Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Politica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Politica. Mostra tutti i post

28/10/2026

Israele - Netanyahu in vantaggio. Diventano decisivi i partiti palestines

Aggiornamento. Da quanto sappiamo finora – con il 73% dei voti scrutinati – il blocco del Likud e dei parti di destra di Benjamin Netanyahu è in vantaggio ma non avrebbe la maggioranza nella Knesset. Per formare un nuovo governo a risultare decisivi saranno i partiti dei palestinesi del ’48 residenti – ma discriminati – in Israele. Una ipotesi che però entrambi gli schieramenti rifiutano.

Gli exit poll diffusi in serata dalle tre principali emittenti televisive israeliane indicavano che il blocco pro-Netanyahu avrebbe ottenuto solo 50 o 51 seggi nella prossima Knesset, mentre i partiti di opposizione ne avrebbero conquistati 51 o 52. Una tendenza rovesciata dai primi risultati dello spoglio. Entrambi i blocchi non avrebbero raggiunto però la maggioranza di 61 seggi nel parlamento composto da 120 membri.

I restanti 18 seggi, secondo gli exit poll di Canale 11, Canale 12 e Canale 13, sono andati ai due partiti della minoranza arabo-palestinese. Si tratterebbe di un risultato senza precedenti per la Lista Unita e Ra’am, che attualmente detenevano solo 10 seggi alla Knesset.

Il primo dato certo emerso dalle elezioni israeliane è stato l’aumento dell’affluenza alle urne che ha registrato il 74,3%, quasi 8 punti in più delle elezioni del 2022.

Una polarizzazione politica profonda e feroce ha dilaniato Israele in occasione di queste elezioni. E in caso di sconfitta il blocco di Netanyahu – sul modello del suo amico Trump – potrebbe disconoscere il risultato.

Già da ieri il Times of Israel segnalava che il partito Likud del Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha iniziato a prepararsi per contestare i risultati dei seggi elettorali nelle città, paesi e quartieri dove è forte la presenza di palestinesi del ‘48 prima dell’apertura delle urne martedì mattina. Lunedì, alcuni siti di notizie israeliani hanno citato esponenti del Likud secondo i quali il partito avrebbe discusso la possibilità di dichiarare che il voto è stato “rubato” qualora Netanyahu non dovesse vincere.

Secondo un servizio del Canale 12, il Likud stava già raccogliendo numerose denunce e accuse di frode relative ai seggi elettorali nelle comunità arabe. In alcuni seggi i coloni e gli estremisti di destra hanno scatenato risse per impedire ai palestinesi di votare.

Anche secondo il quotidiano Haaretz, il partito di Netanyahu si starebbe preparando a uno scenario di sconfitta e avrebbe discusso la possibilità di denunciare frodi diffuse e affermare che le elezioni sono state “rubate”.

Rimosso completamente ogni riferimento alla questione palestinese e concordando entrambi gli schieramenti sulla linea dura contro i palestinesi, stando ai sondaggi, le priorità degli elettori dei due schieramenti si differenziavano solo sulle questioni interne israeliane.

Tra i sostenitori della coalizione di Netanyahu la guerra con l’Iran si collocava al primo posto, per quelli dell’opposizione queste elezioni erano soprattutto un’occasione per giudicare la sua leadership responsabile del peggiore attacco subìto da Israele e per decidere se anche gli ultraortodossi debbano fare o meno il servizio militare e partecipare alla sicurezza del Paese.

Ma tra le questioni in ballo c’era anche il costo della vita e i prezzi delle abitazioni a rappresentare temi rilevanti, soprattutto tra gli elettori più giovani.

Sebbene l’inflazione venga stimata per il 2026 solo al 1,5%, in realtà il problema dei prezzi e l’accessibilità economica delle abitazioni continuano a rappresentare importanti preoccupazioni per una parte dell’elettorato.

Il tema dell’economia era tornato al centro del dibattito anche negli ultimi giorni della campagna elettorale, quando riferendosi alle condanne internazionali contro gli insediamenti coloniali in Cisgiordania. Netanyahu aveva affermato che Israele dovrebbe “prepararsi a possibili sanzioni” valutando anche “l’introduzione di criptovalute e blockchain” per affrontarle. La dichiarazione aveva scatenato severe critiche da parte degli economisti israeliani, incluse quelle della Banca d’Israele, che aveva pubblicamente respinto l’idea, affermando che “le criptovalute non possono essere utilizzate per eludere le sanzioni”.

Fonte

Scarcerato Youssef Siher. Una montatura “andata a male”

Youssef Siher è stato liberato. A deciderlo è stata oggi la gip Tiziana Landoni, respingendo la richiesta della procura di Milano.

La giudice non ha convalidato il fermo deciso sabato e non ha emesso la misura di detenzione in carcere.

A suo avviso non sussistono le esigenze cautelari, volte a prevenire il pericolo di fuga e la reiterazione del reato.

Le pesantissime e insostenibili accuse a Youssef Siher – istigazione a delinquere aggravata dal terrorismo e violenza organizzata nei cortei – non reggono alla prova. La montatura mediatico/giudiziaria è andata a male.

Secondo la gip “non sono ravvisabili, per le ragioni esposte, gravi indizi di colpevolezza a carico di Siher in ordine ai reati al medesimo contestati, oltre al pericolo di fuga di cui si è trattato in precedenza”.

Inoltre, recita il provvedimento, “non è possibile condividere, allo stato, sulla scorta degli elementi di valutazione complessivamente raccolti, il giudizio del pubblico ministero in ordine alla ricorrenza di gravi indizi di colpevolezza a carico dell’odierno indagato con riferimento ai reati di cui ai capi d’incolpazione per cui si procede”.

Una operazione politica, mediatica e giudiziaria che non stava in piedi da nessuno dei tre punti di vista, è stata così smontata sulla base dei fatti reali e della procedura penale e non delle velleità vendicative e liberticide desiderate dalla destra, dal governo e dai benpensanti/benestanti milanesi.

Ma la decisione della Gip di Milano ha fatto andare letteralmente fuori di testa la premier Meloni, la quale in un video su Instagram ha attaccato pesantemente “quei magistrati” – definendo la decisione “vergognosa” – e accusandoli esplicitamente di sabotare il lavoro degli apparati repressivi. In qualsiasi altro paese per la Meloni si chiederebbe l’impeachment per parole come queste.

Fonte

Serbia, la partita è ancora tutta da giocare

L’affermazione della “Lista Studentesca” in Serbia è presentata in Occidente come una propria vittoria, ma la situazione è più complessa e incerta e la vera partita, in effetti, deve essere ancora giocata.

Da un lato, è vero che i rappresentanti politici serbi filo-occidentali hanno generalmente appoggiato la “Lista Studentesca” (ma non tutti: la peggiore lista atlantista “Serbia Europea” di Tepić e Ponoš ne è rimasta fuori) e cercano in tutti modi di strumentalizzarla, così come è vero che alcuni esponenti (ma quanto rappresentativi?) del movimento studentesco hanno prestato squallide corvée come quella di recarsi in bicicletta a Strasburgo nella primavera 2025.

Dall’altro lato va però ricordato che nelle manifestazioni dell’opposizione degli ultimi due anni le bandiere della UE sono state tenute alla larga, anche in modo brusco, e non si è sentito alcuno slogan filo-occidentale o anti-russo.

Molte manifestazioni hanno riguardato anche l’opposizione al progetto edilizio dei Trump sull’edificio dell’ex Quartier Generale e l’opposizione alle concessioni agli anglo-australiani per l’estrazione del litio dalla Valle dello Jadar. I “plenum” studenteschi hanno preso formalmente le distanze, in varie occasioni, dai partitini politici filo-occidentali ed il programma elettorale che hanno formulato contiene alcuni punti significativi di politica estera ( https://studenti.org.rs/program/spoljni_poslovi/ ):
  • “manterremo la neutralità militare quale impegno strategico della Serbia”;
  • “lotteremo per la preservazione del Kosovo e Metohija come parte della Serbia, in conformità con la Costituzione della Repubblica di Serbia e la Risoluzione 1244”;
  • “tuteleremo la posizione costituzionale e le competenze consolidate della Republika Srpska” di Bosnia;
  • “preserveremo la tradizionale partnership con la Federazione Russa (…) La Repubblica di Serbia manterrà la sua posizione di principio di non introdurre misure restrittive nei confronti della Federazione Russa”.
Fin qui sembrerebbe una fotocopia dal programma di Vučić e alleati... ma c’è un punto in più che lo distingue nettamente, in positivo:
“il nostro popolo sa benissimo cosa significhi essere vittima di genocidio e pulizia etnica, ed è per questo che ci opporremo a qualsiasi forma di oppressione dei deboli da parte dei forti. Di conseguenza, non saremo complici del tentativo sistematico di distruggere il popolo palestinese perpetrato da Israele nella Striscia di Gaza e intensificheremo l’invio di aiuti umanitari in Palestina per salvare vite umane e ridurre il numero delle vittime.”
D’altronde, tutte queste sono solo dichiarazioni di principio, alle quali dovranno seguire i fatti: e con il fiato sul collo della U.E. e della N.A.T.O. non è detto che i fatti seguiranno.

L’unico aspetto veramente unificante e caratterizzante delle variegate forze e individui che hanno appoggiato la “Lista studentesca” è stata la demonizzazione di Vučić. Adesso sono da aspettarsi crescenti contrasti interni alla nuova maggioranza, tant’è vero che qualcuno già allude a nuove elezioni anticipate.

Fonte

Da Tsipras a Meloni a Le Pen: la bacchetta di Bruxelles e la resa dei “ribelli”

Il capitalismo europeo dispone di un’arma più efficace della repressione aperta: integrare il dissenso, neutralizzare le opposizioni e trasformare le promesse di rottura in strumenti di conservazione dell’ordine esistente.

Nella mitologia greca, Circe trasformava gli uomini in animali con la sua bacchetta magica. Nella politica europea contemporanea, una metamorfosi analoga sembra colpire molti leader che arrivano al potere promettendo di sfidare Bruxelles, per poi ritrovarsi ad amministrare, con qualche variazione di linguaggio, lo stesso ordine economico che avevano giurato di combattere.

La bacchetta, naturalmente, non è magica. È fatta di debito pubblico, vincoli di bilancio, dipendenza dai mercati finanziari, trattati internazionali e rapporti di forza tra capitale e lavoro. Il suo centro di gravità è un’architettura istituzionale nella quale la Commissione europea svolge un ruolo importante, insieme al Consiglio, alla Banca centrale europea e agli altri organismi dell’Unione. Un sistema che restringe lo spazio delle alternative economiche e politiche, soprattutto quando queste mettono in discussione gli interessi dominanti.

Il punto non è sostenere che Bruxelles decida ogni cosa, né che i governi nazionali siano privi di responsabilità. È comprendere come l’integrazione europea abbia costruito un quadro nel quale la disciplina finanziaria, la competitività e la stabilità dei mercati tendono a prevalere sulle esigenze sociali. La democrazia viene formalmente conservata, ma il suo raggio d’azione si restringe quando il voto minaccia di mettere in discussione i fondamenti economici del sistema.

Tsipras: quando il referendum non basta

La Grecia del 2015 rappresenta il caso più clamoroso. Alexis Tsipras e Syriza conquistarono il governo promettendo di porre fine all’austerità imposta dai creditori internazionali. Il 5 luglio, il popolo greco respinse con il 61,3% dei voti le condizioni sottoposte a referendum. Una settimana dopo, il governo accettò un nuovo programma di assistenza finanziaria, accompagnato da ulteriori misure restrittive.

Fu una sconfitta politica di enorme portata per chi aveva creduto che la vittoria elettorale e la mobilitazione popolare potessero aprire una breccia nell’ordine europeo. La pressione della BCE, la minaccia di una crisi bancaria e la dipendenza finanziaria della Grecia mostrarono i limiti di un governo che intendeva negoziare senza disporre della forza economica e politica necessaria a imporre un’alternativa.

La lezione è dura: il capitalismo non ha bisogno di cancellare il voto quando può neutralizzarne gli effetti. Ma sarebbe riduttivo attribuire tutto a un’imposizione esterna. La scelta di Tsipras fu anche una scelta politica: accettare il compromesso anziché preparare una rottura, con tutti i rischi e i costi che avrebbe comportato.

Meloni: la sovranità dentro i confini del capitale

Giorgia Meloni ha costruito una parte importante del proprio consenso denunciando i vincoli europei e rivendicando la sovranità nazionale. Al governo, però, ha dovuto fare i conti con il PNRR, le regole fiscali, il costo del debito e le aspettative dei mercati. La contestazione di Bruxelles si è così misurata con la necessità di garantire continuità economica e credibilità finanziaria.

La contraddizione non riguarda soltanto Meloni. Una destra che promette di restituire potere alla nazione può contestare le istituzioni europee senza mettere in discussione i rapporti di proprietà, il potere delle grandi imprese e la subordinazione del lavoro alle esigenze del profitto. La sovranità nazionale diventa allora, almeno in parte, una questione di chi governa lo Stato, non di quali interessi sociali lo Stato serve.

Cambiare il colore politico del governo non significa necessariamente cambiare i rapporti di forza nella società.

Le Pen e il rischio dell’assorbimento

Anche Marine Le Pen e il Rassemblement National devono confrontarsi con questa contraddizione. La critica all’integrazione europea può raccogliere il malcontento di settori popolari impoveriti, lavoratori precarizzati e territori abbandonati. Ma la denuncia dei vincoli di Bruxelles non coincide automaticamente con un progetto di emancipazione sociale.

Se la questione europea viene ridotta alla contrapposizione tra nazione e istituzioni sovranazionali, senza affrontare il potere del capitale, la distribuzione della ricchezza e la precarietà del lavoro, il malcontento rischia di essere incanalato in una direzione che lascia intatti i meccanismi fondamentali dello sfruttamento.

Non è una previsione sul futuro di Le Pen: è la contraddizione politica che qualsiasi forza antisistema deve affrontare quando passa dall’opposizione al governo.

Il problema è il sistema, non la bacchetta

Il capitalismo europeo non è un’entità onnipotente e priva di contraddizioni. È un sistema di interessi, istituzioni e rapporti di forza che può essere contestato, ma non semplicemente aggirato con una vittoria elettorale. I governi nazionali contribuiscono a riprodurlo, negoziano al suo interno e possono anche tentare di modificarne gli equilibri.

Per questo la questione non si esaurisce nel tradimento dei leader. Riguarda anche i limiti di una strategia che affida al parlamentarismo, isolato dalla mobilitazione sociale e dai rapporti di forza materiali, il compito di trasformare strutture economiche profondamente radicate.

Senza organizzazione popolare, conflitto sociale e capacità di mettere in discussione il potere economico, la promessa di rottura rischia di ridursi a un cambio di amministratori. Il capitale può tollerare molte parole d’ordine radicali, purché non si traducano in una redistribuzione effettiva del potere e della ricchezza.

Circe, in fondo, non trasforma soltanto gli oppositori in creature docili. La sua metafora più inquietante è un’altra: un sistema capace di assorbire il dissenso e restituirlo sotto forma di consenso amministrato. Spezzare l’incantesimo significa allora andare oltre la sostituzione dei governanti e affrontare la struttura economica e sociale che rende possibile quella metamorfosi.

Fonte

Flávio Bolsonaro è scappato negli Usa

Il candidato alla presidenza brasiliana per la destra agli ordini degli Stati Uniti, dopo aver perso il ballottaggio contro Lula, e dopo aver subito il sequestro del passaporto nell’ambito di due inchieste sul riciclaggio di denaro, ha prima raggiunto l’Argentina e da lì gli Stati Uniti.

Per la precisione la Florida dove ha raggiunto il fratello Eduardo, a sua volta condannato per  aver cercato di esercitare pressioni e illecite attività di lobbying sui giudici della Corte Suprema. Il suo obiettivo era quello di influenzare e condizionare il processo a carico di suo padre, l’ex presidente Jair, per il tentativo di golpe della fine del 2022 e poi condannato a 27 anni di carcere, che sta peraltro scontando ai domiciliari.

La restrizione relativa a Flàvio, invece, sarebbe legata a un’indagine su un riciclaggio di denaro relativo ai legami del parlamentare con l’avvocato Willer Tomaz, implicato anche in indagini sui movimenti di fondi nel settore del gioco d’azzardo.

In qualche modo l’aveva lasciato capire in un video con cui si lamentava  di aver ricevuto un’ordinanza del tribunale che gli imponeva di consegnare i passaporti e gli proibiva di lasciare il paese.

Tanto rammarico non avrebbe avuto senso se intendeva davvero restare. Come peraltro dichiarato in tv: “Per resistere al caos, organizzerò l’opposizione. Consegnerò i miei passaporti e mi difenderò da questa aberrazione, che è un chiaro tentativo di intimidirmi. Ma nessuno mi metterà a tacere”. Detto fatto, dopo pochi minuti era già oltre il confine...

La complicità di Javier Milei è evidente: è stato l’unico dei presidenti di destra e centro-destra latino-americani a non avere mandato le congratulazioni a Lula dopo la vittoria, parlando invece di “furto”.

Da Puerto Iguazú, località argentina al confine con Brasile e Paraguay, Flávio Bolsonaro si sarebbe poi recato negli Stati Uniti a bordo di un aereo privato Gulfstream G400, immatricolazione LV-JQW, appartenente alla compagnia Baires Fly S.A.

Secondo le informazioni ottenute dalla testata online argentina Infobae, la compagnia avrebbe richiesto le procedure doganali e di immigrazione per quattro passeggeri e tre membri dell’equipaggio. L’aereo è registrato in Argentina dal 25 settembre 2020 a nome di tale compagnia.

In precedenza, aveva utilizzato immatricolazioni statunitensi e messicane, tra cui N524GA, N522AC, N522AG, XA-CHG e N152GA. Il velivolo, prodotto nel 2004 da Gulfstream Aerospace, ha 14 posti, due motori Rolls-Royce Tay e un’autonomia stimata tra i 7.000 e i 7.800 chilometri.

Il senatore è indagato per sospetta corruzione e riciclaggio di denaro in relazione al finanziamento del film biografico su suo padre, intitolato Dark Horse. Ci sarebbe poi anche una seconda inchiesta presso il Supremo Tribunale Federale per presunto riciclaggio di denaro relativa a Willer Tomaz, avvocato e amico intimo del senatore, come rivelato dai quotidiani O Estado de S. Paulo e O Globo alla vigilia del ballottaggio. 

Bolsonaro si è in un primo momento rifiutato di ammettere la sconfitta e ha annunciato che avrebbe chiesto  l’annullamento delle elezioni, sostenendo che l’orario di voto prolungato di domenica ha favorito il candidato del partito al governo.

Una posizione particolarmente falsa, visto che alla richiesta di rinviare la chiusura dei seggi di due ore, motivata da problemi ai trasporti e maltempo e all’inizio fatta dal solo Lula, si era però poi associato anche il Partito Libela di Bolsonaro.

Ieri comunque il presidente del Partito Liberale, Valdemar Costa Neto,  un alleato del fuggiasco, ha riconosciuto la rielezione di Luiz Inácio Lula da Silva, proclamata dal Tribunale Elettorale Superiore: una dichiarazione in cui non si è congratulato con il presidente, ma neanche ha menzionato la promessa di Flávio Bolsonaro di chiedere l’annullamento del voto in tribunale.

Fonte

27/10/2026

Brasile - Inchiesta per riciclaggio, Bolsonaro jr costretto a consegnare il passaporto

Un tribunale brasiliano ha ordinato a Flávio Bolsonaro, appena sconfitto alle elezioni presidenziali brasiliane, di consegnare il passaporto nell’ambito di un’indagine per riciclaggio di denaro, secondo quanto riportato dal portale di notizie G1.

“Il giudice della Corte Suprema brasiliana Alexandre de Morais ha ordinato a Flavio Bolsonaro di consegnare il suo passaporto. La decisione è stata presa in relazione a un caso in cui Flavio Bolsonaro e il suo avvocato sono indagati per riciclaggio di denaro”
, si legge nella pubblicazione.

Ciò comporta la consegna di tutti i passaporti, compresi quelli diplomatici.

La Polizia Federale brasiliana sta indagando su Bolsonaro. Il politico è sospettato di aver partecipato a un presunto schema di riciclaggio di denaro con il suo avvocato, Wheeler Thomas.

Gli inquirenti si sono interessati a Thomas dopo aver scoperto prove del suo controllo sulla società di scommesse Rede Loto, che ha ottenuto un’autorizzazione dal governo dello stato di Rio de Janeiro nel maggio 2023.

Avendo ottenuto l’autorizzazione giudiziaria, la polizia ha esaminato e-mail, lettere e altri dati presenti sul telefono dell’avvocato. L’analisi di questi materiali ha rivelato legami finanziari tra Thomas e Bolsonaro, nonché almeno cinque viaggi congiunti all’estero tra i due nella prima metà del 2025.

Bolsonaro ha ovviamente negato le accuse, definendo la pubblicazione “notizie false”.

Il Brasile ha tenuto il secondo turno delle elezioni presidenziali due giorni fa. Il presidente uscente Lula da Silva ha vinto le elezioni. Bolsonaro inizialmente si è rifiutato di riconoscere i risultati, ma in seguito ha fatto marcia indietro, visto che Trump ha cambiato idea (per ora...).

Fonte

Da premier a novella Maria Antonietta il passo è breve...

“...Meloni dichiara che i frigoriferi degli italiani non sono vuoti? Faccia attenzione, che da Premier a parodia di Maria Antonietta il passo è breve. L’inflazione sui generi alimentari in questi anni ha superato il 25 percento, al di sopra dell’inflazione media. E l’ISTAT segnala che il 30 percento delle famiglie italiane ha dovuto ridurre i consumi alimentari, diminuendo la quantità oppure la qualità del cibo acquistato. Magari i frigoriferi non sono vuoti, ma per molte famiglie sono pieni di prodotti di scarsa qualità rispetto al passato...”.
Emiliano Brancaccio intervistato da Massimo Gramellini (In altre parole, La7, 24 ottobre 2026).


Fonte

Una finanziaria armata che non sta in piedi

di Alessandro Volpi

Perché serve una proposta davvero alternativa.

La legge di bilancio ipotizzata dal governo Meloni assommerebbe a circa 23 miliardi, praticamente nulla, visto che ben oltre la metà serve solo a rifinanziare le misure, come il taglio del cuneo fiscale, introdotte una tantum.

È chiaro, alla luce di ciò, che serve una concreta alternativa.

Provo a spiegarmi meglio.

La stesura della Legge di Bilancio rappresenta annualmente il momento di massima sintesi politica ed economica per il Paese, eppure la sua costruzione si rivela sempre più un esercizio di bilanciamento estremo, imbrigliata com’è all’interno di una morsa contabile quasi insuperabile.

Da un lato vi è il Quadro tendenziale, ovvero la proiezione della spesa e delle entrate a legislazione vigente, che assorbe la quasi totalità delle risorse disponibili solo per coprire i costi contratti in passato, l’indicizzazione, in realtà solo parziale, delle prestazioni e la spesa, ormai enorme, per interessi sul debito pubblico.

Dall’altro lato agiscono con forza i vincoli europei, ulteriormente irrigiditi dalle nuove regole del Patto di Stabilità e Crescita, voluto da Paolo Gentiloni e firmato da Giorgia Meloni, che impongono traiettorie severe di rientro dal deficit e dal debito, riducendo al minimo i margini di deficit aggiuntivo.

In questo scenario strutturale, lo spazio di manovra effettivo per qualsiasi governo si riduce a pochi spiccioli, trasformando la manovra finanziaria in un intervento marginale, incapace di rispondere alle emergenze del Paese.

Proprio alla luce di questa ristrettezza drammatica appare del tutto paradossale la pressante richiesta di ottenere flessibilità contabile dai partner europei per autorizzare circa 7 miliardi di euro di nuova spesa militare da finanziare a debito.

Richiedere una deroga ai vincoli di bilancio per incrementare gli armamenti e la difesa, mentre si dichiara l’impossibilità di trovare risorse per la salute, la scuola o il trasporto pubblico, svela una precisa gerarchia di priorità politiche che svuota di senso la retorica dell’austerità inevitabile.

La scarsità di risorse non è infatti un dato naturale o un destino cinico, bensì il risultato di precise scelte strutturali sul lato delle entrate: quelle coltivate per anni dal neoliberalismo.

Per uscire da questa paralisi e restituire fiato alla spesa sociale non servono stratagemmi contabili o misure una tantum – utili solo a tamponare un singolo esercizio finanziario – ma una vera e propria riforma fiscale organica incardinata su pilastri di equità e progressività.

Un intervento strutturale fondato sull’introduzione di una patrimoniale dell’1% sui patrimoni netti superiori ai 2 milioni di euro permetterebbe di redistribuire la ricchezza accumulata ai vertici della piramide sociale.

A questo si dovrebbe affiancare un aumento dell’aliquota Ires al 30% per i settori che hanno registrato extra-profitti record, come gli istituti bancari e i grandi gruppi energetici, chiamando chi ha guadagnato di più a contribuire in maniera proporzionata al benessere collettivo.

Fondamentale sarebbe poi l’allargamento della base imponibile Irpef attraverso l’eliminazione dei molteplici regimi sostitutivi e delle cedolari secche che oggi frammentano il prelievo e favoriscono le rendite rispetto al lavoro dipendente, unito a una lotta seria, determinata e tecnologica all’evasione fiscale.

Un’impostazione di questo tipo non solo garantirebbe un gettito ingente e costante, ma andrebbe a migliorare in modo decisivo lo stesso Quadro tendenziale di partenza.

Elevando in modo permanente la base delle entrate dello Stato, il punto di partenza di ogni futura Legge di Bilancio si libererebbe dalla morsa dei vincoli, consentendo di programmare investimenti pubblici di lungo periodo e di finanziare un’ampia espansione della spesa sociale, dalla sanità universale al sostegno ai redditi bassi, senza dover ricorrere a un indebitamento insostenibile o a paradossali richieste di flessibilità per scopi bellici.

Penso che questa sia ormai una scelta ineluttabile per chi vuole combattere seriamente l’immiserimento di gran parte della popolazione italiana.

Fonte

26/10/2026

Serbia - Vince la “Lista degli studenti”. Esulta il mondo euroatlantico

Le opposizioni hanno vinto le elezioni in Serbia con la coalizione “Lista degli Studenti-Gli studenti vincono”, che era stata sostenitrice dell’indizione delle elezioni anticipate attraverso le sue proteste di massa dall’aprile 2025.

La lista Studentka ha ottenuto 135–140 seggi mentre la lista dell’ex presidente Vučić/SNS ne ha ottenuti 104–105. Il Parlamento di Belgrado è composto da 250 seggi. L’affluenza alle urne, in crescita rispetto al passato, è stata del 69%.

Nella Lista degli Studenti, ci ricorda Enrico Vigna del Forum di Belgrado, in realtà i candidati studenti sono pochissimi, mentre abbondano i vecchi arnesi delle opposizioni totalmente europeiste, filo NATO ed euro atlantiche.

Il capolista è Ilija Srdanović che è stato studente trentuno anni fa.

Tra gli altri eletti figurano il drammaturgo Ž. Hubač, l’attore T. Stanić, l’ex capitano della nazionale di pallacanestro D. Bodiroga, l’ex governatore della Banca Nazionale di Serbia D. Šoškić, il musicista F. Dimović, il sociologo J. Bakić, l’atleta M. Dudaš e A. Baucal della Facoltà di Filosofia.

Questi ed altre vecchie e note figure delle varie opposizioni filo occidentali erano scesi di nuovo in campo. Ma tra le nuove generazioni potrebbero emergere anche posizioni non del tutto coincidenti con l’impianto ideologico e la visione internazionale di questa pattuglia di “studenti piuttosto attempati”.

L’alleanza elettorale che ha sostenuto la coalizione intorno al Partito Progressista Serbo dello sconfitto Vucic, poteva apparire come una sorta di’“extrema ratio” di questa fase storica complessa e piena di antinomie. Ma era una alleanza non certo ideale o scevra di “lati neri” e contraddizioni non piccole.

Se infatti Vucic veniva considerato filo-russo – e quindi da abbattere secondo gli ambienti euroatlantici – è il Times of Israel a ricordarci che “sotto il suo governo, la Serbia è diventata uno dei più stretti alleati di Israele in Europa, pur non facendo parte dell’Unione Europea o della NATO”.

Ad agosto, ha inaugurato nel paese balcanico uno stabilimento di assemblaggio di droni di fabbricazione israeliana per potenziare le sue capacità militari.

In aprile, il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar e il ministro degli Esteri serbo Marko Đurić hanno annunciato, durante un incontro a Gerusalemme, passi avanti verso un accordo di libero scambio e l’avvio di un nuovo dialogo strategico.

La situazione in Serbia è dunque parecchio complessa, intrisa di contraddizioni sia a livello governativo e nella figura di Vucic, che tra la cosiddetta opposizione, un insieme raffazzonato con assenza di programmi politici, tenuta insieme dall’unico collante di una dura ostilità all’attuale governo e alle sue forze, dal miraggio europeista e da una russofobia politica di ispirazione euro atlantica.

Come abbiamo scritto nei giorni scorsi, quella in Serbia è una partita che va ben oltre i Balcani occidentali.

Uno dei temi è infatti quale collocazione avrà adesso la Serbia nello scacchiere internazionale e negli stessi equilibri politici, economici e militari europei. Se avverrà uno spostamento definitivo verso politiche e prospettive interamente euro atlantiche (già presenti) e antirusse, difficili però da realizzare nel popolo serbo, per le sue profonde radici storiche di fratellanza con il popolo russo, ma che era un obiettivo dichiarato del movimento di protesta nelle sue variegate composizioni.

I nuovi decisori a Belgrado dovranno destreggiarsi tra le relazioni con la Cina, importante investitore in Serbia, la Russia, tradizionale alleata e principale fornitore di gas naturale, e l’Unione Europea, che è il principale partner commerciale della Serbia.

Fonte

25/10/2026

USA - Negli Stati chiave per le elezioni di medio termine gli elettori chiedono stop alle armi per Israele

Secondo un nuovo sondaggio pubblicato mercoledì dall’Institute for Middle East Understanding (IMEU) e condotto dalla società di analisi dati YouGov, la maggioranza dei probabili elettori in ciascuno dei sei stati chiave in bilico (Georgia, Iowa, Maine, Carolina del Nord, Ohio e Texas) si dichiara favorevole alle misure per bloccare il trasferimento di bombe a Israele.

Il sondaggio ha inoltre rilevato che la maggioranza o una netta maggioranza relativa dei 3.200 intervistati nei sei stati è favorevole a “tagliare i 3,3 miliardi di dollari di fondi pubblici destinati agli armamenti di Israele” e ritiene che la guerra in Iran avvantaggi Israele più degli Stati Uniti.

Come in altri sondaggi recenti, la nuova indagine, condotta tra la fine di settembre e la metà di ottobre, ha rilevato che i democratici e gli indipendenti che si identificano come tali erano significativamente più propensi a opporsi a ulteriori trasferimenti militari a Israele rispetto ai repubblicani che si identificano come tali in ogni stato, sebbene almeno un terzo dei repubblicani in tutti gli stati tranne la Carolina del Nord (26%) abbia affermato di essere favorevole al blocco delle forniture di armi a Israele.

La percentuale più alta di repubblicani che hanno assunto questa posizione si è registrata nel Maine, dove il 45% si è dichiarato contrario a ulteriori trasferimenti di questo tipo.

La senatrice uscente Susan Collins, impegnata in una serrata competizione contro un democratico che ha criticato gli aiuti militari e le vendite di armi statunitensi a Israele, ha votato contro una risoluzione per vietare il trasferimento di bombe da 1.000 e 2.000 libbre a Israele il 15 aprile, l’ultima volta che il Senato si è espresso sulla questione.

Quel voto ha segnato la prima volta in cui la maggioranza dei senatori democratici (36 su 46 membri del gruppo) ha votato contro il trasferimento di armi a Israele.

Tutti e sei gli stati oggetto del sondaggio YouGov sono considerati cruciali per le speranze dei Democratici di ottenere il controllo del Senato nelle elezioni di medio termine del 3 novembre. Dei sei seggi al Senato in palio quest’anno, solo uno è attualmente occupato da un Democratico, Jon Ossoff della Georgia.

Il sondaggio suggerisce che il sostegno a Israele e alla guerra contro l’Iran tra i repubblicani potrebbe rivelarsi uno svantaggio nelle elezioni di medio termine del mese prossimo. Come riportato da RS la scorsa settimana, alcuni candidati repubblicani al Senato negli stati chiave hanno cercato di prendere le distanze dalla guerra contro l’Iran, sebbene pochi abbiano votato al Congresso per porvi fine o limitarla.

Sebbene il sondaggio non chiedesse agli intervistati quanto peso avrebbero attribuito al sostegno militare statunitense a Israele e alla guerra in Iran nel decidere come avrebbero votato alle elezioni di quest’anno, esso giunge in un momento in cui una serie di altri sondaggi ha mostrato una disapprovazione popolare senza precedenti per la condotta di Israele nella guerra di Gaza, che dura ormai da tre anni, e una persistente e forte opposizione (55%) al conflitto in corso tra Stati Uniti e Iran.

Un paio di recenti sondaggi hanno anche indicato che gli elettori sono più preoccupati dalla guerra in Iran che dall’immigrazione o dalla criminalità, due temi su cui i repubblicani tendono a dominare.

In merito all’approvazione o alla disapprovazione delle “misure del Senato per bloccare il trasferimento di bombe a Israele”, il 65% degli intervistati nel Maine si è dichiarato favorevole, mentre solo il 22% contrario. In Georgia, la divisione è stata del 55% favorevole e del 28% contrario; in Iowa, del 56%-24%; in Carolina del Nord, del 51%-30%; in Ohio, del 57%-31%; e in Texas del 54%-30%.

Interrogati sulla “riduzione dei 3,3 miliardi di dollari di fondi pubblici destinati ogni anno agli armamenti di Israele”, il 52% degli intervistati in Georgia si è dichiarato favorevole, mentre il 34% contrario. In Iowa, la ripartizione è stata del 59%-26%; nel Maine, del 57%-30%; nella Carolina del Nord, del 48%-34%; nell’Ohio, del 54%-37%; e in Texas, del 52%-34%.

Alla domanda su quale Paese tragga maggior beneficio dalla guerra contro l’Iran, il 50% degli elettori della Georgia ha indicato Israele, mentre il 28% ha indicato gli Stati Uniti; in Iowa, la ripartizione è stata del 54% per Israele e del 21% per gli Stati Uniti; nel Maine, del 59%-19%; nella Carolina del Nord, del 52%-23%; nell’Ohio, del 49%-27%; e in Texas, del 51%-25%.

Fonte

23/10/2026

Serbia al voto, una partita che travalica i Balcani occidentali

Le elezioni serbe del 25 ottobre si inseriscono in una fase di forte tensione sociale e politica, segnata dalle proteste contro il governo, dalla contestazione delle istituzioni e da un confronto sempre più acceso sul futuro internazionale del Paese.

La competizione elettorale non riguarda soltanto gli equilibri interni, ma investe anche i rapporti con l’Unione europea, la NATO, la Russia e la Cina, e comprende ovviamente le delicate questioni “interne” del Kosovo e della Republika Srpska.

Due schieramenti principali si contendono la guida del Paese: da una parte il blocco guidato dal Partito Progressista Serbo (SNS), legato ad Aleksandar Vučić; dall’altra la “Lista degli Studenti–Gli studenti vincono”, nata nel contesto della mobilitazione di protesta e sostenuta da un ampio insieme di forze di opposizione.

Il fronte governativo: sovranità e politica di equilibrio

La coalizione vicina a Vučić riunisce forze politiche diverse, dai socialisti dell’SPS ai radicali del SRS, fino a movimenti nazionalisti, organizzazioni minori e partiti legati a una visione nazionalista della Serbia.

Un’alleanza eterogenea, attraversata da contraddizioni e differenze ideologiche, che trova nella continuità della leadership e nella difesa dell’autonomia nazionale il principale elemento di coesione.

Il suo orientamento internazionale si fonda sulla ricerca di un equilibrio tra le relazioni con Bruxelles e i rapporti consolidati con Mosca e Pechino. Belgrado continua a perseguire l’integrazione europea, ma finora ha resistito alle richieste di allineamento alle sanzioni occidentali contro la Russia.

Parallelamente, la cooperazione energetica con Mosca e gli investimenti cinesi rappresentano componenti importanti della strategia economica serba.

Per i sostenitori di Vučić, la priorità è preservare la capacità del Paese di decidere autonomamente le proprie politiche, evitando che l’adesione all’Unione europea comporti rinunce considerate inaccettabili sulla questione del Kosovo e nei rapporti con la Russia.

Il sostegno espresso da Vladimir Putin, Xi Jinping e dal primo ministro slovacco Robert Fico rafforza simbolicamente questa impostazione. Anche Milorad Dodik, figura di riferimento della Republika Srpska in Bosnia-Erzegovina, si è schierato a favore del blocco governativo, richiamando i legami politici e nazionali tra i serbi delle due sponde della Drina.

Tale sostegno internazionale assume anche un significato elettorale: Vučić punta a presentarsi come il garante della stabilità e della continuità diplomatica, capace di mantenere aperti più canali di cooperazione in un contesto europeo sempre più polarizzato.

L’opposizione: la mobilitazione studentesca e le divisioni politiche

Sul fronte opposto si colloca la Lista degli Studenti–Gli studenti vincono, espressione politica di una ormai lunga mobilitazione di massa contro il governo.

La protesta ha contribuito a riportare al centro del dibattito pubblico temi quali la responsabilità delle istituzioni, la trasparenza e il funzionamento democratico del sistema politico.

La lista presenta una composizione più ampia e controversa di quanto suggerisca il nome. Accanto ai protagonisti delle proteste studentesche figurano esponenti della società civile, intellettuali, personalità dello sport e della cultura, oltre a rappresentanti delle tradizionali forze di opposizione, molte delle quali favorevoli a un più deciso orientamento europeo.

Questa eterogeneità costituisce contemporaneamente una risorsa e un limite. Da un lato, consente di aggregare settori sociali diversi e di trasformare il malcontento in una proposta elettorale competitiva; dall’altro, rende più difficile definire un programma comune su economia, politica estera, rapporti con la NATO e relazioni con la Russia.

Il principale elemento unificante resta l’opposizione alla leadership di Vučić. Rimane invece da verificare fino a che punto le diverse componenti possano convergere su una strategia condivisa una volta superata la fase della mobilitazione.

Le dichiarazioni di sostegno alla protesta provenienti da esponenti e ambienti politici occidentali, tra cui il lobbista atlantista Günter Fehlinger, sono state utilizzate dal fronte governativo per alimentare il sospetto di interferenze esterne.

Per una parte dell’elettorato, questi appoggi rafforzano i timori di un possibile spostamento della Serbia verso un orientamento più strettamente euro-atlantico; per altri, non modificano la centralità delle rivendicazioni interne che hanno alimentato le proteste.

Il nodo geopolitico: Unione europea, Russia e Cina

La dimensione internazionale rappresenta uno degli aspetti più sensibili della competizione. La Serbia si trova da anni in una posizione intermedia: candidata all’adesione all’Unione europea, mantiene contemporaneamente rapporti politici, economici ed energetici con la Russia e una crescente cooperazione con la Cina.

Il governo Vučić ha cercato di preservare questa pluralità di relazioni, pur tra concessioni, tensioni e ambiguità. Una sua eventuale sconfitta potrebbe aprire una fase di ridefinizione della politica estera, ma non comporterebbe automaticamente una rottura con Mosca o Pechino: molto dipenderebbe dagli equilibri interni alla nuova maggioranza e dalle scelte concrete della futura leadership.

Al centro del confronto rimangono il possibile allineamento alle sanzioni europee contro la Russia, il percorso di adesione all’UE, la cooperazione con la NATO e la questione del Kosovo e della Metohija.

A questi temi si aggiunge la preoccupazione per le ripercussioni sugli equilibri della Bosnia-Erzegovina, in particolare sulla Republika Srpska.

Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha denunciato le pressioni esercitate su Belgrado affinché riconosca l’indipendenza del Kosovo e si allinei alle misure europee contro Mosca.

Si tratta della lettura del governo russo, che interpreta il percorso europeo della Serbia come uno strumento di pressione geopolitica. Bruxelles, dal canto suo, lega il processo di adesione al rispetto dei criteri europei e alla normalizzazione dei rapporti con il Kosovo.

La contrapposizione tra queste interpretazioni riflette il dilemma strategico di Belgrado: avvicinarsi all’Europa senza compromettere le relazioni con i partner tradizionali, oppure accelerare l’integrazione occidentale accettando un cambiamento più profondo della propria collocazione internazionale e del modello sociale interno.

La collaborazione militare con Israele

Un aspetto significativo della politica estera di Vučić è il rafforzamento della cooperazione militare con Israele, soprattutto nel settore degli armamenti e delle tecnologie per la difesa, come la produzione di droni o lo scambio di informazioni in materia di sicurezza.

Una partnership che esprime una contraddizione evidente, tra le rivendicazioni di Belgrado su sovranità nazionale, multipolarismo e autodeterminazione dei popoli, e il consolidamento dei rapporti lo Stato genocidario.

Una competizione che va oltre il risultato elettorale

La posta in gioco non si esaurisce nella vittoria di una coalizione. Le elezioni rappresentano un passaggio importante per comprendere se la Serbia manterrà una politica estera fondata sul contraddittorio equilibrio tra interlocutori diversi oppure imboccherà una strada più nettamente orientata verso l’Occidente.

Il blocco governativo si presenta come garante della sovranità nazionale, della stabilità e della continuità dei rapporti con Russia e Cina.

L’opposizione, sostenuta dalla mobilitazione studentesca, punta invece a trasformare la contestazione al governo in un cambiamento politico, pur dovendo ancora dimostrare la propria capacità di elaborare una linea comune sulle questioni strategiche.

In una società attraversata da forti tensioni, entrambe le prospettive devono confrontarsi con problemi concreti: il funzionamento delle istituzioni, le condizioni economiche, la fiducia pubblica e la gestione delle controversie territoriali.

Il risultato sarà quindi rilevante non soltanto per gli equilibri parlamentari, ma anche per il futuro dei rapporti tra Belgrado e Bruxelles, per la cooperazione con Mosca e Pechino e per la stabilità dei Balcani occidentali.

Fonte

22/10/2026

Gli espropri di Milano, i riot di Belfast, la guerra ibrida

di Silvano Cacciari

“Tu sais ce que la rue m’a appris ? Si tu donnes ta joue, tu te fais niquer ta mère”
La Haine, 1995

1 

L’impiego inflazionato del concetto di «guerra ibrida» nel dibattito pubblico impone una chiarificazione. Nella dottrina strategica e nella sociologia dei conflitti, la guerra ibrida (hybrid warfare) non indica qualsiasi turbolenza sociale che transiti per le reti digitali, bensì una precisa architettura offensiva e deliberata in cui un attore statale o para-statale combina operazioni informative, guerra psicologica e manipolazione computazionale per destabilizzare un sistema bersaglio mantenendosi sotto la soglia dello scontro militare aperto.

Tuttavia, il limite strutturale di ogni operazione ibrida o di guerra cognitiva (cognitive warfare) risiede nell’impossibilità di fabbricare dal nulla un’insorgenza materiale: nessun algoritmo e nessuna centrale di disinformazione possono spingere migliaia di persone a scendere fisicamente in strada se il messaggio non trova un terreno sociale ricettivo. Il momento teorico e operativo cruciale della guerra ibrida è dunque il meccanismo di innesto: il punto esatto in cui una regia esterna o superiore (top-down) riesce ad agganciarsi a tensioni sociali, frustrazioni economiche e fratture identitarie realmente esistenti sul territorio, piegandole ai propri fini strategici.

Lo strumento tecnico che realizza questa saldatura tra regia occulta e rabbia sociale è l’astroturfing – termine derivato dal marchio di erba sintetica AstroTurf per definire una mobilitazione artificiale progettata per simulare un’insorgenza spontanea dal basso (grassroots). Come dimostrato dal report apparso proprio su Codice Rosso e ripreso da Contropiano («Astroturfing: accelerare la fascistizzazione delle classi popolari in Gran Bretagna»), mentre l’astroturfing commerciale (storicamente impiegato da colossi come Microsoft, Monsanto o Walmart) mira ad alterare le metriche di mercato, l’astroturfing politico opera come il vettore d’innesco della guerra ibrida sul fronte interno. Esso costruisce quelli che Walter Lippmann definiva «pseudo-ambienti» cognitivi attraverso la sistematica «de-marcatura della fonte», arruolando basi sociali che agiscono fisicamente seguendo le linee di una strategia concepita altrove.

Il caso dei riot di Belfast, giugno 2026, rappresenta l’archetipo di come funzioni realmente questa strategia:
  • Il terreno sociale parassitato – L’operazione si innesta sulla devastazione socio-economica prodotta da decenni di deindustrializzazione neoliberista e austerità, accompagnata dall’abbandono della difesa materiale della classe lavoratrice da parte della sinistra tradizionale. In questo vuoto, l’ingegneria discorsiva della IA agentica ricodifica il proletariato in senso etnico come «white working class» (classe lavoratrice bianca autoctona), deviando il conflitto verticale contro il capitale verso una guerra orizzontale contro migranti e richiedenti asilo.
  • Il dispositivo tecnico di aggancio – Per saldarsi al malessere popolare, gli operatori utilizzano profili fittizi (sock puppets) e avatar IA che mimano i codici linguistici ed emotivi della gente comune («populismo epistemologico»), sfruttando gli algoritmi di raccomandazione di TikTok, X, YouTube e Telegram. Questo meccanismo produce una «fascistizzazione post-organizzativa» che colpisce selettivamente i soggetti più fragili: come documentato dall’ESRC (Vulnerability and Policing Futures Research Centre), giovani maschi isolati o con difficoltà di attenzione e concentrazione risultano strutturalmente più esposti alla cattura in bolle di filtraggio (filter bubbles) xenofobe.
  • La prova forense dell’eterodirezione a Belfast – La natura ibrida ed eterodiretta del fenomeno è certificata dalla triangolazione investigativa tra analisi ideologica, rapporti sindacali/civici (CAJ, UNISON, Rabble Cooperative) e analisi forense dei dati di rete. Durante i disordini dell’agosto 2024 seguiti all’attacco di Southport, il canale Telegram «Southport Wake Up» è balzato da 44 a oltre 15.000 iscritti in poche ore; il 3 agosto 2024 i tracciati hanno registrato l’ingresso simultaneo di centinaia di account con nomi in caratteri cinesi, prova inconfutabile dell’acquisto di bot farm commerciali per gonfiare artificialmente le metriche di popolarità, generare un aumento del 327% nell’attività dei gruppi di estrema destra e trascinare la folla reale nei pogrom del 4 agosto a Belfast, Middlesbrough e Rotherham. Lo stesso schema di amplificazione coordinata si è ripetuto l’8 giugno 2026 a North Belfast dopo l’accoltellamento di Stephen Ogilvie.
A Belfast siamo stati dunque in presenza di una vera dinamica di guerra ibrida: una regia organizzata precede la piazza, acquista potenza computazionale transnazionale per simulare un consenso maggioritario, si aggancia alla decomposizione sociale post-industriale e indirizza la folla verso un bersaglio etnico prestabilito.

2

Di fronte alla guerriglia urbana esplosa nel centro di Milano sabato 17 e domenica 18 ottobre 2026, il governo italiano ha tentato di applicare meccanicamente il paradigma dello scontro geopolitico occulto. Intervenendo il 20 ottobre 2026 al secondo Forum sul procurement della Difesa (come riportato da Il Sole 24 Ore e dalle principali testate nazionali), il ministro della Difesa Guido Crosetto ha dichiarato che «i fatti di Milano sono frutto della guerra ibrida», definendoli il risultato «di azioni che qualcuno sta portando nelle nostre nazioni con strumenti non convenzionali». Secondo il ministro, i giovanissimi scesi in piazza subirebbero una «controeducazione sui social» orchestrata da potenze straniere: «La mia più grande preoccupazione oggi è la capacità che ormai hanno alcune nazioni, dopo aver studiato con gli algoritmi le menti dei nostri giovani, di conoscerli molto meglio di noi e di influenzarli». A supporto di tale tesi, gli apparati di sicurezza hanno indicato la presenza, sotto i video degli scontri, di singoli commenti generati da profili automatici (come un account denominato .dima.1.3.1.2. corredato da bandiera russa). Una analisi simile, presentata clamorosamente senza una prova, l’ha pubblicata il Financial Times a proposito delle proteste in Francia: secondo il quotidiano finanziario, si tratterebbe di proteste stimolate da una “guerra ibrida” proveniente dalla Russia, dall’Iran e addirittura dall’Algeria.

Nel nostro caso, al vaglio del metodo investigativo socio-tecnico, l’analisi del ministro Crosetto si rivela un’evidente fallacia categoriale e un alibi ideologico. Confondere il rumore parassitario post-hoc – il fatto fisiologico che reti di bot internazionali commentino qualsiasi hashtag di tendenza dopo che un evento è già deflagrato – con la causa genetica e l’organizzazione di una rivolta significa scambiare lo sciacallaggio acustico con la direzione strategica.

Milano non è Belfast: l’analisi empirica e forense delle giornate del 17 e 18 ottobre dimostra l’assenza totale di bot farm d’innesco, di una regia straniera e di quella pianificazione top-down che definisce la guerra ibrida. Lo stesso ministro dell’interno, Piantedosi, ha successivamente smorzato le parole di Crosetto ma, va evidenziato, l’hype sulla guerra ibrida contro l’Italia, dopo Milano, ne esce fortemente rafforzato.

2.1

L’insorgenza milanese – preceduta nelle settimane passate da improvvisi raduni giovanili nel nord Italia e venerdì 16 ottobre da un corteo studentesco di 5.000 persone a Milano – si è innescata sabato 17 ottobre a margine della manifestazione nazionale contro il carovita promossa dalla rete apartitica «Italia in Piazza» (5.000 partecipanti a Milano, 3.000 a Torino, 2.000 a Bologna, 800 a Bergamo, 600 a Brescia). A Milano il corteo pacifico è stato rapidamente scavalcato da sciami fluidi di giovanissimi a volto coperto che, dopo i primi lanci di bottiglie in via Broletto e via Mazzini, hanno trasformato Piazza Duomo, via Torino, Corso Vittorio Emanuele II e Piazza San Babila in un campo di battaglia con tattiche hit-and-run (attacco e ritirata rapida), erigendo barricate infuocate con materiali di cantiere, distruggendo una gazzella dei Carabinieri e assaltando a colpi di mazza il negozio Foot Locker in Galleria Passarella per prelevare calzature e abbigliamento. Domenica 18 ottobre, senza alcuna convocazione ufficiale, la rivolta si è replicata tra il Duomo, via Dante, Largo Cairoli, il Castello Sforzesco, Piazzale Cadorna e via Piatti, culminando nella devastazione di dehors, pensiline, una libreria, un bancomat e nel saccheggio di un supermercato Carrefour.

I numeri fanno sorridere se si pensa alla tesi del complotto internazionale: su 271 persone accompagnate in Questura (a fronte di oltre mezzo milione di euro di danni stimati da Confcommercio e tra i 15 e i 104 agenti refertati), 220 sono minorenni (l’81,2%), spesso sotto i 15 anni e fino a dodicenni, quasi tutti incensurati, con 60 ragazzi stranieri e una composizione mista di giovani italiani figli di nativi e seconde generazioni. Per 45 arrestati (34 minori e 11 maggiorenni nati tra il 2007 e il 2008), la Procura di Milano (diretta da Marcello Viola con il pm Giovanna Cavalleri) e la Procura per i minorenni hanno chiesto la custodia cautelare a San Vittore e al Beccaria per resistenza pluriaggravata e per il reato di devastazione e saccheggio.

Se l’intelligence preventiva ha fallito, non è stato a causa di una centrale spionistica estera, ma perché i modelli classici di ordine pubblico – abituati a negoziare percorsi e limiti con referenti di partiti, sindacati o centri sociali – sono andati in tilt di fronte a una mobilitazione acefala: centinaia di adolescenti sono scesi dai quartieri periferici e dalla provincia a gruppi di due o tre, senza bandiere, striscioni o abiti militanti, confondendosi con i coetanei dello shopping del sabato e scegliendo bersagli casuali in tempo reale, mentre l’età giovanissima dei partecipanti frenava i comandi di polizia dall’ordinare cariche ad alto impatto fisico.

2.2

Lungi dall’essere stata eterodiretta da potenze straniere ostili, la propagazione digitale milanese si è sviluppata attraverso tre livelli interamente bottom-up, segnati dal collasso immediato degli organizzatori iniziali. Mentre nell’astroturfing britannico la tecnologia opera lungo una catena verticale a quattro stadi che partendo da una salda regia politica ed economica occulta, attraverso l’impiego di bot farm e sock puppets, costruisce un’intimità algoritmica volta a individuare capri espiatori etnici e culmina nel pogrom xenofobo, nei riot milanesi la propagazione comunicativa si è articolata attraverso tre distinti passaggi socio-tecnici dal basso, caratterizzati, al contrario di Belfast, da una progressiva perdita di controllo da parte dei promotori iniziali e da una riappropriazione orizzontale dei codici del conflitto:
  • L’infrastrutturazione civica amatoriale (Italia in Piazza) – La rete che ha convocato la protesta sul carovita è stata creata in soli 13 giorni dal ventunenne Louis e dall’amministratore delle chat «Andrea» usando strumenti gratuiti e no-code (una Web App generata con la piattaforma IA Lovable). I canali social avevano numeri irrisori, incompatibili, a differenza del caso Belfast, con qualsiasi spinta di bot farm: meno di 3.000 follower su Instagram (@italiainpiazza17) e meno di 700 su TikTok, con un gruppo Telegram di circa 4.000 iscritti diviso per regioni. La prova regina dell’assenza di una regia violenta è la spaccatura esplosa nella chat generale della rete che aveva organizzato la protesta la sera del 17 ottobre: mentre la maggioranza condannava i saccheggi («Spaccare tutto non è coscienza politica, è rabbia senza direzione») e una minoranza li rivendicava, gli amministratori hanno sconfessato gli scontri cacciando i “violenti” dal canale («La violenza e gli scontri non sono il motivo per cui sposiamo la causa quindi uscite pure»).
  • Il contagio mimetico laterale e la semantica dell’«esproprio» – I migliaia di adolescenti giunti in Duomo non sono stati reclutati da Italia in Piazza, ma da un passaparola orizzontale transitato su gruppi Telegram preesistenti dedicati a musica trap, calcio e moda. Durante gli scontri, i Reel di Instagram e i feed di TikTok hanno agito da moltiplicatori mimetici in tempo reale: i ragazzi si sono filmati durante gli assalti convocando per emulazione la replica di domenica 18 ottobre («Ci vediamo in Duomo»). Ed è qui che il gesto acquisisce una propria grammatica politica dal basso: diventa virale il video in cui i giovanissimi consegnano a un senzatetto le felpe appena sottratte ai negozi del centro, rivendicando l’azione con le scritte «Si chiama esproprio proletario» ed «Esproprio proletario a Milano».
  • La codificazione tattica post-hoc (Movimento 17 ottobre) – Solo tra il 18 e il 19 ottobre, dopo l’esaurimento della rivolta spontanea (e mentre un centro sociale attivava un hub legale per i fermati), compare su Instagram e Telegram la sigla Movimento 17 ottobre (circa 250 iscritti al 19 ottobre), che tenta di dare continuità politica al tumulto con slogan generazionali e antifascisti («I violenti siete voi che ci avete negato il futuro, ora quel futuro ce lo prendiamo», «Gli unici stranieri i fascisti nei quartieri»), lanciando la «Mobilitazione permanente ogni sabato» alle ore 15:00 in otto città (Milano, Bologna, Torino, Roma, Firenze, Padova, Bari, Genova) e diffondendo manuali di autodifesa di piazza per principianti («Safer in the street») e vecchi testi d’azione diretta («Ricette per il caos», 2004).
Nella guerra ibrida di Belfast la struttura di comando precede e fabbrica la piazza; a Milano la struttura militante tenta di nascere a posteriori nel tentativo di attrarre uno sciame giovanile già esploso da sé.

3 

Se l’impianto categoriale del ministro Crosetto cade sul piano dell’evidenza empirica, esso svela tuttavia una verità rovesciata. A Milano una guerra ibrida è effettivamente in corso, ma non è condotta dalle “potenze straniere contro l’Occidente”: è una guerra ibrida interna, strutturale e multidimensionale, condotta dal modello metropolitano neoliberista e dagli apparati dello Stato contro i settori più giovani e subalterni della propria popolazione. Una guerra condotta per rafforzare e legittimare ruoli, poteri, gerarchie politiche e sociali esistenti messe in discussione dalla crisi e dal caos generato dalle guerre, quelle vere, e dall’incedere della nuova rivoluzione industriale. Una guerra ibrida interna, condotta come strumento di sopravvivenza di un ceto politico-istituzionale, che opera combinando tre armamenti non convenzionali contro le periferie (Corvetto, San Siro, Bovisa e i comuni dell’hinterland):
  1. l’arma materiale dell’impoverimento e dell’esclusione abitativa;
  2. l’arma cognitiva e simbolica della stigmatizzazione mediatica;
  3. l’arma securitaria del confinamento poliziesco e penale.
3.1

Quello di Crosetto non è un repertorio nuovo. L’uso del concetto di guerra ibrida del ministro della difesa si intreccia con le categorie della sociologia comparata della marginalità avanzata (Urban Outcasts, 2008; Punishing the Poor, 2009), con cui Loïc Wacquant illustra i quattro pilastri con cui la metropoli contemporanea conduce questa guerra asimmetrica contro i poveri:
  1. Lo stigma territoriale e simbolico: la costruzione mediatica degli abitanti delle periferie come corpi estranei, moralmente degenerati e pericolosi.
  2. Il vincolo materiale (constraint): la compressione brutale dei salari, la precarietà e l’erosione del potere d’acquisto a vantaggio delle élite urbane.
  3. Il confinamento (confinement): la gestione puramente poliziesca e penale della povertà.
  4. L’incapsulamento (encasement): l’isolamento dei giovani subalterni in una «prigione sociale» separata dalla città vetrina del lusso.
A Milano, il dispositivo di guerra cognitiva interna si è cristallizzato a partire dal 2022 nell’etichetta classista e razzializzante di «maranza»: un marchio applicato a una subcultura giovanile neo-proletaria riconoscibile per codici estetici precisi (tute in acetato, felpe nere, scarpe Nike TN, musica trap, drill e dembow di artisti come l’italo-marocchino Baby Gang) che, come ben notato da Anna Curcio, esprime la reazione di una generazione cresciuta dentro la crisi e le disuguaglianze. Attraverso i raduni del sabato pomeriggio tra stazione Garibaldi, Corso Como, CityLife e Piazza Duomo, questa «identità-combinazione» rompe fisicamente l’incapsulamento periferico per invadere il centro storico.

3.2

Il rilievo etnografico di come i riot di Milano siano la risposta dal basso a questa guerra interna – e rappresentino l’esatto opposto dell’astroturfing britannico – è consegnata dalla testimonianza di Manuel, ventunenne fermato dalla polizia domenica 18 ottobre in Piazza Duomo, su fanpage.it:

  • La materialità della fame contro la protesta d’élite – Manuel, che vive solo in condizioni di grave emarginazione, lavora in nero, ha il padre detenuto nel carcere di Pavia e si sente totalmente abbandonato dallo Stato, traccia un solco di classe netto persino rispetto agli studenti universitari che a suo dire «protestano per moda»: i ragazzi dei quartieri scendono in piazza per stretta sopravvivenza contro la disoccupazione e il rincaro insostenibile di cibo, bollette e benzina.
  • La violenza come risposta alla cancellazione simbolica – Stigmatizzati per la felpa nera ed etichettati come «maranza», questi giovani vengono sistematicamente ignorati quando provano a parlare: ricorrono al «fare casino» perché dice Manuel «la violenza è la nostra voce, l’unica che viene ascoltata» da uno Stato che si accorge della loro esistenza solo quando vanno in frantumi le vetrine del centro.
  • La ricomposizione trans-etnica contro il razzismo di Stato – Mentre la guerra ibrida dell’astroturfing britannico fabbrica il mito della white working class per aizzare i proletari bianchi contro gli immigrati, la guerra interna subita dalle periferie milanesi genera una solidarietà orizzontale trans-etnica. 
  • Nelle barricate di Milano giovani italiani poveri e ragazzi di seconda generazione combattono fianco a fianco – Manuel, italiano, dichiara di sentirsi molto più vicino ai coetanei arabi o africani che agli italiani «medi», di cui rifiuta il razzismo e la chiusura mentale, poiché ciò che lo lega ai ragazzi stranieri è «la fame, la condizione economica e l’istinto di sopravvivenza» di fronte a un unico avversario verticale: lo Stato
4 

L’intreccio tra la guerra sociale interna condotta contro le periferie e le pratiche messe in campo dai giovanissimi a Milano il 17 e 18 ottobre trova una precisa formalizzazione nell’antropologia politica contemporanea.

4.1

Alain Bertho (Le temps des émeutes, 2009; Les enfants du chaos, 2016), sostiene che il riot contemporaneo sorge sulle macerie della rappresentanza politica tradizionale: «la violenza contro le proprietà, e persino contro le persone, emerge quando ci sono cose che gli individui vogliono dire e non possono più dire, non perché manchino loro le parole, ma perché non hanno più nessuno con cui parlare». Liquidando ogni corpo intermedio e riducendo il rapporto con le periferie a una questione di polizia – come riportato da Didier Fassin (Enforcing Order, 2013) a proposito del profiling etnico e subculturale quotidiano nelle stazioni ferroviarie e metropolitane – lo Stato finisce, paradossalmente ma non troppo per chi conosce le piazze, per trasformare i reparti mobili schierati in Piazza Duomo nel detonatore immediato della rabbia accumulata («Tutto il mondo detesta la polizia»). Dentro questo scontro, i saccheggi di Milano ci riportano a Joshua Clover sullo storico spostamento del conflitto dalla sfera della produzione (lo sciopero in fabbrica) alla sfera della circolazione e della riproduzione (la piazza e l’esproprio della merce). L’assalto simultaneo al supermercato Carrefour e alla boutique Foot Locker risponde alla doppia tenaglia della guerra interna subita dai giovani proletari:
  • Il saccheggio alimentare del supermercato finisce per colpire simbolicamente il nodo della sussistenza materiale negata dall’inflazione.
  • L’assalto a Foot Locker – tempio delle sneakers che rappresentano il principale simbolo di status dell’estetica di periferia – costituisce una riappropriazione violenta della cittadinanza simbolica: bombardati da un’economia che misura la dignità umana attraverso il possesso di merci griffate ma esclusi dal reddito per acquistarle, gli adolescenti infrangono la vetrina del centro e risemantizzano il gesto sui social media usando la categoria storica del movimento operaio: «esproprio proletario».
4.2

Collocando Milano nella sequenza storica delle rivolte urbane degli ultimi vent’anni (dalle banlieues francesi del 2005 a Londra 2011, Stoccolma 2013, Gilets Jaunes 2018, fino alle proteste del settembre-ottobre 2026 in Francia, Albania e Italia), emerge un “ciclo dei riot” in quattro fasi oggi profondamente accelerato dagli smartphone:
  1. Latenza e compressione periferica (Wacquant) – Accumulo silenzioso di esclusione economica, lavoro povero e stigmatizzazione territoriale («maranza»), rielaborati in aggregazioni sociali trans-etniche.
  2. Innesco e sincronizzazione laterale – Una convocazione pacifica (Italia in Piazza) offre l’occasione spazio-temporale; le piattaforme no-code (Lovable) e le chat subculturali su Telegram e TikTok comprimono a pochi giorni i tempi di mobilitazione fuori dai radar della Questura.
  3. Deflagrazione performativa e récits-images (Bertho/Clover) – lo sciame invade il centro, ingaggia la polizia, pratica l’esproprio delle merci e produce video amatoriali (récits-images) che sottraggono allo Stato il monopolio del racconto, innescando per contagio mimetico la replica del giorno seguente.
  4. Guerra asimmetrica penale e codificazione carsica (Fassin) – invece di intervenire sulle radici sociali della crisi, lo Stato risponde alzando il livello della propria guerra interna: 271 fermi, 45 arresti con l’imputazione sproporzionata di devastazione e saccheggio (fino a 15 anni di reclusione) applicata in massa a ragazzini incensurati, convocazione d’urgenza del Consiglio dei Ministri per inasprire le norme penali sui minori e invio di 500 militari a presidiare la metropoli. Questa stretta alimenta da un lato il tentativo di avanguardie militanti (Movimento 17 ottobre) di calendarizzare lo scontro («ogni sabato alle 15» in otto città) – esponendosi tuttavia al paradosso tattico di restituire alla polizia quella prevedibilità che aveva reso imprendibile lo sciame spontaneo – e, dall’altro, approfondisce l’odio sociale nelle periferie preparando la deflagrazione successiva.
L’evoluzione tecnologica agisce dunque al centro di questo modello come un moltiplicatore di frequenza del ciclo. Come osservato da Bertho analizzando il passaggio storico dalle rivolte del 2005-2014 (in cui i partecipanti agivano senza aspettarsi alcuna vittoria politica, certi della sconfitta in un’esplosione isolata) alle mobilitazioni più recenti (come i Gilets Jaunes), la disponibilità di infrastrutture comunicative istantanee spinge oggi i soggetti a tentare la calendarizzazione permanente del riot.

L’accostamento superficiale tra i disordini xenofobi britannici di Southport e Belfast (2024-2026) e i riot milanesi del 17-18 ottobre 2026 – spesso assimilati nel commento giornalistico corrente come mere manifestazioni del “caos generato dai social network” – costituisce una fallacia analitica. L’applicazione del dispositivo socio-tecnico isolato nell’articolo di Codice Rosso di giugno dimostra che l’astroturfing è un’operazione di ingegneria egemonica top-down che impiega bot farm commerciali, sock puppets e populismo epistemologico per orientare il disagio materiale verso una guerra orizzontale tra subalterni lungo linee razziali. I fatti di Milano rappresentano, all’opposto, un’eruzione bottom-up in cui la marginalità avanzata delle periferie utilizza le affordance algoritmiche di TikTok e Telegram per sincronizzare una rivolta verticale contro lo Stato e i simboli dell’esclusione consumistica, unificando nella medesima prassi di piazza giovani italiani proletarizzati e seconde generazioni.

In secondo luogo, si evidenzia la necessità di distinguere sul piano sociologico tra due forme antitetiche di radicalizzazione mediata dagli algoritmi. La radicalizzazione cognitivo-ideologica, tipica dell’astroturfing e dell’estrema destra post-organizzativa, opera per cattura e isolamento dell’individuo vulnerabile all’interno di bolle di filtraggio cospirative che fabbricano artificialmente un nemico etnico. La radicalizzazione performativo-mimetica, osservata nelle subculture giovanili delle periferie italiane, opera invece per aggregazione di sciame, contagio estetico su reti di pari e produzione di récits-images attraverso cui soggetti privi di rappresentanza politica conquistano con la forza una visibilità pubblica altrimenti negata.

Il confronto tra i pogrom di Belfast e gli espropri di Milano permette così di trarre almeno tre conclusioni:
  1. La funzione essenziale dell’innesto nella guerra ibrida – La guerra ibrida esterna o eterodiretta (modello Belfast) non è una formula magica onnipotente; essa funziona solo quando un apparato computazionale top-down (bot farm, sock puppets) riesce ad agganciarsi a un malessere sociale reale, razzializzandolo e deviandolo verso una guerra orizzontale tra poveri.
  2. Il falso bersaglio del ministro Crosetto – Evocare la «guerra ibrida» straniera e la «controeducazione» algoritmica di nazioni ostili per spiegare la rivolta dei quindicenni milanesi non ha alcun fondamento scientifico né forense. Serve unicamente come dispositivo di rimozione politica perch consente al governo di negare la natura endogena e materiale della rabbia giovanile, trasformando una questione sociale generata dal carovita e dalla marginalità periferica in una guerra ibrida permanente contro fasce della propria popolazione.
  3. Dalla guerra ibrida interna alla ricomposizione sociale – La vera guerra non convenzionale che attraversa le metropoli italiane è quella condotta dall’alto contro una generazione privata di futuro, confinata nel lavoro nero, denigrata nei media come «maranza» e colpita con pene carcerarie esemplari quando osa violare il santuario dei consumi del centro storico.
Eppure, proprio dentro questa faglia, i fatti di Milano mostrano un elemento che disarticola alla radice i progetti reazionari di astroturfing: la nascita spontanea, nelle periferie, di una solidarietà materiale trans-etnica tra giovani italiani poveri e seconde generazioni. Sopravvalutare questi fatti è stupido, sottovalutarli pure.

21/10/2026

Il corpo del capo

La clava della “guerra ibrida” anche sugli scontri di Milano. Perchè la cosa non ci sorprende?

Prevedibile, attesa e puntuale come un raffreddore in autunno, sta ormai circolando la tesi secondo cui gli scontri di Milano e le manifestazioni contro il carovita nelle città sono in realtà azioni di “guerra ibrida” da parte della Russia. Per essere onesti occorre ammettere che ancora non vengono date indicazioni di colpevolezza così perentorie, ma anche qui è solo questione di giorni.

È doveroso rilevare come l’input principale sia arrivato “dall’alto”, e cioè dal presidente Mattarella, uno degli esponenti istituzionali più convinti che occorra scontrarsi con la Russia nella guerra in Ucraina. Poi, sulla scia è arrivato subito anche il ministro della Difesa Crosetto.

Ma già domenica sera questa tesi veniva fatta circolare in ambienti collaterali alle istituzioni: da Rosi Bindi a “La 7” al quotidiano “Il Riformista”.

In realtà, come dicevamo poc’anzi, nessuno è stato esplicito accusando direttamente la Russia di esser dietro le migliaia di ragazzini che hanno sconvolto il salotto buono di Milano e le piazze in altre città italiane lo scorso sabato.

Fin qui è stato tutto un susseguirsi di illazioni che però lasciavano intendere come dietro il caos nelle metropoli ci fosse Mosca. In alcuni casi come fonte credibile dell’informazione viene indicato addirittura Zelenskji, il che è tutto dire.

Lunedì, era stato il giornale filo-sionista e filo-Nato Il Riformista a dare la stura all’ossessione sugli scontri a Milano come episodio di guerra ibrida.

“La strategia del caos, l’incertezza necessaria, il disordine costante sono gli ingredienti con cui qualcuno, oltre frontiera, e una volta si sarebbe detto oltrecortina, vorrebbe preparare l’avvio della campagna elettorale. Destabilizzando le democrazie” ha scritto Il Riformista.

Poi martedì mattina è stato il quotidiano filo-sionista e filo-Nato La Stampa a “interpretare” le parole del Presidente Mattarella e a piegarle più nettamente alle esigenze della propaganda.

Lo ha fatto con un titolo ad effetto: “Scontri, Mattarella evoca “soggetti inediti”. Il governo sospetta una regia russa dietro le violenze. Nelle parole del Colle l’allusione a una possibile regia russa”.

Un titolo forte che andava però corroborato da indicazioni concrete, e qui il quotidiano che gli operai torinesi chiamavano significativamente “La Busiarda”, nell’articolo sì è dovuto decisamente arrampicare sugli specchi:

“A chi si riferisce l’uomo del Colle, che di certo non parla a caso? La risposta arriva da fonti di alto livello del governo, del ministero della Difesa ma anche dei partiti di maggioranza e di opposizione, soprattutto del Pd. Non hanno alcun dubbio sul fatto che Mattarella si riferisse anche a una possibile regia russa. Non c’è nulla di esplicito, sia inteso”, scrive per cautela l’articolista de La Stampa/La Busiarda.

Ed ancora: “Non ci sono prove che Mosca stia manovrando le comunicazioni social o addirittura infiltrando i manifestanti, ma sarebbe falso non ammettere che l’intelligence, su input del governo, stia seguendo ogni pista”.

Non contento, lo stesso giornale si produce poi in un altro articolo che chiama in causa il presidente della Confesercenti di Napoli come possibile agente della guerra ibrida di Mosca. Scrive infatti la Stampa: “Vincenzo Schiavo. Nella vita di tutti i giorni è il presidente della Confesercenti Campania e ieri, in queste vesti, si trovava alla prefettura di Napoli, al tavolo convocato con le categorie interessate dalla protesta dei camionisti che, contro il caro carburanti, hanno bloccato strade e autostrade. La sua presenza incuriosisce perché Schiavo è console onorario di Mosca e da giorni l’intelligence e il governo sospettano che possa esserci lo zampino della propaganda russa sul caos che sta attraversando l’Italia. Studenti, migranti, autotrasportatori e pura rabbia che si sovrappongono in manifestazioni organizzate sui social, tra profili anonimi e capipopolo improvvisati”.

Illazioni piuttosto infamanti e da querela, decisamente.

A dare manforte e amplificazione agli ossessionati evocatori della guerra ibrida da parte della Russia contro l’Italia e l’Europa, sono poi arrivate pagine attive in rete come Open (la riserva online di Enrico Mentana) o la finora sconosciuta pagina “L’Atlantista” – un nome, una confessione – che ha addirittura pubblicato una mappa delle manifestazioni in Europa come prova dell’ingerenza russa (vedi qui di lato).

L’Atlantista afferma che la mappa delle manifestazioni e degli scontri in Europa è comparsa su Rybar, “una delle più importanti strutture di propaganda filorussa, fondata da un ex appartenente all’apparato comunicativo della Difesa russa e con legami documentati con l’ambiente di Prigožin”. Addirittura... 

Infine, non poteva certo mancare, e forse potrebbe essere stato l’ispiratore di tutta questa campagna sulla guerra ibrida dietro gli scontri di Milano, il ministro della Difesa Crosetto, che proprio alla minaccia della guerra ibrida aveva dedicato un dossier presentato a novembre dello scorso anno al Quirinale.

Cosa ha detto il ministro Crosetto intervenendo ad un forum sulle forniture alla Difesa?

“I fatti di Milano e di altre parte d’Italia sono profondamente diversi da quelli vissuti in altre epoche e sono il frutto di quella che io chiamo guerra ibrida che qualcuno sta portando nelle nostre Nazioni ricorrendo a strumenti non convenzionali che si chiamano TikTok, social, Youtube senza che l’Occidente se ne renda conto ed in qualche modo reagisca”.

Ma il ministro si è lasciato andare anche a considerazioni di carattere decisamente ideologico su quanto avvenuto a Milano.

“Se tre ragazzi su dieci hanno partecipato a quelle manifestazioni” – ha sottolineato Crosetto – “non parliamo di maranza, di italiani di seconda generazione, se sei su dieci le condividono è perché in questi anni hanno subito una controeducazione da qualche parte, non dalla famiglia o dalla scuola, che gli ha dato valori, ambizioni, una visione del mondo e dei punti di riferimento che è in conflitto con la società in cui viviamo e con le regole democratiche”.

Dunque il problema non sarebbe solo una improbabile guerra ibrida che mira addirittura a far abbassare le serrande ai negozi del lusso di Milano, ma addirittura l’esistenza di una “controeducazione” che fuorvia le nuove generazioni. E qui ovviamente si apre un vero e proprio vaso di Pandora, come esplicitato dallo stesso Crosetto nel sopracitato dossier sulla ‘guerra ibrida’ presentato al Consiglio Supremo di Difesa.

Crosetto, in una intervista alla BBC, ha affermato piuttosto chiaramente di fregarsene del fatto che la maggioranza dell’opinione pubblica sia contraria alla guerra e agli aiuti militari all’Ucraina o che i ragazzi abbiano fatto sapere chiaramente che a “morire per Kiev” non ci pensano proprio. Ha ammesso esplicitamente che “non si può cedere all’opinione pubblica”, non solo: “Se gli italiani non vogliono più armare Kiev, è colpa di una campagna di disinformazione condotta da Mosca”.

Nella logica del ministro della Difesa per controeducazione si possono intendere dunque anche gli insegnanti pacifisti, antirazzisti o solidali con la Palestina; le testate di informazione alternativa ai mass media ufficiali e guerrafondai; le organizzazioni giovanili di opposizione, ovvero tutto lo spettro di input dissonanti da quelli dell’establishment.

Il “nemico interno” come emanazione del “nemico esterno”, in un Paese dove altrimenti tutto andrebbe benissimo, la gente è benestante, nessuno soffre il minimo problema, ecc.

Mentre sulla Francia il gruppo parlamentare europeo dei Conservatori e Riformisti ha già chiesto di mettere fuorilegge La France Insoumise perché appoggia le manifestazioni, in Italia stanno costruendo una società-caserma, inviando centinaia di militari sul campo a Milano – come ha fatto più o meno Trump con la Guardia Nazionale a Minneapolis e nelle altre città statunitensi – varando nuovi e liberticidi decreti sicurezza, criminalizzando anche i ragazzini, chiudendo gli spazi di agibilità e accessibilità elettorale e creando le condizioni affinché chi si oppone all’economia di guerra e alla guerra vera e propria debba essere considerato non un oppositore politico ma un agente della guerra ibrida di Mosca.

Per questo motivo chi “prende sempre le distanze” da quello che accade alla fine sta facendo un favore al governo. In questa situazione, al contrario, è necessario tenere politicamente la schiena dritta e la testa alta, e contrastare questa narrazione tossica metro per metro, parola per parola.

Fonte

Albania in rivolta: c’entra anche l’Italia

Una generazione che non accetta di restare spettatrice

Nell’ottobre 2026 migliaia di persone sono scese in piazza a Tirana, con una partecipazione significativa di giovani e studenti, chiedendo le dimissioni di Edi Rama. Le mobilitazioni sono il punto di arrivo di un malcontento maturato nel tempo: corruzione, costo della vita, difficoltà economiche, prospettive occupazionali incerte e un sistema educativo che non risponde alle aspettative di chi vorrebbe costruirsi un futuro nel proprio Paese.

Come riportato da Reuters il 15 e 16 ottobre, le manifestazioni sono state precedute da mesi di mobilitazioni, inizialmente perlopiù pacifiche, nelle quali gli studenti denunciavano l’indifferenza del governo. Tra le contestazioni figurano il costo dell’istruzione, la percezione di una corruzione diffusa e i progetti di sviluppo turistico di lusso lungo la costa.

La questione è più profonda della richiesta di dimissioni di un primo ministro: quale futuro può immaginare una generazione quando studiare diventa oneroso, trovare un lavoro stabile è difficile e il costo della vita riduce gli spazi di autonomia? E quale fiducia può conservare nelle istituzioni quando le decisioni che riguardano il territorio e le risorse collettive sembrano privilegiare interessi economici concentrati?

Non si tratta di attribuire alle proteste un programma politico omogeneo, ma di riconoscere il significato di una mobilitazione che mette in discussione le priorità del governo e il modo in cui vengono distribuiti potere, risorse e opportunità.
 
Territorio, capitali e potere politico

Per comprendere gli interessi in gioco occorre partire da un dato concreto: l’Albania è diventata un terreno di investimento per progetti immobiliari e turistici di grande dimensione, anche con il coinvolgimento di capitali internazionali. Tra i casi più discussi ci sono i progetti collegati a Jared Kushner, imprenditore statunitense e genero di Donald Trump, relativi all’isola di Sazan e alla costa albanese.

Queste iniziative hanno suscitato preoccupazioni per il loro impatto ambientale, la trasparenza delle operazioni e il futuro di territori di grande valore naturalistico. Reuters ha riferito delle contestazioni legate allo sviluppo turistico e delle controversie sulla proprietà dei terreni; l’agenzia ha precisato di non aver trovato prove di illeciti da parte di Kushner nella disputa sui terreni.

Il punto politico non è sostenere che questi investimenti siano l’unica causa della protesta, né affermare l’esistenza di un accordo segreto tra imprenditori e governi. È interrogarsi sul modello di sviluppo che li rende possibili e sulle scelte politiche che lo accompagnano.

Il turismo di lusso può generare investimenti e ricavi, ma non garantisce automaticamente un miglioramento delle condizioni di vita della popolazione. Occorre chiedersi chi controlla i terreni, chi beneficia delle rendite, quali garanzie vengono offerte alle comunità locali e quali costi ambientali e sociali possono ricadere sul territorio.

Se le opportunità economiche si concentrano nelle mani di pochi, mentre i giovani continuano a confrontarsi con precarietà e mancanza di prospettive, la crescita rischia di tradursi in una modernizzazione senza giustizia sociale.

È qui che il tema degli investimenti incontra quello della corruzione denunciata nelle piazze. Non basta che un progetto venga presentato come occasione di sviluppo: servono trasparenza, controllo pubblico e benefici verificabili per la collettività. Quando le decisioni sul futuro del territorio dipendono da rapporti tra potere politico e grandi interessi economici, la questione diventa democratica prima ancora che economica.

Albania, Israele e Gaza: una scelta politica concreta

Accanto agli interessi economici c’è il piano delle alleanze internazionali. L’Albania è un alleato degli Stati Uniti, ha rafforzato le relazioni con Israele e ha scelto di partecipare alla missione internazionale di stabilizzazione prevista per Gaza.

Sono decisioni documentate che permettono di discutere il ruolo assunto dal governo Rama nel quadro geopolitico attuale, senza dover ricorrere all’ipotesi di un unico piano che colleghi tutti gli interessi in gioco.

Il 12 ottobre 2026 il ministro degli Esteri albanese Ferit Hoxha ha incontrato a Tirana il ministro israeliano Gideon Sa’ar. Secondo il comunicato ufficiale del ministero albanese, l’incontro ha segnato un ulteriore rafforzamento delle relazioni bilaterali e della cooperazione tra i due Paesi.

Ma il dato più rilevante riguarda Gaza. Il Parlamento albanese ha approvato nel settembre 2026 la partecipazione delle forze armate del Paese alla Forza internazionale di stabilizzazione. La legge, promulgata il 7 ottobre, prevede un contingente fino a 40 militari albanesi.

Secondo l’emittente pubblica RTSH, i compiti previsti comprendono il sostegno alle operazioni di sicurezza e stabilità, la protezione del personale e delle infrastrutture della missione, l’assistenza alle operazioni umanitarie e il monitoraggio della situazione sul terreno.

Il governo albanese ha collegato questa partecipazione al proprio ruolo di alleato degli Stati Uniti e agli impegni assunti nell’ambito del Board of Peace e del piano statunitense per Gaza. La questione non è quindi soltanto diplomatica: Tirana ha scelto di contribuire concretamente a una missione che avrà un ruolo nella definizione degli assetti futuri della Striscia.

È qui che si apre un interrogativo politico fondamentale. Chi deciderà il futuro di Gaza? Quale ruolo avranno i palestinesi nelle decisioni sulla sicurezza, sull’amministrazione e sulla ricostruzione del proprio territorio? Una missione internazionale può essere presentata come uno strumento di stabilizzazione, ma il suo significato deve essere valutato sulla base del mandato, della catena di comando e delle garanzie di autodeterminazione per la popolazione palestinese.

La partecipazione albanese non dimostra, da sola, che Tirana condivida ogni scelta del governo israeliano o che la missione sia necessariamente uno strumento di dominio esterno. È però una scelta politica precisa, che va discussa alla luce del contesto: la devastazione di Gaza, le responsabilità di Israele e il rischio che il futuro palestinese venga deciso soprattutto da potenze e governi esterni.

Il legame con gli interessi economici va affrontato con la stessa attenzione. I progetti turistici legati a capitali statunitensi in Albania, la cooperazione con Israele e la partecipazione alla missione per Gaza non costituiscono, sulla base delle informazioni disponibili, la prova di un piano unitario per spartirsi territori o risorse.

Sono però manifestazioni di relazioni economiche e politiche che rafforzano il ruolo dell’Albania dentro un sistema di alleanze internazionali. La critica deve rendere visibili questi rapporti, domandandosi quali interessi favoriscano e quanto spazio lascino alla volontà delle popolazioni coinvolte.

Il legame con l’Italia: l’accordo sui CPR

Le ragioni delle proteste albanesi non vanno confuse con la vicenda dei centri per migranti realizzati in Albania attraverso l’accordo con il governo italiano. Le mobilitazioni sono nate da un insieme di questioni interne, sociali, economiche e politiche.

Il collegamento con l’Italia riguarda invece una responsabilità precisa: la collaborazione tra il governo Rama e quello guidato da Giorgia Meloni nella gestione delle politiche migratorie.

Il protocollo firmato il 6 novembre 2023 da Meloni e Rama, approvato in Italia con la legge n. 14 del 21 febbraio 2024, ha previsto la realizzazione di strutture in territorio albanese destinate a persone migranti sottoposte a procedure di frontiera e trattenimento.

Il governo italiano lo ha presentato come una svolta nella gestione dei flussi migratori, ma il progetto ha incontrato ostacoli giudiziari, dubbi sulla compatibilità con il diritto europeo e forti contestazioni politiche.

I numeri aiutano a comprendere la portata della questione. Un atto parlamentare del 18 settembre 2026, che richiama dati del Ministero dell’Interno, indicava che al 14 luglio erano state trasferite nel centro di Gjadër 685 persone, mentre 101 erano state effettivamente rimpatriate. Lo stesso atto riportava una spesa di circa 50 milioni di euro per la gestione nel 2025 e una previsione di spesa complessiva pari a 671,6 milioni di euro fino al 2028.

Sono cifre riportate nell’atto parlamentare, non una valutazione indipendente del costo complessivo per ogni rimpatrio. Restano tuttavia sufficienti a sollevare interrogativi sull’efficacia dell’operazione, sull’impiego delle risorse pubbliche e sui risultati conseguiti.

Anche sul piano giuridico il progetto ha incontrato ostacoli. Il 23 aprile 2026 l’avvocato generale della Corte di giustizia dell’Unione europea ha pubblicato un parere sul protocollo Italia-Albania, sottolineando la necessità di garantire pienamente i diritti delle persone interessate. Quel parere non costituisce una sentenza definitiva della Corte, ma conferma che le procedure e le garanzie giuridiche non possono essere aggirate attraverso accordi tra governi.

La responsabilità politica è concreta e condivisa dai due esecutivi: l’Italia ha scelto di investire risorse pubbliche in un modello di esternalizzazione del trattenimento dei migranti; l’Albania ha accettato di mettere a disposizione il proprio territorio per renderlo possibile. Non è una responsabilità generica dell’Europa, ma una scelta dei governi Meloni e Rama.

Negli ultimi tempi l’accordo sembra aver perso parte della centralità nella comunicazione politica di Meloni. La minore visibilità, però, non cancella i costi sostenuti, le questioni giuridiche aperte e la necessità di verificare i risultati. Un progetto presentato come soluzione decisiva deve essere giudicato sulla base della sua efficacia e delle sue conseguenze, non della sua presenza nel dibattito pubblico.

Questo è il punto di contatto con la crisi albanese: non una presunta coincidenza tra le ragioni della protesta e la contestazione dei CPR, ma la necessità di interrogare le scelte di un governo che, mentre affronta una crescente opposizione interna, collabora con l’esecutivo italiano su una politica migratoria controversa.

Una solidarietà che diventa responsabilità politica

La rivolta albanese interroga anche la sinistra italiana. Non basta esprimere solidarietà a distanza: occorre ascoltare le domande che arrivano dalle piazze e riconoscere le responsabilità dei governi con cui l’Italia sceglie di collaborare.

In entrambi i Paesi è in gioco la possibilità di costruire un futuro dignitoso attraverso il lavoro, l’istruzione, la casa e servizi pubblici accessibili. Quando queste esigenze vengono subordinate agli interessi economici e alla conservazione del potere, la partecipazione democratica diventa una questione centrale.

I giovani albanesi ci chiedono a gran voce di rompere il silenzio, di non restare spettatori e di riconoscere nella loro rivolta una possibilità concreta di cambiamento. La loro lotta ci interroga direttamente: quale alternativa siamo capaci di costruire, anche in Italia, contro un sistema che sacrifica il futuro delle giovani generazioni agli interessi del potere economico e politico?

Fonti

– Reuters, 15 ottobre 2026, “Albania’s Rama says he will not resign over protests” (https://www.reuters.com/world/europe/albanias-rama-says-he-will-not-resign-over-protests-2026-10-15/).

– Reuters, 16 ottobre 2026, “Thousands march in Albanian capital as anti-government protests spread” (https://www.reuters.com/world/europe/thousands-march-albanian-capital-as-anti-government-protests-spread-2026-10-16/).

– Ministero per l’Europa e gli Affari esteri dell’Albania, 12 ottobre 2026, “Incontro tra Ferit Hoxha e Gideon Sa’ar” (https://punetejashtme.gov.al/en/newsroom/deklarata-e-plote-ministrit-hoxha-per-mediat-me-ministrin-e-jashtem-te-izraelit-gideon-saar/).

– RTSH, 24 settembre 2026, “Approvazione della partecipazione albanese alla missione internazionale per Gaza” (https://rtsh.al/rti/en/gaza-mission-nufi-albania-stands-shoulder-to-shoulder-with-us-in-peace-efforts/).

– RTSH, 7 ottobre 2026, “Promulgazione della legge sulla partecipazione militare albanese alla missione per Gaza” (https://rtsh.al/rti/en/president-begaj-decrees-law-on-albanias-military-participation-in-gaza/).

– Ministero per l’Europa e gli Affari esteri dell’Albania, 24 settembre 2026, “La partecipazione al Board of Peace e il piano per Gaza” (https://punetejashtme.gov.al/en/newsroom/takimi-i-bordit-te-paqes-ne-nju-jork-ministri-hoxha-shqiperia-kontribut-aktiv-ne-perputhje-me-planin-20-pikesh-te-presidentit-trump/).

– Camera dei deputati, atto parlamentare del 18 settembre 2026, “Allegato B della seduta n. 711” (https://documenti.camera.it/leg19/resoconti/assemblea/html/sed0711/allegato_b.htm).

– Corte di giustizia dell’Unione europea, 23 aprile 2026, “Comunicato sul parere relativo al protocollo Italia-Albania” (https://curia.europa.eu/site/upload/docs/application/pdf/2026-04/cp260064en.pdf).

Fonte