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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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01/10/2026

L’ex Vice Ministro della Cultura chavista analizza il discorso di Delcy Rodríguez all’Onu

di José Manuel Rodríguez, intellettuale venezuelano e militante chavista, viceministro della cultura durante il governo di Hugo Chávez

Ogni azione politica è intrisa di presunte narrazioni storiche. Lo saranno sempre per i seguaci di chi le pronuncia. I media al servizio di agende politiche – di destra e di sinistra – saranno responsabili della loro ripetizione. In definitiva, sanno bene quale impatto avranno su determinati pubblici. I politici e chi li influenza sono esperti in questo.

Sanno come rendere i loro discorsi gradevoli al pubblico. Con la dovuta abilità, riescono a inserire i punti chiave che hanno in mente. In breve, un oratore esperto e influente politicamente sa dove porre l’accento e cosa tralasciare. Questo spiega perché, nel caso di Delcy Rodríguez, ella utilizzi un forum multilaterale come le Nazioni Unite per illustrare al mondo politico internazionale la linea d’azione che intende seguire come capo di Stato, accrescendo così l’interesse straniero per la sua amministrazione.

La presidente, ora a capo della transizione a tempo indeterminato, ha tenuto un discorso di 20 minuti alle Nazioni Unite, come da tradizione.

Ha dedicato i primi 5 minuti a quelli che ha definito “i grandi temi, aspirazioni e preoccupazioni dell’umanità: pace, sviluppo, uguaglianza, crisi climatica, libero scambio, sicurezza energetica e intelligenza artificiale...”.

Nei successivi 15 minuti, ha delineato gli aspetti essenziali della sua amministrazione in qualità di nuova presidentessa.

Non si tratta di un capriccio o di un malinteso; è stata una decisione sua e dei suoi collaboratori pronunciare il discorso che ci si aspetta da una nuova leader che prende le distanze da tutto ciò che l’ha preceduta. Lo ha riassunto così: “Vengo a presentare le aspirazioni di un Paese che cerca di costruire il proprio destino dopo conflitti politici... che hanno chiuso gli spazi in cui le diverse fazioni potevano trovare un luogo per risolvere le proprie divergenze...”.

Ed annunciato che: “Quel capitolo deve chiudersi, per dare inizio a una nuova era politica fondata sulla verità, sulla giustizia e sulla capacità di guardare insieme al futuro...”.

Ha poi proseguito: “Sono lieta di annunciare che il Venezuela ha avviato un processo di trasformazione democratica per la sua rinascita. Un processo ordinato, istituzionale e verificabile per costruire un Paese più libero per tutti, più prospero e più riconciliato con se stesso. Un processo di cambiamento politico, economico e spirituale...”.

Infine ha condannato la Quinta Repubblica all’oblio: “Un processo di cambiamento politico, economico e spirituale... Voglio che ricostruiamo le fondamenta di una nuova Repubblica pluralista dalle macerie della divisione...”.

Con o senza il sostegno nazionale – ora è impossibile misurarlo – il suo discorso ha lasciato di fatto Chávez morto e Maduro e sua moglie dimenticati nelle segrete degli Stati Uniti.

Ecco perché l’abbiamo vista ringraziare l’aggressore McDonald per la sua grande collaborazione: “Il presidente Donald Trump e la sua amministrazione per la loro disponibilità a riprendere il percorso delle relazioni diplomatiche e della cooperazione con il Venezuela...”.

Non c’è dubbio, è stato un discorso storico, che ha dimostrato in pratica la nomina di Delcy Rodriguez a presidentessa senza mediazione elettorale. Per parafrasare il nostro perspicace Luis Brito: dietro ogni potere c’è un discorso; dietro ogni vuoto di potere, un non-discorso.

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30/09/2026

Il pasticcio dell’accordo Usa / Venezuela

Oggi è molto difficile parlare della questione Venezuela. Come dichiara Luis Britto Garcia, scrittore e saggista venezuelano, ci sono molti elementi oscuri e notevoli contraddizioni. Si tratta di un vero pasticciaccio, se vogliamo ispirarci al titolo del famoso romanzo incompiuto di Carlo Emilio Gadda (Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana, 1957). È disponibile un documento nel sito della Casa bianca, la dichiarazione di Delcy Rodrguez su Telegram e un documento molto breve nel sito del Ministero del Potere popolare delle relazioni internazionali.

Inoltre, nuove notizie arrivano ogni giorno: Alex Saab, diplomatico e funzionario insignito delle sue cariche da Nicolas Maduro, incarcerato negli Usa, si è riconosciuto colpevole e ha minacciato di svelare tutto quello che sa sulla presunta corruzione degli apparati del paese caraibico. Il Dipartimento di Stato Usa avrebbe ritirato l’accusa a Maduro di appartenenza al fantomatico Cartel de los Soles, Cilia Flores, moglie del presidente, avrebbe chiesto gli arresti domiciliari. Ovviamente l’opposizione chavista, sconcertata per non esser stata posta al comando, trova tutti i mezzi per riversare le peggiori accuse su tutti i dirigenti della Repubblica Bolivariana e rivendica la liberazione di altri prigionieri “politici”.

Prima di analizzare sia pure con cautela quello che ci è noto, si può dire che con il criminale sequestro di Maduro e il bombardamento di Caracas ('Operazione Absolute Resolve), gli Usa hanno rilanciato il loro controllo dell’emisfero occidentale, in particolare per l’acquisizione delle risorse, non solo energetiche, largamente presenti nel subcontinente latino-americano. Il petrolio venezuelano è molto denso ed è utilizzato per produrre il diesel ora scarso per la guerra in Ucraina e, soprattutto, per quella in Iran e le raffinerie situate lungo le coste del Golfo del Messico, ribattezzato dall’improbabile presidente Usa Golfo dell’America, sono tutte state costruite per raffinare il petrolio venezuelano.

Del resto, l’industria del petrolio del paese caraibico si è sviluppata in sintonia con le esigenze del sistema produttivo  della grande potenza, che ha riesumato con arroganza l’antica Dottrina Monroe e favorito insieme al sionismo la svolta a destra di molti paesi latino-americani.

In vista delle elezioni di medio termine e a causa del notevole calo della sua popolarità, Trump ha cercato senza successo di convincere Russia e Ucraina a non colpire le rispettive raffinerie e avrebbe addirittura chiesto alla Russia di vendergli il petrolio.

Andiamo per punti cercando di mettere ordine. L’accordo USA/Venezuela viola la convenzione di Vienna sul diritto dei trattati del 1969, secondo la quale ogni accordo fatto sotto minaccia è nullo. E che ci siano state violenze e minacce è evidente e la stessa Delcy Rodriguez ha dichiarato di avere un pistola puntata alla tempia.

Secondo l’articolo 234 della Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela (1999)  Delcy non è più la presidente incaricata, carica prevista per sei mesi in caso di assenza del Presidente eletto. Pertanto, l’Assemblea nazionale dovrebbe intervenire e decidere come sostituirla. Trump ha affermato che non è il momento opportuno per celebrare elezioni, mentre alcuni congressisti democratici e repubblicani chiedono l’annullamento del trattato e il cambiamento della leadership venezuelana, accusando Trump addirittura di imperialismo. Inoltre, Delcy è stata nominata da un presidente considerato illegittimo dalla cosiddetta “comunità internazionale”.

Ma la questione della decadenza di Delcy dalla sua carica non è un problema oggi nel clima generale di violazione delle varie forme di diritto. Si pensi che anche Volodimir Zelensky è decaduto ormai da qualche anno e lo hanno sottolineato solo i russi.

Da tempo prima del sequestro di Maduro gli Usa avevano minacciato il Venezuela e non solo a parole: avevano dislocato la portaerei Gerald Ford nelle acque della Colombia e del Venezuela, azione cui il ministro della difesa Vladimir Padrino Lopez aveva risposto con la mobilitazione di 200.000 soldati e di armi, tra cui i lancia missili portatili venduti dalla Russia. Gli USA avevano anche bombardato barche di innocenti pescatori accusati senza prova alcuna di essere trafficanti di droga. 

Dopo l’intervento armato statunitense, nonostante il governo bolivariano avesse fatto appello alla calma, ci sono state varie proteste a Caracas e in altre città contro la criminale ingerenza, contro l’accordo energetico e contro l’arrivo degli israeliani dopo il terribile terremoto, che avrebbe provocato circa 6.000 morti. Alle proteste hanno partecipato una serie di movimenti ant-imperialisti, come il Movimiento Popular, Frente popular antimperialista, il Movimento di appoggio alla Palestina. I partecipanti avevano in mano la Costituzione bolivariana.  In queste manifestazioni sono intervenuti a Caracas noti personaggi della sinistra chavista come Oswaldo Rivero, Ernesto Segovia, Juan Contreras, Humberto Vargas, Wilmer Poleo, i quali sono accusati dall’attuale governo di essere dei corrotti e dei traditori, se non agenti della CIA.

Accanto alle proteste sono state organizzate dalla Chiesa cattolica marce religiose come la "Gran Peregrinación Unidos por una Venezuela sin Sanciones y en Paz" (Abril-Mayo 2026) e la Histórica "Marcha para Jesús 2026" (Agosto 2026), che pare non abbiano avuto molto seguito.

Un altro aspetto importante dell’ingarbugliata questione da esaminare è l’atteggiamento delle società petrolifere  verso l’accordo.

In un articolo del passato 15 settembre la BBC comunica che le più importanti compagnie petrolifere non partecipano all’accordo tra il Venezuela e gli Usa, non condividendo l’entusiasmo del Presidente Trump. L’accordo, annunciato alla fine di agosto, prevederebbe la cessione del controllo maggioritario agli Usa di 17 giacimenti, che produrrebbero 65 miliardi di barili, ossia il 21,5 delle riserve complessive di petrolio di proprietà del Venezuela, e rappresenterebbero il 141% delle riserve Usa.

Per quale ragione? Dopo anni di sanzioni contro il paese caraibico, l’infrastruttura estrattiva venezuelana è da ricostruire totalmente e inoltre la nuova attività produttiva ha bisogno di un complesso apparato logistico del tutto assente. Pertanto, per avviare le estrazioni petrolifere sarebbero necessari 100 miliardi di investimenti, che probabilmente darebbero frutti solo nel giro di 5/10 anni.

Inoltre, i dirigenti di queste compagnie si sono dimostrati preoccupati per le condizioni di instabilità politica e giuridica, in cui si trova attualmente il paese, il cui governo dei fratelli Rodriguez (Delcy e Jeorge, presidente dell’Assemblea) è attaccato sia da destra che da sinistra. Sinistra totalmente ignorata dai media dominanti, che si limitano a riferire le accuse dei sostenitori di Marina Corina Machado, i quali pretendono persino un cambio della Costituzione venezuelana. Del resto, Diosdato Cabello, ministro dell’interno, della giustizia e della pace, ha dichiarato che con l’accordo di 25 anni si arriveranno a produrre 6 milioni di barili al giorno e che è quanto la stessa destra auspicava.

E ciò è più che ovvio, dato che la legislazione venezuelana (in particolare la Costituzione che attribuisce la proprietà delle risorse alla Repubblica Bolivariana), non garantisce gli investimenti delle compagnie statunitensi, che in seguito alla politiche di Hugo Chavez affermano di aver diritto ad essere risarcite dal Venezuela per esser state espropriate. Per tranquillizzarle è stata approvata le nuova legge sugli idrocarburi e la nuova legge organica sulle miniere, e nel frattempo la OFAC del Dipartimento di Stato Usa ha cominciato a consentire alle società petrolifere del paese di lavorare in Venezuela.

Per ora solo Chevron, storicamente presente in Venezuela, ed ENI hanno firmato un accordo per lavorare in Joint Venture con PDVSA per lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi.

Secondo analisti finanziari, pensando al futuro, JP Morgan intende lanciare Futures sui profitti che verranno.

Molti si chiederanno se questa deriva è inattesa e sorprendente. Ci limitiamo a registrare i fatti. Circa 7 mesi fa il già citato Jeorge Rodriguez ha rilasciato un’intervista, nella quale ammette che il socialismo è stato un fracaso per il Venezuela e che ora occorre volgersi verso il mercato. 

Delineato il complesso quadro d’insieme, esaminiamo nel dettaglio l’accordo. In primo luogo, occorre metter in luce una profonda discrepanza: Trump afferma che l’accordo dura 100 anni, la Rodriguez venticinque.

Nel dettaglio il trattato si baserebbe su Contratti di partecipazione produttiva tra PDVSA e l’impresa privata North American Blue Energy Partners (Nabep), di cui è proprietario  Alejandro Betancourt, accusato di riciclaggio di capitali in Svizzera e Spagna, ma che ora godrebbe della protezione di Marcos Rubio e di Trump. PDVA avrebbe in mano il 45% delle azioni, mentre Nabep il 55%, essendo il 35% di quest’ultima di proprietà del Pentagono, che avrebbe così ulteriore combustibile per alimentare le sue guerre. Un vero e proprio sistema di scatole cinesi. Betancourt ha anche ottenuto contratti per la costruzioni di centrali elettriche in Venezuela e avrebbe avuto rapporti con una banca russa sanzionata per la guerra in Ucraina. Come si è detto, l’accordo apporterebbe al paese 100 miliardi di dollari di investimenti, dai quali il Venezuela trarrebbe 209 miliardi di tasse.

Secondo calcoli approssimativi forniti dalla Rodriguez ciò significa che il Venezuela venderebbe il suo petrolio a 19 dollari al barile, producendo 1,5 milioni di barili al giorno, ma in realtà la verifica dei conti mostra che il costo del barile sarebbe solo di 3,22 dollari, quando il prezzo attuale sta superando i 100 dollari.

I critici da sinistra dell’attuale governo sostengono che la presidentessa ha impiegato gli stessi argomenti del governo di Rafael Caldera per giustificare l’apertura petrolifera: investimenti, infrastruttura, tecnologia. Ritengono anche che il trattato implica il ritorno del Venezuela alle condizioni coloniali imposte dalla dittatura di Juan Vicente Gómez, contro le quali il popolo organizzò lo storico sciopero petrolifero del 1936. E anche alla sottomissione agli Usa dato che il Venezuela ha riallacciato le relazioni con Israele ed ha anche abbandonato la Corte Penale Internazionale invisa alla ex grande potenza (sull’espansione di Israele in America Latina vedi qui).

Da ricordare anche che Cina e Russia avevano fatto importanti investimenti in Venezuela e che pertanto non hanno gradito l’accordo ed hanno rivendicato i loro diritti. Del resto, Trump ha giustificato il suo intervento proprio per scacciare i suoi più grandi nemici dalla antica riserva territoriale degli Usa.

Ho scritto che vi è in Venezuela un’opposizione da sinistra all’attuale governo, composta da importanti personaggi del chiavismo “originario”, intellettuali come Luis Garcia Britto, giornalisti e militanti come Mario Silva Garcia, fondatore del PSUV e costituente, ex ministri di Chavez come Rafael Ramirez, in capo al ministero del petrolio durante il governo Chavez, Elías Hawa, vicepresidente di Chávez tra il 2010 e il 2012, l’economista Francisco Rodriguez. Tutti questi e molti altri hanno giudicato l’accordo incostituzionale, lo hanno comparato al Fondo costituito dagli Usa per appropriarsi del petrolio iracheno e alla privatizzazioni avvenute in Russia negli anni ‘90  sotto la guida dei consiglieri americani . Hanno anche sottolineato che l’accordo avrebbe dovuto passare sotto il vaglio dell’Assemblea nazionale, come prevede l’articolo 150 della Costituzione, e che il fatidico 3 gennaio la difesa venezuelana era stata disattivata per consentire il rapimento di Maduro.

L’ultimo punto di questo intervento è tentare di rispondere alla giustificazione fatta da alcuni, secondo i quali il governo bolivariano non aveva altra scelta ed ha, pertanto, optato per il male minore, evitando ulteriori violenze e lo scoppio di una possibile guerra civile. A questa considerazione viene aggiunto che non possiamo comprendere, stando all'esterno, la situazione venezuelana, affermazione che se fosse valida ci impedirebbe di capire qualsiasi azione di cui non siamo i diretti protagonisti. In alcuni casi si citano anche i sacri testi marxisti per ribadire che esistono situazioni in cui occorrerebbe “sporcarsi le mani”, partendo dalla convinzione che ci sia una stretta somiglianza, tutta da dimostrare, tra il fatto contemporaneo e il fenomeno cui si riferiscono le osservazioni dei grandi politici del passato.

Per amore della completezza riferisco che i membri della “sinistra chavista”, oltre a lamentare la mancanza della radicalizzazione della Rivoluzione bolivariana e l’affidamento di alcune imprese espropriate (las comunas) a capitali privati e stranieri, dando impulso ad Alleanze strategiche per rilanciare la produzione, che hanno suscitato l’ostilità dei lavoratori, accusano l’attuale governo di essersi sottomesso agli Usa solo per gestire l’accordo e, quindi, per restare al potere.

Certamente nessuno può affermare che la situazione in cui si trova oggi il Venezuela non sia tragica, dove sembra mancare anche l’elettricità come a Cuba, e che scegliere cosa fare costituisce un’impresa ardua. Tuttavia, non posso fare a meno di sottolineare che l’accordo stipulato con gli Usa di Trump comporterà la spoliazione del paese e l’immiserimento della popolazione come hanno dimostrato non solo secoli di storia coloniale, ma tutta la politica economica dell’arrogante potenza verso il Sud globale e anche verso l’Europa (si pensi al Piano Marshall). Politica ben descritta nei suoi cinici dettagli da uno dei suoi stessi promotori, poi pentitosi, John Perkins, Confessioni di un sicario dell’economia (2004).

Nel frattempo, Delcy è sbarcata a New York per partecipare all’81° Assemblea delle NU, e ristabilire relazioni con la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale e per incontrare ancora una volta Donald Trump. Al contempo l’oro del Venezuela, depositato nelle casseforti della City di Londra, è giunto a New York a garanzia degli investimenti accordati.

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07/09/2026

Gli Usa «ogni volta che cercano la democrazia trovano petrolio»

«Di fronte al nuovo scenario delle relazioni internazionali per lo sviluppo produttivo del paese»: è il titolo del comunicato con il quale il Partito socialista unito del Venezuela (Psuv), esprime pieno sostegno alla «compagna Delcy Rodriguez, presidente ad interim della Repubblica, in merito agli accordi firmati con Washington in materia energetica».

Il Venezuela, tanto più dopo il terremoto e le prolungate sanzioni, deve «sfruttare tutti gli strumenti possibili, nel quadro costituzionale, per mettere le immense riserve di idrocarburi al servizio dello sviluppo nazionale». Il comunicato chiede unità per «affrontare questa nuova fase con intelligenza strategica, unità popolare e coscienza rivoluzionaria, con coesione interna e vigilanza patriottica». Immancabile il motto finale: ¡Unidad, lucha, batalla y victoria!.

Ma il sito Resumen latinoamericano riporta il comunicato con una premessa esplicita: «Il presidente genocida Donald Trump e la presidente incaricata Delcy Rodriguez annunciano un accordo dalle caratteristiche coloniali». Sui social, appaiono commenti di questo tipo: «Mi dispiace per la base del Psuv, sono sicuro che molta gente valida là dentro non è d’accordo».

Ha da tempo posizioni opposte a quelle del governo di Caracas il Partito comunista venezuelano (Pcv), bandito già all’epoca di Nicolás Maduro. Sulle trattative con gli Usa si era già espresso in modo perentorio; si attende il prossimo comunicato.

Un’analisi, dell’economista venezuelano Andrés Giussepe, specialista di politiche energetiche, sul sito Aporrea, è pungente fin dal titolo: «Il giorno in cui un governo senza mandato in Venezuela ci ha riportato all’era delle concessioni». Nessuno ha mostrato il contratto completo, e intanto il paese patisce scarsità di combustibile nei distributori, «un’asimmetria che riassume l’accordo».

Giussepe conclude così: «Una risorsa che appartiene a tutti i venezuelani, presenti e futuri, viene impegnata per un secolo, un’ipoteca generazionale, senza che la maggioranza di quei venezuelani abbia visto il contratto, espresso un parere al riguardo o scelto chi lo ha firmato»; dunque, è l’esortazione, «ogni cittadino – chavista, dell’opposizione o indifferente – dovrebbe pretendere di sapere cosa è stato firmato e a nome di chi».

Un altro commento attualizza l’affermazione sarcastica dello spagnolo Gabriel Rufián, portavoce di Esquerra Republicana de Catalunya al Congresso dei Deputati spagnolo: «Che fortuna hanno gli Stati Uniti, ogni volta che cercano la democrazia trovano petrolio, vero?».

Quanto all’opposizione di destra, il primo a esprimersi sull’accordo è stato Juan Pablo Garipa, ex vicepresidente dell’Assemblea nazionale; se la cava chiedendo una «lettura calma» dell’accordo, riconosce che «il Venezuela aveva bisogno di grandi investimenti privati esteri per recuperare anni di degrado dell’industria petrolifera» e conclude che «tutto dipenderà dagli effetti che ci saranno sulle condizioni di vita dei venezuelani». Ma «l’accordo sarà benefico per entrambe le parti solo con libere elezioni».

Giorni fa a Caracas, secondo un video pubblicato sui social e rilanciato da Resumen, sono stati rimossi dalla facciata del Palazzo di Giustizia i manifesti giganti con i volti di Hugo Chávez e Simón Bolívar, sostituiti con due striscioni «Plan Venezuela Renace». Non sarebbe la prima volta; a giugno è avvenuto nello Stato di Táchira suscitando le ire del governatore e dei cittadini.

E intanto, la prospettiva di una sovranità petrolifera, funzionale anche alla diversificazione dell’economia, perfino all’ecosocialismo che aveva conosciuto diversi tentativi in epoca chavista, pare una speranza archiviata.

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02/09/2026

Democrazia export alla Trump: cent’anni di petrolio venezuelano

I predatori

«Il più grande accordo petrolifero nella storia del mondo» insiste nella sua nota modestia. Grazie anche ai coriferi segretario di Stato Marco Rubio e segretario alla Guerra Pete Hegseth «in stretta collaborazione con la stimatissima presidente ad interim del Venezuela». Raddoppio delle riserve petrolifere americane, «e ridurrà i prezzi del carburante per tutti gli americani», la promessa di vigilia elettorale di Medio termine tutta da verificare.

E i venezuelani?

S’è l’è chiesto Claudia Fanti sul Manifesto. «Il popolo chavista, che dal 3 gennaio in poi, ha mandato giù, più che singoli rospi, un intero stagno, non comprende appieno di quale cessione di sovranità si tratti». Costi e i rischi dell’intera operazione. Malgrado il pressing di Trump sulle compagnie, la produzione petrolifera nel paese è aumentata solo di circa 200 mila barili nell’ultimo anno. «Accordo incostituzionale», lo denuncia l’economista venezuelano e docente di Harvard Ricardo Hausmann, «da un governo ad interim illegittimo, con una legge sugli idrocarburi altrettanto illegittima». «Sarà un fiasco per tutti i soggetti coinvolti, a cominciare da Rubio».

Misteri oltre le iperboli fasulle

La CNN riferisce che gli Usa otterranno il «55% della produzione effettiva» e concessioni per lo sfruttamento di giacimenti petroliferi pari a quasi un quarto delle riserve petrolifere del Paese e per la durata addirittura di 100 anni. E secondo Axios, il governo venezuelano starebbe valutando la possibilità di ritirarsi da quell’Opec che il paese aveva contribuito a creare nel 1960. Un nuovo colpo al blocco dei produttori di greggio, dopo l’abbandono degli Emirati Arabi ad aprile, ma che consentirebbe al Venezuela di avere le mani più libere per gestire, naturalmente sotto il controllo degli Stati Uniti, la sua capacità produttiva.

Pratica del capitalismo predatorio

«Ogni barile sarà pagato appena tre dollari, il 5% del valore del Brent», la sintesi. Ma per Francesco Sassi «è colonialismo. In epoca di mine iraniane nello Stretto di Hormuz e di droni ucraini sulle raffinerie russe, l’accordo rincuorerà molti. Soprattutto coloro che, preoccupati dall’aumento dei costi dei carburanti, non ultimo il governo italiano, cercano conforto nonostante la ‘policrisi’ in atto». Ed ora l’accordo Washington-Caracas, ottenuto dopo mesi di pressione esplicita e implicita esercitata dagli Stati Uniti, rinnova il bisogno di fare chiarezza visto che Trump ha sbandierato il documento come «il più grande accordo petrolifero nella storia mondiale».

La sola vera ‘innovazione’

Cosa è stato imposto di fatto? A differenza della Cina, della Russia o dello stesso Venezuela, non esiste una compagnia petrolifera statale americana. E oggi il governo degli Stati Uniti entra come proprietario di riserve petrolifere di un paese terzo. Fuori e oltre dagli schemi anche del capitalismo predatorio di parte dell’industria petrolifera a stelle e strisce. Un ‘patriarcato’ petrolifero che se ne frega sia delle compagnie energetiche americane ed europee che continuano oggi a investire in Venezuela, sia di una impeachment contro Trump. «Lo stesso vale per il crollo dell’attuale regime chavista e la presa di potere di un’opposizione che, paradossalmente, oggi grida allo scandalo per le condizioni a cui il Venezuela ha svenduto il proprio petrolio».

Cosa resta al Venezuela

Secondo le stime della presidente ad interim del Venezuela, Delcy Rodríguez, l’accordo assicurerà a Caracas 209 miliardi di tasse. Ciò si traduce in poco più di tre dollari per singolo barile di petrolio concesso agli Usa, meno del 5% del valore attuale del Brent: «un guadagno ridicolo che fa da cornice a questo raccapricciante amalgama politico-energetico».

Capitalismo predatorio

La dottrina ‘Donroe’, la variante firmata da “The Donald” della Dottrina Monroe, con la quale, nel 1823, il presidente nordamericano rivendicava il «diritto manifesto di esportare la democrazia Usa a sud del Rio Bravo come barriera al colonialismo europeo». Ma a Trump della democrazia non importa nulla. La “sua” dottrina prevede che le principali risorse del subcontinente – petrolio, acqua dolce, metalli preziosi, terre rare e litio – siano considerate «assets strategici degli Usa». Tanto che la dottrina Donroe – spiega Roberto Livi – è diventata parte della National Security Strategy (NSS) degli Stati Uniti per il 2026. Il 7 marzo, convocati alla residenza imperiale a Mar-a Lago, dodici presidenti latinoamericani hanno firmato il trattato «Scudo delle Americhe».

Sotto la copertura della lotta ai narcos e ai terroristi, i dodici hanno accettato il ruolo di vassalli di Trump per tenere lontane le presenze finanziario-commerciali di Pechino dal subcontinente, ormai ridotto a «risorsa strategica degli Usa».

I Vassalli all’Imperatore

Il Venezuela aveva già accettato il ruolo di vassallo, affidando a compagnie petrolifere statunitensi l'ammodernamento delle infrastrutture di estrazione, la licenza di commercializzazione e il greggio estratto. Ma dei 53 miliardi di dollari passati per le mani di Trump, 13 sono «scomparsi». Il presidente argentino Javier Milei, ha ceduto le distese (un decimo dell’Italia) bituminose di Vaca Muerta al fracking di grandi compagnie. E una delle new entry dell’estrema destra continentale, la presidente del Perù Keiko Fujimori, firmi l’accordo per una superbase militare Usa a Callao. L’altro fedelissimo, il presidente equadoriano Daniel Noboa è pronto ad affittare ai marines una delle isole Galapagos. Per ultimo, il presidente colombiano De Espriella, già allineato ancor prima di metter piede alla Casa de Nariño.

Il poco di rosa che rimane

«Lula è rimasto unico rappresentante dei leader che avevano colorato di rosa gran parte dell’America Latina. A ottobre dovrà affrontare un altro vassallo in pectore di Trump, Flávio Bolsonaro, lanciato sulle orme del padre». Tragedia per Cuba che resiste strenuamente allo stragolamento energetico, finanziario e commerciale di Trump e difende a denti stretti la sua sovranità. Una parte, però, rischia già di perderla. La compagnia canadese Sherritt, che per decenni ha estratto, lavorato e commercializzato il nichel e il cobalto cubano è stata costretta dalle sanzioni (1° maggio) del segretario di Stato Rubio a chiudere l’attività nei giacimenti di Moa (più del 20% delle riserve globali di nichel). Ora è sicuro che venderà ad amici dell’amministrazione Trump. Più ‘Al Capone’ –come detto sopra – che ‘alta politica’.

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01/09/2026

La situazione in Venezuela. Intervista con Stella Calloni

Stella Calloni (Entre Ríos, Argentina, 1935) è una rinomata giornalista, scrittrice, poetessa e ricercatrice specializzata in politica internazionale. Riconosciuta come una delle voci più importanti del giornalismo investigativo in America Latina, è stata corrispondente di guerra in America Centrale e nei Caraibi ed è autrice di preziosi studi sui processi politici della regione, evidenziando le sue indagini di riferimento sull’Operazione Condor (The Wolf Years, Criminal Pact).

Nel corso della sua vasta carriera, in cui ha ricevuto il Premio José Martí per il Giornalismo Latino-Americano e il Premio Rodolfo Walsh, si è distinta per il suo sguardo critico, la sua ferma difesa dei diritti umani e un costante impegno etico nell’analisi geopolitica del continente. Le forti dichiarazioni politiche di Stella Calloni sono destinate ad aprire un ricco dibattito internazionale.

Cosa sta succedendo in Venezuela?

Stella Calloni: Per me, questo mette in luce la debolezza assoluta della sinistra e degli intellettuali; era qualcosa di ovvio. Ciò cui stiamo assistendo oggi è direttamente collegato all’aver accettato silenziosamente gli eventi del 3 gennaio 2026. Nessuno ha offerto una spiegazione convincente sul perché ciò che è accaduto: un’operazione chirurgica di sole due o tre ore in cui rapiscono il presidente, lo trasferiscono all’estero e, inoltre, prendono il controllo del paese.

Fai un contrasto molto netto tra la capacità di risposta militare del Venezuela e altri episodi storici nella regione. Perché questa mancanza di resistenza ti sembra così incomprensibile?

Stella Calloni: È incomprensibile. Il Venezuela dispone di un grande esercito, dotato di radar, armi e una struttura difensiva che Chávez stesso ha lasciato organizzata. Non era una nazione indifesa. Pensiamo al caso di Panama quando fu invasa dagli Stati Uniti: era un paese di appena due milioni di abitanti, con il Comando Sud che operava all’interno del proprio territorio e una forza militare di soli 4.000 soldati in formazione, senza aviazione né armi pesanti.
Eppure, a Panama il popolo e le forze armate resistettero con ciò che avevano a disposizione. Ecco perché è inammissibile che qui non ci sia stata resistenza, se non per l’eroico esempio di 32 compagni cubani e alcune azioni isolate in caserme prive di difesa. Un’azione di tale portata non poteva mai essere compiuta senza complicità o un accordo interno.

Nella tua analisi, l’impatto non è solo militare o politico, ma anche economico e istituzionale. Come valutate i passaggi compiuti immediatamente dopo?

Stella Calloni: Nel giro di una settimana, installano un presidente la cui prima misura è cedere l’amministrazione delle risorse petrolifere al Tesoro degli Stati Uniti. E cercano di giustificarlo sostenendo che sono “concessioni necessarie per salvare il popolo”. Salvare chi? Con la presenza del Comando Sud nel territorio e l’attuazione del cosiddetto “consenso di Trump”, chiunque cerchi di difendere la sovranità della propria patria sarà classificato come terrorista. Il nemico interno diventa tutti noi.

C’è una pretesa diretta nel tuo discorso riguardo alla leadership politica e al ruolo della memoria storica. Ritiene che l’eredità di figure come Hugo Chávez o Fidel Castro sia stata tradita?

Stella Calloni: Il tradimento di Chávez è assoluto e totale. Ecco perché hanno cancellato la sua eredità dalla mappa e ora stanno cercando di fare lo stesso con la figura di Bolívar. Cercano di cancellare la memoria storica dei nostri popoli, devastare le conquiste sociali e lasciare una società impoverita e disperata.
La sinistra trovò rifugio in quel progetto straordinario dell’inizio del secolo, ma quella fase fu sostenuta dalla statura di una leadership storica con Fidel Castro e Hugo Chávez alla guida. L’attuale leadership credeva che fosse possibile sopravvivere partecipando ai vertici, tenendo discorsi eloquenti e scrivendo documenti. La politica richiede azione, e qui non è stato fatto nulla.

Menzioni anche con grande preoccupazione la situazione umanitaria a Cuba. Cosa pensi stia fallendo nella solidarietà internazionale con l’isola?


Stella Calloni: Stiamo cadendo addormentati. A Cuba, la popolazione sta subendo una usura straziante, un’asfissia drammatica che ricorda la situazione a Gaza. Non importa quanti aiuti puntuali vengano inviati, stiamo parlando di un paese di quasi dieci milioni di abitanti paralizzato, senza forniture energetiche di base e con un sistema ospedaliero al limite. Non possiamo semplicemente lamentarci dietro gli angoli mentre succede questo.

Per concludere, qual è la tua chiamata all’azione in questo scenario?

Stella Calloni: È tempo di mobilitarsi e agire. E voglio essere chiara: non sto invocando insurrezioni armate o cose del genere. Sto parlando di spezzare l’inerzia del cerchio chiuso in cui siamo divisi tra discorsi impeccabili che non trasformano la realtà. Dobbiamo finanziarci se necessario, scendere in piazza, dialogare con le basi, mettere in discussione i centri di potere e mostrare all’impero che siamo ancora vivi.

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13/08/2026

Venezuela e Israele ristabiliscono relazioni diplomatiche

Il governo criminale di Israele e il Venezuela hanno concordato di istituire un meccanismo di coordinamento per fornire servizi consolari ai loro cittadini residenti in entrambi i paesi, dopo 17 anni senza relazioni diplomatiche.

L’accordo prevede inoltre il mantenimento della cooperazione tecnica nelle operazioni di emergenza e recupero dopo i terremoti che hanno colpito il Venezuela a giugno.

Caracas aveva interrotto le relazioni con Israele nel 2009, durante il governo dell’allora presidente Hugo Chávez. Entrambi i governi hanno inoltre evidenziato il legame storico tra Israele e la comunità ebraica venezuelana come ponte di amicizia tra i due paesi.

La notizia è quella che è e deve essere data così com’è, ma da lì a non causare repulsione è un’altra cosa. In questo modo, qualcosa iniziato con la presenza militare immediata dei responsabili del genocidio israeliano sul suolo bolivariano, con la scusa del salvataggio di solidarietà, dopo il doppio terremoto, si sta concludendo.

Il mondo intero ha osservato con stupore gli incontri successivi, le foto, i video, della presidente con ufficiali dell’esercito colpevoli del più grande genocidio del XXI secolo finora contro il popolo palestinese. Un genocidio che continua giorno dopo giorno e che raggiunge anche i popoli di Libano, Siria e Iraq, oltre ai successivi attacchi all’Iran e all’assassinio della Guida Suprema Sayed Ali Khamenei.

Poi è arrivato il secondo capitolo, quando una delegazione dell’AIPAC (la più grande rappresentante della lobby sionista per fare pressione su senatori e deputati yankee) è arrivata a Caracas, è stata accolta dalla presidente e ha avuto un incontro con suo fratello, il presidente dell’Assemblea Nazionale.

Tra i visitatori figuravano Brian Mast, Randy Fine, Kat Cammack e Jonathan Jackson, e l’agenda si sarebbe concentrata su “sicurezza e cooperazione antidroga”, la tipica scusa per entrare di nascosto in suolo venezuelano. Questa invasione sfacciata, impossibile da immaginare in qualsiasi altro momento, ha provocato un duro ripudio da parte dei militanti chavisti.

Mast, Fine e Cammack, tutti repubblicani della Florida, sono sionisti irriducibili. Mast ha prestato servizio come volontario con le Forze di Occupazione in Palestina e non ha esitato a dichiarare che “non ci sono civili palestinesi innocenti”. Inoltre, ha invocato di “colpire duramente i terroristi palestinesi” e di “affamare Gaza”.

E infine, dopo che sono emersi gli elogi del genocida Netanyahu per la possibilità di riavviare le relazioni con il Venezuela, è giunto il momento, e ciò che era stato ottenuto oggi con la dignità e il coraggio del comandante Hugo Chávez (che ha espulso i criminali di guerra sionisti dal territorio bolivariano), in Venezuela sotto occupazione yankee, è diventato l’opposto.

È incredibile: i rapporti con coloro che sono stati dichiarati criminali di guerra dalla CPI riprenderanno. Oggi, i sionisti entrano e escono da Caracas con totale impunità, e il peggio deve ancora arrivare.

Non esiste scusa al mondo che possa giustificare un tale affronto a un popolo che per più di due decenni e mezzo ha costruito un processo rivoluzionario. Gli assassini del popolo palestinese oggi si vantano e celebrano il fatto di essere stati accolti come amici nel Palazzo Miraflores. La memoria filo-palestinese del comandante Chavez e la posizione decisamente anti-sionista del presidente legittimo (rapito dagli Stati Uniti) Nicolás Maduro non merita un simile affronto.

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06/08/2026

Ancora sul Venezuela e su quanto può insegnarci quella capitolazione

di Carlo Formenti

Qualche giorno fa, commentando su questa pagina la svolta reazionaria del nuovo governo venezuelano, genuflesso ai piedi dell'imperialismo USA, citavo un articolo di Contropiano che prendeva atto della nuova situazione politica nel Paese caraibico. Nell’occasione scrivevo di condividere in gran parte, ma non del tutto, la posizione della rivista vicina alla Rete dei Comunisti. Per chiarire le ragioni di quel “non del tutto”, cito qui di seguito la parte conclusiva (che avevo tralasciato nel post in questione) dell’articolo di Contropiano:

“Dover assistere a questo processo controrivoluzionario in un paese che, insieme a Cuba, aveva dato un contributo decisivo all’ondata progressista in America Latina, all’Alba e all’ipotesi del Socialismo nel XXI Secolo, è indubbiamente doloroso per migliaia di compagne e compagni ma, purtroppo, non è una novità né una sorpresa: è una conferma del carattere sempre contraddittorio del processo storico, incluso dei processi rivoluzionari in cui è debole la soggettività che li orienta e li guida. È la conferma di come i partiti-Stato e i partiti di massa senza la selezione dei quadri, incorporino tutte le contraddizioni della società, inclusi l’opportunismo, la corruzione, la disponibilità al tradimento quando cambiano le condizioni. Lo abbiamo visto a cavallo degli anni Ottanta/Novanta in Europa, lo abbiamo visto nella stessa America Latina negli anni recenti in Ecuador, Bolivia, Perù”.
Che quanto è successo in Venezuela (e ancor prima in Ecuador e Bolivia) sia doloroso per tutti coloro che auspicano la vittoria del socialismo è indubbio, così come è indubbio che il processo storico sia contraddittorio, anche se io aggiungerei che, oltre a essere contraddittorio, non è animato da alcun principio di necessità immanente, come presumono le versioni “evoluzioniste” del marxismo: ogni rottura rivoluzionaria incorpora la possibilità e non la necessità di una transizione al socialismo. Ciò non vale solo quando sussistano certe “debolezze” (sulle quali tornerò a breve) dei soggetti politici alla guida del processo rivoluzionario, vale anche se e quando le soggettività in questione sono “forti”, come quelle auspicate dagli autori dell’articolo che sto commentando.

Ma quali sono, secondo gli autori, le caratteristiche che dovrebbe avere un soggetto politico adeguato alla propria missione rivoluzionaria? Lo deduciamo dai seguenti indizi: i soggetti che incorporano rischi di opportunismo, corruzione e tradimento, sarebbero “i partiti Stato e i partiti di massa senza la selezione dei quadri”.

Eppure. A meno che non si voglia adottare quale unico esempio “corretto” di partito il modello del partito bolscevico (ma meglio sarebbe definirlo leninista, vista l’insostituibile ruolo di leadership che Lenin esercitava in tale partito), che non lo si voglia cioè elevare a modello astratto, “idealtipico”, dell’organizzazione rivoluzionaria, si è indotti a riconoscere che esso (parliamo di un pugno di rivoluzionari “di professione”, selezionati da esperienze durissime e sottoposti a una ferrea disciplina interna) ha funzionato solo ed esclusivamente nelle particolarissime condizioni storiche della Russia durante la Prima Guerra mondiale. Tutti i tentativi di clonarlo nei Paesi a capitalismo avanzato, al pari dei movimenti rivoluzionari cui tali tentativi hanno hanno dato vita, sono falliti. Viceversa, tutte le rivoluzioni socialiste vittoriose, avvenute in Paesi periferici o semiperiferici, sono state guidate da partiti che avevano caratteristiche diverse dal modello leninista.

Parto dall’America Latina. In tutte le rivoluzioni del subcontinente il ruolo dei partiti comunisti è stato marginale: non solo perché divisi in correnti ideologiche in competizione reciproca (stalinisti, trotzkisti, maoisti ecc.) ma anche e soprattutto perché si sono rivelati incapaci di radicarsi nelle masse contadine (e solo in una certa misura nelle minoranze operaie sindacalizzate) e di elaborare programmi politici in grado di raccogliere un diffuso consenso popolare. I processi rivoluzionari sono stati guidati da leader carismatici che hanno capeggiato movimenti populisti che sono riusciti a sfruttare la crisi dei regimi neoliberali di fine millennio per vincere le elezioni e andare al potere per vie legali.

La debolezza di questi regimi, più che al carattere populista (quindi interclassista) delle forze politiche che li hanno instaurati, era dovuta:

  1. al fatto che, malgrado abbiano varato costituzioni avanzate, non hanno costruito un nuovo Stato, come è avvenuto nella Russia del '17 e nella Cina del '49, bensì ereditato le istituzioni dello Stato borghese (già corrotte dalle loro origini postcoloniali e neocoloniali). Esercito, magistratura, università, ecc. sono rimaste saldamente in mano alle classi dominanti e hanno agito da quinta colonna dell'imperialismo appena ne hanno avuto la possibilità;
  2. il persistere del meccanismo elettorale della democrazia borghese li esponeva al rischio costante di essere rovesciati nel momento in cui le difficoltà economiche ne avessero eroso i loro margini di consenso;
  3. in simili circostanze questi margini erano destinati a ridursi perché la base sociale “strutturalmente” (o almeno virtualmente) anticapitalista (contadini, etnie originarie, classe operaia) di questi regimi non godeva di una schiacciante maggioranza numerica nei confronti della piccola media borghesia urbana tradizionale e paradossalmente – come evidenziato all’ex vicepresidente boliviano Linera[1] – delle stesse nuove classi medie, cresciute grazie alle riforme realizzate nei primi anni in cui avevano avuto il potere.

In poche parole: né lo Stato – partito (magari ne avessero messo in piedi uno!), ne il partito massa (non erano veri partiti ma movimenti interclassisti che, del resto, se non fossero stati tali, non avrebbero potuto vincere le elezioni) sono stati la vera causa della sconfitta, bensì i fattori appena elencati, assieme alla poderosa pressione esercitata dall’imperialismo Usa.

Non meno significativo il caso (o meglio i casi, perché ogni singola esperienza andrebbe analizzata nella sua specificità) dell’Africa. Qui, come cerco di spiegare nella parte del mio ultimo libro[2] dedicata alle rivoluzioni antimperialiste di quel continente, seguendo le analisi di autori come Cabral[3], Rodney[4] e Samir Amin[5], il nodo fondamentale era la lotta per l’autonomia nazionale, e il tentativo di associarla allo sforzo di costruire il socialismo, “saltando” la fase dello sviluppo capitalistico[6].

In questo caso non si può nemmeno parlare di populismo interclassista, dato che le classi operaie erano inesistenti, più che minoritarie, mentre protagoniste della lotta erano le larghe masse popolari, perlopiù di origine contadine e piccolo borghese, e le etnie oppresse guidate strati intellettuali sfuggiti al controllo dei colonizzatori[7]. Parlare di stati partito è ancora più improprio, nel senso che quei processi rivoluzionari sono stati schiacciati prima che potessero essere costruiti dei veri Stati indipendenti. Al loro posto sono sorti regimi retti da borghesie compradore al servizio delle potenze neocoloniali, mentre gli embrioni dei partiti rivoluzionari sono stati sterminati fisicamente. Parlare di stato-partito e di fallimenti dovuti all’adozione di modelli “eurocentrici”, come fanno i critici di matrice postcoloniale e decoloniale, è un’idiozia, come spiega bene un libro di Kevin Okoth[8]. I movimenti rivoluzionari africani non sono stati sconfitti per “troppo Stato”, bensì, per dirla con Said Bouamama[9], per troppo poco Stato (socialista).

Quanto all’Unione Sovietica e alla Cina, non è possibile liquidare la questione nelle poche righe di un articolo.
Per l’Unione Sovietica rinvio a quanto scritto (e ai miei commenti in merito) da Vladimiro Giacché in vari testi[10] in cui riprende la polemica di Lenin contro le “sinistre” che definivano il sistema sovietico come “capitalismo di Stato”, e nei quali analizza lo sviluppo dell’economia sovietica fino alla crisi degli anni Settanta.
Per quanto riguarda la Cina, rinvio all’ultima parte di Oltre l’Occidente vol. II in cui mi confronto con le tesi di chi definisce la Cina un sistema tout court capitalista (o addirittura imperialista), totalitario, antidemocratico, ecc.
Qui ribadisco solo che, a mio avviso, l’esperimento cinese è la prova più evidente che la questione non è partito di massa sì o partito di massa no (quello di Togliatti era di massa e riformista, quello cinese è di massa e rivoluzionario), e aggiungo che, per fortuna, il regime cinese si fonda su un partito-Stato dotato delle risorse economiche, politiche (egemoniche) e militari sufficienti a schiacciare i tentativi occidentali di rovesciarlo sfruttando le contraddizioni di classe che, inevitabilmente, si prolungano in una formazione sociale che vive un processo di transizione.

Note

1) Cfr. A. G. Linera, Democrazia, Stato, rivoluzione, Meltemi, Milano 2020.

2) C. Formenti, Oltre l’Occidente (vol. II). L’alba di una nuova storia, Meltemi, Milano 2026.

3) Cfr. A. Cabral, Return to the Source, Monthly Review Press, New York 2022.

4) Cfr. W. Rodney, Decolonial Marxism, Verso Books, London-New York 2022.

5) Cfr. S. Amin, Classe et Nation, Editions Numériques Africaines, Dakar 2015.

6) Marx prese in considerazione tale possibilità intervenendo nel dibattito fra populisti e socialdemocratici russi in merito al ruolo che le comunità contadine originarie (obscina) avrebbe potuto avere in una rivoluzione socialista in Russia, favorendo la transizione diretta al socialismo “senza passare dalle forche caudine del capitalismo”.

7) Cabral sottolinea il ruolo dirigente dell’intellighenzia urbana piccolo borghese nelle rivoluzioni di liberazione nazionale dei popoli coloniali ma, al pari di Fanon, aggiunge che questi strati di classe avrebbero dovuto “suicidarsi” una volta ottenuta l’indipendenza.

8) Cfr. K. O. Okoth, Red Africa. Questione coloniale e politiche rivoluzionarie, Meltemi, Milano 2024.

9) Cfr. S. Bouamama, Pour un panafricanisme révolutionnaire, Syllepse, Paris 2023.

10) Cfr. in particolare, la rivoluzione economica sovietica, in Elogio del Comunismo del Novecento, Atti del Forum della Rete dei Comunisti, Roma 4,5,6 ottobre 2024.

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05/08/2026

Fine dei dubbi: la rivoluzione chavista è stata venduta

di Carlo Formenti

Qualche mese fa, ragionando a botta calda sulla criminale aggressione colonialista statunitense al Venezuela, poco prima di consegnare la versione definitiva all'editore, nel testo del mio ultimo libro Oltre l'Occidente (scritto assieme ad Alessandro Visalli e qui presentato negli ultimi post) avevo espresso seri dubbi sull'esistenza di complicità all'interno del regime di Caracas. Scrivevo in particolare: "La posizione del governo di Rodriguez non sembra esente da ambiguità: non è chiaro se certe posizioni concilianti nei confronti degli USA siano frutto di una tattica dilatoria o della disponibilità al compromesso (...) Occorrerà dunque tempo per capire l'evoluzione della situazione: crisi irreversibile del regime, lungo periodo di transizione o acutizzazione dei conflitti politici e sociali fino alla guerra civile?".

In realtà non è stato necessario aspettare troppo. A smentire i tentativi di chi, come l'amica Geraldina Colotti, si arrampicava sugli specchi per difendere la tesi di una "ritirata strategica" dell'ala moderata del regime incarnata dalla Rodriguez, la cruda verità è emersa in modo inequivocabile. Come scrivono gli amici della Rete dei Comunisti su Contropiano "Quelli che venivano presentati come cedimenti “tattici” per evitare un conflitto chiaramente asimmetrico con la potenza militare statunitense, si sono invece rivelati una consapevole capitolazione politica e ideologica su ogni terreno: da quello economico alla politica internazionale. Il prezzo di questa capitolazione era già leggibile nell’immunità assicurata dall’amministrazione USA a Delcy Rodriguez rispetto ai procedimenti in corso in alcune corti federali statunitensi che invece tengono ancora in galera Nicolàs Maduro e Cilia Flores. L’episodio che ha scritto parole definitive sul passaggio al campo nemico è stato l’incontro tra i dirigenti del PSUV – cioè del partito di governo – con esponenti delle autorità israeliane. Quell’incontro infatti trascende dai rapporti tra Stati e quindi da protocolli e relazioni diplomatiche che talvolta prevedono anche rapporti controversi. È stata dunque una scelta tutta politica del PSUV e dei suoi dirigenti. Ma è stata una scelta preceduta dagli incontri degli esponenti del PSUV al governo sia con esponenti dell’amministrazione Usa che con alti ufficiali politici e militari israeliani. Incontri e relazioni ai quali faceva da contraltare la liquidazione di ogni solidarietà con Cuba sotto assedio e ogni gratitudine verso chi ha sacrificato 32 dei propri combattenti per proteggere il presidente Maduro o che per decenni ha fornito medici e insegnanti che hanno dato un contributo decisivo allo sviluppo sociale del paese".

Seguono alcune considerazioni sui limiti politici, culturali e organizzativi dei processi rivoluzionari messi in atto dai populismi di sinistra in Venezuela, Bolivia ed Ecuador che condivido in gran parte ma non del tutto (vedi le analisi sui processi bolivariani che ho sviluppato in alcuni dei miei lavori degli ultimi anni). Considerazioni che mi riservo di discutere in occasioni successive.

Qui, per tornare a quanto scrivevo mesi fa, mi limito a prendere atto che la situazione è ora chiara: la Rivoluzione è stata tradita da una cricca che si candida a svolgere il ruolo di borghesia compradora dell'imperialismo USA e a integrarsi nel nuovo blocco continentale di destra, incaricato di reprimere le lotte dei popoli latinoamericani. Ergo: possiamo solo aspettare che nuove ondate rivoluzionarie facciano pagare a queste canaglie il loro tradimento.

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04/08/2026

Venezuela - La “Dichiarazione di Maracay” denuncia il tradimento del chavismo

Una frattura senza precedenti attraversa il chavismo. Nel giorno del compleanno di Hugo Chávez, il 28 luglio, quasi trenta esponenti storici del movimento bolivariano hanno sottoscritto la “Dichiarazione di Maracay”, un documento che rappresenta una dura presa di posizione contro l’attuale direzione politica del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) e, in particolare, contro la vicepresidente esecutiva Delcy Rodríguez.

L’iniziativa, riportata dal sito venezuelano Efecto Cocuyo, è guidata dall’ex vicepresidente della Repubblica Elías Jaua e da altri dirigenti che rivendicano l’eredità originaria della Rivoluzione bolivariana. Secondo i promotori, il governo avrebbe progressivamente abbandonato i principi fondanti del chavismo, accettando forme di subordinazione agli interessi degli Stati Uniti e dell’imperialismo economico internazionale.

Nel documento, sottoscritto a Maracay, città simbolo perché culla del Movimento Rivoluzionario Bolivariano 200 fondato da Chávez, i firmatari denunciano “l’imperativa necessità di difendere la Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela, la sovranità nazionale e l’indipendenza del Paese”.

Il testo respinge qualsiasi forma di “tutela” o di dominio straniero sul Venezuela e chiede il recupero del pieno controllo nazionale sulle risorse economiche prodotte dall’industria petrolifera.

La ripresa dell’iniziativa popolare e la difesa del chavismo rivoluzionario

L’aspetto più interessante e politicamente rilevante della fase attuale in Venezuela è la ripresa del dibattito e dell’iniziativa di classe nei quartieri popolari, nelle roccaforti storiche del chavismo e nei luoghi di lavoro.

È proprio da questi spazi sociali che l’ossatura storica e militante del movimento bolivariano, quella rimasta fedele ai principi originari della Rivoluzione, sta cercando di riannodare le fila per rilanciare l’iniziativa politica.

Non si tratta soltanto di uno scontro interno al chavismo, ma della riaffermazione di un chavismo rivoluzionario che intende difendere l’autodeterminazione del Venezuela, la sovranità nazionale e i principi fondanti del progetto politico avviato da Hugo Chávez.

Una prospettiva che rivendica fino in fondo il carattere socialista della Rivoluzione bolivariana e il ruolo centrale delle classi popolari nella costruzione del futuro del Paese.

La Dichiarazione di Maracay assume quindi un valore che va oltre la dimensione istituzionale e partitica: rappresenta il tentativo di riaprire uno spazio di partecipazione dal basso, coinvolgendo comunità, lavoratori e militanti che vedono nella difesa della sovranità nazionale il presupposto indispensabile per qualsiasi progetto di trasformazione sociale.

In questo contesto, particolarmente significativa appare la comunicazione diffusa da Donald Trump e dall’apparato politico che lo circonda, letta come espressione di una strategia annessionista e di un imperialismo predatorio nei confronti del Venezuela.

L’immagine che rappresenta il Paese come un ipotetico “51° Stato” degli Stati Uniti viene interpretata come il simbolo di una concezione fondata sulla subordinazione e sulla negazione dell’indipendenza venezuelana.

È proprio questa logica che richiama una delle lezioni storiche più volte ribadite dalla Rivoluzione cubana e dai suoi principali protagonisti, Fidel Castro ed Ernesto Che Guevara: all’imperialismo non si può concedere spazio, perché ogni arretramento viene trasformato in una nuova occasione di pressione e di dominio.

La vicenda venezuelana diventa così, nella lettura del chavismo rivoluzionario, un terreno decisivo di confronto tra due visioni opposte: da una parte la difesa della sovranità, dell’indipendenza politica ed economica e della partecipazione popolare; dall’altra il tentativo delle potenze esterne di condizionare il destino di un Paese ricco di risorse strategiche.

La sfida che si apre è quindi quella della ricostruzione di un progetto popolare capace di recuperare il protagonismo delle masse, rilanciare i principi originari della Rivoluzione bolivariana e riaffermare il diritto del Venezuela a scegliere autonomamente il proprio percorso storico.

Particolarmente dura è la denuncia relativa ai proventi del petrolio venezuelano che, secondo i firmatari, vengono destinati a un fondo gestito dal governo degli Stati Uniti, una situazione che, a loro giudizio, contribuisce ad aggravare la già difficile condizione economica e sociale della popolazione venezuelana.

La dichiarazione affronta anche il dialogo politico annunciato per il 1° agosto, chiedendo che esso sia realmente trasparente e fondato esclusivamente sugli interessi del popolo venezuelano. I promotori rivendicano un confronto nazionale “tra venezuelani, per i venezuelani e con i venezuelani”, libero da qualsiasi influenza straniera, affinché possa essere costruita una soluzione politica e democratica alla crisi che attraversa il Paese.

L’appello si conclude con la richiesta di costruire una vasta unità patriottica capace di difendere l’indipendenza nazionale, i diritti dei lavoratori e la sovranità economica, attraverso assemblee popolari e momenti di partecipazione diffusi in tutti gli Stati del Venezuela.

Tra i firmatari figurano, oltre a Elías Jaua, Jesús Álvarez, Karla Bolívar, Celso Márquez, Aurora Morales, Carmen Yasmira Saravia, Ildemaro Cobos, Cristian Medina, Fernando Rivero, Francisco Hernández, Estela Orraiz, Miguel Mora, Walter Galindo, Eliezer Mora, Tony Bozza, Luis Felipe del Moral, José Cabrera, Hedy Ramírez, Alfredo Berrueta e Juan Ramón Guzmán.

A rendere ancora più evidente il disagio interno al chavismo è intervenuto anche Mario Silva, storico volto televisivo del programma La Hojilla e figura di riferimento della militanza bolivariana.

In un video diffuso sui social network, Silva ha rivolto pesanti critiche all’attuale gruppo dirigente guidato da Delcy Rodríguez, sostenendo che esso avrebbe perso l’autorità morale per guidare il processo rivoluzionario. Ha inoltre invitato la base chavista a organizzarsi autonomamente e a dare vita a un proprio movimento politico, segnando una rottura pubblica senza precedenti all’interno del campo governativo.

Per i promotori della Dichiarazione di Maracay, la crisi attuale non rappresenta soltanto un conflitto interno al PSUV, ma il sintomo di quello che definiscono un vero e proprio tradimento dell’eredità politica di Hugo Chávez.

Secondo questa lettura, il progetto originario della Rivoluzione bolivariana, fondato sulla sovranità nazionale, sul controllo pubblico delle risorse strategiche e sulla resistenza all’imperialismo statunitense, sarebbe stato progressivamente sostituito da scelte considerate incompatibili con quei principi.

La Dichiarazione di Maracay si presenta così come un appello al recupero del chavismo delle origini e alla ricostruzione di un fronte popolare che rivendichi piena indipendenza politica, economica e istituzionale del Venezuela rispetto agli interessi di Washington.

Per i suoi estensori, soltanto il ritorno ai principi della Rivoluzione bolivariana potrà consentire al Paese di superare la crisi e restituire centralità ai diritti sociali, alla partecipazione popolare e alla sovranità nazionale.

Tra i temi più dolorosi evocati dai firmatari della Dichiarazione di Maracay vi è anche la vicenda di Nicolás Maduro e della first lady Cilia Flores, oggetto di una strategia di pressione giudiziaria e politica espressione di una crescente ingerenza di Washington negli affari interni del Paese.

I firmatari denunciano quello che definiscono un tentativo sistematico di condizionare le scelte della leadership venezuelana attraverso sanzioni, isolamento diplomatico e procedimenti giudiziari.

Nel dibattito politico venezuelano, alcuni settori del chavismo denunciano che l’azione statunitense nei confronti dei principali dirigenti della Rivoluzione bolivariana costituisce una violazione del diritto internazionale e della sovranità nazionale.

Per i promotori della Dichiarazione di Maracay, il confronto con gli Stati Uniti non può essere affrontato attraverso concessioni o accordi che compromettano l’indipendenza nazionale.

Al contrario, essi ritengono necessario recuperare lo spirito originario del progetto bolivariano di Hugo Chávez, riaffermando il controllo pubblico delle risorse strategiche, la piena sovranità dello Stato e l’autodeterminazione del popolo venezuelano, senza alcuna forma di tutela o di subordinazione agli interessi di potenze straniere.

Fonte

28/07/2026

“Da anti-imperialisti coerenti denunciamo la capitolazione in Venezuela”

Dopo trent’anni di collaborazione con il processo bolivariano, la Rete dei Comunisti ha annunciato la rottura dei rapporti politici con l’attuale dirigenza del PSUV e con il governo venezuelano.

Una scelta definita “dolorosa ma inevitabile” da Luciano Vasapollo, dirigente della Rete dei Comunisti, economista e studioso del processo bolivariano. Una decisione che, nelle sue parole, non rappresenta un abbandono della Rivoluzione Bolivariana, né un avvicinamento alle posizioni dell’opposizione sostenuta dagli Stati Uniti, ma una critica interna al campo rivoluzionario, motivata dalla convinzione che alcune scelte dell’attuale leadership abbiano trasformato concessioni tattiche in un cambiamento strategico.

“Bisogna chiarire subito una cosa fondamentale: noi non abbiamo cambiato politica sull’imperialismo. Anzi, è esattamente il contrario. Noi rimaniamo i comunisti marxisti rivoluzionari, gli anti-imperialisti di sempre, proprio perché conosciamo l’imperialismo, sappiamo come agisce e sappiamo che dietro certe aperture, dietro certe pressioni, dietro certe modalità di relazione con il potere dominante può nascondersi quello che Fidel Castro chiamava il miele del potere”.

“Il problema – prosegue Vasapollo – è che l’imperialismo non agisce soltanto attraverso la forza militare o le aggressioni dirette. Agisce anche attraverso processi di trasformazione politica, attraverso la capacità di attrarre, condizionare, modificare progressivamente la natura delle scelte di un processo rivoluzionario. Il rischio è che dirigenti che hanno combattuto una battaglia di emancipazione possano essere portati, passo dopo passo, ad accettare logiche che inizialmente erano soltanto tattiche e che poi diventano scelte strategiche”.

Professor Vasapollo, la vostra posizione ha sorpreso molti. Dopo decenni di sostegno al Venezuela bolivariano, perché avete deciso questa rottura?

Perché proprio la nostra storia ci impone oggi di parlare. Noi non rompiamo con Chávez, non rompiamo con il popolo venezuelano, non rompiamo con il chavismo popolare, con i lavoratori, con i contadini, con i barrios, con i movimenti sociali, con gli intellettuali rivoluzionari.
Al contrario: continuiamo a essere dalla parte di quella parte sana, popolare e rivoluzionaria del processo bolivariano. Abbiamo dedicato oltre trent’anni alla costruzione di rapporti politici, culturali e umani con il Venezuela. Abbiamo lavorato con università, sindacati, movimenti sociali, cooperative, istituzioni. Abbiamo difeso il Venezuela quando era sotto attacco mediatico internazionale.
Lo abbiamo fatto quando era difficile farlo. Per questo la nostra posizione di oggi non nasce da un allontanamento, ma dalla convinzione che proprio chi è stato vicino a quel processo abbia il dovere di dire quando ritiene che ci sia un pericolo.

Nel vostro documento parlate di un processo controrivoluzionario. È un’accusa molto forte.

Non stiamo parlando di un singolo episodio. Stiamo parlando di un processo. Per mesi abbiamo cercato di comprendere. Non siamo arrivati a questa conclusione in modo immediato. Abbiamo discusso con i compagni venezuelani, abbiamo ascoltato, abbiamo analizzato.
Abbiamo detto: forse siamo davanti a una fase tattica, forse davanti a una necessità di sopravvivenza politica determinata dall’enorme squilibrio dei rapporti di forza con gli Stati Uniti.
Abbiamo compreso la difficoltà della situazione. Abbiamo compreso la pressione dell’imperialismo, le minacce, le sanzioni, il tentativo di destabilizzazione permanente. Ma a un certo punto bisogna riconoscere la realtà: quando una tattica diventa una linea permanente, quando una concessione temporanea diventa una scelta strategica, allora per un comunista e per un rivoluzionario non è più possibile continuare a mediare.
Oggi noi riteniamo che quella che poteva essere una tattica sia diventata una capitolazione politica, una resa incondizionata rispetto alla prospettiva di trasformare il Venezuela in un Paese subordinato, in un protettorato politico ed economico. Questo non possiamo accettarlo.

Lei insiste sul fatto che non si tratta di una rottura con il Venezuela.

Esatto. Noi in questi mesi non siamo rimasti chiusi in un laboratorio teorico a osservare il Venezuela dall’esterno. Siamo stati parte in causa. Abbiamo continuato a stare con il popolo, abbiamo dialogato con i sindacati, con i barrios popolari, con le reti degli intellettuali, con il mondo culturale e accademico, con le esperienze delle Comuni. Abbiamo incontrato tanti compagni in buona fede che, come noi, si ponevano delle domande.
Ci dicevamo: forse sono soltanto tattiche, forse il governo, il partito e i dirigenti stanno cercando di evitare l’annientamento da parte degli Stati Uniti. Abbiamo cercato di capire fino in fondo.
Ma oggi riteniamo che il quadro sia cambiato. Non siamo noi ad avere abbandonato il Venezuela rivoluzionario. Noi continuiamo il nostro lavoro con i settori popolari, con i comunisti, con i rivoluzionari, con chi vuole difendere l’eredità di Chávez e impedire un processo di involuzione.

Perché dite che non avete cambiato posizione sull’imperialismo statunitense?

Perché sarebbe una falsificazione della nostra storia. Noi continuiamo a denunciare l’imperialismo statunitense, il blocco contro Cuba, le sanzioni, le aggressioni economiche, le guerre ibride, i tentativi di imporre governi subordinati agli interessi di Washington.
Proprio perché siamo anti-imperialisti non possiamo confondere la solidarietà con il silenzio. L’internazionalismo non significa difendere qualsiasi scelta di un governo che si richiama a un processo rivoluzionario. Significa difendere i principi, la sovranità dei popoli, la partecipazione popolare, la giustizia sociale.

Lei ha richiamato anche le mobilitazioni popolari a Caracas.

Sì. Non siamo stati spettatori. Abbiamo partecipato alle iniziative, alle manifestazioni a Piazza Bolívar, alle mobilitazioni contro l’ingerenza degli Stati Uniti, contro i tentativi di invasione, contro l’idea di trasformare il Venezuela in un protettorato e contro ogni forma di colonialismo. Abbiamo visto un popolo che continua a interrogarsi, a discutere, a difendere la propria storia.
Il nostro rapporto non è con i palazzi del potere, ma con le persone che ogni giorno vivono le contraddizioni della società venezuelana.

Uno dei punti più controversi riguarda il rapporto con Israele. Perché per voi rappresenta uno spartiacque?

Perché il chavismo aveva una forte identità internazionalista. La solidarietà con il popolo palestinese, con i popoli oppressi, con le lotte antimperialiste era parte integrante di quella storia. Quando vediamo cambiamenti in questa direzione, quando vediamo avvicinamenti politici che riteniamo incompatibili con quella tradizione, per noi emerge una contraddizione profonda.
Non è un dettaglio diplomatico. È una questione politica e simbolica che riguarda l’identità stessa del progetto.

E sul rapporto con Cuba?

Cuba non è stata semplicemente un Paese amico del Venezuela. Cuba è stata parte integrante del processo bolivariano. Ha mandato medici, insegnanti, tecnici. Ha contribuito alle missioni sociali. Ha condiviso sacrifici enormi. Per questo riteniamo grave qualsiasi allontanamento da quella solidarietà storica. In un momento in cui Cuba continua a essere sottoposta al blocco statunitense, il principio dell’internazionalismo dovrebbe essere ancora più forte.

Lei ha parlato di un tradimento subito da Cuba.

Sì, perché il rapporto tra Cuba e Venezuela non può essere cancellato dalla memoria storica. Cuba non ha soltanto espresso solidarietà politica. Ha inviato decine di migliaia di medici. Ha formato personale sanitario. Ha mandato insegnanti. Ha contribuito alla nascita delle missioni sociali. Ha condiviso conoscenze scientifiche, culturali, organizzative. E, soprattutto, ha pagato un prezzo umano enorme per difendere il processo bolivariano.
Per questo riteniamo che Cuba meritasse gratitudine e solidarietà permanente. Invece vediamo un progressivo allontanamento proprio mentre l’isola continua a subire il blocco economico degli Stati Uniti. Dal nostro punto di vista politico, questo rappresenta una rottura gravissima con l’etica internazionalista che aveva caratterizzato il progetto chavista.

Perché considera questo aspetto così grave?

Perché Cuba non è stata semplicemente un Paese amico. Cuba ha condiviso sacrifici enormi con il Venezuela. Ha accompagnato la crescita del processo bolivariano nei momenti più difficili. Per questo riteniamo incomprensibile che oggi venga meno quella solidarietà storica.
Dal nostro punto di vista politico, Cuba meritava riconoscenza, non distanza. Ed è una delle ragioni che hanno contribuito alla nostra scelta di rompere i rapporti politici con l’attuale dirigenza del PSUV.

Qual è oggi il vostro rapporto con il chavismo?

Continuiamo a essere con il chavismo popolare, con il chavismo rivoluzionario, con chi nelle fabbriche, nei quartieri, nelle comunità continua a difendere un progetto di emancipazione sociale.
Interrompiamo i rapporti politici con l’attuale dirigenza del governo e del PSUV perché riteniamo che abbia imboccato una strada diversa. Ma rafforziamo il nostro rapporto con quei settori che vogliono continuare la battaglia rivoluzionaria.

Uno dei punti più duri del vostro documento riguarda i rapporti con Israele. Perché attribuite a questo episodio un significato politico così rilevante?

Per noi quel passaggio rappresenta uno spartiacque. I rapporti diplomatici tra Stati possono avere una loro complessità. Ma quando si sviluppano relazioni politiche dirette tra il partito di governo e rappresentanti israeliani, il significato diventa inevitabilmente diverso.
Nella nostra valutazione questo rappresenta una cesura rispetto all’internazionalismo che aveva caratterizzato il chavismo e alle storiche posizioni di solidarietà con il popolo palestinese. È un fatto che, secondo noi, assume un valore politico simbolico molto profondo.

Professor Vasapollo, una parte centrale della vostra analisi riguarda il ruolo dell’attuale gruppo dirigente venezuelano e, in particolare, della vicepresidente Delcy Rodríguez. Perché ritenete che si sia giunti a un punto di non ritorno?

Perché ormai non stiamo più discutendo di singole decisioni o di errori politici. Stiamo parlando di un orientamento complessivo che, a nostro giudizio, segna una cesura con il progetto storico costruito da Hugo Chávez.
Per molti mesi abbiamo evitato dichiarazioni affrettate. Abbiamo continuato a confrontarci con i compagni venezuelani, ad ascoltare, a verificare. Eravamo consapevoli della pressione esercitata dagli Stati Uniti e pensavamo che alcune aperture potessero rappresentare concessioni temporanee.
Ma quando le scelte si accumulano tutte nella stessa direzione, quando si ridefiniscono le alleanze internazionali, si modificano gli assetti economici e si rinuncia progressivamente all’autonomia politica conquistata in oltre vent’anni di rivoluzione, allora non si può più parlare di tattica. Noi riteniamo che sia in corso una vera e propria capitolazione politica.

La vostra posizione è molto dura, ma ribadite di non aver cambiato giudizio sull’imperialismo statunitense. Come tenete insieme questi due elementi?

È un punto decisivo. Noi non siamo diventati improvvisamente indulgenti verso gli Stati Uniti. Sarebbe assurdo dopo una vita di militanza internazionalista. Continuiamo a considerare l’imperialismo statunitense il principale fattore di destabilizzazione dell’America Latina. Continuiamo a denunciare il blocco contro Cuba, le sanzioni, le aggressioni economiche, le operazioni di guerra ibrida e tutti i tentativi di imporre governi subordinati agli interessi di Washington.
Proprio perché restiamo fermamente antimperialisti, riteniamo che la migliore difesa della Rivoluzione Bolivariana non sia il silenzio davanti agli errori, ma la critica politica quando diventa necessaria.
L’internazionalismo non è adulazione. L’internazionalismo significa assumersi la responsabilità della verità politica anche quando costa.

Nel comunicato affermate che il Venezuela starebbe cedendo quote della propria sovranità politica ed economica. Che cosa intendete?

Intendiamo dire che osserviamo una crescente subordinazione delle scelte strategiche del Paese a rapporti che, nella nostra valutazione, finiscono per limitare l’autonomia conquistata con enormi sacrifici durante gli anni di Chávez. La Rivoluzione Bolivariana era nata per rompere la dipendenza dal neoliberismo, dalle multinazionali, dagli interessi statunitensi.
Oggi, invece, vediamo svilupparsi politiche che ci sembrano muoversi nella direzione opposta. Non si tratta soltanto di economia. È il quadro complessivo delle relazioni internazionali che appare profondamente mutato.

Tra le voci critiche verso l’attuale situazione venezuelana avete richiamato anche Luis Britto García. Perché ritenete significativo il suo intervento?

Perché Luis Britto García non può essere liquidato come un oppositore del chavismo. È uno dei principali intellettuali marxisti dell’America Latina. Ha accompagnato il processo bolivariano fin dalla sua nascita. È stato un collaboratore diretto di Chávez. Ha fatto parte del Consiglio di Stato. È stato tra i fondatori della Rete degli Intellettuali e Artisti in Difesa dell’Umanità.
Quando una figura con questa storia esprime un giudizio così severo sulla situazione del Paese, non siamo davanti a una polemica qualsiasi. Siamo davanti alla sofferenza politica di una parte importante del mondo chavista che vede messa in discussione l’eredità di Chávez.

Nel vostro comunicato fate una riflessione anche sul tema dei partiti rivoluzionari e del potere. Che lezione trae da questa vicenda?

È una riflessione che va ben oltre il Venezuela. La storia del movimento operaio e dei processi rivoluzionari ci insegna che nessuna conquista è irreversibile. Quando un partito diventa Stato e si indebolisce il controllo popolare, quando viene meno la formazione politica dei quadri, quando prevalgono opportunismo, burocratizzazione e interessi personali, il rischio di involuzione diventa concreto.
Lo abbiamo visto nell’Europa orientale. Lo abbiamo visto in diversi processi latinoamericani. E oggi, purtroppo, riteniamo di vedere dinamiche analoghe anche in Venezuela. Per questo la vigilanza rivoluzionaria non è un esercizio teorico, ma una necessità permanente. Con il popolo. Con i comitati popolari dei barrios. Con gli operai. Con i contadini. Con gli studenti. Con gli intellettuali che continuano a battersi per il socialismo. Con i militanti che ogni giorno difendono l’eredità di Chávez.
Noi interrompiamo i rapporti politici con l’attuale dirigenza del governo e del PSUV. Non interrompiamo, anzi rafforziamo, il nostro rapporto con quei settori popolari che continuano a credere nella Rivoluzione Bolivariana e che oggi, spesso in condizioni difficili, cercano di impedirne la definitiva liquidazione.

Che messaggio vuole rivolgere alla sinistra internazionale?

Di non fermarsi alle apparenze. Di non trasformare la solidarietà internazionalista in una forma di silenzio. Difendere una rivoluzione significa difenderne i principi fondativi. Quando quei principi vengono messi in discussione, il dovere dei rivoluzionari è aprire un confronto politico serio, rigoroso e onesto.
Noi continueremo a combattere l’imperialismo, a difendere Cuba socialista, a chiedere la liberazione del presidente Nicolás Maduro e della compagna Cilia Flores e a sostenere tutte le forze popolari venezuelane che vogliono rilanciare il progetto del socialismo del XXI secolo.
Questa posizione non nasce dall’ostilità, ma dalla responsabilità politica. Dopo trent’anni di lavoro comune, di studio, di cooperazione e di militanza internazionalista, sarebbe stato molto più facile tacere. Abbiamo scelto invece di parlare, assumendocene fino in fondo tutte le conseguenze.
La storia giudicherà le nostre scelte, ma la coerenza con gli ideali di Chávez, dell’internazionalismo e della liberazione dei popoli ci imponeva di non restare in silenzio.

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25/07/2026

Venezuela: non è tattica, è capitolazione!

Abbiamo atteso il tempo necessario per fare tutte le verifiche prima di esprimere pubblicamente le nostre valutazioni sul processo controrivoluzionario avviato dalla nuova dirigenza della Repubblica Bolivariana del Venezuela.

Già la dinamica del sequestro a gennaio del presidente venezuelano Nicolàs Maduro e della compagna Cilia Flores da parte degli Stati Uniti aveva suscitato – e non solo a noi – legittimi e pesanti interrogativi.

Lo sviluppo degli eventi e delle scelte intraprese dalla leadership guidata dalla vicepresidente Delcy Rodriguez, ha via via reso evidente come quei dubbi siano stati confermati dai fatti che indicano un vero e proprio processo di liquidazione dell’esperienza rivoluzionaria e bolivariana del Venezuela avviata e costruita dal compagno Chavez.

Quelli che venivano presentati come cedimenti “tattici” per evitare un conflitto chiaramente asimmetrico con la potenza militare statunitense, si sono invece rivelati una consapevole capitolazione politica e ideologica su ogni terreno: da quello economico alla politica internazionale.

Il prezzo di questa capitolazione era già leggibile nell’immunità assicurata dall’amministrazione USA a Delcy Rodriguez rispetto ai procedimenti in corso in alcune corti federali statunitensi che invece tengono ancora in galera Nicolàs Maduro e Cilia Flores.

L’episodio che ha scritto parole definitive sul passaggio al campo nemico è stato l’incontro tra i dirigenti del PSUV – cioè del partito di governo – con esponenti delle autorità israeliane.

Quell’incontro infatti trascende dai rapporti tra Stati e quindi da protocolli e relazioni diplomatiche che talvolta prevedono anche rapporti controversi.

È stata dunque una scelta tutta politica del PSUV e dei suoi dirigenti. Ma è stata una scelta preceduta dagli incontri degli esponenti del PSUV al governo sia con esponenti dell’amministrazione Usa che con alti ufficiali politici e militari israeliani.

Incontri e relazioni ai quali faceva da contraltare la liquidazione di ogni solidarietà con Cuba sotto assedio e ogni gratitudine verso chi ha sacrificato 32 dei propri combattenti per proteggere il presidente Maduro o che per decenni ha fornito medici e insegnanti che hanno dato un contributo decisivo allo sviluppo sociale del paese.

Dover assistere a questo processo controrivoluzionario in un paese che, insieme a Cuba, aveva dato un contributo decisivo all’ondata progressista in America Latina, all’Alba e all’ipotesi del Socialismo nel XXI Secolo, è indubbiamente doloroso per migliaia di compagne e compagni ma, purtroppo, non è una novità né una sorpresa: è una conferma del carattere sempre contraddittorio del processo storico, incluso dei processi rivoluzionari in cui è debole la soggettività che li orienta e li guida.

È la conferma di come i partiti-Stato e i partiti di massa senza la selezione dei quadri, incorporino tutte le contraddizioni della società, inclusi l’opportunismo, la corruzione, la disponibilità al tradimento quando cambiano le condizioni. Lo abbiamo visto a cavallo degli anni Ottanta/Novanta in Europa, lo abbiamo visto nella stessa America Latina negli anni recenti in Ecuador, Bolivia, Perù.

Con questa nota poniamo fine a ogni tipo di relazione e fiducia verso i dirigenti venezuelani del governo e del Psuv ma continueremo a intrattenere rapporti con tutti quei compagni e compagne che in Venezuela mantengono una prospettiva rivoluzionaria nel solco del chavismo, a cominciare dai comitati dei barrios popolari, così come torniamo a chiedere la liberazione del Presidente Nicolàs Maduro e della compagna Cilia Flores.

Ci auguriamo che le forze sane del paese e della società trovino presto le occasioni e la forza per fermare e ribaltare il processo controrivoluzionario in Venezuela.

Rete dei Comunisti, Luglio 2026

Fonte

01/07/2026

Venezuela - Una lettera a Delcy Rodriguez

Qui di seguito la traduzione in italiano della lettera aperta del cantautore cubano Raúl Torres indirizzata alla Presidente ad interim del Venezuela, Delcy Rodríguez. Il documento propone una riflessione critica sul momento politico attraversato dal Venezuela e sul futuro del progetto bolivariano nel contesto delle attuali tensioni internazionali.
La traduzione è a cura di Cuba Mambí – Gruppo di Azione Internazionalista.

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Fratelli latinoamericani,
è importante riconoscere che l’attuale situazione del Venezuela è di una sensibilità straordinaria. Dopo i drammatici avvenimenti del gennaio 2026, il governo di transizione guidato da Delcy Rodríguez naviga sotto una pressione esterna soffocante, cercando un equilibrio che per molti di noi nel campo rivoluzionario sfiora la capitolazione. Il confine tra resistenza tattica e sottomissione strategica è diventato, per molti, dolorosamente sfumato. Questa lettera, pertanto, non vuole impartire lezioni, ma esprimere lo strazio di un popolo che sente che le proprie bandiere storiche stanno iniziando a essere ammainate. È uno scritto per impedire che si chiudano gli occhi a coloro che oggi hanno nelle loro mani il timone della patria bolivariana.

Alla Signora Delcy Eloína Rodríguez Gómez, Presidente ad interim della Repubblica Bolivariana del Venezuela.

Da parte dei figli e delle figlie della Rivoluzione Latinoamericana, dall’anima ferita della Cuba ribelle e solidale.

Presidente,
Le scrivo dal dolore più profondo che si annida nel petto di chi ha visto il proprio sangue piegare le ginocchia. Le scrivo con l’inchiostro invisibile delle lacrime di un continente che, per secoli, si è rialzato per non baciare la frusta di alcun padrone. Oggi la storia ci osserva con i suoi occhi di pietra e di fuoco e ci domanda: dov’è finita la dignità? In quale curva del cammino abbiamo smarrito l’anima ribelle che ci hanno lasciato in eredità i liberatori?

Lei è cresciuta all’ombra della leggenda di Jorge Antonio Rodríguez, suo padre, un martire che offrì la propria vita, torturato dalla polizia politica del sistema puntofijista, senza mai denunciare i suoi compagni della Lega Socialista. Lei, Delcy, è figlia di quel sacrificio. Per questo fa così male vederla oggi, non come la “tigre” che difendeva con fierezza la sovranità dalla Cancelleria, ma come colei che sussurra, con un sorriso compiaciuto, che stabilirà “relazioni rispettose” con lo stesso impero che ha sequestrato il suo predecessore.

La osserviamo, Presidente, e quasi non riconosciamo più il fulgore della Rivoluzione. La vediamo accordarsi con coloro che hanno devastato l’economia venezuelana attraverso sanzioni criminali; la vediamo aprire le porte del petrolio alle stesse multinazionali che Chávez nazionalizzò con mano ferma. Lei ha detto che si tratta di un “nuovo momento politico”, ma nei quartieri popolari, nelle comuni, nelle caserme dove ancora sventola la bandiera della Patria Grande, questo suona come la triste giustificazione di chi confonde la prudenza con la genuflessione. Inginocchiarsi davanti all’impero che ci blocca non è un “nuovo momento”: è semplicemente una rinuncia.

Dov’è l’eredità del Comandante Eterno, Hugo Chávez Frías? Quell’uomo che con la sua voce da uragano svegliò i popoli addormentati e restituì a Simón Bolívar la sua spada filosofica. Quel soldato del Socialismo del XXI secolo che ci insegnò che l’unico modo di essere liberi è essere pienamente sovrani. Chávez non si inginocchiò né davanti al sabotaggio petrolifero, né davanti al golpe dell’aprile 2002, né davanti alle minacce di morte. Preferì essere un gigante scomodo piuttosto che un servitore redditizio. Oggi, osservando come vengono gestite le cose pubbliche, ci chiediamo con il cuore stretto: stiamo amministrando la sconfitta invece di organizzare la resistenza?

La Cuba di Martí, di Fidel e del Che la osserva con i pugni serrati. Noi, che abbiamo resistito per sessantacinque anni a un blocco genocida senza mai consegnare la nostra dignità, sentiamo una pugnalata al fianco vedendo che, con il cambio di potere a Caracas, il sostegno energetico che manteneva in parte la nostra isola è crollato nel silenzio complice. Lei, che si è riunita con il direttore della CIA mentre i nostri bambini soffrivano interminabili blackout, saprà comprendere il nostro sgomento.

Fa male vedere come la solidarietà incondizionata che Cuba ha offerto al Venezuela – medici, educatori, militari caduti in difesa del suo territorio – venga oggi ripagata con l’accondiscendenza verso coloro che strangolano la nostra economia. Cuba non merita questa indifferenza, sorella. Non è così che si onora il sangue condiviso.

Lo spirito del Liberatore Simón Bolívar percorre oggi l’America incatenata. Che cosa facciamo del suo testamento di unità antimperialista? Bolívar ci avvertì che gli Stati Uniti “sembrano destinati dalla Provvidenza a colmare l’America di miserie in nome della libertà”. Mentre lei afferma che “abbiamo il diritto di avere relazioni con gli Stati Uniti”, noi le rispondiamo con il dolore di chi ha già visto troppe volte questo film: non abbiamo il diritto di mendicare. Abbiamo il diritto di commerciare, sì, ma in piedi, con rispetto reciproco, senza consegnare ad altri l’amministrazione del nostro denaro né le chiavi delle nostre risorse.

O forse non sanguina più il ricordo dei 32 militari cubani uccisi durante l’attacco che permise la cattura di Maduro? Quei figli di Martí, caduti difendendo la terra di Bolívar mentre i vertici venezuelani, secondo quanto si sostiene, paralizzavano la risposta militare. Questa ferita non si è chiusa. Ogni giorno in cui lei si siede a negoziare senza esigere giustizia e piena verità per quei martiri, l’eredità della Rivoluzione si scioglie come una zolletta di zucchero nel mare amaro della Realpolitik.

Questa non è una lettera contro il Venezuela. È una lettera a favore dell’anima del Venezuela. Non lasciamoci ingannare dai canti delle sirene. L’oligarchia venezuelana, la stessa che applaudì le sanzioni e i colpi di Stato, non vuole pace né transizione: vuole restaurazione. Vuole trasformare nuovamente scuole e ospedali in affari e i contadini in servi. Se il chavismo dovesse trasformarsi nell’amministratore docile dell’agenda imperiale, avrebbe tradito non solo Chávez, ma anche quel popolo umile che continua a credere, che continua a fare la fila per il CLAP, che continua a sognare il Socialismo Bolivariano.

Mi rivolgo alla Delcy che un tempo fu una giovane rivoluzionaria, alla figlia del guerrigliero, alla donna che salì nei ranghi del partito con la bandiera rossa alzata. Reagisca, Presidente. Non è vero che l’unica opzione sia “piegarsi per non spezzarsi”. Esiste la strada della resistenza attiva e della mobilitazione popolare. Esiste la strada della sovranità tecnologica, dell’alleanza strategica con i popoli del Sud Globale. Esiste, in definitiva, la possibilità di tornare a essere ciò che eravamo: la speranza accesa dell’umanità, il faro dei popoli oppressi.

Come scrisse il grande Pablo Neruda, ferito anch’egli dai tradimenti del suo tempo: “Potranno tagliare tutti i fiori, ma non potranno fermare la primavera”. Non sia lei, Delcy, la mano che impugna le forbici contro i fiori che il Comandante Chávez ha seminato. Non scriva il suo nome nella pagina di coloro che, per paura o per ambizione, sono passati dalla parte dei vincitori di turno.

Noi, da questa trincea di dignità, continuiamo a credere nel Venezuela eroico. Ma abbiamo bisogno di vedere lei all’altezza di quell’eroismo. Le chiediamo, con amore rivoluzionario, di correggere la rotta. Di onorare i martiri. Di ritrovare l’ideale bolivariano, l’antimperialismo coerente e la solidarietà che ci unisce come popoli.

Fino alla Vittoria, Sempre.
Patria o Morte.
Vinceremo.

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