che riguarda la polizia – prosegue Sensi –. Vogliono raccogliere dati a strascico e poi verificare se c’è o no un reato. È una forma di sorveglianza indiscriminata, peraltro in aperto contrasto con lo stesso regolamento europeo».

Se qui siamo dalle parti dei peggiori incubi degli scrittori di fantascienza, con la proposta di Fratelli d’Italia sull’allargamento delle maglie dell’associazione a delinquere per includere chiunque partecipi a una protesta, invece, si realizzano i sogni più proibiti di ogni inquisitore.

La nuova norma riguarderebbe chiunque «partecipa ad un gruppo composto da tre o più persone che, pur privo dei requisiti di stabilità e di struttura gerarchica, si costituisce o si coordina, anche mediante strumenti di comunicazione elettronica o in occasione di manifestazioni pubbliche» per commettere una serie di reati: resistenza a pubblico ufficiale, devastazione e saccheggio, attentati a impianti di pubblica utilità, lesioni personali, danneggiamento.

Le tipiche accuse che vengono contestate quando le manifestazioni finiscono a tafferugli. Fatti ora equiparati a quelli di mafia e terrorismo, dalla cui legislazione deriva anche l’idea di confiscare i beni usati per commettere il reato.

La misura, spiegano da FdI, è stata studiata al volo dopo gli scontri avvenuti a Bologna e in Val di Susa la settimana scorsa per tutelare sia «i lavori democraticamente approvati», sia i rappresentanti delle forze dell’ordine (120 i feriti, secondo la questura di Torino).

«Tolleranza zero» è l’espressione – un po’ abusata – con cui il primo gruppo parlamentare ha annunciato la sua iniziativa, ieri pomeriggio alla Camera. La cosa divertente della conferenza stampa è stata che tutti gli intervenuti, dal capogruppo Galeazzo Bignami in giù, hanno candidamente ammesso che di questa legge non ce ne sarebbe alcun bisogno se i soliti giudici non avessero in più circostanze bocciato i teoremi delle procure che già ipotizzavano l’associazione a delinquere per i fatti di piazza.

Molte indagini sono in effetti cominciate così (l’ultima famosa è quella sul centro sociale Askatasuna di Torino: l’accusa è caduta in primo grado, il giudizio d’appello è in corso), ma poi non è mai stata emessa una sentenza di condanna per associazione a delinquere nei confronti chi si è scontrato con la polizia, ha sfondato una vetrina o danneggiato qualche arredo urbano.

Se questa proposta diventerà infine legge dello stato, potrà invece succedere e nascerà ufficialmente il concetto di «eversione di piazza», antico pallino dei sindacati di polizia più reazionari e di qualche procura particolarmente attiva sul fronte della repressione dei movimenti sociali.

Nel piano di FdI, per chiudere, c’è anche un’ultima novità. Che suona quasi come un monito: sarà punito per favoreggiamento, con una pena da uno a quattro anni, chi «dà rifugio o fornisce vitto, ospitalità, mezzi di trasporto, strumenti di comunicazione a taluna delle persone che partecipano al gruppo». Invitare a cena un No Tav, in pratica, può portare dritti in galera.

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