Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/08/2026

Ancora sul Venezuela e su quanto può insegnarci quella capitolazione

di Carlo Formenti

Qualche giorno fa, commentando su questa pagina la svolta reazionaria del nuovo governo venezuelano, genuflesso ai piedi dell'imperialismo USA, citavo un articolo di Contropiano che prendeva atto della nuova situazione politica nel Paese caraibico. Nell’occasione scrivevo di condividere in gran parte, ma non del tutto, la posizione della rivista vicina alla Rete dei Comunisti. Per chiarire le ragioni di quel “non del tutto”, cito qui di seguito la parte conclusiva (che avevo tralasciato nel post in questione) dell’articolo di Contropiano:

“Dover assistere a questo processo controrivoluzionario in un paese che, insieme a Cuba, aveva dato un contributo decisivo all’ondata progressista in America Latina, all’Alba e all’ipotesi del Socialismo nel XXI Secolo, è indubbiamente doloroso per migliaia di compagne e compagni ma, purtroppo, non è una novità né una sorpresa: è una conferma del carattere sempre contraddittorio del processo storico, incluso dei processi rivoluzionari in cui è debole la soggettività che li orienta e li guida. È la conferma di come i partiti-Stato e i partiti di massa senza la selezione dei quadri, incorporino tutte le contraddizioni della società, inclusi l’opportunismo, la corruzione, la disponibilità al tradimento quando cambiano le condizioni. Lo abbiamo visto a cavallo degli anni Ottanta/Novanta in Europa, lo abbiamo visto nella stessa America Latina negli anni recenti in Ecuador, Bolivia, Perù”.
Che quanto è successo in Venezuela (e ancor prima in Ecuador e Bolivia) sia doloroso per tutti coloro che auspicano la vittoria del socialismo è indubbio, così come è indubbio che il processo storico sia contraddittorio, anche se io aggiungerei che, oltre a essere contraddittorio, non è animato da alcun principio di necessità immanente, come presumono le versioni “evoluzioniste” del marxismo: ogni rottura rivoluzionaria incorpora la possibilità e non la necessità di una transizione al socialismo. Ciò non vale solo quando sussistano certe “debolezze” (sulle quali tornerò a breve) dei soggetti politici alla guida del processo rivoluzionario, vale anche se e quando le soggettività in questione sono “forti”, come quelle auspicate dagli autori dell’articolo che sto commentando.

Ma quali sono, secondo gli autori, le caratteristiche che dovrebbe avere un soggetto politico adeguato alla propria missione rivoluzionaria? Lo deduciamo dai seguenti indizi: i soggetti che incorporano rischi di opportunismo, corruzione e tradimento, sarebbero “i partiti Stato e i partiti di massa senza la selezione dei quadri”.

Eppure. A meno che non si voglia adottare quale unico esempio “corretto” di partito il modello del partito bolscevico (ma meglio sarebbe definirlo leninista, vista l’insostituibile ruolo di leadership che Lenin esercitava in tale partito), che non lo si voglia cioè elevare a modello astratto, “idealtipico”, dell’organizzazione rivoluzionaria, si è indotti a riconoscere che esso (parliamo di un pugno di rivoluzionari “di professione”, selezionati da esperienze durissime e sottoposti a una ferrea disciplina interna) ha funzionato solo ed esclusivamente nelle particolarissime condizioni storiche della Russia durante la Prima Guerra mondiale. Tutti i tentativi di clonarlo nei Paesi a capitalismo avanzato, al pari dei movimenti rivoluzionari cui tali tentativi hanno hanno dato vita, sono falliti. Viceversa, tutte le rivoluzioni socialiste vittoriose, avvenute in Paesi periferici o semiperiferici, sono state guidate da partiti che avevano caratteristiche diverse dal modello leninista.

Parto dall’America Latina. In tutte le rivoluzioni del subcontinente il ruolo dei partiti comunisti è stato marginale: non solo perché divisi in correnti ideologiche in competizione reciproca (stalinisti, trotzkisti, maoisti ecc.) ma anche e soprattutto perché si sono rivelati incapaci di radicarsi nelle masse contadine (e solo in una certa misura nelle minoranze operaie sindacalizzate) e di elaborare programmi politici in grado di raccogliere un diffuso consenso popolare. I processi rivoluzionari sono stati guidati da leader carismatici che hanno capeggiato movimenti populisti che sono riusciti a sfruttare la crisi dei regimi neoliberali di fine millennio per vincere le elezioni e andare al potere per vie legali.

La debolezza di questi regimi, più che al carattere populista (quindi interclassista) delle forze politiche che li hanno instaurati, era dovuta:

  1. al fatto che, malgrado abbiano varato costituzioni avanzate, non hanno costruito un nuovo Stato, come è avvenuto nella Russia del '17 e nella Cina del '49, bensì ereditato le istituzioni dello Stato borghese (già corrotte dalle loro origini postcoloniali e neocoloniali). Esercito, magistratura, università, ecc. sono rimaste saldamente in mano alle classi dominanti e hanno agito da quinta colonna dell'imperialismo appena ne hanno avuto la possibilità;
  2. il persistere del meccanismo elettorale della democrazia borghese li esponeva al rischio costante di essere rovesciati nel momento in cui le difficoltà economiche ne avessero eroso i loro margini di consenso;
  3. in simili circostanze questi margini erano destinati a ridursi perché la base sociale “strutturalmente” (o almeno virtualmente) anticapitalista (contadini, etnie originarie, classe operaia) di questi regimi non godeva di una schiacciante maggioranza numerica nei confronti della piccola media borghesia urbana tradizionale e paradossalmente – come evidenziato all’ex vicepresidente boliviano Linera[1] – delle stesse nuove classi medie, cresciute grazie alle riforme realizzate nei primi anni in cui avevano avuto il potere.

In poche parole: né lo Stato – partito (magari ne avessero messo in piedi uno!), ne il partito massa (non erano veri partiti ma movimenti interclassisti che, del resto, se non fossero stati tali, non avrebbero potuto vincere le elezioni) sono stati la vera causa della sconfitta, bensì i fattori appena elencati, assieme alla poderosa pressione esercitata dall’imperialismo Usa.

Non meno significativo il caso (o meglio i casi, perché ogni singola esperienza andrebbe analizzata nella sua specificità) dell’Africa. Qui, come cerco di spiegare nella parte del mio ultimo libro[2] dedicata alle rivoluzioni antimperialiste di quel continente, seguendo le analisi di autori come Cabral[3], Rodney[4] e Samir Amin[5], il nodo fondamentale era la lotta per l’autonomia nazionale, e il tentativo di associarla allo sforzo di costruire il socialismo, “saltando” la fase dello sviluppo capitalistico[6].

In questo caso non si può nemmeno parlare di populismo interclassista, dato che le classi operaie erano inesistenti, più che minoritarie, mentre protagoniste della lotta erano le larghe masse popolari, perlopiù di origine contadine e piccolo borghese, e le etnie oppresse guidate strati intellettuali sfuggiti al controllo dei colonizzatori[7]. Parlare di stati partito è ancora più improprio, nel senso che quei processi rivoluzionari sono stati schiacciati prima che potessero essere costruiti dei veri Stati indipendenti. Al loro posto sono sorti regimi retti da borghesie compradore al servizio delle potenze neocoloniali, mentre gli embrioni dei partiti rivoluzionari sono stati sterminati fisicamente. Parlare di stato-partito e di fallimenti dovuti all’adozione di modelli “eurocentrici”, come fanno i critici di matrice postcoloniale e decoloniale, è un’idiozia, come spiega bene un libro di Kevin Okoth[8]. I movimenti rivoluzionari africani non sono stati sconfitti per “troppo Stato”, bensì, per dirla con Said Bouamama[9], per troppo poco Stato (socialista).

Quanto all’Unione Sovietica e alla Cina, non è possibile liquidare la questione nelle poche righe di un articolo.
Per l’Unione Sovietica rinvio a quanto scritto (e ai miei commenti in merito) da Vladimiro Giacché in vari testi[10] in cui riprende la polemica di Lenin contro le “sinistre” che definivano il sistema sovietico come “capitalismo di Stato”, e nei quali analizza lo sviluppo dell’economia sovietica fino alla crisi degli anni Settanta.
Per quanto riguarda la Cina, rinvio all’ultima parte di Oltre l’Occidente vol. II in cui mi confronto con le tesi di chi definisce la Cina un sistema tout court capitalista (o addirittura imperialista), totalitario, antidemocratico, ecc.
Qui ribadisco solo che, a mio avviso, l’esperimento cinese è la prova più evidente che la questione non è partito di massa sì o partito di massa no (quello di Togliatti era di massa e riformista, quello cinese è di massa e rivoluzionario), e aggiungo che, per fortuna, il regime cinese si fonda su un partito-Stato dotato delle risorse economiche, politiche (egemoniche) e militari sufficienti a schiacciare i tentativi occidentali di rovesciarlo sfruttando le contraddizioni di classe che, inevitabilmente, si prolungano in una formazione sociale che vive un processo di transizione.

Note

1) Cfr. A. G. Linera, Democrazia, Stato, rivoluzione, Meltemi, Milano 2020.

2) C. Formenti, Oltre l’Occidente (vol. II). L’alba di una nuova storia, Meltemi, Milano 2026.

3) Cfr. A. Cabral, Return to the Source, Monthly Review Press, New York 2022.

4) Cfr. W. Rodney, Decolonial Marxism, Verso Books, London-New York 2022.

5) Cfr. S. Amin, Classe et Nation, Editions Numériques Africaines, Dakar 2015.

6) Marx prese in considerazione tale possibilità intervenendo nel dibattito fra populisti e socialdemocratici russi in merito al ruolo che le comunità contadine originarie (obscina) avrebbe potuto avere in una rivoluzione socialista in Russia, favorendo la transizione diretta al socialismo “senza passare dalle forche caudine del capitalismo”.

7) Cabral sottolinea il ruolo dirigente dell’intellighenzia urbana piccolo borghese nelle rivoluzioni di liberazione nazionale dei popoli coloniali ma, al pari di Fanon, aggiunge che questi strati di classe avrebbero dovuto “suicidarsi” una volta ottenuta l’indipendenza.

8) Cfr. K. O. Okoth, Red Africa. Questione coloniale e politiche rivoluzionarie, Meltemi, Milano 2024.

9) Cfr. S. Bouamama, Pour un panafricanisme révolutionnaire, Syllepse, Paris 2023.

10) Cfr. in particolare, la rivoluzione economica sovietica, in Elogio del Comunismo del Novecento, Atti del Forum della Rete dei Comunisti, Roma 4,5,6 ottobre 2024.

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05/08/2026

Fine dei dubbi: la rivoluzione chavista è stata venduta

di Carlo Formenti

Qualche mese fa, ragionando a botta calda sulla criminale aggressione colonialista statunitense al Venezuela, poco prima di consegnare la versione definitiva all'editore, nel testo del mio ultimo libro Oltre l'Occidente (scritto assieme ad Alessandro Visalli e qui presentato negli ultimi post) avevo espresso seri dubbi sull'esistenza di complicità all'interno del regime di Caracas. Scrivevo in particolare: "La posizione del governo di Rodriguez non sembra esente da ambiguità: non è chiaro se certe posizioni concilianti nei confronti degli USA siano frutto di una tattica dilatoria o della disponibilità al compromesso (...) Occorrerà dunque tempo per capire l'evoluzione della situazione: crisi irreversibile del regime, lungo periodo di transizione o acutizzazione dei conflitti politici e sociali fino alla guerra civile?".

In realtà non è stato necessario aspettare troppo. A smentire i tentativi di chi, come l'amica Geraldina Colotti, si arrampicava sugli specchi per difendere la tesi di una "ritirata strategica" dell'ala moderata del regime incarnata dalla Rodriguez, la cruda verità è emersa in modo inequivocabile. Come scrivono gli amici della Rete dei Comunisti su Contropiano "Quelli che venivano presentati come cedimenti “tattici” per evitare un conflitto chiaramente asimmetrico con la potenza militare statunitense, si sono invece rivelati una consapevole capitolazione politica e ideologica su ogni terreno: da quello economico alla politica internazionale. Il prezzo di questa capitolazione era già leggibile nell’immunità assicurata dall’amministrazione USA a Delcy Rodriguez rispetto ai procedimenti in corso in alcune corti federali statunitensi che invece tengono ancora in galera Nicolàs Maduro e Cilia Flores. L’episodio che ha scritto parole definitive sul passaggio al campo nemico è stato l’incontro tra i dirigenti del PSUV – cioè del partito di governo – con esponenti delle autorità israeliane. Quell’incontro infatti trascende dai rapporti tra Stati e quindi da protocolli e relazioni diplomatiche che talvolta prevedono anche rapporti controversi. È stata dunque una scelta tutta politica del PSUV e dei suoi dirigenti. Ma è stata una scelta preceduta dagli incontri degli esponenti del PSUV al governo sia con esponenti dell’amministrazione Usa che con alti ufficiali politici e militari israeliani. Incontri e relazioni ai quali faceva da contraltare la liquidazione di ogni solidarietà con Cuba sotto assedio e ogni gratitudine verso chi ha sacrificato 32 dei propri combattenti per proteggere il presidente Maduro o che per decenni ha fornito medici e insegnanti che hanno dato un contributo decisivo allo sviluppo sociale del paese".

Seguono alcune considerazioni sui limiti politici, culturali e organizzativi dei processi rivoluzionari messi in atto dai populismi di sinistra in Venezuela, Bolivia ed Ecuador che condivido in gran parte ma non del tutto (vedi le analisi sui processi bolivariani che ho sviluppato in alcuni dei miei lavori degli ultimi anni). Considerazioni che mi riservo di discutere in occasioni successive.

Qui, per tornare a quanto scrivevo mesi fa, mi limito a prendere atto che la situazione è ora chiara: la Rivoluzione è stata tradita da una cricca che si candida a svolgere il ruolo di borghesia compradora dell'imperialismo USA e a integrarsi nel nuovo blocco continentale di destra, incaricato di reprimere le lotte dei popoli latinoamericani. Ergo: possiamo solo aspettare che nuove ondate rivoluzionarie facciano pagare a queste canaglie il loro tradimento.

Fonte

04/08/2026

Venezuela - La “Dichiarazione di Maracay” denuncia il tradimento del chavismo

Una frattura senza precedenti attraversa il chavismo. Nel giorno del compleanno di Hugo Chávez, il 28 luglio, quasi trenta esponenti storici del movimento bolivariano hanno sottoscritto la “Dichiarazione di Maracay”, un documento che rappresenta una dura presa di posizione contro l’attuale direzione politica del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) e, in particolare, contro la vicepresidente esecutiva Delcy Rodríguez.

L’iniziativa, riportata dal sito venezuelano Efecto Cocuyo, è guidata dall’ex vicepresidente della Repubblica Elías Jaua e da altri dirigenti che rivendicano l’eredità originaria della Rivoluzione bolivariana. Secondo i promotori, il governo avrebbe progressivamente abbandonato i principi fondanti del chavismo, accettando forme di subordinazione agli interessi degli Stati Uniti e dell’imperialismo economico internazionale.

Nel documento, sottoscritto a Maracay, città simbolo perché culla del Movimento Rivoluzionario Bolivariano 200 fondato da Chávez, i firmatari denunciano “l’imperativa necessità di difendere la Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela, la sovranità nazionale e l’indipendenza del Paese”.

Il testo respinge qualsiasi forma di “tutela” o di dominio straniero sul Venezuela e chiede il recupero del pieno controllo nazionale sulle risorse economiche prodotte dall’industria petrolifera.

La ripresa dell’iniziativa popolare e la difesa del chavismo rivoluzionario

L’aspetto più interessante e politicamente rilevante della fase attuale in Venezuela è la ripresa del dibattito e dell’iniziativa di classe nei quartieri popolari, nelle roccaforti storiche del chavismo e nei luoghi di lavoro.

È proprio da questi spazi sociali che l’ossatura storica e militante del movimento bolivariano, quella rimasta fedele ai principi originari della Rivoluzione, sta cercando di riannodare le fila per rilanciare l’iniziativa politica.

Non si tratta soltanto di uno scontro interno al chavismo, ma della riaffermazione di un chavismo rivoluzionario che intende difendere l’autodeterminazione del Venezuela, la sovranità nazionale e i principi fondanti del progetto politico avviato da Hugo Chávez.

Una prospettiva che rivendica fino in fondo il carattere socialista della Rivoluzione bolivariana e il ruolo centrale delle classi popolari nella costruzione del futuro del Paese.

La Dichiarazione di Maracay assume quindi un valore che va oltre la dimensione istituzionale e partitica: rappresenta il tentativo di riaprire uno spazio di partecipazione dal basso, coinvolgendo comunità, lavoratori e militanti che vedono nella difesa della sovranità nazionale il presupposto indispensabile per qualsiasi progetto di trasformazione sociale.

In questo contesto, particolarmente significativa appare la comunicazione diffusa da Donald Trump e dall’apparato politico che lo circonda, letta come espressione di una strategia annessionista e di un imperialismo predatorio nei confronti del Venezuela.

L’immagine che rappresenta il Paese come un ipotetico “51° Stato” degli Stati Uniti viene interpretata come il simbolo di una concezione fondata sulla subordinazione e sulla negazione dell’indipendenza venezuelana.

È proprio questa logica che richiama una delle lezioni storiche più volte ribadite dalla Rivoluzione cubana e dai suoi principali protagonisti, Fidel Castro ed Ernesto Che Guevara: all’imperialismo non si può concedere spazio, perché ogni arretramento viene trasformato in una nuova occasione di pressione e di dominio.

La vicenda venezuelana diventa così, nella lettura del chavismo rivoluzionario, un terreno decisivo di confronto tra due visioni opposte: da una parte la difesa della sovranità, dell’indipendenza politica ed economica e della partecipazione popolare; dall’altra il tentativo delle potenze esterne di condizionare il destino di un Paese ricco di risorse strategiche.

La sfida che si apre è quindi quella della ricostruzione di un progetto popolare capace di recuperare il protagonismo delle masse, rilanciare i principi originari della Rivoluzione bolivariana e riaffermare il diritto del Venezuela a scegliere autonomamente il proprio percorso storico.

Particolarmente dura è la denuncia relativa ai proventi del petrolio venezuelano che, secondo i firmatari, vengono destinati a un fondo gestito dal governo degli Stati Uniti, una situazione che, a loro giudizio, contribuisce ad aggravare la già difficile condizione economica e sociale della popolazione venezuelana.

La dichiarazione affronta anche il dialogo politico annunciato per il 1° agosto, chiedendo che esso sia realmente trasparente e fondato esclusivamente sugli interessi del popolo venezuelano. I promotori rivendicano un confronto nazionale “tra venezuelani, per i venezuelani e con i venezuelani”, libero da qualsiasi influenza straniera, affinché possa essere costruita una soluzione politica e democratica alla crisi che attraversa il Paese.

L’appello si conclude con la richiesta di costruire una vasta unità patriottica capace di difendere l’indipendenza nazionale, i diritti dei lavoratori e la sovranità economica, attraverso assemblee popolari e momenti di partecipazione diffusi in tutti gli Stati del Venezuela.

Tra i firmatari figurano, oltre a Elías Jaua, Jesús Álvarez, Karla Bolívar, Celso Márquez, Aurora Morales, Carmen Yasmira Saravia, Ildemaro Cobos, Cristian Medina, Fernando Rivero, Francisco Hernández, Estela Orraiz, Miguel Mora, Walter Galindo, Eliezer Mora, Tony Bozza, Luis Felipe del Moral, José Cabrera, Hedy Ramírez, Alfredo Berrueta e Juan Ramón Guzmán.

A rendere ancora più evidente il disagio interno al chavismo è intervenuto anche Mario Silva, storico volto televisivo del programma La Hojilla e figura di riferimento della militanza bolivariana.

In un video diffuso sui social network, Silva ha rivolto pesanti critiche all’attuale gruppo dirigente guidato da Delcy Rodríguez, sostenendo che esso avrebbe perso l’autorità morale per guidare il processo rivoluzionario. Ha inoltre invitato la base chavista a organizzarsi autonomamente e a dare vita a un proprio movimento politico, segnando una rottura pubblica senza precedenti all’interno del campo governativo.

Per i promotori della Dichiarazione di Maracay, la crisi attuale non rappresenta soltanto un conflitto interno al PSUV, ma il sintomo di quello che definiscono un vero e proprio tradimento dell’eredità politica di Hugo Chávez.

Secondo questa lettura, il progetto originario della Rivoluzione bolivariana, fondato sulla sovranità nazionale, sul controllo pubblico delle risorse strategiche e sulla resistenza all’imperialismo statunitense, sarebbe stato progressivamente sostituito da scelte considerate incompatibili con quei principi.

La Dichiarazione di Maracay si presenta così come un appello al recupero del chavismo delle origini e alla ricostruzione di un fronte popolare che rivendichi piena indipendenza politica, economica e istituzionale del Venezuela rispetto agli interessi di Washington.

Per i suoi estensori, soltanto il ritorno ai principi della Rivoluzione bolivariana potrà consentire al Paese di superare la crisi e restituire centralità ai diritti sociali, alla partecipazione popolare e alla sovranità nazionale.

Tra i temi più dolorosi evocati dai firmatari della Dichiarazione di Maracay vi è anche la vicenda di Nicolás Maduro e della first lady Cilia Flores, oggetto di una strategia di pressione giudiziaria e politica espressione di una crescente ingerenza di Washington negli affari interni del Paese.

I firmatari denunciano quello che definiscono un tentativo sistematico di condizionare le scelte della leadership venezuelana attraverso sanzioni, isolamento diplomatico e procedimenti giudiziari.

Nel dibattito politico venezuelano, alcuni settori del chavismo denunciano che l’azione statunitense nei confronti dei principali dirigenti della Rivoluzione bolivariana costituisce una violazione del diritto internazionale e della sovranità nazionale.

Per i promotori della Dichiarazione di Maracay, il confronto con gli Stati Uniti non può essere affrontato attraverso concessioni o accordi che compromettano l’indipendenza nazionale.

Al contrario, essi ritengono necessario recuperare lo spirito originario del progetto bolivariano di Hugo Chávez, riaffermando il controllo pubblico delle risorse strategiche, la piena sovranità dello Stato e l’autodeterminazione del popolo venezuelano, senza alcuna forma di tutela o di subordinazione agli interessi di potenze straniere.

Fonte

28/07/2026

“Da anti-imperialisti coerenti denunciamo la capitolazione in Venezuela”

Dopo trent’anni di collaborazione con il processo bolivariano, la Rete dei Comunisti ha annunciato la rottura dei rapporti politici con l’attuale dirigenza del PSUV e con il governo venezuelano.

Una scelta definita “dolorosa ma inevitabile” da Luciano Vasapollo, dirigente della Rete dei Comunisti, economista e studioso del processo bolivariano. Una decisione che, nelle sue parole, non rappresenta un abbandono della Rivoluzione Bolivariana, né un avvicinamento alle posizioni dell’opposizione sostenuta dagli Stati Uniti, ma una critica interna al campo rivoluzionario, motivata dalla convinzione che alcune scelte dell’attuale leadership abbiano trasformato concessioni tattiche in un cambiamento strategico.

“Bisogna chiarire subito una cosa fondamentale: noi non abbiamo cambiato politica sull’imperialismo. Anzi, è esattamente il contrario. Noi rimaniamo i comunisti marxisti rivoluzionari, gli anti-imperialisti di sempre, proprio perché conosciamo l’imperialismo, sappiamo come agisce e sappiamo che dietro certe aperture, dietro certe pressioni, dietro certe modalità di relazione con il potere dominante può nascondersi quello che Fidel Castro chiamava il miele del potere”.

“Il problema – prosegue Vasapollo – è che l’imperialismo non agisce soltanto attraverso la forza militare o le aggressioni dirette. Agisce anche attraverso processi di trasformazione politica, attraverso la capacità di attrarre, condizionare, modificare progressivamente la natura delle scelte di un processo rivoluzionario. Il rischio è che dirigenti che hanno combattuto una battaglia di emancipazione possano essere portati, passo dopo passo, ad accettare logiche che inizialmente erano soltanto tattiche e che poi diventano scelte strategiche”.

Professor Vasapollo, la vostra posizione ha sorpreso molti. Dopo decenni di sostegno al Venezuela bolivariano, perché avete deciso questa rottura?

Perché proprio la nostra storia ci impone oggi di parlare. Noi non rompiamo con Chávez, non rompiamo con il popolo venezuelano, non rompiamo con il chavismo popolare, con i lavoratori, con i contadini, con i barrios, con i movimenti sociali, con gli intellettuali rivoluzionari.
Al contrario: continuiamo a essere dalla parte di quella parte sana, popolare e rivoluzionaria del processo bolivariano. Abbiamo dedicato oltre trent’anni alla costruzione di rapporti politici, culturali e umani con il Venezuela. Abbiamo lavorato con università, sindacati, movimenti sociali, cooperative, istituzioni. Abbiamo difeso il Venezuela quando era sotto attacco mediatico internazionale.
Lo abbiamo fatto quando era difficile farlo. Per questo la nostra posizione di oggi non nasce da un allontanamento, ma dalla convinzione che proprio chi è stato vicino a quel processo abbia il dovere di dire quando ritiene che ci sia un pericolo.

Nel vostro documento parlate di un processo controrivoluzionario. È un’accusa molto forte.

Non stiamo parlando di un singolo episodio. Stiamo parlando di un processo. Per mesi abbiamo cercato di comprendere. Non siamo arrivati a questa conclusione in modo immediato. Abbiamo discusso con i compagni venezuelani, abbiamo ascoltato, abbiamo analizzato.
Abbiamo detto: forse siamo davanti a una fase tattica, forse davanti a una necessità di sopravvivenza politica determinata dall’enorme squilibrio dei rapporti di forza con gli Stati Uniti.
Abbiamo compreso la difficoltà della situazione. Abbiamo compreso la pressione dell’imperialismo, le minacce, le sanzioni, il tentativo di destabilizzazione permanente. Ma a un certo punto bisogna riconoscere la realtà: quando una tattica diventa una linea permanente, quando una concessione temporanea diventa una scelta strategica, allora per un comunista e per un rivoluzionario non è più possibile continuare a mediare.
Oggi noi riteniamo che quella che poteva essere una tattica sia diventata una capitolazione politica, una resa incondizionata rispetto alla prospettiva di trasformare il Venezuela in un Paese subordinato, in un protettorato politico ed economico. Questo non possiamo accettarlo.

Lei insiste sul fatto che non si tratta di una rottura con il Venezuela.

Esatto. Noi in questi mesi non siamo rimasti chiusi in un laboratorio teorico a osservare il Venezuela dall’esterno. Siamo stati parte in causa. Abbiamo continuato a stare con il popolo, abbiamo dialogato con i sindacati, con i barrios popolari, con le reti degli intellettuali, con il mondo culturale e accademico, con le esperienze delle Comuni. Abbiamo incontrato tanti compagni in buona fede che, come noi, si ponevano delle domande.
Ci dicevamo: forse sono soltanto tattiche, forse il governo, il partito e i dirigenti stanno cercando di evitare l’annientamento da parte degli Stati Uniti. Abbiamo cercato di capire fino in fondo.
Ma oggi riteniamo che il quadro sia cambiato. Non siamo noi ad avere abbandonato il Venezuela rivoluzionario. Noi continuiamo il nostro lavoro con i settori popolari, con i comunisti, con i rivoluzionari, con chi vuole difendere l’eredità di Chávez e impedire un processo di involuzione.

Perché dite che non avete cambiato posizione sull’imperialismo statunitense?

Perché sarebbe una falsificazione della nostra storia. Noi continuiamo a denunciare l’imperialismo statunitense, il blocco contro Cuba, le sanzioni, le aggressioni economiche, le guerre ibride, i tentativi di imporre governi subordinati agli interessi di Washington.
Proprio perché siamo anti-imperialisti non possiamo confondere la solidarietà con il silenzio. L’internazionalismo non significa difendere qualsiasi scelta di un governo che si richiama a un processo rivoluzionario. Significa difendere i principi, la sovranità dei popoli, la partecipazione popolare, la giustizia sociale.

Lei ha richiamato anche le mobilitazioni popolari a Caracas.

Sì. Non siamo stati spettatori. Abbiamo partecipato alle iniziative, alle manifestazioni a Piazza Bolívar, alle mobilitazioni contro l’ingerenza degli Stati Uniti, contro i tentativi di invasione, contro l’idea di trasformare il Venezuela in un protettorato e contro ogni forma di colonialismo. Abbiamo visto un popolo che continua a interrogarsi, a discutere, a difendere la propria storia.
Il nostro rapporto non è con i palazzi del potere, ma con le persone che ogni giorno vivono le contraddizioni della società venezuelana.

Uno dei punti più controversi riguarda il rapporto con Israele. Perché per voi rappresenta uno spartiacque?

Perché il chavismo aveva una forte identità internazionalista. La solidarietà con il popolo palestinese, con i popoli oppressi, con le lotte antimperialiste era parte integrante di quella storia. Quando vediamo cambiamenti in questa direzione, quando vediamo avvicinamenti politici che riteniamo incompatibili con quella tradizione, per noi emerge una contraddizione profonda.
Non è un dettaglio diplomatico. È una questione politica e simbolica che riguarda l’identità stessa del progetto.

E sul rapporto con Cuba?

Cuba non è stata semplicemente un Paese amico del Venezuela. Cuba è stata parte integrante del processo bolivariano. Ha mandato medici, insegnanti, tecnici. Ha contribuito alle missioni sociali. Ha condiviso sacrifici enormi. Per questo riteniamo grave qualsiasi allontanamento da quella solidarietà storica. In un momento in cui Cuba continua a essere sottoposta al blocco statunitense, il principio dell’internazionalismo dovrebbe essere ancora più forte.

Lei ha parlato di un tradimento subito da Cuba.

Sì, perché il rapporto tra Cuba e Venezuela non può essere cancellato dalla memoria storica. Cuba non ha soltanto espresso solidarietà politica. Ha inviato decine di migliaia di medici. Ha formato personale sanitario. Ha mandato insegnanti. Ha contribuito alla nascita delle missioni sociali. Ha condiviso conoscenze scientifiche, culturali, organizzative. E, soprattutto, ha pagato un prezzo umano enorme per difendere il processo bolivariano.
Per questo riteniamo che Cuba meritasse gratitudine e solidarietà permanente. Invece vediamo un progressivo allontanamento proprio mentre l’isola continua a subire il blocco economico degli Stati Uniti. Dal nostro punto di vista politico, questo rappresenta una rottura gravissima con l’etica internazionalista che aveva caratterizzato il progetto chavista.

Perché considera questo aspetto così grave?

Perché Cuba non è stata semplicemente un Paese amico. Cuba ha condiviso sacrifici enormi con il Venezuela. Ha accompagnato la crescita del processo bolivariano nei momenti più difficili. Per questo riteniamo incomprensibile che oggi venga meno quella solidarietà storica.
Dal nostro punto di vista politico, Cuba meritava riconoscenza, non distanza. Ed è una delle ragioni che hanno contribuito alla nostra scelta di rompere i rapporti politici con l’attuale dirigenza del PSUV.

Qual è oggi il vostro rapporto con il chavismo?

Continuiamo a essere con il chavismo popolare, con il chavismo rivoluzionario, con chi nelle fabbriche, nei quartieri, nelle comunità continua a difendere un progetto di emancipazione sociale.
Interrompiamo i rapporti politici con l’attuale dirigenza del governo e del PSUV perché riteniamo che abbia imboccato una strada diversa. Ma rafforziamo il nostro rapporto con quei settori che vogliono continuare la battaglia rivoluzionaria.

Uno dei punti più duri del vostro documento riguarda i rapporti con Israele. Perché attribuite a questo episodio un significato politico così rilevante?

Per noi quel passaggio rappresenta uno spartiacque. I rapporti diplomatici tra Stati possono avere una loro complessità. Ma quando si sviluppano relazioni politiche dirette tra il partito di governo e rappresentanti israeliani, il significato diventa inevitabilmente diverso.
Nella nostra valutazione questo rappresenta una cesura rispetto all’internazionalismo che aveva caratterizzato il chavismo e alle storiche posizioni di solidarietà con il popolo palestinese. È un fatto che, secondo noi, assume un valore politico simbolico molto profondo.

Professor Vasapollo, una parte centrale della vostra analisi riguarda il ruolo dell’attuale gruppo dirigente venezuelano e, in particolare, della vicepresidente Delcy Rodríguez. Perché ritenete che si sia giunti a un punto di non ritorno?

Perché ormai non stiamo più discutendo di singole decisioni o di errori politici. Stiamo parlando di un orientamento complessivo che, a nostro giudizio, segna una cesura con il progetto storico costruito da Hugo Chávez.
Per molti mesi abbiamo evitato dichiarazioni affrettate. Abbiamo continuato a confrontarci con i compagni venezuelani, ad ascoltare, a verificare. Eravamo consapevoli della pressione esercitata dagli Stati Uniti e pensavamo che alcune aperture potessero rappresentare concessioni temporanee.
Ma quando le scelte si accumulano tutte nella stessa direzione, quando si ridefiniscono le alleanze internazionali, si modificano gli assetti economici e si rinuncia progressivamente all’autonomia politica conquistata in oltre vent’anni di rivoluzione, allora non si può più parlare di tattica. Noi riteniamo che sia in corso una vera e propria capitolazione politica.

La vostra posizione è molto dura, ma ribadite di non aver cambiato giudizio sull’imperialismo statunitense. Come tenete insieme questi due elementi?

È un punto decisivo. Noi non siamo diventati improvvisamente indulgenti verso gli Stati Uniti. Sarebbe assurdo dopo una vita di militanza internazionalista. Continuiamo a considerare l’imperialismo statunitense il principale fattore di destabilizzazione dell’America Latina. Continuiamo a denunciare il blocco contro Cuba, le sanzioni, le aggressioni economiche, le operazioni di guerra ibrida e tutti i tentativi di imporre governi subordinati agli interessi di Washington.
Proprio perché restiamo fermamente antimperialisti, riteniamo che la migliore difesa della Rivoluzione Bolivariana non sia il silenzio davanti agli errori, ma la critica politica quando diventa necessaria.
L’internazionalismo non è adulazione. L’internazionalismo significa assumersi la responsabilità della verità politica anche quando costa.

Nel comunicato affermate che il Venezuela starebbe cedendo quote della propria sovranità politica ed economica. Che cosa intendete?

Intendiamo dire che osserviamo una crescente subordinazione delle scelte strategiche del Paese a rapporti che, nella nostra valutazione, finiscono per limitare l’autonomia conquistata con enormi sacrifici durante gli anni di Chávez. La Rivoluzione Bolivariana era nata per rompere la dipendenza dal neoliberismo, dalle multinazionali, dagli interessi statunitensi.
Oggi, invece, vediamo svilupparsi politiche che ci sembrano muoversi nella direzione opposta. Non si tratta soltanto di economia. È il quadro complessivo delle relazioni internazionali che appare profondamente mutato.

Tra le voci critiche verso l’attuale situazione venezuelana avete richiamato anche Luis Britto García. Perché ritenete significativo il suo intervento?

Perché Luis Britto García non può essere liquidato come un oppositore del chavismo. È uno dei principali intellettuali marxisti dell’America Latina. Ha accompagnato il processo bolivariano fin dalla sua nascita. È stato un collaboratore diretto di Chávez. Ha fatto parte del Consiglio di Stato. È stato tra i fondatori della Rete degli Intellettuali e Artisti in Difesa dell’Umanità.
Quando una figura con questa storia esprime un giudizio così severo sulla situazione del Paese, non siamo davanti a una polemica qualsiasi. Siamo davanti alla sofferenza politica di una parte importante del mondo chavista che vede messa in discussione l’eredità di Chávez.

Nel vostro comunicato fate una riflessione anche sul tema dei partiti rivoluzionari e del potere. Che lezione trae da questa vicenda?

È una riflessione che va ben oltre il Venezuela. La storia del movimento operaio e dei processi rivoluzionari ci insegna che nessuna conquista è irreversibile. Quando un partito diventa Stato e si indebolisce il controllo popolare, quando viene meno la formazione politica dei quadri, quando prevalgono opportunismo, burocratizzazione e interessi personali, il rischio di involuzione diventa concreto.
Lo abbiamo visto nell’Europa orientale. Lo abbiamo visto in diversi processi latinoamericani. E oggi, purtroppo, riteniamo di vedere dinamiche analoghe anche in Venezuela. Per questo la vigilanza rivoluzionaria non è un esercizio teorico, ma una necessità permanente. Con il popolo. Con i comitati popolari dei barrios. Con gli operai. Con i contadini. Con gli studenti. Con gli intellettuali che continuano a battersi per il socialismo. Con i militanti che ogni giorno difendono l’eredità di Chávez.
Noi interrompiamo i rapporti politici con l’attuale dirigenza del governo e del PSUV. Non interrompiamo, anzi rafforziamo, il nostro rapporto con quei settori popolari che continuano a credere nella Rivoluzione Bolivariana e che oggi, spesso in condizioni difficili, cercano di impedirne la definitiva liquidazione.

Che messaggio vuole rivolgere alla sinistra internazionale?

Di non fermarsi alle apparenze. Di non trasformare la solidarietà internazionalista in una forma di silenzio. Difendere una rivoluzione significa difenderne i principi fondativi. Quando quei principi vengono messi in discussione, il dovere dei rivoluzionari è aprire un confronto politico serio, rigoroso e onesto.
Noi continueremo a combattere l’imperialismo, a difendere Cuba socialista, a chiedere la liberazione del presidente Nicolás Maduro e della compagna Cilia Flores e a sostenere tutte le forze popolari venezuelane che vogliono rilanciare il progetto del socialismo del XXI secolo.
Questa posizione non nasce dall’ostilità, ma dalla responsabilità politica. Dopo trent’anni di lavoro comune, di studio, di cooperazione e di militanza internazionalista, sarebbe stato molto più facile tacere. Abbiamo scelto invece di parlare, assumendocene fino in fondo tutte le conseguenze.
La storia giudicherà le nostre scelte, ma la coerenza con gli ideali di Chávez, dell’internazionalismo e della liberazione dei popoli ci imponeva di non restare in silenzio.

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25/07/2026

Venezuela: non è tattica, è capitolazione!

Abbiamo atteso il tempo necessario per fare tutte le verifiche prima di esprimere pubblicamente le nostre valutazioni sul processo controrivoluzionario avviato dalla nuova dirigenza della Repubblica Bolivariana del Venezuela.

Già la dinamica del sequestro a gennaio del presidente venezuelano Nicolàs Maduro e della compagna Cilia Flores da parte degli Stati Uniti aveva suscitato – e non solo a noi – legittimi e pesanti interrogativi.

Lo sviluppo degli eventi e delle scelte intraprese dalla leadership guidata dalla vicepresidente Delcy Rodriguez, ha via via reso evidente come quei dubbi siano stati confermati dai fatti che indicano un vero e proprio processo di liquidazione dell’esperienza rivoluzionaria e bolivariana del Venezuela avviata e costruita dal compagno Chavez.

Quelli che venivano presentati come cedimenti “tattici” per evitare un conflitto chiaramente asimmetrico con la potenza militare statunitense, si sono invece rivelati una consapevole capitolazione politica e ideologica su ogni terreno: da quello economico alla politica internazionale.

Il prezzo di questa capitolazione era già leggibile nell’immunità assicurata dall’amministrazione USA a Delcy Rodriguez rispetto ai procedimenti in corso in alcune corti federali statunitensi che invece tengono ancora in galera Nicolàs Maduro e Cilia Flores.

L’episodio che ha scritto parole definitive sul passaggio al campo nemico è stato l’incontro tra i dirigenti del PSUV – cioè del partito di governo – con esponenti delle autorità israeliane.

Quell’incontro infatti trascende dai rapporti tra Stati e quindi da protocolli e relazioni diplomatiche che talvolta prevedono anche rapporti controversi.

È stata dunque una scelta tutta politica del PSUV e dei suoi dirigenti. Ma è stata una scelta preceduta dagli incontri degli esponenti del PSUV al governo sia con esponenti dell’amministrazione Usa che con alti ufficiali politici e militari israeliani.

Incontri e relazioni ai quali faceva da contraltare la liquidazione di ogni solidarietà con Cuba sotto assedio e ogni gratitudine verso chi ha sacrificato 32 dei propri combattenti per proteggere il presidente Maduro o che per decenni ha fornito medici e insegnanti che hanno dato un contributo decisivo allo sviluppo sociale del paese.

Dover assistere a questo processo controrivoluzionario in un paese che, insieme a Cuba, aveva dato un contributo decisivo all’ondata progressista in America Latina, all’Alba e all’ipotesi del Socialismo nel XXI Secolo, è indubbiamente doloroso per migliaia di compagne e compagni ma, purtroppo, non è una novità né una sorpresa: è una conferma del carattere sempre contraddittorio del processo storico, incluso dei processi rivoluzionari in cui è debole la soggettività che li orienta e li guida.

È la conferma di come i partiti-Stato e i partiti di massa senza la selezione dei quadri, incorporino tutte le contraddizioni della società, inclusi l’opportunismo, la corruzione, la disponibilità al tradimento quando cambiano le condizioni. Lo abbiamo visto a cavallo degli anni Ottanta/Novanta in Europa, lo abbiamo visto nella stessa America Latina negli anni recenti in Ecuador, Bolivia, Perù.

Con questa nota poniamo fine a ogni tipo di relazione e fiducia verso i dirigenti venezuelani del governo e del Psuv ma continueremo a intrattenere rapporti con tutti quei compagni e compagne che in Venezuela mantengono una prospettiva rivoluzionaria nel solco del chavismo, a cominciare dai comitati dei barrios popolari, così come torniamo a chiedere la liberazione del Presidente Nicolàs Maduro e della compagna Cilia Flores.

Ci auguriamo che le forze sane del paese e della società trovino presto le occasioni e la forza per fermare e ribaltare il processo controrivoluzionario in Venezuela.

Rete dei Comunisti, Luglio 2026

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