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04/08/2026

Venezuela - La “Dichiarazione di Maracay” denuncia il tradimento del chavismo

Una frattura senza precedenti attraversa il chavismo. Nel giorno del compleanno di Hugo Chávez, il 28 luglio, quasi trenta esponenti storici del movimento bolivariano hanno sottoscritto la “Dichiarazione di Maracay”, un documento che rappresenta una dura presa di posizione contro l’attuale direzione politica del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) e, in particolare, contro la vicepresidente esecutiva Delcy Rodríguez.

L’iniziativa, riportata dal sito venezuelano Efecto Cocuyo, è guidata dall’ex vicepresidente della Repubblica Elías Jaua e da altri dirigenti che rivendicano l’eredità originaria della Rivoluzione bolivariana. Secondo i promotori, il governo avrebbe progressivamente abbandonato i principi fondanti del chavismo, accettando forme di subordinazione agli interessi degli Stati Uniti e dell’imperialismo economico internazionale.

Nel documento, sottoscritto a Maracay, città simbolo perché culla del Movimento Rivoluzionario Bolivariano 200 fondato da Chávez, i firmatari denunciano “l’imperativa necessità di difendere la Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela, la sovranità nazionale e l’indipendenza del Paese”.

Il testo respinge qualsiasi forma di “tutela” o di dominio straniero sul Venezuela e chiede il recupero del pieno controllo nazionale sulle risorse economiche prodotte dall’industria petrolifera.

La ripresa dell’iniziativa popolare e la difesa del chavismo rivoluzionario

L’aspetto più interessante e politicamente rilevante della fase attuale in Venezuela è la ripresa del dibattito e dell’iniziativa di classe nei quartieri popolari, nelle roccaforti storiche del chavismo e nei luoghi di lavoro.

È proprio da questi spazi sociali che l’ossatura storica e militante del movimento bolivariano, quella rimasta fedele ai principi originari della Rivoluzione, sta cercando di riannodare le fila per rilanciare l’iniziativa politica.

Non si tratta soltanto di uno scontro interno al chavismo, ma della riaffermazione di un chavismo rivoluzionario che intende difendere l’autodeterminazione del Venezuela, la sovranità nazionale e i principi fondanti del progetto politico avviato da Hugo Chávez.

Una prospettiva che rivendica fino in fondo il carattere socialista della Rivoluzione bolivariana e il ruolo centrale delle classi popolari nella costruzione del futuro del Paese.

La Dichiarazione di Maracay assume quindi un valore che va oltre la dimensione istituzionale e partitica: rappresenta il tentativo di riaprire uno spazio di partecipazione dal basso, coinvolgendo comunità, lavoratori e militanti che vedono nella difesa della sovranità nazionale il presupposto indispensabile per qualsiasi progetto di trasformazione sociale.

In questo contesto, particolarmente significativa appare la comunicazione diffusa da Donald Trump e dall’apparato politico che lo circonda, letta come espressione di una strategia annessionista e di un imperialismo predatorio nei confronti del Venezuela.

L’immagine che rappresenta il Paese come un ipotetico “51° Stato” degli Stati Uniti viene interpretata come il simbolo di una concezione fondata sulla subordinazione e sulla negazione dell’indipendenza venezuelana.

È proprio questa logica che richiama una delle lezioni storiche più volte ribadite dalla Rivoluzione cubana e dai suoi principali protagonisti, Fidel Castro ed Ernesto Che Guevara: all’imperialismo non si può concedere spazio, perché ogni arretramento viene trasformato in una nuova occasione di pressione e di dominio.

La vicenda venezuelana diventa così, nella lettura del chavismo rivoluzionario, un terreno decisivo di confronto tra due visioni opposte: da una parte la difesa della sovranità, dell’indipendenza politica ed economica e della partecipazione popolare; dall’altra il tentativo delle potenze esterne di condizionare il destino di un Paese ricco di risorse strategiche.

La sfida che si apre è quindi quella della ricostruzione di un progetto popolare capace di recuperare il protagonismo delle masse, rilanciare i principi originari della Rivoluzione bolivariana e riaffermare il diritto del Venezuela a scegliere autonomamente il proprio percorso storico.

Particolarmente dura è la denuncia relativa ai proventi del petrolio venezuelano che, secondo i firmatari, vengono destinati a un fondo gestito dal governo degli Stati Uniti, una situazione che, a loro giudizio, contribuisce ad aggravare la già difficile condizione economica e sociale della popolazione venezuelana.

La dichiarazione affronta anche il dialogo politico annunciato per il 1° agosto, chiedendo che esso sia realmente trasparente e fondato esclusivamente sugli interessi del popolo venezuelano. I promotori rivendicano un confronto nazionale “tra venezuelani, per i venezuelani e con i venezuelani”, libero da qualsiasi influenza straniera, affinché possa essere costruita una soluzione politica e democratica alla crisi che attraversa il Paese.

L’appello si conclude con la richiesta di costruire una vasta unità patriottica capace di difendere l’indipendenza nazionale, i diritti dei lavoratori e la sovranità economica, attraverso assemblee popolari e momenti di partecipazione diffusi in tutti gli Stati del Venezuela.

Tra i firmatari figurano, oltre a Elías Jaua, Jesús Álvarez, Karla Bolívar, Celso Márquez, Aurora Morales, Carmen Yasmira Saravia, Ildemaro Cobos, Cristian Medina, Fernando Rivero, Francisco Hernández, Estela Orraiz, Miguel Mora, Walter Galindo, Eliezer Mora, Tony Bozza, Luis Felipe del Moral, José Cabrera, Hedy Ramírez, Alfredo Berrueta e Juan Ramón Guzmán.

A rendere ancora più evidente il disagio interno al chavismo è intervenuto anche Mario Silva, storico volto televisivo del programma La Hojilla e figura di riferimento della militanza bolivariana.

In un video diffuso sui social network, Silva ha rivolto pesanti critiche all’attuale gruppo dirigente guidato da Delcy Rodríguez, sostenendo che esso avrebbe perso l’autorità morale per guidare il processo rivoluzionario. Ha inoltre invitato la base chavista a organizzarsi autonomamente e a dare vita a un proprio movimento politico, segnando una rottura pubblica senza precedenti all’interno del campo governativo.

Per i promotori della Dichiarazione di Maracay, la crisi attuale non rappresenta soltanto un conflitto interno al PSUV, ma il sintomo di quello che definiscono un vero e proprio tradimento dell’eredità politica di Hugo Chávez.

Secondo questa lettura, il progetto originario della Rivoluzione bolivariana, fondato sulla sovranità nazionale, sul controllo pubblico delle risorse strategiche e sulla resistenza all’imperialismo statunitense, sarebbe stato progressivamente sostituito da scelte considerate incompatibili con quei principi.

La Dichiarazione di Maracay si presenta così come un appello al recupero del chavismo delle origini e alla ricostruzione di un fronte popolare che rivendichi piena indipendenza politica, economica e istituzionale del Venezuela rispetto agli interessi di Washington.

Per i suoi estensori, soltanto il ritorno ai principi della Rivoluzione bolivariana potrà consentire al Paese di superare la crisi e restituire centralità ai diritti sociali, alla partecipazione popolare e alla sovranità nazionale.

Tra i temi più dolorosi evocati dai firmatari della Dichiarazione di Maracay vi è anche la vicenda di Nicolás Maduro e della first lady Cilia Flores, oggetto di una strategia di pressione giudiziaria e politica espressione di una crescente ingerenza di Washington negli affari interni del Paese.

I firmatari denunciano quello che definiscono un tentativo sistematico di condizionare le scelte della leadership venezuelana attraverso sanzioni, isolamento diplomatico e procedimenti giudiziari.

Nel dibattito politico venezuelano, alcuni settori del chavismo denunciano che l’azione statunitense nei confronti dei principali dirigenti della Rivoluzione bolivariana costituisce una violazione del diritto internazionale e della sovranità nazionale.

Per i promotori della Dichiarazione di Maracay, il confronto con gli Stati Uniti non può essere affrontato attraverso concessioni o accordi che compromettano l’indipendenza nazionale.

Al contrario, essi ritengono necessario recuperare lo spirito originario del progetto bolivariano di Hugo Chávez, riaffermando il controllo pubblico delle risorse strategiche, la piena sovranità dello Stato e l’autodeterminazione del popolo venezuelano, senza alcuna forma di tutela o di subordinazione agli interessi di potenze straniere.

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