Abbiamo chiesto al nostro amico Lentino Lentini di scrivere un pezzo contro la velocità e contro l’indifferenza diffusa nei confronti del territorio, derivata dalla smania di velocità e comodità che connota il nostro tempo. Lentino, come si evince dal suo stesso nome, predilige viaggiare e spostarsi a bassa velocità, nonché tempistiche e spostamenti più a misura d’uomo e il meno tecnologizzati possibile. Ma lasciamo la parola a lui; i suoi pensieri inducono a riflettere su un aspetto essenziale della società che ci circonda: la velocità ormai pervasiva e la conseguente necessità di tornare ad una dimensione più umana. Buona lettura. (gvs)
La società contemporanea è sempre più dominata dalla velocità e dalla smania di comodità. Non serve scomodare filosofi sudcoreani, azerbaigiani o antartici per capire come quella che viviamo oggi sia una società della comodità ad ogni costo, raggiungibile mediante la velocità e l’indifferenza per il territorio che ci circonda. Piccoli esempi: usare l’auto anche per brevi spostamenti, cercare il parcheggio più vicino possibile alla meta (ad esempio il centro storico di una città, le cui zone limitrofe appaiono intasate e iper inquinate) mentre basta andare pochi metri più lontano per trovare tanti posti liberi, prendere l’ascensore anche solo per fare uno o due piani, utilizzare per gli spostamenti autostrade e treni sempre più veloci al posto di statali e treni locali. In questa società della comodità si nota una sempre maggiore estensione della velocità in ogni ambito: non solo nei mezzi di comunicazione e di trasporto, nelle reti stradali e ferroviarie, ma anche negli acquisti e in pratiche quotidiane che investono la cultura. Ad esempio, è più facile e veloce acquistare online piuttosto che in un negozio come è più comodo e veloce procurarsi un e-book piuttosto che un libro cartaceo eccetera eccetera. Perfino le guerre, oggi, sono diventate più comode e veloci. Io, invece, odio la comodità e la velocità; odio la devastazione del territorio in nome della comodità e della velocità.
Mi trovo spesso a percorrere la A1 per Milano con la mia Mandoletti 850 a 20 cavalli che non è certo veloce. A volte, con terrore e spaesamento, mentre guido mi metto a pensare: questa autostrada è una striscia d’asfalto, nettamente separata dal territorio che la circonda. Corrono automobili veloci e grossi camion anch’essi sempre più veloci tanto che, più di una volta, succede che un camionista con le bandierine italiane e la faccia di padre Pio e la Madonna sul suo cabinato mi sfanala da dietro quasi attaccandosi al culo della mia Mandoletti, come in Duel di Steven Spielberg. Ma lì c’era uno psicopatico, qui invece un religiosissimo adepto della velocità e della comodità. Alla faccia dell’adesivo con la scritta “80” che ha appiccicato dietro. Insomma, continuo a pensare: veicoli modernissimi, elettrici, elettrificati e monobenzinati, a iniezione elettronica emetica e digitale, a diesel verdissimo e non inquinante, suv che sembrano scatoloni o mezzi d’assalto da far paura, berline fluenti, irruenti e dementi, dai fari bianchi e azzurrati che si dilungano in ghigni e dentature orripilanti che sembrano i tatuaggi di guerra delle popolazioni barbariche o i denti dipinti sugli aerei dagli americanos sganciatori di atomiche. Quei suv più grandi e più veloci sono veri e propri mezzi di guerra perché è una guerra quella che si consuma sull’A1, una guerra all’ultima velocità. D’altra parte, la guerra e l’immaginario bellico avvolgono dappertutto la nostra società; non solo a causa delle guerre che attualmente stanno devastando il Mondo in svariati luoghi ma anche perché gli individui sembrano aver introiettato dentro di sé il concetto stesso di guerra: spesso sono violenti, indifferenti quando non favorevoli alle devastazioni e ai genocidi (come quello in Palestina), favorevoli a qualsiasi utilizzo della forza bruta da parte delle forze dell’ordine, basta che la sicurezza sia tutelata. E non dimentichiamo che comodità significa anche portare il culto della sicurezza agli estremi, cioè finire a vivere in quartieri separati dal resto della città e sorvegliati da guardie armate, una specie di personale tropa de elite, come molti romanzi e film distopici ci mostrano.
Vedere quei suv e quei macchinoni che corrono in autostrada comunica un grande senso di violenza. Perché corrono? Perché vogliono essere comodi, vogliono arrivare prima degli altri per divertirsi o per lavorare (il che è perfettamente la stessa cosa) e sono indifferenti non solo alla mia lenta Mandoletti ma a tutto ciò che li circonda. E, di conseguenza, sono violenti. Vedere quei macchinoni che corrono è come leggere commenti odiosi e fascisti sui social, fatti dalla gente comune e per bene, religiosa e piena di belle famiglie che devono essere tutelate, che odiano gli stranieri e i diversi, che vogliono solo divertirsi in sicurezza, andare nei loro ristoranti e nei loro villaggi vacanze a bere i loro meravigliosi spritz all’indifferenza (io sono lento e preferisco il Campari). Che odiano coloro che protestano (e protestano perché hanno capito che c’è qualcosa che non va), che non gliene frega niente del cambiamento climatico, che danno sempre ragione a chi detiene il potere sotto qualsiasi forma in nome del rispetto delle regole anche quando appartengono al mai decaduto codice fascista italiano. Nella mia Mandoletti ho paura. Vedo questi Suv giganteschi che sfrecciano, coi finestrini chiusi e pieni di aria condizionata, e intravedo al lato guidatore braccioni abbronzati o tatuati vicino al finestrino, pieni di bracciali mentre al posto del passeggero siedono donne volgarissime coi piedi nudi in bella vista appoggiati al cruscotto. E allora mi ricordo quando da piccolo, in autostrada, vedevo correre e superarci grosse auto ai cui finestrini abbassati (allora l’aria condizionata non c’era) si sporgevano gli stessi braccioni violenti degli italiani che sfrecciavano in vacanza, indifferenti e guappi, che si muovevano e si muovono fra corsie senza mettere la freccia, che superano a destra zigzagando. Questa è indifferenza e violenza.
Basta percorrere un’autostrada (anzi, l’A1, la regina delle autostrade) e si riesce perfettamente a capire come mai in Italia ha imperato per vent’anni il fascismo, perché non è mai morto e non è mai stato annientato, perché è sempre sopravvissuto negli apparati di potere, perché ci sono state stragi di stato e terrorismi neri di ogni sorta, servizi segreti deviati, la bomba di piazza Fontana, della stazione di Bologna e tutte le altre bombe, l’assassinio di Pasolini, la democrazia cristiana, i socialisti e la corruzione, mani pulite e mani sporche, i golpe e gladio, i morti di Reggio Emilia, la mafia, gli anni Ottanta e la Milano da bere, Berlusconi e i paninari, canale 5 e striscia la notizia, drive in, la commedia all’italiana sessista volgare e misogina, gli anni Novanta e il loro niente, Jovanotti e la sua moto, il festival di sanscemo, la mattanza di Genova, incapaci calciatori superpagati, Vespa e porta a porta nonché il governo attuale. Mi sento più sicuro quando, invece del tir italico con bandierine guidato da un camionista panzone o di un suv con targa italiana guidato da uomini con capelli corti, occhiali da sole e braccioni tatuati, mi trovo dietro un’auto straniera che mette la freccia quando si sposta e non sfanala perché vado troppo piano.
Ma, guidando la Mandoletti nella corsia dei veicoli lenti, penso anche al territorio che circonda l’autostrada. Quei suv e quei macchinoni che sfrecciano sono del tutto estranei e indifferenti a quel territorio. L’asfalto è una ferita aperta nel cuore della campagna ormai essa stessa industrializzata, velocizzata, tecnologizzata e abbrutita dalla contemporaneità. Intravedo vecchie case coloniche ormai abbandonate, a pochi metri dal guard rail, cimiteri di campagna, paesini fantasma oppure caseggiati anni Sessanta, abitati e con le finestre aperte, periferie di altri paesi disperati spersi per la campagna nella canicola a 37 gradi. Intravedo rogge e torrenti ormai inquinati e le sponde del Po sempre più violentate e il livello dell’acqua sempre più basso. Penso a quando è stata costruita l’autostrada del Sole, fra il 1956 e il 1964, a quando migliaia di ettari di terreno agricolo sono stati devastati, a quando i contadini subirono espropri massicci e l’economia rurale è stata inesorabilmente spezzata. Da lì è cominciata la costruzione dei capannoni industriali che hanno sostituito l’agricoltura, quegli apparati, quelle fabbriche, quegli allevamenti intensivi, lager per animali. Quella campagna resta immobile e lontana ai margini dell’autostrada, della violenza e della comodità. Proprio ai margini, emarginata, ritenuta ‘diversa’ come può essere diverso un contadino africano rispetto a un manager alla guida di un suv. Una campagna ferita ma che immagino ancora capace di raccontare storie, se solo si sapesse ascoltarle, se solo si avesse la pazienza di andare più lentamente e di fermarsi ad ascoltare. La campagna intorno all’autostrada, nella sua anima, è un territorio ancora lento, ancora legato ai ritmi della natura, ai contadini che la abitavano e che parlavano solo in dialetto ai tempi in cui ancora quella stessa autostrada non c’era. Anche se oggi è tutto abbandonato, desolato, senza anima, eppure, guidando la Mandoletti percepisco che un’anima c’è ancora, e mi parla. È un territorio pieno, straboccante di cultura, e aspetta soltanto che qualcuno rallenti il passo per poterlo ascoltare.
Mi piacerebbe pensare che i suv e i macchinoni sparati a velocità fossero a guida autonoma, che non ci fossero esseri umani al volante. Eppure ci sono, trasformati in robotici esseri, rozzi, volgari, interessati solo ai loro personali e privati interessi, alla possibilità di poter arrivare prima di tutti. Quei mezzi da guerra, quei suv che sembrano casseforti, mezzi d’assalto con le ruotone antiproiettile che vanno a velocità sovrumana mi fanno paura come mi fa paura la guerra. Eppure, come ho già detto, quell’autostrada stessa è una guerra, è un massacro di qualsiasi cultura, di qualsiasi territorio, di qualsiasi dimensione umana. Perciò, basta percorrere un’autostrada per capire anche come mai in Italia c’è questa grande indifferenza al territorio, perché si abbattono alberi per costruire qualunque cosa, perché si costruisce dove non si dovrebbe, perché la natura spesso e volentieri si ribella sotto forma di alluvioni e inondazioni. Quel territorio è lì, ai bordi dell’autostrada e non importa niente a nessuno, anzi sembra che tutti lo vorrebbero devastare e inquinare ancora di più. E a nessuno importa che, in un pomeriggio d’estate, in quel territorio ci siano quaranta gradi, basta stare al fresco dei propri condizionatori dentro proiettili sparati a tutta velocità. Ecco, questa è un’immagine emblematica dell’apparato culturale che circonda la società del riscaldamento globale. Una cultura che è subcultura mentre la cultura vera è là, in quelle campagne, agonizzante e morente.
E, guidando la Mandoletti, penso anche che, sempre di più, odio la velocità, la comodità e l’indifferenza. Tre concetti legati insieme, ai quali se ne può aggiungere anche un quarto: la violenza. Violenza diffusa, verbale, genocidaria, bellica, comportamentale. Ed è tutta qui: in questa indifferente velocità. Per fortuna sono quasi arrivato, dopo il casello esco a san Sallustio Milanese e mi immetto in una lenta provinciale, circondata da una campagna non meno devastata. Ma almeno non ci sono più quella velocità, quella comodità e quella violenza d’intorno. Resta l’indifferenza, quella sì, indifferenza per un territorio sempre più deturpato. Mi fermo, esco, vado a piedi (finalmente!) e, nonostante i giramenti di testa e i 37 gradi, cerco di continuare a pensare.
Fonte
Nessun commento:
Posta un commento